Mauro Del Bue
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Mauro Del Bue

SOSTEGNO A INSIEME

Romano Prodi si schiera dalla parte di ‘Insieme’ in un incontro elettorale a Bologna, dove è presente anche Paolo Gentiloni, con Giulio Santagata, Riccardo Nencini e Angelo Bonelli.
“Sono qui a Bologna per sostenere la coalizione di centrosinistra, ma soprattuto questa parte della coalizione: la lista ‘Insieme’. È Il mio sogno, quello di vedere unito il centrosinistra”. È quanto si legge sul profilo twitter della lista “Insieme” sulle dichiarazioni di Romano Prodi a Bologna, all’iniziativa in corso della lista “insieme” dove è presente anche Paolo Gentiloni. L’uomo che sembra aver l'”investitura” del Professore. “L’ultima fase di governo mi sembra particolarmente positiva rispetto a dove eravamo arrivati. Si è capito che questo è un Paese che ha bisogno di essere guidato, non comandato”, afferma l’economista, evidenziando il “cambiamento di stile” del successore di Matteo Renzi. Il Presidente del Consiglio risponde: “Una forza come ‘Insieme’ scommette sulla convergenza di esperienze e culture diverse: questo è il suo contributo”. E conclude: “L’obiettivo con il quale ci presentiamo alle elezioni del 4 marzo molto semplicemente è assicurare all’Italia una seconda stagione di riforme”.


PRODIQuello che si attendeva è successo. Da stappare spumante. Tutto era compresso, poi il tappo è saltato e l’entusiasmo ha preso il sopravvento. Romano Prodi è salito sul palco del teatro bolognese dove erano assiepati un migliaio di partecipanti assieme al presidente del Consiglio Paolo Gentiloni chiamati alla ribalta da quel furbone di Giulio Santagata, dopo i brevi interventi di Soverini, Nencini, Bonelli e la presentazione della brava Monica Frassoni. Prodi ha voluto salire al podio con un foglietto in mano. Ha annunciato una certa emozione e confessato che da nove anni non parlava ad una manifestazione politica. Già questo faceva presagire l’evento, cioè la dichiarazione tanto attesa. Prodi la dirà o no la magica frase? Bastano due parole, insomma. I presenti erano in attesa, in silenzio. Pendevano dalle sue labbra. Lui, vestito in grigio, come un papà che sa di dovere accontentare i suoi ragazzi, è partito da lontano. Ha innanzitutto rivolto un omaggio a Gentiloni giacché “l’Italia aveva bisogno di una guida serena”. Si é poi diffuso sulla enorme importanza di queste elezioni e sulla crisi della politica e della democrazia. A suo giudizio si tratta di una crisi non solo italiana. Ha citato l’Olanda dove un governo mancava da sette mesi e la Germania dove l’accordo é stato trovato a cinque mesi dalle elezioni. “La complessità della politica”, ha sottolineato l’ex presidente del Consiglio, “impone, non solo da noi la formazione di coalizioni. E il centro-sinistra deve dare la consapevolezza di un soggetto d’attacco. Guai alla sola difesa. Il progetto deve sconfiggere innanzitutto l’idea che alla crisi della democrazia si risponde con l’autoritarismo (che cioè il modello cinese oggi vincente economicamente vinca anche politicamente), che all’Europa si sostituisca il nazionalismo e che alle nuove gravi disuguaglianze si risponda intaccando il welfare. Cos’è la flak tax? E’ un modo per aumentare le distanze sociali, per rendere più ricchi coloro che hanno di più e più poveri coloro che hanno di meno. Attenzione”, ha proseguito Prodi, “perché si tratta del modello Trump che sta provocando non pochi disastri”. Prodi si é anche soffermato sul progetto a lui commissionato dalla Commissione europea, che conta di investire 150 miliardi all’anno per sette anni su scuola, sanità e case popolari. Poi il chiaro endorsement a favore del centro-sinistra e in particolare della lista Insieme con queste testuali parole: “Sostengo il centro-sinistra e in particolare la lista Insieme, perché aggrega i diversi riformismi come il vecchio Ulivo”. Un pronunciamento chiaro e inequivocabile che ha strappato un lungo applauso e poi una calda ovazione dei presenti. A buon intenditor poche parole. E allora champagne. Col professore. Gentiloni ha voluto innanzitutto solidarizzare con le forze dell’ordine aggredite a Bologna dai manifestanti che usavano le bombe carta col pretesto dell’antifascismo, poi ha parlato della seconda fase delle riforme, dopo la prima inaugurata e portata a termine in questa legislatura. E ha sottolineato i buoni risultati ottenuti sul versante economico con una crescita dell’1,6 per cento (la previsione del Fmi era della metà) e ancor di più sulle esportazioni, dove l’Italia con un surplus di 47-48 miliardi si rivela cone la seconda industria manifatturiera europea, mentre il rapporto deficit-pil e sceso al 2,1 e la previsione del 2018 è dell’1,6. “Serve ora una grande sforzo sull’occupazione”, ha dichiarato il presidente del Consiglio, “e soprattutto verso quella dei giovani e delle donne e in particolare nel Sud”. Anche Gentiloni ha apprezzato lo sforzo della lista Insieme e ne ha esaltato il contributo che la lista esprime a livello di proposte ambientalistiche.
Avevano parlato prima il segretario del Psi Riccardo Nencini sottolineando che non esiste un partito, riferendosi al Pd, a vocazione maggioritaria, dopo la Dc di De Gasperi del 1948 e che le tendenze che animano la lista Insieme sono quelle stesse che hanno visto l’Ulivo di Romano Prodi vincitore nel 1996 e nel 2006. Angelo Bonelli ha duramente attaccato i mezzi di informazione, anche quelli pubblici, che continuano a oscurare la lista Insieme, e ha tracciato il quadro degli interventi chiesti nel programma della lista, in particolare quelli inerenti la green economy, che porta lavoro e sconfigge l’inquinamento nelle città. Giulio Santagata ne ha fatto una questione di progetto. E’ necessario, a suo parere, attrezzare la coalizione di centro-sinistra come quella della difesa e del potenziamento dello stato sociale e capire che un governo della destra significa più disuguaglianze e meno welfare. Grande entusiasmo dei presenti, bandiere al vento e convinzione che questa manifestazione e in particolare la discesa in campo di Romano Prodi sia una svolta verso l’obiettivo di un positivo risultato elettorale. Alla fine tutti sul palco per la foto di rito con i candidati, tutti sorridenti.

L’antifascismo violento

Camillo Prampolini, quando i suoi avversari si radunarono in un teatro per invocare l’intervento in guerra dell’Italia che pure determinò il massacro di 650mila giovani, accusò coloro che con la forza intendevano impedire la manifestazione di intolleranza e disse: “Questo non é socialista”. Cioè il concetto stesso di socialismo era per lui indissolubilmente legato al rispetto dell’avversario, anche il più lontano, e al pieno diritto di quest’ultimo di manifestare le sue idee. Questo assunto mi ha sempre radicalmente distinto da quella parte della sinistra che, comportandosi in modo opposto, ha tentato in varie occasioni di usare la forza per impedire a esponenti politici di parlare, creando in incidenti e scontri che a volte sono perfino sfociati in eventi mortali.

Si può oggi affermare che il diritto di esprimere pubblicamente le proprie opinioni é vincolato e sanzionato dalle leggi esistenti. Non é ammissibile esaltare l’Olocausto, spingere la gente ad ammazzare il prossimo, a stuprare le donne, a fare quel che vien definito “apologia di reato”. Dunque anche il diritto di espressione non può essere assoluto. E in particolare esistono in Italia leggi che impediscono la ricostituzione del partito fascista. Più in generale la competizione democratica dovrebbe essere terreno di confronto solo tra le forze che accettano la democrazia. In Germania ovest la socialdemocrazia mise fuori legge il comunismo. In Italia il Pci, più con la moderazione e il compromesso che con le prese di distanza da Mosca almeno fino all’epoca berlingueriana, aveva fatto dell’antifascismo la sua legittimazione. E che dire di una competizione democratica ove, com’è accaduto in alcuni paesi islamici, chi vince (ma é accaduto in Germania nel 1933) abolisce la democrazia?

Si possono avere fondati dubbi sulla vocazione democratica di Casa Pound e di Forza Nuova, ma se la legge italiana consente loro di presentarsi alle elezioni vale per loro, anche per loro, il detto di Prampolini. Impedire loro con la forza di parlare non é socialista, cioè non é democratico. Usare l’antifascismo per attaccare la polizia, per sprangare un carabiniere com’è accaduto a Piacenza, per aggredire i poliziotti anche usando bombe carta cone è accaduto a Bologna, utilizzare l’antifascismo per esaltare le foibe com’è successo a Macerata pare solo un’occasione per mostrare la brutalità di un’opzione politica. Oggi non esiste la cosiddetta sinistra extraparlamentare, eppure sono nati e stanno germogliando, tra centri sociali e gruppi di quartiere, tendenze violente pericolose. Sono state definite sfasciste. Attenzione a minimizzarne la portata. Non si tratta solo del pericolo di sfasciare auto e vetrine. L’obiettivo di costoro é sfasciare le persone. E anche la democrazia. E cosi facendo i fascisti, quelli veri, che salutano a braccio alzato e in camicia nera, potranno passare da vittime. Bel risultato davvero.

Inviato da iPad

Rimborsopoli e stupidopoli

Intendiamoci. Questi grillini, che girano l’Italia gridando onestà e che hanno costruito la nuova versione del partito diverso di berlingueriana memoria, se la sono voluta. Le Jene che ormai sono divenute l’unico organo di informazione d’inchiesta, hanno scoperto molte incongruenze di parlamentari grillini che non versavano il dovuto (o meglio il concordato), altri che gonfiavano le spese per consulenze inesistenti, viaggi supposti, pranzi e cene mai fatte. Si tratta di denaro pubblico che veniva destinato per gli emolumenti dei parlamentari che si basano su due voci: stipendi e rimborsi. Nessuno dei due deve essere rendicontato e dunque la cifra complessiva, oggi sui 13-14 mila euro mensili, compone il netto che le istituzioni versano al parlamentare che ne può fare ciò che vuole.

Non ci sono dunque reati nei comportamenti eventualmente truffaldini, ma rispetto solo agli impegni dei parlamentari grillini assunti nei confronti del loro movimento. Fatti loro, direi. Io mi scandalizzerei di più per l’incapacità dei vari Di Maio, per la loro inadeguatezza, per i disastri della Raggi a Roma. Inseguirli sugli scontrini proprio non mi va. Vedo che invece la solita litania a far la punta sul tasso di populismo la fa da padrona. Come il pressapochista di Sassuolo sui vitalizi anche stavolta si cavalca il grillismo contestandolo per non essere abbastanza grillino. Se tutti avessero versato il dovuto avremmo allora dovuto premiarli? Suvvia, non scherziamo. Una classe dirigente non la si giudica da un simbolico e improduttivo obolo versato a una inutile cassa di credito per la piccola impresa, che non è in grado di finanziare niente e nessuno.

Ma tant’é. I figli del comico genovese hanno un bel ribattere che loro sono sempre meglio degli altri, nonostante gli errori e le mele marce. E stando rinchiusi nell’argomento hanno pure ragione. La maggioranza di loro versa mentre tutti gli altri parlamentari no. Meglio poco che niente. Se noi non spostiamo il tema e incrementiamo la polemica sugli scontrini meritiamo di stare dalla parte del torto. Il problema, lo dico con le parole di Benedetto Croce, é che l’onestà in politica é la capacità. Lasciamo che costoro urlino la magica parola intonata alle esequie di Casaleggio e noi rispondiamo con la raccomandazione del grande filosofo napoletano. E’ più utile all’Italia e al suo Parlamento un grillino capace che ha versato meno del dovuto di un incapace che ha versato fino all’ultimo centesimo. Affermare il contrario significa contrapporre alla rimborsopoli grillina la stupidopoli anti grillina.

Renzi, Di Maio e Craxi

Per accusare Di Maio di aver minimizzato la storia dei versamenti non effettuati o ritirati da alcuni parlamentari Cinque stelle, svelato da un servizio delle Jene, Renzi, intervistato dalla Gruber, ha paragonato l’affermazione del leader grillino a proposito di alcune mele marce presenti nel suo movimento a quella di Craxi sul mariuolo Chiesa. Già una qualsiasi equiparazione tra Di Maio e Craxi dovrebbe essere vietata per legge e consiglio il perspicace Fiano di pensare a una proposta in tal senso, ma quel che consegue è l’equazione secondo la quale la mele marce sarebbero non alcune ma molte o tutte, così come i mariuoli sarebbero stati molti o tutti i socialisti. Renzi ha un deficit di conoscenza della storia e della verità, giacché la stragrande parte dei socialisti del Psi erano bravissime persone e larga parte del suo gruppo dirigente non solo non è stato toccato dalle inchieste, ma per molti è stato chiesto proscioglimento o assoluzione, mentre sul caso C migliaia di pagine sono a testimonianza di una vera e propria persecuzione giudiziaria. Il segretario particolare di Renzi ha precisato all’incontrario l’affermazione renziana, spiegando che nel paragonare Di Maio a Craxi Renzi non intendeva offendere Di Maio. Questo Carneade sappia che è come paragonare De Gasperi a Renzi. E il paradosso è che si chieda scusa a Renzi…

Due parole su di noi

Vogliamo sfatare un luogo comune? Allora cominciamo col dire che il nostro passato di socialisti che non hanno rinnegato il Psi di Craxi, ma che anzi, al di là dei fatali errori del dopo ottantanove, ritengono che molte sue intuizioni siano tuttora valide e addirittura illuminanti rispetto alle prese di coscienza della sinistra italiana, avvenute sempre in ritardo e senza alcun accenno di autocritica, é oggi più valorizzato dal centro-destra che dal centro-sinistra. Basterebbe pensare al diverso esito delle candidature dei due Craxi, che del resto sono state precedute da ben diversi comportamenti assunti nei confronti di parte della vecchia classe dirigente del Psi, dagli uni utilizzata anche ai massimi livelli e dagli altri ignorata quando non discriminata. Aggiungiamo che le intitolazioni al nostro vecchio leader di vie, piazze, monumenti, sono state quasi tutte opera (con lodevoli eccezioni) di maggioranze di centro-destra e che perfino la candidatura di Giuliano Amato al Colle é stata per due volte sponsorizzata da Berlusconi e bocciata dal Pd.

Tutto vero e incontestabile. Ma basta tutto questo a un socialista per preferire il centro-destra? Basta il passato per affermare le proprie convinzioni nel presente? Certo la storia, soprattutto quando é negata la nostra ragione di essere stati vivi e spesso decisivi nelle svolte della democrazia italiana, ha un peso. Ce lo ha intimamente, nel più profondo del nostro cuore. Ma la testa? Se vogliamo esistere oggi dobbiamo batterci per valori che sono nostri. Con la testa innanzi tutto. E allora, chiediamoci se il centro-destra abbia oggi assunto uno solo dei valori che sono stati propri del vecchio Psi. Cominciamo dalle idee sulla tassazione. Tipica di una forza socialista é sempre stata la progressività. Cioè il principio che chi più ha più deve dare. La flat tax rappresenta il valore opposto. Stabiliamo la stessa percentuale per tutti e chi più ha più ci guadagna. E’ giusto? Ha qualcosa a che fare questo principio con l’elaborazione socialista degli anni ottanta?

Parliamo dell’immigrazione. Berlusconi, con una dose di pressapochismo e di populismo fuori misura, ha promesso il rimpatrio di 600 mila clandestini. A parte il fatto che i 600 mila sbarcati in Italia negli ultimi anni non sono tutti clandestini e la prima cosa che anche Berlusconi dovrebbe preoccuparsi di fare è distinguere tra profughi e clandestini, ma il come risolvere questo declamato rimpatrio resta tuttora avvolto nel mistero. Salvini vorrebbe gettarli in mare, visto che i paesi di provenienza non li vogliono rimpatriare? Di serio su questa materia c’é l’impegno di Minniti, i suoi accordi coi due governi libici, i contratti con i paesi di provenienza come il Niger e il Sudan. Noi siamo con lui.

Se un pazzo con il Mein Kampf sul comodino spara all’impazzata ai neri per le vie di Macerata possiamo noi condividere l’opinione di Salvini che sostiene che é tutta colpa dello scontro sociale dovuto all’immigrazione? Possiamo noi accettare di offrire a questo squilibrato degli alibi? Non è che cosi facendo in una sorta di recupero del doppio estremismo finiamo per giustificare quegli antifascisti violenti che vorrebbero impiccare Minniti come fascista o addirittura invocare nuove foibe da Trieste in giù. Siamo sicuri che come il centro-sinistra è certamente senza legami (anzi é sotto tiro) con questo nuovo estremismo di sinistra, il centro-destra sia estraneo, soprattutto nell’area di Salvini-Meloni, a condizionamenti e rapporti con l’estremismo opposto? E aggiungiamo, e non é l’ultima obiezione. Noi che vogliamo affermare un moderno europeismo possiamo mai sostenere una coalizione che sull’Europa ha le idee cosi confuse, che vanno dal popolarismo alla Merkel di Berlusconi al lepenismo antieuropeo di Salvini e Meloni? Cosa ci potrà riservare sull’euro e sull’unione europea, dopo la costituzione di un governo di coalizione a forte presenza socialdemocratica in Germania e all’affermazione dell’europeista Macron in Francia, un governo siffatto in Italia? I socialisti devono essere più legati alle assonanze e alle dissonanze del presente o alle pur lodevoli attenzioni sul loro passato?

Foibe e fascismo

Nessuno più di noi oggi può ad un tempo e con la medesima intransigenza condannare i massacri di italiani nelle foibe ad opera degli eserciti comunisti titoini e il razzismo di stampo nazifascista che è all’origine dei lager e delle persecuzioni a cominciare da quella che diede origine all’olocausto. Le nuove, vecchie, contrapposizioni finiscono per accreditarne una sola e i cortei che si annunciano in mezza Italia appartengono a una visione parziale, settaria, ottusa della storia e dell’etica politica. Le foibe, negate od oscurate per tanti anni a sinistra, sono il simbolo, uno dei tanti, della ferocia di un regime totalitario e non possono essere considerate una reazione ai crimini, altrettanto feroci, perpetrati dai fascisti in Slovenia e in Croazia. Ad essere infoibati furono migliaia di italiani che nulla avevano a che fare con quelle violenze e la loro fine appare più consona a una strategia di pulizia etnica che non di risposta militare.

Altrettanto si può, si deve dire, del razzismo, che venne importato in Italia dalle sciagurate leggi del 1938, che altro non furono che il logico corollario del patto d’acciaio, contratto da Italia e Germania, dopo l’isolamento italiano dalla Società delle nazioni a seguito dell’invasione dell’Etiopia. Il razzismo, fino al 1938, non era stato un elemento programmatico dell’ideologia fascista, e nel regime non pochi erano i dirigenti di razza ebraica. Le persecuzioni iniziarono da quell’anno con le esclusioni dei bambini ebraici dalle scuole e dei pubblici dipendenti dagli uffici e sfoceranno poi, durante la guerra, nell’approntamento di campi di concentramento e nell’aiuto alla deportazione in Germania anche degli ebrei italiani negli orribili lager di sterminio.

Non credo esista oggi in Italia il rischio del fascismo. Non vedo masse nere pronte a una nuova marcia su Roma e nemmeno un Parlamento ove i neo fascisti possano avere qualche rappresentanza. Casa Pound o Forza Nuova, che pure sono presenti in questa tornata elettorale, resteranno a pancia vuota. Non esiste nessuna possibilità di rinverdire il mito di un comunismo di stampo autoritario. Rifondaroli, rivoluzionari, centri sociali rappresentano oggi poco più di nulla. Esistono invece due pericoli questi sî assolutamente attuali, che finiscono per alimentarsi l’uno dell’altro. Esiste il pericolo, che si sta purtroppo incrementando, di un razzismo verso gli immigrati, siano questi ultimi di origine sub sahariana o di provenienza mediorientale. Esiste, di converso, il mito della società multirazziale, senza regole, di dimensione estetica poetizzante. Come se l’incrocio di culture, tradizioni, religioni, interessi, non costituisse invece un delicato problema da affrontare. Come se non esistesse la necessità dell’individuazione di regole certe da far rispettare per tutti. Ho visto un truce manichino raffigurante il ministro Minniti che penzolava da un ponte sul Tevere, opera di un gruppo di estremisti che lo equiparava ai fascisti. Ho letto frasi di solidarietà a Traini in striscioni e in post e messaggi. Ecco le due tendenze da combattere e che apparentemente si combattono l’un l’altra. Compito dei democratici é combatterle ad un tempo entrambe.

Decalogo Insieme

1) Perché il Pd, sempre più alle prese con le sue contraddizioni e divisioni, non può rappresentare per intero l’area riformista italiana.
2) Perché l’area riformista non può risultare sconfitta dal popolo dell’incapacità e dalla destra xenofoba, entrambe prive di convinta visione europeista.
3) Perché occorre organizzare un polo che non rifiuti l’identità e che recuperi le storie, superando l’assurdo sistema politico anti identitario di una seconda repubblica mai nata e rilanciando una piena coerenza dell’Italia col contesto europeo.
4) Perché una coalizione che raggruppi esperienze, valori, storie, é assai più rispettosa e produttiva di un partito solo al comando, soprattutto quando questo partito si divide, si lacera, non é in grado di unire.
5) Perché i socialisti italiani hanno saputo cogliere il meglio della loro tradizione, rinnovandola e mettendola al servizio dell’Italia nell’ambito di una collocazione europea e internazionale allineata cogli altri partiti socialisti e laburisti, nel segno di una lotta senza quartiere a tutte ie disuguaglianze, in nome dell’equità coniugata con la valorizzazione del merito, della difesa e dell’allargamento delle libertà da tutti i poteri assoluti e da tutte le incursioni del fanatismo e dell’integralismo.
6) Perché i verdi rappresentano un’istanza di moderno riformismo ambientale non più rinviabile alla luce dei disastri a cui anche recentemente il nostro paese é stato vittima e dei grandi problemi ambientali che interessano l’intero pianeta, ai quali solo un’opzione di sviluppo sostenibile deve essere la risposta.
7) Perché l’area civica rappresentata da esponenti che si richiamano all’insegnamento di Romano Prodi non può essere cancellata da una visione monocratica del centro-sinistra, che non rispecchia la pluralità delle singole esperienze delle quali l’Ulivo era stata una rappresentazione vincente
8) Perché l’equità, la libertà, lo sviluppo sostenibile, la difesa e l’esaltazione del pluralismo della coalizione sono gli ingredienti solo di Insieme, la lista di socialisti, verdi, civici, che si propone come voto utile competitivo.
9) Perché Insieme consente di orientare il voto al centro-sinistra senza votare Pd e di non disperderlo verso liste che sono fuori dalla contesa tripolare tra centro-sinistra, centro-destra e Cinque stelle.
10) Perché Insieme consente di gettare le radici al progetto di un nuovo soggetto riformista, ambientalista e liberale utile all’Italia che può proiettarsi nel futuro e competere col Pd da posizioni laiche e di sinistra.

Manconi il garantista anti craxiano

Sarà Luigi Manconi a coordinare il lavoro dell’Ufficio nazionale anti comportamenti razziali. Manconi é noto per il suo garantismi e le battaglie sempre compiute in nome del diritto e della libertà. E’ stato escluso recentemente dalle liste del Pd ed é malato, quasi cieco. Eppure nelle sue lunghe e coerenti lotte contro le discriminazioni fa eccezione una dura dichiarazione di stampo giustizialista e anti umanitario rilasciata sul Messaggero, il 2 luglio 1995, a proposito della grave forma di diabete, che ucciderà Bettino Craxi. La pubblico: “C’è qualcosa di cupamente grottesco nell’immagine di quell’uomo anziano e malato… Anche la malattia non lo fa apparire più fragile, e con ciò, meno sgradevole. Al contrario. La sua sembra proprio quella che, nei racconti per adolescenti, è l’infermità dei “cattivi”… La malattia completa crudelmente l’immagine di un uomo che – in una torva solitudine – cova i suoi rancori… Quel sarcasmo così appesantito, quell’aggressività così affannosa rivelano qualcosa di intimamente “sporco”… E’ una manifestazione patologica… Da sempre le psicosi hanno pesato – eccome- sulla politica”. Che feroce ritratto, da Torquemada meneghino. Che sgradevole eccezione nella storia di un garantista a quattro carati…

Pamela e Traini

Ha ragione Giorgia Meloni a ricordarci che la povera Pamela è stata massacrata da un nigeriano senza permesso di soggiorno. E ha ragione anche a lamentarsi del fatto che il suo feroce, brutale, animalesco omicidio non abbia spinto (il ministro Orlando lo farà oggi) alcun uomo di governo a far visita alla madre. Sbaglia però a paragonare il delitto della povera ragazza al raid razzista di Traini nel centro di Macerata. Dal punto di vista umano il primo gesto è anche più orribile del secondo, come orribile è l’omicidio di una diciannovenne per mano di un uomo bianco italiano avvenuto ieri a Milano. Ma il delitto di Pamela spinge a un ragionamento, il gesto di Traini a un altro. Non vanno confusi. La loro confusione può generare assurdi giustificazionismi, colpevoli anche se involontari.

Il delitto e il massacro della povera ragazzina, forse da attribuire a questioni di commercio di droga, deve spingerci a valutare con serietà la questione dell’immigrazione irregolare in Italia. Da parte di tutte le forze politiche, con la sola eccezione del povero Grasso che forse, non avendo ben compreso la domanda, ha sostenuto in Tv la piena legittimità dell’immigrazione illegittima, non c’è un solo esponente politico che difenda il diritto di soggiorno di chi non ne ha alcuno. Il problema è come porvi rimedio. Berlusconi, includendovi abusivamente anche i profughi, sostiene che i 600mila immigrati giunti in Italia negli ultimi cinque anni lui li rimanderà tutti indietro. Come non si sa, visto che i paesi da cui provengono indietro non li prendono e che il respingimento coatto ha conseguenze economiche e umanitarie non di poco conto.

Tanto è vero che le sanatorie non si contano e lo stesso governo Berlusconi è stato costretto ad approvarne una per ben 700mila immigrati. Dunque? A mio giudizio, grazie al ministro Minniti, finalmente l’Italia ha capito che il problema dell’immigrazione si deve affrontare nei paesi di partenza e di transito, soprattutto la Libia. E che in Libia devono essere accertati diritti o meno di asilo in Italia e in quel paese devono essere bloccati coloro che diritti non hanno. Intendiamoci, quelli di una vita migliore, soprattutto per chi vive in condizioni precarie e spesso di sottosviluppo, li hanno tutti. Il problema è che poi se tali diritti non possono essere garantiti, le conseguenze, come è stato verificato, si rivelano peggiori del male che si intende curare. Giusto allora, da un lato, firmare convenzioni coi paesi di partenza, per assicurare a chi ritorna un minimo di garanzia vitale e a quei paesi un minimodi sviluppo (vedi la Conferenza di Parigi), dall’altro porre i campi di respingimento libico sotto l’egida e la gestione Onu, per evitare trattamenti disumani e irrispettosi di qualsiasi convenzione sui diritti delle persone.

Altro ragionamento merita il caso Traini che con l’immigrazione e la sicurezza non c’entra nulla e c’entra invece molto con le infatuazioni naziste e razziste che purtroppo stanno prendendo piede in Italia. Quella nazista, non fascista, dunque ben di peggio, è testimoniata dal culto per il Mein Kanf e per le svastiche rintracciate nella casa di Traini. Quest’ultimo ha compiuto un’equazione tipicamente razzista e cioè: siccome Pamela è stata colpita da un nero, tutti i neri sono colpevoli. Esattamente come avvenne in Germania dopo l’attentato per mano di un ebreo a un diplomatico tedesco a Parigi. Dovevano pagare tutti gli ebrei e scattò, era il 1938, la notte dei cristalli. Se noi attribuiamo al razzismo vendicativo di Traini una qualche assonanza con l’immigrazione clandestina finiamo per offrirne un’abusiva giustificazione. In fondo, ragionando così, se i clandestini non ci fossero Traini sarebbe una brava persona. Il raid nazista di Traini non può rimandare invece a disquisizioni sui temi della sicurezza, che non sono alla base del suo insano gesto, ma a problemi di educazione ed eventualmente di disagio sociale. Non tanto per Traini, un personaggio alle prese con problemi di psicopatia, ma per coloro che hanno manifestato solidarietà con lui, che hanno lordato qualche muro di scritte a suo favore o che hanno promosso marce e manifestazioni a braccio alzato. Lo dico anche alla Meloni, perché, pur stimando la grinta di una donna che si è fatta da sola, anche il suo movimento non è esente da infiltrazioni di questo tipo. Le controlli meglio coi suoi occhioni, cara Giorgia. E sarà più credibile anche lei.

Quando i comunisti denigravano i socialisti: “L’infiltrazione comunista nel Partito socialista dal 2 giugno 1946 alla scissione”

Lo sostengono apertamente due dirigenti comunisti dell’epoca: Gianni Corbi e Fabrizio Onofri. Ne richiama apertamente l’esistenza Antonio Landolfi, che parla di un’ “azione dell’apparato comunista contro l’autonomia del Psiup”. Dopo il congresso socialista di Firenze dell’aprile del 1946 nel quale erano prevalse le tendenze autonomiste e, soprattutto, dopo le elezioni per la Costituente del 2 giugno dove il Psiup era prevalso sul Pci ( i socialisti si erano affermati soprattutto nel triangolo industriale del Nord con percentuali del 29%, in Veneto col 27,6% e in quelle rosse dell’Italia centrale col 24%, superati dal Pci in Emilia-Romagna e Toscana, mentre nel mezzogiorno il peso era piuttosto scarso, col 10,4%), i dirigenti comunisti misero in moto una forte opera di condizionamento interno al Psiup per favorire le componenti di sinistra e per ribaltare i rapporti di forza tra i due partiti, mettendo evidentemente in conto anche una possibile scissione in casa socialista. Sulla base di quanto pubblicato su “La Squilla” di Bologna e riportato anche da “La Giustizia” reggiana, perché aveva qualche attinenza con quanto si era verificato in alcune zone della provincia di Reggio, si deve pensare che il fenomeno di infiltrazione del Pci nel Psiup interessò da vicino soprattutto realtà regionale e locale, dove il Pci aveva acquisito la supremazia già a partire dalle comunali e provinciali del marzo.

L’articolo citato grida al tradimento nei confronti di “chi, appartenendo alla nostra schiera vi assale di sorpresa ed attenua le vostre possibilità di vittoria, chi comunque, essendo dei vostri, tenta di diminuire la vostra capacità di resistenza”. Dalla provincia di Forlì viene segnalato un caso specifico. Si riferisce al fatto che “tal Luciano Lama (iscritto al Psiup), pubblicamente (…) consiglia i suoi compagni di votare per il partito fratello”. Lama aderirà ufficialmente al Pci solo nel 1947. E veniamo alle dichiarazioni di Corbi e di Onofri, che ricopersero in quel periodo delicate funzioni all’interno dell’organizzazione del Pci. Sostiene il primo: “Di tanto in tanto, quando un giovane particolarmente capace mostrava il desiderio di iscriversi al Pci, il consiglio che gli veniva dato dai dirigenti comunisti (in alcuni casi sono stato io stesso a darlo) era invece di indirizzarsi verso i socialisti.

Naturalmente esistevano una serie di sfumature differenti. In alcuni casi si trattava di un vero e proprio incarico, affidato in maniera quasi ufficiale: come alcuni iscritti venivano inviati a lavorare nel sindacato o nelle federazioni provinciali o invece presso la Direzione nazionale, altri ancora erano inviati ad iscriversi al Psiup per salvaguardarne lo spirito unitario. Quando le cose si svolgevano in questo modo, ci si trovava di fronte a un effettivo fenomeno di doppia tessera (…). Il risultato era quello di creare all’interno del Psiup una infrastruttura che i dirigenti del Pci potevano manovrare secondo le esigenze. La mia impressione è che questo fenomeno si sia sviluppato specie dopo il 2 giugno proprio per controbilanciare la composizione prevalentemente riformista del Gruppo parlamentare socialista”.

Onofri ricorda: “La presenza del Pci all’interno del Psiup era derivata sia da coloro che si richiamavano alla linea Togliatti, che da coloro che si richiamavano alla linea Secchia. Per questi ultimi l’infiltrazione tra i socialisti era una delle tante mosse con cui ci si preparava all’ora x. Per Togliatti e per i togliattiani, che non credevano all’ora x, era invece un mezzo per garantirsi contro uno slittamento socialdemocratico del Psiup e un suo distacco polemico dal Pci. Per questo la pratica di dirottare una parte dei simpatizzanti comunisti verso il Partito socialista è cominciata all’indomani della Liberazione ed è durata per molti anni”.

Un fenomeno iniziato subito dopo la Liberazione, precisa Onofri, e che si intensificò dopo le elezioni del 2 giugno, secondo Corbi. Questo fenomeno doveva essere a conoscenza del gruppo dirigente del Psiup, visto che esso non poteva essere semplicemente subito, né era possibile che fosse così silenzioso e oscuro da essere ignorato. Una parte l’accettò, forse anche volentieri, per cementare sempre di più i rapporti unitari tra i due partiti e per porre freni al consolidamento delle correnti autonomiste, queste ultime lo subivano denunciandone di quando in quando l’esistenza, come avvenne, dopo la campagna del 2 giugno, sia a Reggio sia a Bologna. Forse gli autonomisti non pensavano a una vera e propria offensiva comunista nella seconda parte del 1946, tesa anche a ribaltare i rapporti di forza stabilitisi a Firenze e che con il successivo congresso sarebbero andati a capovolgersi. Quando ne avranno coscienza, anche a causa del vorticoso aumento del numero degli iscritti, pensarono che fosse ormai inevitabile la scissione.
D’altronde, al fenomeno dell’infiltrazione di funzionari e militanti comunisti nel Psiup si sommava, da parte del Pci, una dura polemica pubblica nei confronti della nuova maggioranza socialista scaturita al congresso di Firenze, in nome della difesa più ortodossa del patto d’unità d’azione e dell’unità del movimento proletario. La polemica, dura e a tratti sprezzante, riprese con maggior forza dopo la doppia vittoria elettorale del referendum e delle elezioni per la Costituente, che avevano visto i socialisti primeggiare sui comunisti. Sul piano politico il conseguimento dell’obiettivo della repubblica veniva attribuito ai socialisti e a Nenni soprattutto, non certo ai comunisti che sull’argomento, a cominciare dalla svolta di Salerno di Togliatti, avevano assunto atteggiamenti più accondiscendenti e contraddittori.

La Costituente si insedia il 26 giugno e Giuseppe Saragat ne diventa presidente. Enrico De Nicola è capo provvisorio dello Stato con 396 voti su 504 votanti. I risultati elettorali non sollecitavano la formazione di governi fondati sull’unità delle sinistre, che non avevano raggiunto la maggioranza assoluta. Anzi il successo netto e inequivocabile della Dc rafforzava la posizione centrale di tale partito nella politica e nel governo del Paese. Così la riproposizione di una candidatura di De Gasperi, che nel dicembre del 1945 era subentrati a Ferruccio Parri, alla guida del nuovo governo, dopo l’apertura della crisi avvenuta a luglio, appariva ovvia e indiscutibile. Dopo un tentativo di De Gasperi di comporre un ministero fondato sul rapporto di collaborazione tra Dc e Psiup, egli dovette prendere atto che i socialisti non erano disponibili a isolare i comunisti, tanto che la Direzione del Psiup giudicò “stravagante” un invito simile. La Direzione rilanciò invece la proposta di un governo a tre gambe, composto da Dc, Psiup e Pci e la Dc imbarcò il violino.

I comunisti e, sia pure con minore enfasi, i socialisti accettarono così di partecipare al secondo ministero De Gasperi, che passava dalla cosiddetta esarchia al cosiddetto tripartito e mezzo (Dc, Pci, Psi e Pri), con Nenni ministro degli Esteri, Morandi all’Industria e commercio, D’Aragona al Commercio con l’estero e Romita a Lavori pubblici. Anche ai comunisti vennero attribuiti quattro ministeri e due ai repubblicani. La partecipazione socialista al governo venne criticata da Foscolo Lombardi, da Basso e soprattutto dal gruppo di “Iniziativa socialista”, il gruppo di giovani che sarà la base della scelta della scissione di Palazzo Barberini e che ad ottobre chiederà ufficialmente il passaggio all’opposizione del partito. Anche il gruppo di “Critica sociale”, cioè i vecchi riformisti, che non voleva discostarsi troppo da quello di “Iniziativa”, sottopose a dura critica la capacità di contrarre un vantaggioso accordo di governo con la Dc e di far valere le ragioni programmatiche dei socialisti-

La risposta non poteva essere solo quella di “aprire le porte delle carceri e dei penitenziari a non pochi artefici della nostra rovina”. Cioè la strada dell’amnistia firmata da Togliatti e approvata dal governo con un decreto legge. Il clima di tensione post elettorale esistente tra socialisti, ormai lontano dallo spirito del testo del patto d’unità d’azione del 1943, elaborato in clima bellico e pre-resistenziale, ma soprattutto la ferma volontà del gruppo dirigente del partito uscito dal congresso di Firenze di far valere una maggiore autonomia politica, spinsero il Psiup a chiedere una nuova formulazione del patto d’unità d’azione con l’inserimento del riconoscimento “della funzione, complementare e integrativa d’interpreti degli interessi e delle aspirazioni delle classi lavoratrici” dei due partiti. Il patto verrà riformulato ad ottobre. E accettato anche da Saragat, che poi lo contesterà.
Togliatti sorprese tutti con il decreto legge sull’amnistia, eppure nella sua decisione, vi era un implicito riconoscimento di un pericolo da evitare e che riguardava anche i suoi compagni. Tifoso di Bartali, che aveva da poco vinto il Giro d’Italia davanti a Coppi, il suo nome rimarrà a lungo legato a quello del campione sulle due ruote, per la coincidenza d’un futuro trionfo sportivo e di una possibile tragedia politica.

Il percorso si fece in salita. Obiettivo della sinistra socialista di Nenni, Basso e Morandi era quella di ribaltare i rapporti di forza del congresso di Firenze. Ovviamente con l’appoggio politico e organizzativo del Pci. Togliatti sferrò un duro attacco al Psiup sul “Gazzettino di Venezia” dichiarando: “I rapporti tra comunisti e socialisti sono francamente cattivi e il patto d’unità d’azione di fatto non funziona per colpa dei riformisti che hanno la direzione del Partito socialista”. La polemica era tutta orientata verso la componente autonomista, sprezzantemente definita “riformista”. Tanto che lo stesso Togliatti volle manifestare il diritto di intervenire “nelle questioni interne al Partito socialista” e di combattere contro tale frazione “con tutti i mezzi polemici i quali ci sono accessibili e dei quali ci sappiamo servire”.

La polemica con Saragat si fece rovente. E’ dedicato a lui l’articolo “Tre colonne di piombo”, che rispondeva a un articolo di Saragat pubblicato da “Critica sociale”. “Vale la pena di rispondere?”, si chiedeva Togliatti. “Non è forse premio sufficiente alla fatica dell’on. Saragat il fatto che gli abbia valso la simbolica concessione della tessera ad honorem dell’Uomo qualunque?”. A Togliatti volle rispondere Sandro Pertini, direttore dell’Avanti, con un fondo intitolato “E il terzo gode”, che sintetizzava il suo contenuto.

Il tema delle irregolarità e delle ingerenze comuniste nel congresso socialista furono descritte nel memoriale che Matteo Matteotti lesse all’apertura del congresso che si svolse alla Città universitaria nel gennaio del 1947. Parliamo di Matteo Matteotti, figlio del grande martire. Recatosi da Saragat negli uffici dell’Assemblea costituente, egli si dichiarò ormai convinto che la scissione era inevitabile. Un tale giudizio venne subito condiviso da Saragat, il quale gli propose di scrivere una sorta di memoriale di denuncia per l’invalidazione del congresso, quasi a ricordare quello tragico del padre nei confronti delle elezioni del 1924. Matteotti si mise al lavoro e stese la relazione che avrebbe dovuto essere consegnata all’inizio del congresso. Matteo Matteotti lesse il memoriale per l’invalidazione del congresso documentando le irregolarità: a) l’assenteismo ai congressi di sezione e di federazione, l’irregolarità nel tesseramento e nelle votazioni b) le irregolarità e gli arbitri di procedura nei congressi di sezione e di federazione c) sistemi antidemocratici, interventi di forze esterne, coazioni fisiche e morali.

Si trattava di una denuncia analitica e molto grave. Difficile in quel contesto pensare a un regolamento di conti “democratico”. Difficile però anche ritenere che senza quelle irregolarità denunciate il risultato congressuale sarebbe stato sostanzialmente diverso. Secondo Matteotti “manca ormai nel seno del partito socialista quella atmosfera democratica che rende possibile un’aperta espressione della volontà dei militanti (…), è stato spezzato quel patto di solidarietà e di libertà che è presupposto di ogni consorzio civile”. Dunque ancora forze esterne, cioè iscritti al Pci che condizionavano, ancora con la doppia tessera o meno, il congresso socialista. Il fenomeno che Corbi e Onofri hanno descritto analiticamente e che risulta alla base della scissione, obiettivo dichiarato di Togliatti e del Pci.