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Maurizio Ballistreri

Maurizio Ballistreri
Il 4 marzo e la questione socialista

Il bieco elettoralismo dei satrapi del potere della Seconda Repubblica, ma anche i gravi errori dei socialisti a vario titolo presenti nello scenario politico, non cancellano la grande attualità della “Questione-socialista” in Italia nei confronti della sinistra italiana o, per meglio dire, rispetto a ciò che rimane di questa grande tradizione. Si, proprio quella “Questione-socialista” che dopo il giugno 1976 e il Midas venne rilanciata sulle colonne di “Mondoperaio”, con, tra gli altri, l’intervento magistrale di Norberto Bobbio sul tema del rapporto tra sinistra e pluralismo, in un tempo in cui la concezione dell’egemonia di stampo gramsciano era maggioritaria nel campo progressista, non solo comunista.

In questi anni si è assistito, purtroppo, ad una sinistra che al governo ha dato luogo a norme regressive sui diritti del lavoro, all’attacco sistematico ai sindacati (che, di loro, hanno compiuto molti errori, soprattutto a dividersi nel recente passato e a non contestare con l’adeguato conflitto sociale le politiche del governo-Monti-Fornero), ad una politica economica sul lato dell’offerta, all’abbandono del Mezzogiorno: insomma: l’antitesi di una visione socialista riformista. Ciò è avvenuto nel mentre la destra si è riorganizzata lungo l’asse sovranista, termine del politically correct per non dire di tipo nazionalista, Belusconi-Salvini-Meloni e dando vita, nei fatti, ad una politica neo-centrista, generando un grande vuoto a sinistra.

Ma attenzione!, non c’è bisogno di una sinistra radicale, protestataria e anti-moderna, ma riformista e di governo, che si candidi a guidare il paese, sulla base delle idee tradizionali della socialdemocrazia europea: intervento pubblico in economia e regolazione del mercato, welfare riformato, redistribuzione fiscale dei redditi, democrazia economica, e dei nuovi fermenti di movimenti di base come Podemos in Spagna e quelli portoghesi, alleati dei socialisti di quei paesi, con la revisione delle norme-capestro per i cittadini europei di Maastricht.

Una domanda, quindi, è d’obbligo: perché la piccola comunità socialista, in tutte le sue articolazioni, dopo il 4 marzo con la desertificazione della presenza socialista in Parlamento, mettendo da parte rancori e divisioni, grande per la sua tradizione e per il suo ruolo nella storia d’Italia, non concorre alla ricostruzione di una sinistra, che voglia svolgere la funzione naturale di rappresentante degli interessi popolari e democratici?

Insomma, è attuale quanto preconizzato lucidamente da Pietro Nenni all’alba degli anni 80 del secolo trascorso, prima della sua scomparsa, allorquando sull’Almanacco socialista scrisse: “”Tutto è in questione, tutto è posto di fronte all’alternativa di rinnovarsi o perire”.

Per la politica italiana rimane per intero la “Questione socialista”, intesa non solo come doveroso recupero di una storia e una tradizione che è alla base della nascita e dello sviluppo nel nostro paese di una sinistra inserita nel sistema democratico, contro tutte le vergognose rimozioni di stampo orwelliano, come quella della Rai sui valori della nostra Costituzione repubblicana; ma anche di un rigoroso profilo programmatico, che ponga al primo posto il tema del lavoro e delle sue tutele e dei diritti sociali. D’altronde, nel pieno della cosiddetta “Seconda Repubblica” fu un intellettuale comunista come Alberto Asor Rosa, sovente in odore di “eresia”, che durante gli anni del compromesso storico tra Dc e Pci aveva affermato l’avvenuta sintesi di Turati e Lenin, a dire “la vera anomalia italiana è che manca, da noi, un grande partito socialista”.

Maurizio Ballistreri

L’attualità di Craxi

Lentamente si sta diradando la damnatio memoriae sul grande leader socialista e statista italiano Bettino Craxi, la cui vicenda politica e personale può senz’altro essere paragonata a due personalità dello storia del nostro paese. Giordano Bruno, il grande filosofo-monaco nolano bollato come “eretico” dalla Santa Inquisizione, e Giuseppe Garibaldi, che più volte venne dichiarato contumace e latitante, morendo esule a Caprera dopo essere stato protagonista dell’Unità d’Italia.

Se si eccettuano le solite affermazioni di chi ritiene si debba usare la giustizia come una clave contro gli avversari politici, i meriti che il leader socialista, scomparso il 19 gennaio del 2000 in esilio ad Hammamet, ha avuto per il nostro Paese ed i suoi errori sono oggi oggetto di una valutazione più serena.

La revisione del Concordato, la sconfitta del massimalismo sindacale nel referendum sulla scala mobile e del potere di veto del partito comunista, l’abbattimento dell’inflazione, lo sviluppo e l’internazionalizzazione della nostra economia, il consolidamento dello Stato sociale, l’affermazione dell’identità nazionale a Sigonella a petto degli americani (negli anni del reaganismo!) e dell’europeismo, con l’allargamento, imposto alla “Dama di ferro” inglese Margareth Thatcher: questi sono alcuni dei risultati conseguiti da Craxi, negli anni della sua presidenza del Consiglio, la più lunga della storia della prima Repubblica.

Inoltre, la visione umanitaria e libertaria del socialismo (si veda la battaglia per salvare Aldo Moro dalle mani dei brigatisti rossi e lo scontro politico per impedire il compromesso storico), senza cioè vizi ideologici e dottrinali tipica dei custodi del dogma marxista-leninista in Italia, e il grande ruolo nel promuovere i valori della democrazia contro la feroce dittatura militare di Pinochet in Cile ed il totalitarismo comunista in Polonia e di libertà dal bisogno come vicesegretario generale delle Nazioni Unite, nei paesi del Terzo mondo.

E certo ci sono anche gli errori. Di Craxi si tace un aspetto però: egli fu avversario non solo degli ideologismi della sinistra ma anche del liberismo e dei “poteri forti” del capitalismo finanziario nazionale ed internazionale, con i loro corifei mediatici, che vedevano in lui l’avversario da abbattere per mettere le mani sul prezioso sistema delle Partecipazioni Statali del nostro Paese, come testimonia il celebre incontro sulla nave reale inglese Britannia, il 2 giugno 1992, tra imprenditori e grand commis di Stato, per spartirsi sotto l’egida della finanza anglo-americana a prezzi di saldo i “gioielli” dell’industria pubblica: proprietà del Ministero del Tesoro, come: Telecom, Seat, Ina, Imi, Eni, Enel, Mediocredito Centrale, Bnl; dell’Iri come Finmeccanica, Aeroporti di Roma, Autostrade, Stet, Ilva, Comit, Credit, Banco di Roma e Mediobanca; dell’Eni: come Enichem, Saipem, Nuovo Pignone; dell’Efim. Nella difesa dell’economia pubblica dal capitalismo monopolistico e parassitario italiano Craxi fu sempre intransigente, come lo fu nel giudizio sull’Europa dell’euro e dei banchieri; nel suo libro postumo “Io parlo, e continuerò a parlare!”, lo statista e leader socialista afferma: “Ciò che si profila ormai è un’Europa in preda alla disoccupazione e alla conflittualità sociale, mentre le riserva, le preoccupazioni, le prese d’atto realistiche, si stanno levando in diversi paesi che si apprestano a prendere le distanze da un progetto congeniato in modo non corrispondente alla concreta realtà delle economie e agli equilibri sociali che non possono essere facilmente calpestati…Su di un altro piano stanno i declamatori retorici dell’Europa, il delirio europeistico che non tiene conto della realtà, la scelta della crisi, della stagnazione e della conseguente disoccupazione”.

Maurizio Ballistreri

Le mirabolanti promesse elettorali e il dumping sociale

“Venghino venghino, siore e siori….!”, la frase che risuonava un tempo per attirare il pubblico verso i circhi o i teatrini ambulanti, ben si attaglia alla imminente campagna elettorale. E le forze politiche, dopo avere consentito la drammatica riduzione dei diritti sociali, tra la “legge Fornero” sulle pensioni e il Jobs Act, passando per l’aumento delle tasse sui lavoratori del governo-Monti, fanno a gara a lanciare mirabolanti, quanto improbabili promesse elettorali, che farebbero impallidire i racconti del barone di Munchausen.

Renzi, parla di un salario minimo per legge, Grasso di eliminare le tasse universitarie, Salvini di abrogare la “Fornero”, Berlusconi di cancellare il Jobs Act e tutta una serie di imposte impopolari: prima casa e bollo auto in primis, introducendo la tax-flat e alzando le pensioni al minimo a 1000 euro, sino a Di Maio che promette un reddito minimo di cittadinanza quasi a carattere universale.

Naturalmente nessuno indica le coperture finanziarie, che comporterebbero tagli alla spesa sociale e agli investimenti, considerata la “camicia di Nesso” dell’Europa dei banchieri e dell’austerity.

In realtà, il tema è più complesso e andrebbe affrontato con più serietà politica e rigore culturale e riguarda, fondamentalmente i diritti sociali.

La recente vicenda Ryanair che ha chiuso l’anno trascorso, potrebbe essere presa quale paradigma di uno dei dogmi dell’attuale Europa: la libera concorrenza.

Infatti, la concorrenza tra imprese in Europa avviene utilizzando sovente l’esecrato, a parole, strumento del dumping sociale, abbondantemente applicato dai paesi di nuovo economia, come Cina e India, ormai protagonisti della globalizzazione, ma che è diffuso anche nell’Unione europea. Nell’Ue è diffusa la pratica sleale dell’utilizzo negli Stati in cui si svolge attività d’impresa dell’ordinamento del lavoro di provenienza, proprio come nel caso dell’irlandese Ryanair, che ritiene, così, di poter violare diritti fondamentali, peraltro costituzionalmente protetti in Italia, quali il diritto di libertà e di contrattazione sindacali e di sciopero.

E proprio sullo sciopero c’è da osservare come la minaccia di Ryanair di sanzioni e azioni discriminatorie in danno dei lavoratori che avrebbero partecipato all’annunciata giornata di lotta, ha aperto una delicata questione che riguarda non solo il rispetto di un diritto costituzionalmente protetto, assoluto, potestativo e, quindi, individuale, come a lungo sancito da dottrina e giurisprudenza maggioritarie nonché dal diritto vivente interpretando l’art. 40 della nostra Carta fondamentale, ma anche di natura democratica.

Il diritto di sciopero, peraltro regolato nel suo esercizio in forma prescrittiva dalla legge 146/90 a garanzia di altri diritti di natura costituzionale, è uno degli strumenti fondamentali dell’autotutela collettiva, la cui funzione non è limitata all’ambito delle rivendicazioni economiche e sociali ma ha una valenza più generale, di carattere democratico. Uno dei padri costituenti e insigne giurista, Piero Calamandrei, a tal proposito ebbe ad affermare che lo sciopero: “un mezzo per la promozione dell’effettiva partecipazione dei lavoratori alla trasformazione dei rapporti economico-sociali”, evidenziando così, una connessione tra il principio-precetto della libertà di organizzazione sindacale e l’astensione collettiva dalla prestazione di lavoro.

E d’altronde, Ryanair non solo ha formalizzato proprio in quella grave missiva ai dipendenti in Italia minacce di sanzioni e di ritorsioni nei confronti di chi avesse scioperato (peraltro nulle secondo l’art. 15, lettera b, dello Statuto dei lavoratori, integrando palesi e dichiarati atti discriminatori), ma ha sistematicamente ignorato il rapporto con le organizzazioni sindacali per non stabilire rapporti di contrattazione collettiva, regolando, invece, sul piano sostanziale considerato il riconoscimento di un sindacato “interno”, in via unilaterale il rapporto con i lavoratori italiani della propria azienda, con condizioni ovviamente al ribasso rispetto ai colleghi delle altre compagnie.

Di recente a Göteborg in Svezia i 28 capi di stato e premier dei paesi aderenti all’Ue infatti, in un recente vertice hanno discusso di “Europa sociale” e tra i temi trattati è emerso quello del contrasto al dumping sociale. Ecco, se davvero si vuole andare oltre l’Europa monetarista e del rigore, diffondendo i diritti sociali, c’è bisogno di impedire casi come quello di Ryanair, il cui successo in termini di concorrenza, grazie ai voli low cost, è dipeso in larghissima parte dal dumping sociale.

La lotta al dumping sociale, dunque, dovrebbe essere il punto di partenza della politica italiana per riaffermare i diritti sociali, ma, si sa, in Italia, le campagne elettorali sono un po’ come quelle del principe de Curtis, in arte il Grande Totò, “vota Antonio, vota Antonio!!”.

Maurizio Ballistreri

Avanzano le “piccole patrie”

La drammatica crisi in Catalogna ha evocato lo spettro della guerra civile degli anni ’30 del ‘900 in Spagna, con la tragedia del fascismo falangista di Francisco Franco edificato sulla distruzione della Repubblica democratica, che aveva realizzato proprio a Barcellona una straordinaria esperienza di autogestione mutualistica e socializzazione dal basso, con i libertari del sindacato Cnt e i trotskysti del Poum. Risuonano drammaticamente le parole di Pablo Neruda nella sua autobiografia “Confesso che ho vissuto”, per descrivere quella tragedia: “…La mia casa rimase tra le due fazioni…Dai muri erano entrati colpi di artiglieria…Le finestre erano finite in pezzi…Sul pavimento, fra i miei libri, trovai resti di piombo”. La speranza è che lo scontro tra Madrid e Barcellona non sia questo, ma impressionano in questa vicenda così grave anche a livello geopolitico, i silenzi dell’Unione europea e della sinistra.

La prima che mostra vieppiù la propria funzione esclusiva di istituzione sovranazionale regolatrice in senso rigorista e antisociale dell’area di libero-scambio dell’Unione, con la Germania a fare da gendarme; la seconda immemore della straordinaria lezione teorica degli austromarxisti, tra questi in particolare di Otto Bauer e di Karl Renner, sulla questione nazionale e sul diritto di autodeterminazione dei popoli. Più in generale la crisi catalana non viene analizzata in relazione agli epocali cambiamenti socio-politici connessi alla cosiddetta globalizzazione e alle nuove migrazioni di massa, quindi alla contaminazione identitaria crescente cui oggi sono sottoposti i popoli e le culture, con la ripresa dell’idea di comunità, quale riserva di senso e di appartenenza in una società sempre più spersonalizzante e atomizzata, segnata da una cultura unipolare, modellata sull’american way of life, ma pur sempre alla ricerca della salvaguardia dei valori di libertà e di equità degli individui, anche di coloro che provengono da culture diverse, nel quadro delle regole e delle procedure democratiche. E’ imprescindibile la rilevanza socioculturale della tematica dell’identità, rappresentando anche una sfida a declinarla in termini nuovi rispetto al passato.

Le rivendicazioni nazionali di Galles, Scozia e Irlanda verso l’Inghilterra, di Catalogna, Galizia e Paesi Baschi nei confronti della Spagna, della Corsica rispetto alla Francia e delle Fiandre in Belgio, nel mentre il secessionismo “padano” si è tramutato in rivendicazione autonomistica, ripropongo il tema delle “piccole patrie” quale possibile modello per un nuovo rapporto tra globale e locale. Il dibattito è aperto, poiché unità geopolitiche autocentrate potrebbero costituire la risposta al falso problema della dicotomia tra globalizzazione e localizzazione, che Ralph Dahrendorf sintetizzava come “glocalizzazione”, sino alla rivendicazione di autonomia o indipendenza per le “piccole patrie”, con la rinascita delle lingue perdute, la riscoperta della storia occultata e di simboli e bandiere dimenticati.

Maurizio Ballistreri

Il civismo per coprire la crisi della politica

L’ultima parola d’ordine usata dai simulacri di forze politiche presenti nello scenario nazionale è “civismo”, usata a mo’ di foglia di fico per coprire la triste parabola della Seconda Repubblica.
Tentativo non nuovo, considerato che dopo la crisi della Prima Repubblica e la fine del sistema dei partiti di ceppo novecentesco, nel lessico politico fece irruzione la “società civile”, intesa come apporto non professionistico dei cittadini alla rigenerazione delle élites politiche, legato all’etica pubblica e alla cultura dei diritti. In realtà, quell’apporto dalla “società civile” in molti casi era ed è segnato da rappresentanti di mondi, professionali, imprenditoriali e dell’associazionismo, che con la politica e le istituzioni hanno strettissimi legami e che da essa ricevono incarichi, vantaggi ed utilità. Così è anche per il “civismo”, il quale, dal punto di vista politologico, è un fenomeno non nuovo: e risale ai tempi della creazione dei primi corpi intermedi, come università e corporazioni, delle civitas, collocati tra il potere assoluto esercitato al tempo dai monarchi e il cittadino.
Del civismo si occupa da tempo Stefano Rolando, politologo e animatori di gruppi civici, in particolare sul rapporto tra questo fenomeno e la nostra Costituzione, che declina la politica nazionale come “democrazia dei partiti”. Secondo Rolando ci sono esperienze storiche per cui il cittadino non ha solo il diritto di domanda di una politica, ma gli è concesso un diritto di offerta politica, anche a seguito della riforma dell’articolo 118, che ha costituzionalizzato il principio di sussidiarietà che riguarda anche i cittadini.
Ma ai partiti virtuali della politica italiana il civismo serve per riciclare vecchio ceto politico sotto mentite spoglie, inventando liste civiche che sanno abbondantemente di professionismo della vecchia politica. Siamo ben lontani, cioè, dalle idee più nobili del civismo in politica, si pensi al Partito d’Azione, o a mirabili esperienze come quelle di Adriano Olivetti, don Milani e Danilo Dolci.
Utilizzato in una logica di autoconservazione e di apparente rinnovamento, si pensi a ciò che sta avvenendo per le elezioni regionali in Sicilia con liste “civiche” imbottite di candidati a vario titolo espressione di ceto politico, il civismo non aiuta la politica ad affrontare i temi che interessano i cittadini ma ricercando soluzioni solo per sé, per la propria crisi di valori e di metodi, alimenta la sfiducia, l’insicurezza e la rassegnazione.
Al fondo rimane la questione del professionismo (e della dipendenza economica!) in politica, con la contestuale esigenza per l’uomo politico di “passione, senso di responsabilità, lungimiranza”, poste dal grande sociologo tedesco Max Weber nel corso della conferenza tenuta nel 1919 a Monaco dal titolo “La politica come professione”: “due sono i modi per trasformare la politica in professione: vivere “PER” la politica o vivere “DI” politica. Chi vive per la politica fa di questa la sua vita mentre chi vive di politica la utilizza come semplice e duratura fonte di guadagno”.

Maurizio Ballistreri

Trentin, Di Maio e i sindacati

Le dichiarazioni del candidato alla premiership dai Cinquestelle, Luigi Di Maio, sui sindacati, hanno sollevato un coro di indignazione dai leaders delle tre confederazioni.

Non vi è dubbio che le affermazioni di Di Maio risentono di rozzezza politica e scarsa conoscenza della materia e, però, il tema della trasparenza interna ai sindacati, in particolare su bilanci, uso delle risorse e regole democratiche, sia da tempo all’ordine del giorno, senza dimenticare che si discute anche, tra gli studiosi di diritto del lavoro e tra i decisori politici, di una legge su rappresentanza, rappresentatività ed efficacia dei contratti collettivi, tenendo conto che esiste una norma della Costituzione, l’art. 39, inattuata al riguardo, che prevede anche l’obbligo per i sindacati registrati di “statuti a base democratica”.

Se le parole di Di Maio risentono di quella diffidenza politica verso i corpi intermedi della società, tipica dei populismi (in questo caso del web), sulle questioni della democrazia interna e della trasparenza i sindacati appaiono in colpevole ritardo, con zone grigie di gestione del potere non ammissibili.

A tal proposito sembrano profetiche le pagine dei “Diari 1988-1994” di Bruno Trentin, recentemente pubblicati. Trentin, certo con un eccesso di distacco intellettuale che sconfina sovente nel sussiego, quasi che l’autore dei diari non fosse stato un leader prestigioso della Cgil ed esponente e parlamentare del Partito comunista, descrive impietosamente, in quegli anni turbolenti di transito dalla Prima alla Seconda Repubblica, con sullo sfondo la fine della divisione geopolitica in blocchi a seguito del crollo del comunismo sovietico, le vicende politiche e sindacali italiane, esprimendo giudizi fortemente negativi nei confronti, tra gli altri, di Guido Carli, Ciriaco De Mita, Giuliano Amato, Paolo Cirino Pomicino, Gianni De Michelis, Lucio Colletti, i dirigenti della Confindustria e del Pci-Pds del tempo, Pierre Carniti, Franco Marini, Sergio D’Antoni, Ottaviano Del Turco, Pietro Larizza. Trentin, in un caleidoscopio di critiche feroci, annota epiteti pesanti come “miserabili”, “tristi figuri”, “satrapi”, “ceto burocratico di intermediazione”, “avventurieri da strapazzo”, “losche macchiette”. E parole di critica non risparmiano neppure Luciano Lama e lo stesso Pietro Ingrao, con cui Trentin ebbe un lungo sodalizio politico; Giorgio Benvenuto e anche Bettino Craxi (definito di tendenza “giacobina”) sono destinatari di commenti più asettici e solo a Vittorio Foa è riservata un po’ di considerazione.

E chissà cosa penserebbe Trentin della politica e del sindacato dei giorni nostri. Già, meglio non pensare a cosa avrebbe scritto nei suoi “Diari” Bruno Trentin su questa politica confusa e su un sindacato che ha rinnovato il contratto nazionale dei metalmeccanici con modestissimi aumenti salariali, che ha incassato senza fiatare le accuse di Papa Francesco e di Confindustria di “corruzione”, su pensioni e crociere d’oro dei sindacalisti.

Maurizio Ballistreri

 

Regionali: lo Statuto speciale Siciliano

Mentre la Catalogna combatte la “madre di tutte le battaglie” per l’indipendenza da Madrid, rinverdendo così, anche l’epopea della Repubblica in lotta contro il fascismo franchista, si assiste al poco edificante spettacolo offerto dalla politica siciliana in vista delle prossime elezioni regionali, con deputati uscenti e candidati che saltellano da una lista all’altra, senza distinzione di schieramenti, i quali, a loro volta, non presentano alcuna indicazione programmatica, a partire dai temi del lavoro e dello sviluppo, della legalità, senza che nessuno parli, in un senso o in un altro, delle sorti dello Statuto speciale d’autonomia.
Il mainstream dominante vuole la cancellazione della specialità autonomistica siciliana. E d’altronde, le polemiche vengono suffragate da una politica che nella nostra Regione ha prodotto sprechi, privilegi e incapacità di dare risposte alle domande dei siciliani.
Se le motivazioni storico-politiche che condussero all’approvazione dello Statuto speciale appaiono in parte superate, almeno quelle che nel 1946 servirono ad accogliere le istanze “riparazioniste”, con la rivendicazione di una sovvenzione solidaristica “compensativa” sul terreno economico, rimane attuale la scelta di un’istituzione regionale di chiara derivazione dai sistemi giuridico-costituzionali di tipo “pattizio”, specie in una fase in cui in Europa è aperto il dibattito sulle “piccole patrie”, come nel caso di Catalogna e Scozia sull’orlo della secessione.
In sessantanni di vita lo Statuto è stato quasi integralmente disatteso, come affermò un autorevole uomini politici siciliani del dopoguerra, l’indipendentista e repubblicano Salvatore Natoli Sciacca: “queste grandi speranze furono tutte deluse … Ci fu una non attuazione, uno svuotamento, una restaurazione dei poteri del governo centralista romano, con grandi responsabilità anche della stessa classe politica siciliana”.
È opportuno ricordare che il tradimento nei confronti dello Statuto speciale è segnato da un avvenimento preciso: la sentenza della Corte costituzionale del 1957, la n.38, (che storicamente ha prodotto una giurisprudenza nient’affatto disponibile ad accogliere le eccezioni mosse dalla Regione Siciliana nei confronti dei provvedimenti del Parlamento e del Governo nazionali lesivi dell’Autonomia Speciale) che ha “caducato”, ma non abrogato, l’Alta Corte, che lo Statuto speciale prevedeva quale organo giurisdizionale competente in caso di controversie tra Stato e Regione siciliana. Tale sentenza provocò un vulnus insanabile al carattere pattizio dello Statuto autonomistico, pari soltanto a quello voluto da Crocetta con il “commissariamento” dei conti operato dal governo Renzi con l’invio di Baccei quale assessore all’Economia, e, quindi, al suo rango di parte della nostra Costituzione repubblicana.
Ma si può rilanciare e attualizzare la funzione dello Statuto speciale siciliano? La risposta può essere positiva solo se legata ai principi di comunità e di responsabilità. Si tratta di andare oltre la visione panstatuale in favore di un sistema di rappresentanza basata sulla valorizzazione di comunità di soggetti territoriali, con vasti poteri sulle materie economiche, fiscali e sociali e sull’ordine pubblico contro le mafie e per la legalità, con l’affermazione del principio di responsabilità, sulla base di un comune patrimonio storico e culturale, esemplificato da un’unica politica in ambito europeo.
Ma c’è da temere che partiti e liste siano troppo affaccendati su altre questioni, per pensare alle sorti dello Statuto, in una logica di ascarismo endemico.

Maurizio Balllistreri

Il diversivo in politica

Sembrano ispirate allo stratagemma del “diversivo”, contenuto nel libro “L’arte della guerra”, attribuito a Sun Tsu, generale e filosofo cinese vissuto tra il VI e il V secolo a.c., “Fai credere al nemico che ci sia qualcosa quando in realtà non c’è niente”, l’iniziativa legislativa che sanziona l’apologia del fascismo del deputato del Pd Emanuele Fiano e la dichiarazione del presidente dell’Inps Tito Boeri sugli immigrati come perno imprescindibile del nostro sistema previdenziale.

E sì, perché entrambe cozzano con la realtà e, probabilmente, hanno rappresentato un tentativo di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi della disoccupazione, della crisi dei consumi, dei giovani in fuga dall’Italia, dei roghi al Sud, dell’immigrazione di massa e dall’oggettiva fase di difficoltà che sta vivendo il Pd e, in particolare, il suo leader, sempre più declinante, Matteo Renzi.

Nessuno avvertiva l’esigenza del disegno di legge di Fiano, considerato che, nell’ordinamento italiano, l’apologia del fascismo è un reato già previsto dall’art. 4 della legge 20 giugno 1952, n. 645, con pene da 2 a 5 anni, detta anche “Legge Scelba”, dal nome del ministro dell’Interno dell’epoca proponente, ancora vigente, che contiene “Norme di attuazione della XII disposizione transitoria e finale della Costituzione”; norma costituzionale che afferma: “È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”. Insomma, l’iniziativa di Fiano appare del tutto inutile, in particolare perché il valore della democrazia è nella coscienza della stragrande maggioranza degli italiani. Semmai il deputato renziano si interroghi sul perché nella prima Repubblica è stata consentita la costituzione di un partito che, dichiaratamente, si richiamava all’esperienza fascista e, segnatamente a quella della Repubblica di Salò, il Msi, che dietro la politica del “doppiopetto” di Michelini e Almirante, è sempre stato in bilico tra parlamentarismo e contestazione al sistema democratico e dalle cui file si sono originati vari movimenti eversivi, come Ordine Nuovo, in alcuni casi ritenuti responsabili di stragi. Fiano, che milita in un partito in cui è confluito una parte del ceto politico dell’ex Pci, potrebbe chiedersi sotto il profilo storico e politologico, perché Togliatti nel 1936 lanciò l’appello ai “fratelli in camicia nera” (un bel libro con lo stesso titolo dello storico ed ex sindacalista della Cgil Pietro Neglie ricostruisce la vicenda) e approfondire il ruolo del Movimento sociale in a sostegno delle involuzioni del quadro politico italiano, ad esempio nel 1960 con il governo-Tambroni, e nel 1971 con l’elezione del democristiano Giovanni Leone al Quirinale. Insomma, il disegno di legge di Fiano, è da ascriversi a quell’”antifascismo di maniera” denunciato dallo scrittore Antonio Pennacchi, ricordando un’affermazione di Ennio Flaiano, “In Italia i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti.”

Anche le dichiarazioni di Boeri sono una sorta di cortina fumogena, secondo cui bisogna “avere il coraggio di dire la verità agli italiani: abbiamo bisogno degli immigrati per tenere in piedi il nostro sistema di protezione sociale”, aggiungendo che se i flussi di entrata dovessero azzerarsi, avremmo per i prossimi 22 anni 73 miliardi in meno di entrate contributive e 35 miliardi in meno di prestazioni sociali destinate a immigrati, con un saldo netto negativo di 38 miliardi per le casse dell’Inps. Altro che il barone di Münchhausen, che tra le sue mirabolanti e surreali avventure letterarie annovera quella di essere andato sulla luna su di una palla di cannone! Ci sono cifre che smentiscono il bocconiano presidente dell’Inps: l’80% dei migranti presenti in Italia risiede nel nostro Paese da oltre 5 anni ed è senza copertura contributiva; il 34% svolge lavori poco qualificati come la raccolta di frutta e verdura in condizioni di sfruttamento, specie a causa del caporalato nel Mezzogiorno, ed ha una formazione scadente, come spiega lo studio “Migration Observatory’s Report: Immigrants’ integration in Europe”, condotto dal Centro Studi Luca d’Agliano con il Collegio Carlo Alberto dell’Università degli Studi di Torino, e pubblicato ad inizio di quest’anno.

La popolazione straniera in Italia è pari all’8,3%, e meno di un quarto risulta occupata. Il 34% svolge mansioni poco qualificate, ragion per cui i migranti trovano impiego in lavori non regolari, senza contribuzione all’Inps. Altro che pilastro del nostro sistema pensionistico! Se si vuole giustificare il flusso ormai incontrollato di migranti in Italia, non si scomodi l’economia ma solo l’umanitarismo, anche se fa pensare quanto affermato dal presidente della Francia Macron, la “patria delle libertà”, disponibile ad accogliere solo i rifugiati politici e non i migranti. Ma, forse, per il nostro paese, più che di diritti umani si tratta di qualche deroga dell’Unione europea in materia di vincoli sul deficit dello Stato.

Da ultimo il disegno di legge sui vitalizi, approvato alla Camera con un inedito asso tra Pd e 5 Stelle. Altro fumo negli occhi, considerato che dovrà essere approvato anche al Senato, con incertezza sui numeri e sui tempi, e, soprattutto, dovrà passare il vaglio di costituzionalità della Consulta.

Maurizio Ballistreri

 

L’acqua pubblica,
una battaglia riformista

L’“emergenza idrica” affligge il Paese. Ma le responsabilità non devono essere ricercate solo nell’evidente deficit di cultura di governo del ceto politico nazionale, che, come dimostra il caso-Roma, subordina ai propri interessi di gruppo o di fazione quello dei cittadini, come testimonia lo scontro Zingaretti-Raggi. Né si può attribuire la penuria idrica esclusivamente a condizioni di contesto come la scarsità “man-made”, cioè prodotta dall’uomo, per il sovrasfruttamento degli acquiferi, l’inquinamento delle falde, l’urbanizzazione selvaggia, l’obsolescenza della rete (si guardi proprio alla provincia di Messina), l’abusivismo “tollerato” e opere pubbliche che hanno come evidente effetto collaterale il depauperamento del bene collettivo dell’acqua.

Infatti, la cosiddetta “emergenza idrica” discende in primo luogo dalla cattiva gestione e dalla privatizzazione dell’acqua, mercificata e consegnata alle grandi lobby economico-finanziarie ed ai gruppi politici di riferimento, che scandalosamente hanno eluso l’esito del referendum del 2011 (già il Popolo è sempre meno sovrano!) con il recente decreto Madia sui servizi pubblici locali che prevede l’obbligo di tenere conto della “adeguatezza della remunerazione del capitale investito, coerente con le prevalenti condizioni di mercato”. Dallo “Sblocca-Italia” sino alla Legge di Stabilità del 2016 del Governo-Renzi, si è operato per privatizzare i servizi pubblici a rete.

Ciò avviene in un contesto globale in cui, un miliardo e 400 milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile, e la Banca Mondiale stima che entro il 2025 si arriverà a 2,5 miliardi: una sorta di “oro blu” controllato dalle multinazionali, con gravi conseguenze sulla vita delle persone e sulla stessa democrazia. Privatizzare l’acqua ha come conseguenza affidare un bene primario ed indispensabile alla logica del profitto e del mercato, riducendo la partecipazione democratica dei cittadini nelle decisioni sulla gestione. Se fino ad oggi l’acqua era considerata una risorsa vitale di cui la collettività attraverso l’intervento pubblico si faceva carico, oggi diventa una vera e propria merce destinata a chi può pagarla, come ha scritto l’ambientalista ed attivista indiana Vandana Shiva nel 2003 nel libro “Le guerre dell’acqua”.

La privatizzazione dell’acqua è una delle tante facce oscure della globalizzazione, si pensi che i prestiti concessi dal Fondo monetario internazionale a molti paesi africani, poveri e indebitati, hanno ormai una condizione comune: l’affidamento delle risorse idriche ai privati e il completo rientro sui costi del servizio pubblico. Anche l’Unione europea si muove su questo versante, condividendo, com’è evidente, il dogma liberista. Una delle condizioni imposte dalla Commissione europea, di concerto proprio con l’FMI e la Banca centrale europea, la famigerata “Troika”, per i “salvataggi” degli Stati a rischio d’insolvenza del proprio debito sovrano, è stata la privatizzazione dei servizi idrici come nel caso di Grecia e Portogallo. La questione che si deve porre è che il finanziamento del servizio idrico integrato fondato sul “full cost recovery”, il costo totale del servizio integralmente coperto dalla tariffa, associato all’affidamento a società private, spesso quotate in Borsa o multinazionali, è fallito. E’ necessario modificare radicalmente la prospettiva, passando dalla pianificazione dell’offerta, a quella della domanda, ponendo al centro la tutela e la gestione partecipativa dell’acqua e dei beni comuni, intesa come diritto e non come bisogno, rispettando lo spirito del referendum del 2011 e il voto di 26 milioni di italiani. Le forze politiche legate ai principi di democrazia sociale, i sindacati, le associazioni ambientaliste battano un colpo e, soprattutto, i veri riformisti.

Maurizio Ballistreri

La palude nazionale  
e l'”altra Italia”

La politica italiana sta assumendo sempre più i tratti della “palude” teorizzata dal politologo transalpino Maurice Duverger a proposito della crisi della IV Repubblica francese, humus ideale di forze politiche che hanno smarrito il senso della propria missione, quello di rappresentare i cittadini.

E così, nello stallo politico nazionale, dopo l’esito disastroso per Renzi del referendum/plebiscito sulla “deforma” costituzionale, il dibattito si è avvitato sulla legge elettorale. Come dire con Ennio Flaiano che “la situazione politica è grave ma non è seria”, in un paese in cui i giovani laureati del suo Mezzogiorno sono costretti ad andare all’estero, la disoccupazione cresce, l’economia è in piena stagnazione e in cui si consentono scandali come quelli dei compensi milionari della Rai ai protagonisti dei talk shows, nel mentre con la (contro)riforma Fornero-Monti è stato destrutturato il sistema previdenziale, condannando centinaia di migliaia di cittadini ad andare in pensione più tardi e con trattamenti più bassi nonché il dramma degli esodati: una vergogna senza fine!

Nel suo bel libro “Il diritto di avere diritti” Stefano Rodotà, prestigioso giurista e politico italiano purtroppo recentemente scomparso, scrisse una frase amara che ben si attaglia alla tristezza del nostro tempo: “Se i diritti fondamentali vengono cancellati dal denaro e la democrazia cede alla dittatura, presto nessuno sarà più libero”.

Già Rodotà, campione di quell’Italia laica e del rigore culturale, del radicalismo democratico e libertario, con cui ebbi la ventura di dialogare negli anni della collaborazione a “Mondoperaio”, la rivista teorica del socialismo italiano, punto di incontro di personalità e sensibilità politiche e accademiche diverse, come Francesco Forte, Ernesto Galli della Loggia, Gino Giugni, Giuliano Amato, Federico Mancini, Luciano Pellicani, Giorgio Ruffolo, Giuseppe Tamburrano solo per citare alcune personalità. Sì, “l’altra Italia” sostenuta con intransigenza mazziniana da Piero Gobetti, in un itinerario culturale che si dipana attraverso il pensiero e l’azione di Carlo Rosselli sino A Giustizia e Libertà e al Partito d’azione, alle battaglie laiche e di minoranza del secondo dopoguerra e al riformismo socialista, in cui etica e politica rappresentano un binomio inscindibile, quanto sconosciuto ai giorni nostri.

Maurizio Ballistreri