Mauro Del Bue
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Mauro Del Bue

Silone e le accuse di Rai storia

Adesso su Rai storia ha fatto capolino l’accusa a Ignazio Silone di aver collaborato con l’Ovra durante il regime fascista. Non la smetteranno mai gli storici comunisti di scomunicare gli ex comunisti, come Silone, come Tasca, per anni al centro di polemiche per le sue ipotizzate simpatie per Vichy. Quel che amareggia è che si debba pagare un canone per sentirsi dire che la collaborazione di Silone sarebbe addirittura stata “accertata”. Da chi? Non certo dallo storico Giuseppe Tamburrano che ha avuto modo di confutarla. Basterebbe leggere l’approfondito articolo di Aldo Forbice pubblicato sull’Avanti per rendersi conto dell’accertata e dimostrata estraneita alle accuse formulate da due storici, Mauro Canali e Dario Biocca, e riprendere gli esiti delle ricerche di Alberto Vacca pubblicate in un libro dedicato a confutare tutte le accuse sull’argomento. E’ doloroso registrare ancora una volta la completa manomissione della storia socialista italiana. O ci se ne dimentica, e questo avviene assai spesso, anche nel recente articolo di Bruno Vespa sul Quotidiano nazionale quando cita a proposito della vecchia e nobile politica le figure di De Gasperi e di Togliatti, oppure i suoi grandi protagonisti, come appunto Ignazio Silone, socialista democratico e autonomista, vengono colpiti da accuse scellerate e senza nemmeno lo scrupolo di verificarle. Non diamogliela vinta e resistiamo anche per rispondere colpo su colpo a queste ferite della storia.

La sterzata di Renzi

L’Italvolley ha perso l’oro, ma la gara è durata poco e l’intervista di Del Debbio a Renzi, nel suggestivo salone della Versiliana, é cominciata prima del previsto. Se Occhetto scelse la Bolognina per segnare una svolta, se i democristiani optarono per il convento di Santa Dorotea per creare una corrente, se Craxi si spostò a Quarto per lanciare il suo socialismo tricolore, Renzi ha scelto la Versiliana, luogo di incontri a metà tra il politico, il letterario e il gossip estivo, per due importanti e nuove precisazioni. Anzi, per due radicali rettifiche, per due novità. D’altronde lui è toscano, toscano, e berlusconiano Del Debbio, toscano il luogo. Come dire, il Cerchio o Giglio magico…

La prima è un’autocritica. Sostiene il segretario-presidente d’aver sbagliato a personalizzare il referendum, che il voto di novembre non è contro o a favor suo, ma sulla riforma, che prevede tagli ai parlamentari (i più pagati, dice) e dunque ai costi della politica. Che Renzi abbia sbagliato a personalizzare la consultazione di novembre e che sia invece più giusto e opportuno entrare nel merito della legge costituzionale sottoposta a referendum confermativo lo ritengo un atto di saggezza, sia pur tardivo, e certo condizionato dai non rassicuranti sondaggi. Resta il fatto che inseguire il populismo col populismo è assai azzardato. Se l’argomento fondamentale è il taglio al costo dei parlamentari, allora, come ho già scritto, costa assai meno abolire il Parlamento. E’ evidente che il problema del costo della democrazia deve sempre essere rapportato alla sua efficacia ed efficienza.

Lasci perdere Renzi questo argomento (lo spieghi al guru americano che gli italiani non sono scemi) che non gli caverà un problema e si concentri, dunque, sul merito della legge, sul superamento del bicameralismo paritario, sulla riformulazione del titolo V, dopo la sciagurata riforma dell’Ulivo in salsa ultraleghista, sull’abolizione del Cnel, sull’introduzione del referendum propositivo, sull’aumento delle firme per chiedere quello abrogativo, ma sulla diminuzione della percentuale (la metà più uno dei votanti alle più recenti elezioni politiche e non più la maggioranza degli aventi diritto al voto) per validarlo. Lo faccia in modo semplice e chiaro sempre tenendo presente che gli italiani capiscono anche qualcosa in più delle calcolate suggestioni sui tagli e controtagli.

La seconda novità consiste nell’annuncio che la Legislatura durerà fino al 2018. Qui è nato un equivoco non chiarito. Renzi non si dimetterà, contrariamente a quanto più volte annunciato, qualora prevalga il no? E’ in condizione di annunciare fin d’ora che il referendum è vinto e dunque le sue dimissioni scongiurate? Assicura gli italiani, e il presidente della Repubblica, che il Pd, anche a seguito delle sue dimissioni, non farà mancare la fiducia a un nuovo governo? Domande per ora senza risposte. Personalmente non cambierei le carte in tavola. Uno degli argomenti più solidi del voto favorevole era proprio quello relativo al pericolo dell’ingovernabilità. E’ vero che può valere anche all’opposto. E cioè a depotenziare il no come voto politico contro il governo, incentivato in funzione della sua caduta. Resta però il fatto che mentre più si avvicinava il referendum sulla scala mobile del 1985 più Craxi alzava la posta, più si avvicina quello costituzionale e più Renzi l’abbassa, mentre Sbaraglia è ufficialmente invitato a un confronto e Delrio abbraccia i partigiani dell’Anpi che alla festa di Reggio fanno propaganda per il no. Una sterzata vera e propria.

Il patto di Panebianco

Nell’editoriale di oggi del Corriere Angelo Panebianco compie valutazioni sul referendum costituzionale e sul rapporto Renzi-Berlusconi che personalmente condivido. Poi formula una proposta interessante. L’analisi è convincente. Il patto del Nazareno è stato infranto da Renzi (con l’elezione di Mattarella e non di Giuliano Amato, aggiungo io). Adesso Renzi rischia di perdere il referendum, ma la sua sconfitta si trasforma anche in quella di Berlusconi, oggi costretto a stare in compagnia dei suoi più agguerriti nemici, dai grillini, ai girotondini, ai comunistii e post comunisti, insomma a coloro che lo vorrebbero distruggere non solo politicamente.

Le conseguenze sarebbero ugualmente nefaste per lui. Da un lato nel Pd riemergerebbero i post comunisti, dall’altro l’operazione Parisi sarebbe priva in un aggancio a sinistra molto utile per moderare il centro-destra. Berlusconi deve uscire dall’anomala collocazione al fianco dei suoi antichi e moderni carnefici. E assicuare a Renzi la vittoria al referendum. Come? Con un’intesa sulla legge elettorale che sancisca il ritorno al Mattarellum, una legge votata dal centro-sinistra, ma che ha sancito la vittoria di Berlusconi. Il fatto è che la nuova intesa dovrebbe essere conseguenza della bocciatura dell’Italicum da parte della Corte.

Il patto di Panebianco, avanzato in questo modo, presuppone dunque una scelta precisa di un organo istituzionale non politico. Appare paradossale che un nuovo rapporto politico dipenda dalla Corte costituzionale. Se Renzi e la maggioranza del Pd fossero disponibili a tornare al Mattarellum, non molto diverso è il Bersanellum, basta la volontà politica. Renzi in un sol colpo potrebbe risolvere tre problemi. Potrebbe aggiustare il rapporto con la sua minoranza interna (ma anche con aree della sua maggioranza, visto che il ministro Orlando propone di abolire il doppio turno e lo stesso Orfini propende, forse in omaggio ad Orfeo, il modello greco). Potrebbe aiutare Berlusconi ad uscire dalla cattiva compagnia con cui si è rintanato. Potrebbe consentire a Renzi di affrontare più tranquillamente la delicata scadenza referendaria. Dipende da Matteo, più che da Panebianco e da Grossi.

Divieti e burkini

Sembra un inutile dibattito di ferragosto. Da tempo le donne arabe si mostrano nelle nostre spiagge vestite, e si bagnano senza scoprirsi. Adesso la loro tuta mimetica, simile a quella di un sommozzatore, ma col volto parzialmente coperto, è stata definita burkini, che a metà tra il piccolo burka e il nostro bichini. In Francia burka e burkini sono stati vietati perché contrari alla tradizione liberale di quel paese e alla concezione della donna. In Inghilterra e Germania no. E neppure in Italia. Chi ha ragione?

Partiamo da un punto fermo sul concetto liberale di divieto. Si ritiene che ogni divieto assuma carattere di privazione di diritto, se non lede, come in questo caso, la libertà altrui. E’ il vecchio concetto filosofico secondo il quale io sono libero, ma non di darti un pugno sul naso e dunque la mia libertà finisce sul tuo naso. In questo caso il naso è salvo, ma lo è anche la libertà? Se negare a una donna la possibilità di mostrare il proprio volto è un’assurda proibizione di stampo maschilista che i musulmani si portano seco, allora il divieto del burka e del burkini è un divieto al divieto, cioè un atto di libertà. D’altronde le donne liberate dall’inferno dell’Isis non si sono sbendate e hanno mostrato il loro volto in segno di libertà riconquistata?

Preferirei naturalmente che anziché ricorrere al divieto del divieto fossero le donne musulmane a reagire e a non considerarsi esseri invisibili. Il volto, la sua espressione, gli occhi che guardano e ti osservano, le guance che arrossiscono alla prima emozione sono situazioni che mostrano una identità che si vuole tenere nascosta. Anche noi dobbiamo aiutare le donne musulmane a uscire da uno stato di soggezione e di sopraffazione insopportabili in una civiltà che da tempo, non molto per la verità, ha saputo affermare la piena parità di uomo e donna. A volte il rispetto del divieto è peggio del divieto del divieto.

I sopravvissuti dall’inferno dell’Isis

Ogni momento della storia è segnato da un’immagine che ne diviene rappresentazione simbolica: la persecuzione nazista è stata rinverdita dalla foto di quel bambino che si arrendeva alzando le mani, i bombardamenti in Vietnam da quelle donne e bambini che piangevano tra le macerie provocate dalle bombe e dal napalm. Il dramma dell’emigrazione è stato interpretato da quel bimbo vestito come un nostro figlio e nipote che giaceva morto sulla spiaggia, la liberazione dei territori occupati dall’Isis da una donna che si disvela il volto mentre il figlioletto, atterrito e premuroso, glielo ricopre prima rialzando la benda e poi con le sue manine. Oggi un’altra immagine colpisce, dopo la liberazione di una cittadina siriana occupata dai barbari (in realtà bisognerebbe usare una qualifica ben peggiore perché Attila al cospetto di costoro era un crocerossino) dell’esercito islamista. E’ una foto che ritrae una donna che col volto finalmente scoperto fuma una sigaretta, in segno di sfida ai vecchi carnefici.

Questa guerra di riconquista dei territori occupati dall’Isis, che dall’Avanti a più riprese ho implorato, a costo di essere giudicato un guerrafondaio, ha finalmente svelato diverse verità. La prima è che bastava un convinto appoggio aereo alle truppe curde, e solo marginalmente siriane e irachene, per avere la meglio e sgominare il Daesh. La seconda è che negli scontri in prima linea abbiamo trovato militari inglesi, mentre gli italiani, anche loro impegnati, hanno svolto un lavoro non meno importante di supporto e preparazione militare. La terza è che in Libia l’intervento, in realtà meno complicato di quello in Siria, si è rivelato indispensabile per liberare la città di Sirte, un luogo strategico del territorio libico e l’Italia, col contrasto dei Cinque stelle e di un’estrema sinistra sempre anti occidentale anche quando dall’altra parte c’è il diavolo, ha giustamente concesso le sue basi.

Ma ci sono altre due situazioni che sono venute alla luce, anche se erano già chiare, eccome. La prima è il non risolto nodo russo-americano per quanto riguarda la soluzione della questione siriana. Putin ha le idee chiare. Per lui i nemici di Assad vanno tutti sconfitti e il rais attuale, o uno che ne prosegua la politica filo russa, deve essere appoggiato. Per gli americani è invece tutto meno chiaro. In un primo momento Obama ha appoggiato gli insorti, dove cospicua era la presenza islamista, ma senza forzare, minacciando bombardamenti perché alle prese con il presunto uso di armi chimiche da parte del regime, senza poi attuarli, in seguito si è parzialmente sfilato lasciando ai russi il compito di intervenire, anteponendo alla guerra all’Isis il conflitto russo-ucraino. Ha ragione Sergio Romano che scrive oggi sul Corriere di quanto aleatorie siano le alleanze tra i diversi gruppi militari che combattono contro Assad. Resta il fatto che il problema politico del dopoguerra, e cioè la sorte di Assad e la composizione del futuro governo, paiono tuttora incerte. E questo rischia di rallentare (anzi questo è l’elemento che ha finora rallentato) la liberazione dei territori occupati dall’Isis in Siria.

Ma la situazione orribile, simile ai racconti dei detenuti nei campi di sterminio nazista, è quella che ci deriva dalle parole dei sopravvissuti al terribile lager islamista. Abbiamo letto testimonianze che fanno rabbrividire e dovrebbero costituire atto d’accusa per i pacifisti del mondo intero. Chi veniva solo sospettato di non credere in Dio veniva immediatamente sgozzato, chi veniva sorpreso a fumare era sottoposto al taglio delle dita, le donne trovate senza burqa immediatamente incarcerate. Ancora Raqqa, capitale di questo inferno, non è stata liberata. Propendo a credere, mi pare l’avesse sostenuto qualche mese fa lo stesso Massimo D’Alema, che con l’esercito curdo appoggiato dall’aviazione americana in poche settimane si sarebbe arrivati alla sconfitta del Califfato. Ovvio che la liberazione dei territori occupati non segnerà la fine del terrorismo, ma un colpo alla sua propagandata invincibilità questo sì. Inoltre la mancanza dei proventi per la gestione dei pozzi petroliferi, unite alla necessaria pretesa di troncare, da parte dei paesi arabi canaglia, in primis Arabia Saudita, qualsiasi finanziamento, segnerebbe una vittoria forse decisiva contro l’infernale nemico. Siamo al punto? Non resta che auspicarlo.

Fatta la legge elettorale trovato l’inganno?

Avrei preferito, come ho scritto già più volte, che anche alla Camera, e non solo al Senato, i parlamentari socialisti non avessero votato l’Italicum. Sia al seminario di Viterbo, sia alla Conferenza programmatica dello scorso anno, sia negli organi di partito (un ordine del giorno presentato da Mucciolo e dal sottoscritto, molto negativo sulla legge elettorale, fu approvato all’unanimità dal Consiglio nazionale) ho sottolineato la questione fondamentale che faceva dell’Italicum una legge sbagliata. E cioè il suo carattere adatto al sistema presidenziale e incompatibile con quello parlamentare.

Non si diceva: “Ci vuole un vincitore?”. Come se si dovesse eleggere una persona, cioè un presidente, e non un Parlamento. Per questo il doppio turno nazionale, ancor più del premio di lista e non di coalizione, mi è parsa una pericolosa forzatura. Non a caso questo sistema si usa in Francia per l’elezione del presidente della Repubblica e non in occasione delle elezioni politiche dove il doppio turno è di collegio. L’Italicum, col ballottaggio e il premio di lista, è divenuto così un unicum tra i sistemi elettorali. Da qui il suo nome, che di per sè, configurandosi come l’ennesima anomalia italica, avrebbe dovuto preoccupare anzichè inorgoglire.

L’anomalia consisteva nel pasticciare tra presidenzialismo e parlamentarismo, come stiamo facendo cocciutamente da venticinque anni. Non cambiamo la Costituzione sul modello di stato, e personalmente non avrei nulla contro una riforma di segno presidenzialista o semipresidenzialista, ma tentiamo di agire attraverso la legge elettorale come se questa ci consentisse di aprire le porte di un cambiamento mai avvenuto. D’altronde non si sostiene che il governo Renzi non è stato eletto? E quale mai governo è stato eletto in Italia? Tutti i sistemi elettorali sperimentati, dal proporzionale, al Mattarellum, al Porcellum, e sarà così anche con la nuova legge, hanno solo eletto deputati e senatori.

Ma dietro l’idea che debba esserci un vincitore (la sera stessa delle elezioni, si è detto con tronfia esuberanza) sta un mancato rispetto della volontà popolare. Vorrei sapere in quale sistema elettorale europeo questo è stabilito per legge. Nemmeno nell’uninominale secco all’inglese. Tanto è vero che capita che o i laburisti o i conservatori siano stati costretti a un’alleanza coi liberali. Nemmeno nella Grecia dove al primo partito è assicurato un premio di maggioranza consistente, tanto è vero che Tsipras governa in coalizione con un piccolo partito di destra. Non parliamo poi della Germania, dove socialdemocratici e democristiani governano insieme. O della Spagna dove nessuno è in grado di governare da solo.

Dietro questa idea che un partito debba vincere col ballottaggio e il premio di maggioranza e governare da solo c’è l’idea che la coalizione tra diversi non assicuri la governabilità e la stabilità. A parte il fatto che non credo che i problemi del governo Renzi dipendano da Alfano, vorrei anche sapere se, una volta vinte le elezioni con l’Italicum, il Pd sarebbe in grado di garantire governabilità e stabilità all’Italia. Considerando la sua situazione interna i dubbi mi paiono fondati. Adesso il tavolo è stato rovesciato e una legge pensata ad usum delphini del presidente del Consiglio diviene, dati alla mano, la legge più idonea per la sua sconfitta e per la vittoria di chi aveva gridato al lupo, cioè i Cinque stelle.

Perfino Fassino, perfino Orlando, l’ondivago Orfini era prevedibile, sostengono che a fronte di un tripolarismo il ballottaggio non ha senso. Ma il sistema italiano è tripolare dal 2013. Perché costoro se ne accorgono solo ora? Così tutto diventerà più complicato. I nemici dell’Italicum si trasformeranno nei più fanatici suoi sostenitori, i suoi autori diverranno i più intransigenti revisionisti. In passato è sempre capitato che una legge che doveva favorire gli uni ha finito per far vincere gli altri. La legge Acerbo fu sostenuta dai liberali e votata anche dai popolari e decretò la vittoria fascista, il Mattarellum voluto da Segni e sostenuto da Occhetto ha favorito l’exploit di Berlusconi, il Porcellum voluto dal centro-destra ha decretato il millimetrico successo di Prodi. L’unica differenza è che, pare, adesso si tenta di correre ai ripari prima delle elezioni. Non sarà facile. Come diceva quel vecchio proverbio indiano “cavalcare la tigre è semplice. Il difficile è scendere quando la tigre è in corsa”…

Inviato da iPad

Raggi di buio

Lasciamola lavorare la ragazza. Ha stravinto le elezioni Virginia Raggi più per i disastri provocati dagli altri che per meriti suoi, ma adesso prima di caricare i fucili e metterla al muro aspettismo almeno un anno. Troppo variopinta e chiassosa l’opposizione del Campidoglio, quella che fino a pochi mesi fa era alla guida dell’Urbe. Un po’ più di misura e di prudenza non guasterebbe e aiuterebbe a evitare quel “fronte contro fronte” che non aiuta a sviluppare giudizi sereni. Tuttavia non si può dire che i primi passi della nuova amministrazione siano stati felici. Innanzitutto i tempi e i modi a cui si è pervenuti a nominare la giunta. Il complicato percorso ci ha aiutato a capire anche la geografia del movimento, almeno per quel che riguarda Roma.

Ad esempio, abbiamo appreso che a Roma esiste un mini direttorio e questo organo si comporta come qualsiasi strumento partitocratico della prima, e anche della seconda, Repubblica. Vuol decidere o quanto meno condizionare la nomina degli assessori. E questo in barba ai poteri del sindaco democraticamente eletto. Quindi il movimento, o partito, vien prima del popolo, visto che il direttorio non è stato eletto da nessuno. Poi siamo venuti a conoscenza di chi conta effettivamente nel direttorio. Ad esempio questa Lombardi che ha fatto la voce grossa per ottenere assessori a lei legati, o questa Taverna che ha fatto altrettanto, mentre lo stesso Di Battista e perfino il napoletano Di Maio hanno avanzato pretese di candidatura.

Fatto sta che la Giunta Raggi è stata l’ultima ad essere nominata tra le diciannove uscite dall’urna delle città capoluogo di provincia. La lottizzazione (non mi viene un altro modo di definirla) ha addirittura interessato il capo di gabinetto e il suo vice, in una altalenante palleggio tra Frongia e Marra, poi annulati entrambi dalla Morgante, mentre i media nazionali hanno parlato di un sindaco che avrebbe minacciato le dimissioni e di un dossier segreto contro Marcello De Vito, esponente vicino a Roberta Lombardi e alla senatrice Paola Taverna, le due donne che hanno complicato, e parecchio, la vita di Raggi.

Come se non fosse bastato, dopo aver trovato col bilancino la quadra, la Raggi è stata subito chiamata a far fronte al caso Muraro, assessore all’ambiente della sua giunta e in passato consulente ben pagata dell’Ama, l’azienda dei rifiuti romana più volte al centro delle polemiche degli stessi Cinque stelle. Delle due l’una. O la Muraro ha dato pessimi consigli a questa azienda, visti i risultati, oppure è stata una consulente poco ascoltata. In entrambi i casi i suoi emolumenti sono parsi eccessivi. Da tutto questo emergono tre sensazioni iniziali (i giudizi andranno espressi piû tardi). La prima è che, come già anticipato, i Cinque stelle siano un pezzo di partitocrazia, con tanto di capi bastone, che tendono ad accapararsi e dividersi il potere. La seconda è che non solo il governare, ma anche l’amministrare, sia arte assai più complicata del protestare, soprattutto in una città come Roma e da parte di giovani inesperti. La terza è che può capitare anche ai Cinque stelle di compiere scelte avventate se non sbagliate. Vedremo adesso gli sviluppi. Pensiano però, se tutto questo fosse capitato agli altri, come avrebbero reagito dall’opposizione lorsignori con quel supposto intransigente candore…..

Il presidente Di Maio…

Le dichiarazioni di Luigi Di Maio sono sostanzialmente quelle anticipate da Di Battista. E cioè l’opposizione alla concessione delle basi italiane agli americani per i bombardamenti su Sirte è motivata dalla paura che gli uomini di Al Baghdadi se la prendano anche con noi. Se mai prevalesse una simile posizione (e qualora i Cinque stelle fossero al governo preverrà) l’Italia dovrebbe fare i conti con quattro inevitabili conseguenze. La prima, ovvia, è quella relativa all’apertura di un conflitto cogli Usa, che potrebbe portarci fuori dall’Alleanza atlantica. Non si prenda a paragone il precedente di Craxi del 1986. Allora Reagan decise di bombardare Tripoli e Bengasi, puntando direttamente all’eliminazione di Gheddafi, il capo di quel governo. Oggi è il governo libico di Seraj che chiede l’intervento per liberare la città di Sirte, occupata dall’Isis. Per combatterlo perfino l’ambigua Turchia ha concesso le sue basi. Di Maio si comporterebbe dunque peggio di Erdogan.

La seconda evidente conseguenza sarebbe relativa all’indebolimento del già debole e contestato governo Serraj, riconosciuto dall’Onu. Se all’esplicita richiesta del governo libico l’Italia opponesse il suo rifiuto evidentemente non solo la storica influenza italiana sulla Libia decadrebbe d’incanto, ma anche i nostri tecnici e militari dovrebbero essere richiamati in patria. Non solo non saremmo impegnati in un’operazione militare richiesta, ma non la faciliteremmo. Il terzo inevitabile effetto sarebbe quello di isolare ancora di più l’Italia dal contesto europeo. Mentre la Francia, ma anche la Germania e la Gran Bretagna, hanno reagito dopo il 13 novembre anche a livello militare, l’Italia, dopo non avere imitato i paesi fratelli, si rifiuterebbe anche solo di concedere le sue basi agli aerei americani. Immaginiamo le reazioni.

Ma ci sarebbe anche un quarto, devastante effetto. Se alla base della mancata concessione ci fosse davvero la paura di ritorsioni, dovremmo allora ammettere che la guerra del Califfato è una guerra di reazione, non di offesa. E che Francia, Belgio, Germania, Gran Bretagna, Spagna, oltre agli Usa, hanno prima bombardato o concesso basi e poi sono state colpite. Non è affatto così. Anzi, questa folle interpretazione del terrorismo islamico finisce perfino per giustificarlo. E’ aberrante. Postula una sorta di patto di non aggressione reciproco. Una tranquillità garantita da chi sgozza e brucia gli infedeli. Una mezza comprensione con un occhio socchiuso d’intesa. A questo porterebbe la posizione di Di Maio, presidente di un governo a Cinque stelle. Che Dio ce ne scampi.

Londra. Attacco ai passanti. Squilibrato o terrorista?

londra2Questa notte notte nella capitale britannica si è verificato un nuovo sanguinoso attacco in pieno centro. In Russell Square, nei pressi dell’Imperial Hotel e a due passi dal British Museum, un giovane ha improvvisamente estratto un coltello e ha iniziato a colpire i passanti. Una donna di 60 anni è morta prima del trasporto in ospedale. Altre cinque persone, due donne e tre uomini, sono rimaste ferite in modo più o meno grave. E sono già state dimesse, altre due sono state trattenute. Ovvio che il primo pensiero sia andato a un nuovo attacco jihadista. Meno di 48 ore prima, infatti, il capo dei servizi di sicurezza britannici aveva lanciato l’allarme su un nuovo attentato terrorista, affermando che non “è questione di se, ma di quando”. Le autorità si sono affrettate a minimizzare l’episodio di mercoledì notte. L’attentatore, un 19enne che è stato immobilizzato dalla scarica di una pistola elettrica, un taser, quindi arrestato e condotto in prigione, soffrirebbe di disturbi mentali. Rimane comunque aperta l’ipotesi di un atto di terrorismo. Resta il fatto che episodi analoghi si stanno verificando con una cadenza straordinaria in Europa e nelle stesse analoghe modalità assumono carattere terroristico. Ormai la metodologia di colpire a caso i passanti, come a Monaco, riproduce la tecnica usata in mezzo mondo dall’Isis.

Si tratti di fanatici islamisti o di malati mentali i crimini si moltiplicano forse anche per imitazione. Il delitto è avvenuto nella stessa zona della bomba del 2005. Le autorità britanniche per ora mantengono aperte entrambe le piste. Dichiarano che l’assassino soffriva di malattia mentale ma indagano anche sulla pista terroristica. Questo peraltro avviene mentre gli Usa hanno iniziato l’offensiva per liberare la città di Sirte in Libia, occupata dall’Isis, su esplicita richiesta del governo Serraj. Il ministro della Difesa italiana Pinotti ha già annunciato la disponibilità italiana a concedere le basi suscitando le solite, stantie proteste della sinistra estrema e dei grillini. L’on. Di Battista, già noto per le sue dichiarazioni giustificazioniste sul terrorismo islamico, ha invitato il governo italiano a non concedere le basi per evitare di crearsi nemici. Cioè per inimicarsi i terroristi che, per Di Battista, non dovrebbero evidentemente essere considerati tali… Difficile non pensare a quali alleanze internazionali potrebbe portare un governo dei Cinque stelle in Italia.

Mauro Del Bue

PAURA A LONDRA

londra

Una donna è morta e cinque altre persone sono rimaste ferite in un attacco a colpi di coltello condotto ieri sera nel centro di Londra, a Russell square, da un ragazzo norvegese di origini somale, di 19 anni, che è stato poi arrestato. La vittima era una cittadina americana ed aveva 60 anni. I feriti hanno nazionalità americana, britannica, australiana e israeliana. Secondo la polizia si è trattato di un ”attacco isolato” e le vittime sono state ”scelte a caso”. Il numero due di Scotland Yard, Mark Rowley, ha precisato che non sono state trovate tracce di radicalizzazione sul suo conto. Il killer non sarebbe legato, quindi, a terrorismo.

In mattinata il sindaco di Londra, Sadiq Khan, ha esortato gli abitanti della città a rimanere “calmi e vigili”, aggiungendo che la polizia sta facendo “un lavoro incredibilmente difficile”. La donna uccisa è stata soccorsa sul posto, ma poco dopo è morta. Le altre persone ferite sono una donna e quattro uomini. 

Il giovane, rimasto ferito,  è stato dimesso dall’ospedale ed è stato preso in custodia dalla polizia che gli ha formalizzato l’accusa di omicidio. “Continuiamo a concentrare la nostra linea d’indagine sulla salute mentale” dell’arrestato, ha affermato un portavoce di Scotland Yard.


A Londra un attacco (uno squilibrato o un terrorista),
mentre l’Italia concede le basi
di Mauro del Bue

Questa notte notte nella capitale britannica si è verificato un nuovo sanguinoso attacco in pieno centro. In Russell Square, nei pressi dell’Imperial Hotel e a due passi dal British Museum, un giovane ha improvvisamente estratto un coltello e ha iniziato a colpire i passanti. Una donna di 60 anni è morta prima del trasporto in ospedale. Altre cinque persone, due donne e tre uomini, sono rimaste ferite in modo più o meno grave. E sono già state dimesse, altre due sono state trattenute. Ovvio che il primo pensiero sia andato a un nuovo attacco jihadista. Meno di 48 ore prima, infatti, il capo dei servizi di sicurezza britannici aveva lanciato l’allarme su un nuovo attentato terrorista, affermando che non “è questione di se, ma di quando”. Le autorità si sono affrettate a minimizzare l’episodio di mercoledì notte. L’attentatore, un 19enne che è stato immobilizzato dalla scarica di una pistola elettrica, un taser, quindi arrestato e condotto in prigione, soffrirebbe di disturbi mentali. Rimane comunque aperta l’ipotesi di un atto di terrorismo. Resta il fatto che episodi analoghi si stanno verificando con una cadenza straordinaria in Europa e nelle stesse analoghe modalità assumono carattere terroristico. Ormai la metodologia di colpire a caso i passanti, come a Monaco, riproduce la tecnica usata in mezzo mondo dall’Isis.

Si tratti di fanatici islamisti o di malati mentali i crimini si moltiplicano forse anche per imitazione. Il delitto è avvenuto nella stessa zona della bomba del 2005. Le autorità britanniche per ora mantengono aperte entrambe le piste. Dichiarano che l’assassino soffriva di malattia mentale ma indagano anche sulla pista terroristica. Questo peraltro avviene mentre gli Usa hanno iniziato l’offensiva per liberare la città di Sirte in Libia, occupata dall’Isis, su esplicita richiesta del governo Serraj. Il ministro della Difesa italiana Pinotti ha già annunciato la disponibilità italiana a concedere le basi suscitando le solite, stantie proteste della sinistra estrema e dei grillini. L’on. Di Battista, già noto per le sue dichiarazioni giustificazioniste sul terrorismo islamico, ha invitato il governo italiano a non concedere le basi per evitare di crearsi nemici. Cioè per inimicarsi i terroristi che, per Di Battista, non dovrebbero evidentemente essere considerati tali…

Difficile non pensare a quali alleanze internazionali potrebbe portare un governo dei Cinque stelle in Italia.

Mauro Del Bue