Mauro Del Bue
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Mauro Del Bue

Affonderemo la Francia, poi spezzeremo le reni alla Grecia?

Claudio Martelli, in una bella intervista, ha parlato di “ignorantume” ed in effetti questa cifra sembra essere prevalente oggi, non solo nel governucolo giallo-verde (meno male che sono stati inseriti tecnici del valore di Tria e Moavero), ma anche fra l’opinione pubblica, molto avvezza a sentenziare senza approfondire e studiare, nello stile tipico offerto dalle logiche dei social. D’altronde questi ultimi diffondono una pseudo cultura manichea. O mi piace o non mi piace. Non riconoscono l’esistenza della sfumatura, della parzialità. Offrono l’opportunità di aggredire e di offendere in nome di un falso egualitarismo che mette sullo stesso piano chi conosce i problemi e chi non li ha mai affrontati. Eppure viviamo nella società della conoscenza, dove tutto, anche la politica, richiede uni sforzo di continuo aggiornamento e una conoscenza adeguata dei nuovi meccanismi che la regolano.

All’opposto, nella società della complessità e dell’interdipendenza, nascono a fiotti nuovi soloni del pressapochismo e della superficialità. E costoro sanno raccogliere consenso da parte di chi ama gli slogan senza verificarne la produttività. Proviamo a decifrarne alcuni. Uno di questi è: “Batteremo i pugni sul tavolo in Europa per farci rispettare”. Difficile immaginare che toni del genere siano più convincenti e incisivi di quelli usati in passato. Per ora, vedi Macron, i pugni ci sono tornati indietro più pesanti. E se Tria si dice impegnato a ridurre il deficit in rapporto al Pil, sulla scia di quanto avvenuto negli anni scorsi, e di aumentare l’avanzo primario, ma in prospettiva raffreddando anche il debito, portandolo al 120 per cento sul Pil, qualcuno dovrà pur spiegare a quali pugni si riferisce, visto che il ministro dell’Economia continua ad elargire solo carezze.

“Padroni in casa nostra” e “Stop all’invasione” sono due parole d’ordine leghiste. A parte il fatto, sottolineava a proposito della parola Camillo Prampolini, che “la padronanza non fa rima col socialismo”, mi resta il fondato dubbio se costoro si siano accorti che oggi nessuno è padrone in casa sua. E che tutto é diventato globale, l’economia, la cultura, lo spettacolo, lo sport e, come aggiunge Ugo Intini, “perfino il crimine”. Siamo e saremo sempre più cittadini del mondo e anche la nostra nuova patria europea, che ancora stenta a nascere politicamente, rischia di essere troppo piccola. Lo spettro dell’invasione che non c’è (abbiano in Italia solo l’8,3 per cento di stranieri, del quale solo il 6 extracomunitario) ha fatto breccia. Solo una piccola parte, circa 600mila, dunque l’8 per cento dell’8 per cento, é irregolare o clandestina. Come bloccare l’invasione che non c’e? Già Minniti senza chiudere porti e senza anatemi e scomuniche, ci era riuscito. In sei mesi nel 2018 gli sbarchi sono diminuiti dell’80 per cento rispetto agli stessi mesi del 2017. E questo grazie al blocco delle partenze e non dei porti. Tutto da discutere il trattamento dei migranti nei campi di respingimento libico e se noi rivendichiamo umanità verso i disgraziati che ancor oggi salpano in mare in attesa di un attracco che anche l’Italia nega, dobbiamo pretendere che a un trattamento umano e caritatevole siano sottoposti coloro che sono stati fermati in Libia.

Noi alziamo la voce e giudichiamo Macron, parole di Di Maio, “il nemico numero uno”, la Germania la consideriamo alla stregua di una grande sfruttatrice e non commentiamo nemmeno l’accordo raggiunto tra la Merkel e Macron sul bilancio unico dell’eurozona. Una scelta storica che Giavazzi, la Reichlin e Zingales hanno sottoposto ad approfondite annotazioni, rinviandole al governo italiano. Siamo sovranisti (il povero Conte, come Arlecchino servo di due padroni, si é definito anche populista) senza capire, lo ha sottolineato opportunamente Panebianco, che i sovranisti non possono essere alleati, perché l’interesse di ciascuno é costruito contro l’interesse degli altri. Basti pensare ai sovranisti di Visegrad che non vogliono cambiare le clausole di Dublino che continuano a danneggiare proprio l’Italia. Panebianco ammonisce anche che la conseguenza del sovranismo é la guerra, come lo é stata quella dei vecchi nazionalismi. Magari non necessariamente combattuta oggi con le armi. Non penso che l’Italia, come avvenuto nel 1940, intenda invadere la Francia e poi spezzare le reni alla Grecia, peraltro coi risultati dei pugni sul tavolo e dell’invasione, questa sì, dell’Ellade…

Il sottosegretario sulla Luna

Dopo quel parlamentare che credeva all’esistenza delle sirene, ecco un sottosegretario pentastellato, certo Sibilia, avellinese, che mette in discussione lo sbarco sulla Luna. A suo giudizio si tratta di “episodio controverso”. Ma non basta. Queste la sua motivazione: “Al Monte dei paschi di Siena sono spariti 100 miliardi, c’é un morto in mezzo, e non si trova un responsabile”. La conclusione: “Come dice Gianna Nannini, Sei nato nel paese delle mezze verità”. Può essere, ma gliel’hanno spiegato a Sibilia che lo sbarco sulla Luna non é stato opera dell’Italia? Forse per lui un certo Armstrong é solo un jazzista. E va bene. Ma almeno chieda lumi a Di Maio che di geografia se ne intende. Eccome. Gli spieghi, Di Maio, che a sbarcare sulla Luna furono gli americani, che vivono in un paese lontano, collocato vicino al Venezuela. E questa non é una mezza verità, stia sicuro, on. Sibilia, sottosegretario pentastellato, al ministero dell’Interno. Stellato e con la testa (se ce l’ha) decisamente sulla Luna…

Il Psi tra migranti e rom

Leggo le opinioni di chi sostiene che per conquistare voti la sinistra deve sposare le tesi della destra. Anzi, quelle di Salvini. La si accusa di essere stata buonista, ma in realtà già con Minniti aveva cominciato a diventare più cattiva. Si vorrebbe che facesse propri i toni e le azioni del nuovo governo giallo-verde. Sarebbe un guaio. Perché a quel punto si trasformerebbe nel suo contrario. La sinistra diventerebbe la destra. Altra cosa é affrontare con laicità la questione della sicurezza.

E qui si entra nel merito dei problemi. Ne ricordo alcuni che fanno parte della proposta del Psi, già contenuta nei documenti della conferenza di Orvieto dello scorso anno: superare Dublino, sottoscritto anche dalla Lega, dissociarsi dal gruppo di Visegrad (col quale Salvini, in particolare con Orban, è in stretta relazione), distinguere le Ong sane da quelle coinvolte nel traffico di migranti, affidare all’Onu i campi di respingimento in Libia, stipulare patti a suon di milioni (altro che spendere meno) coi paesi di partenza dei migranti perché possano riaccoglierli, non concentrarli nelle periferie urbane e in zone omogenee, lottare contro il loro sfruttamento e la loro schiavizzazione nei campi del Sud, pretendere che i migranti accolti nei nostri alberghi si rendano utili lavorando per la comunità, vigilare perché tutti rispettino pienamente i principi basilari della nostra comunità sul rapporto uomo-donna, padre-figli, libertà di religione e altro, concedere la cittadinanza italiana a chi conosce la lingua italiana. Questi sono i problemi di fondo che la sinistra deve sempre fare suoi. Non le boutade di Salvini che semina odio verso le minoranze e predica l’isolamento dell’Italia.

Ma su tutti uno stile ispirato alla solidarietà verso chi sta peggio di noi, verso chi fugge dal sottosviluppo, dalla fame, dalla guerra. Costoro non fanno crociere, non vivono nella bambagia o in pacchia, non scappano per oziare. E’ incredibile e oltraggioso questo linguaggio nei confronti di disperati che, con donne e bambini, cercano un mondo migliore. E ancor più folle e pericolosissimo é questo tentativo di Salvini di censire i Rom. Intendiamoci. Questa popolazione vive in Italia dal 1400. E’ composta da 180mila persone e 150mila sono (Salvini aggiunge purtroppo) italiani. Vivono a stragrande maggioranza nelle case, hanno un lavoro, hanno sposato altri italiani. Solo 26mila vivono nei campi e non sono tutti rom. Se si vuole censire i rom questo progetto é anticostituzionale perché non si può svolgere un censimento su base razziale. Se si vuole censire chi sta nei campi non ne vedo il bisogno. Le amministrazioni comunali e le autorità preposte all’ordine pubblico li conoscono tutti. Non sopporto la politica della demagogia, la rozzezza, l’incapacità di usare le parole giuste e di esprimere concetti chiari che non siano la rincorsa agli istinti peggiori. Le urla, i pugni, la pancia. Ma a questo siamo.

Salvineide

Come per Figaro è un continuo e festoso canto: “Salvini di qua, Salvini di là”. L’Italia ha mostrato i muscoli, ha costretto la Spagna ad accogliere qualche centinaio di migranti, rifiutati dai nostri porti. Così si fa. Picchiando i pugni sul tavolo ci siamo fatti rispettare e adesso tutti devono fare i conti con noi. In questa fase di mondiali di calcio si azzarda anche la bizzarra equazione: Salvini uguale Cristiano Ronaldo. Il rifiuto dell’Aquarius vale la tripletta del portoghese. Poi, fuori da questa esaltazione di celodurismo collettivo, andiamo a vedere la sostanza e scopriamo che le cose stanno diversamente. Quel “prima gli italiani”, slogan che stona con le origini della Lega che di Italia non voleva saperne (ma la scelta antibossiana di Salvini, di abbandonare il secessionismo e di sposare il nazionalismo alla Le Pen, é indubbiamente alla base degli attuali successi) non viene minimamente scalfito dalla cupa decisione di chiudere i porti.

Intanto i nostri porti non sono chiusi affatto per la marina militare e per la guardia costiera e mentre Salvini cantava vittoria perché il socialista Sanchez non si era rifiutato di far attraccare una nave colma di oltre seicento migranti disperati, in Italia potevano tranquillamente sbarcare 2114 migranti negli ultimi otto giorni. E’ evidente che la balzana idea di chiudere i porti alle navi delle Ong, e in ispecie all’Aquarius, non risolve nulla oltre a dare dell’Italia l’immagine di un paese insensibile al grido di dolore di tante persone, anche bambini e donne incinte, che sono state costrette a giorni di navigazione, con sofferenze indicibili e, lo descrive un resoconto di un accompagnatore sulla nave, anche tentativi di suicidio.

Nessuno nega che non tutte le Ong siano inattaccabili, e soprattutto nessuno sottovaluta le responsabilità degli altri paesi europei che, facendosi scudo sulla sciagurata normativa di Dublino tre, hanno delegato all’Italia responsabilità e oneri insopportabili. Restano tuttavia almeno tre considerazioni. La prima: il problema dell’immigrazione irregolare si affronta in Libia, non sul mare. E’ in Libia e nei paesi di origine, ancora meglio, lo ha sostenuto il ministro degli Esteri Moavero (che fa parte, come il ministro Tria, della componente assennata del governo), e lo ha praticato con successo il ministro Minniti visto che dal gennaio a giugno gli arrivi sono stati l’80 per cento in meno dell’anno precedente, che va spostato il sismografo, approntando campi di accoglienza umani e di riconoscimento di diritti, ma anche patti economici affinchè i paesi di origine possano riaccogliere i migranti.

Di tutto questo, per ora, non c’é traccia. Poi c’é un problema lessicale che nasconde un atteggiamento piuttosto barbaro. Le parole di Salvini (la pacchia, la crociera, gli hotel a 4 stelle) rappresentano, oltre alla triste vicenda Aquarius, l’approccio meno umano, solidaristico e produttivo che sia mai stato lanciato. Esso fa centro in un paese in cui l’individualismo, l’invidia e il rancore, uniti a una cattiva gestione del fenomeno migratorio, si configurano come prevalenti. Poi c’è una terza questione. Salvini, più che bloccare una nave di poveracci che imploravano aiuto e che, in base agli attuali trattati, avrebbe dovuto accogliere, doveva muoversi in altre due direzioni: da un lato verso i suoi amici ungheresi e polacchi affinché la revisione di Dublino contemplasse la presenza della ripartizione in quote dei migranti e la seconda affinché l’Onu si facesse carico dei campi di accoglienza libica (solo una parte é stata trasferita sotto l’egida delle Nazioni unite). Di queste due immediate esigenze si faccia carico subito l’opposizione italiana, che ancora balbetta, priva com’é di un soggetto politico di riferimento. Alla politica propagandistica e inefficace del governo se ne contrapponga una ispirata a concretezza e umanità dell’opposizione.

Onestà, onestà…

Se fossi il presidente Pallotta manderei tutto all’aria e me ne tornerei in America convinto che a Roma non solo non sia possibile svolgere un’Olimpiade, ma neppure costruire uno stadio pagato dai privati. Se fossi il sindaco Raggi svanirei nel nulla come un fantasma che qualche follia elettorale ha voluto incarnare. Questa povera ragazza, che si trova per quei misteri umani che alla lunga diventano inspiegabili, alla guida della capitale d’Italia è un pesce fuor d’acqua. Non si accorge di nulla. Non si era accorta ieri delle irregolarità commesse dal suo Marra, fedelissimo, uno del raggio magico, capo del personale al Campidoglio, accusato di aver intascato una tangente. La dichiarazione della candida Virginia dopo l’arresto, é stata: “Lui fuori noi avanti”. Il che stonava anche con la situazione di fatto, essendo Marra dentro.

Poco prima il magistrato in pensione De Dominicis, appena nominato assessore, era stato costretto a rinunciare perché indagato, e se n’erano andati Carla Ranieri, il capo di gabinetto che aveva sostituito un altro del raggio magico, quel Frongia spostato poi alla guida dell’assessorato allo sport. Era stata costretta alle dimissioni ed era scattata una curiosa catena di solidali dimissioni che avevano coinvolto l’assessore Marcello Minenna e il vertice dell’Atac. Poi la dichiarazione della Raggi, quel “Noi non ci fermiamo” che era apparsa più una minaccia di una assicurazione. E ancora, le dimissioni di Paola Muraro dall’assessorato all’Ambiente dopo aver ricevuto un avviso di garanzia per reati ambientali. E non ricordo cos’altro in questo turbine di tensioni, arresti, sostituzioni, minacce, rese dei conti, proclami, rifiuti, indecisioni. Con la Lombardi contro la Raggi e Di Battista a mediare. Con Grillo dalla barba sempre più ispida e dagli occhi felini.

Non credo che sia tutto e non voglio continuare negli elenchi. Anche perché non vorrei dimenticare la figuraccia di Virginia sulle Olimpiadi gentilmente cedute all’esterefatta Parigi. E quel suo mancato appuntamento con Malagò che l’attendeva in comune mentre lei era a pranzo coi suoi. E arriviamo allo stadio. E prima alla farsa Almirante. C’è di tutto nelle vie italiane, figurarsi se mi devo scandalizzare per Almirante. Certo è che rifiutare via Craxi, leader del Psi, vice presidente dell’Internazionale socialista e presidente del Consiglio italiano, fa rizzare tutti i peli di tutte le parti dei corpo. Meglio un dirigente della Republica di Salo del figlio del vice prefetto della Liberazione di Milano? Quando hanno comunicato alla Raggi la decisione del Consiglio comunale, Virginia ha confessato di non saperne nulla. Come, quasi, sempre. Poi ha fatto marcia indietro.

E adesso? Adesso esplode la triste vicenda di questo Lanzalone, uno dei massimi dirigenti della municipalità pentastellata, la figura di più alta esposizione sulla vicenda stadio (ma non é Frongia l’assessore allo sport, perché coinvolgere o addirittura delegare siffatta competenza a un non assessore?), nonché presidente dell’Acea. Costui conterebbe un passato nelle giovanili socialiste, figurarsi se i giornali se lo lasciavano scappare, e una collocazione in una non meglio definita “area Cicchitto”, aggiunge il Corriere, e non si capisce quale visto che Cicchitto non ne aveva alcuna e che Lanzalone ha ben 28 anni in meno di Cicchitto col quale non poteva certo far comunella nella Fgsi. Luca Lanzalone é stato arrestato con l’accusa di corruzione, dopo le telefonate che lo hanno visto coinvolto col costruttore Parnasi. Sapete come ha reagito Virginia? Cosi: “L’avvocato Luca Lanzalone era diretta espressione dei vertici del M5S e mi fu suggerito dagli attuali ministri Alfonso Bonafede e Riccardo Fraccaro dopo l’arresto dell’ex dirigente e mio collaboratore Raffaele Marra». Una chiamata in correo bella e buona. L’avrà capito il sindaco dell’unica città dove il Pd vince? Ma perché il vecchio Previti non ha insegnato a lei e ai suoi come si fanno certe cose? Come diceva il vecchio sir John Falstaff: “Rubar con garbo e a tempo. Siete dei rozzi artisti”. Altro che “Onestà, onestà”….

Il Psi a Caserta

Ultimata la tre giorni casertana. Socialisti da prendere ad esempio. Sezioni aperte nei comuni, tre consiglieri comunali e due assessori a Caserta città. Molti giovani. Sindaci del Pd che si stanno avvicinando a noi. A settembre propongono di allestire una festa nazionale dell’Avanti nella magnifica cornice del Belvedere, sopra la Reggia. Qui non parlano di Nencini e Bobo, di me o di Biscardini. Agiscono sul territorio e aggregano gente. Instancabile il contributo del mio amico Francesco Brancaccio. Ringrazio tutte le compagne e i compagni che mi hanno accolto con un senso dell’ospitalità commovente. Ringrazio la sezione di Cesa con il vice sindaco socialista Esposito in prima fila, Giggino di Sant’Arpino per lo striscione davvero eccessivo che mi ha voluto dedicare, ringrazio il sindaco di Cesa, quello di Maddaloni, quello di Sant’Arpino, la consigliera comunale socialista Rosanna Boerio che ha battuto ogni record di preferenze. Ringrazio il consigliere comunale di Caserta Jannucci che mi ha traghettato alla stazione, e ringrazio l’avvocato per le riflessioni anche critiche, e tutti per le meravigliose mozzarelle.

La nave e i migranti

Bisognerebbe partire dai dati e non dalle suggestioni quando si parla di immigrazione, un fenomeno destinato a durare nel tempo e anche a dividere i cittadini. La nave Aquarius insisteva su un’area marittima Sar (Search and rescue, cioè Ricerca e soccorso) italiana. Secondo le fonti maltesi era più vicina a Lampedusa che a Malta (Lampedusa è più a sud di Malta). La cosa potrà anche essere contraddetta, ma la prassi fin qui adottata, anche perché l’area Sar libica è nelle condizioni che conosciamo e Malta è un piccolo paese senza possibilità di ospitare masse di migranti, era che fosse l’Italia, in quell’area, anche a prescindere dalle norme Sar, a farsi carico dei naufraghi. Il ministro Salvini ha chiuso i porti e questo potrebbe anche configurarsi come atto illegittimo nei confronti di trattati (le varie Dublino) e le norme internazionali (le Sar) approvati e sottoscritti anche dall’Italia. Meno male che la Spagna, poi la cosa può avere anche esiti differenti e la seguiamo ad horas, si è fatta carico della soluzione del problema che, alla luce della decisione del governo italiano, avrebbe potuto sfociare in una catastrofe umanitaria.

Si dice che l’Italia finalmente ha mostrato i muscoli obbligando altri paesi a farsi carico di migranti, come se l’Italia fosse il solo paese che se ne è fatto carico o il paese maggiormente toccato dal fenomeno migratorio. Vediamo i numeri che non mentono. Per quanto riguarda la migrazione regolare, la presenza cioè di stranieri non comunitari nel nostro paese, l’Italia ne conta 5.026.170, percentuale dell’8,3 per cento contro il 12,4 dell’Irlanda, l’11,7 del Belgio, il 10,5 della Germania, il 9,6 della Spagna e l’8,6 del Regno unito. Il dato della Francia, più basso di un punto abbondante, è influenzato dalla più veloce attribuzione della cittadinanza. Se prendiamo i profughi regolari il nostro paese ne conta solo 147mila. Più complicato catalogare gli irregolari o migranti economici. Secondo i dati prevalenti (Berlusconi assai prosaicamente l’ha ricordato in campagna elettorale) la loro somma sarebbe di circa 600mila, secondo i dati del Ministero invece non arriverebbe a superare i 200mila. Dunque anche prendendo per buono il dato dei 600mila si tratterebbe di un 8% del totale dei migranti. Un numero non certo vertiginoso. Si è parlato molto degli grandi esuberi del 2017 che aveva spinto il ministro Minniti a parlare di “emergenza”. A fronte di un aumento di circa 64.033 immigrati del 2017 e di un aumento di 52.775 del 2016, dal primo gennaio di quest’anno sono arrivati solo 14.447 migranti. La diminuzione degli irregolari provenienti dalla Libia ammonta al 77,45 per cento. Un risultato importante dovuto agli accordi sottoscritti dal ministro Minniti.

Quali sono i veri problemi della migrazione irregolare in Italia? La sua gestione e il suo approccio all’origine. Cominciamo da quest’ultimo. E’ evidente che il problema migratorio italiano si può e si deve affrontare in Libia. E’ dalle sue coste che parte circa il 90 per cento dei migranti e quel che chiedono oggi diversi stati europei é proprio quel che aveva programmato il governo Gentiloni e cioè di approntare campi Onu in Libia dove raccogliere i migranti e certificarne l’idoneità alla accoglienza europea. Nel contempo se si vogliono rimpatriare gli irregolari o parte di essi non bastano proclami retorici e improduttivi, ma servono accordi economici coi paesi di origine, senza i quali il rimpatrio é impossibile. Poi occorre cambiare il trattato di Dublino e stabilire le quote, che vengono respinte proprio dai paesi dell’Est, Ungheria e Polonia, ai quali Salvini dice di ispirarsi. E se il procuratore di Catania Zuccaro ha ragione vanno velocemente individuate e punite (senza fare di ogni erba un fascio) quelle organizzazione pseudo umanitarie che nel mare approfittano dei migranti per ospitarli nelle loro imbarcazioni gia al momento della partenza in combutta con coloro che poi intendono sfruttarli in Italia.

E poi certo la gestione. Abbiamo, come socialisti, sempre rivendicato la paternità di alcune proposte che rilanciamo. Innanzitutto vanno penalmente perseguiti tutti coloro che sfruttano i migranti, considerandoli merce e non esseri umani, sia nei campi del sud dove vivono alla stregua di schiavi ottocenteschi, sia negli enti o cooperative finanziati dallo stato per mantenerli e dove l’occasione produce utili incontrollati. Lo stato ha l’obbligo di controllare, approfondire, verificare. Troppi sono stati i casi di malversazione e di sfruttamento ad un tempo degli ospiti e del denaro pubblico. Ancora. Non si possono mantenere uomini e donne nullafacenti. Il lavoro socialmente utile é l’occasione per prestare un minimo servizio. E infine tre proposte. La prima riguarda la verifica costante della situazione delle famiglie musulmane che in Italia devono rispettare i principi della Costituzione sui temi della parità uomo-donna e della libertà dei figli (di sposarsi e di seguire un’altra religione o nessuna). La seconda riguarda la necessità di verificare (cosa che i pubblici ufficiali quasi mai fanno) la conoscenza della lingua italiana come presupposto necessario per concedere la cittadinanza. In questo modo si può costruire un processo migratorio più accettabile e condiviso. E infine il divieto di concentrare in poche aree o grandi condomini gli immigrati. Questo ha prodotto una lacerazione sociale di troppe periferie e l’impossibilità di un’autentica integrazione. Gli immigrati vanno disseminati a piccoli gruppi e sempre accompagnati da una presenza maggioritaria di italiani. Non è certo con manifestazioni di celodurismo, di sfida all’Europa, di pseudo razzismo che si può positivamente affrontare il problema. Il governo gialloverde è guardato a vista dal mondo intero e non può mostrare dell’Italia l’aspetto peggiore. Diciamo che in questa occasione ci è riuscito.

Rossi e il socialismo

Rossi, presidente della Toscana, rilancia l’idea di costruire un partito che si chiami socialista. Figurarsi coloro che non hanno mai smesso di chiamarsi cosi. Poi resta il significato che si attribuisce alla parola. Nomina sunt consequentia rerum. Oggi si può solo partire da un programma innovativo. Se torniamo al socialismo d’antan non ci caviamo un buco. Ad ogni modo giudico positivo che la parola, che forse non intendiamo tutti allo stesso modo, sia tornata d’attualità, anche perché, non nascondiamocelo, in Italia e solo in Italia è stata cancellata perché é stato cancellato il Psi. Attendiamo sempre un segnale di vita dal Pd, socialista in Europa ma non in Italia. La mancanza di una identita chiara di questo partito, a seguito del percorso a zig zag dell’ex Pci nel dopo ottantanove è l’origine della sua crisi. Ben vengano dunque tutte le riflessioni che da Rossi alla Urbinati su Rspubblica si muovono per recupetare una storia e un nome.

Uno sguardo sul voto

Facendo due conti sui comuni capoluoghi di provincia emerge che il centro-sinistra, per ora, ha confermato solo Brescia. Una bella vittoria di un bravo sindaco e di una giunta apprezzata. Ma ha perso Catania, Vicenza e Treviso. Era forse preventivabile, ma é avvenuto. La situazione più preoccupante continua a verificarsi nelle regioni che dovremmo cominciare a definire ex rosse: Emilia-Romagna e Toscana. Nel comune di Imola per la prima volta la sinistra è costretta a un complicato ballottaggio che si impone anche a Pisa, Siena e Massa. A Sondrio il centro sinistra, che reggeva il comune, è costretto al secondo turno, mentre a Terni il ballottaggio è tra centro-destra e Cinque stelle. Vedremo tra quindici giorni i risultati definitivi, ben sapendo che i ballottaggi sono sempre un rischio piuttosto alto per il Pd e il centro-sinistra. Oggi più alto che mai alla luce dell’alleanza di governo tra Lega e Cinque stelle.

Nelle elezioni comunali é pressoché impossibile fare calcoli sulle percentuali dei partiti che si presentano spesso sotto forma di liste civiche. Il dato del centro-sud tuttavia conferma una robusta messe di voti a vantaggio della Lega, che non è più né solo un partito nordista, ma neanche solo un partito d’opinione. Ne é testimonianza, tra gli altri, il dato di Terni col partito di Salvini di gran lunga sugli altri. La Lega esce da queste comunali particolarmente rafforzata e d’altronde i segnali che giungono dal fronte governativo sono tutti di origine salviniana, coi Cinque stelle subalterni (vedasi la vicenda della nave Aquarius) e si dice anche piuttosto divisi. Non stupisce però che il movimento di Di Maio arretri a livello amministrativo. Il voto dei Cinque stelle é totalmente d’opinione. Accadeva ieri, è accaduto anche domenica.

Se alle elezioni politiche si é assistito a un successo leghista e pentastellato, alle elezioni comunali di domenica può, per ora, cantar vittoria il centro-destra. In entrambi i casi il successo arride alla Lega che può comprar pane in due forni, esultando cosi in entrambi i casi. Il centro-sinistra esce ammaccato, non distrutto, ma certo piuttosto penalizzato. Il solo partito esistente in quell’area resta il Pd. Non esiste più una coalizione, al contrario di quella opposta di centro-destra, ma solo un partito. Questo inevitabilmente influisce sull’andamento del voto e non bastano improvvisate liste civiche di supporto a colmare il disavanzo. Anche questo dato elettorale impone una seria e urgente riflessione sulla rifondazione del centro-sinistra, o verso una sua prospettiva plurale o verso la nascita di un nuovo contenitore politico che superi l’esistenza stessa del Pd. Sarebbe ora di cominciare a parlarne.

Appuntamento socialista

La lettera di adesione all’identità, alla storia e alla politica dei socialisti italiani sta producendo i primi frutti. Giovedì si ritroveranno i firmatari, tra i quali, oltre ai dirigenti del Psi, anche singole personalità del mondo socialista quali Claudio Martelli, Fabrizio Cicchitto, Claudio Signorile, movimenti autonomi, esponenti delle riviste e dei giornali socialisti. E’ un primo incontro. Anche il Nuovo Psi di Stefano Caldoro ha mostrato interesse alla ripresa di un’iniziativa dei socialisti italiani, pur non aderendo in prima battuta. La stessa disponibilità spero si possa intercettare da circoli e movimenti che finora sono rimasti fuori da questo tentativo di ricomposizione.

L’Avanti aveva lanciato un percorso a tappe per il dopo elezioni, che ha segnato la vittoria delle forze populiste e sovraniste i cui danni già si iniziano a percepire. La prima era appunto quella di ampliare i confini del solo Psi, piccolo partito tuttora esistente in una triplice dimensione: storico-editoriale, amministrativa (e si tratta di aree non indifferenti), e politica (i due soli parlamentari non consentono una sufficiente visibilità). Poiché é proprio la politica il raggio d’azione e di radicamento più debole dei socialisti italiani, la loro unità o quanto meno il loro coordinamento sarebbe la soluzione più logica.

Questo é oggi consentito da una naturale collocazione di tutti i socialisti al di là delle loro passate divisioni. Ed é quella di una comune opposizione al governo Cinque stelle-Lega, un’opposizione che comprende un arco di forze che va da Forza Italia a LeU. Non sussiste così nemmeno un pretesto per evitare di riprendere insieme un cammino. Il problema é come e verso cosa. Si ragionerà su un possibile allargamento del Psi e della sua ricomposizione attraverso un congresso, oppure della costituzione di una federazione dei socialisti, a cui potrebbero aderire i singoli soggetti socialisti e le personalità del mondo socialista, oppure di altre soluzioni. Quello che è confortante é che all’incontro promosso dal segretario del Psi Nencini abbiano già assicurato la loro presenza pressoché tutti i firmatari del documento. Se son rose, o garofani, fioriranno…