BLOG
Mario Michele Pascale

Il suicidio di Lavagna: rispetto
il dolore, ma non assolvo

Ho rispetto per il dolore di una madre. Lo abbiamo tutti. E’ qualcosa di automatico, empatico. Ma il rispetto è una cosa diversa dall’assoluzione. Una madre, come successo a Lavagna, che chiama le forze di polizia dentro casa perché non riesce a gestire il figlio fallisce. Fallisce come persona e come educatrice. Ma chi era questo ragazzo? Un narcotrafficante, un pericoloso fumatore di crack che aveva perso il controllo di se ed era diventato violento ed ingestibile? No. Era solo un adolescente che fumava degli spinelli. Non lo dico io, lo riporta il generale Renzo Nisi, comandante provinciale della Guardia di Finanza: la madre “si è rivolta a noi perché dopo innumerevoli tentativi di convincere il figlio di smettere di farsi di spinelli non sapeva più cosa fare”. Niente eroina, niente cocaina, niente crack. Spinelli.

Non eravamo lì. Non ci è dato sapere come siano andate le cose. Ho piena fiducia nella professionalità dei finanzieri e non ho motivo di dubitarne. Eppure qualcosa è scattato nel ragazzo: una paura profonda, viscerale, estrema. Paura di essere ed essere trattato come un criminale, marchiato a fuoco dall’ansia di normalità dei genitori, della società della proibizione e dell’omologazione nel nome delle privazioni.

Cito la madre, ai funerali del giovane. Ella parlando ai coetanei del figlio ha dichiarato: “Vi vogliono far credere che fumare una canna è normale, che faticare a parlarsi è normale, che andare sempre oltre è normale. Qualcuno vuol soffocarvi. Diventate protagonisti della vostra vita e cercate lo straordinario”. Io, per iniziare, mi accontenterei della normalità. Normalità vuol dire dare il giusto peso alle cose. Uno spinello ha gli stessi effetti di poco più di due bicchieri di un robusto vino rosso. E le famiglie servono per parlare, confrontarsi, capire insieme. Normalità è anche accettare la difficoltà del dialogo e non aver paura di farsi aiutare dalle persone giuste. Che, in genere, sono psicologi e mediatori, non militari che portano una pistola nella fondina.

Il male è reputare lo spinello al pari della perdizione, della caduta nel vortice della droga. Non lo è. Il male vero è proibire, marchiare, bollare come se fossimo di fronte ad un peccato capitale. Uno spinello non è tutto questo. Il male è non capire le ansie e le inquietudini degli adolescenti. Concentriamoci sul comprendere i nostri ragazzi, non sul punirli come criminali.

Mario Michele Pascale
Consiglio Nazionale del PSI

Mario Michele Pascale
Sciogliere il nodo
sul nostro destino

Si chiede, nel PSI, un congresso straordinario. Bene. L’ho chiesto anche io, in tempi non sospetti, dalle pagine dell’Avanti! Per fare il congresso serviranno regole e numeri. Lì si dovranno materializzare per forza. Ma prima dell’avvento dei numeri e delle regole congressuali faccio un appello, non per me, ma per tutto il partito: qual’è la ricetta per affrontare il corpo elettorale e per porre fine alla nostra evidente irrilevanza? Perché tolta la carica di viceministro siamo decisamente irrilevanti. Validi, ma pochi, i nostri deputati. Qualche consigliere regionale qua e là, perlopiù inquadrato in una subalternità penosa ai sistemi di potere dei governatori espressi dal PD. Siamo praticamente assenti dalle grandi aree metropolitane.

Credo e spero che la risposta non sia “mettere qualcun altro al posto di Nencini”. Ma non perché io creda che l’attuale segretario sia una forza della natura e sia insostituibile. Chiunque voglia governare dovrebbe spiegare come si fa, restando a sinistra ed avendo un rapporto forte con il PD (che non possiamo annullare in nome della comune appartenenza al PSE), ad avere, contemporaneamente, autonomia politica. In verità faccio questa domanda da un bel po’ e nessuno risponde. Eppure la questione su cui dovrebbe vertere davvero il congresso è questa, non il cambio della targa sulla porta del segretario. O se volete anche quella, ma dopo le cose veramente importanti.

Compagni, non starò qui a parlarvi bene di Riccardo Nencini. Molti dicono che è stato avido e che ha voluto per sé sia la guida del partito che lo scranno di vice ministro. Chi sostiene questo di certo è un uomo d’onore. Male informato però. Fu Matteo Renzi a chiedere a tutti i partiti di impegnarsi a fondo nel governo. I segretari nazionali dovevano avere ruoli importanti nell’esecutivo. E così fu. Tant’è che il partito votò apposita dispensa per rendere possibile il doppio incarico. Fu un errore? Rammento bene le grida di giubilo che scuotevano il PSI… finalmente eravamo tornati al governo. Avremmo avuto bisogno, invece, di un segretario a tempo pieno? E’ comodo prevedere i fatti dopo che sono accaduti.

Altri dicono che Riccardo Nencini è stato ambizioso e che in nome di questa ambizione il Partito abbia fatto scelte sbagliate. Se così è siamo di fronte ad una colpa grave. Ma vi chiedo: un altro segretario avrebbe fatto scelte diverse? Rammento che la Lega dei Socialisti, che a lungo è stata l’unica opposizione, chiedeva la nascita “di un unico soggetto politico dalla sinistra del PD a Rifondazione, all’interno del quale i socialisti avessero avuto un ruolo centrale”. Venne Italia Bene comune, voluta anche da Nencini, che aveva in se il PD, SEL ed il PSI. Un successo che la sinistra del partito sbagliò a non fare proprio. Potevamo fare una scelta migliore che essere nel centro sinistra?

Il PD è entrato nel PSE al congresso di Roma. Posso nominarvi, uno per uno, i compagni, che oggi contestano, che all’epoca andarono a fare i volontari (oserei dire i garzoni ed i paggetti) all’incoronazione del PD. Era il congresso di Roma. Ed i socialisti, soprattutto quelli che alle ultime comunali di Roma hanno fatto votare Grillo, erano lì a spellarsi le mani. Fece male Nencini ad assecondare il processo di ingresso del PD nel socialismo europeo?

Renzi venne chiamato a Palazzo Chigi. Volle, con lui, un rappresentante del PSI. Fece male Nencini ad accettare? Come detto, rammento ancora le grida di giubilo, dall’Alpi alle Piramidi, da Savona a Trieste, da piazza Castello alla Vucciria…

Secondo me Nencini non ha sbagliato in quello che ha fatto, semmai ha errato in quello che non ha fatto. A fronte di enormi modificazioni del quadro politico ed economico generale, ha giocato di rimessa, volando troppo basso. In un sistema politico che ti vuole o autonomo, puntando coraggiosamente sull’organizzazione ed il rilancio del partito, o lanciato verso una fusione con il PD in nome del socialismo europeo allo scopo di contaminare positivamente il pachiderma cattocomunista, Nencini è rimasto immobile o, peggio, si è lanciato in soluzioni tanto mediane quanto inutili. L’ultima in ordine di tempo è l’alleanza con i radicali e qualche sindaco. E’ chiaro che è una foglia di fico cui nessuno crede davvero.

Un altro segretario avrebbe fatto cose diverse? Avrebbe osato? Francamente non lo penso. Fino alla vittoria del NO al referendum non c’era alternativa a Riccardo Nencini. I cani, si sa, avanzano quando il cinghiale è ferito. Si può salvare il PSI cambiando segretario? Potrebbe un segretario diverso fare cose migliori? Io non credo. Tuttalpiù si può cambiare il mobilio. O il padrone di casa: invece di pagare la pigione a Renzi la pagheremo a Massimo D’Alema.

Il punto è semplice. Il partito ha di fronte a se una sola scelta. O si punta tutto, modello kamikaze, sull’autonomia politica, oppure si va alla fusione con il PD in nome della comune appartenenza alla famiglia del socialismo europeo. In mezzo c’è solo la strada che porta, con il piattino in mano, a chiedere la carità per avere uno o due deputati.  Una strada che significa disperazione e morte.

Abbiamo dato, nei giorni scorsi, uno spettacolo penoso, simile a quello degli sciacalli che si disputano la carcassa di un animale moribondo che rantola ancora. Andare in tribunale, cavillare, ricorrere, finire sui giornali è stato questo agli occhi di chi ci guardava dall’esterno. Il futuro congresso, se vuole ridarci dignità, dovrà sciogliere, in maniera ultimativa, il nodo sul nostro destino. Ed io non intendo rendermi complice di un accanimento terapeutico. Non accetterò soluzioni mediane e foglie di fico.

Mario Michele Pascale
Consiglio nazionale del PSI

Mario Michele Pascale
Ora occorre un congresso straordinario

Oggi il sole splende ancora. Il referendum è stata una festa della democrazia. Quando gli elettori votano, si esprimono, indicano chiaramente la strada che deve prendere il Paese, non ci sono sconfitti: vinciamo tutti. Almeno secondo me. L’ho detto in più di un’occasione e ribadito pubblicamente durante l’ultimo consiglio nazionale del PSI, insieme ad una riflessione: il problema non era e non è il referendum, bensì la legge elettorale, l’Italicum, che, grazie allo sbarramento al 3% avrebbe tolto a  milioni di italiani il diritto alla rappresentanza politica e cancellato con un colpo di spugna gloriose culture politiche. In quanto dirigente nazionale del partito, con responsabilità su di un settore di lavoro, ho fatto quello che dovevo.
Ho votato si, anche se estremamente critico sulla linea. Nei partiti seri si usa così: si discute e se l’esito della discussione non piace, si accetta comunque il deliberato delle maggioranze. Io l’ho fatto.
Le rane non sono piovute dal cielo, ma Matteo Renzi si è dimesso. Gesto dovuto, compiuto anche con molta classe ed immediatezza. Cosa che però non può annullare gli errori politici commessi. Una politica orientata su leggi che garantiscano diritti, non può sostituirsi ad una azione di governo che garantisca la giustizia sociale. E la giustizia sociale non può essere ottanta euro in busta paga. Non si può, a  fasi alterne, tatticamente e senza strategia, alzare la voce in Europa per poi essere pedissequi alle politiche della Nato. Non si può mettere mano al contratto nazionale della pubblica amministrazione a pochi giorni dal referendum: è chiaro che si tratta di una manovra pre elettorale.
In tutto questo l’errore dei socialisti è stato quello di appiattirsi senza segnare, pur come forza di governo, una diversità ideologica, politica ed amministrativa dal Partito Democratico.
Renzi ha assunto su di sé la responsabilità politica della sconfitta al referendum. Ma è solo lui il colpevole? No. La verità è che Renzi, nel bene e nel male, rappresenta il PD. Il problema non è il segretario, ma  l’attuale assetto del Partito Democratico, incapace di trovare una propria identità tra cattocomunismo, neo consociativismo e socialismo europeo. Senza sciogliere questo nodo il PD è condannato ad essere solo una macchina per occupare posizioni amministrative e posti in parlamento. Ma un meccanismo senza anima non convince gli elettori che, con questo referendum, hanno dimostrato di essere molto esigenti. Il consenso dei democrats, se non ci sarà una linea ideologica e politica degna di questo nome, si abbasserà sempre di più.
E i socialisti? E’ chiaro che, in piccolo, le contraddizioni del PD sono anche le nostre. Il PSI è fatto di amministratori locali, che pensano localmente, senza grossi voli pindarici e senza una chiara visione del mondo. E’ mancata una elaborazione concettuale ed un lavoro organizzativo degno di questo nome. Non è possibile baricentrare tutto su poche liste che, nei casi più importanti, rinnegano anche il simbolo senza raggiungere l’obiettivo minimo e senza dare vita ad aggregazioni significative con altri soggetti. E’ il caso delle recenti comunali di Roma.
Il faraone non muove l’esercito contro gli ebrei in fuga, ma Massimo D’Alema, sollecitato dai giornalisti, ha dichiarato: “Beh, andremo ad un congresso”. Quindi ci sarà una notte dei lunghi coltelli. Per fare cosa? Per andare dove? Con chi? La vittoria al referendum non è una vittoria delle opposizioni interne ai partiti di sinistra. Ha vinto semmai Grillo ed anche Salvini, in questa fase, gli è subalterno. Siamo certi che il “muoia Sansone con tutti i filistei” faccia bene al paese? A Roma è già avvenuto, consegnando la città nelle mani di un gruppetto di (quasi) onesti incompetenti. D’Alema può essere un’alternativa? Non credo, dato che ha dimostrato di essere un servo della Nato molto più di Renzi. E Fassina, che in Tv era così vicendevolmente complimentoso con Salvini, con toni da militante rosso bruno? E Ciriaco de Mita, con la sua invidiabile longevità politica e con tutti i suoi scheletri nell’armadio datati prima repubblica? E Silvio Berlusconi potrà mai essere il nostro avvenire? Non scherziamo. L’esito del referendum segna un’avanzata ed un consolidamento dei cinque stelle e l’avvio di una parcellizzazione estrema a sinistra. Che potrà essere mortale.
Il PSI? Beh, è chiaro che il gruppo dirigente dovrà riflettere e prendere delle decisioni. E’ chiaro che il rapporto con il PD vada rivisto ed il patto federativo vada rinegoziato, se non rescisso. E’ evidente che si debba mettere mano, una volta per tutte, all’organizzazione del Partito. E vanno sciolti alcuni nodi di fondo. Esattamente come il PD il PSI è prigioniero della sua indecisione. I socialisti non riescono a decidersi tra un’organicità ai democrats in nome del socialismo europeo, un esasperato autonomismo, un’aggregazione con i radicali e gli altri grupposcoli, ed una virata drastica verso il contenitore di Sinistra Italiana.
Personalmente non credo in una aggregazione a freddo con i radicali. Oltretutto i radicali non sono Della Vedova, cha parla  a titolo personale o poco più: quelli che hanno i voti, quelli veri, hanno già preso le distanze dal progetto ed anche se avessero detto di si è difficile fare politica con chi ha l’affidabilità di una zucchina lessa. Vedi il caso delle comunali di Roma. L’aggregazione laico socialista radicale nasce morta. Così come nasce morta Sinistra Italiana, che è solo ceto politico avariato che galleggia, incapace di una efficace sintesi ideologica e politica. Restano, come ipotesi plausibili, l’autonomia e la costruzione di un soggetto unico del socialismo europeo. E le tesi di Ernesto Rossi, contenute nel suo ultimo libro “La rivoluzione socialista” meritano di essere prese in considerazione.
Ma dobbiamo scegliere e farlo in fretta. L’unica cosa che ci danneggia, in questa fase, è tergiversare o peggio, fischiettare facendo finta di nulla. Oltretutto l’impianto sul quale si è costruito il congresso di Salerno ed ancor di più quello di Venezia, si è sfaldato, superato dagli eventi. Occorre un congresso straordinario che non sia una parata di star e papesse straniere, i precedenti, né la celebrazione delle piccole vendette personali,  ma che sia il luogo dove i socialisti e solo i socialisti discutono e decidono sul loro futuro.  E la questione è semplice: o il socialismo europeo, che implica una battaglia dura contro i populismi e le destre, o l’autonomia. Come diceva un vecchio saggio: “Sia il vostro parlare si oppure no. Il di più appartiene al maligno”.
Mario Michele Pascale
Consiglio Nazionale del PSI
Responsabile nazionale editoria, arti e spettacolo

Scrive Mario Michele Pascale:
L’Europa ‘spara’ su Putin

L’Europarlamento lancia l’allarme sulle interferenze Russe in Europa, tese a “distorcere la verità” e a “dividere l’Europa dall’alleanza con gli Stati Uniti”. Ora dato che l’agenzia di stampa Sputnik pubblica regolarmente i miei interventi, che rimpiango Sigonella e credo che la guerra fredda debba finire una volta per tutte, io cosa dovrei fare? Prepararmi al confino di polizia a Muro Lucano? Non sarebbe un problema, dato che sarei in buona compagnia: tanti socialisti scomodi al regime conobbero loro malgrado la Lucania …

Ma al di là del mio destino individuale credo che il clima si stia avvelenando inutilmente. Che l’Unione Europea indichi nella Russia la causa delle sue divisioni politiche ha un che di folle. Se il processo di integrazione europeo si è arenato sulle faccende economiche, se non si è riusciti a creare una comunità culturale e politica, se i popoli fuggono da un’Europa vista solo come burocrazia e privilegio di poche nazioni, non possiamo darne la colpa al Cremlino. Occorre, invece, un serio processo di analisi e di autocritica cui il Partito Socialista Europeo, che è stato tra i costruttori di questa Europa, non si sottragga. Individuare una causa esogena fa sempre piacere, è un atto consolatorio, indipendentemente dalla grossolanità e dal ridicolo delle tesi. Più o meno come dire che la disoccupazione, in Italia, è causata dai profughi che traversano il Mediterraneo.

Quindi non spariamo addosso a Putin. O, quantomeno, facciamolo per un motivo serio. Come ad esempio la questione dei diritti umani in Russia. E non per cercare scuse e colpevoli esterni ad un insuccesso, quello dell’Unione Europea, che è solo, esclusivamente, colpa della stessa Europa.

Mario Michele Pascale
Consiglio Nazionale del PSI
Responsabile nazionale editoria, arti e spettacolo

Scrive Mario Michele Pascale:
L’informazione via Facebook

Google e Facebook, che dominano la distribuzione dell’informazione sul web e sul mobile, dichiarano che adotteranno una politica “anti bufala”. Verranno pubblicate solo notizie vere. Domanda: chi è che deciderà cosa è vero e cosa è falso, indirizzando milioni e milioni di persone? Sul tema anche Ponzio Pilato ebbe alcune difficoltà. Risposta: un algoritmo supportato dall’intervento umano. Quindi ci sarà un pool di giovanotti e signorine, suppongo pochi, concentrati geograficamente, connotati culturalmente, dipendenti di un’azienda privata e, in quanto dipendenti, tenuti ad eseguire gli ordini che arrivano dall’alto, che avranno al responsabilità di orientare, dal punto di vista della “verità”, il popolo del web a livello mondiale.

Questa cosa non mi piace. E’ tipico dei poteri autoritari impugnare la lotta contro il caos per eliminare ogni voce dissidente. Fu fatto anche in Italia un po’ di tempo fa, rendendo la vita impossibile alle radio libere e alle tv private. Il risultato fu il duopolio Rai-Mediaset, che ha segnato un abbassamento dei livelli culturali, il trionfo della tv spazzatura ed una omologazione al ribasso dell’informazione.
Senza la confusione del web, che ospita voci indipendenti a costo zero o quasi, oggi vivremmo in una dittatura. Ed il rischio di bollare una posizione semplicemente eretica con la dizione “falso” è enorme.

Il web è caotico? Zuckerberg e soci rispondono: mettiamoci dei guardiani, diamo regole, sopprimiamo quel che non è orientato secondo i nostri canoni. Perdonatemi se sarò un tantino retrò, ma la libertà è anche far parlare gli idioti. Alle volte è una cosa fastidiosa da sopportare, ma che garantisce anche l’espressione della libertà dei meritevoli. La vicenda statunitense di Larry Flynt, editore del periodico Hustler, ne è il massimo esempio.

Potrà sembrarvi paradossale, ma le bufale, e non gli algoritmi ed i guardiani del web, sono l’unica garanzia della nostra libertà di espressione.

Mario Michele Pascale
Consiglio nazionale del PSI
Responsabile nazionale editoria, arti e spettacolo

Hillary ha giocato a fare
la statista

Hillary Clinton ha perso. Si batteva contro un uomo grossolano, ignorante, sessista, xenofobo, reputato dal resto del mondo una sciagura. Eppure è stata capace di perdere. Perché?
I nomi non sono la sostanza delle cose, diceva Agostino di Ippona. Fare politica perché si è una Clinton e credere che basti il proprio cognome e la protezione paterna dell’ex presidente Obama per vincere è, evidentemente, un peccato di superbia. Non è emerso un progetto politico coerente. Hillary ha giocato a fare la statista, guardando il mondo dall’alto della sua posizione, ma non è stata capace di entusiasmare parte del suo stesso elettorato. E’ mancata la classe media, le famiglie con una posizione sociale ed una certa solidità economica, ma perennemente esposte alle fluttuazioni dell’economia. Sono mancati i ceti meno abbienti. Volevano risposte concrete che non sono arrivate. In pratica la Clinton perde perché non è stata abbastanza “socialista”: ha parlato molto dei diritti (cosa giusta) ma ben poco della giustizia sociale. Avesse avuto un solo alluce di Bernie Sanders le cose sarebbero andate diversamente. Ma la Clinton, donna antipatica ed arrogante, non è socialista, è una liberale. Come tale guarda tutti dall’alto in basso.

Donald Trump, quest’oggetto oscuro, dipinto dai più come un orco assetato di sangue, invece ha fatto politica meglio della sua avversaria ed ha presentato un progetto agli elettori. Possiamo discutere sulla infima qualità delle idee di Trump, ma è innegabile che siano coerenti e che indichino una direzione precisa per gli States. Trump è riuscito a discutere con un ampio schieramento di mostri, mettendoli d’accordo. Ha vinto nonostante ci fossero state ampie defezioni nel suo stesso partito. Ha vinto avendo contro i media nazionali ed internazionali.

Gli americani sono diventati pazzi? No, hanno scelto tra mondi diversi, tra linguaggi diversi. Trump ha parlato la lingua giusta. Non dobbiamo commettere l’errore storico della sinistra, che è quello di guardare le cose del mondo dalla torre d’avorio dei propri preconcetti. Anche questa è una forma di superbia. Cui si associa il considerare la democrazia come una forma di aristocrazia: tutti hanno diritto di voto, ma la classe dirigente deve essere in odore di santità. Democrazia vuol dire rappresentazione: Trump rappresenta un paese reale. Non è un bostoniano, non è una persona dai modi eleganti, sfoggia la buona Melania come un trofeo che testimonia la sua potenza fallica. Ma è riuscito a parlare, nonostante tutti i suoi handicap, al cuore e allo stomaco degli elettori. Hillary parlava solo a se stessa e al ristretto cerchio degli interessi che la sorreggevano.

Fin qui gli Stati Uniti. Veniamo a noi. E’ indubbio che la presidenza Trump segnerà un disimpegno degli States dalla politica internazionale: pur mantenendo una presenza attiva, gli americani metteranno in atto una politica estera meno aggressiva, soprattutto nei confronti di Mosca. Questa è una grande opportunità per l’Europa e per l’Italia. Si tratta di recuperare un ruolo in politica estera all’interno del rapporto Est Ovest. Certo è che se la nostra posizione fosse stata più equilibrata, meno schiacciata sulle necessità della Nato, oggi non saremmo costretti ad un necessario voltafaccia dai contorni comici. Ricucire con Mosca dopo essere stati tra i pochi paesi europei ad applicare con coerenza le sanzioni economiche ed essere stati in prima fila, in maniera quasi servile, sull’invio delle truppe in Lettonia, sarà una faccenda difficile. Non impossibile, ma difficile. E saremo di certo scarsamente credibili. Ma se vogliamo avere un ruolo nel disinnescare la tensione tra Washington e Mosca, dobbiamo agire. Un protagonismo minore della Nato, che porta ad un abbassamento della temperatura della politica estera in Europa, inoltre, dà ampio spazio di manovra per una eventuale ridiscussione degli scopi dell’Alleanza atlantica, e, perché no, dei trattati connessi. E’ un appuntamento storico, reso possibile dalla vittoria di Trump. Non dobbiamo sprecarlo.

Ma Trump porterà con se anche un’onda anomala per i diritti, sdoganando sempre di più coloro i quali abitano a destra o nelle pieghe oscure delle religioni. Qui occorre vigliare ed essere presenti. Come? Evitando gli errori di Hillary. Donald Trump è un’esperienza americana che deve rimanere tale. Abbiamo quindi bisogno di creare, in Europa ed in Italia, una autonomia politica reale dagli States. Basta con il veltronismo rimasticato. Cerchiamo una nostra via peculiare che passi per un progetto politico vero e che sia una cosa diversa dalla nostra auto rappresentazione. Impariamo dai nostri errori. Giachetti a Roma, ad esempio, ha precorso, in maniera perversa, con tutta l’arroganza e la sufficienza possibile, tutti gli errori della Clinton. Eppure è ancora lì ad arrogarsi il diritto di rappresentare la sinistra a Roma.
Se non vogliamo un Trump all’italiana, dobbiamo cambiare registro. Meno arroganza, più socialismo.

Mario Michele Pascale
Consiglio Nazionale del PSI
Responsabile nazionale editoria, arti e spettacolo del PSI

In politica estera
navighiamo a vista

La Nato invierà in Lettonia, al confine russo, quattromila militari con funzione “dissuasiva” contro il Cremlino. L’Italia, a quanto dice il Ministro della difesa Pinotti, ha già preso impegni al vertice di Varsavia per fornire una compagnia. Ma perché l’alleanza atlantica schiera uomini provenienti da tutti i paesi del patto proprio alla frontiera russa? Il segretario generale della Nato, Stoltemberg, ha le idee chiare: il messaggio da lanciare a Mosca è quello della “Difesa e dialogo”, non quello della “Difesa o dialogo”.

Tento una traduzione dall’alto politichese e faccio un esempio, giusto per comprenderci meglio. Due persone non sono in buoni rapporti. Non è mai successo l’irreparabile. Però è opportuno tentare di fare pace e parlarsi. Si tratta di omoni grandi e grossi ed un confronto fisico tra i due sarebbe distruttivo. Nella lotta rischierebbero di distruggere tutto quello che gli sta accanto. All’incontro uno dei due si presenta con una pistola in bella vista, la poggia sul tavolo dicendo “certo che voglio dialogare, non vedete come muoio dalla voglia di parlare?”. Qualcosa mi dice che quell’incontro finirà male. In soldoni, come fa l’Occidente a dirci che Mosca deve essere un partner nelle relazioni internazionali se poi viene fuori una provocazione così aperta e pacchiana come schierare uomini di tutte le nazioni aderenti alla Nato ad un tiro di scoppio dalle guardie di confine russe? E’ arroganza o stupidità? Quando il nostro ministro degli Esteri Paolo Gentiloni dichiara che l’invio di soldati italiani al confine russo “non fa parte di una politica di aggressione verso Mosca, ma di una politica di rassicurazione” allora credo che bisogna fare qualcosa per abbassare il tasso alcoolico del governo.

Ancora una volta dimostriamo di essere i servi sciocchi della Nato. In Europa siamo tra i pochi che hanno preso sul serio le sanzioni contro Mosca, mentre gli altri “big”, Germania e Francia in primis, nonostante un “si” di facciata, le hanno bellamente aggirate, continuando a fare affari d’oro con la Russia. La prima vittima delle sanzioni è il nostro export: Mosca era un cliente affidabile e denaroso, che abbiamo perso per obbedire agli Stati Uniti, contrariamente ai nostri interessi politici ed economici. Autolesionismo da manuale.

E’ evidente che la politica estera italiana va tutta costruita. Al momento navighiamo a vista, telecomandati da interessi che non ci appartengono. Da socialista io dico che il nostro primo impegno deve essere per la distensione tra Est ed Ovest. Certo dobbiamo salvaguardare la nostra adesione alla Nato, una adesione scarsamente volontaria perché maturata sulla nostra sconfitta militare con il territorio nazionale occupato da truppe americane ed inglesi, che di certo, però, va rivista a distanza di settantadue anni dalla fine della seconda guerra mondiale perché, semplicemente, è mutato lo scenario internazionale. Dobbiamo comprendere di essere alleati e non sudditi. E dobbiamo farlo comprendere agli altri. Sigonella docet. E dobbiamo comprendere che Mosca è un’opportunità per la nostra economia e non un nemico mortale. Anche se lo zio Sam vorrebbe farci credere il contrario.

Mario Michele Pascale
Consiglio nazionale del Partito Socialista Italiano
Responsabile nazionale editoria, arti e spettacolo

Chi ha paura di Putin?

Anche questa volta Vladimir Putin ha lasciato il segno. Il 58% dei voti del suo partito, Russia Unita, che si tramuta in quasi l’80% dei seggi della Duma parla chiaro. Gli elettori sono con lui. Viene premiato il culto della personalità, l’idea di una Russia forte ed incisiva a livello internazionale, il panslavismo. Putin è la Russia e la Russia è Putin. Di questo bisognerà tenere conto nelle relazioni internazionali con Mosca.

Molti si aspettavano una campagna elettorale al vetriolo e consultazioni “allegre” dal punto di vista delle garanzie democratiche. Gli osservatori internazionali riportano invece dati che ci parlano di una sostanziale correttezza delle operazioni di voto. Niente brogli, niente risse nei seggi, niente repressione delle opposizioni.

Vladimir Putin non è simpatico in Occidente. Uomo glaciale, che ostenta il suo passato da teppista nei bassifondi di Leningrado, ex agente del KGB. Fortemente intriso di comunismo. Un comunismo non politico, non ideologico, ma esistenziale. Lui stesso dichiara: “Chi vuole restaurare il comunismo è senza cervello. Chi non lo rimpiange è senza cuore”. Putin è un piccolo Zar. Pensa in termini di impero e lo fa con le stesse direttrici dei suoi imperiali predecessori: il dominio sul Mar Nero,  l’accesso al Mediterraneo indebolendo il più possibile la Turchia in una altalena di bastone e carota, un protagonismo a ridosso del Caucaso, un “paterno” interesse nei confronti degli slavi dei Balcani. In più una certa freddezza e diffidenza nel trasformare, nei fatti oltre che nel sistema elettorale, la Russia in una democrazia matura che abbia in se anche la tutela dei diritti. Troppo per i palati raffinati di Parigi, Berlino e Londra e un piatto decisamente indigesto per i molto meno raffinati gusti di Washington. Putin non piace e molti lo vedrebbero bene cadere da cavallo.

In Russia ci sono due tipi di opposizioni: una vera ed una finta. Quella vera non è riuscita ad essere rappresentata nel neo eletto parlamento, raggranellando percentuali imbarazzanti, dimostrando di essere solo un parto di pochi intellettuali privo di radicamento sociale. Quella finta è rappresentata da partiti che, bene o male, sono d’accordo con le linee politiche espresse da Putin, e sono classificabili come una vera e propria “opposizione di sistema”. Parliamo del Partito Liberal Democratico di Russia ed il Partito Comunista della Federazione Russa. I loro segretari sono due simpaticoni. Vladimir Zhirinovsky per i liberal democratici e Gennadij Andreevič Zjuganov per il Partito Comunista. Zjuganov è stato un feroce oppositore della perestrojka, figuriamoci cosa può pensare della tanto odiata “democrazia borghese” e dei diritti. Egli è un nostalgico dell’antica potenza dell’Urss e propone una politica estera estremamente aggressiva. Zhirinovsky è salito all’onore delle cronache per aver incitato allo stupro di gruppo di una giornalista incinta e, a suo modo di vedere, impertinente nelle domande. Ma è anche convinto che la Russia debba riprendersi le repubbliche diventate indipendenti, che si debba parlare solo in russo, che venga ripristinata la pena capitale, che vengano soppresse tutte le religioni diverse da quella ortodossa. Il nostro Salvini a confronto è una mammoletta. Zjuganov e Zhirinovsky sono gli alfieri di una Russia forte, autosufficiente, chiusa all’esterno. Integralmente “slavofila”. Destra e comunisti si apprezzano a vicenda.

L’equilibrio su cui governa Putin è questo: i Russi, che non sono mai guariti dall’impero e dallo stalinismo, vogliono contare nel mondo. Sentono di essere qualcosa di diverso dall’Occidente, di cui, consumismo e comodità a parte, rifiutano i valori. Nulla di nuovo sotto il sole, basti leggere “Delitto e castigo” di Dostoevskij. I Russi sentono il dovere di dover tutelare gli altri popoli slavi, serbi in primis. Vogliono che le ricchezze russe vengano gestite dai russi per i russi. Ma soprattutto sognano l’impero. Di nuovo. E la grandezza nazionale. E lo fanno in maniera impetuosa, a tratti scomposta. Xenofobia, razzismo, autoritarismo, omofobia sono elementi comuni sia al partito del premier che alle due finte opposizioni. Sotto la cenere, trattenuta dall’ombra del nuovo zar, cova una forte violenza politica. Cosa accadrebbe se Putin cadesse da cavallo?

Anche l’Occidente dovrebbe imparare dai suoi errori. Si è voluta una guerra contro l’Iraq perché Saddam Hussein era un problema ed un pericolo, per via delle armi chimiche. Bene. Il problema, con la sua morte, non solo non si è risolto, ma si è decisamente aggravato. E delle armi chimiche neanche una traccia. Saddam, per quanto scarsamente gestibile, era come un tappo sull’Iraq. Saltato il tappo è successo un macello. Nel vero senso della parola. Lo stesso dicasi per Gheddafi. Il colonnello era l’unico in grado di cementare i gruppi tribali libici. Tolto lui è iniziato un disastro di proporzioni bibliche.

Senza Putin che farebbe la Russia? Il presidente è comunque un uomo d’ordine, che tiene saldamente in pugno le redini del paese. La rigidità sovietica dei seguaci di Zjuganov ed il medioevale estro creativo degli uomini di  Zhirinovsky, quali danni potrebbe arrecare? La Russia non è la Libia e non è l’Iraq. Ha un arsenale nucleare, un esercito forte ed è anche una potenza industriale. Credo che non bisogna aver paura di Putin, ma di quello che succederebbe senza Putin o dopo Putin.

Per questo è necessario allentare il cordone sanitario che si è fin qui costruito intorno a Mosca. Che l’Unione Europea smetta di essere un trampolino di lancio della Nato in cui l’adesione all’Unione è l’anticamera dell’ingresso nel Patto Atlantico. La Russia deve rientrare a  pieno titolo nelle relazioni internazionali non come nemico da contenere ma come partner. E bisogna avviare una nuova stagione di dialogo Est-Ovest. Questo non vuol dire accettare la situazione russa così come è. Ogni apertura dell’Occidente deve essere ricambiata da aperture ai diritti. Mosca non vuole esercitazioni della Nato in Polonia, a ridosso dei propri confini? Benissimo, che la Russia legiferi in maniera credibile per la libertà di espressione. Mosca vuole l’annullamento delle sanzioni? Un gesto di buona volontà sarebbe quello di tirare fuori dalle carceri un po’ di oppositori. Questo do ut des, che io qui semplifico come esempio, è estremamente virtuoso. Da un lato tira fuori dal pantano diplomatico la Russia, con un effetto fortemente distensivo nelle relazioni internazionali, e dall’altro renderebbe la nazione di Putin più democratica. Ci guadagneremmo tutti.

E’ possibile? Certo. E potrebbe essere uno spazio di manovra sia dell’Italia che dell’Unione Europea, a condizione di mantenere un rapporto equilibrato, di appartenenza ma non di servitù, nei confronti della Nato e dei desiderata degli USA. Secondo me una certa distanza critica dai dettami di Washington sarebbe opportuna. Siamo nella Nato perché abbiamo perso la seconda guerra mondiale, anche se ci siamo riciclati come co belligeranti. Il “pericolo comunista” ha fatto il resto, schiacciandoci sul Patto Atlantico anche se ospitavamo uno dei partiti comunisti più forti d’Europa. Partendo dal presupposto che anche gli ergastolani dopo una trentina d’anni escono dal carcere, è bene far notare che sono trascorsi più di settant’anni dalla fine della guerra. Sarebbe il caso di rinegoziare la nostra appartenenza alla Nato, riappropriandoci di una nostra autonomia politica nel quadro del dialogo Est Ovest e della solidarietà Nord Sud del mondo.

Frattanto auguriamo buon compleanno a zio Vladimir, che il 7 ottobre, compirà 64 anni.

Mario Michele Pascale
Consiglio Nazionale del Partito socialista italiano
Responsabile nazionale editoria, arti e spettacolo

Scrive Mario Michele Pascale:
Per i terremotati intervengano
le Fondazioni bancarie

Il terremoto dei giorni scorsi ha devastato anche un enorme patrimonio culturale. Accanto al dolore e al cordoglio per le vittime e la enorme preoccupazione per quanti sono senza casa, costretti in condizioni di fortuna, non dobbiamo dimenticare i monumenti e le antichità ferite, che rappresentano la memoria storica e sono il simbolo delle comunità locali. Il bollettino di guerra ha proporzioni drammatiche. Tra i tanti siti: le basiliche di San Francesco e Sant’Agostino, la biblioteca comunale ed il museo civico di Amatrice. Il duomo di Urbino, il museo archeologico di Ascoli Piceno. Ma questo è solo un piccolo esempio dei 293 edifici storici colpiti dal sisma in maniera grave. 60 di questi sono a rischio di crollo. Ci vuole un colpo di reni per ricostruire e ridare vita ai centri storici. Ma l’azione del governo, che rischia, nonostante la volontà politica, di essere rallentata dai mille legacci della burocrazia, da sola non è sufficiente. E giustamente deve avere come aspetto prioritario la cura delle persone. Da parte socialista non manca e non mancherà un’azione di velocizzazione e di pungolo, per evitare ritardi ed inutili complicazioni. Il mio auspicio è che, nel frattempo, le fondazioni di origine bancaria, che hanno come compito statutario anche la ristrutturazione di immobili di pregio storico e che hanno una struttura operativa molto più agile, esattamente come già avvenuto per il sisma dell’Aquila, mettano a disposizione parte dei loro bilanci per la ricostruzione delle antichità colpite da questo terremoto. Sarà mia cura sensibilizzare i vertici dell’Acri (associazione di fondazioni e casse di risparmio spa), affinché si deliberi in tal senso.

Mario Michele Pascale
Responsabile nazionale editoria, arti e spettacolo del PSI

Mario Michele Pascale
Firmo l’appello
“La Nuova Europa” però…

Ho preso nota dell’appello a firma Riccardo Nencini ed altri, da titolo “La nuova Europa”, visibile sul sito del PSI. 
Mi è stato chiesto di leggerlo e firmarlo. Lo firmo, però… ed i “però” in politica sono importanti. Ve li elenco brevemente. 
1) Ci accorgiamo, grazie alla Brexit, di essere nel PSE. Ben venga. Speriamo che per prendere coscienza di essere in Italia non si debba aspettare un nuovo terremoto in Irpinia. Detto meglio, non abbiamo, come partito, una politica coerente in materia europea, né “facciamo pressione” con la dovuta forza sulla nostra rappresentanza istituzionale a Strasburgo. “Nostra” perché siede nei banchi del PSE ed è stata eletta anche con i nostri voti. Nè abbiamo, fin qui, detto nulla riguardo alla loro condotta a volte lesiva della stessa idea di socialismo.
2) Il documento elenca i difetti dell’Europa. Benissimo. Ma i toni sono veramente da oratorio. Invece del “mannaggia li pescetti” di sordiana memoria, ci vorrebbe un robusto bestemmione. Nel documento si ritiene che l’Euro ha “neutralizzato la crisi del debito sovrano”. A me risulta, invece, che abbia peggiorato le condizioni di vita degli europei. Che non abbia saputo dare risposte serie alla crisi economica, che impedisca serie misure di welfare a sostegno dei ceti deboli. A fronte di queste tre cose io mi sentirei autorizzato ad alzare la voce. Una moneta fuori dal controllo del parlamento europeo è uno strumento del potere finanziario. Punto.
3) Leggo che ci deve essere una convergenza delle “grandi famiglie politiche europee; socialisti, popolari, liberaldemocratici e ambientalisti” per fare fronte comune contro i movimento anti europeisti. Bellissima ammucchiata. Come tale fonte di compromessi che non porteranno da nessuna parte. Ma forse il problema è un’altro. E che i movimenti anti europeisti per quanto costituiti anche da fanatici, vedono con chiarezza una cosa: l’Europa è, attualmente, prigionia e non opportunità. E’ il luogo in cui le lobby e la finanza governano e le rappresentanze democratiche vengono marginalizzate. A questo noi, socialisti europei, dovremmo porre rimedio. Con un lavoro che vada ad incidere severamente sui rapporti tra rappresentanza democratica, finanza e lobbies, limitando le ultime due. Non agitando lo spettro degli antieuropeisti. Se noi facciamo del vecchio continente una comunità solidale che sia davvero espressione dei suoi cittadini, Farage e i suoi cloni si scioglieranno come neve al sole.
Quindi firmo. E firmo perché apprezzo la buona volontà nell’aver posto il problema. Ma sono molto scontento. Terribilmente scontento. E credo che i miei motivi siano seri…
 
Mario Michele Pascale
Consiglio Nazionale PSI