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Mario Lettieri e Paolo Raimondi

Il FMI teme nuovi choc finanziari sistemici

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Non abbiamo mai avuto “grande simpatia” per il Fondo Monetario Internazionale. Le sue politiche e le condizioni imposte hanno fortemente indebolito le economie di molti paesi, soprattutto quelli in via di sviluppo, ma non solo.

Ciò nonostante, i suoi recenti report, il World Economic Outlook e il Global Financial Stability Report, sono interessanti e condivisibili. Evidenziano l’emergere di nuovi rischi sistemici e “le grandi sfide per l’economia globale al fine di evitare una seconda Grande Depressione”.

Il Fondo si chiede anzitutto se “la nuova architettura finanziaria”, creatasi in questi anni, sia sufficiente e sicura. Poi elenca “le nubi che appaiono all’orizzonte”: una ripresa globale ineguale e non equilibrata; i dazi e le altre tensioni commerciali; la crescita preoccupante dello “shadow banking”, soprattutto negli Usa e in Cina, fino a 70.000 miliardi di dollari; l’indebolimento del multilateralismo e il pericoloso aumento delle decisioni unilaterali. A ciò si aggiungono la caduta negli investimenti, la carenza di capitali e il calo di produttività nelle varie economie.

Allo stesso tempo, però, i mercati finanziari sono rimasti “vivaci” e stranamente indifferenti ai rischi di un improvviso irrigidimento delle condizioni finanziarie. Infatti, il progressivo accantonamento dei Quantitative easing, l’aumento dei tassi di interessi della Federal Reserve, il dollaro più forte e la politica dei dazi stanno provocando maggiori pressioni del mercato in molte economie emergenti, determinando forti fughe di capitali. Il Fondo stesso stima già che esse potrebbero superare i 100 miliardi di dollari in breve periodo.

Le conseguenze sono già visibili: forti svalutazioni di alcune monete, crescenti difficoltà nel finanziamento dei debiti con l’estero e un profondo cambiamento nel portfolio titoli di alcune economie emergenti.

In particolare è il caso dell’Argentina, del Brasile e della Turchia che, nei mesi scorsi hanno subito una svalutazione monetaria a due cifre. Per l’Argentina il Fondo ha già stanziato 57 miliardi di dollari per evitare una nuova bancarotta.

Il “forte appetito al rischio” finora ha mascherato le sfide che i mercati emergenti dovranno affrontare, se le condizioni finanziarie dovessero peggiorare. In tale evenienza, afferma il Fmi, il pericolo di contagio sarebbe inevitabile.

Le politiche finanziarie restrittive metterebbero inevitabilmente in discussione il sistema globale. L’intero debito mondiale, senza contare quello del settore bancario e finanziario, è cresciuto fino al 250% dl pil. Era del 200% nel 2008. Nei citati report si evidenzia che le borse e i valori di certi asset, come gli immobili e altri titoli, sono fortemente sopravalutati.

Al recente meeting annuale del Fmi, tenutosi sull’isola indonesiana di Bali, la direttrice Christine Lagarde, ha quantificato tale debito in 182.000 miliardi di dollari.

Secondo i report, la liquidità immessa dai Quantitative easing a tasso zero avrebbe fatto emergere “una nuova struttura di mercato”. Essa, però, deve essere ancora “messa alla prova” per verificare la sua capacità di assorbire nuovi choc.

Nonostante gli aumenti di capitale e le altre misure di garanzia, il sistema bancario internazionale resta, quindi, esposto ai rischi rappresentati dagli alti debiti contratti dai governi, dalle imprese e dalle famiglie. Inoltre nel sistema vi sono troppi “asset opachi e illiquidi” con un uso esagerato di fondi in valute estere.

Pertanto, secondo il Fmi, ancora oggi l’85% delle 24 economie coinvolte nella crisi bancaria del 2008, 18 delle quali erano del settore avanzato, manifesta deviazioni negative rispetto al trend precedente la crisi. Il livello produttivo di oltre il 60% delle citate 24 economie resta ancora sotto i livelli di prima della crisi.

L’Italia, purtroppo, è uno di questi paesi. Il Fondo fa un appello a rivedere globalmente le regole del sistema economico-finanziario, resistendo alle pressioni di quanti vorrebbero, invece, cancellare anche quelle poche finora realizzate.

Un auspicio condivisibile. Soprattutto se si considera che molti strumenti finanziari utilizzati per fronteggiare la crisi del 2008-9 non sono più disponibili.

Mario Lettieri* Paolo Raimondi **
*già sottosegretario all’Economia **economista

Allarme bomba debiti negli Usa, tra bolle e ipoteche

Image: Occupy Wall Street demonstratorIl decennale anniversario del fallimento della banca d’affari americana Lehman Brothers, che ha dato il via alla più grande crisi finanziaria ed economica della storia, è appena stato celebrato come un semplice “fatto del passato”.

Per molti è un evento da dimenticare, per alcuni qualcosa su cui riflettere e da cui imparare.

Secondo noi, invece, dovrebbe essere il momento per guardare con maggiore attenzione alla realtà odierna. Sono troppi i segnali, purtroppo ignorati nelle sedi competenti, dei crescenti rischi di una nuova e più grave crisi globale.

Non si tratta di pessimismo. Occorre avere la lucidità di capire quanto sta accadendo e la volontà di non ripetere gli stessi errori di omissione del passato.

L’attenta e precisa analisi del The New York Post, pubblicata il 23 settembre scorso, ci rivela che il debito aggregato mondiale ha raggiunto la vetta di 247.000 miliardi di dollari. Nel 2008 era di 177.000 miliardi di dollari. Già il titolo dell’importante giornale è eloquente e preoccupante: ”Ci potrebbe essere un crac finanziario prima della fine del mandato di Trump”.

L’analisi evidenzia in particolare la situazione degli Usa. In dieci anni il debito pubblico americano è più che raddoppiato. Ha raggiunto il picco di 21.000 miliardi e potrebbe determinare una brusca frenata dell’attuale pretesa ripresa economica. Secondo il Congressional Budget Office, quest’anno Washington dovrà sborsare 390 miliardi di dollari soltanto per pagare gli interessi sul debito pubblico. Si stima che in un decennio tale quota annuale potrebbe essere di 900 miliardi di dollari, superando l’enorme budget militare.

Il debito delle famiglie americane ha raggiunto i 13.300 miliardi di dollari. Ciò è dovuto al fatto che le ipoteche immobiliari sono pari a 9.000 miliardi, superando il livello del 2008.

I debiti fatti per finanziare i prestiti agli studenti sono passati dai 611 miliardi del 2008 ai 1.500 di oggi. Quelli per l’acquisto di auto sono cresciuti moltissimo fino a 1.250 miliardi. Anche il debito totale sulle carte di credito è ritornato ai livelli di dieci anni fa.

Si teme che il finanziamento dei prestiti per gli studenti, che in tre anni dovrebbero raggiungere i 2.000 miliardi di dollari, possa diventare il detonatore della prossima crisi. Si ricordi che la bolla dei mutui subprime, che fu una delle principali cause del crac, nel marzo 2007 era pari a circa 1.300 miliardi di dollari.

L’aumento del debito aggregato negli Usa è l’inevitabile conseguenza della politica dei tassi d’interesse zero e dell’immissione di massiccia liquidità attraverso il quantitative easing. Adesso la Federal Reserve sta cambiando rotta e aumenta i tassi. Occorrerà vedere gli effetti sul mercato azionario di Wall Street, che è nel frattempo cresciuto a dismisura. Anche nelle economie emergenti gli effetti sono, purtroppo, già visibili e hanno generato fughe di capitali che stanno destabilizzando vari paesi, tra cui l’Argentina, l’Indonesia e la Turchia.

Anche lo shadow banking è cresciuto enormemente: si è passati dai 28.000 miliardi del 2010 ai 45.000 di oggi.

Sheila Bair, ex presidente della Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC), l’importantissima agenzia governativa che fornisce la garanzia pubblica ai risparmi dei cittadini, torna a paventare rischi di nuove crisi. “Siamo in una bolla”, e aggiunge che in una tale situazione è assurdo che le regole e i requisiti di capitale delle banche siano stati annacquati. Non è vero, afferma, che le bolle sono riconoscibili soltanto in retrospettiva, cioè dopo che sono scoppiate. Non è possibile indicare solo il momento dello scoppio. Ma la politica della Fed ha fatto di tutto per sostenere la crescita della bolla finanziaria.

Altri moniti sono venuti da ex capi di governo, come l’inglese Gordon Brown, al potere a Londra allo scoppio della grande crisi, che evidenziano che si sta camminando ciecamente verso un futuro crac.

Anche Jean-Claude Trichet, governatore della Bce dal 2003 al 2011, vede nella crescita del debito il pericolo di una nuova grande crisi.

Ancora una volta riteniamo che non si possa sfuggire all’impellente necessità di sedersi intorno al tavolo per definire una nuova Bretton Woods, una nuova architettura condivisa che regoli il sistema economico, finanziario e monetario internazionale

L’Euro come ‘leva’ in un mondo multipolare

Euro coins. Euro money. Euro currency.Il recente discorso sullo stato dell’Unione europea tenuto dal presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, di fronte al Parlamento di Strasburgo contiene un messaggio di grande importanza geopolitica. Non lo si può ignorare.
“L’euro, ha detto, deve avere un ruolo internazionale. È già usato in vario modo da più di 60 paesi. E’ tempo che diventi lo strumento monetario di una nuova e più sovrana Europa.”
Correttamente ha aggiunto:“ È assurdo che l’Europa paghi in dollari l’80% della sua bolletta energetica, cioè circa 300 miliardi di dollari l’anno, quando le nostre importazioni di energia dagli Usa sono pari soltanto al 2% del totale. E’ altrettanto assurdo che le imprese europee comprino aeroplani europei pagando in dollari invece che in euro”. È una forte sottolineatura.
Certamente si può dire che, durante il suo mandato, Juncker non è stato il miglior pilota dell’Ue, né il più audace e coerente. Possono, quindi, esserci critiche legittime e giustificate. Tuttavia, con le sue recenti parole lascia un’eredità pesante che il prossimo presidente del governo europeo non può né deve ignorare. Lo stesso dicasi per il futuro Parlamento europeo.
L’euro, rinforzato dai necessari miglioramenti di sistema e sostenuto da una più forte e più integrata economia europea, potrebbe diventare la “leva” per una riforma multipolare del sistema monetario internazionale.
In questo modo affiancherebbe con più efficacia le politiche del gruppo dei paesi BRICS per cambiare nel profondo la governance economica e monetaria del mondo, ancora troppo dominata dal dollaro.
I BRICS, infatti, tra loro già operano con le rispettive monete nazionali. Sanno, però, che, senza una fattiva alleanza con l’Europa e senza l’euro, vi sono scarse possibilità di modificare il sistema.
Intanto, è da rilevare che i continui conflitti commerciali, combinati con l’unilateralismo monetario della Federal Reserve, rischiano di mettere in ginocchio molte economie emergenti. Stanno già provocando legittime importanti reazioni in tutti i continenti, accelerando la “dedollarizzazione” dell’economia mondiale.
La Cina, per esempio, oltre al progressivo uso dello yuan in molti accordi commerciali internazionali, opera per bypassare sempre più il dollaro nel settore dell’energia. La Borsa internazionale di Shanghai ha lanciato future sul greggio denominati in yuan. In solo 6 mesi la quota di affari conclusi in yuan ha raggiunto il 10% del totale.
Persino la più importante banca d’affari americana, la Goldman Sachs, ritiene che si sta verificando un brusco passaggio degli investimenti stranieri dai titoli di stato americani ai titoli cinesi denominati in yuan. Si calcola che nei prossimi 5 anni saranno collocati titoli cinesi per un valore superiore al trilione di dollari, a discapito ovviamente dei titoli di stato USA.
Di fatto tutti i paesi, che sono stati colpiti dalle sanzioni di Washington, stanno cercando un’alternativa alla moneta americana. L’Iran e l’Iraq hanno eliminato il dollaro come valuta principale nel loro commercio bilaterale. Baghdad afferma che intende operare con il rial iraniano, il dinaro iracheno e l’euro.
Nel commercio petrolifero, Teheran sta abbandonando la valuta statunitense per fare i pagamenti internazionali in euro. Anche l’India paga il petrolio iraniano in euro. All’Iran, suo terzo fornitore di petrolio, New Delhi ha anche proposto di pagare in rupie.
Anche il presidente turco Erdogan ha invitato a rifiutare la valuta americana nelle transazioni commerciali. La Turchia si appresta a passare ai pagamenti in valuta nazionale con i suoi principali partner commerciali come la Cina, la Russia, l’Iran e l’Ucraina.
È un processo oggettivo che prescinde da chi oggi è al governo di questi paesi.
Da parte sua, la Russia nota che il dollaro sta diventando uno strumento di pressione non solo sugli avversari geopolitici, ma anche sui suoi alleati. Mosca fa sapere che le sue imprese industriali utilizzeranno le valute nazionali per i pagamenti delle forniture alla Turchia.
Nel frattempo, i paesi petroliferi del Golfo stanno discutendo di nuovo l’idea di introdurre una moneta unica. Indubbiamente è per loro difficile allontanarsi dal dollaro da soli. Ma se decidessero di farlo insieme, l’intera regione potrebbe giocare un ruolo prominente nell’economica mondiale.
Oggi, il maggiore ostacolo alla “dedollarizzazione” è l’instabilità dei cambi valutari. La forte svalutazione delle valute di molti paesi in via di sviluppo rispetto al dollaro e all’euro opera ancora come un potente freno.

Contemporaneamente, però, i comportamenti protezionistici di Washington spingono inevitabilmente il resto del mondo alla ricerca di vie alternative al dollaro. Recentemente lo ha evidenziato anche il più importante giornale economico della Svizzera, la Neu Zuercher Zeitung.
Di conseguenza, persino gli economisti della Banca Mondiale dichiarano che ormai il processo di “dedollarizzazione” nel mondo è stato avviato e non può essere fermato. Affermano che ancora oggi il 70% di tutte le transazioni nel commercio mondiale è fatto in dollari, il 20% in euro e il resto è diviso tra le valute asiatiche, in particolare lo yuan cinese. Finora il commercio di petrolio e di altre materie prime è fatto quasi solo in valuta americana Ma non sarà così a lungo.
L’Europa non può stare alla finestra a guardare. Oggettivamente pensiamo che per l’Europa possa aprirsi “un’autostrada” se c’è adeguata volontà politica.

Arrivano di nuovo le pagelle delle agenzie di rating

Moody-s-Rating-ItaliaArrivano le nuove pagelle delle agenzie di rating sull’Italia. La maggioranza dei media e tanti politici sono contenti come a Natale, sotto l’albero. Finalmente sapremo che i nostri titoli si avvicinano sempre più al livello di “spazzatura” e la cosa sembra consolare molti.

In passato, abbiamo più volte messo in guardia da queste “incursioni”. Lo abbiamo fatto quando al governo c’era Berlusconi e le opposizioni usavano i rating per provare che tutto andava male. Lo abbiamo fatto quando al governo c’erano i vari governi del centrosinistra e le opposizioni sventolavano le pagelle negative. Lo facciamo anche ora con il nuovo governo e le nuove opposizioni.

I rating di Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch non sono valutazioni fatte da enti indipendenti ed eticamente impeccabili. Le agenzie sono imprese private con base negli Usa che hanno la pretesa di giudicare le economie del resto del mondo. In America, invece, sono annualmente tenute d’occhio dalle istituzioni di controllo per scovare eventuali conflitti d’interesse e non sono per niente amate dalle autorità di governo.

Il loro ruolo nefasto e corresponsabile nella Grande Crisi del 2007-8, i loro trascorsi e i legami con le grandi banche e con la finanza speculativa, non depongono bene.

Fitch è posseduta dal colosso della comunicazione Hearst, che ha capitali e partecipazioni in centinaia di differenti business privati. Tra i suoi executive vanta dirigenti che hanno lavorato con banche e finanziarie come Merryl Linch, Lehman Brothers, Goldman Sachs, l’inglese Lloyd Bank, la Beneficial Corporation, ecc.

Moody’s Corp. ha un fatturato di 4,2 miliardi di dollari per i suoi servizi finanziari e di rating. I suoi grandi azionisti sono fondi d’investimento e grandi banche. I suoi dirigenti si sono fatti le ossa nella Federal Reserve, nella City Group, nella JP Morgan Chase, nelle multinazionali della farmaceutica e del petrolio, come l’ExxonMobil.

La S&P Global controlla anche l’omonima agenzia di rating. Prima era controllata dal conglomerato Mc Graw Hill Financial, una multinazionale dei servizi finanziari, che ha cambiato nome. I grandi azionisti sono i chiacchierati fondi d’investimento Black Rock e Vanguard. Vanta dirigenti che sono stati in posizioni di comando alla City Bank, alla JP Morgan Chase, alla banca olandese ING, al francese Credit Agricole, al Credit Suisse, e anche in grandi corporation tra cui la PepsiCo, la Lockeed Martin (tecnologia militare), ecc.

Basterebbe una veloce occhiata ai loro siti internet per farsi un’idea precisa dei tanti passaggi dal mondo della grande finanza e della speculazione a quello delle grandi corporation che dominano i mercati e viceversa.

E’ più che opportuno, quindi, ricordare quanto detto su di loro dalle massime autorità americane. Il documento “The financial crisis inquiry report”, preparato da una Commissione bipartisan e pubblicato dal governo americano nel 2011, evidenzia in oltre 650 dettagliatissime pagine le nefandezze perpetrate prima e durante la Grande Crisi finanziaria del 2007-8. Così sintetizza: ”Noi affermiamo che i fallimenti delle agenzie di rating sono stati delle cause essenziali della distruzione finanziaria. Le tre agenzie sono state le provocatrici chiave del meltdown finanziario. I titoli legati alle ipoteche immobiliari, centrali nello scatenamento della crisi, non potevano essere valutati e venduti senza il marchio di approvazione delle agenzie. Gli investitori, spesso in modo cieco, hanno fatto affidamento sui loro rating. In alcuni casi erano persino obbligati a comprare tali titoli, pena un aggravamento degli standard relativi alle regole sui capitali loro impostogli. La crisi non sarebbe potuta avvenire senza le dette agenzie. I loro rating, prima alle stelle e poi repentinamente abbassati, hanno mandato in tilt i mercati e le imprese”.

Anche il dossier del Senato americano “Wall Street and the financial crisis: anatomy of a financial collapse”, pubblicato nel 2011, sulla base di approfondite indagini e di numerose audizioni, dettaglia il ruolo centrale e nefasto delle agenzie nel provocare la Grande Crisi. Evidenzia, in particolare, il loro ruolo fraudolento nel propinare titoli taroccati dai loro rating.

Non deve quindi sorprendere se nel 2015 solo la S&P ha pagato 1,5 miliardi di dollari di multa per simili comportamenti fraudolenti. Una sanzione monetaria molto conveniente, sia per il modesto importo, sia perché l’agenzia ha evitato che le indagini andassero più a fondo, facendo eventualmente emergere risvolti più scabrosi e penalmente perseguibili.

Evidenziamo tutto ciò certo non per occultare gli evidenti problemi economici del nostro paese. Ci sembra, però, insopportabile la mancanza di critiche nei confronti delle citate agenzie private di rating, che, dopo aver contribuito grandemente a provocare la crisi finanziaria più grande della storia, di cui il mondo e l’Italia soffrono ancora, imperterrite, e riverite, proseguono a dare pagelle a tutti, governi e imprese.

Se i loro rating fossero degli esercizi innocui di dispensare giudizi non richiesti, si potrebbe lasciarle giocare. Purtroppo i rating sono presi in considerazione dai mercati per giudicare le varie economie nazionali e, di conseguenza, per definire anche i tassi d’interesse sul debito pubblico. Si rammenti, inoltre, che la Bce li usa per definire l’affidabilità delle obbligazioni pubbliche dei paesi membri dell’Ue e per decidere se accettare o no tali titoli in garanzia per operazioni di credito e di finanziamento.

Ciò, in verità, ci sembra una cosa del tutto “indigesta”.

Mario Lettieri (già sottosegretario all’Economia) e Paolo Raimondi (economista)

Summit BRICS nel disinteresse dell’Europa

bricsÈ appena finito il decimo summit dei paesi BRICS tenutosi a Johannesburg, in Sud Africa. Purtroppo, nella più totale indifferenza da parte dell’Europa, sia quella delle più alte istituzioni politiche sia quella dei mass media. Un atteggiamento miope che rivela tutta l’impotenza politica dell’Unione europea di fronte ai grandi cambiamenti geopolitici che stanno determinando la storia.

Nessuno pensa che si debbano rompere le tradizionali alleanze o immaginare nuove strategie avventurose. Si chiede semplicemente di non chiudere gli occhi di fronte alla realtà mutata e alle sue continue evoluzioni. E’ come se l’Europa fosse voluta rimanere incatenata al periodo iniziale della CECA, la comunità del carbone e dell’acciaio, mentre il mondo “andava” verso il petrolio, il nucleare e poi verso la fusione nucleare e le più sofisticate tecnologie delle energie rinnovabili.

L’Unione europea e i singoli governi dell’Europa sembrano sempre vincolati al documento 2011/2111 (INI) del 2012: “Proposta di risoluzione del Parlamento europeo sulle politiche nazionali dell’UE nei confronti dei paesi BRICS e di altre potenze emergenti: obiettivi e strategie”. Vi si afferma che “in considerazione delle principali divergenze con i BRICS rispetto alle loro politiche, ai loro sistemi economici, alle tendenze demografiche e sociali e alle politiche estere, l’Europa adotta una politica estera sfumata, coinvolgendo partenariati e accordi separati per costruire sinergie con i singoli paesi BRICS e altri paesi emergenti e scoraggiare il consolidamento di gruppi alternativi di stati potenzialmente colludenti in termini di politica estera”.

L’Europa, quindi, di fatto preferisce trascurare i BRICS intesi come gruppo, sottovalutando che esso, nel frattempo, rappresenti il 23% del pil mondiale e il 18% dell’intero commercio globale. Si mira solo a mantenere relazioni bilaterali.

Comunque la dichiarazione finale del citato summit, tra i tanti argomenti affrontati, pone l’accento sull’importanza di cercare alternative virtuose alle destabilizzanti politiche dei dazi e delle guerre commerciali volute da Trump. Riteniamo che sarebbe significativo e certamente incisivo se, sull’argomento, si aggiungesse anche la voce dell’Europa.

In questo momento, purtroppo, molti vorrebbero far saltare e non riformare i vari trattati di collaborazione e cooperazione internazionale come quello dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. I BRICS, invece, correttamente propongono con forza l’adesione ai principi della Carta delle Nazioni Unite e rinnovano l’impegno per un ordine mondiale multipolare e per il rafforzamento delle istituzioni multilaterali della goverance globale. Sul fronte economico essi individuano con puntualità le sfide maggiori “nei crescenti conflitti commerciali, nei rischi geopolitici, nella volatilità dei prezzi delle commodity, nell’alto indebitamento privato e pubblico e nella crescita diseguale e non sufficientemente inclusiva”.

A nostro parere, i loro deliberati vanno nella giusta direzione, quella di gettare le basi per un possibile nuovo ordine monetario mondiale. A tal fine utilizzano bene la Nuova Banca di Sviluppo e il Contingent Reserve Arrangement (CRA), l’accordo finanziario per sostenere i paesi in difficoltà di bilancio. Intanto è entrato in vigore il Local Currency Bond Fund, il fondo per l’emissione di obbligazioni nelle monete locali dei BRICS, finalizzato a promuovere investimenti nelle infrastrutture e nella modernizzazione delle loro economie e anche di quelle degli altri paesi emergenti.

Si ricordi che nei mesi passati sono continuate le politiche interne ai paesi del BRICS, prima di tutto della Cina e della Russia, nel processo di diversificazione delle loro riserve monetarie e di progressiva dedollarizzazione delle economie.

In Russia, per esempio, nell’ultimo decennio la quota dell’oro è decuplicata, mentre gli investimenti nei titoli di debito del Tesoro USA sono calati al minimo. Se nel 2010 Mosca deteneva obbligazioni americane per 176 miliardi di dollari, oggi ne detiene 15 miliardi.

La Russia è fra i primi cinque paesi per riserve auree. Secondo alcune stime, dovrebbe detenere circa 2.000 tonnellate di oro, pari al 18% di tutte le riserve auree nel mondo. Simili processi sono in corso anche in Cina, che nei passati 4 anni ha acquistato 800 tonnellate d’oro, e, anche se in modi più attenti, sta diminuendo i titoli di debito americano, scesi dal picco di 1,6 trilioni di dollari del 2014 ai circa 1,2 trilioni di oggi.

In occasione della celebrazione del centesimo anniversario della nascita di Nelson Mandela, il summit ha posto grande enfasi sulla realizzazione di infrastrutture e di investimenti nell’intero continente africano.

Anche su presto programma l’interesse europeo dovrebbe essere più attento, partecipe ed effettivo. Del resto a Bruxelles e nelle altre capitali europee, l’argomento principale, e politicamente molto complesso, è la gestione dei flussi migratori provenienti dal continente africano. Perciò il suo sviluppo e ogni politica di effettivo sostegno alla crescita economica e democratica dei paesi dell’Africa dovrebbero interessare l’intera Europa, in primis il nostro paese.

Mario Lettieri* Paolo Raimondi**
*già sottosegretario all’Economia **economista

Effetti complessi della guerra sui dazi

effetti daziÈ un grave errore cercare di semplificare le grandi questioni internazionali, quali quelle economiche, finanziarie, commerciali o quelle riguardanti i flussi migratori. Spesso si pensa che isolare una questione importante dal resto renda più facile affrontarla. Purtroppo non è così. Si vorrebbe che le cose fossero semplici e poco complicate e quindi risolvibili. Invece spesso sono complesse, intrecciate con altre, tanto da esigere approfondite e multiple analisi.
Lo è senz’altro il caso delle guerre commerciali in corso. Trump e altri credono che, aumentando i dazi sui prodotti importati dalla Cina e dall’Unione europea, l’industria e l’occupazione americane ne gioverebbero, incidendo positivamente anche sulla bilancia dei pagamenti degli Usa.
In verità il commercio americano è da decenni fortemente squilibrato. Di certo non per comportamenti truffaldini dei partner ma per le decisioni interne che hanno favorito, ad esempio, l’outsoursing. Ciò ha determinato lo spostamento di molte imprese americane verso mercati poco regolamentati e a bassissimo costo del lavoro.
Le multinazionali e le banche Usa hanno sfruttato questo sistema facendo profitti straordinari ed evitando di pagare le tasse dovute. Non è quindi sorprendente sapere che il deficit della bilancia commerciale da decenni è ogni anno di centinaia di miliardi di dollari. Così dicasi per il bilancio statale. Nel 2017, ad esempio, il deficit commerciale è stato di 568 miliardi di dollari (811 miliardi, se si considerano solo le merci senza i servizi) e, a sua volta, il deficit del bilancio federale ha raggiunto i 665 miliardi.
La guerra commerciale non produrrà soltanto ritorsioni da parte dei paesi colpiti dai dazi. C’è già un’escalation di per sé foriera di gravissime instabilità. Essa rischia di mettere in moto effetti destabilizzanti anche sui mercati delle monete e su quelli finanziari.
Pertanto, di conseguenza, la Banca nazionale cinese ha deciso di emettere 700 miliardi di yuan sul mercato, pari a oltre 100 miliardi di dollari, con l’evidente intento di svalutare la propria moneta.
Si tratta di una contromisura per contenere i danni provocati dalle misure protezionistiche Usa. Con il deprezzamento dell’yuan, gli esportatori cinesi livellerebbero così l’aumento dei dazi americani d’importazione, mantenendo in un certo senso i loro guadagni ai livelli precedenti alle decisioni Usa.
Internamente alla Cina il deprezzamento della moneta non avrebbe grandi effetti negativi. Soltanto le sue importazioni diventerebbero più costose. Ma la Cina da quasi 10 anni ha cambiato la rotta della sua economia, sviluppando di più il mercato interno. I dazi, pertanto, possono diventare un ulteriore stimolo a sviluppare i settori industriali colpiti.
Si tenga conto, inoltre, che la Cina da qualche tempo promuove accordi commerciali in yuan, soprattutto con molti paesi emergenti, bypassando così la mediazione del dollaro.
Per il suo sistema politico, economico e monetario e per le storiche alleanze internazionali, l’Unione europea, purtroppo, non può adottare decisioni simili. Anche se Washington starebbe per imporre una tassa del 20% su 1,3 milioni di veicoli importati dall’Europa, di cui più della metà dalla Germania.
Quanto intrapreso in Cina, anche se in modi differenti per intensità e settori, com’era prevedibile, è avvenuto anche in Russia soprattutto per effetto dell’isolamento commerciale provocato dalle sanzioni.
Sul fronte finanziario, una delle conseguenze determinata dall’instabilità, a seguito dell’aumento del debito globale e delle minacce di guerre commerciali, è stata la crescita della bolla dei credit default swap (cds). I derivati usati per le cosiddette coperture del rischio d’insolvenza. Essi misurano anche le fibrillazioni emerse a Wall Street dove Standard& Poors’ 500 (l’indice delle maggiori imprese americane), dal picco di gennaio a oggi, ha perso il 5%.
Secondo varie analisi, anche dell’ultimo rapporto trimestrale della Banca dei Regolamenti Internazionali, il volume dei cds è di circa diecimila miliardi di dollari. Certo ancora lontano dai livelli del 2007, ma già preoccupante in previsione delle insolvenze del debito delle imprese e di altre categorie private.
È appena il caso di sottolineare che oggi quattro banche americane (Citigroup, Bank of America, JP Morgan Chase e Goldman Sachs) gestiscono il 90% del commercio mondiale dei cds!
Ancora una volta le autorità di controllo purtroppo stanno a guardare mentre la bolla cresce.
Il commercio e i mercati non hanno bisogno di dazi ma di regole che valgano per tutti.

Mario Lettieri e Paolo Raimondi

Il caso emblematico della Deutsche Bank

Deutsche-Bank-ImageParlare della situazione finanziaria della Deutsche Bank, la prima banca tedesca, ci sembra doveroso. Non tanto per ributtare oltralpe la palla dello scandalo e della polemica pretestuosa, ma per affrontare insieme una sfida difficile che tocca tutta l’Unione europea e l’intero sistema bancario e finanziario internazionale.
Dall’inizio dell’anno a oggi le azioni DB hanno perso oltre il 40% del loro valore. Certo, non per l’inaffidabilità del governo tedesco. Neanche per la decisione del management di operare una riduzione dell’organico di circa 10.000 dipendenti. E nemmeno per il recente abbassamento del rating fatto dall’americana Standard & Poor’s.
La vera ragione, secondo noi, è negli effetti del fallimento provocato dalla conversione della banca da commerciale a banca d’investimento speculativo.
Ciò è stato candidamente ammesso da David Folkerts-Landau, l’economista capo della DB, che, in un’intervista al quotidiano economico Handelsblatt, ha affermato che dagli anni Novanta il management ha, di fatto, trasformato la banca in una specie di hedge fund speculativo di tipo anglosassone. A tutti i costi bisognava ottenere un rendimento del 25% sul capitale, “accettando di correre grossi rischi finanziari ed etici”.
Fino alla fine degli anni ottanta la DB era stata la banca più impegnata nel sostegno ai grandi progetti industriali, poi, purtroppo, come hanno fatto tante altre banche, ha favorito il rischio e la speculazione rispetto all’economia reale.
Tra gli analisti indipendenti alcuni dicono che, se si collega la situazione emblematica della DB alla bolla globale del debito societario, si potrebbe essere vicini a una nuova crisi di liquidità, di enormi dimensioni.
Non è casuale il fatto che recentemente la Bce abbia richiesto che la banca faccia la simulazione di uno “scenario di crisi” per valutare i costi e gli effetti sistemici della repentina cessazione del reparto di investment banking. Quel reparto che opera in derivati e in altre operazioni finanziarie ad alto rischio sui mercati di Londra e di New York .
Indubbiamente la DB non è una “banchetta” qualsiasi e i suoi dirigenti si affannano a dimostrare che essa può contare, sulla carta, su alcuni elementi di garanzia, quali la notevole liquidità e un tasso di solidità, il cosiddetto CET1, pari a 13,4%, ben oltre i livelli richiesti dalla Bce. Com’è noto, esso misura l’ammontare del capitale versato con le attività a rischio.
Tutto ciò è vero. Infatti, non è l’intera DB a rischio default, ma è la sua componente di banca d’affari a trascinare a fondo l’intero istituto. Da oltre tre anni essa registra consistenti perdite. Anche la cultura popolare sa che una mela guasta non rimossa può far marcire l’intero cesto!
Basta leggere il Rapporto annuale della Deutsche Bank del 2017. Fornisce due dati impressionanti: rispetto all’anno precedente, il 2017 ha visto perdite nel settore dei derivati pari a 124,1 miliardi di euro, mentre il valore nozionale totale dei derivati è salito da 42,9 a 48,3 trilioni di euro! E di questi quasi il 90% sarebbero i “famigerati derivati over the counter (otc)”, quelli negoziati fuori dei mercati regolamentati.
Per obiettività, comunque, non si può certo negare quanto sostengono i dirigenti attuali della DB. Secondo loro la banca è da qualche tempo oggetto di una “particolare attenzione” e anche di attacchi all’interno degli Stati Uniti, come se si volessero addebitare alla DB tutte le malefatte finanziarie perpetrate negli ultimi anni da tutte le banche “too big to fail”, in primis dalla Goldman Sachs, dalla JP Morgan, ecc.
Nel settembre 2016 il Wall Street Journal riportò che il Dipartimento di Giustizia americano aveva iniziato un procedimento legale contro la DB per ottenere il risarcimento di ben 14 miliardi di dollari con l’accusa di aver utilizzato dubbie ipoteche durante la grande crisi.
Naturalmente simili notizie dovrebbero essere mantenute nel riserbo assoluto per evitare conseguenze sui mercati e per arrivare a possibili patteggiamenti. Nel caso specifico, dopo l’intervento da parte del governo tedesco, si convenne di far pagare alla DB circa la metà della somma.
Intanto l’immagine della banca era già stata fortemente compromessa, tanto che oggi si parla di una sua uscita dal mercato americano. Del resto anche la Federal Reserve nel 2017 ha avviato altre 4 azioni legali nei confronti della banca tedesca con multe per 200 milioni di dollari. Oggi, poi, la Fed rincara la dose e parla di “condizioni problematiche” in cui verserebbe la DB.
Se le pratiche delle grandi banche internazionali continuano a essere distorsive dei mercati, certamente il rischio di un’ulteriore crisi diventa più concreto.
È un problema globale che dovrebbe essere affrontato con urgenza, soprattutto dall’Europa.

Mario Lettieri e Paolo Raimondi

Attacco vaticano contro la finanza speculativa

piazza san pietroIl recente documento della Congregazione per la Dottrina delle Fede è davvero rivoluzionario. Infatti, le “Considerazioni per un discernimento etico circa alcuni aspetti dell’attuale sistema economico-finanziario” sono un attacco preciso e forte alla speculazione e ai mercati senza regole.
Ovviamente papa Francesco ne ha autorizzata la pubblicazione, in assoluta coerenza con il principio di una Chiesa povera al servizio dei più deboli.
I tempi sono cambiati davvero se l’ex Santo Uffizio è alla testa della battaglia per la giustizia sociale ed economica.
Il documento propone la realizzazione di un “ordine etico, come indispensabile fondamento per edificare una degna comunità degli uomini regolata da leggi improntate a reale giustizia”.
La lucida analisi e le proposte relative alla finanza globalizzata superano per precisione e profondità anche i tanti studi approntati dai più prestigiosi istituti economici.
Si dice, purtroppo, che dalla recente crisi finanziaria non si è sviluppata una nuova economia più attenta ai principi etici né una nuova regolamentazione delle attività finanziarie, che avrebbe potuto neutralizzare “gli aspetti predatori e speculativi” a vantaggio dell’economia reale. Non si è guardato al bene comune né si è cercato di creare e diffondere la ricchezza, eliminando le intollerabili disuguaglianze esistenti nel mondo.
L’ex Santo Uffizio denuncia il rischio di emarginazione per la maggior parte degli uomini del pianeta, sempre più “esclusi e scartati”.
Perciò afferma che, ”si sente la necessità di intraprendere una riflessione etica circa taluni aspetti dell’intermediazione finanziaria, il cui funzionamento, quando è stato slegato da adeguati fondamenti antropologici e morali, non solo ha prodotto palesi abusi e ingiustizie, ma si è anche rivelato capace di creare crisi sistemiche e di portata mondiale.”
Di conseguenza, anche la politica è resa impotente dalla sovra nazionalità dei grandi networks economico-finanziari, diventando spesso ancillare di interessi estranei al bene comune.
Da qualche tempo è in atto “una cattiva finanziarizzazione dell’economia, facendo sì che la ricchezza virtuale, concentrandosi soprattutto in transazioni caratterizzate dal mero intento speculativo e in negoziazioni ad alta frequenza (high frequency trading), attiri a sé eccessive quantità di capitali, sottraendoli in tal modo ai circuiti virtuosi dell’economia reale”.
Si è entrati in un’economia dove il lavoro da bene diventa strumento e il denaro da mezzo diventa fine. Il risultato è la spregiudicata e amorale “cultura dello scarto” che ha emarginato grandi masse di popolazione. Non solo nel terzo mondo.
Il documento non si limita a fare delle mere esortazioni morali ma affronta importanti questioni come la funzione sociale del credito contrapposta ai comportamenti usurari. Analizza la pericolosità di certi strumenti economico-finanziari che possono creare rischi sistemici, “intossicando” l’organismo economico. In particolare certi derivati, quali le cartolarizzazioni che, dopo varie transazioni, perdendo i valori reali sottostanti aumentano i rischi e favoriscono l’insorgere di bolle speculative. Sono una sorta di “ordigni a orologeria”, soprattutto se sono negoziati sui mercati non regolamentati, i cosiddetti over the counter, più esposti all’azzardo e alle frodi.
Nello scritto vaticano si punta il dito sulla pericolosità dei credit default swaps, quei derivati che permettono di scommettere sul rischio di fallimento di una terza parte. “Il mercato dei cds, alla vigilia della crisi finanziaria del 2007, era così imponente da rappresentare all’incirca l’equivalente dell’intero Pil mondiale”, si ricorda.
Le proposte suggerite dalla Congregazione sono precise e pertinenti. Si chiede la certificazione da parte dell’autorità pubblica di tutti i prodotti che provengono dall’innovazione finanziaria; la regolamentazione del sistema finanziario; il coordinamento sovra nazionale fra le diverse architetture dei sistemi finanziari locali per arginare una massiva deregulation e la capacità di aggirare le regole dei singoli Paesi; la separazione bancaria tra l’attività di gestione del credito ordinario e del risparmio e quella destinata all’investimento e al mero business; l’istituzione di Comitati Etici, in seno alle banche, da affiancare ai Consigli di Amministrazione; l’introduzione di una clausola generale che dichiari illegittimi, con conseguente responsabilizzazione patrimoniale di tutti i soggetti a cui questi sono imputabili, quegli atti il cui fine sia l’aggiramento delle norme vigenti; specifiche misure contro il “sistema bancario ombra” e la finanza offshore, che offrono grandi possibilità di evasione e di elusione fiscale.
Si ricorda inoltre che basterebbe una minima tassa sulle transazioni compiute offshore per risolvere buona parte del problema della fame nel mondo. Invece questo sistema ha finito per aggravare il debito pubblico delle economie meno sviluppate.
Noi plaudiamo all’iniziativa del Vaticano, sperando che in sede internazionale se ne tenga conto. Ricordiamo che, con vari articoli, da tempo denunciamo le degenerazioni della finanza speculativa, sollecitando gli opportuni interventi di riforma.

   Mario Lettieri            e              Paolo Raimondi
  già sottosegretario                       economista
all’economia

I BRICS e l’uso delle monete nazionali

brics

Da anni i paesi del BRICS stanno sperimentando l’utilizzo delle loro monete nazionali nei commerci e negli accordi interni all’alleanza e anche con altri paesi emergenti. L’accordo più clamoroso è quello siglato in renminbi e in rubli per la grandissima fornitura di gas russo alla Cina per l’equivalente di circa 400 miliardi di dollari.

Il sistema monetario internazionale basato sul dollaro è sempre più criticato. Spesso le economie emergenti hanno sofferto per le ricadute destabilizzanti delle politiche monetarie americane che hanno provocato bolle finanziarie e speculative.

Recentemente un gruppo di economisti dei BRICS ha presentato un dettagliato studio “Use of national currencies in International settlements. Experience of the BRICS countries” pubblicato dall’Istituto Russo di Studi Strategici (RISS).

Fino al 2016 il volume del commercio estero della Cina era fatto per il 22% in renminbi, quello della Russia in rubli era del 20%. Le altre monete BRICS sono ancora molto lontane da questi valori. Per quanto riguarda il totale dei movimenti interbancari internazionali, la moneta cinese rappresenta solo l’1,68%, il rand del Sudafrica lo 0,38% e il rublo russo lo 0,25%.

Si potrebbe dire che sono cifre poco significative, ma si tenga presente che 10 anni fa nessuno nel mondo occidentale immaginava situazioni simili. Ciò rafforza la richiesta di superare il dollaro quale moneta di riferimento, con un paniere di monete.

Intanto il Fondo Monetario internazionale ha dovuto rivedere le suo quote di controllo riconoscendo il peso maggiore della Cina. Da ottobre 2016 anche il renminbi fa parte del paniere di monete dei diritti speciali di prelieivo (dsp), la moneta di conto e di riserva del Fmi.

La Cina ha dovuto affrontare un processo di svalutazione della sua valuta e la sfida della contrapposizione tra l’apertura dei movimenti dei capitali e la stabilità finanziaria interna.

Anche la Russia ha rimosso quasi tutte le restrizioni sulle transazioni in rubli dei non residenti. Però ciò non ha ancora portato a un allargamento dell’uso internazionale del rublo. Forse perché il mercato finanziario russo è ancora poco sviluppato.

L’India, per il momento, si è limitata a sviluppare un mercato obbligazionario off shore denominato in rupie con lo scopo di ridurre il fabbisogno di dollari per pagare gli interessi sui suoi debiti esteri.

Interessante è il caso del Brasile che dal 2009 ha creato un sistema dei pagamenti regionale, il Sistema de Pagamentos em Moeda Local, usando le monete nazionali dei paesi coinvolti, quali l’Argentina e l’Uruguay.

Il Sudafrica, che ha un mercato finanziario più avanzato rispetto agli altri paesi BRICS, ha però un’economia troppo dipendente dalle sue materie prime, per cui tenta di diversificarla per rendere il rand protagonista del sistema monetario internazionale. Johannesburg nel 2018, con la sua presidenza del BRICS, intende promuovere lo sviluppo dell’intero continente africano e, quindi, dare maggior impulso alla sua moneta nazionale nei commerci con gli altri paesi dell’Africa.

Certo è che l’utilizzo delle monete nazionali nei regolamenti internazionali presume una transizione complicata. Di fato i BRICS sono ai loro primi passi e sono consapevoli dei rischi insiti nell’internazionalizzazione delle loro monete.

Ma, nonostante le innegabili difficoltà di muoversi in un campo dominato da potenti forze economiche e politiche, essi puntano a creare gli strumenti di una reale politica multilaterale per dare alle monete locali un ruolo sempre maggiore anche nei mercati finanziari.

C’è da chiedersi: i Paesi europei e l’Unione europea dove si collocano in questo processo? Continueranno a essere succubi del dollaro o vorranno riconoscere che i loro interessi potranno essere meglio tutelati in un mondo multipolare?

Mario Lettieri Paolo Raimondi

Gli Stati Uniti e le amare lezioni del protezionismo

trump bandieraSe gli Stati Uniti, la prima potenza economica e militare mondiale, lanciano una politica protezionistica imponendo alti dazi sulle importazioni, evidentemente intendono iniziare una vera e propria guerra commerciale. Le recenti dichiarazioni di Trump nei confronti della Cina e dell’Unione europea ne sono la prova.

Eppure Washington sa che, quando in passato sono state introdotte simili politiche, esse hanno soltanto esacerbato le crisi in corso aggravando le tensioni politiche internazionali.

Ciò avvenne dopo il crollo di Wall Street del 1929 con la conseguente Grande Depressione. Nel 1930 il presidente Herbert Hoover e, più ancora, il Congresso americano, allora dominato dal Partito Repubblicano, approvarono la legge Smoot-Hawley Tarif Act (dai nomi dei due parlamentari che la presentarono) che impose pesanti dazi su oltre 20.000 prodotti d’importazione.

Si trattò di una specie di “America First” che avrebbe dovuto rilanciare produzioni, consumi e occupazione, sbarrando la strada ai prodotti provenienti da altri paesi. Fu la risposta negativa all’appello generale fatto in precedenza, nel 1927, dalla Lega della Nazioni, precursore dell’ONU, che, al contrario, chiedeva di “porre fine alla politica dei dazi e di andare nella direzione opposta”.

Fino allora gli Usa avevano avuto una bilancia commerciale positiva, con un surplus delle esportazioni.

I dazi imposti sui beni inclusi nella lista, che mediamente erano del 40,1% nel 1929, raggiunsero il livello di 59,1% nel 1932, con un aumento del 19%.

Ovviamente su tali politiche restrittive sono stati fatti molti studi. Però nessuno mette in discussione l’effetto recessivo e depressivo provocato dai dazi.

Nel quadriennio 1929 – 1933 le importazioni americane diminuirono del 66% e le esportazioni scesero del 61%. Anche l’export-import con l’Europa crollò. Il Pil Usa passò da 103 miliardi di dollari del 1929 a 76 nel 1931 e a poco più di 56 nel 1933. Anche il commercio mondiale nel suo insieme si ridusse di circa il 33%.

Nello stesso periodo la disoccupazione americana salì dall’8% del 1930 al 25% nel 1933. Questa tendenza cambiò solo durante la seconda guerra mondiale con la grande mobilitazione produttiva bellica.

Purtroppo oggi c’è la tendenza a ignorare le lezioni del passato.

Gli Usa e le corporation americane sono stati loro a iniziare la cosiddetta politica dell’outsorucing e a portare all’estero le produzioni di componenti di prodotti manifatturieri, perché c’è mano d’opera a basso costo.

E’ stata la Federal Reserve a inondare il mondo, soprattutto le economie emergenti, con tanta liquidità a bassissimi tassi d’interesse. Fu il famoso Quantitative easing che ha favorito gli acquisti all’estero di beni da parte delle imprese americane e ha sostenuto al contempo i consumi interni. Al contrario i paesi emergenti hanno visto crescere i loro debiti e hanno accentuato la propria destabilizzazione finanziaria.

L’economia è stata quindi messa sottosopra, generando deficit enormi nella bilancia commerciale americana e di molti altri paesi. Si consideri che nel 2006 negli Usa esso era di 762 miliardi di dollari e nel 2017 era ancora di 566 miliardi. Però il deficit commerciale del settore dei beni reali va ben oltre gli 810 miliardi di dollari.

Di conseguenza anche il budget federale Usa è andato in tilt con deficit strepitosi: oltre 1400 miliardi nel 2009, 1300 miliardi nel 2011 e ancora 665 nel 2017. Quest’anno dovrebbe salire a oltre 830.

Tali politiche hanno portato a un grande indebitamento americano anche verso l’estero, in particolare verso la Cina, che detiene circa 1.000 miliardi di dollari in obbligazioni del Tesoro Usa, evidentemente emesse per coprire i deficit di bilancio.

Purtroppo Washington si sta muovendo come un elefante in un negozio di porcellane. Provoca tensioni con i partner commerciali, a cominciare dalla Cina e dall’Ue, e nello stesso tempo continua a esporsi con deficit e debiti che il resto del mondo dovrebbe in certo qual modo garantire.

C’è il forte timore che un qualsiasi evento non prevedibile in campo economico e finanziario possa generare guerre commerciali e monetarie con conseguenze incalcolabili. Ovviamente non solo negli Usa.

Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**
*già sottosegretario all’Economia **economista