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Massimo Persotti

Iran: sospese condanne a morte, in migliaia sperano

Mideast Iran Forgiven KillerLa vita di oltre 5mila prigionieri nei bracci della morte in Iran potrebbe essere risparmiata grazie all’entrata in vigore di una nuova legge che abolisce la pena capitale per alcuni reati legati al traffico di droga. Il presidente del Parlamento iraniano, Ali Larijani, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Isna, ha annunciato il riesame di tutti i processi  in cui gli imputati sono stati condannati a morte per “reati di droga” e il blocco, allo stesso tempo, delle esecuzioni programmate.

Le nuove disposizioni stabiliscono che la condanna a morte per reati di droga scatti solo in caso di possesso di oltre due chili di cocaina, rispetto ai 30 grammi previsti della precedente versione, e di 50 kg. di oppio e marijuana. I nuovi limiti non riguardano le organizzazione dedite al traffico di stupefacenti, gli spacciatori armati e i criminali recidivi. Dovrebbero inoltre agire retroattivamente salvando così la vita a migliaia di prigionieri. Secondo l’agenzia Mizanonline, organo che fa capo alla magistratura locale, il capo della magistratura, l’ayatollah Sadegh Larijani, avrebbe chiesto martedì scorso ai funzionari governativi di sospendere le esecuzioni dei condannati a morte interessati dal provvedimento, riconsiderando i loro casi e commutando eventualmente le loro pene a 25-30 anni di carcere, come prevede la nuova legge.

L’Iran ha intrapreso una dura battaglia contro traffico e consumo di droghe che ha portato a migliaia di arresti ed esecuzioni, facendo salire l’Iran al secondo posto nella lista dei “Paesi boia”, seconda solo alla Cina: oltre 567 le persone messe a morte nel 2016, in gran parte per reati di droga.

Mahmood Amiry-Moghaddam, portavoce di Iran Human Rights, ha spiegato alla BBC che “se attuato correttamente, questo cambiamento nella legge rappresenterà uno dei più significativi passi verso la riduzione nell’uso della pena di morte in tutto il mondo”. Ha anche riferito che dal mese di novembre, quando la legge è stata firmata dal presidente Rouhani, “nessun condannato per tali reati è stato messo a morte, secondo le informazioni in nostro possesso”.

Secondo il Comitato giudiziario del Parlamento iraniano, oltre 5mila prigionieri detenuti nei bracci della morte potrebbero beneficiare della nuova legislazione, la maggior parte dei quali sono di età tra i 20 e i 30 anni.

Nonostante le nuove misure, sono state oltre 400 le esecuzioni nei primi 11 mesi del 2017, tra cui almeno quattro minorenni al momento del reato. A nulla sono valsi i ripetuti richiami delle Nazioni Unite e poco interessa il rispetto dei Trattati internazionali: l’Iran continua condannare e a mettere a morte minorenni e in almeno 48 si troverebbero oggi nei bracci della morte, secondo Amnesty International.

Massimo Persotti

Giappone, due nuove esecuzioni. 4 nel 2017

Giappone-morteIl Giappone ha messo a morte questa mattina due condannati per omicidio, Teruhiko Seki (44 anni) e Kiyoshi Matsui (69 anni). Due esecuzioni che fanno salire a 4 il triste bilancio del 2017 e a ben 21 da quando il primo ministro conservatore Shinzo Abe è tornato al potere alla fine del 2012. Entrambi i condannati avevano chiesto di essere di nuovo processati. “Si trattava di casi estremamente crudeli”, ha commentato la Ministra della Giustizia Yoko Kamikawa. “Ho ordinato le esecuzioni – ha aggiunto – dopo un’accuratissima analisi”.

Sta di fatto che ogni esecuzione in Giappone lascia sempre abbastanza sgomenti, sia perchè stiamo parlando di una grande democrazia che, alla pari degli Stati Uniti, va a braccetto nella lista dei Paesi-boia con regimi illiberali se non ispotici e autoritari. A questo si aggiunge il fatto che in Giappone ogni esecuzione è avvolta da una spessa coltre di segretezza: i detenuti vengono avvisati appena poche ore prime di essere uccisi, alcuni di loro non vengono avvisati affatto, mentre le loro  famiglie e gli avvocati sono informati spesso solo a esecuzione avvenuta.

Appena pochi giorni fa, il Segretario generale aggiunto dell’Onu per i diritti umani, Andrew Gilmour, aveva sottolineato la necessità di garantire maggiore trasparenza da parte dei Paesi che fanno ancora ricorso alla pena di morte, poiché questo è vitale per le famiglie che hanno il diritto di conoscere il destino dei loro cari.

Delle ultime esecuzioni colpisce la storia di Teruhiko Seki, condannato per l’uccisione di quattro persone a Chiba, a sudest di Tokyo, avvenute nel 1992, quando aveva 19 anni. Si tratta della prima esecuzione di un minorenne all’epoca del reato dal 1997, hanno riferito i media nippponici, ricordandosi che in Giappone la maggiore età si raggiunge a 20 anni.

Sebbene i sondaggi, per lo più governativi, indicano una percentuale sempre molto alta di giapponesi favorevoli al mantenimento dello status quo, dalla società civile comincia ad arrivare qualche segnale positivo. Lo scorso anno, la Federazione giapponese delle associazioni degli avvocati ha rilasciato una dichiarazione con cui afferma la propria opposizione alla pena capitale e chiede alle autorità di abolirla entro il 2020. Una dichiarazione arrivata sull’onda di un clamoroso errore giudiziario che ha riguardato Iwao Hakamada, oggi ottantenne, tenuto in prigione per ben 46 anni, molti dei quali nel braccio della morte, il detenuto che ha trascorso più tempo nel braccio della morte tanto che il suo assai poco invidiabile “primato” è stato registrato anche nel Guinness World Records. L’uomo è stato scarcerato nel marzo 2014 e la sua storia è diventata anche un film-documentario dal titolo “Freedom Moon” del regista Kim Sung-woong, dove si racconta la vita quotidiana di Hakamada dopo il rilascio dal carcere, tra problemi mentali e lenti miglioramenti nell’adattamento a una vita normale dopo decenni di isolamento.

Sulla base dei dati più recenti del ministero della Giustizia in Giappone ci sono 124 prigionieri detenuti nel braccio della morte, gran parte dei quali con sentenza definitiva, senza possibilità di ulteriore appello.

Massimo Persotti

Mauritania, annullata pena di morte per il giovane blogger

Mohamed MkheitirE’ libero, finalmente libero, il 33enne mauritano Mohamed Mkhaïtir. Finisce il suo incubo iniziato quasi quattro anni fa quando pubblicò su Facebook un post ritenuto offensivo nei confronti del profeta Maometto. Arrestato e condannato a morte nel dicembre 2014 per apostasia, Mkhaïtir ha, con la sentenza del 9 novembre, ottenuto dalla Corte di appello di Nouadhibou un barlume di giustizia: pena ridotta a due anni e 60.000 ouguiya di multa. Una pena già interamente espiata visto che si trova in stato di detenzione dal gennaio 2014. E quindi la Corte ne ha ordinato la scarcerazione.

Ma per Mkhaïtir non c’è pace nel suo Paese. Secondo quanto rivela il giudice del Tribunale di Napoli Nicola Quatrano, dell’Osservatorio internazionale (Ossin), che si è molto attivato per salvare il giovane dalla esecuzione, si temono incidenti e già nei giorni scorsi la polizia aveva vietato tutte le manifestazioni e predisposto imponenti misure di sicurezza, per evitare che si ripetessero le violente manifestazioni di islamisti che, in occasione dei processi precedenti, aveva reclamato l’esecuzione dell’apostata.

Ora, Mohamed Mkhaïtir potrebbe essere in viaggio verso il vicino Senegal, dove è probabile che chiederà asilo politico ad un qualche paese europeo.

Massimo Persotti

Iran, condannato a morte ricercatore per spionaggio

ahmadreza_djalali_c_facebookAhmadreza Djalali, il ricercatore iraniano in carcere dal 25 aprile 2016 perché accusato di spionaggio, è stato condannato a morte. Lo riferisce oggi il quotidiano svedese “The Local”. Djalali ha lasciato l’Iran otto anni fa per proseguire in Europa la sua attività professionale. Tra il 2012 e il 2015 ha lavorato anche presso il Crimedim di Novara, il centro di ricerca in medicina dei disastri dell’Università del Piemonte Orientale. Poi si è trasferito a Stoccolma, dove è residente e vive con la famiglia, da dove collaborava ancora con il centro di ricerca italiano.

Il processo è iniziato alla fine dello scorso mese di agosto, dopo 16 mesi di detenzione e la ricusazione dell’avvocato di Djalali da parte del giudice. Il tribunale non ha impiegato molto per emettere un verdetto di colpevolezza.

Nei suoi confronti si è levata in questi mesi una vera e propria mobilitazione internazionale, che ha portato alla raccolta di oltre 220 mila firme in tutto il mondo. Amnesty International ha avviato un’azione urgente e i figli di 5 e 14 anni, che vivono in Svezia con la mamma, si sono rivolti anche a Papa Francesco. “Francesco aiuta il mio papà a tornare a casa, non lasciarlo morire in prigione…”, era stato il loro appello al Papa via Facebook. Appelli e mobilitazioni che ora dovranno moltiplicarsi per impedire che la condanna porti Djalali verso l’esecuzione.

Massimo Persotti

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Iran, ricercatore rischia l’esecuzione per spionaggio

Firma l’appello sul sito di Amnesty International

Oggi la giornata mondiale contro la pena di morte

Participants join a "procession" against plans to reimpose death penalty, promote contraceptives and intensify drug war during "Walk for Life" in Luneta park, metro ManilaIl 10 ottobre è la Giornata mondiale contro la pena di morte ed è certo motivo di sconcerto che nel XXI secolo una pratica medievale sia ancora tema di campagne mondiali. Ma per milioni di cittadini di quei Paesi dove le esecuzioni si consumano spesso nell’indifferenza generale è una ragione di concreta paura e preoccupazione. Perché la pena di morte non è solo una punizione ma è anche uno strumento per diffondere la paura, combattere il dissenso.

Prendiamo l’Iran. Il regime ha messo a morte dal 1981 oltre 120mila oppositori, un terzo dei quali donne: 50 di loro erano addirittura in stato di gravidanza. Le esecuzioni come mezzo per esercitare violenza e potere, per soffocare lo scontento di una popolazione che vive in gran parte sotto la soglia di povertà. Neppure sotto Hassan Rouhani le cose sono cambiate: 4mila esecuzioni negli ultimi 4 anni. E nel 2017 siamo già ben oltre quota 300, con almeno 10 donne messe a morte. Proprio la condizione femminile è un termometro sociale e politico di un paese: più soprusi e discriminazioni le donne subiscono, più la politica nazionale assume tratti di autoritarismo. Matrimoni forzati e precoci, violenza domestica, pratiche discriminatorie nei luoghi di lavoro, disparità di trattamento economico.

“La preoccupazione sul peggioramento delle condizioni delle donne nel paese è crescente”, denunciò già qualche anno fa il Rappresentante speciale ONU per i diritti umani per la Repubblica Islamica dell’Iran, Ahmed Shaheed.

Uno dei casi più emblematici è stato quello di Reyhaneh Jabbari, la 19 enne condannata a morte per aver ucciso un ex funzionario del ministero dell’Intelligence iraniano che aveva tentato di stuprarla. Processo viziato, false confessioni, isolamento e maltrattamenti, ma nonostante una campagna internazionale, per Reyhaneh non c’è stato nulla da fare e il 25 ottobre di tre anni fa è stata messa a morte.

La storia di Reyhaneh è una ferita non solo per la giustizia iraniana, ma per la coscienza collettiva internazionale che dimentica le tante e i tanti Reyhaneh che nel mondo continuano ad essere condannati e messi a morte. Come Hoo Yew Wah, nel braccio della morte della Malesia, condannato a morte per traffico di droga: il giovane proviene da un ambiente socio-economico sfavorevole, ha lasciato a 11 anni la scuola per fare il cuoco in un ristorante di strada e all’epoca del reato aveva 20 anni e nessun precedente penale. Per Hoo Yew Wah, Amnesty International ha lanciato un appello internazionale.

Hoo Yew Wah è solo uno dei tanti casi che dimostrano come proprio le persone provenienti da ambienti socio-economici sfavorevoli siano ancor più a rischio, perchè colpite in modo sproporzionato dal sistema giudiziario, inclusa la pena di morte.

In India uno studio condotto dall’Università Nazionale di Legge di Nuova Delhi ha riscontrato che il 74,15% dei condannati a morte (370) appartiene alla popolazione economicamente più vulnerabile. Negli Stati Uniti, secondo Equal Justice Initiative, nel 2007 il 95% delle persone nei bracci della morte aveva un passato di difficoltà economiche. In Arabia Saudita, uno dei maggiori stati-carnefice, i cittadini stranieri – in particolare i lavoratori immigrati provenienti dai paesi poveri di Medio Oriente, Asia e Africa – hanno grandi svantaggi nell’uso del sistema di giustizia penale. Durante i processi, il loro status di immigrati e il fatto che spesso difettano di conoscenza della lingua araba, li pone particolarmente esposti al rischio di essere condannati a morte. In Bielorussia, gli imputati  con risorse finanziarie limitate, hanno difficoltà a conservare il proprio legale nominato dal tribunale perché questi può rifiutarsi di partecipare alle udienze se l’accusato non lo ha pagato durante gli incontri in carcere.

bergquist“La povertà non dovrebbe essere una condanna a morte”, recita un cartello esibito su Twitter da Amy Bergquist, avvocato per i diritti umani.

La Giornata Mondiale per la Pena di Morte sul sito di Amnesty International con l’appello per Hoo Yew Wah

 

Alireza Tajiki, impiccato per un reato commesso a 15 anni

pena di morteQuesta mattina, Alireza Tajiki è stato impiccato. Era la terza volta, dal maggio 2016, che le autorità iraniane programmavano l’esecuzione. Questa volta non c’è stato nulla da fare. Drammatiche avvisaglie erano arrivate ieri quando il giovane è stato trasferito in isolamento e alla famiglia è stato chiesto di recarsi alla prigione Adel Abad di Shiraz per l’ultimo saluto.

Tajiki aveva appena 15 anni quando nel 2012 è stato arrestato con l’accusa di aver violentato e poi ucciso un suo amico, 16 quando l’anno dopo è stato condannato a morte al termine di un processo gravemente irregolare basato su confessioni estorte sotto tortura, come sostengono organizzazioni per i diritti umani come Amnesty International.

alirezaLa pena di morte in Iran viaggia a ritmi drammatici. Secondo le stime di Iran Human Rights, nei primi sei mesi del 2017 sono state eseguite 239 condanne a morte. Ed è la quarta volta che la pena capitale viene applicata nei confronti di un minorenne all’epoca del reato, in piena violazione del diritto internazionale.

Un numero che rischia di aumentare. Un gruppo di esperti delle Nazioni Unite ha recentemente dichiarato che sarebbero almeno 90 i prigionieri con meno di 18 anni condannati alla pena capitale detenuti nelle carceri iraniane. Ma il dato reale di quelli messi a morte o a rischio esecuzione potrebbe essere anche molto più alto.

Massimo Persotti

Omosessuali perseguitati e uccisi in Cecenia

gay-russia-ceceniaNegati, annientati, perseguitati. E in molti casi messi a morte. E’ il drammatico destino delle persone omosessuali in Cecenia contro le quali il presidente Ramzan Kadyrov ha intrapreso una vera e propria battaglia.
“Persecuzione dei gay? E’ un nonsense – ha dichiarato Kadyrov – Non abbiamo quel genere di persone qui. Non ci sono gay. Se ci fossero, portateli in Canada”. Sulla stessa linea, le parole pronunciate durante una trasmissione radio qualche tempo fa da Kheda Saratova, membro di quello che dovrebbe essere il Consiglio per i diritti umani ceceno: “Nella nostra società cecena, chiunque rispetti le nostre tradizioni e cultura darà la caccia a questo tipo di persone senza bisogno di aiuto da parte delle autorità, e farà di tutto perché questo tipo di persone non esista nella nostra società”.

Dichiarazioni che nascondono invece quelle che alcune organizzazioni per i diritti civili hanno definito delle vere e proprie purghe. Lo scorso 1 aprile ha destato particolare sconcerto la notizia pubblicata dal quotidiano indipendente russo Novaya Gazeta secondo la quale almeno un centinaio di uomini gay sono detenuti illegalmente in un centro di prigionia ad Argun, una cittadina a circa 15 chilometri ad est della capitale Groznyj. Un vero e proprio campo di concentramento dove torture e soprusi sarebbero all’ordine del giorno.

Il 31 luglio il Network LGBT Russo ha pubblicato un report sulle persecuzioni delle persone gay basato sulle testimonianze di 33 persone perseguitate, illegalmente detenute e torturate in Cecenia. Molti di questi uomini vengono uccisi dai loro carcerieri, almeno tre secondo recenti informazioni verificate da Novaya Gazeta. Esecuzioni extragiudiziali, pena di morte. La sostanza non cambia. Persone vittime di una insensata omofobia che pervade le autorità cecene. Amnesty International ha appena lanciato una petizione internazionale per denunciare quanto accade in Cecenia e per tutelare le persone omosessuali perseguitate.

Ma la Cecenia non è l’unica terra dove l’odio nei confronti degli omosessuali si manifesta in forme repressive, leggi che puniscono i rapporti sessuali consenzienti tra persone dello stesso sesso, criminalizzazione delle persone omosessuali. Secondo l’ultimo rapporto dell’ILGA, la più importante organizzazione internazionale a difesa dei diritti di omosessuali e lesbiche, sono 72 i Paesi che puniscono sotto varie forme l’omosessualità e otto dove una una persona può essere condannata a morte per omosessualità. In alcune zone dell’Iraq e della Siria controllate dallo Stato Islamico la pena di morte è eseguita non da soggetti governativi tradizionali, mentre in Somalia e Nigeria solo alcune province la prevedono. Mentre Iran, Arabia Saudita, Yemen e Sudan prevedono la pena capitale a livello nazionale. In altri cinque Paesi (Pakistan, Afghanistan, Qatar, Mauritania e Emirati Arabi Uniti) la pena di morte è prevista nei rispettivi codici, ma non risulta applicata in nessun caso per gli omosessuali.

Massimo Persotti

Iran, 239 esecuzioni
nei primi sei mesi del 2017

IRAN+HUMAN+RIGHTSBen 239 esecuzioni in Iran nei primi sei mesi del 2017, un numero che in prospettiva non sembra molto lontano dalle 530 esecuzioni complessivamente registrate lo scorso anno. Dati impressionanti anche se ben inferiori alle circa 1000 persone messe a morte appena due anni fa. E’ quanto emerge da un rapporto pubblicato qualche giorno fa dall’organizzazione Iran Human Rights.

Tre aspetti colpiscono dell’analisi presentata dall’ong locale. Innanzitutto, la presenza di minorenni all’epoca del reato tra i ‘giustiziati’: tre già quest’anno e per uno di loro l’esecuzione è avvenuta per un reato di omicidio commesso 30 anni fa, quando era appena sedicenne.

Poi, vi è la sensibile differenza tra i dati ufficiali e quelli non ufficiali. Delle 239 esecuzioni registrate da Iran Human Rights, appena 45 sono state rese note dalle autorità iraniane. La gran parte, invece, ben 149, provengono da fonti non governative.

Infine, l’enorme incidenza dei reati legati all’uso e al traffico di droga nelle sentenze capitali. Il 54% delle esecuzioni del primo semestre di quest’anno (quindi, 129 su 239 persone messe a morte) sono condanne per reati di droga. E almeno cinquemila prigionieri accusati di tali reati sarebbero in attesa di ulteriori indagini. Un dato che evidentemente non è passato inosservato neppure ai membri del parlamento iraniano che hanno chiesto alla magistratura di bloccare le esecuzioni legate alla droga. Ma, almeno per il momento, la richiesta non avrebbe sortito reali effetti.

Massimo Persotti

Usa, esecuzione in Virginia
di un malato mentale

virginia esecuzione

A nulla è servita una campagna mondiale e i tanti appelli per riconoscergli i suoi problemi mentali. Nella scorsa notte italiana, William Morva è stato messo a morte nel centro correttivo di Greensville a Jarratt. Terry McAuliffe, il governatore democratico, non ha ceduto nonostante le pressioni di attivisti, avvocati, legislatori, esperti delle Nazioni Unite, tutti concordi nel sostenere che i crimini dell’uomo erano il risultato di una grave malattia mentale che gli ha reso impossibile distinguere tra illusioni e realtà. Morva era stato riconosciuto colpevole degli omicidi nel 2006 di un vigilante di un ospedale e di un vicesceriffo.

Negli Usa, la pena di morte per le persone con ritardo mentale è stata messa al bando nel 2002 dalla Corte Suprema, ma resta applicabile per chi è invece affetto da malattia mentale. “Pur non equivalendosi ritardo mentale e malattia mentale – spiega Susan Lee, di Amnesty International, in un rapporto  pubblicato lo scorso anno dall’organizzazione per i diritti umani – i sintomi possono produrre conseguenze simili. Infatti, una persona affetta da malattia mentale e in preda al delirio può avere pensieri privi di logica e agire d’impulso. C’è quindi una profonda incoerenza tra l’escludere la pena di morte per persone con ritardo mentale e lasciarla in vigore per quelle con malattia mentale”.

Secondo la National Mental Health Association, i condannati con malattie mentali chiusi nei bracci della morte costituiscono dal 5 al 10% del totale dei 3.400 prigionieri in attesa di esecuzione. Col rischio che possa crescere sensibilmente il già drammatico numero di almeno cento prigionieri affetti da gravi forme di malattie mentali messi a morte dal 1977, in pratica quasi il 10% del totale delle esecuzioni nel Paese.

Neppure una settimana fa, gli abolizionisti avevano festeggiato la Mongolia diventato il 105esimo paese ad aver cancellato completamente la pena capitale dopo l’entrata in vigore, il 1 luglio, del nuovo codice penale.

Pakistan, condannato a morte per un ‘post’ blasfemo

facebook1Se il dibattito più ricorrente di questi tempi riguardo i social media è come difendersi dalle ‘fake news’ ma anche dall’odio e dalle violenze della rete, in Pakistan proprio il mondo virtuale (ma non troppo) di Facebook potrebbe presto diventare il pretesto per un nuovo ma assai ben triste primato: la prima esecuzione per blasfemia sul web.

Accade in Pakistan dove la macchina della morte si è rimessa in moto nel dicembre 2014 dopo due anni di moratoria, all’indomani della strage alla scuola di Peshawar. E da quel momento, stare dietro al numero dei detenuti impiccati è stato un drammatico conteggio: oltre 320 nel 2015, almeno 87 nel 2016.

Ora però il Pakistan rischia di passare alla storia per la prima prima condanna a morte per un reato informatico. Un uomo, le cui generalità non sono note, sarebbe stato infatti giudicato colpevole per aver pubblicato un post ‘blasfemo’ su Facebook.

Come rivela Amnesty International, la condanna è stata emessa in nome del codice penale (che vieta l’uso di termini offensivi nei confronti del Sacro Profeta) e della legge anti-terrorismo (che punisce l’istigazione all’odio settario).

Un precedente analogo ci riporta a non molti mesi fa al caso di Raif Badawi, il blogger arabo condannato a dieci anni di carcere e 1.000 frustate per aver violato le norme del diritto informatico e aver “insultato le autorità religiose” attraverso il sito “Free Saudi Liberals”. Badawi nel corso del procedimento giudiziario ha anche rischiato la pena di morte.

Questa volta però la sorte dell’uomo pakistano potrebbe essere ben diversa e qualora venisse data esecuzione alla condanna si aprirebbe un terribile precedente capace di sotterrare, in Pakistan ma non solo, diritti fondamentali quali la libertà d’espressione e la libertà di pensiero, opinione, religione o credo. Il caso, per i più attenti, è solo la traduzione nella pratica dell’avviso lanciato neppure tre mesi fa dal Primo Ministro Nawaz Sharif che aveva ordinato di rimuovere i contenuti “blasfemi” su siti web e social media in Pakistan e di punire chi pubblica tale materiale. E la pena per la blasfemia è l’ergastolo o la condanna capitale.

Secondo il Centre for Research and Security Studies, think tank di Islamabad, 65 persone sono state messe a morte per accuse di blasfemia in Pakistan a partire dal 1990. Ma la prossima potrebbe davvero essere un caso senza precedenti che tira in ballo anche i grandi gestori della rete: può davvero passare sotto il silenzio e l’indifferenza di Zuckerberg e del suo staff l’essere accostati alla pena capitale e alla volontà di autorità politiche di soffocare anche con la morte dissenso e opinioni non allineate?

Massimo Persotti