Mauro Del Bue
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Mauro Del Bue

Legge elettorale: tre correttivi necessari

A me hanno insegnato, anzi me lo hanno insegnato gli eventi, che una volta approvata la legge elettorale si vota. Fu così dopo l’approvazione del Mattarellum nell’estate del 1993, che seguiva il referendum Segni dell’aprile dello stesso anno. Si convocarono elezioni anticipate per il marzo del 1994 in piena rivoluzione giudiziaria. Fu così dopo l’approvazione del Porcellum che precedette di pochissimi mesi lo svolgimento ordinario delle elezioni per la primavera del 2006. Sull’Italicum no, perché pendeva il ricorso alla Corte. Se il ricorso avesse dato esito diverso non ci sarebbero state fondate obiezioni al voto già nella primavera di quest’anno. E’ naturale ritenere, dunque, che una volta approvata la legge elettorale, pensiamo entro l’estate, vengano rimossi tutti gli ostacoli, soprattutto da parte del Colle, sull’indizione di nuove elezioni che in molti danno per possibili tra il settembre e l’ottobre.

Tuttavia non sarà semplice, né appare scontata, l’approvazione della proposta di legge presentata dal Pd in Commissione al Senato. Intanto andranno sistemati due punti, uno dei quali certamente incostituzionale e l’altro a serio rischio di incostituzionalità. Parlo innanzitutto del 5 per cento di sbarramento nazionale per il Senato e poi del voto unico. E’ evidente che l’articolo 57 della Costituzione impedisce l’introduzione di un vincolo di carattere nazionale, visto che impone che il Senato sia “eletto su base regionale”. D’altronde la legge precedente non a caso aveva introdotto sbarramenti (l’8 per cento per le liste non collegate e il 3 per le liste collegate) di dimensione regionale. Si tratta di uno strafalcione un po’ dilettantesco che andrà subito corretto. Penso che i nostri parlamentari dovranno subito farlo notare.

Il secondo punto riguarda il voto unico tra candidato nella quota maggioritaria e candidati nella quota proporzionale. In buona sostanza se io voto il candidato nell’uninominale voto per deduzione analogica anche i diversi candidati nella lista bloccata proporzionale che verranno eletti seguendo l’ordine di disposizione. Questo é un punto cruciale della legge che, se da un lato non prevede il mattarelliano scorporo, e dunque concepisce maggioritario e proporzionale in modo separato, dall’altro paradossalmente li ritiene a tal punto collegati che con in un sol voto ne assomma due. Per fare in modo che questo si renda praticabile, ogni lista sul proporzionale che condivida il candidato sul maggioritario lo deve ripetere sotto il suo simbolo. Questo porta però ad una possibile distorsione della volontà dell’elettore che vota il candidato A sul maggioritario e si vede attribuire il suo voto anche sui candidati B-C-D-E del proporzionale. Bisognerà pensare a un sistema diverso, magari tornando al doppio voto, uno di coalizione e uno di lista come nel Mattarellum.

Non si capisce poi il bisogno di portare lo sbarramento sul 50 per cento di proporzionale al 5 per cento. E’ vero che uno sbarramento analogo esiste in Germania, ma il sistema tedesco di attribuzione dei seggi é interamente proporzionale e non, come l’ignoranza politica e giornalistica italiana ci voleva far credere, al 50 per cento maggioritario. Il sistema maggioritario, che in Italia verrebbe esteso al cinquanta per cento dei parlamentari da eleggere, é già strumento di sbarramento elettorale, nel senso che l’elezione avvantaggia la lista dei candidato che vince, anche solo con una risicata maggioranza relativa, e penalizza quelle del candidato che perde, anche solo per un voto. Introdurre il maggioritario e nel contempo innalzare lo sbarramento elettorale, portandolo dal 3 per cento ipotizzato dall’Italicum, e confermato dalla Corte, al 5 per cento del Rosatellum, rappresenta solo un inaccettabile manifestazione di ostilità verso le forze minori. Questi sono tre correttivi, nell’ambito di un impianto generale accettabile, che i socialisti potrebbero avanzare durante il percorso, che non sarà per nulla agevole, della nuova legge elettorale.

Sì, Marco, mi manchi

Un anno senza Marco é passato. Sembra un secolo. La politica italiana senza Pannella é più noiosa, meno sensuale, più burocratica e triste. Riporto, tra le tante che ho letto, alcune memorie personali. Comincio dalla fine. Da quel giorno in cui alla sede di via di Torre Argentina scherzosamente lo invitai al mio funerale e lui rispose ridendo divertito (sapeva di essere malato e di non avere vita lunga). Fino al primo incontro a Reggio Emilia nei primi anni settanta, quando a pranzo bevette un cappuccino per uno sciopero della fame. Non voglio parlare delle scelte politiche, spesso coraggiose, a volte temerarie di Marco, quasi sempre condite con un energico humus da eretico di mestiere, un nuovo modello di leaderismo col gusto della solitudine. Quasi un eremita della politica, Marco, uno che si concedeva a tutti pur che gli si consentisse di vivere nel suo rifugio d’alta quota.

Marco amava la vita, amava la politica, adorava se stesso e le sue lotte. Ma amava anche il prossimo. Anche i suoi avversari che voleva convincere con la passione della forza delle sue idee. Amava anche quelli che lo avevano abbandonato. Da illuminista volteriano non usò mai la retorica partitocratica del tradimento. Mi parlava bene di Rutelli, di Della Vedova, di Vito, di Giachetti, di tutti quelli che venivano dalla sua scuola. Sconfessarli sarebbe stato come sconfessare se stesso. Non aveva un soldo Marco e viveva in una sorta di “comune” definita Panetteria. Negli ultimi giorni di vita era tutto un pellegrinaggio per condoglianze anticipate che gli facevano un gran piacere. Come Trimalcione avrebbe volentieri partecipato alle sue esequie e magari scritto lui stesso (anzi improvvisato) la sua commemorazione.

Senza Pannella non solo la mia vita, ma quella di tanti suoi amici, sarebbe stata diversa. Non potrò mai dimenticare né la sua venuta a Pescara nella primavera del 2008 per la mia campagna elettorale come capolista del Psi in Abruzzo mentre i radicali erano nelle liste del Pd, né il suo invito a svolgere la relazione introduttiva degli stati generali laici che si tennero poco dopo a Chianciano convocati da lui e da me. Un onore di cui vado fiero. Cosi come, ovviamente, non posso dimenticare che senza Marco l’Italia sarebbe meno libera e che anche grazie alla sua energia, alla sua velocità e alle sue lotte a volte anche folcloristiche sono state approvate le leggi che portano il nome del nostro grande Loris Fortuna. Era difficile dialogare con Marco. Lui era uno che ti catturava. Voleva conquistarti, non convincerti. Mi capitò una volta, qualche anno fa, credo tra il 2006 e il 2008, quando ero deputato, di pranzare fino a tardo pomeriggio con lui in un ristorante vicino a via del Tritone. Un pranzo (lui non era in sciopero della fame e divorava anziché mangiare) con i fuochi d’artificio. Mi raccontò mezza vita sua. Era la storia d’Italia…

A proposito di Rosatellum

Dunque il Pd ha finalmente rotto gli indugi presentando una proposta di legge elettorale che é già stata definita, dal cognome del suo ispiratore, il “Rosatellum”. Lo ha fatto l’on. Fiano, il deputato milanese molto vicino a Matteo Renzi, nell’apposita commissione del Senato. Vediamo cosa convince di questa legge e cosa invece la rende criticabile. Molte sono le novità che vanno nella direzione da noi auspicata. Innanzitutto l’introduzione delle coalizioni e il conseguente superamento del premio di lista. L’introduzione del maggioritario al 50 per cento rende poi inevitabile l’abrogazione di qualsiasi premio. Il maggioritario è di per sé premiante o penalizzante al di là delle percentuali ottenute. Il Psi aveva del resto proposto una legge simile al Mattarellum, e questa lo é. Si tratta di un simil Mattarellum dove il proporzionale passa dal 25 al 50 per cento.

Un altro aspetto positivo é la separazione netta tra quota maggioritaria e quota proporzionale. In quest’ultimo voto si possono cioè presentare liste che poi si aggregano nel maggioritario attraverso coalizioni di simboli. Senza scorporo però, e questo può risultare dannoso per i piccoli partiti (in questo caso piccoli, ma con percentuali superiori al cinque per cento), che con lo scorporo potevano acquisire maggiori vantaggi. Restano due osservazioni critiche. Una riguarda lo sbarramento della quota proporzionale che viene portato al 5 per cento, l’altra lo spettro delle liste bloccate che ritorna, dopo la bocciatura del Porcellum, in formato mignon, secondo i rilievi della Consulta.

Si tratta dell’ennesimo sistema solo italiano, un altro Italicum, come del resto erano sia il Mattarellum, sia il Porcellum e sia l’Italicum uno. Non é il sistema tedesco, che é sì per metà uninominale maggioritario, ma subordinato al calcolo proporzionale, non è il sistema francese, uninominale maggioritario a due turni, non è l’inglese uninominale maggioritario a un solo turno, non è lo spagnolo, proporzionale con piccolo collegi e conseguente sbarramento alto. E’ per ora un sistema che trova il consenso di Pd e Lega. Del Pd, perché ritiene che sul maggioritario i Cinque stelle perdano punti coi loro candidati semisconosciuti e che, col 5 per cento sul proporzionale, si sbarri la strada agli scissionisti. Della Lega perché, nel maggioritario almeno, Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia siano obbligati a presentarsi con un unico candidato, motivo questo dell’obiezione di Berlusconi. Fuoco e fiamme, per ovvii motivi, invece, sono esplosi in casa bersaniana e silenzi sospetti dalle parti del centro alfaniano.

Veniamo a noi. E’ evidente che i collegi uninominali di coalizione avvantaggino i piccoli partiti soprattutto nelle situazioni dall’esito incerto. E che si formi dunque una coalizione riformista nei collegi uninominali non può che essere vista con favore e anche con soddisfazione. Resta il fatto che sulla quota proporzionale non potremmo, neppure con lo sbarramento al tre, e men che meno con quello al cinque, presentare liste di partito o di sola unità socialista. E allora dovremo pensare a una triplice eventualità. La prima é rifare quel che é già stato fatto nel 2013, quando lo sbarramento peraltro non c’era. Ma credo che, se questa fosse la scelta, allora tanto varrebbe fare un’operazione politica di adesione. La seconda é aspettare Pisapia che vorrebbe, non so con quale delega ricevuta, federare il centro-sinistra organizzando una lista alleata col Pd. La terza é mettere in campo quell’alleanza liberalsocialista della quale più volte ho trattato, mettendo anche in conto di non superare lo sbarramento, ma seminando un progetto per il futuro.

Resta l’ambiguità del voto unico. Io voto il candidato dell’uninominale maggioritario e automaticamente voto i candidati dello stesso simbolo sul proporzionale. Potrebbe trattarsi di normativa di dubbia costituzionalità perché distorce la volontà dell’elettore. Poi, visto che non é previsto un simbolo di coalizione, ma solo una sommatoria di simboli che sul maggioritario uninominale ripetono il nome del candidato, si potrebbero verificare situazioni, nei vari collegi, tutt’altro che omogenee e lesive dell’esigenza di governabilità. Tutto sarebbe più semplice se si formassero invece liste di coalizione omogenee sul maggioritario e sul proporzionale. Liste di coalizione con un programma comune. Il Rosatellum é ben lungi dall’essere in prossimità del via libera parlamentare. Vedremo cosa ci aspetta. L’importante é prepararci, parlo di noi socialisti, e non attendere troppo. L’approvazione delle leggi, in un sistema che resta bicamerale, ha i suoi tempi. Quelli della politica, anche della nostra, devono essere più veloci.

Il teatrino dell’ipocrisia

Sapete perché ho un moto di istintivo ribrezzo per l’antipolitica? Perché è la cosa più ipocrita del mondo. Perché è essa stessa politica, ma si nutre di sentimenti negativi, cioè di risentimenti, invidie, nevrosi. Non costruisce. Distrugge. E’ anti per questo. E soprattutto porta, per motivi elettorali, ad una sorta di tendenza all’imitazione. Sposare tutte le pulsioni, anche comprensibili e giustificabili, senza razionalizzarle, conduce non a guidare una posizione, ma ad essere guidati, trainati da essa. Così é oggi il rapporto tra Cinque stelle e Pd. Sono a caccia degli stessi voti e usano lo stesso metodo: cavalcare l’onda. Tutto ciò che é popolare si interpreta fedelmente, senza porsi il problema se sia giusto, categoria filosofica di un idealismo superato, ma solo se sia gradito.

Questo é già avvenuto durante il referendum. Renzi stesso si é lanciato, per accaparrarsi qualche voto, in giaculatorie populiste, contro i parlamentari, che lui avrebbe eliminato. Ha detto proprio: “Uno, due, tre, soppresso”. Cosa gli é servito? E’ risultato meno credibile dei Cinque stelle sul tema e punito dagli elettori. Ci vuole poco a capirlo. Il populismo, l’antipolitica, non la si sconfigge con gli stessi temi e gli stessi toni. Mi viene in mente Macron e m’illumino. Costui ha vinto le elezioni contrapponendosi a Marine Le Pen proprio sull’Europa. Altro che inseguirla sugli immigrati e il sovranismo nazionale.

Oggi Renzi e il Pd hanno dato via libera a quel bel tomo del Richetti a presentare la sua proposta di legge contro i vitalizi. E già si é aperto il capitolo del chi è arrivato prima. Se sono i pidini a dover votare la legge dei pentastellati o questi ultimi a dover votare quella del Pd. Pare che alla fine abbiano trovato un accordo. Ma gli uni e gli altri se ne attribuiranno il merito. Robe da teatrino di periferia. Sanno tutti che si tratta di leggi incostituzionali, perché mai una legge si é applicata, nemmeno quella che ha introdotto il sistema previdenziale contributivo, retroattivamente. Quel che conta é che questa battaglia sia intestata a loro. Per un voto ammazzerebbero anche la mamma. Oltre a sgridare papà. I Cinque stelle sono coerenti. I pidini abbaiano alla luna. Tutti intenti a inseguire gli umori, non a proporre idee.

La telefonata

Papà, anzi Babbo, ma cosa hai fatto? Mamma lasciala stare. Perfino la nonna oggi è intervenuta per difendere figlio e nipote. Due caratteracci. Ma Renzi sapeva di essere intercettato? E perché non ha parlato a voce col su babbo? Perché usare il telefono visto che il padre era indagato? Non saprei. Resta un fatto incontrovertibile. Ormai le telefonate intercettate dalla autorità competenti finiscono tutte sui media. Preferibilmente su Il Fatto di travagliana stoffa. Mica da oggi, però. La violazione del segreto istruttorio risale a molti anni addietro. E magari se toccava i socialisti tutti plaudivano. Era solo trasparenza. E se colpiva Berlusconi era giustizia proletaria o addirittura voyerismo gratuito. Adesso é giusto che Renzi, che non porta le colpe dei suoi predecessori, si lamenti di questo trattamento che non è nuovo. Basti pensare alle falsità confezionate dal personaggio trascrivente, vedasi l’uso dei servizi segreti. Diciamo la verità. Se fosse stato studiato tutto a tavolino Renzi sarebbe da premio Oscar. Sarebbe riuscito a ottenere un vantaggio da un danno che volevano procurargli. Geniale, no?

Richetto e Richetti

Parlare di vitalizi da parte di un ex parlamentare rischia di essere giudicato poco credibile. Ritorno tuttavia sull’argomento che tanto appassiona giornalisti che percepiscono in enti pubblici o in giornali e televisioni, largamente sovvenzionati o regolamentati grazie alla politica, compensi assai superiori. Dei vitalizi si continua a parlare anche se non esistono più e i nuovi parlamentari usufruiscono di una piccola pensione che scatta a 65 anni calcolata interamente col sistema contributivo. Ma, signori miei, i Cinque stelle seminano disprezzo per la politica e odio per chi alla politica ha dedicato la vita. La semina sta raccogliendo frutti. Anche perché, per contestarla, il Pd pare ogni tanto intenzionato a imitarne il contenuto.

E’ accaduto con talune insorgenze renziane durante l’ultima fase del referendum, quando qualche cattivo suggeritore avrà convinto Renzi a sguainare la scimitarra dell’antipolitica, come se eliminare tre centinaia di parlamentari avesse sistemato le casse dello stato e come se il costo di una democrazia fosse sganciato dal suo funzionamento. Adesso il buon Renzi pare aver dato via libera a quel Richetti, sassolese purosangue ed ex dj, dal bell’aspetto e che tutto pare tranne che un intellettuale. Costui ha presentato una proposta di legge per calcolare tutti i vitalizi passati col metodo contributivo. Lasciamo stare che il Pd (pare sia lo stesso partito) ha appena proposto e votato alla Camera un’ulteriore modifica del sistema dei vitalizi, attraverso un prelievo triennale di tutti i compensi superiori ai 70mila euro lordi annui. E lasciamo anche stare il fatto che toccare diritti acquisiti è, come noto, incostituzionale.

Aggiungiamo che non si capisce il motivo che spinge Richetti a proporre che solo i vitalizi e non tutte le pensioni, vengano calcolate col contributivo. Solo a una categoria si dovrebbe calcolare, diversamente da quanto avviene per gli altri, il suo attuale reddito. Com’é noto le pensioni degli italiani non sono tutte calcolate col contributivo. Questo sistema viene applicato a tutti coloro che sono stati iscritti all’ INPS dopo il 31 Dicembre 1995 (contributivo puro) cioè dopo l’approvazione della legge, e viene applicato pro quota dal 1° gennaio 1996 per tutti quei lavoratori che hanno maturato a tale data meno di 18 anni di contributi. Per gli altri, cioè coloro che hanno maturato almeno 18 anni di anzianità contributiva, viene applicato dal 1° gennaio del 2012.

Evidente che Richetti non voglia applicare il nuovo sistema a tutti per intero. Sarebbe un suicidio politico-elettorale per lui e per il suo partito. E cosi cade in una assurda contraddizione solo mitigata dal fatto che i parlamentari di oggi contaminano anche la credibilità di quelli di ieri agli occhi della pubblica opinione e un torto a loro viene salutato come un atto di giustizia. Personalmente ho avanzato un’altra proposta che ritengo assai più equa e redditizia. E cioè una sorta di patrimoniale, anch’essa di durata triennale, per non renderla incostituzionale, su tutti i redditi previdenziali superiori ai tremila euro mensili, da destinare all’aumento delle pensioni minime. Perché Richetti non la fa sua? Per un motivo e cioè l’enfasi propagandistica sarebbe minore e il consenso assai incerto visto che toccherebbe non solo alcuni politici, ma molti giornalisti, magistrati e dirigenti. Ricordate Richetto, quello scolaretto un po’ cresciuto che faceva il paio con mago Zurlì? Studia, gli diceva Tortorella. E’ un consiglio che rivolgo sommessamente anche al suo plurale.

Pasticcio tedesco

Non ne posso più di sentir parlare di modello tedesco al 50 per cento maggioritario e al 50 per cento proporzionale. Possibile che abbiamo a che fare solo con giornalisti e politici ignoranti? Il modello tedesco é tutto proporzionale e al 50 per cento i suoi eletti sono nei collegi uninominali. Ma la loro percentuale viene scorporata dalla quota in cui si presentano le liste (bloccate). Dunque il calcolo ë tutto proporzionale, con sbarramento al cinque per cento. Solo il Corriere oggi lo dice. Basta allora parlare di modello tedesco. Parliamo di Mattarellum che, anziché essere al 75 per cento maggioritario, lo diventa al 50. La verità è che tutti, a cominciare da Renzi, vorrebbero la legge che più li avvantaggia. I grillini sono per il premio di lista perché non sono coalizzabili, il Pd é per un maggioritario, l’Italicum 3 (dopo il primo bocciato dalla Corte e il secondo emendato dalla stessa Corte) senza coalizioni perché contrario all’alleanza cogli scissionisti e con una lista aperta spera di sfondare, Berlusconi pretende il premio alle coalizioni perché vuol presentarsi distinto dalla Lega lepenista di Salvini. Difficile immaginare un accordo. Le alleanze ipotizzabili: Renzi più Grillo per premio alla lista senza maggioritario (ma Renzi ne uscirebbe sconfitto), Renzi più Berlusconi, ma anche Bersani, per premio alla coalizione e proporzionale (idem come sopra). Le variabili: Renzi più Salvini e Alfano per il Mattarellum o tedesco ma con proporzionale a metà, oppure Renzi più Alfano, Nencini, Scelta civica, attuale maggioranza, per Mattarellum. Oppure Italicum tre, più Mattarellum, più tedesco, con quote di israeliano e giapponese. E fritto di pesce. Che mal di testa. Non se ne uscirà. Italia’s karma? Se delegassimo Gabbani, l’unico italiano, con Draghi, a farsi intendere in Europa….

Non siamo già oltre?

Dopo la dèbacle dell’Spd in Nord Reno-Westfalia, feudo dei socialdemocratici tedeschi, regione paragonabile a quel che é l’Emilia-Romagna per la sinistra italiana, non sarebbe male tracciare un quadro della crisi del socialismo europeo. Cominciamo dalla Grecia, dove il Pasok della famiglia Papandreu, Andreas, poi George, ma anche il nonno Georgios era alla testa di un governo in esilio, é passato in sei anni dal 43% del 2009 al 4,7 del 2015, riuscendo a rimontare nelle seconde elezioni dello stesso anno fino all’ambizioso 6 in coalizione con un’altra lista, mentre l’ultimo Papandreu con il suo nuovo movimento socialista non ha raggiunto il quorum per la rappresentanza parlamentare.

Continuiamo con la Spagna. Sembravano una delusione ineguagliabile i dati elettorali del Psoe alle elezioni del 2011 vinte dai popolari. Il 28% corrispondeva a una perdita addirittura di 15 punti rispetto alle consultazioni precedenti. Il nuovo segretario Pedro Sanchez ha fatto peggio ed é arrivato al 22 e dopo il secondo ricorso al voto del 2016 i socialisti si sono anche divisi. La maggioranza ha scelto di rendere possibile il governo Rajoy, i catalani e lo stesso Sanchez si sono opposti. Sanchez si é dimesso da segretario e da deputato, il Psoe é senza guida e in piena crisi. Se in Grecia un nuovo partito, Syriza di Tsipras, ha conquistato la leadership della sinistra, in Spagna il nuovo movimento di Podemos ha superato la percentuale del Psoe. Due movimenti nati pochissimi anni prima hanno surclassato i consensi di due partiti socialisti tradizionali.

La stessa cosa é avvenuta in Francia. Ne abbiamo già parlato e non ci dilunghiamo. E’ vero che si é votato per il presidente e non per il Parlamento (si voterà tra poche settimane). Ma la Francia é una repubblica presidenziale e il voto per il presidente é eminentemente politico. Il candidato di un movimento, En marche, nato qualche mese prima, ha conquistato al primo turno più di cinque volte i voti del candidato del Psf. I socialisti, dopo la scelta di Hamon, si sono frantumati, col primo ministro Vals che ha scelto ufficialmente di appoggiare Macron. A proposito della foto in camicia bianca mi viene in mente che nessuno dei tre, Sanchez, Vals e Renzi, si trova oggi al posto di allora. Foto maledetta?

Aspettiamo le elezioni nel Regno unito senza farci illusioni sul risultato dei laburisti, oggi alle prese con divisioni forse mai registratesi in passato, a seguito delle strampalate decisioni del loro leader Corbyn, addirittura sfiduciato dall’82% dei suoi deputati dopo la scelta della Brexit e oggi padre di un programma elettorale con al centro massicce nazionalizzazioni e l’aumento della tassazione sulle imprese (esattamente l’opposto di quel che si propone in Italia) e che tutti i sondaggi danno catastroficamente perdente. Un quadro, dunque, fortemente critico, per non dire ferale, che segna una fase di passaggio, al di là dei nomi, da una tradizione consolidata ad un’esigenza di novità, di discontinuità, non solo di personale politico, ma soprattutto di programmi, ormai assolutamente svincolati da vecchie ideologie.

Blair lo aveva già capito col suo New Labour degli anni novanta, come in fondo noi stessi l’avevamo intuito quando ci spingemmo con Craxi e Martelli, già negli anni ottanta, in una posizione spesso criticata dai partiti fratelli, così poco ortodossa, così poco tradizionale, liberalsocialista, appunto. Naturalmente non basta l’eresia per risolvere la crisi di identità. Ma penso che né i ritorni al vetero socialismo alla Hamon e alla Corbyn, né il semplice radicalismo alla Sanchez, né il tradizionalismo alla Schulz serviranno a frenare il declino. Occorrerebbe andare alle radici del problema. Interrogarci sull’europeismo, che a mio avviso deve restare il cardine di un progetto socialista e riformista. Sposare alcune proposte che lo stesso Macron ha formulato sull’Europa politica (vedasi eurobond, debito comune, governo eletto, difesa comune). Si tratta di obiettivi che devono unire e non dividere i socialisti. Adesso ognuno procede su scala nazionale, secondo interessi economici ed elettorali. Un po’ quel che accadde a seguito dell’esplosione del primo conflitto mondiale che segnò la fine della seconda Internazionale.

La verità é che per esistere un partito socialista europeo ci sarebbe bisogno di un unico grande interesse collettivo, e non di tanti e spesso conflittuali interessi nazionali ai quali i socialisti si sottomettono. Questo riguarda anche l’Italia dove esiste un partito, il Pd, che si ritiene più innovativo degli altri partiti socialisti europei e invece a me pare anche più arretrato, perché per mantenere il suo carattere post comunista e post democristiano ancora non è pienamente omogeneo coi partiti fratelli. E ci siamo noi, piccola comunità di resistenti che non può solo consolarsi con la storia, che non può annullarsi solo guardando indietro e proclamare un socialismo che in fondo si esprime solo nel rimpianto di un vecchio Psi che non c’é più. Riccardo Nencini, l’ho già scritto, fu il primo ad avvertire questa esigenza dopo le elezioni del 2013, subito contestato dagli stessi che poi lo accusarono di subalternità al Pd. Oggi non abbiamo alternativa. O un immediato investimento su una nuova formazione politica non composta solo da noi o la fine di un’esperienza senza possibilità di ritorno. La contaminazione delle idee non sognifica ripudio delle storie. Anzi, queste ultime sono meglio tutelate se riconosciute e valorizzate anche da chi non ne é erede diretto. Ho parlato di socialisti, di radicali, di ambientalisti, potrei aggiungere cattolici liberali e magari azzardare una loro aggregazione in un contenitore anche più grande: questa é la prospettiva immediata che ci aspetta. Potrei concludere che ce lo impone anche l’Europa, oggi.

Libero titolo in libera Italia?

Il titolo del quotidiano Libero non rappresenta un sottinteso. Ma un sovrainteso. Scopare Roma sporca, con tanto di attrezzi nelle mani di Orfini e di tante camice gialle, riporta un po’ il pensiero ai vecchi film Luce con Mussolini desnudo che falciava il grano. Ma di buona opera si tratta anche se il motivo della propaganda é soverchiante. Che Renzi e la Boschi non l’abbiano fatto non autorizza il direttore di Libero a giocare sul doppio significato del verbo per spararla grossa, sia pure in negativo, sui loro rapporti. Roba da Cuore, o da Charlie Hebdo. D’altronde satira é. Libero, giornale satirico? Questo no. E allora uno lo legge sul serio. Ma c’é bisogno di una patente per fare satira? Credo di no. Si può scherzare su tutto. Libero titolo in libera Italia? Un titolo così non l’avrei mai fatto. Da denuncia? Mi immagino il tribunale a dissertare sul significato della parola, sul suo uso corrente, sul suo effetto. E Feltri, con quella sua smorfia sempre schifata, sostenere, in assoluta cattiva fede, che il vocabolario della lingua italiana gli attribuisce una sola spiegazione. Da chiedersi. Se Renzi e la Boschi avessero aderito all’appello di Orfini quale sarebbe stato il titolo di Libero?

Andare oltre il Psi

So già che questo mio fondo provocherà qualche reazione conservatrice. Ma ci sono abituato, visto che fin da ragazzo mi é capitato di essere giudicato e condannato come revisionista. Uso volutamente questo vocabolo che é negativo solo per chi considera la teoria politica, una volta si chiamava cosi, usiamo oggi il termine più moderno di identità, come intoccabile, immodificabile, da custodire e conservare, dunque. Sono stato allevato alla scuola del vecchio Psi che ha avuto il coraggio di fare la sola Bad Godesberg della sinistra italiana già a partire dagli anni settanta. Noi giovani socialisti abbiamo abbracciato la tesi revisionista del socialismo sfidando prima sul versante socialdemocratico, e poi del socialismo liberale a partire dagli anni ottanta, la sinistra conservatrice, allora tardo comunista o vetero socialista.

Questo indirizzo metodologico personalmente non ho mai abbandonato rifiutandomi sempre di alzare le mani di fronte ai dogmi ideologici, alle parole santificate, ai principi assoluti. Dico anche che il nostro, il mio, andare oltre, è sempre stato coniugato con lo studio, la ricerca, il massimo rispetto per la tradizione. D’altronde, se vuoi andare oltre devi ben sapere da cosa. Altrimenti é un girovagare senza senso. Anche Occhetto, dopo la Bolognina, proclamò la necessità di andare oltre. Ma si trattava di un percorso unicamente rivolto a non venire con noi. Il suo oltrismo era solo preoccupazione di non finire in braccio a Craxi. Poi, non dimentichiamolo, son passati quasi trent’anni e di acqua sotto i ponti ne é transitata parecchia.

Oggi é inutile trincerarsi dietro una parola dai mille significati, e cioè socialismo, quando sappiamo bene che di essa si sono forgiate nella storia le più disparate esperienze, alcune anche tragicamente fallite. La nostra storia va circoscritta. Noi, io almeno, siamo figli del socialismo riformista e liberale. Cioè del pensiero e dell’azione di Filippo Turati, Camillo Prampolini (lo cito per l’originale capitolo del socialismo cristiano), di Carlo Rosselli, di Giuseppe Saragat, del Pietro Nenni autonomista e di Bettino Craxi. In Europa siamo fratelli di Blair, di Schroeder, oltre che di Brandt e Mitterand, di Gonzales e Soares. Non ci appartiene, non mi appartiene, il socialismo scientifico ortodosso, né quello filo comunista degli anni quaranta e cinquanta, ma nemmeno il neo estremismo pan sindacalese alla Hamon e Corbyn, i nuovi sconfitti. E tanto meno quello che in qualche misura si ricollega alla pur nobile tradizione del Pci.

Sento forte, da un lato, l’esigenza di salvare questa nostra, mia, storia, oggi incredibilmente dimenticata e oltraggiata, come se Tangentopoli avesse d’un colpo spazzato via non solo il Psi degli anni ottanta, ma tutta la storia del socialismo riformista e liberale, come se avesse travolto nel più assordante silenzio anche Turati, Saragat e Nenni. Come se avesse segnato un filone unico di evoluzione e cioé quello che si ricollega esclusivamente alle storia del comunismo e del cattolicesimo italiano. Ma sono, vorrei dire siamo, dobbiamo essere tutti convinti, che il nostro futuro dipende dalla nostra capacità di innovare, anche profondamente questa storia. Di non farne un feticcio, un indissolubile e ansioso rifugio dei nostri desideri che si scontrano poi con la realtà rendendoci frustrati, delusi, spesso chiassosamente polemici.

Per questo, anche approfittando della crisi profonda che sta attraversando l’insieme dei partiti socialisti europei e della contemporanea vittoria di Macron in Francia, dobbiamo capire cosa possiamo fare noi, piccolo e residuale partito socialista italiano. Capirlo adesso, senza rinviarlo al domani. Riccardo Nencini propose il tema subito dopo le elezioni del 2013, piuttosto inascoltato, in particolare proprio da coloro che poi lo hanno accusato di cedimento nei confronti del Pd. Non mi va che a fronte dell’esigenza di forte rinnovamento il Pd paia più nuovo di noi e che il nostro piccolo partito si presenti come un portatore di integralismo. Una sorta di reperto archeologico che appartiene ad un’altra età. Non sono affatto convinto che basti dichiararsi nuovi o innovativi per essere utili oggi. Il nuovismo non é mai stato produttore di effetti positivi. E il Pd, oltre all’ambiguità del suo fondo ex comunista ed ex democristiano che finisce per contribuire a deformare anche la storia italiana, pare senza un solido punto di riferimento ideale. Lo stesso Renzi parla di fiducia, di ottimismo, di convinzione, di rottamazione, oggi solo di rinnovamento, ma questi sono mezzi, non fini. Non rappresentano una scala di valori, ma solo strumenti del fare politica.

Avrebbe bisogno di ben altro il Pd e personalmente penso che una via, anche per noi, potrebbe essere costituita, anche approfittando della scissione degli ex comunisti che hanno già eletto Enrico Berlinguer a loro vate, dall’appello a costruire il Pd due, un nuovo partito con socialisti, radicali, verdi. Un nuovo partito che segni un punto di rottura col Pd uno, appunto prevalentemente, se non completamente, post comunista e post democristiano, dunque bicefalo e proprio per questo dotato di una sintesi senza identità. Non saprei se questa operazione sia possibile. Ne dubito. Ma la giudico la migliore, la più motivata, la più idonea anche per noi. L’altra via é quella della fondazione di una nuova forza liberalsocialista e ambientalista che guardi alle elezioni del 2018, ma anche a dopo la scadenza elettorale.

Questo soggetto, chiamiamolo Rosa nel pugno due, dovrebbe nascere con una grande convenzione programmatica e identitaria, con un progetto capace di ispirarsi alla nuova triade “equità, libertà, ecologia” e che punti a superare le reciproche diversità andando oltre le specifiche storie e tradizioni. Questo nuovo soggetto vedrà insieme cosa fare alle elezioni politiche, con chi allearsi, se presentarsi autonomamente oppure no. Se confluire in altre liste o addirittura, come professano i radicali, non presentarsi affatto e magari prestare qualche uomo ad altrui lista. Quello che a me interessa é oggi approdare a una nuova riva. Lo penso non da adesso, ma dopo le elezioni francesi lo rivendico come un obiettivo necessario. E anche immediatamente perseguibile. L’ho detto a Salerno e ripetuto a Roma. E da lì occorre iniziare il percorso che ci porterà alla prossima primavera. Restare fermi al Psi, credetemi, ci indebolisce, finisce perfino per abbruttire noi e per rendere anche meno tutelata la nostra storia.

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