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Maurizio Ballistreri

Avanzano le “piccole patrie”

La drammatica crisi in Catalogna ha evocato lo spettro della guerra civile degli anni ’30 del ‘900 in Spagna, con la tragedia del fascismo falangista di Francisco Franco edificato sulla distruzione della Repubblica democratica, che aveva realizzato proprio a Barcellona una straordinaria esperienza di autogestione mutualistica e socializzazione dal basso, con i libertari del sindacato Cnt e i trotskysti del Poum. Risuonano drammaticamente le parole di Pablo Neruda nella sua autobiografia “Confesso che ho vissuto”, per descrivere quella tragedia: “…La mia casa rimase tra le due fazioni…Dai muri erano entrati colpi di artiglieria…Le finestre erano finite in pezzi…Sul pavimento, fra i miei libri, trovai resti di piombo”. La speranza è che lo scontro tra Madrid e Barcellona non sia questo, ma impressionano in questa vicenda così grave anche a livello geopolitico, i silenzi dell’Unione europea e della sinistra.

La prima che mostra vieppiù la propria funzione esclusiva di istituzione sovranazionale regolatrice in senso rigorista e antisociale dell’area di libero-scambio dell’Unione, con la Germania a fare da gendarme; la seconda immemore della straordinaria lezione teorica degli austromarxisti, tra questi in particolare di Otto Bauer e di Karl Renner, sulla questione nazionale e sul diritto di autodeterminazione dei popoli. Più in generale la crisi catalana non viene analizzata in relazione agli epocali cambiamenti socio-politici connessi alla cosiddetta globalizzazione e alle nuove migrazioni di massa, quindi alla contaminazione identitaria crescente cui oggi sono sottoposti i popoli e le culture, con la ripresa dell’idea di comunità, quale riserva di senso e di appartenenza in una società sempre più spersonalizzante e atomizzata, segnata da una cultura unipolare, modellata sull’american way of life, ma pur sempre alla ricerca della salvaguardia dei valori di libertà e di equità degli individui, anche di coloro che provengono da culture diverse, nel quadro delle regole e delle procedure democratiche. E’ imprescindibile la rilevanza socioculturale della tematica dell’identità, rappresentando anche una sfida a declinarla in termini nuovi rispetto al passato.

Le rivendicazioni nazionali di Galles, Scozia e Irlanda verso l’Inghilterra, di Catalogna, Galizia e Paesi Baschi nei confronti della Spagna, della Corsica rispetto alla Francia e delle Fiandre in Belgio, nel mentre il secessionismo “padano” si è tramutato in rivendicazione autonomistica, ripropongo il tema delle “piccole patrie” quale possibile modello per un nuovo rapporto tra globale e locale. Il dibattito è aperto, poiché unità geopolitiche autocentrate potrebbero costituire la risposta al falso problema della dicotomia tra globalizzazione e localizzazione, che Ralph Dahrendorf sintetizzava come “glocalizzazione”, sino alla rivendicazione di autonomia o indipendenza per le “piccole patrie”, con la rinascita delle lingue perdute, la riscoperta della storia occultata e di simboli e bandiere dimenticati.

Maurizio Ballistreri

Il civismo per coprire la crisi della politica

L’ultima parola d’ordine usata dai simulacri di forze politiche presenti nello scenario nazionale è “civismo”, usata a mo’ di foglia di fico per coprire la triste parabola della Seconda Repubblica.
Tentativo non nuovo, considerato che dopo la crisi della Prima Repubblica e la fine del sistema dei partiti di ceppo novecentesco, nel lessico politico fece irruzione la “società civile”, intesa come apporto non professionistico dei cittadini alla rigenerazione delle élites politiche, legato all’etica pubblica e alla cultura dei diritti. In realtà, quell’apporto dalla “società civile” in molti casi era ed è segnato da rappresentanti di mondi, professionali, imprenditoriali e dell’associazionismo, che con la politica e le istituzioni hanno strettissimi legami e che da essa ricevono incarichi, vantaggi ed utilità. Così è anche per il “civismo”, il quale, dal punto di vista politologico, è un fenomeno non nuovo: e risale ai tempi della creazione dei primi corpi intermedi, come università e corporazioni, delle civitas, collocati tra il potere assoluto esercitato al tempo dai monarchi e il cittadino.
Del civismo si occupa da tempo Stefano Rolando, politologo e animatori di gruppi civici, in particolare sul rapporto tra questo fenomeno e la nostra Costituzione, che declina la politica nazionale come “democrazia dei partiti”. Secondo Rolando ci sono esperienze storiche per cui il cittadino non ha solo il diritto di domanda di una politica, ma gli è concesso un diritto di offerta politica, anche a seguito della riforma dell’articolo 118, che ha costituzionalizzato il principio di sussidiarietà che riguarda anche i cittadini.
Ma ai partiti virtuali della politica italiana il civismo serve per riciclare vecchio ceto politico sotto mentite spoglie, inventando liste civiche che sanno abbondantemente di professionismo della vecchia politica. Siamo ben lontani, cioè, dalle idee più nobili del civismo in politica, si pensi al Partito d’Azione, o a mirabili esperienze come quelle di Adriano Olivetti, don Milani e Danilo Dolci.
Utilizzato in una logica di autoconservazione e di apparente rinnovamento, si pensi a ciò che sta avvenendo per le elezioni regionali in Sicilia con liste “civiche” imbottite di candidati a vario titolo espressione di ceto politico, il civismo non aiuta la politica ad affrontare i temi che interessano i cittadini ma ricercando soluzioni solo per sé, per la propria crisi di valori e di metodi, alimenta la sfiducia, l’insicurezza e la rassegnazione.
Al fondo rimane la questione del professionismo (e della dipendenza economica!) in politica, con la contestuale esigenza per l’uomo politico di “passione, senso di responsabilità, lungimiranza”, poste dal grande sociologo tedesco Max Weber nel corso della conferenza tenuta nel 1919 a Monaco dal titolo “La politica come professione”: “due sono i modi per trasformare la politica in professione: vivere “PER” la politica o vivere “DI” politica. Chi vive per la politica fa di questa la sua vita mentre chi vive di politica la utilizza come semplice e duratura fonte di guadagno”.

Maurizio Ballistreri

Trentin, Di Maio e i sindacati

Le dichiarazioni del candidato alla premiership dai Cinquestelle, Luigi Di Maio, sui sindacati, hanno sollevato un coro di indignazione dai leaders delle tre confederazioni.

Non vi è dubbio che le affermazioni di Di Maio risentono di rozzezza politica e scarsa conoscenza della materia e, però, il tema della trasparenza interna ai sindacati, in particolare su bilanci, uso delle risorse e regole democratiche, sia da tempo all’ordine del giorno, senza dimenticare che si discute anche, tra gli studiosi di diritto del lavoro e tra i decisori politici, di una legge su rappresentanza, rappresentatività ed efficacia dei contratti collettivi, tenendo conto che esiste una norma della Costituzione, l’art. 39, inattuata al riguardo, che prevede anche l’obbligo per i sindacati registrati di “statuti a base democratica”.

Se le parole di Di Maio risentono di quella diffidenza politica verso i corpi intermedi della società, tipica dei populismi (in questo caso del web), sulle questioni della democrazia interna e della trasparenza i sindacati appaiono in colpevole ritardo, con zone grigie di gestione del potere non ammissibili.

A tal proposito sembrano profetiche le pagine dei “Diari 1988-1994” di Bruno Trentin, recentemente pubblicati. Trentin, certo con un eccesso di distacco intellettuale che sconfina sovente nel sussiego, quasi che l’autore dei diari non fosse stato un leader prestigioso della Cgil ed esponente e parlamentare del Partito comunista, descrive impietosamente, in quegli anni turbolenti di transito dalla Prima alla Seconda Repubblica, con sullo sfondo la fine della divisione geopolitica in blocchi a seguito del crollo del comunismo sovietico, le vicende politiche e sindacali italiane, esprimendo giudizi fortemente negativi nei confronti, tra gli altri, di Guido Carli, Ciriaco De Mita, Giuliano Amato, Paolo Cirino Pomicino, Gianni De Michelis, Lucio Colletti, i dirigenti della Confindustria e del Pci-Pds del tempo, Pierre Carniti, Franco Marini, Sergio D’Antoni, Ottaviano Del Turco, Pietro Larizza. Trentin, in un caleidoscopio di critiche feroci, annota epiteti pesanti come “miserabili”, “tristi figuri”, “satrapi”, “ceto burocratico di intermediazione”, “avventurieri da strapazzo”, “losche macchiette”. E parole di critica non risparmiano neppure Luciano Lama e lo stesso Pietro Ingrao, con cui Trentin ebbe un lungo sodalizio politico; Giorgio Benvenuto e anche Bettino Craxi (definito di tendenza “giacobina”) sono destinatari di commenti più asettici e solo a Vittorio Foa è riservata un po’ di considerazione.

E chissà cosa penserebbe Trentin della politica e del sindacato dei giorni nostri. Già, meglio non pensare a cosa avrebbe scritto nei suoi “Diari” Bruno Trentin su questa politica confusa e su un sindacato che ha rinnovato il contratto nazionale dei metalmeccanici con modestissimi aumenti salariali, che ha incassato senza fiatare le accuse di Papa Francesco e di Confindustria di “corruzione”, su pensioni e crociere d’oro dei sindacalisti.

Maurizio Ballistreri

 

Regionali: lo Statuto speciale Siciliano

Mentre la Catalogna combatte la “madre di tutte le battaglie” per l’indipendenza da Madrid, rinverdendo così, anche l’epopea della Repubblica in lotta contro il fascismo franchista, si assiste al poco edificante spettacolo offerto dalla politica siciliana in vista delle prossime elezioni regionali, con deputati uscenti e candidati che saltellano da una lista all’altra, senza distinzione di schieramenti, i quali, a loro volta, non presentano alcuna indicazione programmatica, a partire dai temi del lavoro e dello sviluppo, della legalità, senza che nessuno parli, in un senso o in un altro, delle sorti dello Statuto speciale d’autonomia.
Il mainstream dominante vuole la cancellazione della specialità autonomistica siciliana. E d’altronde, le polemiche vengono suffragate da una politica che nella nostra Regione ha prodotto sprechi, privilegi e incapacità di dare risposte alle domande dei siciliani.
Se le motivazioni storico-politiche che condussero all’approvazione dello Statuto speciale appaiono in parte superate, almeno quelle che nel 1946 servirono ad accogliere le istanze “riparazioniste”, con la rivendicazione di una sovvenzione solidaristica “compensativa” sul terreno economico, rimane attuale la scelta di un’istituzione regionale di chiara derivazione dai sistemi giuridico-costituzionali di tipo “pattizio”, specie in una fase in cui in Europa è aperto il dibattito sulle “piccole patrie”, come nel caso di Catalogna e Scozia sull’orlo della secessione.
In sessantanni di vita lo Statuto è stato quasi integralmente disatteso, come affermò un autorevole uomini politici siciliani del dopoguerra, l’indipendentista e repubblicano Salvatore Natoli Sciacca: “queste grandi speranze furono tutte deluse … Ci fu una non attuazione, uno svuotamento, una restaurazione dei poteri del governo centralista romano, con grandi responsabilità anche della stessa classe politica siciliana”.
È opportuno ricordare che il tradimento nei confronti dello Statuto speciale è segnato da un avvenimento preciso: la sentenza della Corte costituzionale del 1957, la n.38, (che storicamente ha prodotto una giurisprudenza nient’affatto disponibile ad accogliere le eccezioni mosse dalla Regione Siciliana nei confronti dei provvedimenti del Parlamento e del Governo nazionali lesivi dell’Autonomia Speciale) che ha “caducato”, ma non abrogato, l’Alta Corte, che lo Statuto speciale prevedeva quale organo giurisdizionale competente in caso di controversie tra Stato e Regione siciliana. Tale sentenza provocò un vulnus insanabile al carattere pattizio dello Statuto autonomistico, pari soltanto a quello voluto da Crocetta con il “commissariamento” dei conti operato dal governo Renzi con l’invio di Baccei quale assessore all’Economia, e, quindi, al suo rango di parte della nostra Costituzione repubblicana.
Ma si può rilanciare e attualizzare la funzione dello Statuto speciale siciliano? La risposta può essere positiva solo se legata ai principi di comunità e di responsabilità. Si tratta di andare oltre la visione panstatuale in favore di un sistema di rappresentanza basata sulla valorizzazione di comunità di soggetti territoriali, con vasti poteri sulle materie economiche, fiscali e sociali e sull’ordine pubblico contro le mafie e per la legalità, con l’affermazione del principio di responsabilità, sulla base di un comune patrimonio storico e culturale, esemplificato da un’unica politica in ambito europeo.
Ma c’è da temere che partiti e liste siano troppo affaccendati su altre questioni, per pensare alle sorti dello Statuto, in una logica di ascarismo endemico.

Maurizio Balllistreri

Il diversivo in politica

Sembrano ispirate allo stratagemma del “diversivo”, contenuto nel libro “L’arte della guerra”, attribuito a Sun Tsu, generale e filosofo cinese vissuto tra il VI e il V secolo a.c., “Fai credere al nemico che ci sia qualcosa quando in realtà non c’è niente”, l’iniziativa legislativa che sanziona l’apologia del fascismo del deputato del Pd Emanuele Fiano e la dichiarazione del presidente dell’Inps Tito Boeri sugli immigrati come perno imprescindibile del nostro sistema previdenziale.

E sì, perché entrambe cozzano con la realtà e, probabilmente, hanno rappresentato un tentativo di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi della disoccupazione, della crisi dei consumi, dei giovani in fuga dall’Italia, dei roghi al Sud, dell’immigrazione di massa e dall’oggettiva fase di difficoltà che sta vivendo il Pd e, in particolare, il suo leader, sempre più declinante, Matteo Renzi.

Nessuno avvertiva l’esigenza del disegno di legge di Fiano, considerato che, nell’ordinamento italiano, l’apologia del fascismo è un reato già previsto dall’art. 4 della legge 20 giugno 1952, n. 645, con pene da 2 a 5 anni, detta anche “Legge Scelba”, dal nome del ministro dell’Interno dell’epoca proponente, ancora vigente, che contiene “Norme di attuazione della XII disposizione transitoria e finale della Costituzione”; norma costituzionale che afferma: “È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”. Insomma, l’iniziativa di Fiano appare del tutto inutile, in particolare perché il valore della democrazia è nella coscienza della stragrande maggioranza degli italiani. Semmai il deputato renziano si interroghi sul perché nella prima Repubblica è stata consentita la costituzione di un partito che, dichiaratamente, si richiamava all’esperienza fascista e, segnatamente a quella della Repubblica di Salò, il Msi, che dietro la politica del “doppiopetto” di Michelini e Almirante, è sempre stato in bilico tra parlamentarismo e contestazione al sistema democratico e dalle cui file si sono originati vari movimenti eversivi, come Ordine Nuovo, in alcuni casi ritenuti responsabili di stragi. Fiano, che milita in un partito in cui è confluito una parte del ceto politico dell’ex Pci, potrebbe chiedersi sotto il profilo storico e politologico, perché Togliatti nel 1936 lanciò l’appello ai “fratelli in camicia nera” (un bel libro con lo stesso titolo dello storico ed ex sindacalista della Cgil Pietro Neglie ricostruisce la vicenda) e approfondire il ruolo del Movimento sociale in a sostegno delle involuzioni del quadro politico italiano, ad esempio nel 1960 con il governo-Tambroni, e nel 1971 con l’elezione del democristiano Giovanni Leone al Quirinale. Insomma, il disegno di legge di Fiano, è da ascriversi a quell’”antifascismo di maniera” denunciato dallo scrittore Antonio Pennacchi, ricordando un’affermazione di Ennio Flaiano, “In Italia i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti.”

Anche le dichiarazioni di Boeri sono una sorta di cortina fumogena, secondo cui bisogna “avere il coraggio di dire la verità agli italiani: abbiamo bisogno degli immigrati per tenere in piedi il nostro sistema di protezione sociale”, aggiungendo che se i flussi di entrata dovessero azzerarsi, avremmo per i prossimi 22 anni 73 miliardi in meno di entrate contributive e 35 miliardi in meno di prestazioni sociali destinate a immigrati, con un saldo netto negativo di 38 miliardi per le casse dell’Inps. Altro che il barone di Münchhausen, che tra le sue mirabolanti e surreali avventure letterarie annovera quella di essere andato sulla luna su di una palla di cannone! Ci sono cifre che smentiscono il bocconiano presidente dell’Inps: l’80% dei migranti presenti in Italia risiede nel nostro Paese da oltre 5 anni ed è senza copertura contributiva; il 34% svolge lavori poco qualificati come la raccolta di frutta e verdura in condizioni di sfruttamento, specie a causa del caporalato nel Mezzogiorno, ed ha una formazione scadente, come spiega lo studio “Migration Observatory’s Report: Immigrants’ integration in Europe”, condotto dal Centro Studi Luca d’Agliano con il Collegio Carlo Alberto dell’Università degli Studi di Torino, e pubblicato ad inizio di quest’anno.

La popolazione straniera in Italia è pari all’8,3%, e meno di un quarto risulta occupata. Il 34% svolge mansioni poco qualificate, ragion per cui i migranti trovano impiego in lavori non regolari, senza contribuzione all’Inps. Altro che pilastro del nostro sistema pensionistico! Se si vuole giustificare il flusso ormai incontrollato di migranti in Italia, non si scomodi l’economia ma solo l’umanitarismo, anche se fa pensare quanto affermato dal presidente della Francia Macron, la “patria delle libertà”, disponibile ad accogliere solo i rifugiati politici e non i migranti. Ma, forse, per il nostro paese, più che di diritti umani si tratta di qualche deroga dell’Unione europea in materia di vincoli sul deficit dello Stato.

Da ultimo il disegno di legge sui vitalizi, approvato alla Camera con un inedito asso tra Pd e 5 Stelle. Altro fumo negli occhi, considerato che dovrà essere approvato anche al Senato, con incertezza sui numeri e sui tempi, e, soprattutto, dovrà passare il vaglio di costituzionalità della Consulta.

Maurizio Ballistreri

 

L’acqua pubblica,
una battaglia riformista

L’“emergenza idrica” affligge il Paese. Ma le responsabilità non devono essere ricercate solo nell’evidente deficit di cultura di governo del ceto politico nazionale, che, come dimostra il caso-Roma, subordina ai propri interessi di gruppo o di fazione quello dei cittadini, come testimonia lo scontro Zingaretti-Raggi. Né si può attribuire la penuria idrica esclusivamente a condizioni di contesto come la scarsità “man-made”, cioè prodotta dall’uomo, per il sovrasfruttamento degli acquiferi, l’inquinamento delle falde, l’urbanizzazione selvaggia, l’obsolescenza della rete (si guardi proprio alla provincia di Messina), l’abusivismo “tollerato” e opere pubbliche che hanno come evidente effetto collaterale il depauperamento del bene collettivo dell’acqua.

Infatti, la cosiddetta “emergenza idrica” discende in primo luogo dalla cattiva gestione e dalla privatizzazione dell’acqua, mercificata e consegnata alle grandi lobby economico-finanziarie ed ai gruppi politici di riferimento, che scandalosamente hanno eluso l’esito del referendum del 2011 (già il Popolo è sempre meno sovrano!) con il recente decreto Madia sui servizi pubblici locali che prevede l’obbligo di tenere conto della “adeguatezza della remunerazione del capitale investito, coerente con le prevalenti condizioni di mercato”. Dallo “Sblocca-Italia” sino alla Legge di Stabilità del 2016 del Governo-Renzi, si è operato per privatizzare i servizi pubblici a rete.

Ciò avviene in un contesto globale in cui, un miliardo e 400 milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile, e la Banca Mondiale stima che entro il 2025 si arriverà a 2,5 miliardi: una sorta di “oro blu” controllato dalle multinazionali, con gravi conseguenze sulla vita delle persone e sulla stessa democrazia. Privatizzare l’acqua ha come conseguenza affidare un bene primario ed indispensabile alla logica del profitto e del mercato, riducendo la partecipazione democratica dei cittadini nelle decisioni sulla gestione. Se fino ad oggi l’acqua era considerata una risorsa vitale di cui la collettività attraverso l’intervento pubblico si faceva carico, oggi diventa una vera e propria merce destinata a chi può pagarla, come ha scritto l’ambientalista ed attivista indiana Vandana Shiva nel 2003 nel libro “Le guerre dell’acqua”.

La privatizzazione dell’acqua è una delle tante facce oscure della globalizzazione, si pensi che i prestiti concessi dal Fondo monetario internazionale a molti paesi africani, poveri e indebitati, hanno ormai una condizione comune: l’affidamento delle risorse idriche ai privati e il completo rientro sui costi del servizio pubblico. Anche l’Unione europea si muove su questo versante, condividendo, com’è evidente, il dogma liberista. Una delle condizioni imposte dalla Commissione europea, di concerto proprio con l’FMI e la Banca centrale europea, la famigerata “Troika”, per i “salvataggi” degli Stati a rischio d’insolvenza del proprio debito sovrano, è stata la privatizzazione dei servizi idrici come nel caso di Grecia e Portogallo. La questione che si deve porre è che il finanziamento del servizio idrico integrato fondato sul “full cost recovery”, il costo totale del servizio integralmente coperto dalla tariffa, associato all’affidamento a società private, spesso quotate in Borsa o multinazionali, è fallito. E’ necessario modificare radicalmente la prospettiva, passando dalla pianificazione dell’offerta, a quella della domanda, ponendo al centro la tutela e la gestione partecipativa dell’acqua e dei beni comuni, intesa come diritto e non come bisogno, rispettando lo spirito del referendum del 2011 e il voto di 26 milioni di italiani. Le forze politiche legate ai principi di democrazia sociale, i sindacati, le associazioni ambientaliste battano un colpo e, soprattutto, i veri riformisti.

Maurizio Ballistreri

La palude nazionale  
e l'”altra Italia”

La politica italiana sta assumendo sempre più i tratti della “palude” teorizzata dal politologo transalpino Maurice Duverger a proposito della crisi della IV Repubblica francese, humus ideale di forze politiche che hanno smarrito il senso della propria missione, quello di rappresentare i cittadini.

E così, nello stallo politico nazionale, dopo l’esito disastroso per Renzi del referendum/plebiscito sulla “deforma” costituzionale, il dibattito si è avvitato sulla legge elettorale. Come dire con Ennio Flaiano che “la situazione politica è grave ma non è seria”, in un paese in cui i giovani laureati del suo Mezzogiorno sono costretti ad andare all’estero, la disoccupazione cresce, l’economia è in piena stagnazione e in cui si consentono scandali come quelli dei compensi milionari della Rai ai protagonisti dei talk shows, nel mentre con la (contro)riforma Fornero-Monti è stato destrutturato il sistema previdenziale, condannando centinaia di migliaia di cittadini ad andare in pensione più tardi e con trattamenti più bassi nonché il dramma degli esodati: una vergogna senza fine!

Nel suo bel libro “Il diritto di avere diritti” Stefano Rodotà, prestigioso giurista e politico italiano purtroppo recentemente scomparso, scrisse una frase amara che ben si attaglia alla tristezza del nostro tempo: “Se i diritti fondamentali vengono cancellati dal denaro e la democrazia cede alla dittatura, presto nessuno sarà più libero”.

Già Rodotà, campione di quell’Italia laica e del rigore culturale, del radicalismo democratico e libertario, con cui ebbi la ventura di dialogare negli anni della collaborazione a “Mondoperaio”, la rivista teorica del socialismo italiano, punto di incontro di personalità e sensibilità politiche e accademiche diverse, come Francesco Forte, Ernesto Galli della Loggia, Gino Giugni, Giuliano Amato, Federico Mancini, Luciano Pellicani, Giorgio Ruffolo, Giuseppe Tamburrano solo per citare alcune personalità. Sì, “l’altra Italia” sostenuta con intransigenza mazziniana da Piero Gobetti, in un itinerario culturale che si dipana attraverso il pensiero e l’azione di Carlo Rosselli sino A Giustizia e Libertà e al Partito d’azione, alle battaglie laiche e di minoranza del secondo dopoguerra e al riformismo socialista, in cui etica e politica rappresentano un binomio inscindibile, quanto sconosciuto ai giorni nostri.

Maurizio Ballistreri

Maurizio Ballistreri
Ricostruire la sinistra e la democrazia in Italia.
Il ruolo dei socialisti

La seconda Repubblica ormai in fase terminale, senza che invero ci sia all’orizzonte una nuova prospettiva né politica né istituzionale per il paese, ci ha consegnato l’assenza di una forza di sinistra in grado di affrontare le drammatiche contraddizioni sociali del nostro tempo, contestando il nuovo dogma secondo cui il passaggio al postmoderno, al globale, debba trasfigurare sino a renderle neutre e fungibili, destra e sinistra.

L’idea prevalente a sinistra è di una forza politica senza ideologia e senza classi di riferimento, il cui unico tratto identitario (?) è nel maggioritario e nelle primarie viste come strumento di un plebiscitarismo che “incorona” il capo e il cui “nemico”, absit iniuria verbis, è il conflitto sociale, relegato negli scantinati dell’800. Già, quel conflitto sociale che consentì al movimento operaio, base politica e sociale della sinistra nel Novecento, di imporre severe regole al capitalismo e di redistribuirne la ricchezza verso il basso, secondo l’efficace immagine non di un capo bolscevico dopo la presa del Palazzo d’Inverno in Russia, ma di un grande leader della socialdemocrazia mondiale: lo svedese Olaf Palme, che affermò “il capitalismo va tosato e non ucciso”.

Invece, si guarda a un modello basato sul superamento della dicotomia destra-sinistra”, sulla scia di un partito socialista europeo sempre più omologato all’ordoliberalismo della Merkel, e che oggi guarda a Macron in Francia come un nuovo paradigma politico, con le stesse motivazioni che ispirarono la banca d’affari statunitense JP Morgan a presentare un documento nel maggio 2013, secondo cui: “I sistemi politici dei paesi europei del Sud e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano caratteristiche inadatte a favorire l’integrazione. C’è forte influenza delle idee socialiste”

Eppure, nella sinistra non mancano fermenti: dall’indubbio successo di James Corbyn in Gran Bretagna al ruolo di Jean-Luc Mélenchon, candidato alle presidenziali francesi con un programma che vedeva al centro, la questione sociale e quella ecologica, passando l’originaria impostazione di Syriza in Grecia e al possibile dialogo di Podemos con i socialisti spagnoli di Pedro Sanchez, il governo in Portogallo guidato dal socialista Antonio Costa con il “Bloco de Esquerda” e i comunisti sino al programma di Bernie Sanders per le passate presidenziali americane.

Si tratta di un ventaglio di posizioni che pone al centro i diritti sociali, il lavoro e il contrasto al potere della finanza globale.

Solo così si può ricostruire la fondamentale dialettica democratica tra schieramenti alternativi, partendo dai contenuti e non dalle sigle, espungendo la politica politicante dei seggi e dei collegi da contrattare, affrontando la vera grande questione dei nostri giorni: la diseguaglianza. Si, non serve ad una nuova sinistra il politicismo, a cui guardava con orrore nei suoi diari Bruno Trentin, allorquando descriveva la politica e il sindacato come popolata da “tristi figuri” e “satrapi”.

Per questo serve all’Italia una sinistra plurale, senza l’ossessione di trovare immediate soluzioni organizzative, per misurarsi con le degenerazioni della politica leaderistica “prigioniera” del mercato, facendo del lavoro e della Costituzione le bandiere della ricostruzione democratica.

Per questo, nel tentativo che tra l’Assemblea del Brancaccio e la manifestazione del 1° luglio a Roma di (ri)costruzione di una sinistra democratica per il nostro paese, non possono mancare i socialisti.

Maurizio Ballistreri

Non passa il “pasticcellum”,
la riforma elettorale oligarchica

Dopo la disastrosa sconfitta nel referendum sulla riforma costituzionale dello scorso 4 dicembre e il letargo politico durante il governo Gentiloni, Renzi era tornato al proscenio con la nuova legge elettorale, che da più parti era stata definita “alla tedesca”. In realtà, la legge naufragata sugli scogli del voto segreto e di leaders politici che giocano ai quattro cantoni, aveva ben poco del “modello tedesco”.

Il sistema elettorale tedesco prevede l’elezione dei rappresentanti in una sola camera, il Bundestag. Il Senato, o Bundesrat, infatti, è espressione dei governi territoriali (la Germania infatti, è una Repubblica federale, con i Land dotati di una sorta di “semi-sovranità”, ben diversi, quindi, dalle regioni in Italia). Si possono esprimere due voti, il primo nominale. Esistono 299 circoscrizioni in Germania e questo significa che con il primo voto gli elettori possono dare una preferenza a una persona, eleggendo così un “Direktkandidat”. Si tratta di un mandato diretto, che pone in un rapporto diretto chi viene eletto con la propria circoscrizione.

Un esempio concreto per capirsi: Berlino ha 12 circoscrizioni, quindi possono essere eletti 12 deputati con il primo voto, in rappresentanza dei vari partiti che concorrono. Si tratta quindi, di una componente uninominale molto significativa, attraverso cui vengono eletti circa la metà dei deputati.

Il secondo voto viene dato ai partiti che presentano per ogni Land una lista di candidati. Si tratta di un listino bloccato: sono i singoli partiti che attraverso una selezione democratica interna, individuano le liste con alternanza di genere e seguendo una procedura assai prescrittiva, che si conclude con il voto dell’Assemblea nazionale per ogni Land.

Il numero attuale dei membri al Bundestag è di 630, ma può variare per effetto della ridistribuzione secondo il metodo proporzionale dei seggi: i partiti che non raggiungono il 5%, infatti, sono esclusi, e i seggi vengono computati in ordine a quelli rimanenti, dando luogo ad un numero di parlamentari variabile per legislatura. Bene. E’ era questo sistema previsto dalla legge affondata alla Camera?

Proprio no, e il richiamo al “modello tedesco” altro non era che espressione di “post-verità”, una cortina fumogena per varare, attraverso l’accordo dei “proprietari” degli attuali “similpartiti”, una nuova legge elettorale sulla scia di quelle che hanno segnato la disastrosa seconda Repubblica: dal Mattarellum al Porcellum sino al tentato “Italicum” e al vigente “Consultellum”, frutto dell’intervento della Corte costituzionale.

La mancata riforma elettorale, confusa e inadeguata, una sorta di “Pasticcellum” (per proseguire con il “latinorum”…), avrebbe ulteriormente trasformato la nostra democrazia in oligarchia, giù abbondantemente vulnerata dall’imposizione di scelte di organismi tecnocratici internazionali, fondata sul principio di sovranità popolare che si esplica in primo luogo sul diritto dei cittadini di scegliersi i rappresentanti in Parlamento, in una moderna oligarchia.

“Postdemocrazia” è il titolo di un libro di Crouch del 2003, in cui l’autorevole sociologo e politologo, già docente alla London School of Economics, ha elaborato una rigorosa analisi sul declino dei sistemi liberaldemocratici e la loro trasformazione in forme oligarchiche: “Mentre le forme della democrazia rimangono pienamente in vigore e oggi in qualche misura sono anche rafforzate, la politica e i governi cedono progressivamente terreno cadendo in mano alle élite privilegiate, come accadeva tipicamente prima dell’avvento della fase democratica”.

Maurizio Ballistreri

 

Macron oltre il ‘900?

Era scontata la vittoria di Macron alle legislative transalpine, sull’onda dell’affermazione alle presidenziali. C’è da giurare che adesso i “Macron cresceranno” nella politica italiana, Renzi e Berlusconi in testa, che magari già pensano a nuovi inciuci. Il neoeletto presidente francese infatti, incarna il modello del politico post-moderno: mediatico e privo di riferimenti ideologici, al netto dei gossip sull’età della “premiére dame” e sui suoi presunti orientamenti sessuali.

Le elezioni francesi sembrano avere ulteriormente riscontrato il paradigma delle “due destre”, descritto tra gli altri dal sociologo Marco Revelli con grande efficacia e fondato su di una dialettica tra una destra cosiddetta “sovranista”, un tempo definita come nazionalista e plebiscitaria, e una destra liberista e globalista. Un paradigma che nelle recente elezioni americane, con la vittoria di Trump sulla Clinton ha avuto rappresentazione, anche se con esito diverso da quello francese.

Macron però, rappresenta una variante delle “Due destre”. E così in Francia la competizione per le presidenziali è avvenuta tra una destra sostenitrice della sovranità nazionale in nome di quei ceti sociali più penalizzati dal “pensiero unico” mondialista, con reminiscenze della “grandeur” transalpina e del gaullismo, e una proposta politica il cui leader è un tecnocrate “prestato alla politica”, in specie un banchiere che ha lavorato per Rothschild (una delle famiglie ritenute dai “complottisti” ai vertici del “governo occulto del mondo”), in cui gli interessi dell’establishment finanziario e capitalistico si legano al mantra dei diritti civili transnazionli, con qualche blando riferimento ai temi sociali per evitare conflitti collettivi. In questa nuova dialettica si è consumata in due tempi, presidenziali ed elezioni politiche, la sostanziale scomparsa dalla scena politica francese dei socialisti, i quali abdicando alla loro funzione storica di forza di sinistra riformista in grado di candidarsi e di governare il paese in rappresentanza dei ceti popolari, come avvenne con Mitterand, hanno perso il contatto con la realtà sociale e sono affondati, dando con Hollande un acritico sostegno a Macron, come del resto è avvenuto con il Pasok in Grecia, mentre il sostegno alle politiche di stampo mercatistico, hanno messo in crisi il Labour Party in Gran Bretagna e i socialisti in Spagna e consegnato la Spd, all’ordoliberalismo della Merkel, per tacere dell’Italia in cui il Pd di Renzi ha promosso (contro)riforme economiche e sociali di impronta liberista, dal Job Act alla cosiddetta “Buona scuola”, bocciate dai cittadini nel voto per il referendum costituzionale, che ha impedito per il momento la deriva oligarchica all’Italia.

Con Macron si profila una nuova omologante area politica senza coordinate storico-culturali legate alle ideologie del Novecento per il governo di un’Europa il cui cuore è in atto quello di banche e finanza, mentre le politiche di accoglienza dei migranti finiscono per legarsi ad una sorta di cosmopolitismo di mercato e non all’autentica solidarietà predicata da Papa Francesco: altro che la ripresa del Manifesto di Ventotene a cui nel suo “sermone” domenicale ieraticamente Eugenio Scalfari non manca di riferirsi, visto che quel modello di federalismo europeo niente altro era che un’ipotesi di socialismo democratico, anche dai tratti collettivistici.

Niente più sinistra riformista e di governo dunque?: quella che Norberto Bobbio efficacemente riassumeva così: “una politica egualitaria è caratterizzata dalla tendenza a rimuovere gli ostacoli (per riprendere l’espressione del già citato articolo 3 della nostra Costituzione)…”?

Attenzione però, alle hegeliane “dure repliche della Storia”!

Maurizio Ballistreri