Mauro Del Bue
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Fabo, dopo Welby…

Così Fabiano Antoniani, 40 anni appena compiuti, ha riacquistato la sua libertà, per riprendere le sue parole, uscendo dalla sua lunga notte senza fine. Era tenuto in gabbia, tetraplegico e cieco, a causa di un terribile incidente. Per esaudire la sua richiesta di uscire dalla prigione, si é rivolto alla clinica svizzera Dignitas aiutato dall’ex europarlamentare Marco Cappato. Dopo il caso Welby la Chiesa negò funerali religiosi a chi aveva scelto di morire, mostrando un volto più incline alla conservazione di un dogma che all’espressione di un sentimento di cristiana pietà. Dopo il caso di Eluana Englaro, diverso, come rileva papà Beppino, perchè si trattava solo dell’affermazione di un diritto costituzionale alla scelta di sospendere le cure, scesero in campo le peggiori e strumentali manifestazioni del clericalismo politico. Si arrivò addirittura a un palmo dall’approvazione di un decreto legge al Senato contro la morte. Un decreto ispirato da influenti settori della Chiesa.

Oggi, forse, anche l’atteggiamento della Chiesa, sotto il papato di Francesco, ha mutato opinione. Leggiamo un’intervista del presidente della Pontificia Accademia per la vita, monsignor Vincenzo Paglia, che é stato vicino a Marco Pannella nelle ultime fasi della sua vita, foriero di importanti novità e soprattutto di un atteggiamento di maggiore disponibilità al dialogo. Sostiene monsignor Paglia: “Ma che significa condannare? Questo ragazzo non va condannato. Guai a chi lo facesse.” E soprattutto, sul tema del testamento biologico, egli dichiara: “Io sono convinto che ognuno possa dare le sue disposizioni”. E poi aggiunge: “C’è bisogno di creare un circolo d’amore che veda protagonisti il malato, i suoi familiari, gli amici e il medico, perché si arrivi a una scelta consapevole e condivisa”.

Un modo invero nuovo di ragionare, al di fuori di assolute e dogmatiche certezze. Prendiamone atto e chiediamoci perché allora il Parlamento italiano non abbia iniziato la discussione sulla proposta di legge del fine vita, rinviata già per tre volte, da gennaio ai primo di febbraio, al 27 febbraio e adesso a marzo. Evidente che il rischio di non approvarla entro la fine della legislatura sia alto. A fare le barricate, innalzando gli scudi sul solito ritornello della alimentazione e idratazione artificiali non come cure che si possono sospendere, sono Lega e Ap, sì Area popolare in cui confluisce anche l’ex Nuovo centro destra di Alfano. Difficile, se le cose stanno così, pronosticare un’alleanza politica tra laici e questo partito. Non si tratta di contrapporre due visioni, entrambe legittime, della vita, ma di non accettare che l’una prevalga sull’altra, che la soffochi e ne impedisca la manifestazione. Che é poi la tradizionale distinzione non tra credenti e non credenti, ma tra laici e integralisti.

La Marianna e il polo liberalsocialista e ambientalista

Ho ascoltato le relazioni e gli interventi alla convention della Marianna, l’associazione fondata da Giovanni Negri, compresa un’interessantissima tavola rotonda delle donne musulmane laiche che hanno contestato la nascita, ormai prossima, del nuovo Partito islamico italiano, un intervento ironico e pungente del generale Mori sulla sua persecuzione giudiziaria, un prezioso intervento di Baldassarri sugli errori dell’Europa in merito alla sopravvalutazione dell’euro e alla mancata revisione del trattato di Maastricht. Negri, con me, ha avuto l’avvertenza di lanciare un messaggio politico ai radicali e ai socialisti. Un messaggio di unità e di consapevolezza della necessità, anzi del dovere, di intraprendere un cammino insieme.

Sono intervenuto per sottolineare come la Marianna potrebbe diventare il luogo dell’incontro, aperto anche agli ambientalisti, ai laici, ai liberali e ai riformisti, oppure uno dei soggetti dell’incontro e della sintesi politica. Oggi gli scissionisti del Pd si sono dati l’ennesimo nome anonimo, scollegato da storie e da identità: é nato il Movimento dei democratici e dei progressisti, che ricorda vagamente le definizioni di stampo terzinternazionalista. Come quel giornale del Cominform che si chiamava “Per una pace stabile e una democrazia popolare”. Ma in realtà era strettamente collegato al mondo del comunismo reale. Mancano i nomi che rappresentano anime, fedi. memorie. I nomi che non si intendono rinnegare. Dunque è urgente riprendere parole come socialista, radicale, laico, liberale, ambientalista. Oggi é quanto mai necessario.

“Nomima sunt consequentia rerum”, dicevano i latini, e per questo dobbiamo, se vogliamo camminare insieme, dare contenuti al nostro cammino. Dico subito che se nel mondo radicale si é aperto un conflitto tra chi intende continuare l’opera di Marco Pannella e chi intende dirigersi altrove, il mio consenso va ai primi. Non vedo come il mondo liberalsocialista possa dimenticare l’opera di Marco, che insieme a Loris Fortuna, di cui sono stato allievo, ha regalato all’Italia la magnifica stagione delle battaglie vinte sui diritti civili. Penso che dei socialisti oggi ci sia bisogno, perché é l’equità messa in discussione dal riemergere delle vecchie povertà e dalla necessità di una presenza dello stato sui temi della finanza e dell’economia. Ma soli i socialisti non ce la faranno. Penso che dei radicali oggi ci sia bisogno, perché la libertà oggi é messa in discussione dai poteri forti, siano essi di natura giudiziaria, dell’informazione, finanziaria. Ma da soli oggi i radicali non ce la faranno. Penso che degli ambientalisti oggi ci sia bisogno, perché il mondo vive grandi problemi climatici ed energetici, perché la necessità di acqua potrebbe sfociare in nuovi drammatici conflitti e perché l’Italia é sempre più a contatto con fenomeni distruttivi in seguito ad allagamenti e terremoti. Ma il mondo ambientalista da solo non ce la farà.

Invece l’unione di socialisti, radicali, ambientalisti, un soggetto nuovo e capace di fornire risposta ai moderni temi dell’equità, della libertà e della tutela ambientale, é quel che serve non a noi, ma all’Italia e al mondo. Un soggetto che preservi le storie di ciascuno, perché é molto meglio allargare il recinto di ognuno per difendere il singolo territorio senza crogiolarsi in patriottismi che finiscono per non giovare alla causa. Perché per essere vincenti occorre guardare al presente con lo sguardo verso il futuro. Come ci ha insegnato Pannella, e come ha sempre inteso fare un compagno di Bologna che sarebbe stato assieme a noi oggi se non fosse improvvisamente scomparso pochi giorni fa, e che ci ha consegnato il testimone delle sue battaglie per la libertà e la parità di tutti: Franco Piro. Con la passione di Franco continuiamo il nostro cammino.

Ricordando Sandro Pertini ventisette anni dopo

Sandro-Pertini-Quando Sandro Pertini, dopo la conclusione del suo settennato al Quirinale nel 1985, mise piede al Senato si iscrisse subito al gruppo socialista. Il suo presidente Fabio Fabbri lo accolse per ringraziarlo e Sandro, burbero com’era, gli rispose: “E dove volevi mai che m’iscrivessi?”. Rammento questo emblematico episodio perché di Pertini si ricordano sempre due storie: quella del valoroso ed eroico antifascista e quella del popolare, amatissimo presidente degli italiani. Raramente si accenna al fatto che Pertini sia stato socialista quasi tutta la vita. Nato nel comune di Stella (Savona), studiò al Liceo e poi si laureò in giurisprudenza. Dopo aver combattuto valorosamente durante la prima guerra mondiale, a tal punto da meritare una proposta di medaglia d’argento, forse anche a seguito delle frequentazioni fiorentine di Salvemini e Rosselli, Pertini si iscrisse al Psu di Turati. E della fuga di Turati, nel 1926, verso l’esilio parigino, assieme a Parri e Rosselli fu promotore. Era già stato condannato in patria per attività antifascista e per tentativi di promuovere reti socialiste clandestine, anche per questo si trattiene, contrariamente a Rosselli e Parri, in Francia, prima a Parigi e poi a Nizza dove lavora anche come muratore. Nel 1929 ritorna in Italia e la gira e in lungo e in largo per organizzare i socialisti rimasti in patria, ma viene scoperto e condannato. Nelle diverse isole che frequenta c’è Turi dove conosce Gramsci e si lega a lui d’amicizia. Qui le sue condizioni di salute peggiorano e nel 1931 la madre chiede la grazia. Non l’avesse mai fatto. Sandro le scrive tra l’altro: “Perché mamma, perché? Qui nella mia cella di nascosto, ho pianto lacrime di amarezza e di vergogna – quale smarrimento ti ha sorpresa, perché tu abbia potuto compiere un simile atto di debolezza? E mi sento umiliato al pensiero che tu, sia pure per un solo istante, abbia potuto supporre che io potessi abiurare la mia fede politica pur di riacquistare la libertà. Tu che mi hai sempre compreso che tanto andavi orgogliosa di me, hai potuto pensare questo? Ma, dunque, ti sei improvvisamente così allontanata da me, da non intendere più l’amore che io sento per la mia idea?”.

La vita di Sandro Pertini trascorre tra un carcere e l’altro, tra un confino e l’altro fino alla caduta del fascismo. Nell’agosto del 1943 é libero. Poco dopo partecipa alla fondazione del Psiup, nato dalla fusione del vecchio Psi col Mup di Lelio Basso. Ne diviene vice segretario con Andreoni, mentre Pietro Nenni é segretario. Poi, dopo l’8 settembre, partecipa alla resistenza armata di Roma contro l’invasione tedesca. Il 15 ottobre, nuovamente in clandestinità, viene catturato dalle SS assieme a Giuseppe Saragat, e condannato a morte per la sua attività partigiana, ma la sentenza non viene eseguita grazie all’azione dei partigiani delle Brigate Matteotti che, il 24 gennaio 1944, permette la loro fuga dal carcere di Regina Coeli.

Pertini stesso narrò in seguito questi fatti anche in un’intervista concessa ad Oriana Fallaci nel 1973, aggiungendo che dovette impuntarsi per far uscire insieme a lui, Saragat e Andreoni, anche i badogliani, e che quando Nenni lo seppe sbottò: «Ma fate uscire Peppino! Sandro il carcere lo conosce, c’è abituato». Pertini fu a Roma fino al maggio del 1944 poi vi ritornò dopo la liberazione della capitale in giugno. Eroico fu il suo comportamento durante l’insurrezione di Firenze alla quale partecipò e quella di Milano dove fu parte del Clnai, che promosse l’insurrezione dell’aprile del 1945. Nel Psiup dell’immediato dopoguerra Pertini fu segretario con Nenni presidente. Al Congresso di Firenze dell’aprile del 1946 Pertini con Ignazio Silone presentò una mozione che coi voti di Critica sociale di Saragat fu maggioritaria e su posizioni autonomiste. Pertini, poi, dopo la ripresa del partito da parte del gruppo Nenni, Basso, Morandi, tentò invano di evitare la scissione di Palazzo Barberini del gennaio del 1947. Dopo la sconfitta del Fronte popolare Pertini fu alla guida, con Riccardo Lombardi, della mozione di Riscossa socialista, antifrontista, che al congresso di Genova dell’estate del 1948 conquistò la maggioranza eleggendo Alberto Jacometti segretario e Riccardo Lombardi direttore dell’Avanti. Nel 1946 era stato eletto deputato del Psi alla Costituente, nel 1948 fu senatore e anche presidente del gruppo senatoriale socialista. Dal 1949 al 1957 fu nella direzione del Psi e dal 1952 al 1954 fu direttore dell’Avanti.

Poi, nel 1968 fu il primo non democristiano ad essere eletto presidente della Camera dei deputati, carica che mantenne fino al 1976. Nel 1978 fu eletto dalla maggioranza di unità nazionale presidente della Repubblica, a pochi mesi di distanza dall’omicidio di Aldo Moro, che Pertini volle ricordare nel discorso di insediamento. Durante il settennato di Pertini, si ricordano numerosi episodi di contatto, di fraternità, di vicinanza tra Quirinale e popolo: l’attacco sanguinoso del terrorismo, la strage di Bologna, l’episodio di Vermicino, la vittoria dell’Italia ai mondiali, l’attentato di Sambenedetto Val di Sambro del 1984. Pertini é ricordato per la sua schiettezza, per un modo di comunicare diretto e fuori dagli schemi del tempo. Ma niente può oggi cancellare, a 27 anni di distanza, la sua fede e militanza socialista. E’ bene che nessuno se lo dimentichi.

Mauro Del Bue

Socialisti e comunisti. La storia all’opposto

Sembra che in Italia il muro di Berlino sia caduto all’incontrario. Anziché travolgere i comunisti, che pure nel novembre del 1989 decisero di cambiare nome, ha travolto i socialisti, che non ebbero l’avvertenza di comprendere che l’ottantanove italiano riguardava anche loro. Cosí anche nel giudizio sul passato un partito, che si é poi più volte rifondato e unificato fino a diventare Pd, ha salvato non già la tradizione socialista democratica che ha avuto ragione nella storia, ma la tradizione comunista che ha avuto torto. Nelle pareti delle sezioni del Pd campeggiano (e figurarsi adesso in quelle degli

Filippo Turati

Filippo Turati

scissionisti) i ritratti di Gramsci, di Berlinguer, di Nilde Iotti e in qualcuna anche quello di Togliatti. Qua e là inframmezzate dai volti di Moro e di La Pira per accontentare gli ex democristiani. Può anche essere che in taluni casi sia esposta una foto di Pertini, ricordato più come presidente degli italiani e come antifascista, che come socialista. Un’intera storia, quella che partendo da Turati arriva a Saragat, a Nenni, a Craxi, viene oggi ignorata o almeno offuscata. Spero che non si insegni questo a scuola. Che non si riprenda quel che ho ascoltato durante il recente referendum costituzionale, e cioè che nel 1946-48 la Costituzione fu una mirabile sintesi delle posizioni democristiane e comuniste, quando invece alla Costituente eletta il 2 giugno del 1946 i socialisti, col 20,6%, superavano i comunisti, fermi al 18,9%. Oppure che non si avvalli la tesi secondo la quale le uniche forze che combatterono il fascismo furono quella comunista e quella cattolica, come si é detto in tanti, troppi 25 aprile, dimenticando le brigate Matteotti, le nobili e tragiche figure di Rosselli, Buozzi e Colorni, il Centro interno di Morandi, il partito in esilio di Nenni, Tasca, Silone e Saragat. E negando ancora la verità della storia.

L’errore della scissione del 1921

Se nonostante tutto continuo a occuparmi di politica é per combattere questa deformazione. Per ribaltare questa errata convinzione. Lo faccio con ricerche, libri e dirigendo l’Avanti! in versione online. Si tratta della più vergognosa e inaccettabile ingiustizia subita da un popolo e da un’ideale. Dunque diamo una veloce scorsa a questa storia italiana, a questo conflitto a sinistra che diede un esito nel 1989, poi addirittura clamorosamente capovolto. Partiamo dal duro scontro del 1921 che a Livorno partorì la scissione voluta da Mosca e riconosciamo che questa non fu dovuta all’adesione al bolscevismo, che unificò il Psi già al congresso di Bologna nel 1919, con l’eccezione dei riformisti, ma alla supina accettazione da parte dei “comunisti puri” dei 21 punti di Mosca, tra i quali il cambio del nome da socialista a comunista e l’espulsione dei riformisti. Il Pcdi che si formò aveva intenzione di impiantare i soviet in Italia, di instaurare un regime simile a quello sovietico. Si proclamò la rivoluzione fino a che non arrivò il fascismo.

La posizione di Turati e la teoria del socialfascismo

Chi aveva ragione nel 1921-22 tra i riformisti e i comunisti? Umberto Terracini avrà l’onestà di riconoscere che aveva ragione Turati. Fu Turati, col suo mirabile discorso del 1920 “Rifare l’Italia”, a immaginare un governo progressista (con le elezioni del 1919 socialisti e popolari detenevano la maggioranza assoluta alla Camera). I massimalisti e i comunisti si opposero ovviamente a qualsiasi collaborazione e contaminazione. Così in Italia si aprirono le porte al fascismo, che i comunisti non consideravano un nemico peggiore del liberalismo. Addirittura, fino all’avvento di Hitler in Germania, nel 1933, i comunisti, sull’onda di una parola d’ordine lanciata dal Comintern, considerarono i socialisti “l’ala di sinistra della fascistizzazione” (teoria del socialfascismo).

I socialisti condannarono i processi di Mosca del 1938 e il patto Ribbetrop-Molotov del 1939. I comunisti no

Giuseppe_SaragatMosca, e quindi i comunisti italiani, seppero ravvedersi lanciando la politica dei fronti popolari. Ma ebbe o no ragione Nenni a condannare i processi di Mosca del 1938, al contrario di quel che fece Ercoli, cioé Togliatti, mentre il Psi di Tasca e Saragat seppe condannare Stalin dopo l’accordo nazista-sovietico del 1939 sulla divisione della Polonia e l’aggregazione all’Urss delle repubbliche baltiche, il patto Ribbentrop-Molotov, coi comunisti appiattiti sulle direttive impartite da Mosca, con l’unica eccezione di Terracini. Fino all’operazione Barbarossa del giugno del 1941 i comunisti consideravano equidistanti le parti in conflitto, cioè la democrazia e il nazi fascismo. Poi la svolta dopo l’invasione dell’Urss da parte degli eserciti tedeschi. Se questa non fosse avvenuta i comunisti avrebbero combattuto il nazifascismo? Domanda lecita. Certo la storia non la si fa coi se. Resta il fatto che il comportamento comunista, che diverrà anche eroico durante la resistenza, fu alquanto ambiguo tra l’agosto del 1939 e il giugno del 1941.

Il socialismo umanitario di Saragat contro il filo sovietismo di Togliatti

Già abbiamo approfondito il conflitto politico tra Saragat e Togliatti, con Nenni e il Psi ancora filo comunisti. Oggi tutti più o meno, eccetto Bertinotti e qualche tardo-comunista, ammettono che Saragat aveva ragione nel 1946 a contrapporsi al comunismo sovietico, allo stalinismo di cui era ancora imbevuta la maggior parte della sinistra italiana. Certo il suo Psli, poi Psdi, dovette fare i conti con la governabilità e il rapporto di collaborazione con la Dc fece perdere al partito il suo smalto autonomistico iniziale e quell’eresia libertaria che gli avevano dato i giovani di Iniziativa socialista. Resta il fatto che ispirarsi all’umanesimo socialista, vedasi una figura come Mondolfo, e non al leninismo, per di più in versione staliniana, fu giusto, opportuno, preveggente. Su questo non c’é discussione. Ma solo oggi.

Nenni e la condanna dell’invasione sovietica all’Ungheria del 1956 che Togliatti approvò

nenni-legge-lavantiQuando, a seguito del XX congresso del Pcus e delle clamorose rivelazioni di Kruscev sui crimini di Stalin, Nenni prese le distanze da Togliatti e mise il dito sulla piaga affermando che il problema non era l’uomo, ma il sistema e quando poi, nell’autunno, ancora Nenni condannò l’invasione sovietica in Ungheria, mentre Togliatti e il Pci furono dalla parte dei carri armati, la ragione da che parte stava? Anche su questo i post comunisti, decine d’anni dopo, ammettono l’errore e sostengono che aveva ragione Nenni. Allora, però, il Pci mise sotto sorveglianza politica un dirigente sindacale come Di Vittorio e costrinse Giolitti a rompere e assieme a molti uomini di cultura ad aderire al Psi, allora peraltro segnato da una lotta interna con la sinistra filo comunista, sorretta dal Pci e finanziata da Mosca, sinistra che nel 1964 darà vita a un nuovo partito, il Psiup, indebolendo così il primo governo di centro-sinistra e il processo di riunificazione socialista.

Quando il Psi diede vita al centro-sinistra il Pci si oppose

Quando, dopo i drammatici fatti del luglio del 1960, il Psi di Nenni, per appoggiare la formazione di un esecutivo alternativo alla destra, favorì, con un’astensione, la nascita del governo Fanfani, quello cosiddetto delle convergenze parallele, e poi del primo governo di centro-sinistra, ancora presieduto da Fanfani, che portò alla scuola media unica e alla nazionalizzazione dell’energia elettrica, ma anche al piano casa e alla riforma agraria, il Pci iniziò un’opera tesa “a mietere nell’orto del vicino”, e quando si formò il primo governo organico di centro-sinistra, con la partecipazione diretta del Psi al governo presieduto da Moro e con Nenni alla vice presidenza, i comunisti appoggiarono direttamente la scissione del Psiup. Il centro-sinistra che ha portato all’Italia riforme strutturali, come lo statuto dei lavoratori, le regioni, l’abolizione della mezzadria, la riforma sanitaria con l’istituzione del servizio nazionale gratuito, ha avuto nel Pci, assieme alle destre, un avversario strenuo e spesso prevenuto.

Il Psi in prima fila sui diritti civili negli anni settanta, il Pci preoccupato

Quando in Italia si aprì la grande stagione delle lotte per i diritti civili, a cominciare da quella per il divorzio, i socialisti, assieme ai radicali, nonostante il condizionamento politico dovuto alla collaborazione di governo con la Dc, furono in prima fila. E’ a Loris Fortuna e al liberale Baslini che si deve la legge sul divorzio, mentre i comunisti si attardavano in preoccupazioni di retroguardia sul ruolo dei cattolici. Ricordiamo l’iniziativa della senatrice Carrettoni per evitare il referendum, poi vinto dalla cultura e dalla intransigenza laica. E quando, ancora Loris Fortuna, dopo le lotte radicali e socialiste, presentò la legge sull’aborto, ricordo bene le preoccupazioni comuniste, allora condite con la strategia del compromesso storico e i governi Andreotti. Poi il referendum vinto, con ancora più margine di quello sul divorzio, ha fatto piazza pulita di tante incertezze.

Berlinguer per il compromesso storico, il Psi per un’alternativa socialista europea

E quando il Pci lanciò il compromesso storico sostenendo, dopo il colpo di stato in Cile del settembre 1973, che col 51 per cento non si può governare i socialisti italiani risposero che col 51 per cento le forze socialiste democratiche governavano in mezza Europa e che la cosa che complicava la situazione della sinistra italiana era proprio la presenza del più forte partito comunista d’Occidente. Quando il Psi di Craxi intensificò i suoi rapporti coi partiti dell’eurosocialismo il Pci di Berlinguer oppose l’eurocomunismo, il comunismo mediterraneo ove, se si eccettuano quello dello stesso Berlinguer e il piccolo partito spagnolo di Santiago Carillo, non esistevano partiti comunisti autonomi da Mosca. Così Berlinguer fu costretto a elaborare la fumosa terza via, mettendo sullo stesso piano comunismo e socialdemocrazia e inventando un’isola che non c’é.

Il Psi per la salvezza di Moro, il Pci per la fermezza

Quando venne rapito Aldo Moro, nel marzo del 1978, si misurarono due posizioni. Quella del Pci di Berlinguer e della Dc di Zaccagnini e Andreotti era per l’intransigenza assoluta ben sapendo che in quel modo si sarebbe sacrificata la vita dell’ostaggio, invece quella del Psi, ma anche di Saragat, metteva al primo posto la necessità di salvare l’uomo. La verità é che la linea dell’intransigenza si abbinò alla più assoluta inefficienza degli apparati dello stato e troppe incongruenze assurde, involontarie o meno esse siano state, portarono all’uccisione del presidente della Dc, proprio l’uomo che aveva aperto la strada alla politica di unità nazionale. Questo forse per far dimenticare che per troppi anni si era lasciato prosperare quella propensione alla violenza nella sinistra italiana, giustificandola nell’immediato dopoguerra e considerandola, negli anni settanta, un appannaggio esclusivo della destra.

Il Pci contro il governo Craxi e per il referendum sulla scala mobile del 1985

Quando il Psi di Craxi nel 1978 volle approfondire l’inconciliabilità del leninismo col pluralismo, il Pci rispose sostenendo che si tentava una caricatura del comunismo, e quando nel 1979 si lanciò la grande riforma delle istituzioni, il Pci parlò di iniziativa sovrastrutturale. Il Pci bloccò nel 1978 l’elezione di Giolitti alla presidenza della Repubblica perché ex comunista, votò a favore di Pertini, ma assunse una posizione di estrema rigidità politica quando il presidente socialista Pertini diede il mandato di formare il governo al segretario del Psi. Il segretario del Pci definirà quello di Craxi un “governo pericoloso”. Così quando il governo varò il piano anti inflazione che in cambio del taglio di pochi punti di scala mobile avrebbe consentito un maggior recupero della capacità d’acquisto dei lavoratori, abbattendo il tasso inflattivo, Berlinguer scatenò il finimondo e con l’appoggio d una sola componente politica del sindacato chiese e ottenne il referendum abrogativo, che il Pci perse clamorosamente nel 1985, un anno dopo la morte del leader comunista.

Dopo l’89 Craxi propose l’unità socialista, Occhetto di “andare oltre”

Quando i socialisti, nel novembre del 1989, dopo la fine dei regimi comunisti e la caduta del muro di Berlino, proposero al Pci, e poi al nuovo partito che ne é derivato, l’unità socialista, il segretario del partito Achille Occhetto contrappose la sua proposta di “andare oltre” il socialismo democratico europeo. Al rifiuto dell’unità socialista si deve anche giustapporre la tendenza di Craxi a considerarla solo una prospettiva d’avvenire e di non rompere i rapporti con la Dc, sia in previsione di un ritorno alla presidenza del Consiglio dopo il 1992, sia per il timore che sarebbe stato il nuovo partito ad appoggiare ancora Andreotti, il quale già aveva elaborato la sua singolare teoria dei “due forni”. Resta il fatto che solo in Italia, dopo il 1989, gli ex comunisti non rientrarono nell’alveo socialista, come sarebbe stato giusto e logico, ma iniziarono un anomalo cammino che li avrebbe poi portati ad un connubbio con gli ex democristiani.

Il Psi appoggia l’intervento Onu in Iraq, il nuovo Pds si oppone, poi il governo D’Alema interviene con la Nato in Serbia

Nel gennaio del 1991 il Parlamento italiano approvò l’invio di una missione italiana nell’ambito del contingente Onu per la liberazione del Kuwait occupato dalle truppe irachene. Il Pds si oppose e organizzò manifestazioni pacifiste in mezza Italia. Anche i socialisti europei non potevano opporsi all’Onu e in prima fila si espose la Francia di Mitterand. Poi, durante i due anni del governo D’Alema, il partito, allora Diesse, approvò l’invio di aerei per bombardare la Serbia, anche se la missione non venne legittimata e disposta dall’Onu, ma solo dalla Nato.

Psi e Pds di fronte a Mani pulite.

L’avvento di Tangentopoli venne salutato dai post comunisti come un’opportunità politica. Lo scrive D’Alema che ammette che Mani pulite aprì il varco della gola in cui stava Craxi e la sua unità socialista. I post comunisti ebbero così la possibilità di sviluppare il loro percorso dall’identità comunista a quella socialista europea, senza l’intralcio e la cattiva coscienza del Psi. La fine del Psi, nel periodo 1992-94, che costituisce il risultato anche di errori politici di Craxi e del gruppo dirigente socialista nell’esame del post 1989, di valutazioni sbagliate sul rapporto tra politica e cittadini, il cui primo effetto fu l’affermazione nel nord della Lega, di sottovalutazioni, leggerezze e correità sul finanziamento alla politica, segnò tuttavia l’inizio dello stravolgimento della storia. Quasi cone s assieme alla fine del Psi fosse finita anche la storia socialista. Forse per pagare il prezzo non già dei suoi errori, ma delle sue ragioni. Anche sul giustizialismo, sull’uso del carcere per motivi di confessione, sull’ingerenza della magistratura nella politica, sul mito di Di Pietro, il partito che derivava dal Pci ha ammesso i suoi sbagli. Come quasi su tutto. Resta il fatto che chi ha sbagliato, rivedendosi anni dopo, pare abbia vinto il suo conflitto nella storia con chi ha avuto ragione prima. Che quest’ultima sia stata considerata agli occhi degli italiani non una gran virtù è chiaro, purtroppo. Peccato che ci sia ancora qualcuno che non si rassegna, convinto che tra qualche tempo questo “arrivare sempre dopo” venga considerato l’errore più grande.

Mauro Del Bue

Si contendono gli ex comunisti

Li capisco. La scissione, con l’esclusione dell’ex socialista Epifani, ha un’unica matrice: quella ex comunista. Dicono che troveranno il modo di chiamarsi Diesse. Vuoi vedere che useranno anche il termine socialista, come vorrebbe Enrico Rossi? Democratici e socialisti? Non credo. Sia Renzi sia Bersani intendono inseguire i militanti e gli elettori che avevano in testa un legame con uno sviluppo progressivo e coerente del partito. Quando parlavano del loro partito e si vantavano di non averlo mai tradito intendevano il Pci, Pds, Diesse, Pd. Avvinti da un legame di conseguenza. Come se il partito successivo fosse figlio di quello precedente.

Così, mentre anche Errani, dopo il terremoto del centro Italia, pare seguire il sommovimento politico del suo corregionale Bersani, e mentre Emiliano conferma che la politica non la si può iniziare a cinquant’anni e finirà bruciato da entrambi i partiti, é iniziata la serrata corte ai comunisti, agli ex o post comunisti. Ed entrambi non smettono di citare Berlinguer, mentre L’Unità, giornale fondato da Antonio Gramsci nel 1924 in forte polemica con l’Avanti, pare aver trovato le risorse per tirare a campare con tanto di ringraziamenti a Renzi del direttore Staino.

Se la scissione partorirà due partiti che si contendono l’eredità comunista, mentre anche Sinistra italiana pare che a quella storia intenda ispirarsi come ovviamente Rifondazione comunista e i comunisti italiani e perfino il piccolo partito leninista del nerboruto Rizzo, saremmo davvero al paradosso dei paradossi. Già abbiamo ironizzato sui ritratti (di Gramsci, Berlinguer, Moro e Nilde Iotti) che campeggiano in una storica sezione romana del Pd. Così, il Pd, socialista in Europa, democratico in Italia e dal passato comunista e in parte democristiano, si confronterebbe con il nuovo partito, che pare voglia definirsi socialista, nella versione di Rossi, senza essere nel partito socialista europeo, e con un passato esclusivamente comunista.

Il muro di Berlino in Italia, lo sappiamo, é caduto all’incontrario. Ma nella sinistra italiana coloro che hanno avuto storicamente ragione, gliela danno anche i post comunisti, e cioè Turati, Saragat e il Nenni autonomista, sono deposti rigorosamente in soffitta, coloro che hanno avuto torto, appoggiando l’Urss e la sua rivoluzione leninista come Gramsci, il nemico dei riformisti, come Berlinguer, il padre dell’eurocomunismo e della terza via tra comunismo e socialdemocrazia, come Ingrao e Nilde Iotti, che di quella storia sono figli, vengono non solo esaltati, ma contesi dal Pd e dagli scissionisti.

Spero solo che si tratti di una necessità tattica e che il gruppo dirigente del Pd comprenda che il loro partito é finito proprio per le sue ambiguità e contraddizioni. E che l’unico modo per rilanciarne il progetto di forza riformista e socialista italiana é quello di fare punto e a capo e di rivolgersi a chi un’anima, una storia, un’identità coerente invece ce l’ha. Oggi siamo di fronte alla rinascita delle identità. Ha ragione Bersani quando si collega a una visione solidale della sinistra, che non può restare subalterna ai maglioni di Marchionne. Ma anche la sinistra di oggi, se non impara il valore della laicità, cioè della capacità di superare i suoi tabù e di reinventarsi, cioè di rompere con un passato integralista e con le sue icone sbagliate, sarà condannata a perdere sempre. I partiti senz’anima o con anime inconciliabili sono al tramonto.

La gente socialista ricorda Franco Piro

piroUn giornata intensa di ricordi e commozione quella di mercoledì 22 febbraio. L’improvvisa scomparsa di Franco Piro, deputato socialista per tre legislature, professore di economia all’Università di Bologna, già presidente della Commissione Finanze della Camera, ha generato un fiume di solidarietà e di rimpianti. La salma di Piro è stata portata all’Archiginnasio bolognese dove docenti e studenti (alcuni dei quali avrebbero dovuto discutere con lui la tesi di laurea) hanno ricordato un insegnante capace di ascoltare e di dialogare e non solo di tenere lezioni. Una personalità invero unica quella di Franco, che ha provocato poi una messa insolita alla chiesa dei Servi di via strada Maggiore. A celebrarla frate Benito Fusco, un amico e compagno di università di Piro, come lui impegnato da studente nel movimento extraparlamentare e poi nel Psi, partito per il quale Fusco, oggi frate, ha ricoperto anche l’incarico di assessore nel suo comune di Casalecchio. I ricordi personali si sono mescolati alle vicende politiche, ai sogni e alle battaglie di libertà e di giustizia, alla leggi promosse da Franco sia per l’equità fiscale, sia per la tutela degli handicap. Molta commozione nella chiesa. Foto di vecchi compagni che si ritrovano, da Babbini a Cristoni, oltre a me, da Melloni a Guerini, a Degli Esposti. Poi Finelli, Querzola, molti altri. Nella foto distribuita una frase di Franco che rappresenta la sua vita: “Alla fine della strada potrò dire che i miei giorni li ho vissuti”. Con intelligenza, fantasia, creatività, correndo, quasi a presagire che il cammino non sarebbe stato lunghissimo. Vivendo e lottando sempre per i suoi ideali. Che sono i nostri. Un addio partecipato, denso di affetto. Una partecipazione che propone un’anima. Non l’immagine di un partito nato per caso, ma quella di una comunità con solide radici che ancora si batte, come Franco ha fatto fini all’ultimo, perché una storia non venga cancellata.

Mauro Del Bue

Emiliano, così é se vi pare…

Sembra un acrobata a dispetto della corporatura da commendatore meridionale. O, meglio, un personaggio pirandelliano in cerca di autore. Michelone Emiliano é un uomo tutto d’un pezzo, anzi di due. Forse di tre. Ho letto che in gioventù é stato missino, poi magistrato in Sicilia, sindaco di Bari, ma ancora magistrato tutt’altro che dimesso, governatore della Puglia, avversario e alleato di Nichi Vendola, alleato e avversario di Renzi. Si è addirittura scusato di averlo votato nel corso dell’assemblea degli scissionisti in cui ha fatto la parte del leone. Poi ha cambiato teatro e anche discorso. E all’assemblea del Pd ha voluto blandire Renzi. Tattica, pensavano. Oggi, dopo aver lasciato tutti in ansia per la sua decisione, contrariamente a Bersani, Speranza e Rossi ha partecipato alla direzione del Pd e a sorpresa ha annunciato che resterà nel partito e si presenterà candidato alla segreteria al congresso. Da stropicciarsi gli occhi. Vuoi vedere che il Michelone ha già fiutato odore di teatri plaudenti, gremiti di pubblico? Lui é attore, non autore. Come rinunciare?

Pd spaccato, Renzi a un bivio

Abbiamo scritto che la scissione era meglio della confusione e del conflitto permanente in un partito senza identità. Il Pd nacque come soggetto a vocazione maggioritaria per il passaggio dal bipolarismo al bipartitismo, con un occhio all’America più che all’Europa, e per sfidare con possibilità di vittoria il centro-destra che Berlusconi aveva riunito nel nuovo Pdl. Se riflettiamo bene oggi son venute a mancare tutte le motivazioni dell’esistenza di quel Pd, incollatura di due tradizioni storiche, quella comunista e quella democristiana, che ovunque in Europa si fronteggiavano contrapposte.

Il bipolarismo non solo non si è trasformato in bipartitismo, ma ha ceduto il campo al tripolarismo con l’affermazione dei Cinque stelle, la vocazione maggioritaria, riproposta, dopo Veltroni, nella nuova versione di Renzi, si é frantumata ad un tempo negli scogli anministrativi-referendari e nella bocciatura costituzionale del ballottaggio, mentre dall’altra parte il Pdl da tempo non esiste più e il centro destra é quanto mai disarticolato in una tendenza berlusconiana non ostile al dialogo col Pd, sia pur post elettorale, e in una destra alternativa di stampo anti europeo. Per di più il mito democratico americano é stato sopraffatto dal trumpismo. Dunque che quel Pd sia oggi finito e che una parte di oppositori di Renzi abbiano deciso di farsi il loro partito appare perfino logico.

Quel che stupisce sono piuttosto le motivazioni e le conseguenze politiche della scissione. Il più intelligente degli scissionisti, Massimo D’Alema, ha sgombrato il campo dalla commedia degli equivoci, dichiarando che la separazione è il risultato di visioni differenti e che un partito non é un carcere. Più astruso l’arrampicarsi sugli specchi tra date, congressi, conferenze programmatiche che hanno contraddistinto la posizione di Bersani, Speranza, Rossi e dell’altalenante Emiliano, una sorta di personaggio pirandelliano che recita a seconda del pubblico in teatro. Dichiarare che non si partecipa a un congresso perché non si ha voglia di cambiare politica, equivale ad enunciare il riconoscimento della propria sconfitta. Sostenere che l’attuale segretario non si deve ricandidare, equivale a dichiararlo invincibile.

Ma quel che stupisce é l’immediata conseguenza politica del nuovo partito. E cioè il convinto sostegno al governo Gentiloni, che é governo del Pd renziano. Questo finirà per costituire fonte di divisione con l’altra parte di sinistra presente in Parlamento, almeno con la maggioranza di Sinistra italiana. Nel contempo il nuovo partito dichiara di collocarsi nel centro-sinistra, dunque ancora collegato al partito abbandonato. Si tratta di curiosa anomalia con la storia delle scissioni. Una sorta di separazione-collaborazione di difficile comprensione. Il trait d’union potrebbe essere Pisapia, l’uomo che vuol spostare un pezzo di sinistra verso il Pd. Ma ci sono almeno due complicazioni.

Attualmente la legge elettorale contempla il premio alla lista e non le coalizioni. Con il premio alla lista tutto apparentemente si semplifica. Ognuno andrà per conto suo e le coalizioni eventuali si formeranno dopo il voto. Risulterà tuttavia molto difficile far capire agli elettori una collocazione in un centro-sinistra che non c’è e con un Pisapia senza più una missione. Col premio alle coalizioni gli scissionisti dovranno scegliere invece tra il cosiddetto Campo progressiste dell’ex sindaco di Milano, che vuol collocarsi nell’aggregazione di centro-sinistra col Pd renziano, o la maggioranza di Sinistra italiana che correrà in solitario contro Renzi. Quel che stento a comprendere é la perdurante riserva renziana sulle coalizioni. Incomprensibile e suicida. Il Pd da solo non raggiungerà mai il 40 per cento, favorirà i Cinque stelle che sono l’unica forza non coalizzabile, indurrà più facilmente alla convergenza gli scissionisti e le altre forze della sinistra, ucciderà sul nascere il tentativo di Pisapia. Vuoi vedere che adesso Renzi farà anche questo errore?

Quel che é certo é che il Pd del Lingotto e della Leopolda non c’é più. Renzi é a un bivio. O si accontenta di quel che gli é rimasto dopo un congresso in cui uscirà vincente ma non trionfante, con Orlando alleato di Cuperlo, forse ancora con Emiliano tra le costole, con Franceschini che sfoglia la Margherita e Delrio che prende le distanze, oppure si lancia alla ricerca di un altro Pd, quello più logico e conseguente con la collocazione europea. E annuncia la volontà di un pieno recupero della tradizione socialista e democratica italiana, magari anche delle battaglie di libertà del mondo radicale post pannelliano e delle esigenze di difesa e sviluppo armonico del territorio degli ambientalisti. Avrà Renzi la forza di lanciare un nuovo progetto politico o si fermerà al corteggiamento degli ex comunisti rimasti tra i quali svetta quello Sposetti, amministratore del patrimonio degli ex Diesse, senza il quale il Pd sarebbe costretto a tornare in piazza, esattamente come vorrebbe D’Alema?

Piro vive

Un colpo questa mattina. Un colpo al cuore la notizia della morte di Franco Piro, un amico, un compagno, un personaggio unico e irripetibile della storia del Psi. Piro, nativo di Cosenza, era stato in gioventù uno degli animatori del movimento studentesco dell’Università di Bologna e un dirigente di Potere Operaio. Poi l’adesione al Psi, militando nella corrente lombardiana. Professore di economia politica all’Università felsinea, divenne in breve tempo uno dei massimi dirigenti del Psi bolognese e regionale e nel 1983 fu eletto per la prima volta alla Camera dei deputati. Dal 1976 aveva aderito alla politica del nuovo corso e nel 1980 aveva seguito Gianni De Michelis del quale era amico.

A Bologna fondò l’Istituto Morandi e collaborò con la collana editrice Marsilio (grazie a lui venne pubblicata la mia tesi di laurea sulla storia del Psi a Reggio Emilia, ma anche altri e diversi libri sulla storia socialista). Tra il 1987 e il 1992 fu presidente della Commissione finanze della Camera e suggeritore e promotore di diverse leggi, nonché propugnatore di una azione di moralizzazione ben prima dell’esplosione di Tangentopoli. Voglio ringraziare Franco per averci regalato la sua creatività, la sua freschezza, la sua cultura. E anche quell’essere sempre giovane e spregiudicato, segnando un filo di continuità caratteriale con la sua esperienza studentesca.

Di Franco mi restano intatti tantissimi ricordi. Come quell’ironizzare sul suo handicap in occasione di una campagna elettorale con lo slogan “Piro corre. Miracolo. Aiutiamolo ad arrivare”. Geniale. O la sua inaspettata elezione alla Camera nel 1983, quando nessuno lo dava vincente. O la sua inclusione nella lista del 1992 e la sua venuta a Reggio Emilia in campagna elettorale quando era candidato nell’altro collegio. Siamo rimasti sempre in contatto, anche negli ultimi mesi quando inviava i suoi pezzi per l’Avanti. E’ impossibile dimenticare una forte e originale personalità come la sua. Troppo unica. Sempre sorridente e positiva. Per il Psi e anche per me. Addio caro compagno, protagonista di un periodo brillante e positivo per l’Italia e per il Psi, purtroppo deturpato da una strumentale manovra di palazzo e da una conseguente visione della storia all’incontrario. Il tuo ricordo resta per me incancellabile. Scrivo come quando eravamo ragazzi sui muri dei nostri eroi: “Piro vive”.

Le telefonate di Renzi

Ma quante telefonate ha fatto Renzi? Per Delrio nessuna. Invece Emiliano confessa di essere stato raggiunto al cellulare. E cosi Speranza e perfino Bersani. Possibile che Delrio non lo sapesse? Anche Delrio, sconfessando se stesso, sostiene oggi il contrario. Viene quasi il dubbio che Renzi abbia due telefoni. Uno conosciuto dal suo ministro e l’altro no. Ma basteranno le telefonate per fermare la scissione? Nella famosa pubblicità la telefonata bloccava niente meno che una fucilazione. E allungava la vita. Adesso servirà per allungare l’esistenza del Pd? Difficile. Franceschini ha tentato con un twit. Ma Guerini ha gettato acqua fredda sui tentativi unitari. Con altro twit. Renzi non accetta ultimatum. Solo telefonate… Ma possibile che non riescano a parlarsi di persona?