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Mario Muser

Gas, il Tip e Tap del governo che smentisce se stesso

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Il M5S si sta accorgendo che la campagna elettorale è una cosa mentre governare è un’altra. Tra la varie promesse vi era anche quella di fermare i lavori della Tap. Il Gasdotto Trans-Adriatico, che dalla frontiera greco-turca attraverserà Grecia e Albania per approdare in Italia permettendo l’afflusso di gas naturale proveniente dall’area del Mar Caspio in Italia e in Europa. L’idea di bloccare tutto è stata un modo per prendere qualche voto in più dalle regioni interessate dal passaggio dell’infrastruttura. Una promessa sciagurata, perché si trattava di interrompere la realizzazione di un’opera strategica. In campagna elettorale lo hanno detto, promesso e ribadito in tutte le salse possibili: la Tap verrà fermata.  Ora, spiega Barbara Lezzi, ministra per il Sud del governo gialloverde, non è così sicuro che avverrà lo stop. Anzi. “Nelle prossime 24-36 ore – ha detto – prenderemo una decisione, ma il sentiero è molto stretto. Resta un’opera non strategica scelta da un altro governo e agevolata da un altro governo. Abbiamo fatto adesso questa analisi dei costi dall’interno dei ministeri. Questi costi il Paese non può permetterseli e noi non ce la sentiamo di addossarli sui cittadini. Non abbiamo nulla di cui vergognarci, non avevamo a nostra disposizione una serie di dati che forniremo pubblicamente”. È una sconfitta per il governo? “Assolutamente no. Ho vissuto come una sconfitta il trattato del 2013”.

Insomma una ammissione chiara che quella promessa, per fortuna non realizzabile, era stata fatta a vanvera, ossia senza aver studiato la situazione e la normativa. Senza aver fatto i conti con i costi e con i benefici. Insomma una sparata improvvisata per lisciare il pelo agli elettori. Aggiunge Sergio Costa, ministro dell’Ambiente: “Abbiamo le mani legate dal costo troppo alto che dovremmo far pagare al Paese per fermare l’opera, ha osservato, un costo che per senso di responsabilità non possiamo permetterci. Ci saranno verifiche sulle cartografie. Ragioniamo in termini non solo tecnici ma anche di diritto amministrativo per non aprire un contenzioso che darebbe effetti devastanti. Se invece non ci sono profili di illegittimità abbiamo le mani legate non perché non l’abbiamo voluto noi”. Parole che non fanno che confermare le impressioni di improvvisazione. Si è parlato senza sapere. Senza leggere le carte.

Insomma il governo sta per rinunciare. Fermare il progetto costerebbe troppo. È questo l’esito dell’incontro di lunedì 15 ottobre a Palazzo Chigi, incontro a cui hanno preso parte il premier Conte, i ministri Costa e Lezzi e alcuni esponenti della politica salentina a Cinquestelle (consiglieri regionali e comunali), l’area della Puglia maggiormente coinvolta dal progetto. Un incontro molto delicato. “Le conseguenze economiche dell’abbandono del progetto del gasdotto Tap sono tutte da dimostrare”, ha detto ieri sera il sindaco di Melendugno, Marco Potì, dopo l’incontro a Palazzo Chigi. Potì ha riferito il ragionamento esposto dal sottosegretario allo Sviluppo, Andrea Cioffi. “Sono stati calcolati 20 miliardi di penali come costo di abbandoni l’opera si è detto che costa 4,5 miliardi, contrattualizzati con le varie ditte. Al momento è stato realizzato l’80% per 3,5 miliardi, per cui quelli occorrerebbe risarcirli. Inoltre, ci sarebbero eventuali altre penali, relative al mancato utile, ecc., a cui bisogna aggiungere il mancato utile sui flussi del gas per 11,2 miliardi di euro. Inoltre se questo gas non arriva ai clienti con cui hanno fatto i contratti ma si vende sul mercato turco, costerebbe 7 miliardi di euro. Il totale sarebbe 20 miliardi”.

I no tap ovviamente sono sul piede di guerra: “Se non siete in grado di fermare l’opera dimettetevi”. È l’invito rivolto dal portavoce del Movimento No Tap, Gianluca Maggiore, agli esponenti di M5S. La ripresa dei lavori di costruzione dell’opera, fermi da maggio, è prevista a breve. La nave Adhemar de Saint Venant, che svolgerà i primi lavori propedeutici alla realizzazione del gasdotto nel tratto di mare antistante San Foca a Melendugno, si prepara a partire dal porto di Brindisi. A bordo sono in corso le ultime attività tecniche poi, se le condizioni meteomarine lo consentiranno, la nave salperà dalla banchina di Costa Morena, dove si trova ormeggiata da alcuni giorni.

PATTI CHIARI

juncker-draghi

Nuovo doppio attacco all’Italia. Bce e Fondo monetario mettono in guardia il nostro paese dai rischi a cui la manovra lo sottopone. Rischi che derviano essenzialmente dal nuovo deficit previsto dalla legge di bilancio – circa 22 miliardi su una manodra da 37 – in un Paese che ha già un debito pubblico superiore al 130% del Pil, secondo solo alla Grecia nell’area euro. È una giornata in cui la borsa recupera dopo gli affanni di tutta le settima sostanza. Lo spread rimane però sotto pressione poco sopra a quota 300.

“Per i Paesi dell’Eurozona ad alto debito – ha detto il presidente della Bce Mario Draghi nell’intervento a Bali in occasione della riunione del Fondo monetario internazionale – è di particolare importanza la piena adesione alle regole del Patto di stabilità e crescita per la salvaguardia di solide posizioni di bilancio”. Un riferimento implicito all’Italia. Più esplicito ancora l’intervento di Poul Thomsen, capo del Dipartimento europeo del Fmi, secondo il quale la manovra del governi italiano “va in direzione opposta rispetto ai suggerimenti del Fmi”. “Credo seriamente che per diverso tempo non sia stato seguito il consolidamento di bilancio che ha portato l’Italia a crescere sotto il suo potenziale” ha aggiunto Thomsen. “Non è il momento – ha concluso – di allentare le politiche di bilancio”, ha aggiunto Thomsen, per il quale un gruppo di Paesi, tra cui l’Italia, ha “margini limitati”

Al fuoco incrociato contro il nostro paese si aggiunge un nuovo attacco del presidente della commissione europea che nelle ultime settimane non era stato tenero verso l’Italia, ottenendo come risultato l’adirata risposta del vicepremir leghista che lo aveva  definito un ubriacone. L’ultimo attacco di Juncker arriva in un’intervista a Le Monde in cui accusa l’Italia di “non rispettare la parola data”, invitando quindi l’esecutivo a “non mettere in pericolo la solidarietà europea”. “Non ho nulla contro l’Italia, tutto il contrario”.

Ma gli avvertimenti sembrano cadere nel vuoto. “La manovra è stata elaborata, meditata e studiata” è la risposta del premier Conte, nel percorso in Parlamento “potremmo valutare qualche intervento ma è stata costruita in termini integrali e pensare di modificare qualcosa di significativo lo escluderei”.

ISOLATO

tria soloNelle stanze del Governo sale la tensione e aumentano malumori e dissidi tra il vicepremier Salvini e il ministro dell’economia Tria che sempre procedere solitario.  Ieri la manovra è stata criticata da Banca d’Italia, Corte dei Conti, e in serata a Borse chiuse è arrivata anche la bocciatura dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio, l’organo indipendente che ha il compito di validare le previsioni macroeconomiche del governo. Previsioni che, per quanto riguarda il cosiddetto scenario programmatico, cioè quello che incorpora le misure del governo nella prossima Manovra, vengono definite “eccessivamente ottimistiche”.

Lo spread dopo aver raggiunto nei giorni scorsi il record di 315 punti è ora in quota 290. Insomma i numeri della manovra continuano a far discutere. Il ministro Tria non nasconde che qualche preoccupazione c’è, ma sottolinea anche che si tratta di una manovra ragionata e non è di un salto nel buio. “La salita dei rendimenti sui titoli di stato desta certamente preoccupazione ma voglio ribadire che si tratta di una reazione eccessiva e non giustificata rispetto ai fondamentali dell’economia italiana” spiega. L’allusione è ai titolo di Stato a un anno che sono stati venduti con tasso record . Infatti nell’asta dei Bot a un anno il Tesoro ha venduto tutti i 6 miliardi di titoli con il rendimento medio salito a 0,949% (massimo da 5 anni), contro lo 0,436% de collocamento di settembre. Un aumento notevole che fa capire il calo della fiducia degli investitori anche nel breve termine.

La manovra di bilancio per il 2019 vale circa 37 miliardi. Le coperture 2019 ammontano a 15 miliardi di euro, di cui 6,9 di tagli e 8,1 di più entrate. Nel 2020 le coperture sono di 7,8 miliardi con un importo analogo di tagli e aumenti di entrate pari a 3,9, nel 2021 4,7 i miliardi dovuti ai tagli e 5,2 miliardi alle maggiori entrate. L’impatto sul tasso di variazione del Pil è di 0,6 punti percentuali. ‘Faremo di tutto per recuperare la fiducia dei mercati’, ha detto Tria secondo il quale Tria, l’attuale volatilità dei mercati non deve offuscare le valutazioni e previsioni.

Tria è passato poi a illustrare la flat tax: secondo il ministro gli interventi previsti avranno un costo nel primo anno di soli 600 milioni, per poi salire a 1,8 miliardi nel 2020 e a 2,3 miliardi nel 2021: in totale 4,7 miliardi in tre anni. Ma su questo punto – a stretto giro – è arrivo la brusca correzione di Matteo Salvini che della flat tax ha fatto una bandiera: “Il costo per la flat tax sarà di 1,7 miliardi di euro e non di soli 600 milioni”. E parlando dell’ipotesi se fosse ipotizzabile una modifica alla manovra se lo spread arrivasse a 400, come detto dal ministro Savona ha aggiunto che “noi tiriamo dritti fino a che i giovani italiani non smetteranno di emigrare per trovare lavoro”. Savona infatti ieri aveva messo in campo l’ipotesi che la manovra potesse essere cambiata in caso lo spread si impennasse ancora. Parole che hanno indirettamente messo in dubbio l’intero impianto della manovra. Parole di peso in quanto dette da un economista che doveva essere ministro al posto di Tria e poi dirottano agli affari europei. Una uscita che non è stata per nulla apprezzata. E il nervosismo si taglia con un coltello.

“La manovra economica proprio non regge”. È il commento del segretario del Psi Riccardo Nencini. “21 miliardi finanziati in deficit – ha continuato – con previsioni di crescita molto più basse del previsto. A fine ottobre le agenzie di rating esprimeranno il loro giudizio sull’Italia. Se scendiamo di scala, nessuno vorrà più comprare i nostri i titoli. Un bel problema: mutui che rincarano, minori investimenti, meno lavoro, instabilità finanziaria. Servono provvedimenti diversi: detassare le buste paga, fondi più alti per battere la povertà (almeno 6 miliardi sul reddito di inclusione), almeno 1 miliardo l’anno per realizzare nuovi alloggi popolari, minori tasse per piccola e media impresa, investire in cultura e istruzione. Questi – ha concluso Nencini – i pilastri della contromanovra” che i socialisti hanno presentato oggi in Senato. “Esco ora dal Senato – ha aggiunto successivamente Nencini -. Proposte PSI su manovra economica bocciate dal governo. Tutte. Anche le proposta di mettere fondi per continuare la realizzazione di case popolari. Non hanno messo un euro. Nemmeno uno. Io ne avevo fatto una battaglia”.

La manovra non piace neanche a Forza Italia. “Con Conte – affermano in una nota i capigruppo di Camera e Senato – non abbiamo registrato alcuna convergenza. Siamo molto preoccupati da una manovra insostenibile che mette a rischio i conti pubblici, ma anche la tenuta del Paese, visto che può impattare con i mutui, le case, i risparmi degli italiani”.

Ponte Morandi. Genova scende in piazza

ponte protesta

È il giorno della manifestazione. I genovesi cominciano a perdere la pazienza di fronte all’immobilismo del governo a quasi due mesi dalla tragedia del crollo del ponte Morandi che ha causa 43 morti. Alcune migliaia di persone si sono radunate questa mattina davanti a Palazzo San Giorgio, nel cuore del Porto Antico di Genova, da dove è partito il corteo di protesta indetto da un’aggregazione spontanea di cittadini di Certosa, Rivarolo e Bolzaneto: in piazza, dietro allo striscione “Liberate la Valpolcevera”, c’erano sfollati, commercianti, residenti e lavoratori portuali.

“Siamo qui per chiedere soprattutto la riapertura delle strade, c’è una comunità di 50 mila abitanti, quella della Valpolcevera, senza contare quelli dell’entroterra, che non possono più sopportare un certo immobilismo nelle decisioni” ha detto il presidente del comitato degli sfollati Franco Ravera.

È prima manifestazione di protesta dopo le tante promesse di fare presto arrivate dal Governo. Ma per fare presto bisogna cominciare, mentre l’esecutivo si è fossilizzato nella ricerca di un colpevole a cui addossare il costo della ricostruzione tramite improbabili decreti. Capire chi doveva fare la manutenzione non è difficile. Ma capire i veri motivi del crollo è altra cosa. E capire se nell’analisi dei diversi studi fatti negli anni vi è stata negligenza da parte di qualcuno sarà il compito della magistratura. Ora l’urgenza è la città. E al momento dopo due mesi si è ancora fermi al punto di partenza. La nomina del commissario per la ricostruzione è arrivata pochi giorni fa dopo un lungo tira e molla. E il decreto ancora non è pronto.

Dopo la manifestazione una delegazione di sfollati ha incontrato il ministro delle Infrastrutture Toninelli. Il portavoce Franco Ravera ha raccontato che “gli abbiamo chiesto di smetterla con le m… Ci ha detto che nel decreto sarà inserito un capitolo sugli indennizzi. Verifichiamo tutto nel testo. Ci saranno emendamenti. Abbiamo fatto un appello a tutti i gruppi, spero che le nostre richieste vengano soddisfatte”.

Al termine del corteo i manifestanti hanno accolto con fischi e cori il sindaco (e commissario) Bucci e il governatore Toti, che stavano facendo il loro ingresso in Regione: “Sanità, lavoro, strade, vogliamo risposte! Fateci entrare!”. Inoltre, in un documento letto in Regione, i manifestanti hanno chiesto risposte concrete sulla viabilità ma anche di accelerare i tempi sui rientro in casa degli sfollati a recuperare le loro cose. Gli sfollati infatti ancora non hanno avuto neanche questa possibilità. Intanto sembra che il decreto Genova verrà rivisto ancora. “Sarà migliorato”. In una intervista al Secolo XIX, giornale di Genova, il ministro Toninelli annuncia importanti modifiche. Più soldi per le imprese e per il porto, più risarcimenti per gli sfollati. Ma soprattutto si lascia intendere che potrebbe essere modificata quella parte in cui si escludeva dalla ricostruzione non solo Autostrade ma ogni imprese a essa collegata. Non sarebbero modifiche di poca cosa. Anzi sarebbe un decreto che va in una direzione del tutto opposta a quella iniziale. Sarebbe un vero e proprio ripensamento con implicita ammissione di colpa per avere seguito e propagandato una strada che era invece resa a senso vietato dalle regole.

GUERRA DI CIFRE

pallette

È guerra di cifre sul Def. Lega e Cinque Stelle sembrano parlare di cose diverse, di documenti diversi. Ognuno ha i suoi conti e i sui numeri nel cassetto nel giorno della presentazione del Def in Parlamento. “Immagino abbiano bisogno di fare le verifiche dei numeri, perché ieri hanno cambiato il deficit” commenta il sottosegretario pentastellato alla presidenza Stefano Buffagni. “Certo è un lavoro non facilissimo, ci auguriamo arrivi stasera alle Camere” afferma interrogato sui tempi di arrivo della Nota di aggiornamento al Def. Un documento che i due vicepresidenti del consiglio avevano definito con enfasi immodificabile. Invece i cambiamenti si sono susseguiti più volte. In nottata Lega e M5s hanno specificato che le misure della prossima manovra partiranno a inizio 2019 e saranno finanziate con 20 miliardi di euro: 10 per il reddito di cittadinanza, 7 per riformare la Fornero, 2 per la flat tax e 1 per assunzioni straordinarie. Il rapporto deficit/pil sarà fissato al 2,4% nel 2019, al 2,1% nel 2020 e all’1,8% nel 2021.

Secondo il ministro dell’Interno Matteo Salvini, intervenuto a Radio Anch’io, i numeri della manovra dovrebbero essere leggermente diversi rispetto a quanto illustrato. Il vicepremier ha detto che “ci saranno 16 miliardi per i due interventi principali, reddito di cittadinanza e abolizione della legge Fornero”. Alla domanda se ci fossero 10 miliardi per il reddito, come era stato annunciato, ha risposto che “se la matematica non è un’opinione, se ce ne sono 7-8 per la Fornero, ce ne sono 8 per il reddito”, e non 10 come precedentemente proposto. “Non faremo marcia indietro sulla manovra se lo spread continua a salire”, ha precisato Salvini aggiungendo che “se tagli le tasse aiuti la crescita, noi puntiamo a un’Italia che non cresce dello zero virgola, ma del 2, del 2,5%”.

La pace fiscale “non è nella manovra, sarà in un decreto ad hoc”. Lo ha spiegato Salvini sottolineando come il provvedimento non premierà “i furbi ma quelli che non ce l’hanno fatta, che hanno fatto la dichiarazione dei redditi e non sono riusciti a pagare tutto quel che hanno voluto o dovuto: chi scommette del suo, chi è partita iva, rappresentante del commercio ad esempio, si alza la mattina non ha garanzie, non ha maternità, non ha ferie. Se lei avesse la cartella esattoriale di 10mila euro perché si è rotto una gamba e non è riuscito a vendere camicie, io o la rovino e le tengo cartella sul groppone per tutta la vita, costretto a pagare in nero, oppure la convoco e le chiedo: quanto mi può dare, mi dà 2mila euro?”.

Ma il punto dolente è il reddito di cittadinanza. Dopo le varie precisazioni dei due vicepremier, fonti M5s ribadiscono che per il reddito di cittadinanza le risorse sono pari a 10 mld, 9 per il reddito e 1 per i centri per l’impiego e non 8 come aveva detto questa mattina il ministro dell’Interno Matteo Salvini. E, ospite di Mattino 5, anche il sottosegretario Stefano Buffagni ribadisce lo stesso concetto commentando: “Ho qui la tabella. Salvini? Era mattino presto forse era confuso…”. Non si fa attendere la risposta della Lega:.”Dispiace che esponenti degli alleati di governo vadano in giro con tabelle non ufficiali e che sono mere simulazioni. Confermiamo che la quota 100 per le pensioni partirà al massimo entro il mese di febbraio, anche se faremo di tutto per renderla operativa già dal 1 gennaio 2019, e che prevede una spesa di 7 miliardi di euro per il prossimo anno” precisa  il viceministro all’economia Massimo Garavaglia sulle ipotesi che circolano sulla nota di aggiornamento al Def che farà da cornice alla prossima manovra.

In mezzo ai due duellanti il presidente del Consiglio non sa da che parte stare. Il reddito di cittadinanza “contribuirà a sollevare dalla soglia della povertà oltre 5 milioni di persone” ha affermato elencando gli obiettivi della misura contenuta nella manovra le cui risorse a copertura sono tutte da stabilire. . Gli riponde a stretto giro il sottosegretario agli affari regionali Stefano Buffagni: “Per il reddito di cittadinanza le risorse sono pari a 10 miliardi, 9 per il reddito e 1 per i centri per l’impiego. È quanto ribadiscono fonti del M5s replicando al vicepremier Salvini. Ospite di Mattino cinque, anche il sottosegretario Stefano Buffagni ribadisce lo stesso concetto commentando: “Ho qui la tabella. Salvini? Era mattino presto forse era confuso…”.

Il ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, in un’intervista rilasciata a Radio Radicale, ha cercato di fare chiarezza: “Ho visto che in queste ore ci sono un po’ di dibattiti su quanto ci sia per il reddito di cittadinanza e quanto ci sia per la Fornero. La misura che abbiamo messo in piedi prevede che tutta la platea abbia il reddito di cittadinanza e che si superi la legge Fornero, che si permetta con quota 100 vera di andare in pensione. Quindi si sta semplicemente giocando sui numeri ma ci sono i soldi per tutte le misure che abbiamo appena detto”.

Intanto fonti della commissione Ue hanno smentito che sia “già pronta” una lettera di bocciatura della manovra italiana da parte della Commissione europea, come riportato da alcuni organi di stampa. La Commissione redigerà la sua valutazione solo quando riceverà la bozza della legge di Bilancio a metà ottobre e il focus sarà sui dati relativi al 2018 e sugli obiettivi per il 2019.

Ponte Morandi. In bilico la nomina di Gemme

claudio gemme

Il commissario ancora non c’è. E la nomina, data per imminente fino a poche ore prima, sembra slittare ulteriormente. E senza la nomina non arriva il decreto e tutto rimane fermo. Infatti la designazione di Claudio Andrea Gemme, considerato da giorni in pole per il ruolo di commissario per la ricostruzione, è appesa a un filo per una incompatibilità giuridica. Non tanto per il ruolo in Fincantieri, da cui aveva già annunciato di volersi dimettere quanto per un legame familiare e la presenza di una casa di proprietà della madre in zona rossa. Elemento questo con solide basi tecniche, che ha impedito che il presidente del consiglio Giuseppe Conte desse seguito in tempi brevi all’annuncio di ieri mattina.

Tutto deriva dal codice civile e da un limite in origine fissato per i giudici. Che, per ragioni piuttosto ovvie, non possono pronunciarsi su liti che riguardano parenti. Tecnicamente si chiama dovere di astensione e riguarda i familiari fino al quarto grado. Fino a qui nessun problema. Il punto è che questo limite è stato esteso alla pubblica amministrazione da vari leggi successive, a partire dalla 190 del 2012, fino a norme più specifiche su anticorruzione e trasparenza, e si applica a tutti i possibili conflitti di interessi.

In parole povere, il commissario si troverebbe a decidere su una questione che riguarda un familiare – si pensi alla partita degli indennizzi – e questo rappresenterebbe una incompatibilità, secondo gli uffici di Palazzo Chigi e non solo. Se l’ostacolo per Gemme si rivelasse insormontabile, si potrebbe tornare a considerare altri nomi. I Cinque stelle propongono in alternativa un ‘tecnico’ come il fisico Roberto Cingolani, direttore dell’Istituto italiano di tecnologia. Ma Salvini insiste sul nome di Gemme. A rendere il quadro ancora più indecifrabile la presa di posizione del premier Conte, che ha annunciato che è ormai solo una questione di ore, per lui Gemme resta sempre in pole position. Salvo sorpassi a sorpresa.

Che il problema della nomina che non si flette anche sul decreto che ancora non c’è. Insomma tutto fermo. A muoversi è solo Salvini che salta di piazza in piazza a fare propaganda come se le elezioni si tenessero domani. Salvini tra gli sfollati del Ponte Morandi aveva infatti rassicurato sul nome del manager di Fincantieri, sottolineando che non c’era nessun ripensamento.

Ermini eletto vicepresidente del Csm. L’Ira del M5S

ermini mattarella csm

Il plenum di palazzo dei Marescialli ha eletto Davide Ermini, esponente renziano del Pd, nuovo vicepresidente del Csm, l’organo di autogoverno dei magistrati presieduto dal Presiedente della Repubblica. Ermini è stato eletto alla terza votazione, con 13 voti. Un fatto inusuale nella prassi di Palazzo dei Marescialli: nelle consiliature passate, infatti, il vicepresidente è quasi sempre passato alla prima votazione, perché si era raggiunta prima l’intesa tra i suoi componenti.

Una elezione che manda su tutte le furie il Movimento 5 Stelle che va subito all’attacco: “È incredibile! Avete letto? Questo renzianissimo deputato fiorentino del Pd è appena stato eletto presidente di fatto del Consiglio superiore della magistratura. Lo hanno votato magistrati di ruolo e membri espressi dal Parlamento. Ma dov’è l’indipendenza? E avevano pure il coraggio di accusare noi per Foa che non ha mai militato in nessun partito. È incredibile”, scrive il vicepremier Luigi Di Maio in un post su Facebook, commentando l’elezione di David Ermini. Evidentemente Di Maio, dopo aver fatto insieme alla Lega man bassa di tutte le poltrone, aveva, in perfetto stile prima Repubblica, già immaginato una nuova casella da riempire a suo piacimento.

“Dedico l’elezione a mio padre, che ha fatto l’avvocato per tutta la vita e che oggi, se ci fosse, sarebbe più felice di me” ha detto Ermini. “Ho chiesto la sospensione dell’iscrizione al mio partito perché ritengo che quando si assume un incarico istituzionale si deve avere la possibilità di essere libero». Chi arriva al Csm, ha aggiunto Ermini, “dismette la propria casacca, e risponde solo alla legge e alla Costituzione”. Poi rivolgendosi al Capo dello Stato ha aggiunto: “Mi riporto alle parole che lei ha pronunciato in maniera forte durante la cerimonia di insediamento al Csm: la cosa principale è che nessuno di noi, dei cittadini, è al di sopra della legge. Dobbiamo tenere di fronte a noi la legge e la Costituzione. Il presidente della Repubblica è il garante della Costituzione – ha concluso – a cui mi rivolgerò in maniera pressante e continua durante il mio mandato”.

All’attacco anche il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede: “I magistrati del Csm hanno deciso di affidare la vice presidenza del loro organo di autonomia ad un esponente di primo piano del Pd, unico politico eletto in questa legislatura tra i laici del Csm. Da deputato mi sono sempre battuto affinché il Parlamento individuasse membri laici non esposti politicamente. Prendo atto che all’interno del Csm, c’è una parte maggioritaria di magistrati che ha deciso di fare politica!”.

Dl sicurezza: “Passo indietro sui diritti fondamentali”

Decreto-sicurezza

Il decreto sicurezza ancora non è stato ancora firmato e già le polemiche stanno montando. La Commissione europea ancora non ha esaminato il testo. Nessuno lo ha letto per ora. Una valutazione da parte della Ue avverrà solo dopo la firma del presidente della Repubblica. “Il decreto è una proposta del governo e deve essere ancora adottato dai legislatori. Una volta che sarà fatto, la Commissione lo esaminerà” ha detto la portavoce della Commissione Mina Andreeva all’indomani del via libera in consiglio dei ministri. Intanto da Roma il ministro della giustizia Alfonso Bonafede parla di norma “equilibrata” e il ministro dell’Interno Matteo Salvini rivendica le misure di “buonsenso” contenute nel “suo” decreto e tira dritto. Un decreto presentato con una scenetta alquanto singolare, con il primo ministro che si è prestato a mostrare un cartello in cui si invoca il nome del titolare degli Interni come autore della norma. Una cosa mai vista. Una dichiarazione di totale sudditanza al vicepremier.

Un decreto che per l’ex ministro dell’Interno Marco Minniti “passerà alla storia come decreto insicurezza”. Minniti, parlando a Circo Massimo, su Radio Capital, ha sottolineato due cose “particolarmente gravi”, “due mele avvelenate”: “Una è la cancellazione dei permessi umanitari. Era una via che consentiva un percorso di integrazione. Così si producono marginalità e clandestinità, che spesso portano a un aumento della propensione a delinquere. L’altra mela avvelenata – ha continuato – è il depotenziamento degli sprar, che è catastrofico. Insieme alla cancellazione del decreto per le periferie sicure, ci dice che abbiamo accantonato la via dell’integrazione”. Poi Minniti ha avvertito: “Altri paesi hanno fatto in anni passati come sta facendo l’Italia. A un certo punto si sono svegliati e hanno visto dei loro figli che facevano attentati nelle loro capitali. Con queste due scelte stiamo mettendo una bomba a orologeria sotto la nostra convivenza”.

Minniti nega che le espulsioni siano state rese più semplici: “Non è vero perché non dipendono dalla legislazione italiana. Noi possiamo fare rimpatri solo se siamo in condizione di rimandarli nei paesi di provenienza, con un’attività diplomatica che da questo governo non vedo”. Minniti entra poi nel merito del decreto che, dopo l’approvazione in consiglio dei ministri, deve superare ora l’esame del Quirinale: “Aspetto di leggere il testo. Non vorrei finisse come il decreto di Genova: un’araba fenice. Intanto le reazioni critiche, all’indomani del varo del decreto Salvini, si susseguono. Critiche sono arrivare da Ampi e dalla Cisl, con la responsabile nazionale settore immigrati Liliana Ocmin che ha definisce il provvedimento “più una risposta simbolica all’opinione pubblica che ai problemi concreti della protezione e dell’immigrazione”.

Preoccupazione arriva anche dalla Uil: “È un passo indietro sul piano dei diritti fondamentali. Crea maggiore clandestinità e deteriora le condizioni di accoglienza ed integrazione dei profughi nostro Paese”. “Tra le misure proposte – afferma in un comunicato Ivana Veronese, segretaria confederale Uil – ci allarmano maggiormente quelle contrarie ai diritti delle persone: infatti l’abolizione della protezione umanitaria, avrà pesanti conseguenze sulla gestione dei flussi migratori, in quanto rischia di creare maggiore irregolarità. Inaccettabile è anche l’effetto di deterrenza che si vuole creare con misure mirate a peggiorare pesantemente le condizioni di vita degli oltre 600 mila migranti già arrivati via mare nel nostro Paese, negando loro il diritto alla protezione umanitaria, l’accoglienza e le possibilità di integrazione, minacciando di rinchiuderli in centri di detenzione per sei mesi. È anche pretestuoso ricorrere a una misura d’urgenza (il decreto legge) a fronte di una situazione dei flussi migratori che registra il crollo degli sbarchi di quasi il 90 % dall’anno scorso”.

Ora la questione è in mano al Quirinale. Si apre una partita delicata. Con i il Colle che ricorda che esiste il principio di neutralità che impedisce al presidente della Repubblica di intervenire direttamente, ma avverte che il vaglio sarà molto severo perché il capo dello stato, cui spetta il preventivo controllo delle leggi e la ratifica di una nuova norma nutre seri dubbi di violazione della Carta e dei trattati internazionali.

Il reddito di cittadinanza fa litigare il governo

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Il reddito di cittadinanza fa litigare il governo impegnato nel disegnare la manovra. I due azionisti di maggioranza spingono per mettere in corsa i loro cavalli di battaglia. Magari anche solo come un titolo nell’elenco della manovra. Anche se vuoto. Ma comunque ci deve essere per dare un senso a quanto sbandierato in campagna elettorale. Ed è proprio il caso del reddito di cittadinanza che Di Maio tenta di imporre a Tria con una fretta un po’ sospetta. Un provvedimento ancora impalpabile, vuoto nei contenuti, ma che crea comunque tensione nell’esecutivo. Di Maio, dopo le proteste dell’altro (vice)premier Salvini ha cambiato il tiro affermando che il reddito di cittadinanza, sarà limitato ai soli cittadini italiani. “Noi – ha detto – abbiamo corretto la proposta di legge che avevamo presentato anni fa, nel 2014. È singolare che ritorni in auge: già nel 2016 l’abbiamo modificata. Stiamo lavorando sulla platea. È logico che la devi restringere ai cittadini italiani”, ha detto infatti il vicepremier recepento le proteste leghiste per la possibilità che il sussidio potesse finire in tasca a cittadini non italiani.

“Ormai ci siamo così convinti che la politica non fa quello che dice durante la campagna elettorale. Io non mi arrendo all’idea che quello che si è detto lo faremo”, prosegue il vicepremier su Radio1. “Inseriremo in legge di bilancio il reddito cittadinanza e la flat tax”, ha aggiunto di Maio. “Io non sono uno di quelli che promettono e dimenticano il giorno dopo” delle elezioni.

Una posizione che Tiziano Treu, presidente del Cnel e ex ministro del Lavoro, definisce inaccettabile. Non per impostazioni ideologiche ma per le regole comunitarie. Infatti secondo il diritto europeo, “è inaccettabile – afferma Treu – che una prestazione assistenziale come il reddito di cittadinanza possa essere data solo agli italiani. Lo dice il presidente del Cnel e ex ministro del Lavoro, Tiziano Treu spiegando che la Corte europea di giustizia si è pronunciata più volte su prestazioni simili ribadendo l’estensione anche agli stranieri con permesso di lungo soggiorno.

IN CODA ALL’EUROPA

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Mentre continua il braccio di ferro tra Tria e Di Maio sul tetto del deficit, arrivano previsioni negative per l’Italia. L’Ocse abbassa l’asticella per il Pil italiano per il 2018 portandolo dall’1,4 all’1,2 per cento. E, nell’Economic Outlook, attribuisce il rallentamento della crescita “alle incertezze legate alle scelte politiche” del governo, “agli alti tassi di interesse e al calo nella creazione di posti di lavoro che frena la spesa delle famiglie”. Insomma il Pil non sarà quello sperato e utilizzato dal governo come base su cui calcolare il rapporto del deficit, ma sarà più basso. Due problemi insieme, meno sviluppo e rapporto con il debito più alto. In sostanza si ristringe ancora il margine di manovra già esiguo e di conseguenza si restringe il sentiero sui cui la maggioranza dovrà arrampicarsi per fronteggiare la manovra. La sforbiciata sul 2018 è in linea con il taglio medio alla stima dell’Eurozona, che comunque nel complesso si muove a velocità quasi doppia rispetto a noi con una progressione del Pil stimata nell’ordine del 2 per cento (livello simile alla Germania, vista all’1,9 per cento quest’anno).

L’Italia viene indicata, insieme alla Brexit, tra i principali rischi di instabilità che potrebbero impedire all’Europa di prosperare. E al governo italiano la nuova capoeconomista dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, Laurence Boone manda una serie di avvertimenti. Rispettare le regole Ue sui conti pubblici, innanzitutto. E non toccare la legge Fornero sulle pensioni. Immediata la risposta del vicepremier, Luigi Di Maio: “L’Ocse non deve intromettersi nelle scelte di un Paese sovrano che il governo democraticamente legittimato sta portando avanti. Il superamento della legge Fornero è nel contratto e verrà realizzato. Quasi due terzi degli italiani sono con noi. I burocrati se ne facciano una ragione. Siamo stati eletti anche per questo e manterremo l’impegno preso”. Un altro appello al popolo. Una auto legittimazione celebrativa nel tentativo di rintuzzare critiche a una azione di governo ancora teorica ma che pare voler mettere, almeno nelle intenzioni dei vicepremier, al centro del proprio agire, non lo sviluppo, ma l’aumento del debito. Unico muro a questa scellerata ipotesi, il ministro Tria, che proprio per questo è già stato richiamato all’ordine dal capetto pentastellato. Irritazione arriva anche dal premier Giuseppe Conte, per il quale “le valutazioni sull’Italia non sono supportate dai dati di fatto”.

Nell’Economic Outlook dell’Ocse si attribuisce il rallentamento della crescita “alle incertezze legate alle scelte politiche” del governo, “agli alti tassi di interesse e al calo nella creazione di posti di lavoro che frena la spesa delle famiglie”. L’Ocse avverte inoltre che il debito italiano e l’aumento dello spread rappresentano un rischio per l’intera Eurozona: “La resilienza e l’architettura dell’area euro – si legge nel rapporto – sono migliorate negli ultimi anni ma restano preoccupazioni sulla stabilità fiscale e finanziaria a causa di incertezze legate a scelte politiche, compresa l’Italia, e il futuro accordo tra Gran Bretagna e il resto dell’Unione europea. Il recente aumento dello spread legato al rischio sul debito pubblico italiano – spiega l’organizzazione – insieme al conseguente calo dell’andamento dei titoli bancari stanno a dimostrare la possibilità di un ritorno della vulnerabilità dell’area euro. Ulteriori riforme sono necessarie per ridurre il rischio contagio, aumentare la resilienza e rafforzare il quadro fiscale. Uno schema di assicurazione comune sui depositi potrebbe aumentare la fiducia e aiutare la diversificazione dei rischi”. Per l’Ocse inoltre dovrebbero essere introdotte “misure che incentivino le banche a diversificare il loro portfolio di titoli di stato, limitando il collegamento tra banche nazionali e governi. L’introduzione della capacità di una stabilizzazione fiscale per l’area euro contribuirebbe anche ad assorbire forti shock economici negativi e fornirebbe un ulteriore strumento che potrebbe essere attivato in caso di crisi”.

Particolare preoccupazione arriva dalla ipotesi, più volte rilanciata da Salvini, di voler “smontare la legge Fornero” e di ideare un reddito di cittadinanza, fortemente voluto dal M5s. La capo economista dell’Organizzazione con sede a Parigi, Laurence Boone, ha spiegato che “occorre prima di tutto mantenere la fiducia delle imprese” affermando che il precedente governo ha fatto molte riforme, come il piano Industria 4.0, e aggiungendo che “è fondamentale che continuino”.

“E poi occorre mantenere la fiducia sulla sostenibilità del debito italiano. L’Italia ha fatto sforzi straordinari ed è importante che proseguano e che rispetti le regole Ue”, ha chiarito Boone.

A proposito della riforma della legge sulle pensioni Boone ha sottolineato come sia “importante non smantellarla” spiegando tra l’altro che “non è detto che una misura simile aiuterebbe i consumi”. La Lega vuole introdurre nella legge di Bilancio una revisione della legge Fornero che garantisca la pensione con quota 100 sommando età anagrafica e contributi versati, ma a partire dai 62 anni di età. Ma Boone si è espressa anche sul reddito di cittadinanza, cavallo di battaglia del M5s, chiarendo che è fondamentale che si rivolga alle persone più colpite dalla crisi. “Oggi mi sembra importante puntare sulle persone più colpite dalla crisi e fornire incentivi al lavoro”, ha osservato.