Mauro Del Bue
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Mauro Del Bue

Tamburrano, lo storico socialista

Si è spento Giuseppe Tamburrano, assieme a Gaetano Arfé lo storico socialista per antonomasia. Contrariamente ad Arfé, che abbandonò il Psi nel 1987 accettando un seggio da indipendente nelle liste del Pci, Tamburrano non ha mai lasciato il suo partito, nemmeno dopo la sue fine. I ricordi sono molteplici e si perdono nei primissimi anni della mia militanza socialista, quando Tamburrano scriveva uno dei suoi libri più famosi “Storia e cronaca del centro-sinistra” e, membro del Comitato centrale dopo la scissione del 1969, venne a far visita prima del congresso di Genova del 1972, alla federazione di Reggio Emilia. Avevo letto attentamente i suoi articoli assieme a quelli di Giuseppe Faravelli, il discepolo di Filippo Turati, sulla vecchia Critica sociale.

La mia inclinazione per la storia, anche se frequentavo la facoltà di Filosofia all’Università di Bologna, mi portò naturalmente ad avvicinarmi a lui che, dopo la morte di Pietro Nenni, iniziò la pubblicazione dei suoi diari e presiedette poi la fondazione a lui dedicata. Tamburranno, nel 1981, dopo il congresso di Palermo, entrò nella Direzione nazionale del Psi per la corrente riformista e assunse l’incarico di responsabile del dipartimento culturale. Professore univeritario, giornalista, storico, Giuseppe non era uno di quegli intellettuali che amavano stare tra loro e frequentare i soliti circoli. Lui prediligeva la vita di partito, partecipava ai congressi nella sua sezione, parlava e scriveva per farsi capire. Anche dai più umili.

In questo era fedele discepolo di Pietro Nenni e della sua parola immagine, della frase breve che segnava un complesso ragionamento. Della predilezione per lo slogan che condensava una politica. Più in particolare fornisco la memoria di tre ricordi abbastanza recenti. Il primo si riferisce all’Assemblea nazionale del novembre del 1992, quando, dopo il mio intervento a presentazione della mozione Martelli, mi confidò che la figlia di Pietro Nenni, Giuliana, aveva deciso di votare per noi. Fu una soddisfazione enorme. Il secondo si riferisce, nel corso della cosiddetta rivoluzione giudiziaria, a un nostro colloquio, nel quale disperatamente, ma anche con l’ottimismo della volontà, dichiarò che lui sarebbe andato ugualmente nella sua sezione a confrontarsi coi compagni. Il terzo, il più recente, quando mi telefonò per ringraziarmi delle diverse citazioni che gli avevo riservato nei miei tre volumi sulla storia del socialismo reggiano. Mi confessò con una punta di sincera amarezza: “Quando si invecchia si diventa inevitabilmente un po’ narcisisti”.

Tamburranno, in pochi lo sanno, era socialista di famiglia. Il padre Luigi era stato senatore socialista. Giuseppe era nato a San Giovanni Rotondo nel 1929 e la sua militanza socialista inizia a cavallo tra gli anni quaranta e cinquanta, poi si affina con lo studio e l’impegno storico e giornalistico. Da ricordare, tra gli altri, il volume su Antonio Gramsci (Milano 1977), Intervista sul socialismo italiano, a Pietro Nenni (Bari 1977), Pietro Nenni (Bari 1986), Processo a Craxi (Torino 1993), poi il suo stupendo Processo a Silone e Il caso Silone, in cui Tamburrano contestava le tesi accusatorie dello storico Canali sulla presunta collaborazione dello scrittore socialista abruzzese con l’Ovra. Naturalmente non possono essere dimenticati i tre volumi dei diari di Nenni (sul quarto avemmo modo di parlarne a lungo, e preferisco tacere). Inutile la retorica. Posso solo scrivere che quando ci lascia una personalità come quella di Giuseppe Tamburrano resta vivo più che mai la sua personalità attraverso le migliaia e migliaia di pagine che la sua intelligente creatività ci ha saputo regalare. E queste non moriranno mai.

Berlinguer, Almirante e la Dc? Grazie Di Maio

Forse per un livello molto alto di ignoranza storica, forse, ma non credo, solo per mostrare il suo volto interpartitico, ma questo Di Maio l’ha sparata davvero grossa. I precedenti dei Cinque stelle sono a suo dire niente popò di meno che (parafrasando il mitico Mario Riva) Berlinguer, Almirante e tutta la Dc. Lasciamo stare la Dc, partito complesso ove vivevano, in nome dell’unità politica dei cattolici, componenti di segno opposto, ma Berlinguer e Almirante cos’hanno in comune? Forse proprio l’opposizione ai governi Dc, tranne quelli di Andreotti in versione unità nazionale. Meno male che nel Pantheon dei Pentastellati Di Maio si è scordato di inserire Pertini, giacché Turati, Nenni e Saragat il nostro manco li conosce e Craxi é un cognome impronunciabile. Siamo fieri di non appartenere all’Album di famiglia di Di Maio, candidato alla presidenza del Consiglio del partito di Grillo. E forse un motivo c’é. La storia e la cultura del socialismo laico e riformista rappresentano il polo più lontano da chi pratica la politica dell’insulto e della nevrosi. Il valore della tolleranza é quello più alieno allo strepitio integralista che recupera vecchi dogmi per propinarcene uno nuovo, fondato sul nulla. E condito con la salsa dell’incapacità e dell’insipienza.

Tra Prodi Vinavil e la scure del Brancaccio

Romano Prodi non accetta di fare l’attore, ma sta facendo il regista. Un ruolo più importante e significativo, perché a lui sono affidate le speranze di unire il centro-sinistra italiano. Il buon Romano è autodefinito, con una buona dose di autoironia tipicamente emiliana, un Vinavil, un mastice potente. Il proposito é buono, ma la situazione é quanto meno complicata, per non dire disperata. Per ricomporre il centro-sinistra servirebbero due condizioni. La prima é l’esistenza di una legge elettorale che ammetta le coalizioni (si potrebbero ugualmente comporre liste di coalizione, ma sarebbe assai più complicato). La seconda é attinente la volontà dei soggetti di centro-sinistra di coalizzarsi.

Partiamo dai partiti in campo che, nell’area del centro-sinistra, dovrebbero andare da Alternativa popolare fino a Sinistra Italiana. Il diametro appare subito troppo lungo. Entrambe le forze escludono di apparentarsi tra loro. Anzi, la prima esclude addirittura di apparentarsi col Pd. Nell’ultima fase, alla luce dell’intesa fallace sul modello elettorale tedesco, anche l’alfaniana Alternativa popolare, ricambiata a suon di sarcasmo da Renzi, non pare proprio così convinta di continuare un rapporto di collaborazione col Pd. Dal canto suo Renzi esclude qualsiasi forma di collaborazione col partito degli scissionisti, che, dal canto loro, paiono intenzionati o a costruire un nuovo centro-sinistra senza il Pd (impossibile) o a prefigurare, uso la frase di Bersani, un governo di centro-sinistra in forte discontinuità col recente.

Basterebbe una sola mossa, la mossa del cavallo, per rimettere le cose a posto. Il nuovo centro-sinistra di Vinavil Prodi si potrebbe fare togliendo di mezzo Renzi e candidando Letta come suo leader. Prodi l’ha fatto capire. Chi è segretario del partito, a suo giudizio, non é opportuno sia anche candidato alla guida del governo. I suoi incontri con Letta inducono a ritenere che l’alternativa sia già stata individuata. A quel punto Mdp e Pisapia potrebbero rientrare in partita e perfino Alfano se non avrà preclusioni a sinistra. Ma Renzi accetterà di fare non uno, ma due passi indietro, quello da candidato leader, ma anche da leader politico della coalizione, accettando di fatto una strategia opposta a quella proclamata? Ne dubito.

Il segretario del Pd dovrebbe di fatto offrire la sua testa in cambio dell’unità, contraddicendo il risultato a lui favorevole delle primarie. E piegandosi ai dictat dell’assemblea del Brancaccio che ha sancito l’inedito abbraccio tra D’Alema e Vendola, tra Fratoianni e Civati, di Anna Falcone e Tomaso Montanari fino al contestato Gotor. Il proposito di costoro, peraltro, non é quello di unire il centro-sinistra ma di costruire, come ha detto Montanari, un soggetto alla sinistra del Pd. Mentre una parte dell’assemblea (vizio antico della sinistra) se la prendeva coi senatori di Dp perché si erano assentati dall’Aula al momento della votazione sui voucher, Civati se l’é presa con Pisapia: “Se vuole unirsi a noi bene, se vuole andare con Renzi non lo tratterrò”, ha dichiarato. Viene il serio dubbio che l’unità del centro sinistra si riduca solo a un possibile e nient’affatto probabile rapporto esclusivo tra Renzi e Pisapia, peraltro scartato da quest’ultimo.

Trai tanti incarichi ricevuti da Prodi questo mi pare il più arduo. Una mission impossible. Restano i socialisti, quei socialisti ancora iscritti al Psi che hanno scelto di recarsi al Brancaccio e sono in procinto di aderire al nuovo soggetto o quanto meno alla nuova lista Vendola, D’Alema, Civati. Ho sempre rimarcato come le nostre differenze non fossero attinenti l’autonomia, ma la collocazione. Coloro che contestavano il nostro rapporto di collaborazione col Pd in nome di una nostra maggiore indipendenza e alimentavano la suggestione della presentazione di liste socialiste avevano in realtà in mente una scelta di campo diversa, più o meno quella anticipata da Risorgimento socialista. Questa non è la nostra scelta, non é la mia. Vedremo se nelle future contrattazioni i cosiddetti Socialisti in movimento riusciranno a strappare qualche candidatura. Non li ripagheremo della stessa moneta, accusandoli di avere svenduto il nostro patrimonio per un posto. Continueremo a parlare di politica, senza insulti e crucifige. Ma anche sapendo che il loro dissenso mascherava una politica opposta a quella deliberata da due congressi socialisti svolti in meno di un anno.

La Camusso e la guerra dei voucher

Parliamoci chiaro. Eliminare per legge i voucher per evitare al governo di perdere il secondo referendum e poi varare una legge che li ripristina, sia pure in modo più restrittivo, a me pare un po’ patetico. Dunque qualche ragione, se non altro metodologica, la Cgil di Susanna Camusso ce l’ha. Come non si può non darle torto, se i suoi dati sono esatti, che l’effetto sulla disoccupazione dei 216 miliardi spesi, é stato scarso, anche se non nullo, come la leader del maggior sindacato italiano ha dichiarato nel suo comizio durante la manifestazione di quest’oggi a Roma. Tutto sommato non possiamo non registrare qualche risultato positivo frutto di una ripresa che in questi mesi pare più marcata del previsto e in grado di garantirci, secondo le stime, un 1,3 su base annua.

La disoccupazione giovanile a marzo del 2017 dal 44,2 per cento di due anni orsono é scesa al 37, mentre complessivamente i disoccupati si attestano all’11,7 (nel luglio 2015 erano al 12,7) anche se la percentuale segna un leggero aumento rispetto ai mesi di gennaio e febbraio. Tutti dati che ci vedono tuttavia al terzultimo posto in Europa, dietro solo a Grecia e Spagna, ma con quest’ultimo paese che sta crescendo tre volte più dell’Italia. La lotta alla disoccupazione deve restare l’obiettivo fondamentale del governo. E se la Cgil non ha torto a rimarcare i risultati non certo adeguati agli sforzi anche economici del governo (spesso abbiamo contestato la strategia delle mance, anche quelle indiscriminate che vengono elargite alle imprese, e giustamente contestate da Francesco Giavazzi sul Corriere), fatichiamo a trovare un nesso logico tra lotta alla disoccupazione e lotta ai voucher.

Fossimo in una fase espansiva della nostra economia, come negli anni sessanta, quando il problema di fondo non era il lavoro, ma la sua qualità, quando non a caso, in un’economia allora largamente monopolio dell’industria, veniva approvato lo statuto dei diritti dei lavoratori e in esso l’articolo nove, potremmo davvero fare a meno dei voucher e pretendere che anche le badanti, gli studenti che vanno a vendemmiare, gli insegnanti che danno lezioni a nostro figlio, paghino le tasse fino all’ultimo centesimo oppure sopporteremmo tranquillamente di pagarli in nero. Oggi no. Questo non è sopportabile. Nel contempo il rischio di un abuso di questi strumenti esiste e in parte é stato verificato. La nuova legge restringe queste possibilità. Ammetterli solo in certe aziende (quelle inferiori ai cinque dipendenti) non é casuale. Resta il fatto che come in ogni legge anche in questa si troverà l’inganno. Ma fare di questa materia l’occasione di una nuova crociata non mi pare giusto. Anche perché troppi sono i giovani, e anche i non più giovani, che aspettano un lavoro qualsiasi. E non lo trovano. Su questo la Camusso ha ragione. I voucher c’entrano pochino. L’Italia, anche senza voucher, cammina troppo lentamente e la terzultima posizione anche nel calcio equivale a una retrocessione.

Dal cappio al pugno

Mi sono imbattuto, nella mia esperienza parlamentare, in due tipologie diverse di leghisti. Quelli della prima ora, i celoduristi, personaggi da bar dello sport, grezzi come li ha descritti (forse un po’ meno) il film Sky sul 1993. Erano i leghisti del cappio di Orsenigo, i barbari alla conquista dell’Impero romano. Poi dal 2006 al 2008 ho incontrato un genere diverso di seguaci di Bossi. Giovani, laureati, incravattati, con congiuntivo facile, erano usciti da oltre un decennio di esperienze amministrative e da alcuni anni di governo del Paese. Avevano più che del barbaro il profilo del manager di stato. Oggi con Salvini l’aspetto primitivo della Lega é risorto. Dal cappio si è arrivati al pugno. E alla sceneggiata a mo’ di cartelli contro lo ius soli. Salvini si é lamentato perché i suoi senatori sarebbero stati picchiati dai commessi, commettendo due strafalcioni in salsa leghista. Primo, perché non si può fare del vittimismo da parte dei guerrieri di Alberto da Giussano. Secondo perché doveva informarsi meglio sulla vocazione dei commessi. Sono gli unici che quando menano un parlamentare non rischiano una denuncia. Anzi lo fanno di mestiere…

Ius soli, ius Grilli

Dopo un anno e mezzo di rinvii la legge sullo ius soli é arrivata al Senato suscitando addirittura moti turbolenti e il leggero ferimento del ministro Fedeli. Questo avviene proprio nel momento in cui Grillo, alla luce della sconfitta alle elezioni amministrative, impone al suo movimento una svolta leghista. Tanto che i senatori pentastellati annunciano voto contrario al testo, già emendato ed edulcorato da revisioni alfaniane e di Scelta civica. L’obiezione di fondo alla legge, secondo la quale il rischio sarebbe quello di un massiccio ricorso alla cittadinanza da parte di immigrati irregolari, una sorta di post utero in affido, mi pare contrasti col testo della legge.

Nel nuovo testo, infatti, per ottenere la cittadinanza non basta la “residenza legale”, ma è necessario che almeno uno dei genitori sia in possesso (o ne abbia già fatto richiesta prima della nascita del bambino) del «permesso di soggiorno Ue per soggiornanti di lungo periodo». Difficile dunque che la cittadinanza la si possa ottenere con un parto mordi e fuggi. Vado in Italia faccio un figlio e questo diventa automaticamente italiano. La destra e Grillo minacciano, per esclusive ragioni elettorali, fuoco e fiamme. Pensano di trarne vantaggi. Ma costruiscono castelli in aria. D’altronde che bambini nati in Italia vivano senza alcuna cittadinanza fino alla maggiore età, mi pare francamente inaccettabile.

Lo ius sanguinis rappresenta un principio medioevale. Negli negli Stati uniti, ove vige lo ius soli puro (chi nasce lì é automaticamente cittadino americano) nemmeno la nuova amministrazione pare mettere in discussione questo principio, mentre più articolata risulta essere la situazione in Europa, ove un moderato ius soli esiste in Francia, mentre un moderato ius sanguinis prevaleva in Germania, fino alla legge approvata nel 2000 in cui si è introdotta una normativa simile a quella proposta ora in Italia. Secondo i dati forniti, poi, gli aventi diritto su tutto il territorio nazionale assommerebbero a non più di 127mila unità. Esagerazioni, banalizzazioni, grida e strepitii risultano francamente fuori luogo. Secondo il testo della legge il riconoscimento della cittadinanza non è affatto automatico perché può essere richiesto solo da chi già possiede un permesso di soggiorno da almeno cinque anni. Inoltre la famiglia deve dimostrare di avere un reddito minimo non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale, la disponibilità di alloggio che risponda ai requisiti di idoneità previsti dalla legge ed è anche necessario il superamento di un test di conoscenza della lingua italiana.

Che una famiglia che pretende la cittadinanza per il proprio neonato conosca la lingua italiana é davvero indispensabile. Aggiungo due considerazioni. Troppo spesso è capitato (anche a me come amministratore) di concedere una sorta di cittadinanza automatica dopo gli anni di residenza in Italia previsti dalla Bossi-Fini. Automatica perché prescindeva proprio dalla conoscenza della lingua. A ciascuno era solo richiesta la lettura, quasi sempre strascicata e frutto di balbettio, del giuramento di essere fedele alla Costituzione italiana. E’ un errore. I cittadini italiani devono conoscere la lingua italiana. Oddio, se facessimo un esame anche ai nostri dovremmo espellerne una buona percentuale. Resta il giuramento da rispettare. Chi diventa italiano deve rispettare la nostra Costituzione e vivere coi valori della nostra civiltà. Altrimenti come la cittadinanza la si ottiene la si deve poter perdere. Non ci possono essere italiani che vivono col culto della sharia, che sfruttano le loro donne, che impongono un marito alle figlie, che le minacciano se non portano il velo, che non ammettono matrimoni con chi non è musulmano. Siano italiani coloro che nascono in Italia. Ma vivano da italiani.

Le liste socialiste al 4,4%

Dati e riflessioni post elettorali. Sul piano generale emerge il crollo dei grillini che non vanno al ballottaggio neppure nella città di Beppe Grillo e nelle altre ritornano più o meno alle percentuali di una modesta lista civica locale. Di contro ecco riaffacciarsi il bipolarismo tradizionale tra centro-sinistra e centro-destra con quest’ultimo in netto, imprevisto vantaggio. Entrambe le coalizioni diventano competitive quando non sono imperniate su un solo partito (Pd e Forza Italia o Lega) e nel momento in cui si allargano agli alleati. A livello amministrativo le liste socialiste (del Psi e di area) ottengono nei comuni in cui si sono presentate il 4,4 per cento, circa 45 comuni su oltre 140, escludendo le liste a partecipazione di candidati socialisti che sono oltre 80. Tutto questo non va automaticamente trasferito sul piano politico. Sappiamo che mai come ora le amministrative sono libere da condizionamenti politici e di partito. Eppure un segnale è pur stato lanciato in almeno due direzioni. Contrariamente alle amministrative di Roma e Torino, i Cinque stelle segnano il passo, dovuto al personale poco radicato e conosciuto, forse alla cattiva conduzione delle città amministrate, soprattutto Roma, ma anche al riemergere di uno scontro a due, tra centro-destra e centro-sinistra, che li ha messi almeno a livello amministrativo, fuori gioco.

Attendiamo i ballottaggi per esprimere una valutazione più approfondita, ma che a livello politico questa richiesta di bipolarismo di coalizione venga lanciata dai territori è indubbio. Il centro-sinistra pare passarsela peggio del rinvigorito centro-destra e paga questi anni di governo nazionale, il Pd soprattutto, che ottiene un risultato preoccupante, attenuato dal risultato degli alleati. Bisognerà tenerne conto nell’elaborazione della nuova legge elettorale. Il bipolarismo italiano, nonostante pare che Renzi e Berlusconi non la pensino così, non è bipartitismo. Ogni tentativo di ridurlo a due finisce inevitabilmente per rafforzare il ruolo dei Pentastellati. I casi di Genova, Padova, Catanzaro, Taranto, Como, La Spezia, e ne cito solo alcuni, lo dimostrano, col centro-destra ovunque in vantaggio (a Frosinone ha vinto al primo turno, a Palermo chi vince è il solito Orlando) mentre a Verona, il centro-sinistra non va neppure al ballottaggio.

Questi dati confermano, penso anche alle contemporanee elezioni francesi, dove un movimento, nato lo scorso anno, ha conseguito la maggioranza assoluta dei seggi, che il mondo è cambiato. Anche l’Italia, perfino l’Emilia e la Toscana, non assomigliano più a quelle conosciute. Il caso di Campegine, un comune che conosco bene perché della mia provincia, dove il Pci otteneva l’80 per cento dei voti, la patria dei fratelli Cervi e del museo a loro dedicato, incredibilmente vinto da una lista civica, capeggiata da un nostro compagno storico Germano Artioli, tuttora iscritto al Psi, contro la solita lista di sinistra, la dice lunga. La crisi del movimento cooperativo non è un elemento trascurabile e l’insieme del modello emiliano ha iniziato da tempo a fare cilecca. Alle elezioni regionali ha partecipato solo il 37% degli aventi diritto, a Parma, dove il sindaco ex grillino (i grillini ufficiali hanno ottenuto poco più del 5 per cento) si appresta a fare il bis in carrozza, la partecipazione è stata di oltre cinque punti inferiore alla media nazionale. Tutti dati che andranno opportunamente analizzati. Il Psi si appresti a svolgere un ruolo nuovo nel centro-sinistra italiano. Quello di un partner vivo, intelligente, moderno, che guarda avanti. Il polo di centro-sinistra, se rilanciato e profondamente rinnovato, non ha perso la partita.

Mauro Del Bue
I socialisti usciti finalmente dall’inferno

Sono molto contento dell’affermazione dell’amico e compagno Germano Artioli. Se penso che ha vinto a Campegine, il comune più inespugnabile d’Italia, ne deduco che il mondo è davvero cambiato. Germano Artioli non ha mai smesso di definirsi un socialista, (è tuttora iscritto al Psi) anche in piena campagna elettorale. É stato prima vice segretario e poi segretario del Psi di Reggio Emilia dal 1990 alla sua fine. Era, allora e lo ricordo come tale, uno dei giovani più preparati e impegnati, prezioso collaboratore del presidente della Provincia Ascanio Bertani. Germano é stato amministratore del suo comune, al quale è rimasto sempre legato. Se penso che Artioli ha vinto a Campegine ne deduco due riflessioni.

La prima è riferita al fatto che i socialisti sono usciti finalmente dall’inferno che una manovra subdola e strumentale aveva contribuito a confinarli. Una piccola nemesi. La seconda è riferita alla crisi del modello cooperativo che in una realtà come Campegine ha certamente influito. Non a caso il competitore di Artioli, nonché già sindaco del Comune, era un ex dipendente della Coopsette, una cooperativa che ha recentemente chiuso i battenti, lasciando a casa centinaia di lavoratori. Penso che Campegine, in particolare, dimostri che anche a Reggio nulla è scontato, che nulla é come prima. Occorre che la sinistra reggiana ne tenga conto, che si interroghi sui suoi limiti, errori, deficienze, sufficienze e strumentali esclusioni e costruisca un futuro, anche in relazione alle successive scadenze amministrative, senza la presunzione della vittoria scontata. Non é più così. Questo il succo dell’insegnamento delle elezioni di Campegine che un uomo libero e coraggioso, di professione avvocato, ha saputo regalarci.

Mauro Del Bue

Matteotti 93 anni dopo

Son trascorsi 93 anni da quella calda giornata romana del 1924, quando il segretario nazionale del Psu, il partito dei socialisti riformisti espulsi dal Psi nell’ottobre del 1922 su ordine di Mosca, venne rapito, accoltellato e ucciso in corso Arnaldo da Brescia sul longotevere romano. Matteotti era reduce da un intervento coraggioso alla Camera che intendeva denunciare le irregolarità e i soprusi avvenuti durante le elezioni del maggio 1924, delle quali aveva chiesto l’invalidazione. Ma Matteotti era anche in procinto di denunciare le illecite responsabilità del regime, compresa la monarchia, nell’assegnazione alla società inglese Sinclair del monopolio delle escavazioni petrolifere nel nostro paese. I due motivi del delitto si accavallano oggi e si dividono i sostenitori del precipuo omicidio per ragioni squisitamente politiche e di coloro che sostengono il motivo di carattere morale. Mia opinione é che entrambe abbiano influito e che la denuncia della corruzione costituisca non già un’attenuazione, ma un moltiplicatore del suo eroico comportamento. D’altronde la spasmodica ricerca e poi sparizione della sua borsa che evidentemente conteneva documenti compromettenti (per il governo o per la monarchia o per entrambi) induce a ritenere che il caso Sinclair non sia affatto estraneo alle ragioni del delitto. Un delitto che fece traballare il fascismo, contestato dai partiti democratici e dai comunisti, che abbandonarono la Camera per ritrovarsi, come si disse, “sull’Aventino”. I comunisti ruppero il fronte antifascista rientrando poi a Montecitorio, mentre gli altri non seppero andare oltre una fumosa verbosità. Di Matteotti sono ancora vivi non solo il suo temerario coraggio e la sua fede democratica, ma anche la sua vocazione riformista, che non accedeva alla rivoluzione come evento di un giorno sulla scia dell’infatuazione bolscevica che aveva diviso e illuso la sinistra italiana. Il suo socialismo, profondamente radicato col suo territorio, fatto di sindacati, cooperative, comuni, case del popolo, una rete pazientemente tessuta, é ancora vivo.

Pisapia il nostro Corbyn?

Scrivo un fondo tutto da contestare. Esprimo solo la mia opinione, fuori dal coro. Come sempre. Mi aspetto reazioni a catena. Corbyn ha perso le elezioni in Gran Bretagna meravigliosamente. Si é trattato di una magnifica sconfitta. La May ha ottenuto una deprimente vittoria. Se togliamo gli aggettivi, però, la May ha vinto e governerà sia pure in coalizione, e Corbyn ha perso e starà all’opposizione (e tutto sommato per lui ë meglio così). Essere noi, partito invisibile, a criticare il leader del Labour, che ha ottenuto il 40 per cento dei consensi, fa ridere. Però io commento e ragiono di mia testa. E per me due più due fa ancora quattro.

Aggiungo un’ulteriore considerazione. Forse la leadership di Corbyn, contrariamente a quella di Blair, ha raggiunto il massimo consenso possibile. Assai arduo infatti é dilatare l’influenza della sua politica e del suo programma oltre il 40 per cento e arrivare alla maggioranza assoluta o addirittura al 65 per cento ottenuto da Blair in occasione della sua seconda elezione. Corbyn ha certamente approfittato della crisi di credibilità dei conservatori dopo le dimissioni di Cameron, a seguito della sconfitta del Remain. Non dimentico però, lo ricordo ai novelli corbiniani, che il leader del Labour si schierò a favore della Brexit, contrariamente alla maggioranza dei deputati laburisti e aggiungo anche che il suo programma, fondato sulle nazionalizzazioni, mi pare contrasti tutte le recenti elaborazioni del riformismo europeo.

Pisapia ci comunicherà il suo progetto il primo di luglio. Lo ascolteremo con grande interesse. Anche Pisapia si trova tuttavia alle prese col solito dilemma che ha sconvolto la sinistra. E cioè se contribuire a costruire una soluzione di governo, oppure puntare con gli altri partiti di sinistra a una magnifica ed entusiasmante sconfitta alla Corbyn. Dovrà scegliere, soprattutto alla luce delle norme elettorali (pare sia adesso tornato di moda l’Italicum due), se costruire una lista solo sua, ed eventualmente anche dei socialisti, radicali e verdi, oppure perdersi nel piccolo mare ove navigano le imbarcazioni degli scissionisti e dei reduci vendoliani. La soluzione Corbyn é affine alla seconda, quella Macron (europeista convinto e non euroscettico) alla prima. Non svelo quale preferisco, se non l’avete capito..