Mauro Del Bue
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Mauro Del Bue

Seconda puntata. Senato story, dal Regno al ragno

Tanti parlano di questo istituto esaltandone le funzioni o denigrandole spesso, senza conoscerne la storia, le ragioni della sua nascita, la sua evoluzione, la sua trasformazione all’assemblea costituente, i diversi tentativi, sostanzialmente tutti naufragati, per riformarlo. Parto allora dal Senato regio che, sulla scorta di quello istituito nel regno del Piemonte, venne ereditato nell’Italia unita a partire dalla sua costituzione. Si trattava di un Senato per meriti acquisiti e di nomina regia. Aveva però diversi poteri, ma mai si avvalse di quello di condizionare i governi. Venne mantenuto in carica anche durante il fascismo e la dittatura, che assunse cosi un carattere particolare, anche a seguito dell’istituzione della Camera dei fasci e delle corporazioni. Il Senato era una sorta di proiezione del potere della monarchia sul regime. Ma ben presto, soprattutto negli anni trenta, si trasformò, per la sua stessa composizione, in istituto di supporto e di pieno appoggio al fascismo.

Nel dibattito alla Costituente si fronteggiarono due impostazioni. Quella tendenzialmente monocameralista del Pci e del Psi, tese a conferite pieni poteri a una sola Camera, col Psi più disponibile ad accoglierne una seconda di natura prevalentemente economica, la Dc sensibile a una seconda Camera per le professioni, le categorie sociali, la cultura, e i laici che invece proponevano un bicameralismo più o meno paritario. Ne uscì un bicameralismo differenziato solo su taluni aspetti: nel numero (la Camera era composta di 630 deputati e il Senato di 315), nell’elettorato (per il voto erano richiesti 25 anni e non la maggiore età come alla Camera, per quello attivo veniva richiesta un’età di 40 anni contro i 25 richiesti per l’elezione alla Camera), per la sede di elezione (che la Costituzione prevede esplicitamente “su base regionale” anche se non di emanazione delle assemblee regionali, allora inesistenti), nella durata (che era di sei anni contro i cinque della Camera, ma 1953 e nel 1958 il Senato venne sciolto anticipatamente per permettere una elezione congiunta del Parlamento e con legge del 1963 anche la durata del Senato venne portata a cinque anni). La legge elettorale che non figurò in Costituzione, venne scelta anch’essa differenziata, con collegi uninominali per il Senato e per la Camera con collegi proporzionali e le preferenze.

Il vero dibattito, che animò solo la destra (vedasi le posizioni di Randolfo Pacciardi, prima valoroso comandante antifascista, sul presidenzialismo che solo il Partito d’azione aveva sostenuto all’Assemblea Costituente), venne rilanciato solo nel 1979 da Bettino Craxi con l’ipotesi della grande riforma e dell’elezione diretta del presidente della Repubblica. Il primo gruppo che lavorò, tra il 1980 e il 1983, a un progetto di riassetto istituzionale fu quello cosiddetto di Milano, con Gianfranco Miglio, Augusto Barbera, Federico Mancini, Leo Valiani e altri, tutti nomi prestigiosi, che ipotizzava un Senato federale sull’esempio del Bundesrat tedesco. Poi, nel 1983, si istituì la prima commissione bicamerale che avrebbe dovuto formulare proposte di modifica istituzionale e costituzionale, presieduta dal sen. Bozzi. Nel 1985 la Commissione presentò diverse proposte, tra le quali una leggera diminuzione dei parlamentari, l’elettorato attivo e passivo ai maggiorenni nelle due Camere, la trasformazione del bicameralismo indifferenziato in un bicameralismo ove le due Camere avevano diversa competenza anche se molti punti comuni. Non se ne fece nulla.

Nel 1990 tentarono in quattro (Pasquino, Filetti, Pecchioli e Mancino) a formulare una proposta di riforma che diversificava le competenze delle due Camere, senza successo. Fu poi la volta nel 1992-1994 della Commissione De Mita-Iotti (composta da trenta deputati e trenta senatori) che ipotizzava il premierato forte sul modello tedesco col Parlamento che in seduta comune avrebbe dovuto eleggere il primo ministro, che a sua volta avrebbe eletto e revocato i ministri, e che abbassava la durata della legislatura a quattro anni. Poi tra il 1997 e il 1998 fu la volta della Bicamerale di D’Alema che uscì col progetto del semipresidenzialismo alla francese e con una proposta di legge elettorale a doppio turno di collegio. Nel 2005 tentarono i quattro saggi di Lorenzago (Calderoli, D’Onofrio, Nania e Pastore) che portavano a 518 i deputati e a 252 i senatori, che ipotizzavano il premierato forte e la fine del bicameralismo indifferenziato. Nel 2007 tentò Violante con la sua bozza e la proposta del Senato federale. Poi nel 2012 uscirono i cosidetti A-B-C, cioè Alfano, Bersani e Casini, con la proposta del premierato (ma D’Alema non era per il presidenzialismo alla francese?) e la fine del bicameralismo perfetto. Nessuna proposta è mai andata in porto. Adesso c’è il rischio che anche quest’ultima, pur con tutte le contraddizioni e i limiti, venga bocciata dall’elettorato. Non sarebbe un po’ comico?

Didascalia 1. Come cambierà il Senato

Oggi passiamo alla fase didascalica. Entriamo nel merito della riforma costituzionale per ciò che riguarda il Senato della Repubblica. L’Avanti offre così a tutti l’opportunità di entrare nel merito delle modifiche costituzionali e di farsi un’idea un po’ più precisa di un argomento che finora è stato troppo caratterizzato da osservazioni puramente poltiche e non di merito.

Il nuovo Senato passerà da 315 membri a 100, dei quali 5 nominati dal presidente della Repubblica e che, contrariamente ai senatori a vita, che spariranno, resteranno in vigore solo sette anni. I 95 rimanenti saranno espressione delle regioni in numero di 74 e dei sindaci delle grandi città in numero di 21. Per ció che concerne i senatori di nomina presidenziale va tenuto presente che resteranno in carica i 4 attuali e i due di diritto, quindi il presidente attuale ne potrà nominare uno soltanto.

I nuovi senatori saranno eletti in coincidenza con le elezioni regionali e non attraverso un’unica tornata. Verranno eletti mano a mano che si svolgeranno le elezioni regionali. A stabilire come sarà una legge ad hoc che dovrà uniformarsi a un principio già stabilito e cioè che l’elezione dovrà avvenire “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri”. Dovrebbero dunque essere i cittadini a scegliere chi tra i consiglieri sarà anche eletto senatore.

I senatori-consiglieri o sindaci avranno un doppio ruolo, ma non una doppia indennità. Verrà tuttavia riconosciuta loro quella immunità parlamentare riconosciuta ai deputati
Cioė senza autorizzazione a procedere potranno essere inquisiti, ma non perquisiti, intercettati e arrestati. Tali prerogative varranno solo per le attività ricoperte nel ruolo di senatori e non in quelle di consiglieri e sindaci.

Il nuovo Senato continuerà ad esercitare le sue competenze su 22 materie (in particolare sulle riforme costituzionali, sui referendum popolari, sulla partecipazione all’Unione europea e su tutte quelle che coinvolgono direttamente gli enti locali). Potrà altresī fornire proposte di modifica a qualsiasi legge se la richiesta avverrà entro 30 giorni e solo 15 giorni se si tratta di leggi di bilancio. La Camera ha il potere di bocciare la richiesta a maggioranza assoluta.

Solo la Camera esprimerà il voto di fiducia al governo. Dunque viene tolto al Senato qualsiasi potere di condizionamento politico del governo (questo avviene in ogni sistema bicamerale e solo in Italia ne esiste uno con identici poteri attribuiti alle due Camere).

Dei 15 giudici della Corte costituzionale tre saranno eletti dalla Camera e due dal Senato. Il presidente della Repubblica che oggi viene eletto dall’assemblea dei grandi elettori (i deputati, i senatori e 58 rappresentanti delle regioni) coi i due terzi nelle prime tre votazioni e con la maggioranza assoluta a partire dalla quarta, verrà eletto dai 630 deputati e dai cento senatori, ma con i due terzi nei primi quattro scrutini, dal quinto con i tre quinti e dal nono con la maggioranza assoluta. Questo per impedire che la lista che ottiene il premio di maggioranza possa eleggersi anche il presidente della Repubblica senza il dialogo e il confronto con le minoranze.

Oggi la seconda carica dello Stato è il presidente del Senato, dopo l’approvazione della riforma diverrà invece il presidente della Camera. Al presidente del Senato resterà il compito della convocazione dei due rami del Parlamento in seduta comune

I tre buoni motivi per il SÌ

Il Consiglio nazionale del Psi, all’unanimità, ha lanciato la campagna per il sì al referendum confermativo di ottobre approvando un documento al quale abbiamo lavorato Gigi Covatta ed io. Parto da un presupposto. Le tesi, o mozione unica, approvate al congresso di Salerno già contenevano l’adesione del Psi alla campagna referendaria per il sì. Non vorrei che qualcuno avesse votato senza avere letto. L’adesione del Consiglio nazionale ne rappresenta la diretta conseguenza. E indica anche di formare comitati del Psi al sì referendario attraverso una campagna di adesioni il cui obiettivo è quello ambizioso delle centomila.

Il Psi sottolinea che avrebbe preferito un percorso diverso, che aveva proposto l’elezione di un’assemblea costituente per scegliere un modello di stato, preferibilmente presidenziale o semi presidenziale, da cui far discendere per coerenza le regole istituzionali ed elettorali. Aggiunge che l’impasto tra riforma costituzionale e Italicum produce contraddizioni e contro indicazioni che devono essere attentamente valutate e corrette, ad esempio quelle relativa alla elezione del presidente della Repubblica, già oggetto di una
parziale modifica, quelle relative alla elezione della Corte costituzionale e del Csm. Ripete che i socialisti sono dell’idea di modificare la legge elettorale trasferendo il premio di lista alla coalizione.

Tuttavia ritiene che i due punti fondamentali della riforma costituzionale, e cioè quelli relativi alla modifica del bicameralismo perfetto e del superamento della riforma del titolo V introdotta dalla maggioranza ulivista, siano pienamente condivisibili. Il Psi ha sempre proposto uno snellimento del procedimento legislativo e la doppia Camera con identici poteri si configura come un’assurda anomalia tutta italiana. Le materie concorrenti, frutto del nuovo Titolo V, sono state motivo di paralisi, di confusione, di aumento di costi. Dunque è stato giusto mettere mano a questa duplice operazione di riforma.

Il primo motivo della posizione socialista è dunque di merito. Il secondo è politico. Il Psi non si è mai associato, e dispiace che qualche nostro compagno abbia rivisto una posizione storica dei socialisti, alla retorica del “Giù le mani dalla Costituzione”. Anzi, quando, per primi già nel 1979, i socialisti di Craxi ne proposero una profonda revisione, di quella retorica furono le vittime. La Costituzione, peraltro, è già stata modificata 35 volte senza che da parte di costoro si gridasse allo scandalo. Uno sguardo poi al caravanserraglio dei cultori del no. Si mischiano sanchopardian-rodotaiani con grillo-salviniani, cultori del post fascismo e del post antifascismo, berlusco-meloniani e tsiprasiani pentiti, comunisti accidiosi e conservatori incalliti. Una ulteriore ragione per stare altrove.

Il terzo motivo è di conseguenza. Se vinceranno i no verrà deposto in sofffitta, non so per quanti anni ancora, qualsiasi progetto di riforma istituzionale e soprattutto costituzionale, e con la crisi di governo si apriranno incognite sul nostro futuro politico sempre più orientato verso il populismo grillino e salviniano. Questo governo non è il migliore in assoluto e tra le tante riforme avrebbe bisogno di una autoriforma di se stesso, della sua compagine, anche della sua maggioranza (si possono avere amanti clandestini, non clandestini partner di maggioranza). Pur tuttavia resta il miglior governo possibile. Oggi, oltre questo esecutivo, ci sono solo la risata sardonica di Grillo e la felpa pesante di Salvini. Mi sbaglio? Se è così questo è un buon terzo motivo per votare sì. Con convinzione.

L’Anpi e la Boschi

I partigiani che hanno combattuto nella resistenza sono rimasti pochi anche nell’Anpi. Le regole anagrafiche sono purtroppo spietate. I più sono persone, come il presidente di Reggio Emilia, l’amico Ermete Fiaccadori, che sono nati poco prima o poco dopo la guerra. Non è giusto dire che i partigiani veri votano sí come se quelli che votano no fossero partigiani falsi, ma è giusto registrare, al di là della scelta del voto di ognuno, che i partigiani sono ormai anche nell’Anpi una esigua minoranza. Dunque il voto che l’Anpi esprime è quello di un’organizzazione che in massima parte si ispira alla resistenza, non quello di una associazione di partigiani. La Boschi dovrebbe stare più attenta quando parla. Ma solo quando parla dell’Anpi le viene richiesta l’analisi del sangue. Se l’Anpi fosse un’associazione di resistenti sarebbe piu che giusto, ma visto che è ormai prevalentemente un’associazione storico-politica, che per di più si è gettata nella mischia della battaglia referendaria con una posizione netta e senza possibilità di distinzioni, ci permettiamo di trattarla col rispetto che dobbiamo a tutte le altre.

Lacrime di coccodrillo

In poche circostanze, che io ricordi in nessuna, un leader è stato così unanimemente lodato da morto come Marco Pannella. Non Nenni, che pure aveva segnato la politica italiana dopo la sua profonda revisione del 1956, non Moro, che pure era stato assassinato dai terroristi divenendone la vittima eccellente, non Berlinguer, che aveva consumato lo strappo da Mosca nel 1981 e costruito un partito comunista originale. Eppure Nenni, Moro e Berlinguer rappresentavano partiti più o meno di massa, i tre partiti che avevano costruito l’Italia del dopoguerra, mentre Pannella, se si esclude la breve parentesi di quell’8 per cento peraltro ottenuto nel nome di Emma Bonino alle europee del 1999, non ha mai superato la soglia del tre per cento.

Eppure oggi anche quel 97 e più per cento che non votava Pannella, se non saltuariamente, lo piange, lo celebra, quasi lo santifica. Anche coloro che voltarono le spalle alla sua azione poltica, che restarono indifferenti ai suoi referendum, che ironizzarono sui suoi digiuni oggi lo elevano a simbolo vivente della lotta per le libertà. Questo credo dipenda essenzialmente da tre fattori. Due dei quali, come dire, oggettivi e comprensibili. Il primo è costituto dalla sua identità trasversale. Alleato col centro-destra, poi col centro-sinistra, più spesso sdegnosamente solitario, Pannella ha sempre anteposto la centralità dei contenuti al rispetto delle alleanze. Anzi ha sempre preteso la convergenza degli altri sui suoi contenuti, cioè sulle sue battaglie che lanciava periodicamente attraverso campagne specifiche. Non ha mai abbandonato nemici rancorosi, non ha mai contratto nuovi matrimoni indissolubili.

La seconda ragione è costituita dal suo modo di intendere la poltica. Ha ragione Claudio Martelli. Ci sono politici che si sono segnalati per le idee, altri per le realizzazioni, altri ancora sono diventati, come nel caso di Pannella, anche esempi di vita. Di vita vissuta cogli ultimi, sporcandosi le mani e la faccia, frequentando i bassifondi della società, i carcerati, i drogati, gli sfruttati, cercando e ottenendo anche la conversione alla sua non violenza degli ex terroristi e mostrando quella religiosità laica che lo poneva in netto contrasto con la Chiesa, ma, come i primi socialisti, in completa sintonia col messaggio cristiano. La sua campagna contro la fame nel mondo, richiamata anche da Giovanni Paolo II, la battaglia vinta per la moratoria delle esecuzioni capitali decretata dall’Onu e patrocinata da Nessuno tocchi Caino testimoniano come il suo non fosse solo messaggio di laicità ma anche di giustizia. In questo in sintonia anche con i valori del mondo cattolico. Amico del Dalai Lama e del Papa, proselite di Giordano Bruno e di tutti gli infedeli, non violento, ma non pacifista, amico di Muccioli e antiproibizionista convinto, liberale, liberista, laico, laicissimo, ma anche religioso con quella sua aria da profeta seguito dai suoi apostoli, non c’è nessuno che non abbia condiviso almeno una battaglia del ricco mosaico bellico del Marco magno.

Ma c’e un terzo elemento che vedo perfino più rilevante degli altri due. E si riferisce al solito complesso di colpa di fronte alla morte, che produce, in piena sintonia con il costume italico, le sempre scontate e stucchevoli lacrime di coccodrillo. L’Avanti lanciò circa due anni orsono la proposta al presidente della Repubblica di nominare Pannella senatore a vita. Napolitano e Mattarella devono spiegarci perchè non sia stato possibile. Dovrebbero esporre pubblicamente le ragioni di questo mancato e più che meritato riconoscimento. E coloro, quasi tutti, che non l’hanno appoggiata, a cominciare dal Pd e da Forza Italia, ma anche salviniani e grillini, dovrebbero illustrare i motivi della loro indifferenza. Coniugata coi penosi alti riconoscimenti postumi.

Sono insopportabili i pentimenti dopo la morte. Soprattutto di coloro (ricordo diverse circostnze) che hanno insultato, sputacchiato, minacciato Pannella in qualche manifestazione vetero sindacale. Anche perchè, come capita a chiunque, anche ai personaggi che, come Marco, passeranno alla storia, dopo qualche giorno, qualche settimana, qualche mese, di tutto ci si dimentica. Noi non vogliamo dimenticare. Faremo di tutto per ricordare Marco Pannella e lo strumentalizzeremo politicamente. Come lui stesso avrebbe desiderato, come lui stesso ci avrebbe chiesto di fare. Tenteremo, noi socialisti, radicali, laici, ambientalisti, liberali, cristiani, noi che vogliamo proseguire le battaglie di Marco che furono anche di un illustre e colpevolemente oscurato socialista come Loris Fortuna, di continuare a percorerre il cammino. Forse, cone diceva una vecchia massima ripresa da un musicista contemporaneo, “non c’è un cammino, c’è solo il camminare”. E allora noi dobbiamo oggi prendere il solenne impegno di camminare insieme. Cosi Marco Pannella e Loris Fortuna riprenderanno a vivere.

Un vero moderato, anzi due…

Avevano lasciato il Psi per aderire al Pd e costruire in quel partito una corrente o movimento di impronta socialista. Pensavamo che Di Lello (e Di Gioia), eletti in quota socialista alla Camera, mentre altri dirigenti non trovavano spazio, nelle liste del Pd, avessero terminato la loro peregrinazione. Invece apprendiamo da notizie d’agenzia che i due sono confluiti nella componente dei moderati di Portas e Formisano. Oddio, non è che il Pd posssa essere definito partito estremista. Resta il fatto che i due non sarebbero dunque entrati nel gruppo del Pd, ma appunto nel cosidetto sotto gruppo moderato del misto. Quel che non si capisce ancora è se siano stati dirottati in quel gruppo dallo stesso Pd, per meglio controllarlo (e qui la loro funzione sarebbe davvero da protagonisti), oppure se siano stati respinti dal gruppo Pd e costretti a confluire altrove. Cosi, anzichè fondare una corrente socialista nel Pd la fonderanno nel gruppo misto con la componente dei moderati. Se una porta si chiude un’altra Portas si apre…

Grazie Marco…

Lo conobbi la prima volta a Reggio Emilia nel 1970. Era venuto per un comizio del neonato partito radicale fondato in città dal giovane Mario Monducci, che sarà poi deputato repubblicano. Tornò poi un paio d’anni dopo a perorare la causa del divorzio e se la memoria non m’inganna si era già imposto un digiuno. Beveva solo cappuccini molto zuccherati. Quella battaglia ha segnato anche la mia vita. Conobbi e diventai amico di Loris Fortuna, primo firmatario della legge, socialista autonomista, nenniano, come si diceva allora. Proprio nel 1973 fu a Reggio anche Bettino Craxi che partecipò alla conferenza delle donne socialiste.

Nel 1975 i miei rapporti col mondo radicale (fui uno dei primi socialisti con doppia tessera) furono segnati dalla partecipazione al congresso nazionale che si svolse a Firenze proprio in quel novembre del martirio di Pierpaolo Pasolini. Ricordo Pannella che lesse l’intervento che Pasolini aveva preparato per il congresso con gli occhi inumiditi dal pianto e intorno a lui era disposta la variopinta brigata radicale con Gianfranco Spadaccia, Massimo Teodori, Adele Faccio, Roberto Cicciomessere, Adelaide Aglietta, Emma Bonino, tutti in prima linea nella battaglia per la legalizzazione dell’aborto. Una battaglia che vide ancora socialisti e radicali esposti insieme e, come sul divorzio, comunisti recalcitranti. Fino all’approvazione della nuova legge Fortuna e al nuovo referendum vinto nel 1981, poco dopo il vile attentato a Giovanni Paolo II.

I miei rapporti personali con Pannella si intensificarono poi durante il mio mandato parlamentare. Tra il 1987 e 1994 Marco mi considerava uno dei socialisti più vicini al suo mondo. Dopo le elezioni del 1987, quando, grazie al lavoro di Claudio Martelli, Psi, Psdi e radicali presentarono liste insieme al Senato e iniziarono la campagna per la giustizia giusta col referendum vinto, i rapporti si fecero più intensi. Devo ammettere che sulla legge Vassalli, che finiva per svuotare di contenuto lo stesso referendum, avevano ragione i radicali e non i socialisti.

L’episodio di Marco Pannella, che nel 1993 prese le difese della classe dirigente, che pure lui aveva contestato, finita sotto il fuoco della magistratura, è la più grande dimostrazione della sua coerenza liberale e del suo spirito ribelle nei confronti del conformismo dilagante. Pannella e il suo partito divennero così anche approdo e rifugio di tanti “impresentabili” in molti casi coinvolti ingiustamente. Convocava i parlamentari alle sette del mattino alla Camera. Lo faceva per due motivi: per dimostrare che la sua azione non era tesa a intralciare i lavori parlamentari, ma anche per un innato senso di sadismo col quale ideava una sorta di rito sacrificale dedicato alla sua disponibilità.

Nel 1994 mi propose di entrare nella sua lista, la lista Pannella, che presentò sul proporzionale sfiorando il 4 per cento. Rifiutai perchè ero iscritto al Psi e deciso a non mollare la navicella che era in mare aperto e stava affondando. Ci rivedemmo più volte e tra il 2006 e il 2008, anche grazie a Capezzone, D’Elia, Turco, i nostri rapporti divennero costanti fino alla sua venuta in Abruzzo dove ero candidato del Psi per darmi una mano, nonostante i radicali avessero scelto di entrare nelle liste del Pd e la cosa mi commosse. Ricordo un pranzo sul mare. Marco non solo mangiava con voracità, quando non digiunava, ma non sopportava che qualcuno scartasse qualcosa. Lo costringeva a pulire il piatto se no lo rimproverava.

Subito dopo le elezioni mi chiese di convocare assieme a lui a Chianciano gli stati generali laici. Provai una certa emozione a vedere le due firme appaiate nella lettera di invito. Svolgemmo le due relazioni introduttive poi Marco parlò e riparló, come faceva sempre. Divorava i congressi, le assemblee, e li condiva con fiumi di parole. Che esprimevano un mare di interesse per i temi che trattavano gli altri. E che avvolgeva in un caloroso effluvio di ragionamenti, di suggestioni, di previsioni, ma anche di ricordi e di aneddoti. A Chianciano andammo due volte e più volte per tenere in vita quel gruppo (ricordo tra gli altri Enzo Marzo, Gianni Cuperlo, Ignazio Marino, Nicola Tranfaglia) ci ritrovammo la domenica, e anche d’agosto, al caldo soffocante dell’estate romana (ritornava quel pizzico di sadismo…)

Negli ultimi anni ho piu volte proposto dalle colonne del mio Avanti la nomina di Pannella senatore a vita. Né Napolitano né Mattarella hanno ritenuto di esaudire una richiesta che ovviamente non era solo mia. Ho visto Marco l’ultima volta circa due mesi fa a Roma. L’ho abbracciato e gli ho detto: “Vorrei che tu mi facessi l’orazione funebre”. Sapevo che era malato e il mio era un augurio a campare piu di me, che mi auguro di campare a lungo. Non sarà possibile esaudire questo mio desiderio, ma ugualmente spero di esaudire il suo e cioè di continuare la sua lotta per la libertà, per i diritti di tutte le donne e gli uomini a vivere una vita al di fuori di dogmi, superstizioni, sopraffazioni. Dicono che prima di morire a un prete che gli si avvicinava per impartirgli l’estrema unzione Voltaire abbia rivolto queste parole: “Ma vi pare questo il momento di fare nuove amicizie?”. Marco ha invece gradito le attenzioni del papa e ai medici che gli hanno chiesto se volesse essere sedato ha mormorato: “Grazie”. L’ultima parola sua diventa la nostra. Grazie, Marco, per quello che hai fatto, grazie per quello che ci hai lasciato. Ti porteremo sempre, ti porterò sempre, nel mio cuore e sarà, la tua, una presenza incancellabile.

Se 14 miliardi sembran pochi….

Buono il risultato ottenuto da Renzi in Europa. L’Italia ha ottenuto lo 0,85 in più di spesa sul Pil. Quantificandolo si tratta di circa 14 miliardi di euro autorizzati. Non male. Resta il fatto che una parte saranno devoluti alle spese per i migranti e per la difesa. Quanto ne rimarrà per gli investimenti? E soprattutto quanto per la diminuzione delle aliquote Irpef che servono, a giudizio di tutti gli economisti, per incrementare una ripresa ancora troppo debole e che viene prevista, decimale in più o in meno, attorno all’1 per cento per il 2016?

Vi sono poi i ritocchi all’Iva che vanno assolutamente evitati e che ci costeranno circa 10 miliardi che devono essere assolutamente tagliati alla spesa corrente. Dunque bene la flessibilità concessa, ma per l’economia italiana questo risultato rischia di essere solo, come è stato richiamato, una spintarella. Anche perché i primi dati sull’occupazione del 2016 non sono positivi. Pare essersi raffreddato il positivo impatto tra Jos act e soprattutto defiscalizzazione delle prime assunzioni, molte delle quali erano riassunzioni e riguardavano in massima parte fasce d’età superiori ai 40 anni. Il meno 13 per cento del 2016 non può non destare preoccupazione anche se, Renzi ha ragione, non si tratta di un meno assoluto, ma di una diminuzione (forte) della crescita.

L’impressione è che serva altro. La disoccupazione, quasi al 12 per cento, ha ancora un indice troppo alto e in essa quella giovanile (attorno al 42) resta il dato più preoccupante. E non accenna a diminuire se non di zero virgole. Servirebbe una più cospicua detrazione fiscale per le imprese vincolate alle assunzioni riproducendo le esenzioni del 2015 per il primo lavoro, servirebbe un piano massiccio di investimenti pubblici (scuola, ospedali, strade, autostrade, ferrovie, certo, ma soprattutto un piano per la messa in sicurezza del territorio italiano che frana e che uccide ogni volta che le piogge sono troppo copiose e lo saranno sempre di più per i cambiamenti climatici).

Si può e si deve arrivare a una crescita del 2 per cento per invertire la dinamica occupazionale. Ma andando così lentamente, molto più lentamente di quasi tutti gli altri paesi europei, quando ci arriveremo? Rilanciare lo sviluppo, anche attraverso tagli alla spesa corrente, ma soprattutto facendo crescere il Pil, è oltretutto lo strumento più efficace per abbattere il debito che la politica del rigore ha solo aumentato. Salvini propone la flex tax al 15 per cento, poi la corregge al 18 al 20 e la rende progressiva, te la serve a piacimento. Le proposte dell’opposizione sono sempre, Tsipras è il caso più clamoroso, molto piacevoli. Poi le stesse formazioni, una volta al governo, sono costrette a cambiarle. Sono pure illusioni che spesso ingannano l’elettorato. Resta il fatto che passo dopo passo anche il governo, se non vuole inimicarsi l’elettorato, da cui dipende, deve aggiungere qualcosa al suo pur sano realismo.

Il Papa, il Cardinale, la Chiesa e lo Stato

Ci sono due modi per concepire un rapporto tra la Chiesa, intesa come popolo dei fedeli, e lo Stato. Un modo è stato proposto da Papa Bergoglio, un altro da Cardinal Bagnasco, capo della Cei, la congregazione dei vescovi italiani. Papa Bergoglio, tra le tante innovazioni introdotte, ultima delle quali la volontà di aprire a nuovi orizzonti di ingresso delle donne nel mondo ecclesiastico, ha formulato, a proposito della legge sulle Unioni civili, un concetto di espressione del dissenso che è sostanzialmente laico e che si può manifestare, su questa legge come su altre, attraverso l’esercizio dell’obiezione di coscienza. Senza contestare lo stato laico che, suggerisce Bergoglio, non può mai diventare confessionale, ma anzi deve mostrarsi rispettoso di tutte le fedi, il Papa ha addirittura rimproverato la legislazione francese perché proibirebbe di velarsi il volto alle donne musulmane.

Papa Bergoglio, dunque, finisce addirittura, con il suo concetto di laicità, per difendere i diritti di un’altra religione. Ne sono sorpreso e anche ammirato. Se la Chiesa rispettasse le leggi di uno stato laico e pretendesse dai suoi fedeli, da un lato, solo la coerenza di comportamento coi suoi insegnamenti e la sua dottrina e, dall’altro, il riconoscimento della legittimità del loro esercizio da parte delle leggi dello Stato, sarebbe una rivoluzione. Questo è quello che i liberali hanno sempre auspicato. Uno stato laico non può essere confessionale, né totalitario. Ho già scritto che se la Cina considera l’aborto obbligatorio per tutti, sconfina nell’integralismo e nell’autoritarismo. Lo stato laico rispetta e consente comportamenti diversi nel rispetto di scelte etiche e religiose che contemplano modi di vita non omogenei.

L’altro modo di concepire il rapporto tra Chiesa e Stato è quello formulato dal Cardinal Bagnasco. Si tratta della solita pratica dell’ingerenza, della concezione dell’etica cattolica come legge dello Stato. La concezione di Bergoglio rispetta lo Stato laico e pretende il rispetto dei principi del popolo dei cattolici, quello di Bagnasco intende imporre questi principi allo Stato, trasformandolo in Stato etico. L’attacco alla legge sulle Unioni civili, così aperto e anche sgangherato, mostra la solita vecchia idea dello stato italiano che deve essere sottomesso, per tutti, anche per coloro che cattolici non sono, alle precetti etici della Chiesa.

Bagnasco non ha fatto accenno alle leggi in materia degli altri paesi europei, anche a quelle della democristiana Germania, non ha fatto accenno al fatto che quella italiana non contempla neppure la contestata stepchild adoption. Non ha fatto accenno alla triste condizione degli orfanatrofi e al diritto dei bambini ad avere l’amore di una famiglia. Il suo incedere sì che si presta alla critica di ideologismo. E alla storica pretesa di condizionare o addirittura di dettare i principi della legislazione italiana, considerando il nostro paese una sorta di suo protettorato. Parlare di questa legge come premessa alla pratica dell’utero in affitto negata dalla legislazione italiana, praticata oggi all’estero prevalentemente dalle coppie eterosessuali nel silenzio assoluto della Cei, è poi sintomo della più cupo settarismo. Mai avevamo osservato l’esistenza di una Chiesa così divisa. Il cardinal Camillo Ruini, che rilascia un’intervista per appoggiare Bagnasco, capeggia la fronda anti bergogliana, che non demorde e rilancia. Non solo il Pd è oggi separato in casa. Anche nella Chiesa, però, le correnti non produrranno scissioni…

L’89, la storia, gli appuntamenti mancati (dopo lo scritto di Biagio De Giovanni su L’Unità)

Ringrazio L’Unità per la pubblicazione, nell’edizione di ieri, del mio scritto che riproduco qui sull’Avanti:

“Che l’89 non segnasse la fine della storia, come con una visione millenaristica qualcuno aveva pronosticato, era francamente prevedibile. Che segnasse la fine di una storia, quella degli equilibri consolidati dal dopoguerra nello scenario internazionale, europeo e nazionale, era invece di più semplice lettura. Questo soprattutto in Italia, dove i contrasti internazionali erano più marcati per la collocazione geografica del nostro paese, al confine dei due mondi, e per la presenza, sottolineata anche da Biagio De Giovanni come una anomalia, del più forte partito comunista d’Occidente. Certo diverso dagli altri già con Togliatti, per l’accettazione della via democratica e parlamentare nel 1945, sia pur coniugata con un filosovietismo acritico, e ancor di più con Berlinguer, per lo strappo con Mosca del 1981, sia pur innescato nell’assurda ricerca di una terza via tra socialdemocrazia e comunismo.

Il tutto, però, in continuità storica e nominale con il percorso avviato nel 1921, ma in realtà già presente nello stesso Psi a partire dal congresso precedente, quello del 1919, quando tutto il partito, con le perplessità dei soli riformisti, accettò l’adesione all’internazionale di Mosca. Anzi possiamo senz’altro affermare che, anche causa del primo dopoguerra, del fascismo, della guerra di Spagna, della Resistenza, le tendenze filosovietiche furono largamente maggioritarie nella sinistra italiana dal 1918, e fino al 1956 furono addirittura totalizzanti. Solo l’Ungheria aprì gli occhi alla maggioranza del Psi e Nenni si convertì all’autonomismo e alla riunificazione col partito di Saragat. Che il 1956 sia stata la grande occasione persa dal Pci togliattiano è oggi ricordato da molti storici di estrazione comunista e ammesso da Veltroni e Petruccioli in scritti e dichiarazioni. Se il Pci avesse assunto nel 1956 almeno la posizione del 1968 su Praga forse anche i destini della sinistra italiana sarebbero stati diversi.

L’anomalia in effetti durò fino al 1989, e consentì l’altra assurda anomalia di rimbalzo, e cioè la mummificazione di un partito, la Dc, sempre al governo. Il merito di Craxi fu quello di contestare, accettando e anzi sfruttando quei confini, l’egemonia democristiana e di favorire un’alternanza, che non era però l’alternativa di stampo mitterandiano (ma Marchais era cosa diversa e più confinata nel recinto di un settarismo ancien regime, quindi più facilmente aggirabile, aggredibile, conquistabile). Craxi non arrivò mai a proporre l’alternativa mitterandiana ai comunisti, che peraltro erano sempre più storicamente propensi all’accordo con la Dc, perché Psi e Pci non esprimevano dimensioni equilibrate a svantaggio del Psi (per la verità, anche i socialisti francesi, alla fine degli anni sessanta, erano meno forti dei comunisti), ma anche perché soverchiante era ancora il peso del fronte popolare del 1948 e ancora presente il significato della svolta autonomista nenniana del dopo 1956.

Se Occhetto fece la Bolognina e con essa la svolta, Craxi propose l’unità socialista. Quale altro poteva essere lo sbocco logico e corretto della fine del Pci, se non il suo ritorno nell’alveo del vecchio partito? Occhetto ideò il confuso motto dell’andare oltre. Craxi confinò l’unità socialista nei meandri di un orizzonte temporale lontano. Intanto preferì perseguire ancora, e incomprensibilmente, la vecchia politica che poteva riportarlo a Palazzo Chigi. Così il Psi finì per non capire il senso dell’89 (Martelli, io e Raffaelli eravamo presi da quella svolta e non riuscivamo a comprendere le ragioni dei silenzi di Craxi) e l’ex Pci finì per deformarne i giusti effetti e rivolgersi altrove, approfittando della cosiddetta rivoluzione giudiziaria, e anzi cavalcandola, per cambiare i verdetti della storia. Che fosse la fine di quella storia, che non era solo quella del comunismo, ma anche quella del suo contrario, del contrasto storico che animò la politica italiana ancor più di quella degli altri paesi europei, lo compresero Occhetto, nel novembre di quell’anno, e Cossiga, che mutò da quell’anno perfino il suo linguaggio oltre al carattere che da introverso e silenzioso divenne invadente e debordante. E anche Mario Segni, che lanciò i referendum sul maggioritario e capì forse solo l’89 e quasi nulla del dopo.

Occhetto comprese che la caduta del Muro sarebbe divenuta anche la definitiva eclissi del nome comunista che il suo partito si ostinava a portare, ma finì con l’accreditare in pieno la tesi secondo la quale la fine del Pci fosse proprio da equiparare alla fine dei partiti comunisti che nell’Est finirono per trasformarsi in partiti socialisti, primo quello ungherese. Per questo forse cercò un’altra soluzione. Ricordo invece, alla Camera, il presidente del Consiglio Andreotti che proprio nel 1989 uscì con questa affermazione ironica e auto compiacente, ma che si rivelerà infausta: “Come è bello assistere alle travolgenti novità in casa d’altri”. Incauto, perché di lì a poco i rivolgimenti si sarebbero fatti sentire anche in Italia, molto più in Italia che negli altri paesi europei occidentali.

Ma torniamo alla fine di una storia, di quella che esplose coi calcinacci del Muro e che segnò l’inizio di un’altra storia, che ancora ci accompagna, e che è stata segnata da un multipluralismo disgregante sul versante internazionale, caratterizzato da guerre incontrollate di stampo etnico, come quelle dell’ex Jugoslavia, e a sfondo religioso, come quelle ispirate dall’estremismo islamico, da un tentativo finora fallito di unità europea, anche a seguito della riunificazione tedesca, dal trionfo ovunque della finanza che indebolisce l’economia dei singoli paesi, dalla crisi della politica che ovunque latita e si immerge nell’illusione benefica delle imitazioni americane, dallo sviluppo di un movimento di massa di contestazione localistica, anti europeista, antimigratoria, dalla nascita e oggi dalla crisi di un sistema politico in Italia privo di identità e di partecipazione. Questo ha configurato il parto di una nuova anomalia italiana.

Solo in Italia, infatti, a seguito dell’89, e sulla scia, prima dell’affermazione leghista, e poi di Mani pulite, è stato sotterrato un intero sistema di partiti e ne è nato uno nuovo. E dei vecchi partiti quelli che hanno avuto continuità nei nuovi sono proprio il Pci e la Dc, cioè le fonti della prima anomalia. Questo determina un paradosso storico. E ciò che mentre il Pd, che riassume gran parte di entrambe le tradizioni, oggi è socialista in Europa, non può dichiararsi tale in Italia. Anzi per salvare le sue tradizioni, continua a esaltare Berlinguer e Moro, cioè i leader dei partiti della vecchia anomalia, e non Turati, Nenni e Saragat, i pionieri del socialismo europeo e italiano. Così la storia socialista italiana, dimenticata da un partito socialista europeo, diventa quella comunista e democristiana. Perfino De Gasperi e Togliatti, i grandi nemici di un tempo, vengono oggi ricordati e commemorati dagli esponenti dello stesso partito, che sceglie l’Unità e non il mio Avanti come suo organo di stampa.

Verrebbe oggi voglia di rimpiangere la vecchia storia e magari anche di riscriverla, ma indietro non si torna. E allora, semmai, bisognerebbe oggi porsi il problema, da un lato, di come leggerla correttamente e dall’altro di come costruirne una nuova, di come voltare pagina rispetto a quella che dal 1989 abbiamo vissuto. In generale penso che il problema di fondo sia quello di rilanciare una politica credibile, di affermare una visione liberale e sociale dell’Europa che ci consenta anche di sostenere con maggiore convinzione la sfida dell’oscurantismo islamista e di prospettare un suo assetto fondato non su vincoli ma su opportunità. La sfida della politica alla finanza, il suo ragionevole controllo, il rilancio di una presenza dello stato ma anche del privato a fini sociali e di un sistema misto che valorizzi forme autenticamente cooperativo e di terzo settore, un riformismo ambientale che ci consenta di costruire un futuro sostenibile liberando spazi di nuova occupazione, questo e altro può formare una nuova identità della sinistra socialista e liberale. Ma si dovrebbe discutere di questo. Dove? C’è voglia e tempo in un Pd così propenso a considerare molto la politica fatta di concretezza e di sport della vittoria per approfondire il tema della storia e dell’identità?”.