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Massimo Cingolani

La crisi in Europa, uscire dalla paralisi mentale

estremiLo slogan giovanile: “l’immaginazione al potere” si è trasformato tragicamente in “l’idiozia al potere” una volta che la generazione che lo ha formulato ha sostituito la
precedente. È questo il risultato della rivoluzione neo-conservatrice impostasi progressivamente a partire dagli anni settanta e entrata oramai nell’ air du temps.
L’amico e collega Eugenio Leanza ha diagnosticato efficacemente le conseguenze per
l’Europa nei seguenti termini: “il tasso di contrazione del sistema è uguale al tasso di
progresso tecnico depurato di un fattore che misura gli scostamenti delle politiche
economiche rispetto agli obiettivi di contrazione”.
In effetti, come illustrato con brio da Luigi Pasinetti, lo sviluppo capitalistico dipende dal
tasso di crescita del progresso tecnico. Le conoscenze accumulate, incorporandosi nei
processi sociali di produzione permettono di migliorare la divisione del lavoro ciò che a
sua volta libera risorse per accrescere la ricchezza prodotta e distribuita.
Ma, come insegnano Marx e Keynes, produzione e distribuzione non sono disgiunte: si
possono separare solo nella quiete arcadica dell’equilibrio economico neoclassico. Fuori
da quest’equilibrio molto specifico, allocazione e distribuzione si influenzano
vicendevolmente in una dialettica complessa.
Augusto Graziani ha definito una catena di causalità corta che illustra con efficacia questa dialettica: in ogni ciclo produttivo si creano mezzi di pagamento attraverso il credito bancario per pagare i salari, questi anticipano il valore della produzione che, una volta realizzata, è poi acquisita dai lavoratori e ripartita con i proprietari dei mezzi di produzione. Una volta recuperati i mezzi di pagamento attraverso le vendite, gli imprenditori rimborsano i crediti ricevuti e la moneta creata all’inizio del ciclo è distrutta, salvo per quell’ammontare che è risparmiato. Ma risparmio e investimento sono decisi da persone diverse e non c’è ragione per cui il loro ammontare debba coincidere. E quando non coincide, o i mezzi liquidi accumulati non permettono di acquistare i beni accumulati e si creano disoccupazione e sotto-utilizzazione della capacità produttiva, oppure si sviluppa un’inflazione dei prezzi al consumo, o per i beni capitali e le attività finanziarie. Graziani illustra rigorosamente il suo schema nel caso virtuoso della “Moneta senza crisi”, in cui ogni ciclo produttivo si termina senza accumulazione di nuove scorte liquide (equilibrio monetario), ma chiaramente il caso rilevante è quello in cui le scorte liquide si accumulano e si apre la possibilità di una crisi. Lo schema originale, pensato per l’economia reale, può essere adattato per integrare il caso attualmente pertinente dell’accumulazione di rendite finanziarie.
Quello di Graziani è un modello macroeconomico di breve periodo che presuppone un progresso tecnico costante. Sempre focalizzandosi principalmente sull’economia reale,
la dinamica strutturale di Pasinetti illustra invece per un modello multi-settoriale che nel lungo termine la condizione normativa per la completa realizzazione della domanda effettiva è molto fragile. Se pure la piena occupazione è realizzata nell’istante iniziale, è
molto probabile che, salvo coincidenze miracolose, in assenza di una politica attiva di indirizzo macroeconomico, l’economia generi disoccupazione per il semplice fatto che nei diversi settori il tasso di progresso tecnico è diverso e non vi è ragione che coincida
con l’aumento del consumo, né per ogni settore, né a livello aggregato. È quindi altamente probabile che le potenzialità di crisi di origine monetaria che si generano continuamente nel breve termine si concretizzino nel lungo termine a causa del progresso tecnico.
Come spiega anche Sylos Labini, lo sviluppo economico è più che la semplice crescita del prodotto a progresso tecnico costante. La dinamica capitalistica dipende dallo sviluppo degli investimenti produttivi, che incorporano il progresso tecnico nelle nuove
macchine. Gli investimenti seguono gli incentivi di profittabilità e la dinamica dei salari
deve permettere l’assorbimento dei nuovi beni prodotti attraverso la creazione di nuovo potere d’acquisto, pena l’incapacità a realizzare i profitti stessi. Quando si creano cicli contrattivi del reddito, gli incentivi a investire, che dipendono in gran parte dalla domanda attesa, diminuiscono e il progresso tecnico stagna, rafforzando la tendenza
alla lotta di tutti contro tutti per appropriarsi le rendite disponibili.
Le analisi di Sylos, Graziani e Pasinetti, come quelle di altri insigni economisti italiani come Caffè, Garegnani, Fuà, Lombardini, Napoleoni e altri, fanno da sfondo al ragionamento che si presenta qui in forma di schizzo. Questo è in totale contrapposizione col fondamentalismo di mercato che ancor oggi rappresenta il nucleo
della maggior parte delle argomentazioni economiche svolte in Italia e in Europa e che il
giovane de Finetti definì già negli anni trenta un “tragico sofisma” con riferimento a Pareto. Vale la pena di riportare una citazione interessante dal suo scritto, che va inquadrata nell’economia corporativa del suo tempo, meno timida nella critica nei confronti dei maestri neoclassici che non quella di oggi. Mostra che uno dei massimi
matematici applicati del ventesimo secolo, mentre elaborava le sue geniali concezioni
probabilistiche, stigmatizzava anche:
“l’errore grottesco di quanti pensano di modellare l’economia o la sociologia sugli
schemi della meccanica, e credono pertanto alla possibilità di un equilibrio
spontaneo in regime economico e politico di anarchia liberale: o gli uomini
tendono a fini degni del loro destino coordinando disciplinatamente volontà e forze
secondo un piano che l’intelletto permette loro di preordinare e accettare, o
altrimenti, se abdicano a tale loro capacità, sarà vano attendere che i loro egoismi
possano automaticamente guidarli a un fine comune”.
“L’ottimismo imbecille” degli anni trenta denunciato da de Finetti, resta altrettanto
“improbabile” oggi ed è purtroppo sempre altrettanto pericoloso. Bisogna avere la
lucidità e il coraggio di abbandonarlo per ricostruire un’alternativa socialista in Italia e
in Europa. Questa oggi non può che essere ispirata al socialismo liberale di Rosselli
Calogero e altri (cui si riferivano anche Sylos, Caffè, e Fuà), le cui radici intellettuali si
sono perse nei passaggi generazionali del dopoguerra. In sostanza si tratta di una
posizione critica e democratica che ammette tutte le possibili soluzioni socialiste, ivi
compresa la socializzazione dei mezzi di produzione se necessaria, ma senza adottare
l’atteggiamento fideistico di certi marxisti nei confronti dell’inevitabile realizzazione del
socialismo scientifico, che il più delle volte è stata una scusa per non agire, o per
accettare soprusi.
Cosa dovrebbe proporre oggi una sinistra europea liberal-socialista? Alcune premesse
logiche sono ovvie nella loro urgente necessità:

• riabilitare la necessità di un intervento collettivo diretto e sostanziale governato
in modo democratico come condizione di funzionamento dell’economia liberale e
della democrazia stessa;
• generare consenso attorno all’idea che il “socialismo in un paese solo” non è
possibile. È illusorio pensare che l’Italia possa sottrarsi da sola ai vincoli europei:
o riesce a convincere i partner che bisogna cambiare politica, o subirà
inesorabilmente l’effetto delle loro politiche, senza poterle influenzare;
• lavorare nella cognizione che distribuzione e allocazione sono indissolubilmente
legate, anche in Europa. L’agiato bavarese non trarrà vantaggio dalla situazione
precaria che prevale nel sud dell’Europa e in particolare in Italia. Lo sviluppo non
è un gioco a somma zero: la contrapposizione Sraffiana tra capitale e lavoro vale,
come tutto il suo modello, a produzione data e costante, nell’istante di tempo a
cui si riferisce.
Ovviamente queste sono solo brevi premesse all’azione, enunciate sbrigativamente, ma
esporle rende consapevoli della loro precedenza logica e quindi della loro urgenza. Le
cose da fare sono tante e tutte da decidere: le energie da mobilizzare sono enormi. Lo
sforzo trascende le capacità del solo partito socialista italiano e quindi è necessaria
un’alleanza dei progressisti italiani da mettere alla base di un rinnovamento della sinistra europea. La strada è lunga ma da qualche parte bisogna cominciare.

Massimo Cingolani

Riferimenti:
De Finetti, Bruno. 1935. “Il tragico sofisma”, Rivista Italiana di Scienze Economiche, AnnoVII, Fasc. IV, pp. 362-382.
Graziani, Augusto. 1984. “Moneta senza crisi”, Studi economici, 39(3), 3–37.
Pasinetti, Luigi L. 1981. Structural Change and Economic Growth: A Theoretical Essay on the Dynamics of the Wealth of Nations, Cambridge, UK: Cambridge University Press. Pubblicato in italiano col titolo Dinamica strutturale e sviluppo economico, Torino:
UTET, Biblioteca dell’Economista, 1984.
Sylos-Labini Paolo.1993. Progresso tecnico e sviluppo ciclico, Bari: Laterza