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Mario Paolo Guidetti

Craxi, ogni epoca
ha il suo tribunale

Il 19 gennaio saranno trascorsi ormai diciassette anni dalla morte di Bettino Craxi e molta acqua è passata sotto i ponti. Ormai tutti (o quasi) lo giudicano uno statista italiano e un uomo politico di prim’ordine e che invece diciassette anni fa era valutato un corrotto che si era sottratto alla giustizia italiana. Ogni epoca ha il suo tribunale. Quello dello storia finirà definitivamente per porre Bettino Craxi tra gli uomini politici italiani e i presidenti del Consiglio migliori, non esente da difetti e anche da colpe, come tutti.

Ma sottoposto a indagini e a condanne per un finanziamento illecito che riguardava tutti i partiti della cosiddetta Prima Repubblica, Lui “non poteva non sapere” mentre altri che comunque avevano incamerato finanziamenti illeciti sono usciti indenni perché ”potevano non sapere”! Mentre oggi i partiti che avevano il compito di fondare un nuovo ordine politico stanno affondando nel mare del carrierismo e dell’opportunismo tra “trasmigranti voltagabbana”, guerre di potere e di clan, noi siamo invece orgogliosi di appartenere ad una storia. Oggi i partiti si vantano di non averne alcuna. Come se fosse possibile essere completamente nuovi e non invece ognuno figlio del proprio passato. Eravamo e siamo orgogliosi di appartenere alla luminosa storia del socialismo riformista e liberale italiano.

Di quello che partendo da Turati e Prampolini, (sì Prampolini che era socialista e che nessuno può espropriare alla storia del socialismo reggiano) e… arriva fino a Craxi. Noi, socialisti, abbiamo avuto netta la sensazione nel biennio 1992-94 che ci si dovesse vergognare di aver avuto ragione nella storia. Di avere combattuto la versione autoritaria del socialismo che era appunto il comunismo e di avere proposto l’unica sua versione tutt’ora viva e vegeta che è quella democratica occidentale. Noi chiediamo oggi di valutare ancora la proposta di dare a Craxi un segno di ricordo a Reggio Emilia. Non pensiamo di dovere discutere il Craxi uomo, che avrà commesso i suoi errori. Ma Crispi e Giolitti che oggi sono ricordati a Reggio Emilia con importanti intestazioni di vie del centro, sono stati inquisiti e condannati dalle magistrature del loro tempo. E Crispi anche dalla storia dopo le stragi in Africa e le repressioni in Italia.

Restano però uomini politici di primo piano al di là delle loro posizioni, delle loro responsabilità ed errori. E che dire di Palmiro Togliatti, la cui certa responsabilità nella eliminazione fisica dell’intero gruppo dirigente del partito operaio polacco (e non solo) è stata certificata da Bocca nel suo vecchio libro. L’aver avuto problemi con la magistratura non cambia il giudizio sull’uomo politico, e l’aver avuto gravi responsabilità nelle vicende più delicate del Novecento non è stata ragione sufficiente per impedire a uomini politici italiani di ottenere quel che oggi è invece negato a Craxi. E’ quello che alcuni fanno finta di non capire. Anzi alcuni lo capiscono benissimo.

Forse ancora in alcuni c’è la condanna non del Craxi uomo, ma del Craxi politico. Proprio di quell’esponente che invece noi riteniamo fu essenziale per la democrazia e la sinistra italiane. Craxi ha anticipato Blair e ha capito per primo in Europa che la vecchia idea socialista se non è contigua coi valori del liberalismo è spenta. E ha capito per primo che una politica economica senza un patto sociale (ricordate il referendum sulla scala mobile) è monca e iniqua. E che una politica estera contro Israele o contro i palestinesi è folle. Soprattutto per l’Italia. Che Craxi intendeva come una potenza occidentale alleata ma autonoma dagli Stati Uniti, come l’episodio di Sigonella e la condanna dei bombardamenti di Tripoli e Bengasi del 1986 testimoniano. E’ questo Craxi che vogliamo ricordare oggi. Un Craxi che avrebbe avallato la no fly zone ma sicuramente non le operazioni militari in Libia del 2011, bombardamenti che hanno portato alla disgregazione politica di quel paese. Craxi, un italiano che non piegò mai il capo dinanzi alle ingiustizie ed alla prepotenza straniera.

L’amico di tutti i popoli oppressi dalle dittature, di tutti i popoli che cercano la loro autonomia. La sua venerazione per Garibaldi non era certamente casuale. Amico di Peres ma anche di Arafat, amico di Felipe Gonzales quando il leader socialista spagnolo era in Italia negli anni del franchismo, amico di Mario Soares quando il socialista portoghese era alle prese col salazarismo. Amico e protettore di Jiri Pelikan e dei dissidenti cecoslovacchi, di Solidarnosc e della resistenza polacca al comunismo. Come degli eredi di Allende e quando si recò in Cile per primo tra i socialisti europei, subito dopo il colpo di stato del settembre del 1973, ebbe accenti di forte commozione. Vorremmo ricordare questo straordinario uomo politico, senza enfasi ma anche senza dimenticare che venti anni prima, profetizzava quello che è l’Europa oggi. Infatti scriveva: “….sarà in preda alla disoccupazione e alla conflittualità sociale, mentre il governo italiano sarà costretto a rinegoziare i trattati, perché diventati obsoleti e pericolosi”.

Craxi aveva anche preconizzato e l’attuale situazione lo dimostra, che “la politica avrebbe perso credibilità, lo Stato si sarebbe indebolito e che sarebbero prevalse le scellerate regole della finanza e degli oligarchi”. Craxi pensava sempre al futuro, perché si aggrappava alla speranza di poter tornare nella sua Patria da uomo libero. Vorremmo ricordare che a questo straordinario uomo politico il Governo italiano di allora  (Presidente D’Alema – confessiamo: abbiamo un rigetto nel pronunciarne il nome) rifiutò il salvacondotto per potersi curare in Italia. Craxi sarebbe ancora vivo. Da morto, quello stesso Governo “ipocritamente” offrì poi il funerale di Stato, cosa che la famiglia ed i socialisti rifiutarono.

Craxi aveva dedicato al nostro Paese tutta la sua vita, sin dalla più giovane età, e non ha mai accettato di essere trattato come un delinquente comune, considerando quanto gli era accaduto come una vera infamia. Come tutti anche lui commise errori e sottovalutò situazioni e però pagò il prezzo più alto. Anzi fu il solo che pagò un prezzo Molti vogliono invece dimenticare e risponderanno a questo nostro scritto affermando che Craxi era un corrotto, un latitante”. Per loro poco importa la sentenza postuma della Corte di Strasburgo che condannò la giustizia italiana per aver violato ripetutamente norme, quelle del Giusto Processo, scolpite nel nostro ordinamento legislativo. Un morto non ha più diritto alla revisione processuale che avrebbe consentito di ristabilire la verità vera su Bettino Craxi. Oramai solo la politica ed il tribunale della storia potranno scrivere pagine di giustizia. E la storia renderà onore e merito ad un uomo che giace in una tomba, nella nuda terra, nel cimitero cristiano di Hammamet rivolto verso l’amata Italia, verso la Patria; sulla tomba la scritta “La mia libertà equivale alla mia vita”.

Mario Guidetti, Ivaldo Casali, Livio Belli

Diffamazione, restano ‘solo’
6 anni di carcere

Dopo che la Commissione Giustizia del Senato aveva votato all’unanimità il 3 maggio 2016 una norma che prevedeva il carcere fino a nove anni per il giornalista che diffama a mezzo stampa un politico, un magistrato o un dipendente pubblico, oggi 8 giugno l’Assemblea del Senato, nell’approvare il ddl n. 1932, disposizioni in materia di contrasto al fenomeno delle intimidazioni ai danni degli amministratori locali, ha deciso di “espungere dal testo il riferimento alla diffamazione per evitare polemiche infondate”.

Pur nel suo testo “marziano alla Totò e le comiche” queste due righe, tratte dal sito del Senato, stanno a significare che la “norma barbara” è stata sì proposta ma, folgorati poi sulla via di Damasco, ritirata. La traduzione lessicale del termine “espurgare” la si usa per definire ciò che è da ripulire, sfrondare, emendare un testo da ciò che l’analisi critico-comparativa porta a ritenergli estraneo. E nei fatti ritenere che i giornalisti potessero essere strumento di intimidazione era estraneo alla condivisibile materia del ddl ed offensiva per i giornalisti, questi sì soggetti a continue minacce ed intimidazioni per evitare che scrivano parole di verità.

Noi che non siamo a priori contram, ma (pro)positivi, prendiamo atto del voto del Senato ma non possiamo esimerci dal  rigettare la motivazione dell’espurgere “per evitare polemiche infondate”. Dissentire (documento dell’Esecutivo Ordine dei Giornalisti), protestare civilmente (lo faranno i giornalisti il 15 giugno in Piazza Montecitorio dalle 16 alle 19) e non con barricate o lancio di molotov, non sono “Polemiche infondate”, è il diritto per una categoria, “baluardo della democrazia”, di chiedere la depenalizzazione del reato a mezzo stampa. Mai più un giornalista in carcere, ma qualora non rispettasse il codice deontologico scrivendo falsità, sia sì condannato, ma non al carcere che, “al momento resta di soli 6 anni”.

Mario Paolo Guidetti
consigliere nazionale OdG