Mauro Del Bue
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Mauro Del Bue

Non è vero che…

Non è vero che la Legge Richetti abolisce i vitalizi. I vitalizi sono già stati aboliti nel 2012 per i deputati e i senatori da allora in avanti. La legge Richetti ricalcola i vitalizi, applicando il sistema contributivo a tutti coloro che, in base alle intese del passato, li percepiscono.
Non é vero che il vitalizio é un assurdo privilegio di politici corrotti. Venne istituto nel 1956 da uomini come Pertini, Nenni, Moro, Fanfani, Saragat, Togliatti, Nilde Iotti per evitare che il mandato parlamentare sfociasse in una esistenza senza reddito alcuno.
Non é vero che gli ex parlamentari saranno equiparati nel trattamento a tutti gli altri pensionati. In Italia nessuna pensione viene erogata col contributivo integrale. I pensionati che hanno ottenuto il trattamento entro il 1995 hanno una pensione integralmente retributiva, quelli che l’hanno percepita dopo quell’anno godono di un sistema misto.
Non é vero che applicando un sistema contributivo integrale si colpiranno i vitalizi più alti. Da un calcolo fatto risulta che coloro che godono di un vitalizio superiore ai 5mila euro mensili non ci rimetteranno un soldo. Verranno tagliati solo i trattamenti medio-bassi.

E’ vero che si vuole fare un’operazione puramente elettoralistica. Il Pd qualche mese orsono ha fatto approvare dalla Camera la sua proposta di riforma dei vitalizi imponendo un equo contributo di solidarietà a scalare partendo da quelli più alti. Improvvisamente ha cambiato linea e ha deciso di appoggiare una legge opposta, interamente retroattiva e che finisce per tagliare i vitalizi più bassi.
E’ vero che si vuole seguire Grillo come un pifferaio magico, per sottrargli la paternità di una battaglia che é solo a cinque stelle. Ma gli elettori preferiscono l’originale alla copia.
E’ vero che non si sono tenute presenti le obiezioni già più volte formulate in materia dalla Corte costituzionale relative al tema della retroattività, sempre subordinata alla transitorietà, ragionevolezza, uniformità. Ma siccome, se la legge dovesse passare al Senato, entrerà in vigore prima delle elezioni mentre la sentenza solo dopo, il tema non interessa nessuno.
E’ vero che qualora si arrivasse in fondo si aprirebbe un curioso e rischioso precedente. Perché se i parlamentari devono essere trattati cone tutti i cittadini non trattare tutti i cittadini come i parlamentari, applicando a tutti i pensionati il sistema contributivo integrale? Non é in fondo questo che vorrebbe il verboso e fantasioso presidente dell’Inps Boeri, il grande ispiratore della legge del deputato sassolese?

Quello che non possiamo accettare é una classe politico-parlamentare che intende fare opera di giustizia sociale senza mettere in discussione i lauti stipendi dei deputati in carica e offrendo in pasto gli emolumenti dei loro predecessori.
Quello che non possiamo accettare é il balletto dell’ipocrisia, delle mistificazioni e delle offese che é andato in scena nel teatrino di Montecitorio con la grottesca sfida tra Pd e grillini sul chi é arrivato primo e ha diritto a mangiare la marmellata. Scena inquietante di una classe politica senza dignità.
Quello che non possiamo accettare sono i giudizi del fronte Renzi, Di Maio, Meloni, sulla politica del passato, sul ruolo che i partiti storici e i suoi grandi esponenti hanno svolto per la difesa e il rafforzamento della nostra democrazia. Trattare tutto questo come una casta che ha compiuto abusi, che si é dotata, come ha testualmente affermato l’on. Meloni, di “un privilegio di stampo medioevale” é un insulto che il presidente della Repubblica farebbe bene a rettificare subito.
Quello che non possiamo accettare non é il taglio degli emolumenti, ma il taglio della nostra dignità di democratici, di repubblicani, di dirigenti che alla politica e alle istituzioni hanno dedicato la vita. E contro questo taglio continueremo a batterci.

Il trionfo dell’ipocrisia

Sanno benissimo che la legge Richetti é incostituzionale perché ha carattere retroattivo e non assolve a quei principi di transitorietà, di ragionevolezza e di uniformità raccomandati dalla Corte costituzionale. Sanno benissimo che non si trattano affatto i parlamentari (anzi gli ex parlamentari) come tutti gli altri pensionati, perché per nessuna categoria é previsto un calcolo interamente contributivo come quello sancito dalla legge del deputato sassolese. Sanno benissimo che la riforma Dini del 1995 applicava il contributivo solo a partire dal 1 gennaio del 1996 e, qualora i versamenti precedentemente effettuati fossero stati superiori ai 18 anni, il contributivo scattava solo nel 2012, mentre per i vitalizi il contributivo sarebbe imposto dalla Legge Richetti anche quando non esisteva affatto. Sanno benissimo, dunque, che una cospicua parte di pensionati percepisce una pensione calcolata o solo col retributivo o mista, col retributivo e col contributivo insieme. E sanno anche che, semmai la Corte desse il via libera a questa legge, si potrebbe approvare l’estensione del contributivo a tutti, con il taglio di milioni di pensioni.

Lo sanno e fanno finta di niente. Il Movimento dalemian-bersaniano ha voluto approvare un odg (vale nulla) alla Camera che esclude che quel che si tenta di fare coi parlamentari possa essere esteso ad altri. Preoccupazione che nasconde un pericolo. Intanto loro, i parlamentari che intendono sanare il conflitto con la pubblica opinione tutelando il loro scalpo, e offrendo quello degli ex, non si scuciono un euro dal loro stipendio, provvedimento che sarebbe costituzionalissimo, e intendono dare al popolo che chiede pane le brioches dei vitalizi di chi parlamentare non é più, sapendo che poi la Corte annullerà tutto. Vogliono poter dire in campagna elettorale che questo taglio l’hanno fatto loro, i pidini e non i grillini. I quali ultimi invece pensano di forzare ancora la mano in base al vecchio afflato demagogico del “non basta mai”. E dunque pretendono che la recente legge che annulla i vitalizi dal 2012 venga ulteriormente indurita e si applichi la Fornero subito e non fra un anno. E magari domani chiederanno di più. Togliere tutto. Anzi tassare chi fa politica. Chi invece fa spettacolo può essere pagato in nero, sia chiaro…

Che teatrino di mimi e di sciacalli, di attori semi seri e comici, che giostra della falsità e della mistificazione. Sono certo, come pure hanno rivelato molti deputati pidini, che il partito di Richetti non guadagnerà un solo voto da questa campagna. Ha ragione Grillo. Si tratta di tema a cinque stelle. Senza di loro il partito di Renzi questa legge non l’avrebbe mai presentata. E la gente lo sa e se deve premiare qualcuno premia l’originale e non la copia. Volete un esempio del modo anomalo di procedere in questa operazione di giustizia? Non solo non verranno diminuiti gli stipendi dei parlamentari in carica, ma chi ha il vitalizio più alto non ci perderà un euro, mentre verranno toccati solo i vitalizi medio-bassi. Meraviglioso, no? E questo mentre tutti si scandalizzano dei premi dei manager di stato. Questi possono intascare premi milionari senza che nessuno presenti una legge per bloccarli. Se anche il Senato dovesse approvare questo imbroglio, che i deputati e senatori socialisti hanno annunciato di non votare, il Pd giocherà la partita in campagna elettorale, credo senza raccogliere frutti. Se poi la Corte, naturalmente dopo le elezioni, dovesse annullare il tutto, come appare non solo probabile, ma costituzionalmente ineccepibile, il presentatore di questa legge e chi l’ha firmata dovrebbero essere banditi dai pubblici consessi, perché incompetenti o, ancora peggio, ipocriti. Con la faccina pulita, però…

Prestipino e le razze italiane

Lei, la giovane, ma non giovanissima, Patrizia Prestipino, deputata pidina, assai naif ma che Renzi avrebbe volentieri portato a più alti incarichi, ha voluto controbattere alle polemiche suscitate dall’istituzione del dipartimento “mamme”, che neppure la mammista Dc aveva avuto l’ardore di creare. Dicono che la Prestipino sia responsabile di un altro dipartimento innovativo, quello dedicato agli animali, istituito dopo la svolta animalista di Berlusconi, attraverso la Michelina Brambilla. E forse confondendo cani e mamme ha risposto alle polemiche sostenendo che é giusto “difendere la razza italiana”. Che poi non ë diversa da quella francese e tedesca. Sarebbe stato dunque più corretto definire la razza come “ariana”. Ma i precedenti di questa difesa sono stati piuttosto drammatici. So bene che l’intento della Prestipino non era questo. So bene che si é solo trattato di un errore di definizione. Tuttavia questa difficoltà all’uso del linguaggio corretto, che é purtroppo ormai diffuso e va oltre gli strafalcioni geografici e storici dei Cinque stelle, induce a bocciare parte della nostra classe politica. D’altronde una volta i politici italiani si formavano sul campi di battaglia e leggendo libri di storia e filosofia, oggi escono dai tavoli borbottanti delle Leopolde…

I tre della (finta) riforma

Tutto, o almeno moltissimo, dipenderà dalla legge elettorale. Leggo che ormai anche Renzi sarebbe orientato a sottoporre ai suoi interlocutori, che il segretario del Pd continua a individuare in Berlusconi e Grillo, proposte di modifica al testo approvato con le varianti introdotte dalla Corte. Ha un senso chiamare a raccolta l’opposizione nella definizione delle regole del gioco democratico, ma forse non sarebbe male partire da una proposta capace di unire la maggioranza che per quasi cinque anni ha tenuto insieme il governo. Le questioni di fondo riguardano i meccanismi per assicurare la governabilità e la questione delle coalizioni.

Sulla prima é evidente che, scattando, come avverrebbe con la legge attuale, il premio alla lista capace di raggiungere il 40 per cento, risulterà impossibile costruire un governo sancito dal voto degli elettori. Ma anche nell’ipotesi peregrina che alla Camera una lista raggiungesse il tetto previsto, difficilmente la stessa lista, a causa dei particolari meccanismi di rispetto delle territorialità regionali, avrebbe la maggioranza al Senato. L’attuale configurazione legislativa potrebbe tuttavia sancire una sorta di ius, tutt’altro che previsto in Costituzione e peraltro mai applicato, ma che pare sancito de facto oggi, secondo il quale il presidente della Repubblica dovrebbe affidare il mandato di formare il governo al leader della lista che si é guadagnata più voti. E tutti i sondaggi, nonostante un calo negli ultimi mesi, ritengono sia quella dei Cinque stelle.

Evidente che né il centro-destra, né il centro-sinistra si possano permettere di correre questo rischio. E perfino Renzi, il più restio, forse sotto la pressione dei suoi che vedono franare la terra sotto i piedi con sondaggi sempre più negativi, sta meditando di allacciare un dialogo per modificare la legge. O abbassando il premio (sarebbe un ulteriore favore ai Cinque stelle) o introducendo le coalizioni e magari contemporaneamente abbassando la soglia per il premio (ma sarebbe un gran favore al centro-destra). Il premio alle coalizioni potrebbe rimettere in gioco una lista Pisapia non più in funzione di federatore del polo a sinistra del Pd (operazione peraltro ai limiti dell’impossibile), ma come alleato, sia pur da sinistra, del Pd. Questo darebbe ossigeno al centro-sinistra ma procurerebbe ulteriori problemi al Pd (primarie di coalizione, perdita di consensi verso la lista Pisapia).

La verità é che l’unico che ha capito come muoversi e che ha fiutato aria di vittoria é Berlusconi. Forza Italia ha ripreso vita, molti sono i rimpatri avvenuti e altri annunciati, mentre Salvini e Meloni si godono percentuali previste mai toccate prima. Il cavaliere pensa a una coalizione per vincere fondata non solo sui tre, ma anche su una quarta lista liberale di centro. Una disposizione a testuggine quanto mai azzeccata. E la sinistra che fa? Litiga, si mette le dita negli occhi, si divide, o come nel caso di Renzi (non parlo di Orfini per carità) tace. Certo il premio alla lista favorisce Grillo e quello alla coalizione il centro-destra. Sapere cosa favorisca il Pd é un mistero. Ma se il segretario del Pd non capisce che una riforma della legge elettorale a tre non é possibile, allora non capisce la politica. E siccome tutto si può pensare di Renzi tranne che sia un ingenuo, allora tenere fermo lo schema della riforma a tre significa non volere alcuna riforma. Per fare cosa? Per puntare a un governo extra large dopo il voto, magari passando attraverso due passaggi: il probabile mandato senza esito di un incarico grillino, il distacco di Berlusconi da Salvini e Meloni. Se naturalmente la somma arriverà al 51 per cento dei seggi. Condizione anche questa molto difficile da realizzare. Mi pare che il Pd abbia scelto di navigare a vista, senza un ormeggio sicuro, senza considerare che già un’imbarcazione che ha fatto storia é finita contro un iceberg. E anche se qualcuno continuava a suonare contento é drammaticamente affondata.

Che pena il Pd che rincorre i grillini…

Lo ha già fatto quando, e mi era venuta voglia di votare no, ma ho continuato la campagna per il sī al referendum, Renzi agitava come motivo per approvare la riforma costituzionale quello dei tagli alla politica. Il taglio dei parlamentari, riassunto nel suo ricorrente esempio, “Ogni tre fuori uno”, come se la riforma fosse una fucilazione per rappresaglia durante l’ultima guerra, era il leit motiv preferito. Che importa rapportare il costo della democrazia alla sua efficacia? Tagliare, signori, come le province dove l’unico taglio é stata la soppressione dei Consigli provinciali, cioè dell’unico organo elettivo.

Bisognava dimostrare che la riforma sarebbe stata utile, non meno costosa. Oppure utile e meno costosa insieme. No, si é preferito puntare sulla demagogia inseguendo il populismo dei Cinque stelle. Così é stato anche per la riforma Delrio sulle province. Attenzione. Non si può dire che tra comuni, province e regioni qualche meccanismo non andasse corretto. Si é approvata una legge che rimanda alla costituzione delle aree metropolitane per le grandi città e alle aree vaste per accorpare le province. Qualcosa si sta muovendo per le prime mentre quasi nulla si é mosso per le seconde. Eppure ci si vanta di aver risparmiato sulle province attuali, quando sono a loro rimaste competenze di assoluto rilievo sulle strade e sull’edilizia scolastica, ma anche sull’ambiente. Si sono risparmiati solo i soldi degli stipendi dei presidenti e degli assessori e quelli per i gettoni di presenza dei consiglieri. Un’inezia rispetto a quel che si é tolto ai cittadini e cioè il voto.

Se pensiamo poi che con la bocciatura della riforma le province restano parte del dettato costituzionale, abbiano finito per fare un gran pasticcio. Non voglio tornare poi sulla triste legge sui vitalizi, che la Camera si accinge ad approvare ben sapendo che si tratta di provvedimento incostituzionale, destinato, semmai anche il Senato dovesse approvarla, ad essere bocciato dalla Corte. Il tutto, ancora, per inseguire i grillini sul loro terreno. Leggo che i sondaggi continuano a registrare una forte flessione del Pd, che si attesterebbe attorno alla percentuale bersaniana del 2013, e secondo un istituto addirittura un punto sotto. Se anziché inseguire i grillini (l’elettore premia l’originale più che la copia) Renzi avesse fatto due scelte sensate, nominando D’Alema commissario europeo e Amato presidente della Repubblica, non avrebbe probabilmente rotto né il suo partito né il patto del Nazareno (e il referendum avrebbe potuto produrre esito diverso). Per un punto Martin perse la cappa. Qui sono due, ma la capa sembra persa davvero.

Perché tra Pisapia e Pd dobbiamo esserci noi

Cerchiamo di fotografare la situazione del centro-sinistra e le possibili, ma non certe, evoluzioni dei meccanismi elettorali. Sul fronte “sinistro” é in atto il tentativo di reductio ad unum dei partiti, movimenti e sigle che oggi pullulano come non mai. Se espungiamo quelle esplicitamente comuniste troviamo Sinistra italiana, con gli ex Sel più Fassina, D’Attorre e i primi fuorusciti dal Pd, il movimento Possibile (aggettivazione italiana del verbo Podemos d’impronta spagnola) di Pippo Civati, Articolo 1-Movimento dei democratici e progressisti degli ultimi scissionisti ex pidini D’Alema-Bersani-Speranza-Rossi, il tandem Falcone-Montanari, quelli per intenderci del Brancaccio, che però non accettano altra supremazia della loro e contestano quella eventuale di Pisapia. Infine l’ex sindaco di Milano col suo Campo progressista, nel quale pare convivano esponenti della sinistra, ma anche del centro, come Tabacci e Sanza.

Quello di Pisapia é un caso a parte. Sarebbe sua intenzione, in realtà, non tanto fare da new Vinavil dell’area che si colloca a sinistra del Pd, in funzione di una magnifica quanto pericolosa battaglia a perdere, ma piuttosto di proporsi come federatore del centro-sinistra tutto, Pd compreso. Ma il Pd di Renzi finora non ci sente, mentre più forti paiono le voci, non solo quelle della minoranza orlandian-cuperliana, ma anche dello stesso Franceschini, che ipotizzano una nuova coalizione di centro-sinistra. Dalle proposte di modifica della legge elettorale si misureranno la volontà di aprire a una coalizione (col premio di coalizione appunto) o quella di mantenere la situazione attuale (col premio alla lista). In quest’ultimo caso Pisapia potrà o confluire nel nuovo soggetto di sinistra o ritirarsi nel suo studio a Milano.

Sembrerà paradossale ma mentre a sinistra, soprattutto da parte di Bersani e Speranza, e con propositi diversi di Pisapia, si ipotizza un nuovo rapporto col centro, con rinnovato spirito ulivista, si dice anche su sollecitazione di Prodi, il Pd resta immobile e con Orfini demonizza la riflessione sulle alleanze aperta da Franceschini, mentre oggi Renzi parla di messaggio veltroniano (il partito a vocazione maggioritaria?). Eppure una parte di centro, l’attuale Alternativa popolare, ha governato col Pd per l’intera legislatura. Le cose non sono destinate a rimanere ferme. I sondaggi parlano di un Pd in caduta libera, prossimo ormai a scendere ai livelli del 2013, che costarono la testa di Bersani. Una coalizione di diversi soggetti può rendere il centro-sinistra ancora competitivo, l’isolamento renziano rischia di portarlo alla sicura sconfitta. E credo che ben difficilmente il Pd potrà governare con Berlusconi, col centro-destra che va a gonfie vele, ma soprattutto su spinta leghista.

C’é un problema che riguarda prima del centro-sinistra e del centro-destra la prospettiva di governo dell’Italia. Il rischio che possa finire nelle mani del populismo-sovranista di Salvini-Grillo non é certo scongiurato. Il centro-sinistra e il centro-destra trovino un’intesa su una legge elettorale che reintroduca le coalizioni. E il Pd stringa un patto con Pisapia mettendo a disposizione lo strumento delle primarie per la scelta del candidato leader. Si vedrà chi potrà ottenere il maggior consenso tra Renzi e Pisapia, senza dimenticare Gentiloni, che in questo momento ottiene il maggior gradimento degli italiani. Penso che questa proposta debba avanzare il nostro partito, magari coinvolgendo in una grande manifestazione nazionale il Pd, Pisapia e la Bonino. Senza escludere la stessa Alternativa popolare, per cinque anni al governo col centro-sinistra. Quattro interlocutori fondamentali di una opportuna e giusta prospettiva politica.

I

Napoleone ad Auschwitz

Ci mancava questa ennesima gaffe a cinque stelle. Parlando di Macron il Dibba (come lo chiama il capocomico della compagnia) ha citato la vittoria, grande quanto effimera, di Napoleone scambiando Austerlitz, la cittadina tedesca in cui le truppe napoleoniche sconfissero quelle austro-russe il 2 dicembre del 1805, con Auschwitz, nota al mondo per il terribile campo di sterminio nazista. Nulla di nuovo sotto il sole. D’altronde Dibba avrebbe già rinunciato a correre per la presidenza del Consiglio accontentandosi del ministero degli Esteri, retto in passato da Saragat, Nenni, Moro, Andreotti. Insomma un ripiego accettabile. Se l’ignoranza verrà premiata non vorremmo avere un rappresentante dell’Italia all’estero che attribuisce al generale Bonaparte lo sterminio degli ebrei. Potremmo davvero complicare i nostri rapporti transalpini. D’altronde già il candidato alla presidenza del Consiglio, ex steward del Napoli, Gigino Di Maio l’aveva combinata grossa attaccando il presidente del Consiglio e paragonando l’Italia “al Venezuela di Pinochet”. Con lui al governo c’é anche il rischio di alterare i rapporti con l’America latina. Si metterebbero in tanti a ridere di noi. D’altronde quando comanda un comico é destino…

La strage di via D’Amelio: le accuse di Fiammetta Borsellino

E’ trascorso già un quarto di secolo dalla strage di Capaci e da quella di via D’Amelio di Palermo, della quale proprio oggi ricorre l’anniversario, in cui persero la vita i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. E tanti anni non sono bastati per arrivare in fondo alla verità sui motivi, i mandanti, gli esecutori, in un crogiuolo di processi, uno, bis, ter, di dichiarazioni e di smentite di pentiti e di semplici criminali e depistatori. Per entrambe le stragi é stata condannata la cupola mafiosa che già alla fine del 1991, dopo le sentenze del maxi processo, aveva condannato a morte Falcone, il ministro Martelli che chiamò Falcone al suo ministero, e lo stesso Costanzo, che scampò ad un attentato poco dopo. Questo lungo e ingarbugliato iter riguarda soprattutto il delitto Borsellino e quello dei suoi uomini della scorta, come ha inteso ricordare oggi lo stesso Presidente della Repubblica. Il grido di dolore e di accusa lanciato sul Corriere dall’ultima figlia di Borsellino, Fiammetta, merita quanto meno una seria riflessione.

La figlia di Borsellino torna a chiedere giustizia: “Consegnerò inconfutabili atti processuali dai quali si evincono le manovre per occultare la verità sulla trama di via D’Amelio”, sostiene mentre si avvicina il suo appuntamento con la Commissione antimafia. Poi lancia strali contro la procura di Caltanissetta che definisce “una Procura massonica guidata da Gianni Tinebra, che é morto, ma dove c’erano Annamaria Palma, Carmelo Petralia, Nino Di Matteo, altri…”.. Su Di Matteo dice che era un magistrato alle prime armi ma che suo padre avrebbe meritato non certo un magistrato alle prime armi. Ma la parte più inquietante dell’intervista é quando ricorda i nomi e cognomi e le denunce circostanziate rivelati alla trasmissione di Fabio Fazio e i silenzi e l’isolamento a cui é stata confinata.

Non si può dimenticare infatti che Paolo Borsellino stava proprio indagando sui rapporti tra mafia, appalti e potere economico e lì si trova innanzitutto il motivo del suo omicidio. Che magistrati di Caltanissetta e di Palermo, con il giudice Gianmanco che già aveva isolato Giovanni Falcone e coi suoi successori, abbiano orientato tutte le indagini esclusivamente sul rapporto mafia-politica é un fatto. Il 1992 è l’anno di Mani pulite e dello scardinamento del sistema politico. Anche le stragi di mafia, comprese quelle del 1993, vennero lette come tentativo del sistema di difendersi. Lettura folle, a distanza di anni.

Tanto più che il governo Andreotti-Martelli é quello che si caratterizza per le leggi e le disposizioni più dure nei confronti della mafia. Difficile non leggere in questo modo l’omicidio di Salvo Lima avvenuto ad inizio primavera e poi la stessa scelta dei tempi (eravamo a Camere riunite per eleggere il presidente della Repubblica e dopo la caduta di Forlani qualcuno pareva orientato a giocare la carta Andeotti) della strage di Capaci, che obbligò i partiti a individuare un esponente immediatamente eleggibile e la scelta cadde sul presidente della Camera Scalfaro (l’altro candidato era il presidente del Senato Spadolini). Nessuno allora volle seriamente indagare sul perimetro oggi ricordato dalla figlia di Paolo. Sembrava forse troppo riduttivo, scarsamente gratificante e appetibile. Così a 25 anni di distanza, tra errori e colpevoli distrazioni, il sangue di via D’Amelio é ancora privo di una giustizia definitiva. L’Avanti non può che sposare in pieno il grido di dolore di Fiammetta Borsellno. Seguirà da vicino tutte le sue denunce.

Incostituzionali’s Karma

Bel gruppo di politici davvero, quello italiano. Prima inventa una legge per riformare l’istituto dei vitalizi, poi si rende conto, dopo aver consultato costituzionalisti, che si tratta di legge che la Consulta avrebbe bocciato. E allora ripiega su una delibera dell’ufficio di presidenza di Camera e Senato. Intanto é oltremodo ridicola questa presunta ignoranza della Carta costituzionale che nega l’effetto retroattivo delle leggi. Dico presunta perché non credo proprio che Richetti e Di Maio non la conoscano. Più preoccupante é semmai che non la conosca Boeri. La irretroattività delle leggi, in materia pensionistica, potrebbe essere superata qualora, dice la Corte, esistano principi di universalità (l’intervento deve riguardare tutti e non una sola categoria), di transitorietà (l’eventuale taglio deve essere solo occasionale, non definitivo, anzi di breve durata), di ragionevolezza (deve essere molto parziale e non incidere in misura eccessiva), ma addirittura l’eventuale taglio non può riguardare un fatto concluso. Cioè una situazione già completamente determinata.

Quel che stupisce, ma fino a un certo punto, é che i parlamentari dei Cinque stelle e, dispiace dirlo, anche molti (o pochi?) parlamentari del Pd abbiano invece presentato una legge “parziale”, cioé da applicare solo ai parlamentari, dopo aver pubblicizzato l’istituto del vitalizio con un costo di oltre 50 milioni di euro per le casse dello stato. Solo ai vitalizi si dovrebbe infatti applicare un sistema completamente contributivo, addirittura conteggiandolo anche per gli anni precedenti l’entrata in vigore, 1 gennaio 1996, della legge Dini che prescrive il sistema contributivo e senza contare i 18 anni di contributi antecedenti l’entrata in vigore della legge che hanno consentito di spostare la sua applicazione a partire dal 2012. Discorso diverso sarebbe farlo per tutti. Ma interessando, un eventuale provvedimento del genere, milioni di italiani, si preferisce, all’universalità così poco redditizia sul piano elettorale, la parzialità di un intervento popolare contro gli ex parlamentari.

Anziché renderlo transitorio, com’è la recente legge appena approvata sui vitalizi che impone un taglio percentuale di durata triennale, la legge Richetti-Di Maio assegna una durata definitiva al provvedimento. La prescritta ragionevolezza dovrebbe portare semmai a prelevare di più sui vitalizi più alti, che resterebbero invariati, e non su quelli mediobassi che verrebbero quasi dimezzati. L’ultima clausola potrebbe poi far piazza pulita anche delle altre. La legge Richetti-Di Maio si impone proprio a una categoria che non può tornare al lavoro (nel momento in cui un ex parlamentare venisse rieletto perderebbe immediatamente il versamento del vitalizio per acquisire l’emolumento da parlamentare). Allora mi chiedo. Dove si vuole arrivare? L’interpretazione non é difficile. Perché non si é proposto, ad esempio di intervenire sui boiardi di stato e sulle loro pensioni dieci volte superiori a quelle degli ex parlamentari?

Perché colpendo il Parlamento si colpiscono i politici, quelli che, é ormai luogo comune, vengon definiti la Casta. E siccome, per la debolezza della politica di oggi, e anche per molte sue nefandezze, qualche scalpo va lanciato al popolo, anziché diminuire o anche dimezzare gli stipendi dei parlamentari di oggi (tra i quali coloro che presentano la legge o la delibera e coloro che intendono approvarla), misura assolutamente costituzionale, si punta l’indice sui politici di ieri, che sulla debolezza e anche le nefandezze dei politici di oggi non portano alcuna responsabilità, tagliando i loro vitalizi, miusura incostituzionale. Danno lo scalpo degli altri per difendere il loro. In questa rincorsa ipocrita si é distinto il movimento pentastellato. Perché lasciargli l’intera paternità della battaglia? Cosi Richetti e i suoi si sono allineati. Tanto, avranno pensato, interverrà la Corte a invalidare tutto e noi potremo sempre dire che abbiamo tentato. Alla fine faranno la figura dei pirla, e anche degli ignoranti. Ma contro la Casta (di ieri) ben vengano queste accuse. Resta un dubbio. Ma se una legge é incostituzionale, lo sarà anche una delibera interna, no? Il primo che farà ricorso invaliderà tutto. Vabbè, saranno due volte pirla e due volte ignoranti ma sempre contro la Casta di ieri e per gli stipendi di quella di oggi….

L’Avanti saluta il vecchio direttore Giovanni Pieraccini

Se n’é dunque andato anche Giovanni Pieraccini, l’ultimo superstite del vecchio Psi costruito in clandestinità, l’ultimo dirigente socialista del primo dopoguerra. Pieraccini era nato a Viareggio nel 1918 e aveva quasi 99 anni. Piccolo, smilzo, spesso con baffetti e occhiali, in molti lo ricordano come ministro dei Lavori Pubblici nel primo governo organico di centro-sinistra che prese piede nel gennaio del 1964 con Moro alla presidenza e Nenni suo vice. Ma qui vogliamo ricordarlo soprattutto come direttore dell’Avanti. Ne assunse la guida dopo il Congresso di Napoli del 1959, che gli autonomisti di Nenni vinsero ribaltando a loro favore i rapporti di forza che si erano ambiguamente determinati a Venezia due anni prima.

Pieraccini, autonomista e nenniano dalla svolta del 1956, era già stato esponente anti frontista e al congresso di Genova dell’estate del 1948 fu tra i firmatari della mozione di Riscossa socialista che con Pertini e Lombardi mise in minoranza lo stesso Nenni, assieme a Basso e Morandi. La sua direzione dell’Avanti attraversò il difficile e contrastato percorso che porterà lui e il Psi al governo del Paese. Se a Venezia Nenni aveva lanciato la politica dell’autonomia socialista ipotizzando quella riunificazione con Saragat impostata nell’incontro di Pralognan, ma era stato stoppato dalla sinistra interna che al momento del voto aveva organizzato un maggior numero di preferenze per i suoi nell’elezione a scrutinio segreto del Comitato centrale, a Napoli il Psi aveva affrontato il congresso dividendosi in tre mozioni: quella nenniana, quella della sinistra, quella presentata da Lelio Basso. E i nenniani, proponendo l’alternativa democratica, ebbero la meglio.

Il percorso si rese particolarmente accidentato dopo l’avvento del governo Tambroni che anziché aprire ai socialisti, come aveva suggerito il presidente della Repubblica Gronchi, si trovò ad accettare i voti del Msi. Gli incidenti, compresi quelli gravissimi di Reggio Emilia, determinarono la svolta. L’Avanti di Pieraccini fu in prima linea, solidarizzando con le vittime, chiedendo le dimissioni del governo nero, illuminando un percorso di apertura a sinistra. L’ex dossettiano Amintore Fanfani guidò, prima, il governo delle convergenze parallele, con il Psi e i monarchici che da fronti opposti resero possibile la formazione dell’esecutivo, e l’anno dopo capeggiò il primo governo di centro-sinistra non organico, retto dalla sola astensione del Psi. Fu quello il governo delle riforme (nazionalizzazione dell’energia elettrica, riforma della scuola media, riforma agraria, e altro ancora). Poi le elezioni del 1963 che punirono Dc e Psi (premiando il Pli di Malagoli che aveva contestato la “pericolosa” svolta a sinistra della Dc) e l’avvento di Moro e del governo di centro-sinistra coi socialisti nell’esecutivo e l’Avanti che titolava “Da oggi ognuno é più libero”. Compresi i socialisti filo comunisti che lasciarono il Psi fondando il Psiup.

Pieraccini fu ministro del Bilancio nel secondo governo Moro che sorse dopo il presunto tentativo di colpo di stato del Sifar nell’estate. Nenni avvertì un tintinnio di sciabole, la sinistra lombardiana, invece, preferì abbandonare l’esecutivo pur votando la fiducia, e Giolitti fu indotto a rifiutare il dicastero poi assegnato appunto a Pieraccini. Quest’ultimo sarà poi anche ministro della Marina mercantile e della Ricerca scientifica. Poi, negli anni settanta, il suo abbandono della politica attiva e il ripiegamento verso incarichi economici e culturali. Valorizzando soprattutto la sua Viareggio, dove Pieraccini contribuì con donazioni e iniziative molteplici alla nascita del museo di opere contemporanee di artisti italiani e stranieri. La sua sensibilità in chiave artistica lo aveva reso promotore della nascita, nel 1986, di Roma-Europa Festival, assieme a Jean Marie Drot dell’accademia di Francia. Peraccini divenne collezionista e promotore di mostre di grandi pittori. Quando, naturalmente, politica e cultura erano strettamente legate. Tanto che da un dirigente politico, nonché uomo di governo, poteva nascere un promotore e diffusore di arte. Che tempi…