Mauro Del Bue
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Mauro Del Bue

Psexit?

I nostri dissidenti continuano a far arrivare denunce dai tribunali per annullare congressi, tesseramenti, organi eletti in un fervore da Psexit. Bobo Craxi ha girato l’Italia per sostenere le liste socialiste in campagna elettorale, ma altri hanno voltato le spalle. Personalmente sono ancora per recuperare coloro che si sono messi con un piede dentro e uno fuori dalla nostra comunità. Ma se non vengono immediatamente ritirati questi ricorsi ai “vituperati” tribunali che dovrebbero certificare la nostra fine si scava un solco incolmabile. Lo dico proprio io che ho mantenuto con alcuni di loro un rapporto personale. Così non si fa. Oltretutto proprio adesso che il Psi, alla vigilia della sua direzione, si appresta a lanciare un’offensiva politica sulla legge elettorale. Nencini ha infatti ufficialmente proposto ad Alfano e Zanetti un pronunciamento politico a favore della riforma dell’Italicum. Tenendo presente che Alfano, Zanetti e, per quel poco che portiamo in dote, anche noi siamo determinanti per il sostegno al governo, non mi pare una posizione a cui restare indifferenti. Lo dico anche ai nostri dissidenti. Anziché rivolgersi ai tribunali contro il Psi aiutino il Psi in questa offensiva. Non l’avevano sempre reclamata? E oggi stanno a guardare?

Renxit?

Dopo la notte del brusco capovolgimento dei sondaggi, con la Remain che pareva prevalere sulla Brexit e che invece è stata clamorosamente battuta, le borse sono crollate e la sterlina sta perdendo valore sui mercati finanziari. Gli inglesi hanno voluto rompere qualsiasi rapporto con l’Ue, perfino quelli anomali che li vedevano ospiti di riguardo, fuori dall’unione monetaria e dall’euro. Vedremo se i sudditi della Regina avranno fatto un passo del quale presto pentirsi oppure no. Quel che la Brexit provocherà, e non sarà conseguenza di poco conto e neppure preventivamente negativa, sarà la riflessione di tutti i paesi europei sulla natura dell’Europa di oggi e sulla eventualità, dipenderà dalle conseguenze della stessa Brexit, di poterne uscire.

Diciamo la verità. L’Europa di oggi è puro vincolismo senza vantaggi. E’ solo unione monetaria e controlli sulla scorta di una supremazia tedesca, con Schauble cane da guardia dei conti. E’ l’Europa che con disoccupazione crescente, almeno nei paesi mediterranei, ha creato potenti e spesso prevalenti movimenti anti europeisti, che si alimentano anche dai rischi di un’eccessiva e spesso incontrollata emigrazione attorno alla quale la stessa Unione fatica a trovare una strategia comune. Quella del contrasto tra interessi nazionali e unità europea è l’origine di tutte le difficoltà e i problemi che stiamo vivendo. Con paesi più potenti, Germania in primis, che pretendono e i paesi più deboli e indebitati che subiscono.

Troppo facile fu la previsione che senza unità politica anche l’unione monetaria sarebbe stata se non un fallimento, un rischio perfino superiore alla paventata unione a due velocità. Spiegare a greci, italiani, spagnoli e francesi quali siano stati i vantaggi dell’unione europea è oggi alquanto problematico. Eppure la Gran Bretagna non stava subendo particolari conseguenze negative. Non era nell”euro, poteva vantare un Pil attorno al 3 per cento, la disoccupazione era scesa a livelli sopportabili, e neppure l’immigrazione aveva assunto proporzioni paragonabili a quella di altri paesi europei. Londra e la nazione britannica non erano state colpite, dopo il grave attentato alla metropolitana del 2005, da alcuna azione islamista. Eppure l’esito del referendum, che ha provocato le dimissioni di Camerun, è stata imprevedibilmente l’exit.

Anche Renzi si troverà a fare i conti con il rischio addirittura di un doppio exit. Quello dell’Italia, messa assai peggio della Gran Bretagna e assai più vincolata dall’Unione, o quanto meno da questa Unione, e quello suo, del suo governo, che comincia a vacillare dopo la sconfitta alle comunali. Tra pochi giorni si riunisce la direzione e la Brexit avrà il sopravvento rispetto alla Renxit. Resta il fatto che ieri al Senato Area popolare e verdiniani hanno messo sotto il governo unendo i loro voti a quelli dell’opposizione. Dietro l’azione dovrebbe esserci il tentativo, più volte sollecitato dal nostro partito, di cambiare l’Italicum. Nencini ha chiesto ad Alfano e Zanetti un pronunciamento comune contro l’Italicum così com’è. Obiettivo minimo introducendo il premio alla coalizione, obiettivo ideale eliminando il doppio turno. Mentre il ministro Madia chiede le dimissioni di Orfini il quale ribatte che proprio la legge della Madia avrebbe fatto perdere i voti al Pd, mentre Franceschini e Orlando prendono le distanze da Renzi, e con loro il sindaco di Bologna Merola, mentre Vasco Errani pronuncia parole di guerra e le minoranze di Bersani-Speranza e di Cuperlo non stanno certo con le mani in mano, e non c’è un referendum alle porte, la domanda é quanto Renzi potrà resistere. I sondaggi danno ancora il suo Pd oltre il 30 per cento. Quelli inglesi davano il Remain al 52….

Anche Prodi contro Renzi

Si può accusare il destino “cinino e baro”, si può colpevolizzare il popolo per non averlo capito, o sentenziare, come fece la Buonanima, che “governare gli italiani non è difficile, è inutile”. In effetti il governo Renzi cose ne ha fatte. Meritava di essere condannato dall’elettorato? Pensiamo agli ottanta euro (ormai diventa però una cantilena), al Jobs act, al taglio dell’Irap, alla detassazione delle prime assunzioni, alla Buona scuola, all’eliminazione dell’Imu sulla prima casa (un provvedimento a mio giudizio ingiusto perchè generalizzato). Pensiamo alla riforma del codice degli appalti voluta dal nostro Nencini e poi alla riforma elettorale, che personalmente ho sempre contestato, e alla riforma costituzionale con la fine del bicamerialsimo paritario e della folle riforma del Titolo V approvata dall’Ulivo. Anche se, per la verità, la riforma costituzionale dovrebbe essere compito del Parlamento e non del governo (ma per due volte era già andata cosi, ai tempi dell’Ulivo e della Casa delle libertà, e non può destare scandalo solo oggi).

Cos’é che non ha funzionato? E lo dico da uomo poltico che non ha mai apprezzato il cambio di maglia dopo le sconfitte e il rigeneratorio taglio della testa del tiranno (scommetto che la velocità del passaggio da Bersani a Renzi produrrà nei prossimi giorni, se non un altrettanto repentino passaggio all’indietro, un altrettanto rapido ingrossamento della pattuglia dei renziani “critici”). Non so come definire Prodi. Si dice che il professore sia ancora seccato della marcia dei 101 a cui Renzi, ma anche D’Alema, avrebbe recato un contributo. E che la sua candidatura a mediatore Onu in Libia sia stata giocata male volutamente. Resta il fatto che nell’intervista pubblicata su Repubblica l’ex presidente del Consiglio non risparmia frecce avvelenate al presidente del Consiglio, condensate in una sorta di scioglilingua: “Cambiare le politiche, non solo i politici. Se non cambiano le politiche, il politico cambiato si logora anche in due anni”.

Resta ignoto quali politiche Prodi si augura che cambino visto che molti mali italiani dipendono da quell’entrata italiana nell’euro che non può essere attribuita a Renzi. Oggi Renzi si trova più solo e l’unica cosa che immediatamete deve fare è di non trincerarsi coi suoi amichetti a discutere del nulla. Si apra a una riflessione a tutto campo per produrre anche un nuovo governo con personalità di primo piano, come fece Blair, che nel suo esecutivo non si portò dietro i suoi compagni di classe, ma economisti e politici di serie A. Lanci un programma economico e sociale, su questo Prodi ha ragione, per combattere le disuguaglianze (anche una patrimoniale sulle grandi ricchezze abbinata all’aumento delle pensioni minime, molto più urgenti degli ottanta euro per i ceti medi e dell’abolizione dell’Imu). Progetti un grande piano di opere pubbliche per creare nuova occupazione e far crescere il Pil, anche fuoriuscendo transitoriamente dai vincoli europei, che non costituiscono la linea gotica del virtuosismo.

Nencini, Alfano, Zanetti, non so Verdini, devono stipulare un patto politico. Sono in condizione di poterlo rendere efficace. Da loro dipende la permanenza in carica dell’esecutivo. E pretendano il cambiamento immediato della legge elettorale e non solo il trasferimento del premio dalla lista alla coalizione. Lo pretendano non tanto per un’assicurazione sul loro futuro, ma per evitare di offrire ai Cinque stelle la migliore delle leggi possibili. Sembra che l’Italicum sia stato studiato apposta per Grillo e compagnia. Sono, loro, l’unica forza non coalizzabile (e il premio l’hanno dato alla lista), sono il terzo polo che al ballotaggio può aggregare i consensi dell’elettorato degli altri due (e hanno inventato il doppio turno e il ballottaggio). Ci manca solo che scrivano un articolo dell’Italicum secondo il quale la vittoria è assicurata a un movimento che vanti nel simbolo un numero dispari di corpi celesti dotati di luce propria…

Terremoto. Quali reazioni, quali proposte?

Ad osservare in profondità il dato elettorale viene in mente un sommovimento tellurico potente della scala Mercalli. Tra i capoluoghi di provincia in cui si è votato il Pd o il centro-sinistra (dipende dai casi), che deteneva la maggioranza in 20 comuni su 25, la mentiene solo in otto casi (ne perde dunque ben 12). Il centro-destra deteneva solo quattro comuni, raddopia e va a 8. I Cinque stelle passano da zero a tre (ma Roma e Torino valgono dieci e più), le liste civiche (tra cui quella arancione di De Magistris) passano da una a sei. Se consideriamo l’insieme dei comuni superiori ai 15mila abitanti in cui si è votato, che sono 143, il Pd, o centro-sinistra, che ne amministrava 90 dimezza e va a 45, il centro-destra tiene i suoi 34, i Cinque stelle passano da zero a 19 comuni. Le altre sono liste civiche difficili da collocare, ma più generalmente vicine al centro-destra.

Si tratta di dati che indicano una tendenza politica. E’ vero che un risultato ammnistrativo non può meccanicamente trasferirsi in quello politico. Ma quando una linea è così generale e perfino omogenea, vuol dire che l’elettorato esprime un orientamento politico, come ha avuto modo di ribadire ieri lo stesso Fassino, il più imprevedibilmente sconfitto tra gli sconfitti. Venerdì Renzi rifletterà coi suoi amici e i suoi pochi avversari interni. L’analisi che si prospetta è che, se questo è stato un voto per il cambiamento, il Pd deve cambiare ancora di più, immaginando una rincorsa a chi è più nuovo coi grillini, come il bianco del bucato di una celebre pubblicità.

Personalmente non credo che questa sia la via giusta. Il segnale lanciato non è quello di un cambiamento superficiale, di immagine, di sembianze, ma va più in profondità ed è fondato su un malumore profondo verso la politica e il governo. Si tratta di una insoddisfazione generale per lo stato di salute degli italiani, alle prese con problemi del primum vivere che gli ottanta euro non hanno saputo nemmeno scalfire, con un costo della vita che le detassazioni introdotte, accompagnate da aumenti di tributi e di costi generali, non hanno sostanzialmente variato, con una disoccupazione giovanile ancora ai massimi livelli, nonostante Josb act e detassazione delle prime assunzioni. La riflesssione va innanzitutto effettuata su questo. L’obiettivo deve essere un Pil al due per cento e se necessario una patrimoniale sulle grandi ricchezzze accompagnata da una richiesta almeno triennale di uscire dal limite del tre per cento tra deficit e Pil, che consenta un massiccio investimento in opere pubbliche. Bisogna avere il coraggio di innestare una marcia diversa, occorrono interventi più risolutivi. Partendo da una narrazione della società italiana realistica e non mutuata dai soliti slogan calcistici. Renzi capirà?

Poi esiste il tema della legge elettorale. Capisco l’obiezione, che mi rivolgo da solo. A Roma e a Torino i Cinque stelle hanno vinto col premio di coalizione e presentando una lista unica contro un coacervo di liste. Vero. Bisognerebbe aggiungere che il Pd da solo avrebbe perso anche a Milano e forse perfino a Bologna. Oggi però la pur necessaria introduzione del premio alla coalizione non sarebbe nemmeno sufficiente. Il sistema italiano, tripolare, non si presta al doppio turno. Per di più nazionale e non di collegio, come quello francese. In tutti i modi ho cercato di spiegarlo ai miei sedici lettori. I motivi sono due. Il primo sta nella confusione tra elezione del presidente ed elezione del Parlamento. Un doppio turno nazionale, seguendo la logica che deve esserci “un vincitore”, si adatta al sistema presidenziale e alla sola elezione del presidente (deve esserci un vincitore, infatti, non una lista che vince), ma in nessuna legge per l’elezione del Parlamento è prevista la clausola del vincitore, nemmeno in quella inglese, dove infatti capita spesso che laburisti e conservatori siano costretti ad alleanze coi liberali. Secondo la logica del vincitore può succedere di tutto in Italia. E mi aggancio alla seconda motivazione.

Il nostro è sistema tripolare. Anche quello francese, con l’irruzione del Front national, è divenuto tripolare. Ma contrariamente a quello francese dove i due poli tradizionali si alleano o si appoggiano al secondo turno, quello italiano, fondato ancora sul mancato riconoscimento reciproco, determina la confluenza dell’uno dei due sul terzo, qualora quest’ultimo finisca al ballotaggio. E’ accaduto ovunque alle comunali e tutti i sondaggi lo danno come assai verosimile anche alle politiche. Così un doppio turno ritagliato per far sì che esista un vincitore, lo determinerà a scapito della maggioranza politica e sulla base del voto di dispetto. Nel caso di un ballotaggio tra Pd e Cinque stelle, quello che oggi sarebbe il più probabile, vincerebbero i Cinque stelle col voto derminante degli elettori di centro-destra, i più politicamente distanti dal loro programma. I quali poi potrebbero eleggersi un presidente della Repubblica al nono scrutinio, i membri laici del Csm e della Corte, oltre alla maggioranza del consiglio della Rai. L’alloro che dovea cingere il capo del giovin signor fiorentino è stato confezionato su misura per il suo contendente. Vi pare una cosa logica? Vi pare una cosa democratica? No, dai, da non crederci….

Mastelliani di tutto il mondo unitevi

Simpatico e giocherellone, è anche uno, arte rara oggi, che la politica la capisce. Parlo di Clementone Mastella, neo sindaco di Benevento, la corposa eccezione, se Dio vuole, alla satanica logica della rottamazione. Mastella è stato alleato con Berlusconi e con Prodi, ha fondato con Casini il Ccd poi Udc, ma anche la cossighiana Udr, divenuta poi Udeur. Ha lasciato il governo Prodi nel 2008 abbandonando lo scranno di ministro, per amore della moglie ai domiciliari, poi si è alleato con Berlusconi ed è stato eletto deputato europeo. Sindaco di Ceppaloni ha allargato il tiro su Benevento. Ce l’ha fatta e non riusciamo ad esserne scontenti. In questo mondo di personaggi invisibili e leggeri come piume Mastellone è pur sempre uno che se ti vede ti saluta e ti abbraccia. E magari ti invita a mangiare una mozzarellona, e anche questa, vi assicuro, è merce rara….

Vincono i Cinque stelle sul Pd. Renzi capirà?

Le cose sono chiarissime. Ovunque il Pd si trovi allo scontro coi Cinque stelle, come a Roma e a Torino, il partito di Renzi va al tappeto. Si tratta di un dato generale, iniziato con Parma e trasferibile alle elezioni politiche, secondo tutti i sondaggi. Questo perché l’elettorato di centro-destra vota i candidati del partito di Grillo piuttosto che i suoi avversari tradizionali di centro-sinistra. Il dato di Torino è addirittura clamoroso. Partito con oltre dieci punti di vantaggio il buon Fassino è stato surclassato di dieci punti dalla pentastellata Appendino, mentre a Roma il bravo e coraggioso Giachetti ha ottenuto la metà dei voti della Raggi. A Milano e a Bologna, invece, nello scontro tra centro-sinistra e centro-destra, sono ancora i candidati del primo a prevalere, di misura a Milano e, come era facilmente prevedibile, con uno scarto maggiore a Bologna, anche se a Trieste succede esattamente il contrario.

Due parole sul caso Milano. Sala vince, di misura, perché si apparenta con altre liste di centro-sinistra, coi radicali di Cappato, con la lista di Rizzo, mediando e promettendo. Il Pd da solo, o coi soli supporter del primo turno, non ce l’avrebbe fatta. Se estendiamo lo sguardo all’insieme dei ballottaggi ne emerge un dato ancora più clamoroso. In Emilia-Romagna e in Toscana il Pd perde anche contro il centro-destra. Così in Piemonte e nel Sud, con le sole eccezioni della Lombardia, dove si conferma un dato di regresso della Lega Nord, sconfitta addirittura a Varese (gli elettori leghisti varcano il confine che li separa dai grillini). Due parole sugli insegnamenti politici da trarre. Il primo riguarda il governo. Le amministrative non sono oggi un banco di prova favorevole ai governi europei. Basti pensare alla Francia. Governare paesi europei, con la sola parziale eccezione della Germania, è impopolare e logora chi il potere ce l’ha.

Resta tuttavia l’imperativo, lanciato dal nostro Riccardo Nencini, di avviare un fase due del governo. Una fase due politica, che definisca una maggioranza chiara, ma anche economica e sociale, perché la narrazione dell’Italia non è quella reale, la disoccupazione giovanile non accenna a calare, il Pil cresce troppo poco, le tasse diminuiscono di un niente. Forse per rimettere in moto la crescita serve altro che gli zero virgola di flessibilità concessi dall’Europa. Poi occorre che il Pd si tolga la maschera sulla legge elettorale. Anche un cieco vede che l’Italicum è un regalo su un piatto d’argento ai grillini. Apre loro la strada della vittoria al secondo turno.

Quasi sempre le leggi elettorali votate a maggioranza sono il frutto di calcoli che permettono vantaggi per chi le vota. L’Italicum oggi spiana invece la vittoria al maggior partito di opposizione. I Cinque stelle sono stati il primo partito a proporre il premio di lista, visto che sono l’unica formazione politica non coalizzabile. Il Pd, ancora inebriato del successo alle europee, ci ė cascato. Certo non è giusto modificare una legge solo perché ti fa perdere. Ma approvarla senza capire che ti potrebbe far perdere (bastava vedere i sondaggi) è dimostrazione di insipienza, che l’Avanti ha sempre denunciato. Il Pd da solo non ce la fa. Ha bisogno di un’ampia e solida coalizione per vincere. Oltretutto alle porte c’è un referendum rischiosisssimo sul quale Renzi ha scommesso se stesso. Non cambiare nulla è come consegnarsi al suicidio. Renzi non può buttare la testa contro il muro accusando il muro.

Ballottaggi

Si decide in ventiquattr’ore la sorte dei più grandi comuni italiani, ma si misura nel contempo il livello di gradimento del governo Renzi. E’ insito nella natura dei ballotaggi lo scontro politico. Che contempla anche il voto contro. Si sceglie cioè non tanto il candidato ideale, quello cui volentieri affideresti la guida della tua città, ma quello giudicato il meno peggio. In questa valutazione ha un peso l’orientamento su chi si vuol fare perdere e perchè. Fu così a Bologna nel 1999 quando gli elettori vollero punire un partito per troppi anni al potere e ne ebbero concreta possibilità proprio grazie a un ballotaggio esercitato per la prima volta.

Renzi ha adottato la tattica del cambio di tema. Una volta, in un linguaggio sessantottesco, quando in assemblea si doveva intervenire per controbattere alle tesi di un avversario si diceva: “Il discorso è un altro”. Renzi ha gettato sul tavolo il referendum di ottobre in piena campagna elettorale per le amministrative. Sapeva dei pericoli che correva politicizzando troppo il voto di Roma, di Napoli, ma anche quello di Milano e ha anticipato l’assicurazione secondo la quale in fatto di sconfitta non si dimetterà. Per essere credibile ha però dovuto politicizzare, fin troppo, il voto referendario e scommetterci il governo.

Il discorso, oggi, non è però un altro. Perdere a Napoli è già scontato, anche a Roma la vittoria appare poco più di un miraggio. Il pareggio al primo turno a Milano non era però prevedibile e il ballotaggio apre scenari preoccupanti. Che poi anche a Torino e Bologna i risultati producano qualche brivido la dice lunga sullo stato di salute tutt’altro che esaltante del Pd. Se Renzi riuscirà a perdere, dopo Napoli, soltanto a Roma, potrà dirsi soddisfatto e tranquillamente (per modo di dire) continuare la sua navigazione. Altrimenti i giochi, nel Pd e nel governo, si riapriranno. Il discorso non è un altro. E’ solo questo.

Vecchio professore, cosa vai cercando?

Ho sempre pensato che in un partito per quanto piccolo dovessero esistere regole. Invece non è più cosí. Purtroppo non solo nel Pd, dove ognuno pare ormai fare quel che vuole, o meglio quel che più gli conviene. Anche nel nostro piccolo Psi succedono cose strane. Si sono formati comitati per il No, quando un congresso ha deciso praticamente all’unanimità di schierarsi per il Sì al referendum per la riforma costituzionale. E questo passi. Ma il nostro stimato professor Benzoni scrive oggi un articolo per sostenere addirittura Virginia Raggi e i Cinque stelle al ballotaggio con l’ex radicale e pannelliano Giachetti. Pare che questa sia la posizione anche di Bartolomei e degli altri grillo-risorgimentali. Che senso politico ha una boutade del genere? Non so se Benzoni è ancora iscritto al Psi o se la sua adesione a Risorgimento, con tanto di confluenza al primo turno su Fassina, gli abbia coerentemente suggerito una incompatibilità politica con la militanza nel suo vecchio partito. Confesso anche che faccio fatica a polemizzare con lui perchè ho sempre stimato Benzoni come uomo politico, ammnistratore e storico. E uno dei primi libri che ho letto sulla storia del Psi è stato proprio il suo. Ma stavolta mi fumano gli occhi. Da non credere. Benzoni preferisce la Raggi a Giachetti, il chè mi fa supporre che in un eventuale ballottaggio nazionale voterebbe Grillo o chi per lui piuttosto che Renzi o chi per lui. Mi sovviene una vecchia canzone di De Andrè: “Vecchio professore, cosa vai cercando in un quel portone?”.

Il mistero degli ex dalemiani doc

Ci sono tantissimi ex craxiani, ex forlaniani, ex bersaniani, ex lettiani. Quando un uomo politico perde il potere molti amici cambiano cavallo. I primi son generalmente i giornalisti, in particolare quelli della Rai. Ne ho conosciuti tanti, tra il 1992 e 1994 che dal Psi si sono trasferiti in Forza Italia, ma anche nel Pds e perfino nella Lega e in An. Quello che mi risulta difficile capire è la ragione dell’allontanamento degli amici di D’Alema mentre il lider Maximo era ancora potente. Cominciamo dai fedelissimi Velardi e Rondolino, che si sono distaccati già al tempo di palazzo Chigi. Poi di Minniti, il luogotenente dalemiano, passato clamorosamente con Veltroni, poi di Nicolino La Torre che chiamava D’Alema “il presidente” e che veniva chiamato in tivù come suo ventriloquo, oggi convertito al renzismo, infine di Orfini, che del dalemismo ha ereditato lo stile, il “diciamo”, l’espressione vagamente sufficiente. E’ il presidente del Pd e adesso si sente il dovere di dare ordini al suo ex comandante. Cos’è che unisce tutti costoro, cosa li ha spinti non solo ad allontanarsi da D’Alema, ma addirittura a scrivere come fa Velardi:: “Ma anche basta D’Alema”. Quasi a non sopportarlo più neanche a distanza. L’arroganza, l’antipatia? Non può bastare. L’anima dell’ex è sempre largamente irriconoscente. Ma questa accidia nasconde anche qualcosa di non detto, di non confessato. Suggerisco una seduta psichiatrica del tavolo antidalemiano per svelarci quel che ancora non riusciamo a capire.

D’Alema the voice

Come Franck Sinatra nella canzone, anche D’Alema, in politica, trasforma in voce il sentimento di tanti. Lui dice chiaro e tondo quel che altri fanno e tacciono. Naturalmente smentisce perché il detto in questa circostanza si spinge oltre il lecito. E siccome il leader Maximo conosce le regole della vita di partito, è consapevole di averle largamente travalicate. Non si può militare in un partito che propone a Roma un suo candidato al ballottaggio e dichiararsi a favore del suo avversario. E così è molto complicato dimostrare senso di appartenenza a una forza politica che col suo segretario-premier mette in discussione la permanenza stessa del suo governo al referendum costituzionale e far parte del comitato che quella riforma intende bocciare.

Eppure quel che dice (e poi smentisce) D’Alema è esattamente quel che pensano e che faranno gli avversari interni del segretario-premier, la cui stessa esistenza è legata alla sconfitta prima elettorale e poi referendaria di Renzi. Se Renzi perdesse oltre a Roma anche Milano (se poi Fassino riuscisse nell’impresa di finire impiccato all’Appendino la sconfitta si trasformerebbe in catastrofe) la minoranza del Pd potrebbe avere un futuro, per prepararsi poi alla resa dei conti referendaria e al dopo Renzi. Il Pd non è un partito. E’ una sigla che mette insieme tradizioni, strategie, nomenclature incompatibili, incollate per interessi elettorali. E’ il premio di maggioranza che impedisce la scissione. I pochi che hanno sfidato il voto utile per ora non hanno conseguito successi. E si è solo votato alle comunali. Figurarsi alle politiche con l’Italicum…

Quel che incolla il Pd è solo una necessità. E’ un mastice che lo fa un partito diviso strutturalmente. E dunque anche le regole che lo tengono insieme sono anomale. O meglio vengono interpretate in modi originali. Prendiamo la non tax day per festeggiare la fine dell’Imu. Mettiamoci anche il fatto che la si tiene a pochi giorni dai ballotaggi e che la sua strumentalità è davvero un po’ troppo alta. Però che la minoranza del Pd non vi partecipi adducendo i motivi più strampalati, dall’appuntamento col dentista all’assemblea di sezione, desta sorpresa. Meglio D’Alema che dà voce alla opposizione e non al mal di denti… Resta un futuro piuttosto complicato. Perché la sconfitta di Renzi può anche trasformarsi in una vittoria interna dei suoi oppositori (il cambio di maglietta a favore Renzi è avvenuto nel Pd con una velocità impressionante e può ripetersi all’incontrario) ma è assai facile si trasformi in una vittoria politica dei Cinque stelle. E questo D’Alema lo sa, intelligente com’è. E forse lo preferisce anche. Dubito che sia un bene per l’Italia.