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Mario Michele Pascale

Scrive Mario Michele Pascale:
Macron non è uno di noi

Macron presidente. Taluni dicono che l’Europa è salva. Permettetemi di dissentire. È salva dai fascisti, ma verrà uccisa dai burocrati e dai tecnocrati. A sinistra ci si scherza su: si dice che Macron è uno di noi: Renzi, ad esempio, seguito da una pletora di replicanti piccoli e grandi, ha cercato fin dal primo turno delle presidenziali Francesi di mettere il cappello su Macron, dicendo che il PD è sbarcato in Francia. Comprendo le esigenze mediatiche legate alle primarie, ma con il dovuto rispetto, Macron è un’altra cosa. Carriera rapida alla corte dei Rotschild, uomo della grande finanza internazionale che va dritto allo scopo. Europeista della burocrazia e dell’euro. Un Mario Monti dal volto (ma solo dal volto) umano.

Comprendiamo bene le differenze. A confronto del neo eletto presidente francese Matteo Renzi è un boy scout della Toscana. E non lo dico in termini offensivi: i boy scout sono molto più simpatici degli squali. Comprendo le necessità mediatiche. Con la campagna per le primarie in corso Macron faceva da traino. Le primarie del PD sono finite e possiamo tornare alla realtà, chiamando le cose per nome e cognome.

A sinistra del PD si scherza ancora di più: scongiurato il pericolo fascista, si dice, faremo opposizione ai conservatori. Per carità. Antifascisti sempre. Ma dobbiamo comprendere che contro la tecnocrazia non basta fare “opposizione”. Ci vuole un idea forte di come ricostruire i rapporti sociali, di gestione della cosa pubblica, di giustizia sociale. Idea forte che, sia in Europa che in Italia, non c’è. Sia nel PD che alla sua sinistra abbondano le narrazioni, le citazioni e le parole d’ordine. A livello pratico non c’è programmazione e pianificazione, ma vige la triste filosofia del “un colpo al cerchio e uno alla botte”. Abbondano i provvedimenti a carattere promozionale (vedi i famosi ottanta euro) ma deficitano le azioni strutturali. Attenzione però: la magagna non è solo nell’asse di governo Renzi-Gentiloni, né solo nel cosiddetto “giglio magico”. Anche i vari D’Alema, Orlando, Emiliano, Fassina, Bersani, Fratoianni, con le loro piccole e sgangherati corti, pur criticando, non riescono a costruire un orizzonte intellettuale, ideologico e politico che sia all’altezza delle sfide del nostro tempo. Fossero loro al governo si ricalcherebbe, pari pari, il cerchiobottismo renziano.

Per cui mi perdonerete se respingo la santificazione, tattica o strategica di Macron. Macron, semplicemente, non è uno di noi.

Mario Michele Pascale

Caso Zuccaro. Le Ong, i trafficanti e gli eredi di Di Pietro

Il consiglio superiore della magistratura si divide: da un lato ha richiesto gli atti relativi alla questione dei presunti rapporti tra le ONG e gli scafisti allo scopo di fare chiarezza. Dall’altro qualcuno nell’organismo ha chiesto anche di difendere il procuratore di Catania. Divisione simbolo di due verità. Da un lato i contatti tra le ONG e gli “altri” ci sono eccome. Sarebbe stupido negarlo. Secondo voi come fanno gli aiuti umanitari ad arrivare alle popolazioni in Africa? Traversano indenni territori governati dai signori della guerra perché questi ultimi diventano improvvisamente buoni? Sopravvivono agli appetiti di governi più o meno legittimi e più o meno democratici, ma di certo corrotti fino al midollo, perché protetti dallo spirito santo? E come fanno le ONG ad operare nelle favelas di Rio o Caracas in mezzo ai narcotrafficanti, dove la vita umana vale meno di una dose di crack? Una forma di dialogo c’è. Chiariamo: ONG e “cattivi” si odiano, ma si tollerano a vicenda: gli aiuti umanitari sono necessari e, se qualche cassa di viveri e medicinali si perde per strada, nessuno ne fa un dramma. Quelle che arrivano a destinazione salvano migliaia e migliaia di vite umane.
Dall’altro lato ci troviamo di fronte alla classica malattia italiana: un magistrato che, pur non avendo prove (per sua stessa ammissione) va in Tv a sollevare il caso. Chiede strumenti dicendo, cosa ragionevole, di poter utilizzare i rapporti dei servizi segreti in tribunale. Peccato che gli stessi servizi neghino l’esistenza di quei rapporti. Cosa resta, a livello probatorio? Nulla, se non un eccesso di protagonismo dei togati che, da Di Pietro in poi, è stato la rovina del nostro paese. E la politica ci casca con tutte le scarpe, prendendo posizione, su basi traballanti ed illusorie, solo per accaparrare qualche voto xenofobo e fascista. Perché la battaglia di un certo fronte politico, dai cinque stelle a Salvini, questa è: le ONG sono il simbolo della tolleranza, dei diritti, dell’impegno per il superamento degli egoismi dell’Occidente. Come tali vanno distrutte.

Mario Michele Pascale

Mario Michele Pascale
Le mie proposte per il Congresso straordinario del Psi

Il Psi va a congresso. Bene. Un congresso straordinario che deve ragione delle modificazioni dello scenario politico. Il referendum, la caduta di Matteo Renzi, la scomposizione del centro sinistra. Perché un’assise congressuale vera fa questo, non è e non può essere solo un tappo si sughero sulle falle create dalle decisioni della magistratura.
Ho chiesto, in tempi assolutamente non sospetti, attraverso le pagine de “L’Avanti”, che il partito si riunisse di nuovo e che riflettesse. L’ho detto allora, lo ripeto oggi: la scelta è tra due posizioni. O si va alla costruzione di un unico soggetto politico del socialismo europeo o si va a solidificare l’autonomia politica del partito.
E una decisione che avremmo potuto e dovuto prendere tempo fa. Reputo che qualsiasi soluzione intermedia sia una perdita di tempo e di energie. La costruzione di un’area con i radicali è un controsenso. I nostri interlocutori nella costruzione di una nuova “Rosa nel pugno”, non rappresentano i voti radicali. Le persone che “pesano”, in quella galassia stanno da un’altra parte. Una parte che ci ha già fregati per benino nelle comunali di Roma. La storia, la prima volta si presenta in forma di tragedia, la seconda in forma di farsa. Proseguire su questa strada vorrebbe dire scadere nel ridicolo.
DI converso l’area Pisapia è solo il “rifugio dei peccatori” ovvero di coloro i quali non sono i benvenuti nel Pd, ma non possono fare a meno di avere un rapporto con i democrats. Una scorciatoia per chi non ha gli attributi per fare opposizione e vuole campicchiare con le briciole che cadono dal tavolo. Campo progressista è la sommatoria di un ceto politico avariato. E sarà la semplice addizione di meschini appetiti amministrativi. Cosa ben diversa dal socialismo.

Ho letto con attenzione le tesi di Riccardo Nencini. In esse non vi è nulla di sbagliato, sono conformi a ragione. Ma occorre uno scatto di reni successivo. In ambedue i casi, se vogliamo scomporci in un soggetto politico nuovo o seguire eroicamente la nostra bandiera, abbiamo bisogno di essere organizzati diversamente e meglio. Abbiamo bisogno di una impostazione operativa che le tesi congressuali, per loro natura, non possono dare ma che il congresso, nella sua interezza, attraverso il dibattito, può indicare.
In passato ci hanno spiegato che la chiave di volta della rinascita socialista era la rappresentanza parlamentare. Cosa che noi abbiamo perseguito con determinazione, scendendo a compromessi molto dolorosi pur di raggiungere il risultato. Quanti loschi figuri abbiamo imbarcato pur di rinforzare le nostre liste… Ricordo che Gerardo Labellarte, all’epoca responsabile degli enti locali, ci frustava tutti pur di farci presentare liste identitarie la cui percentuale complessiva ci avrebbe “pesato” per essere in parlamento. Tutti siamo stati in trincea in quella fase, con la baionetta tra i denti. E abbiamo sputato sangue, portando quel tesoretto a Pierluigi Bersani che fu di parola.
Deputati e senatori sono arrivati, ma i nostri problemi non sono diminuiti, anzi si sono moltiplicati. Da allora sono aumentati a dismisura. Ed è paradossale e lascia sgomenti il fatto che della ricchezza prodotta dai nostri deputati e senatori in termini di proposte di legge, mozioni, interrogazioni, attività di commissione ed impegni internazionali, ben poco passi al partito, che dà l’idea di essere accartocciato su potentati locali, baricentrato non sul respiro nazionale, ma su politiche di basso cabotaggio amministrativo in cui, giocoforza, si è subalterni al Pd e si coltiva questa subalternità facendone anche una virtù.
Come diceva un vecchio saggio: “meritiamo di più”.

Meritiamo un partito, non una federazione di piccoli comitati elettorali.
Questi e non una semplice risposta ai compagni che ci hanno portato in tribunale, dovrebbero essere i nodi su cui si dovrebbe articolare il congresso straordinario del PSI. Se il nostro congresso sarà una cosa seria eviterà perdite di tempo facendo una scelta di campo precisa: o soggetto politico unico del socialismo europeo o autonomia. Senza ciurlare nel manico con improbabili vie di mezzo. Se il congresso sarà una cosa seria recupererà un respiro ideologico ed intellettuale imponendo il modello partito su quello del vile comitato elettorale. Se il congresso sarà una cosa seria dovrà occuparsi della democrazia interna al partito, messa a dura prova proprio dai comitati elettorali. Se queste condizioni verranno soddisfatte si andrà avanti, altrimenti, almeno dal mio punto di vista, resterà l’amore per il socialismo. Ma niente altro.

Mario Michele Pascale

Il suicidio di Lavagna: rispetto
il dolore, ma non assolvo

Ho rispetto per il dolore di una madre. Lo abbiamo tutti. E’ qualcosa di automatico, empatico. Ma il rispetto è una cosa diversa dall’assoluzione. Una madre, come successo a Lavagna, che chiama le forze di polizia dentro casa perché non riesce a gestire il figlio fallisce. Fallisce come persona e come educatrice. Ma chi era questo ragazzo? Un narcotrafficante, un pericoloso fumatore di crack che aveva perso il controllo di se ed era diventato violento ed ingestibile? No. Era solo un adolescente che fumava degli spinelli. Non lo dico io, lo riporta il generale Renzo Nisi, comandante provinciale della Guardia di Finanza: la madre “si è rivolta a noi perché dopo innumerevoli tentativi di convincere il figlio di smettere di farsi di spinelli non sapeva più cosa fare”. Niente eroina, niente cocaina, niente crack. Spinelli.

Non eravamo lì. Non ci è dato sapere come siano andate le cose. Ho piena fiducia nella professionalità dei finanzieri e non ho motivo di dubitarne. Eppure qualcosa è scattato nel ragazzo: una paura profonda, viscerale, estrema. Paura di essere ed essere trattato come un criminale, marchiato a fuoco dall’ansia di normalità dei genitori, della società della proibizione e dell’omologazione nel nome delle privazioni.

Cito la madre, ai funerali del giovane. Ella parlando ai coetanei del figlio ha dichiarato: “Vi vogliono far credere che fumare una canna è normale, che faticare a parlarsi è normale, che andare sempre oltre è normale. Qualcuno vuol soffocarvi. Diventate protagonisti della vostra vita e cercate lo straordinario”. Io, per iniziare, mi accontenterei della normalità. Normalità vuol dire dare il giusto peso alle cose. Uno spinello ha gli stessi effetti di poco più di due bicchieri di un robusto vino rosso. E le famiglie servono per parlare, confrontarsi, capire insieme. Normalità è anche accettare la difficoltà del dialogo e non aver paura di farsi aiutare dalle persone giuste. Che, in genere, sono psicologi e mediatori, non militari che portano una pistola nella fondina.

Il male è reputare lo spinello al pari della perdizione, della caduta nel vortice della droga. Non lo è. Il male vero è proibire, marchiare, bollare come se fossimo di fronte ad un peccato capitale. Uno spinello non è tutto questo. Il male è non capire le ansie e le inquietudini degli adolescenti. Concentriamoci sul comprendere i nostri ragazzi, non sul punirli come criminali.

Mario Michele Pascale
Consiglio Nazionale del PSI

Mario Michele Pascale
Sciogliere il nodo
sul nostro destino

Si chiede, nel PSI, un congresso straordinario. Bene. L’ho chiesto anche io, in tempi non sospetti, dalle pagine dell’Avanti! Per fare il congresso serviranno regole e numeri. Lì si dovranno materializzare per forza. Ma prima dell’avvento dei numeri e delle regole congressuali faccio un appello, non per me, ma per tutto il partito: qual’è la ricetta per affrontare il corpo elettorale e per porre fine alla nostra evidente irrilevanza? Perché tolta la carica di viceministro siamo decisamente irrilevanti. Validi, ma pochi, i nostri deputati. Qualche consigliere regionale qua e là, perlopiù inquadrato in una subalternità penosa ai sistemi di potere dei governatori espressi dal PD. Siamo praticamente assenti dalle grandi aree metropolitane.

Credo e spero che la risposta non sia “mettere qualcun altro al posto di Nencini”. Ma non perché io creda che l’attuale segretario sia una forza della natura e sia insostituibile. Chiunque voglia governare dovrebbe spiegare come si fa, restando a sinistra ed avendo un rapporto forte con il PD (che non possiamo annullare in nome della comune appartenenza al PSE), ad avere, contemporaneamente, autonomia politica. In verità faccio questa domanda da un bel po’ e nessuno risponde. Eppure la questione su cui dovrebbe vertere davvero il congresso è questa, non il cambio della targa sulla porta del segretario. O se volete anche quella, ma dopo le cose veramente importanti.

Compagni, non starò qui a parlarvi bene di Riccardo Nencini. Molti dicono che è stato avido e che ha voluto per sé sia la guida del partito che lo scranno di vice ministro. Chi sostiene questo di certo è un uomo d’onore. Male informato però. Fu Matteo Renzi a chiedere a tutti i partiti di impegnarsi a fondo nel governo. I segretari nazionali dovevano avere ruoli importanti nell’esecutivo. E così fu. Tant’è che il partito votò apposita dispensa per rendere possibile il doppio incarico. Fu un errore? Rammento bene le grida di giubilo che scuotevano il PSI… finalmente eravamo tornati al governo. Avremmo avuto bisogno, invece, di un segretario a tempo pieno? E’ comodo prevedere i fatti dopo che sono accaduti.

Altri dicono che Riccardo Nencini è stato ambizioso e che in nome di questa ambizione il Partito abbia fatto scelte sbagliate. Se così è siamo di fronte ad una colpa grave. Ma vi chiedo: un altro segretario avrebbe fatto scelte diverse? Rammento che la Lega dei Socialisti, che a lungo è stata l’unica opposizione, chiedeva la nascita “di un unico soggetto politico dalla sinistra del PD a Rifondazione, all’interno del quale i socialisti avessero avuto un ruolo centrale”. Venne Italia Bene comune, voluta anche da Nencini, che aveva in se il PD, SEL ed il PSI. Un successo che la sinistra del partito sbagliò a non fare proprio. Potevamo fare una scelta migliore che essere nel centro sinistra?

Il PD è entrato nel PSE al congresso di Roma. Posso nominarvi, uno per uno, i compagni, che oggi contestano, che all’epoca andarono a fare i volontari (oserei dire i garzoni ed i paggetti) all’incoronazione del PD. Era il congresso di Roma. Ed i socialisti, soprattutto quelli che alle ultime comunali di Roma hanno fatto votare Grillo, erano lì a spellarsi le mani. Fece male Nencini ad assecondare il processo di ingresso del PD nel socialismo europeo?

Renzi venne chiamato a Palazzo Chigi. Volle, con lui, un rappresentante del PSI. Fece male Nencini ad accettare? Come detto, rammento ancora le grida di giubilo, dall’Alpi alle Piramidi, da Savona a Trieste, da piazza Castello alla Vucciria…

Secondo me Nencini non ha sbagliato in quello che ha fatto, semmai ha errato in quello che non ha fatto. A fronte di enormi modificazioni del quadro politico ed economico generale, ha giocato di rimessa, volando troppo basso. In un sistema politico che ti vuole o autonomo, puntando coraggiosamente sull’organizzazione ed il rilancio del partito, o lanciato verso una fusione con il PD in nome del socialismo europeo allo scopo di contaminare positivamente il pachiderma cattocomunista, Nencini è rimasto immobile o, peggio, si è lanciato in soluzioni tanto mediane quanto inutili. L’ultima in ordine di tempo è l’alleanza con i radicali e qualche sindaco. E’ chiaro che è una foglia di fico cui nessuno crede davvero.

Un altro segretario avrebbe fatto cose diverse? Avrebbe osato? Francamente non lo penso. Fino alla vittoria del NO al referendum non c’era alternativa a Riccardo Nencini. I cani, si sa, avanzano quando il cinghiale è ferito. Si può salvare il PSI cambiando segretario? Potrebbe un segretario diverso fare cose migliori? Io non credo. Tuttalpiù si può cambiare il mobilio. O il padrone di casa: invece di pagare la pigione a Renzi la pagheremo a Massimo D’Alema.

Il punto è semplice. Il partito ha di fronte a se una sola scelta. O si punta tutto, modello kamikaze, sull’autonomia politica, oppure si va alla fusione con il PD in nome della comune appartenenza alla famiglia del socialismo europeo. In mezzo c’è solo la strada che porta, con il piattino in mano, a chiedere la carità per avere uno o due deputati.  Una strada che significa disperazione e morte.

Abbiamo dato, nei giorni scorsi, uno spettacolo penoso, simile a quello degli sciacalli che si disputano la carcassa di un animale moribondo che rantola ancora. Andare in tribunale, cavillare, ricorrere, finire sui giornali è stato questo agli occhi di chi ci guardava dall’esterno. Il futuro congresso, se vuole ridarci dignità, dovrà sciogliere, in maniera ultimativa, il nodo sul nostro destino. Ed io non intendo rendermi complice di un accanimento terapeutico. Non accetterò soluzioni mediane e foglie di fico.

Mario Michele Pascale
Consiglio nazionale del PSI

Mario Michele Pascale
Ora occorre un congresso straordinario

Oggi il sole splende ancora. Il referendum è stata una festa della democrazia. Quando gli elettori votano, si esprimono, indicano chiaramente la strada che deve prendere il Paese, non ci sono sconfitti: vinciamo tutti. Almeno secondo me. L’ho detto in più di un’occasione e ribadito pubblicamente durante l’ultimo consiglio nazionale del PSI, insieme ad una riflessione: il problema non era e non è il referendum, bensì la legge elettorale, l’Italicum, che, grazie allo sbarramento al 3% avrebbe tolto a  milioni di italiani il diritto alla rappresentanza politica e cancellato con un colpo di spugna gloriose culture politiche. In quanto dirigente nazionale del partito, con responsabilità su di un settore di lavoro, ho fatto quello che dovevo.
Ho votato si, anche se estremamente critico sulla linea. Nei partiti seri si usa così: si discute e se l’esito della discussione non piace, si accetta comunque il deliberato delle maggioranze. Io l’ho fatto.
Le rane non sono piovute dal cielo, ma Matteo Renzi si è dimesso. Gesto dovuto, compiuto anche con molta classe ed immediatezza. Cosa che però non può annullare gli errori politici commessi. Una politica orientata su leggi che garantiscano diritti, non può sostituirsi ad una azione di governo che garantisca la giustizia sociale. E la giustizia sociale non può essere ottanta euro in busta paga. Non si può, a  fasi alterne, tatticamente e senza strategia, alzare la voce in Europa per poi essere pedissequi alle politiche della Nato. Non si può mettere mano al contratto nazionale della pubblica amministrazione a pochi giorni dal referendum: è chiaro che si tratta di una manovra pre elettorale.
In tutto questo l’errore dei socialisti è stato quello di appiattirsi senza segnare, pur come forza di governo, una diversità ideologica, politica ed amministrativa dal Partito Democratico.
Renzi ha assunto su di sé la responsabilità politica della sconfitta al referendum. Ma è solo lui il colpevole? No. La verità è che Renzi, nel bene e nel male, rappresenta il PD. Il problema non è il segretario, ma  l’attuale assetto del Partito Democratico, incapace di trovare una propria identità tra cattocomunismo, neo consociativismo e socialismo europeo. Senza sciogliere questo nodo il PD è condannato ad essere solo una macchina per occupare posizioni amministrative e posti in parlamento. Ma un meccanismo senza anima non convince gli elettori che, con questo referendum, hanno dimostrato di essere molto esigenti. Il consenso dei democrats, se non ci sarà una linea ideologica e politica degna di questo nome, si abbasserà sempre di più.
E i socialisti? E’ chiaro che, in piccolo, le contraddizioni del PD sono anche le nostre. Il PSI è fatto di amministratori locali, che pensano localmente, senza grossi voli pindarici e senza una chiara visione del mondo. E’ mancata una elaborazione concettuale ed un lavoro organizzativo degno di questo nome. Non è possibile baricentrare tutto su poche liste che, nei casi più importanti, rinnegano anche il simbolo senza raggiungere l’obiettivo minimo e senza dare vita ad aggregazioni significative con altri soggetti. E’ il caso delle recenti comunali di Roma.
Il faraone non muove l’esercito contro gli ebrei in fuga, ma Massimo D’Alema, sollecitato dai giornalisti, ha dichiarato: “Beh, andremo ad un congresso”. Quindi ci sarà una notte dei lunghi coltelli. Per fare cosa? Per andare dove? Con chi? La vittoria al referendum non è una vittoria delle opposizioni interne ai partiti di sinistra. Ha vinto semmai Grillo ed anche Salvini, in questa fase, gli è subalterno. Siamo certi che il “muoia Sansone con tutti i filistei” faccia bene al paese? A Roma è già avvenuto, consegnando la città nelle mani di un gruppetto di (quasi) onesti incompetenti. D’Alema può essere un’alternativa? Non credo, dato che ha dimostrato di essere un servo della Nato molto più di Renzi. E Fassina, che in Tv era così vicendevolmente complimentoso con Salvini, con toni da militante rosso bruno? E Ciriaco de Mita, con la sua invidiabile longevità politica e con tutti i suoi scheletri nell’armadio datati prima repubblica? E Silvio Berlusconi potrà mai essere il nostro avvenire? Non scherziamo. L’esito del referendum segna un’avanzata ed un consolidamento dei cinque stelle e l’avvio di una parcellizzazione estrema a sinistra. Che potrà essere mortale.
Il PSI? Beh, è chiaro che il gruppo dirigente dovrà riflettere e prendere delle decisioni. E’ chiaro che il rapporto con il PD vada rivisto ed il patto federativo vada rinegoziato, se non rescisso. E’ evidente che si debba mettere mano, una volta per tutte, all’organizzazione del Partito. E vanno sciolti alcuni nodi di fondo. Esattamente come il PD il PSI è prigioniero della sua indecisione. I socialisti non riescono a decidersi tra un’organicità ai democrats in nome del socialismo europeo, un esasperato autonomismo, un’aggregazione con i radicali e gli altri grupposcoli, ed una virata drastica verso il contenitore di Sinistra Italiana.
Personalmente non credo in una aggregazione a freddo con i radicali. Oltretutto i radicali non sono Della Vedova, cha parla  a titolo personale o poco più: quelli che hanno i voti, quelli veri, hanno già preso le distanze dal progetto ed anche se avessero detto di si è difficile fare politica con chi ha l’affidabilità di una zucchina lessa. Vedi il caso delle comunali di Roma. L’aggregazione laico socialista radicale nasce morta. Così come nasce morta Sinistra Italiana, che è solo ceto politico avariato che galleggia, incapace di una efficace sintesi ideologica e politica. Restano, come ipotesi plausibili, l’autonomia e la costruzione di un soggetto unico del socialismo europeo. E le tesi di Ernesto Rossi, contenute nel suo ultimo libro “La rivoluzione socialista” meritano di essere prese in considerazione.
Ma dobbiamo scegliere e farlo in fretta. L’unica cosa che ci danneggia, in questa fase, è tergiversare o peggio, fischiettare facendo finta di nulla. Oltretutto l’impianto sul quale si è costruito il congresso di Salerno ed ancor di più quello di Venezia, si è sfaldato, superato dagli eventi. Occorre un congresso straordinario che non sia una parata di star e papesse straniere, i precedenti, né la celebrazione delle piccole vendette personali,  ma che sia il luogo dove i socialisti e solo i socialisti discutono e decidono sul loro futuro.  E la questione è semplice: o il socialismo europeo, che implica una battaglia dura contro i populismi e le destre, o l’autonomia. Come diceva un vecchio saggio: “Sia il vostro parlare si oppure no. Il di più appartiene al maligno”.
Mario Michele Pascale
Consiglio Nazionale del PSI
Responsabile nazionale editoria, arti e spettacolo

Scrive Mario Michele Pascale:
L’Europa ‘spara’ su Putin

L’Europarlamento lancia l’allarme sulle interferenze Russe in Europa, tese a “distorcere la verità” e a “dividere l’Europa dall’alleanza con gli Stati Uniti”. Ora dato che l’agenzia di stampa Sputnik pubblica regolarmente i miei interventi, che rimpiango Sigonella e credo che la guerra fredda debba finire una volta per tutte, io cosa dovrei fare? Prepararmi al confino di polizia a Muro Lucano? Non sarebbe un problema, dato che sarei in buona compagnia: tanti socialisti scomodi al regime conobbero loro malgrado la Lucania …

Ma al di là del mio destino individuale credo che il clima si stia avvelenando inutilmente. Che l’Unione Europea indichi nella Russia la causa delle sue divisioni politiche ha un che di folle. Se il processo di integrazione europeo si è arenato sulle faccende economiche, se non si è riusciti a creare una comunità culturale e politica, se i popoli fuggono da un’Europa vista solo come burocrazia e privilegio di poche nazioni, non possiamo darne la colpa al Cremlino. Occorre, invece, un serio processo di analisi e di autocritica cui il Partito Socialista Europeo, che è stato tra i costruttori di questa Europa, non si sottragga. Individuare una causa esogena fa sempre piacere, è un atto consolatorio, indipendentemente dalla grossolanità e dal ridicolo delle tesi. Più o meno come dire che la disoccupazione, in Italia, è causata dai profughi che traversano il Mediterraneo.

Quindi non spariamo addosso a Putin. O, quantomeno, facciamolo per un motivo serio. Come ad esempio la questione dei diritti umani in Russia. E non per cercare scuse e colpevoli esterni ad un insuccesso, quello dell’Unione Europea, che è solo, esclusivamente, colpa della stessa Europa.

Mario Michele Pascale
Consiglio Nazionale del PSI
Responsabile nazionale editoria, arti e spettacolo

Scrive Mario Michele Pascale:
L’informazione via Facebook

Google e Facebook, che dominano la distribuzione dell’informazione sul web e sul mobile, dichiarano che adotteranno una politica “anti bufala”. Verranno pubblicate solo notizie vere. Domanda: chi è che deciderà cosa è vero e cosa è falso, indirizzando milioni e milioni di persone? Sul tema anche Ponzio Pilato ebbe alcune difficoltà. Risposta: un algoritmo supportato dall’intervento umano. Quindi ci sarà un pool di giovanotti e signorine, suppongo pochi, concentrati geograficamente, connotati culturalmente, dipendenti di un’azienda privata e, in quanto dipendenti, tenuti ad eseguire gli ordini che arrivano dall’alto, che avranno al responsabilità di orientare, dal punto di vista della “verità”, il popolo del web a livello mondiale.

Questa cosa non mi piace. E’ tipico dei poteri autoritari impugnare la lotta contro il caos per eliminare ogni voce dissidente. Fu fatto anche in Italia un po’ di tempo fa, rendendo la vita impossibile alle radio libere e alle tv private. Il risultato fu il duopolio Rai-Mediaset, che ha segnato un abbassamento dei livelli culturali, il trionfo della tv spazzatura ed una omologazione al ribasso dell’informazione.
Senza la confusione del web, che ospita voci indipendenti a costo zero o quasi, oggi vivremmo in una dittatura. Ed il rischio di bollare una posizione semplicemente eretica con la dizione “falso” è enorme.

Il web è caotico? Zuckerberg e soci rispondono: mettiamoci dei guardiani, diamo regole, sopprimiamo quel che non è orientato secondo i nostri canoni. Perdonatemi se sarò un tantino retrò, ma la libertà è anche far parlare gli idioti. Alle volte è una cosa fastidiosa da sopportare, ma che garantisce anche l’espressione della libertà dei meritevoli. La vicenda statunitense di Larry Flynt, editore del periodico Hustler, ne è il massimo esempio.

Potrà sembrarvi paradossale, ma le bufale, e non gli algoritmi ed i guardiani del web, sono l’unica garanzia della nostra libertà di espressione.

Mario Michele Pascale
Consiglio nazionale del PSI
Responsabile nazionale editoria, arti e spettacolo

Hillary ha giocato a fare
la statista

Hillary Clinton ha perso. Si batteva contro un uomo grossolano, ignorante, sessista, xenofobo, reputato dal resto del mondo una sciagura. Eppure è stata capace di perdere. Perché?
I nomi non sono la sostanza delle cose, diceva Agostino di Ippona. Fare politica perché si è una Clinton e credere che basti il proprio cognome e la protezione paterna dell’ex presidente Obama per vincere è, evidentemente, un peccato di superbia. Non è emerso un progetto politico coerente. Hillary ha giocato a fare la statista, guardando il mondo dall’alto della sua posizione, ma non è stata capace di entusiasmare parte del suo stesso elettorato. E’ mancata la classe media, le famiglie con una posizione sociale ed una certa solidità economica, ma perennemente esposte alle fluttuazioni dell’economia. Sono mancati i ceti meno abbienti. Volevano risposte concrete che non sono arrivate. In pratica la Clinton perde perché non è stata abbastanza “socialista”: ha parlato molto dei diritti (cosa giusta) ma ben poco della giustizia sociale. Avesse avuto un solo alluce di Bernie Sanders le cose sarebbero andate diversamente. Ma la Clinton, donna antipatica ed arrogante, non è socialista, è una liberale. Come tale guarda tutti dall’alto in basso.

Donald Trump, quest’oggetto oscuro, dipinto dai più come un orco assetato di sangue, invece ha fatto politica meglio della sua avversaria ed ha presentato un progetto agli elettori. Possiamo discutere sulla infima qualità delle idee di Trump, ma è innegabile che siano coerenti e che indichino una direzione precisa per gli States. Trump è riuscito a discutere con un ampio schieramento di mostri, mettendoli d’accordo. Ha vinto nonostante ci fossero state ampie defezioni nel suo stesso partito. Ha vinto avendo contro i media nazionali ed internazionali.

Gli americani sono diventati pazzi? No, hanno scelto tra mondi diversi, tra linguaggi diversi. Trump ha parlato la lingua giusta. Non dobbiamo commettere l’errore storico della sinistra, che è quello di guardare le cose del mondo dalla torre d’avorio dei propri preconcetti. Anche questa è una forma di superbia. Cui si associa il considerare la democrazia come una forma di aristocrazia: tutti hanno diritto di voto, ma la classe dirigente deve essere in odore di santità. Democrazia vuol dire rappresentazione: Trump rappresenta un paese reale. Non è un bostoniano, non è una persona dai modi eleganti, sfoggia la buona Melania come un trofeo che testimonia la sua potenza fallica. Ma è riuscito a parlare, nonostante tutti i suoi handicap, al cuore e allo stomaco degli elettori. Hillary parlava solo a se stessa e al ristretto cerchio degli interessi che la sorreggevano.

Fin qui gli Stati Uniti. Veniamo a noi. E’ indubbio che la presidenza Trump segnerà un disimpegno degli States dalla politica internazionale: pur mantenendo una presenza attiva, gli americani metteranno in atto una politica estera meno aggressiva, soprattutto nei confronti di Mosca. Questa è una grande opportunità per l’Europa e per l’Italia. Si tratta di recuperare un ruolo in politica estera all’interno del rapporto Est Ovest. Certo è che se la nostra posizione fosse stata più equilibrata, meno schiacciata sulle necessità della Nato, oggi non saremmo costretti ad un necessario voltafaccia dai contorni comici. Ricucire con Mosca dopo essere stati tra i pochi paesi europei ad applicare con coerenza le sanzioni economiche ed essere stati in prima fila, in maniera quasi servile, sull’invio delle truppe in Lettonia, sarà una faccenda difficile. Non impossibile, ma difficile. E saremo di certo scarsamente credibili. Ma se vogliamo avere un ruolo nel disinnescare la tensione tra Washington e Mosca, dobbiamo agire. Un protagonismo minore della Nato, che porta ad un abbassamento della temperatura della politica estera in Europa, inoltre, dà ampio spazio di manovra per una eventuale ridiscussione degli scopi dell’Alleanza atlantica, e, perché no, dei trattati connessi. E’ un appuntamento storico, reso possibile dalla vittoria di Trump. Non dobbiamo sprecarlo.

Ma Trump porterà con se anche un’onda anomala per i diritti, sdoganando sempre di più coloro i quali abitano a destra o nelle pieghe oscure delle religioni. Qui occorre vigliare ed essere presenti. Come? Evitando gli errori di Hillary. Donald Trump è un’esperienza americana che deve rimanere tale. Abbiamo quindi bisogno di creare, in Europa ed in Italia, una autonomia politica reale dagli States. Basta con il veltronismo rimasticato. Cerchiamo una nostra via peculiare che passi per un progetto politico vero e che sia una cosa diversa dalla nostra auto rappresentazione. Impariamo dai nostri errori. Giachetti a Roma, ad esempio, ha precorso, in maniera perversa, con tutta l’arroganza e la sufficienza possibile, tutti gli errori della Clinton. Eppure è ancora lì ad arrogarsi il diritto di rappresentare la sinistra a Roma.
Se non vogliamo un Trump all’italiana, dobbiamo cambiare registro. Meno arroganza, più socialismo.

Mario Michele Pascale
Consiglio Nazionale del PSI
Responsabile nazionale editoria, arti e spettacolo del PSI

In politica estera
navighiamo a vista

La Nato invierà in Lettonia, al confine russo, quattromila militari con funzione “dissuasiva” contro il Cremlino. L’Italia, a quanto dice il Ministro della difesa Pinotti, ha già preso impegni al vertice di Varsavia per fornire una compagnia. Ma perché l’alleanza atlantica schiera uomini provenienti da tutti i paesi del patto proprio alla frontiera russa? Il segretario generale della Nato, Stoltemberg, ha le idee chiare: il messaggio da lanciare a Mosca è quello della “Difesa e dialogo”, non quello della “Difesa o dialogo”.

Tento una traduzione dall’alto politichese e faccio un esempio, giusto per comprenderci meglio. Due persone non sono in buoni rapporti. Non è mai successo l’irreparabile. Però è opportuno tentare di fare pace e parlarsi. Si tratta di omoni grandi e grossi ed un confronto fisico tra i due sarebbe distruttivo. Nella lotta rischierebbero di distruggere tutto quello che gli sta accanto. All’incontro uno dei due si presenta con una pistola in bella vista, la poggia sul tavolo dicendo “certo che voglio dialogare, non vedete come muoio dalla voglia di parlare?”. Qualcosa mi dice che quell’incontro finirà male. In soldoni, come fa l’Occidente a dirci che Mosca deve essere un partner nelle relazioni internazionali se poi viene fuori una provocazione così aperta e pacchiana come schierare uomini di tutte le nazioni aderenti alla Nato ad un tiro di scoppio dalle guardie di confine russe? E’ arroganza o stupidità? Quando il nostro ministro degli Esteri Paolo Gentiloni dichiara che l’invio di soldati italiani al confine russo “non fa parte di una politica di aggressione verso Mosca, ma di una politica di rassicurazione” allora credo che bisogna fare qualcosa per abbassare il tasso alcoolico del governo.

Ancora una volta dimostriamo di essere i servi sciocchi della Nato. In Europa siamo tra i pochi che hanno preso sul serio le sanzioni contro Mosca, mentre gli altri “big”, Germania e Francia in primis, nonostante un “si” di facciata, le hanno bellamente aggirate, continuando a fare affari d’oro con la Russia. La prima vittima delle sanzioni è il nostro export: Mosca era un cliente affidabile e denaroso, che abbiamo perso per obbedire agli Stati Uniti, contrariamente ai nostri interessi politici ed economici. Autolesionismo da manuale.

E’ evidente che la politica estera italiana va tutta costruita. Al momento navighiamo a vista, telecomandati da interessi che non ci appartengono. Da socialista io dico che il nostro primo impegno deve essere per la distensione tra Est ed Ovest. Certo dobbiamo salvaguardare la nostra adesione alla Nato, una adesione scarsamente volontaria perché maturata sulla nostra sconfitta militare con il territorio nazionale occupato da truppe americane ed inglesi, che di certo, però, va rivista a distanza di settantadue anni dalla fine della seconda guerra mondiale perché, semplicemente, è mutato lo scenario internazionale. Dobbiamo comprendere di essere alleati e non sudditi. E dobbiamo farlo comprendere agli altri. Sigonella docet. E dobbiamo comprendere che Mosca è un’opportunità per la nostra economia e non un nemico mortale. Anche se lo zio Sam vorrebbe farci credere il contrario.

Mario Michele Pascale
Consiglio nazionale del Partito Socialista Italiano
Responsabile nazionale editoria, arti e spettacolo