BLOG
Marco Flavi

Federica Angeli testimone al Processo contro gli Spada

federica angeli“Hanno provato in tutti i modi a privarmi della mia libertà e sono riusciti a privarmi di quella fisica perché ho la scorta ma sicuramente io alle loro regole non ci sto e oggi posso dirvi che mi sento libera, è una bellissima sensazione. Non ho paura”, ha detto Federica Angeli durante la sua testimonianza. Il processo riguarda uno scontro tra appartenenti al clan Spada e Triassi avvenuto nella notte del 16 luglio del 2013. La giornalista antimafia fu testimone oculare di quanto avvenuto a poca distanza da casa sua e denunciò agli inquirenti quanto aveva visto, così le venne assegnata la scorta. Oggi la solidarietà alla giornalista de La Repubblica, nei minuti precedenti all’udienza fuori dal tribunale, si è tenuto un sit in di solidarietà a cui hanno preso parte Fnsi, Usigrai Consiglio nazionale Ordine di giornalisti, Articolo 21, Rete No Bavaglio, Associazione Stampa Romana e Associazione Libera Stampa. Anche la Regione Lazio è presente così come annunciato da Gianpiero Cioffredi, presidente Osservatorio per la sicurezza e la legalità della Regione Lazio.
“Federica Angeli non può essere lasciata sola. Quando raccontava dei fatti di Ostia sembrava quasi che enfatizzasse i fenomeni: oggi è invece chiaro, anche da quanto sta emergendo dalle inchieste, che in quella parte di Roma c’è un grumo di criminalità e comportamenti omertosi che possono essere definiti mafiosi. Ad Ostia c’è un clima e una realtà che non possono essere sottovalutati”. Ha afferma toil direttore de La Repubblica, Mario Calabresi, a margine dell’udienza.

Olivetti. Processo per Amianto, tutti assolti

olivetti“Finché non saranno depositate le motivazioni non sapremo il perché di questa sentenza. Ma se emergeranno dei profili per l’impugnazione, la impugneremo. E daremo battaglia”. È il commento del pg Carlo Maria Pellicano uno dei 3 magistrati che hanno sostenuto la pubblica accusa nella decisione della Corte di Appello di Torino sul processo Olivetti. “Per ora – ha concluso – noi e la difesa siamo sull’1-1”. Sono stati tutti assolti gli imputati per il Processo per Amianto dalla corte d’Appello di Torino, per la quale il fatto non sussiste. Viene così ribaltata la sentenza di primo grado emessa nel luglio del 2016 dal tribunale di Ivrea. Assolti quindi anche i big di questo processo, a partire da Carlo De Benedetti, il fratello Franco e l’ex Ad alla Olivetti, Corrado Passera. Le tredici condanne si sono trasformate in altrettante assoluzioni. La Procura generale di Torino, invece, aveva chiesto la conferma delle sentenze di primo grado per tutti gli imputati.
Per il legale della Fiom-Cgil e dell’Associazione familiari delle vittime dell’amianto, costituiti come parti civili nel processo, Laura Longo sono stati almeno 14 i casi di decessi dovuti all’esposizione dei lavoratori all’amianto, negli stabilimenti dell’Olivetti a Ivrea e nel circondario. Esposizione al di fuori delle norme di sicurezza della quale erano accusati manger e dirigenti transitati per Ivrea dagli anni ’80.
Ma è stata la controversia scientifica sul tema del cosiddetto “effetto acceleratore” nelle malattie provocate dall’amianto a far cadere le accuse al processo Olivetti. Questa l’analisi che, nell’attesa del deposito delle motivazioni della sentenza, viene fatta sia dall’accusa che dalla difesa. “In pratica – spiega uno degli avvocati – il dirigente è considerato responsabile solo per i primi due anni di esposizione del lavoratore all’amianto. In questo caso De Benedetti è stato in carica a partire dal 1978 e i dipendenti erano stati colpiti dalla patologia in un periodo precedente. Se fosse accertata l’esistenza di un “effetto acceleratore” sarebbe diverso. Ma nella comunità scientifica non c’è un consenso unanime. E quindi la giurisprudenza non può tenerne conto”.
Le difese hanno fatto leva sulle ultime sentenze della cassazione in materia, che negli ultimi anni hanno annullato diverse condanne simili.

Bufera post Bernabeu. Il ‘buonista’ Del Piero contro il ‘furioso’ Buffon

buffon real madridAlex Del Piero e Gigi Buffon, due Capitani diversi, due giocatori che hanno fatto la storia dei bianconeri. Dopo le polemiche di tifosi e spettatori del calcio sul rigore al 93 esimo per il Real Madrid e sul cartellino rosso a gigi Buffon, lo sfogo del capitano bianconero che ha diviso ancora di più la platea dei commentatori alla partita dei quarti di finale di Champions League.
Ma il furore del numero uno dei bianconeri ha lasciato di stucco l’ex Capitano della Juve, Alessandro Del Piero. Il Pinturicchio si è dissociato dalle parole di Buffon e ha commentato il match nella trasmissione di Sky “L’originale”: “Quando Gigi ha parlato di cuore è stato straordinario, ha dato il meglio di sè. Quando ha parlato dell’arbitro ho fatto fatica a comprenderlo. Io non capisco perché si debba fare tanto riferimento alla partita d’andata. Il calcio è così, si analizza il momento: bello o brutto, quello è il momento. Non ho capito quel passaggio lì e credo che fondamentalmente sull’arbitro dirà delle cose diverse da quelle che ha detto tra qualche giorno”.
Del Piero non ha mai proferito una parola contro la squadra che ne decise l’allontanamento, ma Buffon non è come lui, anche dopo l’ira contro l’arbitro che lo ha espulso dal campo, si è sfogato contro il direttore di gara Micheal Oliver: “Era sicuramente una azione dubbia al 93′, dopo che all’andata non ci hanno dato un rigore al 95′. Un arbitro all’altezza non infrange il sogno di una squadra che ha messo tutto in campo per 90 minuti. Ha voluto fare il protagonista. Un essere umano non può fischiare un episodio stra-dubbio, dopo una gara del genere a meno che al posto del cuore non abbia un bidone dell’immondizia. Se non hai la personalità per stare a questi livelli, allora vai in tribuna con la famiglia, compra le patatine e goditi lo spettacolo”

G8. Tra i condannati anche il ‘cacciatore’ Sabella

Gli episodi di violenza avvenuti a Bolzaneto “hanno determinato un danno d’immagine che forse non ha pari nella storia della Repubblica”. I giudici della Corte dei conti di Genova che hanno condannato 28 persone, tra personale medico-sanitario, appartenenti della polizia, carabinieri e polizia penitenziaria, a pagare sei milioni di euro per i danni causati allo Stato in seguito ai risarcimenti pagati a chi subì gli abusi nella caserma di Bolzaneto durante il G8 di Genova nel 2001. Tra questi spicca il nome di Alfonso Sabella, ex pm antimafia in Sicilia ed oggi in forze all’ufficio gip di Napoli.

sabellaSabella è stato condannato perché all’epoca dei fatti era capo dell’Ispettorato del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) e il generale Oronzo Doria, ex capo area della Liguria degli agenti di polizia penitenziaria. La procura, a vario titolo, aveva chiesto un risarcimento di 7 milioni di euro per i ristori pagati alle parti offese in sede penale e le spese legali e altri 5 milioni per il danno di immagine. Per la procura contabile, nonostante la posizione di Alfonso Sabella fosse stata archiviata, vista la sua elevata posizione ricoperta nell’amministrazione penitenziaria, avrebbe dovuto controllare e vigilare affinché non avvenissero violenze e comportamenti scorretti. Stesse argomentazioni anche per il generale Oronzo Doria, assolto dalle accuse.

Sabella è l’ispiratore della fiction su Rai2 ‘Il cacciatore’, interpretata da Francesco Montanari. Dodici gli episodi che traggono spunto dal libro “Cacciatore di mafiosi” del magistrato Alfonso Sabella. Un libro che racconta indagini, pedinamenti e arresti dei boss nei primi anni Novanta, storie vere. I fatti di genova sono già costati al Pm il dietrofront di Gentiloni lo scorso settembre alla nomina della Corte dei Conti. Il Consiglio di presidenza della Corte dei Conti, che già aveva espresso parere favorevole, dopo che Palazzo Chigi ha “ritirato” la nomina, ha preso atto, depennando il nome di Sabella dall’elenco dei nuovi consiglieri di indicazione governativa.

Mamma licenziata da Ikea prepara il ricorso

ikea“Quante donne sono costrette a rinunciare al lavoro perché non si creano le condizioni affinché sia conciliabile con le esigenze della famiglia? E l’Italia è il primo Paese per dimissioni dal lavoro delle donne”, afferma Massimo Bonini, il segretario generale della Cgil che sul caso della Ricutti fa una questione più generale, culturale e non esita a parlare di esempio di “discriminazione di genere” e di “caso pilota”. La donna anche se fisicamente non sta bene, non rinuncia ed è pronta al ricorso contro la sentenza che ha dato ragione all’azienda.
Marica Ricutti, 39 anni, separata, laureata in scienze alimentari, è stata licenziata dalla multinazionale svedese Ikea dove lavorava da quasi vent’anni nello stabilimento di Corsico, ma il giudice del lavoro ha respinto il ricorso e confermato il provvedimento dell’Azienda. Per il giudice, i comportamenti della ex dipendente sono stati “di gravità tali da ledere il rapporto fiduciario tra datore di lavoro e lavoratore e consentono l’adozione del provvedimento disciplinare espulsivo”.
La donna non riusciva a tenere gli orari che le erano assegnati avendo due figli piccoli di cui uno disabile. Aveva chiesto più volte maggiore flessibilità, a suo dire senza trovare riscontri.
“Stiamo già preparando l’opposizione a questo provvedimento che non considera che la lavoratrice aveva una situazione di difficoltà: l’ordinanza tralascia alcuni aspetti oggettivi nel gestire una situazione familiare complicata”. Così Maurizio Borali, legale di Marica Ricutti.

Scampata alla Shoah uccisa per Antisemitismo

Mireille-KnollUn’accusa gravissima che si fa fatica a credere per un delitto nell’odierna Parigi: antisemitismo. I due sospetti nell’inchiesta sull’assassinio di Mireille Knoll, superstite dell’Olocausto trovata carbonizzata e pugnalata nella sua casa di Parigi, sono da questa mattina indagati per omicidio a sfondo antisemita. È scampata da bambina all’antisemitismo della Seconda guerra mondiale ma arrivata a 85 anni, vedova e malata di Parkinson, non è sopravvissuta al nuovo odio contro gli ebrei. Mireille Knoll è stata uccisa con 11 coltellate, venerdì scorso, nel suo modesto appartamento di avenue Philippe Auguste, nell’XI arrondissement di Parigi, da un vicino di casa musulmano, 29 anni, e dal suo complice di 22. Nata nel 1932, la donna riuscì miracolosamente a scappare da Parigi con la madre – che aveva un passaporto brasiliano – evitando il rastrellamento che nel 1942, a metà luglio, preparò la deportazione di 13.000 ebrei.
Per anni l’assassino ha frequentato la casa della signora, quando nel 2000 è rimasta vedova del marito scampato ad Auschwitz, e quando poi si è ammalata. Il rapporto si è guastato quando la badante della signora Knoll ha accusato il vicino di avere molestato sua figlia, finendo in carcere. L’uomo avrebbe minacciato di vendicarsi dando fuoco al palazzo e per questo era stato di nuovo segnalato alla polizia, tuttavia il suo odio si è trasformato in antisemitismo, anche se il giovane musulmano conosceva Mireille da quando aveva sette anni. Nel pomeriggio di venerdì è andato a trovarla, poi poche ore dopo è tornato con un complice e un coltello e ha sfondato la porta. Gli assalitori poi hanno dato fuoco alla casa, nella speranza di cancellare le tracce.
“Esprimo la mia emozione davanti allo spaventoso crimine commesso contro la signora Knoll – ha twittato il presidente Emmanuel Macron – ribadisco la mia determinazione assoluta a lottare contro l’antisemitismo”.
L’assassinio è avvenuto un anno dopo l’atroce fine di un’altra ebrea a Parigi, Saraj Halimi, l’assassinio di Mireille Knoll getta ombre pesanti sul clima che si respira nella capitale francese e non più soltanto in banlieue.

Ok Consulta e Popolare di Sondrio sale in borsa

La Banca Popolare di Sondrio sale del 3,9% in Piazza Affari, dopo la decisione di ieri della Consulta, che ha ‘promosso’ la riforma delle banche popolari. Il titolo ha quindi invertito la rotta, dopo essere stato in perdita per tre sedute consecutive. Ieri la Corte Costituzionale ha rigettato tutte le questioni di legittimità sollevate contro la riforma delle banche popolari che prevede la trasformazione in Spapopolare-di-sondrio-640x342 per gli istituti con oltre 8 miliardi di attivi. Per Pop Sondrio, che insieme alla Popolare di Bari, non aveva ottemperato alla riforma dopo che il Consiglio di Stato aveva sollevato questioni di legittimità congelando il termine previsto di fine dicembre, si riapre la strada per la trasformazione in Spa che renderebbe la banca più contendibile. E anche se il titolo dell’istituto valtellinese è in rialzo del 4% circa a 3,31 euro ai massimi da inizio mese con scambi sostenuti e a fronte di un andamento debole dell’indice di borsa FTSE Mib (-0,6%) e del paniere dei bancari italiani (-0,7%), resta la preoccupazione. Gli effetti non sono stati dei migliori, con Banca Etruria, Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca finite in dissesto, altre due – Pop Bari e Pop Sondrio – gettate in un limbo in attesa della Consulta e le altre cinque che devono fare i conti con i fondi esteri attratti dalle “sofferenze” (i crediti inesigibili) che in alcuni casi, come Creval e Ubi, sono ormai maggioranza. Con una decisione per alcuni analisti inattesa la Corte Costituzionale ha bocciato integralmente i ricorsi presentati da alcuni soci di minoranza contro la legge del 2015 che impone alle banche popolari con un attivo superiore a 8 miliardi di euro di trasformarsi in Spa. La bocciatura riguarda sia l’aspetto relativo alla costituzionalità del decreto ma anche quello sulla limitazione o rinvio sine die del diritto di recesso, che è disciplinata da un regolamento di Banca d’Italia.
Secondo Palazzo Spada il governo aveva violato la Carta scegliendo di usare un decreto legge senza che vi fossero “i caratteri di necessità e urgenza”, così come il meccanismo usato per blindare le trasformazioni in Spa bloccando il diritto di recesso ai soci contrari; scelta peraltro affidata a norme attuative scritte da Bankitalia grazie a una sorta di “delega in bianco” a un istituto “privo di legittimazione democratica. Per la Consulta, invece, tutto è rimasto nell’alveo della Costituzione. Il Consiglio di Stato ha invece cancellato il divieto imposto da Bankitalia ai soci degli istituti di creare una holding cooperativa per controllare le banche. La trasformazione in Spa per la Pop di Sondrio, adesso non più rinviabile, era stata congelata in attesa della pronuncia della Consulta. “A questo punto secondo noi è ipotizzabile che in un paio di mesi BP Sondrio convochi l’assemblea straordinaria per trasformarsi in Spa”, sostiene Equita Sim.

Foggia. Iorio, Antimafia è impegno per la vita civile

foggia liberaSta sfilando per le vie di Foggia il corteo per la ventitreesima ‘Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie’, alla quale partecipano migliaia di persone. La manifestazione è promossa da Libera e Foggia è la piazza principale della Giornata che si terrà contemporaneamente in altri quattromila luoghi in Italia, Europa e America Latina. Apre il corteo un lungo striscione con la scritta ‘Liberi Tutti, Diritti e saperi contro mafie e disuguaglianze’ della Rete della conoscenza.
“Libera e Don Ciotti quest’anno hanno scelto Foggia. Una città e una provincia da sempre asfissiata dalla criminalità organizzata. Un appuntamento fondamentale per la vita civile e democratica del Paese”. Questo il commento di Luigi Iorio, membro della segreteria nazionale del Psi, durante il corteo di ‘Libera’, dal tema “Terra, solchi di verità e giustizia” che accompagna la giornata della Memoria e dell’Impegno contro le mafie, che quest’anno si tiene a Foggia. “Una ricorrenza nazionale, quella del 21 marzo di tutti gli anni, ormai riconosciuta per legge, che ricorda tutte le vittime innocenti delle mafie e rinnova in nome di quelle vittime l’impegno nella lotta alla criminalità organizzata”. “Perché la mafia ammazza, violenta i territori, soffoca con le estorsioni le attività commerciali. Come affermava Peppino Impastato ‘La mafia è una montagna di merda’”, ha concluso Iorio.
Migliaia gli studenti, ci sono tutte le scuole di Foggia. I ragazzi agitano anche una lunga bandiera della Pace. Il corteo guidato da don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, ha sfilato per le vie della città e dal palco di piazza Cavour sono stati letti i nomi delle 970 vittime innocenti delle mafie. “Qui piove ma oggi c’è lo stesso la primavera: ci sono migliaia e migliaia di giovani, adulti e associazioni che stanno camminando insieme” ha dichiarato don Ciotti. “Il cambiamento – ha rilevato – ha bisogno di tutti. Noi lo chiediamo alla politica, alle istituzioni, ma dobbiamo chiederlo anche a noi come cittadini: abbiamo bisogno di cittadini responsabili – ha concluso – non di cittadini a intermittenza a seconda delle emozioni e dei momenti”.
Anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha voluto manifestare la sua vicinanza a tutti i parenti delle vittime: “Desidero riaffermare la mia vicinanza a quanti, con passione civile e profondo senso di solidarietà, sono riuniti a Foggia e in tante altre città per testimoniare come il cuore dell’Italia sia con chi cerca verità e giustizia, con chi rifiuta la violenza e l’intimidazione, con chi vuole costruire una vita sociale libera dal giogo criminale”.

Sequestro nave Ong, “Istituito il reato di solidarietà”

Migranti-Mediterraneo“Impedire il salvataggio delle vite in pericolo in alto mare con lo scopo di riportarle con la forza in un paese non sicuro come la Libia è in contrasto con lo Statuto dei rifugiati dell’Onu”‘. Lo scrive in un tweet Oscar Camps, fondatore della ong spagnola Proactiva Open Arms, dopo il sequestro della nave dell’organizzazione disposto ieri sera dalla Procura di Catania dopo lo sbarco a Pozzallo. “Proteggere la vita umana – osserva Camps – dovrebbe essere la priorità assoluta di ogni corpo civile o militare che si rispetti, si chiami Guardia Costiera, salvataggio Marittimo o Marina: questo è previsto anche dal diritto del mare”. “Non dobbiamo dimenticare – aggiunge – che non solo i diritti umani delle persone in fuga in cerca di riparo sono in gioco, ma si stanno violando i diritti di tutti i cittadini dell’Unione Europea”.
Sta facendo molto discutere il sequestro disposto dalla Procura di Catania della nave della Ong spagnola ProActiva Open Arms, ormeggiata nel porto di Pozzallo (Ragusa) dopo lo sbarco di 218 migranti che l’equipaggio aveva salvato e rifiutato di consegnare alla Libia. Associazione per delinquere finalizzata all’immigrazione clandestina è il reato ipotizzato dalla Procura di Catania: secondo l’accusa ci sarebbe una volontà di portare i migranti in Italia anche violando legge e accordi internazionali, non consegnandoli ai libici. Indagati dal procuratore Carmelo Zuccaro il comandante e il coordinatore a bordo della nave, identificati, e il responsabile della Ong, in corso di identificazione.
La vicenda, ricostruita nel provvedimento, comincia il 15 marzo quando la nave risponde a un Sos lanciato da un gommone carico di migranti che si trova in acque libiche “nonostante la Guardia costiera locale avesse assunto il comando delle operazioni”. Ottengono comunque il via libera al salvataggio ma poco dopo comunicano via radio: “Siamo stati attaccati dai libici”. Per questo chiedono all’Italia di poter attraccare in un porto siciliano. Il centro di coordinamento della Guardia costiera risponde che la responsabilità è dei libici ma la nave continua la traversata. Il giorno dopo arrivano in acque maltesi “e il medico di bordo comunica che è necessario sbarcare un bimbo di 3 mesi e sua madre”. Le autorità de La Valletta concedono il via libera e “chiedono al capitano quali siano le sue intenzioni, ma lui riferisce di voler proseguire la navigazione” e chiede all’Italia di poter sbarcare. Il centro di coordinamento di Roma spiega che – come prevede il codice – la richiesta va fatta al proprio Stato, cioè la Spagna, perché il soccorso è avvenuto fuori dal proprio territorio e comunque avvia una trattativa con Malta anche se viene specificato che nessuna richiesta di sbarco è stata presentata. Alla fine da Roma arriva il via libera a sbarcare a Pozzallo e la segnalazione alla magistratura, ieri sera scatta il sequestro.
“I migranti – sottolineano dalla Ong spagnola – erano terrorizzati dal fatto di essere costretti a salire sulla motovedetta. Dopo due ore di ‘persecuzione’, la guardia costiera ha detto che era in grado di salvare la nave. Alcuni di loro si sono tuffati in mare per evitare di essere riportati in Libia”. I migranti hanno poi raccontato ai soccorritori delle “torture che avevano subito in Libia e come i trafficanti hanno estorto le loro famiglie a pagare in cambio della loro liberazione”. A intervenire sul caso anche il ministro degli Esteri spagnolo Alfonso Dastis che commenta il sequestro della nave di Proactiva Open Arms, disposto ieri sera dalla Procura di Catania, dopo lo sbarco a Pozzallo. “Dobbiamo chiarire quali siano le accuse nei confronti dell’ong e quali giustificazioni abbia l’organizzazione”, lo ha detto arrivando al consiglio dei ministri degli Esteri dell’Ue, al quale è prevista anche la partecipazione del capo della Farnesina Angelino Alfano.

Operaio muore schiacciato da un carrello sollevatore

magnagoUn altro incidente sul lavoro. Guido Cassinero, operaio di 60 anni di Gallarate, in provincia di Varese, è morto questa mattina mentre lavorava all’interno di un’azienda di autotrasporti, la General Transport Service, ditta di logistica che si trova in via Alessandro Manzoni, a Magnago, nel Milanese.
L’operaio si trovava in un magazzino adiacente all’azienda per cui lavorava e stava procedendo allo spostamento di materiale metallico. A un tratto, pare al fine di azionare un macchinario elevatore che non funzionava, l’uomo ha sollevato parte della piattaforma con un crick, durante il controllo, l’operaio si è abbassato fino alla base del congegno meccanico, che però ha ceduto improvvisamente, schiacciandogli la scatola cranica e causando l’amputazione netta dell’orecchio destro.
Inutili i tentativi di rianimarlo da parte degli altri colleghi che lo hanno trovato, l’uomo è morto non ha mia ripreso conoscenza.
I tecnici Asl di Milano e i carabinieri di Legnano sono al lavoro per risalire all’esatta dinamica dell’incidente. Il Magistrato ha disposto l’autopsia sul corpo di Cassinero.
Il drammatico incidente riporta alla memoria altri morti sul lavoro, come quello alla Lamina di Milano all’inizio di quest’anno.