Mauro Del Bue
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Mauro Del Bue

Scatta l’ora legale. Panico per… Gramellini

Ancora la battuta di Cuore sui socialisti, coniata trent’anni fa. E Massimo Gramellini sul Corriere ce la rifrigge, come se recitasse un verso della Divina commedia. Che vergogna però tirare ancora in ballo i socialisti sulla legalità. Come se in questi due decenni e passa senza il Psi, non senza i socialisti, caro Gramellini, la legalità avesse trionfato. Se si raccontano le barzellette sui carabinieri, si possono rinverdire anche quelle sui socialisti. Attenzione però perché con quel ritornello per anni tante brave persone, oneste, cristalline, non hanno potuto frequentate i bar del paese, sono state ignobilmemte cacciate dalle amministrazioni, hanno subito l’onta di un’immeritata offesa e sono stati perseguitate come gli ebrei. Non si scherza su una tragedia che ha prodotto suicidi, profonde ingiustizie, la morte di un leader politico e capo del governo lontano dal suo paese. Anche perché il primo che inventò la battuta sui socialisti non fu Cuore, ma Grillo. E, dati i risultati, gli ha pure portato fortuna. Dubito assai che gli italiani continueranno a ridere se il suo movimento andrà a governarci. Per ora a star seri, e molto, ci sono solo i romani. Col panico, forse, anche di Gramellini…

A proposito di terrorismo islamico…

Layla Yusuf che, con Maryam Ismail, fondatrici dell’associazione Musulmani laici, hanno aderito al Psi dopo un trascorso non soddisfacente nel Pd milanese, che ha preferito eleggere una donna vicina ai Fratelli musulmani in Consiglio comunale, posta su Facebook: “Non bisogna trovare alibi agli assassini, criminali e terroristi. Dopo l’attentato di Londra, la fiera delle banalità italiane: vediamole una per una.

1) Colpa del razzismo anti-islamico? Esiste anche il razzismo contro le persone di pelle nera, eppure nessuna di loro pratica il terrorismo per questo.
2) Il problema è che a Milano non c’è una moschea. Peccato che Londra, oltre che Parigi, abbiano tutte le moschee del caso. Eppure non sono state risparmiate da attentati, anzi,
3) E’ colpa della crisi economica. La crisi c’è per tutti: filippini, cinesi e rumeni inclusi, Eppure nessuno di loro fa attentati.
4) Mancano le politiche dell’integrazione. Se così fosse, bisognerebbe prendere a modello di integrazione l’unico Paese che non ha subito attentati: l’Italia. Lasciamo perdere.
5) Colpa della politica dei muri. Eppure anche la Germania – che ha aperto le porte a un milione di immigrati – ha subito il terrorismo in casa.
6) Colpa del colonialismo. Anche l’India (oltre tanti altri Paesi) ha subito il colonialismo, eppure non conosciamo indiani terroristi.

Alla base di tutte queste giustificazioni c’è un’idea: se ci colpiscono è colpa nostra. Ma nel caso del fondamentalismo islamico è inutile cercare motivazioni in noi, il problema è loro. Basta pensare che questi assassini uccidono anche musulmani a casa loro (che certo non sono colonialisti o anti-islamici o contro le moschee), dalla Somalia all’Algeria, dal Pakistan all’Arabia Saudita. Uccidono bambine la cui colpa è di andare a scuola, uccidono musulmani che vanno al mercato, uccidono intellettuali musulmani. Il problema dunque, come con le Brigate Rosse, sta nei terroristi. Non nelle vittime”. Aggiungo solo. Bene. Sono pienamente d’accordo e dedico queste considerazioni ai tanti colpevolisti occidentali che ancora non hanno capito nulla dell’integralismo e del terrorismo islamico.

Scalfari non ha mai votato Psi?

Eugenio Scalfari ha scritto su Repubblica che nella sua vita ha sempre votato o Pri o Pci. Molto strano. Eugenio Scalfari che dovette a Pietro Nenni una candidatura nelle liste del Psi assieme a Lino Jannuzzi dopo la vicenda Sifar che costò ai due, allora all’Espresso, una condanna a 15 mesi di galera, non ha dunque votato nemmeno per se stesso quando venne eletto deputato nelle liste del Psu nel collegio di Milano-Pavia? Certo il suo voto non era sufficiente, giacché ne servivano alcune decine di migliaia, che gli fornirono gli autonomisti milanesi. Questi ultimi votavano così: 1 (Nenni),16 (Craxi), 28 (Scalfari). La memoria gioca brutti scherzi, a una certa età. Eppure sono sicuro che quei numeri Scalfari non se li sia dimenticati. Può essere che dica la verità e che nel 1968 abbia preferito votare Pri o Pci anziché se stesso. Conoscendo l’alta considerazione che il fondatore di Repubblica ha di sè, propendiamo a credere che abbia solo detto una balla. Aver votato Psi ed essere diventato deputato grazie a Craxi costituisce per lui un’onta da dimenticare. Anche per noi…

Il governo Frankestein

Dinnanzi a noi si potrebbe recuperare il vecchio detto di Mao “Alta è la confusione sotto il cielo la situazione è eccellente”. Sennonché prima di noi ci sta l’Italia e tutto si può pensare per difenderla e migliorarla tranne agevolare la vittoria del movimento grillino, piazzando un ragazzo senza alcuna cultura alla presidenza del Consiglio, a mo’ di cavallo caligoliano, guidato da un comico, a sua volta agli ordini di una società privata d’informatica. Un conflitto d’interessi che potrebbe fare impallidire quello di Berlusconi.

Se dopo le elezioni l’unica maggioranza numerica fosse quella tra Grillo, Salvini e la Meloni, e si formasse davvero il governo Frankestein consiglio di mandare a letto presto i vostri bambini. Nell’Italia dei paradossi se ne aggiungerebbe uno davvero clamoroso. Meno male che il populismo italiano è diviso. Altrimenti potrebbe essere maggioritario, visto che tutti i sondaggi non danno altra possibile maggioranza, nemmeno quella del nuovo patto Renzi-Berlusconi. Che sarebbe la più a sinistra possibile, Bersani se ne faccia una ragione.

Bel capolavoro di una sinistra reduce da due storici errori. Quello del dopo ottantanove: il suo rifiuto di fare i conti con la storia e di lavorare per la formazione di un unico soggetto socialista, di omogeneizzare la sinistra italiana a quella europea, attribuendole una identità specifica nella quale si può dissentire, ma dalla quale è più difficile distaccarsi, come insegnano tutte le forze socialiste europee, sia quelle che, come la tedesca, godono di un certo benessere, sia quelle che, come avviene in Francia, sono in grande difficoltà. Poi l’errore, conseguente a questo, di Veltroni, di americanizzare la sinistra, di puntare al partito a vocazione maggioritaria e al bipartitismo perfetto. Dopo questa intuizione il Pd ha perso elezioni e voti, la sinistra si è frantumata e il sistema politico italiano ha registrato la moltiplicazione dei partiti. Bella intuizione davvero.

Il tentativo renziano meritava attenzione. Si è scontrato con la fragilità politica dei suoi protagonisti e la frammentarietà dei suoi provvedimenti. Oggi il renzismo, con o senza Renzi, è finito. E perfino la maggioranza ReBer sembra un miraggio. Restano però scorie politiche e personali. Con una sinistra ove prevale l’odio per il vicino più che per l’avversario l’offensiva grillina ha buon esito. Se il principale bersaglio di Sinistra italiana e di Dp è Renzi si finisce per agevolare chi potrebbe avere i numeri per sconfiggerlo. Il governo Frankestein, sondaggi alla mano, si agita come un mostro all’orizzonte. La speranza è che i grillini non ce la facciano a mutare opinione su Salvini e Meloni. E viceversa. E che il 40 per cento (se la legge non cambierà) non sia alla loro portata. Se Parigi val bene una messa, Roma vale per ora almeno una prece…

Bersani e Prampolini

La stampa dà conto di un’ennesima battuta di Bersani, stavolta senza sfondo agro-pastorale. In una stravagante equiparazione coi grillini, ai quali l’ex segretario del Pd, e oggi al vertice del movimento scissionista di Dp, rilancia la sua attenzione, non bastandogli i pugni negli occhi ricevuti in diretta nel 2013, egli dichiara che anche Prampolini si definiva agli inizi del Novecento “un moderato rabbioso”. Come sarebbero appunto i figli di Grillo, oggi. Ho studiato la vita e il pensiero di Prampolini, ho scritto su di lui libri, l’ho più volte celebrato in commemorazioni, in articoli, discorsi e conferenze. Giuro che mai ho riscontrato in nessuna occasione che Prampolini si definisse così. Si tratta di falso evidente, come assurdo e offensivo risulta l’infelice paragone del leader socialista col movimento Cinque stelle.

Cominciamo col dire che Prampolini non si é mai attribuito la qualifica di “moderato”. Egli era un socialista, fin da quando, egli scrive, “cominciai a ragionare di mia testa e per farmi mutar bandiera, per fare che io non sia socialista, bisognerà prima mutarmi il cervello e il cuore”. I moderati, la moderateria, erano proprio il fronte liberalmonarchico che amministrò Reggio Emilia prima del dicembre del 1899 quando i socialisti per la prima volta da soli conquistarono il comune. Non trovo l’aggettivo di moderato in Prampolini né al tempo della scissione cogli anarchici, quando egli stesso, al congresso fondativo del partito del 1892, aprì una polemica con loro, né negli anni della aspra polemica coi sindacalisti rivoluzionari del 1904-1907, né durante lo scontro coi massimalisti al congresso del 1912, né a fronte della lotta contro le tendenze comuniste tra il 1918 e il 1924.

Prampolini non era un moderato, ma un socialista riformista e democratico che dal Psi massimalista e filo bolscevico venne espulso assieme a Turati nel 1922 e che si oppose tutta la vita al culto della violenza e dell’atto rivoluzionario, che polemizzò duramente con la teoria e la prassi della dittatura del proletariato e che concepì il socialismo come lenta, costante trasformazione, come disse Turati, “delle cose e delle teste”, iniziando dal basso (con le cooperative, le leghe, le camere del lavoro, i comuni, le municipalizzazioni, la cultura, i giornali) la costruzione della società socialista.

Se “la rabbia” la si riferisce al gesto compiuto alla Camera di rovesciare le urne del voto contro le leggi liberticide di Pelloux, che si proponeva di votare in barba al regolamento parlamentare, va corretta con la definizione di “doveroso atto di salvaguardia istituzionale”. La sua fu intransigenza democratica. De Felice, Morgari e Bissolati fuggirono altrove, Prampolini ritornò a Reggio e si assunse per intero la responsabilità del gesto. Per questo venne incarcerato nel settembre del 1899. Alla fine di ottobre fu poi rimesso in libertà e non si pervenne al processo. Prampolini fu dunque un socialista, riformista e non moderato, inflessibile e non rabbioso. Le parole hanno un significato. E i grillini, caro Bersani, sono talmente lontani da Prampolini quanto la mucca nel corridoio da chi scrive….

Ma il Pd é suonato?

Non ho ben capito la risposta, pubblicata sui giornali, di Guerini e allo zio Letta a proposito della proposta di inserire al posto del premio di lista quello alla coalizione. Secondo i resoconti Guerini, a nome di Renzi, avrebbe detto un netto no perché il Pd teme il condizionamento dei piccoli partiti. Condizionamento? Ma Renzi legge i sondaggi di questi ultimi tempi e in particolare quello pubblicato dal Corriere oggi? Il Pd é dato a poco più del 26 per cento e il movimento Cinque stelle, di gran lunga il primo partito, oltre il 32. Di quale condizionamento parli Guerini é davvero mistero da libro giallo.

Il Pd col premio alla lista perderebbe 150 deputati ottenuti col premio di coalizione, conseguendo poco più della percentuale di Bersani del 2013. Certo, anche inglobando Dp, Pisapia (saranno la stessa cosa?) e Alternativa popolare, con noi, i radicali, i verdi e altro, difficilmente si arriverebbe al 40 per cento, soglia per ottenere il premio. Quel che sconcerta é il dogmatismo renziano. Sono ancora fermi al partito che vince e anche se tutti lo danno perdente continuano a usare gli stessi slogan. Ci vuole un vincitore, ci vuole una lista e non una coalizione. Sembra la favola del re nudo. Tutti vedevano che non aveva vestiti, ma solo uno lo urlò facendo scandalo. A meno che Renzi preferisca perdere in solitudine e non accompagnato. Questione di gusti.

Se non si capisce, se il Pd non capisce, che la situazione é potenzialmente drammatica per il paese e che un’avanzata dei grillini, come quella pronosticata dai sondaggi, o provoca la più assoluta ingovernabilità o partorisce un governo anti europeista, populista e razzista, con uno sbandamento dell’Italia fuori dalla nazioni democratiche, allora ci aspetta un futuro inquietante. Litighino pure su chi dovrà fare il segretario, ma indichino alcune strategie per arginare il pericolo. La possibilità di portare il paese alla più assoluta e pericolosa ingovernabilità non provocherebbe in Italia un effetto spagnolo. In Spagna la prospettiva di un accordo tra popolari e socialisti era nelle cose. In Italia, mettendo anche insieme Pd e Forza Italia più altri non si raggiungerebbe la maggioranza.

Siamo a Weimer? Non vorrei drammatizzare ma non ci siamo lontani. Il governo Gentiloni ha qualche chances per arginare il crollo. A partire dalla prossima legge di bilancio. E il Pd ha ancora in mano la chiave della legge elettorale che può essere votata a maggioranza, come del resto é sempre avvenuto in Italia. Il problema é che se Gentiloni pensa di governare abolendo i voucher e il Pd pensa ancora di vincere le elezioni da solo continuiamo ad aprire le porta a Grillo come ad Annibale. Solo che Grillo non si fermerà a Capua a oziare. E nonostante i cupi Raggi di Roma e i voltafaccia di Genova si appresta a puntare su Palazzo Chigi. Speriamo che ancora una volta la Francia, come spesso é avvenuto nella storia, ci tolga le castagne dal fuoco. Un liberalsocialista come Macron potrebbe raffreddare le tendenze lepeniste e grilline del Belpaese. Alons enfants la rottamation est finie….

Il congresso, il Pd e il pugno della Rosa

Quello di Roma s é rivelato un congresso importante. Non solo per la partecipazione di quasi settecento delegati giunti a spese loro da tutta Italia, non solo per la qualità degli interventi. Ma soprattutto per alcune direzioni di marcia che ha aperto. Se il congresso ha segnalato la dolorosa separazione di alcuni compagni che hanno deciso di intraprendere altre strade, ha altresì permesso di individuare un possibile cammino comune con i compagni radicali e verdi, coi quali, non solo con loro, il Psi si é impegnato a promuovere a giugno, a Milano, una conferenza programmatica per lanciare un messaggio al Paese.

Emma Bonino ha rilanciato l’alleanza della Rosa nel pugno, a suo giudizio troppo presto abbandonata, mentre Giovanni Negri con la sua Marianna già da tempo lavora allo stesso progetto con Maurizio Turco. Tutti e tre sono stati nostri graditi ospiti, hanno dato un contributo politico assieme a Benedetto Della Vedova in questa direzione. Gradito anche l’intervento di Scotto, di Dp, che ha però suggerito un percorso diverso legato a una sorta di Union de la gauche. Fabrizio Cicchitto, reduce dalla trasformazione del Nuovo centro destra in Alternativa popolare, ha annunciato da parte sua la presentazione di una lista autonoma dei centristi, aperta anche ai laici e ai riformisti per sbarrare la strada ai populisti e autonoma dal Pd, alle prese con le sue profonde contraddizioni interne.

Quello che mancato é stato il contributo del Pd, alle prese con una scissione e con una profonda lacerazione interna provocata da primarie ad altissima tensione. Il Pd pare oggi un partito allo sbando, senza una linea politica, senza una proposta di legge elettorale, senza un leader accreditato. La sua assenza é derivata forse dalla sua incapacità di promuovere un’interlocuzione. Mentre la legge elettorale pareva un’emergenza assoluta fino a qualche settimana fa, l’orientamento a sostenere il governo Gentiloni fino a fine legislatura pare aver raffreddato anche l’esigenza di iniziare un confronto concreto in materia.

Il Pd é passato così dal Mattarellum al’Italicum senza ballottaggio e col premio di lista, superando anche l’orientamento favorevole al premio di coalizione, mentre un autorevole esponente della santissima Trinità, Orlando, parla oggi di un premio di governabilità alla lista prima classificata anche sotto il 40 per cento. Una sostanziale e inutile panzana. Non servirebbe per raggiungere la maggioranza assoluta e per di più umilierebbe le altre liste, anche quelle potenzialmente alleate. Vedremo cosa uscirà dal cilindro di questi prestigiatori. Al di là di noi, restano inquietanti interrogativi sul futuro dell’Italia, con un centro destra egemonizzato dalla destra populista di Salvini e Meloni, da grillini che si mostrano incapaci di governare una città e figurarsi domani un intero paese, da una sinistra frammentata e divisa in schegge.

Se il Pd capisse che si é esaurita definitivamente la sua spinta propulsiva, come si disse un tempo della rivoluzione d’ottobre, e trovasse la forza per lanciare una vera alleanza riformista, se riuscisse a guardare oltre il proprio naso, se considerasse se stesso, anche con un altro nome, come la casa di storie e di anime diverse nell’ambito di una comune adesione ai principi del socialismo europeo qualcosa potrebbe cambiare. Tutti i segnali, anche il suo silenzio al nostro congresso, si muovono in altra direzione. Perfino la cancellazione tout court dei voucher testimonia che questo partito ha solo problemi di autotutela. Non perdere ancora un referendum pare più importante che difendere gli interessi del paese. Dobbiamo cercare, allargando la nostra area e superando le nostre barriere identitarie, di farglielo capire. Con le buone o col pugno della Rosa…

Congresso straordinario, straordinario congresso

PsiQuello che inizia al Marriott di Roma è un congresso straordinario del Psi, reso necessario per mettere in sicurezza il partito dopo la sospensiva (non la sentenza, che purtroppo è destinata a tardare) del tribunale a seguito del ricorso di alcuni socialisti. Ma può diventare uno straordinario congresso se verrà riempito di idee, di proposte, di confronti utili e costruttivi. Le idee che mi auguro saranno al centro della due giorni di Roma dovranno rispondere innanzitutto alla esigenza di difendere una storia oggi cancellata e non mi riferisco solo a quella degli anni ottanta, cancellazione di una violenza inusitata e alla quale si sono colpevolmente adoperati quasi tutti i soggetti della seconda repubblica mai nata. Siamo un partito storico e identitario, l’unico, per quanto piccolo, rimasto in piedi. E a noi soprattutto spetta il compito di rinverdire e diffondere la storia del socialismo italiano. Non si può infatti essere socialisti europei, vedasi il Pd, democratici in Italia e dotati di una tradizione comunista e democristiana.

L’esigenza politica parte di qui. La fine del Pd uno potrebbe consentire la nascita del Pd due coi radicali, non solo la Bonino, i Verdi, i laici. Un Pd che superi il suo carattere post comunista, in parte attenuato dalla scissione di Dp, e post democristiano e acquisisca anche caratteri liberalsocialisti non è per ora all’orizzonte. Altro non vedo che un’intesa sempre più stretta nell’area socialista, aperta a tutti i socialisti sia ben chiaro, radicale e ambientalista che si proponga con un programma innovativo ed eventualmente si apra anche al cosiddetto campo progressista di Pisapia, che però pare oggi una sorta di araba fenice: che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa. Poi i contenuti, che già le tesi espongono con chiarezza. Parlo dell’Assemblea costituente che è pero più lontana e non più vicina dopo la bocciatura della riforma costituzionale, la cogestione sul modello tedesco, un piano massiccio di opere pubbliche in particolare rivolto alla messa in sicurezza del nostro territorio, sulla quale si sta impegnando l’on. Pastorelli, e che transitoriamente ci porti anche fuori dai parametri europei rientrandovi anche grazie a un Pil al 2 per cento e a una disoccupazione in media con l’Europa.

Poi i diritti civili, in particolare la legge sul fine vita sulla quale in prima fila si trova oggi la nostra Pia Locatelli, vice presidente dell’Internazionale socialista, ma anche la proposta di amnistia finanziaria relativa ad alcune categorie oggi segnalate dalla Centrale rischi delle Banche, proposta quest’ultima già depositata dal sen. Buemi, su sollecitazione della associazione Interessi comuni e non da ultima la legge per la separazione delle carriere dei magistrati e lo sdoppiamento del Csm, sulla base di una vecchia proposta della Rosa nel pugno rilanciata in questi giorni dalla Marianna di Giovanni Negri. L’associazione musulmani laici, in prima fila nel combattere l’integralismo e non solo la violenza, sarà con noi, dopo la sua separazione dal Pd e questo non può che inorgoglirsi. La sua presidente e la sua vice si sono iscritte al Psi. Su tutto questo ci confronteremo coi nostri ospiti, dalla Bonino a Turco, da Negri a Cicchitto, da Bonelli a tutti gli altri. Il congresso sarà straordinario se sarà una fucina d’idee e di proposte e una grande e stimolante occasione di confronto. Dipende, soprattutto, da noi.

CONGRESSO STRAORDINARIO

apre

Quello che inizia al Marriott di Roma è un congresso straordinario del Psi, reso necessario per mettere in sicurezza il partito dopo la sospensiva (non la sentenza, che purtroppo è destinata a tardare) del tribunale a seguito del ricorso di alcuni socialisti. Ma può diventare uno straordinario congresso se verrà riempito di idee, di proposte, di confronti utili e costruttivi. Le idee che mi auguro saranno al centro della due giorni di Roma dovranno rispondere innanzitutto alla esigenza di difendere una storia oggi cancellata e non mi riferisco solo a quella degli anni ottanta, cancellazione di una violenza inusitata e alla quale si sono colpevolmente adoperati quasi tutti i soggetti della seconda repubblica mai nata. Siamo un partito storico e identitario, l’unico, per quanto piccolo, rimasto in piedi. E a noi soprattutto spetta il compito di rinverdire e diffondere la storia del socialismo italiano. Non si può infatti essere socialisti europei, vedasi il Pd, democratici in Italia e dotati di una tradizione comunista e democristiana.

L’esigenza politica parte di qui. La fine del Pd uno potrebbe consentire la nascita del Pd due coi radicali, non solo la Bonino, i Verdi, i laici. Un Pd che superi il suo carattere post comunista, in parte attenuato dalla scissione di Dp, e post democristiano e acquisisca anche caratteri liberalsocialisti non è per ora all’orizzonte. Altro non vedo che un’intesa sempre più stretta nell’area socialista, aperta a tutti i socialisti sia ben chiaro, radicale e ambientalista che si proponga con un programma innovativo ed eventualmente si apra anche al cosiddetto campo progressista di Pisapia, che però pare oggi una sorta di araba fenice: che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa. Poi i contenuti, che già le tesi espongono con chiarezza. Parlo dell’Assemblea costituente che è pero più lontana e non più vicina dopo la bocciatura della riforma costituzionale, la cogestione sul modello tedesco, un piano massiccio di opere pubbliche in particolare rivolto alla messa in sicurezza del nostro territorio, sulla quale si sta impegnando l’on. Pastorelli, e che transitoriamente ci porti anche fuori dai parametri europei rientrandovi anche grazie a un Pil al 2 per cento e a una disoccupazione in media con l’Europa.

Poi i diritti civili, in particolare la legge sul fine vita sulla quale in prima fila si trova oggi la nostra Pia Locatelli, vice presidente dell’Internazionale socialista, ma anche la proposta di amnistia finanziaria relativa ad alcune categorie oggi segnalate dalla Centrale rischi delle Banche, proposta quest’ultima già depositata dal sen. Buemi, su sollecitazione della associazione Interessi comuni e non da ultima la legge per la separazione delle carriere dei magistrati e lo sdoppiamento del Csm, sulla base di una vecchia proposta della Rosa nel pugno rilanciata in questi giorni dalla Marianna di Giovanni Negri. L’associazione musulmani laici, in prima fila nel combattere l’integralismo e non solo la violenza, sarà con noi, dopo la sua separazione dal Pd e questo non può che inorgoglirsi. La sua presidente e la sua vice si sono iscritte al Psi. Su tutto questo ci confronteremo coi nostri ospiti, dalla Bonino a Turco, da Negri a Cicchitto, da Bonelli a tutti gli altri. Il congresso sarà straordinario se sarà una fucina d’idee e di proposte e una grande e stimolante occasione di confronto. Dipende, soprattutto, da noi.

Riformisti, garantisti, però…

Nel lessico della politica italiana ci sono qualificazioni ricorrenti che nella storia hanno ottenuto alterni consensi. Pensiamo a quello di riformista. Nato per contrapporsi al rivoluzionarismo, al massimalismo, al comunismo, é stato usato per decenni come un termine negativo, che significava cedimento, se non tradimento. Se il Pci di Berlinguer é arrivato al punto da definirsi “conservatore e rivoluzionario” ma mai riformista, il Psi di Craxi dal congresso di Palermo del 1981 é stato guidato da una maggioranza esplicitamente riformista. Solo nel 1989, dopo la svolta della Bolognina, Napolitano e i suoi diedero vita alla corrente riformista (ex migliorista) che restò però fortemente minoritaria nel nuovo partito.

Anche nel 1994 il polo che si formò a sinistra volle battezzarsi cone “progressista” e non riformista, mentre il Pds, poi Diesse, unì i termini di “democratico”
e “di sinistra”. Il Pd eliminò quest’ultimo, mentre i fuoriusciti mantengono per loro quello di “democratici”, recuperando il vecchio termine di “progressisti”. Anche Pisapia parla di un fantomatico “Campo progressista”, mentre l’unico che rispolvera il vocabolo “riformista” é il neo partito di Fitto che lo unisce al suo opposto, cioè al termine “conservatore”. Se però a ciascuno di loro tu chiedi se si ritiene riformista, tutti più o meno diranno di sì. A sinistra, al centro e anche a destra. Sono riformisti latenti, timidi, senza esplicitarlo. In fondo il riformismo é parte integrante della storia socialista. Sarà per questo?

E’ un po’ così anche per il termine “garantista”. Usato negli anni settanta come qualificazione di una certa sinistra che difendeva i giovani estremisti, negli anni novanta é divenuto sinonimo di tendenza alla complicità cogli imputati di Tangentopoli. Nessuno o quasi nessuno allora si definiva garantista per timore d’esser scambiato con uno che giustificava le azioni dei corrotti e intendeva mettere bastoni tra le ruote ai magistrati. Allora un’avviso di garanzia era una condanna, e bastava per pretendere le dimissioni da qualsiasi incarico pubblico, per distruggere una carriera politica, per affossare un partito. Chi era garantista nel biennio giudiziario 1992-94? Non certo il Pds, amico e succube dei magistrati, ma nemmeno la destra, con le tivù di Berlusconi al servizio di Di Pietro e con l’Indipendente di Feltri a caccia del cinghialone, mentre la Lega alzava i cappi e l’Msi circondava la sede del Psi. Il garantismo é parte della storia liberale, libertaria, radicale. Quanto ha mai contato in Italia?

Quant’acqua é passata sotto i ponti da allora. Oggi sono, quasi, tutti garantisti, nessuno, o quasi, ritiene l’avviso di garanzia una condanna e in base a questo assunto non rivendica le dimissioni di un esponente da un incarico pubblico. Però il garantismo é molto più praticato cogli amici che nei confronti degli avversari. Grillo non pretende le dimissioni della Raggi, ma di Lotti sì. Il Pd difende Lotti, ma verso Berlusconi non ha mai fatto sconti, mentre il Pds presentò una mozione di sfiducia contro il ministro Mancuso solo perché in scarsa sintonia coi magistrati di Milano. I fuoriusciti dal Pd chiedono il ritiro delle deleghe per Lotti, ma non per Bubbico, sottosegretario e loro seguace, la Lega ha votato per le dimissioni di Lotti, ma si é tenuto per anni Formigoni che gli avvisi di garanzia non li contava neanche più. Potrei continuare a lungo.

Devo invece dare atto a Forza Italia di avere sempre mantenuto sull’argomento una posizione coerente e anche a Renzi, almeno negli ultimi tre anni, di avere difeso anche i suoi avversari, dopo la posizione, questa sì incomprensibilmente accusatoria, verso la Cancellieri. Al Lingotto é stata invitata e applaudita Emma Bonino. Può essere l’inizio di una nuova fase di difesa dei diritti e delle libertà, certificata anche dall’approvazione della legge sulle unioni civili e dal sostegno a quella sul fine vita. Manca solo la presentazione e approvazione di una riforma della giustizia che separi le carriere dei magistrati e che, conseguentemente, separi il Csm in due. Per essere garantisti davvero bisogna anche intervenire perché i magistrati siano indipendenti non solo dal potere politico, ma anche tra accusa e giudizio. Perché la giustizia sia giusta, come dicevamo noi durante la campagna referendaria del 1987 e come oggi sostiene lo stesso Renzi.