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Martino Loiacono

Dalla ‘questione morale’
al Giustizialismo

Il duello a sinistra è uno dei caratteri che ha definito e diviso per circa un cinquantennio la sinistra italiana, ed è una chiave interpretativa imprescindibile per comprendere la parabola del craxismo.
Il conflitto tra massimalisti e riformisti risale alla scissione di Livorno del 1921, quando il Partito comunista d’Italia si staccò dal Partito socialista, originando una frattura che, nonostante sorti alterne, si è prolungata fino ai primi anni Novanta, quando il Psi è scomparso e il Pci si è trasformato in Pds.

occhetto craxiLa fase più intensa e fruttuosa di questo duello coincide con la segreteria Craxi che riapre ‘creativamente’ le ostilità con i compagni comunisti, sopite durante la segreteria di De Martino. Dal 1976, con la svolta del Midas, la cultura riformista vive una rinascita alimentata dai chierici di Mondoperaio che rilanciano il gradualismo della tradizione socialista democratico-liberale e polemizzano apertamente con gli intellettuali organici al Pci. I temi principali del dibattito riguardano il ruolo della cultura marxista-leninista che informa ideologicamente il Partito comunista, e più in generale la cultura politica che deve guidare una forza di sinistra.
Questa battaglia culturale assume anche un rilievo politico per l’abilità del gruppo dirigente craxiano, che la pone al centro del dibattito politico promuovendo la Grande Riforma, manifesto del riformismo socialista.
Gli eventi del 1978 fanno il resto. Con il rapimento e l’omicidio di Moro, il Pci perde la possibilità di superare la conventio ad excludendum e con la seconda svolta di Salerno si autorelega all’opposizione. Al contrario il Psi diventa il protagonista assoluto degli anni Ottanta, accogliendo le esigenze dei ceti più dinamici e rispondendo alle domande di modernizzazione che emergono dalla Terza Italia.
Tuttavia il dinamismo del Psi ha un prezzo politico, e forse anche morale, molto elevato. Craxi, infatti, è costretto a muoversi tra due partiti elefantici che dispongono di una gran quantità di risorse finanziarie e organizzative. In particolare il Pci è un partito massicciamente organizzato e gerarchizzato che possiede ingenti fondi – legati a finanziamenti esteri e alle varie cooperative – e di un gran numero di volontari. Il Psi invece è un partito poco organizzato, con una scarsa disponibilità finanziaria.
Craxi, per supplire a queste mancanze originarie, si muove spregiudicatamente per recuperare questo gap che lo divide dai due partiti chiesa. E non fa nulla di nuovo nella politica italiana. Perché semplicemente cerca di ottenere finanziamenti diretti senza l’intermediazione della Dc e del Pci.
Il segretario socialista, avendo visto da vicino gli stenti finanziari del primo centrosinistra in cui il Psi riceveva finanziamenti irregolari mediati dalla Dc, e ricordando l’esperienza frontista in cui i fondi sovietici passavano prima dal Pci, capì che avrebbe dovuto agire in modo spregiudicato.
In altre parole, Craxi intuì che l’indipendenza politica si poteva ottenere solamente tramite l’indipendenza economico-finanziaria, ovvero attraverso un finanziamento non mediato dai partiti concorrenti. Qualsiasi giudizio storico su Craxi non potrà dunque ignorare questo aspetto, che permette di gettare luce sull’oblio e sulla damnatio memoriae in cui è sprofondata la figura dell’ex segretario socialista.
Proprio qui sta il paradosso del craxismo e, più in generale, del duello a sinistra: il partito che più volle innovare il sistema politico degli anni Ottanta, divenne il partito che, per le ragioni stratificate e complesse sopraddette, dovette ricorrere agli elementi che più avevano delegittimato quello stesso sistema.
Questo paradosso spiega anche gli esiti del duello a sinistra. La vittoria del Pci-Pds non fu una vittoria totalmente politica, ma fu una vittoria sancita dalla magistratura. Infatti, il Pci-Pds fu il grande sconfitto degli anni Ottanta. Basti pensare alla marcia dei quarantamila e alla pesante batosta del referendum sulla scala mobile, promosso dal Pci. Anche culturalmente il Partito comunista degli anni Ottanta perse la sfida della modernizzazione con il Psi. Il moralismo del tardo Berlinguer e la fumosa formula dell’eurocomunismo ne sono la dimostrazione plastica. Alla lunga, nonostante le avventure giudiziarie, la cultura socialdemocratica forgiata dal gruppo dirigente del Midas avrebbe mandato in soffitta il vetusto marxismo-leninismo di cui era impregnato il Pci, portando faticosamente anche il futuro Pd verso il riformismo.
Tuttavia nei primi anni Novanta, il moralismo giacobino e giustizialista avrebbe trionfato, aprendo la strada a forme di populismo giudiziario estreme (leggasi Movimento cinque stelle, alluce valgo del dipietrismo).
Il Pci-Pds vinse la sfida complessiva con il Psi perché cavalcò l’onda giustizialista dei primi anni Novanta, trasformando la questione morale in programma politico. La pochezza del nascente Pds sarebbe emersa alle elezioni politiche del 1994. Nonostante il grande vuoto politico creatosi con le inchieste di Tangentopoli, il partito guidato da Occhetto sarebbe stato travolto da un nuovo e inaspettato protagonista che la furia giustizialista aveva contribuito a far emergere: si chiamava Silvio Berlusconi. Il Pds sarebbe stato inghiottito dal vuoto che aveva contribuito a generare.

Crisi della I Repubblica. Dissidi nella Sinistra italiana

Prosegue la serie di interviste sulla caduta della Prima repubblica. In questa intervista Carlo Tognoli, sindaco di Milano dal 1976 al 1986 e ministro durante la X legislatura, illustra la situazione del Psi tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, raccontando le difficoltà di Craxi dopo la fine del suo mandato da Presidente del Consiglio. Tognoli racconta anche il complesso rapporto con i comunisti, la spinosa questione del finanziamento ai partiti e il ruolo della crisi delle ideologie. Infine ci parla della sua Milano.

Berlinguer-Craxi1Che clima politico c’era alla fine degli anni Ottanta? Si percepiva una crisi di fiducia tra partiti e società?
Un certo scollamento c’era da tempo, questa crisi non nasce certo negli anni Ottanta.
Si profilava già alla fine degli anni Sessanta e negli anni Settanta, ma dopo le lotte sindacali, le stragi, il terrorismo, il rapimento di Moro, la crisi economica, l’inflazione e l’instabilità politica, si accentuò un certo distacco tra opinione pubblica e partiti.
Ci fu una ripresa di fiducia grazie ai miglioramenti dell’economia, favoriti dal governo Craxi, e all’ingresso dell’Italia nel “club” dei primi sei Paesi industriali del mondo. C’era una prospettiva di stabilità.
Alla fine degli anni Ottanta, però, il distacco popolo-partiti tradizionali si acuì.

La percezione è che Craxi dopo la fine del suo secondo esecutivo (aprile 1987) fatichi a definire una strategia, conferma?
Di certo Craxi aveva un partito poco organizzato, che comunque aveva retto, senza sfondare, anche per la sua presenza alla guida del governo. La strategia l’aveva: recupero di voti e alleanze a sinistra, con l’obbiettivo della grande riforma.
Voleva vedere anche cosa facevano gli altri partiti (Dc e Pci). Per questo tenne in piedi dei governi di pentapartito, guidati dalla Dc (sdebitandosi così per l’appoggio avuto dai democristiani tra l’83 e l’87) per poi riprendere l’iniziativa.
La chiave di volta della questione riguarda la caduta del Muro di Berlino, dalla quale Craxi si aspettava svolte che, allora, non si sono verificate. Sperava che, acclarata la sconfitta del comunismo, i postcomunisti riconoscessero la validità del socialismo democratico e liberale.
Il Pds si spinse invece nei meandri dell’ecologismo, di un neo-terzomondismo e di un neo-pacifismo antiamericano (vedi il comportamento degli ex-Pci nella prima guerra contro l’Iraq per liberare il Kuwait).
Questo ha bloccato i progetti di Craxi che aveva nella sua prospettiva il recupero di un rapporto a sinistra. Voleva rafforzare il Psi e poi aprire verso il Pds (come dimostrò facendolo entrare nell’internazionale socialista). In realtà la maggioranza dei postcomunisti non voleva il dialogo con i socialisti e in particolare con Craxi.

Quindi era possibile un’apertura a sinistra?
Io credo di sì. Craxi sperava che con il passare del tempo ci sarebbe stata un’evoluzione del Pds in senso socialista. Sia i miglioristi sia una parte dei vecchi togliattiani non erano pregiudizialmente contrari ad un’apertura ai socialisti. Fattasi più lontana tale ipotesi, Craxi fu costretto a rimanere nel pentapartito e a puntare al ritorno alla guida del governo nel 1992.
È bene ricordare che il leader del Psi era anticomunista ideologicamente (non era leninista, né stalinista ed era profondamente democratico) ma non lo era politicamente: fu sempre disponibile al dialogo e alle alleanze col Pci, come dimostrano le sue scelte a Milano (1975 e 1988) e in molte altre città e la sua esperienza politica dagli anni ’50 in poi.

Uno degli elementi che scuote il sistema partitico è la Lega: che movimento era all’epoca?
L’avanzata della Lega era il segnale che una parte dell’opinione pubblica era stanca. L’antipolitica aveva ora una rappresentanza parlamentare.
Craxi aveva intuito la debolezza del sistema politico italiano, lento nelle decisioni, litigioso, interessato più al futuro “del partito” (per ciascuno il proprio) che non agli interessi generali.
Il movimento di Bossi si affermò nel Veneto e nelle province in cui, in Lombardia, prevaleva la Dc: Bergamo, Brescia, Como, Lecco, Varese, Sondrio. La Lega si allargò come movimento antipartitico e antimeridionale, soprattutto ai danni della Dc.
Nel 1992 c’era una Lega all’attacco, ma era ancora un fenomeno provinciale: a Milano non attecchì molto.
Nel 1993 la Lega portò a casa il sindaco, nel capoluogo, in piena “bagarre” giudiziaria, perché prese, al ballottaggio, gran parte dei voti moderati che al momento non avevano rappresentanza politica, anche perché non c’era ancora Forza Italia.

Cosa accade nel 1992?
I prodromi della crisi del 1992 si riscontrano già nel 1991 quando Craxi, e parte della Dc, non comprendono il significato del referendum sulla preferenza unica.
Craxi, tra l’altro, aveva accolto la richiesta del Pds, timoroso di perdere troppi voti, di non votare nel 1991 per andare alla scadenza naturale della legislatura.
L’azione della magistratura, dopo le elezioni politiche del 1992 (nelle quali il pentapartito mantenne numericamente la maggioranza parlamentare) fece capire quale sarebbe stata l’evoluzione del quadro politico, malgrado il varo del governo Amato.
Il problema politico è che parte della Dc sottovalutò l’inchiesta, mentre il Pds cercò di utilizzarla a proprio vantaggio. I media e il Pds sostennero con forza l’azione della magistratura. Nessuno raccolse l’invito di Craxi di dare una lettura politica, oltre che giudiziaria, alle vicende dei finanziamenti illeciti dei partiti, in atto dal dopoguerra. Anche per questo Craxi divenne il capro espiatorio di questa drammatica crisi.
A dire il vero, fino al 1973 non c’era una legge sul finanziamento alla politica, e i partiti si arrangiavano come potevano, con contributi che arrivano in vari modi. Il finanziamento veniva dal mondo privato, dagli iscritti, dall’estero (URSS).
Con la legge sul finanziamento pubblico venne introdotto il reato di finanziamento illecito. Il sistema non cambiò di molto. I partiti facevano fatica a rinunciare a finanziamenti che servivano per gestire i costi crescenti della politica.

Alcuni hanno anche parlato di crisi delle ideologie, cosa ne pensa?
Per me le ideologie erano in crisi già negli anni Settanta. (c’è un bel saggio di Virgilio Dagnino di quel periodo, Obsolescenza delle ideologie).
Sia il ‘68 che il ‘77 furono le ultime fiammate, da parte di minoranze di giovani, di ideologie vecchie e superate. Basti pensare ai cortei in cui si esaltavano Marx, Lenin e Mao. Le ideologie si sgretolavano. Lo stesso Pci strumentalizzava quei movimenti, ma non sventolava più quelle bandiere.

Un’ultima domanda: ci parla brevemente della sua Milano?
A Milano avevamo ottenuto un grande consenso. Craxi era milanese. Nel 1980, alla mia prima prova elettorale come sindaco, il Psi sfiorò il 20%, confermato nel 1985.
Gli anni Ottanta per Milano furono l’uscita dal tunnel della crisi economica, della violenza e del terrorismo. Gli anni Ottanta, anche per l’azione positiva del governo Craxi, furono una liberazione dai mali del periodo precedente.

Si passava da una Milano da morire ad una Milano da vivere.

Martino Loiacono

Fine della I Repubblica, ‘traino’ del Muro di Berlino

Da oggi l’Avanti! ospiterà una serie di interviste ad esponenti del Psi e a storici, nell’ambito della realizzazione di una tesi magistrale sul crollo della Prima repubblica.

craxi_occhettoIn questa intervista Mauro Del Bue, esponente di punta del Psi (deputato durante la X, XI e la XV legislatura, membro della Direzione del Psi dal 1989 e della segreteria nel 1993), spiega le ragioni del crollo del Partito socialista, facendo un resoconto preciso di quella crisi, con riferimenti storici puntuali e puntando l’’attenzione su quello che fu, nella sua lettura, il suo centro propulsore: la caduta del muro di Berlino. Del Bue si sofferma anche sugli errori strategici di Craxi, sul ruolo anomalo del Pci e sull’’avanzata della Lega lombarda, poi Lega nord.

Quando inizia il declino del Psi?

Probabilmente già nel 1987, nonostante il Psi raggiunga uno dei risultati migliori della sua storia ottenendo il 14,3% nelle politiche di quello stesso anno. Questo successo è dovuto agli ottimi risultati ottenuti dall’esecutivo guidato da Craxi grazie al quale l’inflazione scese dal 16 al 4%, anche per via del taglio dell’automatismo della scala mobile e poi per una politica estera indipendente e coraggiosa, come dimostra il memorabile episodio di Sigonella.

Da quel momento il Psi inizia la sua parabola discendente. Craxi, in effetti, pensava di “ingessare” la X legislatura (1987-1992), mantenendo un certo immobilismo, garantendo una legislatura o quasi a presidenze democristiane e assicurandosi in tal modo di tornare a palazzo Chigi nel 1992. La questione però riguardava le crepe e le smagliature che si stavano già generando all’’Interno del sistema politico. L’’idea che non ci fosse alternativa alla Dc sembrava ancora una certezza assoluta e inscalfibile, ma diveniva sempre più democraticamente insopportabile. Con la caduta del muro di Berlino questo schema salta e inizia un triennio di crisi che poi sfocia in tutta la sua virulenza tra il 1992 e il 1994.

Craxi, nonostante questo sconvolgimento epocale, rimase ancorato alla logica del vecchio sistema. Eppure già con le elezioni europee del 1989 si erano avvertiti i primi scricchiolii che proseguirono alle regionali del 1990, riemersero col risultato del referendum Segni del 1991 e poi divennero urla padane nel 1992 con l’’avvento della Lega che invase l’intero Nord, portando a Roma decine di parlamentari.

Se dovesse provare ad ordinare le cause del crollo della repubblica dei partiti come le ordinerebbe?

La causa scatenante, a mio avviso, è la caduta del Muro di Berlino e le sue conseguenze immediate in Italia, innanzitutto la fine del Pci. Il crollo del muro distrugge gli equilibri che avevano retto la Prima repubblica e fa emergere tutte le contraddizioni latenti che stavano iniziando a venire alla luce. Inclusa la pesantezza burocratica ed economica dei partiti. Non dimentichiamo che la struttura pesante dei partiti democratici era una caratteristica ereditata dal Pnf che per primo aveva dato vita ad una struttura di questo tipo in Italia ed era anche una risposta alla mastodontica struttura partitica del Pci, che era il partito più burocratizzato e organizzato dell’intero Occidente.

L’affermazione della Lega, già con le regionali e amministrative del 1990, poi iI referendum sulla preferenza unica del 1991 sono i primi due segnali evidenti della lacerazione del vecchio sistema politico.

Alla luce della debolezza dei partiti tradizionali, dunque, l’inchiesta di Mani Pulite può essere considerata una conseguenza e non una causa di questa crisi. È il terzo e definitivo segnale del crollo. Rappresenta il botto finale nella crisi del sistema, originata già dalla seconda metà degli anni ottanta, giustificata dal crollo del comunismo e dalla fine del Pci, segnalata dall’avanzata massiccia della Lega e poi dall’imprevisto risultato del primo referendum Segni. Il triennio 1989-1992 prepara il colpo di Tangentopoli e in un certo senso lo giustifica.

Torniamo alla Lega: come si spiega il suo successo e come si colloca nello scacchiere politico?

L’’avanzata della Lega, come noto, interessa il Nord Italia. Nasce come fenomeno di protesta fiscale e come movimento di contestazione antipartitica. È un movimento non ideologico: si pensi allo slogan “Roma Ladrona” o “Lombardo paga e taci”.

La Lega rappresenta la liberazione dal vincolo ideologico e il superamento del “naso turato” in senso anticomunista cui alludeva Montanelli, visto che il pericolo comunista è ormai tramontato. L’’elettore della fine degli anni Ottanta non vota più per appartenenza partitica, ma per interesse o per protesta e la Lega ne è la rappresentazione plastica.

Perché in Italia la caduta del muro di Berlino assume tale importanza?

La sua rilevanza riguarda, ancora una volta, il ruolo del Pci, il partito comunista più grande d’Europa. Tutto il sistema politico si era disegnato sulla conventio ad excludendum, cioè sulla necessità di escludere i comunisti dal governo per evitare i rischi legati alla guerra fredda. Questo era avvenuto anche durante gli anni della cosiddetta unità nazionale, quando al Pci fu concesso di votare a favore del governo, ma non di farne parte. Il ricambio, per quanto detto, era impossibile. Con la caduta del muro cade questa pregiudiziale e si ridisegna il panorama politico. La caduta del muro fa venire meno la ragion d’’essere di un sistema e fa venire alla luce i suoi elementi deteriori, tra cui i finanziamenti illegali alla politica che, se fino al 1989 parevano necessari e giustificati, dopo paiono senza motivo e finalità. Lo capirono i comunisti che votarono a favore della depenalizzazione dei finanziamenti illeciti fino al 1989, e quel voto li mise al riparo dalle indagini sui rubli di Mosca. Tale legge, approvata da tutto l’arco costituzionale, divise in due anche la questione morale. Fino al 1989 il finanziamento illecito divenne lecito e accettabile, dopo diventò reato e deprecabile. Non mancò un po’ di stupidità nei gruppi dirigenti degli altri partiti…

Parliamo del Pci-Pds: era pensabile riassorbirli in un progetto di Unità socialista?

Il duello a sinistra era stato intenso e senza esclusione di colpi. Il Psi avrebbe dovuto mettere in difficoltà i post comunisti muovendosi con una proposta politica che fosse di immediata soluzione. Invece preferì i tempi lunghi. Attese, invece di agire. I tempi lunghi erano quelli necessari al Pci per fondare il nuovo partito. Col senno del poi penso che si doveva puntare alle elezioni politiche anticipate subito dopo la Bolognina. Proporre subito ai post comunisti una lista di unità socialista, che forse li avrebbe ulteriormente divisi. Craxi temeva che dopo avere rotto con la Dc, i post comunisti avrebbero appoggiato loro Andreotti. Magari. Penso che un’operazione del genere li avrebbe portati allo sfacelo. Se il revisionismo post comunista fosse sfociato in un nuovo compromesso storico avrebbe perso le sue ragioni ideali e politiche. A me Bettino confessò che avrebbe voluto lentamente portarli al governo, ma quella era la logica degli anni settanta, quella del superamento graduale del fattore K, finito definitivamente sotto i calcinacci del muro.

Che ruolo ha avuto la magistratura nella dissoluzione del Psi? Che clima c’’era all’epoca di Mani Pulite?

Si può parlare di “strabismo”, nel senso che il Pool colpì secondo i suoi desideri E questo ha profondamente orientato il corso della politica italiana. Anche senza l’’intervento della magistratura il sistema politico italiano avrebbe subito sostanziali mutamenti, ma non credo avrebbe percorso la stessa direzione. La magistratura, insomma, ha guidato e orientato la transizione che ha accompagnato la fine della Prima repubblica.

Il clima era molto pesante: alla Camera era un susseguirsi quotidiano di notizie drammatiche. Ogni giorno piovevano avvisi di garanzia a cui corrispondevano le immediate dimissioni degli interessati. In quegli anni un avviso di garanzia equivaleva al definitivo tramonto di una carriera politica: un avviso di garanzia era una condanna senza appello. Vedo che oggi, invece, tutti hanno giustamente cambiato opinione sul rapporto stretto instaurato allora tra indagine e condanna. Poi c’erano i suicidi, gli infarti, il carcere duro al fine di confessione, che significa la reintroduzione della tortura.

La miscela tra iniziativa giudiziaria e informazione era esplosiva. Giornali e televisioni di destra, centro e sinistra si trovarono tutti dalla stessa parte della barricata. Il dipietrismo, il giustizialismo erano dilagati. Costituivano un muro contro il quale ci si poteva solo rompere la testa. Dovevamo combattere? Craxi su questo aveva ragione. Mi disse: “Bisogna lasciare passare la piena”. Sono passati venticinque anni, la piena ë passata, ma purtroppo il Psi non c’è più. Certo, è cambiato tutto il sistema politico. Non ci sono più neppure il Pci e la Dc. Ma mentre questi due partiti hanno avuto successori nella cosiddetta seconda Repubblica, il Psi non ha generato eredi altrettanto autorevoli e perfino la sua storia è a rischio dimenticanza. Per questo, per combattere questa grave e insopportabile ingiustizia, sono ancora qui a legare la mia vita a un impegno politico, storico ed editoriale. Per me è innanzitutto un dovere morale.

Martino Loiacono

Il trionfo del giustizialismo e le ragioni di Craxi

craxi monetineIl 30 aprile 1993 è una data indimenticabile per i feticisti di Mani Pulite. È il giorno in cui Craxi venne linciato con un terribile lancio di monete all’uscita dell’hotel Raphael, dopo che la Camera aveva respinto quattro delle sei richieste di autorizzazione a procedere nei suoi confronti.

A ventiquattro anni di distanza, sopite le emozioni del tempo, è doveroso provare a comprendere perché Craxi venne aggredito in tal modo.

La violenza ai danni del leader del Psi è spiegabile seguendo due linee interpretative interrelate: le logiche del finanziamento ai partiti e la demonizzazione sistematica di Craxi, con il conseguente trionfo del moralismo-giustizialista postcomunista.

Il finanziamento illecito ai partiti è il centro della questione, ed è anche il motivo per cui Craxi verrà processato, ma soprattutto demonizzato dal circuito mediatico-giudiziario a trazione pidiessina. È ormai noto che tutti i partiti della Prima Repubblica si finanziassero, almeno in parte, in modo illegale. Le ragioni di questa realtà sono molto complesse e riguardano, da un lato gli scenari e le conseguenze della guerra fredda e dall’altro i crescenti costi della politica.

La presenza del Partito comunista più forte d’Europa fiancheggiato anche finanziariamente dall’Urss fu un elemento particolarmente gravoso per la democrazia italiana. Il contrasto al Pci e alla sua macchina burocratico-propagandistica, in altre parole, costava moltissimo ai partiti democratici.

Inoltre, a partire dagli anni Ottanta, con la modernizzazione delle campagne elettorali e con la diffusione di massa del mezzo televisivo – e quindi degli spot elettorali – i costi della politica iniziavano ad aumentare vorticosamente.

In effetti, l’aumento dei costi della politica si era reso evidente ben prima dello scoppio dell’inchiesta di Mani Pulite. Infatti nell’autunno del 1989 era stata approvata da tutto l’arco costituzionale un’amnistia riguardante la violazione della legge sul finanziamento ai partiti.
Il provvedimento è emblematico ed evidenzia anzitempo l’attendibilità delle denunce fatte da Craxi ad indagini iniziate. Ma soprattutto implica che i processi di Mani Pulite riguardino solo il triennio 1989-1992. La presunta opera di moralizzazione della vita pubblica, dunque, è solo parziale e non tiene conto di tutti fatti ante 1989.

Anche la demonizzazione di Craxi, iniziata ben prima del triennio 1992-1994, per varie ragioni tra cui il suo viscerale anticomunismo e la sua forte personalità, ebbe il suo punto apicale proprio con le indagini di Mani Pulite. Ed ebbe una notevole accelerazione con il discorso del 3 luglio 1992 in cui Craxi rivelò al Paese la natura del finanziamento illecito a tutti partiti, incluso il Pci che si finanziava tramite i contributi sovietici. Le sue affermazioni – riprese anche nel discorso difensivo prima della votazione per l’autorizzazione a procedere 29 aprile 1993 – di una verità sconcertante per il tempo gli costarono care. Rivelando ciò che tutti i principali leader sapevano, il segretario del Psi venne identificato come il campione della partitocrazia. A questo concorse massicciamente il Pds, che tramite il gruppo l’Espresso e tramite alcune emittenti televisive, cercò di identificare Craxi come l’incarnazione del malcostume politico e della corruzione, portando a compimento la demonizzazione iniziata alla fine degli anni Settanta

E così, a causa delle denunce sul finanziamento illegale ai partiti manipolate ad arte dal circuito mediatico-giudiziario guidato dai post comunisti e da una magistratura particolarmente attiva e connivente, Craxi divenne il capro espiatorio della drammatica crisi in cui era precipitata l’Italia nei primi anni Novanta. Il leader del Psi, insomma, venne identificato come il Cinghialone ovvero il principale ostacolo da abbattere per il rinnovamento morale (miseramente fallito..) dell’Italia.

Il Pds riuscì ad eliminare giudiziariamente – e non politicamente, si badi – il proprio nemico di sempre, colui che aveva relegato l’ex Pci all’opposizione dal 1979.

Tramite questo apparente successo la diversità comunista del tardo Berlinguer divenne il nuovo faro ideologico del Pds, che da pochi anni aveva abbandonato, sconfitto dalla Storia, il dogma marxista-leninista.

Le monetine lanciate a Craxi, dunque, si trasformarono da deprecabile gesto squadristico, in compiuta affermazione del paradigma giustizialista che ormai guidava gran parte del Paese.

Martino Loiacono

Craxi, il Midas e la svolta dell’Italia riformista

6 Luglio 1976: la svolta del Midas, il riformismo socialista e la modernizzazione dell’Italia

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Le elezioni del 20 giugno 1976 – insieme a quelle del 18 aprile 1948 – sono state definite le elezioni più bipolari della storia dell’Italia repubblicana. Queste elezioni, infatti, segnano per i due partiti Chiesaun grande trionfo: la Dc ottiene il 38,7% dei consensi e il Pci il 34,4. Il Psi, invece, racimola un misero 9,6%, giungendo al suo minimo storico soprattutto dopo che De Martino aveva interrotto anticipatamente la legislatura.

Alla luce di questa grave sconfitta il Psi fu costretto a cambiare rotta: gli equilibri più avanzati e il legame con il Pci non erano più praticabili, i compagni frontisti erano troppo superiori e seguirli sul loro terreno avrebbe comportato la fine del Psi che paradossalmente si sarebbe sciolto nel partito nato da una sua scissione interna.

In questo contesto storico si colloca l’irresistibile ascesa di Bettino Craxi. Questi fu designato come segretario per succedere a De Martino, poiché, a causa della sua giovane età, i capicorrente ritenevano fosse più facilmente manovrabile. La personalità del giovane autonomista milanese avrebbe ridimensionato decisamente i loro piani.

La svolta impressa da Craxi al Partito socialista avrebbe cambiano i destini della storia d’Italia e della stessa tradizione socialista. La prima fase della segreteria craxiana è segnata da un forte impegno culturale, volto ad elaborare una piattorforma politica innovativa in grado di superare le contraddizioni del marxismo-leninismo di cui era imbevuto il Pci. Questo radicale mutamento si origina dalle colonne di Mondoperaio dove intellettuali del calibro di Norberto Bobbio, Luciano Pellicani e Giuliano Amato incalzano teoricamente il Pci, facendo emergere i contrasti tra marxismo e libertà. Il portato teorico dal dibattito innescato dagli intellettuali socialisti è talmente notevole da costringere il Pci sulla difensiva, obbligando i suoi intellettuali organici a ribattere colpo su colpo al nuovo dinamismo socialista.

Se sul piano intellettuale Mondoperaio insidia l’egemonia comunista, sul piano politico Craxi non è da meno. Anzi, sfruttando il prezioso lavoro dei chierici di Mondoperaio, il neosegretario del Psi lavora ad una piena emancipazione dal partito di Berlinguer, sia per il suo viscerale anticomunismo sia per la sua abilità tattica. Proprio per questo Craxi sarà pesantemente demonizzato dai comunisti negli anni Ottanta e linciato dal circuito mediatico-giudiziario alimentato dai post comunisti durante il biennio 1992-1994.

La convergenza tra il fiuto politico craxiano e il monumentale lavoro intellettuale dei “chierici” di Mondoperaio porta il Psi al superamento del marxismo-leninismo e all’approdo al riformismo. La cultura e la politica riformistica a cui approda il Psi sono gli elementi essenziali per capire il significato della svolta del Midas. Il Psi, grazie ai propri quarantenni, si configura come il partito della modernizzazione in grado di dialogare con i ceti emergenti e di gettare le basi per una “Grande Riforma” delle istituzioni. Una riforma che ha come pilastri la governabilità e la stabilità degli esecutivi, che mira a razionalizzare l’attività del Parlamento per rendere le decisioni più rapide ed efficaci.

I meriti del Psi craxiano sono molteplici e riguardano in primo luogo la tematizzazione delle riforme istituzionali. Il congresso di Palermo del 1981 e la conferenza programmatica di Rimini del 1982 sono forse i momenti più alti dell’elaborazione politico-culturale dei socialisti. Anche grazie a questo dinamismo Craxi riuscirà a diventare primo ministro nel 1983 e sarà il suo decisionismo a smuovere l’annosa trattativa per riformare il Concordato (1984).

Infine, è doveroso ricordare il superamento dell’anacronistica cultura marxista-leninista e la rinascita del riformismo socialista. Proprio per questa tendenza anticomunista, e soprattutto per aver isolato politicamente il Pci, Craxi subì una demonizzazione spietata. Gli attacchi al segretario del Psi si svolsero sostanzialmente in due tempi: durante gli anni di governo a causa del suo agire risoluto; durante la crisi della Prima Repubblica facendo leva sulla questione morale che trasformò la politica in sterile moralismo.

L’ingiusta damnatio memoriae è sotto gli occhi di tutti, ma si sa la Storia, presto o tardi, gli renderà ciò che gli spetta

Martino Loiacono