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Mario Muser

La Sicilia al voto. Nencini: test cruciale

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La Sicilia al voto. Ultime ore di campagna elettorale con i comizi dei candidati prima del silenzio imposto fino al giorno delle elezioni. Il segretario del Pd Matteo Renzi non sarà sull’isola ma è intervenuto via e-news sul voto : “Le elezioni di domenica in Sicilia – ha sottolineato – sono importanti soprattutto per il futuro di questa meravigliosa e difficile isola. Abbiamo investito molto in questa terra e chi governerà i prossimi cinque anni potrà gestirli al meglio. Dunque che vinca il miglior candidato e la migliore squadra. Fossi siciliano voterei quello che ritengo il miglior candidato, Fabrizio Micari, indicato al centrosinistra dal sindaco Orlando sulla base del ‘modello Palermo’, un’alleanza che andasse oltre il Pd”.

“Le elezioni siciliane – ha detto Riccardo Nencini segretario del Psi, a margine del congresso regionale toscano socialista che si sta svolgendo a Pisa – sono un test cruciale soprattutto per la tenuta del nuovo Pdl. La Sicilia è una regione molto importante – ha aggiunto – e dunque si tratta di un appuntamento fondamentale anche per il centrosinistra e per questo ci batteremo fino in fondo ma l’esito di quel voto non avrà riflessi sul governo”.

Domenica urne aperte dalle 8 alle 22. Sono 4 milioni 681 mila 634 gli elettori chiamati il 5 novembre in Sicilia ad eleggere il presidente della Regione e i componenti dell’Assemblea regionale siciliana che da quest’anno e per effetto dell’applicazione della legge taglia-deputati del 2011 e della successiva legge costituzionale 2 del 2013 passano da 90 a 70 parlamentari.

Mario Muser

Intercettazioni. Primo via libera del cdm alla riforma

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Il Governo ha trovato un accordo per riformare le intercettazioni, strumento fondamentale per le indagini, garantendo il giusto equilibrio fra interessi primari tutelati dalla Costituzione: la segretezza della corrispondenza e il diritto all’informazione, codificato nell’articolo 21 della Carta. Oggi è arrivato infatti il primo via libera del Consiglio dei ministri al decreto legislativo che attua la legge delega del 2017: è stato lo stesso presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, a dare l’annuncio dell’approvazione al termine della riunione, assieme al guardasigilli Andrea Orlando.

Una riforma che “senza ledere il diritto di cronaca eviterà gli abusi”, ha spiegato Gentiloni. “Il provvedimento affronta un tema annoso, non restringe la facoltà dei magistrati e delle forze dell’ordine di utilizzare le intercettazioni nelle indagini, anzi, in un passaggio rende più semplice la richiesta intercettazioni per i più gravi reati contro la pubblica amministrazione e non interviene sulla libertà di stampa e il diritto di cronaca”, ha aggiunto il ministro Orlando, puntualizzando che “i vincoli introdotti non restringono lo strumento di indagine, ma riducono il rischio delle fughe di notizie quando non sono legate a fatti penalmente rilevanti”.

La riforma interviene infatti sulla selezione del materiale di intercettazione: quello ritenuto irrilevante per le indagini, infatti, non dovrà essere neanche trascritto. Il vaglio passerà attraverso la polizia giudiziaria, il pm titolare dell’inchiesta, se necessario con un contraddittorio con i difensori, per essere infine definito dal giudice delle indagini preliminari. Contro le intercettazioni fraudolente viene introdotto uno specifico reato, punito con la reclusione fino a 4 anni. La responsabilità di custodia degli ‘ascolti’ sarà del pubblico ministero, che dovrà gestire un ‘archivio riservato’.

Per tutelare la privacy, inoltre, negli stessi atti giudiziari si potranno riportare “ove necessario” solo i “brani essenziali” delle intercettazioni. Queste potranno essere captate nei domicili anche attraverso ‘virus-spia’, come il Trojan, per i reati di terrorismo e mafia o nel caso in cui sia in atto un’attività criminosa. Altrimenti il magistrato sarà chiamato a motivarne l’utilizzo. Infine, sarà più snella la procedura di autorizzazione di intercettazione per i reati più gravi contro la Pubblica amministrazione commessi da pubblici ufficiali. Uno stop riguarderà gli ‘ascolti’ difensori e i loro assistiti. Il decreto passa ora all’esame delle Commissioni parlamentari competenti per poi tornare al vaglio del Governo per il via libera definitivo.

Il ministro della giustizia Orlando sintetizza la riforma nella selezione delle intercettazioni “non penalmente rilevanti”. “Vi è un primo vaglio della polizia giudiziaria, sotto il controllo del magistrato che conduce le indagini, per togliere ciò che non è penalmente rilevante. Il secondo passaggio – ha aggiunto il Guardasigilli – è il vaglio del magistrato e, se necessario, è previsto anche il contraddittorio con la difesa per verificare cosa è rilevante o no. L’ultima parola spetta poi al giudice terzo”. Per Maurizio Lupi, coordinatore nazionale di Alternativa popolare, “finalmente dopo dieci anni arriva in porto la norma sulle intercettazioni. Propagazioni gratuite di dialoghi che nulla hanno a che fare con le indagini non dovrebbero più contribuire alle gogne mediatiche a cui da tempo siamo purtroppo abituati”. Di segno del tutto opposto l’opinione di Forza Italia espressa tramite il deputato Francesco Paolo Sisto: “Una riforma semplicemente ridicola. Il provvedimento in materia di intercettazioni passato in Consiglio dei Ministri ha un solo, gravissimo effetto: penalizzare l’esercizio dei diritti della difesa, con complicazioni procedimentali che rendono pressoché impossibile il contraddittorio su quanto intercettato. Si tratta della triste conferma che questo governo ha a cuore solo gli interessi delle procure e non quelli di chi, a parità costituzionale di condizioni, ha il diritto di difendersi”.

Di riforma deludente parlano gli avvocati penalisti, che “prendono atto” di un “arretramento rispetto alle aspettative”. Lo dichiara il segretario dell’Unione Camere penali, Francesco Petrelli, secondo il quale il primo punto da censurare è la scelta di “vietare la verbalizzazione e non l’ascolto” delle conversazioni tra avvocato e cliente. “La nostra richiesta – spiega – era quella di prevedere un vero e proprio divieto di ascolto di questi colloqui. Vietare solo la trascrizione vuol dire comunque che vengono ascoltati da polizia giudiziaria e pubblico ministero, e non si considera il fatto che sono controparti nel procedimento e che quindi possono venire a conoscenza così di strategie difensive”.

Ilva: riparte la trattativa, obiettivo ridurre esuberi

Ilva-RivaLa trattativa su Ilva può riprendere da dove era iniziata: 10 mila lavoratori saranno assunti (su 14 mila dipendenti) da Am Investco con il livello salariale attuale. Dopo aver fatto saltare il tavolo il 9 ottobre scorso, il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda ha ottenuto che Arcelor Mittal congelasse l’avvio delle procedura ex articolo 47 della legge 428/1990, in base al quale i lavoratori non avrebbero avuto continuità nel rapporto di lavoro rispetto a trattamento economico e anzianità. Una proposta su salario e inquadramento che Calenda aveva giudicato “irricevibile” e contro cui i lavoratori erano scesi in sciopero. Oggi Arcelor-Mittal ha confermato i suoi precedenti impegni sull’occupazione, riconoscendo l’attuale struttura salariale e l’anzianità retributiva, dicendosi intenzionata a legare la parte variabile delle retribuzioni alla realizzazione del piano industriale e aperta a discutere il possibile riconoscimento dei contratti esistenti e dei relativi diritti. Per Calenda ora il negoziato è libero da pregiudiziali e “dovrà cercare di ridurre gli esuberi”.

I 10 mila dipendenti erano stati indicati dall’azienda nella presentazione dell’offerta di acquisto ma il numero finale di quanti resteranno all’Ilva non può che essere oggetto della trattativa. In ogni caso, il governo ha sempre assicurato che i 4.000 lavoratori restanti saranno impiegati nell’attuazione del piano ambientale. A questo punto, il compito che attende azienda e sindacati è compiere una analisi di dettaglio del piano industriale e del piano ambientale. Già fissati a questo scopo i prossimi appuntamenti rispettivamente il 9 e il 14 novembre. In questo lasso di tempo, si riunirà anche un tavolo istituzionale con i presidenti di 5 regioni e i sindaci di 40 comuni coinvolti nel rilancio del gruppo siderurgico. Dopo lo strappo del governatore della Puglia, Michele Emiliano, e del sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, che hanno impugnato davanti al Tar il Dpcm sul piano ambientale, Calenda ha invitato tutti alla massima collaborazione. Il ministro ha rivolto un appello affinché il ricorso sia ritirato, ricordando che per Ilva vengono messi in campo investimenti pari a 5,3 miliardi, “una piccola finanziaria” (composta da 2,4 miliardi di investimenti ambientali e produttivi, 1,1 miliardi per le bonifiche e 1,8 miliardi per i creditori). Melucci ha però confermato che il Comune proseguirà il ricorso, considerato l’unico modo per effettuare “resistenza”, nel quadro di uno stato di diritto, all’esclusione degli enti locali dal negoziato. Emiliano, dopo l’incontro di ieri con Calenda, aveva preso atto con rammarico della decisione del governo di non convocarli al tavolo, ma pur ribadendo la propria posizione, ha invocato la necessaria collaborazione per assicurare la massima tutela della salute dei cittadini pugliesi. I sindacati hanno salutato con favore lo sgombero dal tavolo di quelle che avevano definito “pregiudiziali”. Per Fim, Fiom e Uilm ora la trattativa è ai blocchi di partenza: l’obiettivo è di escludere licenziamenti e puntare a un rilancio vero ed ecosostenibile degli stabilimenti siderurigici. Se sono vere le cifre fornite da Mittal rispetto ai volumi produttivi, il negoziato – sostengono – dovrà partire da esuberi zero. Punto centrale sarà il processo di risanamento ambientale, che non potra’ essere contrapposto alla questione occupazionale.

Catalogna. Puigdemont scappa in Belgio

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L’ex presidente della Generalitat, Carles Puigdemont, si trova a Bruxelles con cinque suoi consiglieri, assieme ai quali è possibile intenda chiedere l’asilo politico al Belgio. Il viaggio è stato confermato appena un’ora dopo l’annuncio del procuratore generale dello Stato, Jose Manuel Maza, della richiesta di incriminazione presentata dinanzi l’Audiencia Nacional per i reati di sedizione, ribellione e malversazione, contro di lui e il resto del Govern; e contro la Mesa del Parlament, la capigruppo che permise di mettere ai voti la dichiarazione di indipendenza, dinanzi al Tribunal Supremo.

Maza ha accusato i responsabili della Generalitat di aver “prodotto una crisi istituzionale che è sfociata nella dichiarazione unilaterale di indipendenza con totale disprezzo della nostra Costituzione, lo scorso 27 ottobre”. I membri del Govern saranno chiamati a rispondere in tribunale; mentre i parlamentari, a cominciare dalla presidente del Parlament, Carme Forcadel, dovranno difendersi dinanzi al Tribunale Supremo

La procura ha indicato anche la necessità di fissare cauzioni per i soggetti che verranno incriminati e un sequestro cautelare di beni pari a 6,2 milioni di euro, legati ai costi per la celebrazione del referendum. La richiesta di incriminazione prevede anche la convocazione urgente delle persone indagate e, in caso non si presentino, il loro «arresto» immediato. Il magistrato di turno deciderà nei prossimi giorni se accogliere la richiesta. Per il reato di ribellione, Carles Puigdemont, il suo vice, gli altri membri del Govern e del Parlament, rischiano dai 15 ai 30 anni di carcere.

Domenica scorsa il segretario di Stato belga per la Migrazione e l’Asilo, Theo Francken, del partito nazionalista fiammingo N-Va, aveva offerto, con un tweet, asilo politico a Puigdemont e agli altri catalani che “si sentono minacciati politicamente”. La dichiarazione era stata successivamente smentita con forza dal primo ministro belga Charles Michel. Alla ‘Vanguardia’, fonti del partito N-Va hanno detto che per oggi non è previsto alcun incontro tra il presidente della regione belga delle Fiandre, Geert Bourgeois e l’ex-presidente catalano.

Quella di oggi è la prima giornata lavorativa dopo che venerdì, in seguito alla dichiarazione unilaterale d’indipendeza da parte del governo catalano, l’esecutivo spagnolo ha deciso l’applicazione dell’articolo 155. Con l’attuazione della legge, Madrid ha preso il controllo del governo regionale autonomo della Catalogna. Il primo ministro Mariano Rajoy ha convocato elezioni anticipate per il 21 dicembre, alle quali il partito PDeCAT del presidente Puigdemont ha già annunciato che parteciperà. A governare la Catalogna ora è la vice-presidente del governo spagnolo, Soraya Saenz de Santamaria, che ha destituito Josep Lluis Trapero, il capo operativo dei Mossos d’esquadra, la polizia regionale catalana.

Anche il rappresentante della Catalogna presso l’Unione Europea, Amadeu Altafaj, ha rassegnato le dimissioni oggi, in seguito all’applicazione dell’articolo 155, congedandosi dall’incarico con una lettera in cui ha parlato di “delusione” e affermato l’identità europea dei 7,5 milioni di catalani.

Radicali: da domenica
a congresso a Roma

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“Futuro, una sfida radicale” è il titolo scelto quest’anno per un appuntamento che vedrà al centro le grandi sfide sul fronte italiano, europeo e internazionale su cui il contributo di Radicali Italiani può essere decisivo per la difesa delle libertà e dello Stato di diritto e per quanti si battono per una società aperta davanti all’avanzata di movimenti populisti e nazionalisti”. I lavori si apriranno alle ore 16.30 di domenica all’Ergife, a Roma, si legge in una nota. Con le Relazioni del Segretario, Riccardo Magi e del Tesoriere, Michele Capano. Con il XVI Congresso – prosegue la nota – si chiude un anno ricco di iniziative e di successi per il movimento: ultimo, in ordine di tempo, la campagna “Ero straniero – L’umanità che fa bene” con oltre 80 mila firme raccolte sulla legge di iniziativa popolare per superare la Bossi-Fini che Radicali Italiani ha promosso insieme a un ampio fronte di organizzazioni cattoliche e laiche. Mentre imperversa un dibattito pubblico dominato da demagogia e paura, mentre in tutta Europa l’immigrazione è il terreno di scontro elettorale preferito dai movimenti populisti, Radicali Italiani è la sola forza politica ad aver messo in campo una proposta per governare i flussi migratori in modo strutturale, con regole certe e nel rispetto dei diritti.Tra gli altri traguardi, il referendum radicale promosso a Roma per la messa a gara del trasporto pubblico: un’iniziativa intrapresa nel solco del tradizionale impegno sul fronte delle liberta’ economiche, a favore della concorrenza e contro i monopoli, e che a partire dalla Capitale potrebbe aprire la strada a riforme urgenti in tutto il Paese. Anche il rilancio della battaglia antiproibizionista ha visto Radicali Italiani tra protagonisti di un anno segnato, su questo fronte, dalla grande occasione sprecata dal Parlamento sulla legalizzazione della cannabis: questione su cui il dibattito si è riaperto anche grazie alla legge di iniziativa popolare “Legalizziamo” presentata da Radicali Italiani, con l’Associazione Luca Coscioni, con oltre 67 mila firme. Al centro del dibattito congressuale questi e altri temi su cui il movimento ha condotto o ha in cantiere iniziative politiche: dalla riforma del Trattamento sanitario obbligatorio – per assicurare garanzie e diritti a chi, vittima di disagio psichico, sia privato della libertà personale -, alla giustizia; dalla riforma degli strumenti della partecipazione popolare – il “Referendum Act” – e per l’ampliamento della sovranità del cittadino a tutti i livelli istituzionali, alla riforma del welfare.

Tra i principali temi del congresso il rilancio del federalismo europeo e gli Stati Uniti d’Europa: obiettivo storico di Marco Pannella. All’integrazione europea e alle riforme indispensabili a un’Italia che voglia riconquistare il proprio ruolo in Europa sarà dedicata la convention europeista “Stati Uniti d’Europa, una sfida radicale” promossa da Radicali Italiani ed Emma Bonino che il 28 e il 29 ottobre precederà e aprirà il congresso, con la partecipazione di personalità come Roberto Saviano, Guy Verhofstadt, Giuliano Pisapia, Enrico Letta, Romano Prodi, Carlo Calenda, Mario Giro, Pier Virgilio Dastoli, Marco Cappato, Benedetto Della Vedova e Olivier Dupuis. I lavori del XVI Congresso di Radicali Italiani si concluderanno nel pomeriggio di mercoledì 1 novembre con l’elezione degli organi dirigenti e la votazione dei documenti congressuali. Al congresso sarà presente Emma Bonino. Tra gli ospiti che hanno già confermato la propria presenza, il sindaco di Parma Federico Pizzarotti, il coordinatore esecutivo dei Verdi Angelo Bonelli, il segretario del PSI Riccardo Nencini, Marco Furfaro di Campo Progressista, il vicepresidente nazionale di Legambiente Edoardo Zanchini, Umberto Croppi.

L’ILLUSIONE

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Al referendum in cui Vento e Lombardia chiedevano più autonoma ha prevalso il sì. In Veneto il sì ha raggiunto il 98,1% e no sono stati l’1,9% con una affluenza del 57,2% mentre in Lombardia l’affluenza non si è rimasta al di sotto del 50% e si è fermata al 38,5%, ma i voti a favore del quesito sono stati il 95%. La provincia in cui si è votato di più è stata Bergamo con il 47,37%, quella con l’affluenza più scarsa la città metropolitana di Milano con il 31,20%.

Dal primo ministro per il momento nessun commento. Ma Roberto Maroni ha riferito di aver sentito Paolo Gentiloni stamane per riferirgli del test sul voto elettronico. Il premier mi è sembrato molto “interessato ad aprire una pagina nuova nel regionalismo”, ha affermato il governatore lombardo. Gentiloni, ha proseguito Maroni, “ha dato la disponibilità al confronto su tutte le materie” nella trattativa per ottenere maggiore autonomia.

“Il risultato del referendum – ha commentato il segretario del Psi Riccardo Nencini – è chiaro: ora tocca però alle Istituzioni delineare i confini dell’autonomia per evitare il rischio di una Catalogna italiana. Zaia e Maroni continuano a parlare di una diversa ripartizione delle tasse, anche se sanno bene che la Costituzione vieta ogni intervento di natura fiscale”. “La loro campagna referendaria si è fondata su questa illusione. Era un’illusione e un’illusione rimane. Se non si è chiari, ora, su questo punto, si dà la stura a interpretazioni, a speranze che possono generare effetti pericolosi”.

Mentre la Lega immagina di allargare il referendum a tutte le regioni italiane, il deputato del Pd Misiani definisce il risultato della Lombardia un flop per Maroni. “Che Zaia possa parlare di successo è indiscutibile. Maroni, proprio no”. “Il presidente della regione – aggiunge – aveva a favore tutto il centrodestra, tutto il M5S e buona parte del centrosinistra, a partire dai sindaci lombardi del Pd. Nonostante questo larghissimo consenso di partenza, i 55 milioni di euro spesi tra tablet e propaganda e l’asticella del successo furbescamente abbassata dal 51 per cento dichiarato ad agosto al 34 per cento di pochi giorni fa, ha portato alle urne la metà dei lombardi che avevano votato nel Referendum costituzionale del 4 dicembre scorso”. “Se questo era il primo passo della campagna elettorale per le regionali, Maroni è indubbiamente partito male”, conclude.

Silvio Berlusconi si dice “soddisfatto” e ci cuce sopra un pezzo delle propria campagna elettorale. “Ora – afferma – comincia una fase nuova: credo che toccherà a noi, quando torneremo alla guida del paese dopo le elezioni, dare compiuta attuazione a una riforma che potrà riguardare tutte le regioni italiane”. Mentre a parlare di realismo è il coordinatore nazionale di Alternativa popolare Maurizio Lupi che spiega: “Cinque milioni di cittadini che votano chiedendo maggiore autonomia e federalismo per le loro regioni non sono un numero da usare strumentalmente nella prossima campagna elettorale. Questa significativa partecipazione popolare ci dice invece che i temi sui quali si sono pronunciati non sono da sottovalutare: c’è voglia di federalismo e di più autonomia, la questione settentrionale si ripropone in modo evidente”. “Prenderli sul serio vuol dire allora che questo è il momento della responsabilità, dei governatori e dello Stato”.

I Cinque Stelle, che si sono schierati per il sì cercano di mettere il cappello sui chi è andato a votare. “In Lombardia i cittadini si sono espressi in una percentuale considerevole”. “Il tema era nostro – affermano con Stefano Buffagni – e se siamo qui oggi è merito nostro”. Ma a dire il vero il referendum in Lombardia è stato ampiamente sconfitto. Ciò non toglie che il tema del decentramento dei poteri è tutt’altro che risolto.

Ocse, l’Italia un Paese di vecchi e di diseguaglianze

anziani

L’Italia è un Paese di vecchi. E le giovani generazioni sono messe molto peggio di quelle che le hanno precedute. Almeno in termini di politiche del lavoro, reddito e previdenza. È l’allarme lanciato dall’Ocse nel rapporto ‘Preventing Ageing Unequally’, che nel focus sull’Italia evidenzia come il Belpaese sia destinato a diventare nel 2050 la terza nazione più vecchia al mondo dopo Giappone e Spagna. “Già oggi l’Italia – scrivono gli esperti dell’organizzazione di Parigi – è uno dei più vecchi Paesi dell’Ocse”. In generale, il rapporto rileva che in due terzi dei 35 Paesi censiti crescono le ineguaglianze di reddito da una generazione all’altra. Ed evidenzia che tra le generazioni più giovani le ineguaglianze sono maggiori che tra quelle dei più anziani. In concreto, nota l’Ocse, i redditi delle persone sono più alti di quelli della generazione precedente, ma questo non è più vero a partire dai nati dal 1960 in poi, che tendono ad essere più poveri e meno tutelati rispetto a coloro che sono nati un decennio prima. Un gap che, tornando all’Italia, si è allargato negli ultimi trent’anni.

ALLARME GIOVANI, PIÙ POVERI E SENZA LAVORO
Negli ultimi trent’anni anni, dunque, il gap tra le vecchie generazioni e i giovani in Italia si è ampliato. Il tasso di occupazione, tra il 2000 e il 2016 è cresciuto del 23% tra gli anziani di 55-64 anni, dell’1% tra gli adulti di eta’ media (54-25 anni) ed è crollato dell’11% tra i giovani (18-24 anni). Inoltre, dalla metà degli anni Ottanta il reddito degli anziani tra i 60 e i 64 anni è cresciuto del 25% più che tra i 30-34enni. E il tasso di povertà è aumentato tra i giovani mentre è calato rapidamente tra gli anziani. Più nel dettaglio, il tasso di povertà nei Paesi Ocse è dell’11,4%, contro il 13,9% tra i giovani e il 10,6% tra i 66-75enni.

In Italia, spiega l’Ocse, “le ineguaglianze tra i nati dopo il 1980 sono già maggiori di quelle sperimentate dai loro parenti alla stessa età”. E, poiché “le diseguaglianze tendono ad aumentare durante la vita lavorativa, una maggiore disparità tra i giovani di oggi comporterà probabilmente una maggiore diseguaglianza fra i futuri pensionati, tenendo conto del forte legame che esiste tra ciò che si è guadagnato nel corso della vita lavorativa e i diritti pensionistici”.

STIPENDI DONNE OLTRE 20% PIÙ BASSI DI UOMINI
In Italia le donne percepiscono stipendi più bassi di oltre il 20% rispetto agli uomini. Non solo, sono spesso costrette a lasciare il mondo del lavoro per prendersi cura dei familiari. L’organizzazione di Parigi precisa che le donne percepiscono stipendi che sono di “oltre il 20% più bassi” di quelli degli uomini, e che nel nostro Paese la percentuale di persone oltre i 50 anni (in maggioranza donne) che si prendono cura dei loro cari è del 13%, contro il 5% della Svezia.

Per prevenire, mitigare e far fronte a queste diseguaglianze, l’Ocse suggerisce, in particolare per l’Italia, di “fornire servizi di buona qualità per l’infanzia e migliorare l’educazione dei bambini, specie tra i settori più svantaggiati”. Questo, nota l’Ocse, potrebbe accrescere la partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Inoltre occorre “assicurare una migliore transizione dalla scuola al mondo del lavoro per combattere la disoccupazione di lunga durata e migliorare le capacità di apprendimento dei lavoratori più anziani”.

Secondo l’Ocse un’altra forte disparità esistente in Italia è quella tra chi ha un’educazione di alto livello e chi ce l’ha di basso livello, che è del 40% tra gli uomini e del 50% tra le donne, un gap tra i più alti tra i Paesi Osce. A chi ha un’educazione di basso livello “non sarà facile assicurare una pensione decente”, si legge nel dossier, che evidenzia come spesso le donne debbano lasciare il lavoro per prendersi cura dei parenti più anziani. Inoltre l’Ocse suggerisce di “migliorare ulteriormente l’occupazione dei lavoratori più anziani”. A questo proposito, ricorda che i lavoratori anziani in Italia sono più benestanti che in altri Paesi, anche se ci sono “grandi potenzialità” di allungare la loro vita lavorativa, specie per quanto riguarda coloro che hanno un più basso livello di educazione, che tendono ad uscire prima dal mondo del lavoro.

MANCA UNA FORTE RETE DI SICUREZZA SOCIALE
In Italia l’ineguaglianza salariale nel corso della vita tende a trasformarsi in ineguaglianza previdenziale e questo è in larga parte dovuto alla “mancanza di una forte rete di sicurezza sociale”. Se nei paesi Ocse in media l’85% del gap salariale si trasforma in ineguaglianza previdenziale, in Italia questo rapporto percentuale “è vicino al 100%”. Gran parte della spiegazione di questo fenomeno, secondo l’Ocse, è nella mancanza di una forte rete di sicurezza sociale. Inoltre per l’organizzazione in Italia “diverse riforme pensionistiche in passato hanno rafforzato il legame tra ciò che si è guadagnato nel corso della vita lavorativa e i diritti pensionistici”. Per questo, “le ineguaglianze salariali accumulate nel corso della vita lavorativa si sono trasformate in ineguaglianze per i pensionati”.

Da Lufthansa offerta “spezzatino” per Alitalia

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Si apre un nuovo capitolo per Alitalia con l’arrivo due offerte. Una di EasyJet per “alcuni asset” di Alitalia ristrutturata e una da parte di Lufthansa che ha manifestato il proprio “interesse nella creazione di una ‘Nuova Alitalia’”. Lo si legge in un comunicato della compagnia tedesca a poche ore dallo scadere dei termini per le offerte vincolanti per l’azienda italiana. “Lufthansa – si legge nella nota – ha ritenuto di non fare un’offerta per l’intera compagnia ma ha manifestato l’interesse solo per alcune parti” del traffico globale della compagnia e per l’attività point-to-point domestica ed europea.

Insomma sembrerebbe  una proposta spezzatino.L’offerta di Lufthansa, si legge nel comunicato, “comprende una proposta per una nuova struttura di Alitalia con modello di business focalizzato (“Nuova Alitalia”), che potrebbe dare origine a prospettive economiche nel lungo termine”. I commissari straordinari, evidenzia ancora Lufthansa, hanno accettato di mantenere la “riservatezza” sui dettagli dell’offerta.

Una proposta ancora poco chiara dietro alla quale restano poco chiare le vere intenzioni. “Se Lufthansa compra Alitalia dentro una logica che fa di Alitalia un player internazionale siamo d’accordo, ma se compra solo slot siamo alle stesse critiche che facevo sei mesi fa a Ryanair” ha detto Francesco Boccia, presidente della commissione Bilancio della Camera

Ius soli. Un errore politico non approvarlo

Ius soli

Anche il presidente del Consiglio ha, solo qualche settimana fa, parlato della necessità di una legge di civiltà, quella sullo ius soli. Oggi torna sul tema la presidente della Camera Laura Boldrini: “Pensare di non approvare la legge sullo ius soli perché si va in campagna elettorale è un grande errore politico, un errore di subalternità della politica”. Lo ha affermato incontrando gli organizzatori del “Cittadinanza Day”, manifestazione promossa da diverse associazioni per chiedere al Parlamento di approvare la riforma dello Ius soli. “E’ importante fare sul serio sul provvedimento. Non siamo di fronte ad una legge che prevede che chi nasce qui è italiano, non è una legge per fare una sanatoria ma per includere chi di fatto è già in questo Paese. È un testo di esigenze e sensibilità diverse. Io avrei preferito un testo diverso ma è un inizio”.

Lo Ius soli è lungo tempo fermo in Parlamento. Bloccato pregiudizi e resistenze, ma soprattutto da chi immagina di lucrare qualche voto in più sulla pelle di persone nate in Italia, che vivono in Italia e che studiano in Italia. Lo ius soli esiste in quasi tutta Europa. Da noi no. Il riconoscimento della cittadinanza ai giovani figli di immigrati nati e cresciuti in Italia è un fatto di civiltà per il nostro Paese. “Che senso ha un altro rinvio?” si chiede la segretaria generale della Cisl, Annamaria Furlan chiedendo “un sussulto di responsabilità” da parte di tutte le forze politiche per approvare la legge sullo Ius soli prima della fine della legislatura.

“Sono quasi ottocento mila i ragazzi che non hanno la cittadinanza italiana – dice – ma che frequentano le nostre scuole dall’infanzia fino alle superiori. E’ semplicemente assurdo disattendere l’appello accorato di questi giovani che non sono stranieri, ma sono nati e cresciuti in Italia insieme ai nostri figli. Ecco perché ci uniamo all’appello delle loro famiglie e degli insegnanti che oggi stanno manifestando insieme a tante associazioni ed ai sindacati a Roma. Noi siamo a sostegno di chi vuole andare avanti in Parlamento sullo Ius soli. Approvare la legge, infatti, sarebbe un segnale di speranza e di rispetto per questi giovani che sono legati al nostro Paese in maniera ormai indissolubile”.

La legge sullo ius solo il 13 ottobre 2015, due anni fa esatti, con 310 Sì, 66 No e 83 astenuti veniva approvata alla Camera. Oggi, a distanza di due anni, questa legge di semplice buonsenso etico e giuridico che concederebbe Diritto di cittadinanza a oltre 810.000 ragazzi nati o cresciuti in Italia è ferma in Senato per meri calcoli elettoralistici.

“L’obiettivo è ancora raggiungibile”, da qui “possiamo dare una lezione alla politica: non bisogna avere paura dei diritti”, afferma il senatore Pd Luigi Manconi: “Un quarto d’ora fa, mi ha telefonato Roberto Benigni per dirmi ‘Sono con voi e questa legge mi sembra bellissima. Sto andando negli Stati Uniti, dove questa legge c’è da un secolo”, racconta Manconi che, parafrasando un libro di Elsa Morante, sottolinea: “La politica italiana può essere salvata dai ragazzini, da quelli italiani e da quelli che vogliono essere italiani”.

Tlc: Pastorelli, porre fine
alla truffa dei 28 giorni

Red Old TelephoneLe compagnie telefoniche hanno cambiando il sistema di fatturazione passando da un sistema mensile a uno suddiviso in settimane. 4 per la precisione. Un cambiamento che rende i mesi più corti e di conseguenza di le bollette più frequenti. Infatti in un anno non saranno più 12 ma 13. Il deputato socialista Oreste Pastorelli è intervenuto più volte sulla questione e annunciato iniziative “Il Governo – ha detto Pastorelli – come già annunciato nelle settimane scorso, ha assunto l’impegno di inserire in legge di bilancio una norma per impedire che i gestori telefonici e le pay-tv possano utilizzare il sistema di fatturazione a 28 giorni. Una buona notizia per i cittadini, che altrimenti avrebbero dovuto pagare 13 mensilità anziché 12”. “Nei giorni scorsi – prosegue il parlamentare socialista – avevamo presentato una interrogazione ai ministeri dello Sviluppo Economico e delle Finanze affinché si intervenisse su questo raggiro che stava per essere perpetrato ai danni dei consumatori. L’Esecutivo, così come la maggioranza, ha condiviso con noi la necessità di attuare un’azione legislativa a tutela dei diritti dei clienti. Bene. Adesso, con la manovra 2018, si dovrà porre fine a questa tentata truffa”.