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Mario Michele Pascale

Scrive Mario Michele Pascale:
Atac e l’indifferenza romana

Il referendum sul destino di Atac, che si è arenato sul quorum, interessando poco più del 16% degli aventi diritto al voto, è il chiaro segno di come la democrazia diretta sia al capolinea. Del resto lo stesso Rousseau diceva che era proponibile solo per piccole comunità. Non certo per una città di cinque milioni di abitanti. E perdonatemi se ritorno, nei miei interventi, sullo stesso punto: democrazia non è solo avere la possibilità di scegliere, ma anche dare un contributo attivo alle scelte ed essere responsabili delle conseguenze, buone o cattive che siano. I romani hanno dimostrato chiaramente di non essere all’altezza della democrazia.
Entriamo nel merito: io sono istintivamente per il pubblico, per un pubblico che funzioni, ovviamente. Ho notato, a sinistra, che il cancro liberista è vivo e vegeto. Il privato che “necessariamente” funziona (chi lo ha detto?), e il guardare tutto il processo produttivo ed il destino dei servizi pubblici agitando la mera e semplicistica soddisfazione del singolo cittadino, sono cose molto pericolose. Non faccio un ragionamento “morale”. Il problema non è chi intasca i soldi. E se dobbiamo allineare il trasporto pubblico alla felicità del cittadino dovremmo fare una corsia preferenziale ed un parcheggio dedicato per ogni abitante di Roma. Il punto è che la sinistra, che ama suicidarsi, ha deciso di vedere la questione ATAC solo in termini amministrativi. Non lo è. Declinando una ipotetica “felicità” dell’utente (che vorrebbe solo andare dove vuole, come vuole, con la propria vettura) in maniera inesistente, agitandola come un velo di Maya, si evita di fare politica. Politica vuol dire pensare un modello di sviluppo finalizzato al bene comune (che non sempre si sposa con la felicità dei singoli) che noi dobbiamo portare avanti sul medio e lungo periodo. Vuol dire strategie, pianificazioni ed obiettivi. Il privato come via d’uscita non è questo. Anche coloro i quali diversificano tra la gestione e la pianificazione del servizio, che nel loro intendimento resterebbe al comune, si sono tenuti bene alla larga dallo spiegare le direttrici secondo cui Roma Capitale dovrebbe pianificare l’azione del privato. Parole vuote, insomma, frutto di quel veltronismo lib lab un po’ dada e un po’ umpa, che ancora infesta, come una malattia cronica, la sinistra romana. La rivoluzione, compagni, non è il pubblico o il privato, ma provare ad immaginare, per una volta, come vogliamo il futuro di Roma. Che è un’altra cosa. Provando a dismettere, per una volta, gli ormai logori abiti degli anni ’90.

Mario Michele Pascale

Bosnia Erzegovina. Una bomba pronta ad esplodere

Bosnia Erzegovina. Sono passati quasi 23 anni dagli accordi di Dayton che posero fine alla guerra dando alla regione l’attuale configurazione politica: una repubblica federale su base etnica con una presidenza tripartita, sempre su base etnica. L’Italia non partecipò agli accordi. Nella base americana in Ohio, che ha dato il suo nome alla conferenza di pace, c’erano praticamente tutti gli attori interessati: l’allora federazione Jugoslava, la Croazia, gli Stati Uniti, la Germania, il Regno Unito, l’Unione Europea e, chiaramente, gli Stati Uniti e la Russia. Il nostro paese, pur essendo ad un tiro di schioppo dalla regione venne costretto a far sentire la propria voce attraverso l’inviato speciale dell’Unione Europea, Carl Bildt, mentre tedeschi ed inglesi ebbero rappresentanze autonome. Ma questo è un ragionamento che riprenderemo dopo.

In 23 anni di vita la federazione di Bosnia ed Erzegovina è sopravvissuta camminando sul filo del rasoio. Per raggiungere un “successo” politico nel paese basta attizzare le tensioni tra i popoli, lasciando bruciare il fuoco dell’intolleranza fino ad un attimo prima del punto di rottura. I tre grandi partiti del paese, l’Alleanza per il futuro migliore (etnia musulmana), l’Unione Democratica Croata e l’Alleanza dei Socialdemocratici Indipendenti (etnia serba), hanno imperniato la loro retorica politica sulla minaccia della guerra e sulla ridefinizione dei confini regionali e nazionali. Trovando anche il tempo di portare avanti un programma comune: la trasformazione dello Stato in un sistema di caste. Il governo è condizionato da pochi potentati e, incredibile ma vero per un paese europeo, è impossibile trovare lavoro se non si è iscritti ad uno dei tre grandi partiti.Questi si sono trasformati in cartelli, monopolizzando la pubblica amministrazione, piazzandovi i propri quadri politici che, ovviamente, sono lì per creare consenso politico facendo fruttare le loro posizioni in termini di voti. La corruzione, il nepotismo, il clientelismo regnano sovrani. Un esempio su tutti: recentemente sono scomparse 10 tonnellate della carta speciale che si usa per le schede elettorali. Carta che può essere rapidamente trasformata in schede elettorali vere e proprie: basta una tipografia compiacente. Un’operazione come questa (dieci tonnellate di merce non possono scomparire senza che nessuno se ne acccorga) è possibile solo se molti soggetti, soprattutto quelli dediti alla sicurezza del paese, si voltano dall’altra parte o chiudono tutti e due gli occhi tappandosi contemporaneamente le orecchie. Così, mentre ufficialmente la Bosnia Erzegovina chiede di entrare nell’Unione Europea, nella pratica nega i valori e le pratiche basilari della democrazia.

E la società civile? Oltre ad essere compressa dalla corruzione e dall’ostilità delle pubbliche amministrazioni, è politicamente frammentata in mille rivoli e condannata all’impotenza politica. Culturalmente non riesce a spezzare le catene della tripartizione su base etnica, limitandosi ad un europeismo sbiadito e ad un neo liberismo radical chic che il resto del paese non può comprendere. Più che di posizioni politiche o della costruzione di un orizzonte culturale la società civile si diletta nella costruzione di torri d’avorio, scindendosi dal resto della popolazione. Giovani ed intellettuali prendono sempre più la via dell’esilio volontario all’estero.

Il 7 ottobre la Bosnia Erzegovina andrà al voto per le elezioni parlamentari e presidenziali. I favoriti per la presidenza tripartita sono Milorad Dodik (serbo), Dragan Covic, Zeliko Komsic (croati)e Fahrudin Radoncic (musulmano). Ma questi nomi potremmo anche evitare di farli. Sono tutti personaggi opachi che soffiano sul fuoco delle tensioni etniche e che utilizzano sistematicamente la cosa pubblica per “sistemare” i propri clan. Sono tutti e tre nemici dello Stato che dovrebbero presiedere.

La comunità internazionale, dopo gli accordi di Dayton, se ne è lavata le mani. Nessuno vuole invischiarsi nelle faccende bosniache: tutti temono che l’equilibrio salti e che si arrivi ad una guerra. Un pessimo equilibrio è sempre meglio di un conflitto armato. Oltretutto una guerra su base etnica in Bosnia vorrebbe dire combattere casa per casa, famiglia contro famiglia. E in un conflitto di questo tipo nessuno ne uscirebbe con la coscienza e le mani pulite. Ma mentre tutti fanno finta di niente la Bosnia inizia ad essere un punto di accesso in Europa per i migranti estremamente permeabile. È, anche, un pezzo di islam nel cuore dell’Europa, un punto in cui i musulmani, un tempo laici ora soggiogati dalle sirene dell’integralismo, sono sotto l’assedio dei “crociati” cattolici ed ortodossi che, pur odiandosi, sono d’accordo sul fatto che un “infedele” è pur sempre peggio di un “cristiano”. In questi anni ben 330 cittadini bosniaci si sono arruolati con l’Isis. Dai territori musulmani della Bosnia Erzegovina passano i combattenti europei che vanno a sostenere il califfato, trovando, nella popolazione locale, asilo e supporto logistico. Ed è proprio la facilità con cui la popolazione locale “copre” i foreign fighters che dovrebbe preoccupare. Segno tangibile che la superficiale laicità dei musulmani, costruita durante l’esistenza della repubblica jugoslava di Tito, si è incrinata a favore di una crescente islamizzazione radicale.

La Bosnia Erzegovina è una bomba pronta ad esplodere. Può essere disinnescata solo se la comunità internazionale torna ad essere attiva e si impegna per un reale progresso economico e civile del paese. Un primo obiettivo dovrebbe essere quello del rientro delle classi dirigenti in “esilio volontario”, per dare a questo angolo di Balcani una classe dirigente degna di questo nome. Seguito da una riforma radicale della pubblica amministrazione e dalla riforma e dal potenziamento della magistratura. In ultimo, dato che la Bosnia Erzegovina non ha materie prime e non può competere nella grande industria, una serie di aiuti economici tesi a creare un tessuto produttivo di piccola e media impresa. Il benessere economico è l’antidoto naturale di ogni fondamentalismo. In questo schema l’Italia dovrebbe essere ben più presente. Abbiamo un qual certo expertise nella creazione di piccola e media impresa che potrebbe essere molto utile alla fragile economia bosniaca.

La nostra politica estera ha storicamente guardato alla stabilizzazione dei Balcani come elemento prioritario della sicurezza nazionale. Da un po’ di tempo siamo stati espunti dalla regione. Il protagonismo anglo-franco-tedesco e la debolezza della politica estera dell’Unione europea, ben esemplificato dai fragorosi silenzi di Federica Mogherini, alto ma silente rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, ci hanno pian piano marginalizzati. Tenere il più lontano possibile l’Islamismo radicale dai nostri confini dovrebbe essere un interesse prioritario di tutta la comunità nazionale. Se è vero che la Bosnia Erzegovina è una bomba pronta ad esplodere è nostro interesse far sì che questo non accada. Vista la vicinanza geografica le schegge di granata ci investirebbero in pieno.

Mario Michele Pascale

Italiani in Niger, Macron permettendo

Nel silenzio generale, distratti dalle umane vicende di Rocco Casalino, è stato dato il via libera ufficiale alla missione italiana in Niger. I nostri militari, 42 uomini più il loro comandante, il Generale di brigata Antonio Maggi, avranno il compito di addestrare le forze locali. Scopo finale quello di contrastare la tratta di esseri umani e il traffico di migranti che attraversano il Paese, oltre che a stabilizzarlo. Il nostro ministro della difesa, Elisabetta Trenta, è raggiante. Dichiara: “Si tratta di un grandissimo risultato di questo governo, dopo mesi e mesi di immobilismo durante il quale l’Italia ha tuttavia continuato a dare il suo supporto alla popolazione sul piano umanitario”.

Analizziamo questo “grandissimo risultato”. In realtà il piano originario per il Niger prevedeva non 42, ma 470 militari, 130 mezzi terrestri e 2 mezzi aerei. Con un piano di intervento che ponderava anche un certo grado di operatività nel cosiddetto “G5 Sahel”. Parliamo di Mali, Mauritania, Chad e Burkina Faso, paesi in cui è in corso un’operazione che vede impegnato un contingente internazionale ONU che contrasta l’estremismo islamico. Un contingente composto da 12.000 militari e 1.900 agenti di polizia. Britannici, francesi e canadesi. La missione italiana in Niger, ragionevolmente, si sarebbe dovuta saldare con quella internazionale nei paesi vicini, per dare continuità all’azione contro i trafficanti di uomini e gli integralisti islamici.

Perché da 470 soldati con mansioni operative si è passati a 42 addestratori? Per tre motivi: 1) il governo del Niger, che si basa su equilibri tribali, non è stabile ma, nella sua instabilità, è comunque concorde nel guardare alla presenza di truppe straniere sul suo territorio con un certo sospetto. 2) La Francia, dopo aver espunto l’Italia dalle questioni libiche concedendo qualche contentino economico, si è sempre dimostrata critica per un nostro impegno “sostanziale” nel Sahel. Perché far rientrare dalla finestra quegli ospiti scomodi che si erano fatti uscire, con poco sforzo, dalla porta? Certo sarebbe stato troppo imbarazzante far annullare la missione italiana. Il ridimensionamento consente a Roma di salvare la faccia e a Parigi di vincere con garbo. 3) Pesa su tutto, come un macigno, l’immobilità cui è stata costretta la già tremebonda politica estera italiana grazie alla crisi di governo finita poi con l’esecutivo giallo verde. In quel periodo di “vacanza” Parigi ha fatto come voleva, “costruendo” la nuova, e ridotta, missione italiana.

Faccio una considerazione finale: l’idea di rendere sicure le frontiere del Sahel deve essere il perno della politica estera italiana. Si stabilizzano le aree in funzione anti jihadista e si contrasta il traffico dei migranti, alleggerendo la pressione sule coste libiche e, di conseguenza, su quelle italiane. Il Sahel è la chiave delle migrazioni e della sicurezza dell’Occidente. Ma la politica estera è una cosa seria. Non la si improvvisa e la si deve portare avanti con determinazione. Anche a costo di far arrabbiare monsieur Macron. Che con noi non è mai stato tenero…

Mario Michele Pascale

Lazzaro, alzati e cammina

Arkadij Babchenko è morto. A darne la trista notizia i servizi segreti ucraini. Eppure, tra lo stupore, e forse anche la paura generale (hai visto mai si trattasse di uno zombie), Babchenko cammina tra noi, Lazzaro redivivo. Ci è stato spiegato che è stata una messinscena da parte degli 007 di Kiev che avrebbero diramato la notizia della sua morte per preservarlo da un attentato. Vladimir Putin, il solito cattivone, avrebbe assoldato un sicario, scegliendolo dalla malavita comune, per far tacere per sempre lo scomodo giornalista dissidente.

Fin qui la storia, un po’ grottesca, un po’ pecoreccia. E sorgono alcuni interrogativi. Perché è stato necessario inscenare la morte del giornalista per arrestare un criminale comune estremamente noto alle forze dell’ordine facendolo passare per forza come un militante filo russo? Con tutti i filorussi d’Ucraina a disposizione perché assoldare un perfetto sconosciuto che avrebbe potuto tradire per quattro soldi, facendo saltare l’assassinio? Perché, se non c’è stato alcun omicidio, dare dell’assassino al governo russo? Ed ancora perché, in assenza del corpo, i media ed i rappresentanti dei governi internazionali hanno gridato allo scandalo?

Wassily Grizak è il capo dei servizi di sicurezza ucraini. Durante la conferenza stampa in cui Babchenko è resuscitato ha dichiarato: “Siamo riusciti ad impedire una cinica provocazione dei servizi russi e a dimostrare la preparazione del complotto”. Peccato che, né prima, né dopo, dal suo ufficio sia uscito un solo documento comprovante la trama contro Babchenko. Fonti del suo organismo hanno rivelato che “Il piano volto a uccidere il giornalista russo Arkadij Babchenko prevedeva anche l’assassinio di altre 30 persone”. Raro esempio di sicario stakanovista. Chissà se ha praticato lo sconto famiglia…
Ora passiamo ad un raro esempio di ridicolo. L’europarlamento, per bocca di Antonio Tajani, nel corso dell’assemblea plenaria a Strasburgo, ha “ricordato” Babchenko, pronunciato un accorato appello alla libertà di stampa internazionale. Peccato che, con questo appello, l’europarlamento abbia fatto una accorata difesa delle fake news.

Giorgio Calenda, parlando dei cinque stelle e della lega, parla di “putinismi all’amatriciana”. Possiamo anche essere d’accordo. Un appiattimento su Putin sarebbe dannoso per il paese e per l’Europa che, invece, dovrebbero ritrovare il loro ruolo storico di mediazione tra Est ed Ovest, senza essere, come attualmente sono, i servi sciocchi dell’alleanza atlantica. Alleati, ma non sudditi. Per fare questo è necessario anche respingere “l’antiputinismo cacio e pepe” che circola, scioccamente e con insistenza, nella sinistra riformista. Accusare Putin di ogni colpa (sia chiaro, ognuno ha i suoi difetti ed anche Vladimir Putin ce li ha) non è indice di un’autonomia politica, ma di servaggio. Il motto di una nuova politica estera italiana dovrebbe essere: “condannare quando è necessario, dialogare quando è opportuno, sostenere quando è giusto”.
Nel frattempo Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri, è stata data per dispersa. L’ultima volta che è stata vista avrebbe detto: vado a prendere le sigarette e torno. Speriamo non sia stata vittima anche lei di uno spietato killer russo.

Scrive Mario Michele Pascale:
Elezioni europee ultima occasione

Goffredo Bettini fa l’intellettuale. E gli riesce anche bene, mente aperta, parola scaltra, credibilità che deriva dalla lunga militanza e dal primo e secondo esilio. L’esilio fa sempre “fico”. Perché mandare uno con le capacità di Bettini a Strasburgo vuol dire esiliarlo. Poi c’è Matteo Richetti. Bravissima persona, ottimo ed equilibrato conversatore, ma il concetto di #arrambè, che, tradotto in volgare, vuol dire “spingere tutti dalla stessa parte”, non spiega cosa si debba spingere e dove si debba arrivare. Oltretutto la spinta è a vita o a tempo determinato? Mistero. Poi viene Nicola Zingaretti che, in verità, è stato il primo a scendere nell’arena delle proposte per rinnovare il Pd. Tanto giovanilismo, tanti diritti, ma poca giustizia sociale, cosa che per una persona di sinistra non è un merito. Ma ahimè l’anatra zoppa fa della sua “maggioranza” una barca in mezzo alla tempesta. Infatti la maggioranza in regione Lazio maggioranza non è perché di volta in volta dovrà chiedere voti alle opposizioni sui singoli provvedimenti, pagandoli cari, molto cari. Su questo dato di fatto si infrangono le speranze di Zingaretti di incidere a livello nazionale. Infine Emiliano e Orlando. Chi sono costoro?

Matteo Renzi fa il ragno. Attende nell’ombra che tutti gli altri si dimenino nella ragnatela dei veti incrociati, lasciando che vengano dissanguati dalla tentazione di andare al governo con i pentastellati, scissi tra la voglia di poltrone ed il disgusto della base, che con i cinque stelle ha guerreggiato in più di un’occasione, sa cosa sono e, giustamente, non li vuole vedere neanche in cartolina, figuriamoci farci un governo insieme. Matteo Renzi, tuttora in vacanza, interrompe le festosità del suo grand tour per dire che ci sarà la Leopolda in autunno e che sarà “la prova del nove”. Se uno non lo guardasse in faccia potrebbe anche aver paura.

Spunta un intellettuale vero. Tale Virzì. Si il regista, proprio lui, che prende a schiaffi tutti e all’assemblea del circolo Ostiense, alla presenza del reggente Martina, il 17 aprile, parlando da militante “curioso, confuso e disorientato” si lascia sfuggire un “che c… state combinando a Roma?”, che può essere inteso come un “che c. state combinando” in generale. Gli rispondono dall’assemblea dicendo “vieni a volantinare con noi” e “trova i voti” (nel municipio VIII si voterà a breve). All’intellettuale si risponde con un “porta i soldi a casa”. La domanda è: ma un partito è un’azienda di vendita a domicilio dove tutti devono far suonare la campana a fine giornata? C’è una quota di produzione, un premio individuale, un viaggio incentive? Ma si sa, il detto popolare dice: “con la cultura non ci si mangia”.

In uno scantinato lì vicino il Psi rantola. Giovani dorati perennemente in giro per l’Europa che non capiscono i vecchi. Un segretario, Riccardo Nencini, cui la segreteria ha vietato di dimettersi per carenza di alternative e condannato a pelare la patata bollente a vita. Liberal socialisti e social democratici rimasti fermi a Tony Blair in libera uscita che, pur avendo perso, perché hanno guidato loro il partito fino ad oggi e quindi sono responsabili della penosa sconfitta della lista “Insieme”, restano esattamente dove sono. Territori a pezzi dove i militanti, sempre di meno e sempre più anziani, tengono duro. E mentre il segretario identifica una via d’uscita nel far rientrare gli ex, quelli che per svariati motivi in passato si sono allontanati, (del resto la politica è fatta di numeri e in casa Psi i numeri languono), i colonnelli spargono veti. Ma forse hanno ragione. Se i colonnelli superano di numero la truppa chi le pulirà le latrine? Mala tempora currunt.

Fin qui il pezzo “cafonal”. Termina il mio omaggio a Dagospia e a D’Agostino. Ora faccio la persona a modo, indossi idealmente giacca e cravatta e, in verità, vi dico: il futuro banco di prova saranno le elezioni europee del 2019. Di certo non raggiungeremo il 40% delle precedenti consultazioni, ma occorre dare un segnale di arresto del declino della sinistra. Con il dovuto rispetto per i compagni di Potere al popolo e con un po’ meno di rispetto per chi si nasconderà penosamente dietro lo straccetto logoro di Leu, lo sbarramento al 4% li lascerà necessariamente fuori. L’unica rappresentazione della sinistra sarà la lista legata al PSE. Ora l’attuale pattuglia di europarlamentari eletti nella lista PD-PSI-PSE è stata deludente. Non si sono distinti in nessuna battaglia, anonimi per non dire di peggio. Basta nani e ballerine e persone (capaci) da mandare in esilio. Scegliamo diversamente i nomi che entreranno in quella lista, facciamo che significhino qualcosa e che siano portatori di idee. Facciamo che siano facce nuove, pulite, trasparenti. Viva gli outsider. Saranno in grado il Pd ed il Psi di accettare questa sfida?

Pietro Nenni diceva: “Rinnovarsi o perire”…

Mario Michele Pascale

Scrive Mario Michele Pascale:
Compagni socialisti, ve l’avevo detto…

La comunità socialista si agita. E fa bene. Il risultato elettorale della lista “Insieme”, disgraziato cartello elettorale messo su in fretta e furia, è stato catastrofico, sia a livello nazionale che nelle regionali del Lazio. Potrei dire con soddisfazione “Ve lo avevo detto”. In più di una occasione, non ultimo il mio addio al partito dopo il congresso di Roma, che, nei fatti, ne è stato il de profundis, ho detto chiaramente che le strade erano due: 1) Una autonomia reale, costruita a partire da un’offerta politica e culturale nuova al paese (ma non Turati rimasticato o Craxi ri vomitato per l’ennesima volta), capace di far presentare i socialisti come soggetto politico appunto autonomo e non come stampelle ora di Renzi, ora di Bersani. 2) La costruzione di un unico soggetto politico del socialismo italiano, a costo di una confluenza in soggetti politici più grandi. Fuori da queste coordinate ci sarebbe state solo desolazione e morte. Morte e desolazione condite da tentativi inutili e riflessi condizionati, come il correre appresso ai radicali sperando che chi nasce tondo muoia quadrato. Conoscete tutti la favola della rana e dello scorpione. La Bonino ha dimostrato che la natura è natura …

Un’altra cosa la avevo detta: la “listarella” alle ragionali non fa partito, ma comitato elettorale. Gestire il partito come una federazione di comitati elettorali, come una vile struttura feudale, lo avrebbe ucciso. Così è stato. Nel Lazio si è puntato, ad esempio, su di un partito a “trazione Fichera”. Risultato? L’estinzione politica. E’ colpa di Daniele Fichera? No. Del resto il partito gli è stato regalato con un fiocchetto rosa sopra. Lui ha ringraziato, educatamente, diventando di colpo punto di riferimento, leader e padrone. La colpa non è sua, è di chi il partito lo doveva far sviluppare e difendere, garantendone crescita e pluralità: parlo dei segretari di federazione, segnatamente quello di Roma, e del segretario del Lazio. Ambedue inestistenti, impalpabili. Ma se i segretari si sono comportati così, praticamente fregandosene, dietro di loro è facile vedere il “placet” degli alti papaveri. Ancora più menefreghisti ed irresponsabili di loro.

La “listarella” alla regione Lazio è affondata tristemente. E’ colata a picco nonostante il fatto che Zingaretti sia stato riconfermato. Ma non per colpa dei candidati, ottime persone che ci hanno messo l’anima, la faccia e hanno scavato voti ovunque. Ma per colpa di un progetto politico inesistente. I voti, voi mi insegnate, non si prendono solo sulla base del ricatto affettivo (votami perché sono tuo amico o perché piange Gesù Bambino), ma sulla base di un progetto. Questa lista, esattamente come “Una rosa per Roma”, che ha seguito anch’essa la dinamica della “trazione Fichera”, è morta per lo stesso motivo, prendendo quei pochi voti per l’affetto e la considerazione che i candidati suscitavano, ma niente altro. Anche lì zero virgola. Era chiaro che replicando lo schema si sarebbe replicato anche il risultato. Ma niente. Verrebbe da dire “se uno è di coccio è di coccio …”.

In questo quadro di macerie spicca l’elezione di Riccardo Nencini. Strano. A me è stato insegnato che il comandante cola a picco con la nave, non prende, per i cavoli suoi, una scialuppa. Ma pazienza, così è stato. Ognuno è padrone della propria coscienza.

Resta il “che fare”. L’autonomia politica è fuori luogo e fuori tempo massimo. Resta la costruzione di un unico soggetto del socialismo europeo. Credo che la cosa migliore che il PSI possa fare è quella di decidere di confluire altrove, rilanciando, in termini culturali ed ideologici, la diversità socialista. Se non è possibile un’autonomia politica si lavori ad un alternativa culturale. Io già lo faccio. Sarei felice di farlo insieme a voi.

Fraterni Saluti

Mario Michele Pascale

Fine vita, l’orripilante risposta del silenzio

“Ma ci sono cose più importanti!”. Chi non rammenta l’improvvida ed arrogante frase di Massimo D’Alema, interrogato sui diritti LGBT? Il leader maximo de noantri ha fatto scuola. L’ultima vittima in ordine di tempo del “ci sono cose più importanti!” è la legge sul fine vita, passata alla camera dei deputati il 20 aprile scorso, ormai definitivamente seppellita in Senato.

In materia non c’è una norma e sono costretti ad intervenire i giudici. E lo fanno come un elefante in un negozio di cristalli, non avendo né la competenza scientifica né l’inquadramento etico della materia. La politica si gira dall’altra parte, salvo poi, al primo caso di cronaca, intasare le redazioni giornalistiche con comunicati ad effetto ed occludere i social network con lacrime di coccodrillo. Così è stato con Eluana. Così è stato con il piccolo Charlie. Così è stato per Elisa.

Ma cos’è che paralizza il palazzo? Da un lato il timore, forte, delle gerarchie ecclesiastiche. Dall’altro l’ombra dei medici, che masticano amaro all’idea di doversi trasformare in “angeli della morte”. Il giuramento di Ippocrate glielo vieta.  Eppure il presidente della pontificia accademia per la vita, Monsignor Paraglia, ha tuonato sulla necessità di una legge. Il Vaticano vuole una legge sul fine vita. Su Libero la dottoressa Melania Rizzoli ha dato voce alla posizione di moltissimi medici: ha detto chiaramente che una legge è necessaria. Si tratta di posizioni diverse, ambedue legittime, da dialettizzarsi con quelle di chi, come me, crede che la dignità umana vada garantita a qualunque costo.

Eppure la politica di tutti gli schieramenti  ha messo la testa sotto la sabbia, solo per paura di perdere qualche consenso. Pavida in maniera oscena, incapace di guardare ai fatti e di collegarsi con la società,  essa si rifugia in un patologico dialogo con i fantasmi. In primis lo spettro di un corpo politico cattolico diffuso, totalmente dipendente dalle gerarchie ecclesiastiche, che non esiste più. Da lungo tempo la gran massa dei credenti è perfettamente autonoma in materia di morale sessuale, contraccezione, aborto e preferenze politiche. In seconda battuta il fantasma dei medici aggrappati in maniera fanatica al giuramento di Ippocrate. I medici non sono macchine devote all’ideologia: sono persone come noi, come noi esattamente capaci di empatia: soffrono guardando la sofferenza.

Insomma tutti vogliono una legge sul fine vita: la chiesa, i medici, gli attivisti, gli uomini e le donne che, ogni giorno, vedono il corpo straziato, umiliato ed offeso dei loro familiari ed amici, condannato ad una “vita” priva di dignità. Di fronte a questo dramma la politica, invece di comporre le diverse posizioni, è riuscita a dare l’unica ed orripilante risposta sbagliata: il silenzio.

Mario Michele Pascale
Presidente Associazione Spartaco

Scrive Mario Michele Pascale:
Popolo della Sinistra, attento!

Dopo la débâcle elettorale di domenica, dove il centrodestra ha surclassato il centrosinistra togliendoci anche la roccaforte di Genova, si ripete da ogni parte un mantra ossessivo, di natura molto più ritualistico religiosa che politica, riassumibile nelle parole di Riccardo Nencini: “Vediamo se c’è ancora qualcuno che inneggia al partito a vocazione maggioritaria e rifiuta le alleanze”. Oppure, giusto per essere bipartisan, le parole, da vero premio Nobel, di Andrea Orlando: “Il Pd isolato politicamente perde. Cambiare linea e ricostruire il centrosinistra subito”.
Ora due sono le cose: o vogliamo prenderci in giro, e prendere in giro tutto il popolo della sinistra, o dobbiamo essere intellettualmente onesti. I sindaci vengono eletti, aprite bene le orecchie perché vi sembrerà incredibile, sulla base di coalizioni. Nessun sindaco di centro destra o centro sinistra si è presentato come espressione di una sola lista. Lo stesso sistema elettorale dei grandi comuni, anzi, stimola l’aggregazione di soggetti diversi sulla base degli obiettivi e dei programmi. In pratica il sistema di elezione dei sindaci vuole necessariamente un piccolo Ulivo. Se di fallimento dobbiamo parlare, quindi, il tonfo è proprio del sistema delle coalizioni: il centro sinistra unito (o più o meno unito, dipende dalle situazioni locali) ha dimostrato di non essere una strada percorribile. Uniti si perde e si è perso lo stesso.
L’onestà intellettuale, questa sconosciuta. Finiamolo quindi di fare gli ipocriti e di ciurlare nel manico al puro scopo di far sopravvivere una classe dirigente che ha dimostrato, inequivocabilmente, la propria immaturità ed incapacità. In questo tra un Renzi che ha la scostumata baldanza di dire “va tutto bene madama la marchesa”, Orlando, D’Alema e Nencini che ci prendono visibilmente per i fondelli, non c’è differenza. Il punto è che le loro leadership hanno fallito sia nella gestione che nell’opposizione. Se è vero che l’uomo solo al comando non paga è altrettanto vero che è proprio l’idea dell’Ulivo e della coalizione di centro sinistra che esce perdente da queste amministrative.
La mia idea è quella di fondare un unico contenitore del socialismo italiano, ispirato al PSE. Chi non se la sente di appartenere a questa operazione può fare qualcosa più “a sinistra”, va benissimo. Ma ambedue devono essere situazioni che diano risposte ai bisogni delle persone, che parlino di libertà e giustizia sociale. Che risolvano i problemi tenendo presente che la cosa pubblica non è e non potrà mai essere un’azienda. Non di come far sopravvivere Orlando, D’Alema, Pisapia, Nencini, i loro vassalli e valvassori. Il nuovo Ulivo o le “alleanze” che si vanno chiedendo adesso, sono solo un salvagente per un ceto politico che, altrimenti, affonderebbe…

Mario Michele Pascale
Presidente Ass. Spartco

La politica e gli intellettuali

Lidia Ravera, presentando a Veroli il suo ultimo libro “il terzo tempo”, dichiara di giudicare la sua esperienza come assessore regionale alla cultura, “deludente”. Va oltre, dicendo che tanti suoi progetti sono rimasti sulla carta, affossati dalle pastoie della politica e della burocrazia. Apriti cielo! E via ai mal di pancia dei consiglieri, sottoconsiglieri e uomini di paglia, vassalli, valvassori e scudieri di sua maestà Nicola,che reputano la Ravera inidonea. E sentono già l’odore del suo scalpo e della sua poltrona. Strano. Dov’erano in tutti questi anni? Ma si sa, il cinghiale non lo si affronta a viso aperto, ma quando è ferito, stanco, quasi morto. Se fate notare che il cacciatore non è molto coraggioso, la sua risposta sarà: “che mi frega. Mi porto comunque un cinghiale a casa”. Ognuno ha la sua morale.

Un tempo gli intellettuali erano la politica. I partiti facevano a gara per accaparrarseli. Portavano, oltre al prestigio, un patrimonio di idee e visioni del mondo senza le quali la politica sarebbe impossibile. Oggi, invece, è il triste tempo dei venditori di pentole a domicilio, della forza vendita, del voto di rapina.

Cara Lidia, piena solidarietà. Caro Nicola Zingaretti, la Regione Lazio è una cosa seria, non una corte rinascimentale dove si aspetta la disgrazia degli altri per avanzare. Rimetti ordine tra le tue fila. C’è n’è bisogno.

Mario Michele Pascale
Presidente Ass. Spartaco

Scrive Mario Michele Pascale:
Macron non è uno di noi

Macron presidente. Taluni dicono che l’Europa è salva. Permettetemi di dissentire. È salva dai fascisti, ma verrà uccisa dai burocrati e dai tecnocrati. A sinistra ci si scherza su: si dice che Macron è uno di noi: Renzi, ad esempio, seguito da una pletora di replicanti piccoli e grandi, ha cercato fin dal primo turno delle presidenziali Francesi di mettere il cappello su Macron, dicendo che il PD è sbarcato in Francia. Comprendo le esigenze mediatiche legate alle primarie, ma con il dovuto rispetto, Macron è un’altra cosa. Carriera rapida alla corte dei Rotschild, uomo della grande finanza internazionale che va dritto allo scopo. Europeista della burocrazia e dell’euro. Un Mario Monti dal volto (ma solo dal volto) umano.

Comprendiamo bene le differenze. A confronto del neo eletto presidente francese Matteo Renzi è un boy scout della Toscana. E non lo dico in termini offensivi: i boy scout sono molto più simpatici degli squali. Comprendo le necessità mediatiche. Con la campagna per le primarie in corso Macron faceva da traino. Le primarie del PD sono finite e possiamo tornare alla realtà, chiamando le cose per nome e cognome.

A sinistra del PD si scherza ancora di più: scongiurato il pericolo fascista, si dice, faremo opposizione ai conservatori. Per carità. Antifascisti sempre. Ma dobbiamo comprendere che contro la tecnocrazia non basta fare “opposizione”. Ci vuole un idea forte di come ricostruire i rapporti sociali, di gestione della cosa pubblica, di giustizia sociale. Idea forte che, sia in Europa che in Italia, non c’è. Sia nel PD che alla sua sinistra abbondano le narrazioni, le citazioni e le parole d’ordine. A livello pratico non c’è programmazione e pianificazione, ma vige la triste filosofia del “un colpo al cerchio e uno alla botte”. Abbondano i provvedimenti a carattere promozionale (vedi i famosi ottanta euro) ma deficitano le azioni strutturali. Attenzione però: la magagna non è solo nell’asse di governo Renzi-Gentiloni, né solo nel cosiddetto “giglio magico”. Anche i vari D’Alema, Orlando, Emiliano, Fassina, Bersani, Fratoianni, con le loro piccole e sgangherati corti, pur criticando, non riescono a costruire un orizzonte intellettuale, ideologico e politico che sia all’altezza delle sfide del nostro tempo. Fossero loro al governo si ricalcherebbe, pari pari, il cerchiobottismo renziano.

Per cui mi perdonerete se respingo la santificazione, tattica o strategica di Macron. Macron, semplicemente, non è uno di noi.

Mario Michele Pascale