Mauro Del Bue
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Mauro Del Bue

Dura lex sed lex

Allora si parte davvero? Dunque ci siamo? Il poker dei partiti, Pd, Fi, Lega e Ap, é servito? Direi di si, ma. Quel che lascia perplesso é l’atteggiamento di Renzi che sembra seduto in riva al fiume ad aspettare con l’atteggiamento di uno che dice: “Voglio proprio vedere dove andate a finire”. E perché mai se il poker è servito? Perché i Quattro dovrebbero tornare indietro sul Mullerattam, il Mattarella rovesciato? Guardiamo le carte dei berlusconiani. Avrebbero certo preferito il Tedeschellum, interamente proporzionale, ma meglio il Mullerattam Sergio (Oigres?) che l’Italicum più il Porcellum emendati che imporrebbero a Forza Italia la lista unica con Salvini e Meloni. Col meccanismo dell’attribuzione dei voti sull’uninominale anche delle liste che non raggiungono il tre sul proporzionale può puntare sulla quarta lista, quella di Parisi e soci, e farla valere. Ottimo no?

Per di più col voto unico, ma che solo se dato alla lista di partito sul proporzionale viene attribuita anche alla coalizione sull’uninominale. Straottimo, perché Berlusconi può eleggere i due terzi di parlamentari a lista bloccata (questo lo si dice a bassa voce) e solo un terzo in alleanza cogli altri. La Lega se ne frega del sistema di voto. Salvini ha dichiarato che gli vanno bene tutte le leggi. Tanto da non alleato o da alleato, col 3 o col 5 per cento, con o senza premi, i voti e i seggi li porta a casa. Ad Alfano la legge calza a pennello. Può bosellizzarsi, cioè portare a casa un po’ di parlamentari nell’uninominale a prescindere dal superamento del quorum sul proporzionale. Perché mai dovrebbe lamentarsi se con l’Italicum rischiava di sparire?

Diciamo che la legge non va male neppure a noi. Con l’uninominale si potrebbe candidare qualche socialista in collegi in cui disponiamo di un discreto bacino elettorale, mentre sul proporzionale potremmo presentare una lista socialista, radicale, ecologista o confluire in una lista di coalizione se il Pd la vorrà lanciare. Senza preferenze é più facile essere eletti. Resta Renzi che attende che passi l’acqua del fiume. Franceschini e Orlando hanno lavorato perché questa legge venisse presentata. Ma Renzi? Che interesse avrebbe, da un lato, a favorire coalizioni che ha sempre dichiarato di non volere e a garantire un ulteriore rafforzamento del centro-destra che le coalizioni le pretende per vincere? Un Pisapia che però non vuole Alfano può valere il tentativo? Vedremo cammin facendo. L’acqua sotto i ponti scorrerà in fretta e anche chi attende non dovrà attendere a lungo. Per rallegrarsi o per dolersi.

A proposito di Giuseppina Ghersi

Nell’agosto del 1990 provocai il grande confronto nazionale (ne parlò anche il giornale della gioventù comunista sovietica) sul dopoguerra reggiano. Si evocò il triangolo della morte anche se il termine riguardava tre comuni del modenese. L’ex deputato comunista Otello Montanari scrisse poi il suo famoso Chi sa parli che suscitò clamore perché si trattava del primo comunista che ammetteva responsabilità dirette del Pci negli omicidi, non solo e non tanto di ex fascisti, ma di imprenditori, cattolici, liberali e anche di socialisti, come l’ex sindaco di Casalgrande Umberto Farri ammazzato brutalmente a casa sua nell’agosto del 1946. Da pochi mesi era crollato il muro di Berlino e il Pci aveva deciso di cambiar nome. Su quei fatti il Psi tenne un grande convegno concluso da Rino Formica e al quale parteciparono l’ex partigiano Aldo Aniasi e l’ex comunista Ripa di Mena. Su tutto questo scrissi poi un libro “Storie di delitti e passioni”, uscito nel 1995.

Il caso della povera Giuseppina Ghersi, la bambina di 13 anni orribilmente ammazzata a pochi giorni di distanza dalla Liberazione, appartiene a quella stessa categoria di delitti che per fortuna a Savona furono meno copiosi che non a Reggio Emilia (il prefetto della Liberazione Vittorio Pellizzi ha parlato di mille morti fino alla fine del 1946, lo storico comunista Giannetto Magnanini “solo” di 450). Anche a Reggio Emilia un ragazzo seminarista di 14 anni venne trucidato da alcuni partigiani comunisti, solo colpevole di portare l’abito nero. Si tratta di episodi che la coscienza di tutti i democratici ha il dovere di condannare e non dimenticare. E dopo che la vicenda della Ghersi é stata ricordata nel libro di Pansa “Il sangue dei vinti” e, soprattutto, dopo la decisione di rinfrescarne la memoria con una targa in piazza, si ha il dovere di sbugiardare coloro che ancor oggi si arrampicano dietro il paravento del giustificazionismo.

La nostra condanna per chi che si é macchiato di questo crimine, qualsiasi sia la sua matrice politica, la ragione di quel gesto, le sue finalità, deve essere assoluta. La presa di distanze del presidente dell’Anpi di Savona, subito criticato anche dall’Anpi nazionale, non é solo inaccettabile, ma anche pericolosa. Rapportare gesti come questo alla lotta di liberazione finisce per attribuire delitti infami alla nobile rivolta degli italiani al nazi fascismo. Separare questi episodi dalla Resistenza significa preservarla da crimini indecenti. Nella confusione la Resistenza é lesa, nella distinzione é salva. Non é un caso che i veri partigiani già nel 1990 presero posizione condannando gli omicidi del dopoguerra. E che oggi tutti i partiti democratici abbiano usato parole chiare sulla crudele morte di quella povera bambina. Aggiungo che se l’iniziativa della targa fosse partita dai soggetti del centro sinistra, e non da un consigliere di Forza Italia, più difficile sarebbe stata l’appropriazione del gesto anche da parte di forze di estrema destra. Cos’é questa timidezza o ritrosia a farsi carico di iniziative esplicite che segnino un confine netto tra crimine infame e guerra giusta, tra omicidio e giustizia, tra crudeltà e umanità? Ho sempre pensato che la nostra matrice sia quella giusta per stare dalla parte dell’antifascismo senza rinnegare mai i valori del rispetto della dignità umana.

Grillo l’antropofago

C’é qualcosa di più del disprezzo per la libera stampa, che sia ben chiaro in Italia é spesso tutt’altro che libera, nella invettiva di Grillo urlata ai giornalisti dal finestrino dell’auto. Quel “vorrei mangiarvi per potervi vomitare” appartiene a una superstizione antica. L’idea dell’essere che é in condizione di divorare suoi simili ha origine nella mitologia greca e romana. Parliamo di Saturno, Crono per i romani, il più giovane dei Titani. Secondo la cosmogonia greca Crono, essendogli stato profetizzato che uno dei suoi figli lo avrebbe soppiantato e privato del potere, li iniziò a divorare uno a uno. La moglie Rea riuscì a porre in salvo solo Zeus, che poi riuscì a restituire i figli ingoiati e spodestò il padre divenendo signore assoluto di tutti gli dei.

L’idea di divorare qualcuno é dunque la massima vocazione di potenza. Quella più antica, la più assoluta. E dunque Grillo se l’attribuisce paragonandosi al padre di Zeus. Ma quella di vomitarli é anche peggio. Sfidato da Zeus Crono li riconsegnò intatti, Grillo vorrebbe addirittura lacerarli e confonderli nel vomito. Anzi, li divorerebbe solo per poterli vomitare. Compirebbe il sacrificio di ingurgitarli per la gioia di rigettarli. Ovvio che paragone per paragone, viene in mente Di Maio, che con Zeus c’entra assai meno che con San Gennaro come si é visto nella foto dove bacia l’ampolla del sangue rappreso. Di Maio spodesterà Grillo?

I suoi quattro fratelli sono in realtà sette e divorati da Grillo-Crono in realtà non gli verranno restituiti. Saranno dimenticati in fretta. Credo che da Di Maio, tuttavia, non nasceranno stirpi di dei. E che la guerra a interpretare la figura di Zeus sia già cominciata con Di Battista e Fico in prima linea. Di Maio vincerà primarie taroccate e si aggiudicherà una premiership che in Italia conta come gli assessori a tempo della Raggi. E i giornalisti italiani non saranno mangiati e vomitati. Potrebbero essere impediti a svolgere la loro attività. Questo é già accaduto in passato e la decisione venne presa da uno che al massimo si faceva chiamare in latino come un comandante, non come un dio….

Sette piccoli indiani a Cinque stelle

Si fa un gran parlare di queste primarie grilline per l’individuazione del candidato premier, che hanno solo valore formale. In Italia non si vota per eleggere il presidente del Consiglio, ma per eleggere il Parlamento che a sua volta non elegge un premier, ma vota la fiducia a un governo con a capo un primo ministro scelto dal presidente della Repubblica. Ma lasciamo perdere, perché quest’ambiguità ce la portiamo dietro dal 1994, dalla nascita della cosiddetta seconda Repubblica, mai nata. E ora pare già morta. Siccome il buon Giggino Di Maio é candidato a vincere nessuno dei cosiddetti big del partito ha accettato la sfida. Con Di Maio corrono un portiere delle giovanili del Napoli di cui Giggino era steward e raccattapalle, suo cugino che lavora in Svizzera, una ex fidanzatina di Torre Annunziata, suo zio di Nola, il suo prosciuttaio sotto casa che ha chiesto in cambio la maglia di Insigne, il commercialista di Grillo che certificava i bilanci, falsi, dei suoi spettacoli, la segretaria licenziata da Di Battista e uno degli assessori (a scelta) allontanati dalla Raggi. Di Maio festeggerà la vittoria senza gara, dopo il sacrificio dei sette piccoli indiani (e non ne rimase nessuno…) offrendo a tutti gli altri una cena a Posillipo. Coi soldi del Monopoli…

Signori, ecco a voi il Mullerattam

Si riparte. Ancora non si capisce per arrivare dove. Ma si riparte con un nuovo testo di riforma della legge elettorale che viene oggi depositata da Emanuele Fiano alla Commissione affari costituzionali della Camera. Non é il tedesco, non é il Mattarellum, signori. E’ il Mattarellum rovesciato. Dunque il Mullerattam. Prevede, al contrario della legge che porta il nome dell’attuale presidente della Repubblica, solo un terzo di collegi uninominali maggioritario e il resto proporzionale, con uno sbarramento al 5 per cento. Favorevoli Pd, Lega (che dice sempre sì), con Berlusconi interessato. Decisamente contrari grillini, Sinistre e forse, se rimarrà uno sbarramento alto, anche Ap.

Altro giro, altro premio? No, il premio non c’é più, ovviamente. A un terzo di collegi che dovrebbero essere talmente ampi da prevedere ampie coalizioni, ma con candidati difficilmente in grado di condizionarne l’esito, sarà di contrappeso una serie di liste più o meno allargate di partiti con candidati non si comprende se bloccati o eletti con le preferenze. Quest’ultimo, assieme alla questione dello sbarramento, mi sembra il nodo ancora aperto. Penso che i socialisti debbano apprezzare tutto quello che si distacca dall’Italicum e si avvicina al Mattarellum. Meglio ampie coalizioni riformiste e magari una lista sul proporzionale che riprenda la vecchia idea dell’area socialista, radicale, ecologista. Se lo sbarramento sarà abbordabile.

Restano gli interrogativi e siccome le leggi elettorali rappresentano conseguenze di scelte politiche allora andiamo in ordine. E’ interesse del Pd spaccare la sinistra e nei collegi uninominali Pisapia e il suo Campo progressista potrebbero fare alleanza, mentre sul proporzionale il Pd potrebbe presentare un simbolo che richiami a un’intesa più vasta. Berlusconi sarebbe interessato a una legge elettorale che, contrariamente all’Italicum più o meno emendato, non lo costringa a presentarsi con un simbolo unico assieme a Salvini e Meloni. E il Mullerattam questa possibilità la prevede per i due terzi degli eletti. Se lo sbarramento scivolasse un po’ più in basso accontenterebbe anche la Meloni e forse Alfano. Che sia la volta buona? L’alternativa sarebbe un decreto del presidente della Repubblica per uniformare le due leggi di Camera e Senato, ma i tempi stringono. Certo che siamo sempre più o meno, tra Mattarella, Mattarellum e Mullerattam, nelle mani della stessa persona…

La tenda di Prodi, il siluro di Pisapia

Dunque Prodi ha perso la tenda. D’altronde la sua attività per costruire una coalizione si é scontrata con la volontà di Renzi di farne a meno. Il che ha provocato il siluro di Pisapia al quale é stato prospettato l’ingresso in un listone e non un’alleanza politica tra soggetti diversi. Cerchiamo di capire. E dividiamo tra sostenitori dell’ipotesi coalizionista e di quella del listone. Sono a favore della coalizione, cioè di una riforma elettorale che in qualche misura la contempli (o reintroducendo il premio ad un’alleanza di liste o il Mattarellum che prevede le alleanze nell’uninominale) sia Prodi, e soprattutto Pisapia, che l’opposizione a Renzi nel Pd. Sono invece contrari e decisi a mantenere il premio alla lista, o al massino a una riforma che sfoci nel simil tedesco, Renzi e i suoi da un lato, ma anche Mdp dall’altro.

Nel primo caso Pisapia tenterebbe di formare una lista, magari spaccando Mdp, alleata al Pd (forse, ma non é chiaro, anche ad Alfano), mentre gli oppositori di Renzi che vedono come fumo negli occhi ipotesi di alleanze dopo il voto con Berlusconi (ammesso che siano numericamente possibili), auspicano una riforma elettorale che renda possibili le alleanze di liste. Renzi pare orientato a mantenere le leggi di Camera e Senato come sono (attenzione, perché il Porcellum emendato dalla Corte, contrariamente all’Italicum due, le coalizioni le prevede con due sbarramenti regionali, il 3 per le liste coalizzate e l’8 per quelle non coalizzate), ma anche i dalemiani che di allearsi col Pd non hanno nessuna voglia.

Questi ultimi, dunque, assecondano Renzi a tener duro sul premio di lista alla Camera, perché, in questo modo, staccano Pisapia dal Pd e lo aggregano a loro. Renzi non può cedere sul ritorno alla coalizione perché non può allearsi cogli scissionisti. Regalerebbe voti e funzioni politiche. Perderebbe lo stesso Pisapia e i suoi che confluirebbero nella lista alleata e ben difficilmente riuscirebbe a vincere le elezioni raggiungendo il 40 per cento. Perderebbe come coalizione e nella coalizione. Mai come oggi legge elettorale e strategia politica sono strettamente collegate. Per questo il segretario del Pd continua ad annunciare che una riforma della legge elettorale é strettamente collegata alla disponibilità della triade Pd, Centro-destra e Movimento Cinque stelle. Perché sa benissimo che si tratta di operazione impossibile. Ad impossibilia nemo tenetur…

Tutti contro la magistratura 25 anni dopo…

Garantisti a 180 gradi 25 anni dopo. Si accorgono tutti della magistratura politicizzata solo adesso. Berlusconi da un po’, Di Pietro solo in questi giorni e si autocensura, il Pd con Orfini grida al colpo di stato, Zanda evoca il complotto, l’ex sindaco Pd di Venezia Orsoni esplode contro la nuova Inquisizione, Salvini mette in guardia sulla mancanza di democrazia, Bossi richiama addirittura il fascismo. E io sorrido con molta amarezza… Oggi sono proprio scomparsi i giustizialisti, tanto che perfino il magistrato più garantista, e cioè Nordio, sembra il più moderato. Tutti si ribellano alla magistratura perché sono toccati loro. Dunque il garantismo diventa autogarantismo. Come quello di De Magistris, colpito in un breve periodo dalla legge Severino, che per gli altri intendeva applicare alla lettera e per lui invece no, inventandosi le discutibili funzioni di sindaco di strada.

Il pm di Napoli Henry John Woodcock é indagato per falso, in concorso con l’ ex capitano del Noe Gianpaolo Scafarto, nell’ambito della vicenda Consip. Sarebbe stato proprio l’ufficiale del Noe – secondo quando scrivono oggi Il Corriere della Sera, il Messaggero e il Mattino – a dire ai pm di Roma di essere stato indotto dal magistrato a scrivere in una informativa che i servizi segreti avrebbero spiato i carabinieri che stavano indagando sull’imprenditore Alfredo Romeo. Da lì naturalmente arrivando cosi al presidente del Consiglio che cercavano in ogni modo di coinvolgere anche attraverso i rapporti tra lo stesso Romeo e papà Renzi. La dottoressa Lucia Musti, procuratore a Modena, in un’audizione al Csm, ha parlato di Scafarto e del capitano Ultimo come di “due esagitati”, ossessionati di arrivare al presidente del Consiglio, un po’ come Di Pietro a Craxi. Ma questo Woodcock quante indagini e chiamate di correo ha messo in campo, quante celebrità politiche e dello spettacolo ha coinvolto, con scarsi o nulli risultati? Eppure é ancora al suo posto. Colpo di stato o colpo di memoria? Ha ragione Renzi a dichiarare testualmente: “La politica è stata subalterna alla magistratura”. Noi ce n’eravamo accorti.

Salvini si lamenta, a mio giudizio con qualche ragione, della decisione del magistrato che gli ha, per ora, confiscato tutti i soldi che la Lega aveva in cassa. In una conferenza stampa il vertice leghista ha parlato di affronto alla democrazia, soprattutto in una fase pre elettorale come questa. Un attacco senza precedenti alla magistratura, a seguito di una vicenda assai delicata che ha coinvolto lo spregiudicato tesoriere Belsito e la famiglia Bossi. Credo sia la prima volta. D’altronde Salvini ritiene che la vicenda riguardi solo le persone coinvolte e non la sua Lega, che con quella di Bossi ha decisamente rotto. Ma Bossi alza i toni e, difendendo se stesso e il partito di allora, paragona i magistrati di oggi ai fascisti di ieri che scioglievano i partiti politici. Ricordo quando la Lega, negli anni novanta, era sempre stata schierata da una parte sola della barricata. Cioè da quella dei magistrati a qualsiasi costo, sfilando con loro col buon Formentini.

Di Berlusconi non parlo. Coi magistrati ha un conto aperto dal vertice di Napoli del 1994. Credo abbia speso più in avvocati che per dieci campagne elettorali. Attende che la Corte europea dei diritti umani risponda al suo ricorso relativo alla disposizione sulla sua ineleggibilità. Parlo del buon Mastella, assolto dopo nove anni assieme alla moglie, per vicende relative alle nomine nelle Usl della Campania, che fanno ridere chi ha fatto politica e che invece hanno fatto piangere, oltre ai due interessati, anche il governo Prodi e influito sulla fine di una legislatura. Mastella é stato assolto con formula piena, ma ha subito danni politici e morali. Chi glieli ripagherà? Mi fermo qui e potrei continuare con una dichiarazione di Piero Fassino, pubblicata sulla stampa di oggi con la quale egli accenna al possibile ritorno ad una “triste fase della nostra democrazia”. Se si riferisce, come mi pare, a quella di Tangetopoli e alla magistratocrazia, anche per lui vale l’accenno al nuovo revisionismo. Allora neppure il buon Piero spendeva parole per criticare le azioni e le ambizioni del Pool di Milano. Ma ormai son trascorsi 25 anni e bisogna perdonare tutti…. Mal che vada li aspetteremo tutti con noi all’Inferno.

I grillini rinunciano alla pensione ma se la tengono

Sapendo che non è possibile rinunciare a quel che il Parlamento ha deciso in termini di previdenza e ossessionati dai loro slogan contro i cosiddetti privilegi della casta, i grillini hanno annunciato che rinunceranno alla pensione così come prescritta dalle norme approvate. Si tratta di una pensione contributiva che scatta dopo i 65 anni e che ammonta a meno di mille euro. Enorme privilegio, dopo l’abolizione dei vitalizi, che dal 2012 non vengono più erogati. Non contenti mai di nulla, adesso la Grillo band fa leva sull’ignoranza. Che bravi i grillini a rinunciare a quel che non rinunceranno. Resta per me un mistero quella parte del Pd che insegue questa follia. C’un vecchio proverbio indiano che dice: “Facile è cavalcare la tigre, molto difficile è scendere dalla tigre quando è in corsa”. I due Matteo non credo siano mai stati neppure a cavallo…

Tra Di Pietro e Pisapia

Ha destato un certo clamore la recente intervista di Antonio Di Pietro, andata in onda su La7 e poi ripresa e ampliata da un giornale online. Se le parole hanno un significato si tratta della più clamorosa autosconfessione che sia mai stata pronunciata da un ex magistrato e poi uomo politico. Riassumiamola per punti. Come uomo simbolo di Mani pulite Di Pietro dichiara: “Ho fatto l’inchiesta Mani Pulite con cui si è distrutto tutto ciò che era la cosiddetta Prima Repubblica: il male, che era la corruzione e ce n’era tanta, ma anche le idee”. E ancora: “Allora c’erano idee, c’erano liberali, cattolici, comunisti (si dimentica dei socialisti, ma ci sta, conoscendo la cultura del soggetto), che venivano dall’esperienza dei padri costituenti. Invece dopo di loro sono arrivati il dialetto di Bossi, la sgrammaticatura di Di Pietro, il tupé di Berlusconi e l’idea politica è sfumata. Come ha detto il mio amico imprenditore Luigi Crespi: “Chi realizza successo sull’urlo ha un successo effimero”.

Poi la sconfessione più spietata di se stesso e del comportamento del Pool: “Tra i tanti effetti di Mani Pulite c’è stato anche l’effetto emulazione, sono nati i magistrati dipietristi. E’ uno dei rischi che la magistratura deve evitare. La magistratura fa lo stesso lavoro che fa il becchino. Il becchino interviene quando c’è il morto, la magistratura deve intervenire quando c’è il reato. La magistratura invece che vuole sapere se c’è il reato è una magistratura pericolosa, perché con le indagini esplorative si crea il delinquente prima che ci siano le prove”. Esattamente il canovaccio di Mani Pulite.

Ancora peggio la sua autodemolizione sul piano politico. Da rimanere impietriti davvero. Sentite: “Ho fatto politica basandola sulla paura e ne ho pagato le conseguenze” ha aggiunto sempre nella diretta televisiva Di Pietro, “ho costruito la mia politica sulla paura delle manette, sul concetto che erano tutti criminali”. E più avanti: ” Mi sono presentato in modo confuso e confusionario. Ho fatto contemporaneamente l’uomo di governo e l’oppositore. Stavo nelle piazze a manifestare contro le decisioni in materia di giustizia prese dallo stesso governo di cui facevo parte”.

In un’altra intervista Di Pietro ha poi dichiarato che oggi, se dovesse scegliere, si collocherebbe con Bersani e il suo Mdp. Proprio ieri si é svolto l’agognato incontro tra i soggetti che dovrebbero dar vita al nuovo centro-sinistra alternativo al Pd renziano. I presenti erano più delle squadre di Barca e Juve che s’incontravano poco dopo. Delegati di Sinistra italiana, nelle sue diverse componenti, di Mdp con Bersani, D’Alema, Speranza Rossi e vari ed eventuali, di Campo progressista con Pisapia e l’ex democristiano Tabacci e amici e compagni. Balzava agli occhi la mancanza di un solo socialista. Evidentemente i socialisti erano in movimento. Alla fine dell’incontro un comunicato emetteva la sofferta sentenza. Si lavorerà per un’intesa tra Mdp e Pisapia e per un centro-sinistra alternativo al Pd renziano. Pisapia sarà il leader? Per Bersani certamente, per Fratoianni no. Penso di supporre che ben difficilmente lo sarà per D’Alema. Non c’é nulla di più difficile dell’unità a sinistra. E’ forse più facile, vero Tabacci, che un cammello passi dalla cruna di un ago….

Livorno, un altro disastro della natura?

Assistiamo in questi ultimi tempi all’insorgenza di fenomeni distruttivi di portata mai vista. Terremoti, uragani, alluvioni. Il mondo é davvero fuori controllo. Il clima è cambiato. In Italia il riscaldamento é tangibile e le stagioni mutano il loro carattere. Se piove diluvia, se diluvia i fiumi e anche i piccoli torrenti rischiano di esondare. Viviamo le conseguenze solo di un mutamento climatico o paghiamo anche i nostri errori? E’ insomma colpa della natura o é anche e soprattutto colpa nostra visto che dai suoi fendenti non sappiamo difenderci. Era prevedibile in passato questo cambio di passo? Perché non si è dato retta agli scienziati che ci avevano ammonito. E perché i vertici tenuti sull’ambiente, da Rio de Janeiro del 1991 a Parigi di oggi, non hanno sortito che impegni generici, peraltro contestati dal nuovo presidente americano?

In Italia, penisola attraversata da catene montuose e circondata dal mare, segnata da molteplici corsi d’acqua, grandi, medi, piccoli, in parte anche sotterrati, il fattore natura in che considerazione è stato tenuto? Ogni volta che accade un terremoto, dalle Marche a Ischia, si invocano piani di verifica e di consolidamento delle abitazioni, evidentemente costruite senza tenere conto di eventi sismici. E’ dilagante ancora, in varie parti del paese, il fenomeno dell’abusivismo che in troppi continuano a difendere per motivi elettorali. Ogni volta che assistiamo a una inondazione, da Genova (se piove, e non era mai successo, si é rinviata una partita di calcio, perché la sola pioggia nella capitale ligure può portare rischi alla vita delle persone) a Livorno, si passa dall’acqua all’annegamento e alla morte. Ma anche in queste città cosa si é fatto per mettere le persone al sicuro da eventi simili?

A Livorno un corso d’acqua ha rotto gli indugi e ha allagato l’area circostante. In una palazzina una famiglia che abitava in un seminterrato é stata quasi distrutta. Si é salvata solo una bimba di tre anni portata a terra dal nonno che poi si è rigettato in acqua per salvare gli altri familiari ed é stato mortalmente travolto anche lui. Una scena da anni venti, da paese del terzo mondo. Una scena che si è verificata in una delle città più moderne d’Italia. Al di là del balloccamento delle responsabilità tra il sindaco Nogarin, sull’allarme arancione e non rosso, e il presidente della Regione Rossi, sulle carenze e i ritardi del Comune, restano due semplici domande. La prima é riferita alle verifiche sulla tenuta della copertura di un piccolo torrente che evidentemente poteva tracimare. La seconda é riferita all’abitabilità che l’ente locale ha dato su un appartamento situato in un seminterrato dove di solito vengono collocate le automobili.

Tutti hanno parlato di evento eccezionale e non prevedibile. E’ vero, si é trattato di un evento eccezionale, ma l’eccezionalità é oggi la regola e non può trovarci impreparati. Cosa ancora dovrà avvenire per renderci conto che l’emergenza ambientale é il primo e più impellente problema che dobbiamo affrontare? E che dopo terremoti, cataclismi, inondazioni, allagamenti, cicloni (in Italia non sono ancora arrivati) noi, anche e soprattutto noi italiani, ci dobbiamo dotare da un lato di una legislazione emergenziale e dall’altro dobbiamo al più presto passare dalle parole ai fatti e mettere in campo un grande investimento, il più urgente e necessario, per verificare la condizione delle nostre abitazioni e renderle consone alla nuova situazione e per mettere in sicurezza il territorio. Continuare a mettere la testa sotto la sabbia serve a nulla. Almeno nel 1951, dopo la grande alluvione del Po, che costò ingenti danni e morte, si cominciarono a costruire barriere e infrastrutture varie che hanno consentito, per anni, che questi disastri non si ripetessero. Oggi quanti morti dovremo ancora contare prima di iniziare a correggere i nostri guasti architettonici e ambientali?