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Mario Michele Pascale

Fine vita, l’orripilante risposta del silenzio

“Ma ci sono cose più importanti!”. Chi non rammenta l’improvvida ed arrogante frase di Massimo D’Alema, interrogato sui diritti LGBT? Il leader maximo de noantri ha fatto scuola. L’ultima vittima in ordine di tempo del “ci sono cose più importanti!” è la legge sul fine vita, passata alla camera dei deputati il 20 aprile scorso, ormai definitivamente seppellita in Senato.

In materia non c’è una norma e sono costretti ad intervenire i giudici. E lo fanno come un elefante in un negozio di cristalli, non avendo né la competenza scientifica né l’inquadramento etico della materia. La politica si gira dall’altra parte, salvo poi, al primo caso di cronaca, intasare le redazioni giornalistiche con comunicati ad effetto ed occludere i social network con lacrime di coccodrillo. Così è stato con Eluana. Così è stato con il piccolo Charlie. Così è stato per Elisa.

Ma cos’è che paralizza il palazzo? Da un lato il timore, forte, delle gerarchie ecclesiastiche. Dall’altro l’ombra dei medici, che masticano amaro all’idea di doversi trasformare in “angeli della morte”. Il giuramento di Ippocrate glielo vieta.  Eppure il presidente della pontificia accademia per la vita, Monsignor Paraglia, ha tuonato sulla necessità di una legge. Il Vaticano vuole una legge sul fine vita. Su Libero la dottoressa Melania Rizzoli ha dato voce alla posizione di moltissimi medici: ha detto chiaramente che una legge è necessaria. Si tratta di posizioni diverse, ambedue legittime, da dialettizzarsi con quelle di chi, come me, crede che la dignità umana vada garantita a qualunque costo.

Eppure la politica di tutti gli schieramenti  ha messo la testa sotto la sabbia, solo per paura di perdere qualche consenso. Pavida in maniera oscena, incapace di guardare ai fatti e di collegarsi con la società,  essa si rifugia in un patologico dialogo con i fantasmi. In primis lo spettro di un corpo politico cattolico diffuso, totalmente dipendente dalle gerarchie ecclesiastiche, che non esiste più. Da lungo tempo la gran massa dei credenti è perfettamente autonoma in materia di morale sessuale, contraccezione, aborto e preferenze politiche. In seconda battuta il fantasma dei medici aggrappati in maniera fanatica al giuramento di Ippocrate. I medici non sono macchine devote all’ideologia: sono persone come noi, come noi esattamente capaci di empatia: soffrono guardando la sofferenza.

Insomma tutti vogliono una legge sul fine vita: la chiesa, i medici, gli attivisti, gli uomini e le donne che, ogni giorno, vedono il corpo straziato, umiliato ed offeso dei loro familiari ed amici, condannato ad una “vita” priva di dignità. Di fronte a questo dramma la politica, invece di comporre le diverse posizioni, è riuscita a dare l’unica ed orripilante risposta sbagliata: il silenzio.

Mario Michele Pascale
Presidente Associazione Spartaco

Scrive Mario Michele Pascale:
Popolo della Sinistra, attento!

Dopo la débâcle elettorale di domenica, dove il centrodestra ha surclassato il centrosinistra togliendoci anche la roccaforte di Genova, si ripete da ogni parte un mantra ossessivo, di natura molto più ritualistico religiosa che politica, riassumibile nelle parole di Riccardo Nencini: “Vediamo se c’è ancora qualcuno che inneggia al partito a vocazione maggioritaria e rifiuta le alleanze”. Oppure, giusto per essere bipartisan, le parole, da vero premio Nobel, di Andrea Orlando: “Il Pd isolato politicamente perde. Cambiare linea e ricostruire il centrosinistra subito”.
Ora due sono le cose: o vogliamo prenderci in giro, e prendere in giro tutto il popolo della sinistra, o dobbiamo essere intellettualmente onesti. I sindaci vengono eletti, aprite bene le orecchie perché vi sembrerà incredibile, sulla base di coalizioni. Nessun sindaco di centro destra o centro sinistra si è presentato come espressione di una sola lista. Lo stesso sistema elettorale dei grandi comuni, anzi, stimola l’aggregazione di soggetti diversi sulla base degli obiettivi e dei programmi. In pratica il sistema di elezione dei sindaci vuole necessariamente un piccolo Ulivo. Se di fallimento dobbiamo parlare, quindi, il tonfo è proprio del sistema delle coalizioni: il centro sinistra unito (o più o meno unito, dipende dalle situazioni locali) ha dimostrato di non essere una strada percorribile. Uniti si perde e si è perso lo stesso.
L’onestà intellettuale, questa sconosciuta. Finiamolo quindi di fare gli ipocriti e di ciurlare nel manico al puro scopo di far sopravvivere una classe dirigente che ha dimostrato, inequivocabilmente, la propria immaturità ed incapacità. In questo tra un Renzi che ha la scostumata baldanza di dire “va tutto bene madama la marchesa”, Orlando, D’Alema e Nencini che ci prendono visibilmente per i fondelli, non c’è differenza. Il punto è che le loro leadership hanno fallito sia nella gestione che nell’opposizione. Se è vero che l’uomo solo al comando non paga è altrettanto vero che è proprio l’idea dell’Ulivo e della coalizione di centro sinistra che esce perdente da queste amministrative.
La mia idea è quella di fondare un unico contenitore del socialismo italiano, ispirato al PSE. Chi non se la sente di appartenere a questa operazione può fare qualcosa più “a sinistra”, va benissimo. Ma ambedue devono essere situazioni che diano risposte ai bisogni delle persone, che parlino di libertà e giustizia sociale. Che risolvano i problemi tenendo presente che la cosa pubblica non è e non potrà mai essere un’azienda. Non di come far sopravvivere Orlando, D’Alema, Pisapia, Nencini, i loro vassalli e valvassori. Il nuovo Ulivo o le “alleanze” che si vanno chiedendo adesso, sono solo un salvagente per un ceto politico che, altrimenti, affonderebbe…

Mario Michele Pascale
Presidente Ass. Spartco

La politica e gli intellettuali

Lidia Ravera, presentando a Veroli il suo ultimo libro “il terzo tempo”, dichiara di giudicare la sua esperienza come assessore regionale alla cultura, “deludente”. Va oltre, dicendo che tanti suoi progetti sono rimasti sulla carta, affossati dalle pastoie della politica e della burocrazia. Apriti cielo! E via ai mal di pancia dei consiglieri, sottoconsiglieri e uomini di paglia, vassalli, valvassori e scudieri di sua maestà Nicola,che reputano la Ravera inidonea. E sentono già l’odore del suo scalpo e della sua poltrona. Strano. Dov’erano in tutti questi anni? Ma si sa, il cinghiale non lo si affronta a viso aperto, ma quando è ferito, stanco, quasi morto. Se fate notare che il cacciatore non è molto coraggioso, la sua risposta sarà: “che mi frega. Mi porto comunque un cinghiale a casa”. Ognuno ha la sua morale.

Un tempo gli intellettuali erano la politica. I partiti facevano a gara per accaparrarseli. Portavano, oltre al prestigio, un patrimonio di idee e visioni del mondo senza le quali la politica sarebbe impossibile. Oggi, invece, è il triste tempo dei venditori di pentole a domicilio, della forza vendita, del voto di rapina.

Cara Lidia, piena solidarietà. Caro Nicola Zingaretti, la Regione Lazio è una cosa seria, non una corte rinascimentale dove si aspetta la disgrazia degli altri per avanzare. Rimetti ordine tra le tue fila. C’è n’è bisogno.

Mario Michele Pascale
Presidente Ass. Spartaco

Scrive Mario Michele Pascale:
Macron non è uno di noi

Macron presidente. Taluni dicono che l’Europa è salva. Permettetemi di dissentire. È salva dai fascisti, ma verrà uccisa dai burocrati e dai tecnocrati. A sinistra ci si scherza su: si dice che Macron è uno di noi: Renzi, ad esempio, seguito da una pletora di replicanti piccoli e grandi, ha cercato fin dal primo turno delle presidenziali Francesi di mettere il cappello su Macron, dicendo che il PD è sbarcato in Francia. Comprendo le esigenze mediatiche legate alle primarie, ma con il dovuto rispetto, Macron è un’altra cosa. Carriera rapida alla corte dei Rotschild, uomo della grande finanza internazionale che va dritto allo scopo. Europeista della burocrazia e dell’euro. Un Mario Monti dal volto (ma solo dal volto) umano.

Comprendiamo bene le differenze. A confronto del neo eletto presidente francese Matteo Renzi è un boy scout della Toscana. E non lo dico in termini offensivi: i boy scout sono molto più simpatici degli squali. Comprendo le necessità mediatiche. Con la campagna per le primarie in corso Macron faceva da traino. Le primarie del PD sono finite e possiamo tornare alla realtà, chiamando le cose per nome e cognome.

A sinistra del PD si scherza ancora di più: scongiurato il pericolo fascista, si dice, faremo opposizione ai conservatori. Per carità. Antifascisti sempre. Ma dobbiamo comprendere che contro la tecnocrazia non basta fare “opposizione”. Ci vuole un idea forte di come ricostruire i rapporti sociali, di gestione della cosa pubblica, di giustizia sociale. Idea forte che, sia in Europa che in Italia, non c’è. Sia nel PD che alla sua sinistra abbondano le narrazioni, le citazioni e le parole d’ordine. A livello pratico non c’è programmazione e pianificazione, ma vige la triste filosofia del “un colpo al cerchio e uno alla botte”. Abbondano i provvedimenti a carattere promozionale (vedi i famosi ottanta euro) ma deficitano le azioni strutturali. Attenzione però: la magagna non è solo nell’asse di governo Renzi-Gentiloni, né solo nel cosiddetto “giglio magico”. Anche i vari D’Alema, Orlando, Emiliano, Fassina, Bersani, Fratoianni, con le loro piccole e sgangherati corti, pur criticando, non riescono a costruire un orizzonte intellettuale, ideologico e politico che sia all’altezza delle sfide del nostro tempo. Fossero loro al governo si ricalcherebbe, pari pari, il cerchiobottismo renziano.

Per cui mi perdonerete se respingo la santificazione, tattica o strategica di Macron. Macron, semplicemente, non è uno di noi.

Mario Michele Pascale

Caso Zuccaro. Le Ong, i trafficanti e gli eredi di Di Pietro

Il consiglio superiore della magistratura si divide: da un lato ha richiesto gli atti relativi alla questione dei presunti rapporti tra le ONG e gli scafisti allo scopo di fare chiarezza. Dall’altro qualcuno nell’organismo ha chiesto anche di difendere il procuratore di Catania. Divisione simbolo di due verità. Da un lato i contatti tra le ONG e gli “altri” ci sono eccome. Sarebbe stupido negarlo. Secondo voi come fanno gli aiuti umanitari ad arrivare alle popolazioni in Africa? Traversano indenni territori governati dai signori della guerra perché questi ultimi diventano improvvisamente buoni? Sopravvivono agli appetiti di governi più o meno legittimi e più o meno democratici, ma di certo corrotti fino al midollo, perché protetti dallo spirito santo? E come fanno le ONG ad operare nelle favelas di Rio o Caracas in mezzo ai narcotrafficanti, dove la vita umana vale meno di una dose di crack? Una forma di dialogo c’è. Chiariamo: ONG e “cattivi” si odiano, ma si tollerano a vicenda: gli aiuti umanitari sono necessari e, se qualche cassa di viveri e medicinali si perde per strada, nessuno ne fa un dramma. Quelle che arrivano a destinazione salvano migliaia e migliaia di vite umane.
Dall’altro lato ci troviamo di fronte alla classica malattia italiana: un magistrato che, pur non avendo prove (per sua stessa ammissione) va in Tv a sollevare il caso. Chiede strumenti dicendo, cosa ragionevole, di poter utilizzare i rapporti dei servizi segreti in tribunale. Peccato che gli stessi servizi neghino l’esistenza di quei rapporti. Cosa resta, a livello probatorio? Nulla, se non un eccesso di protagonismo dei togati che, da Di Pietro in poi, è stato la rovina del nostro paese. E la politica ci casca con tutte le scarpe, prendendo posizione, su basi traballanti ed illusorie, solo per accaparrare qualche voto xenofobo e fascista. Perché la battaglia di un certo fronte politico, dai cinque stelle a Salvini, questa è: le ONG sono il simbolo della tolleranza, dei diritti, dell’impegno per il superamento degli egoismi dell’Occidente. Come tali vanno distrutte.

Mario Michele Pascale

Mario Michele Pascale
Le mie proposte per il Congresso straordinario del Psi

Il Psi va a congresso. Bene. Un congresso straordinario che deve ragione delle modificazioni dello scenario politico. Il referendum, la caduta di Matteo Renzi, la scomposizione del centro sinistra. Perché un’assise congressuale vera fa questo, non è e non può essere solo un tappo si sughero sulle falle create dalle decisioni della magistratura.
Ho chiesto, in tempi assolutamente non sospetti, attraverso le pagine de “L’Avanti”, che il partito si riunisse di nuovo e che riflettesse. L’ho detto allora, lo ripeto oggi: la scelta è tra due posizioni. O si va alla costruzione di un unico soggetto politico del socialismo europeo o si va a solidificare l’autonomia politica del partito.
E una decisione che avremmo potuto e dovuto prendere tempo fa. Reputo che qualsiasi soluzione intermedia sia una perdita di tempo e di energie. La costruzione di un’area con i radicali è un controsenso. I nostri interlocutori nella costruzione di una nuova “Rosa nel pugno”, non rappresentano i voti radicali. Le persone che “pesano”, in quella galassia stanno da un’altra parte. Una parte che ci ha già fregati per benino nelle comunali di Roma. La storia, la prima volta si presenta in forma di tragedia, la seconda in forma di farsa. Proseguire su questa strada vorrebbe dire scadere nel ridicolo.
DI converso l’area Pisapia è solo il “rifugio dei peccatori” ovvero di coloro i quali non sono i benvenuti nel Pd, ma non possono fare a meno di avere un rapporto con i democrats. Una scorciatoia per chi non ha gli attributi per fare opposizione e vuole campicchiare con le briciole che cadono dal tavolo. Campo progressista è la sommatoria di un ceto politico avariato. E sarà la semplice addizione di meschini appetiti amministrativi. Cosa ben diversa dal socialismo.

Ho letto con attenzione le tesi di Riccardo Nencini. In esse non vi è nulla di sbagliato, sono conformi a ragione. Ma occorre uno scatto di reni successivo. In ambedue i casi, se vogliamo scomporci in un soggetto politico nuovo o seguire eroicamente la nostra bandiera, abbiamo bisogno di essere organizzati diversamente e meglio. Abbiamo bisogno di una impostazione operativa che le tesi congressuali, per loro natura, non possono dare ma che il congresso, nella sua interezza, attraverso il dibattito, può indicare.
In passato ci hanno spiegato che la chiave di volta della rinascita socialista era la rappresentanza parlamentare. Cosa che noi abbiamo perseguito con determinazione, scendendo a compromessi molto dolorosi pur di raggiungere il risultato. Quanti loschi figuri abbiamo imbarcato pur di rinforzare le nostre liste… Ricordo che Gerardo Labellarte, all’epoca responsabile degli enti locali, ci frustava tutti pur di farci presentare liste identitarie la cui percentuale complessiva ci avrebbe “pesato” per essere in parlamento. Tutti siamo stati in trincea in quella fase, con la baionetta tra i denti. E abbiamo sputato sangue, portando quel tesoretto a Pierluigi Bersani che fu di parola.
Deputati e senatori sono arrivati, ma i nostri problemi non sono diminuiti, anzi si sono moltiplicati. Da allora sono aumentati a dismisura. Ed è paradossale e lascia sgomenti il fatto che della ricchezza prodotta dai nostri deputati e senatori in termini di proposte di legge, mozioni, interrogazioni, attività di commissione ed impegni internazionali, ben poco passi al partito, che dà l’idea di essere accartocciato su potentati locali, baricentrato non sul respiro nazionale, ma su politiche di basso cabotaggio amministrativo in cui, giocoforza, si è subalterni al Pd e si coltiva questa subalternità facendone anche una virtù.
Come diceva un vecchio saggio: “meritiamo di più”.

Meritiamo un partito, non una federazione di piccoli comitati elettorali.
Questi e non una semplice risposta ai compagni che ci hanno portato in tribunale, dovrebbero essere i nodi su cui si dovrebbe articolare il congresso straordinario del PSI. Se il nostro congresso sarà una cosa seria eviterà perdite di tempo facendo una scelta di campo precisa: o soggetto politico unico del socialismo europeo o autonomia. Senza ciurlare nel manico con improbabili vie di mezzo. Se il congresso sarà una cosa seria recupererà un respiro ideologico ed intellettuale imponendo il modello partito su quello del vile comitato elettorale. Se il congresso sarà una cosa seria dovrà occuparsi della democrazia interna al partito, messa a dura prova proprio dai comitati elettorali. Se queste condizioni verranno soddisfatte si andrà avanti, altrimenti, almeno dal mio punto di vista, resterà l’amore per il socialismo. Ma niente altro.

Mario Michele Pascale

Il suicidio di Lavagna: rispetto
il dolore, ma non assolvo

Ho rispetto per il dolore di una madre. Lo abbiamo tutti. E’ qualcosa di automatico, empatico. Ma il rispetto è una cosa diversa dall’assoluzione. Una madre, come successo a Lavagna, che chiama le forze di polizia dentro casa perché non riesce a gestire il figlio fallisce. Fallisce come persona e come educatrice. Ma chi era questo ragazzo? Un narcotrafficante, un pericoloso fumatore di crack che aveva perso il controllo di se ed era diventato violento ed ingestibile? No. Era solo un adolescente che fumava degli spinelli. Non lo dico io, lo riporta il generale Renzo Nisi, comandante provinciale della Guardia di Finanza: la madre “si è rivolta a noi perché dopo innumerevoli tentativi di convincere il figlio di smettere di farsi di spinelli non sapeva più cosa fare”. Niente eroina, niente cocaina, niente crack. Spinelli.

Non eravamo lì. Non ci è dato sapere come siano andate le cose. Ho piena fiducia nella professionalità dei finanzieri e non ho motivo di dubitarne. Eppure qualcosa è scattato nel ragazzo: una paura profonda, viscerale, estrema. Paura di essere ed essere trattato come un criminale, marchiato a fuoco dall’ansia di normalità dei genitori, della società della proibizione e dell’omologazione nel nome delle privazioni.

Cito la madre, ai funerali del giovane. Ella parlando ai coetanei del figlio ha dichiarato: “Vi vogliono far credere che fumare una canna è normale, che faticare a parlarsi è normale, che andare sempre oltre è normale. Qualcuno vuol soffocarvi. Diventate protagonisti della vostra vita e cercate lo straordinario”. Io, per iniziare, mi accontenterei della normalità. Normalità vuol dire dare il giusto peso alle cose. Uno spinello ha gli stessi effetti di poco più di due bicchieri di un robusto vino rosso. E le famiglie servono per parlare, confrontarsi, capire insieme. Normalità è anche accettare la difficoltà del dialogo e non aver paura di farsi aiutare dalle persone giuste. Che, in genere, sono psicologi e mediatori, non militari che portano una pistola nella fondina.

Il male è reputare lo spinello al pari della perdizione, della caduta nel vortice della droga. Non lo è. Il male vero è proibire, marchiare, bollare come se fossimo di fronte ad un peccato capitale. Uno spinello non è tutto questo. Il male è non capire le ansie e le inquietudini degli adolescenti. Concentriamoci sul comprendere i nostri ragazzi, non sul punirli come criminali.

Mario Michele Pascale
Consiglio Nazionale del PSI

Mario Michele Pascale
Sciogliere il nodo
sul nostro destino

Si chiede, nel PSI, un congresso straordinario. Bene. L’ho chiesto anche io, in tempi non sospetti, dalle pagine dell’Avanti! Per fare il congresso serviranno regole e numeri. Lì si dovranno materializzare per forza. Ma prima dell’avvento dei numeri e delle regole congressuali faccio un appello, non per me, ma per tutto il partito: qual’è la ricetta per affrontare il corpo elettorale e per porre fine alla nostra evidente irrilevanza? Perché tolta la carica di viceministro siamo decisamente irrilevanti. Validi, ma pochi, i nostri deputati. Qualche consigliere regionale qua e là, perlopiù inquadrato in una subalternità penosa ai sistemi di potere dei governatori espressi dal PD. Siamo praticamente assenti dalle grandi aree metropolitane.

Credo e spero che la risposta non sia “mettere qualcun altro al posto di Nencini”. Ma non perché io creda che l’attuale segretario sia una forza della natura e sia insostituibile. Chiunque voglia governare dovrebbe spiegare come si fa, restando a sinistra ed avendo un rapporto forte con il PD (che non possiamo annullare in nome della comune appartenenza al PSE), ad avere, contemporaneamente, autonomia politica. In verità faccio questa domanda da un bel po’ e nessuno risponde. Eppure la questione su cui dovrebbe vertere davvero il congresso è questa, non il cambio della targa sulla porta del segretario. O se volete anche quella, ma dopo le cose veramente importanti.

Compagni, non starò qui a parlarvi bene di Riccardo Nencini. Molti dicono che è stato avido e che ha voluto per sé sia la guida del partito che lo scranno di vice ministro. Chi sostiene questo di certo è un uomo d’onore. Male informato però. Fu Matteo Renzi a chiedere a tutti i partiti di impegnarsi a fondo nel governo. I segretari nazionali dovevano avere ruoli importanti nell’esecutivo. E così fu. Tant’è che il partito votò apposita dispensa per rendere possibile il doppio incarico. Fu un errore? Rammento bene le grida di giubilo che scuotevano il PSI… finalmente eravamo tornati al governo. Avremmo avuto bisogno, invece, di un segretario a tempo pieno? E’ comodo prevedere i fatti dopo che sono accaduti.

Altri dicono che Riccardo Nencini è stato ambizioso e che in nome di questa ambizione il Partito abbia fatto scelte sbagliate. Se così è siamo di fronte ad una colpa grave. Ma vi chiedo: un altro segretario avrebbe fatto scelte diverse? Rammento che la Lega dei Socialisti, che a lungo è stata l’unica opposizione, chiedeva la nascita “di un unico soggetto politico dalla sinistra del PD a Rifondazione, all’interno del quale i socialisti avessero avuto un ruolo centrale”. Venne Italia Bene comune, voluta anche da Nencini, che aveva in se il PD, SEL ed il PSI. Un successo che la sinistra del partito sbagliò a non fare proprio. Potevamo fare una scelta migliore che essere nel centro sinistra?

Il PD è entrato nel PSE al congresso di Roma. Posso nominarvi, uno per uno, i compagni, che oggi contestano, che all’epoca andarono a fare i volontari (oserei dire i garzoni ed i paggetti) all’incoronazione del PD. Era il congresso di Roma. Ed i socialisti, soprattutto quelli che alle ultime comunali di Roma hanno fatto votare Grillo, erano lì a spellarsi le mani. Fece male Nencini ad assecondare il processo di ingresso del PD nel socialismo europeo?

Renzi venne chiamato a Palazzo Chigi. Volle, con lui, un rappresentante del PSI. Fece male Nencini ad accettare? Come detto, rammento ancora le grida di giubilo, dall’Alpi alle Piramidi, da Savona a Trieste, da piazza Castello alla Vucciria…

Secondo me Nencini non ha sbagliato in quello che ha fatto, semmai ha errato in quello che non ha fatto. A fronte di enormi modificazioni del quadro politico ed economico generale, ha giocato di rimessa, volando troppo basso. In un sistema politico che ti vuole o autonomo, puntando coraggiosamente sull’organizzazione ed il rilancio del partito, o lanciato verso una fusione con il PD in nome del socialismo europeo allo scopo di contaminare positivamente il pachiderma cattocomunista, Nencini è rimasto immobile o, peggio, si è lanciato in soluzioni tanto mediane quanto inutili. L’ultima in ordine di tempo è l’alleanza con i radicali e qualche sindaco. E’ chiaro che è una foglia di fico cui nessuno crede davvero.

Un altro segretario avrebbe fatto cose diverse? Avrebbe osato? Francamente non lo penso. Fino alla vittoria del NO al referendum non c’era alternativa a Riccardo Nencini. I cani, si sa, avanzano quando il cinghiale è ferito. Si può salvare il PSI cambiando segretario? Potrebbe un segretario diverso fare cose migliori? Io non credo. Tuttalpiù si può cambiare il mobilio. O il padrone di casa: invece di pagare la pigione a Renzi la pagheremo a Massimo D’Alema.

Il punto è semplice. Il partito ha di fronte a se una sola scelta. O si punta tutto, modello kamikaze, sull’autonomia politica, oppure si va alla fusione con il PD in nome della comune appartenenza alla famiglia del socialismo europeo. In mezzo c’è solo la strada che porta, con il piattino in mano, a chiedere la carità per avere uno o due deputati.  Una strada che significa disperazione e morte.

Abbiamo dato, nei giorni scorsi, uno spettacolo penoso, simile a quello degli sciacalli che si disputano la carcassa di un animale moribondo che rantola ancora. Andare in tribunale, cavillare, ricorrere, finire sui giornali è stato questo agli occhi di chi ci guardava dall’esterno. Il futuro congresso, se vuole ridarci dignità, dovrà sciogliere, in maniera ultimativa, il nodo sul nostro destino. Ed io non intendo rendermi complice di un accanimento terapeutico. Non accetterò soluzioni mediane e foglie di fico.

Mario Michele Pascale
Consiglio nazionale del PSI

Mario Michele Pascale
Ora occorre un congresso straordinario

Oggi il sole splende ancora. Il referendum è stata una festa della democrazia. Quando gli elettori votano, si esprimono, indicano chiaramente la strada che deve prendere il Paese, non ci sono sconfitti: vinciamo tutti. Almeno secondo me. L’ho detto in più di un’occasione e ribadito pubblicamente durante l’ultimo consiglio nazionale del PSI, insieme ad una riflessione: il problema non era e non è il referendum, bensì la legge elettorale, l’Italicum, che, grazie allo sbarramento al 3% avrebbe tolto a  milioni di italiani il diritto alla rappresentanza politica e cancellato con un colpo di spugna gloriose culture politiche. In quanto dirigente nazionale del partito, con responsabilità su di un settore di lavoro, ho fatto quello che dovevo.
Ho votato si, anche se estremamente critico sulla linea. Nei partiti seri si usa così: si discute e se l’esito della discussione non piace, si accetta comunque il deliberato delle maggioranze. Io l’ho fatto.
Le rane non sono piovute dal cielo, ma Matteo Renzi si è dimesso. Gesto dovuto, compiuto anche con molta classe ed immediatezza. Cosa che però non può annullare gli errori politici commessi. Una politica orientata su leggi che garantiscano diritti, non può sostituirsi ad una azione di governo che garantisca la giustizia sociale. E la giustizia sociale non può essere ottanta euro in busta paga. Non si può, a  fasi alterne, tatticamente e senza strategia, alzare la voce in Europa per poi essere pedissequi alle politiche della Nato. Non si può mettere mano al contratto nazionale della pubblica amministrazione a pochi giorni dal referendum: è chiaro che si tratta di una manovra pre elettorale.
In tutto questo l’errore dei socialisti è stato quello di appiattirsi senza segnare, pur come forza di governo, una diversità ideologica, politica ed amministrativa dal Partito Democratico.
Renzi ha assunto su di sé la responsabilità politica della sconfitta al referendum. Ma è solo lui il colpevole? No. La verità è che Renzi, nel bene e nel male, rappresenta il PD. Il problema non è il segretario, ma  l’attuale assetto del Partito Democratico, incapace di trovare una propria identità tra cattocomunismo, neo consociativismo e socialismo europeo. Senza sciogliere questo nodo il PD è condannato ad essere solo una macchina per occupare posizioni amministrative e posti in parlamento. Ma un meccanismo senza anima non convince gli elettori che, con questo referendum, hanno dimostrato di essere molto esigenti. Il consenso dei democrats, se non ci sarà una linea ideologica e politica degna di questo nome, si abbasserà sempre di più.
E i socialisti? E’ chiaro che, in piccolo, le contraddizioni del PD sono anche le nostre. Il PSI è fatto di amministratori locali, che pensano localmente, senza grossi voli pindarici e senza una chiara visione del mondo. E’ mancata una elaborazione concettuale ed un lavoro organizzativo degno di questo nome. Non è possibile baricentrare tutto su poche liste che, nei casi più importanti, rinnegano anche il simbolo senza raggiungere l’obiettivo minimo e senza dare vita ad aggregazioni significative con altri soggetti. E’ il caso delle recenti comunali di Roma.
Il faraone non muove l’esercito contro gli ebrei in fuga, ma Massimo D’Alema, sollecitato dai giornalisti, ha dichiarato: “Beh, andremo ad un congresso”. Quindi ci sarà una notte dei lunghi coltelli. Per fare cosa? Per andare dove? Con chi? La vittoria al referendum non è una vittoria delle opposizioni interne ai partiti di sinistra. Ha vinto semmai Grillo ed anche Salvini, in questa fase, gli è subalterno. Siamo certi che il “muoia Sansone con tutti i filistei” faccia bene al paese? A Roma è già avvenuto, consegnando la città nelle mani di un gruppetto di (quasi) onesti incompetenti. D’Alema può essere un’alternativa? Non credo, dato che ha dimostrato di essere un servo della Nato molto più di Renzi. E Fassina, che in Tv era così vicendevolmente complimentoso con Salvini, con toni da militante rosso bruno? E Ciriaco de Mita, con la sua invidiabile longevità politica e con tutti i suoi scheletri nell’armadio datati prima repubblica? E Silvio Berlusconi potrà mai essere il nostro avvenire? Non scherziamo. L’esito del referendum segna un’avanzata ed un consolidamento dei cinque stelle e l’avvio di una parcellizzazione estrema a sinistra. Che potrà essere mortale.
Il PSI? Beh, è chiaro che il gruppo dirigente dovrà riflettere e prendere delle decisioni. E’ chiaro che il rapporto con il PD vada rivisto ed il patto federativo vada rinegoziato, se non rescisso. E’ evidente che si debba mettere mano, una volta per tutte, all’organizzazione del Partito. E vanno sciolti alcuni nodi di fondo. Esattamente come il PD il PSI è prigioniero della sua indecisione. I socialisti non riescono a decidersi tra un’organicità ai democrats in nome del socialismo europeo, un esasperato autonomismo, un’aggregazione con i radicali e gli altri grupposcoli, ed una virata drastica verso il contenitore di Sinistra Italiana.
Personalmente non credo in una aggregazione a freddo con i radicali. Oltretutto i radicali non sono Della Vedova, cha parla  a titolo personale o poco più: quelli che hanno i voti, quelli veri, hanno già preso le distanze dal progetto ed anche se avessero detto di si è difficile fare politica con chi ha l’affidabilità di una zucchina lessa. Vedi il caso delle comunali di Roma. L’aggregazione laico socialista radicale nasce morta. Così come nasce morta Sinistra Italiana, che è solo ceto politico avariato che galleggia, incapace di una efficace sintesi ideologica e politica. Restano, come ipotesi plausibili, l’autonomia e la costruzione di un soggetto unico del socialismo europeo. E le tesi di Ernesto Rossi, contenute nel suo ultimo libro “La rivoluzione socialista” meritano di essere prese in considerazione.
Ma dobbiamo scegliere e farlo in fretta. L’unica cosa che ci danneggia, in questa fase, è tergiversare o peggio, fischiettare facendo finta di nulla. Oltretutto l’impianto sul quale si è costruito il congresso di Salerno ed ancor di più quello di Venezia, si è sfaldato, superato dagli eventi. Occorre un congresso straordinario che non sia una parata di star e papesse straniere, i precedenti, né la celebrazione delle piccole vendette personali,  ma che sia il luogo dove i socialisti e solo i socialisti discutono e decidono sul loro futuro.  E la questione è semplice: o il socialismo europeo, che implica una battaglia dura contro i populismi e le destre, o l’autonomia. Come diceva un vecchio saggio: “Sia il vostro parlare si oppure no. Il di più appartiene al maligno”.
Mario Michele Pascale
Consiglio Nazionale del PSI
Responsabile nazionale editoria, arti e spettacolo

Scrive Mario Michele Pascale:
L’Europa ‘spara’ su Putin

L’Europarlamento lancia l’allarme sulle interferenze Russe in Europa, tese a “distorcere la verità” e a “dividere l’Europa dall’alleanza con gli Stati Uniti”. Ora dato che l’agenzia di stampa Sputnik pubblica regolarmente i miei interventi, che rimpiango Sigonella e credo che la guerra fredda debba finire una volta per tutte, io cosa dovrei fare? Prepararmi al confino di polizia a Muro Lucano? Non sarebbe un problema, dato che sarei in buona compagnia: tanti socialisti scomodi al regime conobbero loro malgrado la Lucania …

Ma al di là del mio destino individuale credo che il clima si stia avvelenando inutilmente. Che l’Unione Europea indichi nella Russia la causa delle sue divisioni politiche ha un che di folle. Se il processo di integrazione europeo si è arenato sulle faccende economiche, se non si è riusciti a creare una comunità culturale e politica, se i popoli fuggono da un’Europa vista solo come burocrazia e privilegio di poche nazioni, non possiamo darne la colpa al Cremlino. Occorre, invece, un serio processo di analisi e di autocritica cui il Partito Socialista Europeo, che è stato tra i costruttori di questa Europa, non si sottragga. Individuare una causa esogena fa sempre piacere, è un atto consolatorio, indipendentemente dalla grossolanità e dal ridicolo delle tesi. Più o meno come dire che la disoccupazione, in Italia, è causata dai profughi che traversano il Mediterraneo.

Quindi non spariamo addosso a Putin. O, quantomeno, facciamolo per un motivo serio. Come ad esempio la questione dei diritti umani in Russia. E non per cercare scuse e colpevoli esterni ad un insuccesso, quello dell’Unione Europea, che è solo, esclusivamente, colpa della stessa Europa.

Mario Michele Pascale
Consiglio Nazionale del PSI
Responsabile nazionale editoria, arti e spettacolo