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Massimo Persotti

Burkina Faso dice addio
alla pena di morte

pena di morteE siamo a 107. Sono i paesi abolizionisti che hanno deciso di mandare in soffitta una pena crudele, inumana e fuori dal tempo come la pena capitale. E’ un numero in lieve ma costante crescita che dal 1 giugno può contare anche sul Burkina Faso.

Il parlamento del paese africano ha infatti approvato un nuovo codice penale che non prevede più la pena di morte tra le possibili sanzioni penali. Le nuove norme favoriranno un’applicazione del diritto “più credibile ed equo”, ha dichiarato il Ministro della Giustizia, Rene Bagoro. In verità, il provvedimento del 1 giugno sancisce un’abolizione ‘de facto’ che dura da 30 anni: l’ultima esecuzione infatti risale al 1988.

La decisione del Burkina Faso fa salire a 21 i paesi africani che applicano leggi abolizioniste confermandosi il continente più fortemente orientato contro la pena di morte, mandando un segnale forte non solo agli altri paesi della regione ma anche al resto del mondo.

Massimo Persotti

Arabia Saudita, in 4 mesi
48 condanne a morte

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L’Arabia Saudita ha messo a morte 48 persone nei primi quattro mesi del 2018, metà dei quali per reati non violenti legati alla droga. Sono quasi 600 le esecuzioni nel Regno dall’inizio del 2014, più di un terzo per crimini di droga, quasi 150 solo lo scorso anno. I dati drammatici sono stati resi noti in queste ore da Human Rights Watch (Hrw). Il rapporto tra pena di morte e reati di droga resta un tema centrale per gli attivisti per i diritti umani, nonostante siano solo quattro i paesi (Arabia Saudita, Cina, Iran e Singapore) che ufficialmente eseguano sentenze capitali per questa tipologia di reati (ma Amnesty International ritiene che non siano da escludere neppure Malesia e Vietnam, pur non dichiarandolo espressamente). Peraltro, si registrano tendenze discordanti tra paese e paese, perché se in Iran l’entità di esecuzioni di questo tipo si è ridotta dal quasi 60% del 2016 al 40% del 2017, probabilmente – spiega Amnesty nel suo recente rapporto sulla pena di morte – a causa delle modifiche legislative intervenute nel 2017 alle leggi antinarcotici, in Arabia Saudita invece le sentenze capitali eseguite per reati connessi alla droga sono aumentate dal 16% delle esecuzioni complessive nel 2016 al 40% nel 2017.

L’Arabia Saudita punisce con la pena di morte anche reati come terrorismo, omicidio, stupro, rapine a mano armata e i condannati a morte sono decapitati con una spada. Ma le organizzazioni per i diritti umani hanno ripetutamente espresso preoccupazioni sulla equità dei processi nel Regno, che è governato da una rigorosa forma di osservanza della legge islamica.

«È abbastanza grave che l’Arabia Saudita metta a morte così tante persone, ma molte di loro non hanno commesso un crimine violento – ha dichiarato al Guardian Sarah Leah Whitson, direttore di Hrw per il Medio Oriente – Qualsiasi piano per limitare le esecuzioni per reati di droga deve prevedere miglioramenti al sistema giudiziario che non prevede processi equi».

Il principe ereditario Mohammed bin Salman, erede al trono designato, ha rivelato recentemente in un’intervista alla rivista Time che il Regno avrebbe preso in considerazione la possibilità per alcuni reati, tranne l’omicidio, di cambiare la pena dalla condanna capitale all’ergastolo. Una speranza per le organizzazioni umanitarie, ma in molti temono che gli annunci del principe siano solo di facciata.

Massimo Persotti

Rapporto Amnesty: in 15 Paesi a morte per droga

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Neppure un mese fa a Singapore sono state messe a morte due persone nel giro di appena una settimana, entrambe per reati legati alla droga. Lo scorso anno la città-Stato ha registrato otto esecuzioni. Le autorità rivendicano la necessità di combattere severamente traffico e uso di droghe, ma la maggior parte dei condannati a morte sono piccoli spacciatori costretti a mettersi al servizio dei narcotrafficanti per pagare debiti o perché non trovano lavoro. Eppure, la ‘linea dura’ di Singapore viene presa ad esempio da altri paesi, persino dagli Usa dove il presidente Trump vorrebbe la pena capitale anche per i reati di droga.

In realtà, Singapore è in buona compagnia. Come emerge dal Rapporto sulla pena di morte pubblicato da Amnesty International, lo scorso anno sono state emesse sentenze capitali ed eseguite condanne a morte per reati legati alla droga in 15 paesi, anche se esecuzioni si sono compiute in soli 4 paesi: oltre a Singapore, Cina, Iran e Arabia Saudita. Ma è probabile che sentenze capitali per questo tipo di reati siano state eseguite anche in Malesia e Vietnam. Il dato preoccupa gli attivisti per i diritti umani che denunciano come la pena capitale non scoraggia il narcotraffico, ma semmai colpisce consumatori e piccoli spacciatori. Per questo, sostengono, sarebbero necessarie strategie diverse per combattere i reati di droga che molto spesso, e soprattutto in alcune aree geografiche, sono fortemente collegati a problemi quali disoccupazione e povertà.

Qualche piccolo miglioramento in realtà si registra. L’Iran che, secondo fonti giudiziarie iraniane, ha messo a morte in 30 anni almeno 10mila persone per reati di droga, ha riformato lo scorso anno la legislazione in materia innalzando il quantitativo minimo di droga da possedere per poter essere condannati a morte. Conseguenza, il numero di esecuzioni è notevolmente diminuito e oltre l’80% dei circa 4000 prigionieri condannati alla pena capitale con l’accusa di crimini legati alla droga dovrebbe essere salvato dalla esecuzione.

“Nonostante i passi avanti verso l’abolizione di questa abominevole punizione, alcuni leader continuano a usare la pena di morte come un metodo spiccio invece di affrontare le cause di fondo legate alla droga con politiche umane, efficaci e basate sull’esperienza. Leader forti portano avanti la giustizia, non le esecuzioni”, ha dichiarato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International.

Ma intanto le esecuzioni continuano seppur con numeri sempre in calo. Lo scorso anno, si legge nel Rapporto di Amnesty, si sono registrate almeno 993 esecuzioni in 23 paesi (resta fuori la Cina i cui dati restano un segreto di stato), il 4 per cento in meno rispetto alle 1032 esecuzioni del 2016 e il 39 per cento in meno rispetto alle 1634 del 2015. Mentre sarebbero state almeno 2591 le condanne a morte emesse in 53 paesi.

“La pena di morte è il sintomo di una cultura di violenza”, spiega Shetty, e appare – se possibile – ancor più dura, crudele e grave quando colpisce le persone che al momento del reato avevano meno di 18 anni (in Iran cinque esecuzioni e almeno 80 prigionieri nei bracci della morte), oppure chi soffre di disabilità mentale o intellettuale (persone messe a morte o in attesa di esecuzione in Giappone, Maldive, Pakistan, Singapore e Usa) o chi è stato condannato dopo confessioni estorte con maltrattamenti e torture (in Arabia Saudita, Bahrein, Cina, Iran e Iraq).

Eppure segnali positivi arrivano, ad esempio dall’Africa subsahariana dove la Guinea è diventato il ventesimo paese abolizionista di quest’area geografica che fino a 30 anni fa poteva contare solo su Capo Verde fuori dalla pena di morte. Anche la Mongolia ha messo la parola fine alla pena capitale, facendo salire così a 106 il numero dei paesi abolizionisti.

Ma c’è ancora molto da fare e gli attivisti di Amnesty e delle organizzazioni per i diritti umani non possono abbassare la guardia. Non è solo una battaglia di diritto e di principio, è anche e soprattutto una lotta per la sopravvivenza: sono 22mila i prigionieri in attesa di esecuzione nel mondo.

Per saperne di più:
Rapporto 2017 sulla pena di morte di Amnesty International

Pena di morte per fermare la droga. Gli Usa come Singapore

pena di morte“Se non usiamo le maniere forti contro i trafficanti, non otterremo niente. E le maniere forti comprendono la pena di morte”. Trump lancia la crociata contro quella che definisce “l’epidemia di oppiacei” proponendo ufficialmente nel suo piano di lotta contro questa emergenza, Stop Opiud Abuse, anche la condanna più dura. “Dobbiamo cambiare le leggi, e stiamo lavorandoci ora”, ha spiegato, smentendo Andrew Bremberg, direttore della politica interna della Casa Bianca, il quale aveva anticipato che non si sarebbe fatto ricorso a nuove leggi ma a quelle già esistenti, che consentono la pena di morte a livello federale per le morti causate da overdose, anche se alcuni esperti la considerano incostituzionale. “Gli Usa devono essere duri contro la droga e la durezza include la pena di morte”, ha ammonito il tycoon, lasciando al dipartimento di Giustizia il compito di indicare i casi per i quali applicare le nuove misure.

L’annuncio fatto lunedì scorso a Manchester, New Hampshire, in uno degli Stati americani più colpiti da questa piaga, in realtà non è una novità assoluta. Già il 26 febbraio, Trump avrebbe espresso la volontà di estendere la pena capitale per i spacciatori di droga, come rivelato da Axios. Volontà poi resa pubblica l’11 marzo quando ha scaldato per la prima volta con questa proposta la folla di un comizio elettorale evocando modelli come Cina e Singapore che, sostiene il presidente americano, hanno meno problemi con la tossicodipendenza per la durezza con cui puniscono gli spacciatori.

Durante e dopo la campagna presidenziale del 2016, del resto, Trump aveva elogiato pubblicamente il presidente filippino Rodrigo Duterte per la sua sanguinosa guerra al narcotraffico, che nel corso degli ultimi anni ha causato migliaia di vittime, pur godendo di un forte sostegno da parte dell’opinione pubblica di quel paese. Anche le drastiche misure in vigore a Singapore contro il traffico di droga sono oggetto di periodiche denunce da parte delle organizzazioni per i diritti umani, secondo cui alle persone accusate di essere trafficanti è negato un processo equo e trasparente. Ed Amnesty International sostiene che gran parte dei condannati a morte per reati di droga sono in realtà piccoli spacciatori costretti a mettersi al servizio dei narcotrafficanti.

Secondo un rapporto dell’organizzazione con sede a Londra, nonostante la riforma introdotte nel 2013, la pena di morte per reati di droga resta una sanzione obbligatoria e il potere di stabilire la vita o la morte di un condannato è lasciato nelle mani del pubblico ministero: se l’imputato fornisce collaborazione alle indagini, ottiene un ‘certificato’ che può evitargli l’impiccagione, altrimenti il giudice sarà tenuto a comminare la pena capitale. Su 51 casi esaminati da Amnesty, in 34 l’imputato è stato condannato a morte perché non aveva ottenuto lo speciale ‘certificato’.

Ma a Trump queste cifre e le preoccupazioni delle organizzazioni interessano poco ed è più incline alle rassicurazioni che gli arrivano dalle autorità della città-Stato. “Quando ho chiesto al primo ministro se avessero un problema con la droga, lui ha risposto: ‘No. Pena di morte'”, ha dichiarato.

Arabia Saudita, Cina, Emirati Arabi Uniti, Indonesia, Iran, Kuwait, Laos, Malesia, Singapore, Sri Lanka, Thailandia e Vietnam: sono alcuni dei paesi che infliggono la pena di morte per reati connessi alla droga. Una ‘non rispettabile’ compagnia, in tema di diritti umani, a cui gli Usa si ritroverebbero accostati. “Non dobbiamo seguire l’esempio di altri paesi, come Singapore, in cui le durissime norme anti-droga non solo non incidono sui danni provocati dalla droga ma violano anche norme e standard del diritto internazionale”, ammonisce Kristina Roth, direttrice del Programma Giustizia penale di Amnesty International Usa.

E proprio da Singapore, qualche giorno fa, è arrivata la notizia della seconda esecuzione del 2018. Hishamrudin Mohd, 56 anni, condannato a morte dall’Alta Corte il 2 febbraio 2016 per traffico di diamorfina, è stato impiccato nel Complesso della Prigione di Changi. Nemmeno una settimana prima, il 9 marzo, era stato messo a morte un cittadino del Ghana, sempre per reati connessi al traffico di droga.

Iran, il drammatico destino della pena di morte

Mideast Iran Forgiven Killer

“Chi si occupa di diritti umani in Iran sa bene che a una buona notizia ne segue una pessima”, si legge in un tweet delle scorse ore di Riccardo Noury, portavoce della sezione italiana di Amnesty International. Il mese di gennaio lo dimostra e intorno alle storie di Amirhossein Pourjafar, Sadegh Larijani, Ahmadreza Djalali e Ali Kazemi, dagli epiloghi così diversi, ruota il drammatico destino della pena di morte in Iran.

L’ayatollah Sadegh Larijani è il capo della magistratura. Lui, pochi giorni fa ha restituito la speranza di evitare la forca a migliaia di iraniani condannati a morte per reati di droga. Sospensione delle esecuzioni e riesame dei casi che potrebbe portare a una riduzione delle condanne a pene detentive prolungate. Effetto della legge votata dal parlamento lo scorso mese di agosto che ammorbidisce la strategia di Teheran nella lotta al traffico e al consumo di stupefacenti. Sarebbero oltre 5mila i detenuti nei bracci della morte interessati dal provvedimento applicato in modo retroattivo. Non solo. Questa decisione potrebbe avere un impatto importante anche nei prossimi mesi, visti i drammatici numeri delle esecuzioni in Iran degli ultimi anni. Dal 1988, secondo fonti giudiziarie iraniane, le condanne a morte eseguite per reati di droga sono state circa 10mila, circa tremila dal 2010 al 2016, secondo Iran Human Rights.

Ahmadreza Djalali è il medico e ricercatore iraniano arrestato nel 2016 e condannato alla pena capitale. Per lui è arrivata una inattesa sospensione della condanna a morte da parte delle autorità di Teheran, dopo che non molti giorni fa si era paventata persino l’imminente esecuzione. Saman Naseem, un giovane iraniano di etnia curda, condannato a morte per un omicidio commesso a 17 anni. Il 25 gennaio ha ottenuto dalla Corte d’Appello di Urmia l’annullamento della condanna, sostituita con una pena detentiva di cinque anni.

E Ali Kazemi. Il 22enne iraniano messo a morte il 30 gennaio scorso dopo essere stato condannato per un omicidio commesso quando aveva solo 15 anni. “Portando a termine questa esecuzione illegale, l’Iran ha reso manifesto che desidera mantenere la vergognosa reputazione di paese leader al mondo per le esecuzioni di minorenni al momento del reato”, ha dichiarato Magdalena Mughrabi, direttrice di Amnesty International per il Medioriente e l’Africa del Nord. L’esecuzione di Ali Kazemi ha avuto luogo nella provincia di Busher dopo essere stata annunciata, poi smentita, infine portata a termine senza avvisare né familiari né l’avvocato. Ancora un adolescente, uno dei tanti, quattro nel 2017, 87 tra il 2005 e il 2018, già due quest’anno. Prima di Kazemi, era stata la volta di Amirhossein Pourjafar, messo a morte il 4 gennaio, anche lui minorenne all’epoca del reato.

“Siamo di fronte a un attacco frontale ai diritti dei minori, tutelati dal diritto internazionale che vieta in ogni circostanza l’uso della pena di morte nei confronti di minorenni al momento del reato”, afferma Magdalena Mughrabi che invita il capo del potere giudiziario a “intervenire immediatamente” per “ istituire una moratoria ufficiale sulle esecuzioni dei rei minorenni. E il Parlamento di Teheran deve riformare il codice penale per proibire l’uso della pena di morte dei minorenni al momento del reato”.

Massimo Persotti

Iran: sospese condanne a morte, in migliaia sperano

Mideast Iran Forgiven KillerLa vita di oltre 5mila prigionieri nei bracci della morte in Iran potrebbe essere risparmiata grazie all’entrata in vigore di una nuova legge che abolisce la pena capitale per alcuni reati legati al traffico di droga. Il presidente del Parlamento iraniano, Ali Larijani, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Isna, ha annunciato il riesame di tutti i processi  in cui gli imputati sono stati condannati a morte per “reati di droga” e il blocco, allo stesso tempo, delle esecuzioni programmate.

Le nuove disposizioni stabiliscono che la condanna a morte per reati di droga scatti solo in caso di possesso di oltre due chili di cocaina, rispetto ai 30 grammi previsti della precedente versione, e di 50 kg. di oppio e marijuana. I nuovi limiti non riguardano le organizzazione dedite al traffico di stupefacenti, gli spacciatori armati e i criminali recidivi. Dovrebbero inoltre agire retroattivamente salvando così la vita a migliaia di prigionieri. Secondo l’agenzia Mizanonline, organo che fa capo alla magistratura locale, il capo della magistratura, l’ayatollah Sadegh Larijani, avrebbe chiesto martedì scorso ai funzionari governativi di sospendere le esecuzioni dei condannati a morte interessati dal provvedimento, riconsiderando i loro casi e commutando eventualmente le loro pene a 25-30 anni di carcere, come prevede la nuova legge.

L’Iran ha intrapreso una dura battaglia contro traffico e consumo di droghe che ha portato a migliaia di arresti ed esecuzioni, facendo salire l’Iran al secondo posto nella lista dei “Paesi boia”, seconda solo alla Cina: oltre 567 le persone messe a morte nel 2016, in gran parte per reati di droga.

Mahmood Amiry-Moghaddam, portavoce di Iran Human Rights, ha spiegato alla BBC che “se attuato correttamente, questo cambiamento nella legge rappresenterà uno dei più significativi passi verso la riduzione nell’uso della pena di morte in tutto il mondo”. Ha anche riferito che dal mese di novembre, quando la legge è stata firmata dal presidente Rouhani, “nessun condannato per tali reati è stato messo a morte, secondo le informazioni in nostro possesso”.

Secondo il Comitato giudiziario del Parlamento iraniano, oltre 5mila prigionieri detenuti nei bracci della morte potrebbero beneficiare della nuova legislazione, la maggior parte dei quali sono di età tra i 20 e i 30 anni.

Nonostante le nuove misure, sono state oltre 400 le esecuzioni nei primi 11 mesi del 2017, tra cui almeno quattro minorenni al momento del reato. A nulla sono valsi i ripetuti richiami delle Nazioni Unite e poco interessa il rispetto dei Trattati internazionali: l’Iran continua condannare e a mettere a morte minorenni e in almeno 48 si troverebbero oggi nei bracci della morte, secondo Amnesty International.

Massimo Persotti

Giappone, due nuove esecuzioni. 4 nel 2017

Giappone-morteIl Giappone ha messo a morte questa mattina due condannati per omicidio, Teruhiko Seki (44 anni) e Kiyoshi Matsui (69 anni). Due esecuzioni che fanno salire a 4 il triste bilancio del 2017 e a ben 21 da quando il primo ministro conservatore Shinzo Abe è tornato al potere alla fine del 2012. Entrambi i condannati avevano chiesto di essere di nuovo processati. “Si trattava di casi estremamente crudeli”, ha commentato la Ministra della Giustizia Yoko Kamikawa. “Ho ordinato le esecuzioni – ha aggiunto – dopo un’accuratissima analisi”.

Sta di fatto che ogni esecuzione in Giappone lascia sempre abbastanza sgomenti, sia perchè stiamo parlando di una grande democrazia che, alla pari degli Stati Uniti, va a braccetto nella lista dei Paesi-boia con regimi illiberali se non ispotici e autoritari. A questo si aggiunge il fatto che in Giappone ogni esecuzione è avvolta da una spessa coltre di segretezza: i detenuti vengono avvisati appena poche ore prime di essere uccisi, alcuni di loro non vengono avvisati affatto, mentre le loro  famiglie e gli avvocati sono informati spesso solo a esecuzione avvenuta.

Appena pochi giorni fa, il Segretario generale aggiunto dell’Onu per i diritti umani, Andrew Gilmour, aveva sottolineato la necessità di garantire maggiore trasparenza da parte dei Paesi che fanno ancora ricorso alla pena di morte, poiché questo è vitale per le famiglie che hanno il diritto di conoscere il destino dei loro cari.

Delle ultime esecuzioni colpisce la storia di Teruhiko Seki, condannato per l’uccisione di quattro persone a Chiba, a sudest di Tokyo, avvenute nel 1992, quando aveva 19 anni. Si tratta della prima esecuzione di un minorenne all’epoca del reato dal 1997, hanno riferito i media nippponici, ricordandosi che in Giappone la maggiore età si raggiunge a 20 anni.

Sebbene i sondaggi, per lo più governativi, indicano una percentuale sempre molto alta di giapponesi favorevoli al mantenimento dello status quo, dalla società civile comincia ad arrivare qualche segnale positivo. Lo scorso anno, la Federazione giapponese delle associazioni degli avvocati ha rilasciato una dichiarazione con cui afferma la propria opposizione alla pena capitale e chiede alle autorità di abolirla entro il 2020. Una dichiarazione arrivata sull’onda di un clamoroso errore giudiziario che ha riguardato Iwao Hakamada, oggi ottantenne, tenuto in prigione per ben 46 anni, molti dei quali nel braccio della morte, il detenuto che ha trascorso più tempo nel braccio della morte tanto che il suo assai poco invidiabile “primato” è stato registrato anche nel Guinness World Records. L’uomo è stato scarcerato nel marzo 2014 e la sua storia è diventata anche un film-documentario dal titolo “Freedom Moon” del regista Kim Sung-woong, dove si racconta la vita quotidiana di Hakamada dopo il rilascio dal carcere, tra problemi mentali e lenti miglioramenti nell’adattamento a una vita normale dopo decenni di isolamento.

Sulla base dei dati più recenti del ministero della Giustizia in Giappone ci sono 124 prigionieri detenuti nel braccio della morte, gran parte dei quali con sentenza definitiva, senza possibilità di ulteriore appello.

Massimo Persotti

Mauritania, annullata pena di morte per il giovane blogger

Mohamed MkheitirE’ libero, finalmente libero, il 33enne mauritano Mohamed Mkhaïtir. Finisce il suo incubo iniziato quasi quattro anni fa quando pubblicò su Facebook un post ritenuto offensivo nei confronti del profeta Maometto. Arrestato e condannato a morte nel dicembre 2014 per apostasia, Mkhaïtir ha, con la sentenza del 9 novembre, ottenuto dalla Corte di appello di Nouadhibou un barlume di giustizia: pena ridotta a due anni e 60.000 ouguiya di multa. Una pena già interamente espiata visto che si trova in stato di detenzione dal gennaio 2014. E quindi la Corte ne ha ordinato la scarcerazione.

Ma per Mkhaïtir non c’è pace nel suo Paese. Secondo quanto rivela il giudice del Tribunale di Napoli Nicola Quatrano, dell’Osservatorio internazionale (Ossin), che si è molto attivato per salvare il giovane dalla esecuzione, si temono incidenti e già nei giorni scorsi la polizia aveva vietato tutte le manifestazioni e predisposto imponenti misure di sicurezza, per evitare che si ripetessero le violente manifestazioni di islamisti che, in occasione dei processi precedenti, aveva reclamato l’esecuzione dell’apostata.

Ora, Mohamed Mkhaïtir potrebbe essere in viaggio verso il vicino Senegal, dove è probabile che chiederà asilo politico ad un qualche paese europeo.

Massimo Persotti

Iran, condannato a morte ricercatore per spionaggio

ahmadreza_djalali_c_facebookAhmadreza Djalali, il ricercatore iraniano in carcere dal 25 aprile 2016 perché accusato di spionaggio, è stato condannato a morte. Lo riferisce oggi il quotidiano svedese “The Local”. Djalali ha lasciato l’Iran otto anni fa per proseguire in Europa la sua attività professionale. Tra il 2012 e il 2015 ha lavorato anche presso il Crimedim di Novara, il centro di ricerca in medicina dei disastri dell’Università del Piemonte Orientale. Poi si è trasferito a Stoccolma, dove è residente e vive con la famiglia, da dove collaborava ancora con il centro di ricerca italiano.

Il processo è iniziato alla fine dello scorso mese di agosto, dopo 16 mesi di detenzione e la ricusazione dell’avvocato di Djalali da parte del giudice. Il tribunale non ha impiegato molto per emettere un verdetto di colpevolezza.

Nei suoi confronti si è levata in questi mesi una vera e propria mobilitazione internazionale, che ha portato alla raccolta di oltre 220 mila firme in tutto il mondo. Amnesty International ha avviato un’azione urgente e i figli di 5 e 14 anni, che vivono in Svezia con la mamma, si sono rivolti anche a Papa Francesco. “Francesco aiuta il mio papà a tornare a casa, non lasciarlo morire in prigione…”, era stato il loro appello al Papa via Facebook. Appelli e mobilitazioni che ora dovranno moltiplicarsi per impedire che la condanna porti Djalali verso l’esecuzione.

Massimo Persotti

Leggi anche:
Iran, ricercatore rischia l’esecuzione per spionaggio

Firma l’appello sul sito di Amnesty International

Oggi la giornata mondiale contro la pena di morte

Participants join a "procession" against plans to reimpose death penalty, promote contraceptives and intensify drug war during "Walk for Life" in Luneta park, metro ManilaIl 10 ottobre è la Giornata mondiale contro la pena di morte ed è certo motivo di sconcerto che nel XXI secolo una pratica medievale sia ancora tema di campagne mondiali. Ma per milioni di cittadini di quei Paesi dove le esecuzioni si consumano spesso nell’indifferenza generale è una ragione di concreta paura e preoccupazione. Perché la pena di morte non è solo una punizione ma è anche uno strumento per diffondere la paura, combattere il dissenso.

Prendiamo l’Iran. Il regime ha messo a morte dal 1981 oltre 120mila oppositori, un terzo dei quali donne: 50 di loro erano addirittura in stato di gravidanza. Le esecuzioni come mezzo per esercitare violenza e potere, per soffocare lo scontento di una popolazione che vive in gran parte sotto la soglia di povertà. Neppure sotto Hassan Rouhani le cose sono cambiate: 4mila esecuzioni negli ultimi 4 anni. E nel 2017 siamo già ben oltre quota 300, con almeno 10 donne messe a morte. Proprio la condizione femminile è un termometro sociale e politico di un paese: più soprusi e discriminazioni le donne subiscono, più la politica nazionale assume tratti di autoritarismo. Matrimoni forzati e precoci, violenza domestica, pratiche discriminatorie nei luoghi di lavoro, disparità di trattamento economico.

“La preoccupazione sul peggioramento delle condizioni delle donne nel paese è crescente”, denunciò già qualche anno fa il Rappresentante speciale ONU per i diritti umani per la Repubblica Islamica dell’Iran, Ahmed Shaheed.

Uno dei casi più emblematici è stato quello di Reyhaneh Jabbari, la 19 enne condannata a morte per aver ucciso un ex funzionario del ministero dell’Intelligence iraniano che aveva tentato di stuprarla. Processo viziato, false confessioni, isolamento e maltrattamenti, ma nonostante una campagna internazionale, per Reyhaneh non c’è stato nulla da fare e il 25 ottobre di tre anni fa è stata messa a morte.

La storia di Reyhaneh è una ferita non solo per la giustizia iraniana, ma per la coscienza collettiva internazionale che dimentica le tante e i tanti Reyhaneh che nel mondo continuano ad essere condannati e messi a morte. Come Hoo Yew Wah, nel braccio della morte della Malesia, condannato a morte per traffico di droga: il giovane proviene da un ambiente socio-economico sfavorevole, ha lasciato a 11 anni la scuola per fare il cuoco in un ristorante di strada e all’epoca del reato aveva 20 anni e nessun precedente penale. Per Hoo Yew Wah, Amnesty International ha lanciato un appello internazionale.

Hoo Yew Wah è solo uno dei tanti casi che dimostrano come proprio le persone provenienti da ambienti socio-economici sfavorevoli siano ancor più a rischio, perchè colpite in modo sproporzionato dal sistema giudiziario, inclusa la pena di morte.

In India uno studio condotto dall’Università Nazionale di Legge di Nuova Delhi ha riscontrato che il 74,15% dei condannati a morte (370) appartiene alla popolazione economicamente più vulnerabile. Negli Stati Uniti, secondo Equal Justice Initiative, nel 2007 il 95% delle persone nei bracci della morte aveva un passato di difficoltà economiche. In Arabia Saudita, uno dei maggiori stati-carnefice, i cittadini stranieri – in particolare i lavoratori immigrati provenienti dai paesi poveri di Medio Oriente, Asia e Africa – hanno grandi svantaggi nell’uso del sistema di giustizia penale. Durante i processi, il loro status di immigrati e il fatto che spesso difettano di conoscenza della lingua araba, li pone particolarmente esposti al rischio di essere condannati a morte. In Bielorussia, gli imputati  con risorse finanziarie limitate, hanno difficoltà a conservare il proprio legale nominato dal tribunale perché questi può rifiutarsi di partecipare alle udienze se l’accusato non lo ha pagato durante gli incontri in carcere.

bergquist“La povertà non dovrebbe essere una condanna a morte”, recita un cartello esibito su Twitter da Amy Bergquist, avvocato per i diritti umani.

La Giornata Mondiale per la Pena di Morte sul sito di Amnesty International con l’appello per Hoo Yew Wah