Mauro Del Bue
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Le due incongruenze: Mattarella ascolta

Oggi il governo ottiene la fiducia sulla legge di stabilità al Senato. Conseguentemente l’esecutivo dovrebbe sentirsi più forte e autorizzato ad andare avanti. Invece il presidente del Consiglio, dopo la direzione del suo partito, si recherà da Mattarella a rassegnare le dimissioni. Non è mai accaduto nella storia repubblicana. E dubito che il presidente della Repubblica le possa accettare senza rinviare il governo alle Camere. Si potrebbe verificare un inutile balletto istituzionale in barba alla Costituzione. Ma restiamo al dunque. Anche ammettendo (d’altronde la Costituzione non lo vieta) che il presidente del Consiglio ritenga irrevocabili le sue dimissioni quest’ultimo non potrebbe rifiutarsi di presentarsi alle Camere, ma potrebbe chiedere alla sua maggioranza di sfiduciarlo. Questo in realtà è già avvenuto nel 1987 con la caduta del governo Fanfani. In questo caso il governo sfiduciato resterebbe in carica fino all’avvento di un nuovo governo o, se non gli succederà un altro esecutivo, fino alle elezioni. E in realtà anche dopo, fino alla costituzione del governo che uscirà dal Parlamento eletto.

La maggioranza potrebbe darsi un governo senza l’attuale presidente del Consiglio come del resto già fece nel 2014 con la sostituzione di Enrico Letta con Matteo Renzi. Invece il presidente del Consiglio, nelle vesti di segretario del Pd, sostiene che l’unica maggioranza possibile ora sarebbe quella di unità nazionale con un governo istituzionale magari presieduto dalla seconda carica dello Stato e appoggiata dall’intero arco politico o dalla gran parte di esso. Se questo non avverrà l’attuale maggioranza si comporterebbe come una minoranza. E certificherebbe la sua non autosufficienza politica, anche a fronte della sua autosufficienza numerica.

La seconda incongruenza riguarda il percorso per arrivare alla nuova legge elettorale per Camera e Senato. Oggi voteremmo per il Senato con una legge, il Porcellum corretto sostanzialmente dalla Corte, definito Consultellum, di stampo proporzionale, sempre “su base regionale” come previsto dalla Costituzione, senza premio di maggioranza. L’Italicum è una legge che si riferisce solo alla Camera dei deputati, essendo stato il Senato in via di trasformazione attraverso la riforma costituzionale. Il 24 gennaio l’Alta corte si pronuncerà rispetto al ricorso presentato. E qui emerge una grande contraddizione di sostanza e di forma. Il Parlamento ha tempo fino al 24 di gennaio per approvare la nuova, anzi le nuove leggi elettorali per Camera e Senato. Se questo non avverrà dovrà praticare le norme frutto della sentenza della Corte, sia quella sul Porcellum per il Senato, sia quella sull’Italicum per la Camera. Si tratterebbe invero di una curiosa anomalia, non la prima se pensiamo alle diverse leggi sui diritti civili riformulate dalla Corte, anzi di una vera e propria sostituzione di competenze legislative. In realtà si tratta di un’ennesima prova di dilettantismo dell’attuale classe politica e parlamentare. Di una delega ad un altro organo dello Stato da parte di un Parlamento imprevidente e impotente.

Ora una nuova legge elettorale

quirinaleRenzi ha deciso di chiedere la fiducia sulla legge di bilancio che domani verrà votata al Senato. Non è ancora chiaro se poi, una volta acquisita la fiducia, il governo si riterrà ugualmente dimissionario. Sarebbe una contraddizione istituzionale, giacché le dimissioni seguirebbero proprio un atto di consenso parlamentare. Eppure il presidente del Consiglio aveva annunciato la sua irrevocabile decisione di dimettersi dopo la sconfitta al referendum. A questo punto, e la direzione del Pd convocata anch’essa domani, se verrà confermata nonostante il voto di fiducia al Senato, servirà a dipanare la matassa. Restano sul campo due ipotesi, qualora Renzi, come sembra, confermi le sue irrevocabili dimissioni.
La prima è che Renzi resti in carica, sia pur dopo le dimissioni, per ordinaria amministrazione dopo che il Presidente della Repubblica abbia accertato l’impossibiltà di costituire un governo diverso e conseguentemente abbia deciso lo scioglimento delle Camere. In questo caso sarebbe impossibile per il Parlamento varare una legge elettorale se non nel tempo ristretto tra le dimissioni e lo scioglimento e ci si dovrebbe accontentare delle modifiche della Corte, ma si dovrebbe poi votare con il cosiddetto Consultellum al Senato. In una situazione di evidente contrasto elettorale.

La seconda ipotesi è che il Pd, dopo le dimissioni di Renzi, dia il via libera a un nuovo governo, può probabilmente di scopo che di legislatura, e in questo caso il Parlamento potrebbe varare una nuova legge elettorale e col consenso di Mattarella andare al voto a Primavera. Un governo istituzionale, presieduto da Grasso, è a questo proposito la soluzione più logica. Anche Renzi, oggi, in una dicchiarazione, non la esclude.

I socialisti, per bocca del segretario Nencini, hanno ribadito che senza una nuova legge elettorale non si può sciogliere le Camere e che il Pd dovrebbe presentare subito la proposta frutto del lavoro della sua commissione interna che ha lanciato la riforma dell’Italicum con il turno unico e le coalizioni. Inutile e paradossale attendere che il fronte del no avanzi la sua proposta di legge elettorale, vista l’estrema eterogeneità delle opinioni al riguardo. Tanto che i Cinque Stelle sono oggi, ed è comprensibile, i più strenui difensori dell’Italicum che vorrebbero trasferire anche al Senato. Il che risulta impossibile per la natura della legge del Senato, prevista in Costituzione con calcolo “su base regionale”. Il clima politico risulta denso di incognite. Nell’ordine esse riguardano: le decisioni della direzione del Pd, le dimissioni o meno di Renzi, la possibilità di formare un nuovo governo e la sua scadenza, la natura della riforma dell’Italicum.

Per i socialisti vi è un’ulteriore incognita e riguarda la sentenza sulla sospensiva dopo il ricorso di un gruppo sulla validità del congresso di Salerno. Oggi Bobo Craxi ipotizza in una dichiarazione pubblica una scelta di alleanze con i dissidenti del Pd e con Sinistra italiana. E questo difficilmente si può conciliare con un rientro nelle fila degli organi del Psi che hanno autonomamente scelto, già dal congresso di Venezia, una politica diversa. Anche la questione di un eventuale congresso va rapportata ai tempi di scioglimento delle Camere. Se saranno ravvicinate il vero congresso socialista saranno le elezioni. Intanto in casa socialista proseguono e si intensificano gli incontri con radicali, verdi, personalità del mondo riformista, per verificare la possibilità di una aggregazione politica.

Mauro Del Bue

IL REBUS

APERTURA-Governo-crisiRenzi ha deciso di chiedere la fiducia sulla legge di bilancio che domani verrà votata al Senato. Non è ancora chiaro se poi, una volta acquisita la fiducia, il governo si riterrà ugualmente dimissionario. Sarebbe una contraddizione istituzionale, giacché le dimissioni seguirebbero proprio un atto di consenso parlamentare. Eppure il presidente del Consiglio aveva annunciato la sua irrevocabile decisione di dimettersi dopo la sconfitta al referendum. A questo punto, e la direzione del Pd convocata anch’essa domani, se verrà confermata nonostante il voto di fiducia al Senato, servirà a dipanare la matassa. Restano sul campo due ipotesi, qualora Renzi, come sembra, confermi le sue irrevocabili dimissioni.
La prima è che Renzi resti in carica, sia pur dopo le dimissioni, per ordinaria amministrazione dopo che il Presidente della Repubblica abbia accertato l’impossibiltà di costituire un governo diverso e conseguentemente abbia deciso lo scioglimento delle Camere. In questo caso sarebbe impossibile per il Parlamento varare una legge elettorale se non nel tempo ristretto tra le dimissioni e lo scioglimento e ci si dovrebbe accontentare delle modifiche della Corte, ma si dovrebbe poi votare con il cosiddetto Consultellum al Senato. In una situazione di evidente contrasto elettorale.

La seconda ipotesi è che il Pd, dopo le dimissioni di Renzi, dia il via libera a un nuovo governo, può probabilmente di scopo che di legislatura, e in questo caso il Parlamento potrebbe varare una nuova legge elettorale e col consenso di Mattarella andare al voto a Primavera. Un governo istituzionale, presieduto da Grasso, è a questo proposito la soluzione più logica. Anche Renzi, oggi, in una dicchiarazione, non la esclude.

I socialisti, per bocca del segretario Nencini, hanno ribadito che senza una nuova legge elettorale non si può sciogliere le Camere e che il Pd dovrebbe presentare subito la proposta frutto del lavoro della sua commissione interna che ha lanciato la riforma dell’Italicum con il turno unico e le coalizioni. Inutile e paradossale attendere che il fronte del no avanzi la sua proposta di legge elettorale, vista l’estrema eterogeneità delle opinioni al riguardo. Tanto che i Cinque Stelle sono oggi, ed è comprensibile, i più strenui difensori dell’Italicum che vorrebbero trasferire anche al Senato. Il che risulta impossibile per la natura della legge del Senato, prevista in Costituzione con calcolo “su base regionale”. Il clima politico risulta denso di incognite. Nell’ordine esse riguardano: le decisioni della direzione del Pd, le dimissioni o meno di Renzi, la possibilità di formare un nuovo governo e la sua scadenza, la natura della riforma dell’Italicum.

Per i socialisti vi è un’ulteriore incognita e riguarda la sentenza sulla sospensiva dopo il ricorso di un gruppo sulla validità del congresso di Salerno. Oggi Bobo Craxi ipotizza in una dichiarazione pubblica una scelta di alleanze con i dissidenti del Pd e con Sinistra italiana. E questo difficilmente si può conciliare con un rientro nelle fila degli organi del Psi che hanno autonomamente scelto, già dal congresso di Venezia, una politica diversa. Anche la questione di un eventuale congresso va rapportata ai tempi di scioglimento delle Camere. Se saranno ravvicinate il vero congresso socialista saranno le elezioni. Intanto in casa socialista proseguono e si intensificano gli incontri con radicali, verdi, personalità del mondo riformista, per verificare la possibilità di una aggregazione politica.

Mauro Del Bue

Alle urne, alle urne…

Ad ascoltarli sembrano tutti impazziti. Il Pd è in preda alla revisione autoflagellatoria post sconfitta. E si divide ancor di più. Si parcellizza tra renziani doc, post renziani, franceschiniani, amici di Martina, giovani turchi, giovani musulmani e indiani di confine. Ormai, in un partito dove quasi tutti erano bersaniani, e poi, dopo la sconfitta del 2013, gli stessi son diventati renziani, c’è da aspettarsi di tutto. Adesso in molti, soprattutto “i renziani a cadavere”, ultima versione masochista del renzismo doc, implorano le elezioni subito in base al precetto “dopo Renzi nessuno”. Meglio Grillo, insomma, di Letta o di Padoan… Fanno eccezione i bersaniani. Sanno di averla combinata grossa e auspicano un altro governo. Verranno fatti a pezzi anche per questo.

Alfano pare schierato sulla stessa lunghezza d’onda. Alle urne, alle urne, a febbraio anche prima, a Natale. Il suo partito è in preda a una convulsione. In tanti lo hanno abbandonato e altri (Lupi) lo stanno abbandonando per rientrare nella vecchia casa. Più passano i mesi e più si trova con meno gente. Meglio regalare il condominio a Grillo e tenersi stretta la ditta? La crisi del renzismo si porta naturalmente seco quella dell’alfanismo. Chiudiamo una fase, ma non apriamone un’altra, dunque.

Anche Salvini vuole votare subito, anche con l’Italicum. Ha detto che gli va bene qualsiasi legge, basta votare. Sa benissimo che votare con l’Italicum significa consegnare l’Italia a Grillo. Sa benissimo che il centro-destra guidato da lui non andrebbe nemmeno al ballottaggio a meno di altri suicidi politici, che non escludo, in casa Pd. Ma Salvini vuol fare il capo del centro-destra a tutti i costi e questo solo gli interessa. E poi per lui meglio Di Maio di Renzi. Ci sono anche tante cose in comune. Sull’euro, sull’emigrazione, chissà….

L’unico che pare con un minimo di saggezza (oltre che di capelli legnosi) in testa è Berlusconi che almeno subordina le elezioni, che anche lui vuole anticipate (e ci mancherebbe) all’approvazione di una legge elettorale proporzionale. Intendiamoci, se all’Italicum togliamo il doppio turno e il premio di maggioranza, eccola la legge proporzionale. Poi sui collegi si ragionerà. Ma almeno Berlusconi lo vede il rischio di affidare ai grillini la legge più adatta per vincere. Ha già detto che se accadrà prenderà l’aereo per l’estero assieme a Vespa e si porterà seco anche Renzi. Vedremo.

Poi ci sono loro, i Cinque stelle. Hanno finalmente capito che l’Italicum li favorisce, han messo nel cassetto la loro legge che li farebbe perdere, non parlano più di truffa, anzi adesso vogliono applicare l’Italicum anche al Senato, dove però è ancora in vigore il testo costituzionale che impone che i senatori siano eletti “su base regionale”. Un pasticccio. Si dirà che non si può cambiare l’Italicum solo perché favorisce Grillo. Giusto. Ma si può approvare una legge, che personalmente ho sempre avversato, che fa vincere il tuo avversario anche solo col 25-30 per cento? Questa semmai la grave colpa di Renzi. Di non essere sceso “Da li monte” e calato nella realtà. Con un’idea fissa in testa: il vincitore. Come Radames nell’Aida di Verdi. Che poi fece una gran brutta fine….

Renzi come Achille

Le ultime indiscrezioni parlano di un Renzi fermamente deciso a dimettersi non solo da presidente del Consiglio, ma anche da segretario del Pd, abbandonando, transitoriamente o definitivamente, la politica italiana. Si tratterebbe di una decisione assolutamente coerente con le sue parole e i suoi solenni impegni. La mia opinione è che voglia imitare lo sdegnato e doloroso addio alla battaglia di Achille dopo la morte di Patroclo. E che, una volta ritiratosi nella tenda di Pontassieve, sfileranno carovane di fedeli che lo imploreranno di tornare. Tatticamente la scelta di Renzi, come quella di Achille, si rivelerà azzeccata. Intanto però, tra vittime, tende rifugio e coerenze personali, c’è un paese da governare e anche un partito da guidare in questo difficile labirinto post referendario.

Renzi si rifugia in uno sdegnato isolamento. Ma dopo il suo “non possum” che succederà? Già nel suo passo d’addio, celebrato subito dopo le prime infauste proiezioni, Renzi aveva accennato al fatto che spettava ai vincitori del no lanciare una proposta di una nuova governabilità, sapendo che il fronte avverso è talmente disomogeneo che nessun governo e nemmeno alcuna legge elettorale comune potranno mai essere partoriti. Se il doppio annunciato addio di Renzi si trasformerà in un “tanto peggio, tanto meglio”, in una sorta di indifferenza sugli equilibri politici futuri, in una malevola attesa su chi verrà dopo di lui, allora sarà un fatto negativo per il paese. Un passo da uomo forte e coerente, ma non da statista di primo piano.

Il presidente della Repubblica ha dinnanzi a sé due strade. O affidare la guida del governo a una personalità delle istituzioni (Grasso) per approvare la legge di bilancio, probabilmente da correggere dopo gli appunti di Bruxelles, per riscrivere una legge elettorale (ma guarda te, finalmente i grillini si sono accorti che l’Italicum è l’ideale per loro) e poi andare al voto a Primavera. Oppure affidare l’incarico a un politico che tenti di rimettere insieme una coalizione in grado di tentare di arrivare alla scadenza ordinaria, sia esso Padoan o un altro. Non vorrei che lo sdegnato rifiuto renziano producesse la peggiore delle ipotesi e cioè favorisse la nascita di un governo di brevissimo periodo col rischio, quasi certo, di perdere le elezioni. A volte per l’interesse generale si deve sacrificare l’orgoglio personale. Renzi ne sarà capace?

Ha vinto il no, nettamente

I primi exit pol sono troppo netti, con un ventaglio a vantaggio del no talmente alto che non lascia speranze ai sostenitori della riforma. Prendiamo atto che il popolo italiano ha votato compatto, e credo che alla fine il dato si avvicinerà addirittura al 70 per cento. I primi dati danno una differenza tra no e si di 10-14 punti. Le prime proiezioni allargano ulteriormente il ventaglio. Una enormità, anche maggiore di quanto non sostenessero i sondaggi degli ultimi giorni. Evidentemente il maggior afflusso di votanti ha favorito il no. I partiti del no potevano contare infatti su un elettorato di circa il 65 per cento contro un 35 per cento dei partiti del sì.

Ma anche quel 35 per cento é segnato dalla divisione all’interno del Pd. Non c’è stato uno spostamento massiccio di voti degli elettori dei partiti del no sul sì e questo è segnalato dalla spinta al voto degli italiani. Gli elettori, inutile girarci attorno, hanno votato contro il governo visto che la partita era il governo. Risulta perfino naturale che l’espressione di voto degli elettori grillini, di sinistra e di centro-destra, che sono collocati all’opposizione, abbia confermato la loro vocazione antigovernativa.

Renzi non può che prenderne atto e dimettersi, rinunciando al probabile invito del presidente della Repubblica a presentarsi alle Camere. Si discuterà dei suoi errori, della eccessiva personalizzazione (che non significa non annunciare le proprie dimissioni in caso di sconfitta), ma di condurre la battaglia esponendosi in esclusiva o quasi. Si discuterà dell’elezione di Mattarella e non di Giuliano Amato, che ha prodotto la fine del patto del Nazareno. Si discuterà della inopportunità di varare una legge elettorale che poi si è deciso, opportunamente, di modificare. Si discuterà di questo e di altro.

Resta il fatto che il voto produce una situazione di instabilità e probabilmente avvicinerà le elezioni politiche. Ci saranno fibrillazioni nelle borse che poi, speriamo, si modereranno ed equilibreranno. Per quel che possiamo fare noi, poco, direi che dovremo appoggiare un governo democratico che possa contare sull’appoggio non solo delle attuali forze di governo. Dovremo appoggiare la riforma dell’Italicum che elimini il ballottaggio, che trasformi il premio di lista in premio di coalizione. E’ evidente che in questa nuova situazione e con gli ultimi sondaggi che danno i Cinque stelle al 30 per cento e un tripolarismo più o meno paritario, dovremo puntare a un sistema elettorale che esalti la proporzionalità e non la vocazione maggioritaria. Tra l’altro si tratta di quello che personalmente ho sempre sostenuto. Certo prima ancora del centro-destra che l’Italicum ha votato e prima del Pd. Ma che importa?

Non si vota Antonio, si vota SÌ

Domani, e aggiungo finalmente, si vota. Mai campagna elettorale é stata più lunga. E’ iniziata a giugno, pensando che si sarebbe votato a ottobre. Subito dopo le amministrative, che non sono state certamente positive per il governo e la sua maggioranza, si è lanciata la lunga volata in un rettilineo nel quale non si scorgeva il traguardo. Adesso che siamo solo in attesa del voto e dei suoi risultati è giusto svolgere poche ma lineari considerazioni conclusive. Partiamo da noi, da noi socialisti, dalla nostra piccola comunità.

Abbiamo scelto di votare sì dopo averlo deciso nei nostri organi, dopo che tutti i parlamentari, e sottolineo tutti, senza eccezione alcuna, avevano votato la riforma in doppia lettura alla Camera e al Senato, dopo che un congresso, quello di Salerno, aveva all’unanimità approvato un documento favorevole al sì. Eppure in alcuni, e non lo nego, anche in me, era rimasta quella profonda avversione per la legge elettorale che, col doppio turno trasformato in un ballottaggio tra due liste, altrove inesistente se non in un sistema semipresidenziale come la Francia, ma solo in funzione dell’elezione del presidente, col premio di lista che umiliava i partiti che avevano collaborato col Pd e anche con l’assurda distinzione tra capilista bloccati e candidati da eleggere attraverso le preferenze, finiva per influenzare anche il giudizio sulla riforma costituzionale.

E’ vero che si vota solo per cambiare o meno la Costituzione e che la legge elettorale è sottoposta al solo voto del Parlamento in quanto legge ordinaria. Ma è altresì vero che il cosiddetto “combinato disposto” tra la riforma costituzionale che attribuisce alla sola Camera il voto di fiducia e la legge per l’elezione di quest’ultima, in presenza di un premio di maggioranza da attribuire a una lista che al primo turno può anche solo arrivare al 25-30 per cento, era tutt’altro che artifizio peregrino. Ma adesso che anche Renzi, che anche il Pd ha di fatto politicamente abrogato l’Italicum, che perfino Cuperlo ha sottoscritto un documento impegnativo per cambiarlo proprio sui tre punti richiamati, ha ancora un motivo il dissenso? Vero che il Pd non è il Parlamento. Ma vuoi che tutto questo si trasformi in una commedia degli equivoci e addirittura in una truffa? Davvero vuoi che Renzi insista, dopo avere detto pubblicamente il contrario, a difendere una legge che lo farebbe sicuramente perdere, come testimoniano tutti i sondaggi?

E, soprattutto, è davvero così antidemocratica e addirittura eversiva questa legge come sostengono alcuni magistrati da sempre impegnati a fare politica e a sostituirsi alla volontà popolare? Qui davvero siamo alla follia e se un pizzico di follia deve regnare anche nel triste e melanconico regno della politica, più discutibile è che possa filtrare nel mondo della giustizia dove deve trasparire equilibrio e saggezza. Il senato viene più o meno modificato come da decenni si chiedeva con le varie commissioni Bozzi, D’Alema, Iotti, Violante. Il titolo V viene riformulato dopo che la riforma precedente ha fatto flop, un flop clamoroso, a suon di ricorsi all’Alta corte e di paralisi decisionale. Il Cnel viene abolito come tutti chiedevano (si tratta di capire perché non l’abbiano abolito prima), l’istituto del referendum migliorato.

Dunque quale Attila si intravvede alle porte? Nessuno. Quale uomo forte è dietro l’angolo se quell’uomo ha partorito una legge, l’Italicum che , se non fosse stata ripensata, avrebbe fatto vincere il suo contendente? Oggi chi vota no si augura che Renzi faccia le valigie, ma non è unito nell’individuare il suo successore. Io non credo che se vincerà il no sul podio dovranno salire D’Alema, Bersani e Bobo. E nemmeno Berlusconi che è arrivato a ritenere la riforma, che il suo partito aveva concordato e votato, “pericolosa per la democrazia”. La vittoria se la contenderanno Salvini e Grillo. Riflettete bene prima di votare dunque. Non si vota Antonio, come invitava a fare istrionicamente il buon Totò… Si vota con la testa sull’Italia di oggi e di domani.

ADESSO MEGLIO UN SÌ

referendum_costituzionaleOrmai il tour elettorale sta finendo. Ho incontrato Riccardo ad Arezzo dove eravamo impegnati insieme in una iniziativa politica referendaria promossa dal Psi locale, poi via, lui a Barberino e poi a Roma, io a Reggio e poi a Parma. Sappiamo di aver dato tutto, di aver fatto, il segretario in primis, il nostro dovere. Di avere dato riscontro a decisioni prese dal nostro partito e dai nostri parlamentari all’unanimità. Nencini ci tiene a sottolineare la coerenza del nostro comportamento. Poi, vada come vada.

Cominciamo l’intervista dalla nuova incredibile, scoppiettante sequela di accuse scriteriate di parte della magistratura italiana…
“Be’, rientra nel canone della magistratura militante, in Italia non è una novità”, sottolinea Nencini. “Colpiscono il tenore delle affermazioni, la falsificazione storica, la sostituzione dell’oggettività con la strumentalità. E meno male che sono magistrati. Dovrebbero rileggersi San Buonaventura: ‘la giustizia si pasce di silenzio’ e invece usano il megafono”.

Insieme cerchiamo di costruire un percorso di coerenza con l’elaborazione socialista negli ultimi 40 anni. Il segretario del Psi osserva: “I socialisti non hanno mai sostenuto che la costituzione fosse intoccabile. Magari la prima parte, quella dei valori attorno a cui si è formata la Repubblica, ma non i meccanismi di funzionamento delle istituzioni. Nenni si presentò alla Costituente con uno schema diverso da quello che venne poi approvato, e Craxi, a partire dal 1979, si pone la domanda di come riformare il sistema per renderlo più efficace. Sulla riforma costituzionale, se c’è un partito che ha sollevato il velo, quello è stato il PSI, per anni solo come un cane”.

Spiega bene perché il Psi ha chiesto a più riprese l’elezione di una Assemblea costituente. E perché poi vi ha dovuto rinunciare.
“Abbiamo chiesto l’elezione di una Assemblea costituente perché ogni forza politica avesse il giusto peso su un tema centrale come quello della Costituzione, perché la riforma andava liberata dalla zavorra del lavoro parlamentare, perché l’Esecutivo se ne tenesse più lontano. Abbiamo presentato una proposta al Senato che ha ottenuto solo i nostri voti. Si è scelta un’altra strada e allora erano tutti d’accordo. Poi solo dopo, molto dopo, qualcuno ha parlato di Costituente. Era un po’ tardi.”

Caro Riccardo, questo tema del bicameralismo paritario è stato oggetto di riflessione da parte dei socialisti. Non è la prima volta che esce dalle nostre proposte….
“Il bicameralismo paritario”, mi risponde Nencini, “non è mai stato un totem per i socialisti. Mai, fino dal 1946, tanto che Massimo Severo Giannini aveva preparato una proposta con la Camera eletta direttamente e un Senato delle Regioni”

Poi c’è la questione della riforma del Titolo V che si occupa del rapporto tra Stato e Region. Tu sei stato assessore regionale in Toscana e sei attualmente al governo. Conosci meglio di altri i difetti e le contraddizioni dell’attuale normativa.
La risposta qui è ancora più netta: “Ci sono e sono evidenti. Il 45% del lavoro della Corte nasce dai conflitti di attribuzione. Prima del 2001 rappresentava solo il 5%. Se penso alle infrastrutture, la ripartizione ambigua genera ritardi e dunque aumento dei costi. La riforma riporta chiarezza su chi sia il decisore finale”

Caro Riccardo, il Psi e ancor più l’Avanti, concedimelo, hanno contestato l’Italicum almeno sul premio di lista e poi anche sul doppio turno. Adesso nel Pd è stato firmato, anche da Cuperlo, un documento che accoglie le nostre osservazioni. Ma il Pd non è il Parlamento. C’è da fidarsi che poi quell’intesa verrà tradotta in legge?
“Si, c’è da fidarsi”, mi risponde sicuro Nencini. “L’accordo raggiunto dal Pd ricalca il nostro disegno di legge presentato nel gennaio scorso. Via il ballottaggio, premio di maggioranza alla coalizione, apertura ai collegi. L’Italia è tripolare, piaccia o non piaccia”.

Adesso anche Prodi ha dichiarato che voterà sì mentre Claudio Martelli sul ‘Quotidiano Nazionale’ ha attaccato il fronte del no e in particolare la posizione dei dissidenti del Pd che metterebbero in discussione l’unico governo di sinistra esistente al mondo.
“La posizione di Martelli”, precisa Nencini, “riunifica quasi interamente la cultura socialista. È l’anello di congiunzione con la Conferenza di Rimini. Come Covatta, Acquaviva e molti altri, storici e giuristi. Quanto a Prodi, molto bene. Toglie acqua a certa sinistra del No con la memoria troppo corta”

E che dire anche dei nostri dissidenti, che contrariamente alle posizioni assunte dal partito indicano di votare no?
“La posizione è espressa soprattutto da non iscritti al partito se leggo gli interventi nei convegni e sulla rete”, sostiene il segretario. “Almeno non la giustifichino appellandosi alla storia del socialismo italiano. Si rileggano atti e documenti. E comunque, fino dalla prossima settimana, la cosa migliore da fare sarà ricucire gli strappi. Anche verso chi ha usato toni esagerati”.

Non stiamo giocando al totocalcio, che peraltro non c’è più. Sembra che il sì sia in forte recupero. Azzarda una previsione, dai….
“La previsione”, dichiara Nencini, “è complicata: ancora troppi sono indecisi e nessuna valutazione possiamo fare sul voto dall’estero, ma il SÌ è in recupero. In molti si chiedono cosa succederebbe dopo il 4 in caso di sconfitta. Temo non basteranno gli exit poll a sciogliere il nodo.

Vuoi invitare i socialisti al voto con uno slogan?
“Chiudo così: la riforma è necessaria e perfettibile. Più che ‘basta un Sì’, ‘meglio un Si'”

Mauro Del Bue

Gotor tra due… Prodi

Il senatore Gotor è un parlamentare tra i più estroversi e simpatici. Rigidamente bersaniano sta svolgendo con passione la sua campagna per il no al referendum di domenica. Spesso aveva citato Prodi e il suo silenzio come indicativo di una presunta contrarietà alla legge dell’ex premier. Dopo che Romano Prodi, ieri, ha preso ufficialmente posizione a favore del sì, Gotor non si è scomposto e ha dichiarato: “Io mi sono sempre ispirato a Prodi… Paolo, che vota no”. Da premio.

Siamo i golpisti…

Secondo molti magistrati é in corso un attacco alla democrazia. Perfino Berlusconi lo dice, ma sorridendo perché sa che è una panzana. Mettiamoli in fila. A giudizio di Magistratura democratica “è in gioco l’architettura della nostra democrazia”. I magistrati dell’associazione più politicizzata ritengono doveroso schierarsi per il no, nonostante le toghe debbano astenersi dalle competizioni politiche. Anche Gerardo Colombo in tv ha esplicitamente dichiarato di votare il no più o meno per lo stesso motivo, mentre Piercamillo Davigo si é astenuto dall’esternare il voto, lasciando trasparire però il suo pensiero.

Il presidente del tribunale di Bologna, ed ex di quello di Reggio Emilia, Francesco Caruso afferma testualmente: “Con il sì non avremo più una Costituzione, ma un atto di forza. E chi vorrà spiegare ai ragazzi dovrà dire che questa riforma è fondata sui valori del clientelismo scientifico e organizzato, del voto di scambio, della corruzione e del trasformismo”. Paragona i sostenitori del sì ai ragazzi di Salò e poi conclude: “Si avvera la profezia dell’ideologo leghista Gianfranco Miglio che nel 1994 proponeva una riforma che costituzionalizzasse le mafie”.

L’ex magistrato Ingroia non è da meno e spara le sue cartucce. Per Ingroia “la riforma costituzionale di Renzi continua il progetto della P2 di Licio Gelli”. La longa manus è quella della mafia. Per altri invece è solo la grande finanza, con la GP. Morgan, la Goldman Sachs, che ha tessuto le fila. Ferdinando Imposimato è quello che la spara più grossa. Dietro questa riforma, che instaurerebbe un regime a partito unico, ci sarebbe un’organizzazione più o meno segreta, la Bildemberg, che avrebbe partorito sia la candidatura di Renzi al governo, sia la sua riforma costituzionale. Imposimato aggiunge che questa organizzazione sarebbe dietro alcuni episodi di terrorismo. Tutta da ascoltare la sua intervista ripresa su Youtube e intitolata “Imposimato spiega con estrema lucidità perché votare no”.

Siamo i golpisti, non c’è dubbio. Se fosse vero che noi attentiamo alla democrazia, si tratterebbe di un grave reato e meriterebbe un immediato mandato d’arresto. Altro che Sifar del 1963, altro che golpe Borghese del 1970. Questo sarebbe il peggiore perché ordito dal presidente in carica e dalla sua maggioranza. Ma davvero qualche persona dotata di un minimo di buon senso e di sia pur superficiale conoscenza della riforma può credere a queste amenità? Quando si esagera si ottiene l’effetto contrario. E di fronte a queste enormità il pronunciamento di Prodi e l’articolo di Martelli sono dimostrazione evidente che a tutto c’è un limite. O sono diventati golpisti anche loro?