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Mario Barnabè

Elezioni Europee, riconquistare la dignità di soggetto politico

Nel diciottesimo secolo l’Abbé de Saint-Pierre, dopo secoli di guerre e lotte fratricide, nel suo “ Progetto per la pace perpetua”, presentato da Jean Jacques Rousseau, propose il federalismo come soluzione capace di scongiurare le guerre: per sostituire al binomio AUT-AUT il binomio ET-ET e consentire la reciproca comprensione. “Se ciò malgrado, questo progetto resterà senza seguito, non vuol dire che esso sia chimerico, ma che gli uomini sono insensati e che è una specie di follia esser saggi in mezzo ai pazzi”.

Sempre nello stesso secolo, oltre oceano, le colonie che si erano ribellate alla corona d’Inghilterra e organizzate in stati indipendenti dovevano decidere la nuova forma di governo. Seguendo le sollecitazioni di Hamilton, Jay e Madison, che con una serie di articoli giornalistici firmati con il comune pseudonimo di Publius ( e pubblicati a partire dal 27/10/ 1787 su Indipendent Journal, New York Packet, Daily Advertisor) avevano proposto la nascita di una federazione, furono creati gli Stati Uniti d’America.

Nel diciannovesimo secolo in Italia l’Intera sinistra risorgimentale ( da Mazzini a Cattaneo) fu sostenitrice della unità democratica dei popoli di Europa che, d’altra parte, fu anche l’ideale indicato da Andrea Costa nel suo saluto al secolo nuovo. Le sue parole sono incise in una lastra di marmo posta all’esterno della residenza municipale di Imola: “ E’ l’alba del secolo nuovo. Gettate fiori a piene mani. Lavoratori, pensatori, uomini! Se il secolo che muore vide l’indipendenza e l’unità delle patrie, il secolo che nasce ne vedrà la federazione…”

Terminata la prima guerra mondiale, nel tentativo di evitare che tale tragedia potesse ripetersi, sorse la Società delle Nazioni, allo scopo di ottenere la pacifica risoluzione dei contrasti internazionali. Varie critiche furono rivolte alla neonata istituzione. Molti autorevoli esponenti del mondo della cultura, da Luigi Einaudi a Benedetto Croce, le contrapposero la necessità di una vera e propria federazione europea, mentre il conte Coudenhove- Kalergy fondava il movimento PanEuropa per coinvolgere i cittadini in una iniziativa analoga.

Nell’intervallo fra le due guerre mondiali, fra quanti sostennero la necessità di una federazione europea, si distinse per lucidità di progetto e concretezza di impegno il movimento Giustizia e Libertà dei fratelli Carlo e Nello Rosselli. Carlo, in particolare, si espresse con efficace sintesi: “ Non esiste altra politica estera: Stati Uniti d’Europa: Il resto è catastrofe”. La proposta federalista fu sempre presente fra gli oppositori delle dittature e dei nazionalismi, ma fu in particolare fra i confinati nell’isola di Ventotene durante la seconda guerra mondiale che, da una serie di colloqui, nacque il volumetto “ Problemi della federazione europea” (poi noto come Manifesto di Ventotene). L’introduzione era ad opera di Eugenio Colorni, che dopo pochi mesi sarebbe morto a Roma combattendo nella Resistenza, mentre il testo era di Ernesto Rossi e Altiero Spinelli.

Lo stesso Spinelli avrebbe poi dedicato tutta la vita alla causa europea, in un primo tempo come consigliere di Alcide De Gasperi e poi come consigliere di Pietro Nenni quando questi divenne ministro degli esteri e vicepresidente del consiglio. Poiché il progresso verso l’unione europea gli appariva troppo lento, pensò che questa lentezza fosse dovuta al fatto che il tema era delegato solo alle burocrazie nazionali, senza il diretto coinvolgimento dei cittadini. Si impegnò, così, per la elezione diretta del Parlamento Europeo( i cui parlamentari erano fino allora nominati dai parlamenti nazionali) per dare agli europarlamentari una diretta legittimazione popolare.

Altiero Spinellli, nelle prime elezioni dirette del parlamento europeo del 1979, dopo che gli fu offerta la candidatura come indipendente nelle fila del PCI, venne eletto con un gran numero di preferenze. All’interno del Parlamento Europeo fu subito chiara ed evidente la sua indipendenza di giudizio ( in gran parte delle occasioni votò in modo difforme dal gruppo politico di appartenenza) ma soprattutto fu anche evidente la concretezza del progetto federalista da lui sostenuto. Contattò i colleghi di tutti i gruppi politici e coinvolse quanti condividevano la sua proposta. Nacque così il Club del Coccodrillo, dal nome del ristorante in cui questi politici erano soliti riunirsi. Avendo il Club del Coccodrillo convinto la maggioranza degli europarlamentari, il Parlamento Europeo votò un progetto volto a trasformarsi in una vera e propria Assemblea Costituente. Le riunioni intergovernative riuscirono però a svirilizzare il progetto: Spinelli dichiarò di sentirsi come il pescatore del racconto “ Il vecchio e il mare” di Hemingway che, catturato un grosso pesce le cui eccessive dimensioni non potevano essere contenute nella barca, lo legò all’esterno della imbarcazione. Giunto in porto, però, si accorse che ne restava solo la lisca. Il resto completamente divorato dagli squali.

Le elezioni europee si sono da allora svolte con regolarità ma la pigrizia o la cattiva volontà delle burocrazie nazionali, non di rado criptonazionaliste, ne hanno costantemente ostacolato i progressi. Nonostante le opposizioni, più o meno esplicite, è fondamentale il ripetersi delle elezioni europee: sarebbe però necessaria una unica e comune legge elettorale per tutti i paesi europei e sarebbe anche indispensabile una data unica e comune per tutti. A fronte dello strapotere USA ad ovest e ai possibili ricatti energetici di Russia e Pesi Arabi ad Est, i paesi europei si presentano inermi e in ordine sparso, quasi vittime del motto latino “ divide et impera”.

Solo una vera Federazione Europea consentirebbe al popolo d’Europa di riconquistare la dignità di soggetto politico, mentre d’altra parte, ai fini dell’equilibrio dei poteri, non sarebbe ininfluente la nascita di un bicameralismo:

-una Camera degli Stati in cui ogni stato, per quanto piccolo, abbia un numero di rappresentanti uguale agli altri.

-una Camera dei Popoli in cui il numero dei rappresentanti sia proporzionale al numero degli abitanti

La visione federalista europea è distorta da gran parte delle classi politiche nazionali che, incapaci di incidere sulla realtà per i limiti obiettivi del livello nazionale, accusano l’Europa (malevola matrigna) di ostacolare la libertà delle proprie scelte e alternano promesse irrealizzabili a semplice e banale demagogia preelettorale. In realtà le scelte della “Europa” non sono che le decisioni prese dagli stessi capi di stato e di governo nelle loro riunioni semestrali. La visione federalista europea, talora tacciata di utopia, appare invece ancora oggi l’unica possibile soluzione alle tante dinamiche negative internazionali. Ciò mentre l’involuzione autoritaria di tanti grandi paesi e i focolai di guerra non lontani costringeranno l’Europa a riconsiderare con maggiore concretezza anche l’ipotesi di un difesa comune, perché la democrazia non è mai una conquista definitiva ma va quotidianamente difesa dai pericoli interni ed esterni che la minacciano.

Mario Barnabé

Libero Battistelli, repubblicano di G.L.

Fra i principali esponenti del movimento, a 80 anni dalla morte nella guerra di Spagna, è giusto ricordare il bolognese Luigi “Libero” Battistelli.

libero battistelliRicorda Alessandro Galante- Garrone (cfr. ristampa anastatica dei Quaderni di Giustizia e Libertà): «Nell’agosto 1929 a Parigi, in casa di Alberto Tarchiani, si erano riuniti attorno a Carlo Rosselli e a Lussu, appena evasi da Lipari, alcuni fuorusciti. Come lo stesso Tarchiani ci ha raccontato nelle pagine che precedono questa ristampa, mentre gli amici discutevano sul nome e sul programma da adottare per il nuovo movimento […] Raffaele Rossetti, l’audace e generoso affondatore della Viribus Unitis (nave ammiraglia della flotta militare austriaca, ndr) che era con loro mormorava tra sé il verso carducciano “ultime due superstiti. Giustizia e Libertà”. La reminiscenza piacque, e il nome fu scelto: quasi a ribadire la volontà di ricongiungersi alla tradizione mazziniano-garibaldina del Risorgimento.».

Nato nel 1893, Battistelli si riconobbe in gioventù negli ideali mazziniani, si iscrisse al PRI e fu amico del socialista Giuseppe Massarenti di Molinella. Si laureò presso l’Università di Bologna in giurisprudenza nel 1919 con una tesi su I lasciti per l’anima e per le opere di culto. Con l’amico Mario Bergamo assunse la difesa dei lavoratori agricoli di Molinella nella causa che li opponeva ai grandi proprietari terrieri.

Nel 1924 Emilio Caldara, già sindaco socialista di Milano, aveva incontrato Mussolini. Si ipotizzava una possibile collaborazione in vista di un corporativismo moderatamente democratico e socialista. Il caso Caldara provocò una forte polemica da parte di Rosselli (cfr. Quaderni di G.L. n. 2, 25/5; n.9, 13/7; n.14, 17/8; n.17, 6/9, 1924).

Battistelli, analizzando il discusso attentato a Mussolini, che costò la vita a Bologna nel 1926 al giovane Anteo Zamboni, giunse alla conclusione che (non essendovi il benché minimo indizio che potesse far risalire a una qualche organizzazione antifascista) forse gli ideatori e i mandanti fossero stati gli stessi agrari fascisti della Val Padana, insofferenti della procedura troppo lenta e dell’eccessiva cautela diplomatica seguita da Mussolini per giungere al potere assoluto.

Nel 1927 l’irruzione di fascisti nel suo studio professionale, che venne devastato e distrutto, convinse Battistelli a espatriare. Si trasferì a Rio de Janeiro, aderì alla LIDU ( lega italiana dei diritti dell’uomo) ,divenne membro del comitato centrale del movimento Giustizia e Libertà e strinse amicizia con gli anarchici Nello Garavini ed Emma Neri.

Nel 1932 collaborò alla rivista Studi Sociali di Luigi Fabbri e fu in corrispondenza con Emilio Lussu e Camillo Berneri. Nello stesso anno e nel successivo pubblicò alcuni articoli sui Quaderni di Giustizia e Libertà. Nel fascicolo IV (settembre 1932), dal titolo significativo Disarmo e Stati Uniti di Europa osservava che, se la pace è obiettivo comune di ogni uomo, il fascismo è forse il regime politico che più teme la guerra, perché potrebbe segnare la sua fine. Le conferenze per il disarmo fallirono per un irrazionale ottimismo permeato di retorica. La creazione di una federazione europea (o mondiale) presuppone però un certo grado di omogeneità politico-sociale e occorre: «far sì che, dall’interno delle singole nazioni, la volontà non solo di pace, ma di giustizia, si orientino verso un ideale comune e informino di questo ideale la struttura politico-sociale dei singoli stati.». Il tema degli Stati Uniti di Europa sarebbe poi stato al centro delle riflessioni dei principali uomini di G.L. e nel 1936, a Radio Barcellona, Carlo Rosselli avrebbe pronunciato la profetica frase: «Non esiste altra politica estera, Stati Uniti di Europa… il resto è catastrofe.».

Nel fascicolo VII del giugno 1933, nell’articolo dal titolo Breve svolgimento di alcuni TEMI proposti da G.L., Battistelli concordava con le recenti critiche mosse alla socialdemocrazia e originate dagli esperimenti di governo in Germania e Austria. Vedeva le ragioni dell’insuccesso nel carattere religioso del marxismo in genere. «Das Kapital» osserva Battistelli «può essere interpretato, come possono essere interpretati: la Bibbia, Il Vangelo, Il Corano. Le interpretazioni possono dare origine a confessioni diverse (socialdemocratici e comunisti, come sadducei e farisei, cattolici e protestanti, halafiti e sciiti) tacciandosi a vicenda di eresia. Ma non può essere discusso. Il carattere religioso di un movimento, però, se rappresenta una forza espansiva di prim’ordine… costituisce un ostacolo gravissimo al suo adeguarsi alla realtà. La sconfitta vera, dove vi è stata, ha colpito in sostanza le ideologie liberali, democratiche, umanitarie, che i socialdemocratici si erano assunti il compito di difendere. La religiosità, carattere distintivo del Marxismo, si incontra particolarmente intensa nel comunismo. Religiosità intensa, fanatica, intollerante da cui l’odio implacabile contro il pagano e l’infedele (il borghese), ma l’odio ancora più implacabile contro l’eretico (il socialdemocratico, l’anarchico). Rispetto all’Italia il movimento Giustizia e Libertà sembra appunto rispondere alla realizzazione empirica di quell’aggiornamento , che la revisione dottrinaria del marxismo e quella assai più avanzata e assai meno necessaria dei socialismi a-marxisti devono operare nel campo teorico.».

Nel 1935 Carlo Rosselli iniziò una polemica contro gli esiliati che coinvolse gli antifascisti e lo stesso Mussolini. Da Rio de Janeiro, Battistelli scrisse a Rosselli: «O esiste (tra i giovani in Italia) l’accordo sui programmi più o meno sistematici e completi intorno ai quali si raggruppano gli antifascisti emigrati, e la rivoluzione, da chiunque fatta, segnerà il trionfo di tali programmi […], o tale accordo non esiste, perché i rimasti in Italia e le nuove generazioni non accettano tali programmi. E allora, se una rivoluzione sarà da loro compiuta, non sarà la nostra.». (cfr. Discussioni sull’esilio, 29/1/1935).

Nel fascicolo dei Quaderni di G.L. del 23/8/1935 in “Osservazioni sullo sport” Battistelli sottolineava l’importanza delle discipline sportive per le classi popolari come giovamento per irrobustire fisici indeboliti dai lavori ripetitivi degli operai. Invitava però i lavoratori a evitare la retorica dello sport di regime che poteva allontanare dall’impegno politico antifascista.

Quando scoppiò la guerra di Spagna e gli internazionalisti accorsero a difendere la Repubblica, le corrispondenze dal fronte, in particolare quelle di Umberto Calosso, crearono un vero entusiasmo nei lettori. Anche Libero Battistelli si convinse della necessità di rientrare dal Brasile e affiancare i suoi vecchi amici che vedeva descritti come eroi mitici. Nel settembre 1936 fu incorporato nella Brigata Garibaldi agli ordini di Randolfo Pacciardi. Fu nei primi mesi del 1937 che la Brigata Garibaldi ebbe i maggiori successi.

Quando nello stesso anno la maggioranza degli anarchici della Colonna decise di ritirare la fiducia al nuovo comandante Orlandini perché di origine cattolico-popolare, Camillo Berneri tentò invano di farli recedere dalla decisione per il rischio di perdere la necessaria solidarietà di Giustizia e Libertà per l’anarchismo di Catalogna. I comunisti della Colonna solidarizzarono invece con la decisione di sfiduciare il comandante Orlandini, contribuendo così alla dissoluzione della Colonna. Rosselli allora tentò un nuovo nome che, pur inserito in una formazione a maggioranza anarchica, battezzò “ Brigata Matteotti”.

A tentare un’intesa con la Brigata Garibaldi si impegnò Alberto Cianca, partito per il fronte spagnolo in temporanea sostituzione di Carlo Rosselli, che era rientrato in Francia per curare la sua flebite. Si rendeva così necessario un nuovo comandante per le forze militari di G.L.

Il 16/6/1937 Battistelli fu gravemente ferito da una mitragliatrice mentre era al comando del I° Battaglione della Brigata Garibaldi e morì poco dopo, a distanza di soli 10 giorni dall’assassinio dei fratelli Carlo e Nello Rosselli a Bagnoles-de-l’Orne. I contrasti all’interno delle forze repubblicane sarebbero state certamente fra le cause determinanti della sconfitta e descritte poi con passione civile e precisione di cronaca dagli scritti di Arthur Koestler e George Orwell, oltre che dai diari di Aldo Garosci e Nicola Chiaromonte.

Emilio Lussu non riuscì a trattenere la commozione nel ricordare i compagni caduti, da Fernando De Rosa ai giellisti Libero Battistelli e Renzo Giua. Silvio Trentin invece in Giustizia e Libertà (cfr. anno V, 2/7/1937) onorò Battistelli ricordando i tre aspetti del militante, ormai divenuto eroe, che definì: «paladino dell’ideale, per 1) la fede nella rivoluzione come strumento per l’innalzamento della dignità umana 2) l’impegno per realizzare l’unità rivoluzionaria del popolo italiano 3) l’intransigenza nel porsi come antitesi irriducibile al fascismo.». Tutte caratteristiche che lo resero vero fratello politico e di pensiero di Carlo Rosselli.

Dopo la seconda guerra mondiale il Comune di Bologna intitolò a Libero Battistelli una via del centro storico. Nell’ottantesimo anniversario della morte, però, nessuno ha sentito la necessità di ricordarne la figura potente e inconciliata.

L’attualità di Koestler e l’angoscia della libertà

Arthur-Koestler-2In questa epoca di entusiasmi superficiali e ondivaghi è stato finora raro il ricordo del messaggio di storia vissuta di Koestler, con la eccezione dell’editore “Il Mulino” di Bologna. Una certa prosopopea altoborghese o radical-chic oppure il pregiudizio dogmatico veteromarxista hanno visto con fastidio la testimonianza di chi, con la sola presenza, ricordava che, dopo gli egoismi della società borghese, la caduta del nazismo non aveva eliminato tutti i mali.

Koestler, scomparso da circa 30 anni, fu senza dubbio una delle figure più significative del suo tempo per l’impegno civile e la coerenza degli argomenti, in singolare analogia al nostro Ignazio Silone, entrambi disillusi e partecipi della dolente esperienza del “Dio che è fallito”. Nacque nel 1905 a Budapest da famiglia agiata di religione ebraica e si trovò impoverito a causa della inflazione conseguente alla prima guerra mondiale. Nel 1919 si trasferì a Vienna e vi frequentò l’Università avvicinandosi al movimento sionista di Jabotinsky. Nel 1926, alle soglie della laurea, abbandonò gli studi e si recò in Palestina a lavorare in un kibbutz e divenne corrispondente dal Medio-Oriente del gruppo editoriale tedesco Ullstein. Svolse poi la sua attività di giornalista prima a Parigi e poi a Berlino. Nel 1931 aderì clandestinamente al partito comunista e scrisse : “ Fu un esodo di massa dei figli della borghesia europea che cercavano di fuggire dal mondo in rovina dei loro padri… A Oriente del Reno non c’era modo di sfuggire alla scelta fra nazismo e comunismo” ( dal volume” Freccia nell’azzurro” pag. 280) Nel 1932 fu invitato in URSS perché le sue corrispondenze favorevoli facessero propaganda alla nuova realtà. Tornò invece profondamente turbato, per i privilegi e gli onori accordatigli, per la facilità con cui acquistarono e pagarono un libro non ancora scritto da lui e per la persecuzione in atto di scienziati, operai e intellettuali comunisti che la pensassero in modo anche lievemente difforme dalla linea del partito, anche se in realtà il terrore vero sarebbe iniziato solo nel 1934 dopo l’assassinio di Kirov. Al rientro a Budapest dichiarò di sentirsi “eccitato come uno scolaretto scappato da un severo collegio per una matinée al circo” (da “La scrittura invisibile” pag.185). Fu poi giornalista per il quotidiano “Das Neue Telegraph” e venne invitato da Willi Muenzeberg (responsabile della propaganda in occidente del Comintern) a lavorare per lui. Nonostante i forti dubbi dopo il viaggio in URSS, il pericolo nazista e gli aspetti negativi della società capitalista lo convinsero a restare nel partito e ad accettare la proposta.
Quando nel 1933 Koestler giunse a Parigi, era in pieno svolgimento a Lipsia il processo per l’incendio del Reichstag sede del parlamento tedesco, in cui erano imputati alcuni comunisti. A Londra nel frattempo, organizzato da Muenzeberg, si era tenuto un controprocesso a cui aveva lavorato una commissione di inchiesta cui avevano preso parte anche Francesco Saverio Nitti e Alfred Garfield Hayes, già avvocato difensore di Sacco e Vanzetti. Da questo controprocesso uscì il” Libro Bruno del terrore hitleriano e dell’incendio del Reichstag” che fu pubblicato il 20 settembre 1933, proprio il giorno precedente all’inizio del processo di Lipsia e che fu certo determinante nella assoluzione degli imputati. Koestler scrisse di quella campagna propagandistica: “ Essa si concluse con la totale disfatta dei nazisti: è la sola disfatta che infliggemmo loro nei sette anni precedenti alla guerra” (dal volume “La scrittura invisibile” pag.223).
Allo scoppio della guerra di Spagna Muenzenberg utilizzò Koestler, di cui si ignorava la adesione al partito comunista ed era di nazionalità ungherese, come quinta colonna nel quartier generale di Franco “L’Ungheria è un paese semifascista. Franco ti accoglierà a braccia aperte” (da “La scrittura invisibile” pag. 368). Era inviato del giornale londinese “New Cronicle” espressione di un vago liberalismo. Riuscì a dimostrare l’intervento a favore di Franco di Germania, Italia e Portogallo. Fu catturato dalle truppe franchiste a Malaga e condannato a morte. Dopo una lunga detenzione in attesa della esecuzione (da cui diede poi alle stampe nel 1937 il diario “Dialogo con la morte”)fu liberato in uno scambio di prigionieri e per una campagna di stampa internazionale a suo favore.
Al rientro a Parigi rifiutò l’ordine impostogli dal partito di attaccare il POUM (partido obrero de unificacion marxista), che era un piccolo movimento anarco-sindacale in prima linea nella lotta al franchismo il cui capo era Andrés Nin e in cui militava anche George Orwell. Colse invece l’occasione del discorso che gli era stato commissionato per esprimere tre dichiarazioni solo in apparenza banali ma che sapeva sarebbero state giudicate eretiche dalla burocrazia del partito: “Non c ‘è movimento, partito o persona che possa pretendere il privilegio della infallibilità”; “Mettersi d’accordo col nemico è stupido come perseguitare l’amico che si propone lo stesso tuo scopo per strade diverse”; “Una verità nociva è meglio di una bugia utile”. (Da “La scrittura invisibile” pag. 456)

Aveva accettato la disciplina di partito e la segretezza ma non riuscì ad accettare la persecuzione dei dissidenti e l’accordo col nemico che si veniva preparando con l’accordo Molotov-Ribbentrop. Dopo alcuni mesi di sofferta riflessione maturò in lui la crisi ideologica per cui nel 1938 rassegnò le dimissioni dal partito.
Opera principale e fulcro della sua intera produzione narrativa è il romanzo “ Buio a mezzogiorno” che ripropone al giudizio degli uomini e della storia il dramma della vecchia guardia rivoluzionaria liquidata durante le epurazioni staliniane del 1937. Una società che da sogno di redenzione si era fatta incubo di sopraffazione, e da dittatura del proletariato era divenuta dittatura sul proletariato. Nella introduzione al volume autobiografico “La scrittura invisibile- autobiografia 1932-1940” scrisse “Ho scoperto che mi era impossibile rivivere l’entusiasmo ingenuo di quel periodo: potevo analizzare le ceneri ma non ravvivare la fiamma”.
“Schiuma della terra” volume autobiografico è il diario del trattamento che il governo francese democratico a inizio della seconda guerra mondiale riservò a gran parte degli esuli politici che vivevano in Francia, per la maggior parte reduci antifascisti della guerra di Spagna. Questi esuli furono senza alcun motivo internati in campi di concentramento come quello de Le Vernet sui Pirenei, esteso per 20 ettari e circondato da un triplice recinto di filo spinato, che nulla avevano da invidiare a quelli di Dachau e di Oranienburg di inizio guerra. Solo dopo i primi tre giorni ebbero un pasto costituito da una scatola di sardine. Alla denutrizione si aggiungevano la assoluta mancanza di riscaldamento( con temperature fino a 20 gradi sotto zero) e di elettricità oltre ad episodi di sevizie. In tal modo il governo francese poteva additare alla sua opinione pubblica i tre milioni e mezzo di stranieri che vivevano in Francia( circa il 10 per cento della popolazione) come responsabili di ogni male. Commenta Koestler: … “Dal punto di vista della psicologia di massa, è affascinante vedere che, a tutti gli scopi e gli effetti, la xenofobia francese non era che una variante nazionale o Ersatz dell’antisemitismo tedesco”. La Sureté aveva deciso che la prima cosa da fare nella guerra contro Hitler era di mettere sotto chiave tutti gli antinazisti. A Vernet un internato aveva inciso su una parete di legno la frase “Adios Pedro. Los fascistas volevano bruciarti vivo, ma i francesi ti hanno fatto morire di freddo in pace. Pues viva la democracia”.
Evaso da Vernet e arruolatosi nella Legione Straniera col falso nome di Albert Dubert, Koestler riparò ad Orano, poi a Casablanca e infine, aiutato da un agente segreto inglese, si imbarcò su un peschereccio verso Lisbona per raggiungere Londra.
Pare oggi singolarmente attuale, se non profetico, quanto scrisse appena giunto sul suolo inglese riguardo al popolo tedesco: “… Sappiamo che il problema sta nel fissare la loro libido politica su una bandiera più affascinante della svastica, e che l’unica che farebbe al caso sarebbero le stelle e le strisce della Unione Europea. Dobbiamo insegnar loro a cantare “ Europa, Europa uber alles” o non staranno mai tranquilli. Altre soluzioni sono state tentate durante gli ultimi 12 secoli e non hanno mai avuto successo”. Questa analisi lo accomuna in quegli stessi anni pur nelle diverse esperienze personali, alle riflessioni di Max Brod in fuga da Atene verso la Palestina e a quelle di Altiero Spinelli al confino di Ventotene,
La appendice di “Schiuma della terra” è di Leo Valiani, anch’egli nato nell’impero austro-ungarico ed ebreo, che internato in quanto ex comunista a Le Vernet, era ammirato da Koestler per la estrema dignità e fermezza, diventando così dei suoi migliori amici. Valiani, liberato da Vernet da Franco Venturi e Aldo Garosci (entrambi membri del movimento Giustizia e Libertà) espresse pubblicamente a Koestler la propria riconoscenza per l’aiuto ricevuto che gli consentì di essere paracadutato in Italia a combattere la dittatura e gli occupanti nazisti. La forte fibra di Koestler si arrese solo alla malattia (Parkinson e leucemia) per cui nel 1983 scelse il suicidio coi barbiturici in una decisione che lo avvicinò a quanti nella antichità classica, da Seneca a Petronio a Lucano, non accettarono la limitazione della loro dignità di uomini.
Ricordandolo non si può non citare la sua attività di coordinatore e di coautore del volume “ Il Dio che è fallito” titolo con cui le edizioni di Comunità di Adriano Olivetti pubblicarono negli anni 50 del secolo scorso le testimonianze di 6 personalità di eccezione (Silone, Gide, Fischer, Spender e Wright, oltre a Koestler) che pochi decenni prima avevano aderito al comunismo per ansia di giustizia sociale. Sperimentarono però all’interno del partito metodi violenti e logiche staliniste. Ne uscirono infine, o ne furono radiati, con l’etichetta di traditori o rinnegati; ma continuarono a perseguire l’ideale socialista, visto però in una prospettiva umanitaria non violenta, se non addirittura evangelica.
Arthur Koestler è il cronista del crollo di una umanità che vede sgretolarsi e cadere gli ideali ai quali spesso ha sacrificato tutta la vita. Scrisse di lui Leo Valiani: “Se Ferenc Molnar dichiarò che la più piccola candela ti insegna che per un po’ di luce val la pena di ardere e di bruciare fino in fondo, i libri di Koestler ne hanno diffuso e ne diffondono molta”.
Coraggiosamente fedele agli ideali di Giustizia e Libertà, Koestler è scrittore rapido ed incisivo; la sua essenzialità giornalistica è degna di una lettura attenta e meditata a dimostrazione (come scrisse Benedetto Croce di Orwell) della… “facilità con cui può venir estirpata la pianta della civiltà, che impiega secoli per rinascere…” e della ingiustizia insopportabile di una società in cui l’individuo divenga vittima sacrificale sull’altare di una ideologia che, come il dio Kronos della mitologia greca, divora i suoi stessi figli.

Mario Barnabè

Buio a mezzogiorno ( ed. Mondadori 1946)
Schiuma della terra ( ed. Il Mulino 1989 )
Freccia nell’azzurro ( ed. Il Mulino 1990) autobiografia 1905-1931
La scrittura invisibile ( ed. Il Mulino 1991) autobiografia 1932-1940
Dialogo con la morte ( ed. Il Mulino 1993)

Il fattore della Tenuta
della Centonara

Nei primi giorni di gennaio del 2016 ricorrerà il 70° anniversario della uccisione a Castelbolognese del socialista Michele Barnabè. Era il fattore della Tenuta della Centonara, militante socialista allora iscritto al PSIUP, esponente di rilievo del CLN col nome di battaglia di “ e vecc”, referente locale del ravennate Benigno Zaccagnini, nonché fratello di mio nonno Paolo. Fu ucciso all’interno della Camera del Lavoro da comunisti con un colpo d’arma da fuoco al capo nel corso di una animata discussione. Il medico legale fu chiamato dopo poco il delitto ma, forse temendo possibili ritorsioni, scrisse nel referto trattarsi di “ morte per dissanguamento”. Secondo le sue volontà ebbe un funerale civile accompagnato (forse ipocritamente) da centinaia di bandiere rosse e dalle bande che eseguivano l’Internazionale e Bandiera Rossa. Io fui dipendente del servizio di odontoiatria dell’Ospedale per gli Infermi  di Faenza dal 1973 al 1977. In tale periodo ebbi fra i miei pazienti il castellano Oddo Diversi che, leggendo sul camice il mio nome, mi narrò di quella vicenda. Ulteriori notizie reperibili su internet nel diario del notaio Antonio Bosi e nei volumetti di Oddo Diversi “ Cronache castellane” (1972) e “ Dall’ultima trincea tedesca sul Senio-Castelbolognese 1944” (1981) entrambi editi da Grafiche Galeati. A distanza di tanti anni e per non rinfocolare vecchie polemiche sarebbe giusto che la comunità castellana intitolasse a Michele un luogo pubblico, per onorare in lui un martire della lotta per la giustizia sociale e la libertà.

Mario Barnabè
(presidente onorario regionale del movimento federalista europeo di Emilia-Romagna)

Renato Serra, è viva la ‘memoria della grandezza’

Renato SerraIl 20 luglio 1915 cadeva sul Podgora sotto i colpi del fuoco nemico il romagnolo Renato Serra. Nel riproporre alla attenzione dei lettori un autore le cui potenzialità inespresse furono troppo crudelmente troncate dal destino, non si può non sottolineare l’influsso mazziniano, che ne ispirò l’animo e la mente, evidente in particolare nell’amore di patria scevro da qualunque sospetto di nazionalismo e in una visione dell’Europa considerata come vero centro di politica.”

“L’Esame di coscienza di un letterato” si rivela quasi come una moderna liberazione psicanalitica delle più intime e recondite pieghe dell’animo. Serra critica la retorica che circonda “ codesta roba della guerra” ed osserva che se questa ha confermato il virtuosismo di Gabriele D’Annunzio e il valore e l’acredine di Benedetto Croce, ha invece conferito una autorità più matura a Giuseppe Prezzolini e dato nudità e dolcezza pura alle pagine di Giovanni Papini. Se la guerra è un magma incandescente che forgia gli uomini a evidenziarne virtù e limiti, Serra invece è più esplicito e tranciante nel giudizio:

“La guerra è una realtà immensa, totalmente coinvolgente, ma non cambia nulla né nel mondo né nei singoli”in una riflessione che anticipa di decenni i profeti del pacifismo contemporaneo. La guerra tuttavia nel profondo non cambia nulla. Di coloro che tornano al proprio impegno quotidiano ognuno sarà dotato ovviamente solo delle qualità e delle facoltà precedenti. “ Né il sacrificio né la morte aggiungono nulla a una vita, a un’opera, a una eredità. Il lavoro che uno ha compiuto resta quello che era. Mancheremmo al rispetto che è dovuto all’uomo e alla sua opera se portassimo, nel valutarla, qualche voto di simpatia o piuttosto di pietà. Che è un’offesa: verso chi ha lavorato seriamente, verso chi è morto per fare il proprio dovere”. E’ evidente la intima adesione di Serra all’etica del dovere che pare derivare dagli studi classici e dagli amati filosofi stoici. Manca invece in lui l’orgoglio e il compiacimento dell’atto eroico individuale degno di memoria, tipico di D’Annunzio. Ricordando con affetto e ammirazione il “povero e caro Péguy” e sottolineandone il sacrificio, non riesce a evitare di puntualizzarne la assenza di forza lirica” in un linguaggio sincero e laborioso”.

I secoli si sono succeduti ai secoli, le guerre sono passate devastando corpi e coscienze, ma la vita è rimasta irriducibile con l’avvicendarsi del sole e delle stagioni ( immagine certamente ispirata a Serra dai grandi poeti della classicità greco-latina).

L’Europa è l’entità politica reale. Serra ha una visione eurocentrica della politica e per lui gli stati nazionali sono solo regioni legate al contingente (Luigi Einaudi pochi anni dopo li definirà “ polvere senza sostanza”). Nelle “ regioni di Europa” tutto tornerà press’a poco al proprio posto, non sarà toccata la sostanza dei popoli, né cambiato lo spirito profondo della nostra civiltà. La critica al giolittismo lo accomuna a Salvemini, da cui lo differenzia la totale sfiducia anche nei socialisti oltre che nei preti. Gli unici esenti dalla sua critica sono gli interventisti democratici, perché Serra vede l’Italia tentennante verso una entrata in guerra che gli pare invece indispensabile per portare a compimento le conquiste del Risorgimento. Nel contempo osserva, senza illusione, che … “ Ammettendo, per assurdo, che gli oppressi siano vendicati e gli oppressori puniti, non c’è bene che paghi la lacrima pianta invano, il dolore dei feriti e dei dispersi. Forse il beneficio della guerra è in sé stessa: un sacrificio che si fa, un dovere che si adempie…”,

La polemica antiborghese, focalizzata nella critica alle transazioni del giolittismo, è (come già nel vociano Slataper) di natura non politica ma morale, volta a colpire il conformismo e la insensibilità sociale di gran parte della classe dominante. Abbandonati i tranquillizzanti riti e le certezze ultraterrene di una religione confessionale, Serra trova nuovo conforto nella accettazione della vita come realtà inspiegabile con la ragione e di conseguenza trova conforto, come Oriani, nel volontarismo etico mazziniano. La critica a Croce di cui ammira la profondità di pensiero, si fonda sulla mancanza di senso religioso della vita nel filosofo idealista, mentre Serra fonda la sua scelta dell’etica del dovere e di un modello di vita eroico sulla serietà religiosa della vita. Il suo linguaggio è semplice e incisivo quanto moderno e privo di retorica. L’ottica è essenzialmente morale e lo tiene lontano dalle contaminazioni della politica attiva oscillanti fra perbenismo formale giolittiano e titubanze e incertezze socialiste. Tutti motivi che lo avvicinano a Slataper che ne “Il mio Carso” scrive “ Non siamo asceti né fuori del mondo. Vivere vogliamo e non morire. Non abbiamo paura né illusioni. Non aspettiamo nulla. Sappiamo che il nostro sacrificio non è indispensabile. Ciò fa più semplice e sicura la nostra passione”.

In Serra si intrecciano una fiducia ingenua e giovanile nella vita, l’amore verso l’umanità e l’esigenza critica di distruggere i vecchi schemi della cultura positivistica. La sua posizione politica rifiuta decisamente il nazionalismo e vede con chiarezza la perversità della guerra. Si può quindi ascrivere fra quelle dell’interventismo democratico con una lineare visione eurocentrica della storia. Notevole influenza esercita su di lui il conterraneo Alfredo Oriani che è forse il tramite per la conoscenza e lo studio di Mazzini e Nietzsche. A quest’ultimo in particolare richiama il motivo della distruzione per ricostruire “ex novo” e la aspirazione a un modello ideale di uomo. In Nietzsche vede il dramma dell’anima lacerata da problemi superiori alle forze della natura umana, il dramma di una vita che si fa dramma di cultura nella esasperazione delle crisi dell’adolescenza. Su Nietzsche Serra fonda il proprio concetto di critica dello storicismo e di tragedia del vivere umano, nella comune interpretazione della storia come dialogo fra giganti che si parlano nei lunghi intervalli dei decenni se non dei secoli (una interpretazione che Marino Biondi definì “risolutamente mazziniana”).

La crisi dell’uomo moderno, di cui Serra prende coscienza con inquietudine, lo fa ripiegare su se stesso nel tentativo intimo di reinterpretare dagli autori della classicità la definizione dell’uomo, le sue attività, il suo rapporto con il divenire della storia. Manca in lui una vera personale profondità filosofica, ma c’è invece una specie di “ metafisica della vita” come accettazione di un dinamismo eraclitiano in cui ogni fissità si dissolve, un individualismo non egoistico e un senso di cittadinanza universale che ricorda lo stoicismo. La reazione antipositivistica di cui è partecipe lo introduce a un vago e generico idealismo in un sofferto impegno di rinnovamento culturale, benché egli critichi la dialettica idealistica come pura e semplice logica del potere. Per lui l’avanguardia, come l’atteggiamento di “bohéme”, è un diritto una sola volta nella vita e prima dei 20 anni, mentre dopo diviene posa. Tuttavia, in quel particolare momento storico, le avanguardie erano l’estremo tentativo di difesa dei valori dell’uomo, mentre il giolittismo aveva elevato a sistema di governo il metodo del compromesso per il mantenimento dello “ status quo”. Quel tanto di irrazionalismo, che è in Serra, è sublimato da una profonda fede umanistica e dal senso del dovere senza illusioni: “Non mi occorrono altre assicurazioni sopra un avvenire che non mi riguarda; non voglio né vedere né vivere al di là di questa ora di passione”.

C’è nelle sue parole una consolazione e qualcosa di difficilmente definibile, ma di ispirazione altamente religiosa, forse interpretabile come mirabile sintesi fra la sua “ religione delle lettere” e la mazziniana etica del dovere che fa de” L’Esame di coscienza di un letterato” una opera altamente morale, ma priva di ogni sospetto di moralismo. A distanza di cento anni dalla morte anche Serra può considerarsi degno della riflessione che Tucidide riservò agli eroi: “Per gli uomini prodi, infatti, tutto il mondo è tomba e non è solo l’epigrafe incisa sul Paese loro che li ricorda; ma anche in terra straniera, senza iscrizioni, nell’animo di ognuno vive la memoria della loro grandezza, piuttosto che in un monumento”. (Tuc. Guerra del Peloponneso, II 33-46)

Mario Barnabè

Faravelli, un socialista riformista

Faravelli-La plebeGiuseppe Faravelli nacque a Broni, in provincia di Pavia, nel 1896. Il padre, di ideologia mazziniana, era esattore delle imposte mentre la madre casalinga era donna brillante e raffinata. Apparteneva così a una famiglia della media borghesia. Compì gli studi liceali a Voghera e Milano. Nel 1915 si iscrisse alla facoltà di lettere dell’Università di Pavia ma dopo pochi mesi fu richiamato alle armi e arruolato nell’arma del genio. Partecipò alla ritirata di Caporetto, meritò una medaglia di bronzo e una croce di guerra al valor militare e si congedò col grado di capitano. Nel 1917 si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza dell’università di Pavia che frequentò fino alla laurea. Nel 1919 iniziò la sua attività politica nel partito socialista con Lelio Basso e Rodolfo Morandi. Mentre la maggior parte dei socialisti pavesi apparteneva alla corrente massimalista e sarebbe poi confluita nel partito comunista, Faravelli si mosse invece sempre nel solco della tradizione riformista. Continua a leggere

Eugenio Colorni, l’idea d’Europa

Eugenio ColorniQuando si insedierà il nuovo  Parlamento Europeo ricorrerà il settantesimo anniversario della morte di Eugenio Colorni che, senza dubbio, fu una delle figure principali per la rinascita della democrazia in Italia. Era nato da famiglia ebraica nel 1909. Il padre Alberto, ricco commerciante liberale, era stato interventista nella Prima Guerra mondiale. La madre, Clara Pontecorvo, era figlia del titolare di una avviata azienda tessile pisana e zia di Gillo (futuro regista) e di Bruno (futuro scienziato). Colorni, conseguita la maturità classica al Liceo Manzoni di Milano, si iscrisse alla facoltà di Lettere e Filosofia e divenne amico di Guido Piovene con cui difese il prof. Borgese, loro insegnante, aggredito da esponenti del GUF di Milano. Continua a leggere