BLOG
Matteo Angeli

L’Europa dopo le elezioni
in Francia e Germania

Pierre-Yves Le Borgn

Pierre-Yves Le Borgn

Un terremoto elettorale rischia di stravolgere gli equilibri politici in Europa. I prossimi mesi non saranno segnati solo dalle elezioni presidenziali e legislative in Francia e da quelle federali in Germania, ma si voterà anche in Norvegia, Repubblica Ceca, Ungheria, Slovenia e Portogallo. Senza dimenticare le elezioni locali in Regno Unito, che promettono di portare a galla tutte le tensioni del post-Brexit e l’Italia, dove si voterà al più tardi nel 2018.

Mai come prima d’ora il processo di integrazione europea è stato tanto al centro della contesa elettorale. L’Europa è diventata un tema su cui si costruiscono le campagne e si impernia il dibattuto politico.

Quale sarà il volto dell’Europa dopo le elezioni in Francia e Germania? La domanda sta facendo il giro del continente. Hanno provato a rispondervi mercoledì scorso, a Strasburgo, presso l’Associazione Parlamentare Europea, Günter Krichbaum (Cdu), presidente della commissione affari esteri del Bundestag, e Pierre-Yves Le Borgn’ (Partito Socialista), presidente del gruppo di amicizia franco-tedesco all’Assemblea Nazionale, giunti nella capitale europea per discutere con un gruppo di eurodeputati di vari schieramenti politici.

La situazione politica in Germania e Francia è molto diversa. “Nel prossimo Bundestag, più dell’80% degli eletti sarà europeista. Questo è un segnale di speranza”, ha dichiarato Krichbaum. Lo stesso, però, non si può dire in Francia. A tal proposito, Pierre-Yves Le Borgn’ ha lamentato che “secondo i sondaggi, più del 50% degli elettori sarebbe pronto a votare al primo turno per un candidato che è contro l’euro e l’Unione europea, come Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon, che mettono apertamente in discussione le quattro libertà fondamentali (di circolazione di persone, di merci, servizi e dei capitali, ndr) dell’Unione europea”.

Sono tante le sfide che minacciano il futuro dei cittadini europei. C’è la guerra in Ucraina, la situazione fragile in Turchia, il dramma in Siria, la Brexit da gestire e il cambiamento climatico che causa l’esodo di migliaia di persone verso l’Europa. La situazione di profonda incertezza è responsabilità anche degli Stati Uniti. “Una volta il segretario di Stato americano, Henry Kissinger, si chiedeva ironicamente quale fosse il numero dell’Europa. Oggi la situazione si è invertita. Non sappiamo cosa attenderci degli Stati Uniti: l’amministrazione parla spesso in modo diverso da Trump”, ha riconosciuto il presidente della commissione affari esteri del Bundestag.

“All’incertezza si deve rispondere con più Europa”, hanno concordato il deputato Cdu e quello socialista. “I cittadini europei sono il 7% della popolazione mondiale e a fine secolo saranno solo il 4%… Se vuoi andare veloce vai da solo, ma se vuoi andare lontano vai in compagnia”, ha suggerito Krichbaum, criticando la scelta dei britannici di lasciare l’Unione e, in particolare, la decisione dell’ex premier David Cameron, di indire un referendum. “C’è differenza tra un capo di stato e uno statista. Se dopo la guerra fosse stato chiesto ai francesi di esprimersi sulla possibilità di collaborare con la Germania nella Comunità europea del carbone e dell’acciaio, questi avrebbero probabilmente detto di no. I leader politici di quel periodo fecero delle scelte coraggiose, David Cameron no”, questo il verdetto del deputato tedesco.

Non è solo Cameron ad aver commesso degli errori. Negli ultimi anni, anche l’alleanza franco-tedesca, vero motore del processo di integrazione, ha dato segni di inceppamento. La responsabilità, secondo Krichbaum, sarebbe in buona parte dell’attuale presidente francese, François Hollande. “Hollande ha sofferto a causa di un bassissimo indice di gradimento tra la popolazione e questo gli ha impedito di portare avanti i suoi programmi – questa l’analisi del deputato tedesco – In Europa bisogna dividersi i compiti. Se la Francia è debole, gli altri Paesi hanno l’impressione che sia solo la Germania a dare la carte”.

Chi sarebbe allora il candidato ideale a rilanciare l’intesa franco-tedesca? “Emmanuel Macron”, rispondono all’unisono Krichbaum e Le Borgn’. “Macron ammira il dinamismo dell’economia tedesca e, se eletto, ricercherà delle soluzioni economiche nel segno della coalizione esistente o, in caso di sconfitta della Merkel, con un governo guidato da Martin Schulz”, ha dichiarato Le Borgn’, uno dei tanti socialisti che hanno scelto di stare con Macron e non con il candidato ufficiale del partito, Benoît Hamon. Le Borgn’ ha riconosciuto che le divisioni interne al suo partito hanno radici lontane e rimontano alla deindustrializzazione che ha preso piede negli anni Ottanta.

Anche Krichbaum ha speso parole di elogio per candidato di En Marche. “Macron, con la legge che porta il suo nome, è stato l’unico in Francia che ha tentato di fare riforme. In Francia i sindacati sono meno cooperativi che in Germania e spesso bloccano lo sviluppo della competitività. È nell’interesse di ogni Stato membro cercare di aumentare la propria competitività. Bisogna smetterla col dire che lo facciamo perché è la Germania o l’Unione europea che ce lo chiede”, ha messo in chiaro il deputato cristiano-democratico.

L’Unione europea deve ripartire dal motore franco-tedesco e deve farlo approfittando dello spazio di manovra offerto dai trattati esistenti. Sia Il deputato francese che quello tedesco hanno elogiato il concetto di doppia velocità, secondo cui gli Stati membri desiderosi di procedere verso un’integrazione più stretta avrebbero ogni diritto di farlo. “Dobbiamo però stare attenti a non frammentare l’Unione”, ha messo in guardia Krichbaum.

La maggior parte degli eurodeputati presenti all’incontro non ha sollevato particolari obiezioni alle parole di Krichbaum e Le Borgn’. Con l’eccezione di Roger Helmer, eurodeputato dell’UKIP, il partito che più di tutti ha fatto campagna per la Brexit.

“Qui tutti dicono che per essere forti sulla scena mondiale bisogna essere grandi e integrati, ma non è necessariamente così. Guardate Singapore e la Corea del Sud – ha provocato il britannico – il Regno Unito una volta fuori dall’Unione sarà il più grande acquirente di prodotti europei. Se non troveremo un accordo, a restare senza lavoro saranno tanti lavoratori tedeschi, francesi o belgi. È nel vostro interesse negoziare un accordo di libero scambio con noi, molto più di quanto lo è istituirne uno con Canada e Corea del Sud”.

E ricordate: “Noi concluderemo un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti prima di voi”, questo lo schiaffo finale dell’eurodeputato britannico.

Nuovo trattato fiscale: Hamon e Piketty rilanciano l’Ue

hamon (1)Un nuovo trattato fiscale europeo, con al centro un Parlamento dell’eurozona: è questa la proposta di Benoît Hamon, candidato socialista alle presidenziali francesi che si terranno tra meno di un mese.
“L’Europa di oggi non funziona più, non è in grado di neutralizzare le conseguenze negative della globalizzazione – denuncia Hamon – Di fronte a questa sfida, la soluzione non può essere né il ritorno agli stati nazionali, così come vorrebbe Marine Le Pen, che pone le basi per lo sgretolamento dell’Europa e della Francia, né il mantenimento dell’architettura istituzionale attuale. Se l’austerità si è imposta come marchio di fabbrica dell’Unione europea, questo è innanzitutto perché non c’è abbastanza democrazia in Europa. La conseguenza di questo deficit democratico è il monopolio di tutte le decisioni fondamentali da parte della cosiddetta troika, costituita da Eurogruppo, Banca centrale europea e Commissione europea”.
Hamon ha fatto suo il ‘progetto di trattato per la democratizzazione della governance dell’eurozona’, un documento, disponibile online, che è il risultato di uno sforzo pluridisciplinare di giuristi, politologi ed economisti. Stéphanie Hennette, Guillaume Sacriste, Antoine Vauchez e Thomas Piketty hanno anche pubblicato un opuscolo, dove spiegano uno a uno gli articoli della proposta di trattato.
“Gli Stati Membri hanno risposto alla crisi che ha colpito la zona euro istituendo un vero e proprio sistema di governance, che include il Fiscal Compact, il Meccanismo europeo di stabilità, il regolamento sull’unione bancaria e i pacchetti legislativi ‘six-pack” e ‘two-pack’ e che ha contribuito al consolidamento delle politiche di austerità”, sostengono gli autori del progetto di trattato, che lamentano l’esistenza di un deficit democratico nella gestione dell’eurozona.
In particolare, Thomas Piketty, rinomato economista autore del bestseller ‘Il capitale nel XXI secolo’ e responsabile per le questioni europee della campagna di Hamon, punta il dito contro l’Eurogruppo, l’organo che riunisce i Ministri delle Finanze degli Stati Membri, colpevole, a suo avviso, di prendere tutte le decisioni che contano per il futuro dell’eurozona.
“Il problema è che di solito l’Eurogruppo non è in grado di decidere – denuncia Piketty – Si pensi agli scandali degli ultimi anni legati all’elusione fiscale. Tutti sanno che spesso le multinazionali pagano un importo irrisorio grazie a un basso tasso di imposizione di cui beneficiano in alcuni Stati membri. Tuttavia, l’eurozona non è stata in grado di prendere la benché minima decisione a riguardo. Questo perché l’Eurogruppo di solito rispetta il principio dell’unanimità nel prendere le sue decisioni. In materia di tassazione, il veto del Lussemburgo è sufficiente per bloccare tutto. E anche per quanto riguarda le poche questioni in cui si decide a maggioranza, i Paesi più grandi hanno di fatto il diritto di veto”.
Per questo, gli autori del ‘progetto di trattato per la democratizzazione della governance dell’eurozona’ propongono di affiancare all’Eurogruppo un’assemblea parlamentare dell’eurozona, in cui ogni paese sia rappresentato da un certo numero di parlamentari provenienti dai rispettivi parlamenti nazionali, in misura proporzionale alla popolazione e ai rapporti di forza tra i vari gruppi politici.
Una tale soluzione impedirebbe ai Paesi più grandi di opporre il loro veto. La Germania, ad esempio, costituisce il 24% della popolazione dell’eurozona e verrebbe rappresentata nella nuova assemblea in maniera proporzionale. Inoltre, con la nuova assemblea, verrebbe ristabilita la dialettica tra destra e sinistra sulle questioni economiche. Se l’assemblea fosse costituita da 105 membri provenienti dai parlamenti nazionali, una delle ipotesi avanzate da Piketty e colleghi, di questi 44 sarebbero di centro-destra (CDU/CSU in Gemania, Les Républicains in Francia, Partido Popular in Spagna, Forza Italia in Italia ecc.), 47 di centro-sinistra e dei gruppi ecologisti (SPD e Verdi in Germania, Parti Socialiste in Francia, PD in Italia e PSOE in Spagna ecc.), 9 della cosiddetta sinistra radicale (Die Linke in Germania, ¨Podemos in Spagna, Syriza in Grecia ecc.) e 5 non classificati (Movimento Cinque Stelle, ecc.).
Va peraltro tenuto conto che gli esponenti del centro-destra francese, spagnolo e italiano hanno spesso posizioni più flessibili in materia di politica di bilancio o monetaria rispetto a quelle del centro-destra tedesco, che potrebbe fare affidamento su solo 12 seggi du 105 disponibili.
La creazione di un Parlamento dell’eurozona è quindi, secondo i suoi sostenitori, una precondizione fondamentale per rompere con l’attuale consenso in materia di decisioni di politica economica e monetaria, opaco e decisamente poco democratico, e porre le basi per adottare una serie di decisioni di rottura in grado di far tornare a battere il cuore dei cittadini europei.
A tal proposito, Piketty ritiene che sia fondamentale rinegoziare il Fiscal Compact, trattato che ha introdotto l’obbligo del pareggio di bilancio per i Paesi Ue e condotto, secondo l’economista francese, a un tentativo di ridurre il deficit in maniera troppo veloce nei vari Stati della zona euro.
“Ridurre il deficit va molto bene nel lungo termine – spiega Piketty – ma se lo si fa in modo troppo veloce si penalizza la produzione. Questo significa meno entrate per lo stato e più disoccupazione. E non si risolve il problema dell’indebitamento, perché il rapporto debito/PIL soffre, appunto, della contrazione della produzione”.
Il problema di un debito superiore al 100% del PIL, come è il caso in molti Paesi europei, non si può risolvere, secondo Piketty, attraverso il semplice ricorso a misure tradizionali, con l’accumulo di piccoli surplus anno per anno. Serve una combinazione di misure straordinarie, come “inflazione – che comunque distrugge molte cose, come il risparmio privato – una rinegoziazione e la messa in comune del debito tra i vari Stati membri”.
E, poi, è fondamentale che il nuovo Parlamento dell’eurozona possa votare un’imposta sulle compagnie. “Solo così si può evitare che le multinazionali continuino ad approfittare dei paradisi fiscali e delle differenze di imposizione che esistono tra i vari Stati membri”, afferma l’economista francese.
Il progetto del tandem Hamon-Piketty si presenta così come una delle poche proposte concrete in una campagna presidenziale dominata dagli scandali e nella quale le discussioni sull’Europa si sono limitate, nella maggior parte dei casi, agli slogan.

Matteo Angeli

L’Unione europea
secondo Enrico Letta

Enrico Letta‘Contro venti e maree’, è questo il titolo del nuovo libro di Enrico Letta, che esce oggi nelle librerie italiane, nello stesso mese in cui l’Unione europea festeggia i suoi sessant’anni, con l’anniversario dei Trattati di Roma.

“L’Europa è a un punto di svolta, il 2017 deve essere l’anno in cui si volterà pagina”, sostiene l’ex Presidente del Consiglio, ora rettore della scuola di affari internazionali di Sciences Po a Parigi, che ha scelto un luogo altamente simbolico, Strasburgo, capitale europea e città in cui ha trascorso l’infanzia, per lanciare il suo nuovo lavoro.

Ieri sera, davanti a un aula gremita della Biblioteca Nazionale e Universitaria di Strasburgo, Letta ha ripercorso la storia dell’Unione europea, identificando tre date chiave per il processo di integrazione. La prima, il 1957, con la firma dei Trattati di Roma e la nascita della Comunità economica europea. In quel momento, gli Stati europei guardavano a sé stessi, si percepivano, a ragione, come il centro del mondo e si ripromettevano di non farsi più la guerra tra di loro.

Secondo Letta, la seconda fase di vita dell’Unione è cominciata poi nel 1989, con la caduta del muro di Berlino. Gli allora Stati membri cominciarono a guardare fuori da sé, a est, a quella parte che avevano perso. Inizio così un periodo di grande allargamento. L’Europa non fu più solo simbolo di pace ma anche fonte di opportunità per i suoi cittadini. Basti pensare al programma Erasmus per i giovani, ai fondi strutturali per i sindaci dei paesi sottosviluppati o alla rinnovata libertà di cui potevano godere gli Stati dell’Est.

“Il 2016 è l’occasione per l’ennesima rottura – sostiene Letta – per l’inizio di una terza fase. Oggi l’Europa guarda al mondo. Un mondo che è completamente cambiato. Nel 1957, un abitante del mondo su sette era europeo. Tra vent’anni, lo sarà solo uno su venti”.

Ora più che mai, la demografia ha un impatto sulla competitività. “L’ultima rivoluzione industriale, quella digitale, non ha bisogno di un intermediario, può essere messa direttamente in atto dai cittadini”, fa notare Letta, che cita il caso della Cina, sottolineando come il fatto che un miliardo di cinesi possa applicare direttamente le tecnologie digitali moltiplichi a dismisura la forza economica del Paese.

Mentre prima la grandezza in termini demografici di un Paese non ne determinava necessariamente la forza, ora è sempre più così. “Tra dieci anni, tra i sette Paesi più importanti al mondo in termini economici non ce ne sarà nemmeno uno europeo, neanche la Germania”, continua l’ex Presidente del Consiglio, che ironicamente afferma: “I Paesi europei si dividono in due gruppi: quelli piccoli e quelli che non sanno ancora di essere piccoli”.

Proprio da questa consapevolezza nasce il titolo del libro, ‘Contro venti e maree’, ad indicare la volontà di contrastare tutte le forze che ancora negano l’importanza di vivere insieme in Europa.

“C’è chi, come Marine Le Pen in Francia, dice che quindici anni fa si stava meglio, che bisogna tornare indietro – continua Letta – La verità è che negli ultimi quindici anni, il processo di globalizzazione ha subito un’accelerazione tale da rafforzare i Paesi che hanno dimensioni maggiori delle nostre. Per questo è solo restando unita che l’Unione potrà mantenere la sua influenza”.

Letta ricorda che negli anni Ottanta, l’Europa intratteneva pochissime relazioni commerciali con il resto del mondo. Diversamente da oggi, non acquistavamo merci giapponesi, cinesi, nordcoreane e vietnamite.

“La vera frattura in Europa è tra la gente cosmopolita e chi, invece, non può permettersi di studiare o viaggiare e godere di tutti i vantaggi del progetto di integrazione – insiste Letta – Per questo, progetti come l’Erasmus non devono essere riservati a chi ha l’opportunità di fare l’università, ma devono essere aperti a tutti i giovani. Servono soluzioni che facciano riscoprire ai cittadini l’utilità del progetto europeo”.

“Il mondo deve essere il nostro universo di referenza. Viviamo ormai tutti connessi e sappiano cosa succede altrove. Dobbiamo comparare quello che vogliamo con quello che vuole il resto del mondo. In tal senso abbiamo una grande responsabilità – riconosce l’ex Presidente del Consiglio – Abbiamo dei valori che possiamo continuare a difendere solo se manterremo intatta la nostra influenza. Se l’Unione va a pezzi, nessun Paese europeo potrà dire la sua nelle discussioni sull’ambiente, sulla parità tra uomo e donna, sui diritti dei lavoratori o sulla laicità dello stato. Ci toccherà ascoltare e subire passivamente le decisioni dei grandi del mondo”.

Letta non risparmia le critiche per la classe politica al potere nel mondo occidentale, accusandola di usare lo spettro del populismo per sbarazzarsi delle proprie responsabilità. “La Brexit è colpa di Cameron, che per vincere le elezioni ha promesso il referendum. Trump ha vinto perché i Democratici si sono ostinati a imporre la dinastia Clinton al popolo americano. E lo stesso vale per il referendum in Italia: la vittoria del ‘no’ non è colpa dei cosiddetti populisti”.

“Il futuro è combattere per i nostri valori, perché questi non sono applicati automaticamente nel resto del mondo – questo il messaggio con cui Letta ha concluso il suo intervento a Strasburgo – Nel 2017 dobbiamo pensare al futuro per i nostri giovani. Non difendo l’Europa di oggi, troppo timida e piena di compromessi. Mi batto per l’Europa dei nostri figli e dei nostri nipoti”.