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Maurizio Ballistreri

Quel pasticciaccio brutto
dei voucher

Parafrasando il romanzo di Carlo Emilio Gadda, la decisione del governo di abrogare per decreto i voucher, evitando così il referendum promosso dalla Cgil, si può definire “quel pasticciaccio brutto”, prestandosi a più considerazioni di natura politica, sindacale e giuslavoristica.

Sul piano politico il governo Gentiloni, per evitare una nuova prova referendaria destabilizzante per la sua stessa tenuta, ha eliminato l’oggetto del contendere, quei voucher che rappresentavano una modalità di retribuzione per il lavoro occasionale di tipo accessorio, al centro delle polemiche per aver precarizzato ulteriormente le prestazioni di lavoro. Una scelta saggia che, sul piano politico, costituisce una nuova sconfitta, questa volta postuma, per il governo Renzi, che aveva difeso strenuamente un istituto “ereditato” dagli esecutivi del centrodestra guidati da Berlusconi, condividendone la cultura della flessibilità e della deregolazione delle tutele lavoristiche.

Vince la Cgil, che aveva promosso da sola il referendum sui voucher (assieme a quelli sugli appalti e sul ripristino dell’art. 18 in materia di licenziamenti, quest’ultimo non ammesso dalla Corte costituzionale), a fronte della posizione pilatesca di Cisl e Uil, senza doversi cimentare in una consultazione resa assai problematica dal difficile raggiungimento del quorum.

Adesso, però, è tempo di una riflessione più ampia sul tema dei diritti del lavoro in Italia. Dal 1997 abbiamo assistito ad una serie di interventi legislativi, tutti rivolti ad introdurre maggiore flessibilizzazione sul mercato e nel rapporto di lavoro, di tipo alluvionale, sovente contradditori e senza collegamenti.

Dal “Pacchetto-Treu”, la legge-delega n.196/1997, alla “Legge-Biagi”, la n.30 del 2003 attuata dal decreto legislativo n.276 dello stesso anno, sino ai provvedimenti del governo Monti con la “Legge Fornero” (la n.92/2012) e al cosiddetto Job Act, quest’ultimo una vera e propria riscrittura peggiorativa di una serie di istituti di tutela del mondo del lavoro come licenziamenti individuali e collettivi, mansioni e qualifiche, attraverso vari decreti legislativi tra il 2014 e il 2015, voluti dall’allora premier Renzi e dal ministro del Lavoro Poletti, che hanno recepito le indicazioni confindustriali e dell’amministratore delegato di Fca-Fiat Marchionne.

Ma il “pasticciaccio brutto” consiste nel fatto che i voucher già acquistati potranno essere utilizzati per tutto l’anno senza alcuna regolazione, considerato che il decreto-legge del governo ha abrogato la disciplina, anche se c’è ci sostiene che rimarrebbe in vita la previgente normativa.

In generale è avvertita l’esigenza di una riscrittura generale della disciplina lavoristica, per questo c’è bisogno di un vero e organico codice del lavoro, sul modello francese, al cui interno inserire in forma coordinata le disposizioni del codice civile in materia di subordinazione, lo Statuto dei lavoratori e gli altri provvedimenti di legge intervenuti, sfoltendo la normativa e predisponendo una generale semplificazione, a beneficio degli interpreti del diritto del lavoro e, soprattutto, dei contraenti il contratto di lavoro: dipendenti e aziende.

Maurizio Ballistreri

Quel pasticciaccio brutto
dei voucher

Parafrasando il romanzo di Carlo Emilio Gadda, la decisione del governo di abrogare per decreto i voucher, evitando così il referendum promosso dalla Cgil, si può definire “quel pasticciaccio brutto”, prestandosi a più considerazioni di natura politica, sindacale e giuslavoristica.

Sul piano politico il governo Gentiloni, per evitare una nuova prova referendaria destabilizzante per la sua stessa tenuta, ha eliminato l’oggetto del contendere, quei voucher che rappresentavano una modalità di retribuzione per il lavoro occasionale di tipo accessorio, al centro delle polemiche per aver precarizzato ulteriormente le prestazioni di lavoro. Una scelta saggia che, sul piano politico, costituisce una nuova sconfitta, questa volta postuma, per il governo Renzi, che aveva difeso strenuamente un istituto “ereditato” dagli esecutivi del centrodestra guidati da Berlusconi, condividendone la cultura della flessibilità e della deregolazione delle tutele lavoristiche.

Vince la Cgil, che aveva promosso da sola il referendum sui voucher (assieme a quelli sugli appalti e sul ripristino dell’art. 18 in materia di licenziamenti, quest’ultimo non ammesso dalla Corte costituzionale), a fronte della posizione pilatesca di Cisl e Uil, senza doversi cimentare in una consultazione resa assai problematica dal difficile raggiungimento del quorum.

Adesso, però, è tempo di una riflessione più ampia sul tema dei diritti del lavoro in Italia. Dal 1997 abbiamo assistito ad una serie di interventi legislativi, tutti rivolti ad introdurre maggiore flessibilizzazione sul mercato e nel rapporto di lavoro, di tipo alluvionale, sovente contradditori e senza collegamenti.

Dal “Pacchetto-Treu”, la legge-delega n.196/1997, alla “Legge-Biagi”, la n.30 del 2003 attuata dal decreto legislativo n.276 dello stesso anno, sino ai provvedimenti del governo Monti con la “Legge Fornero” (la n.92/2012) e al cosiddetto Job Act, quest’ultimo una vera e propria riscrittura peggiorativa di una serie di istituti di tutela del mondo del lavoro come licenziamenti individuali e collettivi, mansioni e qualifiche, attraverso vari decreti legislativi tra il 2014 e il 2015, voluti dall’allora premier Renzi e dal ministro del Lavoro Poletti, che hanno recepito le indicazioni confindustriali e dell’amministratore delegato di Fca-Fiat Marchionne.

Ma il “pasticciaccio brutto” consiste nel fatto che i voucher già acquistati potranno essere utilizzati per tutto l’anno senza alcuna regolazione, considerato che il decreto-legge del governo ha abrogato la disciplina, anche se c’è ci sostiene che rimarrebbe in vita la previgente normativa.

In generale è avvertita l’esigenza di una riscrittura generale della disciplina lavoristica, per questo c’è bisogno di un vero e organico codice del lavoro, sul modello francese, al cui interno inserire in forma coordinata le disposizioni del codice civile in materia di subordinazione, lo Statuto dei lavoratori e gli altri provvedimenti di legge intervenuti, sfoltendo la normativa e predisponendo una generale semplificazione, a beneficio degli interpreti del diritto del lavoro e, soprattutto, dei contraenti il contratto di lavoro: dipendenti e aziende.

Europa a due velocità 
e debito sovrano

Ciò che appare sempre più chiaro, nonostante le celebrazioni, invero in tono minore, del Trattato di Roma, costitutivo della Comunità Economica Europea nel 1957, che dovevano dare nuovo smalto alla prospettiva federalista, è che alla fine la Germania della “Cancelleria di ferro” imporrà l’”Europa a due velocità” e, con essa, un’Unione di tipo confederale. Se questo sarà è indispensabile rivedere da subito l’austerity che sta strangolando i cittadini italiani e di molti paesi europei, cancellando la camicia di Nesso dei parametri di Maastricht, il debito pubblico in primo luogo.

Non è un’eresia economica affermare, infatti, che nella storia dell’economia si sono verificati periodici annullamenti dei debiti sovrani, per non portare in rovina le popolazioni e per rinnovare le basi di un’economia produttiva.
Il caso più famoso? Certamente quello della Nazione di Frau Merkel, con l’annullamento pressoché totale dell’ingente debito verso l’estero della Germania, a causa delle pesanti sanzioni imposte ai tedeschi dopo la sconfitta nella prima e nella seconda guerra mondiale. La Conferenza di Londra del 1953 infatti, decise di azzerare quasi integralmente, da parte delle Nazioni vincitrici, i debiti della Germania, con l’importante opera svolta da Herman Josef Abs, grande banchiere un tempo al fianco di Hitler. Il miracolo economico della Germania Federale prima e di quella riunificata dopo il crollo del Muro di Berlino affonda le radici in questa decisione economica internazionale, che rispondeva anche e soprattutto, ad esigenze di geopolitica.

Avvenimento ricordato, invano, dal governo greco di Alexis Tsipras, a fronte della posizione draconiana della Germania sul debito pubblico ellenico e sulla severa politica economica, basata sui tagli sociali, imposta dalla Troika.

Ciò che non si dice è che nessuno degli attuali debiti sovrani potrà mai essere ripagato. Peraltro, sono proprio i paesi più ricchi a livello globale, che hanno i debiti pubblici, ma anche privati, maggiori: Stati Uniti, Giappone, Cina e in Europa la Germania, che predica rigore ma ha un debito pubblico pari a 2.284 miliardi di euro, superiore a quello dell’Italia.

E’ chiaro, dunque, che le maggiori economie del mondo sono fondate sul debito, ma la loro stabilità deriva dalla capacità di generale ricchezza, di cui il Pil è solo uno degli strumenti di misurazione.

Appare necessario superare questa finzione economica e dichiarare che si potranno mai ripagare questi enormi debiti sovrani, se, almeno, non si blocca la loro corsa: è il costo degli interessi che lo Stato paga ai suoi creditori, per lo più di natura istituzionale, che autoalimenta la crescita costante del debito.
Se si guarda il bilancio dello Stato italiano si vedrà come gli interessi sul debito pubblico costituiscono la terza voce di spesa dopo pensioni e sanità.

E allora, perché non promuovere una conferenza internazionale sulla ristrutturazione dei debiti sovrani?

Maurizio Ballistreri

La crisi del Pd e le scissioni a sinistra

Il renzismo è in crisi e con esso il modello di partito costruito dall’ex premier, segnato da un flebile segno programmatico, incentrato sulle idee di mercato, giovanilismo e di innovazione, e da un’accentuata visione oligarchica della politica. Un modello sconfitto pesantemente nel referendum costituzionale del 4 dicembre scorso e politicamente in crisi, al netto delle inchieste giudiziarie sul “cerchio magico” di Renzi.
Da questa situazione si sono originate le condizioni per la nascita di una nuova formazione politica, che si colloca a sinistra del Pd, i Democratici Progressisti, mentre in precedenza si era costituita Sinistra Italiana.
Qualche commentatore ha evocato una sorta di “maledizione” per la sinistra nel nostro Paese, quella delle scissioni del “Sol dell’Avvenire”.
Il 15 agosto 1882, quando a Genova nacque il Partito socialista con la sigla di Partito dei lavoratori italiani, che aveva in Andrea Costa il leader, non aderirono gli anarchici, che rifiutavano la via parlamentare e democratica per il movimento operaio a livello politico, mentre prendevano le distanze dal nuovo partito, per la sua ideologia marxista, le società operaie mazziniane e repubblicane. Poi, il 21 gennaio del 1921, la scissione di Livorno di Bordiga, Gramsci, Togliatti e Tasca dal Psi, con la nascita del Partito comunista d’Italia, che voleva importare la rivoluzione bolscevica avvenuta nel 1917 in Russia e il 4 ottobre del 1922, alla vigilia della Marcia su Roma di Mussolini, la nascita del Partito socialista unitario, di schietta tradizione riformista, di Turati, Matteotti, Treves, Modigliani e Buozzi, a cui si aggiunse nel 1924 il socialista liberale Carlo Rosselli, in contestazione al massimalismo del Psi del tempo.
E nel dopoguerra, l’11 gennaio 1947 a Palazzo Barberini a Roma, la nascita del Partito socialista dei lavoratori italiani guidato da Giuseppe Saragat (poi, nel 1952, Partito socialdemocratico a seguito della fusione avvenuta l’anno prima con il Psu di Giuseppe Romita), che in polemica con la scelta del Fronte Popolare del Psi di Pietro Nenni e Rodolfo Morandi e dell’alleanza con i comunisti e della scelta filo-sovietica, indica la via democratica e riformista nel campo occidentale.
I due tronconi socialisti si riunificano nel 1966 (per poi dividersi tre anni dopo), ma nel 1964 era avvenuta una nuova scissione, questa volta “a sinistra” del Psi, con la costituzione del Psiup, i socialproletari di Vecchietti e Basso legati al comunismo sovietico. Anche nel campo comunista si deve ricordare una scissione, anzi, secondo il centralismo democratico sul modello del Pcus, l’espulsione del gruppo del Manifesto, “reo” di frazionismo ed “eresia” rispetto al dogma ideologico marxista-leninista, oltre alla nascita, soprattutto dopo il ’68, di una miriade di gruppi legati a varie correnti ideologiche, dal trotzkismo al maoismo all’autonomia operaia: Lotta Continua, Servire il Popolo, Potere Operaio, Pdup, Dp alcune delle sigle.
Si arriva al crollo del Muro di Berlino e il Pci, guidato da Occhetto, con il sostegno di D’Alema e Veltroni, opera la “svolta” della Bolognina il 12 novembre 1989. E così il 3 febbraio del 1991 nasce il Pds, da cui si stacca Rifondazione comunista nello stesso anno e da quest’ultima, nel 1998, il Partito dei comunisti italiani guidato da Cossutta, da sempre sostenitore della linea “sovietista” e storico antagonista del revisionismo di Berlinguer e del compromesso storico.
Tutte queste rotture (ma molte altre sono avvenute, per tacere della diaspora socialista dopo la fine della leadership di Craxi) nel campo della sinistra italiana hanno avuto sempre un aspetto: la contrapposizione ideologica e programmatica, si potrebbe dire la dialettica quasi irriducibile tra diverse concezioni della politica e della società nel divenire storico. Una tensione che, invero, ai nostri giorni appare molto affievolita.
Purtroppo, dal congresso “straordinario” del Psi, non è venuta alcuna risposta ai problemi della sinistra nel nostro Paese e sul tema del ruolo dei socialisti in Italia, con una sorta di miracolistica attesa delle “decisioni di Renzi” novello Godot, nonostante da più parti sia avvertita l’esigenza che anche da noi si costituisca, finalmente, una forza realmente omologa alle socialdemocrazie europee, senza quelle derive centriste e “blairiste” che in Europa hanno prodotto la sconfitta del Pasok in Grecia e dei laburisti in Olanda o l’emarginazione dei socialisti in Spagna.
Ma la “questione-socialista” (e non delle sorti personali dei singoli socialisti!) rimane fondamentale per l’avvenire della sinistra italiana.

Maurizio Ballistreri

Maurizio Ballistreri
Le prospettive del socialismo
in Italia

Caro Riccardo,

approfitto dell’ospitalità delle colonne dell’Avanti!, per rappresentarti, con questa “lettera aperta”, alcune mie considerazioni sull’intervista di Walter Veltroni al fondatore de “La Repubblica” Eugenio Scalfari e sulle prospettive del socialismo in Italia.

Walter Veltroni, fondatore di quel Partito democratico frutto di un esperimento di genetica politica, “un compromesso storico bonsai” tra ex democristiani ed ex comunisti, ha inteso ricostruire in quell’intervista l’esperienza storica della sinistra italiana dal ‘900 sino ai giorni nostri, finendo per produrre una sorta di manipolazione della Verità, che George Orwell descrisse mirabilmente in “1984”.

Naturalmente c’è solo il filone del Pci, con l’esaltazione di Berlinguer e della sua “questione morale”, depurata ovviamente dal lato oscuro dei copiosi finanziamenti sovietici ai comunisti italiani e dei rapporti con le coop rosse, e nemmeno una parola sui socialisti. Come se Andrea Costa, Filippo Turati, Giacomo Matteotti, Bruno Buozzi, Carlo Rosselli, Pietro Nenni, Giuseppe Saragat, Giuseppe Romita, Sandro Pertini, Lelio Basso, Riccardo Lombardi, Giacomo Brodolini, Giacomo Mancini, Francesco De Martino e Bettino Craxi, solo per citare alcune delle personalità del socialismo italiano, non fossero mai esistiti, ed esso, nelle sue diverse articolazioni ideologiche e nei suoi diversi tronconi politici, non abbia rappresentato un asse fondamentale e decisivo per la costruzione della democrazia e dei diritti sociali e civili in Italia. Viene alla memoria un articolo di Pietro Nenni, pubblicato sull’Avanti! del 28 gennaio 1945, dal titolo “Un anno di lotte politiche”, che affrontava anche la proposta di Togliatti del “partito unico dei lavoratori italiani”, che, mutatis mutandis, si ritrova nell’appello all’unità veltroniano. Nenni a fronte delle proposte del leader comunista per “un’unione più stretta, completa, la quale potrà esprimersi soltanto con la creazione di un partito unico”, evidenziava l’esaltazione di Lenin e Engels e la liquidazione della tradizione teorica e politica pluralista del socialismo italiano, da parte di chi fu il più stretto collaboratore di Stalin durante il Comintern.

Dietro l’immagine del democratico all’”americana”, Veltroni mostra sempre la matrice settaria delle proprie origini, con tanto di quell’antisocialismo che proprio in Eugenio Scalfari ha avuto un portabandiera.

Il problema è che Veltroni rappresenta l’animus del Pd nei confronti della storia socialista, avendo aderito al Pse solo come condizione imposta dalla esigenza di essere parte di una grande famiglia politica europea, e, naturalmente, la domanda è d’obbligo: come può il Psi continuare ad avere il Pd come alleato privilegiato, considerando il malcelato astio contro la nostra Storia? Com’è possibile proporre alle Compagne e ai Compagni ancora la collaborazione di governo con il Pd, che, oggettivamente, appare senza risultati sui temi storici dei socialisti, lavoro e diritti sociali in primo luogo, con la subordinazione nei confronti dei diktat della finanza globale e dell’austerity di Frau Merkel? E, last but not least, come si può pensare, solo per un momento, come è sembrato emergere in alcune fasi della vita politica recente, che il Psi possa confluire nel Pd di Matteo Renzi?

Il Partito democratico non solo non vuole fare i conti con la storia del comunismo italiano, a partire dal “livornismo” e dalla scissione del 1921 (praticando oggi una tecnica di conquista del potere fondata sull’egemonia gramsciana senza l’orizzonte di liberazione dall’oppressione capitalistica, definito dal marxismo nelle sue vari declinazioni), ma neppure essere, effettivamente sul piano politico e programmatico, parte integrante della storia del socialismo riformista in Italia e in Europa, condannando la sinistra nel nostro Paese a una prospettiva di divisioni.

Mi chiedo perché, invece di un nuovo congresso nazionale foriero di ulteriori divisioni dei socialisti, non si promuovano gli “Stati Generali del Socialismo italiano”, per unire il Psi, la diaspora socialista e il “socialismo largo” di cui, opportunamente, parla da tempo Rino Formica, per costruire una sinistra italiana secondo la tradizione del socialismo democratico e riformista.

Maurizio Ballistreri

Una nuova sinistra plurale in Europa e in Italia

Le prime parole di Benoit Hamon dopo la vittoria alle primarie per il candidato della sinistra alle presidenziali francesi del prossimo 23 aprile, rivolte agli elettori, sono state: “Avete lanciato un messaggio chiaro di speranza e di rinnovamento, voglio scrivere una nuova pagina dalla sinistra e della Francia. Insieme abbiamo deciso di fare della questione sociale e della questione ecologica due elementi fondamentali di un nuovo progetto”.

Un candidato di sinistra autentica dunque, su posizioni diverse dal moderatismo di Hollande e del partito socialista europeo, sempre più omologato all’ordoliberalismo della Merkel, in grado di partecipare al circuito di una nuova sinistra, unita e plurale, con il laburista James Corbyn e con nuove esperienze come Podemos in Spagna e lo spirito originario di Syriza in Grecia, che guardi anche al programma di Bernie Sanders per le passate presidenziali americane, che ponga al centro i diritti sociali, il lavoro e il contrasto al potere della finanza globale.

Anche in Italia ci sono fermenti per la costruzione di una nuova sinistra, in grado di tenere assieme valori e tradizioni diverse, dal riformismo socialista all’ambientalismo consapevole e a posizioni politiche più radicali, distinta e diversa dalla deriva centrista del Pd e da un antagonismo ideologico sterile e protestatario, per candidarsi al governo del paese, contro l’austerity teutonica e il suo monetarismo, per una politica economica e sociale che metta la piena occupazione, l’estensione del welfare state in una logica di inclusione, un nuovo diritto del lavoro. Si tratta di un laboratorio a cui contribuiscono sia l’iniziativa di Massimo D’Alema che la fase costituente di Sinistra Italiana e la straordinaria mobilitazione di popolo nella battaglia per il No nel referendum costituzionale.

Un’ipotesi politica è proprio quella di compattare il popolo di sinistra, partendo dai comitati per il No alla riforma della Costituzione, evitando di ripetere gli errori del passato per “un soggetto unitario della sinistra”, in grado di rappresentare quella parte ampia di elettorato che non si riconosce nel Pd renziano. Ecco, quindi, che, dopo la vittoria referendaria, c’è un lavoro di consolidamento delle reti e dei comitati a difesa della Costituzione da realizzare, con l’obiettivo di attuare la Costituzione, senza diventare un partito politico novecentesco, con nuove battaglie quali il proporzionale nella legge elettorale e i referendum sociali promossi dalla Cgil”.

Insomma, una nuova sinistra in Italia, unita e plurale, deve evitare il politicismo, ponendosi due temi: quello di un programma di radicali riforme sociali e quello, per dirla con Zygmut Baumann, della sua “constituency, del suo blocco elettorale”, formato da quella parte di società che ha pagato i costi della globalizzazione e dell’Europa della moneta unica: lavoratori dipendenti, pensionati, precari, disoccupati e ceto medio. L’alternativa è il campo libero alle “Due destre” sul modello americano: establishment da una parte e neopopulismo dall’altra.

Maurizio Ballistreri

Consulta e legge elettorale:
ora decida la politica

Spesso, nel linguaggio comune, prendendo a prestito una frase di Nietzsche sulla filosofia del suo tempo, si usa dire che “il rimedio è stato peggiore del male”. E’ quanto si potrebbe affermare a proposito della pronunzia della Corte costituzionale sull’Italicum. Il Giudice delle leggi, invero, è sembrato più esprimersi in termini di equità politica per non scontentare nessuna delle parti in causa, sia sostenitori che oppositori della legge elettorale voluta al tempo da Renzi e dalla sua maggioranza, che non in aderenza ai principi costituzionali in materia di rappresentanza elettorale.

Rimangono i capilista bloccati, le candidature plurime e un inaccettabile premio di maggioranza; sparisce il ballottaggio e la facoltà di scegliere a seguito dell’elezione in più collegi: in pratica, la possibilità del capolista candidato in più collegi di decidere secondo le proprie convenienze politiche, in quale di questi collegi risultare eletto, a prescindere dai voti ottenuti e consentendo, di fatto, l’elezione dei secondi candidati dei collegi non prescelti, circostanza che avrebbe creato una disparità tra gli elettori. Sarà invece un sorteggio a decidere il collegio di elezione. Ne esce una diversa legge elettorale, con la sconfitta del modello fondato sul maggioritario puro, che è ancorato alla rappresentanza politica di diverse e specifiche constituency nazionali, legata cioè ad una determinata esperienza storico-sociale del Paese, come nel Westminster system in Gran Bretagna.

Come scrive la Corte “All’esito della sentenza, la legge elettorale è suscettibile di immediata applicazione”. Quindi il sistema elettorale “modificato” dalla sentenza della Corte costituzionale, può funzionare senza la necessità di interventi legislativi. Questo è un principio che la Consulta ha sempre affermato, in quanto “non è possibile che un organo costituzionale sia lasciato nell’impossibilità di operare”, come nel caso del Parlamento. Ciò si era già verificato con la sentenza del 2014 sulla legge elettorale del 2005, al punto che la legge residua (attualmente valida per il Senato, in quanto l’Italicum ha riformato solo la legge della Camera poiché in combinato disposto, di fatto, con la riforma costituzionale, poi bocciata dai cittadini) viene chiamata nel linguaggio pubblicistico “Consultellum”, cioè la legge della Consulta.

Il punto è che la “nuova legge elettorale”, generata dalla sentenza della Corte costituzionale, non appare in grado di garantire né il necessario pluralismo politico-culturale in Parlamento né, imponendo alleanze “spurie” in Parlamento, esiti di governabilità. Alle forze politiche, quindi, il compito di approvare una legge elettorale che si muova lungo direttrici, e che dovrebbe essere, quindi, di tipo proporzionale, con una soglia bassa di sbarramento e l’obbligo di dichiarare preventivamente l’eventuale adesione ad una coalizione elettorale.

Come dire che la politica si deve riappropriare della funzione decisionale, senza delegare nessun a risolvere i problemi, elemento costitutivo questo delle democrazie liberali.

Maurizio Ballistreri

Maurizio Ballistreri
Il nostro socialismo

Nel 1978 Lucio Dalla cantava “…la televisione ha detto che il nuovo anno porterà una trasformazione e tutti quanti stiamo già aspettando sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno, ogni Cristo scenderà dalla croce anche gli uccelli faranno ritorno. Ci sarà da mangiare e luce tutto l’anno, anche i muti potranno parlare mentre i sordi già lo fanno”: fuori dalla metafora al confine della realtà di una canzone che è un vero e proprio testo poetico tra le ombre di Edgard Allan Poe, il verismo, l’ermetismo, il futurismo il postmoderno letterario, ispirata da un’onirica visione quasi da veggente, per “L’anno che verrà” gli italiani vorrebbero dalla loro classe politica alcune cose di buon senso. Non nuove leggi ma abrogazioni di pessimi provvedimenti in primo luogo. Il Job Act, con il ritorno dell’art. 18 per la tutela reale contro i licenziamenti e la cancellazione della vergogna dei voucher; e, poi, la cancellazione della “riforma Gelmini”, che ha devastato gli atenei italiani, della “buona scuola” e della cosiddetta “riforma della Pubblica Amministrazione”, firmata dal ministro Madia, bocciata clamorosamente dalla Corte costituzionale.
La conseguenza politica dovrebbe essere, quindi, l’ ”abrogazione”, del governo Gentiloni, che contro il voto popolare è stato insediato, caso unico nelle democrazie occidentali in cui chi ha perso continua a governare, peraltro assai male, con le vergognose dichiarazioni sui giovani del ministro del Lavoro Poletti! Già, hanno “straperso”, per dirla con Renzi, e governano, a dispetto del popolo, il demos fondamento della “democrazia”, con un vero e proprio esecutivo del “Sì”, sonoramente battuto nel referendum costituzionale, con la signora Maria Elena Boschi, già ministro delle Riforme, addirittura promossa ad un ruolo chiave, quello di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, vero e proprio insulto in faccia a 20 milioni di cittadini e cittadine della nostra Repubblica, la cui volontà è, ancora una volta, piegata al cartello di lobby che tiene in ostaggio la sovranità popolare: alta finanza, grandi imprese, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario e banche, quest’ultime beneficiarie del primo provvedimento del nuovo governo, assunto (manco a dirlo!) in via d’urgenza: 20 miliardi per salvare il Monte dei Paschi di Siena e altri istituti di credito. E per i disoccupati, i pensionati al minimo, i piccoli imprenditori strozzati dalle tasse e dalla burocrazia e il Sud? Nulla, mentre avanza l’incubo della deflazione e dell’ulteriore crisi dei consumi delle famiglie.
E, naturalmente, il pensiero corre al socialismo italiano, con polemiche che rischiano di distruggere ciò che di organizzato ancora resiste. Ma perché, invece di procedere ad nuovo burocratico congresso, che rischia di trasformare il Psi dalla vecchia “piccola cooperativa” ad una ditta individuale, non si promuovono gli Stati Generali del socialismo italiano, per costruire quel “socialismo largo” di cui parla un leader della storia socialista come Rino Formica; un socialismo largo che pure esiste nel nostro Paese e di cui la politica e i cittadini abbisognano. Associazioni, fondazioni, personalità, intellettuali, dirigenti di organizzazioni sindacali e della rappresentanza sociale e soprattutto giovani, tutti impegnati a ricostruire una forza politica coerentemente legata alla tradizione del socialismo democratico italiano ed europeo, quest’ultimo prima della deriva liberista, blairiana e merkelliana degli ultimi anni.
È sempre attuale il monito lasciatoci da Pietro Nenni all’alba degli anni ’80 del ‘900 sulle colonne di Mondoperaio, proprio durante una delle ricorrenti divisioni del Psi: “Tutto è in questione, tutto è posto di fronte all’alternativa di rinnovarsi o perire”.

L’Avanti! patrimonio Nazionale

L’Avanti! ha compiuto 120 anni. Un giornale che rappresenta una parte fondamentale non solo della sinistra in Italia ma dell’intera vicenda politica nazionale e della sua storia democratica.

Fondato il 25 dicembre del 1896, il nome del quotidiano si ispirò ad un giornale della socialdemocrazia tedesca, Worwarts!, di quel tempo, con riferimenti teorici in prevalenza marxisti, ed ha accompagnato e sostenuto la nascita e lo sviluppo del movimento operaio italiano e delle sue organizzazioni politiche e sociali, rappresentando in oltre un secolo un luogo di dibattito aperto a tutta la cultura e la politica democratiche.

Le posizioni politiche e culturali dell’Avanti!” si possono leggere attraverso le figure dei suoi direttori. Da Leonida Bissolati, riformista, massone e poi interventista, direttore del quotidiano negli anni in cui la tendenza riformista guidata da Filippo Turati era maggioranza nel PSI, sino al 1910 (un giornale aperto che pubblica articoli di De Amicis, D’Annunzio, Matilde Serrao, Benedetto Croce, inediti di Emile Zola e in appendice i romanzi di Flaubert, Maupassant, Balzac, Turghenev. Tolstoj) a Benito Mussolini, prima che diventasse interventista prima e duce del fascismo dopo, nel periodo nel quale era uno dei leaders intransigenti dell’ala massimalista e rivoluzionaria del socialismo italiano. Sono gli anni in cui la lotta politica socialista è sostenuta dai disegni sull’Avanti! di Giuseppe Scalarini, considerato il creatore della vignetta satirica politica in Italia. E poi Giacinto Menotti Serrati, che sulle sue colonne sostenne la fusione con il Partito comunista d’Italia per “fare come in Russia”, e Pietro Nenni. E la battaglia politica di Nenni è indissolubilmente legata al quotidiano socialista. Eccezionale tribuno e giornalista efficace, a Nenni sono dovuti alcuni dei titoli dell’Avanti! entrati nella storia politica nazionale: “O la Repubblica o il caos” è, probabilmente, il più famoso, con il quale l’allora segretario socialista tuonava contro la Monarchia e i Savoia. E poi tutta una galleria di leader storici del socialismo italiano: Riccardo Lombardi, Sandro Pertini, Francesco De Martino e Bettino Craxi, quest’ultimo che, sul finire degli anni Ottanta del XX Secolo, non più direttore del giornale (alla guida c’era il brillante giornalista napoletano Antonio Ghirelli) firmava i suoi graffianti corsivi, G.d.T., le iniziali dello pseudonimo utilizzato, Ghino di Tacco, dal nome del bandito della Rocca di Radicofani, al quale Eugenio Scalfari aveva accostato quello del segretario del PSI, per l’uso del coalition power, contro la tenaglia del compromesso storico tra Democrazia cristiana e Partito comunista.

Poi la crisi della prima Repubblica che investe e travolge in primo luogo il Partito Socialista, gran parte del suo gruppo dirigente e i suoi strumenti di informazione come l’Avanti!, sopravvissuto all’assalto delle squadre fasciste, che lo incendiarono nell’aprile del 1919 e alla chiusura imposta dalla dittatura di Mussolini, continuando la pubblicazione in esilio a Parigi e a Zurigo, ma non al dissolvimento del PSI del tempo.

L’Avanti! dunque, come parte della storia d’Italia: perché non preservarlo come patrimonio nazionale, attribuendogli ex lege il Patrocinio del Presidente della Repubblica?

 Maurizio Ballistreri

L’avventurismo di Renzi

La clamorosa e sonora sconfitta nel referendum costituzionale non sembra avere insegnato nulla a Renzi (e ai suoi alleati!), che continua a tenere un atteggiamento arrogante, che sfocia nell’avventurismo politico.

La sconfitta di Renzi si inserisce in un trend che ormai appare inarrestabile, di contestazione all’establishment, rappresentato dal mondo finanziario ed economico e dalla politica subalterna ad esso, che si sviluppa con Brexit, passando per il no della Vallonia al Trattato di liberoscambio tra Europa e Canada e all’elezione di Trump negli Stati Uniti.

Anche in Italia, sensibilità politiche e culturali diverse, e in alcuni casi molto eterogenee, hanno fatto fronte comune per contestare la deriva oligarchica contenuta nella “Deforma” costituzionale e la volontà plebiscitaria espressa dal progetto politico renziano, ma, in primo luogo, è stato il popolo, a prescindere da riferimenti ideologici e di schieramento, a dire con chiarezza che vuole riappropriarsi della sovranità, rivendicando, in primo luogo, una nuova stagione di diritti sociali, gli stessi che costituiscono l’humus fondamentale della nostra Costituzione repubblicana.

Perciò, non si può condividere l’affermazione di Renzi, secondo cui la sconfitta riguarda solo lui: sono tanti ad uscire sconfitti dalla consultazione referendaria.

I sostenitori della democrazia competente, quelli che “il voto è un problema”, come l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (vero ispiratore della “Deforma”) o Eugenio Scalfari, teorico dell’oligarchizzazione della politica, innanzitutto; i “grandi” quotidiani, letti invero da pochi ma pieni di debiti, con i loro columnist modello americano; attori e comici strapagati come Benigni; alcuni sedicenti intellettuali, qualcuno dalla barba incolta passato con disinvoltura dalle teorie dell’Autonomia Operaia alla militanza nel Partito comunista, all’invaghimento per Nietzsche e il nichilismo sino al renzismo, tra i quali spiccano quelli che votavano Sì “perché comunque sarebbe stato un cambiamento”; presidenti delle Regioni come Crocetta in Sicilia, ulteriormente delegittimato, e De Luca in Campania (al quale le fritture avranno fatto indigestione!); agli stessi sindacati confederali, oltre alle maggiori associazioni datoriali come Confindustria e alle banche, con l’endorsement finale rappresentato da accordi, come quello per il pubblico impiego, il cui contenuto economico sarà pari a meno di 50 euro netti in tre anni, a partire dal 2017, se l’Aran firmerà i contratti. E, naturalmente, il gotha finanziario, Goldman Sachs e Jp Morgan in testa, e delle istituzioni europee in campo economico, come la Banca Centrale, e politico, Juncker e la Commissione dell’Unione, oltre che di Frau Merkel. Tutti zittiti dallo straordinario successo popolare del No, a cui l’avventurismo renziano e del suo “cerchio magico” vorrebbe contrapporsi. Già, quell’avventurismo che, come descrisse Nenni nel suo “Storia di quattro anni: 1919-1922” dedicato al cosiddetto “Biennio rosso”, aprì le porte al caos e alla dittatura.