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Maurizio Ballistreri

Il decreto dignità: un’occasione perduta per un compenso minimo legale

In occasione del suo insediamento alla guida del Ministero del Lavoro, Luigi Di Maio aveva ripreso una tematica, quella del salario minimo legale, che vede solo l’Italia e altri 5 paesi (Danimarca, Cipro, Austria, Finlandia e Svezia) dell’Unione europea sprovvisti di un istituto di garanzia contro lo sfruttamento sociale. In questo senso il cosiddetto “Decreto-dignità”, nel campo del lavoro, ha provveduto, quasi simbolicamente, a restringere soltanto l’applicazione dei contratti a termine e della somministrazione, ma perdendo l’occasione per dare risposte al nuovo mondo del lavoro senza tutele di base.

Nel nostro Paese infatti, si deve guardare all’introduzione del salario minimo legale secondo una prospettiva più ampia, in relazione anche alla tutela di forme ibride di lavoro, con la previsione di soglie minime di intervento previdenziale e di welfare, da estendersi anche a quelle figure di lavoratori che non rientrano nella nozione di subordinazione, ma che subiscono gravi fenomeni di sfruttamento come i cosiddetti riders.

Un “compenso orario minimo” a carattere universale, nuovo sistema con cui apprestare una rete di protezione economica minimale per tutte quelle prestazioni, che ben possono risultare caratterizzate da una debolezza socio-economica sebbene non siano etero-organizzate, e che, sia perché formalmente estranee alla disciplina della subordinazione sia per l’abrogazione della disciplina del lavoro a progetto con i suoi riferimenti all’adeguatezza del corrispettivo, sono sottratte a qualunque forma di tutela. L’istituto potrebbe, così, svolgere una funzione importante per i “lavoratori vulnerabili”, comprimendo l’area dei working poors, finalisticamente orientato a promuovere un processo di inclusione sociale, con una interpretazione evolutiva e dinamica del concetto di lavoro dipendente, rivolta ad estendere, in definitiva, la regolamentazione della subordinazione a campi contigui.

Un istituto che avrebbe come antecedente storico-normativo l’“equo compenso” già previsto per alcune forme di lavoro autonomo, ribadendo l’esistenza di un “diritto alla giusta retribuzione” connesso non solo all’art. 36, comma 1, Cost., ma anche alla tutela costituzionale del lavoro “in tutte le sue forme e applicazioni” di cui all’art. 35, configurandosi così come diritto costituzionale della persona.

L’introduzione del compenso minimo legale, inoltre, risolverebbe la vexata-quaestio dei contratti collettivi da applicare: stabilita una soglia minima di retribuzione, anche per le nuove forme ibride di lavoro, su cui calcolare l’obbligo previdenziale, tutti i contratti collettivi di lavoro rispettosi di essa sarebbero legittimi e applicabili, garantendo i principi di libertà e di pluralismo sindacali prescritti dal comma 1 dell’art. 39 della Costituzione.

Maurizio Ballistreri

FONDAZIONE NENNI

Dalla democrazia alla “popolocrazia”

La spinta alla formazione del governo “giallo-verde” tra 5 Stelle e Lega si deve inquadrare con le tendenze politiche in Europa e nel mondo a seguito dell’affermazione dei nuovi soggetti politici, definiti “populisti”. Essi evocano e invocano il “popolo sovrano”, contro le élites finanziarie, economiche, burocratiche e, in generale, le nomenklature politiche e sindacali. Così, la “democrazia rappresentativa” si va trasformando in “popolocrazia”, poiché il “demos”, il principio della cittadinanza, titolare di diritti e doveri, tende a venire ri-definito in “popolo” quale comunità indistinta ma unita dai confini e dai “nemici”: l’establishment, gli stranieri, i “diversi”. D’altronde, lo storico e sociologo francese Pierre Rosanvallon ha opportunamente osservato che il populismo “radicalizza la democrazia di sorveglianza, la sovranità negativa e la politica come giudizio”.

Dovunque, i populismi e i populisti hanno assunto un ruolo rilevante e crescente, dalla Francia, con il Front National della Le Pen alla Germania, con l’Afd, partito populista e di destra nato solo tre anni fa, che ha riportato oltre il 14% nel “municipio rosso” di Berlino e con il 21%, ha superato la Cdu nel Meclemburgo-Pomerania; in Olanda e in tutta la Scandinavia, nell’Ungheria di Orban, in Polonia, nella Repubblica ceca e nella Slovacchia nel quadro di una coalizione, nel Belgio dove siedono al governo ministri della Nuova alleanza fiamminga, e da ultimo in Austria, dove il Partito della libertà (FPO) dopo le elezioni dell’ottobre 2017 è entrato in un governo guidato dai popolari e occupa dei posti chiave, senza dimenticare che in Inghilterra l’Ukip, il partito britannico nazionalista ed “euroscettico”, al tempo guidato da Farage, ha conseguito l’obiettivo alla base della propria genesi: la Brexit e per tacere di Trump, che, vinte le elezioni presidenziali contro il sistema dei poteri “forti” americani, cavalca con il protezionismo il malcontento dei ceti sociali più deboli.

I soggetti politici populisti in Europa, come ha scritto il sociologo Mauro Calise, sono “proteiformi”, in grado di “adattarsi al malcontento popolare”, che vive l’angoscia degli attentati terroristici dell’integralismo islamico, della grande migrazione che viene dall’Africa e dal Medio Oriente, insieme alla crisi economica prodotta dalla globalizzazione e dall’austerity europea imposta dalla Germania, alimentando l’insicurezza e la contemporanea affermazione del populismo, nella versione moderna dei gazebo, del web e dei social.

Come hanno acutamente osservato i politologi Ilvo Diamanti e Marc Lazar nel volume “Popolocrazia. La metamorfosi delle nostre democrazie”: “lo sviluppo di questa retorica della critica alla democrazia in nome della democrazia testimonia le difficoltà delle nostre democrazie, con da un lato la disaffezione dei cittadini nei confronti delle istituzioni e dall’altro l’aspirazione a un rinnovamento, all’invenzione di altre forme di democrazia più adatte al nostro tempo”.

La politica italiana: nave senza nocchiero

Doveva essere la legislatura della III Repubblica quella nata il 4 marzo e, invece, complice un sistema elettorale perverso, siamo tornati nei riti e nel pantano di alcune fasi della Prima.

La difficoltà di formare un governo, a causa della tripolarizzazione del sistema politico, ha riesumato, assieme all’obbligo delle coalizioni, ipotesi come “preincarico” e “incarico esplorativo” di governo, mentre i 5 Stelle ripropongono proposte da vecchio repertorio anderottiano, come la “politica dei due forni”, chiedendo indifferentemente a Pd e alla Lega di formare un governo, senza alcun discussione sui programmi, per tacere dell’attendismo (che nasconde un acritico e veteroatlantismo) di Di Maio sulla grave crisi siriana e sui venti di guerra nel Mediterraneo. E così, nel mentre la regia viene svolta da un presidente della Repubblica espressivo del partito centrale della I Repubblica, la Democrazia cristiana, la dialettica tra i vari soggetti politici (non esistono più partiti!) si sta disvelando per una sorta di neodoroteismo ammantato da assemblearismo in alcuni casi con accenti giacobini, cortina fumogena per coprire operazioni di potere, che ripropongono l’attualità delle teorie elitiste in politica.

E tutto ciò si consuma mentre la società italiana vive una condizione di profonda diseguaglianza, divisa e impoverita, individualista e atomizzata in un paese in pieno declino economico e sociale, con una larga sfiducia verso le istituzioni, la classe politica e i cosiddetti “corpi intermedi”, chiusi in una sorta di corporativismo autoreferenziale non giuridificato, mentre finiti i grand commis del nostro capitalismo di stato, spazzato via dalla (pseudo)rivoluzione liberista voluta senza distinzioni dai cosiddetti poli, centrodestra e centrosinistra, della II Repubblica, l’economia italiana è in mano a un’imprenditoria privata di basso profilo, incline a svolgere il ruolo di borghesia compradora per conto della grande finanza e dei monopoli globali, terra di conquista per raiders spregiudicati, soprattutto transalpini, espressione di una Nazione che con Macron, come testimonia la vicenda siriana, è oltremodo preda della sindrome della “grandeur”.

Un paese, l’Italia, diviso tra un Nord identitario e autoconservativo e un Sud ribellista ma con perduranti scambi clientelari, con una sinistra (?) che ha tagliato il proprio riferimento sociale, divenendo espressione delle élites e della nomenklatura e una politica in generale che trasversalmente, nella comunicazione e nei linguaggio, assume sempre più il populismo come riferimento della propria cultura, affidato alla televisione e ai social network, più che alla presenza nei conflitti sociali e del lavoro e sul territorio, ai comizi in piazza e alle assemblee nei quartieri.

Insomma una politica virtuale e inconcludente, che rischia di lasciare ulteriormente la crisi italiana senza soluzioni, i giovani in fuga, i disoccupati nella disperazione, il ceto medio sempre più vessato e impoverito, gli anziani abbandonati, il Sud senza speranza, riproponendo l’invettiva del sommo poeta Dante Alighieri nel VI Canto del Purgatorio della Divina Commedia: “Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie, ma bordello!”.

Lavoratori di uno Stato senza diritti sociali

La dura vertenza dei lavoratori contro Embraco, la società brasiliana del gruppo Whirlpool che ha deciso di licenziare 500 persone nel suo stabilimento in provincia di Torino e di trasferire la produzione di compressori per frigoriferi in Slovacchia, per praticare il dumping sociale che deriva dai bassi salari, dopo aver goduto di varie agevolazioni economiche in Italia, è solo l’ultima delle vicende che vedono lo sgretolamento dei diritti sociali nel nostro Paese.

Infatti, non si sono ancora spenti gli echi della polemica che ha investito il colosso americano dell’E-commerce Amazon, dopo l’annuncio del brevetto di un braccialetto per monitorare in tempo reale la posizione dei dipendenti nei magazzini e persino i movimenti delle loro mani, intervenendo per correggerli all’insegna di una visione assolutistica del produttivismo. Già Amazon era stata accusata per le condizioni di lavoro nei suoi magazzini, controllate in modo stringente, incluse le pause per recarsi alla toilette, con tanto di timer per monitorare il numero di scatole impacchettate ogni ora dai singoli dipendenti.

Come spesso accade, soprattutto in Italia, i cambi di paradigmi produttivi, in questo caso dell’industria 4.0, provocano dibattiti laceranti e contrapposizioni culturali e politiche.

C’è chi ritiene, da una parte, che il “Modello-Amazon”, ma si potrebbe citare anche il “Caso-Ryanair” in cui si contesta la presenza dei sindacati e l’applicazione dei contratti collettivi, evochi la disumanità del capitalismo industriale delle origini, descritto nel film cult di Fritz Lang “Metropolis”, con quell’ambientazione noir di un underground in cui confinare i lavoratori, sottoposti ad un regime di schiavitù che li riduce a pura merce, ad automi programmati solo per produrre, riproponendo il conflitto storico tra imprese ed operai, il divario abissale tra i ricchi e i poveri. Dall’altra, i cantori delle nuove tecnologie applicate alla produzione e al lavoro, delle “magnifiche sorti e progressive” di leopardiana memoria dell’industria 4.0., che bollano come neoluddismo ogni eccezione.

E in questo contesto, sovente si dimentica che il nostro ordinamento del lavoro presenta soluzioni di buon senso, come sul tema dei controlli a distanza dei lavoratori.
A tal proposito è opportuno ricordare che nel quadro normativo di riferimento, in materia di divieto di uso di impianti audiovisivi e di altri strumenti da cui derivi anche la possibilità di un controllo a distanza dei lavoratori, permane l’illecito penale, come conseguenza dell’art.4 dello Statuto dei Lavoratori e dagli artt. 114 e 171 del D.Lgs. n. 196 del 2003 in materia di privacy, nonostante la riforma peggiorativa dell’art. 23 del d.Lgs. n. 151 del 2015 (attuativo di una delle deleghe del Jobs Act), di recente ribadito dalla Cassazione, sezione penale.

Ma poiché serve buon senso per governare il cambiamento nel rapporto tra innovazione tecnologica e diritti del lavoro, come insegna la migliore prassi riformista, l’intervento del giudice penale deve essere l’extrema ratio e, soluzioni virtuose devono essere ricercate in buone prassi contrattuali. E, per realizzare ciò, servono aziende che guardino al futuro e non ad un capitalismo di stampo manchesteriano e sindacati in grado di aggiornare le proprie strategie.
In questo senso, si avverte la necessità di un sindacalismo in Italia, che promuova azioni contrattuali sovranazionali e rafforzi il livello aziendale, con meno timidezza nella rivendicazione di diritti di informazione e di codeterminazione nei confronti delle imprese. Ma i sindacati “storici” sono chiaramente a corto di idee, proposte e iniziative, e l’unica voce che si sente nelle vertenze occupazionali è quella del ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda. Strano davvero, perché Calenda è un manager ed è stato dirigente in Confindustria. Un tempo erano i ministri del Lavoro ad intervenire in questi casi a favore degli operai. Già, ma una volta i ministri del Lavoro erano Giacomo Brodolini, ex sindacalista della Cgil, che volle lo Statuto dei lavoratori e si definiva “il ministro dei lavoratori”; Carlo Donat Cattin, ex sindacalista della Cisl, che nel 1969 impose agli industriali il contratto dei metalmeccanici che suggellò l’autunno caldo operaio guidato dai grandi leader sindacali Benvenuto, Trentin e Carniti; Ezio Vigorelli, ex sindacalista della Uil, che volle la legge sull’efficacia generale delle retribuzioni previste dai contratti collettivi: altri tempi, altri uomini, altra politica, altro sindacato.

Maurizio Ballistreri

Maurizio Ballistreri
Il 4 marzo e la questione socialista

Il bieco elettoralismo dei satrapi del potere della Seconda Repubblica, ma anche i gravi errori dei socialisti a vario titolo presenti nello scenario politico, non cancellano la grande attualità della “Questione-socialista” in Italia nei confronti della sinistra italiana o, per meglio dire, rispetto a ciò che rimane di questa grande tradizione. Si, proprio quella “Questione-socialista” che dopo il giugno 1976 e il Midas venne rilanciata sulle colonne di “Mondoperaio”, con, tra gli altri, l’intervento magistrale di Norberto Bobbio sul tema del rapporto tra sinistra e pluralismo, in un tempo in cui la concezione dell’egemonia di stampo gramsciano era maggioritaria nel campo progressista, non solo comunista.

In questi anni si è assistito, purtroppo, ad una sinistra che al governo ha dato luogo a norme regressive sui diritti del lavoro, all’attacco sistematico ai sindacati (che, di loro, hanno compiuto molti errori, soprattutto a dividersi nel recente passato e a non contestare con l’adeguato conflitto sociale le politiche del governo-Monti-Fornero), ad una politica economica sul lato dell’offerta, all’abbandono del Mezzogiorno: insomma: l’antitesi di una visione socialista riformista. Ciò è avvenuto nel mentre la destra si è riorganizzata lungo l’asse sovranista, termine del politically correct per non dire di tipo nazionalista, Belusconi-Salvini-Meloni e dando vita, nei fatti, ad una politica neo-centrista, generando un grande vuoto a sinistra.

Ma attenzione!, non c’è bisogno di una sinistra radicale, protestataria e anti-moderna, ma riformista e di governo, che si candidi a guidare il paese, sulla base delle idee tradizionali della socialdemocrazia europea: intervento pubblico in economia e regolazione del mercato, welfare riformato, redistribuzione fiscale dei redditi, democrazia economica, e dei nuovi fermenti di movimenti di base come Podemos in Spagna e quelli portoghesi, alleati dei socialisti di quei paesi, con la revisione delle norme-capestro per i cittadini europei di Maastricht.

Una domanda, quindi, è d’obbligo: perché la piccola comunità socialista, in tutte le sue articolazioni, dopo il 4 marzo con la desertificazione della presenza socialista in Parlamento, mettendo da parte rancori e divisioni, grande per la sua tradizione e per il suo ruolo nella storia d’Italia, non concorre alla ricostruzione di una sinistra, che voglia svolgere la funzione naturale di rappresentante degli interessi popolari e democratici?

Insomma, è attuale quanto preconizzato lucidamente da Pietro Nenni all’alba degli anni 80 del secolo trascorso, prima della sua scomparsa, allorquando sull’Almanacco socialista scrisse: “”Tutto è in questione, tutto è posto di fronte all’alternativa di rinnovarsi o perire”.

Per la politica italiana rimane per intero la “Questione socialista”, intesa non solo come doveroso recupero di una storia e una tradizione che è alla base della nascita e dello sviluppo nel nostro paese di una sinistra inserita nel sistema democratico, contro tutte le vergognose rimozioni di stampo orwelliano, come quella della Rai sui valori della nostra Costituzione repubblicana; ma anche di un rigoroso profilo programmatico, che ponga al primo posto il tema del lavoro e delle sue tutele e dei diritti sociali. D’altronde, nel pieno della cosiddetta “Seconda Repubblica” fu un intellettuale comunista come Alberto Asor Rosa, sovente in odore di “eresia”, che durante gli anni del compromesso storico tra Dc e Pci aveva affermato l’avvenuta sintesi di Turati e Lenin, a dire “la vera anomalia italiana è che manca, da noi, un grande partito socialista”.

Maurizio Ballistreri

L’attualità di Craxi

Lentamente si sta diradando la damnatio memoriae sul grande leader socialista e statista italiano Bettino Craxi, la cui vicenda politica e personale può senz’altro essere paragonata a due personalità dello storia del nostro paese. Giordano Bruno, il grande filosofo-monaco nolano bollato come “eretico” dalla Santa Inquisizione, e Giuseppe Garibaldi, che più volte venne dichiarato contumace e latitante, morendo esule a Caprera dopo essere stato protagonista dell’Unità d’Italia.

Se si eccettuano le solite affermazioni di chi ritiene si debba usare la giustizia come una clave contro gli avversari politici, i meriti che il leader socialista, scomparso il 19 gennaio del 2000 in esilio ad Hammamet, ha avuto per il nostro Paese ed i suoi errori sono oggi oggetto di una valutazione più serena.

La revisione del Concordato, la sconfitta del massimalismo sindacale nel referendum sulla scala mobile e del potere di veto del partito comunista, l’abbattimento dell’inflazione, lo sviluppo e l’internazionalizzazione della nostra economia, il consolidamento dello Stato sociale, l’affermazione dell’identità nazionale a Sigonella a petto degli americani (negli anni del reaganismo!) e dell’europeismo, con l’allargamento, imposto alla “Dama di ferro” inglese Margareth Thatcher: questi sono alcuni dei risultati conseguiti da Craxi, negli anni della sua presidenza del Consiglio, la più lunga della storia della prima Repubblica.

Inoltre, la visione umanitaria e libertaria del socialismo (si veda la battaglia per salvare Aldo Moro dalle mani dei brigatisti rossi e lo scontro politico per impedire il compromesso storico), senza cioè vizi ideologici e dottrinali tipica dei custodi del dogma marxista-leninista in Italia, e il grande ruolo nel promuovere i valori della democrazia contro la feroce dittatura militare di Pinochet in Cile ed il totalitarismo comunista in Polonia e di libertà dal bisogno come vicesegretario generale delle Nazioni Unite, nei paesi del Terzo mondo.

E certo ci sono anche gli errori. Di Craxi si tace un aspetto però: egli fu avversario non solo degli ideologismi della sinistra ma anche del liberismo e dei “poteri forti” del capitalismo finanziario nazionale ed internazionale, con i loro corifei mediatici, che vedevano in lui l’avversario da abbattere per mettere le mani sul prezioso sistema delle Partecipazioni Statali del nostro Paese, come testimonia il celebre incontro sulla nave reale inglese Britannia, il 2 giugno 1992, tra imprenditori e grand commis di Stato, per spartirsi sotto l’egida della finanza anglo-americana a prezzi di saldo i “gioielli” dell’industria pubblica: proprietà del Ministero del Tesoro, come: Telecom, Seat, Ina, Imi, Eni, Enel, Mediocredito Centrale, Bnl; dell’Iri come Finmeccanica, Aeroporti di Roma, Autostrade, Stet, Ilva, Comit, Credit, Banco di Roma e Mediobanca; dell’Eni: come Enichem, Saipem, Nuovo Pignone; dell’Efim. Nella difesa dell’economia pubblica dal capitalismo monopolistico e parassitario italiano Craxi fu sempre intransigente, come lo fu nel giudizio sull’Europa dell’euro e dei banchieri; nel suo libro postumo “Io parlo, e continuerò a parlare!”, lo statista e leader socialista afferma: “Ciò che si profila ormai è un’Europa in preda alla disoccupazione e alla conflittualità sociale, mentre le riserva, le preoccupazioni, le prese d’atto realistiche, si stanno levando in diversi paesi che si apprestano a prendere le distanze da un progetto congeniato in modo non corrispondente alla concreta realtà delle economie e agli equilibri sociali che non possono essere facilmente calpestati…Su di un altro piano stanno i declamatori retorici dell’Europa, il delirio europeistico che non tiene conto della realtà, la scelta della crisi, della stagnazione e della conseguente disoccupazione”.

Maurizio Ballistreri

Le mirabolanti promesse elettorali e il dumping sociale

“Venghino venghino, siore e siori….!”, la frase che risuonava un tempo per attirare il pubblico verso i circhi o i teatrini ambulanti, ben si attaglia alla imminente campagna elettorale. E le forze politiche, dopo avere consentito la drammatica riduzione dei diritti sociali, tra la “legge Fornero” sulle pensioni e il Jobs Act, passando per l’aumento delle tasse sui lavoratori del governo-Monti, fanno a gara a lanciare mirabolanti, quanto improbabili promesse elettorali, che farebbero impallidire i racconti del barone di Munchausen.

Renzi, parla di un salario minimo per legge, Grasso di eliminare le tasse universitarie, Salvini di abrogare la “Fornero”, Berlusconi di cancellare il Jobs Act e tutta una serie di imposte impopolari: prima casa e bollo auto in primis, introducendo la tax-flat e alzando le pensioni al minimo a 1000 euro, sino a Di Maio che promette un reddito minimo di cittadinanza quasi a carattere universale.

Naturalmente nessuno indica le coperture finanziarie, che comporterebbero tagli alla spesa sociale e agli investimenti, considerata la “camicia di Nesso” dell’Europa dei banchieri e dell’austerity.

In realtà, il tema è più complesso e andrebbe affrontato con più serietà politica e rigore culturale e riguarda, fondamentalmente i diritti sociali.

La recente vicenda Ryanair che ha chiuso l’anno trascorso, potrebbe essere presa quale paradigma di uno dei dogmi dell’attuale Europa: la libera concorrenza.

Infatti, la concorrenza tra imprese in Europa avviene utilizzando sovente l’esecrato, a parole, strumento del dumping sociale, abbondantemente applicato dai paesi di nuovo economia, come Cina e India, ormai protagonisti della globalizzazione, ma che è diffuso anche nell’Unione europea. Nell’Ue è diffusa la pratica sleale dell’utilizzo negli Stati in cui si svolge attività d’impresa dell’ordinamento del lavoro di provenienza, proprio come nel caso dell’irlandese Ryanair, che ritiene, così, di poter violare diritti fondamentali, peraltro costituzionalmente protetti in Italia, quali il diritto di libertà e di contrattazione sindacali e di sciopero.

E proprio sullo sciopero c’è da osservare come la minaccia di Ryanair di sanzioni e azioni discriminatorie in danno dei lavoratori che avrebbero partecipato all’annunciata giornata di lotta, ha aperto una delicata questione che riguarda non solo il rispetto di un diritto costituzionalmente protetto, assoluto, potestativo e, quindi, individuale, come a lungo sancito da dottrina e giurisprudenza maggioritarie nonché dal diritto vivente interpretando l’art. 40 della nostra Carta fondamentale, ma anche di natura democratica.

Il diritto di sciopero, peraltro regolato nel suo esercizio in forma prescrittiva dalla legge 146/90 a garanzia di altri diritti di natura costituzionale, è uno degli strumenti fondamentali dell’autotutela collettiva, la cui funzione non è limitata all’ambito delle rivendicazioni economiche e sociali ma ha una valenza più generale, di carattere democratico. Uno dei padri costituenti e insigne giurista, Piero Calamandrei, a tal proposito ebbe ad affermare che lo sciopero: “un mezzo per la promozione dell’effettiva partecipazione dei lavoratori alla trasformazione dei rapporti economico-sociali”, evidenziando così, una connessione tra il principio-precetto della libertà di organizzazione sindacale e l’astensione collettiva dalla prestazione di lavoro.

E d’altronde, Ryanair non solo ha formalizzato proprio in quella grave missiva ai dipendenti in Italia minacce di sanzioni e di ritorsioni nei confronti di chi avesse scioperato (peraltro nulle secondo l’art. 15, lettera b, dello Statuto dei lavoratori, integrando palesi e dichiarati atti discriminatori), ma ha sistematicamente ignorato il rapporto con le organizzazioni sindacali per non stabilire rapporti di contrattazione collettiva, regolando, invece, sul piano sostanziale considerato il riconoscimento di un sindacato “interno”, in via unilaterale il rapporto con i lavoratori italiani della propria azienda, con condizioni ovviamente al ribasso rispetto ai colleghi delle altre compagnie.

Di recente a Göteborg in Svezia i 28 capi di stato e premier dei paesi aderenti all’Ue infatti, in un recente vertice hanno discusso di “Europa sociale” e tra i temi trattati è emerso quello del contrasto al dumping sociale. Ecco, se davvero si vuole andare oltre l’Europa monetarista e del rigore, diffondendo i diritti sociali, c’è bisogno di impedire casi come quello di Ryanair, il cui successo in termini di concorrenza, grazie ai voli low cost, è dipeso in larghissima parte dal dumping sociale.

La lotta al dumping sociale, dunque, dovrebbe essere il punto di partenza della politica italiana per riaffermare i diritti sociali, ma, si sa, in Italia, le campagne elettorali sono un po’ come quelle del principe de Curtis, in arte il Grande Totò, “vota Antonio, vota Antonio!!”.

Maurizio Ballistreri

Avanzano le “piccole patrie”

La drammatica crisi in Catalogna ha evocato lo spettro della guerra civile degli anni ’30 del ‘900 in Spagna, con la tragedia del fascismo falangista di Francisco Franco edificato sulla distruzione della Repubblica democratica, che aveva realizzato proprio a Barcellona una straordinaria esperienza di autogestione mutualistica e socializzazione dal basso, con i libertari del sindacato Cnt e i trotskysti del Poum. Risuonano drammaticamente le parole di Pablo Neruda nella sua autobiografia “Confesso che ho vissuto”, per descrivere quella tragedia: “…La mia casa rimase tra le due fazioni…Dai muri erano entrati colpi di artiglieria…Le finestre erano finite in pezzi…Sul pavimento, fra i miei libri, trovai resti di piombo”. La speranza è che lo scontro tra Madrid e Barcellona non sia questo, ma impressionano in questa vicenda così grave anche a livello geopolitico, i silenzi dell’Unione europea e della sinistra.

La prima che mostra vieppiù la propria funzione esclusiva di istituzione sovranazionale regolatrice in senso rigorista e antisociale dell’area di libero-scambio dell’Unione, con la Germania a fare da gendarme; la seconda immemore della straordinaria lezione teorica degli austromarxisti, tra questi in particolare di Otto Bauer e di Karl Renner, sulla questione nazionale e sul diritto di autodeterminazione dei popoli. Più in generale la crisi catalana non viene analizzata in relazione agli epocali cambiamenti socio-politici connessi alla cosiddetta globalizzazione e alle nuove migrazioni di massa, quindi alla contaminazione identitaria crescente cui oggi sono sottoposti i popoli e le culture, con la ripresa dell’idea di comunità, quale riserva di senso e di appartenenza in una società sempre più spersonalizzante e atomizzata, segnata da una cultura unipolare, modellata sull’american way of life, ma pur sempre alla ricerca della salvaguardia dei valori di libertà e di equità degli individui, anche di coloro che provengono da culture diverse, nel quadro delle regole e delle procedure democratiche. E’ imprescindibile la rilevanza socioculturale della tematica dell’identità, rappresentando anche una sfida a declinarla in termini nuovi rispetto al passato.

Le rivendicazioni nazionali di Galles, Scozia e Irlanda verso l’Inghilterra, di Catalogna, Galizia e Paesi Baschi nei confronti della Spagna, della Corsica rispetto alla Francia e delle Fiandre in Belgio, nel mentre il secessionismo “padano” si è tramutato in rivendicazione autonomistica, ripropongo il tema delle “piccole patrie” quale possibile modello per un nuovo rapporto tra globale e locale. Il dibattito è aperto, poiché unità geopolitiche autocentrate potrebbero costituire la risposta al falso problema della dicotomia tra globalizzazione e localizzazione, che Ralph Dahrendorf sintetizzava come “glocalizzazione”, sino alla rivendicazione di autonomia o indipendenza per le “piccole patrie”, con la rinascita delle lingue perdute, la riscoperta della storia occultata e di simboli e bandiere dimenticati.

Maurizio Ballistreri

Il civismo per coprire la crisi della politica

L’ultima parola d’ordine usata dai simulacri di forze politiche presenti nello scenario nazionale è “civismo”, usata a mo’ di foglia di fico per coprire la triste parabola della Seconda Repubblica.
Tentativo non nuovo, considerato che dopo la crisi della Prima Repubblica e la fine del sistema dei partiti di ceppo novecentesco, nel lessico politico fece irruzione la “società civile”, intesa come apporto non professionistico dei cittadini alla rigenerazione delle élites politiche, legato all’etica pubblica e alla cultura dei diritti. In realtà, quell’apporto dalla “società civile” in molti casi era ed è segnato da rappresentanti di mondi, professionali, imprenditoriali e dell’associazionismo, che con la politica e le istituzioni hanno strettissimi legami e che da essa ricevono incarichi, vantaggi ed utilità. Così è anche per il “civismo”, il quale, dal punto di vista politologico, è un fenomeno non nuovo: e risale ai tempi della creazione dei primi corpi intermedi, come università e corporazioni, delle civitas, collocati tra il potere assoluto esercitato al tempo dai monarchi e il cittadino.
Del civismo si occupa da tempo Stefano Rolando, politologo e animatori di gruppi civici, in particolare sul rapporto tra questo fenomeno e la nostra Costituzione, che declina la politica nazionale come “democrazia dei partiti”. Secondo Rolando ci sono esperienze storiche per cui il cittadino non ha solo il diritto di domanda di una politica, ma gli è concesso un diritto di offerta politica, anche a seguito della riforma dell’articolo 118, che ha costituzionalizzato il principio di sussidiarietà che riguarda anche i cittadini.
Ma ai partiti virtuali della politica italiana il civismo serve per riciclare vecchio ceto politico sotto mentite spoglie, inventando liste civiche che sanno abbondantemente di professionismo della vecchia politica. Siamo ben lontani, cioè, dalle idee più nobili del civismo in politica, si pensi al Partito d’Azione, o a mirabili esperienze come quelle di Adriano Olivetti, don Milani e Danilo Dolci.
Utilizzato in una logica di autoconservazione e di apparente rinnovamento, si pensi a ciò che sta avvenendo per le elezioni regionali in Sicilia con liste “civiche” imbottite di candidati a vario titolo espressione di ceto politico, il civismo non aiuta la politica ad affrontare i temi che interessano i cittadini ma ricercando soluzioni solo per sé, per la propria crisi di valori e di metodi, alimenta la sfiducia, l’insicurezza e la rassegnazione.
Al fondo rimane la questione del professionismo (e della dipendenza economica!) in politica, con la contestuale esigenza per l’uomo politico di “passione, senso di responsabilità, lungimiranza”, poste dal grande sociologo tedesco Max Weber nel corso della conferenza tenuta nel 1919 a Monaco dal titolo “La politica come professione”: “due sono i modi per trasformare la politica in professione: vivere “PER” la politica o vivere “DI” politica. Chi vive per la politica fa di questa la sua vita mentre chi vive di politica la utilizza come semplice e duratura fonte di guadagno”.

Maurizio Ballistreri

Trentin, Di Maio e i sindacati

Le dichiarazioni del candidato alla premiership dai Cinquestelle, Luigi Di Maio, sui sindacati, hanno sollevato un coro di indignazione dai leaders delle tre confederazioni.

Non vi è dubbio che le affermazioni di Di Maio risentono di rozzezza politica e scarsa conoscenza della materia e, però, il tema della trasparenza interna ai sindacati, in particolare su bilanci, uso delle risorse e regole democratiche, sia da tempo all’ordine del giorno, senza dimenticare che si discute anche, tra gli studiosi di diritto del lavoro e tra i decisori politici, di una legge su rappresentanza, rappresentatività ed efficacia dei contratti collettivi, tenendo conto che esiste una norma della Costituzione, l’art. 39, inattuata al riguardo, che prevede anche l’obbligo per i sindacati registrati di “statuti a base democratica”.

Se le parole di Di Maio risentono di quella diffidenza politica verso i corpi intermedi della società, tipica dei populismi (in questo caso del web), sulle questioni della democrazia interna e della trasparenza i sindacati appaiono in colpevole ritardo, con zone grigie di gestione del potere non ammissibili.

A tal proposito sembrano profetiche le pagine dei “Diari 1988-1994” di Bruno Trentin, recentemente pubblicati. Trentin, certo con un eccesso di distacco intellettuale che sconfina sovente nel sussiego, quasi che l’autore dei diari non fosse stato un leader prestigioso della Cgil ed esponente e parlamentare del Partito comunista, descrive impietosamente, in quegli anni turbolenti di transito dalla Prima alla Seconda Repubblica, con sullo sfondo la fine della divisione geopolitica in blocchi a seguito del crollo del comunismo sovietico, le vicende politiche e sindacali italiane, esprimendo giudizi fortemente negativi nei confronti, tra gli altri, di Guido Carli, Ciriaco De Mita, Giuliano Amato, Paolo Cirino Pomicino, Gianni De Michelis, Lucio Colletti, i dirigenti della Confindustria e del Pci-Pds del tempo, Pierre Carniti, Franco Marini, Sergio D’Antoni, Ottaviano Del Turco, Pietro Larizza. Trentin, in un caleidoscopio di critiche feroci, annota epiteti pesanti come “miserabili”, “tristi figuri”, “satrapi”, “ceto burocratico di intermediazione”, “avventurieri da strapazzo”, “losche macchiette”. E parole di critica non risparmiano neppure Luciano Lama e lo stesso Pietro Ingrao, con cui Trentin ebbe un lungo sodalizio politico; Giorgio Benvenuto e anche Bettino Craxi (definito di tendenza “giacobina”) sono destinatari di commenti più asettici e solo a Vittorio Foa è riservata un po’ di considerazione.

E chissà cosa penserebbe Trentin della politica e del sindacato dei giorni nostri. Già, meglio non pensare a cosa avrebbe scritto nei suoi “Diari” Bruno Trentin su questa politica confusa e su un sindacato che ha rinnovato il contratto nazionale dei metalmeccanici con modestissimi aumenti salariali, che ha incassato senza fiatare le accuse di Papa Francesco e di Confindustria di “corruzione”, su pensioni e crociere d’oro dei sindacalisti.

Maurizio Ballistreri