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Matteo Angeli

L’anno zero del Partito Socialista francese

hollande Macron

Il Partito Socialista francese è allo sbando: secondo i sondaggi, potrebbe uscire dalle imminenti elezioni legislative con un pugno di deputati. Questa è solo la fase finale di un lento ma inesorabile declino, iniziato durante la presidenza di François Hollande. Cos’è andato storto? Il Partito Socialista francese è ormai un’esperienza politica da archiviare o potrebbe, invece, risorgere dalle sue ceneri? Lo abbiamo chiesto a Christine Vodovar, professoressa di storia comparata dei sistemi politici alla LUISS ed esperta di storia dei partiti socialisti in Francia e Italia.

Professoressa Vodovar, la presidenza di François Hollande è stata caratterizzata da una prima fase, più interventista, e una seconda, più liberale. Quanto la svolta liberale ha inciso sul fallimento di Hollande?
Non sono convinta che sia stata la svolta liberale di per sé ad aver inciso sul fallimento di François Hollande. Hollande ha sempre avuto una linea di socialismo liberale e, in tal senso, si può ipotizzare che ciò che ha fatto nella seconda metà del quinquennato sia quello che voleva fare fin dall’inizio. Ma avendo stipulato durante la campagna elettorale un accordo con l’ala sinistra del suo partito, è stato costretto, nei primi due anni del suo quinquennato, a portare avanti delle politiche, soprattutto economiche, che tenevano conto di queste posizioni. Perciò, quando ha fatto la svolta liberale, Hollande si è trovato a fare i conti con i cosiddetti frondeurs, l’opposizione interna al suo partito, che ha provato in maniera sistematica ad ostacolare le misure che cercava di prendere. Hollande non è quindi riuscito a dare un indirizzo di politica economica omogeneo al suo quinquennato. Ma, soprattutto, anche in seguito alla svolta liberale, non è riuscito a invertire il corso negativo dell’economia francese. Solo il deficit pubblico annuo è stato in un qualche modo contenuto. Gli altri indicatori, come, ad esempio, il tasso disoccupazione, quello di povertà, il bilancio commerciale con l’estero o il debito pubblico, non solo sono ancora tutti in negativo, ma sono anche peggiorati nel corso degli anni.

Se François Hollande è stato fin dall’inizio sostenitore di un socialismo liberale, si può affermare che Emmanuel Macron è il suo vero erede?
Assolutamente sì. Emmanuel Macron è il continuatore di quello che avrebbe voluto fare Hollande nella seconda parte del suo mandato. Le ricette sono un po’ diverse, ma l’idea è la stessa. I due condividono una visione di politica economica liberale, mirata a rendere più flessibile il mercato del lavoro e a sgravare le imprese da una serie di costi sociali. Macron vuole farlo meno brutalmente dei repubblicani e vuole che le misure liberali in questione siano accompagnate da una serie di misure sociali. In tal senso, durante la campagna si è molto ispirato alla cosiddetta flexi-security attuata nei paesi del nord Europa.

Riuscirà Macron dove Hollande ha fallito, ovvero a invertire gli indicatori economici?
È impossibile rispondere ora. Si può tuttavia sottolineare che Hollande era membro del Partito Socialista, mentre Macron non lo è. Possiamo dire che, se le elezioni legislative gli daranno un’ampia maggioranza – cosa che potrebbe anche essere – avrà le mani meno legate e non sarà obbligato a fare compromessi con una certa parte della sinistra, com’è stato invece il caso di Hollande. Inoltre, Macron ha più carisma di Hollande e riesce a sedurre maggiormente la gioventù e gli ambienti europei. Il suo potenziale di partenza è quindi maggiore ma, se non riuscirà a invertire gli indicatori, c’è il rischio che i populisti del Front National e dell’estrema sinistra ritornino con ancora più forza alla prossima tornata elettorale.

Quali sono le cause della sconfitta di Benoît Hamon, candidato socialista alle presidenziali? Ha perso perché è stato visto come il continuatore di una politica fallimentare? Perché ha fatto le promesse sbagliate, come quella sul reddito universale? O perché, semplicemente, mancava di carisma?
Innanzitutto, Hamon non ha potuto contare su un partito compatto alle spalle. Durante la presidenza di Hollande è stato il capo dell’opposizione interna e c’è una parte del partito, come l’ex primo ministro Manuel Valls, che non glielo ha perdonato. A livello di personalità, Hamon è sicuramente un uomo di apparato. Non ha grande carisma e non lo ha aiutato il non aver mai coperto ruoli in grado di dargli una statura nazionale. Il problema è che non è riuscito a creare consenso a sinistra né sulla sua persona, né evidentemente sulle sue proposte. Ma su questo punto, ha pagato il fatto che, avendo vinto le primarie e ottenuto allora un’ampia legittimità attorno al suo programma iniziale, gli è stato molto difficile ridefinire questo programma in tale modo da creare quel consenso più ampio presso i militanti e gli elettori socialisti e di sinistra, necessario per qualificarsi al secondo turno. Anche se la sua linea politica non era del tutto credibile, l’idea del reddito universale era comunque una novità e avrebbe potuto convincere la parte dell’elettorato più popolare che invece ha preferito votare Mélenchon e Le Pen. In ogni caso, non credo che Hamon sia apparso come l’erede di Hollande. Ha piuttosto scontato il fatto di aver preso in mano un partito che negli ultimi cinque anni si è estremamente indebolito. Ancor prima che Macron scendesse in campo, i candidati del Partito Socialista si stavano preparando a un’enorme sconfitta alle legislative. L’elettorato francese si è spostato a destra. Sondaggi ed elezioni di medio termine lo avevano da tempo confermato.
Infine, va ricordato anche che Hamon ha dovuto affrontare un Jean-Luc Mélenchon che è riuscito benissimo a imporsi come candidato più credibile per un certo tipo di elettorato di sinistra.

I sondaggi annunciano per il Partito Socialista una disfatta alle legislative. Come il PS potrà riprendersi da questa sconfitta e tornare ad essere il baricentro della sinistra francese?
La crisi del Partito Socialista ha delle radici profonde, l’elezione presidenziale ha soltanto dato un colpo di grazia. Quello che è venuto meno quest’anno è il grande partito della sinistra costruito da François Mitterrand tra il ‘69 e il ‘71, in grado di accogliere quasi tutte le sensibilità della sinistra di governo e anche qualche fetta di quella anti-sistemica. Si è chiuso un ciclo. Sinistra liberale, sinistra socialdemocratica e sinistra radicale non riescono più a dialogare. È difficile, a breve termine, ipotizzare una ricongiunzione. Se La République en marche sopravvivrà a Macron – impresa questa tutt’altro che facile – potrebbe diventare, almeno per ora, un’alternativa al vecchio PS.

Il Partito Socialista è quindi condannato a essere una forza di opposizione, sul modello del Labour di Jeremy Corbyn in Gran Bretagna?
Non sono sicura che il modello Corbyn sia quello più adeguato per una ripresa del Partito Socialista. Non credo che se dovesse intraprendere questa strada, riuscirebbe a fare meglio di questa volta in termini di voti. I delusi dalla politica di Macron andranno, nell’immediato, a rinforzare il campo di Mélenchon oppure si ritireranno dopo una breve sosta nel mondo della politica. Dopo le legislative, il Partito Socialista non potrà contare su molti deputati. Bisognerà ricostruire dalla base, dai comuni e dalle province.

Se il partito di Macron riuscirà a imporsi come soggetto politico stabile, c’è il rischio che l’alternanza si faccia tra il “né a destra né a sinistra” del nuovo presidente e il “né a destra né a sinistra” di Le Pen?
Se La République en marche, come partito, si imporrà e diventerà uno degli assi del sistema politico, diventerà una sorta di Democrazia Cristiana. E, diciamocelo, il sistema italiano nella Prima Repubblica non brillava certo per alternanza. Se Macron riuscirà ad andare fino in fondo con il suo progetto politico, il rischio è quindi che l’alternanza si faccia tra un partito di governo, credibile e moderato, e un’opposizione populista che si sta rafforzando.  Però la scossa che Macron, con la sua strategia, ha già dato al sistema, e il rinnovamento generazionale che è in atto, potrebbero anche costringere i partiti tradizionali a rinnovarsi, ridando invece vigore alla vecchia divisione – non affatto scomparsa – tra destra e sinistra.

Matteo Angeli

Fassin, no alla tentazione del populismo di sinistra

podemos“La sinistra non deve cedere alla tentazione del populismo, inseguendo gli elettori dei vari Trump e Le Pen, ma deve rivolgersi, invece, al popolo degli astensionisti, a chi è disgustato e non si lascia ammaliare dal fascismo”. È questo l’appello di Éric Fassin, professore di scienze politiche all’università Paris VIII, che, alla vigilia delle elezioni in Francia, ha pubblicato un libro che sta facendo molto discutere, “Populisme: le grand ressentiment” (Populismo: il grande risentimento).
Nella sua opera, Fassin mette in guardia quegli intellettuali di sinistra che, come la filosofa belga Chantal Mouffe e il suo collega argentino, Ernesto Laclau, sostengono la necessità di un populismo di sinistra, in grado di mobilitare “chi sta in basso” contro “chi sta in alto”, contro quella che in Italia viene definita “casta” e negli Stati Uniti “establishment”. In tal senso, Mouffe e Laclau affermano che, per spostare il populismo a sinistra, è necessario “ripulire il termine da razzismo e xenofobia e mettere l’accento sull’anti-elitismo, compreso il rifiuto del neoliberismo”.
Una strategia che, però, secondo Fassin, potrebbe portare la sinistra al suicidio. Questo perché, per Fassin, “il populismo non è necessariamente una reazione contro il neoliberismo, ma piuttosto un espediente per garantirgli popolarità”. Una tesi simile a quella del sociologo britannico Stuart Hall, che afferma che “il populismo non è un’arma contro, ma bensì al servizio del neoliberismo”. Fassin porta l’esempio del nazional-liberismo dell’ex presidente francese Nicolas Sarkozy, dove il “liberismo” in economia era per i più ricchi e il “nazionalismo”, inteso come discorso a difesa dell’identità e cultura nazionale, strizzava l’occhio ai più poveri.
Fassin distingue tra populismo e classi popolari e lo fa citando l’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti. Il sociologo francese fa notare che la maggior parte dei poveri che hanno votato negli Usa, quando hanno votato, non l’hanno fatto per Trump. In questo senso, la maggior parte degli elettori che hanno votato per Il populista Trump, non appartengo alle classi popolari.
Lo stesso discorso vale per chi vota Marine Le Pen. Minoranze, africani, arabi, che costituiscono una buona fetta delle classi popolari francesi, sono il bersaglio della retorica della candidata frontista. Per lei, il popolo è “bianco” e costituito, opportunisticamente, solo da chi ha diritto di voto. Non è quindi (solo) con le élite che se la prendono gli elettori di Marine Le Pen, ma è, soprattutto, contro una fetta notevole di “chi sta in basso”, secondo uno spirito totalmente anti-egalitario.
Chi sostiene la necessità di un populismo di sinistra, “si illude che gli elettori di Trump e Le Pen possano un giorno votare Sanders e Mélenchon, ispirati dal rifiuto del neoliberismo, che accomunerebbe i due candidati”, continua Fassin.
Ma il populismo di sinistra non è l’antidoto a quello di estrema destra. “Il popolo di Trump lo ha sostenuto non perché questo si dice contro la globalizzazione, ma a causa dei suoi propositi xenofobi e razzisti – afferma Fassin – Non l’hanno preso seriamente sulle proposte economiche ma hanno creduto sinceramente ai suoi propositi sul piano culturale. Il suo è un discorso sull’insicurezza culturale”. E ancora: il vero successo di Trump sta nella sua capacità di mobilitare una versione “sessista e razzista dell’identità del maschio bianco”.
Secondo Fassin, gli elettori di Trump sono mossi dal ressentiment, ovvero un senso di risentimento e ostilità, quasi di invidia, verso donne, minoranze e “classi assistite”. Indipendentemente dal loro ceto sociale, questi elettori rimproverano alle élite di governo di consentire, a chi non se lo meriterebbe, di passare davanti a loro nella fila d’attesa per il sogno americano. In altre parole, sono contro la discriminazione positiva.
L’uguaglianza non rientra tra i valori degli elettori dei populisti. Si tratta di gente pronta a darsi la zappa sui piedi: pur di non vedere gli altri godere dei benefici dello stato sociale, preferiscono chiederne la riduzione, anche se questo avrà un impatto negativo anche per loro.
“Gli elettori di estrema destra non sono delle vittime di cui dobbiamo ascoltare la sofferenza – denuncia Fassin – sono soggetti politici mossi da passioni tristi, che conviene combattere sostenendo altri soggetti e altre passioni… Sono pecore smarrite che potrebbero trasformarsi in lupi”.
Il risentimento non si traduce in rivolta, il rancore non si può trasformare in indignazione. Questa gente non voterà mai per Sanders o Mélenchon.
“La sinistra non deve puntare sul populismo ma deve provare a conquistare gli astensionisti, coloro che non si sono lasciati affascinare dalla retorica fascista”, suggerisce allora Fassin.
Come? Recuperando la distinzione tra destra e sinistra, che il populismo cerca in tutti i modi di trascendere.
“Il popolo non deve unirsi contro un nemico, ma di fronte a un progetto – è la conclusione del sociologo francese – È ovvio che di fronte al neoliberismo è più facile fare opposizione che inventare e proporre. Ma quello che serve ora è un programma sostanziale per una sinistra vera. Non è il nemico che deve consentire di unificare il popolo, ma la qualità del progetto di cui ci si fa portatori. Prima di costruire un popolo bisogna ricostruire la sinistra”.

Matteo Angeli

L’Europa dopo le elezioni
in Francia e Germania

Pierre-Yves Le Borgn

Pierre-Yves Le Borgn

Un terremoto elettorale rischia di stravolgere gli equilibri politici in Europa. I prossimi mesi non saranno segnati solo dalle elezioni presidenziali e legislative in Francia e da quelle federali in Germania, ma si voterà anche in Norvegia, Repubblica Ceca, Ungheria, Slovenia e Portogallo. Senza dimenticare le elezioni locali in Regno Unito, che promettono di portare a galla tutte le tensioni del post-Brexit e l’Italia, dove si voterà al più tardi nel 2018.

Mai come prima d’ora il processo di integrazione europea è stato tanto al centro della contesa elettorale. L’Europa è diventata un tema su cui si costruiscono le campagne e si impernia il dibattuto politico.

Quale sarà il volto dell’Europa dopo le elezioni in Francia e Germania? La domanda sta facendo il giro del continente. Hanno provato a rispondervi mercoledì scorso, a Strasburgo, presso l’Associazione Parlamentare Europea, Günter Krichbaum (Cdu), presidente della commissione affari esteri del Bundestag, e Pierre-Yves Le Borgn’ (Partito Socialista), presidente del gruppo di amicizia franco-tedesco all’Assemblea Nazionale, giunti nella capitale europea per discutere con un gruppo di eurodeputati di vari schieramenti politici.

La situazione politica in Germania e Francia è molto diversa. “Nel prossimo Bundestag, più dell’80% degli eletti sarà europeista. Questo è un segnale di speranza”, ha dichiarato Krichbaum. Lo stesso, però, non si può dire in Francia. A tal proposito, Pierre-Yves Le Borgn’ ha lamentato che “secondo i sondaggi, più del 50% degli elettori sarebbe pronto a votare al primo turno per un candidato che è contro l’euro e l’Unione europea, come Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon, che mettono apertamente in discussione le quattro libertà fondamentali (di circolazione di persone, di merci, servizi e dei capitali, ndr) dell’Unione europea”.

Sono tante le sfide che minacciano il futuro dei cittadini europei. C’è la guerra in Ucraina, la situazione fragile in Turchia, il dramma in Siria, la Brexit da gestire e il cambiamento climatico che causa l’esodo di migliaia di persone verso l’Europa. La situazione di profonda incertezza è responsabilità anche degli Stati Uniti. “Una volta il segretario di Stato americano, Henry Kissinger, si chiedeva ironicamente quale fosse il numero dell’Europa. Oggi la situazione si è invertita. Non sappiamo cosa attenderci degli Stati Uniti: l’amministrazione parla spesso in modo diverso da Trump”, ha riconosciuto il presidente della commissione affari esteri del Bundestag.

“All’incertezza si deve rispondere con più Europa”, hanno concordato il deputato Cdu e quello socialista. “I cittadini europei sono il 7% della popolazione mondiale e a fine secolo saranno solo il 4%… Se vuoi andare veloce vai da solo, ma se vuoi andare lontano vai in compagnia”, ha suggerito Krichbaum, criticando la scelta dei britannici di lasciare l’Unione e, in particolare, la decisione dell’ex premier David Cameron, di indire un referendum. “C’è differenza tra un capo di stato e uno statista. Se dopo la guerra fosse stato chiesto ai francesi di esprimersi sulla possibilità di collaborare con la Germania nella Comunità europea del carbone e dell’acciaio, questi avrebbero probabilmente detto di no. I leader politici di quel periodo fecero delle scelte coraggiose, David Cameron no”, questo il verdetto del deputato tedesco.

Non è solo Cameron ad aver commesso degli errori. Negli ultimi anni, anche l’alleanza franco-tedesca, vero motore del processo di integrazione, ha dato segni di inceppamento. La responsabilità, secondo Krichbaum, sarebbe in buona parte dell’attuale presidente francese, François Hollande. “Hollande ha sofferto a causa di un bassissimo indice di gradimento tra la popolazione e questo gli ha impedito di portare avanti i suoi programmi – questa l’analisi del deputato tedesco – In Europa bisogna dividersi i compiti. Se la Francia è debole, gli altri Paesi hanno l’impressione che sia solo la Germania a dare la carte”.

Chi sarebbe allora il candidato ideale a rilanciare l’intesa franco-tedesca? “Emmanuel Macron”, rispondono all’unisono Krichbaum e Le Borgn’. “Macron ammira il dinamismo dell’economia tedesca e, se eletto, ricercherà delle soluzioni economiche nel segno della coalizione esistente o, in caso di sconfitta della Merkel, con un governo guidato da Martin Schulz”, ha dichiarato Le Borgn’, uno dei tanti socialisti che hanno scelto di stare con Macron e non con il candidato ufficiale del partito, Benoît Hamon. Le Borgn’ ha riconosciuto che le divisioni interne al suo partito hanno radici lontane e rimontano alla deindustrializzazione che ha preso piede negli anni Ottanta.

Anche Krichbaum ha speso parole di elogio per candidato di En Marche. “Macron, con la legge che porta il suo nome, è stato l’unico in Francia che ha tentato di fare riforme. In Francia i sindacati sono meno cooperativi che in Germania e spesso bloccano lo sviluppo della competitività. È nell’interesse di ogni Stato membro cercare di aumentare la propria competitività. Bisogna smetterla col dire che lo facciamo perché è la Germania o l’Unione europea che ce lo chiede”, ha messo in chiaro il deputato cristiano-democratico.

L’Unione europea deve ripartire dal motore franco-tedesco e deve farlo approfittando dello spazio di manovra offerto dai trattati esistenti. Sia Il deputato francese che quello tedesco hanno elogiato il concetto di doppia velocità, secondo cui gli Stati membri desiderosi di procedere verso un’integrazione più stretta avrebbero ogni diritto di farlo. “Dobbiamo però stare attenti a non frammentare l’Unione”, ha messo in guardia Krichbaum.

La maggior parte degli eurodeputati presenti all’incontro non ha sollevato particolari obiezioni alle parole di Krichbaum e Le Borgn’. Con l’eccezione di Roger Helmer, eurodeputato dell’UKIP, il partito che più di tutti ha fatto campagna per la Brexit.

“Qui tutti dicono che per essere forti sulla scena mondiale bisogna essere grandi e integrati, ma non è necessariamente così. Guardate Singapore e la Corea del Sud – ha provocato il britannico – il Regno Unito una volta fuori dall’Unione sarà il più grande acquirente di prodotti europei. Se non troveremo un accordo, a restare senza lavoro saranno tanti lavoratori tedeschi, francesi o belgi. È nel vostro interesse negoziare un accordo di libero scambio con noi, molto più di quanto lo è istituirne uno con Canada e Corea del Sud”.

E ricordate: “Noi concluderemo un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti prima di voi”, questo lo schiaffo finale dell’eurodeputato britannico.

Nuovo trattato fiscale: Hamon e Piketty rilanciano l’Ue

hamon (1)Un nuovo trattato fiscale europeo, con al centro un Parlamento dell’eurozona: è questa la proposta di Benoît Hamon, candidato socialista alle presidenziali francesi che si terranno tra meno di un mese.
“L’Europa di oggi non funziona più, non è in grado di neutralizzare le conseguenze negative della globalizzazione – denuncia Hamon – Di fronte a questa sfida, la soluzione non può essere né il ritorno agli stati nazionali, così come vorrebbe Marine Le Pen, che pone le basi per lo sgretolamento dell’Europa e della Francia, né il mantenimento dell’architettura istituzionale attuale. Se l’austerità si è imposta come marchio di fabbrica dell’Unione europea, questo è innanzitutto perché non c’è abbastanza democrazia in Europa. La conseguenza di questo deficit democratico è il monopolio di tutte le decisioni fondamentali da parte della cosiddetta troika, costituita da Eurogruppo, Banca centrale europea e Commissione europea”.
Hamon ha fatto suo il ‘progetto di trattato per la democratizzazione della governance dell’eurozona’, un documento, disponibile online, che è il risultato di uno sforzo pluridisciplinare di giuristi, politologi ed economisti. Stéphanie Hennette, Guillaume Sacriste, Antoine Vauchez e Thomas Piketty hanno anche pubblicato un opuscolo, dove spiegano uno a uno gli articoli della proposta di trattato.
“Gli Stati Membri hanno risposto alla crisi che ha colpito la zona euro istituendo un vero e proprio sistema di governance, che include il Fiscal Compact, il Meccanismo europeo di stabilità, il regolamento sull’unione bancaria e i pacchetti legislativi ‘six-pack” e ‘two-pack’ e che ha contribuito al consolidamento delle politiche di austerità”, sostengono gli autori del progetto di trattato, che lamentano l’esistenza di un deficit democratico nella gestione dell’eurozona.
In particolare, Thomas Piketty, rinomato economista autore del bestseller ‘Il capitale nel XXI secolo’ e responsabile per le questioni europee della campagna di Hamon, punta il dito contro l’Eurogruppo, l’organo che riunisce i Ministri delle Finanze degli Stati Membri, colpevole, a suo avviso, di prendere tutte le decisioni che contano per il futuro dell’eurozona.
“Il problema è che di solito l’Eurogruppo non è in grado di decidere – denuncia Piketty – Si pensi agli scandali degli ultimi anni legati all’elusione fiscale. Tutti sanno che spesso le multinazionali pagano un importo irrisorio grazie a un basso tasso di imposizione di cui beneficiano in alcuni Stati membri. Tuttavia, l’eurozona non è stata in grado di prendere la benché minima decisione a riguardo. Questo perché l’Eurogruppo di solito rispetta il principio dell’unanimità nel prendere le sue decisioni. In materia di tassazione, il veto del Lussemburgo è sufficiente per bloccare tutto. E anche per quanto riguarda le poche questioni in cui si decide a maggioranza, i Paesi più grandi hanno di fatto il diritto di veto”.
Per questo, gli autori del ‘progetto di trattato per la democratizzazione della governance dell’eurozona’ propongono di affiancare all’Eurogruppo un’assemblea parlamentare dell’eurozona, in cui ogni paese sia rappresentato da un certo numero di parlamentari provenienti dai rispettivi parlamenti nazionali, in misura proporzionale alla popolazione e ai rapporti di forza tra i vari gruppi politici.
Una tale soluzione impedirebbe ai Paesi più grandi di opporre il loro veto. La Germania, ad esempio, costituisce il 24% della popolazione dell’eurozona e verrebbe rappresentata nella nuova assemblea in maniera proporzionale. Inoltre, con la nuova assemblea, verrebbe ristabilita la dialettica tra destra e sinistra sulle questioni economiche. Se l’assemblea fosse costituita da 105 membri provenienti dai parlamenti nazionali, una delle ipotesi avanzate da Piketty e colleghi, di questi 44 sarebbero di centro-destra (CDU/CSU in Gemania, Les Républicains in Francia, Partido Popular in Spagna, Forza Italia in Italia ecc.), 47 di centro-sinistra e dei gruppi ecologisti (SPD e Verdi in Germania, Parti Socialiste in Francia, PD in Italia e PSOE in Spagna ecc.), 9 della cosiddetta sinistra radicale (Die Linke in Germania, ¨Podemos in Spagna, Syriza in Grecia ecc.) e 5 non classificati (Movimento Cinque Stelle, ecc.).
Va peraltro tenuto conto che gli esponenti del centro-destra francese, spagnolo e italiano hanno spesso posizioni più flessibili in materia di politica di bilancio o monetaria rispetto a quelle del centro-destra tedesco, che potrebbe fare affidamento su solo 12 seggi du 105 disponibili.
La creazione di un Parlamento dell’eurozona è quindi, secondo i suoi sostenitori, una precondizione fondamentale per rompere con l’attuale consenso in materia di decisioni di politica economica e monetaria, opaco e decisamente poco democratico, e porre le basi per adottare una serie di decisioni di rottura in grado di far tornare a battere il cuore dei cittadini europei.
A tal proposito, Piketty ritiene che sia fondamentale rinegoziare il Fiscal Compact, trattato che ha introdotto l’obbligo del pareggio di bilancio per i Paesi Ue e condotto, secondo l’economista francese, a un tentativo di ridurre il deficit in maniera troppo veloce nei vari Stati della zona euro.
“Ridurre il deficit va molto bene nel lungo termine – spiega Piketty – ma se lo si fa in modo troppo veloce si penalizza la produzione. Questo significa meno entrate per lo stato e più disoccupazione. E non si risolve il problema dell’indebitamento, perché il rapporto debito/PIL soffre, appunto, della contrazione della produzione”.
Il problema di un debito superiore al 100% del PIL, come è il caso in molti Paesi europei, non si può risolvere, secondo Piketty, attraverso il semplice ricorso a misure tradizionali, con l’accumulo di piccoli surplus anno per anno. Serve una combinazione di misure straordinarie, come “inflazione – che comunque distrugge molte cose, come il risparmio privato – una rinegoziazione e la messa in comune del debito tra i vari Stati membri”.
E, poi, è fondamentale che il nuovo Parlamento dell’eurozona possa votare un’imposta sulle compagnie. “Solo così si può evitare che le multinazionali continuino ad approfittare dei paradisi fiscali e delle differenze di imposizione che esistono tra i vari Stati membri”, afferma l’economista francese.
Il progetto del tandem Hamon-Piketty si presenta così come una delle poche proposte concrete in una campagna presidenziale dominata dagli scandali e nella quale le discussioni sull’Europa si sono limitate, nella maggior parte dei casi, agli slogan.

Matteo Angeli

L’Unione europea
secondo Enrico Letta

Enrico Letta‘Contro venti e maree’, è questo il titolo del nuovo libro di Enrico Letta, che esce oggi nelle librerie italiane, nello stesso mese in cui l’Unione europea festeggia i suoi sessant’anni, con l’anniversario dei Trattati di Roma.

“L’Europa è a un punto di svolta, il 2017 deve essere l’anno in cui si volterà pagina”, sostiene l’ex Presidente del Consiglio, ora rettore della scuola di affari internazionali di Sciences Po a Parigi, che ha scelto un luogo altamente simbolico, Strasburgo, capitale europea e città in cui ha trascorso l’infanzia, per lanciare il suo nuovo lavoro.

Ieri sera, davanti a un aula gremita della Biblioteca Nazionale e Universitaria di Strasburgo, Letta ha ripercorso la storia dell’Unione europea, identificando tre date chiave per il processo di integrazione. La prima, il 1957, con la firma dei Trattati di Roma e la nascita della Comunità economica europea. In quel momento, gli Stati europei guardavano a sé stessi, si percepivano, a ragione, come il centro del mondo e si ripromettevano di non farsi più la guerra tra di loro.

Secondo Letta, la seconda fase di vita dell’Unione è cominciata poi nel 1989, con la caduta del muro di Berlino. Gli allora Stati membri cominciarono a guardare fuori da sé, a est, a quella parte che avevano perso. Inizio così un periodo di grande allargamento. L’Europa non fu più solo simbolo di pace ma anche fonte di opportunità per i suoi cittadini. Basti pensare al programma Erasmus per i giovani, ai fondi strutturali per i sindaci dei paesi sottosviluppati o alla rinnovata libertà di cui potevano godere gli Stati dell’Est.

“Il 2016 è l’occasione per l’ennesima rottura – sostiene Letta – per l’inizio di una terza fase. Oggi l’Europa guarda al mondo. Un mondo che è completamente cambiato. Nel 1957, un abitante del mondo su sette era europeo. Tra vent’anni, lo sarà solo uno su venti”.

Ora più che mai, la demografia ha un impatto sulla competitività. “L’ultima rivoluzione industriale, quella digitale, non ha bisogno di un intermediario, può essere messa direttamente in atto dai cittadini”, fa notare Letta, che cita il caso della Cina, sottolineando come il fatto che un miliardo di cinesi possa applicare direttamente le tecnologie digitali moltiplichi a dismisura la forza economica del Paese.

Mentre prima la grandezza in termini demografici di un Paese non ne determinava necessariamente la forza, ora è sempre più così. “Tra dieci anni, tra i sette Paesi più importanti al mondo in termini economici non ce ne sarà nemmeno uno europeo, neanche la Germania”, continua l’ex Presidente del Consiglio, che ironicamente afferma: “I Paesi europei si dividono in due gruppi: quelli piccoli e quelli che non sanno ancora di essere piccoli”.

Proprio da questa consapevolezza nasce il titolo del libro, ‘Contro venti e maree’, ad indicare la volontà di contrastare tutte le forze che ancora negano l’importanza di vivere insieme in Europa.

“C’è chi, come Marine Le Pen in Francia, dice che quindici anni fa si stava meglio, che bisogna tornare indietro – continua Letta – La verità è che negli ultimi quindici anni, il processo di globalizzazione ha subito un’accelerazione tale da rafforzare i Paesi che hanno dimensioni maggiori delle nostre. Per questo è solo restando unita che l’Unione potrà mantenere la sua influenza”.

Letta ricorda che negli anni Ottanta, l’Europa intratteneva pochissime relazioni commerciali con il resto del mondo. Diversamente da oggi, non acquistavamo merci giapponesi, cinesi, nordcoreane e vietnamite.

“La vera frattura in Europa è tra la gente cosmopolita e chi, invece, non può permettersi di studiare o viaggiare e godere di tutti i vantaggi del progetto di integrazione – insiste Letta – Per questo, progetti come l’Erasmus non devono essere riservati a chi ha l’opportunità di fare l’università, ma devono essere aperti a tutti i giovani. Servono soluzioni che facciano riscoprire ai cittadini l’utilità del progetto europeo”.

“Il mondo deve essere il nostro universo di referenza. Viviamo ormai tutti connessi e sappiano cosa succede altrove. Dobbiamo comparare quello che vogliamo con quello che vuole il resto del mondo. In tal senso abbiamo una grande responsabilità – riconosce l’ex Presidente del Consiglio – Abbiamo dei valori che possiamo continuare a difendere solo se manterremo intatta la nostra influenza. Se l’Unione va a pezzi, nessun Paese europeo potrà dire la sua nelle discussioni sull’ambiente, sulla parità tra uomo e donna, sui diritti dei lavoratori o sulla laicità dello stato. Ci toccherà ascoltare e subire passivamente le decisioni dei grandi del mondo”.

Letta non risparmia le critiche per la classe politica al potere nel mondo occidentale, accusandola di usare lo spettro del populismo per sbarazzarsi delle proprie responsabilità. “La Brexit è colpa di Cameron, che per vincere le elezioni ha promesso il referendum. Trump ha vinto perché i Democratici si sono ostinati a imporre la dinastia Clinton al popolo americano. E lo stesso vale per il referendum in Italia: la vittoria del ‘no’ non è colpa dei cosiddetti populisti”.

“Il futuro è combattere per i nostri valori, perché questi non sono applicati automaticamente nel resto del mondo – questo il messaggio con cui Letta ha concluso il suo intervento a Strasburgo – Nel 2017 dobbiamo pensare al futuro per i nostri giovani. Non difendo l’Europa di oggi, troppo timida e piena di compromessi. Mi batto per l’Europa dei nostri figli e dei nostri nipoti”.