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Marilena Selva

Casa delle donne. Koch, Raggi è donna non femminista

la casa delle donne“Dalla sindaca di Roma non abbiamo mai avuto nessun cenno di risposta. Non basta essere donne ma bisogna essere femministe e la sindaca non ha dimostrato di esserlo”, avverte la presidente della Casa Internazionale delle Donne Francesca Koch durante la conferenza stampa convocata oggi in Senato alle 11 in Sala Caduti di Nassirya. Mancano poche ore dell’incontro in Campidoglio con gli assessori interessati per trovare una soluzione alla vertenza tra Amministrazione comunale e Casa delle Donne sotto sfratto. La sede romana del progetto, nato a Roma 30 anni fa, è sotto sfratto per una morosità di circa 800mila euro. Francesca Koch ha aggiunto: “Avevamo capito fosse estranea alla storia del femminismo anche se da consigliera aveva detto che avrebbe votato il nostro documento e sostenuto che avremmo dovuto contestare il debito. Ora ci aspetteremmo coerenza politica”.
Al Campidoglio nonostante i ripetuti inviti delle opposizioni a rinviare la discussione a martedì, dopo l’incontro in Giunta, e tra le grida “onestà, onestà” da parte delle attiviste presenti tra il pubblico, il presidente dell’Assemblea capitolina, Marcello De Vito, ha messo ai voti la mozione M5S a firma Gemma Guerrini sulla Casa internazionale delle donne, che è stata approvata dalla maggioranza pentastellata con 27 favorevoli e 2 contrari. Al momento del voto la protesta è esplosa nuovamente: le militanti hanno continuato a gridare impedendo di fatto la prosecuzione dei lavori. “La seduta è sospesa a causa dei disordini“, ha quindi deciso De Vito.
Il Vicesindaco, Luca Bergamo, prova a mettere le mani avanti alla questione e afferma: “Nessuno vuole chiudere la Casa internazionale delle donne, nella mozione non c’è scritto questo. Penso che ci sia un fatto indiscutibile, ovvero che l’attuale modello di gestione abbia delle difficoltà economiche forti. È una realtà di fatto. Dunque, c’è la necessità di mettersi tutti quanti a sedere per trovare un modello di gestione, che deve essere rafforzata e non diminuita, e aperta, che sia sostenibile per tutti quanti e che non porti anche chi ha gestito quel luogo a essere inadempiente rispetto a obbligazioni che erano state assunte nei confronti dell’amministrazione capitolina non per cattiva volontà, ma semplicemente perché il meccanismo economico non tiene”. Il vicesindaco di Roma con delega alla Crescita culturale a margine dell’annuncio della riapertura del Cinema Aquila, aggiunge: “Siccome questa cosa si protrae da molto tempo penso che sia giusto discutere su come quella funzione e chi la esercita non sia costantemente sottoposta a un adempimento che non è in grado di adempiere. Questo significa apertura da parte di tutti quanti al confronto e alla discussione”.
Oggi pomeriggio, alle 18, si terrà un incontro in Campidoglio tra le attiviste e gli assessori per discutere della situazione della Casa, che dovrebbe colmare un debito di 800mila euro in canone d’affitto ma che chiede che venga riconosciuto quanto speso finora in manutenzione e in servizi erogati, circa 535mila euro.
Negli ultimi dieci anni era stato trovato un accordo per una sorta di rateizzazione degli affitti arretrati, fino a quando l’anno scorso è arrivata l’ingiunzione di pagamento e la minaccia di uno sfratto. Anche se già quindici anni fa, dopo l’occupazione dello stabile negli anni ’80, con la Giunta Rutelli era stata ufficializzata la loro permanenza e il sindaco aveva firmato un contratto con la Casa internazionale delle Donne che diventa un consorzio di associazioni.
Il Partito Democratico di Roma e Provincia parteciperà al sit-in di oggi, per sostenere la battaglia in opposizione alla volontà del Campidoglio di chiudere l’esperienza trentennale della Casa Internazionale delle Donne in via della Lungara. Lo dichiarano, in una nota, Carla Fermariello e Serena Gara, rispettivamente responsabile politiche sociali del Partito Democratico di Roma e vicesegretaria del Partito Democratico della Provincia di Roma. “Alla prima Sindaca di Roma – dicono le esponenti dem – chiediamo una soluzione seria, che consenta alla casa di continuare ad operare per il bene delle città. Saremo sempre al fianco di chi si batte per i diritti, perché non c’è spazio a Roma per chi dichiara guerra alle donne”.

Gig Economy. Fattorino di Just Eat perde la gamba

tram milanoL’Italia di questi anni non si contraddistingue solo per i numerosissimi casi di morti sul lavoro, ma anche per gli incidenti di persone senza diritti che fanno i cosiddetti “lavoretti”. È la gig economy, l’economia dei lavoretti che si regge su prestazioni occasionali, pagate a cottimo e senza vincoli contrattuali.
Un ragazzo di 28 anni, un fattorino del servizio di spedizione pasti Just Eat, è stato travolto da un tram mentre era alla guida di uno scooter: i medici sono stati costretti ad amputargli una gamba dal ginocchio in giù.
Il giovane è scivolato con il suo scooter sotto un tram mentre stava cercando di superarne un altro. L’incidente è avvenuto ieri intorno alle 14.30 in via Montegani a Milano all’angolo con piazza Abbiategrasso.
Sull’incidente di Milano ha fatto sentire la propria voce la Cgil. “Purtroppo sapevamo che era questione di tempo e purtroppo è successo. Un grave infortunio per un rider che consegna cibo nelle nostre case. Bisogna puntare il dito contro questo modello fatto di ritmi alti di lavoro per le consegne che permette di guadagnare di più. Bisogna cambiare il modello e le aziende devono capirlo. Si apra un tavolo con le categorie di settore e si affronti tutto: rapporto di lavoro, compenso, ritmi di lavoro, sicurezza”, ha affermato Massimo Bonini, segretario generale Cgil di Milano.
Nessuno, a parte la Cgil, sembra dalla parte di questi lavoratori ‘saltuari’, dopo le proteste del 2016 il Tribunale del lavoro di Torino ha respinto con la motivazione che ‘non sono dipendenti’ il ricorso di sei fattorini che hanno intentato una causa civile contro Foodora contestando l’interruzione improvvisa del rapporto di lavoro.

Tim, impennata dell’utile a +25% e dipendenti in CIG

timScatta la Cassa integrazione per i dipendenti di Telecom Italia Mobile. Gli esuberi individuati potrebbero essere circa 4.500 che l’azienda intenderebbe comunque gestire, almeno in parte, con “strumenti non traumatici” (per esempio uscite incentivate ed ex art.4 della legge Fornero), mentre il totale registrato è di circa 29mila dei dipendenti Tim coinvolti dalla cigs. Con un confronto iniziato a gennaio scorso il gruppo aveva proposto ai sindacati un piano di uscite volontarie pari 6.500 unità nel triennio 2018-2020. Di pari passo Tim aveva proposto di ricorrere a un programma di solidarietà espansiva, strumento al suo debutto e che avrebbe comportato assunzioni per circa 2.000 unità. Tim aveva accantonato in bilancio circa 700 milioni per incentivare gli esodi. Ma la trattativa non aveva avuto seguito poiché dopo oltre un mese il piano non aveva ricevuto il via libera dei sindacati per i quali il principale scoglio era quello della solidarietà espansiva con cui contribuire al finanziamento delle nuove assunzioni e, a marzo, la concomitanza con il voto alle politiche che avrebbe reso difficile un ruolo di ‘garanzia’ da parte del governo.
La Compagnia spiega in una nota: “Malgrado le numerose occasioni di approfondimento congiunto e le disponibilità manifestate dall’azienda ad un costruttivo e risolutivo confronto, non è stato possibile raggiungere una soluzione condivisa e adeguata alle sfide di trasformazione dell’azienda; sfide imprescindibili per rispondere efficacemente ai cambiamenti tecnologici e produttivi imposti dal mercato La necessità di salvaguardare gli obiettivi industriali, unitamente alle esigenze di sostenibilità economica ed organizzativa dei livelli occupazionali, rendono quindi inevitabile da parte di Tim la presentazione al Ministero del Lavoro e alle rappresentanze Sindacali di un progetto di Cassa Integrazione Straordinaria per Riorganizzazione aziendale. Tale progetto verrà analizzato e discusso con le Organizzazioni Sindacali nell’auspicabile prospettiva di pervenire ad un accordo in tempi rapidi”.
Tuttavia sotto i riflettori in queste ore la notizia dei succosi ricavi per la Compagnia di Telecomunicazioni che ha registrato una crescita il primo trimestre 2018 di 4,7 miliardi di euro, pari a una crescita del 2,7%, Ebitda a 2 miliardi in aumento dell’1,8% e utile a 250 milioni, con un’impennata del 25%. Il segmento mobile domestico ha continuato il trend positivo con una crescita del 4,7% dei ricavi totali a 1,27 miliardi di euro, oltre le attese del consenso (-0,3%/+1%) supportata in particolare dall’aumento della penetrazione BB e UBB (rispettivamente +158mila clienti e +354mila clienti), per una base clienti attiva totale di 27,4 milioni di clienti (+1,4%). In forte incremento anche i ricavi da servizi: +3,7% a 1,12 miliardi (consenso a 1,09 miliardi).

Operaio morto a La Spezia. Psi aderisce allo sciopero

antoniniEnnesima tragedia sul lavoro, Zekic Dragan, operaio croato di 56 anni è morto ieri pomeriggio schiacciato da una lastra metallica, sganciatasi da una gru, nel piazzale del cantiere della Gruppo Antonini. Zekic era residente in provincia di Treviso e dipendente di una ditta trevigiana cui il cantiere spezzino aveva affidato l’area per i lavori sui pontili. Stava lavorando all’ampliamento di una banchina portuale all’interno dei cantieri Antonini, al Muggiano della Spezia, quando è avvenuto l’incidente.
Sergio Cofferati, ex leader della Cgil ed europarlamentare di Sinistra Italiana, afferma: “Si tratta dell’ultimo tragico episodio di una lunga serie di incidenti che nelle ultime settimane e negli ultimi mesi hanno provocato una vera e propria strage di lavoratori”.
Dopo la notizia i sindacati Cgil, Cisl e Uil, che hanno condannato l’ennesimo tragico infortunio sul lavoro, hanno proclamato uno sciopero generale di tutte le categorie di otto ore domani, mercoledì, tranne il pubblico impiego perché non ci sono i tempi di legge per indirlo. Ci sarà un presidio dalle 10 alle 12 sotto la Prefettura.
Allo sciopero parteciperà anche il Psi spezzino, lo ha annunciato anche Maurizio Viaggi, segretario regionale Psi: “Una nuova tragedia sul lavoro. Alle autorità il compito di accertarne le responsabilità, alla politica e al sindacato quello di pretendere che queste tragedie siano evitate. Nell’esprimere solidarietà ai lavoratori e cordoglio alla famiglia, i socialisti spezzini aderiscono alla giornata di sciopero proclamata per mercoledì”.

Incidente acciaierie, operai ustionati ancora gravi

acciaieria-845x522Sono stabili, anche se ancora molto gravi, le condizioni degli operai rimasti coinvolti ieri nell’incidente alle Acciaierie Venete di Padova. Ieri mattina allo stabilimento di Riviera Francia a Padova che è tutt’ora sotto sequestro, un contenitore di acciaio fuso contenente 90 tonnellate di materiale incandescente sarebbe crollato per la rottura di un perno, gli schizzi di magma avrebbero quindi investito quattro operai. Si tratta di Marian Bratu, nato in Romania e residente a Cadoneghe, che è stato portato in elicottero al centro grandi ustionati di Cesena, Simone Vivian, nato a Dolo ma residente a Vigonovo, David Di Natale e Federic Gerard, ricoverati all’ospedale di Padova. L’incidente si sarebbe verificato durante la fase di spostamento del contenitore di acciaio fuso, intorno alle 7:50.
I primi due operai colpiti dal getto incandescente hanno riportato ustioni al 100% del corpo, e sono in condizioni gravissime. I due pazienti si trovano nei centri di Padova e Cesena. Un terzo lavoratore presenta ustioni al 70% del corpo, ed è ricoverato a Verona. Mentre Simone Vivian, meno grave, dopo il ricovero all’ospedale Sant’Antonio di Padova, è stato dimesso nella tarda serata di ieri, con una prognosi di 15 giorni.
“La notizia del grave incidente avvenuto alle Acciaierie Venete di Padova – scrive il Presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati – mi addolora profondamente. Non è concepibile che il posto di lavoro diventi un luogo in cui si rischia la vita. La fatalità è per sua natura qualcosa di eccezionale, ma gli incidenti e le morti bianche sono ormai in costante aumento nel nostro Paese e si deve parlare di vera e propria emergenza. Mi auguro che questo dramma sociale sia tra i primi punti all’ordine del giorno dell’agenda del nuovo Parlamento e di tutte le istituzioni, per individuare correttivi e soluzioni legislative finalmente efficaci. La sicurezza e la vita dei lavoratori devono essere una priorità”.
Nicola Fratoianni, segretario nazionale di Sinistra Italiana, parla di “una guerra civile in corso in Italia, con vittime quei lavoratori, quei precari, che ogni giorno perdono la vita o vengono gravemente menomati sul posto di lavoro”.
“È il terzo grave incidente in una acciaieria nel Veneto dall’inizio dell’anno poiché questo incidente si aggiunge ad altri due infortuni mortali che hanno coinvolto un operaio della Acciaierie Beltrame lo scorso 22 febbraio e il 31 gennaio, ad un operaio manutentore di una ditta in appalto che lavorava presso l’Aso di Vallese Oppeano di Verona”, afferma Massimiliano Nobis segretario Fim Veneto che spiega come dai dati “emerge con chiarezza che gli infortuni e gli incidenti aumentano in due settori del comparto metalmeccanico: lavoratori delle acciaierie e lavoratori di aziende in appalto. Qui sta la vera emergenza, occorre intervenire per far rispettare le regole e le leggi e per garantire il rispetto dell’incolumità fisica”.
Le segreterie dei metalmeccanici di Cgil, Cisl e Uil del Veneto hanno proclamato lo sciopero regionale di tutto il settore e al più presto i sindacati di categoria renderanno note data e modalità. Gli stabilimenti bresciani di Acciaierie Venete, che si trovano a Sarezzo, Casto e Odolo sciopereranno nella giornata di domani, così come annunciato dalla Fiom di Brescia.
Mentre il segretario generale della Cgil Susanna Camusso sarà domani mattina a Padova per incontrare i delegati sindacali di Acciaierie Venete. L’incontro è fissato nella sede della Cgil di Padova di Via Longhin.

Basaglia, 40 anni dalla fine dei ‘manicomi per i poveri’

franco-basaglia2018.Thumb_HighlightCenter178339L’Italia nel pieno degli anni di piombo riuscì a portare a termine ‘una rivoluzione’ culturale e sociale, oltreché scientifica, 40 anni fa veniva approvata la ‘Legge Basaglia’ anche se già intorno agli anni 60 il ministro socialista Luigi Mariotti inizia una campagna di denuncia degli ospedali psichiatrici divenuti, a suo dire, vere e proprie “bolge dantesche”.
Prima della famosa legge era vigente la legge 36 del 1904, per la quale venivano internate nei manicomi le persone “affette per qualunque causa da alienazione mentale”. Dopo un periodo di osservazione, i pazienti potevano essere ricoverati definitivamente, perdevano i diritti civili ed erano iscritti nel casellario penale. I manicomi svolgevano, di fatto, un ruolo di controllo sociale dei soggetti deviati, dai malati di mente ai piccoli delinquenti, fino alle prostitute, ai sovversivi o agli omosessuali. In realtà non si trattava di strutture solo per persone con disturbi psichici, ma di fatto venivano internate tutte quelle persone che non risultavano inadatti alla società, dagli orfani a donne che rifiutavano il ruolo di ‘angelo del focolare’, incluse quelle che venivano ripudiate dai loro compagni che volevano convogliare a nuove nozze. Ma soprattutto il manicomio era il luogo dove finivano rinchiusi i poveri e gli emarginati sociali.
Franco Basaglia, socialista e psichiatra, lo aveva capito, grazie ai suoi studi e alle influenze del pensiero umanistico filosofico di studiosi come Sartre, Maurice Merleau-Ponty, Husserl e Heidegger, oltreché luminari della psichiatria come Ludwig Binswanger, Eugéne Minkowski elabora un nuovo modo di curare e osservare il malato mentale.
Per le sue idee innovative e rivoluzionarie non viene bene accolto in ambito accademico, cosicché nel 1961 decide di rinunciare alla carriera universitaria e di trasferirsi a Gorizia per dirigere l’ospedale psichiatrico della città. S’impegnò a lungo nel compito di riformare l’organizzazione dell’assistenza psichiatrica ospedaliera e territoriale, proponendo un superamento della logica manicomiale. Per lo psichiatra il malato non era da considerarsi un individuo pericoloso, ma un essere del quale devono essere sottolineate, anziché represse, le qualità umane. Il malato, quindi, per guarire, ha bisogno di mettersi in relazione con il mondo esterno dedicandosi al lavoro e ai rapporti umani.
La legge in sé è durata solo pochi mesi, ossia fino all’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale (23 dicembre 1978). Il 23 dicembre 1978 fu approvata la legge 23 dicembre 1978, n. 833, che istituiva il Servizio Sanitario Nazionale e conteneva al suo interno (con alcune modifiche) quasi gli stessi articoli della legge 13 maggio 1978, n.180.
Nell’Italia di allora fu una vera e propria rivoluzione.

Operaio 19enne muore davanti al padre e al fratello

matteo smoilisDi lavoro si muore ancora. Stavolta è successo in un cantiere navale di Fincantieri, a Monfalcone (Gorizia). Un operaio di 19 anni, Matteo Smoilis, è rimasto schiacciato durante alcune operazioni di manovra. Un blocco di cemento di oltre 700 chili movimentato tramite una gru lo avrebbe travolto, provocandogli gravissime ferite, alla scena hanno assistito il padre e il fratello maggiore, che hanno cercato subito di intervenire. Il ragazzo era impiegato in una ditta di proprietà della famiglia che lavora in appalto nei cantieri del gruppo pubblico. Rianimato sul posto, dopo lunghe manovre da parte degli operatori sanitari, è stato successivamente trasportato in elicottero all’ospedale di Cattinara di Trieste, in gravissime condizioni ed è morto dopo poche ore dal ricovero.
L’incidente di oggi segue a un analogo infortunio mortale avvenuto ieri a Fagagna.
“Qualche giorno fa abbiamo mandato un messaggio ai responsabili della medicina del lavoro sulla situazione gravissima delle lavorazioni e sull’illegalità di appalto e subappalto. Ci hanno risposto che è tutto a posto, anche se sappiamo che non è così”, ha dichiarato Livio Menon, della Fiom Cgil di Gorizia. “Non possiamo ogni anno e mezzo scrivere di un morto in Fincantieri. È il quinto in dieci anni. È inaccettabile che si muoia ancora sul lavoro. Bisogna cominciare a fare una vertenza per garantire la legalità. Questo succede perché non c’è garanzia: ci sono oltre 400 ditte che operano all’interno del cantiere”, conclude Menon.
I sindacati metalmeccanici di Cgil, Cisl e Uil e le segreterie territoriali hanno proclamato uno sciopero immediato all’interno del cantiere di Monfalcone, mentre per domani è prevista un’assemblea all’ingresso dei cantieri per aprire una vertenza con il gruppo sulla gestione della sicurezza.
“Nella giornata di domani io e il presidente del Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga incontreremo l’amministratore delegato di Fincantieri Giuseppe Bono”, ha dichiarato il sindaco di Monfalcone Annamaria Cisint. Un vertice in cui si discuterà della morte del giovane operaio e dell’organizzazione del lavoro all’interno del colosso della cantieristica navale.

Spagna, stupro di gruppo è solo ‘abuso’

Hundreds of people, many of them wearing red gloves (symbol against sexual assault), gather at the entrance of the palace of justice after the sentencing hearing of the trial of five men accused of gang raping an 18-year-old during San Fermin fiestas, in Pamplona, northern Spain, 26 April 2018. The verdict sentenced each one of the five accused to nine years in jail for sexually abusing a young woman during Sanfermines 2016.  ANSA/VILLAR LOPEZ

ANSA/VILLAR LOPEZ

Una vicenda che ha scioccato tutta la Spagna che infatti è scesa in piazza a protestare. Il tribunale di Navarra ha condannato oggi a 9 anni di carcere per abusi sessuali cinque giovani sivigliani, tra i quali anche un militare e poliziotto, accusati di avere stuprato durante la celebre festa di San Fermin di Pamplona nel 2016 una diciottenne madrilena. Il branco dei cinque è stato condannato per “abuso sessuale” e assolto dall’accusa di “aggressione sessuale” (la procura chiedeva 20 anni), per l’assenza di violenza patente, ovvero non è stata riscontrata “violenza o intimidazione”.
La ragazza riferì alle autorità di essere rimasta “paralizzata” dalla paura al momento in cui i giovani, che si erano offerti di accompagnarla a casa quella sera, la spinsero nel portone di casa e abusarono di lei. La versione del branco è invece che la ragazza rimase immobile, non fece resistenza per cui “era consenziente”.
Uno dei tre giudici della Navarra si è addirittura pronunciato per l’assoluzione completa dei cinque accusati. Per giudici del tribunale di Navarra, però, quell’episodio non era un’aggressione sessuale, reato che in Spagna comprende appunto i casi di stupro. Ora i cinque ragazzi potrebbero già uscire dal carcere tra sei mesi, avendo scontato la quarta parte della pena: sono infatti in carcerazione preventiva dal 2016.
La sentenza, a sei mesi dalla conclusione del processo, era attesissima, trasmessa in diretta tv, ha provocato lo sdegno in tutta la Spagna che infatti è scesa in piazza a protestare. Alle richieste dell’opinione pubblica non è rimasto sordo il Governo di Rajoy, il ministro della Giustizia, Rafael Catalá, ritiene che la legislazione possa sempre essere modificata sul caso, ma per il momento chiede il rispetto della decisione dei giudici. Ma il ministro ha lasciato la porta aperta all’eventuale riforma del codice penale e ad iniziare una riflessione sulla riforma del codice penale in materia di stupro. Catalá ha espresso vicinanza e impegno del governo per le vittime e le donne oggetto di violenza, affermando che “una vittima non è mai responsabile per il crimine”.

Salvini e Di Maio, tra forni ‘a tempo’ e terzo incomodo

COMBO SALVINI DI MARIO

“Io aspetto ancora qualche giorno, dopodiché uno dei due forni si chiude”, così Luigi Di Maio afferma riferendosi a una probabile alleanza con la Lega di Salvini. Ospite di Lilli Gruber, il Capo politico del M5S riguardo alla coalizione di Centrodestra e a il veto pentastellato su Berlusconi afferma: “La smettano di ostentare un’unione che non c’è”.
Inoltre sulle dichiarazioni di Salvini che in caso di vittoria della Lega alle regionali in Molise e Friuli Venezia Giulia, farebbe il governo in 15 giorni, Di Maio dice: “Per aspettare i comodi di Salvini vuol dire che prima del 15 maggio non avremo un governo”?
La risposta arriva su Instagram dall leader della Lega Matteo Salvini che postando una foto che lo ritrae in mezzo al verde e riferendosi a quanto detto ieri dal candidato premier del Movimento Cinque Stelle Luigi Di Maio, dice: “C’è chi chiude il forno, c’è chi cura l’orto”.
Il confronto tra i due leader avviene sempre a distanza. Matteo Salvini, nel corso di un intervista a Telemolise, in riferimento alla possibilità di una figura terza rispetto a Salvini e Di Maio come possibile candidato all’incarico di premier, afferma: “Se ci fosse qualcuno in gamba che sottoscrive un programma che condivido perché no. Io a differenza di Di Maio non sono qua a dire o governo io o non si fa niente”. Entro domani ci sarà infatti la decisione del Colle: una delle ipotesi è quella di affidare un mandato esplorativo a una delle due alte cariche dello Stato, cioè i presidenti del Senato, Elisabetta Alberti Casellati, o quello della Camera, Roberto Fico.
Salvini però non chiude ancora completamente ai cinquestelle e sostiene che per formare un governo ed “escludendo la sinistra, rimane il dialogo con i 5 stelle, che proverò a percorrere fino in fondo, a meno che i grillini non vogliano far finta di governare e preferiscano stare fuori a dire `no, no´. A quel punto l’unica via che rimane è quella delle elezioni” e assicurando che proverà “di tutto per cominciare a governare”.

Calenda incalza il Pd per il Governo, il No di Orfini

Governo:Calenda, domani a Bruxelles, da lunedì impegno Mise“Il Pd non può restare immobile, deve farsi promotore di una proposta per uscire dallo stallo. Deve mettere sul banco l’idea di un governo di transizione sostenuto da tutte le forze politiche e parallelamente la formazione di una commissione bicamerale sulle riforme istituzionali”, così il neo tesserato Pd e ministro uscente del Mise, Carlo Calenda invita i suoi alla formazione di un Esecutivo ‘per il bene del Paese’. Immediata la replica di Matteo Orfini, presidente del Partito democratico: “Quella di Calenda è una tesi curiosa. La proposta non può spettare a chi ha preso il 18%, è stato bocciato dagli italiani ed è sconfitto alle elezioni. A noi spetta il posto che abbiamo detto di voler occupare dall’inizio: opposizione responsabile e propositiva, ma pur sempre opposizione”. E dopo aver bocciato l’ipotesi di Calenda spiega: “Lo stallo è creato dall’atteggiamento delle forze che hanno vinto le elezioni, che stanno facendo prevalere egoismi di partito e personalismi. Si assumano loro la responsabilità di sbloccare il quadro e cambino loro fase anche di fronte all’aggravarsi della situazione internazionale. Spero che questo sussulto di responsabilità ci sia. A Calenda vengono meglio i tweet che le interviste”.
Anche se non interpellato, non poetva mancare il commento del Leader del Carroccio che da Campobasso dice: “Io dialogo con tutti, ma l’unico punto fermo è che con il Pd non si può fare nulla. A Calenda dico, mamma mia! Un governo con chi ha approvato la Fornero o vuole gli immigrati che cosa potrebbe fare?”. Matteo Salvini boccia l’apertura del ministro per lo Sviluppo economico Carlo Calenda a favore di un coinvolgimento del Pd nella formazione del futuro governo.
Tuttavia è arrivata la precisazione di Calenda che ha voluto far sapere che contrariamente a quanto scritto da Repubblica, ovvero che Calenda sponsorizzava un esecutivo di emergenza tra Pd, M5s e Lega, lui non ha mai preso in considerazione una cosa simile. “Titolo fuorviante, mai auspicato un patto del genere, personalmente lo considererei un grave errore” ha detto il ministro dell’esecutivo Gentiloni, secondo cui “data la situazione di stallo e il peggiorare delle crisi internazionali, occorrerebbe proporre un governo di transizione“.