Mauro Del Bue
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Mauro Del Bue

Ricordo Bettino

Lo ricordo quando era ancora vice segretario del Psi a nome della componente autonomista, che al congresso di Genova del 1972 aveva conquistato meno del quindici per cento, anche se Pietro Nenni di lì a poco accetterà di tornare alla presidenza, a tre anni dal suo ritiro dalla politica attiva, dovuto alla scissione del luglio 1969. Non avevo accettato di militare, allora, in qualche corrente che quella scissione aveva favorito e mi ritrovai così tra i pochi giovani autonomisti, con Ugo Finetti, Claudio Martelli, Gianluigi Da Rold, Nino Nastasi, che nella federazione giovanile costituivano un gruppo assai ristretto. Craxi sembrava un gigante rassicurante. Portava idee chiare, era coerente e quando parlava ti dava il senso dell’istinto di ribellione a qualsiasi sottomissione politica.

Ero al Raphael, nel luglio del 1976, quando iniziò il nuovo corso e, grazie a Giacomo Mancini e all’alleanza con i giovani della sinistra e demartiniani, Craxi fu segretario del partito dopo l’insuccesso elettorale del 1976. Doveva durare poco, secondo i suoi grandi e piccoli elettori. Avevano fatto male i loro conti. Si circondò di persone capaci e di cultura, lanciò l’eurosocialismo, sviluppò una polemica sulla inconciliabilità del comunismo col pluralismo e anche grazie a Mondoperaio il partito si ritrovò in una primavera culturale, sviluppando i temi del riformismo socialista sanciti poi dal congresso di Palermo, dopo che Craxi aveva per primo lanciato il progetto della grande riforma delle istituzioni anche grazie al prezioso contributo di Giuliano Amato, mentre grazie a quello di Claudio Martelli, nella Conferenza di Rimini del 1982, il Psi si trovò avvinto dai “meriti e bisogni”.

Craxi trovò un Psi sconfitto e subalterno al Pci berligueriano. Spezzò la dannosa fermezza durante il caso Moro e a gomitate si fece largo, dopo il 1979, promettendo governabilità. Iniziò la sua avventura alla presidenza del Consiglio dopo un buon risultato elettorale nel 1983, anche se inferiore alle attese. E da presidente diede impulso alla lotta all’inflazione che passò, anche grazie al decreto di San Valentino, dal 16 al 4,6 per cento, vincendo il referendum che il Pci volle imporre nel 1985. Durante quegli anni venne sconfitto il terrorismo politico nazionale che aveva insanguinato l’Italia. Il governo Craxi accettò i missili a Comiso, ma fu lui a contestare concretamente gli americani a Sigonella, dopo la vicenda dell’Achille Lauro. Non toccò pensioni e sanità e il rapporto tra debito e Pil si mantenne attorno all’84 per cento (oggi è al 133).

Venne il risultato del 1987 e fu un 14,3 per cento, il migliore del Psi, dopo quello alla Costituente. Poi un ripiegamento fino al 1992 e in quei tre anni cambiò il mondo, l’Europa, l’Italia, con la caduta del muro, la fine del comunismo e del Pci. Bettino, forse per la malattia che lo tormentava (ebbe un infarto, dovuto al diabete, proprio nel dicembre del 1989) e per una tormentata vicenda personale, non ebbe la lucidità per intuire che una fase della politica si era conclusa e con essa era al tramonto anche la partitocrazia, coi suoi generalizzati finanziamenti illegali.

Quando venne chiamato in causa, però, ritrovò il vecchio ardore e ancora oggi risuonano alle nostre orecchie le parole pronunciate alla Camera che chiamavano alla responsabilità collettiva. Una giustizia strabica e politicizzata lo ha condannato perché, contrariamente a tutti gli altri leader, “non poteva non sapere”. Scelse di abbandonare l’Italia e di rifugiarsi in Tunisia. Avrà fatto la scelta giusta? Recita Brecht nel suo Galileo: “Infelice l’umanità che ha bisogno di eroi”. Ha scelto di essere operato in Tunisia, perché non poteva accettare di tornare in Italia se non da uomo libero. Dopo la sua morte il governo italiano gli propose funerali di Stato nella più penosa ipocrisia di Stato. Dopo molti anni si fa largo la tendenza a una rivalutazione postuma. Oggi il ministro degli Esteri Alfano sarà nella sua Hammamet. Son trascorsi quasi 23 anni, e un bilancio di questa seconda Repubblica mai nata é desolante. L’Italia è anche vittima della grande ipocrisia sulla quale ha fondato il suo falso rinnovamento. La storia tratterà alla fine meglio Craxi dei suoi carnefici, dei finti dottori di un tempo che oggi paiono sempre più parte della malattia. Noi oggi lo ricordiamo, son passati 17 anni, con commozione immutata, forte rimpianto, stima e riconoscimento per quel che ha dato all’Italia e al Psi. Un contributo originale, denso di fierezza per il suo Paese, per il suo partito.

Un congresso per il futuro

So bene che quel che ci unisce è un ricordo, una storia, un dramma. Una ingiustizia alla quale non vogliamo rassegnarci, un oblio che vogliamo combattere. Anche in pochi, anche soli. Tuttavia se quel che ci unisce è solo il passato non possiamo far vivere un partito. Bastano le fondazioni, l’Avanti, Mondoperaio. Per esistere come partito abbiamo bisogno, non solo e non tanto di un passato comune, ma di un futuro comune. Questo penso debba essere il tema dell’imminente congresso. Penso a un futuro del socialismo liberale ed ecologista. Di un intreccio, dunque, di componenti ideali unite in un programma comune. In una lista elettorale comune. Forse anche in un nuovo soggetto politico comune.

Dopo il 2013 si sono sviluppate tra noi due possibili prospettive, entrambe difficili da realizzare, ma che hanno costituito terreno per un confronto, anche per uno scontro, per alcuni sono state pretesto anche per un addio. Al congresso di Venezia di fine 2013 è prevalsa la prospettiva dell’unità socialista. Il Pd, allora retto dall’ex socialista Epifani, era fuori dal socialismo europeo, Sel sembrava propensa ad aderire al Pes. In una fase il Psi aveva anche aderito al progetto vendoliano, presentando liste comuni alle elezioni europee, con mie personali, fondate riserve. Poi, d’incanto, le posizioni si sono ribaltate. Il Pd, con Renzi alla sua guida, ha aderito al socialismo europeo, Sel ha sposato il progetto di una nuova sinistra di stampo greco.

La questione a quel punto diventava di semplice soluzione. Se il Pd diventava a pieno titolo un partito socialista europeo, e se la nostra prospettiva restava quella dell’unità socialista, la logica doveva consigliare un ancor più stretto legame con questo partito o addirittura una nostra confluenza nel Pd. Legittimando questa posizione anche le scelte dei nostri due ex parlamentari, Di Gioia e Di Lello, dovevano apparire giustificate se non sul piano morale (approfittare del privilegio di una designazione per poi rinnegare la fonte originaria è sempre esecrabile), almeno su quello politico. A Salerno infatti noi aggiustammo il tiro. La strategia diventava quella liberalsocialista, i nostri ammiccamenti andavano, forse un po’ superficialmente, verso frontiere vicine, dai radicali, al mondo cattolico. Senza escludere gli ex socialisti.

Penso che al prossimo congresso dovremo parlare un linguaggio più chiaro. E offrire, dopo gli appuntamenti che diversi nostri interlocutori hanno già messo in cantiere, a cominciare da quello di febbraio della Marianna e da quello di Bertinoro che coinvolgerà anche i verdi, una tribuna politica per la costruzione del polo liberalsocialista ed ecologista. Il programma uscito dalla nostra conferenza dell’ottobre scorso, coi sei punti e relative proposte, sulle qual il partito e i nostri parlamentari avrebbero potuto e dovuto investire di più con specifiche iniziative e proposte di legge, è a disposizione e può essere ulteriormente approfondito e rivisto.

Sempre più oggi sono venuti in superficie i temi che attengono la povertà, la vecchia povertà, non le nuove delle quali ci occupammo nelle nostre due Rimini. Il lavoro che sfugge, con punte di disoccupazione soprattutto giovanile che non hanno precedenti negli ultimi cinquant’anni, la mancata crescita, i vincoli internazionali, portano oggi a ritenere essenziale un movimento socialista che si spenda sul tema dell’equità. L’attacco del terrorismo alla civiltà liberale, agli stessi principi della rivoluzione francese, impongono la ripresa di forti battaglie di difesa e di conquista di diritti civili ed è a questo fine essenziale un movimento radicale che si ispiri alla figura del grande Marco Pannella, senza dimenticare la nostra sicurezza e i termini della nostra difesa. I disastri ambientali, il frequente verificarsi di terremoti, di allagamenti, le necessarie limitazioni di emissioni dannose in atmosfera, e che ci interrogano sul futuro del pianeta, rendono ineludibile l’esistenza e lo sviluppo di un forte movimento ecologista e verde. La sintesi di questo rappresenta la scommessa del futuro del nostro Paese, dell’Europa, nostro. Il mio invito è di alzare il tiro. Di lasciar perdere un crogiolarsi asfittico su noi stessi e di mescolarci ridefinendo così non solo le nostre frontiere, ma anche la nostra identità. Il tema del congresso non deve essere l’unità socialista, ma l’unità dei diversi, che si incontrano sui temi decisivi del nostro tempo.

Saragat e la scissione di Palazzo Barberini (seconda puntata)

Giuseppe_Saragat

(Seconda puntata) La legge di amnistia, la successiva votazione da parte dei comunisti dell’articolo 7 della Costituzione che vi includerà i Patti lateranensi, scelte che si sommano alle divaricazioni prodottesi nel passato tutt’altro  che remoto (la svolta di Salerno del 1944 di Togliatti su tutte) celano però il vero problema che stava dinnanzi ai socialisti. E cioè il giudizio sul comunismo sovietico e solo dopo sul Pci. Esattamente in questa successione. Farlo all’incontrario portava fuori strada. Era questo che nel passato aveva diviso socialisti e comunisti italiani. Nel 1921 furono i ventuno punti di Mosca, e la conseguente necessità per i leader comunisti di espellere i riformisti dal partito, la ragione della scissione. Nel 1922 furono ancora i dictat di Mosca, e stavolta Serrati volle piegarsi contrariamente all’anno prima, a determinare l’espulsione dal Psi di Turati, Prampolini, Treves e degli altri riformisti. E poi lo stesso argomento, e cioè l’adesione all’Internazionale comunista, comportò la svolta di Serrati del 1924, che coi suoi terzinternazionalisti lasciò il Psi ed entrò nel Pcdi, con Nenni a sguainare la scimitarra per la sopravvivenza del partito e poi a perseguire la prospettiva di una nuova unificazione tra Psi e Psu (che si chiamò poi Psli e infine Psuli), che a Parigi nel 1930 vide massimalisti e riformisti di nuovo insieme. Ancora lo stesso vecchio argomento divideva i socialisti: ancora la questione del rapporto coi comunisti. Che peraltro, nell’immediato dopoguerra, pareva diventato di ben diversa consistenza, coi comunisti italiani che da piccolo partito di rivoluzionari s’erano trasformati in una grande forza politica di massa, e per di più orientati a consolidare, non a demolire, quella democrazia che avevano contribuito a conquistare durante la lotta di liberazione. Questo però deve essere conciliato col suo opposto, perchè in loro restava fondamentale, questo era il filo di continuità col 1921, lo stretto legame con Mosca.

Adesso, dinnanzi ai socialisti, come una dannazione, oscillava il pendolo del filocomunismo e dell’unità socialista, progetti che s’escludevano a vicenda e che rimbalzavano nel dibattito politico come un’alternativa che era impossibile porre a sintesi. Partire dall’esame del Pci oppure da quello del comunismo? Questo era il punto di fondo. E come mettere a sistema l’esistenza dell’uno con quella dell’altro, il loro livello di relazione e addirittura di dipendenza? La questione dell’unificazione parigina del 1930 veniva, così, ancora, messa in discussione. Lo aveva sottolineato Saragat, che nel 1930 proveniva dal partito di Turati e che condusse l’operazione di ricongiunzione con Nenni, anche allora leader del Psi. I due, che avevano unito il socialismo italiano, si apprestavano ora a dividerlo di nuovo. E ancora, sul vecchio tema del rapporto coi comunisti e col comunismo. Lo riuniranno e poi lo divideranno di nuovo (ma la scissione del 1969 non sarà colpa loro). Anche Saragat aveva firmato i vari testi del patto d’unità d’azione col Pci e anche lui l’aveva giudicato necessario durante il fascismo, ma anche dopo la Liberazione. Aveva, Saragat, contestato la corrente fusionista e anche Nenni, che peraltro aveva sempre considerato la fusione una prospettiva d’avvenire. Dopo il primo Consiglio nazionale del luglio del 1945, ma già prima, tra Saragat e Nenni c’era stata un profonda divaricazione di giudizi. Dopo il patto Ribbentrop-Molotov Nenni era andato in minoranza nel Psi e aveva preferito appartarsi anche dal partito, mentre Saragat e Tasca erano diventati i fautori dell’immediata rottura di ogni rapporto coi comunisti, allora accusati di subalternità addirittura col nazismo.

In Saragat, già allora, era comparsa quella sua convinzione dell’antitesi tra socialismo democratico e umanitario, da un lato, e comunismo realizzato, di stampo totalitario, dall’altro. Due visioni antiteche, che del resto anche Silone e lo stesso Tasca, due che provenivano dalle fila comuniste e ne erano usciti proprio su questo argomento, avevano prospettato. Non si riusciva tuttavia a comprendere allora perchè il leader dell’autonomismo socialista continuasse ad apporre la sua firma ai vari patti d’unità d’azione col Pci che venivano firmati, anche dopo il fascismo. Nenni, e con lui anche Basso e, sia pur con distinzioni non trascurabili, lo stesso Morandi (gli ultimi due erano rimasti in Italia durante il regime), erano invece convinti della necessità del rapporto unitario coi comunisti per battere il fascismo e quando gli eserciti tedeschi superarono il confine russo, a Nenni ritornò il sorriso e la voglia di lottare assieme ai vecchi compagni d’arma che già in Spagna avevano combattuto il franchismo, col concorso degli aiuti sovietici. La resistenza degli eserciti e della popolazione sovietica all’aggressione nazista aveva fatto il resto e individuato nell’Urss di Stalin l’autentica potenza che aveva consentito di battere Hitler. Se poi si aggiunge che nella resistenza italiana i comunisti erano stati al primo posto nella dura e sanguinosa battaglia contro il nazifascismo ne derivava una considerazione che non poteva certo rimandare alle polemiche del 1921. Anche perchè il Pci di Togliatti non era affatto quello di Bordiga e di Bombacci. Lo si poteva considerare tutto meno che estremista, velleitario e ancorato alla necessità di una rivoluzione armata, facendo “come in Russia nel 1917”. Anzi, come è stato già sottolineato, Togliatti esprimeva spesso posizioni moderate, realistiche, superando a destra lo stesso Psiup. Il problema che Nenni non teneva in sufficiente considerazione, ed è davvero anomalo per chi come lui aveva sempre privilegiato la lettura della situazione internazionale ed era in quel momento ministro degli Esteri, era proprio la natura del regime sovietico e dei paesi che dopo la guerra erano finiti sotto la sua egida e, a seguire, la natura del rapporto tra Pci e Mosca.

Su questo Saragat aveva visto giusto. Lo aveva intuito già quando, a fronte di una visione ottimistica di Nenni sul futuro del comunismo, esplicitata al primo Consiglio nazionale, e che giustificava anche la prospettiva della fusione dei due partiti, visione che presupponeva inevitabile la democratizzazione del comunismo e la creazione di un’unica Internazionale, faceva da contrappeso Saragat, che già intravvedeva alle porte la contrapposizione dei blocchi occidentale e orientale e auspicava una funzione dell’Europa come potenza di mediazione e di propulsione di un dialogo tra le due parti, anche attraverso, com’era ovvio, l’Internazionale dei Partiti socialisti, alla quale quello italiano avrebbe naturalmente dovuto aderire. Per Nenni il comunismo post bellico non poteva ritornare quello dei processi di Mosca degli anni trenta, per Saragat il comunismo sovietico era l’altra faccia del socialismo, di natura totalitaria, burocratica, dispotica. Difficile, in una contrapposizione così forte, permanere a lungo in un unico partito. Si poteva partire, come faceva Nenni, dal giudizio sul Pci italiano per come si comportava in Italia e per quel che sosteneva, si poteva invece partire, come faceva Saragat, dal legame che tale partito manteneva con Mosca e col regime comunista e capire così anche la nuova moderazione di Togliatti e del Pci (una moderazione che rappresentava una vera consapevolezza democratica o la proiezione delle indicazioni sovietiche nella logica di Yalta?). La rivoluzione impossibile pareva in effetti la conseguenza, più che di una conversione di Togliatti alla democrazia “borghese”, della nuova situazione internazionale, che Togliatti, come Saragat e molto più di Nenni, tentava di interpretare. In questo senso sia Saragat che Togliatti appaiono molto più realisti di Nenni.

La causa del tracollo socialista alle elezioni amministrative del 10 novembre 1946 non poteva essere però solo una disfunzione organizzativa. L’Avanti infatti ne individua anche una di natura politica. Secondo il quotidiano socialista, diretto da Pertini, “il partito era stato incapace di dare una direttiva al Paese ed era irrimediabilmente diviso tra tendenze che non riuscivano a trovare un minino comun denominatore” (1). Secondo l’Avanti il partito aveva dato all’operaio e all’impiegato non una linea, ma “l’opinione del socialista A contro l’opinione del socialista B” (2). Quanto alla debolezza organizzativa il ragionamento era semplice. Se i comunisti a Torino avevano 58mila iscritti e i socialisti solo 14mila, allora anche il risultato del 2 giugno, che vedeva un Psiup più forte del Pci, poteva essere facilmente ribaltato in elezioni amministrative dove la mobilitazione era più incisiva rispetto al voto politico, che era più condizionato da un moto di opinione. E per di più a fronte di una grande astensione.  La sconfitta alle elezioni amministrative del 10 novembre diede il colpo di accelerazione alla scissione, ma non ne fu certo la causa. La vera ragione fu proprio la diversa concezione del socialismo che potremmo definire, da un lato, quella di dimensione democratica e umanitaria e, dall’altro, quella rigorosamente classista. La prima portava ad una netta distinzione tra socialismo e comunismo e alla conseguente rottura tra socialisti e comunisti in Italia, la seconda alla più stretta unità d’azione in nome degli interessi del proletariato. Questo, del rapporto col comunismo e coi comunisti, non rimanda a letture ancorate ad etichette prefabbricate di destra e di sinistra nei confronti delle tendenze politiche interne al Psiup.

Prendiamo la corrente di “Iniziativa socialista”, che aveva prospettato la rottura del Cln in nome della pregiudiziale repubblicana, poi dei governi ciellenisti e l’opposizione alla presidenza democristiana del Consiglio e che era sostenuta da giovani antifascisti e da ex partigiani che nulla avevano a che fare con le vecchie barbe riformiste. Consideriamo anche la posizione di “Critica sociale”, dove invece avevano trovato la loro naturale collocazione quasi tutti i vecchi riformisti, a cominciare da Saragat fino a Simonini. Questi stessi avevano contestato la politica del partito non solo sul tema della fusione e del rapporto col Pci, ma anche sulla questione della partecipazione al governo e sulla evidenziata subalternità socialista alla Dc. In loro l’autonomia pareva valore assoluto. Anche se è netta l’impressione che le polemiche suscitate da questi ultimi sul lato destro fossero funzionali, come si dimostrerà nel prosieguo della evoluzione politica e di governo, a mantenere un rapporto di coesione col gruppo di “Iniziativa”. Era la questione del rapporto col comunismo internazionale e di conseguenza col Pci, il pomo della discordia, non l’identità di sinistra e di destra. Saragat aveva parlato al congresso di Firenze di una netta contrapposizione tra socialismo democratico e socialismo autoritario. Del primo i socialisti italiani, a giudizio di Saragat, hanno avuto scarsa coscienza. Egli sottolineava come “la maggioranza, la grande maggioranza dei lavoratori dei paesi dell’Europa occidentale e centrale milita sotto la bandiera del socialismo democratico. Allora perchè questa sfiducia nelle forze costitutive del socialismo italiano, da parte dei nostri dirigenti? Perché solo da noi le masse operaie dovrebbero allontanarsi da quello che fu il loro partito storico?” (3). Domande che i socialisti si sarebbero più volte rivolti anche in seguito. E lo stesso Saragat, che col nuovo partito non riuscirà mai a sfondare una percentuale da forza politica minore, se le sarebbe rivolte ancora. Saragat continua analizzando la situazione del paese del socialismo realizzato e dichiara: “Si era in diritto di attendere che questa prima fase della dittatura, per carattere progressivo che tutti i governi operai hanno necessariamente in se stessi, avrebbe avuto un carattere transitorio e sarebbe fiorita una vera democrazia. Assistiamo invece ad un processo di involuzione, che pare smentire nel modo più clamoroso le previsioni di Marx. Invece di assistere a quella morte dello Stato che era nella profezia di Engels, abbiamo assistito al contrario. Invece di assistere all’eliminazione della burocrazia come corpo separato dalla massa del popolo, che è una delle dottrine più costanti del marxismo, abbiamo assistito allo sviluppo enorme di una burocrazia onnipotente, che si separa sempre più dalla massa del popolo. Insomma tutti i fenomeni che abbiamo constatato nel totalitarismo borghese, si verificano, su un ben diverso piano umano, ma con una simmetricità singolare, nel totalitarismo proletario” (4). La conclusione era: “E’ camuffare i dati presentare il comunismo come convertito alla nozione democratica del socialismo occidentale, quando tutto nella sua struttura organizzativa, nella sua politica, nella sua mentalità, grida il contrario” (5).

Dal canto suo Rodolfo Morandi, che si era distinto da Basso, e in parte anche da Nenni, per l’elaborazione di contenuti non omogenei a quelli comunisti e aveva portato avanti il progetto dei consigli di gestione operai anche da neo ministro dell’Industria, rispondeva a Saragat con una certa decisione: “La sinistra”, afferma Morandi, “che considera l’esistenza di due partiti proletari come una manifestazione della lotta di classe (…) ritiene di capitale importanza la coordinazione e lo stesso affiancamento di essi nell’azione, quale espressione differenziata in questa fase di transizione di uno stesso interesse e di una stessa qualità di classe. La destra, invece, non trova spiegazione a questo fenomeno, né giustificazione storica ad una prassi di partito che fa perno attorno alla potenza sovietica come originaria forza di espansione della rivoluzione proletaria, e persiste a giudicare il comunismo militante come una degenerazione del socialismo e qualcosa di abnorme, col quale i contatti non debbono essere tanto più intimi di quelli che non possono tenersi con altri partiti” (6)). Due opposte concezioni della politica del partito, dunque. E un partito unico che stava dividendosi ancora sul solito tema del rapporto coi comunisti. Una dannazione.

Mauro Del Bue

Note

1) Autocritica, in Avanti, 14 novembre 1946

2) Ibidem.

3) Socialismo democratico e socialismo totalitario, in A. Benzoni, V. Tedesco, Documenti del socialismo italiani di questo dopoguerra (1943-1966), Bologna 1968, p. 39.

4) Ibidem.

5) Ibidem.

6) M. Del Bue, Il Partito socialista a Reggio Emilia, cit, p. 162.

Leggi la prima parte

Romano e l’Unità…

Si annuncia la chiusura de l’Unità in edizione cartacea. Il socio di maggioranza sarebbe stanco di scucire soldoni, soprattutto adesso che Renzi, che lo aveva saputo coinvolgere, non è più presidente del Consiglio. Dovrebbe restare, secondo quanto emerge dalle indiscrezioni giornalistiche, solo in versione online. Benvenuta, dunque, sul web, cara Unità. In fondo siamo due giornali, che pur tra dissensi anche profondi, appartengono entrambi alla storia della sinistra italiana. Ritrovarsi alla pari, entrambi in dimensione informatica, non può che affratellarci ulteriormente.

Che l’ultima versione del quotidiano fondato da Antonio Gramsci nel 1924, proprio in aperta polemica con l’Avanti, sia stato recentemente rilanciato per ragioni strumentali appare oggi evidente. Renzi aveva bisogno di elemosinare qualche zuccherino al popolo ex comunista del suo partito, visto che la politica era diventata solo prerogativa degli ex democristiani. Eppure l’Unità con Staino e Romano, dopo la direzione di D’Angelis, era divenuto un organo di diretta emanazione renziana. Dunque Renzi aveva solo formalmente toccato il cuore degli ex comunisti, ma in realtà si era appropriato del nome del vecchio quotidiano per assecondare la sua linea politica.

Sapevamo dei debiti enormi accumulati in questi mesi dal quotidiano comunista in versione renziana. E conoscevamo il numero di lettori che non si discostava granché dai contatti del nostro Avanti. Da un momento all’altro ci attendevamo il crollo. Che avvenga proprio in un momento se non di crisi, di evidente difficoltà, del renzismo, non ci stupisce. Quel che sorprende è l’esilarante dichiarazione del vice direttore Andrea Romano, deputato di Scelta civica, traslocato nel Pd, che si sente in dovere di interpretare una storia quasi centenaria di un partito del quale non ha mai fatto parte: “Siamo l’unico quotidiano di partito esistente in Italia”. Gli spieghino per favore che non é così, che ne esistono altri, e tra questi anche l’Avanti, che contrariamente all’Unità non riceve un soldo, né dallo Stato, né da ricchi imprenditori amici. E’ nato il giorno di Natale del 1896 e non é ancora morto.

Date una casa a Grillo

Lascia Farage per approdare all’Alde, fa un referendum tra gli iscritti e partecipano, dicono, in quarantamila. Oltre il 70 per cento gli dice si e alla fine l’Alde gli dice no. Contrordine, Grillo torna da Farage che aveva spontaneamente abbandonato. E noi siamo contenti. Una casa la deve pur avere lui coi suoi proseliti, che adesso si scoprono critici nei confronti del pendolarismo del loro leader, al quale devono la loro promozione da signori nessuno a parlamentari europei e nazionali. Si arrabattano e parlano di figuraccia. Mica é la prima. Solo la Raggi ne ha accumulate tante da competere con Razzi. Ma almeno il senatore ex dipietrista e ora berlusconiano, svizzero e abruzzese, non é sindaco di Roma. E della sua esistenza ci accorgiamo solo dall’esilarante imitazione di Crozza. Continuo a ritenere Grillo e Casaleggio senior molto meglio dei loro seguaci, soprattutto quando questi ultimi fanno gli indignati. Cambino partito. Ma per farlo dicono esista una penale di 250mila euro. Altro che la difesa di una pensione parlamentare. Questi hanno blindato con un muro di soldi tutte le uscite. Anche quelle di sicureza. Meglio criticare dall’interno. Non c’é dubbio.

Saragat. Palazzo Barberini settanta anni dopo

Prima puntata. SaragatE’ facile dire oggi che Saragat aveva ragione. Bisogna riuscire a dimostrare, ripercorrendo la storia degli anni immediatamente precedenti Palazzo Barberini, che Saragat aveva ragione allora. Richiamerò i fatti essenziali. In questo primo pezzo mi soffermerò sulle vicende precedenti il Congresso di Roma del gennaio 1947.

La scissione del Partito socialista, che allora si chiamava Psiup ed era il risultato dell’unificazione del Psi, rifondato a Roma da Romita, Lizzadri, Vernocchi nel 1943, cui si erano aggiunti i reduci dalla prigionia e dall’esilio Nenni, Saragat, Pertini e Buozzi, con il Movimento di unità popolare di Lelio Basso, che riteneva superate le vecchie distinzioni tra socialisti e comunisti, é infatti solo l’atto finale di uno scontro politico che inizia nell’immediato dopoguerra e che si inscrive pienamente nella storia delle diverse tendenze socialiste. Non a caso nel primo Consiglio nazionale del partito, che si svolse a poche settimane dalla Liberazione nell’estate del 1945, il tema prevalente fu proprio quello della fusione. Un conto era infatti l’accettazione del patto di unità d’azione con il Pci, sottoscritto il 28 settembre del 1943, dunque nel periodo successivo all’invasione tedesca, da Sandro Pertini, Pietro Nenni e anche da Giuseppe Saragat, altro conto era costruire un unico partito tra socialisti e comunisti. Il contenuto del Patto del 1943 era profondamente diverso da quello sottoscritto in Francia dai due partiti, che seguiva gli anni delle lacerazioni dovute alle teoria terzinternazionalista del socialfascismo. Quel patto “francese” era prevalentemente di carattere ideologico e manteneva ferme le distinzioni tra i due partiti. Quello sottoscritto in Italia aveva invece un taglio più impegnativo e postulava “l’unità politica della classe operaia”(1). Dunque un obiettivo, peraltro gia previsto nella revisione del patto francese del 1937, che ipotizzava un passo “verso un’unità organica dei due partiti” (2). Dal 1943 al 1945 socialisti e comunisti avevano però maturato convinzioni diverse rispetto al tema della monarchia, che Togliatti, con la svolta di Salerno, imposta da Stalin, accettava come il male minore, mentre Nenni continuava a porre con coerenza la pregiudiziale repubblicana. Tanto che i socialisti, contrariamente ai comunisti, decisero per questo di non partecipare al secondo governo Bonomi. Tale diversa scelta in qualche misura influenzò la stesura del nuovo testo del patto, redatto nel 1944, in cui non si menzionava più l’unità organica tra i due partiti. Eppure, nonostante i comunisti fossero appena stati piuttosto tiepidi ad appoggiare la candidatura di Nenni alla presidenza del Consiglio accettando subito di buon grado quella dell’azionista Ferruccio Parri, il tema della fusione occupò larga parte del primo Consiglio nazionale del Psiup. Già in quella circostanza venne alla luce la geografia politica interna al partito. In questa assise si misurarono infatti due mozioni. La prima, quella unitaria, anche se non immediatamente fusionista, era firmata da Pertini, Morandi e Basso. La seconda, di stampo più autonomista, era sottoscritta da Saragat, Silone e Bonfantini. Nenni, leader del partito, pur non avendo sottoscritto alcun documento, era apertamente schierato coi primi. Neanche loro sostenevano, per la verità, anche se quello più esposto per formazione politica in direzione del partito unico era Lelio Basso, la fusione come obiettivo immediato, ma la prevedevano come prospettiva politica. Questo anche se l’Avanti titolò la conclusione di quel consiglio con un titolo emblematico e cioè: “Verso la creazione del partito unico della classe lavoratrice” (3) e il giorno dopo con un altro titolo ad effetto: “Il partito unico realizza le speranze delle grandi masse popolari” (4). Nemmeno Saragat, Silone e Bonfantini mettevano in discussione il patto d’unità d’azione. Quello che per loro era inaccettabile, e che finiva per svilire le funzioni originali del partito, era la prospettiva del suo annullamento in una strategia di unità organica coi comunisti. Le due posizioni si confronteranno anche nell’arco del 1946 al congresso di Firenze. Nel marzo si era svolta un’ampia consultazione elettorale amministrativa coi socialisti ancora forti e prevalenti in aree urbane del Nord, coi comunisti già egemoni in Emilia e in Toscana. Contemporaneamente Nenni aveva agitato da par suo il tema della Costituente ottenendo, dopo diversi rinvii, la data del due giugno per la sua elezione congiunta al referendum popolare su monarchia-repubblica.

Al congresso, il primo nel dopoguerra, della famiglia socialista, che si svolse al teatro comunale di Firenze, tra l’11 e il 17 aprile del 1946, il partito si trovò unito, sotto la guida di Pietro Nenni, a rivendicare la paternità e l’attualità della Costituente, alla quale i socialisti, più dei comunisti, avevano lavorato con coerenza e senza ripiegamenti. Tuttavia sui caratteri fondamentali del partito, e in particolare sul rapporto col Pci, il Psiup si trovò diviso in tre. Diciamo subito che l’obiettivo della fusione era stato ufficialmente abbandonato anche dalla maggioranza che faceva capo a Basso e Morandi con la copertura di Nenni, e a questa prospettiva restavano legati ormai solo Lizzadri e Cacciatore che poi furono indotti a ritirare il loro documento e a convergere sulla mozione Morandi-Basso. Sandro Pertini si era spostato su posizioni mediane difendendo l’autonomia e l’indipendenza del partito e firmando una mozione assieme a Ignazio Silone. Su questa mozione ripiegarono anche i giovani raccolti attorno alla rivista Iniziativa socialista, che contestavano i governi ciellenisti e sognavano una rivoluzione libertaria e non leninista. Saranno il perno su cui Saragat agirà per far scattare la molla della scissione.

Su posizioni ancora più intransigentemente autonomiste stavano i socialisti raccolti nella mozione di Critica sociale, appunto Saragat, Faravelli, Modigliani, D’Aragona, Simonini. Il congresso segnò una svolta. Il confronto, anzi lo scontro, non era più sul tema dell’attualità o meno della fusione, ma sul modello di socialismo. Saragat, nel suo intervento, richiamò il fatto che “lo sviluppo di un socialismo autocratico e autoritario (era) uno dei problemi attuali” (5) e gli contrapponeva il suo socialismo democratico. Basso parlò di un profondo dissenso “tra lo spirito classista e lo spirito liberalsocialista” (6). Alla fine il congresso diede un esito clamoroso. Le mozioni di Pertini, Silone e di Critica sociale raggiunsero il 51 per cento, quella cosiddetta di Base, cioè di Basso e Morandi, solo il 49. La Direzione venne composta per metà da membri della mozione di Base e per metà da esponenti delle altre due. Nenni da segretario si trasferì alla presidenza e segretario del partito venne eletto Ivan Matteo Lombardo, un esponente relativamente conosciuto, e non Sandro Pertini, come ci si attendeva.

Il partito riprese vigore e alle elezioni per la Costituente del 2 giugno la lista socialista col 20,7% sopravanzò, inaspettatamente, quella comunista, che si fermò al 18,9. La Dc si affermò come partito di maggioranza relativa col 35,2 e De Gasperi ottenne la presidenza del Consiglio formando un governo comprendente socialisti e comunisti, mentre Saragat venne chiamato alla presidenza dell’Assemblea costituente, che dopo la vittoria repubblicana aveva il compito di varare la nuova costituzione. I comunisti rimasero stupiti e in parte scioccati dal risultato elettorale. Nessuno di loro, lo confermò Amendola in dichiarazioni successive, si attendeva un risultato che prevedesse i socialisti più forti di loro. L’aver combattuto, in modi più strenui e con truppe più consistenti, il fascismo e, di rimbalzo, il forte fascino dell’Urss e della sua eroica e vittoriosa resistenza al nazismo, si erano rivelati elementi non sufficienti per ribaltare i rapporti di forza nella sinistra italiana.

Si apriva, dopo il 2 giugno, una fase nuova, nella quale uno degli obiettivi diventò per Togliatti la conquista di un’egemonia a sinistra, ancora non riconosciuta dagli elettori. Iniziò verso i socialisti una duplice iniziativa, come riveleranno successivamente due dirigenti comunisti dell’epoca, Gianni Corbi e Fabrizio Onofri. Da un lato si intensificò una polemica politica verso la maggioranza autonomista del Psiup che a Firenze aveva vinto il congresso, dall’altro si mise in campo una vera e propria opera di infiltrazione di militanti comunisti nel Partito socialista. Onofri scrive: “La presenza del Pci all’interno del Psiup era derivata sia da coloro che si richiamavano alla linea Togliatti, che da coloro che si richiamavano alla linea Secchia” (7). Per questi ultimi era funzionale a convertire il partito all’ora x della rivoluzione, per i primi a combattere lo slittamento socialdemocratico del partito e il suo distacco politico dal Pci. Ovviamente questa infiltrazione di comunisti nelle fila del Psiup (che fu massiccia e interessò l’intero territorio nazionale e un certo Luciano Lama, iscritto al Psiup, venne scoperto mentre indicava di votare per il partito fratello nella sua Forlì (8)) aveva l’obiettivo immediato di capovolgere i rapporti di forza interni in previsione di un congresso da svolgere in tempi ravvicinati.

La nuova situazione del Psiup spinse poi i socialisti a chiedere una nuova formulazione del Patto d’unità d’azione in modo da veder riconosciuta l’autonomia dei due partiti. Il patto venne rinnovato a ottobre. Questo non valse a moderare l’offensiva politica dei comunisti in particolare nei confronti di Saragat e dei suoi seguaci. Togliatti usò parole durissime, già a settembre, in una intervista al Gazzettino di Venezia, ove volle precisare che “il patto non funziona per colpa dei riformisti che hanno la direzione del partito socialista” (9). In più occasioni su l’Unità i dirigenti comunisti usarono frasi sferzanti verso la nuova maggioranza socialista e Togliatti rivendicò il diritto “di intervenire nelle questioni interne del partito socialista” (10) e di combattere contro tale frazione “con tutti i mezzi polemici i quali ci sono accessibili e dei quali ci sappiamo servire” (11). A Saragat Togliatti dedicò poi un fondo de suo giornale intitolato “Tre colonne di piombo” (12), in cui il leader comunista arrivò a definire Saragat e il suo socialismo democratico, contrapposto al comunismo reale, un simbolo per accreditarsi come “tessera ad honorem del movimento dell’Uomo qualunque” (13). A poco valse la replica di Pertini sull’Avanti dall’emblematico titolo “E il terzo gode”. La spinta autonomista dei socialisti portò non a caso, il 13 ottobre, alla promozione di una grande manifestazione nazionale in occasione del monumento a Filippo Turati, eretto a Canzo. Il leader dei riformisti era improvvisamente tornato di moda al punto che Guido Mazzali ebbe a sottolineare che “Turati è il socialismo” (14).

Anche Nenni, sia pur da posizioni diverse, come già era avvenuto per la Costituente, sviluppava da ministro degli Esteri del governo De Gasperi una politica autonoma sui temi di Trieste, e dei confini con la Jugoslavia, al di fuori di condizionamenti ideologici. Un primo elemento negativo nel percorso relativamente autonomista del Psiup fu il risultato delle elezioni amministrative parziali di novembre. Nelle grandi città, da Roma, a Napoli, a Firenze, a Torino, i socialisti vennero superati dai comunisti che riuscirono a ribaltare a loro vantaggio i risultati ottenuti a giugno. Dove la lista socialista e comunista era unica, come a Roma, le cose andarono nel peggiore dei modi, coi comunisti che si aggiudicarono 16 consiglieri e i socialisti solo 5. La sinistra del Pspiup accusò gli autonomisti, questi ultimi, in particolare Saragat, spararono sugli altri che ancora “più imperterriti che mai” (15) si trovavano alla testa del partito. A giudizio del presidente dell’Assemblea costituente gli elettori non volevano “sottoprodotti, ma merce genuina. Se sono comunisti o di tendenza comunista non sanno che farsene di un massimal-fusionismo che ha liquidato il partito nel 1921-22 e che rischia di liquidarlo oggi” (17). Il seme della scissione era già stato lanciato.

Mauro Del Bue

Note

1) A. Benzoni, V. Tedesco, Documenti del socialismo italiano (1943-1966), Bologna 1968, p. 14. Anche in M. Del Bue, Il Partito socialista a Reggio Emilia. Problemi e avvenimenti dalla ricostruzione alla scissione, Venezia 1981, p. 86.
2) Ibidem.
3) Vedi Avanti, 1 agosto 1945.
4) Vedi Avanti, 2 agosto 1945.
5) Il discorso di Saragat, in Avanti, 16 aprile 1946.
6) Il discorso di Basso, ibidem.
7) A. Gambino, Storia del dopoguerra dalla Liberazione al potere Dc, Bari 1975, p. 277.
8) Traditori, in La Giustizia, 23 giugno 1946.
9) Tra comunisti e socialisti, in Avanti, 18 settembre 1946.
10) P. Togliatti, Un partito di governo e di massa, in Politica unitaria ed Emilia rossa, Torino 1946, p. 66.
11) Ibidem
12) Tre colonne di piombo, in L’Unità, 20 settembre 1946.
13) Ibidem.
14) Vedi M. Del Bue, Il Partito socialista, cit, p. 159.
15) Il Nuovo giornale d’Italia, 21 novembre 1946, anche in M. Del Bue, Il Partito socialista, cit, p. 160-161.

Il Grande occhio di Occhionero

Due fratelli quarantenni, uno già gran maestro di una Loggia massonica, spiavano, grazie a un virus iniettato nella posta elettronica, ben 18mila personalità del mondo politico, economico, finanziario, culturale, semplici cittadini. Per di più il loro cognome è Occhionero, e sembra quasi un codice. A cosa fosse finalizzata questa maxi operazione di spionaggio, se sia stato esso funzionale a qualche servizio straniero, a qualche interesse italiano, a semplice curiosità voyeristica, magari con scopo ricattatorio, ancora non sappiamo.

Sappiamo però ormai una cosa. E cioè che siamo tutti spiabili. Che il nostro mondo informatizzato, con le nostre telefonate, le nostre mail, i nostri messaggi, i post sui social, anche quelli cancellati, ha abolito l’intimità, ha dissacrato i segreti. Sappiamo che ogni nostra relazione, anche anche la più delicata, può essere resa pubblica. E sappiamo, nel contempo, che per scoperchiare i nostri rapporti non serve la potenza di un sofisticato servizio, ma bastano due persone dotate di qualche esperienza, intelligenza, curiosità.

E’ incredibile il numero degli intercettati. E i loro nomi vanno dall’ex presidente del Consiglio Renzi al presidente della Bce Draghi, passando attraverso l’ex presidente Monti e una miriade disordinata dì uomini politici, da Larussa, a Cicchitto, a Fassino. C’è anche Michela Brambilla ed é difficile capire perché. Non compaiono invece né Berlusconi, né Grillo. Sul primo il motivo dell’esenzione pare scontato. E’ stato il politico più intercettato, spiato, inquisito della storia. Non c’è probabilmente più nulla che non sia già stato svelato, dalla sua vita sessuale, amorosa, dai suoi piatti preferiti ai testi delle sue canzoni.

Per Grillo, che di Internet ha fatto un credo, basta e avanza sentire Casaleggio che possiede le chiavi del suo sistema politico. E poi, dopo il caso Farage, Alde, andata e ritorno, gli scandali e le follie della giunta Raggi, le espulsioni e le esenzioni, le crociate e le revisioni, cosa c’è da scoprire più di quel che si è già pubblicamente consumato? Resta un pensiero. Che non tutto il male venga per nuocere e che nella nostra vita si riscopra il culto della parola parlata. Basta con le mail e gli sms, che vengono spesso caricati con sigle e slogan confezionati. Si ritorni ai contatti personali e, chissà, anche alle lettere scritte a penna. Quelle che un tempo, si parlasse di affari o di politica o di amore, facevano scattare il ragionamento e il sentimento. Un brusco risveglio nella società di quarant’anni fa. Un romantico deja vu, che pareva scomparso. E con esso il ritorno al culto della lingua italiana, oggi smarrita in un linguaggio informatizzato astruso e meccanico.

Due chiare proposte Psi sulle banche

I senatori socialisti si apprestano a presentare in Commissione Finanze un emendamento che renda possibile il superamento della normativa sulla privacy e pubblicizzi i nomi dei soggetti che hanno usufruito dei crediti non estinti degli istituti bancari in sofferenza e che hanno necessitato dell’intervento statale. Il Psi da anni si batte contro lo strapotere del sistema bancario, contro le ingiustizie e i soprusi che sono stati commessi a danno dei piccoli imprenditori e risparmiatori. Lo scandalo delle quattro banche ha di poco preceduto il crollo di Veneto Banca e Popolare di Vicenza, poi il nuovo esecrabile capitolo del fondo senza fine del Monte dei Paschi, in un intreccio torbido tra malaffare e prestiti agli amici. E in un evidente e subalterno rapporto con un pezzo di sinistra senese e toscana, prima comunista e poi pidiessina, diessina e democratica.

Il presidente dell’Abi Patuelli ha spezzato una lancia a favore della trasparenza. Ha chiesto di rendere pubblici i nomi dei più importanti soggetti che hanno usufruito di crediti insolventi e ha sollecitato a predisporre, qualora necessaria, una modifica della legislazione vigente. Secondo il presidente dell’autority competente Antonello Soro un intervento legislativo non sarebbe neppure necessario, trattandosi in massima misura di soggetti giuridici. Vedremo. Resta il fatto che, per quanto riguarda Mps, un terzo delle insolvenze investe, secondo i dati pubblicati, soggetti che hanno ottenuto più di tre milioni di euro per un totale di insolvenza superiore ai tre miliardi. Incredibile, che per poche migliaia di euro, un risparmiatore venga segnalato alla Centrale rischi e per un ammontare di miliardi invece l’identità di costoro sia stata così gelosamente custodita.

Per di più la magistratura non potrebbe probabilmente esentarsi dall’individuare anche il reato di concorso in bancarotta fraudolenta, mentre per ora tale reato viene perseguito solo contro i vertici degli istituti bancari. Bene, dunque, l’iniziativa socialista ispirata alla trasparenza e alla difesa dei deboli. Siccome é richiesto uno sforzo a tutti i cittadini attraverso una legge salvabanche che dovrebbe stanziare venti miliardi a fronte di una sofferenza di 85 (come noto giudicati insufficienti dall’Ue) allora che i cittadini almeno conoscano non solo le responsabilità individuali di coloro che questi crediti ingiustificati hanno concesso, ma anche l’identità di coloro che questi crediti hanno ottenuto senza ripianarli.

A prescindere dalle iniziative della magistratura, andranno analizzate anche le evidenti complicità degli organismi di vigilanza e in particolare della Banca d’Italia a della Consob. Purtroppo l’anomalia di una Banca d’Italia, con capitale privato e partecipato dalle altre banche, che deve vigilare sull’azione delle banche stesse che ne sono proprietarie è perfino paradossale. Ma questo è. Tra poco avremo, di fatto, una banca nazionalizzata, la Mps e una Banca d’Italia privatizzata. Il contrario di quel che avviene altrove. Per questo Nencini ha sottoscritto la proposta di istituire una commissione d’indagine parlamentare. Due posizioni, la proposta di modifica legislativa e l’istituzione di una commissione d’indagine, che testimoniano, come del resto sempre ha fatto l’Avanti che sul tema ha aperto le sue porte all’associazione Interessi comuni, una forte sensibilità socialista sul tema dell’equità sociale, che va oggi declinata anche come equità e trasparenza bancaria.

Quando penso a Mario Soares…

Poco dopo il nostro Lelio Lagorio, il Granduca socialista che dedicò la sua vita agli ideali autonomisti e riformisti e fu seguace di Pietro Nenni e di Bettino Craxi, se n’é andato, anche lui ultranovantenne, Mario Soares, leader dei socialisti portoghesi. Non potrò mai dimenticare la rivoluzione dei garofani del 1974 che anticipò di un anno l’analogo sovvertimento della dittatura in Spagna. Soares era molto grato ai socialisti italiani, come il suo omologo spagnolo Felipe Gonzales, per la solidarietà, anche tangibilmente verificabile, che gli era stata manifestata. Il 1974 era un anno speciale anche in Italia. Nel maggio si affermò lo spirito laico del Paese col referendum che sconfisse nettamente l’integralismo antidivorzista. Noi, giovani socialisti, eravamo in prima fila ad appoggiare gli ideali liberali e riformisti incarnati nella figura di Loris Fortuna.

Quando esplose la rivoluzione democratica portoghese per iniziativa dell’ala progressista delle forze armate, palpitammo per un tentativo di colpo di stato appoggiato dal partito comunista di Cunhal. Eravamo orgogliosi del comportamento dei socialisti portoghesi, alfieri della libertà, e in questo sostanzialmente diversi dai comunisti filosovietici. Avevamo bisogno di ispirarci all’esistenza di un movimento socialista europeo anche dopo la sconfitta del 1976, quando pareva che in Italia nulla si potesse costruire al di fuori di un Partito comunista berligueriano che era uscito dalla urne col suo massimo storico. Così quando Craxi, col Midas, divenne segretario, il primo approdo politico lo cercammo proprio nell’eurosocialismo. Ricordo diverse iniziative, una a Milano, una Venezia, ma ce ne furono altre, coi leader del socialismo europeo. Tra loro Mario Soares, oltre a Felipe Gonzales, Willy Brandt e Francois Mitterand.

Quel che risultava chiaro a noi, ma doveva esserlo a tutti, era l’anomalia della sinistra italiana, dove la componente socialista era minoritaria rispetto alla presenza del più forte Partito comunista d’Occidente, che si era ormai distinto dal comunismo reale, ma che fino alla seconda metà degli anni settanta veniva da questo stesso sorretto e finanziato. Ci si appigliò a un eurocomunismo inesistente, coi comunisti francesi di Marchais e quelli portoghesi che si mantenevano su posizioni apertamente anti liberali. Soares fu due volte primo ministro, dal 1976 al 1978 e dal 1983 al 1985, due volte presidente della Repubblica (dieci anni al vertice fra il 1986 e il 1996), ministro degli Esteri e ministro senza portafoglio nel primo governo dopo la liberazione

Soares, che era tornato in Portogallo il 28 aprile, tre giorni dopo la fuga dell’ultimo dittatore, Marcelo Caetano, ha guidato la transizione dall’esilio in Francia. In clandestinità ha fondato il Partito socialista che ha guidato con capacità, equilibrio e passione. Nei rapporti sempre positivi, instaurati già durante l’esilio, coi socialisti italiani, va in particolare ricordata la sincera amicizia che egli mostrò sempre nei confronti di Bettino Craxi. Ricordo una sua visita ad Hammamet quando Craxi, colpito da provvedimenti giudiziari, era considerato da molti un intoccabile. Sfidò anche la moda del giustizialismo per essere vicino a un amico al quale doveva qualche pubblico riconoscimento. Anche per questo coraggio, anche per questa coerenza noi oggi lo ricordiamo e lo onoriamo come merita.

Coraggio, venite…

Passiamo dalle carte bollate alla politica. E approfittiamo di un congresso resosi necessario dopo la sospensiva degli organi di Salerno per lanciare messaggi chiari. Venite tutti, nessuno escluso. Chi vuol stare fuori pensi alla sua solitudine e al significato del distacco dalla nostra comunità. Coloro che ci hanno abbandonato si sono persi verso approdi illusori e fallimentari. Tenetelo presente. Ci sono tante cose da migliorare e anche da cambiare nel nostro piccolo partito. Non ci sono tabù inviolabili. L’unica condizione che non possiamo accettare è di violare le regole e di svolgere un congresso che non tenga conto degli iscritti, come pare chiedano alcuni compagni che sulla supposta violazione delle regole hanno costruito la loro identità.

Ancora non è stata fissata la data del congresso, ma alcune risposte chiare mi sento di darle. Noi siamo stati oggetto di un duro attacco, non politico, ma addirittura giudiziario, da parte di qualche esponente, non di Bobo Craxi, col chiaro intento di danneggiare, se non demolire quel che stiamo faticosamente custodendo. Questo è avvenuto di concerto con chi ci ha lasciato, assieme alla poltrona acquisita grazie a noi, è approdato altrove e ci ha pubblicamente manifestato ostilità e derisione. Non si potrà pensare che a fronte di un tale tentativo si offra sul piatto d’argento qualche qualificata e agognata testa. In una situazione di belligeranza i paesi non cambiano i presidenti. In pace tutto può avvenire. Che ci siano compagni che lanciano addirittura l’idea delle primarie mi pare un po’ grottesco. Ma come? Perfino il Pd che le ha praticate con confusa superficialità adesso pare intenzionato a far macchina indietro e noi dovremmo invece inaugurarle, in barba al nostro statuto e alla nostra storia?

Ma è giusto, come accade per le primarie, dare gli stessi diritti agli iscritti e ai non iscritti? E chi tra i non iscritti dovrebbe avere diritto di voto? I socialisti, si dice, tutti i socialisti. E qui si entra nel mare magnum della vexata quaestio sul significato che si attribuisce alla parola. Socialisti quali? Il Pd è un partito del socialismo europeo. Invitiamo anche loro? No, si precisa, anzi il Pd è il partito dal quale bisogna prendere le distanze. E allora per socialisti si intendono coloro che hanno fatto parte del vecchio Psi ventidue anni fa? Cioè un lasso di tempo più lungo di quello coperto dal passato regime. Non è credibile un’idea del genere, no? Anche perché dovremmo costruire un partito di ultra sessantenni, e magari cooptare qualche loro affettuoso figliolo.

Si pensa che attorno a noi, anzi fuori da noi, questa sarebbe l’ultima scoperta dei nostri, si agitano masse di socialisti che vorrebbero far parte del Psi, ma che ne sono stati respinti non si capisce da chi e perché. E di più. Pare che l’ostacolo maggiore al rilancio del Psi sia il suo gruppo dirigente, del quale, fino a un paio di anni fa facevano parte anche gli attuali contestatori, con risultati del partito che non erano certo superiori a quelli conseguiti dopo il loro Aventino. Ma prendiamo anche per buona l’idea che fuori dal Psi ci sia una realtà che bussa alle nostre porte senza trovare ascolto. Perché allora questa realtà non ha, se non in minima parte, risposto alla disponibilità sancita già a Salerno di aprire i nostri organismi provinciali, regionali, nazionali, a rappresentanti di club, associazioni, movimenti di ispirazione socialista?

Questa proposta manterremo ferma anche al prossimo congresso e verificheremo se davvero dinnanzi alla porta si è assiepato un più numeroso nugolo di socialisti. Sappiamo bene che il Psi non è il vecchio Psi, che è una comunità piccola con una grande storia e l’ambizione di rilanciarsi attraverso un’aggregazione non più identitaria come inducono a far pensare i nostri dissidenti che lanciano l’idea di liste socialiste, solo socialiste, alle prossime elezioni. E questo pare francamente curioso e contraddittorio. Curioso perché l’idea di superare da soli l’attuale sbarramento al 3 per cento (addirittura al 4 nel Mattarelum) è piuttosto balzana. Contraddittorio perché quando lo sbarramento era praticamente inesistente gli stessi si sono opposti, tranne una sola eccezione, alla presentazione del simbolo del nostro partito.

Restiamo fermi alla proposta di un’intesa socialista, radicale ed ecologista, che già avevamo lanciato in chiave di moderno liberalsocialismo al congresso di Salerno. Su questa ci confronteremo all’interno del partito e all’esterno. So già che qualcuno pensa che questa altro non sia che una boutade che si dimostrerà irreale e che poi si faranno altri accordi per garantire qualche nostra presenza in Parlamento. Su questo voglio essere altrettanto chiaro. Il Psi non farà come nel 2013 (io su questo confermerei come allora la mia contrarietà). Abbiamo in mente, anche il segretario la pensa così e sta operando in questa direzione, di partecipare alle prossime elezioni, qualsiasi sia il contesto proporzionale che scaturirà dalla nuova legge. Dateci una mano, dunque. Coraggio, venite…