Mauro Del Bue
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Mauro Del Bue

25 aprile: festa di libertà

Oggi ho trascorso la festa della liberazione a Reggiolo, un comune della bassa reggiana, dove, nell’ambito delle celebrazioni del 25 aprile, i nostri sono riusciti a ritagliare un momento dedicato alla memoria di Giacomo Matteotti, come recita la nuova insegna della via del comune a lui intestata, “martire socialista e antifascista”. Ho parlato ricordando il segretario nazionale del Psu, non solo come martire, ma anche come uomo politico, visto che Matteotti, eletto deputato del Psi per la prima volta nel 1919 nella provincia di Rovigo, era un socialista riformista che seguì Turati, Treves, Prampolini, quando i riformisti, nell’ottobre del 1922, a pochi giorni di distanza dalla marcia su Roma, vennero espulsi dal Psi massimalista in ottemperanza agli ordini di Mosca.

Sul delitto ho ricordato, oltre al movente tradizionale, da ricercare nel discorso che Matteotti tenne alla Camera il 30 maggio del 1924, col quale chiedeva l’invalidazione delle elezioni politiche a causa di gravi irregolarità e di violenze, anche il secondo movente, frutto di ricerche più recenti, che conducono alla denuncia, attraverso documenti che Matteotti custodiva in quella cartella che non venne mai rintracciata, di settori del governo o della stessa corona o di entrambi, che sarebbero stati colpevoli di aver intascato laute tangenti pagate dalla società petrolifera inglese Sinclair per ottenere l’esclusiva della perforazione sul suolo italiano. Se così fosse Matteotti sarebbe da ricordare non solo come coraggioso antifascista, ma anche come strenuo combattente contro la corruzione di regime.

La festa del 25 aprile é di tutti gli italiani, di tutti coloro che amano la libertà, un bene che agli italiani é costato pesanti sacrifici e molte, troppe vite umane. Desidererei solo ricordare, a proposito del ruolo dei socialisti, tre questioni. La prima é relativa all’antifascismo clandestino ed esule durante il ventennio e citare su tutti Carlo Rosselli, Sandro Pertini, Giuseppe Saragat e Pietro Nenni che perse una figlia, Vittoria, nel campo di concentramento di Auswhitz. La seconda é relativa alla lotta di liberazione che si sviluppò in Italia dopo l’invasione tedesca dell’8 settembre del 1943. E a tale proposito, oltre a Pertini, ricordare le Brigate Matteotti, fondate da Corrado Bonfantini col comandante Iso, Aldo Aniasi, che divenne poi sindaco di Milano. Citare qualcuno tra i moltissimi dei socialisti che presero parte alla lotta armata perché l’elenco sarebbe impossibile. Sarebbe ora dunque di finirla col considerare la resistenza, come purtroppo è d’uso negli ultimi tempi, come un movimento ad esclusivo appannaggio di comunisti e cattolici. Basta conoscere la storia e non nutrire ostilità nei confronti dei socialisti, e non é difficile riconoscere e valorizzarne l’apporto.

La terza questione, che riguarda sempre i socialisti, é che essi smisero di sparare il 25 aprile, mentre altri continuarono con azioni mirate e con armi non consegnate un’azione violenta non solo contro i fascisti, ma contro gli avversari politici. La mia provincia ha conosciuto almeno due anni di paura e di terrore e i socialisti non solo non furono tra i carnefici, ma furono, coi sindaci di Casalgrande Umberto Farri, e proprio di Reggiolo, Egisto Lui, vittime. Farri morì dopo i colpi scagliatigli addosso da tre sicari col fazzoletto rosso a casa sua, Lui fu gravemente ferito e miracolosamente si salvò. Dobbiamo essere dunque orgogliosi dei nostri 25 aprile. Segnarono, essi, per i socialisti, il punto di arrivo della guerra civile e di liberazione. E il punto di partenza della democrazia conquistata.

Macron, monsieur le président

Emanuel Macron affronterà dunque al ballottaggio Marine Le Pen e vincerà, avendo già ottenuto l’appoggio di socialisti e gollisti. Mettiamo anche che una piccola parte di elettorato di Melenchon, che ottiene un lusinghiero 19 per cento, preferisca la rottura con l’Europa proclamata dal Front national, ma non vedo come Marine possa varcare il portone dell’Eliseo superando la maggioranza con solo il 21 per cento di partenza. La Francia é figlia dell’illuminismo e il suo elettorato, al contrario di quello italiano, ragiona prima di votare e preferisce il candidato meno lontano rispetto alla punizione del contendente tradizionale. E’ accaduto alle recenti regionali, accadrà alle presidenziali. Tanto più che Macron é assai più affine ai socialisti e ai gollisti di quanto qualsiasi di loro sia affine a quell’altro.

Nella débacle dei candidati socialista e gollista c’é molto che accomuna i due partiti. E cioè l’errore di averli candidati. Fillon per lo scandalo suscitato dall’assunzione della moglie, Hamon per il suo carattere estremista. Sarà più o meno così anche in Gran Bretagna, patria dell’empirismo, dove contro la fortissima May si schiera il malcapitato Corbyn, anche lui euroscettico, anzi filo Brexit. Si dirà che queste categorie non tengono più e si ricorda giustamente che un socialista di estrema sinistra, poi scissionista e fondatore del Partito di sinistra, Melenchon, ha conquistato il triplo dei voti di Hamon. E dunque si potrebbe sostenere l’assurdo assunto che segnala tre candidati di area o provenienza socialista che sfiorano complessivamente il 50 per cento.

Il problema che segnalano queste elezioni é proprio inerente, invece, il superamento delle identità politiche tradizionali. In ritardo é un po’ quel che successe in Italia nel 1994. Oltre al Front national che risulta così il più vecchio dei partiti in piedi, visto che venne fondato da papà Jean Marie Le Pen nel 1972. I partiti o movimenti del primo classificato e del terzo, cioè En marche di Macron e La France Insumise di Melenchon hanno solo mesi di vita. Gollisti e socialisti per la prima volta nella Quinta Repubblica non vanno entrambi al ballottaggio. Macron, contrariamente ai Le Pen, che già hanno conosciuto l’ebbrezza della medaglia d’argento, non solo ha fondato pochi mesi fa il suo movimento, ma ha deciso solo nel 2016 di candidarsi alle presidenziali.

Macron ha militato nel Partito socialista francese fin da ragazzo, ma ha sempre abbinato all’attività politica un forte impegno professionale nel campo della finanza, già ispettore delle finanze e dal 2008 banchiere d’affari presso Rotschild, il 26 agosto 2014 ha ricevuto l’incarico politico di ministro dell’Economia, dell’Industria e del Digitale nel secondo governo di Manuel Vals, carica tenuta fino al 30 agosto 2016. Poi la decisione di presentarsi alle presidenziali e l’errore, enorme, dei socialisti di non appoggiarlo e di scivolare su Hamon. Quello che risalta nel programma di Macron é il suo impegno europeista e così il ballottaggio si configurerà come lo scontro a mo’ di referendum tra europeismo e anti europeismo.

L’impostazione liberalsocialista di Macron può essere importata in Italia? Diciamo la verità. Che altro era il Psi di Craxi, se non questo. E oggi possiamo paragonare Macron a Renzi? Sicuramente per l’età i due sono simili. Macron ha addirittura due anni in meno. Anche nei loro programmi c’è molto di analogo. Le due persone, per applicazione, formazione professionale, studio, rigore, mi paiono invece molto lontane. Macron forse è più vicino alla personalità di un Giuliano Amato o di un Enrico Letta, con tratti decisamente alla Mario Draghi. Questa é la sinistra di domani, la sinistra di governo dell’Europa, quel grumo che rimane di una tradizione che ha bisogno di contaminarsi, lo facemmo proprio noi negli anni ottanta, per sopravvivere? Personalmente ne sono convinto da sempre. Il vetero socialismo é morto. Anche l’Spd che a settembre sfiderà la Merkel ha conosciuto percorsi revisionisti da Bad Godeberg al governo Schroeder ed é più in condizione di interpretare i nuovi bisogni della nostra epoca. Per i puri di sinistra un Melenchon si può trovar sempre. Aiuta a vivere meglio e a stare all’opposizione tutta la vita…

Modello Emiliano

Mentre Di Lello porta i socialisti e democratici del Pd, che ha contribuito a fondare con Di Gioia, Bastianelli e qualche altro, a supporto della candidatura di Orlando, leggo che Bobo Craxi, Onofrio Introna, non so se anche Labellarte hanno partecipato a Bari a una campagna a favore di Michele Emiliano. Nulla di male. Resta il fatto che costoro, forse non Introna, sono anche iscritti al Psi e il Psi non partecipa alle primarie per l’elezione del segretario di un altro partito. Tanto più Emiliano non mi risulta sia mai stato un filo socialista dentro il Pd, e la sua derivazione dalla magistratura, dalla quale peraltro non si è mai dimesso, porta a ritenerlo proveniente da ben altra cultura. Mi dicono che a Bari, nel corso dell’iniziativa promossa dai cosiddetti socialisti in movimento, il candidato segretario, governatore, magistrato, si sia lasciato andare in aperti riconoscimenti a favore di Bettino Craxi. Cosa non si dice per accaparrarsi qualche voto in più… Resta politicamente piuttosto nebuloso il tracciato del cammino dei nostri dissidenti. Fino a ieri parevano orientati verso l’approdo nell’Mdp dalemiano. Oggi annunciano che voteranno a favore di Emiliano, partecipando cosi alle primarie del Pd. Li aspettiamo alla prossima mossa. Senza mai scendere a sconfessioni apodittiche perché con molti di loro restiamo amici. Ma con molta, moltissima curiosità unita a un certo sconcerto…

L’Eugen… etica di Scalfari

Ancora una volta l’ex direttore di Repubblica rimuove i socialisti e la loro storia. In un lungo articolo apparso sull’Espresso egli, per dimostrare il superiore livello culturale dei politici del passato rispetto a quelli di oggi, cita gli intellettuali di ogni partito, sotto un’effige congiunta di Moro e di Gramsci. Enumera ovviamente quelli democristiani, pochi, poi quelli comunisti, molti, e i repubblicani, i liberali e perfino gli azionisti. Dei socialisti nessun cenno. Nessun nome. Nemmeno il suo, deputato del Psi dal 1968 al 1972, per sfuggire all’arresto dopo il caso Sifar. O il buon Eugenio si é rincoglionito o si tratta di una rimozione voluta, come se nel Psi non fossero stati presenti intellettuali di gran livello. Oppure, ed é la cosa più probabile, l’omissione rappresenta un’esigenza non nuova dell’Eugenio, quella di stampo Eugenetico, di ripulire la storia italiana dalla presenza del Psi. Cominciamo a enumerarli i nostri per ricordarli anche al grande sacerdote dell’Inquisizione. Da Antonio Labriola, primo traduttore di Marx in Italia, a Carlo Rosselli, fondatore del socialismo liberale, a Ugo Guido e Rodolfo Mondolfo, col loro umanismo marxista, a Filippo Turati che oltre al riformismo lanciò la Critica sociale, a Ivanoe Bonomi, che riportò in Italia le terie di Bernstein, a Ignazio Silone, scrittore tra i più prestigiosi, a Pietro Nenni, giornalista e storico di primo piano, a Eugenio Colorni e Lelio Basso, fino a Bosio e Panzeri, per poi passare ai tempi più recenti, a Bobbio, Arfè, Giolitti, Lombardi, De Martino, fino a Martelli e Amato. E me ne sono dimenticati molti. Se c’é un partito in cui gli uomini di cultura esondavano era il Psi. Scordarsene é errore da matita blu. Per Scalfari non é un refuso. E’ una prassi. Eugen…etica.

Dai che ci siamo. Biotestamento: un altro diritto dei socialisti

Dopo le grandi battaglie targate Loris Fortuna (e Marco Pannella) degli anni settanta, e dopo la legge sulle unioni civili approvata anche grazie al governo Renzi, pur tuttavia senza quella stepchild adoption che esiste anche nella democristiana Germania, ma che ugualmente viene applicata poi dai tribunali, finalmente pare in dirittura d’arrivo la legge sul fine vita. Questo grazie ancora all’impegno di un socialista, anzi, di una socialista, Pia Locatelli, che ha coordinato il comitato interparlamentare sull’argomento e si é battuta per l’approvazione della legge. Si tratta, come nel caso delle unioni civili, della legge più moderata sulla scelta del fine vita, rispetto a quella prevalente nell’intera Europa dove, in diversi stati, esiste il diritto di scelta da garantire tout court che qui viene sbandierata come eutanasia, che in greco significa morte benefica. Una morte a fin di bene. Per evitare di vivere attanagliato dal dolore e dalla sofferenza psicologica e fisica.

Sia ben chiaro, non é oggi il momento di rilanciare, con la logica del più uno, la legge sulla cosiddetta eutanasia che il buon Cappato sostiene essere sostenuta dal 60 per cento degli italiani. E’ oggi il momento di sostenere questa buona legge che la Camera si appresta a votare grazie a una convergenza tra Pd, Cinque stelle, Si, Mdp e ovviamente socialisti, con Forza Italia che ha lasciato libertà di voto, mentre Lega, Fratelli d’Italia e Ap hanno dichiarato la loro contrarietà. Vedremo poi al Senato se la legge passerà e in che modo e se essa (ah quel referendum perso) dovrà poi tornare alla Camera per essere riapprovata. Resta il fatto che la nuova legge riprende i principi che stavano alla base delle rivendicazioni delle forze laiche già ai tempi del caso Englaro. Affida cioè alla volontà della persona non il diritto alla morte, ma quello di accettare o rifiutare le terapie (diritto peraltro già sancito in Costituzione), tutela, com’é giusto, la coscienza individuale dei medici, considera tra le terapie anche l’alimentazione e l’idratazione artificiali (tema molto contrastato ai tempi del caso Englaro e dopo), assicura la sedazione continua profonda.

Sui muri di Roma un movimento integralista e in Parlamento qualche esponente in preda a convulsioni ideologiche gridavano alla legge eugenetica. Cioè a una legge volta al perfezionamento della specie attraverso strumenti artificiali, traduzione esatta del termine. Cosa c’entri una legge che assicura un diritto di scelta con una teoria imposta per tagliare i rami secchi di una razza risulta impossibile da comprendere. Ancora una volta gli integralisti intendono imporre una visione del mondo a tutti, scambiando anche nell’analisi, la libertà delle persone di poterla esercitare (compresa quella di coloro che vogliono vivere il dolore fino all’ultimo stadio) con una imposizione statalista. Ancora una volta viene proposta una visione della vita sganciata dalla potestà individuale.

La mia vita, per un non credente é così, appartiene a me, per un credente appartiene a un essere superiore. Lo stato laico deve garantire il rispetto di entrambe le convinzioni. Non può imporne una a tutti. Vecchio discorso che si ripropone oggi in termini perfino più limitati, visto che la legge prevede semplicemente, senza escludere il ruolo fondamentale del medico e della famiglia, il diritto di un malato terminale e senza alcuna speranza di riprendersi, mediante una dichiarazione anticipata, di scegliere se accettare o meno il cosiddetto accanimento terapeutico. O, come capita spesso, una vita solo vegetale. Dovrebbe essere un diritto acclarato e accolto senza riserve da tutti. Invece non é così. Pur garantendo il diritto all’obiezione dei medici, la legge deve essere applicata anche nelle strutture private, ovviamente. E qui é scattato il crucifige dei difensori dei diritti delle strutture sanitarie cattoliche. Ma vogliamo fare leggi che non si applicano a seconda dell’ispirazione dei loro fondatori e gestori? Sarebbe un caso nel panorama internazionale. Anche lì ci saranno medici laici o per essere assunti occorre un’adesione convinta a una religione? Suvvia, non siamo in Arabia Saudita….

Assad ha l’Asma

Inutile nasconderlo. Il volto da presentatrice Mediaset della moglie del premier siriano Assad, Asma, 41enne figlia di un cardiologo e di una diplomatica siriana, nata e cresciuta in Gran Bretagna, che veste e si pettina all’occidentale, ha sempre indotto a imprimerci una relativa fiducia. Anche verso il marito. Soprattutto se paragonata alla moglie di Erdogan, tutta bardata all’islamica. O ad altre mogli, magari duplici o triplici, di altri ras mediorientali. In Siria il regime di Damasco, come era avvenuto in Tunisia, sotto Ben Alì, e per alcuni versi anche in Iraq sotto Saddam, non espone né una teocrazia, né un’unica religione, né i veli obbligatori alle donne (Ben Alì addirittura li vietava). Certo tutto questo non basta. Anche Hitler amava una donna bella e sorridente come Eva Braun. Eppure. Eppure, come pare, ma non è certo, abbia fatto Assad contro i ribelli, usava, caro Sen Spicer, i gas per eliminare gli ebrei. Resta il fatto che almeno un segno va a vantaggio di Assad. Quello di una sia pur relativa laicità. Lui ha l’Asma. Malattia curabile. Altri il tifo, solo per l’Islam….

L’atomica e la barbarie di Kim

Trump, da isolazionista a interventista, senza cambiare la faccia, é dunque intervenuto, sia pur con un bombardamento simbolico, contro il governo siriano, poi ha fatto esplodere in Afghanistan, contro nascondigli dell’Isis, la madre di tutte le bombe, seconda solo all’atomica. Adesso spinge (per la verità soprattutto i cinesi) per un intervento (politico, militare) contro il feroce regime nord coreano di quel micidiale farabutto, comunista, post comunista, ma certo sanguinario di Kim Jong-un. Il mondo trema, o comprende che si tratta di minacce e dunque solo di parole?

Mentre il tiranno Kim ordina all’esercito di sfilare mettendo in mostra i suoi micidiali missili e ne sforna uno che sarebbe in grado di colpire direttamente New York, Trump sa bene che gli Usa non corrono alcun pericolo con gli strumenti di difesa e soprattutto con la capacità di attacco e di reazione immediata. Quelli di Kim sono muscoli senza colpo del KO. Eppure la Nord Corea appare al mondo intero in tutta la sua drammatica e potenziale pericolosità. Innanzitutto per i sud coreani, giustamente difesi dagli Usa. Mi viene in mente la mobilitazione della sinistra italiana, in occasione della guerra in Corea del 1950, a favore dei nordisti che, difesi dall’Urss, apparivano come i protagonisti di una nuova rivoluzione socialista contro l’imperialismo americano.

Guardate come è finita quella rivoluzione. Si é creata una dittatura barbara di stampo dinastico-militare. Al potere, assoluto, è divenuto capo supremo della cosiddetta Repubblica democratica (sic) Nord coreana, a soli 26 anni, ereditando la carica dal padre Kim Jong il, il giovanissimo Kim Jong-un. Dal 2011, le cifre sono riportate da Alessandro Farruggia sul Quotidiano nazionale, il giovane virgulto ha fatto giustiziare 340 persone, tra esponenti del suo partito caduti in disgrazia e potenziali oppositori. Tra le forme di reazione il regime che oggi minaccia di rapire gli stranieri, tra il 1977 e il 1983, sotto il regno del papà, avea già messo in atto quella del rapimento. Sono finiti in gattabuia ben 485 cittadini sud coreani. Secondo alcune fonti di Tokio i giapponesi rapiti sarebbero ben 886.

I metodi del dittatore che si definisce comunista, e le bandiere rosse con stella lo dimostrerebbero, dal 2011 ha rimosso cinque ministri della difesa dei quali uno, Hyon Yong Choll, fucilato nel 2015 con una mitragliatrice anti aerea. Due anni prima, nel 2013, aveva fatto fucilare anche lo zio Jang Song Thaek dandolo in pasto a un branco di cani affamati. Poco dopo, accusandolo di tramare contro di lui, ha fatto uccidere con un lanciafiamme il vice ministro della sicurezza pubblica O Sang-Hon. Poi, nel 2014, l’assassinio del fratellastro Kim Yong-nam, avvenuto in Malesia, col gas nervino, per mano di due spie al soldo dell’affettuoso fratellino. Come ha ucciso familiari cosi, per non essere giudicato troppo tenero, Kim ha ucciso anche sue fidanzate come Hyon Song-wol, musicista, nell’agosto del 2013, assieme ad altri 11 musicisti e cantanti, forse perché stonavano alle sue orecchie. L’accusa era quella di produrre film porno. E’ stata invece smentita dal governo nord-coreano la notizia diffusa nel mondo sulla deflagrazione del ministro Hyom attraverso l’uso del cannone, a causa del reato di “non repressa tentazione al sonno” mentre Kim parlava. Meglio, più economico, l’uso del lanciafiamme.

Costui sarebbe, amici e compagni, l’erede della magnifica resistenza alla guerra che il bellicismo americano ha scatenato nell’estremo Oriente, così come la Corea del sud, paese democratico ed economicamente avanzato, era il mostro invadente da combattere. Una profonda vergogna dovrebbero avvertire, anche dall’Aldilà, comunisti e socialisti italiani che a quell’assurda verità si erano colpevolmente accodati. Oggi un ruolo da moderatore può e deve svolgerlo la Cina, un paese che ha mantenuto un rapporto con quel pazzo di Kim. E la Cina, anche perché possiede più della metà del debito americano, ha voce in capitolo a Washington. Una commedia nella tragedia è rappresentata dal ruolo che si é attribuito il senatore Razzi. L’eroe di Crozza continua a ritenere che la Corea del nord sia come la Svizzera. C’é da augurarsi che prima o poi non venga mitragliato anche lui. Ne perderebbe se non la democrazia italiana, almeno il sarcasmo del comico genovese…

Ascoltando Claudio

Il mio vecchio amico Claudio Martelli celebra i 35 anni della conferenza di Rimini. Celebrando ovviamente se stesso e la sua teoria dei meriti e dei bisogni. Porta in giro quella felice intuizione come un simulacro da mostrare a chi lo invita. Roba di prima, roba di razza, signori. Già a Milano, alle Stelline, su iniziativa dell’on. Tommaso Nannicini, che ha confessato di provenire dalla tradizione socialista, caso raro nell’attuale vertice del Pd, poi in una sezione del Pd milanese, Claudio, con 35 anni in più, assume ancora le sembianze del giovanotto di allora. Camicia arrotolata, verbi minuziosamente azzeccati, aggettivi sempre scanditi in scala trina, tono misurato e pacato. Come 35 anni fa. Martelli che celebra Martelli?

Non credo sia inusuale oggi rimpiangere la vecchia classe politica. Non credo, in particolare, che nello scenario amorfo e superficiale della politica odierna si possano rintracciare nuovi Martelli, capaci di intuire, elaborare, progettare, e anche di governare. Il limite di Claudio, semmai, é sempre stato quello del gioco personale, un individualismo simile a quello di un ottimo giocoliere di una squadra di calcio. Quello che ti ammalia per le finte e le magie e poi alla fine non capisci perché la sua squadra perda. Se Martelli si mantiene nelle vesti dell’architetto della politica é invincibile e ineguagliabile. Non mi stupisco che Nannicini e una parte del Pd abbia deciso di corteggiarlo. Personalmente ne sono anzi sinceramente contento.

A giugno Pd e Psi svolgeranno a Milano un convegno sui meriti e i bisogni nella società odierna. Martelli ne sarà, credo, ancora protagonista. Ascoltandolo ho apprezzato il tentativo di coniugare il bisogno con un’area di vecchia povertà che a Rimini pareva dominata (si parlava infatti di nuove povertà) e di premiare un merito che non sconfini negli abusi e negli sfruttamenti del nuovo mercato finanziario. Qualche dubbio mi è sorto sulle dichiarazioni di Claudio a proposito della sua opposizione al cosiddetto “ius soli”. E’ vero che é fuorviante definire tale un diritto alla cittadinanza che si intende concedere al momento della nascita. Ma mi pare discutibile sostenere che così facendo si introdurrebbe una disparità di trattamento coi genitori. Basterebbe omologarli. Quando, dopo nove anni, un genitore acquisisce il diritto alla cittadinanza allora anche il figlio nel frattempo nato in Italia diventa italiano. Non si comprende perché debba aspettare la maggiore età. La disparità c’é anche e soprattutto oggi.

Ma si tratta di particolari. Giudico invece molto positivo il fatto che il Pd o una sua parte ritiene che le intuizioni socialiste degli anni ottanta restino di pregnante attualità. Come se coloro che in fondo le hanno osteggiate, vedasi il Pci berlingueriano, non abbiano elaborato nulla di particolarmente interessante nel corso di questi 35 anni, tale da dover essere ricordato e appunto celebrato. Mi ero permesso, dopo la scissione, di suggerire a Renzi il passaggio dal Pd uno al Pd due. Un nuovo soggetto meno post comunista e caratterizzato dalla presenza dei socialisti, dei radicali, dei verdi. La presenza della Bonino alla convention renziana e la nuova attenzione, almeno di Nannicini, verso Martelli, che pure mi pare di aver capito voglia mantenere riserve e perplessità sull’operato di Renzi, vanno in questa direzione? Starei attento a non scambiare donne e uomini sia pur importanti e interpreti di quelle storie e di quelle identità politiche col consenso conseguente di partiti e movimenti costruiti con sacrifici di tanti altri.

Ma l’Europa é colpita solo dal terrorismo islamico

Le oscillazioni del nuovo presidente americano, prima isolazionista e poi interventista, prima filo russo e poi anti russo, prima filo Assad e poi anti Assad, con lo sganciamento in Afghanistan della madre di tutte le bombe e gli ultimatum, via Pechino, alla Corea del nord, generano preoccupazione. Sono frutto di inesperienza, come appare la brutta figura del suo portavoce a proposito dell’uso dei gas che mostrerebbe Assad peggiore di Hitler, o fanno parte di una strategia politica? Pare che Trump voglia mostrarsi in tutto diverso da Obama. Come quest’ultimo era restio all’uso debordante delle minacce e del dispiegamento della forza, così il primo intende apparire determinato e muscolare sia nelle parole, sia negli atti.

Intendiamoci. Il dittatore della Corea del nord, una sorta di satrapo spietato che dispone dell’atomica, non fa dormire sonni tranquilli. Secondo un giornalista come Federico Rampini, che stimo moltissimo, basterebbe che Pechino non gli facesse da scudo e la sua potenza svanirebbe d’incanto. Non vorrei tuttavia che ci si dimenticasse del terrorismo islamico che continua a far vittime in Europa. Tra tutte le tensioni, i focolai di guerra, i pericoli che si manifestano nel mondo, l’unico che ci ha colpito, che continua a colpirci e a minacciarci si concentra nelle brutali iniziative omicide dell’Isis.

Ascoltando ieri sera la trasmissione di Formigli e in particolare il confronto su questo argomento che ha messo di fronte Federico Rampini, Lucio Caracciolo, Rula Jebreal, Magdi Allam e il vignettista Vauro, con interessantissime interviste e riprese di manifestazioni in Svezia, mi sono accorto che quest’ultimo rappresenta un singolare esponente del mai sopito complesso di colpa occidentale. Una malattia del vetero comunismo. Qualsiasi cosa si affrontasse questo signore, che deve dispiegare una certa attrazione per essere invitato a una tavola rotonda sull’argomento pur non essendo uno studioso, un rappresentante di partiti, di movimenti, di associazioni, pur non essendo un giornalista, sosteneva che era tutta colpa nostra. Mai una parola, una sola parola, contro i terroristi, gli islamisti, quei fanatici che vorrebbero trasformare l’Europa in quell’Eurabia alla quale profeticamente accennava Oriana Fallaci.

E’ vero che non tutti i musulmani sono terroristi, oltretutto sono soprattutto i musulmani le vittime dell’Isis, ma é vero che sono tanti i musulmani che considerano la donna un essere inferiore, una cosa e non una persona, come diceva ieri con ostinata presunzione uno di loro, che ritengono la sharia una istituzione legittima, che sostengono la teocrazia e non la democrazia. In un’Europa che non fa figli, non esiste il pericolo di una islamizzazione o porsi questo problema è fuoruscire dai confini dei valori della sinistra? E inoltre, non basta che le comunità musulmane prendano le distanze dal terrorismo dell’Isis, occorre che l’intera comunità musulmana accetti i valori e le regole della nostra civiltà, se con essa deve convivere. Senza compromessi.

Non si può accettare un compromesso tra libertà e sopraffazione, o tra uguaglianza e disuguaglianza tra uomo e donna, o tra democrazia e teocrazia. Noi dobbiamo affermare che in Europa e dunque in Italia si sta solo se si accettano la libertà, l’uguaglianza uomo-donna (la donna che deve stare coperta e che non può uscire sola di casa, appartiene a una concezione tardo medioevale), la possibilità dei figli di innamorarsi e vestirsi e sposarsi, di essere o non essere religiosi e di quale religione, se non si sostiene la legittimità della sharia, se si accettano le regole della democrazia e la separazione tra stato e religione. Attenzione. Per conquistare questi diritti ci son voluti secoli, di lotte, sacrifici, martirii. Basta molto poco per perderli.

Lo sceriffo Minniti

Ha ragione il nuovo ministro degli Interni Marco Minniti a sostenere che la sicurezza é di sinistra. Oddio, la difesa della sicurezza degli italiani non dovrebbe essere né di sinistra né di destra, ma siccome la sinistra per anni l’ha considerata un valore estraneo è un bene che Minniti lo rivendichi come una parte di quella tradizione. Non solo perché, come egli afferma, il suo partito ha perso voti nelle periferie popolate da ceti popolari essenzialmente su quel tema, ma perché difendere i diritti alla sicurezza degli italiani é un dovere di chi li governa.

Minniti ha anche ragione quando sostiene che l’immigrazione non può essere illimitata, ma sempre proporzionata alla sua sostenibilità. E’ comprensibile che popolazioni che si trovano non in guerra, in questo caso si parla di profughi, ma in situazione di indigenza si riversino in territori più apparentemente benevoli. Ma se questi ultimi non hanno capacità di accoglienza finiscono non solo per far star peggio i loro cittadini, ma anche gli stessi immigrati. Che dovranno, per sopravvivere, far ricorso a furti e illegalità varie. Dunque é giusto (non dico di sinistra, perché ormai questa parola é abusata e produce anche noia) il respingimento come il rimpatrio per coloro che non hanno alcun diritto a rimanere nel nostro paese.

La volontà di Minniti si esprime per ora attraverso due decreti, uno dei quali presentato alla Canera per l’approvazione e sul quale i socialisti hanno marcato le loro differenze. A me l’idea di un ministro sceriffo che vuol far rispettare le leggi non dà alcun fastidio. Questo ben dentro certi limiti però. In un decreto si istituiscono i centri per il rimpatrio, grosso modo uno ogni regione ma si toglie un grado di giudizio agli immigrati sottoposti al provvedimento. Ad occhio i centri per il rimpatrio mi sembrano largamente insufficienti, se la loro capienza sarà complessivamente di 1600 posti. Ad ogni modo verificheremo la loro efficacia. Anche l’istituzione di 14 sezioni specializzate in materia di immigrazione in altrettanti tribunali può avere una sua legittima motivazione. Cosi come i poteri affidati ai sindaci che possono utilizzare i cosiddetti Daspo nei confronti degli immigrati recidivi. Il Daspo é una misura amministrativa per escludere i tifosi dagli stadi. Più difficile immaginare da cosa escludere costoro. Un bando dalla città per andare dove? Qualcosa di simile all’ateniese ostracismo?

Creare invece una giustizia a due velocità, una per gli immigrati e una per gli italiani, la prima con due gradi di giudizio e la seconda con tre, mi trova assai perplesso. Così come una procedura unica per le espulsioni con l’abolizione di fatto del contraddittorio e del rito del dibattimento, come ha ricordato la nostra Pia Locatelli. Che razza di paese é mai quello in cui si applica la legge in modi difformi a seconda della provenienza? Credo che questo aspetto della legge sia davvero a rischio incostituzionalità. Piuttosto da tempo, anche in base alla mia esperienza amministrativa, rivedrei i criteri per l’attribuzione della cittadinanza. Sono a favore dello ius soli, ma non darei mai, anche dopo gli anni attualmente necessari per ottenerla, una cittadinanza italiana a chi non ha imparato un minimo di italiano. La lingua é condizione ineludibile per ottenere di potersi dichiarare italiani. E infine un elogio a Minniti per la sottoscrizione del Patto con l’Islam, dove anche gli islamici condannano la violenza e anche l’illiberalità dei comportamenti assunti da qualche famiglia integralista. Se si vuole stare in Italia si devono accettare i valori della nostra civiltà e i principi della nostra costituzione. E magari in questo caso qualche rimpatrio per chi vorrebbe ridurci a una repubblica islamica non guasterebbe.