Mauro Del Bue
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Mauro Del Bue

Ciao Carlo

Carlo Correr conclude oggi la sua costante presenza nella redazione dell’Avantionline. E’ una scelta solo sua, ma sono certo che Carlo continuerà la sua collaborazione, anche se più da lontano. Ammesso che ci riesca, perché l’Avanti è la sua vita. Ha iniziato molto giovane nel giornale su carta, collaborando con direttori come Arfè, Craxi, Intini, Villetti. Grazie a lui, dopo la chiusura del giornale dovuta all’assurda discriminazione della presidenza del Consiglio dell’epoca che decise negare i finanziamenti al giornale socialista concessi invece agli altri, si deve l’esperienza dell’Avanti della domenica.

Poi, dopo la mia nomina a direttore dell’Avanti, chiesi a Carlo di venire all’Avantionline. Meglio lavorare tutti per il giornale di tutti i giorni. E magari la domenica far festa. Così è nata la nostra collaborazione e anche la nostra amicizia, corroborate da bruschi scontri che non le hanno mai attenuate. D’altronde i caratteri, soprattutto a una certa età, sono immodificabili. Forse era proprio il suo amore viscerale per l’Avanti che lo trovava custode, perfino feroce, di un patrimonio ideale storico al quale in tanti si sono poi avvicinati. Io più disponibile ad aprire le porte, lui più prudente, guardingo.

In oltre tre anni abbiamo potuto contare sul simpatico Capocelli che ci lasciò per espatriare in Africa, Silvia, Laura, che poi ci hanno abbandonato (i soldi non sono una variabile indipendente), poi solo Teresa e Daniele. Cercherò di supplire con un mio impegno ancora maggiore (conto anche su quello di Teresa e Daniele) alla minore presenza di Carlo. Conto su tutti i collaboratori, perché l’Avanti ne ha tanti e tutti volontari. Il giornale, che in tre anni ha triplicato i suoi lettori, vivrà. Forse farà più fatica a Correr…e. Ma correrà.

Ma siamo proprio sicuri che la religione non c’entri?

Papa Francesco ci ha esortato a non credere che la guerra (da tempo il pontefice sostiene che stiamo vivendo una guerra a pezzi) sia di religione. Su questo ha ragione. Guai a pensarla come un conflitto tra Islam e cristiani. Anche dopo il feroce e barbarico assassinio del prete di Saint Etienne du Louvray non dobbiamo confondere l’Isis con il mondo musulmano. Se questa spericolata analogia fosse vera, dovremmo rassegnarci alla sconfitta se non altro per la netta prevalenza degli islamici. Oltre tutto la guerra di religione è proprio l’obiettivo di chi ci ha dichiarato guerra in nome di una interpretazione di qualche passo del Corano, che la stragrande maggioranza dei musulmani invece rifiuta.

Non è una guerra di religione, ma siamo proprio sicuri che la religione non c’entri e, come ha sostenuto il pontefice, tutto dipenda da motivazioni economiche e di dominio? Chi sono i nostri nemici, quelli che ci attaccano uccidendo e sgozzando i nostri fratelli, siano essi cristiani, ebrei, musulmani, non credenti? Da cosa hanno ricavato le loro insane convinzioni? Esiste da tempo, ma in particolare dagli anni settanta, con epicentro l’Afghanistan durante l’invasione sovietica, una tendenza estrema che interpreta la jihad come lotta contro gli infedeli, che applica la sharia, che considera l’occidente laico e crociato, e i paesi musulmani moderati, i nemici da abbattere. Si sono censiti ben 17 gruppi terroristi a cominciare da Al Qaeda, responsabile col suo condottiero milionario Osama Bin Laden degli attentati alle torri gemelle di New York. L’Isis è di formazione più recente e viene alimentata dalla rivolta siriana ad Assad e dai sunniti filo Saddam caduti dopo l’invasione anglo americana.

Solo con l’Isis il terrorismo islamico si fa stato. Conquista un territorio, vi instaura il regime islamico e le sue leggi, stabilisce una tassazione, si impadronisce di pozzi petroliferi e vende il greggio per finanziarsi. Sempre in nome di quella interpretazione religiosa che invoca la jihad come guerra santa contro gli infedeli, anche sceicchi e personalità influenti di Arabia Saudita e degli stati del golfo Persico aiutano lo stato islamico, o Daesh, a resistere, a progettare o coprire ed esaltare le azioni belliche (in realtà barbare uccisioni di bambini, donne e anziani) che dal 13 novembre scorso si susseguono a ritmi vertiginosi in Europa. Dire che l’esaltazione e il fanatismo non siano frutto di una semina religiosa, per quanto abusiva, mi pare quanto meno azzardato. Sostenere che coloro che si suicidano dopo avere ammazzato, si fanno saltare in aria o si fanno ammazzare, non lo facciano perché convinti di passare a miglior vita come eroi e martiri, con tanto di vergini a disposizione, come profetizza il Corano, mi pare discutibile. Questa non è una guerra di religioni, ma è una guerra in cui l’interpretazione di una religione ne è il fondamento.

Credo che si possa invece parlare senza timore di una guerra di civiltà. Essa contrappone la nostra civiltà liberale all’oscurantismo medioevale dell’odio, della violenza e dell’intolleranza. In questa guerra di civiltà noi dobbiamo pretendere di coinvolgere a nostro sostegno la stragrande parte del mondo musulmano, dei governi arabi e mediorientali, gli imam e le moschee dove si predica, le scuole dove si insegna. Ma dobbiamo, innanzitutto noi, essere coscienti delle nostre ragioni e della forza delle nostre libertà, conquistate in secoli di lotte, dopo rivoluzioni e guerre. E invece spesso ci mostriamo deboli, impacciati, a volte persino inutilmente autocritici.

Dovremmo fotografare la realtà e chiederci ad esempio, come ha fatto di recente una giornalista musulmana, quando mai alcuni cristiani sono entrati in una moschea e hanno sgozzato un imam, quando mai hanno fatto irruzione in un ristorante frequentato da musulmani e coloro che non conoscevano la Bibbia o il Vangelo sono stati torturati e assassinati, quando mai sono entrati nella redazione di una rivista che ironizzava su Gesù e hanno massacrato i giornalisti, quando mai hanno sparato in faccia a giovani musulmani riuniti per assistere a un concerto, quando mai hanno messo bombe in un aeroporto, in una stazione, in una metropolitana, seminando morte e terrore, quando mai hanno massacrato con un tir uomini, donne e bambini musulmani intenti a godersi uno spettacolo di fuochi d’artificio, quando mai hanno schiavizzato donne di un’altra religione e distrutto monumenti storici?

Certo, si può obiettare, paesi europei hanno partecipato e partecipano a imprese belliche in Siria. E queste seminano morti, a volte anche innocenti. Come morti innocenti seminavano anche i bombardamenti durante la seconda guerra mondiale contro il nazifascismo. Ma se Putin non fosse intervenuto in Siria il Daesh sarebbe indietreggiato o sarebbe arrivato a Damasco? E quanti altri morti avrebbe consentito? Il non interventismo è sempre più umanitario dell’interventismo? Quanti sono stati i morti della guerra civile in Algeria nell’indifferenza e nel non interventismo generale. E quanti in Bosnia? In quei casi, sì, esistevano ragioni politiche e di potere e non solo e non tanto motivazioni etnico-religiose. Oggi mi pare che il quadro sia cambiato anche perché la guerra è arrivata, nelle forme che conosciamo, nel cuore dell’Europa. Sarà retorica ma mi vengono spesso alla mente i grandi classici dell’illuminismo, a cominciare da Voltaire e Diderot, fino all’ultimo filosofo liberale, Karl Popper. E se penso alle idee che i terroristi islamici vogliono annientare non posso non ricordare le loro: la laicità, la razionalità, la tolleranza, perfino l’ironia. Per queste io credo valga la pena ancora di combattere. Per salvare le nostre conquiste. Anche in nome loro.

Croce insanguinata

L’anziano prete di Saint Etiennne du Rouvray, cittadina nei pressi di Rouen, è stato sgozzato come già decine di persone nei territori conquistati dal Daesh. Hanno rapito lui, due suore e due fedeli, mentre era in corso la messa. E mentre le teste di cuoio iniziavano la controffensiva i due terroristi hanno tagliato la gola al prete e a una suora, che si trova tra la vita e la morte. Ormai gli attacchi, quelli ufficiali del terrorismo islamico, quelli individuali che l’Isis poi rivendica, quelli che non hanno nulla a che fare con gli islamisti, ma pure si manifestano come loro emulazione, insanguinano l’Europa quotidianamente.

Il presidente francese Hollande ha ribadito di sentirsi in guerra e questo per la verità accade dalle stragi del 13 novembre scorso. Anche il segretario del Psi e vice ministro Riccardo Nencini ha sostenuto testualmente: “E’ una guerra, ha ragione Hollande e la Francia non può essere lasciata sola”. Viene alla mente che l’Avanti, anche a costo di andare contro corrente e contro il governo, esattamente questo aveva sostenuto dal 13 novembre scorso. Intendiamoci, non si tratta di una guerra tradizionale, combattuta solo al fronte e subita con bombardamenti aerei.

Si tratta di una guerra che va combattuta militarmente per togliere al Dash un territorio e ogni rinvio, essenzialmente dovuto alla mancata intesa tra Usa e Russia sul ruolo di Assad, non ha fatto altro che incoraggiare i nostri nemici nella loro furibonda e barbarica offensiva. Adesso che oltre metà dei territori in mano ai terroristi è stata conquistata si faccia presto per arrivare a Rakka e azzerare lo stato islamico. Dopo non sara finita la guerra, ma solo il suo primo tempo. Focolai terroristi sono presenti ovunque, dalla Libia, alla Nigeria, al Pakistan, all’Oriente. E gruppi di terroristi sono tra noi, si nascondono nelle nostre città, nelle nostre piazze, alcuni frequentano o hanno frequentato le nostre università. Dobbiamo imparare a vivere col terrore in agguato.

Il terrorismo islamico è anomalo. Rispetto a quello nostrano degli anni settanta, rispetto a quello palestinese, rispetto a quello irlandese o basco, ha una più forte connotazione ideologica. Più forte perchè attinta dall’interpretazione di una religione e dunque ancora più invadente e assoluta. I terroristi sono martiri che uccidono in nome di Dio e si fanno uccidere per salire in Paradiso. La morte non è dunque un pericolo da evitare, ma un obiettivo da raggiungere. Questo rende ancora più difficile la repressione. E anche la prevenzione. Hanno un bel da prendersela col governo i francesi. Ma se a Nizza il servizio d’ordine avesse impedito al camion di passare, magari controllando se davvero avesse trasportato gelati, non sarebbe accaduto nulla. Colpa di Hollande o di Valls?

Noi non possiamo vivere come prima. E tutta la retorica sulla necessità di non cambiare le nostre abitudini è pure pericolosa. Perche ci fa vivere in una realtà diversa da quella che stiamo vivendo. Penso che anche il governo italiano debba rendersi conto che la guerra c’è e noi non ne siamo fuori, che occorre stanziare risorse (altro che i tagli richiesti dai Cinque stelle) per la difesa, che occorre vigilare in tutti i luoghi di culto islamico e pretendere una attiva collaborazione della società musulmana che non può limitarsi a condannare i singoli episodi, ma deve decidere di combattere la guerra per la difesa della nostra civiltà liberale, visto che ne gode i vantaggi, assieme a noi. Perché in Italia ci si sta solo se si accettano i valori della società liberale, nei rapporti uomo-donna, nella tolleranza di tutte le fedi e anche di chi non ne possiede alcuna, nell’accettazione della netta divisione tra stato e religione, nel rifiuto della sharia e dei riti dell’infibulaIazione. Altrimenti non ci si può stare.

Noi dobbiamo difenderci e combattere. Altrimenti, su questo mi torna alla mente il grido, giudicato isterico, di Oriana Fallaci, altrimenti questo conflitto siamo destinati a perderlo. Se non abbiamo l’orgoglio della nostra cultura e dei nostri valori allora il fanatisimo medioevale prevarrà. Perchè, contrariamente a noi, coloro che lo professano, hanno invece l’orgoglio, se volete satanico, della loro fede. Noi per troppo tempo abbiamo giocato col fuoco. Per troppo tempo abbiamo sopportato che paesi come l’Arabia Saudita, ma anche la Turchia, svolgessero un ruolo ambiguo se non di aperto supporto ai terroristi. La comunità internazionale è in guerra col terrorismo e chiunque lo appoggi deve essere considerato nostro nemico. Così gli intellettuali da salotto che continuano a macerarsi sulle nostre colpe, che pure ci sono state, depongano gli ordigni giustificazionisti. Anche Gino Strada ci dica, lui che vorrebbe, giustamente, eliminare tutte le guerre attraverso un pronunciamento dell’Onu, se intende trattare l’argomento direttamente con Al Baghdadi…

Da Al Baghdadi a Al Freccero

Io non riesco a capire perché Carlo Freccero, uomo di spettacolo, si sia messo a fare il commentatore politico. Capisco invece perché sia spesso ospite dei Talk show politici. Il movimento Cinque stelle lo ha designato consigliere della Rai e così, lui, dopo essere stato uomo Mediaset, poi scivolato a sinistra e appoggiato dal Pd, adesso si è messo a fare il grillino. E ne spara di ogni. L’ultima sua follia è quella relativa alla interpretazione del terrorismo islamico come “lotta di classe”. Dubito che Freccero, abituato a gestire gli spettacoli di Rete quattro e Canale cinque, abbia avuto il tempo di leggersi Marx. Anche se fosse, giustificare il terrorismo e assumersene la colpa è esercizio inverecondo. I tagliagola non sono guidati dall’Altobelli, da Di Vittorio, da Lama, ma da Al Baghdadi, e intendono le donne come oggetto di piacere, la religione e lo stato come la stessa cosa, gli infedeli degni del rogo. Dubito che Freccero, anzi Al Freccero, capitanando la lotta di classe dei torturatori e sgozzatori di Dacca farebbe la loro stessa fine…

Un vaffa ai dirigenti e giornalisti Rai

Filtrano i nomi, a poche ore dalla pubblicazione on line, degli stipendi dei dirigenti e giornalisti Rai, alla luce del piano trasparenza di Viale Mazzini. Così apprendiamo che l’amministratore delegato Campo Dall’Orto percepisce un compenso annuo di 650mila euro, sei volte lo stipendio di un parlamentare, cinque volte quello di un ministro, quattro volte il compenso del presidente della Repubblica. Il presidente della Rai pubblica Antonio Marano si mette in tasca 360mila euro, il capo delle Finanze Rai Raffaele Agrusti 350mila euro, il responsabile Palinsesti Giancarlo Leone 340mila euro, il presidente Rai Monica Maggioni, e si tratta di un incarico politico, ben 336mila. Il direttore del Tg1 Mario Orfeo guadagna 310mila euro, la direttrice di Rai due Ilaria Dallatana 300mila puliti e così la dolce Daria Bignardi, direttrice di Rai tre. Bianca Berlinguer, poverina, è ferma a 270mila.

Poi si scende non di molto. L’editorialista Francesco Merlo, ad esempio, molto orientato a denunciare i costi della politica, incassa 230mila euro per una consulenza, ma ha già una ottima pensione. La somma non dovrebbe essere inferiore a quattro volte lo stipendio di un deprecabile deputato. L’on. Brunetta, a cui Merlo ha dedicato un libro pepato, adesso vuole tirar fuori anche gli stipendi e i compensi pagati dalla Rai agli uomini di spettacolo. Molti chiedono di sapere a quanto ammonti il compenso percepito da Massimo Giletti, il grande moralizzatore sempre abbronzato in Costa Smeralda. L’uomo che più di ogni altro ha messo sotto la lente d’ingrandimento i vitalizi dei parlamentari. Fonti bene informate mi parlano di una cifra superiore a quella di Campo Dall’Orto. Vedremo.

Certo, si dice, un dirigente Rai ha un’enorme responsabilità pubblica. Ma perché, un parlamentare, un ministro, il presidente del Consiglio, non ce l’hanno? Non hanno forse ancora più responsabilità visto che sono chiamati a guidare un paese? Si dice però che i primi svolgano questa attività come un lavoro, mentre i parlamentari spesso sommano al compenso parlamentare quello della professione. Intanto non è sempre vero. La mia generazione, ad esempio, ha sacrificato e anche abbandonato la professione per fare politica. Poi non è sempre vero che i dirigenti Rai non abbiano altre entrate ed è quasi sempre vero che i giornalisti, quelli profumatamente pagati dal servizio pubblico, hanno altri stipendi, consulenze e pensioni. Si dice ancora: ma i giornalisti possono, con l’audience, procurare gettito alla Rai. Vero, ma allora si paghino a percentuale ma, visto l’andamento del servizio pubblico, sempre in passivo, si può anche tranquillamente sostenere che costoro sono pagati due volte da noi: attraverso il canone e attraverso la finanza pubblica

Resta l’ipocrisia, la faccia tosta di costoro, il moralismo d’accatto di chi si dovrebbe invece vergognare. E’ vero, nella crisi che stiamo vivendo tutti, coloro che hanno un buon reddito dovrebbero fare un sacrificio. Personalmente non mi scandalizzerei se mi venisse richiesto un contributo di solidarietà. Lo riterrei, anzi, un atto giusto, doveroso. Ma che io venga messo sul banco degli imputati per una pensione-vitalizio percepito come unico reddito (non ne ho altri e quel che faccio lo faccio gratuitamente) che è inferiore ai 45mila euro l’anno da chi ne percepisce 600 o addirittura 800 (e si tratta pur sempre di soldi pubblici) questa la ritengo un’offesa al buon senso. Anzi a coloro che percepiscono in assoluta coscienza cifre esorbitanti e chiedono solo agli altri, che ne percepiscono enormemente di meno, di fare sacrifici io indirizzo quel vaffa che Grillo ha mandato a tutti noi. Con gli interessi.

Costruire il nuovo soggetto liberalsocialista

Tra ieri e oggi, mentre l’orecchio era teso a raccogliere notizie sulla nuova strage di Monaco, abbiamo avviato, Giovanni Negri ed io, un confronto ideale e politico, tra Bologna e Reggio Emilia, alla luce dell’appello sottoscritto da entrambi e rivolto al mondo radicale e socialista. Il primo pensiero, a mio giudizio, va rivolto alla possibilità, anzi all’ineludibilità di un inizio o, se la frase non fosse già stata usata e in parte abusata, di un nuovo inizio. Questo riguarda innanzitutto i radicali, oggi alle prese con la complicata fase del dopo Pannella, che potrebbe o preludere a una fine imminente dopo una vischioso, litigioso, autolesionistico percorso di sofferenza, oppure aprire un nuovo tempo di contaminazione e di rilancio. Ma questo riguarda anche il mondo socialista che dopo la morte (prima politica e poi fisica) di Craxi non ha saputo individuare un approdo accettabile.

L’unico momento felice del travagliato percorso socialista, in questo tenebroso ventennio, è stato quello contrassegnato dall’esperienza della Rosa nel pugno, cioè proprio dall’incontro col mondo radicale. A quest’ultimo fine, non alla trasposizione meccanica della Rosa nel pugno, ma alla ripresa dei suoi caratteri distintivi, tende l’iniziativa di Giovanni Negri con la sua Mariannna, nemmeno lontana parente della renziana Leopolda, che mette radici nel mondo radicale, ma si apre a nuovi compagni di strada e innanzitutto al mondo socialista. Ben strano il sistema politico italiano, dove le due culture perdenti, quella comunista e quella democristiana, sopravvivono nei partiti, nei personaggi, nei simboli della cosiddetta seconda repubblica mai nata. Questo nel Pd, dove si alternano i riferimenti a Berlinguer e a Moro, e mentre Renzi oggi stabilisce intese con la Coldiretti, la Confindustria, la Confcommercio e la Cisl, rinverdendo il tradizionale blocco sociale della balena bianca, al suo opposto si agitano i vecchi esponenti della liturgia post comunista. Che dire del versante opposto? Parisi vorrebbe rilanciare Forza Italia come soggetto insieme liberale e popolare. Non si accorge, se l’aggettivo popolare è riferito al popolarismo europeo, della difficile, se non impossibile, conciliazione delle due prospettive?

La mia opinione è che la guerra dell’oscurantismo islamista richieda la difesa e il rilancio della cultura liberale, e che la crisi economica richieda la difesa e il rilancio di quella socialista riformista. Il sistema politico italiano non è all’altezza di questa duplice sfida, il salvinismo è il risultato a cui tendono le iniziative del terrorismo islamico. Considerare tutto il mondo musulmano nemico è esattamente quel che vuole l’Isis. E cioè unificarlo e proiettarlo contro il nostro mondo. Il grillismo è il variegato e comodo rifugio dell’opposizione che poi è destinata a inciampare nel governo delle difficoltà e dei drammi incipienti. Che non è all’altezza della nuova drammatica sfida. Che demonizza la politica bassa, ma non contribuisce ad innalzarla.

Occorre invece alzare il livello della politica. E’ diventato troppo basso. Non può reggere di fronte alla guerra e alla disoccupazione. Il debito italiano continua a lievitare e oggi è dato al 135 per cento sul Pil. Il fallimento è quello di partiti senza identità, senza storia, senza anima, senza cuore, senza passione. Se, come credo, siamo avviati a un azzeramento, allora bisogna pensare alla ricostruzione. E anche in tempi brevi. Al di fuori di patriottismi e revanscismi, di impossibili ritorni al passato. L’idea di fondo è rilanciare la politica come identità (che non significa ideologia). E dare voce a quella liberalsocialista perché questa oggi è necessaria non solo a coloro che ad essa si richiamano, ma perché essa è indispensabile all’Italia, all’Europa. Si tratta di un tentativo difficile, qualcuno lo giudica improbo, ma è il solo che possa contribuire ancora a motivare il nostro impegno.

Il satrapo

Una volta ebbe modo di citare anche Hitler, per sottolineare la necessità di uno stato forte. Chissà perché quando gli stati islamici sono all’attacco sbandano in questi riferimenti storici. Era già successo com Amhadinejad. Certo Erdogan si sta facendo beffe del mondo intero. Pensavate che il vero conflitto fosse con la Russia? Improvvisamente è scoppiata la pace. Anche perché di contro il sospetto che il tentativo di golpe sia stato ispirato o tollerato dagli Usa è forte. E perché quella solidarietà al governo “democraticamente eletto” arrivato a golpe sventato, puzza maledettamente di ipocrisia.

Non sarà stato un auto golpe, come qualcuno sostiene, a meno che i generali golpisti siano tutti masochisti e concertino col nemico un piano che li vede incarcerati e forse fucilati. Ma che il golpe fallito venga oggi usato per un giro di vite senza precedenti è un fatto. Diamo i dati: 9.322 arrestati, sospesi 28.321 dipendenti dei ministeri (ne hanno anche più di noi…) nonché 21mila insegnanti. Il ministero della Pubblica istruzione ha allontanato 15.200 docenti e ha chiesto le dimissioni di 1.577 tra rettori e presidi di facoltà. Travolti dalla purga anche 492 imam. Quest’ultimo dato è impressionante. Il governo islamico coinvolge anche il clero. E lo comanda. Le televisioni, ben venti, sospettate del peccato di opposizione, sono state chiuse, i passaporti bloccati.

Il satrapo non si ferma qui. Procede. Chiede agli Usa l’estradizione di Fetullah Gulen, in esilio negli Stati uniti e ritenuto l’ispiratore del golpe. Gli Usa per ora balbettano. Chiedono prove del suo coinvolgimento. Follie. Le foto che circolano sono inquietanti e ci mostrano militari nudi e probabilmente torturati, dopo che circa duecento sono stati aggrediti e uccisi nelle strade. La Turchia rappresenta una questione fondamentale per il mondo intero nella guerra al terrorismo islamico. Per gli Usa che in Turchia hanno da sempre le proprie basi e che dalla Turchia, al tempo della guerra fredda, alzavano la loro barriera nucleare sul comunismo, il paese della mezza luna è un alleato Nato fondamentale.

Per questo gli americani hanno sempre chiuso più di un occhio. Ma adesso, mentre è in atto la trasformazione del sistema turco in un regime islamico autoritario, che farà il successore di Obama? Riuscirà a far finta che la Turchia sia un paese libero, perché il suo governo è stato “democraticamente eletto”, infischiandosene della repressione, delle collusioni con l’estremismo islamico, della guerra senza quartiere ai curdi, i nostri migliori alleati nella lotta all’Isis? E la Russia dopo aver documentato i traffici tra Turchia e stato islamico attraverso il contrabbando di petrolio, che avrebbe toccato da vicino anche lo stesso Erdogan, si rimangerà le denunce, i propositi di far piena luce sull’abbattimento dei suoi jet, e cambierà rotta solo per il diverso atteggiamento di Erdogan nei confronti degli Usa? E così rinfocolando ancora quella logica bipolare che pareva decisamente superata? Domande che potrebbero trovare presto risposte affermative.

Morti italiani che ci osservano

Dopo la notizia sulle vittime italiane, sono sei, nel folle, barbaro e terroristico attentato di Nizza, sarà bene ricordare, non lo fa quasi nessuno, l’alto contributo di sangue di nostri connazionali nella guerra dell’’Isis. Non consideriamo le vittime militari italiane nella lotta alla barbarie. I nostri diciannove giovani militari assassinati a Nassirya nel novembre del 2003, dopo l’esplosione di un’autobomba, sono ancora la dimostrazione che anche le missioni di pace, quelle rivolte non ad offensive belliche, ma alla sicurezza e alla ricostruzione civile, sono nel mirino dei terroristi. Concentriamoci su quest’ultimo anno e mezzo. Partiamo dall’attentato al museo del Bardo di Tunisi, dove trovano la morte, il 18 marzo del 2015, quattro italiani. I loro nomi sono: Giuseppa Bille, il marito Orazio Conte, Francesco Caldara e Antonella Sesino. E’ un attacco improvviso, proditorio, accecato di follia omicida contro i turisti occidentali.

Nelle stragi parigine del 13 novembre trova la morte, al Bataclan, la studentessa ventunenne veneziana Valeria Solesin. Era anche volontaria di Emergency. Nel locale la ragazza cade al fuoco dei terroristi, che sparano contro giovani bersagli umani nel teatro di un festoso concerto rock. Più lontano, in Burkina Fasu, il 15 gennaio del 2016, gli islamisti entrano in un caffè italiano di Ouagadougou e colpiscono un bimbo, Michele Santomena, figlio del proprietario, che muore nelle braccia del papà. Il 3 marzo di quest’anno a Sabrata, in Libia, sono uccisi i tecnici della Benatti di Parma, Fausto Piano e Salvatore Falilla. Erano stati rapiti assieme a Gino Policarpo e Fausto Calcagno, che riescono a fuggire. Il 23 marzo, negli attentati di Bruxelles, dove tra aeroporto e stazione perdono la vita 32 persone, cade senza vita anche la funzionaria italiana della Ue Patricia Rizzo.

Il primo luglio è la volta della strage più orrenda. I terroristi islamici entrano in un ristorante di Dacca (Bangladesh). Tengono segregate diverse persone tra le quali molti italiani. Chiedono loro di recitare il Corano. Coloro che lo fanno possono uscire. Gli altri, tra cui nove italiani, sono atrocemente torturati e poi sgozzati e assassinati. I nomi delle vittime italiane sono: Cristian Rossi, Marco Tondaf, Adele Puglisi, Claudia D’Antona, Simona Monti, Nadia Benedetti, Vincenzo D’Alessio, Maria Riboli, Claudio Cappelli. L’Italia, contrariamente alla Francia che reagisce intensificando i suoli radi aerei sul Daesh, pronuncia parole di circostanza. Infine Nizza. La notizie è di oggi. Il 14 luglio ha mietuto anche vittime italiane. Tra gli 84 morti della follia omicida dell’attentato rivendicato dall’Isis ci sono sei italiani: Carla Gaveglio, Maria Grazia Ascoli, Gianna Muset, Angelo D’Agostino, Mario Casati, l’italo americano Nicolas Leslie. Noi non siamo in guerra contro nessuno. Gli altri sono in guerra anche contro di noi. Per ora la prudenza (chiamiamola così) e soprattutto la vigilanza ci hanno salvati da atti terroristici compiuti sul nostro territorio. Ma ormai è diventato il mondo la nostra casa. E i nostri caduti ci osservano.

Meglio il Bersanellum

Ho scritto due anni fa cosa rifiutavo dell’Italicum. L’ho fatto sull’Avanti e proponendo negli organi di partito le motivazioni della mia contrarietà, che possono ridursi a due essenzialmente. La prima è riferita a questo anomalo doppio turno nazionale che può adattarsi all’elezione di un presidente, e allora si istituisca il presidenzialismo o il semi presidenzialismo, ma non di un parlamento. Non esiste in nessuna parte del mondo (per citare Filippo Turati dico anch’io che non conosco “le leggi arabe-ottomane”) ed è stato partorito dall’idea fissa che debba esserci un vincitore, come se le elezioni fossero il Campionato di calcio. Insomma che la sera delle elezioni qualcuno debba fregiarsi dello scudetto, a prescindere dall’orientamento degli elettori che non sono compagini calcistiche in gara tra loro.

Il vincitore è una persona. Infatti il doppio turno comunale esiste per l’elezione del sindaco, che non è una lista, e non necessariamente la sua elezione si porta dietro la maggioranza in Consiglio. Renzi, pensando a se stesso, voleva invece essere incoronato vincitore attraverso una legge a doppio turno nazionale che in realtà permetterebbe a una lista di deputati di essere maggioranza alla Camera. Ma in Italia, dove non si sono mai eletti direttamente i governi, né i presidenti del Consiglio, e nemmeno li si eleggerebbero con l’Italicum, si camuffa lo stato di diritto con quello di fatto. Il Bersanellum, almeno quel che si scrive sulla proposta di legge della minoranza del Pd, elimina il ballottaggio nazionale e introduce il premio alla coalizione che superi il 38-40 per cento al primo e solo turno.

L’obiezione degli assertori della logica del vincitore è che, qualora nessuno raggiunga quella soglia, allora non ci sarebbe una maggioranza. Che angoscia. Se gli elettori scelgono la strada del pareggio siano rispettati e si cerchi in Parlamento una maggioranza. Questo avviene ovunque in Europa. Facciamo finta di non ricordarci che in Germania, nella solidissima Germania, esiste un governo di coalizione tra Cdu e Spd, che a Londra non molti anni orsono governavano insieme conservatori e liberali, e che perfino nella decantata Grecia Tsipras, nonostante il premio di maggioranza, deve governare con una piccola forza di destra? Allarme. In Italia, dice Ceccanti, saremmo costretti a una maggioranza Pd-Forza Italia o Nuovo centro destra. Da tremare. Perché, se lo sviluppo è fermo e il debito cresce è colpa di Alfano?

Non diciamo sciocchezze e impariamo a rispettare la volontà degli elettori. D’altronde a cosa si ridurrebbe il premio di lista e non di coalizione, e questa è stata la seconda obiezione alla logica dell’Italicum? A creare liste di coalizione, oppure a costringere gli alleati a proporre liste alternative. Senza il criterio delle coalizioni una lista di Alfano, del Psi, di Scelta civica più Verdini, cioè della maggioranza di governo che si presenterà al voto, equivalgono alla lista avversaria dei Cinque stelle o del Centro-destra, perché non contribuiranno all’accesso al ballottaggio della maggiore lista politicamente alleata. Con un paradosso ulteriore (che non esiste nella legge dei sindaci). E cioè che queste liste di alleati politici, ma non elettorali, al ballottaggio saranno indispensabili per arrivare alla vittoria e al premio di maggioranza, del quale però non avranno alcun beneficio. Anzi, gli elettori di queste liste saranno costretti a votare al secondo turno una lista che non solo acquisirà un premio anche grazie a quei voti, ma che al contempo negherà una loro rappresentanza alla Camera qualora al primo turno non avessero conseguito almeno il 3 per cento. Meglio dunque il Bersanellum che reintroduce le coalizioni e, da quel che leggo, anche i collegi uninominali, che eliminerebbero l’assurda discriminazione tra capilista nominati e candidati eletti. E con la tecnica dei capilista plurimi sappiamo che i nominati potrebbero diventare la maggioranza.

Non ci sono più i golpe di una volta…

Tutto è possibile e se ne leggono di tutti i colori. Che il golpe fallito di Turchia sia invero anomalo è fuor di dubbio, come di dubbio gusto sono le felicitazioni postume di Obama e Merkel (almeno Putin è stato zitto) a Erdogan e al suo governo “democraticamente eletto”. Le ipotesi sono tre. La prima è che le forze armate turche, d’impostazione tradizionalmente laica e ispirate ancora al mito di Ataturk, abbiano autonomamente deciso l’azione, alquanto sgangherata, di presa del potere, occupando la televisione e il parlamento. Un’azione che ricorda da vicino quelle al limite del folclorismo messe in atto in Italia dalla guardia forestale e in Spagna dal pistolero Antonio Tejero, che entrò in Parlamento spaventando tutti tranne che il primo ministro Suarez.

Ipotesi un po’ così. Da prendere con le pinze. La seconda è che il golpe sia stato ispirato e concertato dagli Usa e dalla Russia, alla luce dell’intesa sopraggiunta per iniziative militari congiunte in Siria. In fondo la Russia aveva più di un motivo, e non solo quello dei suoi aerei abbattuti, per augurarsi la fine del regime “democraticamente eletto” di Erdogan. Gli Usa, che hanno sempre considerato la Turchia un paese alleato e strategicamente e geograficamente indispensabile, non potevano continuare a bendarsi gli occhi rispetto alle connivenze e perfino agli appoggi dei turchi all’islamismo violento. Resta da chiedersi se grandi potenze mondiali possano promuovere golpe così ridicoli. Forse è il caso di ripetere che se non ci sono proprio più le mamme di una volta, le stagioni di una volta, i film di una volta, non ci sono più neanche i golpe di una volta. Che riuscivano tutti. Non v’è dubbio che i nuovi mezzi di comunicazione non facilitino imprese simili, generalmemte praticate in silenzio. Ma tant’è. E’ proprio un declino generale…

La terza ipotesi, ventilata da studiosi ed esperti del panorama turco, è che si sia trattato di un golpe finto. Addirittura di un auto golpe. Ordito da Erdogan per stabilizzare il suo potere, per cambiare la costituzione e per avviarsi verso un regime di natura islamica, alla faccia di quel laico di Ataturk. Ci sono di mezzo duecento morti, morti davvero e non per finta, e questo dovrebbe sconsigliare ad avanzare una simile tesi. Però la vita, e soprattutto il diritto, in Turchia sono parole vuote. Le stragi di giovani manifestanti, gli arresti di giornalisti e di oppositori erano già di pubblico dominio. Stonano maledettamente, in tutte e tre le ipotesi di golpe, le parole dell’amministrazione americana, della signora Merkel e purtroppo anche del nostro Renzi. Complimentarsi per un governo “democraticamente eletto” significa poco ai fini del suo carattere democratico.

Anche Hitler vinse le elezioni nel 1933 e poi instaurò il peggiore regime della storia. Anche Morsi vinse le elezioni in Egitto e poi instaurò il regime islamico e il golpe di Al Sisi venne giudicato un bene. Anche gli estremisti islamici vinsero le elezioni in Algeria e poi vi fu il golpe e la sanguinosa guerra civile. Un regime è democratico non se vince le elezioni, ma se esercita la democrazia. Quello di Erdogan oggi è un regime democratico? O piuttosto un sistema assolutamente illiberale e ispirato ai dettami di una religione? E la complicità col terrorismo islamico, i loschi affari col petrolio di contrabbando che Putin dimostrò, le persecuzioni dei curdi che sono stati e sono tuttora il migliore nostro alleato per sconfiggere lo stato islamico, non dovevano consigliare maggiore prudenza agli americani, ai tedeschi, agli italiani? La real politique induce sempre ad allearsi con i vincitori. Dunque è giusto oggi lasciar massacrare i militari ed esaltare Erdogan? Io non ne sono affatto convinto.