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Massimo Persotti

Giorno contro pena capitale, bracci della morte inumani

pena capitaleSakae Menda ha trascorso 34 anni nel braccio della morte in Giappone, prima di essere liberato. Il ricordo del periodo di prigionia è un incubo che mai potrà superare. “Non potevamo muoverci dentro le celle, costretti a restare seduti durante il giorno e a dormire la notte con una luce abbagliante accesa. Alcune volte alla settimana vengono concessi trenta minuti di esercizio fisico. Viene permesso un bagno di 15 minuti due volte a settimana, tre volte durante i mesi estivi. In cella, si è sottoposti a una sorveglianza 24 ore su 24 attraverso una telecamera posta sul soffitto per prevenire tentativi di suicidio, autolesionismo o fuga. Un prigioniero ha raccontato che alcune volte i detenuti hanno ricevuto una punizione (chobatsu). Una volta un prigioniero ha trascorso 2 mesi con le mani ammanettate costringendolo a mangiare come un animale”.

Non solo condannati a morte. Ma anche condannati a trattamenti disumani e degradanti. Sake Menda non è un caso isolato, sono molti i prigionieri, in ogni parte del mondo, costretti a sopportare condizioni carcerarie ogni oltre immaginazione.

“A prescindere dal crimine che possa aver commesso, nessuno dovrebbe essere costretto a subire condizioni inumane di detenzione. Invece, in molti casi, i condannati a morte sono tenuti in rigido isolamento, vengono privati delle cure mediche di cui necessitano e vivono nella costante ansia di un’imminente esecuzione”. Lo ha dichiarato Stephen Cockburn, vicedirettore del programma Temi globali di Amnesty International, in occasione della Giornata mondiale contro la pena di morte che ricorre oggi, 10 ottobre.

Negli Stati Uniti, in particolare in Stati come la California o il Texas, l’isolamento è completo e i prigionieri restano bloccati nelle loro celle tutto il giorno, 22 ore al giorno. In Pakistan, chi è condannato a morte può camminare fuori solo per un’ora al giorno, mentre spesso sono assegnate loro aree apposite note come “celle della morte” dove “otto prigionieri sono costretti a condividere una cella di 8×10 piedi (2,4×3,0 metri)”. In Bielorussia, il clima di segretezza che circonda l’uso della pena di morte fa sì che le esecuzioni non siano note all’opinione pubblica e vengano portate a termine senza alcuna comunicazione preventiva ai prigionieri, alle loro famiglie o agli avvocati”.

“Il fatto che alcuni governi notifichino l’esecuzione ai prigionieri e ai loro familiari pochi giorni, se non addirittura pochi minuti prima, aggiunge crudeltà alla situazione”, ha dichiarato Cockburn.

Quest’anno, la Giornata mondiale contro la pena di morte, che mobilita in tutto il mondo organizzazioni e difensori dei diritti umani, accende i riflettori su un tema forse meno conosciuto della pena capitale. “Chiediamo che i prigionieri condannati a morte siano trattati con umanità e dignità e detenuti in condizioni rispettose delle norme e degli standard internazionali sui diritti umani”, spiega Amnesty International. E a cinque paesi in particolare (Bielorussia, Ghana, Giappone, Iran e Malaysia) si rivolge affinché i rispettivi governi pongano fine alle inumane condizioni detentive dei condannati a morte e assumano iniziative in favore dell’abolizione totale della pena capitale.

Iran, Zeinab la sposa bambina messa a morte

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Amnesty International ha oggi confermato l’esecuzione di Zeinab Sekaanvand, una giovane curda iraniana di 24 anni, messa a morte nella città di Urmia, nell’Iran Nord-Occidentale. Anche l’ong Kurdistan Human Rights ha confermato con un tweet l’esecuzione e la consegna del corpo della ragazza alla famiglia.

Si conclude nel modo peggiore una storia simbolo del drammatico fenomeno delle spose bambine che, secondo l’Unicef, sono 12 milioni ogni anno. Zeinab è stata data in sposa a 15 anni, sottoposta agli abusi e alle violenze del marito, cerca di ottenere il divorzio ma senza successo. Poi nel 2011, l’omicidio dell’uomo e il suo arresto. Quanto accade successivamente lo abbiamo raccontato già due anni fa  quando il suo caso ha cominciato a mobilitare associazioni e attivisti per i diritti umani.

Ma questa volta appelli e proteste non sono riuscite a fermare l’esecuzione. L’Iran peraltro è l’unico paese al mondo a portare a mettere a morte minorenni al momento del reato. Dal 2005 vi sono state circa 90 esecuzioni del genere, di cui almeno cinque quest’anno.

Massimo Persotti

Londra chiude un occhio su pena di morte in Usa

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Nessuna modifica della posizione di principio della Gran Bretagna contro la pena di morte e della politica generale nel caso di cittadini britannici estradati negli Stati Uniti. Ma nel caso di due jhadisti inglesi, le autorità londinesi fanno sapere ai colleghi americani che possono farne ciò che vogliono, anche metterli a morte.

Fa scalpore quanto rivelato dal quotidiano conservatore “Daily Telegraph” che avrebbe avuto accesso alla documentazione inviata all’Avvocato generale statunitense Jeff Sessions dal neo ministro dell’Interno britannico, Sajid Javid. I documenti riguardano Alexanda Kotey e El Shafee Elsheikh, entrambi di Londra, unici sopravvissuti della cellula dello Stato islamico in Iraq e Siria (Isis) nota come ‘Jihadi Beatles’ per il loro accento inglese. I due sono ritenuti responsabili dei rapimenti e delle esecuzioni a sangue freddo di tre cittadini statunitensi e di due britannici. I drammatici, terrificanti video delle esecuzioni furono ampiamente diffusi dai media di tutto il mondo.

I due sono stati catturati nei mesi scorsi dai miliziani curdi mentre tentavano di fuggire dalla Siria dopo la sconfitta dell’Isis e ora potrebbero finire nella contestata prigione statunitense di Guantanamo Bay dove potrebbero essere processati da una corte militare Usa col rischio di essere condannati a morte.

In una lettera, il ministro inglese Javid sembrerebbe rinunciare a chiedere garanzie perché i due non vengano condannati a morte, una questione di principio normalmente sollevata quando cittadini britannici vengono estradati in un paese in cui è in vigore la pena capitale. “Sono del parere che ci siano ragioni importanti per non richiedere assicurazioni sulla pena di morte in questo caso specifico, quindi non sarà chiesta alcuna garanzia”, ha scritto Javid secondo quanto riporta il Daily Telegraph.

Una vicenda imbarazzante che ha costretto l’esecutivo britannico a far fronte a una serie di interrogazioni alla Camera dei Comuni, dove la ministra ombra dell’Interno laburista, Diane Abbott, ha condannato l’accaduto come un cedimento sui diritti umani “ripugnante e vergognoso”. Diane Foley, sorella del primo ostaggio statunitense decapitato dall’Isis nel 2014, il giornalista James Foley, ha riferito alla Bbc di essere contraria alla condanna a morte dei due uomini. “Credo li renderebbe solo martiri per la loro distorta ideologia”, ha riferito all’emittente britannica.

“Rifiutando di chiedere garanzie su questo caso, il Ministro degli Interni sta lasciando la porta spalancata alle accuse di ipocrisia e doppi standard”, sostiene Amnesty International. E in effetti, la decisione del governo inglese sembrerebbe aprire proprio a un doppio binario sulla tutela dei diritti umani, per cui in alcuni casi, i più infamanti e terribili, si è disposti anche a venir meno a principi, convenzioni internazionali, impegni e battaglie abolizioniste. Ma i diritti umani non sono un’opzione à la carte, esercitabile quando è più comodo e prestigioso. Chiudere un occhio qua e là, scaricare le ‘cause’, abbandonare i diritti sono un drammatico segnale di quanto “i governi stiano vergognosamente facendo arretrare le lancette dell’orologio a scapito di decenni di conquiste per le quali si era lottato duramente”, come ha recentemente denunciato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International.

Intanto la madre di El Shafee Elsheikh ha promosso un’azione legale per impedire la condivisioni di informazioni tra i due governi senza che ci sia l’assicurazione degli USA che non verrà decretata la pena di morte. Il caso è stato sottoposto a un giudice britannico e la cooperazione sospesa in attesa di un responso. Si tratterebbe di “una pausa di breve durata” ma il governo britannico resta fiducioso di aver “agito nel pieno rispetto della legge”, ha fatto sapere un portavoce.

Massimo Persotti

Noura Hussein, corte annulla pena capitale

husseinUna Corte d’Appello in Sudan ha annullato la condanna a morte di Noura Hussein. La notizia viene rilanciata in queste ore da fonti giornalistiche internazionali ed ha cominciato a diffondersi su tutti i social media. Per le organizzazioni non governative che si sono battute in questi mesi e per le oltre 400mila persone che in tutto il mondo hanno sottoscritto gli appelli per fermare l’esecuzione della sposa-bambina, è un successo quasi insperato. Ma che dimostra come la mobilitazione internazionale può spesso rappresentare uno strumento importante nella battaglia per il rispetto dei diritti umani.

Noura Hussein è stata costretta dai genitori a sposarsi all’età di 15 anni ma per tre anni è riuscita a trovare riparo presso una sua zia. Finché il padre, ricorrendo a un inganno, l’ha riconsegnata al marito. Noura si è opposta in ogni modo a consumare il matrimonio con un uomo che non aveva scelto, finché il marito non decide di violentarla facendosi aiutare da alcuni cugini. Ma, il giorno dopo, quando l’uomo prova di nuovo a stuprarla, Noura prende un coltello per difendersi e lo pugnala a morte.

Lo scorso 10 maggio un tribunale la condanna alla pena capitale e da subito su Twitter gli hashtag #JusticeforNoura e #SaveNoura diventano sempre più popolari, mentre si moltiplicano petizioni e appelli a cui aderiscono anche celebrità internazionali. Il caso di Noura non è così singolare in un paese dove è lecito sposarsi già a 10 anni, ma mai in passato una storia come la sua era riuscita a trovare così tanta attenzione e solidarietà in tutto il mondo. Anche questo deve aver influito nel giudizio della Corte d’Appello che ha annullato la pena di morte e l’ha commutata in cinque anni di reclusione. Zainab Ahmed, la madre di Noura, ha detto alla BBC di esser felice che la vita di sua figlia fosse stata risparmiata. Ma per i suoi avvocati la battaglia ancora non è finita e hanno già annunciato di appellarsi anche contro la condanna al carcere.

Massimo Persotti

Burkina Faso dice addio
alla pena di morte

pena di morteE siamo a 107. Sono i paesi abolizionisti che hanno deciso di mandare in soffitta una pena crudele, inumana e fuori dal tempo come la pena capitale. E’ un numero in lieve ma costante crescita che dal 1 giugno può contare anche sul Burkina Faso.

Il parlamento del paese africano ha infatti approvato un nuovo codice penale che non prevede più la pena di morte tra le possibili sanzioni penali. Le nuove norme favoriranno un’applicazione del diritto “più credibile ed equo”, ha dichiarato il Ministro della Giustizia, Rene Bagoro. In verità, il provvedimento del 1 giugno sancisce un’abolizione ‘de facto’ che dura da 30 anni: l’ultima esecuzione infatti risale al 1988.

La decisione del Burkina Faso fa salire a 21 i paesi africani che applicano leggi abolizioniste confermandosi il continente più fortemente orientato contro la pena di morte, mandando un segnale forte non solo agli altri paesi della regione ma anche al resto del mondo.

Massimo Persotti

Arabia Saudita, in 4 mesi
48 condanne a morte

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L’Arabia Saudita ha messo a morte 48 persone nei primi quattro mesi del 2018, metà dei quali per reati non violenti legati alla droga. Sono quasi 600 le esecuzioni nel Regno dall’inizio del 2014, più di un terzo per crimini di droga, quasi 150 solo lo scorso anno. I dati drammatici sono stati resi noti in queste ore da Human Rights Watch (Hrw). Il rapporto tra pena di morte e reati di droga resta un tema centrale per gli attivisti per i diritti umani, nonostante siano solo quattro i paesi (Arabia Saudita, Cina, Iran e Singapore) che ufficialmente eseguano sentenze capitali per questa tipologia di reati (ma Amnesty International ritiene che non siano da escludere neppure Malesia e Vietnam, pur non dichiarandolo espressamente). Peraltro, si registrano tendenze discordanti tra paese e paese, perché se in Iran l’entità di esecuzioni di questo tipo si è ridotta dal quasi 60% del 2016 al 40% del 2017, probabilmente – spiega Amnesty nel suo recente rapporto sulla pena di morte – a causa delle modifiche legislative intervenute nel 2017 alle leggi antinarcotici, in Arabia Saudita invece le sentenze capitali eseguite per reati connessi alla droga sono aumentate dal 16% delle esecuzioni complessive nel 2016 al 40% nel 2017.

L’Arabia Saudita punisce con la pena di morte anche reati come terrorismo, omicidio, stupro, rapine a mano armata e i condannati a morte sono decapitati con una spada. Ma le organizzazioni per i diritti umani hanno ripetutamente espresso preoccupazioni sulla equità dei processi nel Regno, che è governato da una rigorosa forma di osservanza della legge islamica.

«È abbastanza grave che l’Arabia Saudita metta a morte così tante persone, ma molte di loro non hanno commesso un crimine violento – ha dichiarato al Guardian Sarah Leah Whitson, direttore di Hrw per il Medio Oriente – Qualsiasi piano per limitare le esecuzioni per reati di droga deve prevedere miglioramenti al sistema giudiziario che non prevede processi equi».

Il principe ereditario Mohammed bin Salman, erede al trono designato, ha rivelato recentemente in un’intervista alla rivista Time che il Regno avrebbe preso in considerazione la possibilità per alcuni reati, tranne l’omicidio, di cambiare la pena dalla condanna capitale all’ergastolo. Una speranza per le organizzazioni umanitarie, ma in molti temono che gli annunci del principe siano solo di facciata.

Massimo Persotti

Rapporto Amnesty: in 15 Paesi a morte per droga

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Neppure un mese fa a Singapore sono state messe a morte due persone nel giro di appena una settimana, entrambe per reati legati alla droga. Lo scorso anno la città-Stato ha registrato otto esecuzioni. Le autorità rivendicano la necessità di combattere severamente traffico e uso di droghe, ma la maggior parte dei condannati a morte sono piccoli spacciatori costretti a mettersi al servizio dei narcotrafficanti per pagare debiti o perché non trovano lavoro. Eppure, la ‘linea dura’ di Singapore viene presa ad esempio da altri paesi, persino dagli Usa dove il presidente Trump vorrebbe la pena capitale anche per i reati di droga.

In realtà, Singapore è in buona compagnia. Come emerge dal Rapporto sulla pena di morte pubblicato da Amnesty International, lo scorso anno sono state emesse sentenze capitali ed eseguite condanne a morte per reati legati alla droga in 15 paesi, anche se esecuzioni si sono compiute in soli 4 paesi: oltre a Singapore, Cina, Iran e Arabia Saudita. Ma è probabile che sentenze capitali per questo tipo di reati siano state eseguite anche in Malesia e Vietnam. Il dato preoccupa gli attivisti per i diritti umani che denunciano come la pena capitale non scoraggia il narcotraffico, ma semmai colpisce consumatori e piccoli spacciatori. Per questo, sostengono, sarebbero necessarie strategie diverse per combattere i reati di droga che molto spesso, e soprattutto in alcune aree geografiche, sono fortemente collegati a problemi quali disoccupazione e povertà.

Qualche piccolo miglioramento in realtà si registra. L’Iran che, secondo fonti giudiziarie iraniane, ha messo a morte in 30 anni almeno 10mila persone per reati di droga, ha riformato lo scorso anno la legislazione in materia innalzando il quantitativo minimo di droga da possedere per poter essere condannati a morte. Conseguenza, il numero di esecuzioni è notevolmente diminuito e oltre l’80% dei circa 4000 prigionieri condannati alla pena capitale con l’accusa di crimini legati alla droga dovrebbe essere salvato dalla esecuzione.

“Nonostante i passi avanti verso l’abolizione di questa abominevole punizione, alcuni leader continuano a usare la pena di morte come un metodo spiccio invece di affrontare le cause di fondo legate alla droga con politiche umane, efficaci e basate sull’esperienza. Leader forti portano avanti la giustizia, non le esecuzioni”, ha dichiarato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International.

Ma intanto le esecuzioni continuano seppur con numeri sempre in calo. Lo scorso anno, si legge nel Rapporto di Amnesty, si sono registrate almeno 993 esecuzioni in 23 paesi (resta fuori la Cina i cui dati restano un segreto di stato), il 4 per cento in meno rispetto alle 1032 esecuzioni del 2016 e il 39 per cento in meno rispetto alle 1634 del 2015. Mentre sarebbero state almeno 2591 le condanne a morte emesse in 53 paesi.

“La pena di morte è il sintomo di una cultura di violenza”, spiega Shetty, e appare – se possibile – ancor più dura, crudele e grave quando colpisce le persone che al momento del reato avevano meno di 18 anni (in Iran cinque esecuzioni e almeno 80 prigionieri nei bracci della morte), oppure chi soffre di disabilità mentale o intellettuale (persone messe a morte o in attesa di esecuzione in Giappone, Maldive, Pakistan, Singapore e Usa) o chi è stato condannato dopo confessioni estorte con maltrattamenti e torture (in Arabia Saudita, Bahrein, Cina, Iran e Iraq).

Eppure segnali positivi arrivano, ad esempio dall’Africa subsahariana dove la Guinea è diventato il ventesimo paese abolizionista di quest’area geografica che fino a 30 anni fa poteva contare solo su Capo Verde fuori dalla pena di morte. Anche la Mongolia ha messo la parola fine alla pena capitale, facendo salire così a 106 il numero dei paesi abolizionisti.

Ma c’è ancora molto da fare e gli attivisti di Amnesty e delle organizzazioni per i diritti umani non possono abbassare la guardia. Non è solo una battaglia di diritto e di principio, è anche e soprattutto una lotta per la sopravvivenza: sono 22mila i prigionieri in attesa di esecuzione nel mondo.

Per saperne di più:
Rapporto 2017 sulla pena di morte di Amnesty International

Pena di morte per fermare la droga. Gli Usa come Singapore

pena di morte“Se non usiamo le maniere forti contro i trafficanti, non otterremo niente. E le maniere forti comprendono la pena di morte”. Trump lancia la crociata contro quella che definisce “l’epidemia di oppiacei” proponendo ufficialmente nel suo piano di lotta contro questa emergenza, Stop Opiud Abuse, anche la condanna più dura. “Dobbiamo cambiare le leggi, e stiamo lavorandoci ora”, ha spiegato, smentendo Andrew Bremberg, direttore della politica interna della Casa Bianca, il quale aveva anticipato che non si sarebbe fatto ricorso a nuove leggi ma a quelle già esistenti, che consentono la pena di morte a livello federale per le morti causate da overdose, anche se alcuni esperti la considerano incostituzionale. “Gli Usa devono essere duri contro la droga e la durezza include la pena di morte”, ha ammonito il tycoon, lasciando al dipartimento di Giustizia il compito di indicare i casi per i quali applicare le nuove misure.

L’annuncio fatto lunedì scorso a Manchester, New Hampshire, in uno degli Stati americani più colpiti da questa piaga, in realtà non è una novità assoluta. Già il 26 febbraio, Trump avrebbe espresso la volontà di estendere la pena capitale per i spacciatori di droga, come rivelato da Axios. Volontà poi resa pubblica l’11 marzo quando ha scaldato per la prima volta con questa proposta la folla di un comizio elettorale evocando modelli come Cina e Singapore che, sostiene il presidente americano, hanno meno problemi con la tossicodipendenza per la durezza con cui puniscono gli spacciatori.

Durante e dopo la campagna presidenziale del 2016, del resto, Trump aveva elogiato pubblicamente il presidente filippino Rodrigo Duterte per la sua sanguinosa guerra al narcotraffico, che nel corso degli ultimi anni ha causato migliaia di vittime, pur godendo di un forte sostegno da parte dell’opinione pubblica di quel paese. Anche le drastiche misure in vigore a Singapore contro il traffico di droga sono oggetto di periodiche denunce da parte delle organizzazioni per i diritti umani, secondo cui alle persone accusate di essere trafficanti è negato un processo equo e trasparente. Ed Amnesty International sostiene che gran parte dei condannati a morte per reati di droga sono in realtà piccoli spacciatori costretti a mettersi al servizio dei narcotrafficanti.

Secondo un rapporto dell’organizzazione con sede a Londra, nonostante la riforma introdotte nel 2013, la pena di morte per reati di droga resta una sanzione obbligatoria e il potere di stabilire la vita o la morte di un condannato è lasciato nelle mani del pubblico ministero: se l’imputato fornisce collaborazione alle indagini, ottiene un ‘certificato’ che può evitargli l’impiccagione, altrimenti il giudice sarà tenuto a comminare la pena capitale. Su 51 casi esaminati da Amnesty, in 34 l’imputato è stato condannato a morte perché non aveva ottenuto lo speciale ‘certificato’.

Ma a Trump queste cifre e le preoccupazioni delle organizzazioni interessano poco ed è più incline alle rassicurazioni che gli arrivano dalle autorità della città-Stato. “Quando ho chiesto al primo ministro se avessero un problema con la droga, lui ha risposto: ‘No. Pena di morte'”, ha dichiarato.

Arabia Saudita, Cina, Emirati Arabi Uniti, Indonesia, Iran, Kuwait, Laos, Malesia, Singapore, Sri Lanka, Thailandia e Vietnam: sono alcuni dei paesi che infliggono la pena di morte per reati connessi alla droga. Una ‘non rispettabile’ compagnia, in tema di diritti umani, a cui gli Usa si ritroverebbero accostati. “Non dobbiamo seguire l’esempio di altri paesi, come Singapore, in cui le durissime norme anti-droga non solo non incidono sui danni provocati dalla droga ma violano anche norme e standard del diritto internazionale”, ammonisce Kristina Roth, direttrice del Programma Giustizia penale di Amnesty International Usa.

E proprio da Singapore, qualche giorno fa, è arrivata la notizia della seconda esecuzione del 2018. Hishamrudin Mohd, 56 anni, condannato a morte dall’Alta Corte il 2 febbraio 2016 per traffico di diamorfina, è stato impiccato nel Complesso della Prigione di Changi. Nemmeno una settimana prima, il 9 marzo, era stato messo a morte un cittadino del Ghana, sempre per reati connessi al traffico di droga.

Iran, il drammatico destino della pena di morte

Mideast Iran Forgiven Killer

“Chi si occupa di diritti umani in Iran sa bene che a una buona notizia ne segue una pessima”, si legge in un tweet delle scorse ore di Riccardo Noury, portavoce della sezione italiana di Amnesty International. Il mese di gennaio lo dimostra e intorno alle storie di Amirhossein Pourjafar, Sadegh Larijani, Ahmadreza Djalali e Ali Kazemi, dagli epiloghi così diversi, ruota il drammatico destino della pena di morte in Iran.

L’ayatollah Sadegh Larijani è il capo della magistratura. Lui, pochi giorni fa ha restituito la speranza di evitare la forca a migliaia di iraniani condannati a morte per reati di droga. Sospensione delle esecuzioni e riesame dei casi che potrebbe portare a una riduzione delle condanne a pene detentive prolungate. Effetto della legge votata dal parlamento lo scorso mese di agosto che ammorbidisce la strategia di Teheran nella lotta al traffico e al consumo di stupefacenti. Sarebbero oltre 5mila i detenuti nei bracci della morte interessati dal provvedimento applicato in modo retroattivo. Non solo. Questa decisione potrebbe avere un impatto importante anche nei prossimi mesi, visti i drammatici numeri delle esecuzioni in Iran degli ultimi anni. Dal 1988, secondo fonti giudiziarie iraniane, le condanne a morte eseguite per reati di droga sono state circa 10mila, circa tremila dal 2010 al 2016, secondo Iran Human Rights.

Ahmadreza Djalali è il medico e ricercatore iraniano arrestato nel 2016 e condannato alla pena capitale. Per lui è arrivata una inattesa sospensione della condanna a morte da parte delle autorità di Teheran, dopo che non molti giorni fa si era paventata persino l’imminente esecuzione. Saman Naseem, un giovane iraniano di etnia curda, condannato a morte per un omicidio commesso a 17 anni. Il 25 gennaio ha ottenuto dalla Corte d’Appello di Urmia l’annullamento della condanna, sostituita con una pena detentiva di cinque anni.

E Ali Kazemi. Il 22enne iraniano messo a morte il 30 gennaio scorso dopo essere stato condannato per un omicidio commesso quando aveva solo 15 anni. “Portando a termine questa esecuzione illegale, l’Iran ha reso manifesto che desidera mantenere la vergognosa reputazione di paese leader al mondo per le esecuzioni di minorenni al momento del reato”, ha dichiarato Magdalena Mughrabi, direttrice di Amnesty International per il Medioriente e l’Africa del Nord. L’esecuzione di Ali Kazemi ha avuto luogo nella provincia di Busher dopo essere stata annunciata, poi smentita, infine portata a termine senza avvisare né familiari né l’avvocato. Ancora un adolescente, uno dei tanti, quattro nel 2017, 87 tra il 2005 e il 2018, già due quest’anno. Prima di Kazemi, era stata la volta di Amirhossein Pourjafar, messo a morte il 4 gennaio, anche lui minorenne all’epoca del reato.

“Siamo di fronte a un attacco frontale ai diritti dei minori, tutelati dal diritto internazionale che vieta in ogni circostanza l’uso della pena di morte nei confronti di minorenni al momento del reato”, afferma Magdalena Mughrabi che invita il capo del potere giudiziario a “intervenire immediatamente” per “ istituire una moratoria ufficiale sulle esecuzioni dei rei minorenni. E il Parlamento di Teheran deve riformare il codice penale per proibire l’uso della pena di morte dei minorenni al momento del reato”.

Massimo Persotti

Iran: sospese condanne a morte, in migliaia sperano

Mideast Iran Forgiven KillerLa vita di oltre 5mila prigionieri nei bracci della morte in Iran potrebbe essere risparmiata grazie all’entrata in vigore di una nuova legge che abolisce la pena capitale per alcuni reati legati al traffico di droga. Il presidente del Parlamento iraniano, Ali Larijani, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Isna, ha annunciato il riesame di tutti i processi  in cui gli imputati sono stati condannati a morte per “reati di droga” e il blocco, allo stesso tempo, delle esecuzioni programmate.

Le nuove disposizioni stabiliscono che la condanna a morte per reati di droga scatti solo in caso di possesso di oltre due chili di cocaina, rispetto ai 30 grammi previsti della precedente versione, e di 50 kg. di oppio e marijuana. I nuovi limiti non riguardano le organizzazione dedite al traffico di stupefacenti, gli spacciatori armati e i criminali recidivi. Dovrebbero inoltre agire retroattivamente salvando così la vita a migliaia di prigionieri. Secondo l’agenzia Mizanonline, organo che fa capo alla magistratura locale, il capo della magistratura, l’ayatollah Sadegh Larijani, avrebbe chiesto martedì scorso ai funzionari governativi di sospendere le esecuzioni dei condannati a morte interessati dal provvedimento, riconsiderando i loro casi e commutando eventualmente le loro pene a 25-30 anni di carcere, come prevede la nuova legge.

L’Iran ha intrapreso una dura battaglia contro traffico e consumo di droghe che ha portato a migliaia di arresti ed esecuzioni, facendo salire l’Iran al secondo posto nella lista dei “Paesi boia”, seconda solo alla Cina: oltre 567 le persone messe a morte nel 2016, in gran parte per reati di droga.

Mahmood Amiry-Moghaddam, portavoce di Iran Human Rights, ha spiegato alla BBC che “se attuato correttamente, questo cambiamento nella legge rappresenterà uno dei più significativi passi verso la riduzione nell’uso della pena di morte in tutto il mondo”. Ha anche riferito che dal mese di novembre, quando la legge è stata firmata dal presidente Rouhani, “nessun condannato per tali reati è stato messo a morte, secondo le informazioni in nostro possesso”.

Secondo il Comitato giudiziario del Parlamento iraniano, oltre 5mila prigionieri detenuti nei bracci della morte potrebbero beneficiare della nuova legislazione, la maggior parte dei quali sono di età tra i 20 e i 30 anni.

Nonostante le nuove misure, sono state oltre 400 le esecuzioni nei primi 11 mesi del 2017, tra cui almeno quattro minorenni al momento del reato. A nulla sono valsi i ripetuti richiami delle Nazioni Unite e poco interessa il rispetto dei Trattati internazionali: l’Iran continua condannare e a mettere a morte minorenni e in almeno 48 si troverebbero oggi nei bracci della morte, secondo Amnesty International.

Massimo Persotti