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Martino Loiacono
Laureato in Lettere, esperto della Storia dell'Italia Repubblicana e appassionato di politica. Mi occupo di comunicazione pubblica e istituzionale.

Sinistra e Caviale

pd elezioniE ancora una volta è débâcle in casa Pd. Dopo la disfatta del referendum del 4 dicembre e l’umiliazione del 4 marzo, il partito guidato da Martina subisce una nuova e grave battuta d’arresto, perdendo al ballottaggio in alcune delle più note città rosse: Pisa, Massa e Siena in primis, ma anche nella lombarda Cinisello Balsamo. La sconfitta è ancor più pesante se si pensa alla tradizione politica della Toscana che, insieme all’Emilia Romagna, costituiva il nerbo delle regioni rosse che nemmeno la più grave crisi politica della sinistra (quella del passaggio dal Pci al Pds) aveva potuto scalfire. Martina e Renzi sono riusciti dove Occhetto aveva fallito: distruggere un patrimonio di voti secolare e radicatissimo. Una missione quasi impossibile, per via del fortissimo senso di appartenenza alla ‘ditta’ degli elettori di queste zone, ma che è stata portata a termine all’odierno Pd. A dire il vero questa tendenza era già emersa nel 2017 quando a Sesto San Giovanni – l’ex Stalingrado d’Italia – e a Genova aveva vinto il centrodestra. E si era consolidata con le recenti elezioni politiche. Quello delle ultime consultazioni è stato un clamoroso salto di qualità.
Ormai è sempre più chiaro: la sinistra non è più quella delle origini. Non è più quella parte dello schieramento politico che dà voce al popolo minuto e alle istanze dei più deboli, degli oppressi e degli ultimi. Il Pd non è più il partito operaio radicato nei grandi distretti industriali. L’odierno Partito democratico è tutt’altro. È un partito d’élite che disprezza i ceti popolari incolti e «mediocri» (si veda l’intervista di Michele Serra al «Foglio»), chiuso in una turris eburnea da cui vengono lanciati giudizi sprezzanti. Una vera gauche caviar che preferisce incolpare l’elettorato piuttosto che fare i conti con se stessa e con la propria crisi.
In questa fase drammatica non si vedono vie d’uscita, anzi. Il dibattito interno risulta particolarmente autoreferenziale e inconcludente. Lo scontro post elettorale tra Martina e Calenda ne è l’emblema. Mentre il primo parla di cambiamenti radicali e ricostruzione, il secondo propone un ripensamento totale che coinvolga «linguaggio, idee, persone e organizzazione» in modo da allargare e coinvolgere più cittadini nel cosiddetto Fronte Repubblicano che dovrebbe sostituirsi al Pd.
Mentre le lotte intestine dilagano e gli elettori si dileguano, la nave affonda.

Il Governo Incognita

Più che un governo giallo-verde quello che sta nascendo è un governo incognita, perché le certezze che accompagneranno questo esecutivo sono davvero poche. A partire dalla maggioranza ‘risicata’ – soprattutto in Senato ­– e atipica che sosterrà il futuro primo ministro. Nelle ultime ore sono circolati insistentemente i nomi di due professori: Sapelli e Conte. Ma poco importa, poiché il presidente incaricato dovrà fare i conti con gli elementi deteriori del parlamentarismo che potrebbero far saltare il banco da un momento all’altro. Insomma, senza la benevolenza di Berlusconi e Meloni il futuro governo avrà vita molto difficile. La riabilitazione dell’ex Cavaliere, poi, rende ancor più incerto lo scacchiere parlamentare in cui, a maggior ragione, potrebbero verificarsi le tradizionali ‘imboscate’.
Inoltre, il futuro premier sarà sicuramente ostaggio di Salvini e Di Maio e, teoricamente, dovrà attuare un programma di governo calato dall’alto, su cui non dovrebbe avere voce in capitolo vista la natura contrattualistica promossa dal MoVimento 5 Stelle. Non bisogna poi dimenticare il ruolo del Colle. Mattarella, pur essendosi mosso con una certa moderazione, potrebbe pesantemente influenzare la nomina dei ministri facendosi garante di una linea marcatamente europeista. E proprio dall’Ue arrivano segnali di grande preoccupazione per la natura del nuovo governo. Ma, ad oggi, non essendo plausibili delle nuove alleanze internazionali e senza l’appoggio del Colle, sembra impossibile attuare dei provvedimenti economici in deficit violando apertamente gli accordi di Maastricht. Le tante promesse elettorali, quindi, potrebbero sciogliersi come neve al sole.
La fragilità e l’eterogeneità della maggioranza leghista-grillina, lo spettro di Silvio Berlusconi, l’imprescindibile vincolo europeo e il possibile interventismo del Presidente della Repubblica configurano uno scenario totalmente incerto. Quello che giurerà tra poche ore sarà – unica certezza di questi giorni – il governo incognita.

Gervasoni: la terza repubblica può attendere

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Intervista a Marco Gervasoni, professore di Storia comparata dei sistemi politici all’Università Luiss di Roma e di Storia contemporanea all’Università del Molise, ed editorialista de «il Messaggero».

Professore, le elezioni, facendo saltare il bipolarismo classico tra centrosinistra e centrodestra a guida Berlusconiana, hanno inaugurato la Terza Repubblica?
«Prima di parlare di Terza Repubblica aspetterei l’evoluzione degli scenari politici attuali. Per quanto riguarda il bipolarismo, ricordiamo che era già saltato nelle elezioni del 2013, visto il risultato ottenuto dai 5 Stelle. È pur vero che si sta andando verso un bipolarismo tra il centrodestra a guida leghista e il Movimento 5 Stelle. In questo scenario Il Pd potrebbe fare l’ago della bilancia, anche se rischia di essere riassorbito in uno dei due schieramenti».

Il confronto tra i risultati del 4 marzo e quelli del 2013 è impietoso sia per Forza Italia (Pdl nel 2013) che per il Pd: cosa è cambiato?
«Certamente questi due partiti sono usciti sconfitti dal voto, ma in maniera molto differente. La sconfitta del Pd è quantitativamente e qualitativamente molto più pesante e ha portato Renzi alle dimissioni. Quella di Fi può anche non essere considerata come una sconfitta. Con tutto quello che è successo a Berlusconi, non è un risultato così negativo. Da questo punto di vista può essere addirittura considerato un successo, anche perché la coalizione del centrodestra, seppur guidata da Salvini, ha preso più voti di tutti. Per il Pd queste elezioni hanno sancito il crollo dell’egemonia nelle regioni Rosse (Umbria, Emilia-Romagna e alcune parti della Toscana) che durava dal 1946. Per quanto riguarda i cambiamenti sociali, ritengo che l’immigrazione sia stato uno dei fattori decisivi di queste elezioni. C’è un diffuso senso di paura che ha spostato molti voti. La crisi migratoria è stata fondamentale per cambiare la geografia elettorale italiana. Questo si vede anche in Germania dove l’economia tiene e tuttavia l’AFD sta continuando a crescere. Bisogna anche considerare che la situazione economica è cambiata solo al Nord, ma non al Sud e da qui si comprende il grande risultato ottenuto dai 5 Stelle».

Cosa ne pensa della disfatta di Renzi? Quali sono le prospettive della sinistra italiana?
«Renzi aveva già subito una grave disfatta con il referendum del 4 dicembre. Dopo averlo personalizzato e averlo trasformato in una sorta di referendum sulla sua figura, aveva visto il 60% degli italiani voltargli le spalle. Dopo questo esito fortemente negativo avrebbe dovuto uscire di scena, invece ha dato l’ok al governo Gentiloni in cui c’erano varie figure fortemente renziane come Lotti e la Boschi. Il futuro del Pd è un rebus. Ci sono diverse possibilità: è probabile che i renziani si stacchino per dar vita ad un nuovo movimento, ma potrebbe esserci anche un accordo con il M5S. In ogni caso il Pd è un partito in stato confusionale, come si vede dalla possibilità di una candidatura di Di Pietro come presidente della regione Molise. Questo è un misero tentativo di inseguire i 5 Stelle; se questa è la logica delle future candidature è inevitabile che il Pd verrà assorbito dai 5 Stelle. Il resto della sinistra praticamente non esiste. Liberi e Uguali, pur avendo un ex Presidente del Consiglio e i Presidenti di Camera e Senato è arrivato ad un misero 3%».

Come è stato possibile dissipare un elettorato d’appartenenza così ampio? In Emilia-Romagna il centrodestra ha superato il centrosinistra. Anche in Toscana la coalizione a trazione Pd ha rischiato grosso…
«È venuto meno un modello politico-elettorale, perché la globalizzazione e la crisi hanno modificato i rapporti tra imprese e potere politico locale tipici delle Regioni rosse. Poi Renzi ha rotto alcuni tabù della cultura di sinistra, e questo ha dato un colpo definitivo all’appartenenza politica di queste aree. Non è per nulla casuale che i decrementi elettorali più importanti siano stati registrati proprio in queste zone».

A cosa è dovuto il grande successo del Movimento 5 Stelle? Perché si è affermato nettamente al Sud? Alcuni hanno parlato dell’importanza del reddito di cittadinanza.
«Io non enfatizzerei troppo l’importanza del reddito di cittadinanza. Certo, è stato un tema importante ma al Sud hanno pesato altri fattori, soprattutto il perdurare della crisi economica. Inoltre il Meridione è stato abbandonato dalla politica e dal Pd: i governi di Renzi e Gentiloni hanno avuto pochissimi ministri provenienti da queste zone. Dal punto di vista storico non dobbiamo dimenticare che il Sud è sempre stato disposto a mettere in discussione l’equilibrio politico in maniera più radicale, basti pensare ai tanti voti ottenuti dall’Uomo Qualunque nelle elezioni del 1946. Comunque i 5 Stelle non sono definibili come una Lega Sud, perché hanno ottenuto tanti voti anche al Nord».

Si può dire che Lega e Movimento 5 Stelle sono due fenomeni simili declinati semplicemente su base territoriale: la prima al Nord e il secondo al Sud?
«No, ci sono grandi differenze. La Lega non è un movimento di protesta perché è un vero e proprio partito novecentesco che annovera anche alcuni governatori regionali. Anche i 5 Stelle non sono più un movimento di protesta, perché vogliono andare al governo e hanno spuntato gli elementi più antisistema. Non sono movimenti territoriali, anche se c’è una preponderanza della Lega al Nord e del Movimento 5 stelle al Sud. La territorializzazione non deve essere eccessivamente accentuata perché la maggior parte dei deputati sono stati eletti con il sistema proporzionale e non con il maggioritario».

Alcuni hanno paragonato queste consultazioni a quelle del 1948. Gli esiti li hanno brutalmente smentiti, anche se queste elezioni potrebbero avere valore periodizzante. Cosa ne pensa?
«L’analogia con le elezioni del 1948 è stata proposta per definire le elezioni del 4 marzo come uno scontro tra europeisti ed antieuropeisti. In realtà è stato un discorso fallace, fatto a fini propagandistici, tanto è vero che quelli stessi commentatori ora avallano un governo Pd-M5S. Non è un discorso che tiene dal punto di vista storico. M5S e Lega sono critici nei confronti dell’Europa, ma hanno moderato decisamente le loro opinioni. Per capire se queste elezioni avranno valore periodizzante, bisogna aspettare. Di certo sono state delle elezioni contro l’establishment, ma le intenzioni non erano quelle. Si è voluto andare verso una novità, e questo ha fortemente avvantaggiato i 5 Stelle. In questo periodo potremmo dire, rovesciando la massima andreottiana, che il potere logora chi ce l’ha».

Per concludere, quali sono gli scenari possibili e che ruolo avrà Mattarella?
«Allo stato attuale lo scenario più realistico è costituito da vari tentativi infruttuosi di costituire un esecutivo. Dopodiché potrebbe nascere una sorta di governo del Presidente con l’obiettivo di fare una nuova legge elettorale a carattere bipolare, votata dal centrodestra e dai 5 Stelle. Di certo l’Ue non vuole Salvini e preferisce un governo con Di Maio perché pensa di manovrarlo. Mattarella interpreta il suo ruolo in modo molto meno interventista rispetto a Napolitano. Da quel che si vede il Presidente della Repubblica sembra parteggiare per un’ipotesi Pd-M5S».

Martino Loiacono

Capozzi: la degenerazione dell’Antipolitica

Intervista ad Eugenio Capozzi, Professore ordinario di Storia contemporanea presso la Facoltà di Lettere dell’Università degli Studi di Napoli Suor Orsola Benincasa

Professore, alla luce di questi risultati esiste ancora un’Italia moderata?

antipolitica-m5s-parlamento-pulito-1140x641«Storicamente, il termine “moderato” in Italia ha un significato molto particolare. Non indica una posizione intermedia tra ideologie diverse, ma una corrente politica e ideale che cerca di opporsi a una deriva percepita come pericolosa, sovversiva, nemica della stabilità sociale e dell’ordine. In questo senso, a partire dal Novecento i moderati in Italia sono prima gli anticomunisti, poi anche quelli che temono l’eccessiva invadenza dello Stato e del fisco, e gli insofferenti allo strapotere dei partiti. Insomma, in generale i moderati in Italia sono molto preoccupati, spesso angosciati, e tendono ad atteggiamenti anche radicali.
Nella Seconda Repubblica, Berlusconi rilancia questo concetto in una chiave antipolitica in grado di contenere le sue spinte più degenerative. In altre parole, l’emulsione di populismo e liberalismo del berlusconismo – di cui parla Giovanni Orsina – ha garantito un certo equilibrio nella carica antipolitica seguita a Mani Pulite. Ma i semi gettati dal moralismo e dal giustizialismo di Berlinguer e del Pci-Pds hanno corroso ulteriormente la fiducia nella classe dirigente. Il Movimento 5 Stelle affonda qui le sue radici, e molti moderati si sono fatti risucchiare in questo gorgo anche per il forte sentimento antipolitico che contraddistingue l’Italia. Il populismo pentastellato è un populismo distruttivo, con cui si arriva al paradosso per cui per fare politica bisogna essere totalmente estranei ad essa. È la sfiducia totale nelle élites, è una rivolta distruttiva contro le oligarchie».

Come si spiega il trionfo di due movimenti definiti populisti come la Lega e il Movimento 5 Stelle?
«Entrambi i movimenti, senza dimenticare Fratelli d’Italia, traggono oggi molto consenso dal rifiuto delle forme omologanti della globalizzazione. Quella emersa dal voto del 4 marzo è un’insofferenza verso la pervasività di poteri incontrollabili, è un tentativo di riappropriarsi della sovranità popolare. Detto questo, Lega e Movimento 5 Stelle sono molto diversi. Il partito guidato da Salvini assomiglia ai tanti movimenti sovranisti diffusi in Europa che contestano apertamente le classi dirigenti europee in nome della nazione.
Il grillismo, invece, è un fenomeno ambiguo: non è un populismo sovranista, è un populismo moralista e giustizialista, figlio di Mani Pulite, discendente dalla contestazione alimentata fin dagli anni Settanta dal gruppo Repubblica-L’Espresso. Nasce dal rifiuto della classe politica in quanto tale, e per questo riesce a pescare a destra e a sinistra. Contrappone frontalmente il popolo alla classe dirigente. L’unico paragone internazionale che si può fare è quello con il movimento Podemos, anche se quest’ultimo è in fase discendente. Al contrario il Movimento di Grillo sta cercando di diventare una forza governativa».

eugenio capozziE come spiega, invece, la disfatta di Renzi e della sinistra italiana?
«La crisi della sinistra italiana va inserita nel contesto del tramonto della sinistra progressista e socialdemocratica occidentale. A questa crisi internazionale bisogna sommare le caratteristiche di Renzi che non riesce ad essere una figura elitaria alla Macron, ma nemmeno un populista.
La sinistra non può più utilizzare i suoi metodi di governo. A causa della globalizzazione e dei processi di integrazione europea non può alimentare il welfare in deficit spending e non può più imporre una tassazione eccessivamente elevata. Questa situazione la marginalizza pesantemente. Dopo l’epoca di Clinton e Blair, queste politiche hanno perso il loro appeal. Non è casuale che a guidare il Labour in Inghilterra ci sia Corbyn, esponente di una linea massimalista e “antagonista”.
Insomma Renzi è fuori tempo perché sta venendo meno la sinistra liberale. Inoltre il segretario del Pd, ponendosi in un ambiguo territorio di mezzo tra elitismo e populismo, si trova in una difficile condizione mediana. Insegue i populisti sul loro terreno, ma, come si è visto, è stato inutile perché gli elettori hanno scelto l’originale».

Cos’è cambiato nel rapporto tra gli Italiani e la politica? Sembra che si sia logorato definitivamente il rapporto di fiducia tra masse ed élites.
«In tutto l’Occidente è in corso una rivolta contro le élites. Le masse inquiete e antipolitiche si sono create una nuova forma di ideologia, che consiste nella purezza di una società che non è corrotta dai partiti. Questo fenomeno contestativo, però, varia da luogo a luogo. Il populismo in tutte le sue versioni ha avuto un forte rapporto con la nazione. Secondo questa lettura, le élites sono deprecabili in quanto transnazionali e disinteressate al bene della nazione. I 5 stelle però sfuggono a questa forma di populismo, in quanto in essi, come dicevamo prima, c’è una torsione moralistica e giustizialista che nasce dall’apocalisse giudiziaria di Mani Pulite. Senza questo evento non si può capire la rottura odierna portata dai 5 Stelle. Mani Pulite ha cancellato la classe politica del dopoguerra e ha creato le premesse di un vuoto politico devastante».

Perché il Movimento 5 Stelle si è affermato soprattutto al Sud?
«Perché ha offerto un senso di appartenenza che non è nazionale, ma locale. La sindrome nimby è localistica, e si è diffusa attraverso la contestazione delle opere pubbliche in territori delimitati. In questo senso c’è un’importante convergenza tra grillismo e quella sorta di leghismo meridionale che è il “terronismo”, il neoborbonismo, la lettura della storia italiana che presenta l’unità nazionale come una brutale colonizzazione del Meridione. Essendo poi antimercato e iperassistenzialista il Movimento 5 Stelle ha trovato un grande consenso nelle masse assillate dal precariato e dalla disoccupazione che contestano il potere dell’Ue, delle istituzioni finanziarie e dei mercati internazionali. I 5 Stelle si sono inseriti in questo disagio, l’hanno pilotato e l’hanno convogliato. La corrosione del rapporto tra politica e istituzioni è in loro molto superiore di quello espresso dalla Lega. Sarebbe sbagliato ridurre il M5S, come ora qualcuno sta facendo alla luce dei risultati elettorali, a un leghismo meridionale. Il Movimento 5 Stelle è anche questo, ma il suo appeal politico è molto più articolato e pericoloso».

Nel centrodestra Salvini è riuscito a superare Berlusconi, cosa mai avvenuta da quando esiste questa coalizione. Che significato ha per il centrodestra, quale sarà il suo futuro?
«Il centrodestra si è presentato con un volto nuovo, non più con Berlusconi trionfante. Il centrodestra oggi si può definire liberalnazionale: l’elemento del nazionalismo si è imposto con maggior forza rispetto al liberalismo di origine berlusconiana. Bisogna comunque ricordare che senza la presenza di Berlusconi sarebbe stato impossibile aggregare questa coalizione e renderla vincente.
In ogni caso è finita una stagione, il sogno del miracolo italiano di Berlusconi è sulla via del tramonto. La forza trainante della destra è ora il sovranismo. Ma esso non deve diventare il suo unico orizzonte, altrimenti potrebbe trasformarsi in breve tempo in un fuoco di paglia. Quel che serve al centrodestra è una sintesi tra il liberalismo, il conservatorismo e il sovranismo, che può nascere dai giovani ventenni e trentenni che sono cresciuti senza pregiudizi ideologici, e operano in politica senza timori reverenziali attraverso i social e tutti i nuovi strumenti di comunicazione. Insomma, il centrodestra se non vuole rimanere stritolato dal populismo grillino deve creare immediatamente un grande laboratorio politico in cui sia possibile rilanciare il dibattito ideologico, e lanciare una classe dirigente nuova, nella prospettiva di un movimento/partito unico».

Quali sono gli scenari più probabili?
«Sono molto cauto nell’interpretare questo momento di transizione. La mia impressione è che la sinistra sia destinata ad essere fagocitata in gran parte dai 5 Stelle. Tuttavia, la natura del consenso ottenuto dai 5 Stelle è simile a quella del consenso leghista. Per questo non mi sento di escludere una collaborazione centrata su alcuni temi tra Salvini e Di Maio. In ogni caso ci sono poteri politici, istituzionali, economici interni ed esterni in grado di spingere in un’altra direzione».

Martino Loiacono

Terza Repubblica, si parte

È stato un terremoto elettorale. Non ci sono altre parole per descrivere gli esiti di queste elezioni. L’affermazione del Movimento 5 Stelle, il sorpasso di Salvini ai danni di Berlusconi e la disfatta del Pd segnano un cambiamento decisivo nel sistema politico italiano. Le forze moderate su cui si era imperniata la Seconda Repubblica sono state sconfitte. Il centrodestra non si fonda più sull’egemonia di Forza Italia, il centrosinistra ha perso gran parte dei propri consensi anche nelle regioni rosse, subendo un netto ridimensionamento.
Seguendo la vulgata si potrebbe dire che hanno trionfato ‘i populismi’, cioè le forze che hanno proposto le soluzioni più radicali ai problemi degli italiani. Ma non basta. Il malcontento nei confronti della politica ha raggiunto delle vette impensabili declinandosi, al Nord, con i grandi consensi alla Lega, al Sud, con l’assoluto dominio dei 5 Stelle, dimostrando il fallimento dell’asse moderato Fi-Pd. Il declino di Forza Italia, ormai al tramonto come il suo leader, ha comportato la non vittoria della coalizione del centrodestra. Il crollo del Pd segna invece la messa in discussione dell’intera sinistra, schieramento che non sembra più in grado di parlare alle masse. Non a caso il Pd riceve più voti nei grandi centri urbani. In questo processo le responsabilità di Renzi sono enormi.
Il segretario del Pd è il grande sconfitto di queste elezioni. Renzi ha letteralmente distrutto un partito fortemente radicato. Ha dissipato un immenso elettorato di appartenenza, allontanandosi dai tradizionali pilastri della sinistra italiana. La sua arroganza e la sua sicumera hanno fatto il resto, comportando la scissione della sinistra interna e il malcontento di buona parte della base e soprattutto dell’elettorato deluso dal centrodestra che gli aveva dato fiducia. In circa quattro anni Renzi ha personalizzato il Pd e l’ha portato ad una disfatta totale. Il punto di svolta resta il referendum del 4 dicembre 2016, su cui Renzi aveva giocato tutta la sua carriera politica. Da padre della Terza Repubblica, si è trasformato in spettatore pagante della sua nascita.
Gli scenari post voto sono quanto mai oscuri. Molto dipenderà dalle scelte di Mattarella, perché gli inciuci, stando alle dichiarazioni preelettorali di Salvini e Di Maio, paiono molto improbabili. Una soluzione potrebbe essere un governo di scopo, per varare una nuova legge elettorale in grado di dar vita ad una maggioranza parlamentare.

La nuova pelle dei Cinque Stelle

Ormai è ufficiale, il Movimento 5 Stelle ha cambiato pelle. La presentazione dei ministri di un eventuale governo Di Maio segna il punto apicale di questo mutamento. Pur nella sua bruttezza istituzionale e formale questa mossa si è rivelata decisiva per il futuro del movimento fondato da Grillo e Casaleggio.

La fase del Vaffa, come riconosciuto dal comico-megafono, si è definitivamente conclusa. Il Movimento 5 Stelle non è più quello delle origini. Non è più il movimento dell’uno vale uno, della casalinga di Voghera in grado di fare il ministro dell’economia, della democrazia diretta.

Questo perché i ministri scelti da Di Maio sono per la stragrande maggioranza professori e professionisti nominati dal candidato premier e non eletti tramite la Piattaforma Rousseau.

Con questa decisione si nota che: 1) uno non vale uno perché le professionalità e le competenze differenziano nettamente i potenziali ministri dalla ‘gente’ (termine ultrainflazionato nella propaganda grillina). Una casalinga quindi non vale come un economista e viceversa. Di Maio ha capito che senza una precisa conoscenza tecnica non si può governare un sistema complesso come uno Stato. 2) La democrazia diretta funziona fino ad un certo punto, perché la squadra di governo non è stata scelta tramite una votazione online.

Siamo di fronte ad un Movimento 5 Stelle 2.0, molto diverso da quello contestativo e sbraitante di Grillo e Casaleggio padre, fatto di rabbia e dallo strapotere della Rete. Quello di Di Maio è un movimento in giacca e cravatta che incontra imprenditori e gruppi finanziari senza farsi grossi problemi, pronto a scavalcare la volontà degli iscritti per ottenere il potere. Non a caso nella squadra di governo, oltre a di Maio, si registrano solo due parlamentari uscenti: Fraccaro e Bonafede. Tutti gli altri provengono dall’esterno.

Anche il linguaggio si è fortemente moderato. Di Maio non attacca frontalmente gli avversari per demolirli. A differenza di Di Battista che incarna il movimento delle origini (basti pensare alle invettive contro Berlusconi e Renzi), Di Maio apre anche al dialogo su precisi punti programmatici. Non è un appiattimento su quella che più volte Grillo definì Casta ma è un processo di istituzionalizzazione di un movimento fortemente contestativo.

Riuscirà la strategia di Di Maio a portare il Movimento 5 Stelle al governo? Ad oggi sembra molto difficile, ma non impossibile. Sia perché la trovata di marketing sulla lista dei ministri ha posto il M5S al centro del dibattito mediatico preelettorale, sia perché, come emerso dal fuorionda di Fitto, i pentastellati sembrano fortissimi nel Sud Italia. Area che tutti gli analisti accreditano come decisiva per gli esiti di queste elezioni.

Una campagna elettorale deludente

politiche 2018A meno di una settimana dal voto è possibile fare un breve bilancio di questa campagna elettorale, ricordando che la manciata di giorni che ci separa dal 4 marzo sarà fondamentale per la scelta dei tanti indecisi.
È stata una campagna elettorale deludente. Sia per i suoi contenuti che per i suoi dibattiti. Sono state trattate grossolanamente tante tematiche decisive per il futuro del paese. La riduzione delle tasse, la questione del debito pubblico, la sicurezza e l’occupazione giovanile sono state largamente eluse dalla stragrande maggioranza dei partiti. O sono state sviluppate troppo semplicisticamente. Questo vuoto ideale e programmatico ha comportato la continua strumentalizzazione degli scandali (basti pensare alla perenne querelle tra Pd e Movimento 5 stelle) e la riattivazione della anacronistica lotta tra fascismo e antifascismo, che è sfociata anche in scontri violenti.
Sono mancati anche i dibattiti televisivi tra i leader delle varie coalizioni. Questo ha impedito agli elettori un confronto diretto tra le diverse proposte in campo, quasi che l’Italia non sia una democrazia matura in grado di organizzare un dibattito a più voci.

Le tre forze politiche principali non hanno condotto una campagna elettorale degna di nota.
Il Centrodestra, avvantaggiato nei sondaggi, non è riuscito ad imporre la sua agenda, rimanendo impantanato nell’eterogeneità delle sue componenti. I temi della flat tax e dell’immigrazione hanno avuto una certa centralità in questi mesi, ma lo scontro per la leadership ne ha oscurato la portata. La lotta tra Berlusconi e Salvini, in altre parole, ha assunto un’importanza decisiva e ha minato gravemente la credibilità dell’unica coalizione in grado di ottenere una maggioranza parlamentare per via di quell’ircocervo che è il Rosatellum.
La primazia di Berlusconi non sembra più così certa, vista la rapida e costante ascesa di Salvini. Il leader della Lega è riuscito a sfruttare al meglio tutte le potenzialità dei social, garantendosi un enorme seguito online, che sembra attivarsi anche negli eventi offline.
Il Cavaliere, al contrario, è rimasto ancorato ai metodi televisivi, non riuscendo a comunicare efficacemente online. Insomma, in questa contesa, l’età sta giocando un ruolo decisivo. In caso di vittoria del Centrodestra le sorti del Paese dipenderanno quasi esclusivamente da questo duello.

Il Pd non gode di buona salute. La credibilità di Renzi sembra essere in caduta libera. La sua campagna elettorale non riesce ad essere incisiva, quasi che lo shock del referendum del 4 dicembre abbia paralizzato tutta la sua strategia. Al contrario Gentiloni, costruito da Renzi come un premier di transizione, sembra aver assunto una centralità non discutibile, che ha relegato Renzi in secondo piano. Il Pd renziano è così largamente fuori dai giochi. Non a caso il Centrodestra polemizza apertamente con il M5S, e Di Maio ha individuato come competitor proprio Berlusconi. In effetti il movimento guidato da Di Maio sembra l’unica forza in grado di insidiare il primato del Centrodestra. Gli scandali emersi da “rimborsopoli” e la qualità dei candidati ne hanno però rallentato l’ascesa. Resta da capire quanto il malcontento sia radicato nel Paese, soprattutto nel Sud Italia in cui la sfida tra M5S e Centrodestra sarà decisiva per la costruzione di una maggioranza parlamentare.

La partita decisiva, dunque, sarà quella tra il Movimento 5 Stelle e il Centrodestra, anche perché l’asse post voto Fi-Pd sembra numericamente impraticabile. La stabilità risulta quindi lontana per la configurazione del sistema partitico attuale e per una legge elettorale pasticciata.
Il Presidente della Repubblica avrà un ruolo decisivo nello sbrogliare una matassa a dir poco intricata.

Martino Loiacono

Ai tempi di Craxi

Sono passati 18 anni dalla scomparsa di Bettino Craxi, ma poco è cambiato. La sua damnatio memoriae continua ad aleggiare sul nostro Paese. Certo, la storiografia ha iniziato a smontare pezzo per pezzo buona parte delle infamanti accuse che lo hanno coinvolto, ma la maggioranza degli italiani lo ritiene ancora un “ladro”.
La vulgata di Tangentopoli, insomma, la fa da padrona. L’importante vicenda del Psi craxiano rimane così in ombra, schiacciata da una condanna morale retrospettiva, che si impone su tutta la sua parabola politica. Ignorandone i non pochi meriti storici: il superamento culturale del marxismo-leninismo, la tematizzazione della Grande Riforma delle istituzioni e l’attività di governo.

Dopo la svolta del Midas, con la quale Craxi divenne segretario, il Psi intraprese una coraggiosa politica culturale volta a mettere in discussione i pilastri del marxismo-leninismo che alimentavano ancora l’ideologia del Pci. Affiancato dagli intellettuali di «Mondoperaio», il neosegretario vinse la battaglia politico-culturale contro i compagni comunisti. Mentre il Pci si richiamava a Marx e Lenin, il Psi approdava stabilmente alla socialdemocrazia, mandando in soffitta tutti i vecchiumi ideologici che innervavano la sinistra italiana. Un rinnovamento decisivo, riconosciuto solo a posteriori da coloro che si definiscono i figli di Berlinguer, ma che, a ben vedere, dovrebbero dirsi figli di Craxi…
L’approdo socialdemocratico dei socialisti permetteva al leader del Psi, sostenuto acutamente da Giuliano Amato, di porre i temi della governabilità e della stabilità. Attraverso la Grande Riforma il leader del Psi proponeva un insieme di provvedimenti per modernizzare il Paese. Il rafforzamento dell’esecutivo, il superamento del bicameralismo perfetto, e il semipresidenzialismo diventavano centrali nel dibattito politico italiano.
Per quanto riguarda il governo, l’esecutivo guidato da Craxi fu il più duraturo della storia della Prima Repubblica, e non senza risultati. La revisione del Concordato, il referendum sulla scala mobile, un’importante crescita economica e l’episodio di Sigonella (applaudito anche dai comunisti) non possono essere passati sotto silenzio.

Con il 1987 la carriera politica di Craxi iniziò la sua fase regressiva. Sia perché il Psi non ottenne lo sfondamento elettorale auspicato, che gli avrebbe consentito di trattare in modo diverso con gli alleati di governo, sia perché il segretario di Via del Corso rimase irretito dal patto di potere stipulato con la Dc. La spinta modernizzatrice e riformista si andava esaurendo, mentre si aggravava la crisi del partito, a causa della sottovalutazione della questione morale e della mancata autoriforma.
Ma l’errore più grave fu la scelta astensionista nel referendum sulla preferenza unica del 1991, che si era trasformato in una sorta di referendum sulla partitocrazia. L’opposizione frontale a questa consultazione fu fatale, perché portò l’opinione pubblica ad identificare Craxi con il sistema partitico ormai degenerato.

Gli eventi del 1992-1993 sono noti. Certo, Craxi commise tanti errori, a partire dalla pratica del finanziamento illecito di cui divenne assoluto protagonista per contrastare lo strapotere finanziario di Dc e Pci: la prima si alimentava da tutto l’insieme delle industrie di Stato, il secondo era foraggiato abbondantemente dai rubli sovietici, e dal sistema delle cooperative.
Nonostante la sistematicità e la notorietà di queste forme di finanziamento, Craxi fu letteralmente massacrato dal circuito mediatico-giudiziario guidato dai postcomunisti che strumentalizzarono la questione morale trasformandola in puro giustizialismo. Forti dell’amnistia sul finanziamento illecito ai partiti approvata nel 1989, gli eredi di Berlinguer divennero i grandi moralizzatori della politica italiana, dimenticando che le loro tasche erano state riempite da un’immensa quantità di rubli e da molteplici contributi illeciti.

Lo Start della Campagna elettorale

Tutto come previsto. O quasi. È iniziata la campagna elettorale e le tendenze di fondo emerse alla fine della legislatura proseguono. Il Pd appare sempre più isolato. Le uscite di Renzi – l’ultima sul canone Rai – assomigliano molto a degli autogol. La regressione politico-strategica del Partito democratico procede senza soluzione di continuità.
Una via d’uscita potrebbe essere costituita da una campagna elettorale più collegiale, in cui Renzi viene affiancato da figure di rilievo del governo Gentiloni, a partire da quest’ultimo. Calenda e Minniti, anche per i risultati ottenuti, potrebbero ridare vigore ad un partito ormai in caduta libera.

Il centrodestra, saldamente guidato da Berlusconi, marcia compatto verso l’obiettivo. Non è casuale che l’incontro di ieri si sia svolto ad Arcore e non in via Bellerio. La centralità dell’ex Cavaliere non è in discussione. Anche per le modalità con cui ha tessuto l’ampio accordo che va dalla Lega a Noi con l’Italia. Una coalizione così ampia dovrebbe garantire al centrodestra un ottimo risultato, soprattutto nei collegi uninominali. La legge elettorale proposta dal Pd, per assurdo, sembra essere stata ritagliata proprio sulle caratteristiche del centrodestra.

L’incognita di queste consultazioni rimane il Movimento 5 stelle. Non tanto per il suo exploit elettorale, che da più parti viene dato per certo, ma per la sua agibilità di governo. Di certo sarà la forza politica più votata, ma da qui a un governo Di Maio, la strada è tutta in salita.
Le opzioni praticabili sono sostanzialmente due: 1) un’alleanza preelettorale con Leu, per ottenere più facilmente alcuni collegi uninominali, rischiando però di perdere l’elettorato grillino più integralista; 2) un’alleanza postelettorale con Liberi e uguali e con una parte del Pd, che potrebbe allontanarsi da Renzi dopo le elezioni.

Ad oggi lo scenario più probabile sembra essere la vittoria del centrodestra, sia per la capacità di Berlusconi di condurre la campagna elettorale, sia per le dimensioni della coalizione che lo sostiene. Incerta rimane la figura del futuro premier, per via dell’incandidabilità dell’ex Cavaliere. La candidatura di Salvini risulta praticamente impossibile, nonostante i suoi proclami.
Non bisogna però sottovalutare il Movimento 5 stelle. Il Pd è tutt’ora isolato, e anche per questo l’ipotesi di un governissimo va sempre più sfumando.
Sarà interessante capire come Mattarella gestirà la complessa situazione post voto. Si capirà come il Presidente della Repubblica interpreta il suo ruolo: se come il suo predecessore, intervenendo a gamba tesa anche sulla composizione e sulla durata degli esecutivi, o come un notaio che si limita a svolgere il suo ufficio.

Scenari elettorali

È ufficiale, si vota il 4 marzo. Nonostante la certezza della data, gli scenari politici rimangono però molto incerti. Ad oggi, le uniche cose sicure sono la crisi del Pd e la rinnovata centralità di Berlusconi nel sistema politico.

Il leader di Forza Italia è praticamente rinato dopo la disfatta del 2011 che lo aveva costretto alle dimissioni. Alla luce delle difficoltà del Pd, e a fronte dell’inesperienza grillina, l’ex Cavaliere sembra essere diventato il dominus della politica nostrana.

Dopo il 4 dicembre, infatti, il Pd renziano è entrato in una grave crisi strategica, non trovando una via d’uscita. La sconfitta nelle diverse tornate di amministrative, la scissione di Mdp (poi confluito in Liberi ed Uguali) e il caso Boschi sono emblematici.

Anche l’avvio della campagna elettorale non sembra essere stato dei più esaltanti. L’iniziativa del Treno “Destinazione Italia” per ascoltare il Paese non ha sortito gli effetti sperati. Per non parlare della commissione d’inchiesta sulle banche, che si è rivelata un grave boomerang per il Partito democratico. Questa situazione è stata fotografata anche dagli ultimi sondaggi, secondo i quali il partito di Renzi si attesterebbe intorno al 24%. Sembra che il segretario del Pd abbia perso contatto con il Paese, e che tutti i tentativi per recuperarlo stiano allargando tale frattura.

Queste difficoltà si rispecchiano anche nell’impossibilità di stringere alleanze con le varie forze politiche che potrebbero dar vita ad un centrosinistra largo, in primis Liberi e Uguali. Ad oggi l’unica alleanza siglata dal Pd è con Insieme, la federazione di stampo ulivista che unisce Psi, Verdi e Area Civica.

Per le caratteristiche del Rosatellum, una legge elettorale mista (64% proporzionale, 36% maggioritario) che non garantisce facilmente la governabilità, la condizione del Partito democratico risulta particolarmente infelice. Non riuscendo a costruire delle coalizioni ampie, il partito guidato da Renzi sembra essere in difficoltà nei collegi uninominali, in cui le forze coalizzate, sommando i rispettivi voti, possono sostenere un singolo candidato.

Al contrario, il centrodestra sembra essere favorito, Berlusconi in modo particolare. L’ex Cavaliere può infatti cercare di arrivare al 40%, forte di tutta la coalizione del centrodestra, composta da Fi, Lega, FdI, Energie PER l’Italia, Noi con l’Italia, Udc e Rinascimento. Se il centrodestra non dovesse raggiungere questa percentuale, Berlusconi potrebbe comunque ergersi a uomo di Stato, facendosi garante di un governo di larghe intese con il Pd dopo il voto. Non a caso, il leader di Fi ha identificato nel M5s il nemico da battere, e non ha mai attaccato frontalmente il Pd, anche perché una débâcle dei Dem limiterebbe gravemente la sua strategia.

Queste opzioni prefigurano una rinnovata centralità berlusconiana, basata sul suo potere coalittivo che gli permette di stringere alleanze sia con il centrodestra che con il centrosinistra, utili per tagliare fuori il Movimento 5 stelle.

Questo potere è ulteriormente rafforzato dalla natura del M5s. In effetti, tutti i partiti stanno attaccando i grillini e temono la possibilità di un eventuale governo targato 5 stelle. Berlusconi, per la sua posizione, dovrebbe essere il perno su cui si fonda questa conventio ad excludendum 2.0.

Ad oggi, infatti, sembrano poco praticabili le possibili alleanze elettorali del M5s: sia con la Lega, ben radicata nel centrodestra; sia con LeU. Quest’ultima non sembra del tutto impossibile, anche se smentirebbe la storia del movimento fondato da Grillo…