BLOG
Mario Muser

Dl Genova. Nencini: “In 90 giorni creato il deserto”

genova ponte

Sono passati tre mesi da quella tragedia. E del decreto, che a detta del governo, doveva essere pronto in pochi giorni, ancora non vi è traccia. Genova ancora aspetta. I due vicepremier più volte sono andati a farsi vedere. A spargere promesse e a lanciare anatemi. Ma il decreto è ancora in fase di approvazione. Riccardo Nencini, segretario del Psi e membro della commissione lavori pubblici al Senato, è intervenuto oggi in Aula al Senato durante la discussione del Dl Genova. “Questo doppio condono – afferma – offende non soltanto i cittadini in regola ma anche la città di Genova. Il decreto-legge arriva con colpevole ritardo e in questi novanta giorni si è costruito attorno alla città un deserto che rischia di mettere in crisi il futuro di un quadrante indispensabile allo sviluppo dell’Italia”. Nencini rivolgendosi al presidente della ottava commissione, Mauro Coltorti, che aveva fatto riferimento ‘alle carenze dei governi precedenti’, ricorda che tra il 2008 e il 2013 “non governava il centrosinistra e gli investimenti in quel periodo sono decresciuti del 33%” e che “la Lega approvava nel 2008 il protocollo con Autostrade”.

Nencini aggiunge che “invece tra il 2013 e il 2018 i governi uscenti hanno lasciato 149 miliardi di investimenti sulle opere pubbliche, la manutenzione e le grandi infrastrutture”. Tornando sul dl Genova, Nencini sottolinea che “tutto viene derogato: la gestione dei rifiuti, in termini di sicurezza sul lavoro e in termini di appalti”. “Con l’articolo 63 del codice appalti – ha proseguito – si sarebbe potuto fissare una volta per tutte il criterio per governare le emergenze”.

“Come gestirete le altre emergenze – chiede Nencini rivolgendosi al governo – come quella nelle regioni colpite dalle alluvioni? Si adotterà lo stesso criterio sulla gestione di Genova anche per le altre emergenze? Il rischio – ha concluso Nencini – è che si cancellino alcune norme sommando ritardi colpevoli”.

Svimez, si riapre la forbice tra Nord e Sud

Svimezjpg

“Puntuale il rapporto della SVIMEZ dipinge il Mezzogiorno in chiaro e scuro: ne evidenzia le potenzialità ma soprattutto i suoi ritardi e debolezze. Non è consolatorio il fatto che, nel biennio 2019-20, il Sud beneficerà di circa il 40% delle maggiori spese previste dalla manovra, grazie soprattutto al Reddito di Cittadinanza, perché ciò è un indice significativo della crescita del malessere sociale, della caduta dei redditi e dell’impatto del PIL che resta su valori molto bassi”. Lo afferma in una nota Ivana Veronese, segretaria confederale Uil, in relazione ai dati evidenziati dalla Svimez nel suo ultimo rapporto sul Mezzogiorno.

“E non si può continuare – aggiunge – a far penetrare il concetto che per il Mezzogiorno la strada risolutiva siano i sussidi. Al Sud serve lavoro e buona occupazione anche per superare i divari retributivi con il resto del Paese. Il lavoro, l’occupazione di qualità, si crea con investimenti pubblici e provvedimenti per attrarre quelli privati. La manovra, da questo punto di vista, non aiuta in quanto per il Mezzogiorno, ad eccezione del rifinanziamento della decontribuzione per nuove assunzioni, peraltro affidata alle risorse comunitarie, una modifica della norma “Resto al Sud” non vi è altro”.

“Per il Mezzogiorno – continua – è necessario investire in modo significativo nelle infrastrutture materiali e immateriali, investimenti che non possono essere demandati solo e soltanto alle risorse dei Fondi Comunitari; rendere immediatamente operative le ZES; reintrodurre, una politica di fiscalità di vantaggio che colmi il GAP produttivo tra le varie aree del Paese. La misura più urgente- conclude – è investire sui giovani e sul loro futuro con azioni per contrastare la dispersione scolastica, combattere la disoccupazione, riattivare l’ascensore sociale: è questo l’impegno che dovremmo prendere tutti.

Le previsioni 2018 di Svimez mettono in evidenza come, nel più generale rallentamento dell’economia italiana, si riapra la forbice tra Centro-Nord e Mezzogiorno. Rispetto ad agosto, nel corso di quest’anno si prevede, infatti, una minore crescita del Pil italiano: +1,2% invece di +1,5%.

Il saggio di crescita del Pil dovrebbe attestarsi all’1,3% nel Centro-Nord e allo 0,8% nel Mezzogiorno. Nel rapporto per il 2018 di Svimez emerge come, nel corso dell’anno, gli investimenti, che sono la componente più dinamica della domanda, crescono in entrambe le aree, ma in maniera più marcata al Nord: +3,8 nel Sud, +6,2% nel Centro-Nord. Ma è soprattutto la riduzione dei consumi totali, che crescono nel Mezzogiorno dello 0,5% e al Centro Nord dello 0,8%, ad incidere maggiormente sul rallentamento meridionale.

Mentre, dopo il calo del 2017, anche i dati della spesa europea confermano che nell’anno in corso non c’è stata alcuna accelerazione delle spese in conto capitale, scontando le difficoltà delle amministrazioni, soprattutto locali, nell’erogare i maggiori stanziamenti previsti nelle ultime leggi di bilancio. L’export meridionale a fine 2018 si prevede segni +1,6% rispetto al +3% del Centro Nord. Infine le unità di lavoro salgono dell’1% nelle aree meridionali e dello 0,8% nelle regioni centrali e settentrionali. Lavoro, a sud livelli più bassi Al Sud nel 2017 gli occupati sono aumentati di 71 mila unità, +1,2%, mentre al Centro-Nord la crescita è stata di 194 mila unità. Con questo risultato il Centro-Nord ha recuperato completamente i livelli occupazionali pre-crisi, mentre il Sud resta di circa 310 mila occupati sotto il livello del 2008. E’ quanto emerge dal Rapporto Svimez 2018 presentato oggi. Prendendo in considerazione i primi 6 mesi del 2018, il numero di occupati nel Mezzogiorno è inferiore di 276 mila unità rispetto al livello del medesimo periodo del 2008, mentre nel Centro-Nord è superiore di 382 mila unità. Il tasso di occupazione è ancora due punti al di sotto del 2008 nelle regioni meridionali (44,3% nel 2018, era 46% nel 2008) mentre ha recuperato i livelli 2008 nel Centro-Nord (65,9%). Con riferimento alle regioni, tra il primo trimestre del 2017 e quello del 2018, il tasso di occupazione sale in tutte le regioni del Sud, con modesti cali solo in Campania e Sicilia.

Nel periodo 2008 – 2017, il Mezzogiorno si è caratterizzato per una contrazione più sensibile del tempo pieno (-10,7% a fronte del -3,3% del Centro-Nord), solo parzialmente compensata da una dinamica più accentuata del part time: l’incidenza del part time è passata, nel Mezzogiorno, tra il 2008 e il 2017, dal 12,6 al 17,9%. Al Sud è, però, molto elevata l’incidenza del part time involontario, che si attesta negli ultimi anni attorno all’80%, contro il 55% del Centro-Nord. Nel corso del 2017, si legge nel documento, l’incremento dell’occupazione meridionale è dovuto quasi esclusivamente alla crescita dei contratti a termine (+61 mila, pari al +7,5%) mentre sono stazionari quelli a tempo indeterminato (+0,2%). Vi è stata una brusca frenata di questi ultimi rispetto alla crescita. Se consideriamo il complesso del periodo di ripresa occupazionale 2015-2017 il tasso di trasformazione in lavoro stabile è in media pari al 9% al Sud e al 16% nel Centro-Nord. In questi anni si è profondamente ridefinita la struttura occupazionale, a sfavore dei giovani, testimoniata dall’invecchiamento della forza lavoro occupata. Il dato più eclatante, scrive Svimez, “è il drammatico dualismo generazionale: il saldo negativo di 310 mila occupati tra il 2008 e il 2017 al Sud è la sintesi di una riduzione di oltre mezzo milione di giovani tra i 15 e i 34 anni (-578 mila), di una contrazione di 212 mila occupati nella fascia adulta 35-54 anni e di una crescita concentrata quasi esclusivamente tra gli ultra 55enni (+470 mila unità)”. Al Sud abbandono scolastico rilevante, pesa povertà Abbandono scolastico e basso tasso di occupazione dei laureati sono due fenomeni che riguardano prevalentemente il Sud Italia. E’ quanto rileva il rapporto Svimez, diffuso oggi. L’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno “denuncia una marcata divaricazione tra partecipazione all’istruzione e scolarizzazione. Nella scuola primaria – si legge – nell’anno scolastico 2016/2017, il tempo pieno c’è stato in oltre il 40% degli istituti del Centro-Nord,mentre al Sud ha riguardato appena il 16% delle scuole e addirittura il 13% nelle isole. Inoltre, i tassi di partecipazione al Sud sono sì superiori al 95%, ma il tasso di scolarizzazione dei 20-24enni è notevolmente inferiore, a causa di un rilevante e persistente tasso di abbandono scolastico. Nel Mezzogiorno sono circa 300 mila (299.980) i giovani che abbandonano, il 18,4%, a fronte dell’11,1% delle regioni del Centro-Nord. E i valori più elevati si registrano per i maschi, addirittura il 21,5% nel Sud”. Nel Mezzogiorno sono presenti livelli qualitativamente inferiori, dai trasporti, alle mense scolastiche, ai materiali didattici. Sul tasso di apprendimento, al Sud pesa anche il contesto economico-sociale e territoriale: la disoccupazione, la povertà diffusa, l’esclusione sociale, la minore istruzione delle famiglie di provenienza e, soprattutto, la mancanza di servizi pubblici efficienti influenzano i percorsi scolastici e l’apprendimento”.

Il basso tasso di occupazione per i diplomati e i laureati nel Mezzogiorno a tre anni dalla laurea è testimoniato, secondo la Svimez, da questi dati: appena 70 mila su 160 mila (43,8%), contro i 220 mila su 302 mila (72,8%) del Centro Nord. Ciò spiega, spiegano gli esperti, perché negli ultimi 15 anni c’è stato un aumento dei giovani del Sud emigrati verso il Centro-Nord e/o l’estero: nell’anno accademico 2016/2017, i giovani del Sud iscritti all’università sono circa 685 mila circa, di questi il 25,6%, studia in un ateneo del Centro-Nord. Nello stesso anno accademico il movimento “migratorio” per studio ha interessato, quindi, circa il 30% dell’intera popolazione rimasta a studiare in atenei meridionali. Ciò, secondo Svimez, comporta, oltre alla perdita di capitale umano, una minore spesa per consumi privati, in diminuzione al Sud, e una minore spesa per istruzione universitaria da parte della Pubblica amministrazione.

Timmermans candidato presidente alla Commissione Ue

Timmermans

Il Partito Socialista Europeo ha annunciato che l’olandese Frans Timmermans sarà il suo capolista alle elezioni europee del 2019 e candidato a presidente della Commissione europea. La decisione segue la rinuncia da parte dello slovacco Maros Sefcovic a correre per diventare Spitzenkandidat del Pse. Spitzenkandidaten, in tedesco, significa “candidati-guida”. Nel gergo europeo sono quei candidati che i partiti europei indicano agli elettori come loro prima scelta, nel caso escano vincitori dalle elezioni europee, come presidente della Commissione europea. “Da oggi il Pse ha un candidato comune forte: Frans Timmermans”, ha detto il presidente del Partito socialista europeo, Sergei Stanishev, in una nota. Timmermans “rappresenta un cambio di direzione in Europa e metterà la giustizia sociale, l’equità e la sostenibilità al cuore del nostro programma elettorale”. Il Partito Popolare Europeo sceglierà durante un Congresso a Helsinki il 7 e 8 novembre il suo capolista tra il tedesco Manfred Weber e il finlandese Alexander Stubb.

“Frans Timmermans – ha detto il presidente del PES Sergei Stanishev – è un affermato campione di democrazia, equità e uguaglianza in Europa. È un combattente impegnato per un’Europa giusta e sociale. Averlo come candidato designato PES è un passo avanti nella nostra ambizione di cambiare l’Europa in meglio”. Stanishev ha anche ringraziato Maroš Šefčovič per avallare Frans Timmermans. “Grazie al gioco di squadra di Maroš, il PES è ora pronto per iniziare la nostra campagna 2019. Questo è successo solo grazie al contributo di tutti i partiti membri di PES, grazie alla devozione di tutti i nostri primi ministri e leader, e soprattutto grazie agli sforzi di Antonio Costa, leader di PS Portogallo, che ha coordinato il dialogo”, ha aggiunto Stanishev.

“Questa battaglia – ha affermato il candidato comune PES, Frans Timmermans – riguarderà l’anima stessa dell’Europa. Faremo una campagna sui temi di cui le persone sono preoccupate; l’urgente minaccia del cambiamento climatico, i tagli alla protezione sociale che hanno un impatto sulla nostra intera società, l’ingiustizia e le ingiustizie nelle nostre comunità. Le persone sono giustamente arrabbiate, ma un cambiamento radicale deve significare cambiare la leadership in Europa, non tornare al nazionalismo, quindi il messaggio per un’Europa unita è più importante che mai”.

CRESCITA ZERO

poverta

Prima le agenzie di rating e ora l’Istat. Continuano ad arrivare dati non positivi sull’andamento dell’economia italiana. L’istituto di statistica parla di fase di stagnazione dopo tre anni di crescita e il dato innesca subito la polemica politica, con il governo e la maggioranza che minimizzano o attribuiscono alla passata gestione il rallentamento del sistema Italia mentre l’opposizione attacca l’immobilismo e l’incapacità del governo.

“È uno stop congiunturale che riguarda l’intero quadro dell’economia europea” dice il premier Giuseppe Conte. “Lo avevamo previsto ma proprio per questo abbiamo deciso di fare una manovra espansiva. L’Italia non può andare in recessione, bisogna invertire la marcia” dice alla stampa italiana a Nuova Delhi nel corso della sua missione estera. Insomma per il governo è tutta colpa di chi c’era prima. Della stessa idea Salvini e Di Maio, entrambi alle prese a raffazzonare la manovra da presentate domani in Parlamento, non trovano di meglio che ripetere il solito ritornello che scarica sempre sugli altri le responsabilità così come ha fatto anche su Tap e Tav.

Nel terzo trimestre del 2018 l’Istat stima che il prodotto interno lordo (Pil) sia rimasto invariato rispetto al trimestre precedente, nei dati preliminari corretti per gli effetti di calendario e destagionalizzati. Il tasso tendenziale di crescita è pari allo 0,8%. Il terzo trimestre del 2018 ha avuto due giornate lavorative in più rispetto al trimestre precedente e lo stesso numero rispetto al terzo trimestre del 2017. “Nel terzo trimestre del 2018 la dinamica dell’economia italiana è risultata stagnante, segnando una pausa nella tendenza espansiva in atto da oltre tre anni”. E’ il commento dell’Istat alla stima preliminare del Pil nel terzo trimestre. “Giunto dopo una fase di progressiva decelerazione della crescita, – continua l’istituto – tale risultato implica un abbassamento del tasso di crescita tendenziale del Pil, che passa allo 0,8%, dall’1,2% del secondo trimestre”.

Quello che il governo dimentica di dire è che la decelerazione, anzi la stagnazione, arrivano dopo un trend positivo degli ultimi anni. Dare la responsabilità tout court a chi vi era prima è quindi poco serio. Ma soprattutto complica di parecchio la situazione rendendo ancor meno credibile la manovra che tra poche ora sarà presentata in Parlamento in quanto si complica ancora di più il target del +1,2% nel 2018 fissato dal Governo.

Ovviamente per Di Maio e compagnia la colpa della mancata crescita sarebbe proprio del Pd: “A chi ci attacca, come il bugiardo seriale Renzi – afferma il ministro dello Sviluppo economico – ricordiamo che il risultato del 2018 dipende dalla Manovra approvata a dicembre 2017, che è targata Partito Democratico”. “Se il Pil rallenta perché quelli di prima obbedivano a Bruxelles è motivo in più per tirare avanti”, aggiunge Salvini.

Tesi respinta in pieno da Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria, per il risultato diffuso dall’Istat era prevedibile: “L’abbiamo detto da tempo, l’economia globale comincia a rallentare c’è una questione interna di un’Italia che deve reagire”. E sulle responsabilità aggiunge: “È colpa esclusiva di questo governo e della politica economica che realizza, non di altre. Noi siamo a disposizione del paese e del governo per fare proposte intelligenti e di buon senso che non antepongano questioni ideologiche alle spiegazioni economiche di un grande paese come l’Italia”. Alle previsioni dell’Istat si aggiunge il pessimismo di Carlo Cottarelli, direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici della Cattolica che osserva che l’economia italiana non solo non raggiungerà la stima di crescita dell’1,2% nel 2018, indicata dal governo nella nota di aggiornamento al Def, ma difficilmente riuscirà a registrare nel 2019 una performance dell’1,5%.

Intanto, dopo la diffusione dei dati sul Pil lo spread tra Btp e Bund tedeschi risale deciso e recupera quota 310.

Lello Di Segni, l’ultimo testimone del 16 ottobre ’43

di_segni_lello

A Roma è morto nella notte Lello Di Segni, l’ultimo sopravvissuto alla deportazione dal ghetto ebraico della Capitale del 16 ottobre 1943. Nato il 4 novembre del 1926, arrestato insieme ai suoi cari, Lello Di Segni fu portato ad Auschwitz-Birkenau.

“La sua perdita, oltreché essere un dolore per la nostra Comunità – dice Ruth Dureghello, presidente della Comunità Ebraica di Roma – è purtroppo un segnale di attenzione e un monito verso le generazioni future. Con lui viene a mancare la memoria storica di chi ha subito la razzia del 16 ottobre tornando per raccontarcela. Da oggi dobbiamo trovare il coraggio per essere ancora più forti, per non dimenticare e non permettere a chi vuole cancellare la Storia e a chi vorrebbe farcela rivivere di prendere il sopravvento. Alla sua famiglia l’abbraccio dell’intera Comunità”, conclude Dureghello.

“Man mano che spariscono le persone – ha aggiunto la senatrice a vita Liliana Segre ricordando Lello Di Segni – temiamo solo che sparisca la memoria”. “È rivolgendoci agli studenti e soprattutto agli insegnanti che si può avere una speranza che tutto quello che è successo nel Novecento, per la colpa di essere nati, non diventi solo una riga di un libro di storia e poi nemmeno più quella”, ha concluso.

rastrellamento-di-roma-mortoEra il 16 ottobre 1943, quando avvenne il rastrellamento, effettuato dalle truppe tedesche della Gestapo, del ghetto di Roma con la successiva deportazione degli ebrei della Capitale direttamente nel campo di sterminio di Auschwitz. Una delle pagine più buie della storia italiana, tanto da essere soprannominato, “sabato nero”, è consistito in una retata di 1259 persone, di cui 689 donne, 363 uomini e 207 tra bambini e bambine quasi tutti appartenenti alla comunità ebraica

La zona di Roma dove avvenne il rastrellamento fu quella principalmente in Via del Portico d’Ottavia e nelle strade adiacenti ma anche in altre zone della città di Roma. Dopo il rilascio di un certo numero di componenti di famiglie di sangue misto o stranieri, 1023 rastrellati furono deportati direttamente al campo di sterminio di Auschwitz. Soltanto 16 di loro sopravvissero, quindici uomini e una donna, Settimia Spizzichino, deceduta nel 2000. Con la scomparsa di Enzo Camerino il 2 dicembre 2014, resta in vita il solo Lello Di Segni tra i sopravvissuti.

Conte vola in Russia e invita zar Vladimir a Roma

Italia-Russia/Conte a Putin:"amicizia solida" Italia-Russia nonostante difficoltà

L’Italia come grimaldello per rompere l‘Europa? A pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca, diceva Andreotti. Ma fatto sta che un’Europa debole sarebbe tutta a vantaggio di qualcuno. La Russia prima di tutti. La manovra Italiana infatti non fa male solo al nostro Paese e in particolare alle fasce più deboli dei cittadini che lo abitano, ma a tutta l’Europa. Non è un caso che anche i paesi europei ideologicamente più vicini alle posizioni del governo italiano, come ad esempio l’Austria, non si prestino al gioco tutto italiano del tiro al bersaglio della Commissione. Oggi Conte, presidente del Consiglio Italiano, quasi non curante della sonora bocciatura europea ricevuta dall’Italia, è in Russia. A rispondere ed ad alzare la voce con la commissione c’è Salvini in perenne campagna elettorale.

“Vorrei subito iniziare con l’augurio – ha detto Conte a zar Vladimir – che lei possa subito venire in Italia, manca da troppo tempo. Non vorrei che il popolo italiano pensasse che non le presta abbastanza attenzione”. Una incredibile sviolinata dai toni sdolcinati. Forse Conte spera di trovare in Putin qualcuno disposto ad acquistare parte consistente del deteriorato debito italiano sempre più difficile da piazzare dopo i pensanti giudizi delle agenzie di rating.

Il premier ha poi proseguito: “L’Italia e la Russia godono di eccellenti rapporti tradizionali sia in campo economico, che culturale e commerciale. Malgrado il contesto internazionale delicato siamo sempre riusciti a mantenere alta la qualità dei nostri rapporti”. “Confermiamo – ha concluso – un’amicizia solida che va oltre le difficoltà del momento”. Clima amichevole e distensivo anche da parte del leader del Cremlino che rivolto al nostro premier ha sottolineato: “Siamo molto lieti di vederla. Tra la Russia e l’Italia ci sono stati rapporti di lavoro, buoni, che vengono sostenuti. Purtroppo l’Italia ha perso le sue posizioni economiche (per interscambio con la Russia, superata da altri Paesi) tuttavia il volume dei nostri scambi rimane molto alto”, ha aggiunto. Putin ha sottolineato che Roma occupa il “quinto posto per interscambio con la Russia” con “cinquecento compagnie italiane” impegnate sul territorio russo. Putin ha inoltre annunciato di voler “parlare di prospettive”.

Manovra. Il no della Commissione affonda le borse

commissione_berlaymont

La bocciatura attesa è arrivata. La Commissione europea ha dato parere negativo sul documento programmatico di bilancio italiano. È la prima volta che la Commissione decide la bocciatura immediata, applicando così il secondo comma dell’articolo 7 del regolamento 473 del 2013, quello che le consente di respingere una manovra nei primi 15 giorni. Immediata la risposta di Piazza Affari, con lo spread che è schizzato oltre 310 punti base. E anche Piazza Affari recepisce lo stop della Ue: il listino principale perde quasi l’1%.

Ma nonostante il no di Bruxelles, il governo italiano imperterrito continua sulla stessa linea senza modificare di un millimetro la propria impostazione nella deliberata ricerca dello scontro con la Commissione europea. Un modo per tenere alta la tensione del proprio elettorato e per tirare la volata fino alle europee del prossimo maggio. Se reggerà il fiato ovviamente. Perché le ripercussioni per il Paese potrebbero essere pesanti. Alcune si sono già viste. Ma ancora non sono entrare con forza nelle tasche degli Italiani. Per Antonio Tajani sulla manovra, presidente del Parlamento europeo, “sarebbe più prudente lavorare per ottenere dei buoni risultati. Credo sia giusto modificare questa manovra per avere più crescita, meno pressione fiscale, più aiuti alle imprese e più aiuti per realizzare infrastrutture, altrimenti la guerra invece che farla a Bruxelles la si farà ai cittadini italiani”.

Ma la linea è quella opposta ossia quella di percorrere la strada sino qua intrapresa. Come conferma il premier Giuseppe Conte per il quale, la sostanza della manovra non cambia, “per me sarebbe difficile, non potrei accettarlo”, ha dichiarato in un’intervista concessa a Bloomberg tv. “Siamo pronti ad operare una nuova spending review se necessario”. L’Italia, ha aggiunto, deve far calare il debito. La Commissione ritiene che con l’aumento del deficit strutturale questo non sia possibile. Il commissario ha quindi ricordato i 30 miliardi di euro di flessibilità già concessi all’Italia negli anni passati.

Sullo stesso tema è poi intervenuto anche il vice premier e numero uno  della Lega, Matteo Salvini . “Non è una lotta dell’Italia con l’Europa. E’ una manovra da 15 miliardi di investimenti che aiuterà i giovani. Quindi non toglieremo nulla”. Il ministro dell’Interno si è detto disponibile ad incontrare “anche domani il presidente della commissione Ue per spiegargli la manovra”. Inoltre, Salvini ha ribadito che “nessuno toglierà un euro dalle tasche degli italiani”

Mattarella: rifiutare i vuoti rigurgiti nazionalistici

Mattarella

Nel momento in cui la confusione nel governo regna sovrana, il presidente della Repubblica si sente in obbligo a intervenire. Non nel merito ovviamente. Non sulla giustezza o meno dei provvedimenti economici e delle scelte dell’esecutivo. Non è materia sua. Ma interviene per mettere dei punti fermi per arginare una deriva che può assumere aspetti pericolosi. “È indispensabile uno sforzo condiviso per dimostrare la capacità del nostro paese di affrontare le sfide”: è il messaggio inviato dal presidente della Repubblica all’assemblea di Assolombarda in corso alla Scala di Milano. Ma per farlo, ha scritto ancora Mattarella nel suo messaggio “servono un dialogo costruttivo e un alto senso di responsabilità da parte della politica, delle istituzioni, delle imprese, delle associazioni della società civile per scelte consapevoli con una visione di lungo termine nell’interesse della comunità”. Insomma serve un dialogo nel Paese. Non serve una continua prova di forza.

Poi ricordando a Pontedera la figura di Giovanni Gronchi ha aggiunto: “La sua presidenza ha accompagnato la scelta della nascita e dell’avvio dell’integrazione europea. Di quella che oggi si chiama Unione Europea e che – pur con lacune e contraddizioni – ha assicurato un patrimonio inestimabile di pace e di benessere”. Insomma Mattarella ha ricordato l’ex presidente dalla Repubblica sottolineando il suo forte europeismo. Gronchi venne eletto nel 1957, anno della firma dei trattati di Roma, pietra angolare su cui poggia l’Unione europea.

Mattarella ha sottolineato che in Gronchi “non fu certamente estranea la ferma distinzione tra significato e insopprimibilità dei valori patriottici e le infatuazioni di vuoti rigurgiti nazionalistici” e ha ricordato che il presidente della Repubblica è “custode della Costituzione” e svolge “una funzione di responsabile vigilanza costituzionale”. Parole che contengono più di un monito rivolto indirettamente a chi attacca quotidianamente le istituzioni sia nazionali che europee alimentando tensioni. Mattarella ha ricordato che il riferimento di Gronchi “fu, esplicito, a una una coscienza nazionale che si rinnova, che attinge ai valori supremi spirituali e storici che la patria sintetizza”. E che “che rende imperiosa – ha continuato – l’esigenza dell’autonomia e dell’indipendenza verso ogni egemonia dei più forti” e per questo “preme per rompere il cerchio fatale dei miti della violenza, del diritto della forza, dell’equilibrio di potenze”.

Mattarella ha quindi ricordato che “il Presidente della Repubblica pro-tempore è portatore dell’indirizzo di attuazione e di rispetto della Costituzione” . E, citando Giovanni Galloni, ha spiegato che il Quirinale è “un punto di incontro, di supplenza, gestore non già di una politica di governo, che non gli compete, bensì degli indirizzi fondamentali della Costituzione e rispetto ai quali i programmi di governo sono una espressione”.

Dl sicurezza. Psi: sì ai controlli no al nazionalismo etico

Decreto-sicurezza

Continua a suscitare perplessità il dl sicurezza raffazzonato dal governo e firmato nei giorni dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. In insieme di norme con un obiettivo unico: la caccia all’immigrato. Norme ipocrite, come quella che prevede la chiusura entro le 21 dei “negozietti etnici che diventano ritrovo di spacciatori e di gente che fa casino” per usare le parole di Salvini.

Confesercenti ha messo in guardia contro «la discriminazione di determinati imprenditori rispetto ad altri». «Chi ha un’attività commerciale ha diritti e doveri: il dovere di rispettare le regole e il diritto di restare aperti, sia che siano esercizi gestiti da stranieri, sia che siano esercizi gestiti da italiani», ha detto Mauro Bussoni segretario generale della Confesercenti nazionale. Anche il Codacons ha commentato: «Crediamo che in materia di commercio e sicurezza non sia corretto generalizzare», ha spiegato il presidente, Carlo Rienzi, secondo cui la chiusura dovrebbe essere prevista «solo nei centri storici delle città italiane e in tutti quei casi in cui gli esercizi in questione creino degrado». Tali negozi etnici «sono molto utili ai consumatori, perché rimangono aperti più a lungo degli altri esercizi e commercializzano una moltitudine di prodotti di diverse categorie, consentendo ai cittadini di fare acquisti last minute.

Per il segretario del Psi Riccardo Nencini non c’è dubbio che “la materia deve essere rivisitata. Il punto è come. Bene maggiori attenzioni in materia di permessi di soggiorno temporanei, bene i controlli, bene le misure di prevenzione al terrorismo e gli interventi a favore delle forze dell’ordine. Ma è l’aria che trasuda dagli articoli a preoccupare. Galera e pistole”. “La legge – continua – si ispira a un nazionalismo etnico contrario ai principi costituzionali e alla Dichiarazione Europea dei Diritti dell’Uomo. Un colpo alla società aperta e un ottimo viatico perché si ripetano casi razzisti tipo scuola di Lodi”- ha osservato. “Una cosa è respingere chi non è in regola, altro vietare un piatto di pasta a un bambino dentro una mensa scolastica. Se è giusto e sacrosanto controllare l’ingresso in un paese, è aberrante immaginare un’Italia rinchiusa su se stessa”.

Poi Nencini ha giunto un elemento inquietante: “I dati personali di chiunque utilizza il car sharing verranno trasferiti ad apposito centro presso il Ministero dell’Interno. Vi piace? – si domanda -. È nel decreto sicurezza di Salvini, art. 17. Tutti controllati, tutti infilati in un bello schedario informatico”. Nencini  l’ha definita  “una norma liberticida come non se ne vedevano dai tempi di Benito. Il lavoro, allora, lo faceva la Ceka. La polizia segreta. Vogliamo indignarci o no? Io l’ho fatto in Senato, poco fa”  durante i lavori della commissione.

Nel giorno della firma del decreto, ora all’esame del Parlamento, il Capo dello Stato aveva mandato un messaggio a Giuseppe Conte in cui metteva nero sui bianco le proprie perplessità.

Gas, il Tip e Tap del governo che smentisce se stesso

TAP-Trans-Adriatic-Pipeline

Il M5S si sta accorgendo che la campagna elettorale è una cosa mentre governare è un’altra. Tra la varie promesse vi era anche quella di fermare i lavori della Tap. Il Gasdotto Trans-Adriatico, che dalla frontiera greco-turca attraverserà Grecia e Albania per approdare in Italia permettendo l’afflusso di gas naturale proveniente dall’area del Mar Caspio in Italia e in Europa. L’idea di bloccare tutto è stata un modo per prendere qualche voto in più dalle regioni interessate dal passaggio dell’infrastruttura. Una promessa sciagurata, perché si trattava di interrompere la realizzazione di un’opera strategica. In campagna elettorale lo hanno detto, promesso e ribadito in tutte le salse possibili: la Tap verrà fermata.  Ora, spiega Barbara Lezzi, ministra per il Sud del governo gialloverde, non è così sicuro che avverrà lo stop. Anzi. “Nelle prossime 24-36 ore – ha detto – prenderemo una decisione, ma il sentiero è molto stretto. Resta un’opera non strategica scelta da un altro governo e agevolata da un altro governo. Abbiamo fatto adesso questa analisi dei costi dall’interno dei ministeri. Questi costi il Paese non può permetterseli e noi non ce la sentiamo di addossarli sui cittadini. Non abbiamo nulla di cui vergognarci, non avevamo a nostra disposizione una serie di dati che forniremo pubblicamente”. È una sconfitta per il governo? “Assolutamente no. Ho vissuto come una sconfitta il trattato del 2013”.

Insomma una ammissione chiara che quella promessa, per fortuna non realizzabile, era stata fatta a vanvera, ossia senza aver studiato la situazione e la normativa. Senza aver fatto i conti con i costi e con i benefici. Insomma una sparata improvvisata per lisciare il pelo agli elettori. Aggiunge Sergio Costa, ministro dell’Ambiente: “Abbiamo le mani legate dal costo troppo alto che dovremmo far pagare al Paese per fermare l’opera, ha osservato, un costo che per senso di responsabilità non possiamo permetterci. Ci saranno verifiche sulle cartografie. Ragioniamo in termini non solo tecnici ma anche di diritto amministrativo per non aprire un contenzioso che darebbe effetti devastanti. Se invece non ci sono profili di illegittimità abbiamo le mani legate non perché non l’abbiamo voluto noi”. Parole che non fanno che confermare le impressioni di improvvisazione. Si è parlato senza sapere. Senza leggere le carte.

Insomma il governo sta per rinunciare. Fermare il progetto costerebbe troppo. È questo l’esito dell’incontro di lunedì 15 ottobre a Palazzo Chigi, incontro a cui hanno preso parte il premier Conte, i ministri Costa e Lezzi e alcuni esponenti della politica salentina a Cinquestelle (consiglieri regionali e comunali), l’area della Puglia maggiormente coinvolta dal progetto. Un incontro molto delicato. “Le conseguenze economiche dell’abbandono del progetto del gasdotto Tap sono tutte da dimostrare”, ha detto ieri sera il sindaco di Melendugno, Marco Potì, dopo l’incontro a Palazzo Chigi. Potì ha riferito il ragionamento esposto dal sottosegretario allo Sviluppo, Andrea Cioffi. “Sono stati calcolati 20 miliardi di penali come costo di abbandoni l’opera si è detto che costa 4,5 miliardi, contrattualizzati con le varie ditte. Al momento è stato realizzato l’80% per 3,5 miliardi, per cui quelli occorrerebbe risarcirli. Inoltre, ci sarebbero eventuali altre penali, relative al mancato utile, ecc., a cui bisogna aggiungere il mancato utile sui flussi del gas per 11,2 miliardi di euro. Inoltre se questo gas non arriva ai clienti con cui hanno fatto i contratti ma si vende sul mercato turco, costerebbe 7 miliardi di euro. Il totale sarebbe 20 miliardi”.

I no tap ovviamente sono sul piede di guerra: “Se non siete in grado di fermare l’opera dimettetevi”. È l’invito rivolto dal portavoce del Movimento No Tap, Gianluca Maggiore, agli esponenti di M5S. La ripresa dei lavori di costruzione dell’opera, fermi da maggio, è prevista a breve. La nave Adhemar de Saint Venant, che svolgerà i primi lavori propedeutici alla realizzazione del gasdotto nel tratto di mare antistante San Foca a Melendugno, si prepara a partire dal porto di Brindisi. A bordo sono in corso le ultime attività tecniche poi, se le condizioni meteomarine lo consentiranno, la nave salperà dalla banchina di Costa Morena, dove si trova ormeggiata da alcuni giorni.