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Mario Muser

Milano candidata per l’Agenzia europea per il farmaco

ema gentiloniLa candidatura di Milano per ospitare la sede dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema) è stata presentata oggi ufficialmente dal presidente del Consiglio dei ministri Paolo Gentiloni, intervenuto questa mattina a Palazzo Pirelli, sede del consiglio regionale lombardo. L’agenzia Ue per i medicinali è responsabile della valutazione scientifica per autorizzare l’ingresso in commercio di nuovi farmaci: una funzione rilevante sia sul piano politico che economico. A seguito dell’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, l’Ema lascerà la sua attuale sede a Londra e l’Ue dovrà decidere a quale città assegnare il nuovo quartier generale dell’Agenzia. In lizza ci sono una ventina di città, tra le quali Amsterdam, Bruxelles, Barcellona, Copenaghen, Dublino, Lille, Madrid e Stoccolma. “Milano e la Lombardia sono motori dell’industria farmaceutica italiana, competitiva anche a livello europeo: possiamo vincere la sfida per avere la sede dell’Ema”, ha dichiarato il premier Gentiloni, affiancato dal presidente di Regione Lombardia Roberto Maroni, dal sindaco di Milano Giuseppe Sala e dal professor Enzo Moavero Milanesi in qualità di consigliere del premier per la promozione della dislocazione a Milano dell’Ema.

Ricordando che l’Italia ha un’industria farmaceutica di primo livello in Europa, con 30 miliardi di euro di produzione di cui oltre il 70 per cento destinato all’export, Gentiloni ha enfatizzato che la Lombardia e Milano rappresentano un territorio “fortemente competitivo, capace di attrarre eccellenze, in termini di imprese e ricerca, oltre che attraverso l’organizzazione di grandi eventi come Expo Milano 2015”. Tra i punti di forza della candidatura milanese Gentiloni ha citato anche gli efficienti collegamenti di trasporto a livello locale, nazionale e internazionale di cui gode Milano, oltre alle strutture recettive e alla qualità della vita nel capoluogo milanese, pronta a “fare sinergia” con la città di Parma, sede dell’Agenzia europea per la sicurezza alimentare.

Grande determinazione è emersa dalle parole del presidente di Regione Lombardia Roberto Maroni che, nel suo intervento, ha affermato di volere “a tutti i costi la sede dell’Ema a Milano”, aggiungendo di essere pronto a valutare che “Palazzo Pirelli vada definitivamente all’Ema”. Secondo Maroni il grattacielo Pirelli, un edificio storico pubblico messo a disposizione dalla Regione Lombardia per il trasferimento dell’Agenzia Ue a Milano, permetterà all’Ema di non interrompere la sua operatività e si offre come sede prestigiosa. Maroni ha inoltre evidenziato che “in Lombardia sono presenti 13 università, che hanno 54 facoltà scientifiche, mille centri di ricerca e 9 cluster tecnologici”, un contesto dunque molto favorevole ad accogliere l’Agenzia europea per i medicinali.

Tra i punti di forza di Milano il sindaco Sala ha enfatizzato l’importanza di “Human Technopole” e del centro delle Scienze della Vita, precisando che “Milano ha tutte le carte in regola per vincere”. Il capoluogo lombardo è una città di caratura internazionale che sta vivendo una fase espansiva sotto molteplici punti di vista, ha detto ancora Sala, menzionando, fra l’altro, la presenza a Milano di 14 scuole internazionali, un sistema ospedaliero eccezionale e una rete di strutture alberghiere di primo livello. “Milano è anche al centro dell’Europa” e “conta su “2.500 voli verso città europee”, ha aggiunto Sala, citando anche collegamenti di trasporto efficienti che includono linee di Alta velocità”.

Tra i motivi per assegnare a Milano la sede dell’Ema, il professor Enzo Moavero Milanesi ha evidenziato l’ottimo lavoro che svolge l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), gli uffici di Palazzo Pirelli subito disponibili e la futura collaborazione tra l’Ema e l’agenzia per la sicurezza alimentare che ha sede a Parma. L’ex ministro dei governi Letta e Monti, che oggi ha il ruolo di ambasciatore-commissario per portare l’Ema nel capoluogo lombardo, ha delineato, fra le altre cose, l’iter del dossier presentato oggi: l’Europa ha fissato per il 31 luglio la presentazione delle candidature per la nuova sede dell’Ema, mentre a settembre la Commissione europea pubblicherà le valutazioni che saranno alla base della discussione del Consiglio Affari generali di ottobre in Lussemburgo. I risultati dovrebbero essere noti a novembre.

Presente questa mattina a Palazzo Pirelli anche il presidente di Assolombarda Carlo Bonomi, secondo il quale “Ema rappresenta una straordinaria opportunità non solo per Milano ma per l’intero paese, ed è per questo che deve tornare a essere una priorità nell’agenda del governo nei rapporti con Bruxelles”. “In queste settimane, molti paesi europei hanno esercitato pressioni su Francia e Germania per vedersi riconosciuta l’assegnazione. È necessario che l’Italia torni ora a giocare un ruolo primario degno della sua importanza. Non dimentichiamoci, infatti, che siamo la seconda manifattura europea”, ha aggiunto Bonomi, che nel pomeriggio ha accompagnato il premier Gentiloni in visita in tre aziende che rappresentano tre eccellenze della Brianza: la Vrv, azienda di Ornago che si occupa di progettazione e costruzione di apparecchi per l’industria petrolchimica e energetica, la Giorgetti, storica azienda di Meda attiva nell’arredo dal 1898 e la Caimi Brevetti di Nova milanese, una delle principali realtà produttive europee nel settore dell’arredamento.

La Lombardia si posiziona al secondo posto nell’Unione europea, dopo la Germania, per la produzione farmaceutica, con un trend in continua crescita e un export collegato che supera il 70 per cento della produzione. In Italia sono presenti quasi tutte le multinazionali della farmaceutica, con siti dedicati alla ricerca e alla produzione, e un tessuto di medie e piccole imprese concentrate prevalentemente nelle fasi di ricerca preclinica, in massima parte concentrato in Lombardia, che rappresenta oltre il 50 per cento dell’intero settore Life Sciences in Italia.

Giù contratti fissi, boom lavoro a chiamata

Crisi-disoccupazioneNei primi 5 mesi dell’anno frenano i contratti a tempo indeterminato, sono solo 1 su 4, e scendono di quasi il 37% rispetto allo stesso periodo del 2016. È boom di contratti di lavoro a chiamata a tempo determinato che segnano un incremento di oltre il 116%, aumento dovuto “alla necessità delle imprese di individuare strumenti sostitutivi dei voucher”, cancellati dalla metà dello scorso mese di marzo. I dati emergono dall’Osservatorio Inps sul precariato. Scende il numero complessivo dei licenziamenti (pari a 235.000), in riduzione rispetto al dato di gennaio-maggio 2016 (-2,6%) ma aumentano quelli disciplinari: quelli per giusta causa o giustificato motivo soggettivo salgono del 5,4%.

In lieve aumento invece le dimissioni (+1,3%). Entrando nel dettaglio nei primi 5 mesi dell’anno (gennaio-maggio 2017) i datori di lavoro privati hanno stipulato 529.412 nuovi rapporti di lavoro, le trasformazioni a tempo indeterminato sono state 116.540 e 33.642 gli apprendisti trasformati a tempo indeterminato, mentre le cessazioni sono state 636.129, per un saldo positivo di 43.465 unità. Il numero è inferiore del 36,7% rispetto al saldo positivo di 68.706 contratti stabili registrato nello stesso periodo del 2016.

Nei primi cinque mesi del 2017, nel settore privato, prosegue l’Inps, si registra un saldo, tra assunzioni e cessazioni, pari a +729.000, superiore a quello del corrispondente periodo sia del 2016 (+554.000) che del 2015 (645.000). Su base annua, il saldo consente di misurare la variazione tendenziale delle posizioni di lavoro. Il saldo annualizzato (vale a dire la differenza tra assunzioni e cessazioni negli ultimi dodici mesi), a maggio 2017, risulta positivo e pari a +497.000. Tale risultato cumula la crescita tendenziale dei contratti a tempo indeterminato (+21.000), dei contratti di apprendistato (+48.000) e, soprattutto, dei contratti a tempo determinato (+428.000, inclusi i contratti stagionali e i contratti di somministrazione). Queste tendenze sono in linea con le dinamiche osservate nei mesi precedenti e attestano il proseguimento della fase di ripresa occupazionale.

Complessivamente le assunzioni, sempre riferite ai soli datori di lavoro privati, nei mesi di gennaio-maggio 2017 sono risultate 2.736.000, in aumento del 16,0% rispetto a gennaio-maggio 2016. Il maggior contributo è dato dalle assunzioni a tempo determinato (+23,0%), mentre sono diminuite quelle a tempo indeterminato (-5,5%).

A livello generale, oltre all’incremento dei contratti di somministrazione a tempo determinato (+14,6%), appare particolarmente significativa la crescita vigorosa dei contratti di lavoro a chiamataa tempo determinato, che, sempre nell’arco temporale gennaio-maggio, passano da 76.000 (2016) a 165.000 (2017), con un incremento del 116,8%. Questi andamenti hanno portato ad un’ulteriore riduzione dell’incidenza dei contratti a tempo indeterminato sul totale delle assunzioni (25,9%) rispetto ai picchi raggiunti nel 2015 quando era in vigore l’esonero contributivo triennale per i contratti a tempo indeterminato. Le trasformazioni da tempo determinato a tempo indeterminato (ivi incluse le prosecuzioni a tempo indeterminato degli apprendisti) sono risultate 150.000, con una lieve riduzione rispetto allo stesso periodo del 2016 (-1,8%).

Le cessazioni nel complesso sono state 2.007.000, in aumento rispetto all’anno precedente (+11,2%): a crescere sono soprattutto le cessazioni di rapporti a termine (+18,4%) mentre quelle di rapporti a tempo indeterminato sono leggermente in diminuzione (-1,3%).

Quanto infine alla composizione dei nuovi rapporti di lavoro in base alla retribuzione mensile, si registra, per le assunzioni a tempo indeterminato intervenute a gennaio-maggio 2017, una riduzione della quota di retribuzioni inferiori a 1.750 euro (55,0% contro 57,9% di gennaio-maggio 2016).

Brexit: intesa ancora lontana. Resta il rischio rottura

barnier-davisQualche passo avanti sui diritti dei cittadini ma con una “divergenza fondamentale” sul ruolo della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, la richiesta che il Regno Unito faccia “chiarezza” sui suoi obblighi finanziari e il riconoscimento da parte di entrambe le parti che la lancetta dell’orologio corre e non c’è tempo da perdere: il secondo round di negoziati sulla Brexit tra Michel Barnier e David Davis si è chiuso oggi con le due parti ancora lontane da un’intesa sulle modalità dell’uscita britannica dall’Ue. Nessuna svolta, che non era attesa. Nessuna rottura, che invece era temuta per il fatto che il governo di Theresa May non ha ancora presentato la sua posizione negoziale sul conto della Brexit (gli obblighi finanziari che il Regno Unito ha assunto come membro dell’Ue).

“Il primo round era quello dell’organizzazione, il secondo round è stato quello della presentazione, il terzo round deve essere quello del chiarimento”, ha detto Barnier, il capo-negoziatore per l’Ue, durante una conferenza stampa con la sua controparte britannica. È il sintomo che sulla sostanza delle tre priorità fissate dagli europei – diritti dei cittadini, conto della Brexit e frontiere tra Irlanda e Irlanda del Nord – nessuno ha abbandonato le sue linee rosse. In agosto, quando ci sarà il terzo round negoziale, “avremo bisogno di chiarificazioni sull’accordo finanziario, sui diritti dei cittadini, sull’Irlanda e sulle altre questioni della separazione”, ha avvertito Barnier, lanciando un appello alla responsabilità nel momento in cui il governo May continua a essere diviso sul tipo di Brexit che intende perseguire. “La responsabilità è il prezzo della grandezza”, ha detto il capo-negoziatore Ue, ricorrendo a una citazione di Wiston Curchill per richiamare all’ordine Londra. Davis ha parlato di discussioni “robuste e costruttive”.

Ma non ha fatto concessioni sulle linee rosse fissate dal Regno Unito, come la giurisdizione della Corte di Giustizia dell’Ue per garantire i diritti dei cittadini europei o l’ammontare del conto che Londra dovrà saldare prima di uscire. La trattativa sui diritti dei cittadini è quella che ha fatto i progressi più significativi in questa settimana, secondo quanto riferiscono fonti vicine ai negoziati. Il Regno Unito ha chiarito alcuni punti della sua posizione negoziale – gran parte dei diritti di cui beneficiano gli europei residenti sul suo territorio oggi saranno mantenuti – anche se l’Ue non è soddisfatta da tutte le spiegazioni, a cominciare dal carico amministrativo imposto da Londra. Rimane molto lavoro da fare, in particolare sui benefici sociali e economici. Il Regno Unito è rimasto sorpreso da alcune posizioni dell’Ue, che non vuole permettere ai cittadini britannici di votare alle elezioni locali o di avere la libertà di trasferirsi da uno Stato membro all’altro dopo la Brexit.

Ma è soprattutto il ruolo della Corte di Giustizia dell’Ue per far rispettare i diritti dei cittadini europei sul territorio britannico che separa Barnier e Davis. Per Londra è una linea rossa al momento invalicabile perché la Brexit serve a riprendere il controllo totale della sua sovranità. L’Ue, per contro, non si fida dei tribunali e del parlamento britannici. Barnier ha suggerito una via d’uscita indicando il modello del tribunale Efta (l’Europan Free Trade Association, ndr) di cui fanno parte Norvegia, Islanda e Liechtenstein e che “è appoggiato” alla Corte di Giustizia Ue. Ma il negoziato più esplosivo è quello sugli obblighi finanziari del Regno Unito. Già questa settimana si è rischiato lo stallo, dopo che Davis si è presentato a Bruxelles senza una posizione chiara su come regolare il conto dell’uscita. “Il Regno Unito ha riconosciuto di avere obblighi finanziari aldilà della data di ritiro e la necessità di saldare questi impegni” ma ora “una chiarificazione della posizione è fondamentale” per andare avanti nei negoziati e fare progressi, ha detto Barnier. “Vogliamo un’uscita ordinata del Regno Unito”, ma “un’uscita ordinata esige di saldare i conti”, ha avvertito il capo-negoziatore Ue. In altre parole, il rischio di una rottura dei negoziati è solo rinviato.

E tra i grandi gruppi è arriva la decisione di Citigroup che ha scelto Francoforte come sede europea delle attività di intermediazione. Come si legge in un documento interno la banca newyorkese “prevede di convertire una filiale tedesca già esistente”, ha scritto in una nota Jim Cowles, numero uno di Citigroup per la regione Emea, sottolineando che “Francoforte è la nostra prima scelta per diventare sede delle attività di intermediazione in seno all’Ue, date le infrastrutture attuali, il personale e le competenze che già abbiamo in loco”.

La decisione, spiega ancora il documento, “è un passo prudente per assicurare che il servizio ai clienti resterà invariato a partire da marzo 2019”. Citigroup è la seconda grande banca americana, insieme a Morgan Stanley, a prevedere uno spostamento verso la Germania in seguito alla Brexit, che rischia di fare perdere alle grandi banche il cosiddetto “passaporto europeo”, che consente loro di proporre servizi e prodotti finanziari in tutta l’Unione europea, pur avendo sede a Londra.

Locatelli: Contrastare il terrorismo, rispettare i diritti 

Palazzo-MontecitorioVia libera della Camera alle misure per prevenire fenomeni di radicalizzazione e di diffusione dell’estremismo violento di matrice jihadista, oltre che per favorire la deradicalizzazione e il recupero in termini di integrazione sociale, culturale e lavorativa dei soggetti coinvolti, cittadini italiani o stranieri residenti in Italia.

“Questa proposta di legge – ha detto Pia Locatelli intervenendo per dichiarazione di voto – prevede misure e programmi per prevenire fenomeni di adesione alla radicalizzazione ma vuole anche agire sul recupero in termini di integrazione sociale, culturale, lavorativa, di soggetti disponibili a interrompere un percorso di annichilimento”. “Il tutto – ha aggiunto – nel rispetto dei diritti, a cominciare dalla professione di fede, e delle libertà individuali e garantendo la sicurezza dei cittadini. Coniugare diritti e doveri in questo campo non è cosa facile, per questo serve il supporto di soggetti diversi a cominciare dalle famiglie, dalle scuole e dal web”.

Contro hanno votato Forza Italia, Lega e M5S, che hanno considerato inefficace il provvedimento. “Se non si interviene sulle moschee non serve a niente, siamo solo davanti ad una legge bandiera”, ha spiegato Francesco Paolo Sisto. Ma il Pd, con Andrea Manciulli, ha difeso il provvedimento che, ha spiegato, “consente di dare alle forze dell’ordine ed ai servizi di sicurezza la possibilità su un fenomeno rispetto al quale siamo disarmati”.  Ecco, in breve, il contenuto del provvedimento che ora passa al Senato.

IL CENTRO NAZIONALE SULLA RADICALIZZAZIONE (CRAD): è istituito presso il Dipartimento delle libertà civili e dell’immigrazione del ministero dell’Interno: Avrà un ruolo di cabina di regia per gli interventi con un piano strategico nazionale, approvato dal Consiglio dei Ministri.

I CENTRI DI COORDINAMENTO REGIONALI SULLA RADICALIZZAZIONE (CCR): istituiti presso le Prefetture dei capoluoghi di regione. Devono presentare al CRAD una relazione sull’attuazione del Piano con cadenza annuale. Al prefetto del capoluogo di regione compete anche l’adozione di tutte le iniziative volte a coordinare le attività previste nell’ambito del piano di prevenzione con le esigenze di tutela della sicurezza della Repubblica.

IL COMITATO PARLAMENTARE: Nascerà anche un Comitato parlamentare per il monitoraggio dei fenomeni di radicalizzazione e dell’estremismo violento di matrice
jihadista. Composto da cinque deputati e cinque senatori, svolge un’attività di monitoraggio dei fenomeni dei fenomeni della radicalizzazione e dell’estremismo violento di matrice jihadista sul territorio nazionale, con particolare attenzione alle
problematiche relative a donne e minori.

LA FORMAZIONE E LA COMUNICAZIONE: previste attività dirette alle forze di polizia, alla magistratura, alla scuola ed all’università. A scuola ed Università, poi, è destinato un
l’Osservatorio nazionale per l’integrazione degli alunni stranieri. Son poi previste attività di comunicazione e informazione tramite i media tradizionali.

LE CARCERI: arriva un Piano nazionale per la rieducazione e la deradicalizzazione di detenuti e di internati: dovrà essere adottato sentito il Garante dei detenuti.

Femminicidio: 4 casi in 24 ore. Serve svolta culturale

femminicidioBari, Caserta, Siena, Roma. Quattro femminicidi in 24 ore. Nel capoluogo pugliese, una donna di 48 anni, Donatella De Bello, è stata assassinata nella sua casa e ad ucciderla, secondo la prima ricostruzione dei carabinieri, è stato il compagno 32enne, ora sottoposto a fermo per omicidio volontario. Il delitto sarebbe avvenuto al culmine di una violenta lite, confermata anche dal compagno della vittima, che però ha cercato di discolparsi affermando di aver cercato di calmare la donna, che aveva in mano il coltello con cui si sarebbe ferita. A Montepulciano, in provincia di Siena, è stata invece uccisa una donna 45enne di origine romena: l’omicida è suo marito, originario di Catania, che l’ha accoltellata nella casa dove lei svolgeva mansioni di badante.

Proprio stamattina la coppia, che ha un figlio di 9 anni, sarebbe dovuta comparire davanti al giudice per un’udienza nella causa di separazione. Il terzo delitto è avvenuto a Dragoni, nel Casertano, dove un 61enne ha sparato alla compagna di 49 anni nella piazza del paese: la donna, stando alle prime indagini, aveva deciso di interrompere la relazione. Il quarto femminicidio a Roma, dove un 79enne ha soffocato con una busta di plastica la moglie 81enne e si è poi suicidato lanciandosi dal balcone al quinto piano dell’edificio dove abitavano, zona Monteverde.

“In meno di 48 ore, 4 donne uccise e una in fin di vita per mano loro compagni. Uomini siate con noi per fermare questo orrore”, scrive su Twitter, la presidente della Camera, Laura Boldrini.

“Siamo di fronte ad una vera e propria emergenza che ormai non può essere più risolta soltanto dagli strumenti offerti dalla legge, che pure si sono rafforzati – denuncia Daniele Tissone, segretario generale del sindacato di polizia Silp Cgil – ma non è e non può più essere solo un problema delle forze dell’ordine. È necessario oggi più che mai intervenire dal punto di vista culturale, agendo sia a livello scolastico sia per quel che riguarda l’educazione familiare. Serve una adeguata formazione di genere”. Una svolta culturale, sottolinea il sindacalista, “a partire dagli uomini, e poi attraverso un’educazione all’affettività che abbia nel rispetto dell’altro un punto cardine. Bisogna finanziare adeguatamente i servizi sociosanitari assistenziali per le donne e i centri antiviolenza. Bisogna anche favorire quei centri, che stanno finalmente prendendo piede, di supporto agli uomini violenti. Contestualmente, occorre investire in formazione ed organici per quel che riguarda le sezioni delle squadre mobili interessate da questa specifica tipologia di reati”. L’associazione ‘Differenza donna’, a sua volta, lancia l’allarme anche sull’aumento del numero di bambini e bambine rimasti orfani per femminicidio: al 2000 ad oggi sono stati 1.628, con 118 casi in più nel 2015 rispetto all’anno precedente. Chiediamo che al più presto – sottolinea l’associazione – venga approvata la legge” per “l’istituzione di un fondo per gli orfani di femminicidio” e “per l’indennizzo delle vittime di reati di genere”, il cui iter è fermo al Senato.

Lettera Ue. Ok sconto ma tagli su spesa e debito

commissione_berlaymontLa Commissione europea dà il suo via libera, non ancora ufficiale, ma sostanziale, allo sconto chiesto dall’Italia sulla manovra per il prossimo anno. L’aggiustamento dei conti potrà essere meno pesante del previsto, purché l’Italia assicuri il rispetto di due raccomandazioni fondamentali: il calo del debito e la riduzione della spesa pubblica.

La lettera con cui Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici hanno risposto alle richieste avanzate a fine maggio da Pier Carlo Padoan prelude, di fatto, a un via libera al Documento programmatico di bilancio che il Mef presenterà in autunno insieme alla Nota di aggiornamento del Def. Tanto da far sbilanciare anche il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, pronto ad accogliere la “buona notizia” in arrivo da Bruxelles.

“Sono fiducioso – ha detto il premier – che l’Italia che ha sempre rispettato le regole europee ottenga ragione sul fatto che le regole si rispettano ma su un percorso che tenda a incoraggiare la crescita ma non la deprima”. Senza dare peso alle polemiche degli ultimi giorni sulla proposta di Matteo Renzi di alzare al limite l’asticella del deficit, la Commissione non fa cifre, non esprime giudizi sullo 0,3% di correzione ritenuto adeguato dal Tesoro in sostituzione dello 0,6% previsto dalle regole. Guardando gli interventi necessari per disinnescare l’aumento dell’Iva utilizzato come clausola di salvaguardia significa che l’Italia risparmierebbe circa 9 miliardi che avrebbe dovuto usare a questo scopo.

Nella lettera la commissione Ue segue le logiche ripercorse dall’Italia nella richiesta. Assicura che utilizzerà “un certo margine di discrezione” considerando le deviazioni dal percorso di aggiustamento previsto dalla cosiddetta “matrice”. Nella sua valutazione terrà conto “in modo equilibrato” dei due obiettivi ritenuti ormai paritari: sostenere la ripresa e garantire la sostenibilità di bilancio. In pratica un riconoscimento alla linea che Padoan ha intrapreso da tempo e che va ripetendo in tutte le occasioni di incontro, nazionali e internazionali, per convincere interlocutori italiani ed europei della necessità di perseguire la “via stretta” tra crescita e consolidamento.

L’output gap, criticatissimo non solo in Italia, non sarà più quindi l’unico strumento di valutazione dell’ammontare della correzione, accetta anche in questo caso la Commissione, ma Roma dovrà fare la sua parte. Dovrà cioè rispettare le raccomandazioni Ue: assicurare il calo del debito pubblico e ridurre la spesa primaria. Nel 2018 una riduzione del deficit nominale ulteriore rispetto ai risultati già conseguiti, sebbene inferiore a quella indicata nel Def, consentirebbe al Governo di proseguire in una politica in qualche modo espansiva per l’economia. L’idea di fondo è quella di poter continuare a ridurre le tasse, intervenendo sul cuneo fiscale, ma anche oggi Padoan non si è fatto trascinare dall’entusiasmo.

“Bisogna valutare con attenzione come usare lo spazio fiscale, se limitato. – ha avvertito – Non tutti i tagli delle tasse hanno gli stessi effetti su crescita e occupazione”.

Migranti: Frontex, lavoriamo per migliorare Triton

frontexNella riunione di ieri a Varsavia Frontex ha deciso di “vedere come il piano operativo di Triton può essere adattato, emendato, migliorato e come la solidarietà dell’Ue può essere rafforzata per aiutare l’Italia a far fronte alla pressione nel Mediterraneo centrale”. Lo ha detto il direttore esecutivo di Frontex, Fabrice Leggeri, in un’audizione davanti all’Europarlamento sulla crisi dei migranti. “L’Italia è in prima linea, ma l’Italia ha anche il sostegno dell’Ue grazie all’operazione Triton”, ha ricordato Leggeri, spiegando che sono dispiegate 12 imbarcazioni, 5 mezzi aerei e 400 funzionari o guardiacoste.

L’incontro di Varsavia è stato richiesto dall’Italia “per discutere possibili emendamenti” al piano operativo della missione Triton, ha spiegato Leggeri. “Una delle conclusioni più importanti dell’incontro è che sarà creato un gruppo di lavoro” per discussioni bilaterali a livello tecnico tra Italia e Frontex per poi far “circolare le proposte tra gli altri Stati membri”. Durante la riunione di Varsavia si è anche parlato dei rimpatri dei migranti illegali presenti in Italia. “Gli Stati membri sono pronti a sostenere l’Italia con operazioni rapide di rimpatrio”. Infine, Frontex si è detta disponibile a “contribuire” al codice di condotta per le Ong che operano nelle operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale “con la sua expertise nel settore della gestione delle frontiere e del Search and Rescue”, ha detto Leggeri.

Secondo il direttore di Frontex, il codice di condotta su cui stanno lavorando Italia e Commissione può essere “rilevante”. Per quanto riguarda la disponibilità degli altri paesi ad accoglier gli sbarchi Leggeri ha detto di aver “sentito la richiesta dell’Italia, ma non ho registrato alcuna disponibilità da parte degli altri Paesi ad accogliere sbarchi di migranti nei loro porti”. Già nei giorni scorsi, e in particolare in occasione del Consiglio dei ministri degli Interni Ue di Tallinn, la scorsa settimana, diversi paesi avevano espresso dubbi e perplessità, se non un’aperta opposizione, all’idea italiana di chiedere che anche altri porti europei accolgano le imbarcazioni delle operazioni Ue che salvano migranti nel Mediterraneo centrale. Secondo la richiesta presentata formalmente ieri dall’Italia alla riunione del Consiglio di gestione di Frontex a Varsavia, il nuovo piano operativo per l’operazione Triton, che a fine 2014 ha sostituito quella nazionale Mare Nostrum, dovrebbe prevedere proprio questa possibilità: l’utilizzo di porti di altri paesi Ue oltre che di quelli italiani in caso di flussi massicci di migranti. Ma, come ha spiegato Leggeri, tale piano “deve essere concordato fra Italia, altri Stati e Frontex e gli Stati che partecipano devono essere d’accordo con il piano operativo”, che devono approvare “all’unanimità”. Cosa alquanto difficile.

Infatti l’ipotesi di consentire alle navi dell’operazione Triton di sbarcare i migranti in porti diversi da quelli italiani è “una questione complessa per diverse ragioni, soprattutto politiche, e non spetta a Frontex risolvere problemi politici”, ha aggiunto Leggeri a margine dell’audizione. “Frontex si occupa delle questioni operative e giuridiche”, ha spiegato. “Le autorità italiane hanno formulato la richiesta”, ha continuato, “ma un piano operativo deve avere l’accordo di tutti i Paesi partecipanti all’operazione Triton, all’unanimità. Non è solo una questione fra Italia e Frontex”.

Secondo Leggeri, per settembre sarà pronta la proposta per “adattare e migliorare il piano operativo” dell’operazione Triton. “In un primo tempo, senza indugi, Italia e Fronte lavoreranno insieme al miglioramento e adattamento del piano operativo. Spero che in settembre avremo qualcosa da presentare agli altri Stati dell’Unione europea e di Schengen per vedere la loro reazione e capire se sono d’accordo a partecipare alla missione anche con un nuovo piano operativo”

A fare polemica ci pensa Luigi Di Maio, deputato M5S e vicepresidente della Camera, che oggi si trova a Bruxelles. “Stiamo incontrando – ha scritto su Facebook – il direttore di Frontex, Fabrice Leggeri. Ci ha confermato, dopo averlo chiarito anche in audizione al Parlamento Ue, che Triton, voluta da Renzi, prevede che tutti i migranti siano portati in Italia”. “Questa è la verità – ha aggiunto – ci hanno svenduti per 80 euro trasformandoci nel più grande porto d’Europa, pensando di poterci trattare come gli scemi, convinti che saremmo rimasti in silenzio. Ma hanno fatto male i loro calcoli, ora i nodi sono venuti al pettine e presto o tardi ne risponderanno davanti al Paese”. E continua: “Il movimento 5 stelle è pronto a depositare una mozione di sfiducia” contro il governo colpevole di avere firmato con Frontex l’accordo perché Triton sbarcasse solo nei porti italiani i migranti. “Quello che era il ministro degli Esteri nel governo Renzi ed ora è il primo ministro, Paolo Gentiloni, deve venire in parlamento a riferire”.

Belgio: Corte di Strasburgo approva il divieto sul velo

veloLa Corte di Strasburgo ha avallato il divieto belga sull’uso del niqab (il velo delle donne islamiche che copre testa e corpo lasciando visibili solo gli occhi) ed ha decretato che la legge vigente in Belgio non viola la Convenzione europea dei diritti dell’uomo. In due sentenze il Tribunale Europeo dei Diritti Umani ha respinto altrettanti ricorsi di una cittadina belga e di una cittadina marocchina. Il primo ricorso era contro la legge del primo giugno 2011, che ha introdotto il divieto di indossare il niqab in tutti i luoghi pubblici. Il secondo ricorso impugnava un regolamento comunale del 2008 che imponeva lo stesso divieto. Secondo i giudici europei, la proibizione “può essere considerata proporzionata con il fine di garantire la convivenza e la socialità” oltre che tutelare “i diritti e le libertà delle donne”.

In sostanza, questo divieto può essere considerato “necessario in una società democratica”. Il Tribunale ha continuato a seguire la propria giurisprudenza cominciata nel 2014 con il caso della Francia: divieto simile in circostanze simili. Le ricorrenti sono la cittadina belga Samia Belcacemi, 36 anni, e la cittadina marocchina Yamina Oussar, 44 anni, contro la legge del 2011 e la belga Fouzia Dakir che aveva impugnato il regolamento comunale. Belcacemi, residente nel quartiere di Schaerbeek a Bruxelles, era stata multata e aveva rischiato l’arresto. Ouassar, abitante a Liegi, aveva deciso di non uscire piu’ di casa da quando era entrata in vigore la legge. Nel ricorso, la marocchina aveva sottolineato come il divieto avesse “cambiato profondamente la vita sociale e privata”. Dakir, 40 anni e residente a Duson, indossa il velo integrale da quando aveva 16 anni e si opponeva al regolamento di tre municipalità: Pepinster, Dison e Verviers. In questo caso, però, il Tribunale di Strasburgo ha condannato il Belgio perché il Consiglio di Stato belga aveva applicato un “eccesso di formalismo” nel respingere il ricorso della donna e ha concesso per questo un indennizzo di 800 euro per costi legali.

Scheda. Velo islamico: la situazione legislativa nei Paesi europei

Il velo islamico integrale, di cui oggi la Corte europea dei diritti umani ha avallato il divieto
nello spazio pubblico in Belgio, è bandito o limitato in diversi Paesi europei.

GERMANIA: i deputati hanno adottato il 27 aprile 2017 una legge che vieta parzialmente il velo integrale, obbligando i pubblici ufficiali ad avere il volto completamente scoperto durante lo svolgimento delle loro funzioni e le persone il cui volto è dissimulato a scoprirlo in caso di verifica di identità. Il Bundesrat ha approvato a sua volta il testo il 12 maggio.

AUSTRIA: il governo di coalizione centrista ha annunciato il 9 giugno 2017 che il velo islamico integrale nei luoghi pubblici sarà vietato dal primo ottobre.

BELGIO: il velo integrale è bandito nello spazio pubblico da una legge del 2011. L’infrazione è punita con una multa e/o la carcerazione fino a sette giorni.

BULGARIA: il Parlamento ha adottato nel settembre 2016 una legge che vieta il velo integrale in pubblico tranne che per ragioni di salute o professionali.

DANIMARCA: il governo ha limitato nel gennaio 2010 il velo integrale nello spazio pubblico, senza vietarlo, lasciando alle scuole, all’amministrazione e alle imprese di fissare delle
regole.

FRANCIA: primo Paese europeo a vietare il velo integrale nello spazio pubblico, con una legge “che vieta la dissimulazione del volto nello spazio pubblico” promulgata nell’ottobre 2010 e applicata dall’aprile 2011. Convalidata dalla Corte europea dei diritti umani nel 2014, prevede per le infrazioni fino a 150 euro di multa.

ITALIA: Una legge del 1975 vieta di uscire con il volto coperto ma i tribunali hanno sistematicamente respinto le ordinanze municipali che si rifacevano a questa legge per vietare il velo integrale adducendo che il velo è il frutto più di una tradizione che di una volontà di nascondere la propria identità.

NORVEGIA: il governo ha presentato il le 12 giugno 2017 un progetto di legge che vieta il velo integrale nell’insegnamento nazionale, dall’asilo all’università.

PAESI BASSI: i deputati hanno votato nel novembre 2016 un disegno di legge che vieta il velo integrale in certi luoghi pubblici (scuole, ospedali, trasporti pubblici). Il progetto è in corso di esame al Senato.

REGNO UNITO: il ministero dell’Educazione ha pubblicato nel 2007 delle direttive che consentono ai direttori degli istituti scolastici di vietare il niqab. Nel servizio di salute pubblica, è a discrezione degli ospedali.

SVEZIA: gli istituti scolastici possono dal 2006 vietare il velo se nuoce alla comunicazione fra alunni e insegnanti, se è pericoloso (in un laboratorio, durante lo sport) o se viola le regole di igiene. In tutti gli altri casi è autorizzato.

SVIZZERA: il Consiglio nazionale, camera bassa del Parlamento, aveva approvato nel settembre 2016 il divieto del velo integrale, misura che è stata respinta dal Consiglio degli Stati (camera alta). Il divieto è oggetto di una iniziativa popolare federale per un referendum. Attualmente il velo integrale è vietato solo nel cantone di Tessin (Sud) dal luglio 2016.

SPAGNA: la Corte suprema ha annullato nel 2013 il divieto del velo integrale negli edifici pubblici deciso tre anni prima da delle città della Catalogna.

Fascismo. Nencini: “I due ‘Di’ del M5S vengono da lì”

di-battista-di-maioÈ scontro sulla proposta di legge presentata da Emanuele Fiano che introduce nel codice penale il reato di propaganda del regime fascista e nazifascista. La legge approda oggi all’aula della Camera per la discussione generale e in settimana è atteso il voto. Ma M5s in commissione Affari costituzionali ha dato parere negativo al testo, definendolo “liberticida”. Immediata la reazione del segretario dem Matteo Renzi: “Liberticidà era il fascismo non la legge sull’apologia del fascismo. Bisogna dirlo al M5s: era il fascismo liberticida. Almeno la storia!” scrive Renzi suoi profili social. E il segretario del Psi Riccardo Nencini, attacca con un post su Facebook: “I grillini non ritengono reato l’apologia del fascismo. Per forza, i vertici vengono da lì. Chiedi ai due ‘Di'”.

L’articolo unico della pdl Fiano introduce nel codice penale il reato di propaganda del regime fascista e nazifascista punibile con la reclusione da 6 mesi a 2 anni. Le condotte penalmente rilevanti sono individuate nella propaganda di immagini o contenuti propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco o delle relative ideologie, anche solo con la produzione, distribuzione, diffusione o vendita di beni che raffigurino persone, immagini o simboli chiaramente riferiti a questi partiti o ideologie; nel richiamare pubblicamente la simbologia o la gestualità del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco ovvero delle relative ideologie. Costituisce aggravante del delitto la propaganda del regime fascista e nazifascista commessa con strumenti telematici o informatici. L’aggravante riguarda quindi sia i siti Internet con contenuti di propaganda delle ideologie fasciste e nazifasciste sia il merchandising online dei gadgets e degli altri beni chiaramente riferiti al partito e all’ideologia fascista o nazifascista.

Nel parere contrario M5s sottolinea come la legge faccia divenire penalmente rilevanti anche “condotte meramente elogiative, o estemporanee che, pur non essendo volte alla riorganizzazione del disciolto partito fascista, siano chiara espressione della retorica di tale regime, o di quello nazionalsocialista tedesco” e dunque “il provvedimento in esame si palesa quale sostanzialmente ‘liberticida’”. “L’approvazione del provvedimento determinerebbe, quindi, l’entrata in vigore di una norma illegittima ed in parte priva di concreti effetti, se non, in alcuni casi, in merito all’abbassamento delle pene edittali” e dunque M5s ha espresso parere contrario. Ma il Pd ha reagito duramente, prima attraverso lo stesso Fiano, poi con le parole di Renzi.

Il M5s replica al Pd chiarendo: “L’antifascismo è un valore fondante della nostra Costituzione e del nostro Paese”. “Un principio – scrive il capogruppo del MoVimento 5 Stelle alla Camera Simone Valente – che non può mai essere dimenticato né messo in discussione, rispetto al quale non è neppure ipotizzabile un passo indietro. Gli attacchi odierni nei nostri confronti che provengono dal Pd sono puramente strumentali. Non permettiamo a nessuno di mettere in discussione principi fondanti della nostra storia e della nostra identità”.

Mentre Fi, con il capogruppo alla Camera Renato Brunetta, pungola il Pd: “Perché non introdurre nella legge Fiano anche l’apologia di comunismo? La storia va letta a 360gradi, non in un’unica direzione”.

Province. Risoluzione Psi per rivederne ruoli e funzioni

provinceromaCon i l decreto legge del 24 aprile scorso, convertito in legge lo scorso 21 giugno, il Governo ha inteso realizzare in favore degli enti territoriali, una migliore perequazione delle risorse pubbliche a disposizionne, anche attraverso nuovi investimenti. Tra gli enti territoriali sono comprese le Provincie il cui ruolo, dopo la bocciatura del referendum dello scorso 4 dicembre, è tornato a pieno titolo a far parte della gestione territoriale del Paese. Infatti il decreto legge in questione, occupandosi della gestione finanziaria delle province, ha riaffermato l’esigenza di rivedere il ruolo e le funzioni fondamentali di quest’ultime.

A questo proposto i socialisti hanno presentato una risoluzione, approvata dalla Camera, con Oreste Pastorelli e Pia Locatelli come primi firmatari, in cui si impegna il governo su più punti. Primo sulla “necessità di proseguire nello forzo intrapreso al fine di garantire e, se necessario, incrementare le risorse necessarie ad assicurare l’effettivo esercizio delle funzioni fondamentali da parte delle province e delle città metropolitane, anche promuovendo le opportune modifiche alla legislazione vigente”. Inoltre nella risoluzione si in invita il Governo a “adottare ogni iniziativa di competenza utile a favorire il ripristino dell’autonomia organizzativa degli enti, anche attraverso la deroga temporanea delle disposizioni di cui all’articlo 1, comma 420, lettere c), d) e) della legge .190 del 2014”.

Infine i parlamentari socialisti invitano l’esecutivo a adottare “ogni utile iniziativa, anche di natura normativa, volta al ripristino delle piena autonomia finanziaria delle province e delle città metropolitane, onde garantire la piena copertura finanziaria delle rispettive funzioni fondamentali e una programmazione della spesa rispettosa dei canoni si cui all’art 151 del Testo unico sugli enti locali”.