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Martino Loiacono

Le colpe di Occhetto
e il Muro tra le sinistre

achille occhettoNegli ultimi giorni si fa un gran parlare di Renzi e dei suoi tentativi di riunire il Centrosinistra. Si discute di un Centrosinistra largo, e aperto a tutte le anime che abbiano la buona volontà di aderirvi. Di programmi poco o nulla. Lo sherpa dell’operazione è Piero Fassino, ultimo segretario dei Ds e criticamente renziano.

Come si concluderanno queste grandi manovre è ad oggi un mistero, ma molti aspetti lasciano presagire un esito negativo. La sicumera renziana rimane uno dei più grandi limiti del segretario del Pd. Il carattere di Renzi impone oggettivi limiti a qualsivoglia dialogo con Mdp e con tutta la galassia della sinistra-sinistra. Le modalità con cui si è consumata la scissione nel vecchio Pd, insomma, impediscono una riunificazione. Ma il problema sta a monte, non riguarda né Renzi né Bersani e viene da molto lontano.

La storia della sinistra, infatti, è una storia più divisiva che unitaria. Le scissioni che l’hanno coinvolta sono numerose e hanno avuto delle conseguenze politicamente drammatiche. La frattura di Livorno del 1921 è la più pesante, e dopo quasi cent’anni sembra gravare ancora sulle sorti della sinistra nostrana. La rottura tra socialisti e comunisti non è mai stata superata, e questo fantasma continua ad aleggiare sul Pd.

Quando la si sarebbe potuta ricomporre, mancò la volontà politica. Le colpe di Occhetto sono note, ma anche Craxi non ebbe la forza di riunire quel che la Rivoluzione russa aveva diviso. Era il 1989 ed era appena crollato il Muro di Berlino e anche il Muro di Livorno sembrava vacillare.

La sinistra italiana si sarebbe potuta riconciliare intorno ad un progetto socialdemocratico e riformista unitario. Il Pci avrebbe potuto riscattarsi dal proprio massimalismo inconcludente, superando tutti i limiti che lo avevano privato della legittimità governativa; il Psi avrebbe vinto la sua lunghissima battaglia culturale.

Ma il Muro tra le sinistre non cadde. Il Pci divenne Pds, senza costruire una vera identità. La Cosa rossa oscillò pericolosamente tra il pacifismo, l’internazionalismo, il femminismo e l’ecologismo senza risolvere la questione cruciale: il rapporto con la socialdemocrazia. Il Pci-Pds abbandonava dunque il marxismo-leninismo, senza sostituirvi alcuna filosofia politica. Il Psi craxiano, invece, rimase impantanato nelle sue contraddizioni – finanziamento illecito e insufficiente crescita elettorale – e in breve passò dal riformismo alla conservazione dell’esistente, opponendosi al referendum sulla preferenza unica alla Camera e a qualsiasi tentativo di riforma del sistema dei partiti. Craxi commise una serie di errori, che lo trasformarono nell’emblema della partitocrazia. Sarebbe divenuto il capro espiatorio della tragica stagione di Mani Pulite.

Proprio durante quest’inchiesta i destini dei due partiti si separarono definitivamente. Il Pds colmò il proprio vuoto identitario con un giustizialismo moralista di marca berlingueriana che si caratterizzò per i toni antisocialisti. Il Psi venne spazzato via dal circuito mediatico-giudiziario. La sanzione di questi errori fu la vittoria di Berlusconi sulla coalizione dei progressisti guidata dal Pds, nel 1994.

Con la nascita del Pd poche cose sono cambiate. La questione dell’identità della sinistra italiana si è ulteriormente complicata, dal momento che la cultura degli ex democristiani non si è mai fusa in modo coerente con il ‘patrimonio’ ideologico dei postcomunisti. Dall’Ulivo passando per l’Unione fino al Pd, le divisioni hanno avuto la meglio. Basti pensare al colpo di mano del sempiterno D’Alema ai danni di Prodi nel 1998, grazie a cui il segretario dei Ds spalleggiato da Cossiga, sfruttando una crisi di governo aperta da Rifondazione comunista, sostituì il Professore alla guida dell’esecutivo. Episodio non troppo dissimile rispetto agli eventi seguiti al celebre ‘Enrico stai sereno’..

Quale sarà dunque l’esito delle trattative interne alla sinistra? Probabilmente una nuova vittoria di Berlusconi.

Parla Acquaviva. Intuizioni ed errori di Bettino Craxi

bettinocraxi

Prosegue la serie di interviste sul crollo della Prima Repubblica. Gennaro Acquaviva, senatore e stretto collaboratore di Craxi, racconta dettagliatamente la fase terminale della Repubblica dei partiti, riportando diversi aneddoti di grande valore storico e politico.

Come erano visti i partiti nel corso degli anni Ottanta? Si percepiva già un sentimento antipartitocratico?
Prima di dare dei giudizi bisogna fare una premessa indispensabile. Quando si riflette è doveroso cercare di fare astrazione dal ricordo, cercando di dare un giudizio che superi le emozioni dell’epoca. Altrimenti la testimonianza non può essere utile alla Storia. Io ricordo gli anni Ottanta come un periodo di grande entusiasmo, anche perché noi socialisti eravamo dei giovani ‘rampanti’ di livello. Il nostro gruppo aveva dentro di sé un insieme significativo di esperienze politiche, ma anche di studio: si veda De Michelis e la sua ricerca legata alle scienze, era un grande studioso di chimica; eppure nonostante questa formazione di livello sarà identificato come un giovane dissoluto, non vanno quindi dimenticate le sue doti intellettuali. Un discorso simile vale anche per Martelli ed altri. Questo gruppo si inserì in uno schema immobilizzato e paralizzato dalle divisioni che nascevano dalla ‘guerra fredda’. Lo spirito di Craxi è quello di voler rompere questa gabbia per realizzare una strategia importante: voleva ridimensionare il Pci portandolo verso di sé, sulla via del riformismo e costruire così la gamba di sinistra del bipolarismo necessario. Il gruppo socialista di quegli anni si impegna a fondo su questo, seguendo la forza e la spinta di Craxi. Questo avviene a partire dal 1978, soprattutto dopo il congresso di Palermo in cui Craxi conquista definitivamente il partito.
Negli anni Ottanta, tornando alla tua domanda, non c’era la percezione del crollo del sistema, si percepiva soprattutto l’impasse, il blocco del sistema politico. Tuttavia il sistema dei partiti si sentiva fortissimo perché controllava tutto e il mondo intero percepiva questa stabilità. Nessuno in quei momenti aveva la lucidità retrospettiva che possiamo avere oggi noi. Anche se la morte di Moro è un serio campanello d’allarme.

In questo contesto il Psi è ottimista, e ha in mente di riformare il sistema dei partiti anche provando a guidarlo. Il problema del Psi è che gli mancano i voti, se avesse avuto un 20% avrebbe potuto trattare in modo diverso con i comunisti; ad esempio avremmo potuto attrarre i miglioristi e il Pci più di ‘destra’. L’errore grave del Psi, su cui ho insistito più volte, è collocabile nel 1987. Allora Craxi (e il Psi) accetta la staffetta di De Mita: e invece avrebbe dovuto cercare di rimanere alla guida del processo. Abbandonare il governo dopo un’ottima prova senza reagire radicalmente è l’errore gravissimo che peserà molto su di noi. Ci sono anche delle responsabilità della cattolicità italiana (Cei e vescovi), perché nel 1987 combattono Craxi e il Psi, facendo una campagna elettorale largamente ostile. Il tutto per salvare la Dc nella sua situazione di crisi, in cui il Psi avrebbe potuto sottrarle voti importanti. A questo poi bisogna aggiungere anche il fatto che il potere ha dei lati negativi, siamo forse stati un po’ logorati dal potere e c’è mancato equilibrio e capacità di tenuta.

Ci pui spiegare meglio l’errore del 1987?
Craxi sbaglia perché non rompe definitivamente con il sistema di potere in cui di fatto è rimasto ingabbiato. Avrebbe ad esempio potuto imboccare la strada ‘populista’ e cioè denunciare al popolo le ingiuste pretese della Dc. Si sarebbe potuto chiamare fuori dal sistema, rivendicando la sua buona prova di governo. Avrebbe dovuto insomma mostrarsi come alternativa al corporativismo e all’immobilismo di Dc e Pci. Questo però era pericoloso sul breve periodo perché avrebbe così perso la prospettiva di tornare al governo promessogli dalla Dc. Tutto ciò porta il Psi ad una fase conservativa che lo danneggia perché a gestire l’esistente sono meglio i democristiani. Da innovatore il Psi appare gestore del potere, da ciò deriva l’impossibilità di promuovere un rinnovamento vero nei tempi necessari. Craxi avrebbe potuto fare altrimenti? Non lo so anche perché avrebbe dovuto attendere tempi troppo lunghi. É un fatto comunque che con quella mossa si consegna al sistema. Quella legislatura finale (1987-1992) significa per l’innovatore Craxi consegnarsi alla decadenza e alla morte. Non si deve poi dimenticare l’abbassamento fisico e psicofisico di Craxi, dopo l’infarto da diabete subìto nel 1989, in cui vede la morte in faccia. Anche questo probabilmente ha influito sulle sue future scelte politiche. Questo gruppo rampante durante gli anni di governo ha fatto un’esperienza di potere intensa, ma ha anche subìto il fascino della mondanità. Questo si legge su Repubblica ma anche Civiltà cattolica ed altri giornali cattolici lo denunciano con attacchi pesanti. Oggettivamente c’era qualche eccesso, basti pensare al libro di De Michelis sulle discoteche. Abbiamo subìto un po’ il fascino del potere, e poi non dimentichiamo che abbiamo ottenuto potere sovradimensionato rispetto al nostro peso elettorale, e in troppo poco tempo. Questo probabilmente ha contribuito a far saltare i meccanismi di controllo dentro qualcuno.

Certa stampa ha descritto Craxi come un corrotto, cosa ne pensi?
Craxi non era mai stato avido, anzi me lo ricordo spesso come un grande tirchio. Per quanto riguarda la politica aveva visto e ben capito che senza autonomia finanziaria il Psi non avrebbe mai avuto l’autonomia politica indispensabile per cambiare le cose. Aveva visto negli anni del frontismo e del centrosinistra che la mancanza di soldi era gravosa, aveva visto singoli e gruppi letteralmente comprati dal denaro altrui. I soldi li considerava importanti perché gli servivano a fare politica autonoma. Nel suo schema lo scopo prevalente della tangente era fare politica seria, formare una classe dirigente capace. Un mezzo deprecabile ma costruito per un buon fine.

Che ricordi hai del 1992?
Io sono abbastanza incosciente nel 1992. Mi fido delle capacità superiori di Craxi e seguo la sua linea ed i suoi comportamenti. Craxi, che era obiettivamente in una posizione di minor forza, accetta anche che lo facciano fuori da Presidente del Consiglio. La scelta decisiva è però quella fatta da Scalfaro, cioè di non conferire l’incarico a Craxi per via delle indagini dandolo ad Amato. Se Craxi fosse diventato Presidente del Consiglio avrebbe fatto delle scelte in grado di contrastare fortemente l’emergente strapotere della magistratura. Non penso che quello del 1992 sia stato un golpe. Il problema è che il Psi aveva ridotto la propria capacità di potere e di peso. E poi fa anche una serie di errori. A questo bisogna aggiungere le misteriose dimissioni di Cossiga che cambiano radicalmente le carte in tavola. Insomma si costruiscono anche una serie di errori che sono insiti nel sistema dei partiti, attraverso cui si arriva alla stessa morte di questo assetto. Possiamo mai pensare che Scalfaro, che aveva fondato la Dc, voleva la morte dei partiti? Eppure è questo che allora avvenne, anche per colpa ed ignavia di molti, compreso l’allora Presidente della Repubblica.
Non dimentichiamoci che se Cossiga non si fosse dimesso, avrebbe dato l’incarico a Craxi come stabilito dagli accordi con il vertice DC, e cosa sarebbe successo in quel caso?
E poi Scalfaro era allora indubbiamente impaurito anche da possibili sue compromissioni e non essendo un ‘cuor di leone’ non compie le scelte che avrebbe dovuto e potuto prendere. Ricordiamo che in quella fase il sistema dei partiti era ancora, più o meno, in grado di reggere anche perché aveva comunque una maggioranza in Parlamento.

Quali sono le cause del crollo dunque?
Le cause sono insite nella stessa crisi del sistema politico. Pensiamo solo al mancato ricambio e alla pesantezza della conventio ad excludendum. E poi i cinque anni (1987-1992) che anticipano la tragedia, sono anni che sfibrano e indeboliscono fortemente il sistema, insomma conducono ad una degenerazione del sistema politico. Ripeto che in ogni caso nel 1992 i partiti tradizionali hanno comunque ancora la maggioranza sia alla Camera sia al Senato. La questione preliminare è pienamente legata a Scalfaro che sotto ricatto non dà l’incarico a Craxi.
Un altro errore strategico riguarda il referendum (1991) sulla preferenza unica con cui Segni sconfigge la partitocrazia. Craxi avrebbe dovuto e potuto andare ad elezioni anticipate bypassando il referendum di modo da mettere in crisi il Pci. Purtroppo temporeggia come fa per tutto il contesto di quei cinque anni drammatici. Al congresso di Rimini del 1991, D’Alema e Veltroni vanno da Craxi per pregarlo di non ucciderli e lui acconsente. Craxi pensa di annetterli nel futuro, quando avrà il governo, commettendo così un grave errore. Si sarebbe dovuti andare ad elezioni anticipate, anche per mettere definitivamente il Pci in crisi. Tra l’altro andando ad elezioni nel 1991 Craxi avrebbe probabilmente preso in contropiede Tangentopoli, che già si preparava.
Anche i corsivi sull’Avanti! contro Di Pietro sono un errore grave. Se Craxi effettivamente avesse avuto prove delle malefatte di Di Pietro avrebbe potuto e dovuto fare degli esposti oltre a velate minacce. Non dimentichiamo che il Ministro di giustizia era Martelli, pur recalcitrante ed infido.

Perché Craxi diventa il capro espiatorio di questa stagione?
Perché era l’unico che poteva cambiare l’Italia, aveva dimostrato di essere un grande leader e di poter riformare tutto. Era un leader naturale. Ancora nella fase della decadenza sembrava fosse in grado di cambiare il Paese.

Cambiando argomento: all’interno della Grande riforma, quando si afferma il presidenzialismo?
Mai, in nessun congresso socialista si afferma compiutamente. L’avvio della grande riforma è l’articolo di Craxi del 1979, che prosegue il saggio di Amato del 1977. Il riformismo si sviluppa con il congresso di Rimini del 1982. Craxi sapeva che il presidenzialismo era troppo divisivo per la Dc, e che quindi non avrebbe mai potuto promuoverlo con il suo alleato maggiore, in modo decisivo e definitivo. I due schieramenti bipolari avrebbero costretto la Dc a prendere una posizione netta, facendo saltare il carattere interclassista della Dc e la stessa sopravvivenza del movimento politico dei cattolici.

Martino Loiacono

Di Pietro e l’annosa questione Tangentopoli

beppe_grillo_antonio_di_pietroLe parole di Di Pietro hanno finalmente riaperto l’annosa questione Tangentopoli. Il mitico eroe del biennio 1992-1994 ha dichiarato che il suo successo si è largamente fondato sulla paura delle manette, e che processando la Prima Repubblica ha cancellato anche le idee su cui si fondava, aprendo la strada ai partiti personali. Sarebbe bene ricordare al Tonino nazionale che già il Psi fu un partito fortemente personalizzato, financo leaderistico. Lo stesso discorso vale anche per il Pri di Spadolini.

Ma torniamo al ruolo del magistrato più amato d’Italia. Per chi ha studiato a lungo la crisi della Prima Repubblica queste parole hanno un dolce suono. Sono arrivate un po’ in ritardo, ma sono molto importanti perché chiariscono cosa fu il dipietrismo. Il contadino di Montenero di Bisaccia fu il protagonista di una stagione giustizialista e giacobina unica per la storia della Repubblica Italiana. I metodi utilizzati da Di Pietro sono ormai arcinoti: carcerazione preventiva, tintinnar di manette, violazione sistematica del segreto istruttorio e conseguente tritacarne mediatico-giudiziario. Per non parlare della violazione continua del principio di presunzione di non colpevolezza, sancito dalla Costituzione con l’articolo 27 per cui «l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva».

Svolta-1992Il ruolo di Di Pietro, però, non si è limitato solo al giustizialismo più violento, ma si è spinto oltre provocando dei gravi danni al sistema politico italiano. Il ruolo di supplenza politica svolto dal Pool di Milano ha gravemente indebolito gli sviluppi storici derivanti dalla caduta del muro di Berlino e ha impedito un processo riformatore che cambiasse effettivamente il Paese. L’unica modifica costituzionale di quel periodo ha riguardato l’autorizzazione a procedere nei confronti dei politici, cancellando la norma che prevedeva un voto della Camera di appartenenza prima di poter avviare un’indagine contro un parlamentare.

Questa è stata la splendida revisione costituzionale promossa dal pool di Mani Pulite, che ha chiaramente giovato all’Italia e agli italiani. In quegli anni ci si è illusi di rinnovare un sistema politico affidandolo alla semplice onestà orchestrata da un insieme di magistrati molto popolari. Certo, il sistema di finanziamento alla politica era marcio ed aveva raggiunto livelli intollerabili. Ma la soluzione adottata dalla procura di Milano ha brutalmente limitato le riforme che sarebbero state necessarie per modernizzare il Paese, consegnando la politica alla magistratura, avviando così un cortocircuito ormai ventennale. Si è pensato che un semplice ricambio di classe dirigente per via giudiziaria avrebbe potuto rinnovare un intero sistema. I risultati sono sotto gli occhi di tutti..

Il ruolo di Di Pietro non deve essere semplicisticamente ridotto al giustiziere che abbatte un sistema politico, per poi sostituirvisi facendo il parlamentare e il ministro. A questa delizia si deve aggiungere la disgrazia delle mancate riforme che il Paese avrebbe dovuto avviare in quel biennio. La deriva giustizialista e manettara di quegli anni è la chiave di volta per comprendere la lunga transizione che stiamo vivendo. Una transizione che dura da 25 anni, e che non vede lontanamente la sua fine.

L’occasione del 1992-1994 ormai è stata persa. In compenso il giustizialismo giacobino è dilagato e ha partorito il Movimento 5 Stelle. Come recitava una scritta del 1992: Di Pietro grazie!

Intervista a Finetti: dalla lite Pci-Psi all’Antipolitica

Con l’intervista ad Ugo Finetti continua la serie di conversazioni storiche sul crollo della Prima repubblica. Finetti, storico esponente del Psi e Vicepresidente della regione Lombardia dal 1985 al 1992, ha le idee molto chiare sulla fine della Repubblica dei partiti. In questa intervista spiega il ruolo del pool di Milano e dei potentati economici, parlando di uno scioglimento per via giudiziaria dei partiti. Finetti, con il suo approccio da storico affermato, illustra anche i meriti storici del sistema dei partiti.

craxi-e-napolitanoQual era il clima politico degli anni Ottanta? C’era sfiducia verso i partiti?
L’antipolitica c’è sempre stata. Bisogna distinguere quando la polemica contro i partiti diventa avversione alla democrazia. Il fastidio verso i partiti nasce nel primo dopoguerra. Già nel 1919 c’era un certo fastidio, soprattutto dopo l’estensione del suffragio universale. Da questo momento i ceti più alti iniziarono a non sopportare che persone da loro ritenute di livello culturale e sociale inferiore potessero prendere decisioni di rilievo nazionale. Inizia l’avversione alla democrazia.
Nel secondo dopoguerra con la vita democratica che rinasce sotto la guida dei partiti del Cln c’è il trionfo dei partiti: i partiti diventano il cardine della democrazia e sono i veicoli di una estesa partecipazione sia alle elezioni che alle varie manifestazioni da essi organizzate. La partecipazione al voto era massiccia. I partiti sono punti di riferimento per un sistema di valori.
Le crepe iniziano dopo il ‘68, quando cresce una vera polemica verso i partiti (gli extraparlamentari), prima c’era solo una contestazione secondaria (per lo più di estrema destra ‘nostalgica’ del fascismo). Un segnale chiaro è l’esito del referendum sul finanziamento pubblico ai partiti del 1978. Gli anni Settanta, più in generale, logorano il sistema politico, anche a causa delle varie crisi: economica, politica e sociale, sommate all’emergenza del terrorismo. Negli anni Ottanta c’è la fuoriuscita dalla crisi economica. La politica ha un primato, è promotrice dell’integrazione europea; i partiti diventano protagonisti, sia a livello ideale, tecnico-programmatico e istituzionale. Ci si rende conto però che la società italiana ha bisogno di un diverso assetto istituzionale, ma gli anni Ottanta non vedono un’autoriforma, e questo può essere un motivo di sfiducia.
Il ruolo dei partiti dipende anche dalle modalità con cui l’Italia vive la Guerra fredda e anche al ruolo dei partiti unitisi durante la Resistenza. L’antifascismo interseca lo schieramento della Guerra fredda. In Italia non c’è stato nessun muro di Berlino e con il Pci in Parlamento non si è andati a ‘muro contro muro’. Questo può aver comportato forme di consociativismo e può aver creato una sorta di omologazione politica che ha pesato sulla fiducia verso il sistema.
Un’altra questione problematica riguarda la staticità nei gruppi dirigenti: si arriva alla fine della Prima repubblica con a capo del governo il sottosegretario di De Gasperi, Andreotti. Anche gli stessi padri della Prima repubblica sono arrivati alla fine degli anni Novanta con ruoli di rilievo. Questo ha significato anche un certo immobilismo. Si può concludere dicendo che un elemento di crisi dei partiti è che con la fine della Guerra fredda gruppi dirigenti che erano stati ‘in divisa’ si sono trovati ‘in abiti borghesi’. La smilitarizzazione della politica ha messo in libertà l’elettorato.

Come erano percepiti i partiti? Si sentiva la crisi dei partiti di massa?
Prima di parlare di partiti in generale si deve distinguere tra i vari partiti, non si può parlare generalmente di partiti di massa. Si tratta di realtà molto diverse. La Dc ha un retroterra cattolico molto vasto e articolato, è un partito interclassista. Il Psi e il Pci, invece, hanno un primato di elettorato popolare. Ma sono diversi tra loro: il Pci è un partito con un retroterra di solidarietà internazionale ed è organizzato in modo paramilitare con il centralismo democratico, con il divieto delle correnti e con un segretario eletto a vita, con successione monarchica (il vice diventa segretario). Il Psi, al contrario, ha tante correnti, subisce molte scissioni, ed è in stato di divisione permanente.
Elettoralmente si ha un elettorato sempre stabile, gli spostamenti elettorali sono microscopici rispetto ad oggi. Sono mutazioni lievissime, si pensi anche alla tradizione familiare con cui si andava al voto.
I partiti di opinione erano pochi e di dimensioni ridotte. Tutti i partiti però erano accomunati dall’antifascismo. C’era l’antifascismo da parte della Dc che limitava gli elementi di estrema destra, mentre il Pci condannava gli elementi più rivoluzionari della sua ideologia.
I partiti hanno così garantito anche la tenuta democratica durante situazioni drammatiche come il terrorismo, o di fronte a tentativi di colpi di mano. Infine bisogna ricordare che la tanto bistrattata partitocrazia è stata protagonista della resistenza e dello stato sociale. Prima di rivolgerle una critica sferzante, bisognerebbe ricordarne anche i meriti.

Cosa ne pensa del crollo della prima Repubblica? Quali sono le cause?
Non bisogna confondere crollo e sconfitta. Gli errori politici si riflettono in sconfitta elettorale non in crollo di sistema. L’unico grande calo tra il 1989 e il 1992 riguarda il Pci. Nel maggio 1992 Craxi era l’unico candidato alla presidenza del consiglio. Il pentapartito aveva la maggioranza del consenso. Quando per causa giudiziaria scatta il veto su Craxi da parte di Scalfaro, il presidente della Repubblica chiede comunque al segretario socialista di fare il nome del presidente del consiglio.
Il crollo avviene essenzialmente per via giudiziaria, non è la società civile che abbatte il sistema. Non bisogna confondere la procura di Milano con la società civile. Alcuni hanno parlato del referendum Segni come segno inequivocabile del declino, in realtà è un fatto politico, ma non è un crollo. Il Psi l’anno dopo – con Mani Pulite già in corso – nelle elezioni del ’92 mantiene le posizioni (perde due deputati su quasi cento). Non è quindi la società civile che ha rovesciato la politica. La realtà è che c’è stato uno scioglimento giudiziario dei partiti in modo molto selettivo.
Si è voluta creare artificialmente una dialettica politica tra ex fascisti ed ex comunisti. Fatto che fu consacrato nelle amministrative del 1993: si pensi alle contese elettorali tra Bassolino e la Mussolini a Napoli e alla sfida tra Fini e Rutelli a Roma. Questo schema venne sovvertito dal fenomeno berlusconiano.
La disgregazione voluta dal Pool nasce dal fatto che con la fine della Guerra fredda e la globalizzazione, il potere economico pensa che sia venuto il momento di liberarsi dalla politica. Si immagina un mondo senza conflitti, per andare verso un unico modello economico-istituzionale. C’è un assalto al potere politico, anche perché si volevano promuovere delle privatizzazioni che vedevano la classe di governo restìa. Non a caso Mediobanca con Cuccia patrocina il referendum Segni, insieme a Berlusconi. L’ex cavaliere dà molto spazio anche a Mani pulite sfruttando le sue televisioni.

Cosa ne pensa delle recenti parole di Di Pietro?
Parla così perché ormai l’Italia di Mani pulite è uscita di scena, sono usciti di scena i suoi eroi. Mani pulite ha salvaguardato comunisti e sinistra Dc più i neofascisti del Msi. Di Pietro e d’Ambrosio, non per caso sono diventati parlamentari del Pd. Di Pietro vorrebbe ora rientrare in Parlamento e ha fatto dichiarazioni a favore dei postcomunisti (Bersani) e degli ex missini (Meloni).

Che tipo di inchiesta è stata Mani Pulite?
Mani Pulite è un’inchiesta essenzialmente cartacea. Ha come postulato che gli imprenditori sono vittime della politica. L’inchiesta si svolge in maniera abbastanza semplice: si arrestano gli imprenditori affinché facciano i nomi dei politici. Così ottengono la libertà. L’inchiesta si basa sulle sabbie mobili della carcerazione preventiva con ‘confessioni’ firmate per uscire e che contengono accuse che sono quasi sempre parole non documentate.

Non possiamo non parlare del finanziamento ai partiti. Cosa si ricorda? Era un sistema come ha sostenuto più volte Craxi?
C’è in effetti una sorta di continuità dal 1944 con i primi finanziamenti al Cln anche fisica: Enrico Mattei si occupava di dividerli tra i partiti del Cln. È lo stesso Mattei che divide l’’oro di Dongo’.
È sempre Mattei che da presidente dell’Eni divide i soldi per i partiti.
Il sistema di finanziamento alla politica era molto noto e anche il Pci vi partecipava; non solo aveva finanziamenti provenienti dall’Urss, ma anche dai privati in cambio di favori. I verbali della Direzione del Pci lo testimoniano parlando esplicitamente di ‘tangenti’ o di ‘amministrazione straordinaria’ (cioè fuori dal bilancio ufficiale).
C’era un accordo generalizzato a livello nazionale per cui il 3% del valore degli appalti era riservato ai partiti. Si pensò di voltar pagina pubblicizzando finanziamenti una tantum. Anche Craxi si rendeva conto che il finanziamento illecito rendeva vulnerabili e creava marasma di gruppi personali. Ma è da tener presente la reazione dei privati: essi non volevano far sapere quanto davano ai partiti e non volevano comunque rinunciare ai fondi neri. Infatti l’accordo era il 3%, ma nei verbali si dichiara spesso molto di più. Persino il doppio. Nel sistema dei fondi neri si muovevano agevolmente anche i privati. Si tirava avanti sapendo che era ‘il segreto di Pulcinella’.

Quali sono stati gli errori di Craxi e quando inizia il suo declino?
Tra il 1987 e il 1992 Craxi pensa solo al ritorno a palazzo Chigi e vive la legislatura in attesa. La ritiene un tempo morto da far trascorrere in attesa che maturi la ‘controstaffetta’ e infatti arriva come unico candidato alla guida del governo nel 1992. Assume un atteggiamento di distacco, prende l’incarico all’Onu, ostenta distacco dalla politica quotidiana. Però agli occhi dell’elettorato rimane il dominus della politica anche perché i presidenti del consiglio continuano a cambiare.
È sbagliato addossargli tutta la colpa dell’immobilismo istituzionale. Il mutamento istituzionale si inceppa sul fatto che il Psi vuole il presidenzialismo, mentre Pci e Dc vogliono il maggioritario e sono contro il presidenzialismo, proprio perché temono la popolarità di Craxi negli anni Ottanta. Craxi rimane il politico più popolare rispetto a tutti, pur essendo il Psi più debole di Dc e Pci. L’odio nei suoi confronti si deve alla sproporzione tra potere politico e peso elettorale, a cui Craxi cerca di reagire tentando di costruire un’area politica più vasta, si veda la politica verso i socialdemocratici, i liberali, i radicali e anche parte dei repubblicani.

Che rapporti c’erano tra il Pci e Craxi?
Il concetto di ‘duello a sinistra’ non è forse una categoria interpretativa del tutto adeguata. Craxi non era anticomunista, aveva il disegno di far confluire il Pci verso un’opzione socialdemocratica a guida socialista. La politica di Craxi è stata una politica di tallonamento continuo al Pci. Per capirlo bisognerebbe conoscere il Craxi che fa politica tra il 1956 e il 1976
Per quanto riguarda il Pci la politica anticraxiana di Berlinguer è contestata da Napolitano, da Lama e dalla Iotti. Nel 1980 Berlinguer fa addirittura una Direzione-seminario sul Psi, ma la relazione anticraxiana di Natta non viene approvata perché c’è una parte del Pci che non vuole rompere con i socialisti. Berlinguer è contrastato proprio perché Craxi non è anticomunista. Napolitano, per la sua critica a come Berlinguer pone la ‘questione morale’ contro il Psi, sarà anche estromesso dalla segreteria e nominato capo gruppo della Camera. Anche Pajetta è a favore di Craxi. A Berlinguer si contesta il fatto che parla di alternativa, ma in realtà vuole accordarsi con la Dc contro il Psi.
Un episodio interessante riguarda lo scambio di battute tra Reichlin e Craxi dopo l’incontro tra Pci-Psi alle Frattocchie nel 1983. Craxi in modo amichevole avverte che il segretario del Pci capisce poco i mutamenti della società italiana e il dirigente comunista ammette che Berlinguer aveva una ‘visione catastrofista’. Possiamo dire che Craxi invece capiva molto di più le trasformazioni in atto.
Durante la segreteria Natta si sveleniscono i rapporti con Craxi. Il segretario socialista poi spera anche in Occhetto. Nel post ’89 non è aggressivo, è prudente, non incalza, aspetta una scelta socialdemocratica da parte del Pci che però non arriva. I comunisti di Occhetto pensano al cosiddetto ‘nuovo internazionalismo’, a un terzomondismo ‘ambientalista’, ma non alla socialdemocrazia.

Martino Loiacono

Dalla ‘questione morale’
al Giustizialismo

Il duello a sinistra è uno dei caratteri che ha definito e diviso per circa un cinquantennio la sinistra italiana, ed è una chiave interpretativa imprescindibile per comprendere la parabola del craxismo.
Il conflitto tra massimalisti e riformisti risale alla scissione di Livorno del 1921, quando il Partito comunista d’Italia si staccò dal Partito socialista, originando una frattura che, nonostante sorti alterne, si è prolungata fino ai primi anni Novanta, quando il Psi è scomparso e il Pci si è trasformato in Pds.

occhetto craxiLa fase più intensa e fruttuosa di questo duello coincide con la segreteria Craxi che riapre ‘creativamente’ le ostilità con i compagni comunisti, sopite durante la segreteria di De Martino. Dal 1976, con la svolta del Midas, la cultura riformista vive una rinascita alimentata dai chierici di Mondoperaio che rilanciano il gradualismo della tradizione socialista democratico-liberale e polemizzano apertamente con gli intellettuali organici al Pci. I temi principali del dibattito riguardano il ruolo della cultura marxista-leninista che informa ideologicamente il Partito comunista, e più in generale la cultura politica che deve guidare una forza di sinistra.
Questa battaglia culturale assume anche un rilievo politico per l’abilità del gruppo dirigente craxiano, che la pone al centro del dibattito politico promuovendo la Grande Riforma, manifesto del riformismo socialista.
Gli eventi del 1978 fanno il resto. Con il rapimento e l’omicidio di Moro, il Pci perde la possibilità di superare la conventio ad excludendum e con la seconda svolta di Salerno si autorelega all’opposizione. Al contrario il Psi diventa il protagonista assoluto degli anni Ottanta, accogliendo le esigenze dei ceti più dinamici e rispondendo alle domande di modernizzazione che emergono dalla Terza Italia.
Tuttavia il dinamismo del Psi ha un prezzo politico, e forse anche morale, molto elevato. Craxi, infatti, è costretto a muoversi tra due partiti elefantici che dispongono di una gran quantità di risorse finanziarie e organizzative. In particolare il Pci è un partito massicciamente organizzato e gerarchizzato che possiede ingenti fondi – legati a finanziamenti esteri e alle varie cooperative – e di un gran numero di volontari. Il Psi invece è un partito poco organizzato, con una scarsa disponibilità finanziaria.
Craxi, per supplire a queste mancanze originarie, si muove spregiudicatamente per recuperare questo gap che lo divide dai due partiti chiesa. E non fa nulla di nuovo nella politica italiana. Perché semplicemente cerca di ottenere finanziamenti diretti senza l’intermediazione della Dc e del Pci.
Il segretario socialista, avendo visto da vicino gli stenti finanziari del primo centrosinistra in cui il Psi riceveva finanziamenti irregolari mediati dalla Dc, e ricordando l’esperienza frontista in cui i fondi sovietici passavano prima dal Pci, capì che avrebbe dovuto agire in modo spregiudicato.
In altre parole, Craxi intuì che l’indipendenza politica si poteva ottenere solamente tramite l’indipendenza economico-finanziaria, ovvero attraverso un finanziamento non mediato dai partiti concorrenti. Qualsiasi giudizio storico su Craxi non potrà dunque ignorare questo aspetto, che permette di gettare luce sull’oblio e sulla damnatio memoriae in cui è sprofondata la figura dell’ex segretario socialista.
Proprio qui sta il paradosso del craxismo e, più in generale, del duello a sinistra: il partito che più volle innovare il sistema politico degli anni Ottanta, divenne il partito che, per le ragioni stratificate e complesse sopraddette, dovette ricorrere agli elementi che più avevano delegittimato quello stesso sistema.
Questo paradosso spiega anche gli esiti del duello a sinistra. La vittoria del Pci-Pds non fu una vittoria totalmente politica, ma fu una vittoria sancita dalla magistratura. Infatti, il Pci-Pds fu il grande sconfitto degli anni Ottanta. Basti pensare alla marcia dei quarantamila e alla pesante batosta del referendum sulla scala mobile, promosso dal Pci. Anche culturalmente il Partito comunista degli anni Ottanta perse la sfida della modernizzazione con il Psi. Il moralismo del tardo Berlinguer e la fumosa formula dell’eurocomunismo ne sono la dimostrazione plastica. Alla lunga, nonostante le avventure giudiziarie, la cultura socialdemocratica forgiata dal gruppo dirigente del Midas avrebbe mandato in soffitta il vetusto marxismo-leninismo di cui era impregnato il Pci, portando faticosamente anche il futuro Pd verso il riformismo.
Tuttavia nei primi anni Novanta, il moralismo giacobino e giustizialista avrebbe trionfato, aprendo la strada a forme di populismo giudiziario estreme (leggasi Movimento cinque stelle, alluce valgo del dipietrismo).
Il Pci-Pds vinse la sfida complessiva con il Psi perché cavalcò l’onda giustizialista dei primi anni Novanta, trasformando la questione morale in programma politico. La pochezza del nascente Pds sarebbe emersa alle elezioni politiche del 1994. Nonostante il grande vuoto politico creatosi con le inchieste di Tangentopoli, il partito guidato da Occhetto sarebbe stato travolto da un nuovo e inaspettato protagonista che la furia giustizialista aveva contribuito a far emergere: si chiamava Silvio Berlusconi. Il Pds sarebbe stato inghiottito dal vuoto che aveva contribuito a generare.

Crisi della I Repubblica. Dissidi nella Sinistra italiana

Prosegue la serie di interviste sulla caduta della Prima repubblica. In questa intervista Carlo Tognoli, sindaco di Milano dal 1976 al 1986 e ministro durante la X legislatura, illustra la situazione del Psi tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, raccontando le difficoltà di Craxi dopo la fine del suo mandato da Presidente del Consiglio. Tognoli racconta anche il complesso rapporto con i comunisti, la spinosa questione del finanziamento ai partiti e il ruolo della crisi delle ideologie. Infine ci parla della sua Milano.

Berlinguer-Craxi1Che clima politico c’era alla fine degli anni Ottanta? Si percepiva una crisi di fiducia tra partiti e società?
Un certo scollamento c’era da tempo, questa crisi non nasce certo negli anni Ottanta.
Si profilava già alla fine degli anni Sessanta e negli anni Settanta, ma dopo le lotte sindacali, le stragi, il terrorismo, il rapimento di Moro, la crisi economica, l’inflazione e l’instabilità politica, si accentuò un certo distacco tra opinione pubblica e partiti.
Ci fu una ripresa di fiducia grazie ai miglioramenti dell’economia, favoriti dal governo Craxi, e all’ingresso dell’Italia nel “club” dei primi sei Paesi industriali del mondo. C’era una prospettiva di stabilità.
Alla fine degli anni Ottanta, però, il distacco popolo-partiti tradizionali si acuì.

La percezione è che Craxi dopo la fine del suo secondo esecutivo (aprile 1987) fatichi a definire una strategia, conferma?
Di certo Craxi aveva un partito poco organizzato, che comunque aveva retto, senza sfondare, anche per la sua presenza alla guida del governo. La strategia l’aveva: recupero di voti e alleanze a sinistra, con l’obbiettivo della grande riforma.
Voleva vedere anche cosa facevano gli altri partiti (Dc e Pci). Per questo tenne in piedi dei governi di pentapartito, guidati dalla Dc (sdebitandosi così per l’appoggio avuto dai democristiani tra l’83 e l’87) per poi riprendere l’iniziativa.
La chiave di volta della questione riguarda la caduta del Muro di Berlino, dalla quale Craxi si aspettava svolte che, allora, non si sono verificate. Sperava che, acclarata la sconfitta del comunismo, i postcomunisti riconoscessero la validità del socialismo democratico e liberale.
Il Pds si spinse invece nei meandri dell’ecologismo, di un neo-terzomondismo e di un neo-pacifismo antiamericano (vedi il comportamento degli ex-Pci nella prima guerra contro l’Iraq per liberare il Kuwait).
Questo ha bloccato i progetti di Craxi che aveva nella sua prospettiva il recupero di un rapporto a sinistra. Voleva rafforzare il Psi e poi aprire verso il Pds (come dimostrò facendolo entrare nell’internazionale socialista). In realtà la maggioranza dei postcomunisti non voleva il dialogo con i socialisti e in particolare con Craxi.

Quindi era possibile un’apertura a sinistra?
Io credo di sì. Craxi sperava che con il passare del tempo ci sarebbe stata un’evoluzione del Pds in senso socialista. Sia i miglioristi sia una parte dei vecchi togliattiani non erano pregiudizialmente contrari ad un’apertura ai socialisti. Fattasi più lontana tale ipotesi, Craxi fu costretto a rimanere nel pentapartito e a puntare al ritorno alla guida del governo nel 1992.
È bene ricordare che il leader del Psi era anticomunista ideologicamente (non era leninista, né stalinista ed era profondamente democratico) ma non lo era politicamente: fu sempre disponibile al dialogo e alle alleanze col Pci, come dimostrano le sue scelte a Milano (1975 e 1988) e in molte altre città e la sua esperienza politica dagli anni ’50 in poi.

Uno degli elementi che scuote il sistema partitico è la Lega: che movimento era all’epoca?
L’avanzata della Lega era il segnale che una parte dell’opinione pubblica era stanca. L’antipolitica aveva ora una rappresentanza parlamentare.
Craxi aveva intuito la debolezza del sistema politico italiano, lento nelle decisioni, litigioso, interessato più al futuro “del partito” (per ciascuno il proprio) che non agli interessi generali.
Il movimento di Bossi si affermò nel Veneto e nelle province in cui, in Lombardia, prevaleva la Dc: Bergamo, Brescia, Como, Lecco, Varese, Sondrio. La Lega si allargò come movimento antipartitico e antimeridionale, soprattutto ai danni della Dc.
Nel 1992 c’era una Lega all’attacco, ma era ancora un fenomeno provinciale: a Milano non attecchì molto.
Nel 1993 la Lega portò a casa il sindaco, nel capoluogo, in piena “bagarre” giudiziaria, perché prese, al ballottaggio, gran parte dei voti moderati che al momento non avevano rappresentanza politica, anche perché non c’era ancora Forza Italia.

Cosa accade nel 1992?
I prodromi della crisi del 1992 si riscontrano già nel 1991 quando Craxi, e parte della Dc, non comprendono il significato del referendum sulla preferenza unica.
Craxi, tra l’altro, aveva accolto la richiesta del Pds, timoroso di perdere troppi voti, di non votare nel 1991 per andare alla scadenza naturale della legislatura.
L’azione della magistratura, dopo le elezioni politiche del 1992 (nelle quali il pentapartito mantenne numericamente la maggioranza parlamentare) fece capire quale sarebbe stata l’evoluzione del quadro politico, malgrado il varo del governo Amato.
Il problema politico è che parte della Dc sottovalutò l’inchiesta, mentre il Pds cercò di utilizzarla a proprio vantaggio. I media e il Pds sostennero con forza l’azione della magistratura. Nessuno raccolse l’invito di Craxi di dare una lettura politica, oltre che giudiziaria, alle vicende dei finanziamenti illeciti dei partiti, in atto dal dopoguerra. Anche per questo Craxi divenne il capro espiatorio di questa drammatica crisi.
A dire il vero, fino al 1973 non c’era una legge sul finanziamento alla politica, e i partiti si arrangiavano come potevano, con contributi che arrivano in vari modi. Il finanziamento veniva dal mondo privato, dagli iscritti, dall’estero (URSS).
Con la legge sul finanziamento pubblico venne introdotto il reato di finanziamento illecito. Il sistema non cambiò di molto. I partiti facevano fatica a rinunciare a finanziamenti che servivano per gestire i costi crescenti della politica.

Alcuni hanno anche parlato di crisi delle ideologie, cosa ne pensa?
Per me le ideologie erano in crisi già negli anni Settanta. (c’è un bel saggio di Virgilio Dagnino di quel periodo, Obsolescenza delle ideologie).
Sia il ‘68 che il ‘77 furono le ultime fiammate, da parte di minoranze di giovani, di ideologie vecchie e superate. Basti pensare ai cortei in cui si esaltavano Marx, Lenin e Mao. Le ideologie si sgretolavano. Lo stesso Pci strumentalizzava quei movimenti, ma non sventolava più quelle bandiere.

Un’ultima domanda: ci parla brevemente della sua Milano?
A Milano avevamo ottenuto un grande consenso. Craxi era milanese. Nel 1980, alla mia prima prova elettorale come sindaco, il Psi sfiorò il 20%, confermato nel 1985.
Gli anni Ottanta per Milano furono l’uscita dal tunnel della crisi economica, della violenza e del terrorismo. Gli anni Ottanta, anche per l’azione positiva del governo Craxi, furono una liberazione dai mali del periodo precedente.

Si passava da una Milano da morire ad una Milano da vivere.

Martino Loiacono

Fine della I Repubblica, ‘traino’ del Muro di Berlino

Da oggi l’Avanti! ospiterà una serie di interviste ad esponenti del Psi e a storici, nell’ambito della realizzazione di una tesi magistrale sul crollo della Prima repubblica.

craxi_occhettoIn questa intervista Mauro Del Bue, esponente di punta del Psi (deputato durante la X, XI e la XV legislatura, membro della Direzione del Psi dal 1989 e della segreteria nel 1993), spiega le ragioni del crollo del Partito socialista, facendo un resoconto preciso di quella crisi, con riferimenti storici puntuali e puntando l’’attenzione su quello che fu, nella sua lettura, il suo centro propulsore: la caduta del muro di Berlino. Del Bue si sofferma anche sugli errori strategici di Craxi, sul ruolo anomalo del Pci e sull’’avanzata della Lega lombarda, poi Lega nord.

Quando inizia il declino del Psi?

Probabilmente già nel 1987, nonostante il Psi raggiunga uno dei risultati migliori della sua storia ottenendo il 14,3% nelle politiche di quello stesso anno. Questo successo è dovuto agli ottimi risultati ottenuti dall’esecutivo guidato da Craxi grazie al quale l’inflazione scese dal 16 al 4%, anche per via del taglio dell’automatismo della scala mobile e poi per una politica estera indipendente e coraggiosa, come dimostra il memorabile episodio di Sigonella.

Da quel momento il Psi inizia la sua parabola discendente. Craxi, in effetti, pensava di “ingessare” la X legislatura (1987-1992), mantenendo un certo immobilismo, garantendo una legislatura o quasi a presidenze democristiane e assicurandosi in tal modo di tornare a palazzo Chigi nel 1992. La questione però riguardava le crepe e le smagliature che si stavano già generando all’’Interno del sistema politico. L’’idea che non ci fosse alternativa alla Dc sembrava ancora una certezza assoluta e inscalfibile, ma diveniva sempre più democraticamente insopportabile. Con la caduta del muro di Berlino questo schema salta e inizia un triennio di crisi che poi sfocia in tutta la sua virulenza tra il 1992 e il 1994.

Craxi, nonostante questo sconvolgimento epocale, rimase ancorato alla logica del vecchio sistema. Eppure già con le elezioni europee del 1989 si erano avvertiti i primi scricchiolii che proseguirono alle regionali del 1990, riemersero col risultato del referendum Segni del 1991 e poi divennero urla padane nel 1992 con l’’avvento della Lega che invase l’intero Nord, portando a Roma decine di parlamentari.

Se dovesse provare ad ordinare le cause del crollo della repubblica dei partiti come le ordinerebbe?

La causa scatenante, a mio avviso, è la caduta del Muro di Berlino e le sue conseguenze immediate in Italia, innanzitutto la fine del Pci. Il crollo del muro distrugge gli equilibri che avevano retto la Prima repubblica e fa emergere tutte le contraddizioni latenti che stavano iniziando a venire alla luce. Inclusa la pesantezza burocratica ed economica dei partiti. Non dimentichiamo che la struttura pesante dei partiti democratici era una caratteristica ereditata dal Pnf che per primo aveva dato vita ad una struttura di questo tipo in Italia ed era anche una risposta alla mastodontica struttura partitica del Pci, che era il partito più burocratizzato e organizzato dell’intero Occidente.

L’affermazione della Lega, già con le regionali e amministrative del 1990, poi iI referendum sulla preferenza unica del 1991 sono i primi due segnali evidenti della lacerazione del vecchio sistema politico.

Alla luce della debolezza dei partiti tradizionali, dunque, l’inchiesta di Mani Pulite può essere considerata una conseguenza e non una causa di questa crisi. È il terzo e definitivo segnale del crollo. Rappresenta il botto finale nella crisi del sistema, originata già dalla seconda metà degli anni ottanta, giustificata dal crollo del comunismo e dalla fine del Pci, segnalata dall’avanzata massiccia della Lega e poi dall’imprevisto risultato del primo referendum Segni. Il triennio 1989-1992 prepara il colpo di Tangentopoli e in un certo senso lo giustifica.

Torniamo alla Lega: come si spiega il suo successo e come si colloca nello scacchiere politico?

L’’avanzata della Lega, come noto, interessa il Nord Italia. Nasce come fenomeno di protesta fiscale e come movimento di contestazione antipartitica. È un movimento non ideologico: si pensi allo slogan “Roma Ladrona” o “Lombardo paga e taci”.

La Lega rappresenta la liberazione dal vincolo ideologico e il superamento del “naso turato” in senso anticomunista cui alludeva Montanelli, visto che il pericolo comunista è ormai tramontato. L’’elettore della fine degli anni Ottanta non vota più per appartenenza partitica, ma per interesse o per protesta e la Lega ne è la rappresentazione plastica.

Perché in Italia la caduta del muro di Berlino assume tale importanza?

La sua rilevanza riguarda, ancora una volta, il ruolo del Pci, il partito comunista più grande d’Europa. Tutto il sistema politico si era disegnato sulla conventio ad excludendum, cioè sulla necessità di escludere i comunisti dal governo per evitare i rischi legati alla guerra fredda. Questo era avvenuto anche durante gli anni della cosiddetta unità nazionale, quando al Pci fu concesso di votare a favore del governo, ma non di farne parte. Il ricambio, per quanto detto, era impossibile. Con la caduta del muro cade questa pregiudiziale e si ridisegna il panorama politico. La caduta del muro fa venire meno la ragion d’’essere di un sistema e fa venire alla luce i suoi elementi deteriori, tra cui i finanziamenti illegali alla politica che, se fino al 1989 parevano necessari e giustificati, dopo paiono senza motivo e finalità. Lo capirono i comunisti che votarono a favore della depenalizzazione dei finanziamenti illeciti fino al 1989, e quel voto li mise al riparo dalle indagini sui rubli di Mosca. Tale legge, approvata da tutto l’arco costituzionale, divise in due anche la questione morale. Fino al 1989 il finanziamento illecito divenne lecito e accettabile, dopo diventò reato e deprecabile. Non mancò un po’ di stupidità nei gruppi dirigenti degli altri partiti…

Parliamo del Pci-Pds: era pensabile riassorbirli in un progetto di Unità socialista?

Il duello a sinistra era stato intenso e senza esclusione di colpi. Il Psi avrebbe dovuto mettere in difficoltà i post comunisti muovendosi con una proposta politica che fosse di immediata soluzione. Invece preferì i tempi lunghi. Attese, invece di agire. I tempi lunghi erano quelli necessari al Pci per fondare il nuovo partito. Col senno del poi penso che si doveva puntare alle elezioni politiche anticipate subito dopo la Bolognina. Proporre subito ai post comunisti una lista di unità socialista, che forse li avrebbe ulteriormente divisi. Craxi temeva che dopo avere rotto con la Dc, i post comunisti avrebbero appoggiato loro Andreotti. Magari. Penso che un’operazione del genere li avrebbe portati allo sfacelo. Se il revisionismo post comunista fosse sfociato in un nuovo compromesso storico avrebbe perso le sue ragioni ideali e politiche. A me Bettino confessò che avrebbe voluto lentamente portarli al governo, ma quella era la logica degli anni settanta, quella del superamento graduale del fattore K, finito definitivamente sotto i calcinacci del muro.

Che ruolo ha avuto la magistratura nella dissoluzione del Psi? Che clima c’’era all’epoca di Mani Pulite?

Si può parlare di “strabismo”, nel senso che il Pool colpì secondo i suoi desideri E questo ha profondamente orientato il corso della politica italiana. Anche senza l’’intervento della magistratura il sistema politico italiano avrebbe subito sostanziali mutamenti, ma non credo avrebbe percorso la stessa direzione. La magistratura, insomma, ha guidato e orientato la transizione che ha accompagnato la fine della Prima repubblica.

Il clima era molto pesante: alla Camera era un susseguirsi quotidiano di notizie drammatiche. Ogni giorno piovevano avvisi di garanzia a cui corrispondevano le immediate dimissioni degli interessati. In quegli anni un avviso di garanzia equivaleva al definitivo tramonto di una carriera politica: un avviso di garanzia era una condanna senza appello. Vedo che oggi, invece, tutti hanno giustamente cambiato opinione sul rapporto stretto instaurato allora tra indagine e condanna. Poi c’erano i suicidi, gli infarti, il carcere duro al fine di confessione, che significa la reintroduzione della tortura.

La miscela tra iniziativa giudiziaria e informazione era esplosiva. Giornali e televisioni di destra, centro e sinistra si trovarono tutti dalla stessa parte della barricata. Il dipietrismo, il giustizialismo erano dilagati. Costituivano un muro contro il quale ci si poteva solo rompere la testa. Dovevamo combattere? Craxi su questo aveva ragione. Mi disse: “Bisogna lasciare passare la piena”. Sono passati venticinque anni, la piena ë passata, ma purtroppo il Psi non c’è più. Certo, è cambiato tutto il sistema politico. Non ci sono più neppure il Pci e la Dc. Ma mentre questi due partiti hanno avuto successori nella cosiddetta seconda Repubblica, il Psi non ha generato eredi altrettanto autorevoli e perfino la sua storia è a rischio dimenticanza. Per questo, per combattere questa grave e insopportabile ingiustizia, sono ancora qui a legare la mia vita a un impegno politico, storico ed editoriale. Per me è innanzitutto un dovere morale.

Martino Loiacono

Il trionfo del giustizialismo e le ragioni di Craxi

craxi monetineIl 30 aprile 1993 è una data indimenticabile per i feticisti di Mani Pulite. È il giorno in cui Craxi venne linciato con un terribile lancio di monete all’uscita dell’hotel Raphael, dopo che la Camera aveva respinto quattro delle sei richieste di autorizzazione a procedere nei suoi confronti.

A ventiquattro anni di distanza, sopite le emozioni del tempo, è doveroso provare a comprendere perché Craxi venne aggredito in tal modo.

La violenza ai danni del leader del Psi è spiegabile seguendo due linee interpretative interrelate: le logiche del finanziamento ai partiti e la demonizzazione sistematica di Craxi, con il conseguente trionfo del moralismo-giustizialista postcomunista.

Il finanziamento illecito ai partiti è il centro della questione, ed è anche il motivo per cui Craxi verrà processato, ma soprattutto demonizzato dal circuito mediatico-giudiziario a trazione pidiessina. È ormai noto che tutti i partiti della Prima Repubblica si finanziassero, almeno in parte, in modo illegale. Le ragioni di questa realtà sono molto complesse e riguardano, da un lato gli scenari e le conseguenze della guerra fredda e dall’altro i crescenti costi della politica.

La presenza del Partito comunista più forte d’Europa fiancheggiato anche finanziariamente dall’Urss fu un elemento particolarmente gravoso per la democrazia italiana. Il contrasto al Pci e alla sua macchina burocratico-propagandistica, in altre parole, costava moltissimo ai partiti democratici.

Inoltre, a partire dagli anni Ottanta, con la modernizzazione delle campagne elettorali e con la diffusione di massa del mezzo televisivo – e quindi degli spot elettorali – i costi della politica iniziavano ad aumentare vorticosamente.

In effetti, l’aumento dei costi della politica si era reso evidente ben prima dello scoppio dell’inchiesta di Mani Pulite. Infatti nell’autunno del 1989 era stata approvata da tutto l’arco costituzionale un’amnistia riguardante la violazione della legge sul finanziamento ai partiti.
Il provvedimento è emblematico ed evidenzia anzitempo l’attendibilità delle denunce fatte da Craxi ad indagini iniziate. Ma soprattutto implica che i processi di Mani Pulite riguardino solo il triennio 1989-1992. La presunta opera di moralizzazione della vita pubblica, dunque, è solo parziale e non tiene conto di tutti fatti ante 1989.

Anche la demonizzazione di Craxi, iniziata ben prima del triennio 1992-1994, per varie ragioni tra cui il suo viscerale anticomunismo e la sua forte personalità, ebbe il suo punto apicale proprio con le indagini di Mani Pulite. Ed ebbe una notevole accelerazione con il discorso del 3 luglio 1992 in cui Craxi rivelò al Paese la natura del finanziamento illecito a tutti partiti, incluso il Pci che si finanziava tramite i contributi sovietici. Le sue affermazioni – riprese anche nel discorso difensivo prima della votazione per l’autorizzazione a procedere 29 aprile 1993 – di una verità sconcertante per il tempo gli costarono care. Rivelando ciò che tutti i principali leader sapevano, il segretario del Psi venne identificato come il campione della partitocrazia. A questo concorse massicciamente il Pds, che tramite il gruppo l’Espresso e tramite alcune emittenti televisive, cercò di identificare Craxi come l’incarnazione del malcostume politico e della corruzione, portando a compimento la demonizzazione iniziata alla fine degli anni Settanta

E così, a causa delle denunce sul finanziamento illegale ai partiti manipolate ad arte dal circuito mediatico-giudiziario guidato dai post comunisti e da una magistratura particolarmente attiva e connivente, Craxi divenne il capro espiatorio della drammatica crisi in cui era precipitata l’Italia nei primi anni Novanta. Il leader del Psi, insomma, venne identificato come il Cinghialone ovvero il principale ostacolo da abbattere per il rinnovamento morale (miseramente fallito..) dell’Italia.

Il Pds riuscì ad eliminare giudiziariamente – e non politicamente, si badi – il proprio nemico di sempre, colui che aveva relegato l’ex Pci all’opposizione dal 1979.

Tramite questo apparente successo la diversità comunista del tardo Berlinguer divenne il nuovo faro ideologico del Pds, che da pochi anni aveva abbandonato, sconfitto dalla Storia, il dogma marxista-leninista.

Le monetine lanciate a Craxi, dunque, si trasformarono da deprecabile gesto squadristico, in compiuta affermazione del paradigma giustizialista che ormai guidava gran parte del Paese.

Martino Loiacono

Craxi, il Midas e la svolta dell’Italia riformista

6 Luglio 1976: la svolta del Midas, il riformismo socialista e la modernizzazione dell’Italia

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Le elezioni del 20 giugno 1976 – insieme a quelle del 18 aprile 1948 – sono state definite le elezioni più bipolari della storia dell’Italia repubblicana. Queste elezioni, infatti, segnano per i due partiti Chiesaun grande trionfo: la Dc ottiene il 38,7% dei consensi e il Pci il 34,4. Il Psi, invece, racimola un misero 9,6%, giungendo al suo minimo storico soprattutto dopo che De Martino aveva interrotto anticipatamente la legislatura.

Alla luce di questa grave sconfitta il Psi fu costretto a cambiare rotta: gli equilibri più avanzati e il legame con il Pci non erano più praticabili, i compagni frontisti erano troppo superiori e seguirli sul loro terreno avrebbe comportato la fine del Psi che paradossalmente si sarebbe sciolto nel partito nato da una sua scissione interna.

In questo contesto storico si colloca l’irresistibile ascesa di Bettino Craxi. Questi fu designato come segretario per succedere a De Martino, poiché, a causa della sua giovane età, i capicorrente ritenevano fosse più facilmente manovrabile. La personalità del giovane autonomista milanese avrebbe ridimensionato decisamente i loro piani.

La svolta impressa da Craxi al Partito socialista avrebbe cambiano i destini della storia d’Italia e della stessa tradizione socialista. La prima fase della segreteria craxiana è segnata da un forte impegno culturale, volto ad elaborare una piattorforma politica innovativa in grado di superare le contraddizioni del marxismo-leninismo di cui era imbevuto il Pci. Questo radicale mutamento si origina dalle colonne di Mondoperaio dove intellettuali del calibro di Norberto Bobbio, Luciano Pellicani e Giuliano Amato incalzano teoricamente il Pci, facendo emergere i contrasti tra marxismo e libertà. Il portato teorico dal dibattito innescato dagli intellettuali socialisti è talmente notevole da costringere il Pci sulla difensiva, obbligando i suoi intellettuali organici a ribattere colpo su colpo al nuovo dinamismo socialista.

Se sul piano intellettuale Mondoperaio insidia l’egemonia comunista, sul piano politico Craxi non è da meno. Anzi, sfruttando il prezioso lavoro dei chierici di Mondoperaio, il neosegretario del Psi lavora ad una piena emancipazione dal partito di Berlinguer, sia per il suo viscerale anticomunismo sia per la sua abilità tattica. Proprio per questo Craxi sarà pesantemente demonizzato dai comunisti negli anni Ottanta e linciato dal circuito mediatico-giudiziario alimentato dai post comunisti durante il biennio 1992-1994.

La convergenza tra il fiuto politico craxiano e il monumentale lavoro intellettuale dei “chierici” di Mondoperaio porta il Psi al superamento del marxismo-leninismo e all’approdo al riformismo. La cultura e la politica riformistica a cui approda il Psi sono gli elementi essenziali per capire il significato della svolta del Midas. Il Psi, grazie ai propri quarantenni, si configura come il partito della modernizzazione in grado di dialogare con i ceti emergenti e di gettare le basi per una “Grande Riforma” delle istituzioni. Una riforma che ha come pilastri la governabilità e la stabilità degli esecutivi, che mira a razionalizzare l’attività del Parlamento per rendere le decisioni più rapide ed efficaci.

I meriti del Psi craxiano sono molteplici e riguardano in primo luogo la tematizzazione delle riforme istituzionali. Il congresso di Palermo del 1981 e la conferenza programmatica di Rimini del 1982 sono forse i momenti più alti dell’elaborazione politico-culturale dei socialisti. Anche grazie a questo dinamismo Craxi riuscirà a diventare primo ministro nel 1983 e sarà il suo decisionismo a smuovere l’annosa trattativa per riformare il Concordato (1984).

Infine, è doveroso ricordare il superamento dell’anacronistica cultura marxista-leninista e la rinascita del riformismo socialista. Proprio per questa tendenza anticomunista, e soprattutto per aver isolato politicamente il Pci, Craxi subì una demonizzazione spietata. Gli attacchi al segretario del Psi si svolsero sostanzialmente in due tempi: durante gli anni di governo a causa del suo agire risoluto; durante la crisi della Prima Repubblica facendo leva sulla questione morale che trasformò la politica in sterile moralismo.

L’ingiusta damnatio memoriae è sotto gli occhi di tutti, ma si sa la Storia, presto o tardi, gli renderà ciò che gli spetta

Martino Loiacono