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Massimo Persotti

Alireza Tajiki, impiccato per un reato commesso a 15 anni

pena di morteQuesta mattina, Alireza Tajiki è stato impiccato. Era la terza volta, dal maggio 2016, che le autorità iraniane programmavano l’esecuzione. Questa volta non c’è stato nulla da fare. Drammatiche avvisaglie erano arrivate ieri quando il giovane è stato trasferito in isolamento e alla famiglia è stato chiesto di recarsi alla prigione Adel Abad di Shiraz per l’ultimo saluto.

Tajiki aveva appena 15 anni quando nel 2012 è stato arrestato con l’accusa di aver violentato e poi ucciso un suo amico, 16 quando l’anno dopo è stato condannato a morte al termine di un processo gravemente irregolare basato su confessioni estorte sotto tortura, come sostengono organizzazioni per i diritti umani come Amnesty International.

alirezaLa pena di morte in Iran viaggia a ritmi drammatici. Secondo le stime di Iran Human Rights, nei primi sei mesi del 2017 sono state eseguite 239 condanne a morte. Ed è la quarta volta che la pena capitale viene applicata nei confronti di un minorenne all’epoca del reato, in piena violazione del diritto internazionale.

Un numero che rischia di aumentare. Un gruppo di esperti delle Nazioni Unite ha recentemente dichiarato che sarebbero almeno 90 i prigionieri con meno di 18 anni condannati alla pena capitale detenuti nelle carceri iraniane. Ma il dato reale di quelli messi a morte o a rischio esecuzione potrebbe essere anche molto più alto.

Massimo Persotti

Omosessuali perseguitati e uccisi in Cecenia

gay-russia-ceceniaNegati, annientati, perseguitati. E in molti casi messi a morte. E’ il drammatico destino delle persone omosessuali in Cecenia contro le quali il presidente Ramzan Kadyrov ha intrapreso una vera e propria battaglia.
“Persecuzione dei gay? E’ un nonsense – ha dichiarato Kadyrov – Non abbiamo quel genere di persone qui. Non ci sono gay. Se ci fossero, portateli in Canada”. Sulla stessa linea, le parole pronunciate durante una trasmissione radio qualche tempo fa da Kheda Saratova, membro di quello che dovrebbe essere il Consiglio per i diritti umani ceceno: “Nella nostra società cecena, chiunque rispetti le nostre tradizioni e cultura darà la caccia a questo tipo di persone senza bisogno di aiuto da parte delle autorità, e farà di tutto perché questo tipo di persone non esista nella nostra società”.

Dichiarazioni che nascondono invece quelle che alcune organizzazioni per i diritti civili hanno definito delle vere e proprie purghe. Lo scorso 1 aprile ha destato particolare sconcerto la notizia pubblicata dal quotidiano indipendente russo Novaya Gazeta secondo la quale almeno un centinaio di uomini gay sono detenuti illegalmente in un centro di prigionia ad Argun, una cittadina a circa 15 chilometri ad est della capitale Groznyj. Un vero e proprio campo di concentramento dove torture e soprusi sarebbero all’ordine del giorno.

Il 31 luglio il Network LGBT Russo ha pubblicato un report sulle persecuzioni delle persone gay basato sulle testimonianze di 33 persone perseguitate, illegalmente detenute e torturate in Cecenia. Molti di questi uomini vengono uccisi dai loro carcerieri, almeno tre secondo recenti informazioni verificate da Novaya Gazeta. Esecuzioni extragiudiziali, pena di morte. La sostanza non cambia. Persone vittime di una insensata omofobia che pervade le autorità cecene. Amnesty International ha appena lanciato una petizione internazionale per denunciare quanto accade in Cecenia e per tutelare le persone omosessuali perseguitate.

Ma la Cecenia non è l’unica terra dove l’odio nei confronti degli omosessuali si manifesta in forme repressive, leggi che puniscono i rapporti sessuali consenzienti tra persone dello stesso sesso, criminalizzazione delle persone omosessuali. Secondo l’ultimo rapporto dell’ILGA, la più importante organizzazione internazionale a difesa dei diritti di omosessuali e lesbiche, sono 72 i Paesi che puniscono sotto varie forme l’omosessualità e otto dove una una persona può essere condannata a morte per omosessualità. In alcune zone dell’Iraq e della Siria controllate dallo Stato Islamico la pena di morte è eseguita non da soggetti governativi tradizionali, mentre in Somalia e Nigeria solo alcune province la prevedono. Mentre Iran, Arabia Saudita, Yemen e Sudan prevedono la pena capitale a livello nazionale. In altri cinque Paesi (Pakistan, Afghanistan, Qatar, Mauritania e Emirati Arabi Uniti) la pena di morte è prevista nei rispettivi codici, ma non risulta applicata in nessun caso per gli omosessuali.

Massimo Persotti

Iran, 239 esecuzioni
nei primi sei mesi del 2017

IRAN+HUMAN+RIGHTSBen 239 esecuzioni in Iran nei primi sei mesi del 2017, un numero che in prospettiva non sembra molto lontano dalle 530 esecuzioni complessivamente registrate lo scorso anno. Dati impressionanti anche se ben inferiori alle circa 1000 persone messe a morte appena due anni fa. E’ quanto emerge da un rapporto pubblicato qualche giorno fa dall’organizzazione Iran Human Rights.

Tre aspetti colpiscono dell’analisi presentata dall’ong locale. Innanzitutto, la presenza di minorenni all’epoca del reato tra i ‘giustiziati’: tre già quest’anno e per uno di loro l’esecuzione è avvenuta per un reato di omicidio commesso 30 anni fa, quando era appena sedicenne.

Poi, vi è la sensibile differenza tra i dati ufficiali e quelli non ufficiali. Delle 239 esecuzioni registrate da Iran Human Rights, appena 45 sono state rese note dalle autorità iraniane. La gran parte, invece, ben 149, provengono da fonti non governative.

Infine, l’enorme incidenza dei reati legati all’uso e al traffico di droga nelle sentenze capitali. Il 54% delle esecuzioni del primo semestre di quest’anno (quindi, 129 su 239 persone messe a morte) sono condanne per reati di droga. E almeno cinquemila prigionieri accusati di tali reati sarebbero in attesa di ulteriori indagini. Un dato che evidentemente non è passato inosservato neppure ai membri del parlamento iraniano che hanno chiesto alla magistratura di bloccare le esecuzioni legate alla droga. Ma, almeno per il momento, la richiesta non avrebbe sortito reali effetti.

Massimo Persotti

Usa, esecuzione in Virginia
di un malato mentale

virginia esecuzione

A nulla è servita una campagna mondiale e i tanti appelli per riconoscergli i suoi problemi mentali. Nella scorsa notte italiana, William Morva è stato messo a morte nel centro correttivo di Greensville a Jarratt. Terry McAuliffe, il governatore democratico, non ha ceduto nonostante le pressioni di attivisti, avvocati, legislatori, esperti delle Nazioni Unite, tutti concordi nel sostenere che i crimini dell’uomo erano il risultato di una grave malattia mentale che gli ha reso impossibile distinguere tra illusioni e realtà. Morva era stato riconosciuto colpevole degli omicidi nel 2006 di un vigilante di un ospedale e di un vicesceriffo.

Negli Usa, la pena di morte per le persone con ritardo mentale è stata messa al bando nel 2002 dalla Corte Suprema, ma resta applicabile per chi è invece affetto da malattia mentale. “Pur non equivalendosi ritardo mentale e malattia mentale – spiega Susan Lee, di Amnesty International, in un rapporto  pubblicato lo scorso anno dall’organizzazione per i diritti umani – i sintomi possono produrre conseguenze simili. Infatti, una persona affetta da malattia mentale e in preda al delirio può avere pensieri privi di logica e agire d’impulso. C’è quindi una profonda incoerenza tra l’escludere la pena di morte per persone con ritardo mentale e lasciarla in vigore per quelle con malattia mentale”.

Secondo la National Mental Health Association, i condannati con malattie mentali chiusi nei bracci della morte costituiscono dal 5 al 10% del totale dei 3.400 prigionieri in attesa di esecuzione. Col rischio che possa crescere sensibilmente il già drammatico numero di almeno cento prigionieri affetti da gravi forme di malattie mentali messi a morte dal 1977, in pratica quasi il 10% del totale delle esecuzioni nel Paese.

Neppure una settimana fa, gli abolizionisti avevano festeggiato la Mongolia diventato il 105esimo paese ad aver cancellato completamente la pena capitale dopo l’entrata in vigore, il 1 luglio, del nuovo codice penale.

Pakistan, condannato a morte per un ‘post’ blasfemo

facebook1Se il dibattito più ricorrente di questi tempi riguardo i social media è come difendersi dalle ‘fake news’ ma anche dall’odio e dalle violenze della rete, in Pakistan proprio il mondo virtuale (ma non troppo) di Facebook potrebbe presto diventare il pretesto per un nuovo ma assai ben triste primato: la prima esecuzione per blasfemia sul web.

Accade in Pakistan dove la macchina della morte si è rimessa in moto nel dicembre 2014 dopo due anni di moratoria, all’indomani della strage alla scuola di Peshawar. E da quel momento, stare dietro al numero dei detenuti impiccati è stato un drammatico conteggio: oltre 320 nel 2015, almeno 87 nel 2016.

Ora però il Pakistan rischia di passare alla storia per la prima prima condanna a morte per un reato informatico. Un uomo, le cui generalità non sono note, sarebbe stato infatti giudicato colpevole per aver pubblicato un post ‘blasfemo’ su Facebook.

Come rivela Amnesty International, la condanna è stata emessa in nome del codice penale (che vieta l’uso di termini offensivi nei confronti del Sacro Profeta) e della legge anti-terrorismo (che punisce l’istigazione all’odio settario).

Un precedente analogo ci riporta a non molti mesi fa al caso di Raif Badawi, il blogger arabo condannato a dieci anni di carcere e 1.000 frustate per aver violato le norme del diritto informatico e aver “insultato le autorità religiose” attraverso il sito “Free Saudi Liberals”. Badawi nel corso del procedimento giudiziario ha anche rischiato la pena di morte.

Questa volta però la sorte dell’uomo pakistano potrebbe essere ben diversa e qualora venisse data esecuzione alla condanna si aprirebbe un terribile precedente capace di sotterrare, in Pakistan ma non solo, diritti fondamentali quali la libertà d’espressione e la libertà di pensiero, opinione, religione o credo. Il caso, per i più attenti, è solo la traduzione nella pratica dell’avviso lanciato neppure tre mesi fa dal Primo Ministro Nawaz Sharif che aveva ordinato di rimuovere i contenuti “blasfemi” su siti web e social media in Pakistan e di punire chi pubblica tale materiale. E la pena per la blasfemia è l’ergastolo o la condanna capitale.

Secondo il Centre for Research and Security Studies, think tank di Islamabad, 65 persone sono state messe a morte per accuse di blasfemia in Pakistan a partire dal 1990. Ma la prossima potrebbe davvero essere un caso senza precedenti che tira in ballo anche i grandi gestori della rete: può davvero passare sotto il silenzio e l’indifferenza di Zuckerberg e del suo staff l’essere accostati alla pena capitale e alla volontà di autorità politiche di soffocare anche con la morte dissenso e opinioni non allineate?

Massimo Persotti

Somalia, due minorenni rischiano l’esecuzione

somalia minorenniCinque sono stati messi a morte l’8 aprile, altri due potrebbero fare la stessa fine molto presto. Sono sette ragazzi arrestati lo scorso dicembre a Bosaso, nel Putland, regione della Somalia nord-orientale, e condannati alla pena capitale.

In questo paese dell’Africa orientale alle prese con drammatici conflitti interni e gravi crisi umanitarie, il destino dei più giovani non è particolarmente fortunato. Secondo l’Unicef, ci sarebbero oltre 5mila bambini soldato reclutati da al-Shabaab e da altri gruppi armati.

Potrebbe passare quasi sotto silenzio il destino di sette giovani dai 14 ai 17 anni colpevoli di aver ucciso tre alti funzionari. Ma un appello di Amnesty International ha gettato un po’ di luce e di speranze sui soli due sopravvissuti dopo che un mese fa un primo giro di esecuzioni ha fatto ‘giustizia’ per cinque di loro. Poco importa alle autorità che i sette siano stati lasciati marcire in containers per due settimane dopo il loro arresto prima di essere trasferiti in una stazione di polizia, che siano stati sottoposto a brutalità e torture come due ragazzi hanno detto alle loro famiglie, tra violenze sessuali, scariche elettriche, simulazioni d’annegamento. Alla fine hanno confessato il delitto e firmato la loro condanna. Probabilmente quello che le autorità volevano fin dal principio, in fin dei conti a chi importa della sorte di sette di un clan minoritario discriminato ed emarginato del Puntland, il Madibaan. Processo davanti a un tribunale militare e nessuna assistenza legale. Pena di morte confermata in appello.

Ora, a Mohamed Yasin Abdi e Daud Saied Sahal resta ben poco o forse molto di più di quel che finora è stato concesso loro: gli appelli delle organizzazioni umanitarie e la pressione internazionale.

Firma l’appello di Amnesty International

Massimo Persotti

La pena di morte
in un mondo rovesciato

pena di morteL’Iran che libera un giovane detenuto dal braccio della morte, lo stato americano dell’Arkansas che mette a morte due prigionieri uno dei quali al termine di lunghi minuti di agonia. Il mondo rovesciato, ma almeno sulla pena di morte il confine tra democrazie evolute e regimi illiberali è spesso più sottile di quanto siamo portati a credere.

Così mentre il 25 aprile abbiamo festeggiato la liberazione di Salar Shadizadi dopo 10 anni passati nella prigione di Rasht, nel nord dell’Iran, nelle stesse ore nuovi e drammatici particolari emergevano sulla doppia esecuzione, Jack Jones e Marcel Williams, andata in scena lunedì nel carcere di Cummins, a circa 120 km da Little Rock, in Arkansas.

Lo stato del governatore repubblicano Asa Hutchinson ha pianificato otto esecuzioni in meno di un mese, dopo 12 anni di moratoria. Colpa della prossima scadenza del midazolam, il farmaco utilizzato per sedare il condannato durante l’iniezione letale, inutilizzabile dopo il 30 aprile.

Lunedì scorso, i legali di Williams hanno presentato ricorso sostenendo che il primo prigioniero sottoposto a iniezione letale, Jack Jones, avesse a lungo sofferto. Sofferenze che potevano essere provate anche dal loro assistito a causa della sua obesità. Il giudice ha in un primo momento sospeso l’esecuzione, dando però il via libera al boia un paio di ore dopo.

Resta il fatto che secondo il racconto dell’avvocato di Williams, dopo la somministrazione del midazolam Jones avrebbe continuato ad agitarsi e a dar prova di restare pienamente cosciente, spirando solo dopo 14 minuti. Un episodio che ha richiamato alla memoria l’esecuzione di Clayton Lockett, morto nell’aprile del 2014 dopo ben 45 minuti di agonia.

Poche ore dopo, dall’altra parte del mondo, la buona notizia di Salar Shadizadi, liberato dopo essere stato perdonato dalla famiglia della vittima dell’omicidio commesso quando aveva 15 anni e che gli era valso la condanna all’impiccagione nel dicembre 2007.

Ma Shadizadi è solo uno dei tanti prigionieri minorenni condannati a morte in Iran per reati commessi quando avevano meno di 18 anni. Lui ha evitato la forca, non così i 78 messi – e forse anche più – messi a morte tra il 2005 e il 2016. Altri 50 sarebbero reclusi nelle prigioni in attesa di esecuzione. Numeri che ci devono far ricordare come la liberazione di Shadizadi resta purtroppo un isolato felice episodio.

Massimo Persotti

Arkansas, record esecuzioni:
otto in dieci giorni

condanna-a-morteOtto esecuzioni in 10 giorni, il 30% di quante ne ha collezionate in 40 anni. Lo stato dell’Arkansas si prepara a vivere un mese di aprile senza precedenti nella storia della pena di morte negli Usa. Colpa dei farmaci utilizzati per iniettare nelle vene dei condannati il famigerato cocktail mortale. Quelli disponibili sono in scadenza, reperirne altri è sempre più complicato da quando la loro esportazione negli Stati Uniti è stata vietata dai paesi europei contrari alla pena capitale.

Via dunque alla giostra delle esecuzioni che il governatore Asa Hutchinson, repubblicano, ha deciso di aprire subito dopo Pasqua, tra il 17 e il 27 aprile. Otto uomini, quattro afroamericani e quattro bianchi, condannati per omicidi commessi tra il 1989 e il 1999. Due esecuzioni in quattro date diverse, tutto in appena dieci giorni. Mai un precedente del genere negli Usa: ci andò vicino il Texas che ne eseguì ben 16 ma nell’arco di due mesi, tra maggio e giugno 1997.

In Arkansas, tra ricorsi legali e farmaci sempre più scarsi, non si registrava una esecuzione dal 2005. Prima di allora, lo stato americano aveva messo a morte 27 persone da quando, nel 1976, la Corte Suprema americana aveva reintrodotto la pena di morte.

Le associazioni per la difesa dei diritti civili sperano ancora di cambiare il corso degli eventi. «Ognuno di questi detenuti ha dei diritti – afferma l’American Civil Liberties Union – e ogni esecuzione è un processo che va pianificato e gestito nei dettagli caso per caso. E questo, sulla base di una programmazione così stringente, è impossibile». E la Comunità di Sant’Egidio ha lanciato un appello online per fermare le otto esecuzioni.

Massimo Persotti

Malesia, il Sultano salva uomo dall’impiccagione

shahrul

Shahrul Izani

Sarà un compleanno meno amaro il prossimo 9 marzo. Quel giorno Shahrul Izani spegnerà 33 candeline ma questa volta, a differenza degli ultimi 13 anni, non lo farà più con l’incubo dell’esecuzione dietro l’angolo. Il sultano di Selangor, Sharafuddin Idris Shah, ha infatti deciso di concedergli la grazia accogliendo la speranza di organizzazioni come Amnesty International e decine di migliaia di persone che dal 2015 si sono mobilitate con appelli e lettere in suo favore.

Shahrul Izani era stato condannato a morte nel 2003 perché trovato in possesso di oltre 600 grammi di cannabis. A nulla valsero i suoi 19 anni e il fatto che fosse incensurato. In Malesia, i reati legati alla droga comportano la pena capitale obbligatoria.

“Questa è una battaglia vinta, perché una vita è stata salvata, ma la guerra contro l’uso della pena di morte continua”,  ha detto Shamini Darshni, direttore esecutivo di Amnesty International Malesia. “Ora che il sultano di Selangor ha accolto la domanda di clemenza di Sharul, speriamo che il governo possa esercitare la sua volontà politica abolendo la pena di morte obbligatoria come primo passo verso l’abolizione totale”.

Lo scorso anno, almeno quattro persone sono state messe a morte. Altre sono in attesa di esecuzione come i fratelli Rames e Suthar Batumalai che rischiano in queste ore l’impiccagione. La vita di Shahrul è salva ma la battaglia per salvarne altre e fermare la pena capitale continua.

Massimo Persotti

Iran, ricercatore rischia l’esecuzione per spionaggio

ahmadreza-djalaliDal 25 aprile dello scorso anno è in carcere e ora rischia anche la pena di morte. Ahmadreza Djalali, 45 anni, è un ricercatore iraniano, negli ultimi anni ha lavorato anche presso il Crimedim, il centro di ricerca in medicina dei disastri dell’Università del Piemonte Orientale. Ha lasciato l’Iran otto anni fa per un dottorato di ricerca presso il Karolinska Institute in Svezia, poi l’Italia e la Vrije Universiteit di Bruxelles.

Uno stimato accademico nel settore della medicina dei disastri e dell’assistenza umanitaria. Una spia per le autorità iraniane che hanno approfittato della sua presenza per alcuni seminari l’anno scorso a Teheran e Shiraz per arrestarlo e rinchiuderlo nella prigione di Evin. Una decisione inaspettata visto che Djalali si era già recato nel suo Paese altre due volte in passato senza però incontrare alcun problema.

Tenuto in isolamento per tre mesi, a lungo senza alcuna assistenza legale, Djalali ha denunciato di essere stato sottoposto a pesanti interrogatori e costretto a firmare alcune dichiarazioni. Più volte le autorità hanno cercato di convincerlo a sottoscrivere una confessione di colpevolezza, riconoscendo di essere una spia per conto di un “governo ostile”. Ha resistito, ha rifiutato, ha subìto minacce e poi iniziato uno sciopero della fame che lo ha debilitato a tal punto da portarlo a collassi e a uno stato di salute sempre più precario.

Cosa ora abbiano in mano le autorità, non è noto. Non lo sa Amnesty International, che ha lanciato un appello internazionale, non lo sa il suo avvocato a cui viene negata la possibilità di accedere alla documentazione.

Sua moglie, Vida Mehrannia, ha detto ai media internazionali che il marito ha saputo di essere stato condannato a morte il 31 gennaio scorso quando ha incontrato il giudice Salavati, durante un trasferimento dalla sezione 7 alla sezione 209 della prigione di Evin.

Il suo legale ha riferito che le autorità giudiziarie non hanno ancora formalizzato un capo d’accusa né hanno stabilito la data del processo, ma Caroline Pauwels dell’Università di Bruxelles, che in passato ha collaborato con Djalali, ha detto che il ricercatore iraniano potrebbe essere messo a morte nelle prossime due settimane.

L’accusa sarebbe quella di ‘spionaggio’ e ‘collaborazione con Stati nemici’. Ma l’unica colpa di Djalali, insorge la comunità scientifica, è l’aver lavorato insieme a ricercatori di Paesi considerati ostili dall’Iran; e non certo per attività sovversive, ma per migliorare la capacità operativa degli ospedali in Paesi colpiti da disastri. Ma per le autorità iraniane è una questione di sicurezza nazionale, come hanno fatto sapere ai familiari di Djalali.

“Ahmadreza ha sempre cercato di favorire una cooperazione scientifica tra Iran e gli altri Paesi – spiega Mehrannia – Non merita il modo in cui viene trattato. Non è solo la vita di Ahmadreza in gioco. La nostra vita, la mia e quella dei nostri figli, è stata distrutta dal giorno in cui mio marito è stato arrestato”.

Massimo Persotti

Firma l’appello sul sito di Amnesty International: