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Mario Michele Pascale

Lazzaro, alzati e cammina

Arkadij Babchenko è morto. A darne la trista notizia i servizi segreti ucraini. Eppure, tra lo stupore, e forse anche la paura generale (hai visto mai si trattasse di uno zombie), Babchenko cammina tra noi, Lazzaro redivivo. Ci è stato spiegato che è stata una messinscena da parte degli 007 di Kiev che avrebbero diramato la notizia della sua morte per preservarlo da un attentato. Vladimir Putin, il solito cattivone, avrebbe assoldato un sicario, scegliendolo dalla malavita comune, per far tacere per sempre lo scomodo giornalista dissidente.

Fin qui la storia, un po’ grottesca, un po’ pecoreccia. E sorgono alcuni interrogativi. Perché è stato necessario inscenare la morte del giornalista per arrestare un criminale comune estremamente noto alle forze dell’ordine facendolo passare per forza come un militante filo russo? Con tutti i filorussi d’Ucraina a disposizione perché assoldare un perfetto sconosciuto che avrebbe potuto tradire per quattro soldi, facendo saltare l’assassinio? Perché, se non c’è stato alcun omicidio, dare dell’assassino al governo russo? Ed ancora perché, in assenza del corpo, i media ed i rappresentanti dei governi internazionali hanno gridato allo scandalo?

Wassily Grizak è il capo dei servizi di sicurezza ucraini. Durante la conferenza stampa in cui Babchenko è resuscitato ha dichiarato: “Siamo riusciti ad impedire una cinica provocazione dei servizi russi e a dimostrare la preparazione del complotto”. Peccato che, né prima, né dopo, dal suo ufficio sia uscito un solo documento comprovante la trama contro Babchenko. Fonti del suo organismo hanno rivelato che “Il piano volto a uccidere il giornalista russo Arkadij Babchenko prevedeva anche l’assassinio di altre 30 persone”. Raro esempio di sicario stakanovista. Chissà se ha praticato lo sconto famiglia…
Ora passiamo ad un raro esempio di ridicolo. L’europarlamento, per bocca di Antonio Tajani, nel corso dell’assemblea plenaria a Strasburgo, ha “ricordato” Babchenko, pronunciato un accorato appello alla libertà di stampa internazionale. Peccato che, con questo appello, l’europarlamento abbia fatto una accorata difesa delle fake news.

Giorgio Calenda, parlando dei cinque stelle e della lega, parla di “putinismi all’amatriciana”. Possiamo anche essere d’accordo. Un appiattimento su Putin sarebbe dannoso per il paese e per l’Europa che, invece, dovrebbero ritrovare il loro ruolo storico di mediazione tra Est ed Ovest, senza essere, come attualmente sono, i servi sciocchi dell’alleanza atlantica. Alleati, ma non sudditi. Per fare questo è necessario anche respingere “l’antiputinismo cacio e pepe” che circola, scioccamente e con insistenza, nella sinistra riformista. Accusare Putin di ogni colpa (sia chiaro, ognuno ha i suoi difetti ed anche Vladimir Putin ce li ha) non è indice di un’autonomia politica, ma di servaggio. Il motto di una nuova politica estera italiana dovrebbe essere: “condannare quando è necessario, dialogare quando è opportuno, sostenere quando è giusto”.
Nel frattempo Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri, è stata data per dispersa. L’ultima volta che è stata vista avrebbe detto: vado a prendere le sigarette e torno. Speriamo non sia stata vittima anche lei di uno spietato killer russo.

Scrive Mario Michele Pascale:
Elezioni europee ultima occasione

Goffredo Bettini fa l’intellettuale. E gli riesce anche bene, mente aperta, parola scaltra, credibilità che deriva dalla lunga militanza e dal primo e secondo esilio. L’esilio fa sempre “fico”. Perché mandare uno con le capacità di Bettini a Strasburgo vuol dire esiliarlo. Poi c’è Matteo Richetti. Bravissima persona, ottimo ed equilibrato conversatore, ma il concetto di #arrambè, che, tradotto in volgare, vuol dire “spingere tutti dalla stessa parte”, non spiega cosa si debba spingere e dove si debba arrivare. Oltretutto la spinta è a vita o a tempo determinato? Mistero. Poi viene Nicola Zingaretti che, in verità, è stato il primo a scendere nell’arena delle proposte per rinnovare il Pd. Tanto giovanilismo, tanti diritti, ma poca giustizia sociale, cosa che per una persona di sinistra non è un merito. Ma ahimè l’anatra zoppa fa della sua “maggioranza” una barca in mezzo alla tempesta. Infatti la maggioranza in regione Lazio maggioranza non è perché di volta in volta dovrà chiedere voti alle opposizioni sui singoli provvedimenti, pagandoli cari, molto cari. Su questo dato di fatto si infrangono le speranze di Zingaretti di incidere a livello nazionale. Infine Emiliano e Orlando. Chi sono costoro?

Matteo Renzi fa il ragno. Attende nell’ombra che tutti gli altri si dimenino nella ragnatela dei veti incrociati, lasciando che vengano dissanguati dalla tentazione di andare al governo con i pentastellati, scissi tra la voglia di poltrone ed il disgusto della base, che con i cinque stelle ha guerreggiato in più di un’occasione, sa cosa sono e, giustamente, non li vuole vedere neanche in cartolina, figuriamoci farci un governo insieme. Matteo Renzi, tuttora in vacanza, interrompe le festosità del suo grand tour per dire che ci sarà la Leopolda in autunno e che sarà “la prova del nove”. Se uno non lo guardasse in faccia potrebbe anche aver paura.

Spunta un intellettuale vero. Tale Virzì. Si il regista, proprio lui, che prende a schiaffi tutti e all’assemblea del circolo Ostiense, alla presenza del reggente Martina, il 17 aprile, parlando da militante “curioso, confuso e disorientato” si lascia sfuggire un “che c… state combinando a Roma?”, che può essere inteso come un “che c. state combinando” in generale. Gli rispondono dall’assemblea dicendo “vieni a volantinare con noi” e “trova i voti” (nel municipio VIII si voterà a breve). All’intellettuale si risponde con un “porta i soldi a casa”. La domanda è: ma un partito è un’azienda di vendita a domicilio dove tutti devono far suonare la campana a fine giornata? C’è una quota di produzione, un premio individuale, un viaggio incentive? Ma si sa, il detto popolare dice: “con la cultura non ci si mangia”.

In uno scantinato lì vicino il Psi rantola. Giovani dorati perennemente in giro per l’Europa che non capiscono i vecchi. Un segretario, Riccardo Nencini, cui la segreteria ha vietato di dimettersi per carenza di alternative e condannato a pelare la patata bollente a vita. Liberal socialisti e social democratici rimasti fermi a Tony Blair in libera uscita che, pur avendo perso, perché hanno guidato loro il partito fino ad oggi e quindi sono responsabili della penosa sconfitta della lista “Insieme”, restano esattamente dove sono. Territori a pezzi dove i militanti, sempre di meno e sempre più anziani, tengono duro. E mentre il segretario identifica una via d’uscita nel far rientrare gli ex, quelli che per svariati motivi in passato si sono allontanati, (del resto la politica è fatta di numeri e in casa Psi i numeri languono), i colonnelli spargono veti. Ma forse hanno ragione. Se i colonnelli superano di numero la truppa chi le pulirà le latrine? Mala tempora currunt.

Fin qui il pezzo “cafonal”. Termina il mio omaggio a Dagospia e a D’Agostino. Ora faccio la persona a modo, indossi idealmente giacca e cravatta e, in verità, vi dico: il futuro banco di prova saranno le elezioni europee del 2019. Di certo non raggiungeremo il 40% delle precedenti consultazioni, ma occorre dare un segnale di arresto del declino della sinistra. Con il dovuto rispetto per i compagni di Potere al popolo e con un po’ meno di rispetto per chi si nasconderà penosamente dietro lo straccetto logoro di Leu, lo sbarramento al 4% li lascerà necessariamente fuori. L’unica rappresentazione della sinistra sarà la lista legata al PSE. Ora l’attuale pattuglia di europarlamentari eletti nella lista PD-PSI-PSE è stata deludente. Non si sono distinti in nessuna battaglia, anonimi per non dire di peggio. Basta nani e ballerine e persone (capaci) da mandare in esilio. Scegliamo diversamente i nomi che entreranno in quella lista, facciamo che significhino qualcosa e che siano portatori di idee. Facciamo che siano facce nuove, pulite, trasparenti. Viva gli outsider. Saranno in grado il Pd ed il Psi di accettare questa sfida?

Pietro Nenni diceva: “Rinnovarsi o perire”…

Mario Michele Pascale

Scrive Mario Michele Pascale:
Compagni socialisti, ve l’avevo detto…

La comunità socialista si agita. E fa bene. Il risultato elettorale della lista “Insieme”, disgraziato cartello elettorale messo su in fretta e furia, è stato catastrofico, sia a livello nazionale che nelle regionali del Lazio. Potrei dire con soddisfazione “Ve lo avevo detto”. In più di una occasione, non ultimo il mio addio al partito dopo il congresso di Roma, che, nei fatti, ne è stato il de profundis, ho detto chiaramente che le strade erano due: 1) Una autonomia reale, costruita a partire da un’offerta politica e culturale nuova al paese (ma non Turati rimasticato o Craxi ri vomitato per l’ennesima volta), capace di far presentare i socialisti come soggetto politico appunto autonomo e non come stampelle ora di Renzi, ora di Bersani. 2) La costruzione di un unico soggetto politico del socialismo italiano, a costo di una confluenza in soggetti politici più grandi. Fuori da queste coordinate ci sarebbe state solo desolazione e morte. Morte e desolazione condite da tentativi inutili e riflessi condizionati, come il correre appresso ai radicali sperando che chi nasce tondo muoia quadrato. Conoscete tutti la favola della rana e dello scorpione. La Bonino ha dimostrato che la natura è natura …

Un’altra cosa la avevo detta: la “listarella” alle ragionali non fa partito, ma comitato elettorale. Gestire il partito come una federazione di comitati elettorali, come una vile struttura feudale, lo avrebbe ucciso. Così è stato. Nel Lazio si è puntato, ad esempio, su di un partito a “trazione Fichera”. Risultato? L’estinzione politica. E’ colpa di Daniele Fichera? No. Del resto il partito gli è stato regalato con un fiocchetto rosa sopra. Lui ha ringraziato, educatamente, diventando di colpo punto di riferimento, leader e padrone. La colpa non è sua, è di chi il partito lo doveva far sviluppare e difendere, garantendone crescita e pluralità: parlo dei segretari di federazione, segnatamente quello di Roma, e del segretario del Lazio. Ambedue inestistenti, impalpabili. Ma se i segretari si sono comportati così, praticamente fregandosene, dietro di loro è facile vedere il “placet” degli alti papaveri. Ancora più menefreghisti ed irresponsabili di loro.

La “listarella” alla regione Lazio è affondata tristemente. E’ colata a picco nonostante il fatto che Zingaretti sia stato riconfermato. Ma non per colpa dei candidati, ottime persone che ci hanno messo l’anima, la faccia e hanno scavato voti ovunque. Ma per colpa di un progetto politico inesistente. I voti, voi mi insegnate, non si prendono solo sulla base del ricatto affettivo (votami perché sono tuo amico o perché piange Gesù Bambino), ma sulla base di un progetto. Questa lista, esattamente come “Una rosa per Roma”, che ha seguito anch’essa la dinamica della “trazione Fichera”, è morta per lo stesso motivo, prendendo quei pochi voti per l’affetto e la considerazione che i candidati suscitavano, ma niente altro. Anche lì zero virgola. Era chiaro che replicando lo schema si sarebbe replicato anche il risultato. Ma niente. Verrebbe da dire “se uno è di coccio è di coccio …”.

In questo quadro di macerie spicca l’elezione di Riccardo Nencini. Strano. A me è stato insegnato che il comandante cola a picco con la nave, non prende, per i cavoli suoi, una scialuppa. Ma pazienza, così è stato. Ognuno è padrone della propria coscienza.

Resta il “che fare”. L’autonomia politica è fuori luogo e fuori tempo massimo. Resta la costruzione di un unico soggetto del socialismo europeo. Credo che la cosa migliore che il PSI possa fare è quella di decidere di confluire altrove, rilanciando, in termini culturali ed ideologici, la diversità socialista. Se non è possibile un’autonomia politica si lavori ad un alternativa culturale. Io già lo faccio. Sarei felice di farlo insieme a voi.

Fraterni Saluti

Mario Michele Pascale

Fine vita, l’orripilante risposta del silenzio

“Ma ci sono cose più importanti!”. Chi non rammenta l’improvvida ed arrogante frase di Massimo D’Alema, interrogato sui diritti LGBT? Il leader maximo de noantri ha fatto scuola. L’ultima vittima in ordine di tempo del “ci sono cose più importanti!” è la legge sul fine vita, passata alla camera dei deputati il 20 aprile scorso, ormai definitivamente seppellita in Senato.

In materia non c’è una norma e sono costretti ad intervenire i giudici. E lo fanno come un elefante in un negozio di cristalli, non avendo né la competenza scientifica né l’inquadramento etico della materia. La politica si gira dall’altra parte, salvo poi, al primo caso di cronaca, intasare le redazioni giornalistiche con comunicati ad effetto ed occludere i social network con lacrime di coccodrillo. Così è stato con Eluana. Così è stato con il piccolo Charlie. Così è stato per Elisa.

Ma cos’è che paralizza il palazzo? Da un lato il timore, forte, delle gerarchie ecclesiastiche. Dall’altro l’ombra dei medici, che masticano amaro all’idea di doversi trasformare in “angeli della morte”. Il giuramento di Ippocrate glielo vieta.  Eppure il presidente della pontificia accademia per la vita, Monsignor Paraglia, ha tuonato sulla necessità di una legge. Il Vaticano vuole una legge sul fine vita. Su Libero la dottoressa Melania Rizzoli ha dato voce alla posizione di moltissimi medici: ha detto chiaramente che una legge è necessaria. Si tratta di posizioni diverse, ambedue legittime, da dialettizzarsi con quelle di chi, come me, crede che la dignità umana vada garantita a qualunque costo.

Eppure la politica di tutti gli schieramenti  ha messo la testa sotto la sabbia, solo per paura di perdere qualche consenso. Pavida in maniera oscena, incapace di guardare ai fatti e di collegarsi con la società,  essa si rifugia in un patologico dialogo con i fantasmi. In primis lo spettro di un corpo politico cattolico diffuso, totalmente dipendente dalle gerarchie ecclesiastiche, che non esiste più. Da lungo tempo la gran massa dei credenti è perfettamente autonoma in materia di morale sessuale, contraccezione, aborto e preferenze politiche. In seconda battuta il fantasma dei medici aggrappati in maniera fanatica al giuramento di Ippocrate. I medici non sono macchine devote all’ideologia: sono persone come noi, come noi esattamente capaci di empatia: soffrono guardando la sofferenza.

Insomma tutti vogliono una legge sul fine vita: la chiesa, i medici, gli attivisti, gli uomini e le donne che, ogni giorno, vedono il corpo straziato, umiliato ed offeso dei loro familiari ed amici, condannato ad una “vita” priva di dignità. Di fronte a questo dramma la politica, invece di comporre le diverse posizioni, è riuscita a dare l’unica ed orripilante risposta sbagliata: il silenzio.

Mario Michele Pascale
Presidente Associazione Spartaco

Scrive Mario Michele Pascale:
Popolo della Sinistra, attento!

Dopo la débâcle elettorale di domenica, dove il centrodestra ha surclassato il centrosinistra togliendoci anche la roccaforte di Genova, si ripete da ogni parte un mantra ossessivo, di natura molto più ritualistico religiosa che politica, riassumibile nelle parole di Riccardo Nencini: “Vediamo se c’è ancora qualcuno che inneggia al partito a vocazione maggioritaria e rifiuta le alleanze”. Oppure, giusto per essere bipartisan, le parole, da vero premio Nobel, di Andrea Orlando: “Il Pd isolato politicamente perde. Cambiare linea e ricostruire il centrosinistra subito”.
Ora due sono le cose: o vogliamo prenderci in giro, e prendere in giro tutto il popolo della sinistra, o dobbiamo essere intellettualmente onesti. I sindaci vengono eletti, aprite bene le orecchie perché vi sembrerà incredibile, sulla base di coalizioni. Nessun sindaco di centro destra o centro sinistra si è presentato come espressione di una sola lista. Lo stesso sistema elettorale dei grandi comuni, anzi, stimola l’aggregazione di soggetti diversi sulla base degli obiettivi e dei programmi. In pratica il sistema di elezione dei sindaci vuole necessariamente un piccolo Ulivo. Se di fallimento dobbiamo parlare, quindi, il tonfo è proprio del sistema delle coalizioni: il centro sinistra unito (o più o meno unito, dipende dalle situazioni locali) ha dimostrato di non essere una strada percorribile. Uniti si perde e si è perso lo stesso.
L’onestà intellettuale, questa sconosciuta. Finiamolo quindi di fare gli ipocriti e di ciurlare nel manico al puro scopo di far sopravvivere una classe dirigente che ha dimostrato, inequivocabilmente, la propria immaturità ed incapacità. In questo tra un Renzi che ha la scostumata baldanza di dire “va tutto bene madama la marchesa”, Orlando, D’Alema e Nencini che ci prendono visibilmente per i fondelli, non c’è differenza. Il punto è che le loro leadership hanno fallito sia nella gestione che nell’opposizione. Se è vero che l’uomo solo al comando non paga è altrettanto vero che è proprio l’idea dell’Ulivo e della coalizione di centro sinistra che esce perdente da queste amministrative.
La mia idea è quella di fondare un unico contenitore del socialismo italiano, ispirato al PSE. Chi non se la sente di appartenere a questa operazione può fare qualcosa più “a sinistra”, va benissimo. Ma ambedue devono essere situazioni che diano risposte ai bisogni delle persone, che parlino di libertà e giustizia sociale. Che risolvano i problemi tenendo presente che la cosa pubblica non è e non potrà mai essere un’azienda. Non di come far sopravvivere Orlando, D’Alema, Pisapia, Nencini, i loro vassalli e valvassori. Il nuovo Ulivo o le “alleanze” che si vanno chiedendo adesso, sono solo un salvagente per un ceto politico che, altrimenti, affonderebbe…

Mario Michele Pascale
Presidente Ass. Spartco

La politica e gli intellettuali

Lidia Ravera, presentando a Veroli il suo ultimo libro “il terzo tempo”, dichiara di giudicare la sua esperienza come assessore regionale alla cultura, “deludente”. Va oltre, dicendo che tanti suoi progetti sono rimasti sulla carta, affossati dalle pastoie della politica e della burocrazia. Apriti cielo! E via ai mal di pancia dei consiglieri, sottoconsiglieri e uomini di paglia, vassalli, valvassori e scudieri di sua maestà Nicola,che reputano la Ravera inidonea. E sentono già l’odore del suo scalpo e della sua poltrona. Strano. Dov’erano in tutti questi anni? Ma si sa, il cinghiale non lo si affronta a viso aperto, ma quando è ferito, stanco, quasi morto. Se fate notare che il cacciatore non è molto coraggioso, la sua risposta sarà: “che mi frega. Mi porto comunque un cinghiale a casa”. Ognuno ha la sua morale.

Un tempo gli intellettuali erano la politica. I partiti facevano a gara per accaparrarseli. Portavano, oltre al prestigio, un patrimonio di idee e visioni del mondo senza le quali la politica sarebbe impossibile. Oggi, invece, è il triste tempo dei venditori di pentole a domicilio, della forza vendita, del voto di rapina.

Cara Lidia, piena solidarietà. Caro Nicola Zingaretti, la Regione Lazio è una cosa seria, non una corte rinascimentale dove si aspetta la disgrazia degli altri per avanzare. Rimetti ordine tra le tue fila. C’è n’è bisogno.

Mario Michele Pascale
Presidente Ass. Spartaco

Scrive Mario Michele Pascale:
Macron non è uno di noi

Macron presidente. Taluni dicono che l’Europa è salva. Permettetemi di dissentire. È salva dai fascisti, ma verrà uccisa dai burocrati e dai tecnocrati. A sinistra ci si scherza su: si dice che Macron è uno di noi: Renzi, ad esempio, seguito da una pletora di replicanti piccoli e grandi, ha cercato fin dal primo turno delle presidenziali Francesi di mettere il cappello su Macron, dicendo che il PD è sbarcato in Francia. Comprendo le esigenze mediatiche legate alle primarie, ma con il dovuto rispetto, Macron è un’altra cosa. Carriera rapida alla corte dei Rotschild, uomo della grande finanza internazionale che va dritto allo scopo. Europeista della burocrazia e dell’euro. Un Mario Monti dal volto (ma solo dal volto) umano.

Comprendiamo bene le differenze. A confronto del neo eletto presidente francese Matteo Renzi è un boy scout della Toscana. E non lo dico in termini offensivi: i boy scout sono molto più simpatici degli squali. Comprendo le necessità mediatiche. Con la campagna per le primarie in corso Macron faceva da traino. Le primarie del PD sono finite e possiamo tornare alla realtà, chiamando le cose per nome e cognome.

A sinistra del PD si scherza ancora di più: scongiurato il pericolo fascista, si dice, faremo opposizione ai conservatori. Per carità. Antifascisti sempre. Ma dobbiamo comprendere che contro la tecnocrazia non basta fare “opposizione”. Ci vuole un idea forte di come ricostruire i rapporti sociali, di gestione della cosa pubblica, di giustizia sociale. Idea forte che, sia in Europa che in Italia, non c’è. Sia nel PD che alla sua sinistra abbondano le narrazioni, le citazioni e le parole d’ordine. A livello pratico non c’è programmazione e pianificazione, ma vige la triste filosofia del “un colpo al cerchio e uno alla botte”. Abbondano i provvedimenti a carattere promozionale (vedi i famosi ottanta euro) ma deficitano le azioni strutturali. Attenzione però: la magagna non è solo nell’asse di governo Renzi-Gentiloni, né solo nel cosiddetto “giglio magico”. Anche i vari D’Alema, Orlando, Emiliano, Fassina, Bersani, Fratoianni, con le loro piccole e sgangherati corti, pur criticando, non riescono a costruire un orizzonte intellettuale, ideologico e politico che sia all’altezza delle sfide del nostro tempo. Fossero loro al governo si ricalcherebbe, pari pari, il cerchiobottismo renziano.

Per cui mi perdonerete se respingo la santificazione, tattica o strategica di Macron. Macron, semplicemente, non è uno di noi.

Mario Michele Pascale

Caso Zuccaro. Le Ong, i trafficanti e gli eredi di Di Pietro

Il consiglio superiore della magistratura si divide: da un lato ha richiesto gli atti relativi alla questione dei presunti rapporti tra le ONG e gli scafisti allo scopo di fare chiarezza. Dall’altro qualcuno nell’organismo ha chiesto anche di difendere il procuratore di Catania. Divisione simbolo di due verità. Da un lato i contatti tra le ONG e gli “altri” ci sono eccome. Sarebbe stupido negarlo. Secondo voi come fanno gli aiuti umanitari ad arrivare alle popolazioni in Africa? Traversano indenni territori governati dai signori della guerra perché questi ultimi diventano improvvisamente buoni? Sopravvivono agli appetiti di governi più o meno legittimi e più o meno democratici, ma di certo corrotti fino al midollo, perché protetti dallo spirito santo? E come fanno le ONG ad operare nelle favelas di Rio o Caracas in mezzo ai narcotrafficanti, dove la vita umana vale meno di una dose di crack? Una forma di dialogo c’è. Chiariamo: ONG e “cattivi” si odiano, ma si tollerano a vicenda: gli aiuti umanitari sono necessari e, se qualche cassa di viveri e medicinali si perde per strada, nessuno ne fa un dramma. Quelle che arrivano a destinazione salvano migliaia e migliaia di vite umane.
Dall’altro lato ci troviamo di fronte alla classica malattia italiana: un magistrato che, pur non avendo prove (per sua stessa ammissione) va in Tv a sollevare il caso. Chiede strumenti dicendo, cosa ragionevole, di poter utilizzare i rapporti dei servizi segreti in tribunale. Peccato che gli stessi servizi neghino l’esistenza di quei rapporti. Cosa resta, a livello probatorio? Nulla, se non un eccesso di protagonismo dei togati che, da Di Pietro in poi, è stato la rovina del nostro paese. E la politica ci casca con tutte le scarpe, prendendo posizione, su basi traballanti ed illusorie, solo per accaparrare qualche voto xenofobo e fascista. Perché la battaglia di un certo fronte politico, dai cinque stelle a Salvini, questa è: le ONG sono il simbolo della tolleranza, dei diritti, dell’impegno per il superamento degli egoismi dell’Occidente. Come tali vanno distrutte.

Mario Michele Pascale

Mario Michele Pascale
Le mie proposte per il Congresso straordinario del Psi

Il Psi va a congresso. Bene. Un congresso straordinario che deve ragione delle modificazioni dello scenario politico. Il referendum, la caduta di Matteo Renzi, la scomposizione del centro sinistra. Perché un’assise congressuale vera fa questo, non è e non può essere solo un tappo si sughero sulle falle create dalle decisioni della magistratura.
Ho chiesto, in tempi assolutamente non sospetti, attraverso le pagine de “L’Avanti”, che il partito si riunisse di nuovo e che riflettesse. L’ho detto allora, lo ripeto oggi: la scelta è tra due posizioni. O si va alla costruzione di un unico soggetto politico del socialismo europeo o si va a solidificare l’autonomia politica del partito.
E una decisione che avremmo potuto e dovuto prendere tempo fa. Reputo che qualsiasi soluzione intermedia sia una perdita di tempo e di energie. La costruzione di un’area con i radicali è un controsenso. I nostri interlocutori nella costruzione di una nuova “Rosa nel pugno”, non rappresentano i voti radicali. Le persone che “pesano”, in quella galassia stanno da un’altra parte. Una parte che ci ha già fregati per benino nelle comunali di Roma. La storia, la prima volta si presenta in forma di tragedia, la seconda in forma di farsa. Proseguire su questa strada vorrebbe dire scadere nel ridicolo.
DI converso l’area Pisapia è solo il “rifugio dei peccatori” ovvero di coloro i quali non sono i benvenuti nel Pd, ma non possono fare a meno di avere un rapporto con i democrats. Una scorciatoia per chi non ha gli attributi per fare opposizione e vuole campicchiare con le briciole che cadono dal tavolo. Campo progressista è la sommatoria di un ceto politico avariato. E sarà la semplice addizione di meschini appetiti amministrativi. Cosa ben diversa dal socialismo.

Ho letto con attenzione le tesi di Riccardo Nencini. In esse non vi è nulla di sbagliato, sono conformi a ragione. Ma occorre uno scatto di reni successivo. In ambedue i casi, se vogliamo scomporci in un soggetto politico nuovo o seguire eroicamente la nostra bandiera, abbiamo bisogno di essere organizzati diversamente e meglio. Abbiamo bisogno di una impostazione operativa che le tesi congressuali, per loro natura, non possono dare ma che il congresso, nella sua interezza, attraverso il dibattito, può indicare.
In passato ci hanno spiegato che la chiave di volta della rinascita socialista era la rappresentanza parlamentare. Cosa che noi abbiamo perseguito con determinazione, scendendo a compromessi molto dolorosi pur di raggiungere il risultato. Quanti loschi figuri abbiamo imbarcato pur di rinforzare le nostre liste… Ricordo che Gerardo Labellarte, all’epoca responsabile degli enti locali, ci frustava tutti pur di farci presentare liste identitarie la cui percentuale complessiva ci avrebbe “pesato” per essere in parlamento. Tutti siamo stati in trincea in quella fase, con la baionetta tra i denti. E abbiamo sputato sangue, portando quel tesoretto a Pierluigi Bersani che fu di parola.
Deputati e senatori sono arrivati, ma i nostri problemi non sono diminuiti, anzi si sono moltiplicati. Da allora sono aumentati a dismisura. Ed è paradossale e lascia sgomenti il fatto che della ricchezza prodotta dai nostri deputati e senatori in termini di proposte di legge, mozioni, interrogazioni, attività di commissione ed impegni internazionali, ben poco passi al partito, che dà l’idea di essere accartocciato su potentati locali, baricentrato non sul respiro nazionale, ma su politiche di basso cabotaggio amministrativo in cui, giocoforza, si è subalterni al Pd e si coltiva questa subalternità facendone anche una virtù.
Come diceva un vecchio saggio: “meritiamo di più”.

Meritiamo un partito, non una federazione di piccoli comitati elettorali.
Questi e non una semplice risposta ai compagni che ci hanno portato in tribunale, dovrebbero essere i nodi su cui si dovrebbe articolare il congresso straordinario del PSI. Se il nostro congresso sarà una cosa seria eviterà perdite di tempo facendo una scelta di campo precisa: o soggetto politico unico del socialismo europeo o autonomia. Senza ciurlare nel manico con improbabili vie di mezzo. Se il congresso sarà una cosa seria recupererà un respiro ideologico ed intellettuale imponendo il modello partito su quello del vile comitato elettorale. Se il congresso sarà una cosa seria dovrà occuparsi della democrazia interna al partito, messa a dura prova proprio dai comitati elettorali. Se queste condizioni verranno soddisfatte si andrà avanti, altrimenti, almeno dal mio punto di vista, resterà l’amore per il socialismo. Ma niente altro.

Mario Michele Pascale

Il suicidio di Lavagna: rispetto
il dolore, ma non assolvo

Ho rispetto per il dolore di una madre. Lo abbiamo tutti. E’ qualcosa di automatico, empatico. Ma il rispetto è una cosa diversa dall’assoluzione. Una madre, come successo a Lavagna, che chiama le forze di polizia dentro casa perché non riesce a gestire il figlio fallisce. Fallisce come persona e come educatrice. Ma chi era questo ragazzo? Un narcotrafficante, un pericoloso fumatore di crack che aveva perso il controllo di se ed era diventato violento ed ingestibile? No. Era solo un adolescente che fumava degli spinelli. Non lo dico io, lo riporta il generale Renzo Nisi, comandante provinciale della Guardia di Finanza: la madre “si è rivolta a noi perché dopo innumerevoli tentativi di convincere il figlio di smettere di farsi di spinelli non sapeva più cosa fare”. Niente eroina, niente cocaina, niente crack. Spinelli.

Non eravamo lì. Non ci è dato sapere come siano andate le cose. Ho piena fiducia nella professionalità dei finanzieri e non ho motivo di dubitarne. Eppure qualcosa è scattato nel ragazzo: una paura profonda, viscerale, estrema. Paura di essere ed essere trattato come un criminale, marchiato a fuoco dall’ansia di normalità dei genitori, della società della proibizione e dell’omologazione nel nome delle privazioni.

Cito la madre, ai funerali del giovane. Ella parlando ai coetanei del figlio ha dichiarato: “Vi vogliono far credere che fumare una canna è normale, che faticare a parlarsi è normale, che andare sempre oltre è normale. Qualcuno vuol soffocarvi. Diventate protagonisti della vostra vita e cercate lo straordinario”. Io, per iniziare, mi accontenterei della normalità. Normalità vuol dire dare il giusto peso alle cose. Uno spinello ha gli stessi effetti di poco più di due bicchieri di un robusto vino rosso. E le famiglie servono per parlare, confrontarsi, capire insieme. Normalità è anche accettare la difficoltà del dialogo e non aver paura di farsi aiutare dalle persone giuste. Che, in genere, sono psicologi e mediatori, non militari che portano una pistola nella fondina.

Il male è reputare lo spinello al pari della perdizione, della caduta nel vortice della droga. Non lo è. Il male vero è proibire, marchiare, bollare come se fossimo di fronte ad un peccato capitale. Uno spinello non è tutto questo. Il male è non capire le ansie e le inquietudini degli adolescenti. Concentriamoci sul comprendere i nostri ragazzi, non sul punirli come criminali.

Mario Michele Pascale
Consiglio Nazionale del PSI