Mauro Del Bue
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Mauro Del Bue

Il 1992 socialista, diario di Mauro Del Bue

Dopo la fine
quinta e ultima puntata

Benvenuto-Nenni

Benvenuto segretario,
via del Corso vuota

Inutile nasconderlo, il Psi non c’era più. Era stato smantellato e per alcuni aspetti si era smontato da solo. Scrutando un mondo che era già svanito. Cercai di confidarlo al gruppo dirigente provinciale che mi guardava stordito, come se questa fosse solo una mia impressione o addirittura un mio malcelato desiderio. Martelli era finito nel gruppo radicale, Craxi rifugiato al Rafael, tra le monetine lanciate da centinaia di fanatici dopo un comizio di Occhetto. Una gran parte dei nostri parlamentari era inquisita, la  Lega dilagava al nord (mentre dalla frequenze della Rai Santoro incitava alla rivolta) e ovunque i nostri consensi erano ridotti al lumicino, sbriciolati dall’avanzata congiunta della Lega e del pool Mani pulite.

La notizia dell’avviso di garanzia a Martelli l’avevo appresa mentre ero a pranzo con Umberto Bonafini, direttore della Gazzetta di Reggio, nel ristorante “da Fortunato”. Bonafini era a Roma per seguire da vicino l’assemblea nazionale socialista convocata per il giorno dopo. La notizia mi stordì come un pugno nello stomaco e avvertii netta la sensazione che anche l’ultima speranza fosse stata infranta. Mi venne spontaneo commentare: “Non so cosa dire. A questo punto il segretario del Psi lo scelgano direttamente i giudici” (1). Mi precipitai in Transatlantico e incontrai subito Raffaelli, Tempestini, Abruzzese, poi insieme, con Di Donato, ci precipitammo in via Arenula al ministero. Martelli si era già dimesso da ministro e si era autosospeso dal Psi. La cosa ci aveva presi alla provvista. Là c’era anche Bruno Pellegrino per giustificarne le scelte. Claudio ci disse che sul conto protezione aveva semplicemente passato un biglietto e che il Psi allora era soffocato dai debiti e senza soldi e aveva accolto l’invito di Craxi. Di cosa era accusato? Non capivamo le ragioni di un abbandono traumatico della nave, con noi che continuavamo a remare con così tanta fatica, sudati, stremati, verso un approdo incerto. Ci sfuggiva quell’esigenza di abbandonare addirittura il Psi, lasciandoci soli. Alcuni craxiani ortodossi ironizzarono sull’onore che Martelli avrebbe dovuto ridare ai socialisti. Era però evidente che qualsiasi fosse stata la scelta di Martelli il Psi non c’era più. Potevamo prenderne atto.

Dovevamo tuttavia scegliere una linea per l’indomani all’Assemblea nazionale. Ci trovammo improvvisamente orfani e nella assoluta necessità di inventarci un candidato. Tra il candidato della maggioranza, Giorgio Benvenuto (era stato lanciato da Formica con l’appoggio di Signorile e accettato da Craxi), e Valdo Spini, scegliemmo quest’ultimo.

Nell’atrio dell’hotel, prima che iniziasse l’assemblea, mi imbatto in Bobo Craxi che mi abbraccia forte e mi confida che un Psi senza Craxi e Martelli non è più il nostro. Io ricambio e ci scappa da piangere tra le sciarpe che si srotolano dai paltò. E con gli occhi umidi affrontiamo insieme i primi passi dell’assemblea aperta da una relazione di Craxi, tutta tesa a dimostrare che quel che stava avvenendo era un ignobile attacco della magistratura al Psi, un colpo di stato violento, e ricordando anche le vittime, da Moroni ad Amorese a Balzamo. Non un accenno di autocritica, però, non una sola ammissione di errori compiuti. Craxi, come sempre, era molto coerente con la sua impostazione originaria. Manichea. E quando volle incontrare gli ex martelliani in una stanza dell’hotel, lo trovammo anche sfinito e senza voce che gli usciva solo per chiederci: “Chi volete segretario?” (2). Manca gli rispose che avremmo preferito Spini e lui ne prese atto. Si votò e vinse Benvenuto con 307 voti (il 58%) contro i 223 a Spini (il 42%). Si apriva un’altra fase. Ma era già dopo la fine.

Dilaga Tangentopoli, si sfascia il Psi

In un pranzo con Martelli, alla solita “Antica pesa”, vicino a casa sua, mi scappò un rimprovero a Manca e agli altri di eccessivo filo pidiessismo. Non sopportavo che si passasse da una posizione favorevole a rilanciare un’autonoma impostazione socialista a una semplice rincorsa verso un altro partito. E così Manca, al momento dell’elezione della segreteria, mi preferì Mauro Sanguineti, oltre a Raffaelli. Mi pareva francamente uno sgarbo grave. Dovevo pagare la mia amicizia con Martelli? E così, grazie a Mario Raffaelli, si pretese anche il mio ingresso in accordo con Benvenuto e divenni membro della segreteria nazionale.

Giuseppe Alfano, corrispondente de “La Sicilia”, viene intanto ucciso dalla mafia e il boss dei boss Salvatore Riina è arrestato dopo 24 anni di latitanza. La rivoluzione giudiziaria pareva così quasi intrecciarsi con la lotta alla mafia che iniziava a dare buoni frutti (ma li aveva già dati con le leggi di Martelli).

La nuova segreteria (di dieci membri) del Psi, presidente del quale era stato eletto Gino Giugni, era composta di molti giovani (oltre a me Raffaelli e Sanguineti, di origine martelliana, da Nencini, Caldoro, Garesio, Marica Cirone Di Marco) oltre che dal bolognese Paolo Babbini e dal piemontese Felice Borgoglio, dall’ex sindacalista della Uil Enzo Mattina, una sorta di portavoce di Benvenuto, e da Giuliano Cazzola, ex Cgil, per bilanciarlo, e iniziò il suo lavoro tra le macerie. Senza soldi, devastati da debiti, l’Avanti rischiava la chiusura immediata e i dipendenti della Direzione non percepivano lo stipendio. La sede di via del Corso sembrava un’ambasciata dopo un colpo di stato con dipendenti che uscivano con in mano un telefono, una scatola di penne, un quadro, un mobiletto. Si poteva combinare qualcosa in quelle condizioni? Benvenuto aveva addirittura preteso una stanza diversa da quella di Craxi, quasi per segnare una discontinuità o per evitare una contaminazione. Credeva ai fantasmi. Enzo Mattina non disdegnava accuse velenose ai vecchi dirigenti. Anche Spini e Giugni non andavano per il sottile, mentre il leghista Orsenigo agitava il cappio alla Camera e il superpacifico Ugo Intini veniva aggredito nei pressi di via del Corso dai fascisti. Gianfranco Miglio sentenzia: “E’ meglio un innocente in galera che un colpevole fuori” (3). L’antitesi della cultura liberale dilaga.

Intanto anche negli altri partiti era scoppiata la rivoluzione. Altissimo e La Malfa, raggiunti da provvedimenti giudiziari, erano stati costretti alle dimissioni, mentre a Reggio Emilia l’intero vertice della cooperativa Giglio aveva fatto le valigie per la situazione dell’azienda, commissariata dalla Lega, (la Giglio a febbraio venne venduta a Tanzi). Giorgio Marocchi, direttore commerciale di Coopsette, era stato arrestato e liberato, tre dirigenti di Orion (Corrado Canepari, Gianfranco Fantini, Alessandro Preziuso) erano stati invece arrestati e detenuti per giorni a Verona e l’imprenditore Gianfranco Fagioli fermato a Milano (resterà in carcere per intere settimane). Fagioli mi confesserà che Di Pietro lo minacciava di tenerlo dentro per mesi se non gli avesse fornito nomi di politici della sua zona. Lo ricordo cogli occhi stralunati in via della Stelletta vicino alla Camera. Come dire: io non ho ammesso cose non vere per ottenere la libertà, ma voi che fate? Così anche il sistema cooperativo, e sia pure in parte l’industria reggiana, vengono investiti dall’onda giudiziaria. Ma solo per fatti avvenuti altrove e per indagini di altre procure. Quelle emiliane erano ferme e la cosa è quanto meno sospetta.

Anche la situazione del Psi locale è fuori controllo. Nelle sedute dei vari organi e soprattutto nelle diverse assemblee che si svolgono in quelle settimane si mostrano tre ordini di comportamento. Il primo è quello, ormai generalizzato, della base socialista che chiede la testa di tutti, che ritiene che solo un rito di purificazione collettiva possa salvare il partito. Nelle assemblee risulta perfino difficile parlare. Nessuno ascolta, tutti vogliono dire la loro, ma con invettive e non ragionamenti. L’eccitazione è al culmine. La colpa della crisi del partito sarebbe solo di un gruppo dirigente corrotto. Di politica non si parla più. Un socialista mi venne a trovare in quei giorni e mi strappò le tessere del Psi in faccia dicendo che si vergognava. Poi però mi prese da parte perché la figlia doveva presentarsi a un concorso pubblico all’Usl di Reggio. Non mancava un alto tasso di ipocrisia. Si viaggiava all’insegna del nuovo che avanza, del dipietrismo dilagante che aveva contagiato anche il Psi. Altro che difesa di Craxi, altro che lotta al giustizialismo e al pool Mani pulite. Allora non c’era nessuno che sostenesse questa posizione. Tutti gridavano contro tutti e in nome della questione morale. Così mi trovai, proprio io che avevo contestato politicamente Craxi, a sostenere una battaglia contro il dipietrismo con dichiarazioni pubbliche che mi procurarono anche molte critiche interne. Non sopportavo quel mito artefatto, quell’idea del Torquemada meneghino dalla sciabola purificatrice. Non sopportavo quell’uso indiscriminato del carcere preventivo chiaramente illegittimo per forzare le ammissioni di colpa degli indagati. Eravamo ancora uno stato di diritto? Allora era davvero difficile sostenere posizioni simili sulla stampa. Si rischiavano scomuniche immediate. Anche perché emergeranno fatti davvero sconcertanti come quelli che riguardavano De Lorenzo, Poggiolini, la malasanità, le sue sostanziose tangenti.

La seconda posizione era interpretata da chi individuava quella circostanza drammatica come l’occasione per emergere. I profittatori, coloro che solo dalle macerie che avessero inglobato un intero gruppo dirigente pensavano di costruire il loro futuro politico. Si cominciò a parlare di questioni che con la vicenda della fine del Psi non avevano nulla a che fare: il numero dei mandati parlamentari (a Reggio qualcuno propose fossero solo due perché ero al secondo), la regionalizzazione del partito (Franco Gherardi, segretario regionale del Psi, propose di chiamarci User, Unione dei socialisti dell’Emilia-Romagna, e Franco Piro gli rivolse una sommessa preghiera: “Non voglio morire nell’User” (4)). Altri ancora fondavano gruppi quali “Resistere per esistere” (ma se ne andranno senza fare alcuna resistenza nei democratici di sinistra con Valdo Spini), altri ancora proclameranno che il Psi non sarebbe finito mai e saranno i primi ad aderire a Forza Italia, altri infine chiederanno un tesseramento con esclusione di coloro che fossero solo sospettati di una vita irregolare. Come in una setta religiosa. O in un vecchio partito comunista clandestino. Eravamo sotto assedio, e questa era la terza posizione, e qualcuno tentò di salvare se stesso portandosi anche un gruppo di amici, per traghettarli di là, come si diceva allora. Cioè nella nuova stagione politica che sarebbe nata dopo le elezioni anticipate e con le nuove regole elettorali. Questo forse fu l’errore a cui andai incontro anch’io. Forse dovevamo evitare anche solo il tentativo e lasciarci affogare in silenzio.

Mi trovai dunque tra i pochi che sulla questione giudiziaria difendevano Craxi dall’aggressione di Mani pulite. Proprio io che ero stato il primo a contestarlo sulla linea politica dopo l’aprile del 1992, ma in realtà già dal 1989. Mi sembrava impossibile poter resistere politicamente accettando l’idea che Craxi fosse stato un malfattore. Dino Felisetti, il mio predecessore alla Camera, aveva assunto invece una posizione opposta: difendeva Craxi sul piano politico e lo condannava sul piano morale. E scrisse: “Craxi è una figura impresentabile sia sul piano morale che su quello dell’immagine” (5). Dino era più propenso a salvaguardare l’immagine della vecchia tradizione socialista, magari rifacendosi direttamente a Prampolini. Intanto ci piovevano addosso nuove accuse e nuove indagini. E le indagini toccheranno anche il mio amico Mario Raffaelli, raggiunto da un avviso di garanzia su vicende di cooperazione al terzo Mondo, quand’era sottosegretario agli Esteri. Mario era l’amico più caro, quello con cui trascorrevo la gran parte della giornata a Roma. Anche lui si dimetterà immediatamente dagli organi di partito. Si sfilerà in silenzio.

Penso intanto di fare cosa giusta dimettendomi anch’io da consigliere comunale (non aveva più senso mantenere doppi incarichi) e al mio posto subentrò Niger Ficarelli, poi, a marzo, viene arrestato Primo Greganti e si apre, sembra almeno, anche il capitolo dei finanziamenti al Pci. La vicenda Greganti è quanto di più ipocrita possa essere stato concepito. Greganti si autoaccuserà per aver fatto operazioni pro domo sua. E nel contempo diverrà una sorta di idolo del suo partito. Nelle feste dell’Unità distribuiranno anche le magliette con scritto “Viva Greganti”. Delle due l’una. O Greganti era un faccendiere che lucrava per sé e allora non si capisce perché sia stato trasformato in un eroe. O si faceva carico di reati non suoi e allora era colpevole il suo partito. Anche una tangente di un miliardo, portata alla sede delle Botteghe oscure, rimarrà oscura, perché nessuno pare l’avesse intascata senza che sia tornata indietro.

Tra gli arrestati della prima Primavera anche il guastallese Gabriele Cagliari, già presidente dell’Eni, mentre Giulio Andreotti è raggiunto da avviso per concorso in associazione mafiosa (aveva baciato o no Totò Riina?….)

A Reggio Emilia si apre la polemica sulla casa del procuratore Elio Bevilacqua, pagata dal Comune e si intensificano le offensive contro dirigenti e dipendenti delle cooperative e privati da parte del Pool Mani pulite. Anche la Giza (Gibertoni e Giovanardi) è in liquidazione e i primi di aprile arriva puntuale anche l’avviso di garanzia per Forlani, mentre il referendum sulla legge elettorale ha un esito scontato e si trasforma in una condanna della Prima repubblica con Mario Segni sul banco dell’accusa. Archiviato il proporzionale si passa all’uninominale maggioritario anche se il Parlamento dovrà dire la sua. Ma ci riuscirà? Alla fine preferirà fotografare l’esito del referendum. Intanto Craxi riprende a salutarmi e mi prende a braccetto in Transatlantico. Era da mesi che non succedeva. Craxi sapeva essere anche amabile. Era un uomo politico tanto navigato da non dare peso più di tanto alle parole, quanto alla sostanza. In effetti senza Martelli, e con un gruppo di sopravvissuti capeggiato da Enrico Manca, non mi trovavo per niente a mio agio. Con Craxi avevo trascorso una vita. Era stato il mio leader prima ancora che divenisse segretario del partito, quando ancora ero nella federazione giovanile. D’accordo, continuavo a pensare che non avesse previsto le conseguenze del 1989, e non era rilievo da poco. Ma adesso viveva in uno stato drammatico, sommerso da continui avvisi di garanzia. Perché fargli venire meno il mio appoggio e la mia solidarietà? Così fu il 29 aprile, quando votammo sulle richieste di autorizzazione a procedere contro di lui alla Camera. La votazione avvenne in modo segreto e avrei potuto confessare, come fecero altri socialisti, che avevo votato in modo diverso. Invece dichiarai alla stampa locale che avevo votato contro alcune autorizzazioni (in totale le richieste erano sei e in realtà votai contro a tutte) e scoppiò il finimondo. Compresi che avevo firmato la mia condanna a morte politica. Del discorso di Craxi resterà per decenni impresso nella memoria quel passo che riguardava la richiesta di ammissione di correità collettiva. A proposito del finanziamento illecito disse che se c’era qualcuno disposto a giurare di non avervi mai fatto ricorso, doveva alzarsi, dire lo giuro e presto o tardi si sarebbe rivelato spergiuro. Ma nessuno si alzò. Una silenziosa ammissione di correità generale.

La Camera vota contro l’autorizzazione a procedere su Craxi. Del Turco segretario

Il governo Ciampi, che era appena stato costituito, dopo le mancate autorizzazioni a procedere, si trovò in crisi. I ministri del Pds, dei Verdi e del Pri si dimisero immediatamente. Me lo preannunciò Petruccioli subito dopo il voto, appena fuori da Montecitorio. La sera mi recai al Rafael (arrivò anche Berlusconi), con mio figlio Ferruccio, e non si respirava aria di festa. Craxi, che mi abbracciò, mi lesse la dichiarazione del “presidente del Cln Alta Italia Francesco Saverio Borrelli” (6), come lo definì. Era solo stato conquistato qualche giorno di più. Di lì a poco verrà abolita anche l’autorizzazione a procedere. Il Parlamento era sotto schiaffo e chi comandava era il Pool di Milano col sostegno del presidente Oscar Luigi Scalfaro, che di lì poco verrà investito dal ciclone delle tangenti Sisde e risponderà con un insolito j’accuse. Intanto il furore popolare aveva raggiunto l’apice, Di Pietro era diventato il leader del 90% degli italiani, centinaia di parlamentari erano inquisiti e altre centinaia di politici e pubblici amministratori erano finiti in carcere. E c’è anche la gogna politica. Dopo il comizio di Occhetto in piazza Navona si radunano alcune centinaia di manifestanti dinnanzi al Rafael, il 30 aprile, circondando l’hotel, e all’uscita di Craxi si esercitano al vergognoso tiro delle monetine. Le immagini saranno il simbolo dell’aggressività del giustizialismo di sinistra.

Intanto il Pds reggiano approva la vendita di palazzo Masdoni, il vecchio Cremlino, e finisce un’epoca anche per chi non è direttamente investito da Tangentopoli (guarda caso l’ex Pci vendeva il suo prezioso immobile dopo l’esplosione del fenomeno dei finanziamenti illeciti) e nel comune di Reggio si elegge una nuova giunta (ci sono solo tre socialisti e cinque comunisti, più il sindaco). E’ l’inizio del nostro ridimensionamento nel potere locale e precede il turno elettorale. Sarà generalizzato e toccherà dapprima gli enti pubblici (si comincia con la sostituzione di Nicola Fangareggi da presidente del Centro della danza, poi con Giacomo Borghi dal vertice dell’Usl, poi si allargherà alla cooperazione e Niger Ficarelli non sarà più presidente della Lega provinciale, avvicendato dal comunista William Colli dal novembre del 1993, e il mio amico Fabrizio Montanari verrà sostituito dall’esecutivo della Banca popolare, ex banca delle cooperative), poi si estende agli organismi di massa (nella Cna, nell’Api, nella Confcoltivatori, nella Confesercenti, i socialisti escono dai vertici). Resistono, ma ancora per poco, Bertani e Prampolini nell’esecutivo della Provincia. Anche il presidente della Regione Enrico Boselli deve cedere di lì a poco il passo a Pierluigi Bersani, suo vice. Parlo di pulizia etnica che peraltro è appena agli inizi. E un po’ ce la facciamo anche da soli. Dopo il voto su Craxi della Camera se ne vanno dal partito Carlo Ripa di Meana, Roberto Cassola e Giorgio Ruffolo, mentre Giuliano Amato parla di un certo “Eta beta” come del partito ideale, una grande testa e un corpo esilissimo. Aveva unna vaga somiglianza proprio con lui. Poco dopo Antonio Fazio è il nuovo governatore della Banca d’Italia, viene arrestato Renato Pollini, già amministratore del Pci, e anche il presidente dell’Iri Renato Nobili finisce dietro le sbarre. Al suo posto torna Romano Prodi. E poco dopo si verifica l’esplosione di un’autobomba a Roma (obiettivo Maurizio Costanzo) e ci sono 21 feriti. Giorgio Benvenuto getta la spugna e si dimette da segretario del Psi (era stato eletto a febbraio). Mi chiede solidarietà e mi dimetto anch’io. Al suo posto tenta Del Turco, con Boselli vice. Sempre a maggio a Firenze, presso la galleria degli Uffizi, esplode un’altra bomba. Un’intera famiglia di quattro persone è distrutta, la galleria danneggiata e adesso Andreotti viene indagato anche per l’omicidio di Mino Pecorelli. Mafioso e assassino? Ma se fosse davvero così andrebbe riscritta la storia d’Italia e magari rivalutate le Bierre, allora. Ci se ne rende conto? Su Craxi si indagava a trecentosessanta gradi. E più tardi rimbalzerà sulle cronache, oltre l’esistenza dei conti di Larini, anche la sussistenza di quelli di Tradati, che saranno poi affidati alla contessa Francesca Vacca Agusta e a Maurizio Raggio, fuggiti poi in Messico. Sconsolato mi raggiungerà l’amaro commento di un riformista del Pds: “Avevamo puntato sui socialisti, ma siamo finiti tra conti e contesse” (7). Quando si verrà a conoscenza dell’esistenza della tangente Enimont (si parlava di 100 miliardi), invocata dal quotidiano “La Repubblica”, si conosceranno anche le quantità di denaro suddivise tra i singoli esponenti politici, e tra loro saranno coinvolti anche i massimi vertici del Psi, ma anche delle quote destinate ad altri interlocutori, perfino ai giornalisti. Tutto sembrerà indifendibile. Tangentopoli era l’onda che tutto travolgeva con la sua forza d’urto progressiva e incessante. Non conosceva ostacoli, deviazioni, attenuazioni. I decreti di depenalizzazione tentati dal governo (vedasi l’iter di quello di Conso e più avanti di quello di Biondi) venivano immediatamente ritirati o invalidati dal presidente della Repubblica, mentre i voti parlamentari, come quelli su Craxi, erano subito vanificati da procedure successive.

Intanto alle elezioni parziali del 6 giugno il Psi esce a pezzi. E’ al 3,6%, con il 18,8% della Dc, l’11,6% del Pds, il 15,3% della Lega che al Nord è al 30%. Siamo già al dopo Psi e in tanti fanno finta di non accorgersene. Martinazzoli annuncia lo scioglimento della Dc, che s’avvia a divenire Partito popolare, annunciando una propensione e una velocità del cambiamento che supera di gran lunga la nostra e mentre esplode lo scandalo della sanità e viene arrestato l’ex ministro De Lorenzo, finisce in gattabuia anche il reggiano Nino Tagliavini, presidente della coop Unieco. Denuncerà le responsabilità del vertice del Pci e verrà rinviato a processo lui solo. Poi, poco prima dello svolgimento della conferenza del nuovo Psi di Del Turco all’Ergife, si uccide in carcere Gabriele Cagliari e Gianfranco Miglio se ne esce con quelle orrende parole sulle gocce di sangue che sarebbero necessarie per fare avanzare la rivoluzione. Lo definisco “un nipotino di Goebbels” (8). Tutti sembravano esaltati dalla rivoluzione giudiziaria, quasi in preda a una furia iconoclasta, e chi poneva solo delle riserve, o anche opponeva critiche sulla metodologia adottata e sui fini politici della magistratura, veniva zittito, sospettato e anche criminalizzato. Questo atteggiamento giustizialista era ormai trasversale, toccava destra e sinistra, giornali ritenuti moderati come quelli più estremisti, televisioni di Stato e private, radio e movimenti che fiorivano allora come i funghi sull’onda del rinnovamento della politica. Si presentavano nuove facce con vecchissimi metodi e con la sola ambizione di sostituire quelli che c’erano. Quel che mi amareggiava era quel rinnegare senza rinnovare che pareva animare la logica del Psi a livello nazionale e a livello locale. Quel gettare dalla finestra tutto quello che era avvenuto e non produrre alcun vistoso cambiamento politico e d’immagine. Così era suicidio.

Eravamo come bloccati da un mare in tempesta nel quale tentavamo di restare a galla senza muoverci. C’era chi intendeva opporsi al mare e chi si gettava in favore di onda per cavalcarla. Mi sembravano entrambe posizioni sbagliate e controproducenti. Anch’io commisi l’errore di accettare nuove sfide politiche. Da “Rinascita socialista” all’Unione socialista per il polo progressista”, movimenti interni-esterni al Psi che davano l’impressione di aggiungere confusione a confusione, partorite dalla creatività non sempre razionale di Enrico Manca. Ma accettai di restare nella segreteria del Psi con Del Turco, contrariamente agli altri ex martelliani.

Il 20 luglio arriva un timido segnale di vita del Psi. E’ la conferenza convocata all’Ergife di Roma e partecipata da 1.200 dirigenti socialisti giunti da mezza Italia. Del Turco lancia la sua sfida di resistenza, fornisce indicazioni e avanza proposte interessanti e condivisibili. Parla di accordi con i radicali e il Psdi, ma anche con Segni che potrebbe diventare il leader di un polo antileghista. Ma il clima che si crea è malsano. Bobo Craxi viene insultato all’ingresso della sala e Luca Josi, che aveva costituito i comitati Craxi, insulta Del Turco perché non aveva esposto il simbolo del Psi dietro il palco. L’aria si era fatta irrespirabile.

La sinistra vince alle amministrative, la Lega al nord al 30%

Tre giorni dopo si suicida Raul Gardini, dopo l’inchiesta su Montedison che lo aveva invischiato. Un’altra morte violenta, mentre ai funerali di Cagliari, che si svolgono a Guastalla, partono addirittura fischi. Scrivo “Pietà l’è morta” e invio un’interrogazione parlamentare al ministro della Giustizia per il comportamento del magistrato De Pasquale. Cagliari se n’era andato dopo quattro mesi di illegale detenzione preventiva. Non poteva più reiterare il reato, non poteva certo fuggire, né manomettere le prove. Venne tenuto in carcere dopo numerose promesse di rilascio. E siccome non io, ma la stampa dell’epoca, aveva sottolineato che il magistrato De Pasquale aveva promesso al detenuto di firmare la sua scarcerazione, ma alla fine non l’aveva fatto preferendo andare al mare, ne rimasi sconvolto. E decisi di presentare un’interrogazione parlamentare. Naturalmente senza risposta. Allora un socialista non ne aveva neppure diritto. Poteva al massimo piangere un compagno che s’era soffocato con una borsina di plastica al collo. E accettare anche i fischi al suo funerale, senza poter fiatare.

Poi la strage a Milano con autobombe che provocano cinque morti e a Roma ancora bombe e 22 feriti. Tra il tentativo di strage di Roma del Natale, la strage di Firenze del maggio e questi nuovi sanguinosi attentati c’è un filo conduttore. Nella catena ci sono altri tentativi non riusciti, compreso uno allo stadio Olimpico. Si tratta dell’offensiva mafiosa fuori dalla Sicilia ordinata da Totò Riina per arrivare a un compromesso tra lo Stato e la mafia. D’altronde rivelazioni recenti sul cosiddetto “papello”, l’ipotesi di trattativa tra Sisde e corleonesi, confermerebbero la motivazione di questi atti di sangue. Magistrati del Pool e Lega in prima fila chiedono invece pulizia e giustizia, come se esistesse qualche rapporto tra le stragi e Tangentopoli.

L’estate volge al termine e anche il segretario amministrativo del Pds Marcello Stefanini viene indagato, mentre la mia Reggiana debutta in serie A a San Siro con l’Inter. Ma anche allo stadio c’è chi se la prende con Craxi. Succederà tre volte, mi trovai minacciato da un energumeno e una volta da un ragazzino che, accompagnato dalla madre mi urlò “ladro”.

Una buona notizia a settembre: intesa storica tra Rabin e Arafat a Camp David che si riconoscono reciprocamente. Ai palestinesi Gerico e Gaza. Poco dopo il prefetto Riccardo Malpica svela i fondi neri al Sisde e i soldi che erano stati messi a disposizione dei vari ministri dell’Interno, compreso Scalfaro. Il giallo si tinge di rosa ai vertici dell’esercito. Il generale Monticone si dimette dopo i piccanti racconti di Donatella De Rosa, che poco dopo diventa anche una star televisiva.

Muore a 73 anni il grande Federico Fellini, mentre chiedo la grazia per il terrorista rosso Prospero Gallinari che vado a trovare a Rebibbia, perché in condizione di salute gravissime. Prendo contatto anche con l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Cossiga lo incontro alla presentazione del libro dell’amico Gianni Cervetti “L’oro di Mosca” (9), col quale il parlamentare pidiessino racconta la verità sui fondi che arrivavano al Pci fino al 1976. Poi si cena insieme e Cossiga mi sollecita la necessità di fare qualcosa per Gallinari. Lui è convinto che si debba chiudere questa pagina degli anni di piombo che ha tormentato una fetta numerosa e non trascurabile di una generazione di giovani. E’ tormentato da questa esigenza, che rilancia continuamente come se volesse giustificare anche il comportamento di chi stava dall’altra parte della barricata. Lo capisco. E infatti una vera e propria guerra civile in Italia c’è stata e si è conclusa. Questi giovani hanno ammazzato e portato nel lutto e nella disperazione tante famiglie. Ma hanno pagato rovinandosi la vita. Si può fare qualcosa? Quando mi precipito con Marco Scarpati nel carcere di Rebibbia e mi imbatto in questi miei coetanei, mi sembra di trovarmi con persone civili, con vecchi amici. Loro hanno volti miti e parole sensate, sembrano bravi ragazzi. Mi viene in mente che hanno sparato e ucciso anche a freddo. Gallinari mi parla anche di calcio, si ricorda di Calloni, del Mirabello coi tubolari, di piazza del Monte dove finivano i cortei. Il suo compagno mi prende per il braccio e mi sussurra all’orecchio: “Fate qualcosa, sta morendo” (10). Gallinari otterrà poi la semilibertà. Morirà nel 2012.

Sarà per il mio rispetto delle prerogative parlamentari, ma soprattutto per la consapevolezza che il carcere preventivo usato in questo modo è illegale, ma proprio non me la sento di votare per l’arresto di De Lorenzo, che deve essere inquisito e processato come tutti. Così anche il voto su De Lorenzo (io e Pierluigi Castagnetti, che votiamo contro l’arresto, siamo accusati speciali) diviene una nuova fonte di polemiche e di accuse.

Quando poi Tangentopoli si trasforma in spettacolo televisivo, e cioè da fine settembre col processo Cusani, si ha netta l’impressione che i veri protagonisti, gli eroi della nostro psicodramma, siano proprio loro, Di Pietro in primis, i giudici milanesi con lui, che entrano nelle nostre case, come un “grande fratello” del futuro. E  a proposito dei fondi Sisde, Scalfaro esclama in diretta televisiva: “Io non ci sto” (11) e si difende attaccando. Solo lui, tra i ministri degli Interni, non avrebbe intascato i 100 milioni periodici del Sisde. Ormai il Parlamento è senza più legittimazione popolare, solo Pannella lo difende convocando i deputati alla mattina alle sette, immettendo nella sua iniziativa, come sua consuetudine, anche un elemento di sadismo. Anche De Benedetti è arrestato, ma solo per un giorno, mentre Giovanni Brusca, che azionò l’esplosivo a Capaci, viene fermato davvero.

Intanto alle elezioni di Milano, Roma, Napoli, Palermo, Genova, Venezia la sinistra vince ovunque quasi contro nessuno. A Roma si va al ballottaggio tra Rutelli e Fini e Berlusconi scende in campo con una dichiarazione a favore di Fini. Sta meditando se entrare nel gioco politico mentre tenta, invano, di convincere Martinazzoli e Segni ad allearsi con Bossi.

Il Psi nel polo progressista

All’assemblea del Psi c’è anche Craxi, il 16 dicembre. E chiede la parola, proprio mentre io presiedo (e lo cosa mi colpisce oltremodo) per contestare la richiesta di Del Turco dei pieni poteri. “Chi è, San Giuseppe?” (12), esclama. Alla fine Del Turco ottiene il 58% dei voti, ai craxiani solo il 42%. Cambia il simbolo (via il garofano e al suo posto la rosa del socialismo europeo) e il Psi si colloca nell’area progressista, visto che le elezioni col nuovo sistema maggioritario incombono. Craxi ottiene ben altro successo al processo Cusani, dov’è interrogato. Se la cava come un leader vero, rispondendo a tono alle domande di un Di Pietro in estrema difficoltà e piuttosto impacciato. Anche oggi si può registrare la logica e coerente impostazione delle sue risposte che sconfinano a  volte nell’ironica presa in giro. Quell’interrogatorio era stato preceduto da alcuni incontri tra lo stesso Craxi e Di Pietro sul tema del finanziamento alla politica.

Anche la Lega viene investita da Tangentopoli per i duecento milioni consegnati al “pirla Patelli” e per il 29 gennaio è fissata la Costituente socialista all’Eur che a questo punto è riservata solo alla maggioranza del Psi che intende collocarsi nell’area progressista. Quelle vacanze natalizie sono solo un momento per riordinare idee e per affrontare un 1994 che sarebbe stato ancora peggiore. Anzi definitivamente letale per il partito. Stona maledettamente quell’aggressione verbale a Ugo Intini, che si presenta in platea col suo pacifico e orgoglioso trend da socialista autonomista.

Tutto cambia attorno a noi. Non esiste più la Dc e nasce il Partito popolare, ma Casini fonda il Ccd, Fini, dal canto suo, lancia Alleanza nazionale e Fausto Bertinotti è segretario di Rifondazione comunista.

Poi la discesa in campo di Berlusconi col video diffuso in tivù. “L’Italia è il paese che amo” (13). D’Alema mi confessa che è una sorta di nuovo fascismo, sia pur in giacca e cravatta, anche se riconosce che i progressisti da soli non ce la faranno a governare il Paese e che serve un’intesa col centro di Martinazzoli e Segni (e anche Giuliano Amato). In quei mesi frequento spesso, oltre a Gianni Cervetti, che risulta poi anche lui inquisito per vicende milanesi (e non difeso dal suo partito), il deputato pidiessino parmigiano Renato Grilli e quello mantovano Massimo Chiaventi. Si cena insieme, si ride insieme (quando si può). Anche loro sono sotto torchio nel loro partito (come lo è Bertolini a Reggio) per la loro collocazione riformista e filo socialista. Rischiano di non essere ricandidati e non lo saranno. Non solo non vogliono i dirigenti socialisti, ma nemmeno i loro amici. E a proposito delle candidature succede di tutto. Vengono istituiti i tavoli progressisti, che fungono da giurie rivoluzionarie, con impietosi commissari pronti alla decapitazione e tricoteuses che urlano contro i politici di professione, soprattutto se socialisti. Apprendo su “La Repubblica” che i Verdi non mi vogliono candidare perché sarei favorevole alla variante di valico (da Bologna a Firenze), della quale non ho mai parlato. Boselli non può essere candidato secondo l’editto emesso dal segretario del Pds di Bologna perché è stato con Craxi fino al febbraio del 1993, il povero Albertini è sotto processo politico a Ferrara (alla fine sarà l’unico risparmiato in Emilia-Romagna), Franco Piro tenta di presentare una lista al Senato in Calabria, fuori Babbini, Ferrarini, Fabbri, Covatta. In Emilia Romagna il tavolo regionale, dove si era recato il segretario del Psi per proporre le candidature di Boselli, mia e di Albertini, boccia tutti e tre i candidati e candida proprio lui, che se ne esce affermando: “Se è per salvare il partito…” (14). Il segretario regionale Gherardi viene immediatamente commissariato dal segretario nazionale del Psi che poi, non trovando di meglio, si candida lui stesso a Bologna, mentre Boselli viene dirottato in provincia di Siena. E succede di tutto, succede anche a Reggio, e chi si reca al tavolo si esime dal sostenermi, anzi sostiene di non avermi neanche mai conosciuto. Insomma tolgo il disturbo quasi volentieri scrivendo una lettera di rinuncia a qualsiasi candidatura a Reggio, Bologna, altrove. In un collegio della provincia di Reggio viene presentato Fausto Vigevani, un socialista di sinistra della Cgil che approderà subito al Pds, come diversi di quei 15 deputati e 12 senatori socialisti eletti nei collegi uninominali e scelti generalmente dagli altri. La cosa che emergeva in assoluta chiarezza era la scelta dei Progressisti, e in particolare del Pds, di dare il colpo finale al Psi eliminando tutti i candidati che avessero un qualche livello di rappresentatività. Il caso che si presentò a Reggio ha dell’incredibile. Si poteva preservare una sorta di modello reggiano di socialismo (nessuno era invischiato in indagini giudiziarie) e per di più nella stragrande maggioranza dei comuni i socialisti amministravano con gli ex comunisti e così negli enti di secondo grado e negli altri organismi sociali ed economici. Si usò invece anche da noi un di più di giustizialismo politico, come se quell’occasione fosse la partita di ritorno del 1989: l’evoluzione del Pci che poteva uscire dalla stretta gola dell’unità socialista eliminando i socialisti. L’opportunità s’era materializzata. Il Psi era già finito, d’accordo, ma laddove ne restava qualche énclave, anche questa doveva essere sgominata, per evitare pericolosi colpi di coda. Bisognava seminarci sopra il sale, come dirà poco dopo il procuratore capo di Milano a proposito delle azioni di Mani pulite. E così fu.

Il dopo Psi

Il risultato del Psi con la rosa, collocato nell’alleanza progressista, è un disastro: solo il 2,1%. Il Psi è finito anche elettoralmente. E inizia una lunga storia di tentativi anche generosi, per riannodare le fila. Nessuno dei quali andrà a buon fine. Nel novembre del 1994 viene ufficialmente sciolto il vecchio Psi e nasce il Si con Enrico Boselli segretario, contemporaneamente sorgono il Psri con Fabrizio Cicchitto ed Enrico Manca e i Liberalsocialisti di Ugo Intini e Margherita Boniver. Il grosso dell’elettorato socialista preferisce Berlusconi e in tanti si schierano in prima fila con lui aderendo al nuovo partito di Forza Italia, che per il momento, però, non candida i vecchi deputati del Psi tranne il solo Maurizio Sacconi, senza neppure eleggerlo. Berlusconi vince le elezioni e governa fino al dicembre, poi è sostituito, dopo la crisi aperta da Bossi, da Lamberto Dini che nel 1996 porta il Paese a nuove elezioni, vinte dall’Ulivo di Prodi. In quella circostanza Intini vuole presentare una lista socialista per il Senato senza il consenso di Craxi, che ottiene qualche manciata di voti e nessun eletto. Intanto mi ritraggo dalla politica attiva per due anni. Non aderisco al Si e faccio dell’altro. Devo guadagnarmi uno stipendio per vivere perché sono troppo giovane per ottenere il vitalizio. Rientro in Provincia dove dirigo l’ufficio stampa per un anno, poi mi dedico alle televisioni, programmando e presentando cicli di musica lirica e di storia, scrivo alcuni libri, collaboro con testate giornalistiche, appronto testi per documentari. Rientro con Claudio Martelli e la sua associazione “Società aperta” solo nel 1997 (a Reggio, con Dino Felisetti, avevamo da poco costituito la Federazione dei socialisti reggiani, anche assieme al Si di Enzo Musi e Nando Odescalchi, dopo una festa al Parco Pertini che rimase in quegli anni l’unico centro di aggregazione socialista della provincia). Poi nel 1998 aderiamo tutti al nuovo Sdi, con Martelli, Intini, Boselli, Schietroma. Il partito si formò a Fiuggi nella primavera del 1998 e alle elezioni europee del 1999 presentò anche Martelli, che venne eletto nelle circoscrizione del Centro, e Bobo Craxi, col consenso di Bettino, che non venne invece eletto al Sud. Conseguì un deludente 2,1%, come il Psi di Del Turco nel 1994. E nel successivo congresso che si svolse l’anno seguente, sempre a Fiuggi, il vecchio Si si mostrò maggioritario ed egemone. La morte di Bettino Craxi, nel gennaio del 2000, rimise in moto un nuovo processo di aggregazione socialista. Il Ps di De  Michelis, la Lega dei socialisti di Bobo Craxi e Claudio Martelli (che si era recato ad Hammamet per i funerali, anch’io ero stato laggiù due volte,  dopo aver ripreso i contatti con Craxi poco prima della sua morte), Stefania Craxi, che poi si sfilerà, fondarono l’anno dopo il Nuovo Psi, che intendeva contrarre un patto elettorale, sia pur transitorio, con la Casa delle libertà, ritenendo l’area ulivista ancora giustizialista e non potabile e tentando, con la presentazione di un simbolo sul proporzionale, di sottrarre qualche punto a Forza Italia, dove s’erano rifugiati in quantità cospicua i voti socialisti. Il Nuovo Psi andò incontro a nuovi ostacoli, a veti imprevisti e insopportabili. De Michelis e Martelli vennero stoppati dallo stesso Berlusconi e il partito, così dimezzato ed umiliato, non ottenne più dell’1% alle elezioni del 2001, senza soldi, senza candidati rappresentativi, senza altro che non fosse la passione di qualche decina di migliaia di orgogliosi aderenti. Andarono assai meglio le elezioni europee del 2004 con il Nuovo Psi che ottenne il 2,1% (sempre lo stesso risultato, che condanna, però…). A Strasburgo finirono Gianni De Michelis e Alessandro Battilocchio. Lo Sdi s’era presentato con la lista “Uniti nell’Ulivo” (assieme ai Ds e alla Margherita). Anche a seguito di quel risultato, e soprattutto dopo la sconfitta della Casa delle libertà alle regionali del 2005, Stefano Caldoro divenne ministro, io sottosegretario, assieme a Nanni Ricevuto. Poi le elezioni del 2006, dopo nuove scissioni e separazioni e col Nuovo Psi ridotto al lumicino dopo un’inutile nuova mini scissione e nella necessità di presentare una lista assieme alla Dc di Rotondi. La lista elesse quattro parlamentari (due socialisti) e altri sei sotto il simbolo di Forza Italia (due socialisti, Chiara Moroni e Nanni Ricevuto, che poi aderirono subito al partito che li aveva candidati). Venni eletto anch’io nel collegio di “Piemonte due”, assieme a Lucio Barani in Toscana, e la cosa mi riempì di soddisfazione perché ero l’unico parlamentare socialista che rientrava alla Camera dopo dodici anni con lo stesso simbolo, il garofano rosso, col quale ne era uscito. La Rosa nel pugno, ottima soluzione elettorale, ma anche politica, nella quale si era collocato lo Sdi di Boselli, alleato coi radicali, otteneva il 2,7%. Un po’ meno di quel che aveva previsto. Ma riuscì a formare un gruppo autonomo alla Camera (anche il Nuovo Psi-Dc venne riconosciuto come tale), mentre al Senato la sua assenza sarà determinante nella caduta di Prodi dopo due anni. Poi l’adesione alla Costituente socialista da parte della supposta maggioranza del Nuovo Psi del quale ero divenuto segretario nazionale (si chiamava allora solo Partito socialista e aveva il garofano come simbolo) e la mia iscrizione al gruppo parlamentare della Rosa nel pugno, mentre Lucio Barani e Stefano Caldoro preferirono entrare nel nuovo Pdl. Sapevamo che era una sfida difficile. Per quanto mi riguarda avevo raccomandato a Boselli di svolgere non una costituente socialista, ma una costituente liberalsocialista che preservasse la Rosa nel pugno, che invece i socialisti dello Sdi vollero mandare in frantumi anche come gruppo parlamentare. La suggestione che Angius, Spini e gli altri che provenivano dai Ds, e che avevano invece imposto una costituente solo socialista, potessero fare la differenza, si rivelò sbagliata. E così alle elezioni del 2008 il Partito socialista, uscito dal cantiere della Costituente, andò incontro a un nuovo disastro collocandosi addirittura sotto l’1%. Il risultato era anche figlio della scelta del segretario del Pd Veltroni che aveva preferito apparentare Di Pietro al Partito socialista, una nuova inaccettabile umiliazione. Il resto è cronaca. Dopo quasi vent’anni di attraversata nel deserto senza arrivare all’approdo, dopo un lungo viaggio, a volte contraddittorio e anche frammentario, dominato, a seconda del periodo, dalla priorità di preservare qualche manciata di parlamentari o da quella di affermare un’identità perduta, si deve prendere atto che la nostra sfida si è scontrata con ostacoli insormontabili, oltre che con errori personali neppure decisivi. Ci ha tagliato la strada una dose alta di prevenzione nei confronti dei socialisti che non è ancora scomparsa, neppure vent’anni dopo, la mancanza di un vero leader dopo Craxi e Martelli, capace di parlare anche al cuore dei socialisti e non solo alla loro testa, ma soprattutto un sistema elettorale che alimenta un quadro politico non identitario, fondato sulla contrapposizione di coalizioni di partiti il cui unico comun denominatore è quello di puntare a vincere. In questo sistema era difficile, anzi impossibile, che potesse rinascere in termini sufficientemente accettabili proprio l’identità socialista, e non quella liberale, democristiana, comunista, che pure restano fortemente compresse o almeno disarticolate e frantumate in diversi corpi politici. Adesso che la cosiddetta seconda Repubblica, mai nata, pare alla fine, che finalmente si redige il bilancio di fallimento di questo quarto di secolo davvero disastroso per l’Italia, che ha aumentato il suo debito pubblico, non ha prodotto crescita, ha dilatato l’area della disoccupazione e del precariato giovanile, ha fortemente indebolito la democrazia, creando un Parlamento di nominati, consigli regionali anch’essi in parte bloccati grazie ai cosiddetti listini, ha concepito giunte regionali, provinciali e comunali designate dai presidenti e dai sindaci e non elette dai consigli, ha creato consigli senza alcun potere, che sono indotti a dimettersi qualora il solo sindaco o presidente sia costretto a lasciare, adesso che si pensa di abolire le province e le circoscrizioni perché costano troppo e si vuole  adottare un modello istituzionale puntando solo sul minor costo e non anche sulla maggiore partecipazione, adesso che fine farà la democrazia italiana? E legare il rilancio della democrazia al rilancio della politica e a quello della politica il rilancio di identità storiche che sono presenti e vive in tutti i paesi europei tranne in Italia, è ancora impossibile? Diciamo la verità: di tutto c’è bisogno in Italia meno che di un impossibile ritorno al passato. I tanti nuovi problemi, la globalizzazione e le sue conseguenze, la rivoluzione tecnologica, informatica, telematica, la velocità dei processi formativi e informativi, proiettano nuove problematiche che i partiti del passato non avevano neppure immaginato. La partitocrazia che noi abbiamo conosciuto è davvero finita per sempre, con i costi impazziti, sedi faraoniche, tesseramenti sovietici, lentezze burocratiche, abusive occupazioni delle istituzioni (che peraltro sono tutt’ora, anzi ora più che mai, occupate). Il sistema italiano, e non quello europeo, è entrato in crisi e poi andato in default anche perché, in questo, era davvero anomalo. Quel che non può essersi esaurita è la passione per la politica, quella alta, quella basata sul confronto e l’affermazione di valori e di progetti di società. E’ questo, non la partitocrazia, che manca oggi all’Italia. In questo senso devono rinascere le identità, a mio avviso riagganciate e non slegate alla storia del Novecento italiano e al presente dell’Europa. Perché i partiti senza storia non hanno la possibilità di suscitare emozione, coinvolgimento, spirito di militanza. E quella socialista, riformista, liberale potrebbe produrre ancora un futuro migliore. E poi perché oggi più che mai si rivela indispensabile costruire l’Europa politica e non solo quella dell’euro, delle banche e dei mercati e nell’Europa di domani si dovranno unire in grandi famiglie, compresa naturalmente quella socialista, laburista, socialdemocratica, anche i partiti italiani. Inutile ricordare che la crisi delle identità politiche investe anche questi partiti e che i populismi, frutto dell’austerity, della immigrazione, del terrorismo, i tre fenomeni che ci hanno colpito nel corso di questo venticinquennio, sono ovunque all’attacco. Anche storia del socialismo reggiano, una storia di un avamposto di provincia, ma sempre collegata ai grandi fatti nazionali e internazionali, una storia che vi ha anche inciso con modelli, idee, suggerimenti, personalità, pensiamo alla figura di Camillo Prampolini, al suo socialismo evangelico e pragmatico, ha forse ancora qualcosa da insegnare e non penso che debba rimanere senza eredi, al pari di quella nazionale. E non è per amore di campanilismo che azzardo di affermare: anche di più. Ma la cosa assurda è che ora, tranne noi, piccolo partito di profughi in perenne attesa di qualche improvviso naufragio capace di condurci in un’isola felice, questa storia non ha eredi. Ma solo vaghi e contraddittori pretendenti. E rischia, ogni giorno che passa, di essere addirittura cancellata. La storia la scrivono i vincitori e i socialisti italiani, che hanno visto giusto dal 1956 in poi, sono paradossalmente risultati sconfitti. Resta un buco nello stomaco per chi è obbligato oggi a osservare il recupero delle storie comunista e democristiana, loro sì soprattutto incastrate nel corpo del nuovo Pd. Oggi sono state riprese e rilanciate le vecchie testate e l’Unità e le sue feste la fanno da padrone in tutta Italia, mentre Berlinguer assurge a punto di riferimento ideale al pari di Aldo Moro. Così, mentre ai leader del Pci e della Dc sono intestate vie e piazze, al leader del Psi, tranne casi isolati, è negato anche l’onore. Ma anche il filone riformista, da Turati, a Rosselli, a Saragat a Nenni viene oggi generalmente oscurato. E solo Sandro Pertini ottiene generali riconoscimenti in quanto antifascista e poi presidente degli italiani, più che non come dirigente socialista. Intendiamoci. Nessuno pensa oggi alla rinascita del vecchio Psi, ma se Pci e Dc oggi hanno eredi nella cosiddetta seconda repubblica, quel che è mancato è l’erede del Psi. Un nucleo politico in cui preservare e valorizzare una tradizione e capace di elaborare nuovi progetti per il futuro. Non c’è una casa oggi, al di fuori del nostro piccolo appartamento, per i socialisti italiani. Non c’è. E questo domanda del 2016 rimanda a quella di 25 anni fa. Dobbiamo rassegnarci?

Note
1)    Non resta che Spini, in il Resto del Carlino,12 febbraio 1993.
2)    Ricordo dell’autore.
3)    M. Del Bue, Democrazia e violenza, in Avanti,3 aprile 1993.
4)    Ricordo dell’autore.
5)    Del Turco vince e annulla il congresso, in Gazzetta di Reggio, 22 luglio 1993.
6)    Ricordo dell’autore.
7)    Ibidem.
8)    M. Del Bue, Non uccidete i diritti umani, in Gazzetta di Reggio, 22 luglio 1993.
9)    G. Cervetti, L’oro di Mosca, Milano 1993.
10)  Ricordo dell’autore.
11) Si tratta della dichiarazione in diretta a televisioni unificate del presidente della Repubblica del 3 marzo 1993.

12) Ricordo dell’autore.

13) Berlusconi registra il 26 gennaio 1994 il suo discorso col quale annuncia la sua discesa in campo.

14) Ricordo dell’autore.

Luci e ombre del Def

Restiamo al 2% nel rapporto tra deficit e Pil come sancito dall’Ue, ma puntiamo a raggiungere il 2,4 per le emergenze degli immigrati e il terremoto e relativo piano casa. Non è esattamente quel che Renzi aveva gettato sul piatto delle trattative con l’Europa e cioè raggiungere il 2,4 tenendo fuori pacco immigrati e terremoto. Ma è certo superiore sia pur di poco a quell’1,8 previsto. Anche la crescita è corretta al ribasso. Dall’1,4 scende all’1% e gli economisti la ritengono stima eccessiva. De Benedetti, nella sua recente intervista al Corriere, e la stessa opinione la esprime sul Carlino di oggi Giorgio La Malfa, parla di misure insufficienti, di un paese che non uscirà dal tunnel della deflazione e della disoccupazioe se non taglierà corposamente il costo del lavoro e contemporanemente non recupererà risorse da tassazioni sugli immobili (che è il contrario di quel che il governo ha fatto abolendo l’Imu sulla prima casa). Parlare è però assai più facile che fare. Esistono vincoli e ostacoli difficili da superare.

Qualcuno annota che mentre noi cresciamo di un nulla la Spagna cresce del 5%. Ma la Spagna, che è senza governo da un anno, ha diminuito la spesa pubblica di quattro-cinque punti, sopporta una disoccupazione che è il doppio di quella italiana e ha un debito pubblico inferiore rispettto all’Italia. Possiamo noi permetterci la stessa cura da cavallo e possiamo noi superare come ha fatto la Spagna il vincolo europeo nel rapporto deficit Pil? Come reagirebbe la finanza internazionale a questo evento? A che percentuale di rendimento dovremmo vendere i nostri titoli? Eppure la concatenazione di provvedimenti di taglio effettivo di spesa pubblica improduttiva (è certo la cosa più complicata), di una sorta di patrimoniale sugli immobili e non sui redditi, di un forte taglio del costo del lavoro che permetta alle imprese di investire e ai lavoratori di avere più soldi da spendere, di un piano di opere pubbliche che ci consenta di fuoriuscire per due anni dal vincolo europeo, permettere a Pil di attestarsi attorno al 2 % e alla disoccupazione di scivolare al 9, è obiettivamente la strategia su cui orientare le nostre scelte. Senza tentennare su investimenti utili che vengono dall’estero come le Olimpiadi ormai perse, il Ponte sullo stretto che per primi i socialisti hanno sostenuto, la Torino-Lione che pare bloccata. A volte l’Italia sembra un paese in preda all’ansia, che si chiude in se stessa, che non comprende il bisogno di sfidare la modernità.

Per adesso il governo resta su una base di maggiore prudenza. Però non si possono sottovalutare alcuni provvedimenti di forte impatto sociale. Innanzitutto l’accordo governo-sindacati sulla previdenza coi capitoli dell’anticipo volontario (chi è sotto i 1300 euro non ci perde nulla e al massimo il taglio sarà del 20 per cento) e sull’aumento delle pensioni minime (non ci sarà il raddoppio delle quattordicesime, ma un aumento tra il 25 e il 30 per cento). E questo è certo stato uno degli obiettivi lanciati dal nostro partito. Poi da richiamare il calo della pressione fiscale, che sommata agli 80 euro e alle diverse riduzioni d’imposta dovrebbe essere portata al 42,1 per cento. Per le imprese l’Ires scenderà dal 27,5 al 24 per cento. Altre importanti misure sono previste a sostegno delle fasce piu deboli mentre dopo anni vengono stanziati soldi per gli statali e dopo sei anni si provvederà al rinnovo dei contratto del pubblico impiego.

Quel che non funziona ancora è la modulazione del debito che continua a salire attestandosi al 132,8 nel 2016, mentre la disoccupazione sarà dell’11,5 nel 2016 prevedendo una discesa al 10,8 nel 2017 e al 10,3 nel 2017. Dati reali e non opinabili? Con questi numeri risulta evidente come la questione centrale della nostra economia sia la bassa crescita e il mancato taglio della spesa. Solo aumentando il Pil si riuscirà a far discendere la percentuale del debito che è sempre in suo rapporto. Ma sarebbe altresì ipocrita non considerare che il vero neo della politica economica del governo è la mancata spending review che ha già consumato troppi commissari. Prendiamo dunque atto delle luci di questo Def, e delle ombre che restano su una strategia ancora troppo debole per influire davvero nella crisi italiana.

Ma che sia matta?

Lasciamo perdere tutto il resto. Lasciamo perdere il caso di un assessore che non c’è più, di un altro nominato e poi decaduto, di un altro ancora che ha rifiutato, di tre capi di gabinetto svaniti e di un posto tuttora vacante, di un assessore indagato, e non si capisce se confermato o meno, di due aziende senza vertici compreso quello appena nominato, di un direttorio che a metà le fa la guerra con un esponente politico di primo piano che la sconfessa sui giornali. Lasciamo perdere anche se tutto questo è accaduto nei primi cento giorni. E lasciamo perdere le sole 30 delibere di giunta, il minimo storico anche rispetto a Marino e ad Alemanno. E concentriamoci sulla dichiarazione apparsa oggi sulla stampa del sindaco di Roma Virginia Raggi.

Afferma testualmente la Raggi: “Abbiamo detto di no alle Olimpiadi non per la corruzione, ma per i costi eccessivi che avremmo dovuto fronteggiare”. Aveva detto esattamente il contrario il 7 marzo del 2015. Riprendiamo la sua dichiarazione: “Dal momento in cui la candidatura alle Olimpiadi è stata presentata noi ci siamo scagliati contro, non perché siamo contro lo sport, ma perché da sempre le Olimpiadi hanno rappresentato terreno fertile per la corruzione”. Prendiamo atto che ha cambiato idea. Dunque il problema sono i costi. Peccato che al comune di Roma non fosse richiesto nemmeno un euro e che le risorse fossero a carico del Cio (1,7 miliardi che andranno altrove), del governo (800 milioni l’anno per dieci anni), degli sponsor e dei privati.

Roma avrebbe avuto solo il vantaggio di usufruire di tanti investimenti. Avrebbe avuto l’occasione di creare nuova occupazione e di alzare il nostro debole Pil. Ma le cose non si fermano qui. La Raggi afferma infatti, contrapponendo impianti comunali sportivi di base e grandi impianti, che la sua priorità resta quella di sistemare i tanti campi comunali che oggi non sono a norma. Proprio quelli che il piano Malagò aveva compreso come beneficiari delle risorse olimpiche. Dunque la Raggi rifiuta i soldi delle Olimpiadi perché vuole fare coi soldi suoi, che non ha, quello che le Olimpiadi le avrebbero assicurato. Un mistero che si tinge di ridicolo e di assurdo. Festeggiano Parigi e Los Angeles pronti a gareggiare per le Olimpiadi del 2024 e assicurarseli per la terza volta, mentre Roma toglie il disturbo perchè non se la sente di organizzarli per la seconda. Ognuno ha quel che si merita. Ma secondo me siamo oggi alla pura follia….

Di Pietro ancora con le mani nel sacco

Il tribunale di Roma ha condannato Antonio Di Pietro a riconsegnare più di due milioni di rimborsi elettorali al movimento “Il cantiere” di Giulietto Chiesa e di Achille Occhetto, che alle europee del 2004 aveva presentato una lista assieme al partito dell’ex piemme di Milano. Di Pietro non ha voluto dividere i soldi e li ha incassati, circa 5 milioni, come Associazione Italia dei valori composta da lui stesso, sua moglie e Silvana Mura, dunque controllata dalla sua famiglia. I due, defraudati della loro parte, si sono da anni rivolti ai tribunali e quello di Roma ha dato loro ragione. Chi di tribunale ferisce di tribunale perisce. Dopo la denuncia della Gabanelli che ha dimostrato l’esistenza di un ricco patrimonio di immobili intestati alla stessa associazione della Di Pietro end company, ecco l’ultima novità. Il leader di Mani pulite è finito con le mani nel sacco…. Aveva sottratto due milioni agli amici.

Un comico al potere

Dario Fo nell’appoggiare Beppe Grillo deve aver pensato un po’ anche a se stesso. Come, se un attore comico può vincere le elezioni allora un sottile e arguto attore che ha appassionato i giovani di una generazione, non solo contestando ma irridendo il vecchio potere, e per di più insignito del Nobel, dove avrebbe potuto arrivare? Fo rimase al suo posto, Grillo no. L’epoca di Fo era quella dei partiti e delle ideologie, quella di Grillo del più totale sbandamento. Magari Grillo, se vincesse davvero le elezioni, potrebbe perfino ricandidare Fo, a scapito della sua età, al Quirinale. Due attori nel dramma dell’Italia buffa e tragica.

Quel che appare evidente dalla convention sicula è che Grillo è e farà il capo, che Di Maio e Di Battista restano i suoi vice che però dipendono da lui, che la Casaleggio associati, un’azienda privata nelle mani del figlio di Gianroberto, Davide, è il contenitore che fornisce non solo dati, ma regole e principi, a un movimento politico. Pensiamo al triste evento di una vittoria grillina grazie all’Italicum a due turni. Ma che stupidi tutti quanti. Il Pd vuole una legge che secondo tutti i sondaggi favorirebbe i Cinque stelle, i quali invece propendono per un proporzionale che li farebbe perdere. Non è la prima volta che succede. La sinistra optò per il Mattarellum e vinse Berlusconi, il centro-destra per il Porcellum e vinse Prodi. Bisognerebbe stabilire che non si possono varare leggi nè che favoriscano, nè che demoliscano chi le propone, con evidente propensione al suicidio.

Resta il fatto che se il Movimento Cinque stelle, grazie al ballottaggio, e anche solo col 25 per cento dei voti al primo turno, vincesse le elezioni, o il presidente del Consiglio sarà Grillo detto Beppe o sarà uno dei suoi due vice che da lui prenderà ordini. In Italia avremo per la prima volta un super presidente del Consiglio, una figura esterna anche al Parlamento, dove Grillo non può essere eletto per le vicende note, al quale il governo si rivolgerà come alla vergine di Medjugorjie o all’oracolo di Delfo per avere indicazioni o suggerimenti, quando non vere e proprie sentenze. Sarebbe un fatto nuovo e nell’anomalia italiana ricoprirebbe certo un posto di assoluto privilegio.

Ma non finirebbe qui. Si è parlato tanto di conflitto di interessi di Berlusconi, ad un tempo presidente del Consiglio e proprietario di mezzi di informazione. Che dire del grillismo che dipende da un’azienda privata che dispone della proprietà dei motori di ricerca e dei siti di un movimento costruito sul web, nonchè dell’elenco dei suoi aderenti, dei quali stabilisce il gradimemto o meno. Come commentare il conflitto tra le due associazioni di Grillo e Casaleggio, secondo il libro di Biondo e Canestrari, a proposito della disponibilta del portale Rousseau che Gianroberto ha lasciato in eredità al figlio Davide e della quale quest’ultimo è presidente? Noi avremmo un presidente del consiglio e un suo superiore dal quale dovrebbe prendere ordini e in piû una associazione privata che ne condizionerebbe ogni atto. E nella quale l’interesse privato è strettamente legato a quello politico. Un passo avanti, non c’è dubbio, per la trasparenza e l’onestà, per la libertà e la democrazia…

Il 1992 socialista diario di Mauro Del Bue

Il Crollo
quarta puntata

craxi-e-amato

Il complotto e la rivoluzione fallita
Mentre anche a Reggio avevo lanciato (per tutta l’Emilia-Romagna) l’idea di un laboratorio comune tra Psi e Pds alla luce di una consolidata tradizione comune e per questo venni duramente redarguito da qualche dirigente provinciale del mio partito, a Roma sostenni l’iniziativa di “Sinistra di governo” composta dai riformisti del Pds, ma anche da Claudio Petruccioli e Massimo Luciano Salvadori e da Signorile, Formica, Manca, Aniasi, Raffaelli, Spini, en attendant Martelli. Anzi mi trovai stretto tra l’attesa di Martelli, col quale parlavo ogni giorno, e le pressioni di Manca e Formica.

Votiamo convinti a favore di Giorgio Napolitano che sostituisce Scalfaro alla presidenza della Camera e nel Psi nasce un’area critica nei confronti dell’immobilismo di Craxi, anche se forse nacque nel momento sbagliato. Era difficile che una posizione critica nei confronti di Craxi potesse sorgere prima delle elezioni. Nessuno aveva il coraggio di rischiare la candidatura. Bisognava tuttavia farla nascere nel 1989. Dopo le elezioni la contestazione affiorò quando era tardi e mentre il Psi, e Craxi in particolare, erano oggetti di una forte incursione politico-giudiziaria. Tale contestazione finì tuttavia proprio nel momento in cui Craxi venne raggiunto dal primo avviso di garanzia. Dunque durò praticamente dall’estate al dicembre del 1992.

Non capivo perché Craxi non si fosse dimesso. Perché non avesse lui stesso favorito il rinnovamento. Perché non avesse accettato la presidenza del partito con Martelli segretario. Una soluzione che avrebbe dato l’immagine di un partito capace di rinnovarsi e di mantenere la sua unità. In fondo sedici anni non erano pochi. Mai nessuno nel Psi aveva saputo resistere tanto, neppure Nenni. Perché, dopo un mezzo insuccesso elettorale e mentre il mondo intorno a noi cambiava così velocemente, Craxi non sentiva l’esigenza di lanciare una nuova sfida affidandosi un altro compito? C’era la questione della presidenza del Consiglio e va bene. Ma una volta nominato Amato perché Craxi non aveva favorito il rinnovamento? In fondo avevo pensato a Craxi come a un generale della vittoria e mi era difficile vederlo nel ruolo di colui che si difende a stento, senza argomenti, con un Psi ormai all’angolo. Pensavo francamente che avrebbe anticipato lui il suo tramonto. Mi ero sbagliato. Era difficile, maledettamente complicato, iniziare una lotta interna contro Craxi. Non era neppure giusto per tutto quello che il nostro leader aveva rappresentato per noi, per la nostra vita, per i nostri successi, per la soddisfazione delle nostre ambizioni.

Eppure Craxi, che era stato il valore aggiunto del Psi per tanti anni, non poteva diventare un problema, trasformarsi da colui che aveva rilanciato un partito che sembrava morto nel 1976 a colui che adesso contribuiva al suo inesorabile declino. E non accorgersene, non volersene accorgere, era anche peggio. Personalmente ero quotidianamente investito da una duplice esigenza, che diventava contrasto insanabile, anche di coscienza. Come preservare Craxi e la lealtà doverosa verso di lui e come contribuire a rinnovare un partito che non aveva colto il senso del cambiamento epocale che avevamo vissuto negli ultimi tre anni, e che sentivamo appesantito, privo di idee e che rischiava di finire all’angolo del gioco politico. Anzi mi ero convinto, e lo dichiarai in più occasioni, che il Psi stava finendo da solo senza un immediato e anche traumatico processo di rinnovamento, non solo di uomini, ma di idee, di linea politica, di programmi. E a chi mi diceva che bisognava restare uniti se no il Psi rischiava di finire, ribattevo che il Psi rischiava di finire davvero se non si rinnovava. Voleva l’unità socialista e continuava a governare insieme alla Dc, voleva la grande riforma e aveva assegnato ad altri il timone del cambiamento istituzionale, voleva il rinnovamento della politica e non riusciva a rinnovare se stesso. Sbatteva la testa contro il muro e continuava ad incolpare il muro. Per molti di noi questo contrasto diventava un dramma e certo per me lo fu. E l’incertezza di Martelli, il suo timido e spesso compresso dissenso che non si trasformava ancora in un vero e proprio conflitto politico aperto, lo testimoniava.

Tutto mi sembrava tremendamente appesantito, invecchiato, ammuffito. I deputati del Psi che si stringevano ancora acriticamente attorno a Craxi come a un timoniere infallibile senza avvertire che stava affondando la nave, lo stesso Craxi che non sopportava il dissenso interno e cercava di soffocarlo in ogni modo e non si accorgeva che stava soffocando lui e tutto il Psi. Forse nessuno mostrò allora la lucidità necessaria. Nessuno capì il dramma incipiente. Ma anche se qualcuno avesse intuito quel che stava preparandosi, credo che sarebbe cambiato molto poco. E anche se non ci fosse stato dissenso interno non sarebbe cambiato assolutamente nulla. Il destino era già segnato. E forse anch’io sbagliai, noi tutti che assumemmo quell’iniziativa di lotta interna, a pensare che il partito si potesse ancora salvare.

La magistratura aveva dichiarato guerra con l’appoggio del sistema dell’informazione e col consenso (indotto o no poco importa) della stragrande maggioranza del popolo italiano.

Fu complotto? Fu anche complotto. Come spiegare innanzitutto l’improvviso cambiamento di linea della magistratura nei confronti della politica? Prima assolutamente passiva e accondiscendente e poi aggressiva e demolitrice. E come spiegare la linea d’intervento giudiziario che piano piano si rivelò assolutamente a senso unico contro i partiti di governo evitando completamente di intralciare quelli di opposizione, sfiorandoli appena? D’altronde la stessa natura di un pool che dava indicazioni o veri propri ordini alle procure di mezza Italia era di per sé un fatto politico, una fonte di iniziativa e di coordinamento, che implicava discussioni su comportamenti e linee di intervento. Un partito-pool, nel quale come confessò candidamente Gerardo D’Ambrosio, c’era anche una destra, Tiziana Parenti, oltre che evidentemente un centro e una sinistra. Fu anche complotto, ma non solo.

Fu anche rivoluzione. Cioè la posizione assunta dalla magistratura rispecchiava un’ansia autentica di cambiamento che da qualche anno ormai s’era affacciata nel ventre del Paese a seguito della caduta del comunismo che aveva azzerato non solo i vecchi contrasti, ma anche le tradizionali adesioni. E assieme alla caduta dei muri e dei veti s’era affacciata anche un’esigenza reale di carattere economico da parte dei ceti produttivi del Nord che non sopportavano più, assieme al peso di un fisco che si faceva sempre più pesante, anche l’idea di uno Stato spendaccione e di un sistema politico in larga parte da mantenere. Fu anche rivoluzione, anche se, secondo me (e credo ormai secondo tutti) fu rivoluzione fallita, completamente fallita, perché non ci sarà questione sulla quale la cosiddetta seconda repubblica nata da Tangentopoli potrà essere giudicata migliore della prima. Fu ad un tempo complotto e rivoluzione fallita. Ma fu anche, per i più, la scoperta di un sistema corruttivo che andava oltre le previsioni e che spesso mischiava la ragion politica con la ragion personale. Così ad ogni rivelazione scattava l’indignazione e l’irritazione per una politica corrotta. L’operazione non riuscirà, a tal punto che da quel bisogno anche autentico di cambiamento e di moralizzazione germoglierà una politica assai peggiore, una morale ancor più mortificante e una democrazia ben più monocratica. A tal punto che l’opinione pubblica oggi, e son passati  venticinque anni dall’esplosione di Tangentopoli, assume nei confronti del sistema politico una posizione ancor più negativa e aggressiva di quella che non assunse allora.

Amato presidente del Consiglio, i corsivi di Craxi
Tornando ad allora pensai che qualcosa bisognasse fare. E per quanto mi riguarda presentai, tra giugno e luglio, due proposte di legge. Una sulla riforma dei partiti e sul loro finanziamento (statuti obbligatori, incompatibilità, obbligo di rappresentanza delle minoranze, divieto per i segretari amministrativi di avere incarichi elettivi, distacco non retribuito per i dipendenti pubblici eletti, possibilità di donazioni ai partiti deducibili, limite di 100 milioni delle spese elettorali e altro), l’altra sugli appalti (istituzione di un organo centrale di controllo e di indirizzo sui grandi appalti, limitazione alle trattative private, commissioni composte mediante sorteggio e altro ancora).

Mentre di tutto questo si parlava Giuliano Amato è presidente del Consiglio. Craxi aveva affidato a Scalfaro un tris di nomi (Amato, De Michelis e Martelli) precisando che i designati non erano solo in ordine alfabetico. Martelli era accusato di avere sponsorizzato la sua candidatura assieme a Vincenzo Scotti (come suo vice) dal presidente della Repubblica, anche se gli interessati hanno sempre smentito.

Amato è presidente del Consiglio di un quadripartito (Dc-Psi-Psdi-Pli), con Pri, Pds, Verdi e Msi all’opposizione. Martelli resta alla Giustizia, Franco Reviglio è al Bilancio, Carmelo Conte alle Aree urbane, Carlo Ripa di Meana all’Ambiente, Margherita Boniver al Turismo e spettacolo. L’indipendente Alberto Ronchey, su segnalazione del Psi, è ai Beni culturali. Per il Psdi Ferdinando Facchiano è alla Protezione civile e Maurizio Pagani alle Poste.

La Cecoslovacchia si divide in due e anche il Psi ci prova. Craxi lancia un breve documento per raccogliere le firme dei parlamentari. Vuole sapere quanti stanno con lui. Formica si oppone e non lo firma e neppure Manca e Signorile. Anch’io mi rifiuto di farlo. Sto con Craxi per ciò che riguarda gli attacchi ingiusti della magistratura e di firme, precisai, su questa questione gliene avrei regalate due, ma non sto con Craxi quando pretende di iniziare un confronto politico interno con una firma. Le firme alla fine saranno 125 su 153.

Il 3 luglio Craxi vuole parlare alla Camera sul tema del finanziamento irregolare e illegale ai partiti. Lo fa con un certo puntiglio e afferma: “Se gran parte di questa materia deve essere considerata materia puramente criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale” (1). La Lega applaude ironicamente, ma anche in assenso all’affermazione ritenuta dall’oratore paradossale.

Anche Gianni De Michelis viene raggiunto da un avviso di garanzia, mentre viene arrestato Salvatore Ligresti, inquisiti l’ex vice segretario Dc Silvio Lega e il deputato Bruno Tabacci. Ormai in aula non si parla e non si vota su altro. Le richieste di autorizzazione a procedere non si contano. C’è anche chi vuole procedere contro alcuni deputati per voto di scambio, un reato che in campagna elettorale risulta difficile non aver commesso. E in prima fila s’avanzano nuovi personaggi. Non solo Orlando e Dalla Chiesa, ma anche il giovane napoletano Pecoraro Scanio e il siciliano Rino Piscitello. Tutti votati alla guerra santa contro i deputati inquisiti e inquisibili. Alla categoria degli inquisibili appartenevamo tutti. Più tardi anch’io sarò definito da un giornale locale come un deputato socialista “uscito, per ora, pulito dalla tempesta di Tangentopoli“ (2). Con quel “per ora” appiccicatomi addosso come un destino inesorabile che attendeva tutti i socialisti, dunque anche me.

La Lega prepara il suo cappio. Nella annuale festa di Cuore, che si svolge a Montecchio, i cinquemila ritmano “chi non salta socialista è” (3). Nello stesso giorno però l’associazione riformista Valdo Magnani riunisce i pidiessini e i socialisti e tra loro ci sono Luciano Guerzoni, Massimo Luciano Salvadori e Rino Formica. Oltre a Vincenzo Bertolini partecipano anche Ivanna Rossi e Otello Montanari (4). E c’è anche il segretario del Pds Lino Zanichelli.

A Palermo, dopo Falcone, viene assassinato anche Paolo Borsellino assieme a cinque agenti di scorta. Si apre un cratere nel cuore della città e attorno curiosi e nuovi, e anche improvvisati, adepti della guerra alla mafia. Ormai non c’è più distinzione. La lotta alla mafia e alla corruzione politica sono tutt’uno. Craxi cerca di sfidare il mondo e alla Direzione di inizio agosto nomina De Michelis, appena raggiunto da avviso di garanzia, vice segretario del partito e compone una segreteria con soli uomini fidati. In tanti pensano che la mia esclusione sia un esplicito fendente a Martelli. Me lo confessano i giornalisti Minzolini, Maria Teresa Meli e Aldo Cazzullo poco dopo. La verità è che nessuno mi aveva proposto di entrare in segreteria. Nel mio intervento avevo peraltro esplicitamente dichiarato la mia “sentita solidarietà al segretario del partito, per la campagna aggressiva e ingiusta a cui è stato sottoposto” (5). E anche il pieno sostegno al presidente del Consiglio. Avevo poi toccato la questione della legge elettorale sostenendo: “Il vecchio sistema sta crollando perché dopo il 1989 non ha più giustificazioni politiche. E’ saltata la dialettica fondata sul contrasto comunismo-anticomunismo. Quella fondata sul contrasto tra riformisti e conservatori tarda a nascere per egoismo e cecità. La legge elettorale è uno strumento, ma anche un stimolo e un incentivo per favorire processi di aggregazione” (6). Il 18 agosto, poi, in occasione del centenario (il Partito dei lavoratori venne fondato a Genova nelle giornate di ferragosto del 1892), la “Gazzetta di Reggio” volle pubblicare un mio lungo articolo per ricordare il congresso fondativo.

E mentre ci godiamo (per modo di dire, vista la situazione del partito) le vacanze, arrivano i corsivi di Craxi su Di Pietro pubblicati dall’Avanti, quel che Formica definirà il poker. Per quanto mi riguarda “manifesto le mie riserve e una viva preoccupazione” (7) se le prove contro Di Pietro son quelle esposte dai corsivi. Mi sento fortemente preoccupato per il futuro del partito, che vedo dissolversi sotto i nostri occhi, brancolare nel buio, reagire in modo sbagliato all’offensiva della magistratura. Senza perizia, senza buon senso, con crociate stile armata Brancaleone. Non si può andare alla guerra con le cerbottane. Bisognerebbe separare il marcio che c’è nella politica dal buono, e questo anche nel Psi. Non si può difendere tutto. E difendendo tutto si rischia di gettare a mare tutto. Nel Psi, anche a Reggio, succede. Da un lato alcuni difendono a spada tratta Craxi, dall’altro c’è anche chi si schiera addirittura dalla parte di Di Pietro come il vice segretario Marcello Stecco che propone una marcia in suo favore e il segretario dei giovani socialisti Davide Vasconi che fa pubblicare un manifesto favorevole al piemme milanese. Alcuni socialisti doc (Dino Felisetti, Sergio Masini, Angiolino Brozzi e William Reverberi) promuovono la cosiddetta “marcia degli onesti”, che si trasforma in una manifestazione da tenere al parco Pertini di Cavriago. A livello nazionale Ruffolo sostiene che è una brutta pagina per il Psi e Signorile vede il partito “chiuso in un angolo come un pugile suonato” (8).

Con Martelli e Rinnovamento
Martelli é negli Usa, mentre da Roma chiedo di svolgere un congresso straordinario, e afferma che parlerà quando tornerà in Italia. Poi, come un fulmine in un cielo in tempesta, leggo sui giornali il disperato, tragico gesto di Sergio Moroni che si toglie la vita sparandosi alla gola, dopo l’inizio di procedimenti giudiziari nei suoi confronti e dopo che s’era sentito isolato e attaccato anche dai compagni di partito. Piango un amico oltre che un compagno. Aveva condiviso con me il commissariamento lombardo. Avevamo una comune visione di molte cose. Anche lui era stato sospettato di non essere un ortodosso. Vigilato a vista.

Il suo gesto pone il problema della crudeltà delle indagini che diventano una condanna preventiva per l’opinione pubblica e anche per i giornali. E nei commenti di qualcuno, anche di un magistrato del pool, la crudeltà diventa insopportabile cinismo. Arriva subito dopo la discesa in campo di Martelli con la sua intervista a Panorama, che diventa una specie di manifesto per il rinnovamento e la salvezza del Psi. Scrive la giornalista Luisa Gabbi sulla “Gazzetta di Reggio”: “Ci si potrebbe quasi chiedere se è Del Bue che sta con Martelli o se è Martelli che sta con Del Bue” (9), visto che alcune posizioni erano state anticipate da me, mentre Martelli era ancora silenzioso. La linea politica di Martelli è di unire la sinistra socialista e anche le forze democratiche di tradizione liberaldemocratica e ambientalista, di portarsi in prima fila sulla battaglia delle riforme istituzionali ed elettorali, di realizzare una grande autoriforma del partito, perché bisogna “ridare l’onore ai socialisti”. Commentai: “Spero che ci riesca” (10). Perché i socialisti tutti, i semplici militanti erano i più ingiustamente offesi, si sentivano al centro di una campagna di criminalizzazione che durerà  anni. La peggiore delle vergogne subite nella loro lunga vita. E’ una prospettiva che attrae e convince e a Reggio la stragrande maggioranza del comitato direttivo è con noi. Ma è tempo di festa, anche se è una festa triste, di confronto politico serrato, di poca musica, con pochi balli e cori e sorrisi al lambrusco. A Cavriago si svolge per la prima volta la kermesse socialista con una serie di dibattiti impegnativi (saranno della partita anche Marco Pannella, Enzo Bettiza, Carlo Ripa di Meana, Ottaviano Del Turco, Enrico Manca). E il tutto si conclude con la manifestazione indetta dai cosiddetti “socialisti onesti”, definizione che a me non piaceva perché nessuno aveva il diritto di considerare gli altri disonesti. Vi partecipo con la convinzione di portare il discorso sulla politica. Concludendo la manifestazione, a cui partecipano oltre seicento socialisti non solo reggiani e che viene seguita dalla stampa nazionale, sostengo: “Non possiamo accettare la criminalizzazione di Craxi, le lezioni, che provengono da ogni parte, di cannibali interessati. Allo stesso tempo non possiamo arroccarci a difesa di una cittadella che prima o poi verrebbe espugnata” (11). A mio giudizio dovevamo riconoscere le nostre colpe (quella di non aver eliminato mascalzoni e ladri e di essere diventati agli occhi della pubblica opinione il partito della conservazione). Dovevamo ricollocare il Psi sul versante del rinnovamento. La fantasia, la cultura, la versatilità di Martelli erano indispensabili. Lo registravo ogni volta che Claudio si presentava in un dibattito pubblico o in una trasmissione tivù. Poteva essere lui il nuovo leader della sinistra socialista e democratica, non del solo Psi. Nel Psi iniziammo a organizzarci. All’inizio erano due i gruppi che si rifacevano a Martelli, uno diciamo così, dei giovani, con me, Raffaelli, Tempestini, poi Abruzzese, Salerno, Sanguineti, quasi tutti quarantenni. Poi c’era un secondo gruppo formato dai più anziani Formica, Manca, Dell’Unto, Signorile, che portava con sé l’intera sinistra. Più avanti si aggregheranno anche Giulio Di Donato, allora vice segretario del Psi, Angelo Tiraboschi e Nicola Capria.

Tutti a Genova. Alla prima iniziativa che promuovemmo il 12 settembre nel capoluogo ligure per celebrare il centenario del Psi, in un teatro gremito all’inverosimile, c’erano anche Ottaviano Del Turco, Carlo Ripa di Mena, unico ministro, Gianni Baget Bozzo, Giacomo Mancini, schierato allora su posizioni un po’ troppo anti craxiane, e perfino Gianfranco Funari. Intanto il Psi toglieva il veto al Pds sull’ingresso nell’Internazionale socialista. L’idea di De Michelis, secondo il quale l’operazione avrebbe poi fruttato un atteggiamento diverso del Pds sulla vicenda di Mani pulite, non diede i risultati sperati. Anzi li diede solo per pochi giorni poi, con l’intensificarsi delle operazioni giudiziarie, anche il Pds ritornò alla sua linea giustizialista. Martelli volle riprendere nel suo discorso la battuta che mi aveva riservato Giusy La Ganga, a proposito di una zanzara che punge l’elefante (io ero la zanzara) e disse: “Chi vuole continuare a fare l’elefante e definisce un compagno che discute una zanzara, deve sapere che le zanzare si moltiplicheranno tanto da rendere impossibile la prepotenza a qualunque elefante” (12). La Ganga mi diede occasione di commentare: “Venendo da Reggio Emilia temevo che Giusy mi chiamasse pidocchio” (13). La seconda iniziativa fu svolta a Mantova, nel collegio elettorale di Martelli, e si articolò in un comune comizio, in nome dell’unità socialista, del segretario del Pds Occhetto, di Martelli per il Psi e di Carlo Vizzini, segretario del Psdi, in occasione delle elezioni anticipate che si dovevano svolgere per la Provincia. Mantova era un feudo socialista da sempre. Il sindaco di Mantova era socialista e Gianni Usvardi, il senatore nenniano e autonomista da un trentennio, ci accolse in federazione con affetto e solidarietà politica. Al comizio partecipò una folla numerosa di cittadini e gli applausi per noi furono tanti. A cena, Claudio festeggiava i suoi quarantanove anni, incontrammo anche Gad Lerner. Alla fine, però, il risultato fu assai magro. Il Psi dimezzò i voti raggranellando solo poco più del 7%, e così il Psdi che quasi sparì. Il Pds confermò a stento i voti delle politiche. La Lega divenne il primo partito conquistando il 34% dei consensi. Era la dimostrazione che il partito, nel Nord, stava morendo, come Desdemona, che venne soffocata da Otello, interpretato dal grande Placido Domingo, al teatro Municipale di Reggio.

Nel direttivo del Psi reggiano il documento favorevole a Martelli ottiene una maggioranza piuttosto netta e viene votato anche dal segretario Germano Artioli, più tiepido di me sulla linea, ma non da Odescalchi e Innocenti che invece si erano schierati a favore di Craxi (come anche Dino Felisetti), né da Marcello Stecco, perché il documento, a suo giudizio, non era abbastanza anti craxiano.

 Dopo Moroni, muore Balzamo
L’ottobre del Psi non sarà come quello russo, ma le divisioni vennero ancora più allo scoperto con l’esplicita richiesta che formulammo di un congresso anticipato a dicembre, che sancisse il cambio del segretario. Intanto Mino Martinazzoli è segretario della Dc dopo le dimissioni di Forlani, e anche questo porta a ritenere non fosse poi sacrilego pretendere analogo avvicendamento in casa nostra.

Il sindacato, intanto, proclama lo sciopero generale contro la finanziaria del governo Amato, che prevede tagli per 90mila miliardi, la più esosa che sia mai stata adottata fino ad allora.

Muore per un infarto Vincenzo Balzamo, segretario amministrativo del Psi, raggiunto da provvedimenti giudiziari. E dopo Moroni anche questa pare una morte troppo violenta. Balzamo era persona gentile e affettuosa. Lo avevano visto recentemente nervoso, preoccupato, disorientato. E’ un altro duro colpo da digerire.

Come procedere con la nostra iniziativa salvaguardando, da un lato, l’affetto e la solidarietà umana nei confronti di tutti i compagni e dall’altro non vanificando un’urgente azione di rinnovamento che potesse tentare di salvare il partito? A fronte di questi e di altri episodi il tema diveniva sempre più impellente e anche angosciante. Non c’era giorno senza che dal cantiere giudiziario milanese venissero sfornate nuove indagini e nuovi inquisiti. Dalle agenzie dei computer di Montecitorio, dove restavamo per ore inchiodati, venivano irradiate continue richieste di decimazione, perché a un avviso di garanzia corrispondeva quasi sempre una dimissione immediata.

Per segnare il nuovo che avanza viene intanto fondata a Roma “Alleanza democratica” con Adornato, Ajala, Bordon. E’ il primo partito astorico dopo la Lega. A me viene in mente che è il momento di stringere i rapporti ad personam coi socialisti di Reggio e li invito tutti i lunedì alle sei di sera in federazione alla sala Prampolini per incontri settimanali. Partecipano in tanti, mi pongono domande, mi incalzano, in molti non comprendono ancora la nostra drammatica situazione. E in tanti si trovano anche a Scandiano per partecipare al funerale di Ivan Medici, già segretario del Psu e vice sindaco di Reggio, da anni colpito da un grave e invalidante malattia. Ivan aveva solo 52 anni. Anche suo padre, il vecchio socialista autonomista Arturo, che avevo conosciuto da ragazzo, era morto per lo stesso male.

Il 30 ottobre in Direzione presentiamo un documento con 23 firme (tra le altre anche Capria, Tamburrano, Tiraboschi, Di Donato oltre a quelle diciamo storiche) su 73 membri. Ma alla fine si decide di spostare il confronto all’Assemblea nazionale del 20 novembre, chiedendo le dimissioni della segreteria e della direzione per quell’occasione, visto che si sarebbe dovuto convocare un congresso. All’accusa che mi veniva rivolta da qualcuno anche a Reggio di avere in testa di abolire il Psi per un nuovo soggetto radical-laico-social-democratico volli ribattere: “Semmai chi rischia di abolire il Psi è chi lo sta portando verso il suo graduale, inesorabile declino” (14). Intanto Craxi, dal suo cilindro e in chiara sfida anti Martelli, lancia Giuliano Amato come suo successore, anche se non si sa quando, e Martelli reagisce: “Nel Psi non ci sono dinastie” (15). La verità è che Amato era presidente del Consiglio e di guidare un Psi in queste condizioni non ne aveva alcuna voglia.

Bill Clinton è presidente in Usa, dove il rinnovamento è di casa, e a Perugia inizia finalmente il processo di revisione per Germano Nicolini, il Diavolo, ingiustamente condannato per il delitto di don Pessina e un piccolo merito lo sento mio. Il 20 novembre Claudio Martelli parla al teatro Ariosto. Arriviamo insieme nel teatro stracolmo, con vessilli socialisti esposti ovunque, ma questa volta, contrariamente a marzo, siamo accolti senza fragorosi applausi e particolari entusiasmi. D’altronde i socialisti sono preoccupati e tutt’altro che allegri. E’ una serata di confessioni, di spiegazioni, di assicurazioni. Martelli viene presentato da Artioli (in sala c’è anche il sindaco di Reggio Antonella Spaggiari e alla presidenza sale anche l’on. Franco Piro). Parlo anch’io che ricordo come in quello stesso teatro si fosse svolto il secondo congresso del partito, nel 1893, che prese per la prima volta il nome di socialista. Martelli volle convincere i socialisti che Craxi sbagliava dal 1987, da quando rientrò al partito dopo la fase della presidenza del Consiglio, rivedendo le convinzioni e i propositi del nuovo corso socialista del Midas. Bisognava dunque passare alla “seconda fase di quello stesso nuovo corso” (16) e costruire l’unità socialista, ma anche l’intesa con La Malfa, Pannella e con gli ambientalisti riformisti per un’unità democratica più vasta. Lo strumento sarebbe l’uninominale maggioritario. Commenta entusiasta il direttore della “Gazzetta di Reggio” Umberto Bonafini: “Martelli, in quanto propugnatore di una grande alleanza unitaria di sinistra trova in Piero Gobetti e in Carlo Rosselli i suoi grandi mentori” (17). Quella grande assemblea di socialisti all’Ariosto non mi aveva convinto. Forse i socialisti reggiani erano ancora più preoccupati di noi. Regnava una sorta di scetticismo e una larvata tendenza a colpevolizzare un po’ tutti, compreso Martelli, compreso me, e non ce n’eravamo accorti. O forse era dura per loro accettare quelle critiche a Craxi e quella sorta di ventesimo congresso socialista con l’elenco degli errori passati. Resta il fatto che s’avvertiva aria di generale delusione e di profonda amarezza.

Ben diversa l’aria che si respirava al cinema Belsito, un teatrino che il Psi aveva acquistato per svolgervi le sua manifestazioni e le assemblee nazionali. Lì ho un ricordo nitido del modo con cui venne accolto il mio discorso. Cercai di dimostrare che i veri craxiani eravamo noi, eravamo noi i continuatori della linea del nuovo corso, volta a rinnovare profondamente, politicamente e culturalmente la sinistra italiana, che eravamo noi gli eurosocialisti, noi che volevamo ancora produrre una grande riforma delle istituzioni, noi che volevamo provare a costruire il mondo nuovo che era nato dopo l’89. E che Craxi, invece, s’era trasformato in una sorta di custode dell’esistente. Fui accolto con simpatia, e Rino Formica s’alzò di scatto per abbracciarmi e mormorarmi qualcosa in pugliese stretto. Anche Martelli si complimentò, più signorilmente. E perfino Giacomo Mancini, che mi telefonerà per invitarmi a Catanzaro perché ai compagni calabresi era piaciuto il mio discorso, volle stringermi la mano. Tamburrano mi confiderà poi che Giuliana Nenni, figlia di Pietro, si era convinta a votare la nostra mozione anche per quel che avevo detto. Martelli parlò di valori e di temi generali. Si mantenne, illustrando la sua proposta politica ed elettorale già descritta, al di sopra delle polemiche spicciole e alle fine, nonostante un tentativo di mediazione di Giuliano Amato, che sulla questione della legge elettorale sostenne che non ci si poteva dividere tra chi proponeva un maggioritario con correzione proporzionale e chi auspicava un proporzionale con correzione maggioritaria, si finì ai voti. La mozione nostra conseguì il 33% dei voti, contro il 63% della mozione Craxi. Anche Valdo Spini volle presentare una sua posizione ottenendo il 4%. Dei reggiani io e Lidia Greci votammo il documento Martelli e invece Amadei (che dovette accogliere le indicazioni del gruppo dell’ex Uds) votò la mozione Craxi, mentre Nando Odescalchi non partecipò al voto. Venerio Cattani, che pure proveniva dallo stesso gruppo di Amadei, votò per la mozione di Martelli. E la cosa mi fece enormemente piacere visto che non solo eravamo uniti da vincoli di antica amicizia, ma anche, sia pur lontani, parenti. Ci ritrovammo così in tanti del vecchio gruppo autonomista schierati con Claudio. Oltre allo stesso Martelli anche Rino Formica, Venerio Cattani, Giuliana Nenni, Carlo Ripa di Meana. E poi Giulio Tremonti, che non era presente, ma aveva dichiarato a Martelli la sua disponibilità a dare una mano al gruppo.

Il Psi al lumicino e Craxi inquisito
Poco dopo una sorta di colpo di grazia. Alle elezioni amministrative parziali del 13 e 14 dicembre il Psi precipita. A Monza dal 17% è ridotto al 5% , a Varese al 4%, anche nel Sud, dove la Lega non c’è, i socialisti sono duramente puniti. Il portavoce di Craxi si lascia sfuggire: “Gli elettori sembrano impazziti” (18), mentre anch’io commento: “Tentiamo di impedire un processo di liquidazione che è già in corso” (19) e il giorno dopo il Pool Mani pulite di Milano invia il primo avviso di garanzia a Craxi, per corruzione, ricettazione e violazione della legge sul finanziamento pubblico ai partiti. Alla riunione della Direzione, convocata l’indomani, si concorda che il congresso non serva più. Non c’è tempo. Occorre pensare subito a un nuovo gruppo dirigente. Ma il primo sentimento è quello della solidarietà al segretario. E la riunione della Direzione si conclude all’unanimità. Anche Giuliano Amato parla di responsabilità collettive, Martelli afferma che “non è tempo di polemiche e di lacerazioni, che il Psi è colpito da una crisi gravissima che esige da tutti il massimo senso di responsabilità” (20). Anch’io dichiaro che “a Craxi va espressa solidarietà sincera in una situazione difficile e dolorosa. Al gruppo dirigente del partito va chiesto uno sforzo di unità e di rinnovamento” (21). In quel fine anno iniziano a rivedersi Craxi e Martelli per trovare una soluzione di comune accordo. Si svolgono almeno due incontri nel gennaio del 1993, me lo rivela Martelli, e in uno di questi è Bettino a formulare a Claudio la proposta della segreteria con lui stesso presidente e due vice, due giovani, Nencini e Del Bue. Non se ne farà nulla.

A Reggio sono l’unico esponente politico che prende apertamente le difese del riformista pidiessino Vincenzo Bertolini che viene messo sotto processo come vice presidente regionale della Lega coop da un gruppo di cooperatori evidentemente per le sue scelte politiche a favore dell’intesa col Psi. E aggiungo che “per fugare ogni ombra su ragioni esclusivamente politiche, sarebbe opportuno che a Bertolini venisse manifestata con chiarezza la piena solidarietà” (22). Ma i dirigenti del suo partito tacciono. Poi convochiamo un’assemblea alla sala della Federcoop per discutere con gli iscritti. E in quell’occasione si tocca con mano che “Mani pulite” ha fatto breccia. Il problema non è più la politica, ma la morale. E i dirigenti sono tutti responsabili. Solo la base ha ragione. E’ la base che è stata umiliata. Cerco di dimostrare la bontà delle nostre intuizioni, delle nostre posizioni, delle idee per il futuro. Mi ascoltano in silenzio. E alcuni ne approfittano. Perché in questo tragico contesto nascono anche i profittatori della questione morale, coloro che tentano di emergere adesso perché prima non ci erano riusciti. E allora ecco una nuova schiera di aspiranti dirigenti che s’avanza nella melma per proclamare che occorre una fucilazione di massa, la più larga possibile (per far sì che essi possano finalmente sostituirsi). Che nessuno può tirarsi fuori da quanto è avvenuto e sta avvenendo, che molte teste devono finire dentro il cesto. E’ molto pericolosa questa idea secondo la quale saremmo tutti uguali. Non ci sarebbero colpevoli e innocenti, ladri e persone perbene, chi ha previsto il crollo dopo l’89 e chi invece non l’ha neanche avvertito e ci ha dormito su. Non c’è più differenza. Una sorta di antipolitica d’accatto si staglia e s’allarga, intaccando il corpo o quel che resta del corpo del partito. Non c’è neppure differenza tra il Psi nazionale e quello locale. Che importa se da noi non ci sono socialisti arrestati e nemmeno indagati, non importa. Perché anche noi, secondo costoro, abbiamo sbagliato a selezionare i dirigenti, anche noi abbiamo troppi incarichi, anche noi abbiamo una nomenclatura. Anche noi. Dobbiamo confessare anche gli errori che non abbiamo compiuto. Sembriamo talmente colpiti da doverci dichiarare colpevoli anche se nessuno ce l’ha richiesto. Ci muoviamo contro di noi con un’alta dose di masochismo inconsapevole e di sadismo evidente. Anche se nessun tribunale lo ha fatto. Quasi per farci del male e scaricarci la coscienza. E non è ancora finita. Solo dopo l’avviso di garanzia a Martelli del febbraio del 1993, il giorno prima dell’assemblea nazionale che avrebbe dovuto lanciare la sua candidatura alla segreteria del partito (dopo il ritorno di Silvano Larini in Italia e le sue rivelazioni sul conto protezione), la marea dilagherà.

Note
1) S. Colarizi, M. Gervasoni, La cruna dell’ago, Craxi, il Partito socialista, la crisi della Repubblica, Bologna 2005.

2)   G. Franzini, Nilde Iotti e Mauro Del Bue, così lontani, così vicini, in La Voce di Reggio, 29 luglio 1992.

3)   Una sera d’estate sognando l’unità, in il Resto del Carlino, 29 luglio 1992.

4)   Basta liti, c’è voglia di una sinistra più unita, in il Resto del Carlino, 29 luglio 1992.

5)   I lavori in Direzione, in Avanti, 8 agosto 1992.

6)   Ibidem.

7)   La via Crucis del Psi, in il Resto del Carlino, 30 agosto 1992.

8)   Quirinale, Amato a rapporto da Scalfaro, in La Stampa, 1 settembre 1992.

9)   L. Gabbi, Vediamo chi ci sta, in Gazzetta di Reggio, 6 settembre 1992.

10)  Ricordo dell’autore.

11)  Il raduno dei socialisti onesti che intendono ripulire il partito, in Corriere della sera, 7 settembre 1992.

12)  Voglio salvare questo Psi in agonia, in La Stampa, 13 settembre 1992.

13)  Io la zanzara del Psi, in Gazzetta di Reggio, 15 settembre 1992.

14)  Troppo indipendente, in Gazzetta di Reggio,1 novembre 1992.

15)  Martelli: nel Psi non ci sono dinastie, in La Stampa, 8 novembre 1992.

16)  Martelli: siamo la memoria di Craxi, in il Resto del Carlino, 21 novembre 1992.

17)  U. Bonafini, Tra Gobetti e Martelli, in Gazzetta di Reggio, 21 novembre 1992.

18)  S. Colarizi, M. Gervasoni, La cruna dell’ago, cit, p. 277.

19)  Crollo annunciato, in Gazzetta di Reggio, 15 dicembre 1992.

20)  L. Fenderico, Il Partito solidale con Craxi, in Avanti, 16 dicembre 1992.

21)  Ibidem.

22)  Il siluro, poi il silenzio, in Gazzetta di Reggio, 10 dicembre 1992.

Puntante precedenti

Introduzione
Prima puntata
Seconda puntata
Terza puntata

Tribunali e politica

La sentenza definitiva sul nostro congresso di Salerno avverrà tra un mese. La transitoria sospensione degli atti congressuali pare riferirsi esclusivamente alla media del tesseramento che porta a stabilire un quorum effettivamente non raggiunto, ma che dovrebbe, a nostro avviso, completarsi con la più scrupolosa registrazione delle quote lasciate a federazioni in campagna elettorale e al piu basso tetto deciso per i giovani e i pensionati che tra gli iscritti rappresentano il 60 per cento. Lasciamo perdere per ora i termini della sospensiva e concetriamoci sui nostri rapporti interni.

Come del resto scrivono quest’oggi i giornali il ricorso ai tribunali è stato un atto la cui responsabilità cade sulla componente di Area socialista, che decise di non partecipare al congresso di Salerno, non si è capito se in base alla contestazione del tesseramento o al presupposto di non riuscire a raccogliere le firme necessarie per presentare una mozione. Il ricorso ai tribunali di alcuni esponenti di tale componente, non di tutti, perché Bobo Craxi non risulta firmatario dell’atto di denuncia, rappresenta uno strappo difficile da rimarginare. Anche perchè di tribunali il Psi farebbe volentieri a meno. Dopo essere stato sottoposto a giudizi sommari su iniziativa esterna problematico oggi sopportare di esserlo per iniziativa interna.

Ad ogni modo penso che il Psi debba proseguire la sua azione politica e per questo ha convocato un incontro per la prossima settimana al fine di decidere le iniziative da intraprendere. Capisco la difficoltà di mettersi tutti dietro un tavolo per evitare ulteriori danni d’immagine. Già troppi ne abbiamo sopportati in passato e anche negli ultimi venticinque anni, quando ogni segmento socialista è stato attraversato da pericolosi conflitti e questi sono spesso degenerati in risse e in divisioni, a volte in contemporanei ricorsi a organi esterni. Se si potesse ritornare alla politica, al confronto, al buon senso non sarebbe male. Forse è tardi per troncare l’iter giudiziario, ma sarebbe opportuno, comunque vadano le cose, evitare di gettare via quello che faticosamente si è costruito, per tanti anni, anche tutti insieme. E’ ancora possibile?

Mica certo può essere suggerito il vecchio detto di Turati secondo il quale era meglio aver torto nel partito che ragione contro di esso. I tempi sono cambiati. Oggi purtroppo qualcuno pensa a se stesso e preferisce solo che l’avversario interno perda, non importa come. Quanto al partito se restano un mucchio di macerie, meglio. Non credo ci siano state irregolarità nel tesseramento. Conosco da vicino i nostri segretari di federazione e regionali. Sono brave persone che si sacrificano per continuare a fare proselitismo e a finanziare la nostra piccola comunità. Può darsi che qualcuno abbia pagato un po’ meno del dovuto. Ma il nostro tesoriere è in condizione di dare tutte le delucidazioni necessarie. Perché nessuno aveva contestato la platea congressuale di Venezia? Non erano allora gli stessi che oggi hanno fatto ricorso i responsabili principali del partito? Non erano due dei ricorrenti segretari regionali del partito? Non era un altro commissario in due regioni e altri due autorevoli esponenti della segreteria? Suvvia. Resta una grande amarezza per questa storia che con un minimo di buon senso poteva essere evitata. Si può ancora fare qualcosa? Ci si muova…

Il paradosso sotto… i Raggi

E’ vero, il governo Monti disse no alla candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2020, e Tokio, che seguì quattro anni dopo Roma 1960, ringraziò. Ma fu il governo che non se la sentiva di spendere qualche miliardo mentre il comune di Roma spingeva perchè Monti scucisse i soldi. Oggi siamo all’incontrario. Il governo Renzi appoggia la candidatura di Roma ed è pronto a stanziare i fondi che servono (gli altri sono a carico del Cio e dei privati) e il comune di Roma, che non deve metterci un euro ma solo avvantaggiarsi dagli interventi sugli impianti sportivi, sul villaggio olimpico e sulla viabilità previsti dal piano Malagò, si oppone.

In nome di cosa? Uno che vuole coglierne l’aspetto nobile direbbe che Roma non vuole creare problemi alla finanza nazionale e visto che la Raggi sventaglia i debiti di alcune città olimpiche, uno può pensare che intenda farsi carico dei problemi futuri del governo italiano, irresponsabile perché spendaccione. Ma è così? Il paradosso sarebbe dunque quello di un governo che intende stanziare molte risorse senza assicurarsi il futuro e di una città che non intende approfittare della generosità del governo e rinuncia volentieri alla pioggia di soldi per recuperare, ricucire e riammodernare parte del suo territorio.

Non penso proprio che sia cosi. Ho gia scritto che l’opposizone alle Olimpiadi per i Cinque stelle è come l’opposizione della Cgil a modificare l’articolo 18. E’ un simbolo contro la politica degli eventi, anche se non so se si spingerà fino alla contestazione di tutti gli eventi compresi futuri anni santi. Prendo atto che oggi la Raggi ha detto di sentirsi orgogliosa della scelta di disputare a Roma le finali dell’Europeo di calcio 2020. Europeo sì, stadio della Roma sì, ma Olimpiadi no. Il movimento a Roma è profondamente diviso, lacerato in guerre di potere che nemmeno la vecchia Dc aveva conosciuto così sconvolgenti ed esplicite. Aveva bisogno di ritrovarsi unito in qualcosa. Il no alle Olimpiadi era l’argomento giusto. Per questo la Raggi ha disertato l’incontro con Malagò, non per maleducazione, ma semplicemente perchè non sapeva cosa dire. Il bel tacer non fu mai scritto. E sotto il fuoco d’Olimpia si possono nascondere i peggiori risentimenti…

Quel che è certo è che Coni e governo non demorderanno. Difficile ufficializzare la candidatura di Roma contro la volontà del suo sindaco anche se si attende un no definitivo dal Consiglio comunale e viste le diverse posizioni riscontrate in giunta, con l’assessore all’urbanistica che si era detto favorevole, c’è da aspettarsi di tutto. Non so neppure se esista il tempo per avanzare la proposta di un’altra città, visto che non solo Milano, ma anche la Sicilia e la Puglia si erano fatte avanti. Resta una convinzione amara. Gli elettori romani sapevano a cosa andavano incontro votando la Raggi. Dicono che molti abbiano già cambiato idea. Certo rifiutare una pioggia di milioni per regalarli a un’altra città italiana sarebbe il paradosso dei paradossi. A cinque cerchi e stelle.

Il gran rifiuto della sindaca

Prima la Raggi, che ancora non ha sostituito gli assessori della sua giunta, non si presenta all’incontro con il presidente del Coni Malagò (che stile…), poi convoca una conferenza stampa in cui annuncia il rifiuto di Roma a candidarsi per le Olimpiadi del 2024. Si tratta di una scelta ideologica che unisce i Cinque stelle un po’ come l’articolo 18 univa la Cgil. Non mi viene nella memoria un precedente di tal genere, visto che sempre i sindaci hanno appoggiato le candidature a organizzare i giochi avanzate dai rispettivi comitati. Lasciamo perdere l’indisponibilità di Monti a Roma 2020, perché si trattava di una candiatura prematura. Per il reato ricordo solo quello della Colombia, che in preda alla guerra civile e al narcotraffico, si dileguò dalla già aggiudicata promozione dei Campionati del mondo di calcio del 1986, che furono poi aggiudicati per la seconda volta dal Messico, che già li aveva organizzati nel 1970.

Per tornare alle Olimpiadi che dire? Ricordo che Londra ha organizzato tre Olimpiadi (nel 1908, nel 1948 e nel 2012), che Parigi ne ha messo nel paniere due (nel 1900 e nel 1924 e adesso si propone per la terza), che Los Angeles ne ha ufficializzato due (nel 1932 e nel 1984 e adesso si propone per la terza), che la Germania ne ha svolte altre due (Berlino nel 1936 e Monaco nel 1972), che perfino l’Australia ne ha messe a segno due (a Melbourne nel 1956 e a Sidney nel 2000), come anche Atene, nel 1896, e furono le prime dell’era moderna, e poi nel 2004. Solo l’Italia non se la sente di fare il bis e dopo Roma 1960 rinuncia alla seconda.

Niente di male se la motivazione fosse convincente o anche solo plausibile. Ma il motivo del gran rifiuto è assurdo e anche autolesionistico. Roma non può candidarsi a promuovere i giochi a cinque cerchi perchè c’è il rischio della corruzione e dei debiti. In tutto il mondo si riderà di noi e anche dei Cinque stelle che evidentemente confessano di non riuscire a combattere e a vincere la corruzione pur avendo nelle loro mani la città. E poi perchè la corruzione dovrebbe far capolino solo in occasione delle Olimpiadi e non in altre opere pubbliche? Se cosi fosse allora i grillini sono intenzionati a rinunciare a tutte le opere pubbliche? E che ci stava a fare allora la Raggi da Delrio, ministro delle Infrastrutture, quando Malagò l’aspettava invano per l’incontro? Chiedeva al ministro di non stanziare risorse per le opere pubbliche romane per paura della corruzione?

Il piano Malagò, illustrato nei dettagli, non pretendeva risorse dal comune di Roma e certo non avrebbe prodotto un euro di debiti ai romani. Al Governo si chiedeva un contributo di 800 milioni all’anno per dieci anni già assicurato, poi c’erano risorse Cio e sponsor privati. Il piano, oltrettutto, avrebbe risolto molti problemi ai romani. Diversi impianti, anche quelli delle periferie, sarebbero stati recuperati cosi come il vecchio Flaminio che oggi giace in condizioni disastrose. Decine di migliaia tra atleti e supporter sarebbero arrivati nell’Urbe, e il tutto avrebbe indubbiamente portato a un aumento di Pil. Anche Pallotta, proprietario della Roma, avrebbe messo a disposizione il suo nuovo impianto. A proposito, al nuovo stadio della Roma la Raggi ha detto sì. La corruzione lì è esclusa per via della proprieta americana forse… Siamo alle comiche. Roma rifiuta corposi investimenti senza doverci mettere un euro. Ma stavolta è l’Italia tutta che ci rimette, mentre il comune di Roma dovrà sborsare 15 milioni di penale. Arridatece Marino, di pranzi spendeva molto meno…

Pisapia leader di un polo liberalsocialista?

La novità, in un certo senso annunciata, è la nuova posizione assunta dall’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia a proposito del referendum costituzionale, che segue l’analoga presa di posizione del fondatore del gruppo politico Marianna Giovanni Negri. Si tratta di scelte a favore del sí che nulla hanno a che vedere con il conflitto aperto nel Pd dalla sua opposizione interna ed incendiato dall’esterno dal pronunciamento di Massimo D’Alema. Sono posizioni di merito che rifiutano l’idea che la riforma costituzionale metta a rischio la democrazia e che in qualche modo si schierano nell’ambito di una rinnovata scelta di centro-sinistra.

Certo ci sarà bisogno almeno della trasformazione del premio di lista in premio di maggioranza, che peraltro pare al momento scontata oltre che opportuna anche per il Pd. Vedremo cosa accadrà del ballotaggio, un istituto che mal si adatta alle coalizioni e tanto meno alle liste. E che oggi continua, secondo tutti i sondaggi, a premiare, nonostante gli strafalcioni, il polo grillino. Resta fermo il convincimento che il Pd da solo non possa oggi interpretare l’insieme dell’elettorato riformista e che da solo non possa raggiungere la fatidica soglia del 40 per cento, né riesca da solo (e con elettori di altre liste che non solo non godrebbero del premio ma che, se non avessero raggiunto la soglia minima al primo turno, non sarebbero nemmeno rappresentati al Parlamento) a vincere le elezioni.

Dunque serve una coalizione, una vasta coalizione aperta a sinistra e a destra. Credo che Giuliano Pisapia abbia la personalità giusta per aggregare un’area liberalsocialista che comprenda noi, i radicali, i laici, magari quella parte di Sel che potrebbe seguirlo e fornire un forte accredito ad una futura lista alleata del Pd, magari bilanciata da una terza lista di centro prevalentemente cattolica. Pisapia è persona che non nasce certamente oggi. Ha alcuni anni più dei miei. E questo, nel momento della lotta di classi di cui parla il nostro Intini nel suo ultimo libro, me lo rende particolarmente simpatico. Non dimentico poi le posizioni che egli assunse da deputato indipendente di Rifondazione su Tangentopoli, quando difese le garanzie e attaccò il giustizialismo.

A Milano è stato un ottimo sindaco. Probabilmente ricandidato avrebbe vinto ancora. Dunque dopo la sua presa di posizione in aperto conflitto con il suo (ex?) partito il suo potrebbe diventare un utile punto di riferimento. Perchè non apporofittarne? Sarebbe un autorevole contributo, il suo, a far nascere un nuovo aggregato nel centro-sinistra, a renderlo visibile e appetibile, a bilanciare l’utile contributo che potrà venire dal centro, a rafforzare la coalizione e a togliere dall’isolamento e dalle vecchie suggestioni veltroniane lo stesso Pd.