Mauro Del Bue
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Mauro Del Bue

Incasellati

L’incarico esplorativo al presidente del Senato (come ha scelto di definirsi la Casellati rifuggendo da storpiature grammaticali) era nell’aria. E’ la seconda volta per una donna. La prima fu l’analogo mandato affidato al presidente della Camera Nilde Iotti nel 1987. Fu un estremo tentativo per evitare le elezioni anticipate che si tennero pochi mesi dopo. Nella storia dei mandati esplorativi bisogna ricordare che nessuno andò a buon fine a partire da quello, il primo, affidato a Giovanni Leone nel 1960, fino all’ultimo, affidato a Marini, nel 2008. Anche quello alla Casellati non farà accezione. I partiti, meglio sarebbe dire i gruppi parlamentari, diranno alla Casellati quel che han già dichiarato al presidente Mattarella. Un gentile non possumus. E allora perché questa scelta?

Verrebbe voglia di dire perché il presidente altro non poteva fare. I leader dei due schieramenti più votati hanno fatto sapere che di mandati esplorativi non sanno che farsene. E la seconda carica dello Stato é il presidente del Senato. Stare ancora, dopo 44 giorni, con le mani in mano il presidente della Repubblica non poteva. L’unico effetto del mandato esplorativo sarà di prendere tempo, anche se quello concesso é di soli due giorni, ma soprattutto di far capire che se le forze politiche non si decidono a trovare una soluzione al presidente non resta che sciogliere le Camere.

E qui scatta l’avvertimento, perché il paradosso é che tranne i Cinque stelle e la Lega, che sarebbero chiamati a formare un governo insieme, gli altri, che dovrebbero opporsi, di elezioni non vogliono sentir parlare. Il Pd, pur di stare all’opposizione e di non tornare subito al voto, sollecita da tempo la formazione di un governo dei vincitori, mentre Berlusconi tira per la giacchetta Salvini ma pare disposto a fare di tutto (anche un governo col Pd, anche se servono gli altro due suoi indisponibili alleati) pur di evitare un ricorso alle urne che potrebbe sancire una supremazia ancor più netta del suo più giovane alleato. Non so quale ma alla fine un governo si farà. In troppi sognano il potere e in tanti sognano una legislatura che non s’interrompa prima di nascere. Due obiettivi assolutamente conciliabili.

Generazione

Difendo la mia generazione dove individui con una o due lauree hanno sacrificato la professione per fare politica a tempo pieno. Hanno sfidato con la qualità delle idee e con una solida cultura ed esperienza politica, maturata nel movimento studentesco già a partire dai Licei, la generazione precedente sostituendola senza accantonarla e tanto meno rottamarla. Hanno saputo affermarsi cominciando ad attaccare i manifesti, a servire alle feste di partito e a scrivere e distribuire volantini, a girare per le sezioni con una cinquecento scassata, dove si trovavano compagni che brontolavano sempre, a organizzare congressi e campagne elettorali. Poi, dopo una dura selezione sul campo, qualcuno veniva eletto dirigente e se aveva i voti consigliere comunale della sua città. Solo chi mostrava una forte capacità di leadership poteva aspirare al Parlamento, dove si accedeva a suon di preferenze e ne occorrevano tantissime e in più province. La vita politica era dura con mille tensioni anche interne e capitava di perdere il sonno senza poter perdere un attimo. Ci voleva molta passione, ma anche un carattere forte. Era un mestiere, diciamo la verità, che per tempra solo in pochi potevano permettersi, ma non era riservato ai ricchi. Anzi. Tanti figli di operai hanno avuto la possibilità di emergere grazie ai partiti. Gli altri, per dirla con Venditti, andavamo in banca e ci facevano anche un po” pena. Siamo stati presuntuosi? Forse ma a 31 anni non abbiamo mai pensato di fare il presidente del Consiglio. Ne’ di passare da sindaco a premier cacciando in malo modo gli altri. Avvertivamo un rispetto sacrale per i nostri vecchi. Quasi tutti noi sfornavamo giornali a getto continuo e avevamo imparato bene l’arte della polemica e dell’ironia. Sapevamo scrivere relazioni, programmi, articoli, libri. Qualcuno di noi vive oggi praticamente solo attraverso un vitalizio parlamentare dopo aver rinunciato a una professione che gli avrebbe dato di più. Ho voluto ricordare tutto questo per difendere le nostre scelte di vita e il nostro contributo dato alla democrazia italiana. Ho voluto ricordarlo a tutti i giovani che pensano che coloro che li hanno preceduti hanno fatto.politica per interesse e non perché stimolati da un forte richiamo ideale. Ho voluto ricordarlo anche a me stesso perché, tutto sommato, e nonostante il fallimento del nostro progetto politico, esploso, proprio dopo la nostra vittoria storica, con i calcinacci del muro di Berlino, io non riesco a essere insoddisfatto della mia vita. Mi scuso del disturbo ma avevo bisogno, forse interpretando anche il sentimento di molti altri, di confessarvelo.

Addio a Otello Montanari, un amico dei socialisti

otello montanariOtello e Reggio Emilia sono stati la stessa cosa. Tutt’uno con la resistenza, il Pci, i morti del 7 luglio, il comitato antifascista e del primo tricolore, le mostre su Garibaldi e il Risorgimento, le manifestazioni del 7 gennaio, la fine del comunismo e la glasnost del dopo 89, il Chi sa parli.

Non mi viene in mente un solo grande evento di cui Otello non sia stato partecipe, anzi protagonista. Uomo d’intuito eccezionale, dotato di grande passione e amore per la storia e per la vita della sua città, egocentrico quanto basta, riuscì a stare alla Camera solo una legislatura (dal 1958 al 1963), poi fu sempre e solo reggiano a tutti gli effetti. Fu partigiano e gappista, poi convinto comunista (a mio avviso anche troppo dopo il 1956), fondò a Reggio il Comitato antifascista, poi dell’ordine democratico, contro il terrorismo nero e rosso, nel 1989 appoggiò la svolta di Occhetto, anzi si collocò sulle posizioni riformiste con Vincenzo Bertolini a Reggio e Giorgio Napolitano a Roma, convinto della alleanza coi socialisti di Craxi, col quale aveva ingaggiato nel 1986 una battaglia per il riconoscimento di Reggio come patria del tricolore.

Riuscì in quell’occasione a mobilitare l’intera città che si vestì di bianco, rosso e verde, e vinse. Poi il dopo l’89, con le rivelazioni, anzi le ammissioni dell’agosto del 1990, era la prima volta da parte di un comunista, delle responsabilità del gruppo dirigente del Pci nelle uccisioni dell’immediato dopoguerra. Pagò un prezzo altissimo. Io gli fui al fianco. Anzi le sue clamorose affermazioni venivano come risposta proprio a un mio comizio tenuto a Casalgrande sulla tomba di Farri. Otello fu processato e condannato dal suo partito, anzi dai duri e puri del suo partito.

Fu estromesso dal Cervi e dal gruppo dirigente dell’Anpi, ma riuscì ugualmente a portare a casa, dopo la revisione dei processi, le assoluzioni di Nicolini e Baraldi. I due ammetteranno che senza il suo Chi sa parli sarebbero stati ancora giudicati i mandanti dei delitti di don Pessina e del capitano Ferdinando Mirotti. Convinto della sua eresia non mollò mai di un millimetro. Divenne personaggio di dimensione nazionale. Il suo caso attraversò le tensioni del suo partito avviato a divenire Pds, Otello strinse amicizia col presidente Cossiga, il suo volto comparve perfino sulle Parole crociate a testimonianza del livello di notorietà assunto. Lo frequentai e lo conobbi molto bene vivendo per settimane in simbiosi con lui, sempre circondato e affettuosamente protetto dalla sua più giovane moglie. Quando commemorai Craxi a dieci anni dalla scomparsa c’era anche lui a testimoniare la sua piena condivisione delle parole del presidente Napolitano che ammetteva l’esistenza di un prezzo eccessivo pagato dal leader socialista, e volle intervenire per ricordare la partecipazione dell’ex segretario del Psi alla sua mostra sui cimeli garibaldini allestita nel ridotto del Municipale, nel febbraio del 1991, assieme al professor Guatteri.

Quando inaugurammo lo stadio Città del tricolore, nel 2012, volle essere presente e ci dedicò una sua poesia scritta per ricordare il vecchio Mirabello. Uomo a plurime dimensioni, come deve essere un individuo completo, sapeva assaporare il gusto vero della vita, fatta di ideali e di azioni conseguenti, di assaggi improvvisi dettati dalla curiosità e di necessari approfondimenti, di culto della memoria e di assunzioni di responsabilità verso il futuro. Sapeva tener duro sempre, a costo di sbattere la testa contro il muro per poi abbattere il muro. Mi mancherà, ci mancherà. Con Otello se ne va anche un pezzo della mia vita.

Mauro Del Bue

Berluscaz

Lo chiamava così Bossi dopo il litigio del 1994. Oggi ha cambiato idea ed é il più filo berlusconiano della Lega. Si é accorto, il cavaliere, che anche Mediaset ha tirato la volata ai Cinque stelle. Certo Belpietro e Giordano coi loro populistissimi intendimenti hanno dato sostanza alla lotta alla politica più o meno tradizionale e ai suoi interpreti. Tutti addosso a Renzi e al governo con motivazioni non dissimili da un Di Battista qualsiasi. Il cav non fa più sconti da adesso. E dopo il nuovo predellino molisano, si é preso tutta la scena alla conferenza stampa del trio di centro-destra dopo il colloquio col capo dello stato. Doveva essere Salvini il protagonista, ma Berlusca non può mai fare la parte del gregario. Di lui, si è detto, che quando va a un matrimonio deve essere lo sposo e quando va a un funerale deve essere il morto. Ecco su quest’ultimo assioma ho qualche dubbio. Vorrebbe sì essere il morto ma rinascere dopo tre giorni.

La politica e la guerra

Se passiamo dalla polemica sulle autorimesse della Camera ai grandi temi della guerra e della pace la politica si alza e i nani non ci arrivano. E’ evidente che l’accelerazione di un intervento Usa o della Nato in Siria, alla luce di prove che Macron definisce sicure sull’uso di armi chimiche da parte del dittatore Assad, apre le porte a un tema che sembrava estraneo alla nostra agenda elettorale e post elettorale. Quando si alzano venti di guerra, o meglio di interventi militari che in qualche modo ci coinvolgono perché la guerra in Siria c’e da anni, si ha la sensazione di ritornare a parlare di questioni politiche di primo piano che attengono alla collocazione internazionale dell’Italia, alla sua autonomia di giudizio che può riferirsi ad un tempo alla partecipazione diretta del nostro paese, come pare intendano fare francesi e inglesi, ma non i tedeschi, ma anche alla possibilità di usare o negare le basi militari che l’Italia ospita.

Tutto questo nell’ambito di una comune visione del mondo che dovrebbe unire le coalizioni di governo di oggi e di domani. Parto da una premessa. Come personalmente sono stato dell’idea che combattere contro lo stato islamico fosse necessario e che la sottrazione di un territorio a uno stato terroristico fosse giusta e indispensabile, opzione che certo non avrebbe eliminato il terrorismo, ma ne avrebbe reciso i fili da una unica regia e troncato larga parte dei finanziamenti, così resto perplesso e anche piuttosto frastornato dagli obiettivi di un intervento militare Usa oggi in Siria. La conquista del territorio terrorista é avvenuta grazie all’eroismo dei curdi, all’appoggio degli hezbollah iraniani e degli eserciti regolari iracheno e siriano. Ma difficilmente si sarebbe ottenuto, e in tempi rapidi, senza l’appoggio aereo degli americani.

Oggi la Turchia, col beffardo nome di Ramoscello d’Ulivo, ha scatenato una nuova offensiva contro i curdi nella completa indifferenza degli Usa e dell’Occidente e in Siria continua una guerra cruenta e tremenda tra il governo di Assad, appoggiato dai russi, dagli iraniani e dai turchi, per motivi diversi, e la guerriglia divisa in segmenti e in aperto e sanguinoso conflitto anche tra gruppi che ne fanno parte. A cosa porterebbe un ulteriore immersione di parte in quel martoriato paese? Se Assad usa ordigni chimici, e la cosa é ovviamente negata dal suo governo e dai suoi alleati, gli Usa e la Nato conoscono da tempo dove sono posizionati i suoi arsenali. Perché non li hanno gia bombardati e distrutti? Solo a questo si ridurrebbe l’intervento reclamato? Si potrebbe fare in un’ora.

Se si ipotizza un vero intervento militare, sul tipo di quell effettuati in Libia e, prima ancora, addirittura con forze di terra, in Iraq, allora gli Usa innanzitutto dovrebbero preoccuparsi delle conseguenze. Quelle della Libia e dell’Iraq sono state oltremodo negative. Il governo in carica, ma l’Italia é priva da tempo di un’autorevole politica internazionale, ha scelto la comoda e un po’ ipocrita decisione di non partecipare ma di consentire concedendo le basi, che assomiglia al vecchio detto di Costantino Lazzari al tempo della prima guerra mondiale: “Né aderire, né sabotare”. La verità é che di fronte a questi eventi si deve o partecipare direttamente o non partecipare in alcun modo. E se non si è d’accordo, come fece Craxi nel 1986 quando Reagan decise di bombardare Tripoli e Bengasi, le basi vanno negate.

L’importante in queste questioni é assumere posizioni chiare e convincenti. Gli egoismi e i tatticismi producono solo ambiguitá contestabili sia da chi condivide sia da chi dissente. Un futuro governo Cinque stelle-Lega non so dove ci porterà. Sull’Europa si parte dall’euroscetticismo e da pronunciamenti muscolari che fan ridere, di fronte al conflitto Usa-Russia Salvini si propone come amico di Putin, mentre Di Battista ha pronunciato parole di comprensione addirittura nei confronti dei tagliagola dell’Isis. Il presidente Mattarella ha il dovere di accertarsi su quale politica estera voglia fare un eventuale governo Di Maio-Salvini. L’accordo sugli scontrini deve cedere il passo a quello sugli scontri internazionali. Lo capiranno? E lo capiranno i giornalisti e soprattutto i vari talk show che la politica internazionale é leggermente più rilevante del taglio dei vitalizi?

I due forni di Di Maio

Fu Andreotti a inventare anche questa battuta. E cioè quella del pane che la Dc avrebbe potuto comprare in due forni, quello socialista e quello post comunista nel 1991. Sembrava un sacrilegio, ma in fondo socialisti e post comunisti, che nel 1989 avevano chiesto l’adesione all’Internazionale socialista,non erano tanto distanti né dal punto di vista identitario né da quello programmatico. E poi si trattava della balena bianca che per mantenere il potere che “logora chi non ce l’ha” era disponibile ad ampliare il suo perimetro di alleanze come già fece, proprio con Andreotti, dal 1976 al 1979 con l’unità nazionale.

Oggi i Cinque stelle hanno aperto il doppio forno, provenendo da un origine di contestazione della vecchia politica. Invece si comportano assai peggio della vecchia Dc che almeno subordinava il giro dei suoi alleati a ragionamenti politici. Per Di Maio, che ha aperto una trattativa di destra e una di sinistra, Lega e Pd pari sono. Non importa che verso gli uni e gli altri, soprattutto verso gli altri, i Cinque stelle abbiano condotto una feroce campagna elettorale. Adesso vanno bene entrambi. Pur di svolgere il ruolo di prim’attori. Pur di ottenere con Di Maio la guida dell’esecutivo.

Il Pd che si divide su tutto non poteva che dividersi anche su questo. Mentre Renzi e i suoi restano fermi in una posizione di indisponibilità, Orlando e Franceschini pare vogliano aprire qualche spiraglio. A me pare più giusta e corretta la posizione dell’ex segretario e anche più rispettosa del rapporto con l’elettorato. Un governo Pd- Cinque stelle sarebbe non solo la fine del Pd che é già finito, ma di qualsiasi prospettiva di rilancio in Italia di una forza riformista europea. E un danno per l’Italia con litigi e incompatibilità evidenti al solo apparir dell’alba. Gia perché di programmi nessuno parla. Pare che d’improvviso per i Cinque stelle siano diventati più importanti i posti, vedasi spartizioni, dopo quella degli uffici di presidenza di Camera e Senato, anche delle due presidenze delle commissioni. Cinque stelle sempre peggio di Andreotti..

Lula e Craxi

L’articolo di Paolo Mieli sul Corriere di oggi riapre un vecchio capitolo che attiene alla cultura del garantismo a senso unico della sinistra italiana. Parlando della condanna dell’ex presidente brasiliano Lula per corruzione e riciclaggio e del successivo appello firmato da Romano Prodi, Massimo D’Alema, Piero Fassino, Susanna Camusso, Pierluigi Bersani, Lia Quartapelle, Vasco Errani e Guglielmo Epifani, Mieli sottolinea la perdurante tendenza della sinistra a difendere “i diritti degli amici” e mai quelli degli avversari. Non saremo certo noi a considerare inappuntabile la doppia sentenza dei magistrati brasiliani che hanno condannato l’ex presidente a dodici anni di carcere a seguito dell’inchiesta Lava Jato (una sorta di Mani pulite sudamericana). Il reato consisterebbe in una sorta di tangente pagata dalla compagnia petrolifera Petrobras attraverso un lussuoso superattico su tre piani con piscina e vista sul mare girato all’ex presidente tramite la moglie.

Esisterebbe un contratto firmato dalla moglie di Lula recentemente scomparsa, rivenuto nella loro casa e una testimonianza del portiere dello stabile che confermerebbe che i due, moglie e marito, hanno seguito da vicino i lavori di ristrutturazione del palazzo. I sostenitori di Lula parlano di estrema velocità con la quale si è arrivati alla seconda e definitiva sentenza (ricorda da vicino, questa velocità, la condanna in terzo grado di Craxi nel giro di un attimo) e il sopravanzare della fase elettorale, di fronte alla quale lo stesso Lula avrebbe potuto, con notevoli possibilità di vittoria, presentare la sua candidatura. Aggiungiamo che Lula, contrariamente a Craxi, si è consegnato, ma non prima di essersi rifugiato per giorni nella sede del suo sindacato, dando vita a una grande manifestazione di popolo a suo sostegno, e dopo avere ottenuto per sé un trattamento di favore in carcere che non si applica ad altri detenuti.

Immaginiamo quale sarebbe stata la reazione dei Travaglio di casa nostra, se queste comodità fossero state concesse ad altri. Da ricordare che Lula, il presidente operaio, ha guidato con successo il Brasile dal 2003 al 2011 e che la sua popolarità nei ceti più poveri è tutt’ora molto alta. Certo il suo essere strutturalmente di sinistra lo esime da quelle prevenzioni e ostracismi che la sinistra italiana ha manifestato per molti suoi avversari. Mi chiedo però se questo atteggiamento sia accettabile. Quando il documento italiano pro Lula arriva ad esprimere “grande preoccupazione e un vero e proprio allarme per il rischio che la competizione elettorale in un grande paese come il Brasile venga distorta e avvelenata da azioni giudiziarie”, torna alla mente il periodo di Mani pulite, la cosiddetta rivoluzione giudiziaria che ha colpito in modo strabico e unilaterale personalità politiche e interi partiti, ma viene alla mente anche il modo con cui il Senato, applicando retroattivamente la legge Severino, ha sancito la decadenza del capo dell’opposizione.

Si dirà che Lula non ha oggi la popolarità che nel 1993 aveva Bettino Craxi, né che possa essere equiparato per livello di vita e anche per reati contestati a Silvio Berlusconi. Resta il fatto che la giustizia non dovrebbe conoscere differenze né di consenso né di ceto sociale. I reati o ci sono o non ci sono e le sentenze o si rispettano sempre o si possono sempre contestare. Mettiamoci d’accordo. Magari Lula è innocente e noi lo speriamo. Ma che per una volta la sinistra italiana si mobiliti per difendere i diritti degli avversari, no. Questo continua a non succedere mai. Vantarsi di una sorta di superiorità morale è stato il leit motiv del berlinguerismo, ritenere inattaccabile chi continua a raccogliere il consenso delle masse forse è anche peggio. Vengono alla mente i favori concessi a leader e capi di stato comunisti o di organizzazioni di liberazione nazionale sui quali la sinistra ha generalmente glissato. Il reato è solo di destra, come il terrorismo? La realtà non era così.

Eran trecento…

Davvero tanti i militanti socialisti del centro-nord convenuti a Bologna per interrogarsi sul che fare, dopo i disastri elettorali. E’ bello registrare ancora e nonostante tutto tanta passione e volontà di segnare un punto e di discutere assieme. Quel che conta adesso è fare, non solo dire. E innanzitutto dar voce, se lo si condivide, all’appello lanciato da Ugo Intini sulla necessità di difendere la nostra democrazia in pericolo. Traduco così: chi ha vinto le elezioni, il Movimento Cinque stelle, più ancora della Lega, propone una visione nuova e assai discutibile, anzi pericolosa, della democrazia rivendicando il diritto a governare con solo il 32 per cento, assorbendo, con la Lega, il novanta per cento degli incarichi istituzionali, vaneggiando del superamento della democrazia rappresentativa con una suggestiva e labile democrazia diretta, sul modello dei social coi “mi piace e non mi piace” che assomiglia molto ai plebisciti del passato regime.

Per di più con un candidato presidente che sarebbe agli ordini di un comico-guru che a sua volta sarebbe sotto tutela di una società informatica privata che controlla e sovraintende a tutta la struttura del partito, e domani del governo, attraverso la piattaforma Rousseau. Un evidente e delittuoso conflitto d’interesse nei confronti del quale quello di Berlusconi impallidisce. Ai nostri due parlamentari l’ascia di guerra contro un governo simile e alla sinistra e alla destra democratiche un appello per evitarlo. Poi, solo poi, parliamo di noi. Della nostra volontà di ripartire da Bologna e poi da Napoli per tracciare il nostro nuovo percorso. Dopo Napoli si svolgerà un seminario di approfondimento aperto agli esterni, poi una convention, se avremo disponibilità, con tutti coloro che intendono aderire alla nostra comunità con nuove regole. Largo ai giovani, anche al nostro interno, dove il tema del rinnovamento deve essere posto all’ordine del giorno, come ha giustamente osservato il nostro Federico Parea.

Le regole verranno proposte ai nostri organi nazionali da Enzo Maraio, responsabile dell’organizzazione, e tra queste potrebbe figurare anche la possibilità della doppia tessera. Penso che debba restare valida l’idea di una successiva federazione con soggetti politici a noi tradizionalmente alleati, come i Verdi, i radicali pannelliani, settori vicini a Romano Prodi, componenti indipendenti del riformismo italiano. Sullo sfondo il tema della necessità di ricostruire dalle macerie il nuovo soggetto del riformismo italiano, capace di unire tutto il centro-sinistra, nel rispetto e valorizzazione di tutte le storie e le tendenze politiche, con un nuovo nome, un nuovo programma e un nuovo leader. Forse trecento moltiplicato per due son pochi per pretenderlo. Ma a richiamarne la necessità é la dura realtà delle cose.

A Bologna per discutere

La prima conferenza indetta dal segretario del Psi si svolge sabato 7 aprile a Bologna al Savoia Regency, via del Pilastro 3. E’ il primo momento di confronto coi dirigenti periferici e i militanti dopo le elezioni del 4 marzo, al vaglio di una discussione solo dal parte della segreteria coi segretari regionali. Si dovranno verificare alcune cose non di poco conto. La prima è la volontà comune di andare avanti nonostante il risultato elettorale particolarmente modesto della lista presentata assieme ai verdi e ai prodiani. Se marciare ancora con quella coalizione o in altro modo. Poi dovremmo affrontare il problema di come attrezzarci in vista delle prossime scadenze comunali e regionali che bussano alle porte. Se presentare liste di partito, se ripresentare Insieme, se dare vita a liste civiche o di coalizione.

Più in generale dovremo affrontare il tema del disastro a cui è andato incontro il centro-sinistra, di come gettare le fondamenta di un nuovo condominio dopo che quello vecchio è crollato. Evidente che è molto difficile, anzi impossibile, pensare al nostro monolocale se il codominio dove è situato non viene ricostruito. Dobbiamo interrogarci su cosa siamo noi, su come viviamo, su cosa dobbiamo difendere e dove orientare politicamente la nostra piccola comunità. Personalmente penso che noi siamo oggi una comunità composta di tre piani che non sono dipendenti l’uno dall’altro. Innanzitutto quello storico-editoriale, che dobbiamo preservare, anzi sviluppare ed esaltare, organizzato attraverso l’Avanti, Mondoperaio, la fondazione Il socialismo, l’archivio digitale dell’Avanti che verrà al più presto presentato, altre iniziative che possiamo mettere in cantiere.

Poi siamo anche una comunità di amministratori locali, che continuano ad esistere in buon numero su tutto il territorio, che vanno meglio coordinati e orientati. E siamo anche una comunità politica che cerca un orizzonte verso il quale incamminarsi. Magari il percorso politico potrebbe anch’esso essere composto di tre tappe. E non solo perché, come pensavano i latini, “omne trinum est perfectum”. La prima potrebbe coincidere con una sorta di costituente socialista aperta a tutti, anche simpatizzanti, critici, circoli che non vogliono rinunciare a un’identità. Si potrebbe anche prevedere una riforma del nostro statuto e consentire, sul modello radicale, la doppia tessera, per ampliare la nostra area di influenza. La seconda potrebbe essere la costituzione di una sorta di federazione coi verdi e i radicali pannelliani, coi quali già abbiamo registrato una sostanziale uniformità di vedute. La terza l’approdo a un nuovo soggetto riformista della sinistra italiana con nome nuovo, programma nuovo, e nuovo leader. Vedremo. Su una cosa dobbiamo essere chiari. I nostri due parlamentari dovranno misurarsi con un’opposizione senza sconti a un governo che faccia perno sul movimento Cinque stelle e la Lega. Una volta si pensava che il potere logorasse quelli che non ce l’avevano. Oggi è l’opposizione che logora quelli che non la fanno.

Perché Renzi ha ragione

Sarà perché sono sempre stato affascinato dalla virtù dei vinti, ma apprezzo la posizione di Matteo Renzi, indisponibile a un accordo coi Cinque stelle. E faccio marcia indietro. Partendo da quel maledetto referendum perso. E’ vero che la riforma costituzionale poteva essere meglio congegnata. E’ vero che Renzi non avrebbe mai dovuto eleggere un presidente della Repubblica rompendo il patto del Nazareno con Berlusconi. E’ vero che quelle concessioni al populismo sulle spese della democrazia e sull’eliminazione dei senatori, concepiti come pesi morti, sono stati segnali troppo strumentali per essere apprezzati dall’elettorato grillino e troppo populisti per essere apprezzati dagli altri. Ma la legge costituzionale prevedeva modifiche importanti e positive, come il monocameralismo sommato a una Camera delle regioni, un più corretto rapporto tra stato e regioni, l’eliminazione del Cnel, l’introduzione del referendum propositivo.

Certo avrebbe vinto Renzi e il suo Pd, ma quando molti di noi che abbiamo votato sì mettemmo in guardia gli incerti, e anche i contrari, dal pericolo di un’avanzata dei Cinque stelle, non avevamo torto. Questo più volte scrissi sull’Avanti. La vittoria del no ha favorito non solo il centro-destra, ma soprattutto il movimento di Grillo e Di Maio che si é giustamente intestato la vittoria. Si é voluto abusivamente collegare la bocciatura da parte della Corte dell’Italicum, una legge sbagliata e che avrebbe dato ai Cinque stelle la maggioranza assoluta partendo dal 32 per cento, con la sconfitta di Renzi al referendum, scambiando fischi per fiaschi. L’uno era un referendum costituzionale, l’altra una legge elettorale approvata dal Parlamento e poi bocciata dalla Consulta.

Resta il fatto che il condominio del centro-sinistra é crollato, una nuova sinistra del no é morta prima di nascere, il centro-destra é divenuto a trazione leghista e i grillini sono diventati di gran lunga il primo partito italiano. Un capolavoro. Le bandiere rosse che sventolavano per la vittoria dei no si sono trasformate in vessilli pentastellati e verdi. L’astensione, interpretata da Bersani come possibile serbatoio elettorale di una nuova sinistra, é divenuto un pozzo da cui attingere voti leghisti e grillini. Le posizioni responsabili di Gentiloni, con ministri apprezzati come Padoan, Minniti, Calenda, sono state travolte da uno tsumani di potenza mai vista. Il centro-sinistra, anche sommando il voto della Lorenzin e di Potere al popolo, ha raggiunto il livello più basso delle percentuali ottenute dalla sola sinistra in tutto il dopoguerra.

Non so se Renzi si risolleverà dopo la batosta, come sostiene sul Corriere Galli della Loggia, ma una posizione riformista e liberale é utile all’Italia. Può essere sbagliato inseguire il mito di Macron, molto europeista a parole, molto nazionalista nei fatti. Ma é certo che la vecchia socialdemocrazia é entrata in una crisi di proporzioni pari a quella del renzismo italiano. Un trait d’union, paradossalmente, costringe entrambi a un nuovo percorso che non rinneghi il vecchio. Non c’erano i soliti soloni che vaticinavano che la prevalenza del no non avrebbe bloccato le riforme costituzionali? Dove sono finiti costoro? Quando mai se ne potrà riparlare? E adesso che succederà alle riforme che avevano contribuito, sul piano economico e della libertà, a qualificare parte della trascorsa legislatura? Dicono che Renzi abbia imposto al Pd l’Aventino. Ma a volte meglio l’Aventino che rientrare in Aula coi fascisti, come fecero i comunisti nel 1924. Naturalmente ogni paragone tra fascisti e pentastellati é puramente… voluto.