Mauro Del Bue
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Mauro Del Bue

L’errore profondo dei quartieri ghetto

Nessuno deve speculare sulla tragedia di via Turri. Giusto stare dalla parte di due ragazzi che hanno perso i genitori, di una famiglia preoccupata per la gravità di condizioni della loro bambina, di tutti gli altri feriti e intossicati, di coloro che hanno perso una casa e un tetto. Tutti uniti per risolvere questi problemi, dunque. Senza rinunciare però a qualche doverosa riflessione, che si deve a coloro che non ci sono più e potevano esserci ancora, a coloro che soffrono nei letti d’ospedale e potrebbero invece stare con le loro famiglie, a coloro che hanno perso tutto e potevano dimorare tranquilli nei loro appartamenti. Prendo atto di quel che ha assicurato il vicesindaco Matteo Sassi, persona che stimo, e cioè che i controlli, anche sulle cantine da dove pare si sia verificata l’esplosione e sia iniziato l’incendio propagato nell’intero edificio, sono stati frequenti e anche recenti.

Ma se una famiglia viveva in uno scantinato è evidente che tali verifiche non sono state sufficienti. Tuttavia la situazione di degrado di via Turri era nota da tempo. Sono ormai quindici anni che se ne parla. Personalmente mi occupai della questione da giornalista quando intitolai una trasmissione del 2004 su Teletricolore proprio “Il Bronx di Reggio” e quando, più volte, sia pure da assessore allo sport, feci pressione sull’allora assessore all’immigrazione per svolgere un censimento col fine di verificare le condizioni di vita dei migranti che abitano nella città storica, spesso in immobili degradati e con affitti in nero per arricchire i proprietari. In quella zona, nei pressi della vecchia stazione, si sono concentrati un numero massiccio di immigrati che ne rappresentano la stragrande maggioranza. Numerosi e lodevoli sono stati gli interventi volti alla socializzazione, alla ricreazione, anche all’estetica di questa via.

Ma alla base di tutto vi è un errore profondo. E cioè quello di accettare la creazione di un quartiere ghetto, dove le famiglie che provengono principalmente dall’Africa (regolari immagino, ma tutte?) possono star da sole, costruire un’isola senza possibilità di integrazione reale, vivere la loro vita senza reali contatti con gli altri e coltivando le loro vecchie abitudini. L’errore è quello di non comprendere che i nostri ospiti che provengono da paesi lontani vanno seminati a gruppi in tutte le zone del Comune, e che solo questo evita una contrapposizione secca di due culture diverse, favorendo una più facile compenetrazione di stili di vita, di comportamenti, di valori. Questo rende peraltro assai più semplici i controlli su abusi e illegalità. Mi spiace che proprio a Reggio Emilia, una città nota in tutt’Italia per la sua tradizione di accoglienza e di ospitalità, sia potuta accadere una vicenda così triste e drammatica.

Mauro Del Bue

Per un congresso di unità e di rinnovamento

Entro il 31 dicembre la nostra comunità dovrà completare i suoi quadri. E prepararsi a un congresso che mi auguro di unità, pur senza retorici unanimismi, e di rinnovamento, ma non di rottamazione delle sue migliori energie. Dovremo insieme definire le norme congressuali da sottoporre a un Consiglio nazionale da tenere a fine gennaio. Poi tra febbraio e marzo potremo celebrare i congressi provinciali, regionali e nazionale, che forse si potrebbe anche anticipare di qualche giorno rispetto alla data fissata.

Oggi parlo solo di unità e di rinnovamento. L’unità, non la retorica della unità, si fonda sulla sintesi politica possibile e io penso che non dovrebbe essere difficile individuare un percorso comune che fuoriesca dall’incomprensibile contrapposizione tra Rosa nel pugno e unità socialista, essendo a mio parere la seconda, peraltro assai limitata nelle sue proporzioni, assolutamente compatibile con la prima e quest’ultima solo un primo tentativo, peraltro insufficiente, di espansione della nostra piccola comunità. Niente é già deciso, la programmata manifestazione coi radicali di Milano é stata rinviata. Possiamo fissare tutti insieme le tappe del percorso che ci attende.

Quelle che vedo sono le seguenti. L’appello a tutti i socialisti disponibili a rientrare nel Psi darà i frutti che potrà dare. Nencini ha elaborato un documento con talune firme, anche prestigiose, ed é giusto aprire le porte a tutti. Il problema é che molte sono state chiuse a chiave. D’altronde la politica ha le sue regole. Immaginare una riunificazione di tutti i socialisti sopravvissuti che un quarto di secolo fa erano nel Psi é illusione da nostalgici e romantici, peraltro piuttosto incomprensibile. Ho trovato vecchi compagni seminati ovunque e non si comprende perché mai, con convinzioni opposte, gli stessi dovrebbero ritrovarsi oggi nello stesso partito. Occorrerebbe un sortilegio, non un congresso.

Vengano dunque tutti i disponibili, vengano a darci una mano. Il Psi è l’unico partito della prima Repubblica ancora presente in Parlamento, nelle regioni e ancor più nelle province e nei comuni. Non è vero che é l’unico esistente. Esistono ancora, lo testimoniano sui social, partiti comunisti, democristiani, repubblicani, messi assai peggio di noi. Ma noi abbiamo un dovere in più di resistere. E ciò dipende dal fatto che il nostro vecchio Psi è l’unico partito della prima repubblica che non ha avuto un erede nella seconda. Contrariamente ai comunisti, ai democristiani, perfino ai missini, i socialisti, demonizzati dal clan mistificatorio Mani pulite, sono stati cancellati dalla politica e dalla storia.

Se dunque un motivo forte di esistere e di resistere ce l’abbiamo, nel contempo sappiamo che soli siamo destinati presto a sparire. Il sistema italiano non è più identitario dal 1994 e oggi è stato sconvolto da una nuova rivoluzione che ha distrutto il ventennale bipolarismo, magari per crearne uno nuovo, quello, nefasto, tra Lega e Cinque stelle. La nostra deve essere dunque una missione per rafforzarci contaminando, non chiudendoci a riccio. Vedremo quali saranno gli sviluppi in casa Pd, dove non é esclusa da un lato una regressione post comunista e dall’altro una fuga neo centrista. Vedremo se Renzi saprà sfidare quanti anelano a una sinistra pentastellata, assai peggio di quella massimalista, confusa, populista, e un po’ idiota.

Noi, dopo l’unita possibile e il primo attracco coi radicali, dovremo aprirci a nuove compagnie europeiste, ambientaliste, laiche e riformiste, ovunque si celino e puntare per le elezioni europee o sull’identità socialista e dunque sull’accordo col Pd, partito del Pes, o su un accordo riformista con altri soggetti in grado di superare l’alto sbarramento elettorale. E dovremo individuare il nuovo gruppo dirigente e in particolare il nuovo segretario. Credo dovremmo farlo tutti insieme e prima del congresso. Non siamo un partito che può permettersi nuove rotture dopo la celebrazione dell’unità. Tutte le tensioni sulla data del congresso nascondono altro. Ma non credo che parlando di politica e di nuovo gruppo dirigente con chiarezza e apertura non possano essere superate. Penso che questo non sia solo possibile, ma necessario.

L’Italia, Attila e Mattarella

Gli applausi divenuti scroscianti e prolungati al presidente della Repubblica, assieme all’entusiasmo col quale é stata accolta un’opera di Verdi ritenuta minore, appartenente ai suoi cosiddetti anni di galera, segnalano un minimo comun denominatore: il desiderio di unità nazionale, oggi smarrito. E’ vero, alla Scala c’erano le jaquettes noires e non i gillet jaune (qualcuno stazionava all’esterno in omaggio al neo sessantottismo francese), e i ceti rappresentati non erano, se non forse nelle logge, quelli più popolari. Tra cappe che sostituivano vecchie pellicce, abiti di verde smeraldo e parure di zaffiri briolé con fermagli di rari opali di fuoco, madame e madamine svettavano come al solito. Forse più prudenti del solito. Eppure non mi era mai capitato di assistere a una prima scaligera, quella con “tutta Milano in gran soireé”, come recita il celebre motivo di Kramer, caratterizzata da così intenso e duplice trionfo. Per il simbolo della Repubblica e per il padre della patria. Usciti come eroi greci, come profeti e oracoli in un’Italia che ha bisogno di essere rassicurata, di essere amata e di amare.

Il genio del regista Davide Livermore e la scenografia di Giò Forma hanno scolpito nell’opera i caratteri del kolossal. I video che dominavano la scena non sono una novità. Basti pensare al Guglielmo Tel di Ronconi che inaugurò la stagione scaligera del 1988 e a quegli specchi che proiettavano scene di monti, vallate e fiumi, cascate e torrenti a mò di sfondo naturale di una Svizzera evocata, ma nell’Attila di Livermore-Forma la parte filmata diventa ricordo ed essa stessa trama, complemento di narrazione. Splendido e crudele lo strazio di Odabella bambina che grida il suo dolore dopo il martirio del padre per mano di Attila. Forse sopra le righe sono parse le fucilazioni scoppiettanti d’inizio opera di uomini, donne e perfino preti.

Trovo però che l’eccellenza della ripresa di Attila non sia il kolossal, ma il suo contrario. Non il maxi, ma il mini. Il particolare più del gigantesco, quegli occhi, le espressioni, i gesti di ognuno dei tanti personaggi, e sono centinaia, posti in scena. Quei coristi e figuranti ognuno con il suo dolore, terrore, ma individualizzato, parcellizzato, meravigliosamente studiato. E scattati a mo’ di foto, con un ferma immagine che diventa dipinto, come nel caso del sogno di Leone, che riprende Raffaello. Qui la regia assume il grado dell’insuperabile, e si staglia meravigliosamente unica. Chailly ha diretto una grande orchestra togliendo quegli accenti guerreschi e quelle sonorità grintose che le opere del giovane Verdi, da Giovanna d’Arco ad Attila, per non parlare della Battaglia di Legnano e di Alzira, generalmente propongono e ci ha regalato accenti più pastosi e misurati.

Ottimo il cast dei cantanti, con Ildar Abdrazakov su tutti. Il suo Attila ben dipinge la complessità del personaggio che trasuda arroganza e violenza, ma ripiega in un’introspezione psicologica turbata. Non concordo con chi ha sottolineato un primo momento di incertezza di Odabella interpretata da Saoia Hernandez. Il suo carattere, una sorta di Abigaille, donna guerriera, che intende anche sacrificarsi per la sua patria, impone, con gli accenti di soprano drammatico, quell’irruenza che le é stata rimproverata. Bene l’enorme Sartori, un Foresto dalla voce limpida come limpido é il suo personaggio e l’Ezio del baritono rumeno George Petean (l’uomo del baratto mancato: l’universo a te e Roma a me) intonato e convincente.

Chi é Attila oggi? Visto che la regia ce lo ha proposto come simbolo di guerra e di ferocia, ma anche di ravvedimento, in chiave universale e con costumi del novecento? Potremmo sbizzarrirci. Un invasore, Hitler, ma non fu certo convinto dal papa a smetterla, l’Isis che però risponde a ben altra religione, Saddam che invase impietosamente il Kuwait ma che oggi viene perfino rimpianto al pari di Gheddafi? Certo i romani che abbracciano la bandiera tricolore, anche insanguinata, siamo noi, gli italiani che hanno bisogno oggi di ritrovarsi e di riunirsi. Per questo si torna inevitabilmente agli applausi a Mattarella, perché forse c’é bisogno di un Attila per scoprire il meglio di noi. Davvero.

Minniti pentito, Renzi partito

Dunque il candidato forte, Marco Minniti, l’unico in grado di contendere il trono pidino a Nicola Zingaretti, ha gettato la spugna. Ci aveva pensato mesi prima di accettare. Aveva ceduto alla pressione dell’ala renziana che vedeva in lui un ottimo segretario in grado di aprirsi al centro moderato e di contrapporsi non solo al salvinismo imperante ma anche al populismo dei Cinque stelle, coi quali invece il fratello di Montalbano intende dialogare per costruire un’alternativa alla destra. Poi Renzi, nonostante la sottoscrizione alla candidatura di Minniti da parte di tutti i sindaci renziani, ha rotto l’incantesimo. A lui del congresso del Pd importa nulla. Lo ha detto. Con una battuta rivelatrice.

Così Minniti, lanciato nella mischia in un’assise screditata dal suo sponsor, ha tolto il disturbo. Per dissentire dai propositi renziani o per acconsentire con essi ancora non è chiaro. Quel che appare sempre più evidente é il distacco di Renzi dal Pd. Per fare cosa? Per ritirarsi come fece Letta a studiare e a insegnare all’estero? Non mi pare il tipo. Per inventarsi regista alla stregua di un Veltroni dopo aver iniziato una serie di conferenze e di trasmissioni televisive? Non ne ha l’età. E staccarsi dalla politica, Letta insegna, non consente poi tanto facilmente di rientrarvi.

Renzi ha un suo progetto politico che si basa sulla crisi ormai irreversibile del Pd e sulla utilità che nel centro-sinistra non esista un solo partito. Le elezioni politiche del 4 marzo e poi i ballottaggi nelle città hanno segnalato la debolezza di una coalizione quasi priva di coalizzati. L’ex presidente pensa, con Calenda, forse lo stesso Minniti, i suoi più fedeli compagni, non Delrio, il più integralista e per questo anti Minniti sul tema immigrazione, di poter sviluppare un’azione più incisiva con un soggetto nuovo di quanto non possa fare in minoranza in un partito in ginocchio.

Quel che appare una semplice distinzione di linea é invece una contrapposizione strategica insanabile. Renzi ritiene i Cinque stelle avversari da sconfiggere alleandosi senza esclusioni aprioristiche (il fronte repubblicano) e disarticolando il centro-destra. Zingaretti, Martina, e naturalmente Cuperlo e Damiano (Ricchetti é prodotto dell’effimero e non lo classifico) puntano invece al dialogo o alla spaccatura dei Cinque stelle in funzione di un’alleanza contro tutto il centro-destra. Anche il Psi ha condotto una dura battaglia, e l’Avanti su tutti, contro il governo giallo-verde e credo, se ne discuterà al congresso, valutando i figli di Grillo una malattia della politica italiana e non futuri alleati di un riformismo rinnovato.

Questo tanto più se il probabile strappo determinerà l’ennesimo rattoppo a sinistra. Già li vedo alzare i loro canti di vittoria i post comunisti che avevano fondato LeU, recentemente sciolta, e che possono rientrare nel partito dopo un esodo infelice e transitorio agitando lo scalpo del fuggiasco traditore. Si ricompatta il vecchio partito, si possono rispolverare i vecchi simboli e le vecchie tradizioni. Senza Rutelli e parte della vecchia Margherita, senza Renzi e i suoi, cosa resterà del Pd? Le spoglie del vecchio Pci-Pds-Ds, per la contentezza dei nostalgici, certo, ma non credo col consenso degli italiani.

Unità socialista e Rosa nel pugno

Il documento-appello lanciato a tutti i socialisti disponibili a rientrare nel Psi, e a partecipare a un congresso aperto e svolto sulla base del solo tesseramento del 2018, ben si sposa con la nuova unità coi radicali pannelliani disponibili a rinfrescare la Rosa nel pugno. Individuare tra questi due momenti una contraddizione (di metodo, di merito, non si capisce) rasenta l’assurdo.

Partiamo dall’unità socialista. E’ evidente che non può essere l’unità tra coloro che un quarto di secolo fa militavano nel vecchio Psi. Intesa in questo modo e già fallita nel 1999 e anche estendendola a chi non voleva rinunciare al socialismo europeo (il Pd nel 2007 non aderiva al Pes) non ha dato frutti nel 2008. L’intento é più limitato. In molti si lamentano, a ragione o a torto, di un recinto chiuso, di congressi blindati, di nomenclature inossidabili. Ebbene, togliamo ogni pretesto. Tutti i socialisti che intendono entrare nel Psi possono farlo semplicemente pagando la tessera del 2018, che darà diritto, essa sola, a partecipare al congresso, un’assise nella quale sarà possibile, senza sbarramenti, presentare documenti ed eleggere, anche a scrutinio segreto, i nuovi organi compreso il nuovo segretario, visto che Riccardo Nencini non ripresenterà la sua candidatura.

Ci sono socialisti che scelgono altre strade, altre collocazioni? Liberi di farlo, ma non perché sia loro preclusa la via dell’unità nell’unico partito socialista italiano, per quanto di dimensioni alquanto ridotte, oggi esistente. Al di fuori del Psi cosa c’é? Cos’hanno costruito coloro che in questi anni ci hanno abbandonato? Cominciamo coi tanti che dopo aver fatto parte della Costituente socialista del 2007 hanno levato le tende a seguito della sconfitta del 2008. Dove sono finiti Boselli, Angius, Spini, Grillini (a lui un caldo abbraccio per le sue condizioni di salute assieme al mio grande amico Gianni De Michelis), Zavettieri, Rapisardi, Mancini e potrei continuare. Hanno forse costruito un partito socialista più forte? E che dire di Di Lello e Di Gioia che ci hanno abbandonato dopo essere stati eletti alla Camera grazie al Psi? Neppure ricandidati dal Pd. E Risorgimento socialista, con Bartolomei e Benzoni? Alle ultime elezioni questo movimento ha aderito a Potere al popolo coi neo comunisti. E i compagni di Area socialista, poi Socialisti in movimento, che si aspettavano ben altra disponibilità dalla nuova LeU? Alcuni sono rientrati.

E’ vero, ci sono circoli e associazioni, c’è anche un tentativo di formare un nuovo soggetto politico socialista da parte di qualche compagno che stava con noi e che, dopo l’assemblea di Livorno, ha dato appuntamento alla Mecca socialista di Rimini. L’appello all’unita vale anche per loro, visto che da soli non andranno da nessuna parte, senza nessuno nelle istituzioni nazionali, regionali, locali, senza un progetto chiaro e un soldo per una campagna elettorale. Poi c’è una convinzione illusoria che continua a manifestarsi qua e là. E cioè che esista un popolo socialista, addirittura più consistente fuori dal Psi di quello racchiuso nei suoi confini. Se fosse vero non si capisce perché questo popolo non si sia dato un partito più forte del nostro Psi o perché mai costoro non abbiano votato Psi nemmeno quando i socialisti, come nel 2008, scelsero coraggiosamente di rifiutare i posti nelle liste del Pd correndo in splendida autonomia. Nessuno risponde mai a questa considerazione elementare.

Unità dei socialisti disponibili, dunque, ma non basta. Nei nostri documenti abbiamo proposto un’alleanza europeista, che non si distacca granché dal fronte repubblicano di calendiana memoria. I primi a offrirci la loro disponibilità sono stati i compagni radicali. Parliamo del Partito radicale, che ha sede in via Torre Argentina e dispone della Radio e come lista Pannella del simbolo della Rosa nel pugno, l’unica felice intuizione dello Sdi boselliano. Dovevamo dir di no? Non dovevamo accettare e apprezzare questa apertura verso di noi da parte di compagni che sono stati al nostro fianco anche quando Emma Bonino ci discriminava? Sî ma, si dice, questo non basta. E chi sostiene che basti? La Rosa nel pugno é solo un primo approdo verso un’alleanza più grande, in grado alle Europee di conseguire un risultato soddisfacente. Non é un partito e non è neanche una lista elettorale. E’ una prima unione di soggetti simili verso una nuova unione allargata a partiti e movimenti laici, liberali, libertari, ambientalisti, democratici, verso quella opposizione sociale a questo nefasto governo che ha preso la parola, verso coloro che combattono per gli Stati uniti d’Europa e per un’Italia europea. C’é qualcuno che arriccia il naso? Usi il cervello e ci suggerisca un’idea migliore.

Le Villi, prima opera di Puccini, tra sinfonismo e satanismo

Le VilliPuccini scrisse la sua prima opera, Les Willis, poi divenuta le Villi a seguito di una revisione avvenuta qualche mese dopo, nel 1883, a soli 25 anni, poco dopo essersi diplomato al Conservatorio milanese, sotto il vigile e interessato magistero di Amilcare Ponchielli, il già famoso autore di Gioconda. Fu proprio Ponchielli a indirizzarlo al poeta scapigliato Ferdinando Fontana, amico di Arrigo Boito, musicista e soprattutto geniale collaboratore e librettista dell’ultimo Verdi. Puccini aveva fino ad allora scritto solo sinfonie, famoso il suo Capriccio sinfonico che gli servì come lavoro conclusivo del suo Conservatorio.

Fontana orientò il giovane Giacomo verso una strana e antica leggenda radicata nell’Europa centrale, soprattutto in Austria e in Germania, ricavata dal racconto di Alfonse Karr, scritto nel 1852, che a sua volta aveva preso spunto dal balletto Giselle, del 1841, musicato da Adolphe Aadam su libretto di Théophile Gautier. Si tratta di un racconto che descrive l’esistenza di figure ultramondane, les Willis, appunto, fantasmi, spiriti, streghe vendicative nei confronti dell’uomo che tradisce la sua donna e che viene punito appunto con la morte. Una sorta di acceso spirito femminista d’antan, il contrario del delitto d’onore, che avrebbe probabilmente portato a morte lo stesso Puccini e quasi tutto il sesso maschile presente ieri sera a teatro. Eppure questa suggestione aveva preso piede in quegli anni dell’ottocento, già nel Lago dei cigni d Tchaikovsky, nella Loreley di Catalani, in larga parte dei temi prediletti dalla Scapigliatura e nello stesso saggio di Einrich Heine sugli spiriti e i demoni in Germania.

Il tema dell’ultramondano è avvincente, d’altronde, e quando si sposa con una vendetta lo è di più. Anche perchè nel caso della trama dell’opera di Puccini, solo un’ora e dieci di durata (con intervallo tra i due tempi che rischia di durare di più e d’altronde paradossalmente é proprio nell’intervallo che la trama si sviluppa), l’amata tradita, Anna, muore d’amore, col fidanzato Roberto che s’invaghisce d’una ballerina mentre il padre di lei chiede vendetta e la ottiene al ritorno di lui proprio da les Willis. Tre soli gli interpreti, lei, lui e papà. Poi coro, ballerini e orchestra, che hanno largamente il sopravvento.

Dicevamo del giovane Puccini sinfonista. Questa risulta ancora la sua caratteristica mentre si accinge a scrivere lo spartito della sua prima opera. Due sinfonie all’inizio dei due atti, poi largo spazio alla musica che diventa elemento descrittivo e al ballo, presente sia nella scena del fidanzamento con coro (che noia quella serie eccessiva di Evviva, neanche fossimo alla festa del 2 giugno o del 25 aprile), sia in quella degli esseri satanici che vivono per affermare la vendetta sollecitata dallo spirito di Anna. Anche i due duetti, il primo d’amore, il secondo tra Roberto e il fantasma di Anna, con quel ridicolo “Mi tradisti, non venisti”, cacofonico assai come quel “Non dubitar” ripetuto ad libitum del primo, sono accompagnati da un intervento spesso di registro forte dell’orchestra. Più attenuata nel colore e nel tono la romanza di Roberto, “Torna a felici dì”, che Puccini aggiunse nel 1885, durante la rappresentazione scaligera dell’opera, e quella di Guglielmo, padre di Anna (una romanza da baritono risulta piuttosto originale nel teatro pucciniano).

L’opera di Puccini, rappresentata per la prima volta al teatro Dal Verme di Milano il 31 maggio del 1884, ebbe un esito alquanto felice. E questo nonostante il floop del Concorso Sonzogno, dove non venne nemmeno premiata tra le prime e la vittoria se l’aggiudicò proprio il reggiano Zuelli con la sua Fata del nord. Forse si trattò di un tranello giocato dall’editore Ricordi che poi si aggiudicò l’opera di Puccini e iniziò una collaborazione col musicista lucchese che sarà imperitura. Le Villi, col titolo originario di Les Willis, é subito esaltata dalla critica del tempo. Il più noto musicologo di quegli anni Filippo Filippi, su La perseveranza, scrive: “Le Willis entusiasmano. Applausi di tutto, tuttissimo il pubblico, dal principio alla fine. Si volle udire tre volte il brano sinfonico che chiude la prima parte e si è domandato tre volte il bis, non ottenuto, del duetto fra tenore e soprano, e della leggenda”. Solo Verdi è piú cauto, nel febbraio del 1885, annota: “Ho sentito a dir molto bene del musicista Puccini… Segue le tendenze moderne, ed è naturale, ma si mantiene attaccato alla melodia che non è moderna né antica. Pare però che predomini in lui l’elemento sinfonico! Niente di male. Soltanto bisogna andar cauti in questo. L’opera è l’opera: la sinfonia è la sinfonia, e non credo che in un’opera sia bello fare uno squarcio sinfonico pel sol piacere di far ballare l’orchestra”.

Che dire oggi a tanti anni di distanza, dopo avere conosciuto tutta la produzione pucciniana e dopo che l’opera è stata graziosamente deposta da decenni in soffitta? Al di la del moderno sinfonismo, del wagnerismo imperante, di alcune pregevoli intuizioni musicali, pensiamo che in quest’opera ancora non si intravveda Puccini. Non lo si scorge né nell’armonia, che resta pigra e senza respiro, né nella melodia, che quasi mai fuoriesce da una ricerca dell’orchestra che spesso si conclude con esplosione di timpani, di fiati e di grancasse. Puccini non c’è ancora, eppure il giovane Giacomo viene già descritto, più alla luce della sua prima opera, che non della seconda, Edgar, che ebbe solo una tiepida accoglienza, come il possibile successore di Verdi.

La nuova coproduzione dei teatri emiliani dell’opera di Puccini, che a Reggio Emilia si propone come Focus Puccini e che è stata preceduta da una buona Tosca, si regge sulla regia e scenografia di Cristina Pezzoli e Giacomo Andrico, dominata dall’idea del rapporto tra natura (la foresta nel primo atto con un fotografo che poteva anche tranquillamente essere omesso) e la morte (il secondo si svolge in un cimitero). Discutibili gli interventi parlati con statua bronzea (cosi appare) presente in scena neanche fossimo a Riace. L’orchestra Bartoletti (grande direttore ammirato più volte anche a Reggio), diretta da Pier Giorgio Morandi, ha offerto una buona prova, anche nei fiati, tradizionalmente gli strumenti più a rischio nelle orchestre d’opera. Sui tre protagonisti qualche annotazione. Anna Maria Piscitelli ha tratteggiato con efficacia l’amore e poi l’angoscia di Anna e anche la sua improvvisa trasformazione in personaggio impietoso post mortem, ma qualche difficoltà ha mostrato nel registro acuto. La nostra Elena Rossi, impegnata recentemente proprio in Edgar, non poteva essere una soluzione? Michele Kalmandy è stato un efficace Guglielmo Wulf, e la sua complicata romanza è stata affrontata con la necessaria sicurezza nonostante qualche problema di intonazione abbia mostrato soprattuto nel primo atto. Matteo Lippi, intonazione perfetta, tenore lirico o lirico leggero, ha affrontato una partitura scritta per tenore lirico spinto. L’opera è stata infatti cantata da Veriano Lucchetti e dallo stesso Domingo. Lippi è tenore che ha interpretato Rodolfo e Pinkerton, infatti. Ma oggi non si può pretendere il rispetto di queste diverse impostazioni vocali. Lippi ha cantato bene e sbagliato nulla. Con questi chiari di luna vuoi pensare a delle sottigliezze?

Mauro Del Bue

Giggino e l’aritmetica

Giggino Di Maio non ha tanto il problema del padre, ma dell’aritmetica. Ha recentemente confessato di aver fatto stampare cinque o sei milioni di card per rilasciare il reddito di cittadinanza. In tivù la sottosegretaria all’Economia Laura Castelli ha assicurato che il reddito arriverà a più di cinque milioni di italiani considerati in condizione di povertà. Facciamo innanzitutto un calcolo. Sono stati stanziati nove miliardi e, anche ammesso che la trattativa annunciata con Bruxelles li confermi (dubito, se si vuol trovare un’intesa), due dovrebbero essere impiegati per potenziare i Centri per l’impiego, che dovrebbero dotarsi, leggo, di veri e propri tutor ad personam, onde accertare che il beneficiario segua i corsi di preparazione al lavoro e non aggiunga altre occupazioni.

Resta un dato aritmetico non opinabile. E cioè che dividendo i rimanenti sette miliardi per cinque milioni di italiani il risultato dà 1.400 euro annui. Cioè 116 mensili. Non 780. E’ vero che non tutti hanno bisogno di 780 euro per arrivare a quella cifra, ma 116 sono la media, non il minimo contributo. Sic rebus stantibus vorrei consigliare Giggino a darsi una ripassata alle divisioni che si imparano in seconda elementare e ai giornalisti italiani di fare altrettanto. Ci sono molti zeri, ma non si tratta di un’operazione complicata. La verità, perché non siamo così velenosi da ritenere Di Maio così a digiuno nel calcolo, è che i beneficiari dei sette miliardi non possono essere cinque milioni e che questo, però, almeno per ora, non si può dire.

Si cercherà dunque di selezionare, di restringere, di promettere. E salterà fuori un gran pasticcio come sempre accade quando alle promesse non possono seguire i fatti. Il tema politico su cui si gioca l’elargizione del reddito è il tentativo dei Cinque stelle di frenare l’emoraggia di voti verso la Lega che tutti i sondaggi continuano a ritenere progressiva. Nella cosiddetta trattativa sui decimali con l’Europa, della quale ancora non si afferrano i contenuti, pare che l’unica cosa che a Di Maio prema davvero sia l’inizio di elargizione del reddito prima delle elezioni europee. In questo Di Maio si scopre renziano puro giacché intende copiare il presidente fiorentino che grazie agli ottanta euro riuscì ad ottenere oltre il 40% nel 2014. I voti non si comprano (una volta a Napoli il vecchio Lauro regalava una scarpa prima del voto e la sommava con la seconda solo dopo essersi accertato del voto e questo destava scandalo). Il calcolo era semplice: una scarpa più una scarpa uguale a due. Oggi si promettono soldi, in parte prima e in parte dopo il voto, sperando che nessuno sappia far di conto.

Un decalogo per un congresso di unità e di rinnovamento

Propongo dieci idee per un congresso a tesi e unitario. Dieci riflessioni e dieci scelte, dieci spiegazioni. Non mi piace questa ricerca di dissenso a priori e proprio nel momento in cui la nostra comunità deve decidere di darsi una nuova guida e un nuovo gruppo dirigente. Cerchiamo di capirci su come svolgere il congresso, come andare alle decisioni politiche e su cosa dovremmo individuare un punto di convergenza.

1) Al Congresso possono votare tutti coloro in possesso della tessera del 2018, che si può sottoscrivere entro il 31 dicembre.

2) Si elabora una tesi-cornice aperta al contributo dei congressi provinciali e regionali, poi i delegati al congresso nazionale, dopo il lavoro della commissione politica, voterà il documento conclusivo.

3) Il congresso eleggerà il segretario, il presidente, il segretario amministrativo, il Consiglio nazionale di cento componenti. Il Consiglio eleggerà una Direzione di 30 e una segreteria di dieci componenti.

4) La segreteria si impegna a promuovere un ulteriore sforzo di aggregazione dei socialisti (unendoli magari in una Federazione, che comprenda anche socialisti iscritti ad altri partiti o in altre collocazioni) e partecipando a una alleanza europeista con tutti i soggetti disponibili.

5) Il congresso prende atto che il primo soggetto disponibile a un’alleanza europeista é il Partito radicale col quale già in passato ha presentato liste comuni (nel 1987 e con la Rosa nel pugno nel 2006). Con i compagni radicali si procederà da un lato alla composizione della nuova Rosa nel pugno, dall’altro nel lavoro di coinvolgimento di altri soggetti disponibili.

6) Il Congresso del Pd si trova dinnanzi a un bivio. O procedere a un azzeramento e a una ripartenza su basi nuove e in grado di lanciare un progetto che coinvolga tutti i riformisti, oppure scegliere la linea della continuità che significa un suo inevitabile e progressivo annullamento politico ed elettorale.

7) I socialisti sono pronti a collaborare a un nuovo progetto di rinascita di una forza riformista in Italia. Anche senza il Pd e puntando, in questo caso, ad aggregare tutti i partiti, i movimenti, le associazioni, i comitati che si stanno muovendo contro il governo gialloverde.

8) Al primo posto dell’azione socialista va collocato il tema del lavoro, soprattutto per i giovani, vera emergenza italiana che ben si coniuga con quella della bassa crescita. L’alternativa al governo si poggia dunque proprio su una linea opposta di politica economica. Le risorse impiegate per fare andare in pensione un po’ prima (ma con meno risorse) gli italiani e quelle destinate per pagare chi non lavora (verso chi perde il lavoro e chi non lo ha vanno messe in preventivo misure adeguate e temporanee di assistenza) vanno impiegate per detassare le prime assunzioni, ridurre il cuneo fiscale e per un massiccio piano di investimenti pubblici.

9) L’Europa é la nostra casa. Anche se l’Europa solo monetaria e dei vincoli non può essere la nostra. Bisogna costruire, al di fuori di autolesionistiche tendenze sovraniste (come si é visto nella votazione di bocciatura della manovra italiana non può esistere una solidarietà sovranista) un governo europeo con almeno tre poteri comuni: l’economia, la difesa e gli esteri.

10) I quattro temi specifici sui quali i socialisti e i compagni radicali, e ci auguriamo molti altri, dichiarano di impegnarsi a fondo e da subito sono: la scuola, università, la cultura e la ricerca scientifica (occorre un massiccio spostamento di risorse anche per consentire ai giovani e alle eccellenze italiane che sono all’estero di rientrare in patria, oltre che tese a valorizzare, attraverso il potenziamento del turismo, i nostri beni culturali, un tempo giustamente definiti “giacimenti culturali”), l’immigrazione (con proposte di modifica sostanziale sulle gestione degli immigrati, vietando la loro concentrazione nelle periferie urbane, lottando contro il loro sfruttamento nei campi del Sud, facendo lavorare chi é nostro ospite, colpendo duramente la criminalità importata da alcune nazioni africane, che si sta radicando in alcune zone e che si intreccia con lo spaccio di droga, favorendo un’integrazione che non sia né accettazione supina dei dictat di una religione, ne compromesso di valori tra teocrazia e democrazia), l’ambiente (occorre subito una sollecitazione affinché l’Italia porti alla Conferenza sul clima in Polonia una linea coraggiosa e di riforme e nel contempo perché si approvi subito un piano per rimettere in sicurezza l’Italia), i diritti civili (vanno bloccati tutti i tentativi esistenti di un ritorno al passato e difese le leggi che grazie ai socialisti e ai radicali hanno reso l’Italia più giusta e più libera.

Il partito del progresso

Si stanno mobilitando in tanti, senza partiti e sindacati, ma spontaneamente o attraverso movimenti e associazioni, per contestare il governo in nome della crescita, del lavoro, del progresso. Dopo le trenta, quarantamila persone chiamate in piazza dalle sette donne di Torino per dire sì alla Tav Torino-Lione, dopo gli studenti che nelle scuole reclamano più investimenti e un futuro per loro, ecco il 3 dicembre a Torino i consigli generali dell’associazionismo d’impresa, il 13 a Milano gli artigiani del Nord Italia, nei giorni successivi a Verona le forze produttive locali. Alle mobilitazioni si aggiungono poi nuove forme di protesta come la petizione popolare lanciata da Federmeccanica. I contenuti di queste iniziative spaziano dalle infrastrutture alla formazione 4.0, dal fisco alle regole del lavoro e messe assieme sono stare definite come quelle del partito del Pil.

Si tratta di un vasto settore di opinione pubblica che vuole un’Italia moderna e al passo coi tempi, che non accetti veti assurdi e autolesionistici sulle grandi opere in nome di una decrescita solo infelice. Tutto questo si scontra con due tendenze, una delle quali al governo del paese. La prima, quella invero più preoccupante, e quella interpretata dai Cinque stelle. La loro ispirazione é pre industriale, venata da vaghe suggestioni bucoliche, contraria a strade, autostrade, ponti, tunnel, gasdotti, insomma a tutto quello che servirebbe all’Italia per diventare più competitiva. Proponevano un parco al posto dell’Ilva, un bar ristorante denso di fiori sotto il ponte Morandi, contestavano la gronda e anche la Tap. Poi hanno dovuto parzialmente rettificarsi e fare i conti coi duri e puri del movimento e con lo stesso Grillo, che al governo avrebbe voluto portare il suo vaffa.

Dovranno pur decidersi adesso sulla Tav e su tutto il resto. Ma presto. Intanto, per la prima volta, al grido “Non litighiamo sui decimali”, pare che i due vice intendano cercare una mediazione con Bruxelles dopo la bocciatura (avvenuta all’unanimità) della nostra manovra. E’ bastato questo per far calare lo spread. Vedremo il seguito, anche perché Draghi ha confermato la fine del QE al sorgere del nuovo anno. Passaggio molto difficile per le conseguenze che porterà sul debito italiano.

La seconda tendenza che viene sconfessata é quella del ritorno a una visione classista in senso tradizionale della società italiana. Non c’é nulla di più interclassista di questo nuovo grande movimento. Il partito del Pil, il partito del progresso, è composto da lavoratori dipendenti, studenti, artigiani, imprenditori, che non solo non vogliono uscire dal capitalismo, ma vogliono che l’Italia rafforzi la sua capacità produttiva, per creare lavoro e non assistenza pubblica, per restare in Europa, per costruire il futuro dei nostri figli e nipoti. Penso che i socialisti, i radicali, i democratici, i liberali debbano stare con l’occhio teso e capire che uno spazio nuovo di rappresentanza politica si apre e che il Pd, questo Pd, ma anche meno una sinistra vetero-dogmatica e antieuropeista, oggi non è in grado di intercettarne i bisogni.

Una Tosca credibile in un Focus, Puccini l’ultimo grande operista italiano

puccini

Una premessa. Evviva regista e scenografo che contrastano la moda imperante delle riletture in chiave moderna dei vecchi libretti, stravolgendo personaggi, inquadrando scene in epoche improbabili, violentando storie, situazioni, parole e perfino significati musicali dell’opera lirica. Evviva chi non ricorre a far morire Mimì in una stanza d’ospedale, Violetta di Aids, Lucia in una vasca da bagno dopo essersi tagliata le vene, chi non ha bisogno di iniettare a Don Giovanni eroina per tratteggiarne il carattere.

Ne abbiamo viste di tutti i colori, fino al rimbombo di cannoni durante il Te deum della Tosca in Arena. Come se la Chiesa di Sant’Andrea della Valle fosse in procinto di essere conquistata dagli islamici. E potremmo continuare. Se Muti ha sentito l’esigenza, in una pubblica conferenza tenuta in teatro, di dire basta è perché si è superato ogni limite e forse, come sempre accade quando viene oltrepassato il confine del buon senso, si inizia una fase di ripensamento e di ritorno al passato. Accade nella pittura col riapparire della figura, dopo l’esaltazione di buchi, strappi, perfino escrementi, accade nella musica col ritorno alla melodia dopo l’epoca atonale, dodecafonica, elettronica, gestuale. Accade anche nella regia operistica, dove oggi non c’è nulla di più innovativo e rivoluzionario del tradizionale.

Così, ambientata l’opera proprio dove l’aveva pensata Sardou, e cioe nel 1800, durante l’avanzata di Bonaparte in Italia, nel primo atto vediamo una Chiesa, quella di Sant’Andrea della Valle, con Angelotti che sembra davvero sciupato, lui console della spenta repubblica romana, dopo il carcere, Cavaradossi che si mostra un pittore da chiesa e perfino Tosca nelle vesti della cantante. Complimenti dunque ad Andrea Vigni e a Dario Gessati per il coraggio. Tosca é opera che apre il Novecento, non solo nella storia, ma anche nella musica. Più ancora che in Bohème, l’opera più verista di Puccini, più che in Manon, dove gli impulsi post wagneriani si intrecciano con la sensibilità melodica dell’autore, Tosca é opera del Novecento. Gia in quell’inizio di fiati che annunciano la presenza, psicologicamente e anche psicanaliticamente, molto forte di Scarpia, c’è una forma espressiva nuova di un autore alla ricerca di nuove sonorità. Puccini fuoriesce dal verismo e dalla giovine scuola per costruirsi una personalità originale. Forse più ancora che nelle precedenti opere (tra una settimana sarà la volta de Le Villi, prima creazione del genio di Torre del lago) in Tosca si accordano un tessuto armonico moderno, denso di passaggi improvvisi di fiati e di violini, con melodie apprezzate e conosciute.

Soprattutto le tre: Recondita armonia, Vissi d’arte e E lucean le stelle. Ma ritenere il meglio di Tosca la presenza delle tre famose romanze o del duetto d’amore con l’aria dei legni che Puccini ripropone con varianti per tutta l’opera come leit motiv (non solo wagneriano, lo troviamo anche in Verdi) del loro amore, significa non averne compreso il valore, che sta proprio nella modernità del suo tessuto sinfonico e in particolare armonico. Ai suoi tempi non doveva essere scontato se perfino Giuseppe Verdi, che morirà l’anno dopo la prima rappresentazione di Tosca, invitò Puccini a non esagerare col sinfonismo. Siamo nell’epoca in cui l’orchestra, aveva cominciato Wagner, ma seguitato anche l’ultimo Verdi, prevale sul canto, anzi si autonomizza, se ne va per suo conto, non é più accompagnamento, ma direzione di marcia. E indicazione di situazioni spesso contrastanti.

Mettiamoci nei panni di Puccini. Come avrebbe dovuto musicare il tema della fucilazione di Cavaradossi? Era reale o simulata? Doveva pur lasciare il dubbio visto che i due amanti erano convinti della finzione. Poteva scegliere una melodia drammatica nel caso optasse per mostrare l’evento ferale o frivola nel caso propendesse per la fucilazione simulata. L’autore compone un’aria allusiva, in cui non traspare né la prima né la seconda evenienza. Una musica da Così è se vi pare. Pirandelliana. Geniale. Ma veniamo alla critica. Il maestro Valerio Galli, alla direzione dei Pomeriggi Musicali di Milano, ha debuttato nel 2007 proprio in Tosca e ha saputo calarsi appieno nei colori e nelle sonorità dell’opera pucciniana. A mio parere ha giustamente alzato il registro orchestrale nelle parti di insieme, il Te deum, in taluni passaggi drammatici durante le sofferenze di Cavaradossi nel second’atto, forse poteva modularlo un po’ meno in taluni passaggi cantati dove la sovrapposizione orchestrale é apparsa eccessiva. Senza cercare l’ago nel pagliaio mi sono parsi non sempre accordatissini i fiati alla fine del primo atto. Vera protagonista della serata Charlotte-Anne Shipley, nelle vesti di una Floria Tosca, gelosa, tormentata, innamorata, omicida e suicida per amor del suo Mario. Come spesso avviene la difficoltà di questa parte sta nell’interpretare gli accenti drammatici, le emissioni forti, con quelli più ripiegati, dolci, sensuali tipici del soprano lirico. La Shipley, anche per connotazioni corporee, pare per ora più avvezza ai primi che ai secondi. Tuttavia, la giovane cantante, ha meritato i consensi della serata, sorprendendo anche per la sua sicurezza interpetativa.

Il sostituto del tenore titolare Luciano Ganci, indisposto, il giovane Azer Zada, non ha fatto rimpiangere l’assente. Intendiamoci, il difetto di emissione, con tanto di intervallo tra registri medi e acuti, c’è tutto. Purtuttavia la sua interpretazione, colorata di mezze voci gradevoli e di un fraseggio sicuro, é apparsa convincente. Troppe volte abbiamo dovuto subire l’invadenza di tenori squillanti e sgraziati. Per una volta ne abbiano apprezzato uno di grazia. Migliore del trio, superbo per interptetazione, lo Scarpia di Angelo Veccia, finalmente in voce. Alle spalle un inizio di carriera da basso e un padre tenore, Veccia ha saputo, nella sua trasformazione in baritono, acquisire un registro alto assai apprezzabile forse perdendo un po’ quelli più gravi. Il suo Scarpia aristocratico e sadico, con quel veleno erotico che lo domina, è stato non solo credibile, ma anche di qualità scenica e vocale assoluta. Tosca é il primo piatto di un progetto Puccini che la direzione dei Teatri di Reggio Emilia, assieme al consulente musicale, hanno preparato. Un Focus Puccini che propone, oltre alla già citata Le Villi, anche una conferenza internazionale sull’autore toscano e un concerto. Rendere omaggio a Puccini, forse l’ultimo grande operista italiano, è un merito e un vanto. Reggio Emilia si è posta, in questo, all’avanguardia.

Mauro Del Bue