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Maurizio Ballistreri

La palude nazionale  
e l'”altra Italia”

La politica italiana sta assumendo sempre più i tratti della “palude” teorizzata dal politologo transalpino Maurice Duverger a proposito della crisi della IV Repubblica francese, humus ideale di forze politiche che hanno smarrito il senso della propria missione, quello di rappresentare i cittadini.

E così, nello stallo politico nazionale, dopo l’esito disastroso per Renzi del referendum/plebiscito sulla “deforma” costituzionale, il dibattito si è avvitato sulla legge elettorale. Come dire con Ennio Flaiano che “la situazione politica è grave ma non è seria”, in un paese in cui i giovani laureati del suo Mezzogiorno sono costretti ad andare all’estero, la disoccupazione cresce, l’economia è in piena stagnazione e in cui si consentono scandali come quelli dei compensi milionari della Rai ai protagonisti dei talk shows, nel mentre con la (contro)riforma Fornero-Monti è stato destrutturato il sistema previdenziale, condannando centinaia di migliaia di cittadini ad andare in pensione più tardi e con trattamenti più bassi nonché il dramma degli esodati: una vergogna senza fine!

Nel suo bel libro “Il diritto di avere diritti” Stefano Rodotà, prestigioso giurista e politico italiano purtroppo recentemente scomparso, scrisse una frase amara che ben si attaglia alla tristezza del nostro tempo: “Se i diritti fondamentali vengono cancellati dal denaro e la democrazia cede alla dittatura, presto nessuno sarà più libero”.

Già Rodotà, campione di quell’Italia laica e del rigore culturale, del radicalismo democratico e libertario, con cui ebbi la ventura di dialogare negli anni della collaborazione a “Mondoperaio”, la rivista teorica del socialismo italiano, punto di incontro di personalità e sensibilità politiche e accademiche diverse, come Francesco Forte, Ernesto Galli della Loggia, Gino Giugni, Giuliano Amato, Federico Mancini, Luciano Pellicani, Giorgio Ruffolo, Giuseppe Tamburrano solo per citare alcune personalità. Sì, “l’altra Italia” sostenuta con intransigenza mazziniana da Piero Gobetti, in un itinerario culturale che si dipana attraverso il pensiero e l’azione di Carlo Rosselli sino A Giustizia e Libertà e al Partito d’azione, alle battaglie laiche e di minoranza del secondo dopoguerra e al riformismo socialista, in cui etica e politica rappresentano un binomio inscindibile, quanto sconosciuto ai giorni nostri.

Maurizio Ballistreri

Maurizio Ballistreri
Ricostruire la sinistra e la democrazia in Italia.
Il ruolo dei socialisti

La seconda Repubblica ormai in fase terminale, senza che invero ci sia all’orizzonte una nuova prospettiva né politica né istituzionale per il paese, ci ha consegnato l’assenza di una forza di sinistra in grado di affrontare le drammatiche contraddizioni sociali del nostro tempo, contestando il nuovo dogma secondo cui il passaggio al postmoderno, al globale, debba trasfigurare sino a renderle neutre e fungibili, destra e sinistra.

L’idea prevalente a sinistra è di una forza politica senza ideologia e senza classi di riferimento, il cui unico tratto identitario (?) è nel maggioritario e nelle primarie viste come strumento di un plebiscitarismo che “incorona” il capo e il cui “nemico”, absit iniuria verbis, è il conflitto sociale, relegato negli scantinati dell’800. Già, quel conflitto sociale che consentì al movimento operaio, base politica e sociale della sinistra nel Novecento, di imporre severe regole al capitalismo e di redistribuirne la ricchezza verso il basso, secondo l’efficace immagine non di un capo bolscevico dopo la presa del Palazzo d’Inverno in Russia, ma di un grande leader della socialdemocrazia mondiale: lo svedese Olaf Palme, che affermò “il capitalismo va tosato e non ucciso”.

Invece, si guarda a un modello basato sul superamento della dicotomia destra-sinistra”, sulla scia di un partito socialista europeo sempre più omologato all’ordoliberalismo della Merkel, e che oggi guarda a Macron in Francia come un nuovo paradigma politico, con le stesse motivazioni che ispirarono la banca d’affari statunitense JP Morgan a presentare un documento nel maggio 2013, secondo cui: “I sistemi politici dei paesi europei del Sud e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano caratteristiche inadatte a favorire l’integrazione. C’è forte influenza delle idee socialiste”

Eppure, nella sinistra non mancano fermenti: dall’indubbio successo di James Corbyn in Gran Bretagna al ruolo di Jean-Luc Mélenchon, candidato alle presidenziali francesi con un programma che vedeva al centro, la questione sociale e quella ecologica, passando l’originaria impostazione di Syriza in Grecia e al possibile dialogo di Podemos con i socialisti spagnoli di Pedro Sanchez, il governo in Portogallo guidato dal socialista Antonio Costa con il “Bloco de Esquerda” e i comunisti sino al programma di Bernie Sanders per le passate presidenziali americane.

Si tratta di un ventaglio di posizioni che pone al centro i diritti sociali, il lavoro e il contrasto al potere della finanza globale.

Solo così si può ricostruire la fondamentale dialettica democratica tra schieramenti alternativi, partendo dai contenuti e non dalle sigle, espungendo la politica politicante dei seggi e dei collegi da contrattare, affrontando la vera grande questione dei nostri giorni: la diseguaglianza. Si, non serve ad una nuova sinistra il politicismo, a cui guardava con orrore nei suoi diari Bruno Trentin, allorquando descriveva la politica e il sindacato come popolata da “tristi figuri” e “satrapi”.

Per questo serve all’Italia una sinistra plurale, senza l’ossessione di trovare immediate soluzioni organizzative, per misurarsi con le degenerazioni della politica leaderistica “prigioniera” del mercato, facendo del lavoro e della Costituzione le bandiere della ricostruzione democratica.

Per questo, nel tentativo che tra l’Assemblea del Brancaccio e la manifestazione del 1° luglio a Roma di (ri)costruzione di una sinistra democratica per il nostro paese, non possono mancare i socialisti.

Maurizio Ballistreri

Non passa il “pasticcellum”,
la riforma elettorale oligarchica

Dopo la disastrosa sconfitta nel referendum sulla riforma costituzionale dello scorso 4 dicembre e il letargo politico durante il governo Gentiloni, Renzi era tornato al proscenio con la nuova legge elettorale, che da più parti era stata definita “alla tedesca”. In realtà, la legge naufragata sugli scogli del voto segreto e di leaders politici che giocano ai quattro cantoni, aveva ben poco del “modello tedesco”.

Il sistema elettorale tedesco prevede l’elezione dei rappresentanti in una sola camera, il Bundestag. Il Senato, o Bundesrat, infatti, è espressione dei governi territoriali (la Germania infatti, è una Repubblica federale, con i Land dotati di una sorta di “semi-sovranità”, ben diversi, quindi, dalle regioni in Italia). Si possono esprimere due voti, il primo nominale. Esistono 299 circoscrizioni in Germania e questo significa che con il primo voto gli elettori possono dare una preferenza a una persona, eleggendo così un “Direktkandidat”. Si tratta di un mandato diretto, che pone in un rapporto diretto chi viene eletto con la propria circoscrizione.

Un esempio concreto per capirsi: Berlino ha 12 circoscrizioni, quindi possono essere eletti 12 deputati con il primo voto, in rappresentanza dei vari partiti che concorrono. Si tratta quindi, di una componente uninominale molto significativa, attraverso cui vengono eletti circa la metà dei deputati.

Il secondo voto viene dato ai partiti che presentano per ogni Land una lista di candidati. Si tratta di un listino bloccato: sono i singoli partiti che attraverso una selezione democratica interna, individuano le liste con alternanza di genere e seguendo una procedura assai prescrittiva, che si conclude con il voto dell’Assemblea nazionale per ogni Land.

Il numero attuale dei membri al Bundestag è di 630, ma può variare per effetto della ridistribuzione secondo il metodo proporzionale dei seggi: i partiti che non raggiungono il 5%, infatti, sono esclusi, e i seggi vengono computati in ordine a quelli rimanenti, dando luogo ad un numero di parlamentari variabile per legislatura. Bene. E’ era questo sistema previsto dalla legge affondata alla Camera?

Proprio no, e il richiamo al “modello tedesco” altro non era che espressione di “post-verità”, una cortina fumogena per varare, attraverso l’accordo dei “proprietari” degli attuali “similpartiti”, una nuova legge elettorale sulla scia di quelle che hanno segnato la disastrosa seconda Repubblica: dal Mattarellum al Porcellum sino al tentato “Italicum” e al vigente “Consultellum”, frutto dell’intervento della Corte costituzionale.

La mancata riforma elettorale, confusa e inadeguata, una sorta di “Pasticcellum” (per proseguire con il “latinorum”…), avrebbe ulteriormente trasformato la nostra democrazia in oligarchia, giù abbondantemente vulnerata dall’imposizione di scelte di organismi tecnocratici internazionali, fondata sul principio di sovranità popolare che si esplica in primo luogo sul diritto dei cittadini di scegliersi i rappresentanti in Parlamento, in una moderna oligarchia.

“Postdemocrazia” è il titolo di un libro di Crouch del 2003, in cui l’autorevole sociologo e politologo, già docente alla London School of Economics, ha elaborato una rigorosa analisi sul declino dei sistemi liberaldemocratici e la loro trasformazione in forme oligarchiche: “Mentre le forme della democrazia rimangono pienamente in vigore e oggi in qualche misura sono anche rafforzate, la politica e i governi cedono progressivamente terreno cadendo in mano alle élite privilegiate, come accadeva tipicamente prima dell’avvento della fase democratica”.

Maurizio Ballistreri

 

Macron oltre il ‘900?

Era scontata la vittoria di Macron alle legislative transalpine, sull’onda dell’affermazione alle presidenziali. C’è da giurare che adesso i “Macron cresceranno” nella politica italiana, Renzi e Berlusconi in testa, che magari già pensano a nuovi inciuci. Il neoeletto presidente francese infatti, incarna il modello del politico post-moderno: mediatico e privo di riferimenti ideologici, al netto dei gossip sull’età della “premiére dame” e sui suoi presunti orientamenti sessuali.

Le elezioni francesi sembrano avere ulteriormente riscontrato il paradigma delle “due destre”, descritto tra gli altri dal sociologo Marco Revelli con grande efficacia e fondato su di una dialettica tra una destra cosiddetta “sovranista”, un tempo definita come nazionalista e plebiscitaria, e una destra liberista e globalista. Un paradigma che nelle recente elezioni americane, con la vittoria di Trump sulla Clinton ha avuto rappresentazione, anche se con esito diverso da quello francese.

Macron però, rappresenta una variante delle “Due destre”. E così in Francia la competizione per le presidenziali è avvenuta tra una destra sostenitrice della sovranità nazionale in nome di quei ceti sociali più penalizzati dal “pensiero unico” mondialista, con reminiscenze della “grandeur” transalpina e del gaullismo, e una proposta politica il cui leader è un tecnocrate “prestato alla politica”, in specie un banchiere che ha lavorato per Rothschild (una delle famiglie ritenute dai “complottisti” ai vertici del “governo occulto del mondo”), in cui gli interessi dell’establishment finanziario e capitalistico si legano al mantra dei diritti civili transnazionli, con qualche blando riferimento ai temi sociali per evitare conflitti collettivi. In questa nuova dialettica si è consumata in due tempi, presidenziali ed elezioni politiche, la sostanziale scomparsa dalla scena politica francese dei socialisti, i quali abdicando alla loro funzione storica di forza di sinistra riformista in grado di candidarsi e di governare il paese in rappresentanza dei ceti popolari, come avvenne con Mitterand, hanno perso il contatto con la realtà sociale e sono affondati, dando con Hollande un acritico sostegno a Macron, come del resto è avvenuto con il Pasok in Grecia, mentre il sostegno alle politiche di stampo mercatistico, hanno messo in crisi il Labour Party in Gran Bretagna e i socialisti in Spagna e consegnato la Spd, all’ordoliberalismo della Merkel, per tacere dell’Italia in cui il Pd di Renzi ha promosso (contro)riforme economiche e sociali di impronta liberista, dal Job Act alla cosiddetta “Buona scuola”, bocciate dai cittadini nel voto per il referendum costituzionale, che ha impedito per il momento la deriva oligarchica all’Italia.

Con Macron si profila una nuova omologante area politica senza coordinate storico-culturali legate alle ideologie del Novecento per il governo di un’Europa il cui cuore è in atto quello di banche e finanza, mentre le politiche di accoglienza dei migranti finiscono per legarsi ad una sorta di cosmopolitismo di mercato e non all’autentica solidarietà predicata da Papa Francesco: altro che la ripresa del Manifesto di Ventotene a cui nel suo “sermone” domenicale ieraticamente Eugenio Scalfari non manca di riferirsi, visto che quel modello di federalismo europeo niente altro era che un’ipotesi di socialismo democratico, anche dai tratti collettivistici.

Niente più sinistra riformista e di governo dunque?: quella che Norberto Bobbio efficacemente riassumeva così: “una politica egualitaria è caratterizzata dalla tendenza a rimuovere gli ostacoli (per riprendere l’espressione del già citato articolo 3 della nostra Costituzione)…”?

Attenzione però, alle hegeliane “dure repliche della Storia”!

Maurizio Ballistreri

Solo populismo contro
il sistema?

Bisognerà, prima o poi, fare chiarezza sull’uso del termine “populismo”, che dal mainstream dominante è stato trasformato in una sorta di mantra, utilizzato contro chi contesta quel capitalismo globalizzato, che ha vulnerato il principio dei moderni sistemi liberaldemocratici della sovranità popolare.

Il termine “populista” si è trasformato nell’arma dei partiti di governo dell’Unione Europea per definire una differenza quasi ontologica tra essi e quelle forze politiche che propongono una visione alternativa della società, bollandoli come “antisistema”. Ciò è avvenuto, anche in Italia, dove nel dibattito politico si utilizza il populismo a mo’ di epiteto, per contestare una presunta immaturità dell’avversario politico, “reo” di “parlare alla pancia degli italiani” e di non avere cultura di governo, intesa, questa, invero, come acquiescenza al mercato e al rigore economico.

Si deve osservare che la scissione tra cultura e politica e la trasformazione dello “spazio politico” in “spazio mediatico”, con gli illuminanti studi a tal proposito di Manuel Castells, consentono semplificazioni politiche come quella sul populismo. Volutamente si opera una assimilazione tra chi ritiene di restituire voce al popolo, partendo dagli interessi del lavoro e dai diritti sociali, e chi, invece, strumentalizza l’emarginazione e la rabbia dei ceti sociali più colpiti dalla finanza globale e dalla concentrazione straordinaria della ricchezza in poche mani, per ottenere una delega a governare in forme neo-autoritarie.

E così, l’etichetta di “populismo”, abbinata a quella di demagogia” e “antipolitica”, viene attribuita dalle classi di governo, per conto di chi ha “privatizzato” la politica, le élites globali della finanza e del management e dello star-system, a tutti coloro i quali contestano apertis verbis l’attuale ordine planetario mercatistico e l’austerity europea, “a prescindere” (avrebbe detto il Grande Totò!) dalle ideologie e dai programmi: da Syriza di Tsipras al Front National della Le Pen, dal Movimento 5 Stelle a chi ha lasciato “da sinistra” il Pd, dallo Ukip di Farage a Podemos di Iglesias.

Un’operazione di semplificazione politica, povera culturalmente. Nel 2010, lo storico Nicola Tranfaglia pubblicava il volume “Il populismo autoritario. Autobiografia di una Nazione”, ricostruendo, con rigore storiografico, il percorso dei cosiddetti populisti, a partire da quello dei paesi latinoamericani, nel dopoguerra Vargas in Brasile e Perón in Argentina, e sul peso del consenso nell’egemonia, secondo la lezione di Antonio Gramsci. Più di recente tre docenti inglesi, David Sanders dell’University of Essex, Jason Reifler dell’University of Exeter, Tom Scotto dell’University of Strathclyde, hanno svolto uno studio sulla politica dei nostri giorni, alla luce dei recenti avvenimenti, le elezioni americane e la Brexit, evidenziando il profilo di un populismo autoritario, che appare diverso e distinto dall’azione politica di chi vuole, genuinamente, parlare al popolo e rappresentare i suoi interessi.

Un tempo era la sinistra, nelle sue varie declinazioni, a rappresentare il popolo, ma oggi, dopo il crollo del comunismo e la deriva centrista di gran parte della socialdemocrazia europea con una sorta di sintesi liberista-tecnocratica realizzata si è prodotta quella “fine della Storia”, non solo sistemica secondo lo schema di Fukuyama, ma prima ancora ideologica, con le attuali società omologate culturalmente verso il basso, e gerarchizzate con uno schema censuario e piramidale.

Maurizio Ballistreri

La scissione tra politica e cultura

Qualche tempo or sono Eugenio Scalfari su “L’Espresso” intervenne sul tema della crisi del rapporto tra politica e cultura, dopo la fine della prima Repubblica. Il fondatore di “Repubblica”, ovviamente, affrontò il tema a modo suo, come colui che attribuisce posti e meriti nel suo personale Pantheon, che, in verità, sembra più da collezionista di figurine Panini con il solito livore antisocialista: democristiani, comunisti, repubblicani, liberali e azionisti citati quale esempio di politici attrezzati sul piano culturale, ma nessun socialista. Eppure, solo per ricordare qualche nome, Francesco De Martino, tra i più illustri accademici del diritto romano, Giuseppe Saragat, tra i più importanti studiosi di Hegel, Marx e Goethe, e ancora Riccardo Lombardi, Lelio Basso, Vittorio Foa, Antonio Giolitti e Giorgio Ruffolo, e, durante il “Nuovo corso”, Amato, Giugni e Martelli, sono solo alcuni esponenti del socialismo italiano portatori di un personale significativo patrimonio culturale nell’impegno politico realizzato.

In quell’articolo, comunque, Scalfari coglieva un dato incontrovertibile della politica della cosiddetta “seconda Repubblica”, la scissione con la cultura, trasformatasi in vera e propria incomunicabilità. Il ceto politico è divenuto vieppiù autosufficiente, indisponibile nei confronti di qualsiasi contributo culturale che potrebbe costituire controllo, verifica o denuncia. Una condizione a cui la crisi delle grandi ideologie che ispiravano i partiti di massa nel ‘900, ha dato un contributo decisivo.

E così all’intellettuale critico è subentrato il tecnico “usa e getta”, al quale si commissiona uno studio o una ricerca o si attribuisce un ruolo istituzionale temporaneo, ma non un impegno diretto e costante in politica. Proprio le “parentesi” dei governi tecnici subite dal paese, nelle fasi di crisi più drammatica, Ciampi, Dini e soprattutto Monti, testimoniano di questa mutazione del rapporto tra politica e competenza: la surroga tecnocratica è la prova dell’incapacità, al fondo, degli intellettuali di impegnarsi al di fuori dell’occasionalità e di una funzione “esterna”, che si configura come speculare all’autoreferenzialità di una politica senza cultura e programmaticamente fungibile attorno al “mito” del mercato. Politica e cultura incapaci, insomma, di comunicare e di dare corpo da una sintesi virtuosa ed efficace.

Sono sempre attuali gli studi di Norberto Bobbio, riassunti, tra l’altro, nel 1955 nel celebre volume “Politica e cultura” per Einaudi, su di una “politica della cultura” che fosse: “oltre che la difesa della libertà, anche la difesa della verità. Non vi è cultura senza libertà, ma non vi è neppure cultura senza spirito di verità. (…) Le più comuni offese alla verità consistono nelle falsificazioni di fatti o nelle storture di ragionamenti”. Affermazioni che sembrano scritte per i nostri giorni.

Maurizio Ballistreri

Quel pasticciaccio brutto
dei voucher

Parafrasando il romanzo di Carlo Emilio Gadda, la decisione del governo di abrogare per decreto i voucher, evitando così il referendum promosso dalla Cgil, si può definire “quel pasticciaccio brutto”, prestandosi a più considerazioni di natura politica, sindacale e giuslavoristica.

Sul piano politico il governo Gentiloni, per evitare una nuova prova referendaria destabilizzante per la sua stessa tenuta, ha eliminato l’oggetto del contendere, quei voucher che rappresentavano una modalità di retribuzione per il lavoro occasionale di tipo accessorio, al centro delle polemiche per aver precarizzato ulteriormente le prestazioni di lavoro. Una scelta saggia che, sul piano politico, costituisce una nuova sconfitta, questa volta postuma, per il governo Renzi, che aveva difeso strenuamente un istituto “ereditato” dagli esecutivi del centrodestra guidati da Berlusconi, condividendone la cultura della flessibilità e della deregolazione delle tutele lavoristiche.

Vince la Cgil, che aveva promosso da sola il referendum sui voucher (assieme a quelli sugli appalti e sul ripristino dell’art. 18 in materia di licenziamenti, quest’ultimo non ammesso dalla Corte costituzionale), a fronte della posizione pilatesca di Cisl e Uil, senza doversi cimentare in una consultazione resa assai problematica dal difficile raggiungimento del quorum.

Adesso, però, è tempo di una riflessione più ampia sul tema dei diritti del lavoro in Italia. Dal 1997 abbiamo assistito ad una serie di interventi legislativi, tutti rivolti ad introdurre maggiore flessibilizzazione sul mercato e nel rapporto di lavoro, di tipo alluvionale, sovente contradditori e senza collegamenti.

Dal “Pacchetto-Treu”, la legge-delega n.196/1997, alla “Legge-Biagi”, la n.30 del 2003 attuata dal decreto legislativo n.276 dello stesso anno, sino ai provvedimenti del governo Monti con la “Legge Fornero” (la n.92/2012) e al cosiddetto Job Act, quest’ultimo una vera e propria riscrittura peggiorativa di una serie di istituti di tutela del mondo del lavoro come licenziamenti individuali e collettivi, mansioni e qualifiche, attraverso vari decreti legislativi tra il 2014 e il 2015, voluti dall’allora premier Renzi e dal ministro del Lavoro Poletti, che hanno recepito le indicazioni confindustriali e dell’amministratore delegato di Fca-Fiat Marchionne.

Ma il “pasticciaccio brutto” consiste nel fatto che i voucher già acquistati potranno essere utilizzati per tutto l’anno senza alcuna regolazione, considerato che il decreto-legge del governo ha abrogato la disciplina, anche se c’è ci sostiene che rimarrebbe in vita la previgente normativa.

In generale è avvertita l’esigenza di una riscrittura generale della disciplina lavoristica, per questo c’è bisogno di un vero e organico codice del lavoro, sul modello francese, al cui interno inserire in forma coordinata le disposizioni del codice civile in materia di subordinazione, lo Statuto dei lavoratori e gli altri provvedimenti di legge intervenuti, sfoltendo la normativa e predisponendo una generale semplificazione, a beneficio degli interpreti del diritto del lavoro e, soprattutto, dei contraenti il contratto di lavoro: dipendenti e aziende.

Maurizio Ballistreri

Quel pasticciaccio brutto
dei voucher

Parafrasando il romanzo di Carlo Emilio Gadda, la decisione del governo di abrogare per decreto i voucher, evitando così il referendum promosso dalla Cgil, si può definire “quel pasticciaccio brutto”, prestandosi a più considerazioni di natura politica, sindacale e giuslavoristica.

Sul piano politico il governo Gentiloni, per evitare una nuova prova referendaria destabilizzante per la sua stessa tenuta, ha eliminato l’oggetto del contendere, quei voucher che rappresentavano una modalità di retribuzione per il lavoro occasionale di tipo accessorio, al centro delle polemiche per aver precarizzato ulteriormente le prestazioni di lavoro. Una scelta saggia che, sul piano politico, costituisce una nuova sconfitta, questa volta postuma, per il governo Renzi, che aveva difeso strenuamente un istituto “ereditato” dagli esecutivi del centrodestra guidati da Berlusconi, condividendone la cultura della flessibilità e della deregolazione delle tutele lavoristiche.

Vince la Cgil, che aveva promosso da sola il referendum sui voucher (assieme a quelli sugli appalti e sul ripristino dell’art. 18 in materia di licenziamenti, quest’ultimo non ammesso dalla Corte costituzionale), a fronte della posizione pilatesca di Cisl e Uil, senza doversi cimentare in una consultazione resa assai problematica dal difficile raggiungimento del quorum.

Adesso, però, è tempo di una riflessione più ampia sul tema dei diritti del lavoro in Italia. Dal 1997 abbiamo assistito ad una serie di interventi legislativi, tutti rivolti ad introdurre maggiore flessibilizzazione sul mercato e nel rapporto di lavoro, di tipo alluvionale, sovente contradditori e senza collegamenti.

Dal “Pacchetto-Treu”, la legge-delega n.196/1997, alla “Legge-Biagi”, la n.30 del 2003 attuata dal decreto legislativo n.276 dello stesso anno, sino ai provvedimenti del governo Monti con la “Legge Fornero” (la n.92/2012) e al cosiddetto Job Act, quest’ultimo una vera e propria riscrittura peggiorativa di una serie di istituti di tutela del mondo del lavoro come licenziamenti individuali e collettivi, mansioni e qualifiche, attraverso vari decreti legislativi tra il 2014 e il 2015, voluti dall’allora premier Renzi e dal ministro del Lavoro Poletti, che hanno recepito le indicazioni confindustriali e dell’amministratore delegato di Fca-Fiat Marchionne.

Ma il “pasticciaccio brutto” consiste nel fatto che i voucher già acquistati potranno essere utilizzati per tutto l’anno senza alcuna regolazione, considerato che il decreto-legge del governo ha abrogato la disciplina, anche se c’è ci sostiene che rimarrebbe in vita la previgente normativa.

In generale è avvertita l’esigenza di una riscrittura generale della disciplina lavoristica, per questo c’è bisogno di un vero e organico codice del lavoro, sul modello francese, al cui interno inserire in forma coordinata le disposizioni del codice civile in materia di subordinazione, lo Statuto dei lavoratori e gli altri provvedimenti di legge intervenuti, sfoltendo la normativa e predisponendo una generale semplificazione, a beneficio degli interpreti del diritto del lavoro e, soprattutto, dei contraenti il contratto di lavoro: dipendenti e aziende.

Europa a due velocità 
e debito sovrano

Ciò che appare sempre più chiaro, nonostante le celebrazioni, invero in tono minore, del Trattato di Roma, costitutivo della Comunità Economica Europea nel 1957, che dovevano dare nuovo smalto alla prospettiva federalista, è che alla fine la Germania della “Cancelleria di ferro” imporrà l’”Europa a due velocità” e, con essa, un’Unione di tipo confederale. Se questo sarà è indispensabile rivedere da subito l’austerity che sta strangolando i cittadini italiani e di molti paesi europei, cancellando la camicia di Nesso dei parametri di Maastricht, il debito pubblico in primo luogo.

Non è un’eresia economica affermare, infatti, che nella storia dell’economia si sono verificati periodici annullamenti dei debiti sovrani, per non portare in rovina le popolazioni e per rinnovare le basi di un’economia produttiva.
Il caso più famoso? Certamente quello della Nazione di Frau Merkel, con l’annullamento pressoché totale dell’ingente debito verso l’estero della Germania, a causa delle pesanti sanzioni imposte ai tedeschi dopo la sconfitta nella prima e nella seconda guerra mondiale. La Conferenza di Londra del 1953 infatti, decise di azzerare quasi integralmente, da parte delle Nazioni vincitrici, i debiti della Germania, con l’importante opera svolta da Herman Josef Abs, grande banchiere un tempo al fianco di Hitler. Il miracolo economico della Germania Federale prima e di quella riunificata dopo il crollo del Muro di Berlino affonda le radici in questa decisione economica internazionale, che rispondeva anche e soprattutto, ad esigenze di geopolitica.

Avvenimento ricordato, invano, dal governo greco di Alexis Tsipras, a fronte della posizione draconiana della Germania sul debito pubblico ellenico e sulla severa politica economica, basata sui tagli sociali, imposta dalla Troika.

Ciò che non si dice è che nessuno degli attuali debiti sovrani potrà mai essere ripagato. Peraltro, sono proprio i paesi più ricchi a livello globale, che hanno i debiti pubblici, ma anche privati, maggiori: Stati Uniti, Giappone, Cina e in Europa la Germania, che predica rigore ma ha un debito pubblico pari a 2.284 miliardi di euro, superiore a quello dell’Italia.

E’ chiaro, dunque, che le maggiori economie del mondo sono fondate sul debito, ma la loro stabilità deriva dalla capacità di generale ricchezza, di cui il Pil è solo uno degli strumenti di misurazione.

Appare necessario superare questa finzione economica e dichiarare che si potranno mai ripagare questi enormi debiti sovrani, se, almeno, non si blocca la loro corsa: è il costo degli interessi che lo Stato paga ai suoi creditori, per lo più di natura istituzionale, che autoalimenta la crescita costante del debito.
Se si guarda il bilancio dello Stato italiano si vedrà come gli interessi sul debito pubblico costituiscono la terza voce di spesa dopo pensioni e sanità.

E allora, perché non promuovere una conferenza internazionale sulla ristrutturazione dei debiti sovrani?

Maurizio Ballistreri

La crisi del Pd e le scissioni a sinistra

Il renzismo è in crisi e con esso il modello di partito costruito dall’ex premier, segnato da un flebile segno programmatico, incentrato sulle idee di mercato, giovanilismo e di innovazione, e da un’accentuata visione oligarchica della politica. Un modello sconfitto pesantemente nel referendum costituzionale del 4 dicembre scorso e politicamente in crisi, al netto delle inchieste giudiziarie sul “cerchio magico” di Renzi.
Da questa situazione si sono originate le condizioni per la nascita di una nuova formazione politica, che si colloca a sinistra del Pd, i Democratici Progressisti, mentre in precedenza si era costituita Sinistra Italiana.
Qualche commentatore ha evocato una sorta di “maledizione” per la sinistra nel nostro Paese, quella delle scissioni del “Sol dell’Avvenire”.
Il 15 agosto 1882, quando a Genova nacque il Partito socialista con la sigla di Partito dei lavoratori italiani, che aveva in Andrea Costa il leader, non aderirono gli anarchici, che rifiutavano la via parlamentare e democratica per il movimento operaio a livello politico, mentre prendevano le distanze dal nuovo partito, per la sua ideologia marxista, le società operaie mazziniane e repubblicane. Poi, il 21 gennaio del 1921, la scissione di Livorno di Bordiga, Gramsci, Togliatti e Tasca dal Psi, con la nascita del Partito comunista d’Italia, che voleva importare la rivoluzione bolscevica avvenuta nel 1917 in Russia e il 4 ottobre del 1922, alla vigilia della Marcia su Roma di Mussolini, la nascita del Partito socialista unitario, di schietta tradizione riformista, di Turati, Matteotti, Treves, Modigliani e Buozzi, a cui si aggiunse nel 1924 il socialista liberale Carlo Rosselli, in contestazione al massimalismo del Psi del tempo.
E nel dopoguerra, l’11 gennaio 1947 a Palazzo Barberini a Roma, la nascita del Partito socialista dei lavoratori italiani guidato da Giuseppe Saragat (poi, nel 1952, Partito socialdemocratico a seguito della fusione avvenuta l’anno prima con il Psu di Giuseppe Romita), che in polemica con la scelta del Fronte Popolare del Psi di Pietro Nenni e Rodolfo Morandi e dell’alleanza con i comunisti e della scelta filo-sovietica, indica la via democratica e riformista nel campo occidentale.
I due tronconi socialisti si riunificano nel 1966 (per poi dividersi tre anni dopo), ma nel 1964 era avvenuta una nuova scissione, questa volta “a sinistra” del Psi, con la costituzione del Psiup, i socialproletari di Vecchietti e Basso legati al comunismo sovietico. Anche nel campo comunista si deve ricordare una scissione, anzi, secondo il centralismo democratico sul modello del Pcus, l’espulsione del gruppo del Manifesto, “reo” di frazionismo ed “eresia” rispetto al dogma ideologico marxista-leninista, oltre alla nascita, soprattutto dopo il ’68, di una miriade di gruppi legati a varie correnti ideologiche, dal trotzkismo al maoismo all’autonomia operaia: Lotta Continua, Servire il Popolo, Potere Operaio, Pdup, Dp alcune delle sigle.
Si arriva al crollo del Muro di Berlino e il Pci, guidato da Occhetto, con il sostegno di D’Alema e Veltroni, opera la “svolta” della Bolognina il 12 novembre 1989. E così il 3 febbraio del 1991 nasce il Pds, da cui si stacca Rifondazione comunista nello stesso anno e da quest’ultima, nel 1998, il Partito dei comunisti italiani guidato da Cossutta, da sempre sostenitore della linea “sovietista” e storico antagonista del revisionismo di Berlinguer e del compromesso storico.
Tutte queste rotture (ma molte altre sono avvenute, per tacere della diaspora socialista dopo la fine della leadership di Craxi) nel campo della sinistra italiana hanno avuto sempre un aspetto: la contrapposizione ideologica e programmatica, si potrebbe dire la dialettica quasi irriducibile tra diverse concezioni della politica e della società nel divenire storico. Una tensione che, invero, ai nostri giorni appare molto affievolita.
Purtroppo, dal congresso “straordinario” del Psi, non è venuta alcuna risposta ai problemi della sinistra nel nostro Paese e sul tema del ruolo dei socialisti in Italia, con una sorta di miracolistica attesa delle “decisioni di Renzi” novello Godot, nonostante da più parti sia avvertita l’esigenza che anche da noi si costituisca, finalmente, una forza realmente omologa alle socialdemocrazie europee, senza quelle derive centriste e “blairiste” che in Europa hanno prodotto la sconfitta del Pasok in Grecia e dei laburisti in Olanda o l’emarginazione dei socialisti in Spagna.
Ma la “questione-socialista” (e non delle sorti personali dei singoli socialisti!) rimane fondamentale per l’avvenire della sinistra italiana.

Maurizio Ballistreri