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Maria Chiara D’Apote

‘Legend’. Criminali
allo specchio: storia
dei gemelli Kray

legend filmQuando lo stile, che imbraccia una pistola, incontra un talento che imbraccia un fucile, lo stile è un uomo morto, ma anche no: ambedue sopravvivono alla forsennata sparatoria: iperbole, naturalmente, ma ‘Legend’, fa questo effetto, inebriante, ti prende i sensi, ti rapisce, ti può stregare. Presentato al Festival del Cinema di Roma, questo film scritto e diretto da Brian Helgeland (regista di ‘Payback-La rivincita di Porter’ e premio Oscar per la miglior sceneggiatura non originale per ‘L.A. Confidential’) è un biopic- crime movie (sceneggiatura tratta da ‘The Profession of Violence: The Rise and Fall of the Kray Twins’ di John Pearson) che narra le vicende dei due gemelli criminali londinesi, appunto i “Kray Twins”, nella Londra anni 50’-60’.

Film irriverente, talvolta caricaturale, sotto l’apparente veste del classico “bulli e pupe” si nasconde un ‘corpus’ anarchico, esagitato: l’idea, più che brillante, del regista, è quella di far interpretare due ruoli allo stesso attore (uno stupefacente Tom Hardy) creando  un movimento meta-cinematografico, talvolta si “guarda” i gemelli talvolta si “guarda” il doppio. Un effetto, reso possibile dalla tecnologia, credibilissimo, un gioco da illusionista, che fa  apparire e scomparire  l’uno o l’altro: Ronald-Reginald Kray rivivono nel corpo di  Tom Hardy, a suo agio nei due ruoli come la mano in un guanto e i due personaggi sono volutamente in ‘compresenza’ scenica, inquadrati uno a fianco all’altro, addirittura uno contro l’altro, durante la scazzottata, che fa dire al pubblico: ooohhh!

L’uno coscienza dell’altro, l’uno incoscienza dell’altro. L’uno, Reginald, è un gangster mascalzone, seduttore, violento, irreprensibile, innamorato, a modo suo, della brava ragazza Frances (la bravissima e intensa Emily Browning) cresciuta nel suo stesso quartiere .Circondato dai suoi accoliti armati di coltello, o  di pistola,  è  anche, grazioso  pudico Romeo arrampicato alla finestra della Frances- Giulietta. Legend_film_2015Ha un suo codice d’onore, vuole fare affari con la mala, non ama gli “eccessi” del fratello gemello. L’altro, Ronald, dimesso a forza di intimidazioni dall’ospedale psichiatrico, pur essendo stato dichiarato come paranoide schizofrenico, parla in “cockney”, il dialetto londinese: imbottito di pasticche, gira con un martello e fracassa le teste dei nemici. Dice quello che pensa in faccia ai cliente della ‘high class’ che frequentano il cabaret del fratello Reginald, messo su come attività di copertura, per darsi una apparente legalità. Ronald va a ruota libera: fa “coming out” professandosi gay “attivo”, nel bel mezzo di un incontro con un mafioso italo-americano (evergreen Chazz Palminteri). Produce ilarità e ammirazione, spaventa, diverte il suo pseudo-amante-scagnozzo “Mad Teddy” (Taron Egerton) che ride a crepapelle. Gioca a fare il  ‘padrino’, masticando parole biascicate, prima di scatenare il raptus. Insomma è lui a ricordare a tutti nella scena del locale, dove la tensione sale e tutti ci aspettiamo che si scateni la bolgia infernale, che si tratta di western.

Fa citazioni quasi colte, catechizza lo spettatore, con discorsi pseudo moralistici su cosa sia il vero  duro mestiere del gangster e di come lui ne sia fiero. Pride a tutto tondo, frutto di un costante delirio autoironico, divertentissimo. Ci sia affeziona a lui pur sapendo che belva assetata di sangue sia. E la polizia, incarnata dal tenace ispettore Leonard“Nipper” (Christopher Eccleston) costantemente cerca di incastrare i Kray. Saranno loro stessi a determinare il proprio destino: Ronald, ormai nel pieno delle sue manie persecutorie, fa quasi accoppare  il suo ‘amministratore’ (il bravissimo David Thewlis) dando vita ad una escalation criminale, dove spunta il biondo e crudele torturatore Charlie (Paul Bettany). Il caos prende il sopravvento. La bella ragazza, Frances si consuma come una fiamma, ma non vi è melodramma, sotto le note di ‘Runny Scared’ di Roy Orbinson. Da non perdere, per i buongustai. A gennaio nelle sale italiane.

 Maria Chiara D’Apote

Ostia Connection.
La nuova stirpe criminale
nella città di Roma

SuburraPiove su Roma. Piove dove non ha più motivo la pietas cristiana. La Roma Papalina torna ad  essere pagana, votata al dio denaro, fattosi clan. Indietro nel tempo, retrocessa, come prima d’essere caput mundi e addirittura imperiale: i pastori, successori del fondatore fratricida, parlano in slang nelle ville kitsch, nuovi padrini e padroni, di etnia rom. I romani “ suburri” di razza, ringhiano forte come cani alla luna, si contendono le spoglie di quel che avanza. Piove su Roma. La pioggia cerca di lavare le colpe degli uomini, ma è retorica. Giorni scanditi verso l’Apocalisse, con le dimissioni del Pontefice come termine ultimo, un racconto cronachistico il film di Stefano Sollima (“ACAB-All Cops are Bastards”, “Romanzo Criminale-La serie” e “Gomorra-La serie”) un’opera tratta dall’omonimo romanzo di

La Suburra dell’Antica Roma, sottoproletaria, criminale, malfamata, crocefissa dalle leggi di Cesare, era la zona dove oggi sorgono i quartieri Quirinale, Viminale, Esquilino : luoghi  di un potere abusato e rimasticato, un potere dove non c’è più un solo capo, dove una carneficina, un regolamento di conti possono azzerare tutta una intera gerarchia criminale. Il film di Sollima fa brillare gli esplosivi “gomorriani”, si argomenta con uno stile noto che ben conosce. Tracimando qua e là, allegorie de ‘La Grande Bellezza”, quando, un intero palazzetto in pieno centro,  accende le sue luci di albero di Natale, e le belle donne ballano e tutti si “fanno”. Ma, attenzione. Non vi è il bestiario autoreferenziale e sospensorio alla “Sorrentino”: non si osserva  un mondo, poiché, non c’è più nulla da osservare. La decadenza è precipitata nell’abisso. Il tempo scorre e l’acqua sale. Le fogne si libereranno solo alla fine. In assenza di catarsi. La scena di sesso del menage a trois tra il parlamentare Malgradi (un eccellente Pierfrancesco Favino) e le due donne – una delle quali minorenne – è una imago colma e ricolma di esplicite allusioni.

suburra personaggi

Alessandro Borghi e Greta Scarano in ‘Suburra’

Nulla fa più scandalo, nemmeno tra il pubblico in sala. Il film cammina su rotaie ben definite: il vecchio adagio del potere che logora chi non ce l’ha, si è sciupato. Sono in tanti a volerlo, il potere, brutti ceffi: una mala in crisi di identità e antiestetica che diventa un clichè di se stessa. Senza pudore, il re Nudo, il parlamentare Malgradi, piscia dal balcone dell’hotel di lusso, che si affaccia sulla piazza del Quirinale. Marchia il territorio. Ogni cosa è de-sacralizzata, secolarizzata. Questa strategia del regista Sollima è convincente. Qui non si fa filosofia, ma si racconta la Roma, cloaca a cielo aperto, dove la vita di un essere umano non vale nulla. Eppure non basta. Non si provano emozioni dirompenti. Si è come assuefatti. Ecco che si fa strada un antico topos di memoria novecentesca: l’inetto. L’impreditorucolo schiacciato dall’amaro destino, indifferente all’amore paterno e all’amore in generale, il rampante Sebastiano (un sempre bravissimo Elio Germano), un personaggio che vivrà una parabola, incredibile (per alcuni poco “credibile”): tuttavia il neo-inetto Sebastiano è il grimaldello attraverso il quale si offende il potere.

E alla fine ognuno potrà avere il suo riscatto, in  vita o da morto: morte che, in fondo, non fa paura, quasi a nessuno. Il ventre di Roma, la vera Suburra, non è nelle strade del lungotevere neorealiste o nelle borgate pasoliniane: è sparita, spostata, decentrata, a Ostia. Ostia, negli antichi fasti terra di Claudio e Traiano, ha perduto quell’aura particolarmente poetica ed eroica, già vista nei film “caligariani”: i pretendenti al trono sono l’ex terrorista nero (il bravissimo Claudio Amendola) che ha “agganci” con la mafia, e il re del trash, “Numero 8” (Alessandro Borghi di “Non essere cattivo” qui in  stato di grazia) piccolo gangster “de noantri” che sogna un litorale come Las Vegas. Ah il Sogno Americano, mai sopito.

E al suo fianco, la tossica e guerriera Viola (una splendida Greta Scarano), unico esemplare femminile che resiste, in un mondo di donne senza riscatto, come la escort Sabrina (Giulia Elettra Gorietti). Viola, alla fine, ci stupirà. La colonna sonora del film intesa, trasognata, si sposa bene con le immagini, danza con loro, accompagna le sparatorie, le esecuzioni. Un film che punta dritto allo stomaco e lascia, qualche, segno. Soprattutto perché, nonostante si dica che: “Ogni riferimento a fatti realmente accaduti è puramente  casuale”, lo spettatore, amante della città eterna, soffre sbigottito, ben sapendo quanto i fatti narrati nel film (bella la fotografia di Paolo Carnera) siano vicini alle questioni di cronaca nera, del nostro Paese.

Maria Chiara D’Apote

“Non essere cattivo”, la toccante opera postuma di Claudio Caligari

NonEssereCattivo-scena iniziale

Luca Marinelli e Alessandro Borghi protagonisti di ‘Non essere cattivo’

Presentato fuori concorso alla settantaduesima Mostra del Cinema di Venezia (dove ha ottenuto il premio Francesco Pasinetti per il Miglior Film 2015 ed il premio Film della Critica del Sindacato Nazionale Critici Cinematografici) “Non essere cattivo” è opera postuma  del regista Claudio Caligari, scomparso il 26 maggio scorso a Roma. Il regista nato ad Arona nel ’48 aveva realizzato due opere filmiche a distanza di quindici anni una dall’altra: “Amore tossico” (1983) e “L’odore della notte”(1998).

Cabala o casualità? Vero è che “Amore Tossico” è l’indimenticabile ritratto della Roma primi anni Ottanta, con l’aria addosso svagata e sospesa, quasi a voler essere un neorealismo di fine secolo, dove l’umanità vede nella droga la fuga dalla realtà e il riscatto; i tossici sono violenti solo per difendere i più deboli, i propri compagni di viaggio, non sono ancora spietati killer “gomorriani” assoldati dalla mala. Il proletariato escluso da tutto sorvola le borgate, eroi tragici destinati a soccombere, disperata dignità ma anche feroce ironia, in una Roma sbandata, ma in qualche modo ancora intatta e  come fotografata prima della decadenza di fine millennio, della sconfitta degli ideali, delle ideologie.

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Alessandro Borghi

Questa  stessa dolorosa ritualità e impotenza si ritrova in “Non essere cattivo”: il film non è ambientato nel 2015, bensì in un “lontano” 1995, una scelta affatto casuale; come dire l’oggi non è rappresentabile, non è presentabile.

Molte scene sono girate nella stessa Ostia dell’83, come se Caligari volesse ri-fotografare quel tracciato di archeologia umana, riportandolo alla luce, facendoci respirare di nuovo le atmosfere di quelle strade ondivaghe. Rispetto ad “Amore tossico”, in qualche modo innocente, la strada è però deserta e insidiosa e nell’automobile non si ascoltano canzonette, ma la musica “house” assordante che copre tutto. Il muro di Berlino è caduto, arrivano i primi immigrati dall’est, quelli che forse ruberanno il lavoro ai disperati, ai disoccupati, come i due amici fraterni  Cesare e Vittorio (efficaci e commoventi Luca Marinelli e Alessandro Borghi). Com’è la borgata rispetto al 1983? Non sembra più la stessa, ha perduto la sua “aura poetica”; i giovani si drogano, sono violenti, ma qualcuno cerca di lavorare (in “Amore tossico” cercavano “solo” di smettere di drogarsi). Si intravedono scorci degradati senza identità. Vittorio ha le allucinazioni dovute alle “moderne” pasticche che loro stessi hanno smerciato nelle discoteche, crede di vedere un circo nella strada deserta: i suoi occhi sono spalancati, fuori dalle orbite, sembra guardare il mondo dal ciglio di un baratro. Sembra vedere che fra breve non vi sarà più nulla e poi ancora due dopo una lite, dopo i cazzotti, il sangue, i due amici si ritrovano stretti l’uno all’altro. Come dire, Caligari tratta i suoi personaggi, tutti, da sempre, come un padre tratta le sue creature, non può far molto per salvarli, ma cerca di consolarli.

Non sono mai soli. Il tempo retrocesso in quel 1995 significa riparo, protezione anche dalle disillusioni. Cesare e Vittorio sono disinteressati alla lotta di classe, cercano solo di vivere. I personaggi di “Non essere cattivo” sono la generazione nata dall’“Amore tossico” (voluta e inquietante la somiglianza tra Cesare e il protagonista di “Amore tossico”: stessi capelli lunghi, stesso naso importante). Ma se prima si faceva tutto insieme, il rito della droga e del “metadone”, ora ognuno è un nucleo, un’isola. Solo Cesare e Vittorio dividono tutto, non la siringa, quella è pericolosa perché trasmette l’Hiv. Non si ride più con la trans, che in “Amore tossico” prendeva il metadone, ma quasi la si uccide perché vuol smerciare la “coca” per conto suo. Vittorio  e Cesare incontrano gli amici ad un bar del litorale romano, come Accattone al Casilino. Cesare invece di essere preso in giro, perché va a fare il manovale con Vittorio, dice: ”Io lavoro, mica come quelli lì.” 

Quelli lì sono sempre sul punto di trascinare i due amici fraterni in qualche rapina.

Marinelli-DAmico-Non essere cattivo

Luca Marinelli e Silvia D’Amico

Cesare cerca di rifarsi una vita con Viviana (Silvia D’Amico), occupa una casa diroccata sognando un futuro. Eppure su di lui pende l’ombra della morte che ha portato via la sorella, ammalata di Hiv, e il peso di una madre e di una nipote a carico. Lotta disperatamente per la sopravvivenza. Un ultimo azzardo. Poi il silenzio, la macchina da presa inquadra il destino di Cesare in una insegna di un locale qualunque. Quelle stesse strade oggi, sono svuotate da tutto quel pathos, che forse non è servito a cambiare la realtà. Caligari lo sapeva bene, da poeta civile qual era. Un’opera magnifica, commovente, di cuore, di stomaco. Un’opera corale; tutti bravissimi gli interpreti e coloro che l’hanno portata a compimento. Il sostegno dell’amico Valerio Mastrandrea (qui in veste di produttore e già attore nel film “L’odore della notte”) è stato fondamentale  per la realizzazione del film. Un’opera che non è  solo un epitaffio, ma un grido e lo sguardo di un bambino, flebile speranza. Un film nostalgico. Da non perdere, per non dimenticare chi siamo stati. Ora che in quelle piazze e in quelle strade da vedere non vi è rimasto granché, nemmeno il vuoto, nemmeno la solitudine. 

Buon viaggio Claudio.

Maria Chiara D’Apote

 
 

“The Salvation”. Apologia di un western tra crimini, vendetta e banditismo

Una scena del film "The Salvation"

Una scena del film “The Salvation”

Presentato fuori concorso al Festival di Cannes 2015, il film “The Salvation” – del danese Kristian Levring – è frutto di una  nutrita co-produzione (danese, inglese, sudafricana, svedese e belga). Fin dall’ incipit  si respira un clima intimista, le inquadrature tendono a cogliere stati d’animo e pensieri reconditi, non vi sono esagerazioni, lunghe cavalcate, non vi è sangue versato a profusione, la macchina da presa  si sofferma il tempo necessario per ottenere un effetto sobrio e senza pathos. Non sembra, come detto da più parti, solamente un omaggio al western classico, in particolare quello degli “spaghetti  western”. Continua a leggere

“Birdman”. Sincronia
tra macchina da presa
e “flusso di coscienza”

Michael Keaton in una scena del film "Birdman"

Michael Keaton in una scena del film “Birdman”

“Birdman”, vincitore di Oscar a profusione (nella recente edizione 2015 miglior film, miglior regia, migliore sceneggiatura originale) è opera del talentuoso Alejandro González Iñárritu, regista, produttore cinematografico, compositore e montatore. Primo regista messicano a ricevere una nomination come miglior regista, ad aver vinto il premio per la miglior regia al Festival di Cannes, nella sua brillante filmografia conta i film “Amores Perros” (2000), “21 Grammi” (2003), e “Babel” (2006): opere complesse nella loro bella originalità, che hanno raccolto complessivamente ventuno nomination agli Oscar. Continua a leggere

“American Sniper”
di Clint Eastwood,
se questo è un patriota

american sniper“American Sniper” (sin dalla sua uscita in America, ha sollevato un autentico polverone, tanto da creare partiti a favore e contro, quesiti del genere “perché vederlo sì” ,”perché non vederlo no”) – prodotto e diretto dal poliedrico Clint Eastwood (premio Oscar alla regia nel 2003 per ” Million Dollar Baby” e nel 2007 Golden Globe per “Lettere da Iwo Jima”) – è un film basato sull’omonima autobiografia di Chris Kyle, ex soldato americano impiegato nelle forze speciali durante la cosiddetta seconda guerra in Iraq, quella che succedette l’attentato alle Torri Gemelle. Chirs Kyle (Bradley Cooper) si trova nell’abitacolo del suo carro armato come fosse nella postazione internet del suo ufficio newyorkese: da lì dirige le sue operazioni di morte, una morte egualitaria che coglie tutti, bambini, donne, uomini, soldati. Spazio al flash back: il piccolo Chris va a caccia con il padre, va a messa, ascolta prediche pastorali su lupi e le pecore, diventa grande, partecipa ai rodei, si sposa e ha dei figli, ma nel frattempo, guardando alla tv le torri gemelle e i suoi attentati, decide di votarsi alla patria, e si arruola per la guerra.

Chris Kyle è l’incarnazione del credo americano che giura fedeltà alla famiglia e alla patria , affascinato e imbevuto del mito della specie più forte che si impone su quella più debole. Il regista, che in apparenza non vuol cedere ad un modello così “standard”, cede alla trama semplicistica: il futuro cecchino vive da cowboy, e la sua “evoluzione” sta nel futuro cecchino senza macchia e senza paura. Neanche a farlo a posta, spuntano come funghi, analogie con il passato remoto dell’attore Eastwood, ove tradimenti, scazzottate, paiono rimembranze meno stilizzate degli spaghetti western, dove il duro, si nascondeva, talvolta romanticamente, tra le polveri del New Mexico, e non tra l polveri del deserto iracheno. “Non sei un cowboy, sei un bovaro” sbotta la ragazza di Chris che si è appena fatta trovare a letto, con un altro. Ecco che il cowboy ha servito – su un piatto d’argento – il movente del suo “killeraggio”.

Chirs sceglie il reparto di appartenenza militare, come fosse in una agenzia di viaggi, quanta naturalezza nel suo essere patriota! Addestramenti duri (evocazioni morbide di   “Full Metal Jacket”) per creare uomini invincibili. Singolare che la battuta chiave “sei sotto attacco”, ridondante nelle politiche di guerra americane in Iraq, sia pronunciata da una belloccia, e non da un militare. La guerra si fa dura e i cecchini aiutano i marines: il gergo militari dal “bastardo” a “salvarsi le chiappe” si intensifica e si alterna alle dolci parole pronunciate da Chirs alla moglie Taya (Sienna Miller). In una città sventrata, (una grata di cemento sembra quella della cecchina di “Full Metal Jacket”) che potrebbe essere una città qualunque del Medio Oriente, ecco che spunta l’altro da sé: il nemico, il cecchino meno cult, meno accessoriato, ma determinato a non sfigurare. Di lui vediamo solo la lunga capigliatura e i colpi che mette a segno. Non fa bla -bla, non è retorico. E’ un vero cattivo.

La stanza del cecchino “buono” Chirs, invece, è autocelebrativa, ha tanti fucili, una bandiera, insomma quello suo è lavoro come un altro. Non v’è traccia di pathos, o tensione: come in un videogames, chiunque può essere un bersaglio; il cecchino buono è fichetto, alla moda, il cecchino cattivo è un trucido, aiutato dalla popolazione. La cinepresa sembra stare da una sola parte, da quella del cecchino “buono “ Chris , e ne diventa l’estensione, il radar, il cannocchiale. Il tempo passa e pure il cecchino “buono” comincia ad avere la barba lunga, ad intrucidirsi. Le sequenze alternate tra la guerra e la vita quotidiana vissuta in America, sembrano dire: che noia la routine militare! E paradossalmente, la domanda: “Che hai fatto oggi cara”, fatta dal protagonista alla moglie, sembra acquisire più mordente. Il pubblico si ingolosisce senza, però, essere saziato. Mentre il colossale cecchino è in azione di morte, a moglie è incinta. All’ospedale si dice che è un maschio. Ma Chris è inquieto, sta bene, solo in Iraq. La sua vera vita è li. L’uomo che si fa chiamare “leggenda” è ormai ossessionato da quello che succede nelle terre lontane. Una taglia di 180 mila dollari, di “westerniana” memoria, viene posta sulla testa del clamoroso cecchino.

L’altro cecchino, il trucido, meno trendy, è stato da qualche parte olimpionico, come si vede in una polverosa foto: un vero pistolero, nessuno ci dice, però, se ha una taglia sul capo e a quanto ammonta. Poi la fortuna non aiuta più gli audaci e l’amico della “leggenda” giace in un ospedale che gli iracheni si sognano; i suoi commilitoni citano con “occhio per occhio” la Bibbia, ed entrano in quel che resta di un ospedale “vero”. Il cecchino “buono” Chris si riprende dai suoi traumi e sta per sparare ad un bambino. Una lacrima scende sul viso del patriota, unico momento di debolezza, quasi commozione, in un film che non fa trasparire né luce, né ombre. Film, comunque, riuscito e ben confezionato. Un film che non sana il conflitto tra i “pro” e i “ contro” e ne è ben felice. Al bravissimo Bradley Cooper , si affiancano, tra gli altri, Luke Grimes, Kyle Gallner, Sam Jaeger, in una interpretazione efficace e sempre corale. Lo stile di Eastwood appare impeccabile. Buona la trentottesima regia.

Maria Chiara D’Apote

“Melbourne”, la solitudine
delle opere prime

MelbourneMelbourne, melò dalle coloriture noir, è opera prima del giovane regista iraniano Nima Javidi. Amir (PaymanMaadi, premio Oscar per “Una separazione”) e Sara (Negar Javaherian) si trasferiscono a Melbourne per continuare gli studi. Svuotano l’appartamento e preparano le valige. La baby sitter del vicino lascia loro in affidamento una neonata di pochi mesi. Il film è inizialmente prevedibile e scialbo, le sequenze, girate sempre, o quasi, all’interno della casa dei due protagonisti. Poi avviene l’imponderabile, il  coupe de theatre. La neonata non respira più.

Questo evento rende il film improvvisamente originale nella sua incompiutezza: la fotografia  diviene  capace di cogliere atmosfere, il montaggio e la storia si articolano  in modo più incessante, si crea del buon  ritmo, quasi  inesistente prima. La tensione sale ed è efficace: eppure dalle inquadrature sciatte, la recitazione enfatica, persino a volte contratta, pare che la tragedia non sia realmente avvenuta . Melbourne non è  una partitura corale come negli altri  film iraniani (“Una separazione” e “About Elly” di Farhadi). E’ una partitura a due, tre voci,  alla volta: personaggi che appaiono e scompaiono in una girandola quasi infernale. Il movimento di macchina cerca soluzioni bizzarre, ora restringe i campi, sottolinea i dettagli,la porta della camera da letto dove sappiamo che è la bambina; ora si allarga  in modo tale da  far sembrare  tutto una ripresa “amatoriale”.

372339_Iran film-Melbourne-Venice  Film FestivalIl film cerca di parafrasare “Nodo alla gola” di Hitchcock, ma non ne ha la stessa   forza espressiva ,gli stessi mezzi  narrativi e la sceneggiatura d’acciaio . A detta dello stesso regista Javidi, l’idea del film è nata da un vissuto personale, dall’angoscia scaturita  dopoun brutto sogno fatto una notte. Lo stesso nightmare nel quale vengono improvvisamente catapultati Amir e Sara, che, presi dal panico, invece di denunciare l’accaduto, decidono di costruirsi un alibi, dicendo che la bimba non è in casa, che è uscita ora con l’uno o con l’altra, rimandando la riapparizione della piccola ad un tempo indefinito. L’atmosfera del film diviene ansiotica, ogni situazione ed ogni personaggio  appaiono sotto una luce diversa.

I due protagonisti temono di affidarsi al giudizio di uno Stato patrigno, che assegna le colpe e non perdona. Un Iran che nel film è inquinato da simboli occidentali: telefonini cellulari che squillano incessantemente, i-pad e cuffie sotto il velo, Internet. L’uomo è disinibito, può fumare, la donna no. Ma che importanza ha: tutto viene azzerato da una scomparsa che svuota da dentro i personaggi, la casa, la città, la nazione; ne  resta  un guscio vuoto. La partitura non è  più monocorde, l’autore cerca  uno stile, un’atmosfera. Ma non è semplice, si respira la difficoltà di trovare uno spazio autentico fino in fondo, qualcosa  nella quale  identificarsi. Questa tensione che non esplode mai,se non  nei  pianti  frenati  degli  attori , spalanca le porte all’unica realtà possibile ed implacabile: dentro ci sono la morte, l’assenza,  fuori c’è una città, Teheran, sospesa, immobile, che vorrebbe con tutte le sue forze essere altro da sè, esplodere e non implodere. Il destino di Amir e Sara si è  rivelato  crudamente,senza appello: non è stato un dio che punisce, ad armarsi, ma un evento profondamente laico, insito nella scienza medica.

Nessuna colpa dunque. Ma questa assenza di colpa genera un senso di solitudine, di smarrimento. Se il compito del regista era quello di gettare le proprie creature  in pasto alla solitudine, e di trasmetterne l’effetto al pubblico, il compito è stato svolto, l’obiettivo raggiunto. Partire, restare, affrontare la legge, il giudizio severo. Il regista emette il verdetto: tutto il popolo iraniano deve fare i conti con il destino degli sposi emigranti, sembra dirci Nima Javidi. Lasciare la terra natia, indenni, non si può. Quando si colpisce la bambina, si sceglie la progenie, si sceglie la patria come emblema di qualcosa che si interrompe, che non ha futuro. Per ora diremmo noi. Eppure in questa solitudine apparente, sotto le ceneri, si sentono vitalità, ambizione e rabbia. Un’opera  “Melbourne” che divide, che allontana e avvicina. Con le sue ingenuità e lo  stile sempre incerto, il film, “neonato” ci chiede, di essere accolto, compreso, non abbandonato. Come dire: restate con  me in sala e guardatemi, più mi guarderete, più mi sentirò meno solo e potrò imparare a volare, volare alto, a cambiare, a trovare quella forza espressiva necessaria per raccontare mariaun  Iran  che non c’è ancora, poiché è una perpetua opera prima. E quando si trova un diamante grezzo non lo si getta via.

Maria Chiara D’Apote

 

“Magic in the moonlight”,
il chiaro di luna non esiste
(o forse sì)

Magic-in-the-MoonlightIl  nuovo film di Woody Allen “Magic in the Moonlight”  è una commedia, in “salsa rosa”, ambientata nella  Francia degli anni ’20 : protagonisti della storia sono Stanley (Colin Firth) illusionista malinconico e Sophie (Emma Stone) una giovane e maliarda sensitiva. Le prime sequenze raccontano lo spettacolo di magia di Stanley travestito da cinese (una delle cose più divertenti del film è vedere dietro le quinte del teatro la faccia metà truccata da cinese di Colin Firth). Il film  procede liscio come l’olio, nella sua sceneggiatura di ferro.

il protagonista, dismessi i panni dell’illusionista, indossa quelli del sensitive-buster (acchiappa-sensitive) e incontra  Sophie. Comincia una schermaglia dialettica fra i due, senza esclusioni di colpi. Stanley non farà altro che ripetere grazie al suo amico e collega Howard Burkan (Simon Mc Burney) che la ragazza non è una vera sensitiva, è una menzognera, truffatrice, e chissà come ottiene le sue informazioni passate per visioni; la Sophie ribatterà colpo su colpo, dimostrando di essere ciò che è, una donna dai virtuosi poteri che sa vedere nel passato, sa leggere le menti e contattare i defunti. I due, forse si attraggono ma, essendo impegnati sentimentalmente, lui con la perfetta lady, in quel di Londra, lei con il perfetto giovane rampollo che vuole sposarla su un mega yacht, giocano a rimpiattino. La voce dell’intelletto al grido de “il chiaro di luna non esiste”, è più forte di quella del cuore.

Neppure una corsetta in automobile, lungo una strada in pendio sul mare, (in odore del romanticissimo “Caccia la ladro” di Hitchcock, con Cary Grant e Grace Kelly) riesce ad evocare nei due qualcosa, se non un goffo fuori uso del motore. Ed è abilissimo Allen a mantenere fino alla fine questo clima di apparente assenza di emozioni, questa difficoltà di comunicare dei personaggi che non diventa effetto comico, come avveniva in altri film.

E poi si sa che il risolvimento, nelle opere di  Allen, passa attraverso la donna che vede e prevede, incurante della misoginia dei maschi, in perenne crisi nevrotica. Il grande potere  della fanciulla Sophie è quello di  portare la luce nelle tenebre delle esistenze, la gioia e la speranza, con qualunque mezzo, anche quello della finzione; Sophie la virtuosa, alla fine, scardinerà le resistenze del misantropo Stanley, avvinto come l’edera ad un sogno ad occhi aperti: il suo guardare le stelle, dall’osservatorio, sarà il primo segno di cedimento.

“Magic in the Moonlight”, impreziosito dal finale e dai capovolgimenti di fronte, si dimostra un’esecuzione virtuosistica, una parabola che vede mutare la natura profonda dei propri personaggi. Un film che racconta le svogliatezze di una  società altolocata e opulenta, che non distingue il reale dall’irreale, e si accontenta dell’illusione. Quanto mai attuale. Un cammeo delizioso che contiene in sé diversi aspetti dello stile “alleniano”: le battute di pura satira come “Non esiste niente di genuino, dal tavolo a tre gambe al Vaticano”, le citazioni  colte, come quella su Nietzsche, il monologo surreale di Stanley, che prega per la sua amata  zia e parla con Dio, per poi sbottare con un “ma cosa sto facendo ?”, dove sembra mimare proprio Allen quando – nei precedenti film – era pervaso da crisi mistiche e morali. Immancabile il personaggio dello psicanalista, in versione freudiana primissima maniera, che definisce Stanley un depresso capace solo di rifugiarsi nell’arte dell’illusionismo. Antico come lo è il mondo, fosse l’amore la vera magia e, con esso, tutti gli artefizi del chiaro di luna?

Maria Chiara D’Apote

“Lucy” di Luc Besson,
come cambia il mito
femminile nel cinema

Lucy-Scarlett-Johansson“Bang Bang my baby shot me down” cantava Nancy Sinatra nel film “Kill Bill” di Quentin Tarantino. Viene attentata la madre, la donna incinta, quasi morta nella strage. Prima che le Erinni si alzino in volo come droni, gli dei lasciano il Mondo corrotto. Nella notte fatale la scrittura si è dotata  di un immanente paradigma, di un archetipo, qualcosa a cui ci appellarsi. Eppure a guardare il film “Lucy “di Luc Besson, si ipotizza che, dal mito, l’autore si voglia svincolare, scavalcando a piè pari il racconto della notte tempi, per approdare all’Era Neozoica, mettendo al centro di un flusso di immagini, una sequenza che ricostruisce, in modo un po’ naif, l’habitat di Lucy l’austrolopiteca. Ma è un depistaggio, una digressione, poiché il film non ha l’intento di spiegare le origini della vita, scartando il plot : tutte le immagini “documentaristiche” sono svolgimento della conferenza del sempre bravissimo Morgan Freeman, nei panni del biologo americano, che da anni studia le capacità del cervello umano. Continua a leggere

“Il Giovane Favoloso”
l’ambizione di raccontare
vita e opere di Leopardi

Il Giovane FavolosoUna sorta di effetto diacronico appare alla vista del film di Mario Martone “Il Giovane Favoloso”: un andare del film e un andare nel film, ove ambedue i movimenti hanno l’ambizione di raccontare la vita  e le opere del grande poeta Leopardi. Una diacronia, però, senza slanci e con poche levature elegiache, quanto una simile materia richiederebbe. Continua a leggere