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Mario Muser

Il Fmi alza le stime del Pil ma attenzione sul debito

FMI

Nel 2018 “alcuni paesi – come l’Italia o il Canada – dovrebbero mantenere una politica di bilancio neutrale, per poi riprendere il consolidamento nei prossimi anni”. Lo scrive l’Fmi nel Fiscal Monitor precisando che per il nostro paese “la priorità dovrebbe essere l’avvio di un consolidamento fiscale credibile e ambizioso per porre il debito su un solido percorso discendente”. La base di questo processo dovrebbe essere – aggiunge il fondo – “il taglio della spesa primaria corrente, ll sostegno alle fasce più deboli, l’aumento degli investimenti e la riduzione del carico fiscale sul lavoro, con un ampliamento della base imponibile e uno spostamento” verso la tassazione delle ricchezze e degli immobili e dei consumi.

Il Fondo sottolinea poi dal 2012 una traiettoria discendente dei deficit pubblici, con una riduzione media pari all’1,6% del Pil a partire dal 2012, soprattutto grazie alla riduzione della spesa per interessi in paesi come l’Italia, la Germania e la Francia. Tuttavia il Fondo evidenzia per il nostro paese un incremento della spesa pensionistica che, anche alla luce dell’invecchiamento della popolazione, dovrebbe spingere “la spesa pubblica a sostenere la crescita della forza lavoro attraverso un aumento dell’accesso all’apprendistato”.

Per quanto riguarda il Pil l’Fmi rivede al rialzo delle stime, ma una crescita più bassa rispetto gli altri paese dell’Unione europea di cui resta fanalino di coda. Secondo le nuove stime del Fondo monetario internazionale, che ha rivisto al rialzo la nostra crescita di un decimo rispetto l’ultima proiezione fornita a gennaio, l’economia italiana crescerà quest’anno di 1,5%, mantenendo lo stesso ritmo tenuto nel 2017.

L’istituzione di Washington non manca però di puntare il dito contro l’elevato rapporto/debito Pil dell’Italia (ma anche della Spagna) che, abbinato ad un trend demografico sfavorevole, richiede di migliorare l’avanzo primario strutturale per incanalare il debito su una traiettoria discendente.

Nell’aggiornamento del quadro previsionale per le varie economie mondiali contenuto all’interno del primo capitolo del World Economic Outlook, il Fmi ha confermato a 1,1% la previsione di crescita del Pil italiano nel 2019. Per quanto riguarda l’inflazione, a detta del Fmi, quest’anno dovrebbe attestarsi a 1,1% contro 1,2% dell’ultima previsione risalente ad ottobre, per poi accelerare lievemente a 1,3% l’anno prossimo.

Il tasso di disoccupazione dovrebbe scendere a 10,9% quest’anno (11,0% la stima di ottobre) e a 10,6% il prossimo.

Solo un breve cenno alla situazione di stallo politico creatasi dopo le elezioni di inizio marzo, che non hanno dato a nessuna forza politica o coalizione i numeri parlamentari per formare un governo. Il Fmi si limita infatti a inserire l’Italia nel gruppo di Paesi che include Brasile, Colombia e Messico, dove l’incertezza politica potrebbe mettere a rischio l’implementazione delle riforme, ma sull’outlook globale di medio termine pesano soprattutto le incertezze geopolitiche.

Usa-Russia. Arrivano le misure di rappresaglia

trump putinDazi e controdazi. Continua la guerra commerciale tra le sponde dell’oceano. I capogruppo e il leader della Duma russa Vyacheslav Volodin hanno presentato una proposta di legge che prevede misure di rappresaglia da parte russa nei confronti delle politiche anti-russe degli Stati Uniti: “La proposta legislativa è stata elaborata come misura occhio per occhio contro le sfide messe in atto dagli Stati Uniti e dai suoi rappresentanti politici nella forma di azioni non costruttive ed ostili, e l’introduzione di sanzioni contro la Federazione russa in generale, i suoi cittadini, le sue entità legali”, ha dichiarato oggi Volodin.

Il disegno di legge su “Misure per influenzare azioni ostili portate a termine dagli Stati Uniti ed altri stati stranieri” verrà discusso il 16 aprile nel corso di una sessione parlamentare speciale. Esso prevede l’introduzione di restrizioni sulle importazioni di prodotti agricoli, alcol e tabacco “provenienti dagli Stati Uniti o altri paesi che hanno sostenuto le misure che gli Stati Uniti hanno imposto al nostro paese”, ha annunciato Ivan Melnikov, vicepresidente della Duma, citato dalla Tass.

Alitalia. Passi in avanti ma si allungano i tempi

alitalia_aeroporto

In corso al Mise l’incontro tra il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, e i commissari straordinari dell’Alitalia, Enrico Laghi, Luigi Gubitosi e Stefano Paleari. Il tema all’ordine del giorno è l’esame delle offerte ricevute per la compagnia e di conseguenza le decisioni necessarie sul come proseguire. Assente il ministro dei Trasporti, Graziano Delrio, sostituito dal suo capo di Gabinetto.

Con il decreto si sposta il termine di conclusione della procedura di vendita e il termine per il rimborso del prestito ponte fornito dallo Stato. La decisione è necessaria per portare avanti i negoziati con tre possibili acquirenti della compagnia, tra cui compaiono Easyjet, Lufthansa e Wizz Air. In una nota diffusa dal Mise si legge che il Governo provvederà ad aggiornare tutte le forze politiche per verificare anche la loro posizioni circa i termini dell’approfondimento del negoziato. Viene anche evidenziato che una delle tre offerte contiene “passi avanti concreti in termini di rotte e di personale”. A quanto pare, quindi, ci sarebbe un offerente in vantaggio rispetto agli altri.

Per Alitalia Easyjet, Lufthansa e Wizz Air avrebbero presentato un’offerta, mentre Air France ha fatto sapere, con una nota, di non avere in programma di acquistare una quota nella compagnia italiana. Resta da capire se il passo indietro del gruppo franco-olandese verrà seguito anche da Delta e dal Fondo Cerberus, che insieme a Easyjet erano indicati come componenti di una cordata interessata a rilevare Alitalia.

Al momento ci sarebbero tre proposte d’acquisto per Alitalia, ma tutte con delle condizioni da soddisfare. A Lufthansa ed Easyjet, già da tempo interessate alla compagnia italiana, si è aggiunta Wizz Air, low cost con sede in Ungheria. I potenziali acquirenti vorrebbero però mettere le mani su una compagnia “ristrutturata”, oltre che avere il beneplacito all’operazione da parte del nuovo Governo che ancora non si sa che connotazioni avrà. Considerando che finora il dossier è stato portato avanti da un esecutivo a maggioranza Pd, è difficile immaginare che i partiti che hanno ricevuto più voti alle elezioni del 4 marzo possano avere una linea di continuità con l’attuale Governo. Non è da escludere che il nuovo governo, se qualcuno riuscirà a mettere insieme una maggioranza parlamentare, vorrà gestire le trattative e avere voce in capitolo. Un eventuale accordo a breve diventa quindi più difficile.

I possibili acquirenti comunque non vogliono avere le mani legate. E sembra che prima di prendersi Alitalia vogliano che sia ridotto il perimetro del personale, con tagli che secondo alcune stime potrebbero essere tra le 4.500 e le 6.000 unità, rispetto alle attuali 11.500. Quasi un dimezzamento dei posti di lavoro.

Insomma una partita complicata dall’incognita della politica e su cui pesa la spada di Damocle del tempo: il 30 aprile scade infatti il termine per avviare la negoziazione in esclusiva. Il decreto di oggi potrebbe anche decidere di prorogare i tempi per la restituzione del prestito ponte, al momento fissati al 30 settembre. Intanto la prossima settimana inizierà il confronto in azienda con i sindacati per avviare una nuova tranche di cassa integrazione, per prorogare quella in scadenza a fine mese. La nuova cigs chiesta dai commissari e che verrà attivata dopo la consultazione sindacale, coinvolge 1.680 dipendenti, di cui 90 comandanti, 360 hostess e steward e 1.230 addetti di terra.

Turchia: gruppo pro-Erdogan compra media opposizione

Erdogan-terrorismoLa holding del magnate turco Aydin Dogan avrebbe concluso un accordo per la vendita di alcuni tra i principali media di opposizione in Turchia, tra cui Hurriyet e la Cnn turca, a un gruppo di imprenditori vicini al presidente Recep Tayyip Erdogan per 1,25 miliardi di dollari. La notizia viene riportata dal sito indipendente T24. Un’operazione che renderebbe ancora più limitata la libertà di espressione e di dissenso in Turchia dove, dopo il fallito golpe di due anni fa, il pugno di Erdogan si è già abbattuto con forza sui media e la libera informazione con migliaia di giornalisti arrestai e diverse testate giornalistiche chiuse.

Tra i media oggetto della cessione, ci sarebbero i quotidiani laici Hurriyet e Posta, tra i più venduti nel Paese, quello sportivo Fanatik, anch’esso molto diffuso, nonché le tv Cnn turca e Kanal D. A guidare la cordata di acquirenti sarebbe la holding che fa capo a Yildirim Demiroren, ex proprietario della squadra di calcio del Besiktas e attuale presidente della Federazione calcistica turca, che nel 2011 aveva già assunto il controllo dei quotidiani di opposizione Milliyet e Vatan, che hanno da allora cambiato la propria linea editoriale. Se confermata ufficialmente, la notizia segnerebbe un’ulteriore fortissima concentrazione di potere mediatico nelle mani di gruppi pro-Erdogan.

Dopo la notizia della vendita le azioni della holding Dogan hanno avuto un vero e proprio boom con un balzo in avanti che è arrivato fino al 17%, mentre quelle del gruppo editoriale, Hurriyet Gazetecilik, fino al 19%. Secondo media locali, l’accordo – il cui annuncio ufficiale è atteso in a breve – è stato confermato anche da un dirigente del gruppo acquirente, che farebbe capo al magnate Yildirim Demiroren.

Agcom: giorni gratis per risarcire gli utenti

Bollette-a-28-giorni“Giorni gratis” per compensare gli utenti di telefonia fissa e offerte  convergenti dopo il ripristino della fatturazione mensile.  Questo il senso della diffida Agcom inviata a Tim, Vodafone,  Fastweb e Wind Tre per chiudere la vicenda delle bollette a  28 giorni, nelle more della decisione del Tar del Lazio che  ha rimandato al prossimo 31 ottobre il giudizio di merito  sull’entità dei rimborsi. In soldoni, l’Agcom chiede agli operatori di rimandare l’emissione della prossima fattura di un numero di giorni pari a quelli “erosi” con l’emissione  delle bollette a 28 giorni. Vedremo a questo punto se gli  operatori decideranno di ottemperare alla diffida  dell’Autorità o se invece faranno ricorso. Il meccanismo  elaborato dall’Agcom prevede il calcolo dello “sconto” a  partire dal 23 giugno 2017 (delibera 121/17/Cons) con un  numero di giorni “gratis” pari a quelli che non sono stati  fruiti dagli utenti in termini di erogazione del servizio “a  causa del disallineamento fra ciclo di fatturazione  quadrisettimanale e ciclo di fatturazione mensile”.   In quella data l’Agcom dichiarò l’obbligatorietà della  bolletta mensile per telefonia fissa e offerte convergenti  fisso-Internet. Il rimborso sarà diverso per ogni cliente. L’Agcom fa un esempio: “nel caso di una fattura emessa ad  aprile con decorrenza dal primo al 30 aprile e in presenza di una erosione pari a 15 giorni, la decorrenza della  fattura dovrà essere posticipata al 16 aprile e  conseguentemente il periodo fatturato dovrà risultare  quello intercorrente dal 16 aprile al 15 maggio”.

La diffida dell’Agcom tiene  conto del procedimento in corso presso il Tar del Lazio, che  ha sospeso il pagamento degli indennizzi fino “all’udienza  di merito del 31 ottobre 2018” lasciando “gli utenti privi  di una tutela immediata ed effettiva, in quanto essi  sarebbero costretti ad attendere molti mesi prima di vedersi  riconosciuta tale restituzione, e nel frattempo non  sarebbero nemmeno pienamente liberi di migrare verso altri  operatori”. Si otterrebbe così si legge, “l’effetto  paradossale di costringere gli utenti a subire anche  l’aumento dei canoni mensili che l’operatore ha già  preannunciato in coincidenza col ritorno al ciclo di  fatturazione mensile”.

In altre parole, l’Agcom chiede agli  operatori di chiudere subito il capitolo rimborsi (senza  aspettare il giudizio di merito del Tar fissato il 31  ottobre prossimo) anche per consentire da subito agli utenti  di migrare altrove senza la spada di Damocle del rimborso  con il vecchio operatore, dal quale secondo l’Autorità sarebbe più difficile ottenere il ristoro dopo l’abbandono  per altri lidi. Per questo motivo, l’Agcom ha adottato  questa “diffida che, nel rispetto e in esecuzione  dell’ordinanza del Tar, garantisca un immediato effetto  ripristinatorio a beneficio degli utenti, assicurando, al  contempo, una soluzione ai rilievi formulati dal giudice  amministrativo con riguardo agli equilibri  finanziario-contabili dell’azienda”.

Detto questo, restano invece  in piedi le indagini dell’Antitrust per verificare eventuali  condotte anticoncorrenziali da parte degli operatori per  l’aumento dell’8,6 per cento delle tariffe dopo il ritorno  alla fatturazione a 30 giorni. Il ritorno alla fatturazione  mensile e non più a 28 giorni è stata introdotta nel  decreto fiscale (la n. 172/2017) ed estesa anche ai  contratti di telefonia mobile, con un nuovo termine di  adeguamento concesso agli operatori fino all’aprile del  2018, prevedendo inoltre sanzioni pecuniarie per gli  operatori che non si adeguano all’obbligo previsto  dall’Agcom e ribadito ora dalla legge. Gli operatori si sono  tutti adeguati al ritorno alla fatturazione a 30 giorni a  partire da aprile.

Usa: via Tillerson, Trump si affida al falco Pompeo

Rex Tillerson

Rex Tillerson

Nuovo terremoto alla Casa Bianca. Il presidente Donald Trump ha licenziato il segretario di Stato, Rex Tillerson, e al suo posto ha nominato il direttore della Cia, il 54enne italo-americano Mike Pompeo: vuole un duro forgiato dalla destra del Tea Party per preparare il prossimo faccia-faccia con il leader nordcoreano, Kim Jong-un, e accompagnare i negoziati con le potenze mondiali, irritate dai dazi su alluminio e acciaio. La scelta, annunciata con un tweet mattutino che pare abbia spiazzato lo stesso Tillerson di rientro dal tour africano, porta al Dipartimento di Stato un falco sull’Iran. Pompeo lo ha definito la repubblica islamica “il più grande Stato sponsor del terrorismo” e non avrà difficoltà ad assecondare il presidente nella richiesta di rivedere l’accordo sul nucleare. Nel giro di poltrone, a Langley arriva un’altra dura, la 56enne Gina Haspel, prima donna a guidare l’agenzia d’intelligence americana. Haspel cambia semplicemente scrivania perché fino ad oggi era la vice di Pompeo, nominata appena un anno fa. Le voci di un possibile avvicendamento al dipartimento di Stato si rincorrevano da tempo e Pompeo era dato in pole position. “Farà un ottimo lavoro”, ha assicurato Trump nel ‘tweet’. Per Tillerson, appena silurato, i ringraziamenti di rito, ma è noto che l’ex ad della Exxon aveva anche un rapporto personale difficile con un presidente a cui bastava un tweet per smontare gli sforzi diplomatici del Dipartimento di Stato. A ottobre, mentre Tillerson tentava di rilanciare il negoziato diplomatico con Pyongyang, Trump fece sapere che “sprecava il suo tempo”.

Un disprezzo clamorosamente ricambiato negli stessi giorni da Tillerson quando definì il presidente “un idiota”, definizione che in seguito ha minimizzato ma mai smentito. È stato lo stesso Trump a spiegare ai giornalisti la sua scelta sul prato della Casa Bianca, poco dopo l’annuncio, prima di imbarcarsi alla volta della California. Trump ha sottolineato di aver ponderato a lungo l’avvicendamento del suo segretario di Stato e ha spiegato che sono state decisive le divergenze su diversi dossier, a cominciare dall’accordo sul nucleare iraniano. Invece con Pompeo, un falco sull’Iran che considera Vladimir Putin “pericoloso”, c’è sempre stata più intesa. L’inquilino della Casa Bianca ha precisato di non averne discusso con Tillerson ma di aver deciso “da solo”.

“In realtà andavo d’accordo con Rex” ma abbiamo “una diversa mentalità”, ha spiegato. Pare che non ci sia stata neppure una telefonata tra i due, al punto che Tillerson ha confidato ai collaboratori di non conoscere le ragioni del suo licenziamento.

NUOVO MODELLO

sindacati

Firmato nella foresteria di Confindustria di via Veneto l’accordo tra Industriali e i sindacati sul nuovo modello contrattuale e di relazioni industriali. Un documento con il quale si intende contrastare i contratti pirata e determinare un aumento dei salari. La sigla da parte dei leader di Cgil Cisl e Uil Susanna Camusso, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo e il presidente degli industriali Vincenzo Boccia. Il testo è il frutto dell’accordo trovato tra le parti nella notte del 28 febbraio.

Con firma di oggi vengono confermati i 2 livelli di contrattazione (nazionale e aziendale o territoriale). Inoltre si indicano i criteri di calcolo degli aumenti salariali, si introduce il Trattamento economico complessivo e minimo (Tec e Tem) e si definisce per la prima volta la misurazione della rappresentanza anche per le imprese.

Positivo, e questa è un’altra novità, il parere di Susanna Camusso. Per la leader della Cgil l’accordo sul nuovo modello contrattuale e di relazioni industriali, firmato da sindacati e Confindustria, “è un investimento che facciamo sulla funzione della contrattazione ed è un investimento sull’autonomia delle parti sociali. Veniamo da una stagione in cui è stata messa in discussione” ha concluso il segretario generale della Cgil evidenziando che “bisogna rafforzare nel nostro Paese la centralità del lavoro”.

Che sia un accordo importante in grado di favorire crescita e sviluppo è quanto affermato da Carmelo Barbagallo, segretario generale della Uil. “Un accordo importante – ha detto ed è arrivato in un momento particolare: il Paese si è espresso con il voto, l’economia è in leggera ripresa e con questo accordo dobbiamo favorirne il decollo”. Barbagallo ha rimarcato “le ragioni dell’autonomia delle parti sociali” e quindi ribadito il no a eventuali interventi legislativi: “Al massimo leggi a sostegno ma non che sviliscono il ruolo delle parti sociali”. “Come sindacati abbiamo l’esigenza di far crescere i salari e insieme a questi la produttività”, ha concluso il leader della Uil. Per la segretaria generale della Cisl con questo accordo si “sottolinea il valore sociale del lavoro. Abbiamo assistito ad una campagna elettorale non bella sul lavoro, noi pensiamo che questo accordo concorra alla crescita del Paese e del valore sociale del lavoro”.

Il Presidente di Confindustria Vincenzo Boccia ha messo in evidenza che “in un momento delicato per il Paese le parti sociali si compattano, non si dividono”. È un “messaggio al Paese”, ha detto ancora il leader di Confindustria, che industriali e sindacati, “consapevoli” delle sfide da affrontare, lanciano con la firma dell’accordo su contrattazione e rappresentanza. L’intesa raggiunta dopo un anno e mezzo di confronto, “anche con divergenze ma sempre con rispetto e con la volontà di costruire un percorso”, è un esempio di come si possa “passare dalla stagione del conflitto al confronto nell’interesse di tutti”. E rappresenta, dice ancora Boccia, “un appello al mondo esterno, a fare le cose con responsabilità”.

VISIONE DEL FUTURO

Valdis Dombrovskis Pierre Moscovici

La crescita in Italia prosegue. È solida però il ritmo non è quello degli altri paesi Europei. In questa legislatura i governi che si sono susseguiti hanno portato il segno più dopo anni di discesa. Ma l’aumento del prodotto interno lordo e dell’occupazione è stato mediamente più basso. Questo in sintesi il senso delle preoccupazioni provenienti della Commissione Ue. La Commissione Ue ha infatti presentato la valutazione della situazione economica e sociale, delle riforme strutturali e degli squilibri degli Stati membri nell’atteso ‘pacchetto d’inverno del semestre europeo’, illustrato in una conferenza stampa dal vice-presidente della Commissione, Valdis Dombrovskis, e dai commissari Marianne Thyssen e Pierre Moscovici.

In Italia “la crescita – ha detto Dombrovskis – si è rafforzata nel 2017 e resterà solida e stabile anche quest’anno”. E sul nostro Paese ha aggiunto: “anche se cresce l’Italia resta sotto la media europea con un debito pubblico elevato, il secondo in Europa, e una bassa crescita della produttività”. Secondo Dombrovskis, “i problemi nel settore bancario ci sono, anche se sono stati affrontati. Tuttavia restano ancora stock elevati di Npl”. Insomma un quadro a luci ed ombre in cui però si riconosce il lavoro positivo degli ultimi anni.

Dombrovskis specifica successivamente in una intervista all’Ansa, che la valutazione sul “rispetto della regola del debito” è previsto per maggio, per allora “faremo anche la valutazione anche degli sforzi aggiuntivi chiesti all’Italia”. Ma “è presto per saltare a conclusioni sul bilancio”, perché prima bisogna vedere i dati del pil 2017 e il possibile effetto trascinamento sul 2018.

Parole alle quali si aggiungono quelle del commissario agli Affari economici, Pierre Moscovici che riconosce la necessità dell’Italia ad avere più tempo dopo le elezioni per presentare il Documento di Economia e Finanza e il Programma Nazionale di Riforme.

“Terremo conto del calendario” politico e istituzionale dopo il voto, ha detto il commissario. Con governi a interim “riconosciamo che potrebbero non avere piena autorità di bilancio”, ha aggiunto il vice-presidente della Commissione Valdis Dombrovskis: “in questi casi accettiamo documenti sulla base dello scenario di politiche costanti”, come è accaduto con altri paesi”.

L’Italia dunque, secondo Bruxelles continua a mostrare “squilibri economici eccessivi”. Non siamo da soli però non siamo in buona compagnia. Nella stessa nostra situazione si trovano Croazia e Cipro. Bulgaria, Francia, Germania, Irlanda, Olanda, Portogallo, Spagna e Svezia mostrano “squilibri economici” (non eccessivi). Bulgaria, Francia e Portogallo hanno migliorato la loro posizione rispetto all’anno scorso (quando i loro squilibri erano ritenuti eccessivi). La Slovenia non mostra più squilibri economici. In Italia secondo la Commissione sono stati fatti progressi limitati nella politica di bilancio e nella ‘governance’ fiscale.

Uno scenario che si intreccia con quello della complicata situazione politica uscita delle urne. Uno stallo non renderebbe di certo più facile il rapporto con la Commissione. I numeri al momento sono lontani dal poter consentire un governo. Le consultazioni devono ancora cominciare, ma quello che al momento è certo è che nessuno ha i numeri per governare.

“Non si possono sostenere governi – è la posizione del segretario del Psi Riccardo Nencini – che sbandierano valori in conflitto con i tuoi. Parlo dei Grillini e della Lega. Più che occuparsi di questo tema, la sinistra riformista dovrebbe rimboccarsi le maniche e ripensare un progetto per l’Italia. Serve una visione del futuro per tornare a vincere, a cominciare dai comuni chiamati al voto tra poche settimane”.

Movimento 5 Stelle, Lega e Forza Italia reclamano per se la guida del governo. Con l’elezione dei presidenti delle Camere si apriranno le danze della nuova legislatura e si faranno le prime valutazioni. “Faremo una riflessione con i gruppi parlamentari quando verranno costituiti. Come abbiamo sempre fatto, siamo pronti al dialogo sulle istituzioni e non sto dicendo che stiamo chiedendo qualcosa. Ascolteremo cosa propongono la prima coalizione e il Movimento 5 stelle” ha affermato il capogruppo del Pd alla Camera Ettore Rosato. E Fassino ha aggiunto: “Bisogna vedere quali saranno le proposte. Cosa vuole fare il M5S? A questo punto la responsabilità non è del Pd. Sta a chi ha vinto dire come intende muoversi. Ora ci sono le consultazioni. Il presidente della Repubblica deciderà a chi dare l’incarico e di conseguenza vedremo”.

Forte preoccupazione arriva da un esponente storico del Pci, Emanuele Macaluso che avverte: “L’idea che il Pd debba fare da supporto a DI Maio e al suo programma è un segno dei tempi. Sono tempi in cui ideali, valori e programmi non contano più nulla perché conta solo stare o non stare nel governo. Se il Pd non reagisce a questo modo di fare politica, a mio avviso è finito, ha chiuso”. Macaluso ricorda che Grillo ha detto che il Movimento è di destra e di sinistra e quindi per governare possono chiedere i voti a destra o a sinistra ma, conclude Macaluso, “oggi le sirene che vorrebbero attirare pezzi del Pd di fatto tendono a disgregare questo partito”.

Mario Muser

Elezioni. Tanti i big trombati e poi miracolati

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È tempo di tirare le somme. E tra i conteggi ovviamente vi è anche quello dei non eletti. Dei così detti trombati. Il meccanismo della legge elettorale prevede però un paracadute per non lasciar cadere nel vuoto gli sconfitti nel collegio. Non per tutti. Ma solo per qualcuno. E con il completamento delle caselle degli eletti, si delinea meglio la lista dei big trombati ma salvati dal proporzionale.

Sono tanti infatti quelli che hanno perso la sfida nei collegi uninominali, ma che entreranno in Parlamento grazie alla candidatura al plurinominale. A partire dai presidenti di Camera e Senato, Laura Boldrini e Pietro Grasso che a Milano e Palermo hanno perso pesantemente la sfida. Non è andata diversamente anche per noti esponenti del governo, che poi sono stati ripescati al proporzionale, grazie alla possibilità offerta dal Rosatellum delle pluricandidature in più collegi. Tra i ripescati sconfitti nei duelli uninominali ci sono Marco Minniti, Davide Faraone, Valeria Fedeli, Dario Franceschini, Teresa Bellanova e Roberta Pinotti. Mentre strada in discesa verso la riconferma per Andrea Orlando e Maurizio Martina che sono stati blindati solo nelle liste proporzionali. Non usufruiranno del paracadute perché vincenti all’uninominale Beatrice Lorenzin a Modena, Maria Elena Boschi a Bolzano, Pier Carlo Padoan a Siena e Graziano Delrio a Reggio Emilia. Per gli altri esponenti del governo uscente senza la doppia candidatura non ci sarebbe stato nulla da fare.

Il partito degli scissionisti del Pd, Leu che ha deluso le attese della vigilia, attestandosi al 3,4 per cento delle preferenze ha ripescato Pier Luigi Bersani e Vasco Errani che a Bologna ha perso la sfida contro Pier Ferdinando Casini eletto nel Pd. Restano fuori Pippo Civati e Massimo D’Alema che arriva ultimo nel collegio di Nardò in Puglia. Qui il Movimento 5 stelle ha fatto “cappotto” aggiudicandosi tutti i seggi.

Sconfitta la governatrice uscente del Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani che dopo la debacle del Pd oggi ha rassegnato anche le dimissioni dalla segreteria nazionale. La governatrice entrerà comunque in parlamento grazie alla candidatura blindata. Perde la sfida a Parma, la donna sfregiata con l’acido e consulente del dipartimento delle Pari Opportunità Lucia Annibali, che però si salva grazie al suo posizionamento in più listini proporzionali. Per il mondo Lgbt Monica Cirinnà viene ripescata, mentre il giornalista Tommaso Cerno vince la sfida dell’uninominale a Milano. Poi ancora Piero Fassino, Matteo Richetti, Luigi Zanda Ettore Rosato, Paolo Siani.

Obiettivo fallito per il recordman di preferenze in Basilicata che doveva trainare il voto al sud, Gianni Pittella che comunque lascerà Bruxelles, per approdare al parlamento italiano.

Eletti nel proporzionale per Forza Italia Mara Carfagna, Niccolò Ghedini, Adriano Galliani, Paolo Romani, Anna Maria Bernini, Stefania Prestigiacomo, mentre viene ripescato Vittorio Sgrarbi che aveva perso contro Di Maio a Pomigliano d’Arco e Micaela Biancofiore che a Bolzano ha perso contro Maria Elena Boschi. Eletto senza sfide anche Guido Crosetto per Fratelli d’Italia. La Lega Nord ripesca l’economista anti euro Alberto Bagnai che a Firenze ha perso la sfida contro Matteo Renzi.

Nonostante il trionfo elettorale anche alcuni esponenti del Movimento 5 stelle devono ringraziare la quota proporzionale del Rosatellum. Tra questi Gianluigi Paragone, mentre non ce la fa la “Iena”, Dino Giarrusso che è era stato candidato senza paracadute.

Esultano gli europopulisti. Cautela dalla Ue

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Preoccupazioni per l’avanzata dei populisti e il rischio ingovernabilità, ma anche esultanza da parte dei movimenti sovranisti e populisti: i risultati delle elezioni italiane sono stati seguiti con grande attenzione dai media e dalla politica in Europa. La Commissione europea, pur senza commentari i risultati, ha espresso “fiducia nella capacita’ del Presidente della Repubblica Mattarella di facilitare la formazione di un governo stabile”. In giornata il presidente, Jean-Claude Juncker, ha in programma contatti con le autorità italiane e comunque l’Ue continua a lavorare “a stretto contatto” con il governo Gentiloni, ha ricordato il portavoce, Margaritis Schinas. In Europa a esultare sono i britannici dell’Ukip, che sotto la guida di Nigel Farage avevano promosso la battaglia per la Brexit. In una nota del gruppo europeo Efdd di cui fa parte M5s, si sottolinea “la grandiosa avanzata dei partiti anti-establishment ed euroscettici”.

“La malaccorta politica dell’Ue sull’immigrazione sta suscitando risentimento e ne segnera’ la fine”, avverte l’Ukip. “L’avanzata spettacolare e l’arrivo in testa alla coalizione della Lega guidata dal nostro alleato e amico Matteo Salvini”, ha twittato dalla Francia la leader del Front National, Marine Le Pen, “è una nuova tappa del risveglio dei popoli!”. A Salvini ha twittato le sue congratulazione, in inglese e in italiano, anche il leader del Pvv olandese, l’euroscettico e islamofobo Geert Wilders. Cautela dalle principali capitali europee: “Resto prudente”, ha commentato il presidente francese, Emmanuel Macron, in attesa di vedere quale governo nascerà.

“L’Italia”, ha osservato, “ha indubbiamente sofferto della pressione in cui vive da mesi e mesi, incluso un contesto di forte pressione migratoria. Dobbiamo tenerlo a mente”. Per la ministra degli Affari europei francese, Nathalie Loiseau, “l’Italia e’ in una fase di euro-disillusione” ma il voto non e’ stato una “catastrofe”. Il governo tedesco ha ricordato che “l’Italia e’ un Paese profondamente amico e partner” della Germania e ha auspicato “un governo stabile per il benessere del Paese e dell’Europa”. Da Mosca, il presidente della Commissione Esteri del Senato, Konstantin Kosachev, vede analogie “anti-establishment” con la vittoria di Trump negli Usa in un voto che a suo dire rappresenta “un nuovo grattacapo” per l’Ue. Dai titoli dei giornali europei emerge un’analisi comune improntata su populismo e rischio instabilità.

“I partiti anti-europei fanno il pieno”, ha scritto il francese Le Monde, che vede “sconvolgimenti senza precedenti”. Il Figaro ha lanciato un sondaggio online da cui è emerso che il 37% dei suoi lettori è preoccupato dall’avanzata dei populisti, il 63% non lo è. “Populismo contro populismo, il voto anti-sistema porta l’Italia all’ingovernabilita’”, ha titolato lo spagnolo El Mundo.