Mauro Del Bue
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Mauro Del Bue

In quale mondo viviamo (e loro?)…

Molti parlano e taluni decidono senza capire il mondo di oggi. Senza afferrarne la natura, senza sapere decifrarne regole, senza riuscire ad anticiparne tendenze. Parlano di buoni principi che rischiano di trasformarsi in decisioni deleterie per quegli stessi a cui si tende provvedere. Insistono pensando a meccanismi che non esistono e ignorando quelli esistenti. Negli anni ottanta si ragionava in questo modo. Il mondo era più semplice, politicamente ed economicamente. Nel 1980 il debito italiano era al 60 per cento del Pil, il problema di fondo era l’inflazione che si annunciava a due cifre, mentre la Banca d’Italia comprava la parte di Bot e Cct che il mercato non assorbiva calmierando così gli interessi che restavano alti ma inferiori al tasso inflattivo. Non esisteva l’euro, né era presente alcun tipo di vincolo europeo (il trattato di Maastricht data 1992), ancora la globalizzazione non era divenuta preponderante e non era stato firmato il WTO (il trattato di commercio unico). Una parte di Europa era ancora sotto il giogo comunista e l’Urss, una repubblica che univa stati e che si configurava come la seconda potenza mondiale in un globo allora dominato dal bipolarismo Usa-Urss, univa in un vincolo militare e politico popoli e nazioni.

L’Italia attraversava un suo specifico dramma, quello del terrorismo che negli anni ottanta fu soprattutto rosso e che insanguinava quotidianamente le nostre strade, mentre la configurazione geografica del nostro paese, al confine tra Ovest ed Est e tra Europa e Medio Oriente, aveva reso la nostra nazione permeabile a stragi, attentati, omicidi, che spesso proiettavano in tutto il mondo misteri spesso tuttora impenetrabili. L’Italia era un paese dalle verità nascoste, al quale un sistema politico costoso ma efficace e una classe dirigente di valore avevano assicurato democrazia, sviluppo e benessere sempre più generalizzato. Terrorismo e inflazione furono i problemi che i governi degli anni ottanta, da Cossiga a Craxi, si trovarono a dover affrontare. E lo seppero fare con successo grazie a uomini come il generale Dalla Chiesa, a decisioni come la legge sui pentiti (che iniziò a sconfiggere anche Cosa nostra), a leggi come il decreto di San Valentino che sacrificando alcuni punti di scala mobile assorbiva percentuali di inflazione. Il tutto fu certo agevolato da un buon andamento dell’economia mondiale e dalla possibilità di attingere risorse senza preoccuparsi troppo del debito.

Aggiungo però che in quel periodo nessun governo aumentò in deficit la spesa pubblica e che durante il governo Craxi fu l’aumento del tasso di interesse ad elevare il rapporto tra deficit e pil, come ha più volte ricordato Nicola Scalzini, all’epoca collaboratore economico del governo del segretario del Psi. Oggi tutto é cambiato. Il nostro mondo é costituito da queste preponderanti novità con le quali tutti dovrebbero fare i conti: la globalizzazione, la finanziarizzazione, l’immigrazione, la moneta unica europea, i vincoli europei, la reazione dei mercati. Si tratta di sei grandi questioni che ci sovrastano. Possiamo contestarle, alcune o tutte, ma non ignorarle. Chi avrebbe mai detto negli anni ottanta che la Cina sarebbe diventata la maggior proprietaria del debito degli Stati Uniti, chi avrebbe pronosticato che la stessa Cina e l’India da paesi sottosviluppati sarebbero divenute grandi potenze economiche? Chi avrebbe mai pensato che l’economia di carta avrebbe di gran lunga superato quella industriale (negli anni ottanta pensavamo semmai all’espansione del terziario), chi avrebbe mai ipotizzato in un mercato unificato che le merci cinesi avrebbero distrutto quelle occidentali per costo di prodotto? E chi avrebbe pronosticato un esodo dall’Africa verso l’Europa coi problemi conseguenti tanto da far divenire l’immigrazione il tema centrale di tutte le campagne elettorali?

E chi aveva ritenuto (qualche minoranza c’era ma non fu ascoltata) che un Europa solo monetaria sarebbe divenuta fragile e controproducente, visto che il primo passo per essere uniti dal punto di vista monetario avrebbe proprio dovuto essere l’unità politica? E come mai nessun paese ha chiesto la rettifica dei parametri di Maastricht dopo la crisi del 2008, preferendo ignorare vincoli che aveva sottoscritto liberamente e non sotto ricatto? E chi si é posto il problema di frenare o governare (ma chi dovrebbe farlo se non l’Europa) mercati che si orientano liberamente alla luce di sensazioni più spesso che non di decisioni? Tutti hanno responsabilità, ci mancherebbe. Quello che oggi non si può fare é far finta di niente, come il nostro governo dei vice presidenti che pensa di vivere ancora negli anni ottanta e non nel 2018. Quello che non si può fare é avere un governo di incompetenti nella società della conoscenza e dell’interdipendenza. In un mondo regolato da meccanismi assolutamente nuovi rispetto a trenta e più anni orsono. Questo perché anche i buoni propositi rischiano di divenire azioni sconsiderate pagate proprio da coloro che a parole si intende difendere. Un paradossale pendolo si agita in Italia. Quello animato da chi dice di difendere i poveri e rischia di danneggiarli. I signori dello Spread non esistono. I fantasmi inventati come nemici siamo tutti noi. Aumentiamo il debito con la spesa corrente e alla fine gli speculatori ci guadagneranno cogli interessi e quelli che il denaro non l’hanno verranno penalizzati da tagli al welfare che, senza denaro a disposizione o col denaro più caro, diverranno indispensabili. Auguri signori del governo. Voi esistete. Ascoltare Draghi dovrebbe essere una vostra priorità.

Pietro Artioli, il socialista anomalo e dimenticato

artioliUn libro di Marco Montipò, mio giovane amico, “Scandiamo e la grande guerra”, (Modena 2018) (1) propone la figura di uno scandianese, anzi per la precisione di un arcetano, che fu protagonista della nascita del socialismo reggiano e che è purtroppo stato dimenticato: Pietro Artioli. Lo avevo ricordato anch’io nel primo volume della Storia del socialismo reggiano (Montecchio 2009) (2). Marco d’altronde è uno storico che come me ama ricercare dove nessuno l’ha fatto o per negligenza o per scelta.

Nella storia di Pietro Artioli vi é la storia dell’origine del socialismo italiano: quell’insieme di patriottismo e di amore per la giustizia che ne hanno caratterizzato la natura. Siamo nei primi anni settanta dell’ottocento e Marx nella penisola non lo conosceva nessuno. Il Capitale non era ancora stato tradotto. Un compendio del Capitale di Marx, opera di Carlo Cafiero, prima marxista e poi anarchico, data 1879. Antonio Labriola, che non riuscì a convincere Turati a rinviare all’indefinito la fondazione del partito fino alla piena coscienza del ruolo rivoluzionario che il socialismo scientifico attribuiva alla classe operaia, inizia i suoi studi sul marxismo solo negli anni ottanta (nel 1887 il professore conquista la cattedra all’università di Roma). Il marxismo era solo un richiamo lontano per i primi socialisti, ancora confusi cogli anarchici, nei primi anni settanta dell’Ottocento. Nell’agosto del 1872 si svolse a Rimini la prima Conferenza dell’Internazionale e socialisti e anarchici vi parteciparono con una prevalenza dei secondi sui primi. Nel 1874 e nel 1877 (con Costa e Cafiero in prima linea) si verificano i moti di Bologna e del Matese (a cavallo tra Campania e Basilicata) cogli anarchici che tentano sommosse fallite a metà tra il tragico e il goliardico. Nel 1879, anche a seguito del fallimento dell’insurrezionalismo anarchico programmato dallo stesso Bakunin, Andrea Costa sceglierà dall’esilio francese la via socialista. Carlo Cafero, rampollo di una famiglia assai benestante, aveva finanziato il recupero di una villa a Locarno detta La baronata da cui Bakunin dirigeva le operazioni italiane, convinto com’era che la rivoluzione non dovesse essere opera degli operai, ma dei contadini e dunque che l’Italia fosse lo scenario ideale. Gli rimarranno nelle mani i cocci di tante illusioni.

Tra socialisti confusi cogli anarchici e garibaldini e mazziniani ferventi anche a Reggio il primo socialismo non fu affatto decisamente socialista. Il rapporto tra Risorgimento e nascita del socialismo é nel reggiano molto stretto. D’altronde Garibaldi aveva inneggiato al sol dell’Avvenire e Mazzini partecipato alla prima Internazionale a Londra 1864. I due si erano politicamente separati nel 1871 sul giudizio attorno al fallimento della Comune di Parigi, che Mazzini, al contrario dell’eroe dei due mondi, aveva condannato. Ma i due erano rimasti sentimentalmente uniti nel cuore dei primi internazionalisti, che anche a Reggio, penso alla figura di Angelo Manini, e a Mirandola a quella di Celso Ceretti, si ispiravano a entrambi. Al culto dell’indipendenza italiana, che si abbinava con la partecipazione, come del resto decise di fare Artioli, ad altre guerre di indipendenza in altre nazioni, si sommava la ribellione allo stato di indigenza della popolazione dopo l’unità, che si poteva toccare con mano proprio nelle campagne emiliane, alle prese con condizioni di vita umilianti per braccianti e mezzadri, spesso segnati da malattie e da morti precoci.

Pietro Artioli fonda a Reggio un circolo popolare già nel 1873 e già dal 1871 aveva creato la sua rivista politica e letteraria dal titolo L’Iride. Nel 1873 anarchici e socialisti partecipavano insieme ancora alla Prima internazionale (Bakunin rompe con l’Internazionale fondandone una sua, sul tema della rivoluzione, proprio nel 1873). Ma nonostante la scissione a livello internazionale i contatti tra socialisti e anarchici non cessarono, tanto che gli uni e gli altri parteciparono al primo congresso del partito dei lavoratori che si tenne a Genova nell’agosto del 1892. Solo in quell’assise, e dopo anni di tormenti e di momentanee separazioni, socialisti e anarchici intrapresero in Italia strade diverse.

Pietro Artioli ha il merito di avere anticipato tutti. La sua adesione a una forma di socialismo gradualista del 1877 anticipa sia quella di Andrea Costa che avviene nel 1879 con la famosa lettera “Ai compagni di Romagna”, sia quella di Camillo Prampolini che aderisce alla svolta di Costa solo nel 1883, dopo il suo comizio a Reggio e nel bel mezzo dell’esperienza del suo giornale “Lo scamiciato” (1882-1884).

Artioli aveva all’epoca 26 anni. Era nato ad Arceto nel 1851 da genitori della media borghesia, aveva fatto l’oste e il bottegaio, ma si era dotato di solida cultura umanistica e aveva abbracciato giovanissimo l’internazionalismo. Dopo aver fondato “L’Iride” agli inizi degli anni settanta gli scrisse niente meno che il generale Giuseppe Garibaldi: “Caro Artioli”, lo raccomandò Garibaldi”, dite ai nostri operai che liberino l’anima dal prete e si potrà allora aveva libertà materiale. Seguite poi i precetti di Guerrazzi: non fumare, non giuocare al lotto e tanti altri vizi che vi fanno schiavi dei birboni” vostro Garibaldi”. (3)

Nel 1874 Artioli parte volontario per la Spagna in difesa dei repubblicani nella guerra contro la monarchia che avrà la meglio. Parte soldato per una guerra come avevano fatto altri durante le guerre d’Indipendenza italiana e come faranno altri ancora in Grecia e altrove. La sua campagna militare dura un mese. Il 29 dicembre del 1874 un colpo di stato metteva fine alla Prima repubblica spagnola e innalzava al trono il re Alfonso XII. Artioli torna in patria e nel 1876 fonda un circolo di vaghe connotazioni socialiste. Poi nel 1877 rompe cogli anarchici e il circolo assume caratteri più decisamente socialisti. Dopo il fallito moto anarchico del Matese anche un gradualista come Artioli venne colpito dalla repressione e anche la sua organizzazione viene sciolta. Il suo circolo riprende vita con la definizione di Circolo di studi sociali. Nel frattempo Artioli assume un ruolo amministrativo nel comune di Scandiano, amministrato dai conservatori monarchici fino al 1920. Può apparire contraddittorio che un socialista accetti di svolgere le funzioni di assessore in un’amministrazione che di socialista non aveva nulla. Capitò anche ai socialisti reggiani che nel 1889 decisero di stipulare un’alleanza coi liberali crispini e vinsero, con questi ultimi, le elezioni comunali. Ma si trattava di un’allenza. Quella dei conservatori di Scandiano verso Artioli assumeva invece le caratteristiche di una cooptazione. E anche di un riconoscimento. Dimostrarono una certa intelligenza e anche una buona capacità di ipoteca sul futuro costoro che si affidarono proprio ad Artioli, cioè al primo che nel 1890 riuscì a promuovere un comizio in occasione del primo maggio, con un gruppo di suoi seguaci arcetani. Proprio in qualità di amministratore Artioli inaugurò la lapide commemorativa di Giuseppe Garibaldi l’8 luglio del 1888.

Artioli viene ad assumere, dopo la fondazione del partito e anche prima (con La Giustizia di Prampolini collaborò raramente), un ruolo quasi esclusivamente locale, e l’impressione é che si rintani nella sua Arceto dopo l’indiscusso ruolo di leader politico assunto da Camillo Prampolini in provincia. Ad Arceto fonda addirittura due banche: la Banca Popolare di Arceto nel 1883 e la Banca Agricola sempre nella sua Arceto dove inaugurò il teatro dedicato a Schakespeare e oggi purtroppo scomparso.

Artioli non é nemmeno delegato dalle due società di Arceto al congressi di Genova del 1892. Il comitato elettorale dei lavoratori di Arceto designa delegato Camillo Prampolini e la Società lavoratori di Arceto Giuseppe Garibotti. Lo troviamo poi a presiedere il congresso socialista nel collegio di Correggio, di cui Scandiano era parte. Era il 25 marzo del 1900. Stessa cosa nei congressi del 1901, del 1902, del 1903. Artioli partecipa invece come delegato al congresso nazionale di Bologna del 1904, quello della messa in minoranza dei riformisti da parte della maggioranza che faceva capo a Enrico Ferri e all’ala estremista di Arturo Labriola, leader dei sindacalisti rivoluzionari. La sua adesione alla tendenza riformista era fuori discussione.

Artioli ritorna protagonista dal 1911 a seguito della guerra di Libia, voluta da Giovanni Giolitti. Fu un’aggressione con carattere imperialista. Ma Giovanni Pascoli, che aveva aderito alle idee socialiste, la benedì con la famosa frase: “La grande proletaria si é mossa finalmente”. E alcuni socialisti, da Guido Podrecca, direttore del giornale satirico l’Asino, al presidente della deputazione provinciale Alessandro Mazzoli, la videro come occasione per allargare la base occupazionale per gli italiani. Non era adesione alla logica dell’Impero che più tardi animerà la spedizione italiana in Etiopia, ma un’occasione di nuova mano d’opera per l’Italia in crisi. Anche Bissolati, Bonomi, Cabrini non ritennero che l’impresa libica dovesse interrompere il rapporto di collaborazione con Giolitti, che Psi sosteneva, e dopo il fallito attentato al re lo stesso Bissolati si recò al Quirinale per manifestargli solidarietà. Apriti cielo.

Al congresso nazionale che si svolse a Reggio Emilia nel luglio del 1912, prima del Congresso Artioli pubblicò un opuscolo da, titolo polemico “Chi é socialista” (4), l’odg Mussolini decretò ad un tempo l’espulsione dei riformisti di destra (Turati, Prampolini erano allora definiti riformisti di sinistra) e la definitiva vittoria dei rivoluzionari. Gli espulsi si ritrovarono all’hotel Scudo di Francia e fondarono il Psri. Artioli vi aderì, con Giacomo Maffei, il primo deputato socialista eletto assieme a Prampolini nel 1890. Venne lanciato un giornale “Il Riformatore” (5) fondato dallo stesso Maffei nel 1912, cui collaborò anche Artioli.

Poi la svolta in occasione della posizione da assumere nei confronti della grande guerra. Dopo un distacco dalla Triplice alleanza e dopo una posizione, soprattutto sponsorizzata da Giolitti e dai socialisti, favorevole al non intervento, con le decisioni delle “radiose giornate di maggio” del 1915 l’Italia scese in campo assieme alle nazioni della Triplice intesa (Francia, Gran Bretagna e Russia). Nel Psi prevalse il neutralismo, quello politico di Turati che poi dopo Caporetto, quando la guerra divenne di invasione, invitò i socialisti a sostenere la difesa in armi contro l’invasore, quella rivoluzionaria, e cioè della guerra come dissidio tra potenze capitalistiche sostenuta dallo stesso Mussolini fino alla sua conversione all’interventismo alla fine del 1915, quella un po’ ipocrita del “non aderire né sabotare” del vecchio Costantino Lazzari. Ma c’era anche l’interventismo irredentista del socialista trentino Cesare Battisti. E proprio in occasione di una conferenza tenuta da Battisti al Teatro Politeama Ariosto di Reggio Emilia si verificarono sanguinosi incidenti tra manifestanti, che intendevano impedire lo svolgimento della conferenza, e forze dell’ordine. Vennero lanciati sassi e i carabinieri spararono. Sul selciato restarono i corpi senza vita di due giovani: Mario Baricchi e Fermo Angioletti. Era il 25 febbraio del 1915. Anche a Scandiano, il giorno prima, si erano verificati analoghi incidenti e un giovane, Incerti Rinaldi, era stato ucciso. Il rapporto tra pacifismo e neutralismo non doveva mai sfociare nell’intolleranza e nella violenza. Prampolini lo disse nel comizio tenuto in piazza del Duomo il giorno dopo gli incidenti quando condannò sia la “sassata sia la fucilata” (6). Nel Psri invece prevalse subito l’interventismo democratico di Leonida Bissolati per il quale la discesa in campo contro l’Austria-Ungheria era un dovere di tutti coloro avevano a cuore democrazia e progresso. Anche Salvemini la pensava come Bissolati. Tra i socialisti l’interventismo non era fenomeno trascurabile. Furono per l’intervento Nenni, allora ancora repubblicano, che partì volontario, Pertini che si guadagnò una medaglia, Togliatti che alla guerra partecipò e in primis lo stesso Gramsci che fino al suo distacco dal Psi era molto vicino alle posizioni di Mussolini. Artioli, come molti altri socialisti reggiani, sposò le posizioni interventiste.

La guerra fu una barriera che segnò la fine di un ciclo politico e ne aprì un altro. In Italia i morti furono 650mila, il doppio di quelli caduti nella seconda guerra mondiale, e vittime anche dei furibondi bombardamenti sulle città oltre che della disgraziata spedizione di Russia. I caduti della prima guerra erano quasi tutti giovani, vittime delle cruente battaglie al fronte. Solo in provincia di Reggio le i caduti furono oltre 6mila e molti ragazzi anche delle scuole superiori partirono volontari senza più ritornare. Le famiglia erano quasi tutte segnate da lutti dolorosi. Chi aveva perso un figlio, chi un fratello, chi un nipote o un cugino. Il Psi non seppe rapportarsi a questa nuova situazione prodotta da una tragedia collettiva ma anche da tanti generosi impulsi a difendere la patria. Alle elezioni del 1919 tuttavia il Psi (per la prima volta si votava con la legge proporzionale e coi collegi poi aboliti solo nel 1994) ottenne un grande successo elettorale superando il 32% e coi popolari di Sturzo i socialisti potevano contare sulla maggioranza dei seggi alla Camera (il Senato non era elettivo). Ma il Psi, in particolare dopo il congresso di Bologna dello stesso 1919, era sostanzialmente divenuto un partito a maggioranza comunista di stampo bolscevico. I riformisti rappresentavano, nel partito, ma non nell’elettorato, una esigua minoranza. Non vollero rompere nel 1919, nel 1921 a Livorno saranno i comunisti cosiddetti puri a sbattere la porta per le resistenze di Serrati a espellere i riformisti e a cambiare il nome del partito sostituendo la denominazione di socialista con quello di comunista, su dictat di Mosca. Poi i massimalisti del Psi ci ripenseranno e cacceranno Turati, Prampolini, Matteotti dal partito a pochi giorni dalla marcia su Roma, nell’ottobre del 1922.

Alla questione patriottica, che aveva diviso la comunità socialista, si aggiunse la questione bolscevica che aveva non solo spaccato il Psi ma anche atterrito larghe fasce di pubblica opinione progressista. Proclamare la rivoluzione e la dittatura del proletariato come anche il Psi aveva fatto, senza peraltro metterla in moto (ma anche se fosse accaduto avrebbe fatto la fine della Baviera) determinò una spontanea migrazione verso altri lidi politici. Nel 1921 i fascisti avevano ottenuto, all’interno della lista del Blocco giolitiano (Giolitti si era messo in testa di normalizzare i fascisti come aveva tentato di fare con i socialisti), solo un dieci per cento dei seggi. Ma a Reggio Emilia i due deputati eletti erano entrambi fascisti: Ottavio Corgini e Michele Terzaghi. E alle comunali del novembre del 1922 la lista fascista ottenne la maggioranza. I socialisti avevano dato indicazione di non partecipare né all’una né all’altra delle due consultazioni. Ma alle comunali partecipò ugualmente la maggioranza assoluta degli aventi diritto. Quindi possiamo ritenere che una parte tutt’altro che trascurabile di elettori socialisti (alle precedenti comunali del 1914 il Psi contava su una larga maggioranza assoluta con 30 consiglieri su 50) si era spostata su posizioni fasciste. Oltretutto occorre ricordare che il primo sindaco fascista di Reggio fu Pietro Petrazzani, che era stato consigliere del Psi, amico di Prampolini, collaboratore de “La Giustizia”, che aveva perso un figlio in guerra. Aveva scritto una lettera di protesta a Prampolini per la decisione dei socialisti di non commemorare le vittime della guerra in Consiglio comunale. Anche il podestà, che sostituì nel 1931 Giuseppe Menada, Adelmo Borettini, era stato socialista e addirittura assessore della giunta Roversi. Il primo sindaco socialista di Reggio, Alberto Borciani, eletto nel dicembre del 1899 e poi deputato del Psi, aveva aderito nel 1921 al Blocco coi fascisti e il secondo sindaco di Reggio, il pittore Gaetano Chierici, fu convinto interventista e suo figlio Renzo divenne capo della polizia fascista, partecipò al Gran Consiglio del 25 luglio del 1943 e morì poco dopo nel carcere di Treviso in un attentato.

Dunque la conversione al primo fascismo di Pietro Artioli non fu un caso anomalo. Artioli fu delegato dal comitato promotore della Lega universale delle Libere Nazioni di Scandiano al congresso che si tenne a Milano nel dicembre del 1918. Alle elezioni politiche del 1919 ritroviamo Artioli, a settant’anni, tra i membri del Comitato elettorale reggiano della lista Fascio d’avanguardia, a pochi mesi di distanza dall’assemblea promossa da Mussolini degli ex combattenti in piazza San Sepolcro a Milano. In quell’occasione nel volantino di propaganda diffuso a Scandiano si legge che “il fascio d’avanguardia dirige la lotta per il blocco di sinistra” (7). Quella lista che poi altro non era che quella messa in campo dallo stesso Bissolati che intendeva unire tutti i socialisti interventisti, elesse nel collegio il fidentino Agostino Berenini. Bissolati mori poi l’anno dopo e non potè dar seguito alla sua iniziativa politica lascando spazio all’avanzata mussoliniana. Artioli ebbe modo di scrivere di Mussolini: “Non sono mai stato idolatra di quest’uomo. Nel congresso di Reggio mi aveva disgustato con la sua intransigenza. Mi aveva disgustato con il boicottaggio fatto a Bissolati in un teatro di Milano perché non esponesse il suo progetto per una pace coi jugoslavi” (8). Nelle elezioni comunali del 1920 a Scandiano Artioli, in presenza di due sole liste, quella socialista e quella popolare, sostenne la prima, e per la prima volta i socialisti, ancora uniti, espugnarono la città del Boiardo.

Non fu solo il patriottismo alla Bissolati a spingere Artioli al sostegno al primo fascismo. L’adesione al bolscevismo, il proclama della rivoluzione, l’ostracismo verso chi aveva combattuto, l’occupazione delle fabbriche, gli scioperi a catena che rischiavano di portare l’Italia nel baratro, lo convinsero che la ricetta fascista poteva essere quella buona. “Cos’é che vuole questo partito? Vuole che la vittoria della nostra guerra ottenuta dopo tanto tempo e tanti sacrifizi non sia vituperata e misconosciuta come facevano i signori bolscevichi. Vuole che coloro che questa guerra l’hanno sofferta e vinta non siano più sbeffeggiati e percossi”. Osservò a proposito della situazione russa: “La Russia a forza di esiliare, sopprimere, calpestare i ricchi, gli intellettuali e i commercianti, é ridotta a una miseria che non si é mai vista al mondo… Secondo statistiche recenti ha gia fatto morire 1 milione e 700mila persone… Lenin, il nuovo Nabucodonosor, sembra impazzito dalla sifilide…. dalle mani di nessun tiranno al mondo é mai grondato tanto sangue, tante lagrime e tante miserie e dolori come dalle mani di questo carnefice dell’umanità” (9). Artioli non divenne tuttavia un fascista militante, ma restò un libero pensatore. Come quando nell’estate del 1922 criticò i fascisti che a Reggio avevano fischiato il sen. Camillo Ruini. Nel 1923 attaccò la nuova giunta fascista di Scandiano: “Ora i fascisti spuntano come i funghi. Chi cerca un impiego, chi aspira a una carica” (10). Dopo questa sua ultima presa di posizione pubblica a favore delle migliori menti scandianesi escluse dalla amministrazione locale, Artioli si mentenne silenzioso. Una malattia lo porterà a morte l’anno dopo, nell’ottobre del 1924. Non sapremo mai come avrebbe reagito all’omicidio Matteotti (la sua morte fu preceduta da lunghi mesi di semi incoscienza) e alla trasformazione del fascismo in regime. Dalla lettura della sua vita si può supporre che il suo amore della verità e della libertà lo avrebbe spinto a prendere posizione contro chi quei valori finì per ripudiare.

Note

1) M. Montipò, Scandiano e la grande guerra. Nel centenario della vittoria italiana nella grande guerra, un p aggio a quegli scandianesi che l’hanno vissuta e vinta, Modena 2018.
2) M. Del Bue, Storia del socialismo reggiano, volume 1, dalle origini alla prima guerra mondiale, Montecchio Emilia 2009.
3) Vedi L’Iride, Reggio Emilia, Tipografia Torreggiani e comp. 1874, p. 30.
4) P. Artioli, Chi é socialista, per la sincerità, la libertà e l’unità del partito nel prossimo congresso di Reggio Emilia, Scandiano 1912.
5) Il Riformatore, organo del Psri reggiano, venne fondato subito dopo il congresso e la fondazione del Psri. Organo nazionale fu L’azione socialista.
6) Vedi I sanguinosi fatti di giovedì sera. Una dimostrazione finita tragicamente, in La Giustizia, settimanale, 28 febbraio 1915.
7) M. Montipò, Scandiano e la grande guerra, cit, p. 206.
8) Ibidem.
9) Ibidem.
10) Ibidem.

Quel che penso del congresso

In Baviera i Verdi sono il partito del momento, con oltre il 18%. In Italia i Verdi sono spariti. Ma in Germania vivono ancora democristiani e socialdemocratici. In Italia no. Vuoi che sia colpa di Bonelli, di Casini, di Nencini? Solo gli stolti lo possono pensare. In Italia é crollato un sistema e ne é nato un altro, dove i partiti identitari sono stati sostituiti da nuovi soggetti e sigle senza storia e cultura politica. Aver tenuto insieme la nostra piccola comunità con enormi sacrifici, é stato miracoloso, soprattutto dopo il 2008 e fino al 2013, senza un parlamentare, senza un soldo, senza null’altro che non fosse la nostra passione. Per questo sono diventato intollerante verso i cosiddetti socialisti di Facebook, che osservano noi nuotare contro vento e si divertono dal bordo del fiume a lanciare sassi. Con sadico piacere. Questo non significa che non si potesse far meglio e che non siano stati compiuti errori. Ma se ogni volta che nasce un dissenso, spesso per mancate candidature o per questioni personali, più raramente per diversità politiche, si sbatte la porta in faccia, non credo si dia un buon esempio. La porta oggi deve riaprirsi per tutti quelli che intendano tornare a far parte della nostra comunità accettandone le regole. A patto che non sia una porta girevole. Non è vietato sostenere di essere socialisti ma fuori dall’attuale Psi. E’ insostenibile dichiararsi fuori dal Psi perché si é socialisti.

Il congresso é ormai fissato, dopo il Consiglio nazionale e la Convention di fine anno. Tutti devono potervi partecipare, ognuno recando il suo contributo, ma dopo avere dato materialmente un aiuto che ci permetta di vivere. Discuteremo di norme congressuali. Dico subito che sono a favore di un congresso aperto e nato dal basso. Chiunque voglia parteciparvi é chiamato anche a recare un sostegno economico, potrebbero partecipare anche associazioni, movimenti, circoli di non iscritti purché accreditati, le tesi dovrebbero costituire solo una cornice possibilmente unitaria dentro la quale collocare idee, spunti, annotazioni da raccogliere nelle assemblee provinciali.

L’assise nazionale, attraverso la commissione politica, potrebbe alla fine elaborare una o più proposte di documento finale da votare da parte dei delegati. Segretario e presidente potrebbero essere entrambi eletti direttamente dal congresso, assieme al Consiglio nazionale, di cento persone, che a sua volta dovrebbe eleggere una direzione di non più di trenta e una segreteria di dieci. Ovviamente queste sono mie idee sulle quali ragionare insieme. Ma non v’é dubbio che un congresso, da svolgere prima di quello del Pd, dovrà assumere connotati nuovi: costituire una tribuna politica per tutta l’opposizione al governo dei vicepresidenti, rinnovare il gruppo dirigente, non solo dal punto di vista generazionale, ma anche seguendo meriti politici ed elettorali nella sua selezione, aggregare il massimo possibile di socialisti ancora ai margini del partito, o per scelta o per condizioni locali, dotarsi di organi snelli, senza ricorrere al vecchio principio secondo il quale é opportuno accontentare tutti. Si può aprire una nuova stagione politica. Apriamola tutti insieme. A nessun socialista italiano sia consentito sostenere che il Psi non é il suo partito.

Cassese e l’ignoranza di Di Maio

Non é la prima volta che Sabino Cassese insiste sull’argomento e dà una lezione di diritto costituzionale a Di Maio. Ogni tanto lui e Salvini se ne escono con la storia che loro sono stati eletti e gli enti dai quali proviene una critica o un attacco invece no. Dopo la Commissione europea, la Bce, l’Inps, la Corte, il Fmi, il ragioniere dello Stato, i burocrati del ministero dell’economia, adesso é la volta della Banca d’Italia. Ma che concezione della democrazia é mai questa? A parte il fatto che non é affatto vero che questo governo sia stato eletto dai cittadini, visto che in Italia si eleggono solo i parlamentari, e che Lega e Cinque stelle non si sono nemmeno presentati alleati, anzi erano in due opposti schieramenti, ma la democrazia non é la dittatura di una maggioranza. La nostra democrazia si fonda sulla Costituzione e prevede un equilibrio fondato sul rispetto delle sue diverse autonomie, quella del Parlamento, quella del presidente della Repubblica, quella della Corte costituzionale, quella del Csm. In materia finanziaria ci sono organi di controllo che vanno rispettati a cominciare dalla Banca d’Italia. Poi ci sono organi europei dei quali facciamo parte e che possiamo anche offendere ma che restano un punto di riferimento dei quali l’Italia é stata tra i soci fondatori. Basta dire fandonie, signori del governo. Prima o poi la cultura batterà l’ignoranza.

La verità su Stefano Cucchi

Il caso, uno di quelli più delicati perché interessava le eventuali responsabilità di uomini dell’Arma dei carabinieri in relazione alla morte di un giovane romano, Stefano Cucchi, arrestato nell’ottobre del 2009 per spaccio di droga e deceduto in stato di detenzione, pare ormai al suo epilogo. Dopo un processo ultimato con un nulla di fatto e un’assoluzione dei presunti militari coinvolti, nel 2015 il carabiniere Casamassima, dopo sei anni di silenzio, ha aperto un nuovo fronte di indagini. Egli ha dichiarato di aver sentito nell’ufficio le confidenze del superiore- il maresciallo Roberto Mandolini- dei presunti colpevoli. Il maresciallo è divenuto così uno dei cinque indagati. A lui e a Vincenzo Nicolardi, é stato contestato il reato di falsa testimonianza. Per gli altri tre – Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro, Francesco Tedesco – i pm ipotizzano il reato di lesioni. Accusa che potrebbe mutare all’esito dell’incidente probatorio, se la nuova perizia dovesse stabilire che Cucchi sia morto a causa dei pugni e dei calci ricevuti.

Oggi al processo la testimonianza di Francesco Tedesco ha fatto piazza pulita delle menzogne e delle coperture finora abusivamente assicurate sulle questione. Tedesco ha ammesso il duro, inspiegabile, cruento pestaggio del giovane al quale ha partecipato. Anche se ha sostenuto di non avervi preso parte materialmente e anzi di avere pregato gli altri due di smetterla. Per nove anni l’omertà ha regnato sovrana e si deve alla sorella di Stefano, Ilaria, se il caso ha continuato a turbare gli italiani e la ricerca della verità non è mai venuta meno. Il recente film sul caso Cucchi “Sulla mia pelle” ha peraltro tenuto sveglia l’attenzione di tutti.

Nella sventagliata di sospette responsabilità, la polizia penitenziaria, i medici, gli scalini della caserma dei carabinieri, la magrezza di Stefano, la sua epilessia, l’effetto delle droghe, sempre gli uomini dell’Arma hanno cercato di coprire le loro responsabilità. La sentenza dovrà evidenziare tutte le colpe. Non solo quelle materiali di chi é stato protagonista di un efferato e micidiale atto di violenza, peraltro compiuto contro un ragazzo in grave stato di prostrazione e forse di malnutrimento, ma anche tutte le coperture assicurate. Da quelle minori, dei colleghi che sapevano e non hanno parlato, a quelle maggiori, dei vertici che hanno deciso di mettere una pietra tombale sull’accaduto pensando di difendere l’Arma e che invece hanno finito per danneggiarla. Il caso del carabiniere Casamassima che per primo aveva deciso di parlare e che oggi denuncia di aver subito minacce e addirittura un trasferimento con demansionamento, va subito affrontato dagli organi competenti. Dire la verità é un dovere per chi ha il compito di difendere i cittadini. E’ la menzogna che deve essere punita.

La gaffe di Toninelli, belli capelli…

Ma a chi siamo in mano? Il rassicurante Danilo Toninelli, planato grazie ai Cinque stelle al Ministero delle Infrastrutture, ha testualmente sostenuto che gli imprenditori italiani usano da tempo il tunnel del Brennero. Se per dirla con Salvini costui era sobrio viene il dubbio che abbia avuto un’allucinazione visto che il tunnel non esiste. Su 230 chilometri previsti ne sono stati scavati solo 88 e 120 appaltati. Dunque il tunnel non c’è, non é funzionante. Eppure il Toninelli lo ha visto. E ne è sicuro. Tanto che ne parla pubblicamente. Delle due l’una. O Toninelli ha scambiato il Brennero col Monte Bianco e merita una bocciatura in geografia oppure ha scambiato un tunnel con una montagna. E merita una bocciatura come ministro. Per fare il ministro delle Infrastrutture non é necessario essere ingegnere. Ma almeno conoscere la differenza tra una via e un monte questo sì. E se già la gaffe del tunnel é stata opera di qualcun’altra (vero Mariastella?) il tunnel cogli imprenditori vale una medaglia. Come Marte coi marziani. Toninelli memoria confusa ma, riprendo da De Gregori, belli capelli…

Tutta colpa di Soros…

Ogni volta che accade un evento spiacevole i due inquilini del palazzo del governo se la prendono cogli altri. Crolla il ponte ed é colpa non solo di Autostrade, ma dei governi precedenti. Ci sta, i due erano al governo da poche settimane. Ma adesso anche la gente, che ai funerali di Genova li aveva applauditi, comincia a contestarli. Dopo due mesi non si vede nulla, solo promesse di vendette e di un decreto scritto e riscritto e poi ancora modificato dopo profondi contrasti con la regione Liguria. Toninelli, un pesce fuor d’acqua, rassicura gli scettici, consola i sofferenti, minaccia i colpevoli. Ma ad oggi si vede solo il disastro del crollo, e i danni degli abitanti della vallata. Giustamente arrabbiati, forse per colpa loro.

Salvini sequestra per giorni un gruppo di migranti (che in base all’articolo 10 della Costituzione avrebbero il diritto di chiedere asilo) su un’imbarcazione italiana. Un magistrato apre un’inchiesta e la colpa é del magistrato. La Lega si é impadronita illegalmente di 49 milioni di finanziamento pubblico e viene condannata a restituirli. La colpa di chi é? Di chi vuole affossare la Lega e metterla fuori gioco, mentre é suo diritto riconsegnare il maltolto (che equivale alla maxi tangente Enimont che serviva per finanziare quasi tutti i partiti) in ottant’anni e senza interessi. Si tagliano i vitalizi e la colpa é degli ex parlamentari che fanno ricorso per verificarne la legittimità, non di chi (eventualmente) ha abusato del suo potere.

Si supera il rapporto deficit-Pil concordato con la Ue e la Ue deve tacere, anzi arrossire, anzi annuire, e anzi fare autocritica per la quantità alcolica sorbita dal suo presidente. Se poi ci sono tentennamenti a sforare i conti la colpa é dei burocrati, dei dirigenti che secondo l’esule (finanziato da Mondadori) Di Battista dovrebbero essere licenziati. I mercati reagiscono male e lo spread sale a 315 e la colpa di chi é? Di Soros, il finanziere speculatore per eccellenza, delle banche, dei “signori dello spread”. Non dei due che hanno sforato ogni tetto concordato, che hanno aumentato la spesa e non gli investimenti, che hanno ipotizzato l’uscita dall’euro, che hanno vilipeso tutte le istituzioni europee compreso la Bce alla quale l’Italia, grazie al quantitativi easing del nostro Draghi, deve la sua tenuta. Anche il presidente é finito nelle grinfie dei due per non essere stato eletto ma nominato. Stravagante annotazione…

I due ce l’hanno col mondo e Salvini gioca su tre tavoli. Offende la Ue con Di Maio, stipula un patto con Marine Le Pen sulle Europee senza Cinque stelle e conferma l’accordo con Berlusconi e la Meloni per le regionali e le comunali del prossimo anno. E’ ad un tempo alleato con il gruppo dei Liberali e democratici (Alde), con quello dell’estrema destra che intende, con le Front national, uscire dalla Nato e dall’euro e allearsi con Putin, e con quello Popolare che si oppone a tutto questo. A lui basta bastonare qualche migrante, promettere di abbassare le tasse e mandare un po’ prima in pensione gli italiani come a quell’altro basta e avanza garantire un po’ di soldi a chi non lavora. Peccato che ci sia quel diavolaccio di un Soros che rovina la festa…

Inviato da iPad

Il nuovo percorso del Psi

La segreteria ha deciso di convocare il Consiglio nazionale per i primi di novembre e di svolgere il congresso, ordinariamente previsto nel 2020, prima delle elezioni europee, prevedibilmente nel mese di marzo. Riccardo Nencini ha ribadito la sua decisione di non ripresentare la sua candidatura alla segreteria del partito, aggiungendo che dieci anni rappresentano un ciclo che si deve chiudere. Credo sia giusto riconoscere a Riccardo una grande onestà intellettuale, una forte sensibilità umana e una giusta ambizione di contribuire anche col suo annunciato gesto a rinnovare la comunità socialista.

Sul piano politico un congresso anticipato non si poteva svolgere che prima delle elezioni europee e prima del congresso del Pd. Le elezioni europee rappresentano un banco di prova decisivo per l’Europa, la sua vita e il suo destino. Le forze del socialismo europeo sono ancor oggi, in Portogallo, in Spagna, in Germania, in Svezia, in Norvegia, in Austria, altrove, più che mai in sella, con le difficoltà proprie del governo dei rispettivi paesi, proprio mentre il Pd, che vantava nella sua originalità la sua forza preminente rispetto a quelle tradizionali della socialdemocrazia europea, oggi riscontra anche nella sua anomalia la sua debolezza, la più grave se si eccettua quella del Partito socialista francese e greco. Dovremo decidere al congresso che fare. Una lista soli, con gli altri socialisti europei, con tutti gli europeisti?

Serve una riflessione e una proposta che possa servire all’insieme dell’opposizione italiana, mentre al governo del paese l’irresponsabilità, il pressapochismo, il dilettantismo rischiano di portarci nel baratro. Il Pd é un partito che non decide, che non produce novità, che non si muove. Attendere il Pd è come attendere Godot. Possiamo far diventare il nostro congresso, prima di quello non ancora convocato del Pd, una grande occasione per sviluppare idee che servano al rilancio nostro e dell’insieme di un’opposizione ancora ferma. Una tribuna da offrire all’insieme dei soggetti che contrastano il governo gialloverde.

E infine il rinnovamento. Il Psi deve vivere come comunità, poi vedremo se ci saranno condizioni per restare autonomi come partito o se aderire a un nuovo soggetto che ancora però non si intravvede. Ma la nostra comunità di resistenti coraggiosi che tengono accesa una luce su un passato che non ha eredi al di fuori di noi, che aderiscono senza riserve nel nome al mondo socialdemocratico europeo, che avanzano proposte per il presente e il futuro di carattere riformista ed europeista, questa comunità deve vivere sempre. Per questo é necessario anche un passaggio generazionale. Senza proclamare assurde rottamazioni. Gli uomini non sono auto da gettare nel macero e se hanno esperienza, intelligenza e cultura credo siano più che mai utili a una comunità di pensiero e di iniziativa politica. Ma serve dimostrare che ci sarà un dopo di noi. Che questa comunità saprà vivere negli anni costruendosi un futuro. E noi abbiamo il dovere di agevolare, sostenere e aiutare questo passaggio di testimone. E’ il momento di mettere da parte tutti i conflitti, di iscriversi al Psi, di partecipare a un congresso che dovrà essere di tipo nuovo, rivolgersi a una platea più vasta, chiamare tutti a fornire un contributo di idee senza vincoli e sbarramenti. Se non ora, quando, scusate, si può rimettere insieme la proclamata e supposta diaspora?

Spezzeremo le reni a Juncker

Salvini, quello del “me ne frego”, se n’é uscito ieri dando dell’ubriacone a Juncker, presidente della Commissione europea, mentre Di Maio ha minacciato (non si capisce chi, forse “i signori dello spread”) di chiedere i danni per l’aumento dello stesso spread a oltre 300. Si rivolga innanzitutto a quel Borghi, leghista e presidente della Commissione bilancio del Senato, strano soggetto, che ogni volta che parla costa all’Italia centinaia di milioni di euro. Zittirlo sarebbe la più produttiva opera di spending review. Siamo ormai entrati in una fase decisiva. Alla fine del pericoloso percorso si intravvedono solo due uscite: o la revisione dell’annunciata manovra o il distacco dell’Italia dall’eurozona. Inutile girarci intorno. Con queste premesse, con questi rapporti, con queste follie, altro non c’è.

Inutile rimarcare il disastro che provocherebbe il ritorno alla lira tanto che il meno europeista di tutti, il ministro Savona, ha dovuto dichiarare, su imput di qualcuno, assieme al presidente del Consiglio, che l’Italia rimarrà nell’euro. Escusatio non petita… L’idea che il governo italiano corregga la manovra può anche essere nell’ordine delle cose, ma pensare che possa essere ammainata la bandiera del 2,4 a me pare pura utopia. Si dovrebbe rinunciare a quel reddito di cittadinanza, che é obiettivo strategico dei Cinque stelle, anche se non condiviso dalla maggioranza degli italiani. D’altronde gli italiani sono diventati strani soggetti. Approvano tutto ciò che ritengono utile per loro: meno immigrati, meno tasse, pensioni anticipate, molto meno quel che ritengono utile per una minoranza, il reddito di cittadinanza appunto.

Ma qui siamo al ridicolo. Il governo Gentiloni aveva introdotto il reddito di inclusione (4miliardi circa in due anni, circa 500 euro a famiglia con priorità per quelle con minori, ma legato a una formazione al lavoro). Si poteva aumentarlo. Si è scelta una strada opposta. Ancora non esiste, secondo il teorico della flat tax, il leghista ed ex socialista Siri, un provvedimento preciso sull’argomento. Resta il fatto che secondo la scaletta illustrata a Porta a Porta, e condivisa da Di Maio, i 780 euro sono la quota base del reddito di cittadinanza che viene aumentata se il singolo é sposato e se ha figli, tanto da sfiorare i duemila euro nel caso di marito, moglie e tre figli a carico, se il loro reddito annuo non supera i 9mila euro. Dunque con 8mila euro di reddito familiare si potranno raggiungere in questo caso circa 30mila euro annui. Niente male, senza far quasi nulla. E poiché il soggetto in questione può rifiutare fino a tre proposte di lavoro, ma solo nell’arco di 51 chilometri, é evidente che questa sorta di famiglia Addams vivrà per molto (per sempre?) a carico dello stato, magari aumentando ancora il reddito con attività di lavoro in nero.

Io penso che si stia scherzando. Non può essere vero. Ma questo è un chiaro incentivo a non lavorare se non in modo illegale. Con due gravi danni per lo stato. Il primo è il mantenimento a sue spese di chi non lavora, il secondo é l’incentivo a lavorare senza pagare le tasse. Ecco il bengodi, che diventa inferno per i più. Per coloro che lavorano onestamente pagando fino all’ultimo euro, per coloro che hanno pagato i contributi e si trovano oggi con una pensione uguale o inferiore a chi non ha mai pagato nulla. Si introdurranno gravissime discriminazioni tra gli italiani. E i giovani saranno tentati alla passività, non alla ricerca di un’attività con la creatività e la dedizione della quale sono dotati. I centri per l’impiego diverranno sedi di ricorsi senza fine, per coloro che saranno esclusi da questa manna, e le controversie saranno ingenti e costose per lo Stato. Di tutto questo non si curano lorsignori, solo interessati a brindare sul balcone a una vittoria di Pirro per l’Italia. In tutta Europa ci guardano come a un raro esemplare. A un nuovo archetipo di chi vuole fare anzitutto il suo male.

Boccia con la camicia verde

La Confindustria italiana è sempre stata col potere. Non mi stupisco delle parole del presidente Boccia che, dopo aver commentato con inusitata dolcezza la manovra economica del governo, ha dichiarato agli industriali vicentini che la Lega di Salvini é il suo punto di riferimento. Il 24 ottobre del 1932 il senatore Giovanni Agnelli, presidente della Fiat, incoronò Benito Mussolini esultando al Lingotto “dove batte il cuore di Torino operaia, alla rinnovata Italia e al suo Duce”. “Viva Benito Mussolini” dichiarò con convinzione.

Poi, una volta cambiato regime, la Fiat e la Confindustria, che per tanti anni sono stati la seconda alle dipendenze della prima, si sono scoperte democristiane. Angelo Costa, il presidente della ricostruzione, era profondamente cattolico e vicino a De Gasperi. E guidò la Confindustria dal 1945 al 1955 e poi dal 1966 al 1970. Unica parziale eccezione quella laica e repubblicana dell’avvocato Gianni. Umberto Agnelli, negli anni settanta, fu anche senatore della Dc. Nei primi anni novanta Luigi Abete, presidente di Confindustria, fiutò l’aria del rinnovamento e si gettò a pieno titolo a sponsorizzare Mario Segni e i suoi referendum.

Crollata la prima repubblica sotto i colpi di Tangentopoli (e mentre molti imprenditori che avevano sfruttato i vecchi partiti se ne dichiaravano vittime sacrificali) ecco emergere una nuova tendenza berlusconiana, anche se forse mai prevalente e poi prodiana. Giorgio Fossa e Antonio D’Amato erano sul filo della simpatia operante per il secondo e il primo. E il renzismo benedetto da Marchionne che a sua volta era stato esaltato dal giovane presidente del Consiglio? Come dimenticarlo? Ma sappiamo della rottura tra Fiat e Confindustria neppure sanata dalla presidenza di Luca Cordero di Montezemolo al vertice degli industriali.

Stupirsi? E di cosa? Boccia oggi sta con chi comanda, come tutti i suoi predecessori. Si é sempre chiarito che la Confindustria non fa politica. La politica la fa chi governa e la Confindustria l’appoggia a prescindere dal colore. Con qualche nota a fondo pagina. Finora, questa semmai é la novità, lo faceva senza esplicite dichiarazioni di sostegno. Boccia é andato oltre e si messo la camicia verde. Proprio come quel suo illustre predecessore (contrariamente ai Pirelli gli Agnelli negli anni venti e trenta non assunsero mai la presidenza di Confindustria) che la camicia nera la vestì con entusiasmo. Almeno un altro punto di riferimento, storico, Boccia deve averlo rinvenuto.