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Maria Cristina Pisani

Soli significa essere in pessima compagnia

A oltre sei mesi dal referendum perso il 4 dicembre, la sconfitta in queste amministrative è pesante assai proprio perché diffusa.

Difficile pensare di cavarsela affermando che si tratta di dinamiche locali. Da Genova a Piacenza a La Spezia, passando per L’Aquila e Pistoia il centrodestra ha vinto le elezioni. La lettura è una sola e inequivocabile. In questi anni, scanditi da un bipolarismo muscolare, l’ossessione del governare a tutti i costi ha lacerato il tessuto politico della sinistra senza cambiarne paradigma. Se a questi risultati aggiungiamo anche le sconfitte precedenti di Venezia, Torino e Perugia l’analisi diventa ancor più chiara. Il centrodestra avanza e il centrosinistra indietreggia, trascinato, a causa dell’eccessiva litigiosità locale, alla marginalità ideologica, privato culturalmente di qualsiasi proposta politica che è a sua volta la principale causa della perdita di quella legittimazione popolare di un tempo.

E oggi sarebbe un errore giocare al Renzi sì o al Renzi no, anche perché in Liguria, a Genova storica roccaforte della sinistra, regione del Ministro Orlando, il Pd ha perso ugualmente. E il punto forse è proprio questo, l’isolamento del PD e la sua litigiosità interna. Non è un caso se anche il centrodestra perde dove c’è terreno di scontro, Padova ne è un esempio.

Occorrerebbe allora pensare a una nuova coalizione tra forze riformiste per porre “il cambiamento” alla base di un progetto di governo, evitando così quella maledetta deriva della presunzione di ‘una autosufficienza politica’ di veltroniana memoria. Perché in questo il centrodestra dà lezioni. Soli, spesso, significa essere in pessima compagnia.

Quanto al centrodestra vincitore, la vera novità è che si tratta di elezioni amministrative. Difficile immaginare una linea comune in tema di politiche europee, considerando che la prospettiva di Salvini verso l’Europa è l’opposta di quella dell’ultimo Berlusconi. Prima di immaginare una lista unica del centrodestra alle politiche e di cantare nuovamente vittoria, qualcuno o forse anche più di qualcuno dovrà cambiare idee e posizioni in modo netto.

Maria Cristina Pisani
Portavoce Psi

Marco è ancora qui

Caro Marco,

non so dove tu sia ora, ma questo anno è passato velocemente. Di te si è detto tanto in questi mesi. D’altronde il tuo nome è sinonimo di eccessi, nei modi, nelle forme, e io non ho mai saputo descriverti neppure in cento parole. So solo che oggi non sei più impegnato nella tua guerra contro non uno, ma tanti cancri: perché Marco, chi ha avuto la fortuna di conoscerti lo sa, eri esagerato, straripante, in tutto perfino nella tua malattia affrontata senza rinunciare a una sola boccata delle tue sessanta sigarette.

Un’assenza troppo rumorosa. Non c’eri alla festa dell’Avanti, con il tuo sorriso mite e ingiallito dalla nicotina, solita Coca Cola, solita sigaretta, solita chiacchierata oceanica, solita minoranza rumorosa e affascinata al seguito, non c’eri quando insieme a Riccardo, a Marco Cappato a Filomena Gallo urlavamo, a Montecitorio, laicità e libertà proprio mentre alla Camera la calendarizzazione della legge sul testamento biologico veniva ancora una volta rinviata.

Io voglio ringraziarti per la bellezza e la spontaneità con cui hai saputo scrivere tutti questi anni, per aver trasformato il grigiore della politica nel rosso della passione, per avermi insegnato che un ideale vale più di mille ragioni. Per questo, proprio come quell’erba di cui mi parlavi quel venerdì del tuo ultimo settembre, sono sicura che anche tu, non morirai mai. Tu che hai saputo essere passione totalizzante per la libertà e i diritti, tu e le tue infinite discussioni, «come se la vita fosse una lunga riunione politica» come tu stesso dicevi. Tu che hai saputo essere grande nelle tue intuizioni e nella vita, tu che ci hai insegnato a essere grandi anche nelle debolezze, tu che hai dimostrato che chi non si adegua, chi contesta, chi si ribella può anche aver torto, ma ha una preziosa funzione creatrice, quella di evitare che la nostra società sprofondi in un conformismo, intellettuale e morale, totalizzante. Tu che dicevi sempre di non sentirti “pronto per stendere le memorie di un rompicoglioni” anche se ci eravamo ripromessi di scriverle quelle meravigliose pagine della tua vita. Perché Marco sei stato sintesi e complessità.

Io oggi non potrò essere in Via di Torre Argentina 76, nella sede del Partito Radicale con te per ricordare il primo anniversario della tua scomparsa. Preferisco portare con me i tuoi insegnamenti. Voglio conservare per me la semplicità con cui hai affrontato il male, la determinazione con cui ci hai insegnato il valore della politica.

Grazie per essere stato mio amico, per essere stato amico di noi socialisti.

‘Radicali, socialisti, liberali, federalisti-europei, anticlericali, antiproibizionisti, antimilitaristi, non violenti’ sempre.

A subito, Marco.

Maria Cristina Pisani
Portavoce Psi

Ripartiamo dalle nostre 14 proposte

Lo tsunami prodotto dalla disgregazione della sinistra, in questi ultimi giorni, sta disarticolando ancora di più il sistema politico italiano. L’idea del Segretario Nazionale di lanciare ogni giorno una proposta per definire la “sinistra che vorrei” ci permette insieme di disegnare il perimetro delle idee, prendendo a piene mani da quelle intelligenze singole o collettive che condividono questo progetto, per parlare a quell’Italia consapevole che non si accontenta di un generico cambiamento, ma che vuole comprendere a fondo quale sia la direzione di marcia da intraprendere e quale le ricette da applicare; per poi definire laicamente il perimetro delle alleanze.
Per tornare a parlare all’Italia migliore, per tornare a essere protagonisti della politica italiana.
“Separare le carriere dei magistrati, eleggere per sorteggio del CSM, potenziare gli organici per accelerare i processi, regolamentare i gruppi di pressione, definire un piano straordinario per la casa: edilizia residenziale pubblica, alloggi a prezzi calmierati, housing sociale, rapportare le pensioni ai contributi versati in relazione all’aumento delle pensioni più basse, defiscalizzare interventi dei privati nel recupero del patrimonio artistico, sostenere il talento dei giovani artisti, destinando una percentuale dei fondi a realizzare opere artistiche” sono alcune delle nostre 14 proposte per continuare. Non nel culto dell’identità solitaria, del ‘come eravamo’, della nostalgia, ma accettando la sfida di ciò che saremo, mescolandoci al futuro ispirati dalla curiosità.

A molti sembra che il nostro tempo migliore sia alle spalle e che cambiare sia uno sforzo più impossibile che difficile. Ma non è così. Chi crede nella politica, nel valore e nella dignità della politica, sa che non può essere così. E tocca a noi oggi dimostrarlo, affrontando la paura con il coraggio, la stanchezza con l’entusiasmo, la rassegnazione con la tenacia. Sappiamo di avere avuto alle spalle una particolare vicenda italiana. Una situazione politica grave ma non seria, direbbe Flaiano e ringrazio apertamente il Segretario Nencini per essersi opposto ancora all’ennesima distorsione veltroniana e aver restituito alla storia una giusta memoria.

In tutto questo contesto, pur apprezzando lo sforzo del Premier, non possiamo non notare come molti dei provvedimenti, pur condivisibili nei titoli e nelle intenzioni, pecchino in molti casi di genericità, a volte limati dai necessari equilibrismi di maggioranza eterogenea; per cambiare realmente l’Italia è necessario, invece, che la politica e le istituzioni propongano delle innovazioni e delle riforme qualificate per uscire dallo stallo che dura ormai da troppi anni, avendo sempre presente quale bussola il miglioramento reale non solo del funzionamento dello Stato e delle sue articolazioni territoriali, ma anche il miglioramento reale della condizione di milioni di cittadini, in particolare giovani e disoccupati, oltre che ceto medio impoverito, che da tali riforme dovrebbero trarre un’apertura di credito per riacquisire un ruolo attivo e produttivo nella società italiana.
La nostra, lo sappiamo, è una storia fatta di coraggio, libertà e battaglie politiche di innovazione per il Paese. E’ ciò che ci ha tenuto in vita seppur tra mille scissioni e difficoltà. Per questo, lavoriamo, ripartendo anche da queste proposte, per ridare speranza.

Questo Congresso sarà la migliore occasione che abbiamo per restituire fiducia, per dare voce ad una voglia di futuro che nasce da un clima sociale difficile e da una deriva populista pericolosa.

Questo Congresso sarà il luogo dell’incontro e del confronto. Per la prima volta tutti discuteremo nello stesso luogo. E non sarà una babele di lingue.

Maria Cristina Pisani
Portavoce Psi

Il futuro non è alle spalle

Ci sono molti modi di ricominciare, di cambiare, di rinnovare. Ancora.
Rinnovamento e cambiamento hanno bisogno però di una dialettica franca e profonda, la stessa che serve per confrontarsi e poi riconoscersi nella sintesi dei punti di vista, per ritrovarsi in una identità che è senso di comunità.
Il Consiglio Nazionale di oggi ha ufficialmente approvato la proposta di convocazione del prossimo Congresso nazionale, dopo la breve parentesi di Salerno. Attimi, in cui il passato sembra oltrepassare il futuro, un passato che a molti sembra prossimo ma che in realtà è assai remoto.
La storia non ci ha risparmiato delusioni, dall’incapacità del tempo di comprendere la natura della crisi non già del comunismo internazionale, ma quella specifica del comunismo italiano, alla mancanza di una idea efficace del riformismo in Italia, fino alla prepotenza di un mondo religioso che negli ultimi giorni ha manifestato l’incapacità di rassegnarsi a restare fuori da un campo in cui a giocare può essere solo e soltanto la politica, ma quella stessa storia ci ha insegnato anche che dinanzi al crollo delle speranze occorre darsi da fare.
Oggi si moltiplicano le semplificazioni, c’è a volte in molti di noi una nota di amara melanconia. Prevalgono i ‘benaltristi’, quelli del ‘abbiamo bisogno di molto altro’, eppure in questi anni non c’era da fare altro, serviva la volontà, l’impegno politico, l’azione. Riemergono le storie dei singoli, di ciò che eravamo, ma citando gli Oasis ‘non possiamo guardare sempre indietro’.
Qualche giorno fa, un compagno mi ha scritto ‘di aver sempre lavorato e messo le conoscenze e l’ impegno al servizio della crescita dei giovani.’  E’ questo il campo in cui ricondurre il nostro gioco, un patto generazionale, la volontà e la capacità di lasciare spazi, di comprendere che la buona politica presuppone partiti aperti, concreti. Quali riforme per fisco, spesa pubblica e burocrazia? Come sostenere l’equità, i redditi medio-bassi e la competitività e innovatività delle imprese? Questo, in tempi di crisi, è ciò che conta.
Al Congresso di Salerno avevamo presentato una mozione chiara sul percorso da intraprendere. Chi, tra tutti coloro che parlano di regole e regolamenti, di prospettive, ha dato importanza concreta a quella istanza di cambiamento richiesta, chi si è preoccupato di un approfondimento circa uno scenario politico e sociale evoluto. Avremmo dovuto rispondere insieme alle esigenze dei singoli, avremmo dovuto comprendere come radicare nei territori le nostre proposte. Già l’ho scritto. Vivo quotidianamente il fallimento di non essere riuscita a convincere molti dei nostri consiglieri che la proposta sul testamento biologico non è la richiesta di qualcuno, ma è l’affermazione di un principio di libertà. In Basilicata neppure è stata calendarizzata. E’ la nostra storia, la storia di un partito, di una comunità, non la storia di un insieme di persone.
Con il Segretario Riccardo Nencini abbiamo organizzato spesso incontri e seminari per la formazione politica dei giovani militanti del nostro partito. Lo stesso dovrebbe accadere anche a livello locale, con incontri e convegni dedicati ai più giovani affinché possano acquisire gli strumenti necessari per un proficuo e valido impegno in politica.
E’ la nostra unica speranza di futuro. Non possiamo assistere quotidianamente a uno scontro personale tra noi stessi, non possiamo ancora nelle nostre occasioni di confronto parlare di maggioranza e minoranza di partito. A chi interessa il numero esatto dei nostri tesserati o le procedure congressuali se poi non ci rendiamo conto che è la forma a dover cambiare. Un Consiglio Nazionale non può essere una discussione tra ricorrenti e non ricorrenti.
Bonomi nel suo Leonida Bissolati e il movimento socialista in Italia, scriveva ‘ad ogni giornata domenicale uscivano dalla città giovani studenti e giovani professionisti per propagandare il verbo nelle campagne. E spesso l’area del comizio era il sagrato davanti alla chiesa o l’aia del piccolo campo’. E’ questo quello che è mancato e che manca, lasciare a tanti giovani compagni lo spazio per misurarsi sempre di più con responsabilità di direzione politica. Ci sono giovani dirigenti e amministrati che oggi sono concreti e pragmatici, meno ideologizzati del passato. Ascoltare alcuni ripetere ancora che ciò che a noi interessa e semplicemente che il socialismo viva è una contraddizione in termini, perché non è il ricorso alla magistratura che può tenerci in vita, ma lasciare e creare spazi nuovi di opportunità.
Non credo che l’anagrafica possa essere uno spartiacque, ma penso che la storia di molti compagni debba essere ‘messa al servizio’ per creare un percorso, non per qualcuno, ma per il nostro partito. Pietro Nenni nei suoi diari nel 1976 annotava che ‘le nostre generazioni devono susseguirsi all’infinito’. E’ ciò che non abbiamo fatto.
Sperimentare compiti di direzione a livelli superiori, che non siano rinnovamenti estemporanei, con l’esperienza nell’amministrazione, nel partito, con la pratica quotidiana della politica. E’ ciò che può appassionarci, tutti, è ciò che può farci guardare con fiducia al futuro.

Maria Cristina Rosaria Pisani
Portavoce Psi

Abbandoniamo il rancore

Prima di Salerno avevamo scritto, a tante mani, un documento che parlava di novità. Troppo spesso l’abbiamo inseguita fuori di noi, questa novità, trascurando le cose in cui crediamo, la più importante: la passione politica.

Quando per la prima volta entrai in una sezione socialista, quella del mio paese, insieme a mio padre, fui colpita dalla convivialità e dall’entusiasmo di un gruppo di amici. Fu ciò che mi incuriosì. Con il Congresso di Salerno avevamo messo in campo insieme la passione di tanti giovani e meno giovani compagni, avevamo provato a recuperare quell’entusiasmo. Volevamo elaborare accanto alla linea politica e programmatica, una nuova idea di organizzazione del partito, semplificando i livelli territoriali, snellendo le farraginose procedure interne, che invece in questi mesi ci hanno tenuti appesi, aprendoci alle nuove tecnologie per coinvolgere i nostri iscritti nelle attività interne ed esterne. Di questo volevamo, in questo anno, provare a parlare. Era l’unico modo che ritenevamo utile per vivere, per avviare un vero percorso di revisione delle strutture ad ogni livello, ed adeguarle alle esigenze della modernità. Per abbandonare il rancore e per fare spazio a una generazione che senza alcuna pretesa e guadagno vuole coltivare una propria passione.

Sappiamo di avere avuto alle spalle una particolare vicenda italiana. Non può sfuggirci che in tutto il nostro sistema politico ha prevalso una piegatura personalistica delle formazioni, che, anche per ragioni naturali, non potrà essere eterna. Se è così, pur con tutti i nostri problemi, abbiamo molti anni di vantaggio sugli altri. Le esperienze buone o cattive che abbiamo fatto ci mettono su questo tema in pole position.

Non possiamo infatti cedere alla frammentazione degli interessi particolari, alla prepotenza di pochi, al dilagare del populismo demagogico. In una stagione così complicata come quella che stiamo vivendo si vince solo se si ha l’intelligenza di capire che nessuno si salva da solo. Non ha senso inseguire un piccolo tornaconto minuto se poi non si è in grado nel complesso di rispondere alle grandi questioni e alle grandi sfide che questo tempo ci porta e che questo Paese ci pone. Non c’è rendita di posizione possibile da difendere se non si salvaguardia prima di tutto il patrimonio comune ed indivisibile che in questi anni abbiamo accumulato. Questo vorrei che i ‘i ricorrenti’ lo tenessero a mente.

Oggi abbiamo, tutti insieme, una grossa responsabilità, quella di costruire una nuova classe politica, non con il make up, ma con l’esperienza nell’amministrazione, nel partito, con la pratica quotidiana della politica, che è fatta di assemblee, volantinaggi, confronto con i cittadini, discussione, non di ricorsi giudiziari. Abbiamo il dovere di dare voce, forza e rappresentanza a questa generazione, con cui condividiamo difficoltà e spazi, abbiamo la necessità di rispondere alle richieste di un’altra generazione, quella dei nostri nonni, costretta a campare con 800 euro al mese.

Sabato celebreremo il primo Consiglio Nazionale dopo la sentenza che ha sospeso gli organismi eletti, meno di un anno fa. Ciò che mi auguro è che per la prima volta si dia spazio e voce a chi questo partito dovrà guidarlo negli anni futuri, perché il rischio è che, finita la bagarre personale di questi ultimi anni post elettorali, il Psi diventi terra di nessuno. Vorrei che a giovani e meno giovani compagni dessimo gli strumenti per praticare e battere la via del riformismo, per non essere sopraffatti dal populismo imperante, perché la politica non deve ascoltare le esigenze dei cittadini, ma governarle, che è qualcosa di molto più complesso e impegnativo.

In questi anni, e devo ringraziare il Segretario Nazionale per l’opportunità che mi ha dato, perché la riconoscenza dovrebbe pure essere una virtù in politica come nella vita, ho incontrato tanta gente. Tra queste persone ho conosciuto un compagno coraggioso, Dario, un nostro amministratore con il quale ho mantenuto per molto tempo un rapporto umano prima ancora che politico. Io e Dario da soli in quei mesi abbiamo provato a portare avanti la nostra battaglia. Abbiamo bussato alle porte di tutti i consiglieri regionali, presidenti di regione e alla fine ci siamo riusciti. In 9 regioni la proposta di legge sulle dichiarazioni anticipate di trattamento è stata accolta e messa all’ordine del giorno. Non sono però riuscita a dare ancora a Dario quello che mi chiedeva perché pur essendo la portavoce di questo partito, non ho la forza da sola di alzare muri e costruire ponti. Eppure dovremmo riconoscere innanzitutto il valore delle esigenze dei soggetti sociali, non delle formalità interne. Perché la politica non si fa solo nelle proprie stanze, e questo una grande organizzazione come la nostra dovrebbe comprenderlo immediatamente. Negli ultimi anni, dalle campagne referendarie ad alcune battaglie sindacali, dalle associazioni che si battono per il riconoscimento dei diritti a quelle che si occupano di cittadinanza, molte novità non sono venute dal Palazzo, ma dalla piazza e dalla società nel suo complesso.

Abbandoniamo allora quell’individualismo miope che ci spinge a perdere lo sguardo collettivo sulle cose, è l’unico modo per poter definirci un partito. Non sarà un tesserato in più o uno in meno a cambiarci la vita.

Buon lavoro a tutti noi.

Maria Cristina Rosaria Pisani

Maria Cristina Pisani
Una opportunità per partecipare da protagonisti al cambiamento

Qualche giorno fa sono tornata nel liceo classico del mio meraviglioso paese, tra i banchi di scuola, gli stessi in cui mi sono diplomata, terrorizzata come quando il lunedì mattina alla prima ora avevamo versione di greco, ma felicissima di ripercorrere quei corridoi che hanno formato la mia vita. Il compito questa volta era un po’ più complesso, spiegare ai ragazzi le ragioni della riforma costituzionale. Una scelta scolastica saggia perché come ripete Marco da qualche parte in cielo, occorre sempre ‘conoscere per deliberare’.

In questi anni come portavoce del Psi mi sono spesso chiesta la ragione per cui la politica, le istituzioni sono e continuano a essere luoghi a noi lontani tanto da apparirci irraggiungibili. Io non ho mai nascosto la difficoltà che ho incontrato dentro e fuori il partito, tanto che ho pensato che probabilmente, come sempre è avvenuto nella mia vita, avrei dovuto compiere un percorso, una sorta di excursus honorum. E anche in questo anno di presidenza del Forum Nazionale dei Giovani ho dovuto indossare scarponi e scalare montagne altissime nonostante le ragioni per cui continuassi a battere i piedi non fossero le mie, ma quelle di una intera generazione.

I sondaggi ci dicono che i giovani sono tra i più convinti sostenitori del No forse perché hanno bisogno di  contestare un Paese che tende a invecchiarsi senza coltivarsi. Sia ben chiaro, avrebbero ragione a protestare contro tutto e tutti perché l’Italia è un paese a noi ostile,bloccato da logiche corporative, convenienze e blocchi di potere sempre identici e impenetrabili.

Ma non è questo il nostro strumento per rompere gli schemi, aprire spazi di opportunità, partecipare da protagonisti al cambiamento dell’Italia. Abbiamo un’occasione importante. Ci sono misure – nella riforma costituzionale – di cui godremo proprio noi: il superamento del bicameralismo perfetto obbligherà quei politici che poco ci piacciono ad adeguarsi a un nuovo assetto istituzionale più solido e stabile che aiuterà ad avere governi che durano finalmente il tempo di una legislatura; una politica con meno conflitti tra Stato e Regioni semplificherà il quadro burocratico per chi fa impresa e per chi lavora; una democrazia che arricchisce gli strumenti di democrazia diretta, come i referendum propositivi e le proposte di legge di iniziativa popolare, aprirà spazi di azione e di impegno civico per chiunque, anche per noi.

Per questo ragazzi, studiate, approfondite e se la riforma non dovesse convincervi votate pure No, ma non lasciatevi affascinare dalle storture di un Paese che in questi anni si è fermato avvolto da un inutile spirito di conservatorismo che ha travolto soprattutto noi. Per cambiare occorre coraggio, quel coraggio che ci appartiene e che votando Si sapremo ancora una volta dimostrare.

La nuova Costituzione sarà la Costituzione di tutti per la democrazia del XXI secolo italiano, i cui protagonisti politici e civici saremo soprattutto noi.

Maria Cristina Pisani

Maria Pisani
Referendum,
l’obiettivo è cambiare

Parto con una premessa. Ho delle remore a intervenire nel dibattito che si é creato in merito alla Riforma costituzionale e all’appuntamento referendario del 4 dicembre prossimo perché non vorrei aggiungere altro a quello che gli italiani stanno assistendo da settimane. Mi spiego meglio: trovo che sia già stato detto tutto e il suo contrario. Troppo. E il mio timore é che in questo enorme caleidoscopio di posizioni e opinioni e analisi (troppo spesso ripiegate all’interno di logiche ed esercizi intellettuali meramente speculari quanto strumentali al fine della prevalenza di compagine) si stia perdendo di vista l’obiettivo.

Obiettivo importante quanto delicato: modificare o meno la Costituzione della Repubblica italiana. Questo é quello a cui sono chiamati gli elettori. Non altro. In realtà, e torno al principio delle mie remore, questo è quello che dovrebbe essere. Ma non è così. Lo scontro tra favorevoli e contrari sta scivolando su un crinale in cui troppo spesso le ragioni degli uni puntano sulle debolezze degli altri e viceversa. In tutto questo mi pare che il tema del merito delle questioni strettamente legate alle riforme complessive previste nella “Carta” rimanga pericolosamente solo sullo sfondo. E non giova un campo di alleanze (ma forse il termine giusto sarebbe convenienze), soprattutto sul fronte del “No”, troppo eterogeneo. Come non è certo utile una balcanizzazione delle posizioni che inevitabilmente in molti casi “trasfigura” l’interpretazione del disegno dei legislatori che fa diventare ostica anche la semplice espressione di un giudizio sereno. E se il problema della corretta interpretazione può essere barattato dalla classe dirigente per il mero raggiungimento dell’obiettivo lo stesso non può valere per la comunità totale degli italiani. Il già compromesso rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni rischia di spezzarsi ulteriormente su un tema così capitale.

Forse saremmo ancora in tempo per rimettere la discussione, almeno per quanto riguarda le forze politiche tradizionali e non generalistiche–populiste, su un campo più rigoroso come il tema pretenderebbe. Temo però che si sia già andati troppo oltre. Tuttavia (e spero non sia solo un mio impeto ottimistico) non credo, che in generale si tratti di una totale strumentalizzazione della vicenda pro e contro Renzi. Più in generale credo che sia l’inevitabile deriva culturale legata al tramonto delle ideologie a favore di un leaderismo sempre più marcato che dilania lo scenario democratico a favore delle tifoserie contrapposte.

In questo caso da un lato però sarebbe necessario che il calore della passione politica venga assolutamente temperato in favore di una più fredda visione istituzionale e dall’altro sarebbe utile confrontarsi sul tema della necessità o meno di rimodellare l’offerta democratica del nostro Paese. Al tempo stesso, in vista del 4 dicembre, sarebbe bene partire da un punto di domanda: è utile o no questa modifica costituzionale? In tal senso mi pare che la risposta non possa che essere affermativa. Non per spirito di fedeltà di squadra, ma perché in Italia oggi più che mai al massimalismo e allo spontaneismo bisogna riproporre la via del riformismo.

Un riformismo che, per carenza di cultura politica liberale e democratica, resta – come lucidamente analizzava Bobbio – il grande assente della vita pubblica italiana. Un riformismo che va perseguito con estrema serietà in un Paese troppo spesso riluttante a prendere sul serio l’idea che il progresso sociale sia frutto dei diritti e delle regole.

E non si può essere riformisti a convenienza. Vale ricordare che dopo la caduta della Prima Repubblica, dal 1994, praticamente quasi tutte le forze politiche da destra a sinistra per non dimenticare il centro moderato, si sono dichiarate riformiste. Poche le eccezioni. A scapito però delle riforme stesse. Mentre tutti diventavano “riformisti” quello che iniziava a latitare era il coraggio di cambiare; di provare a riformare un sistema ormai fermo a oltre 60 anni fa. Di più ancora se si considera che quello che provava a fare Turati nel 1920 con “Rifare l’Italia”, manifesto poi rilanciato dal Psi tra il 1979 e 1982 è ancora rimasto incompiuto. Come denunciava Turati allora, ancora oggi esiste un distacco profondo tra la società e lo Stato con l’incapacità dei partiti e della politica di aderire alle esigenze della realtà.

Per questo, e non soltanto, credo sia il caso di stare con chi sposa le riforme e non con chi tende a congelare lo Status quo per rinviare quello che si doveva e poteva fare già 30 anni fa a data da destinarsi. E cioè a mai.

Maria Cristina Pisani
Portavoce PSI

Maria Cristina Pisani
Originalità, nella volgarità

Non so se davvero Massimo D’Alema abbia pronunciato quelle precise parole sul sostegno o meno al centrosinistra romano. E non ho nessuna autorità per entrare nel ricorrente dibattito giornalistico. E francamente neppure mi interessa o meglio non mi stupisce. Il problema di D’Alema è sempre stato solo e soltanto D’Alema. D’altronde la brevità dei suoi Governi ne è il segno.

Quello che mi interessa è invece la disinvoltura con la quale ha abbandonato a colpi di agenzia anche le sue presunte truppe. E si, perché Bobo Craxi e la sua ‘Area Socialista’, di cui, parafrasando D’Alema, ‘ignoro perfino l’esistenza’ non rientrerebbero neppure nel suo entourage.

E da portavoce del Psi, cioè di quel partito di cui, a oggi, Bobo dichiara di non farne più parte, ma considerati i suoi via vai sono certa che presto lo ritroverò seduto alla mia destra alla prossima segreteria, ho semplicemente riportato l’agenzia con la quale D’Alema liquidava in tre parole un presunto accordo con questa ‘inesistente’ Area Socialista per un comitato del No al prossimo referendum costituzionale.

La risposta? Una raccattacicche! Confesso di aver pure ricercato sul Graziani qualche accezione positiva, perché cascare in cotanta volgarità non sarebbe dignitoso per nessuno, meno che meno per lui, considerato il glorioso cognome che porta. Anche se in questi tre lunghi anni di segreteria, mi ha attribuito diversi ruoli che offendono soltanto la sua intelligenza più che il mio onore.

E non è solo una questione di forma perché parole di questo genere diventano sostanza in un Paese come il nostro, perché dietro a tutto questo c’è quasi sempre la solita, vecchia idea: quella che la politica, specie nei ruoli decisionali, non sia per le donne e che le donne siano semplicemente sciocche serve degli uomini. Non è un caso se a ogni mia dichiarazione Bobo abbia sempre aperto un dibattito non tanto sul contenuto delle mie affermazioni, ma sulla loro genesi. Perché ovviamente ‘il Segretario usa una giovane portavoce per esprimere le proprie considerazioni’, perché se sei giovane e anche donna sei  necessariamente incapace di intendere e di volere.

Perché se sei donna ed emancipata diventi subito di «facili costumi», se bella «è per questo che fa carriera», se brillante non può che essere «abilmente manovrata».

Non è un caso che “vacca”, “sciampista”, “gallina”, “puttane”, “esaltate” siano divenuti  commenti trasversali nel tempo e tra i banchi della politica e a  questa lista da oggi va aggiunto anche ‘raccattacicche’, un temine anche piuttosto inusuale.

 Per questo, caro Bobo, almeno io un merito te lo riconosco, l’originalità nella tua becera volgarità.

Maria Cristina Pisani

Il testardo sempre in piedi

Di Marco si è detto tanto in queste ore. D’altronde il suo nome è sinonimo di eccessi, eccessi nei modi, nelle forme, e io non saprei descriverlo neppure in cento parole.
Non mi stupisce leggere oggi il ricordo di Monsignor Vincenzo Paglia accanto a quello di Aldo Tortorella, né ritrovare l’intervista di Marco Bellocchio dopo il pezzo di Vasco Rossi.

Perché Marco è il giovane imprigionato a Sofia per aver protestato contro l’invasione sovietica della Cecoslovacchia, è l’uomo arrestato per aver semplicemente fumato uno spinello in piazza, è il politico che convince l’ex pornostar Ilona Staller e il cantautore Domenico Modugno a diventare deputati tra le perbeniste e ingessatissime aule parlamentari, è il compagno che si rifiutò di adeguarsi all’ondata giustizialista che accompagnava l’inchiesta Manipulite, è l’amico che, nel bel mezzo della festa dell’Avanti!, abbandona il palco per scendere a fumare.

Perché Marco è stato sintesi e complessità. E mancherà a tutti, come ha ricordato Emma Bonino, ma non ai suoi avversari perché Marco non ha conosciuto avversari, solo uomini indifferenti.

Eppure la sua irruenza ha demolito pure i muri di quella indifferenza che Dc e Pci coltivavano nel loro mega concettismo ideologico, insensibile alle questioni dell’individuo moderno, dell’individualismo, delle libertà individuali, in un Paese che si è sempre definito culla del diritto ma che che invece dello Stato di diritto ha ignorato ogni sfumatura.

Scorro le pagine della mia bacheca e leggo aneddoti, battute, percorsi di vita trascorsi insieme a tanti e mi è tornata alla mente una delle ultime nostre chiacchierate. Mi ricordò il suo viaggio in Basilicata, quando si incazzò con i ragazzi della federazione giovanile perché arrivarono con due ore di ritardo al carcere di Melfi, erano ‘ragazzetti’ mi disse. Erano passati forse più di dieci anni ma ricordava tutto. E quando, seduti su due sedie di plastica, gli raccontai di come quei mesi di discussione e proposta sull’eutanasia mi avessero cambiata, mi rispose che la politica è questo, è vita.

Nelle ultime settimane, avevo sentito Matteo, ma Marco era già stanco. Ieri non sapevo cosa scrivere. Questi sono i momenti più difficili per chi fa politica.

Io oggi non andrò alla camera ardente allestita alla Camera, preferisco salutarlo domani in piazza Navona per il suo funerale laico insieme a chi gli ha voluto bene, perché in fondo quella è stata sempre la sua ambizione, fare politica tra la gente, non seduto tra gli scranni del potere.

Anche perché seduto neppure ci sapeva stare.

Grazie Marco.

‘Radicali, socialisti, liberali, federalisti-europei, anticlericali, antiproibizionisti, antimilitaristi, non violenti’ sempre!

Maria Cristina Pisani
Portavoce Psi

Maria Cristina Pisani
Avviare una discussione
più ampia e articolata

In questi mesi insieme a un numeroso gruppo di giovani dirigenti socialisti abbiamo provato a scrivere a più mani un piccolo documento integrativo aperto alla Mozione Congressuale per avviare una discussione più ampia e articolata.  Nelle ultime settimana lo abbiamo arricchito con i tanti interventi di compagne e compagni di ogni età e provenienza.

Ultimata la versione definitiva solamente qualche giorno fa, è incominciato il giro delle presentazioni di “Socialismo Domani” nelle prime assemblee congressuali provinciali svoltesi in questo fine settimana.

Buoni i primi riscontri nelle assise in cui è stato presentato, raccogliendo il consenso convinto dei compagni presenti che hanno apprezzato sia la visione politica prospettata nel documento, vale a dire quella di un partito a vocazione razionale, in grado di parlare con professionalità e qualità all’Italia attenta e consapevole, conscia che semplificazioni e genericità possono anche pagare in termini di consensi nel breve periodo, ma non pagano nel rilancio complessivo del Paese, in quanto affrontano solo parzialmente e superficialmente le carenze strutturali della nostra penisola.

Condivisa, poi, l’impostazione di una nuova organizzazione del Partito, più aperta verso la numerosa galassia di associazioni e club genericamente socialisti, da coinvolgere attivamente nel processo di selezione dei gruppi dirigenti nazionali e nelle scelte determinanti in politica, anche attraverso una più diffusa e strutturata piattaforma tecnologica a ciò dedicata.

Molto apprezzate anche le altre proposte riguardanti economia, giustizia, diritti sociali, in particolare sui contributi silenti e la regolamentazione delle lobby, argomenti di notevole attualità in questi giorni.

Nelle prossime ore, proseguirà la presentazione di “Socialismo Domani” anche nelle ulteriori assemblee congressuali in fase di svolgimento.

Il documento è semplicemente il risultato di un lungo percorso cominciato qualche mese fa, con tanti compagni e tante compagne per dare un contributo al nostro meraviglioso partito e riproporlo in un’occasione di incontro importante, quale quella del nostro prossimo Congresso Nazionale.

 Maria Cristina Pisani