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Mauro Mellini

Se l’opposizione diventa un frutto esotico

Piovono su questo cosiddetto Governo Italiano censure, ammonimenti e valutazioni negative d’ogni genere. Gran parte di questi interventi pare che Salvini se li sia andati a cercare, rompendo ogni consuetudine di moderazione di linguaggio quando si tratta di rapporti internazionali. Sono affermazioni per lo più fondate e facilmente sostenibili. Acqua si direbbe, al mulino dell’Opposizione. Solo che l’Opposizione non c’è. Questa grottesca anomalia fa sì che molti degli strali lanciati al di qua delle Alpi finiscano per avere per obiettivo il Popolo Italiano. Che in maggioranza non è antieuropeista né può dirsi sostenitore delle stravaganze che cadono più frequentemente sotto gli occhi di allarmati analisti stranieri.

Che il coro di sfiducia che dall’Europa si fa sentire fino in Italia costituisca una palla al piede per il Governo, è da escludere. Nella propaganda soprattutto Leghista, ciò è determinato, invece. dalla constatazione che con “questi qua” al Governo l’Europa non può più permettersi di trattarci come sudditi e che cominciano ad aver paura di un’Italia che si sarebbe desta agli squilli di Salvini e di Di Maio. Spesso le peggiori bugie sono quelle costruite su di un minimo di verità.

E’ vero che per anni la nostra politica Europea è stata incredibilmente remissiva e che molti alti Funzionari Italiani abbiano preferito ottenere plauso e riconoscenza in Europa a scapito degli interessi italiani. Come pure è difficile oggi, quando un Salvini fa lo spaccatutto per accaparrarsi consensi e voti, sostenere che certe cavolate non siano ascrivibili ai cattivi istinti di tutto il Popolo Italiano.

Certo è che i mentori europei che non fanno mancare al nostro Governo quegli ammonimenti che avrebbero fatto meglio a far arrivare ben prima d’ora, stanno facendo un buon lavoro in favore del Governo e di Salvini in particolare.

E, poi, si arriva alla grottesca situazione per cui quell’Opposizione che invano cerchiamo di capire dove sia finita, sempre più appaia alla gente come un “prodotto esotico”. Che, di conseguenza, fa apparire smargiassate e pericolose scelte come la vera politica nazionale.
Ecco un’altra conseguenza della mancanza di un’Opposizione che sia veramente tale, viva e vivace. Quegli ammonimenti che oggi ci prevengono dall’Europa sarebbero un forte sostegno ad un’Opposizione di cui si avvertisse una presenza coerente ed attiva.
Sono oggi invece il contrario. Non si aiuta chi non esiste.

Mauro Mellini

Senza un Governo e senza Opposizione

Per dire che in Italia c’è un Governo ci vuole una buona dose di ottimismo ed una ancora più forte tendenza all’approssimazione. Magari sarebbe più facile sostenere che ce ne sono due, cosa che non migliora certo la situazione.
C’è quel Conte, del quale sono più quelli che ne ignorano l’esistenza o lo confondono con il Conte di Montecristo o con il Conte Biancamano che quelli che ammettono che potrebbe essere stato nominato Presidente del Consiglio. Non è nemmeno il Vice, semmai una sorta di controfigura, dei suoi Vice. E quei due Vice non vanno mai d’accordo se non per qualche proclama che nessuno prende sul serio.
La rassegnazione con la quale, dopo un estenuante contesa, questo pseudogoverno diarchico era stato accettato dagli ottimisti (…beh, prima vediamo che cosa riescono a combinare…) è già esaurita. Quel tanto di non entusiastico consenso popolare si è “diviso” tra l’uno e l’altro “semigoverno” e con esso lo sprezzo e le critiche per l’altra metà.
Salvini sopravanza Di Maio…E Conte? Conte non conta nulla…
Se il Governo, più che perdere consensi, sta diventando una entità vaga ed incerta, un terreno di scontro tra due parti politiche, che dicono di sostenerlo, non cresce certo qualcosa che si possa chiamare Opposizione. Quelli che vogliono darci ad intendere che “sono l’opposizione” sono solo degli esclusi dalla sceneggiata del Governo che non c’è e dalla maggioranza che ne sostiene qualche pezzo.
Il Partito Democratico più che altro sembra impegnato a farsi dimenticare. A far dimenticare Renzi, il “Partito della Nazione”, il tentativo di manipolare sconciamente, complicandola, la Costituzione, la batosta del referendum che ha impedito tutto ciò. Ed invano il P.D. vuole farsi passare per il partito dell’antigrillismo, della politica contro l’antipolitica, dei valori della democrazia.
La gente sente assai meglio dei politici e dei politologhi, che il Cinquestellismo non è altro che la raccolta indifferenziata dei rifiuti, anche e soprattutto tossici della Sinistra, ed, al contempo, una retrocessione alle origini premarxiste della Sinistra stessa. Non basta certo che qualche voce si levi al suo interno ad invocare un “nuovo” P.D., il “nuovo” è stato sempre invocato da chi non sa come vivere la sua vecchiaia.
La Destra, grazie a Berlusconi che l’aveva salvata dal golpe di “Mani Pulite”, non esiste più.
Forza Italia, si dice partito di opposizione ma anche alleata della Lega che è al Governo (si fa per dire). E perde e perderà ogni occasione per offrire al Paese qualche prospettiva che non sia l’appello ai “moderati”, qualifica ed entità vaghe. E che in questo contesto significa i cascami dei cascami, i rifiuti dei rifiuti.
Il Governo che non esiste potrà sopravvivere grazie all’opposizione che esiste ancora di meno.
È la peggiore delle prospettive che possa essere concepita.

Mauro Mellini

Politica da bar dello Sport. Vaccinati come gli appestati

È inutile pretendere la comprensione dei più elementari principi del pensiero moderno dagli esponenti del populismo pre-illuminista, superstizioso, benché “telematico” dei 5 Stelle. La loro barbarie culturale, la loro tendenziale arretratezza viene fuori in ogni occasione. Sono un fenomeno allarmante e pericoloso di rigurgito pre-moderno, pre-liberale, pre- illuminista.
Prendiamo la questione delle vaccinazioni.
Una questione che può essere trattata e discussa solo alla luce della scienza e del pensiero moderno.
Per i Cinquestelle è un’occasione per fare sfoggio dell’ottusità di un preteso “nuovo” che è solo la sedimentazione melmosa del vecchio, di un antico che non è storia ma stratificazione di superstizioni.
Gli argomenti “anti vaccinatorii” sono quelli delle plebi sanfediste del diciottesimo secolo, quelle di cui, esprimendosi nel dialetto romanesco di un paio di secoli fa, si faceva beffa Giuseppe Gioacchino Belli. Ma quelli là, almeno, erano convinti che vaccinare i fanciulli fosse un modo come un altro per impedire loro di “arrubbasse er Paradiso”, cioè di morire bellamente in età innocente.
Na nel populismo dei Grillini emerge tutta la loro supponenza di un sapere “telematico”, di una fede cretina nel sentito dire del Bar dello Sport. E si aggiunge la perfidia degli espedienti burocratici.
Espedienti a loro vola ispirati al passato.
Hanno ritirato fuori le “quarantene”, imposte (inutilmente per lo più) a quanti provenissero da Paesi lontani, sospetti di essere in preda alle epidemie. Bandiera gialla. Bandiera gialla, prevede una proposta di legge cinquestelluta, per i bambini che siano stati vaccinati. Vaccinati= appestati.
Una furbata per cacciare dalle scuole i fanciulli e i ragazzi per i quali sia stata posta in essere la salvaguardia della salute loro ed altrui dalla “demoniaca” scienza moderna, quella che qualcuno del Bar dello Sport è convinto sia una “bufala” perché ha visto su internet che c’è uno scienziato “importantissimo” che dice che è “sbagliato” vaccinare perché presenta degli “inconvenienti” che i Governi e le case farmaceutiche tengono segreti.
Volete vaccinare i figli? Noi li lasceremo fuori della scuola. Anzi imporremo loro un distintivo di pericolosità, magari un bracciale giallo.
Evviva il Grillo-pensiero! Evviva il nuovo! Evviva gli imbecilli che prendono quasi sul serio certa gente.

Mauro Mellini

C’è un terzo contraente
del contratto criminale

Resistendo anche alle sollecitazioni di alcuni Amici, non ho voluto soffermarmi troppo ad analizzare il “contratto” con il quale Leghisti e Cinquestelle hanno sovvertito, complice Mattarella, il meccanismo costituzionale della nomina del Governo e delle relative responsabilità. Perché troppo poco, direi niente, è stato detto di quanto dovuto del valore eversivo del “contratto” e di tutta la sceneggiata relativa.

È però indispensabile fare un rapido cenno al “contenuto” in quanto ciò è necessario per rilevare che, intanto, c’è un “terzo contraente” se non della pagliacciata del documento (che Bersani, una volta tanto acuto e brillante ha osservato che se le parti avessero voluto dargli solennità di atto notarile non avrebbero trovato un notaio farsi partecipe dell’illecito) certo dell’accordo sulla sostanza: il Partito dei Magistrati.

Io non so se tra qualche giorno (o settimana, visto la benevola elasticità di Mattarella) ci ritroveremo con qualche ministro “magistrato in libera uscita”. Probabilmente no, perché il Partito dei Magistrati ha capito che il suo peso (e che peso!!!) nella vita politica e nel Governo non è legato alla “visibilità” della propria partecipazione con qualcuno dei più grotteschi suoi esponenti, una visibilità che proprio in questo momento, non potrebbe che nuocere alle vere possibilità di successo di questo ulteriore passo all’assalto della Repubblica e delle sue libere istituzioni.

Ma nel “contratto” (il “pactum sceleris”!) c’è chiara e incontestabile la “mano” del Partito dei Magistrati, del resto ispiratore di ogni cavolata dei Cinquestelle (ed altri) negli indirizzi di politica della giustizia.

L’impronta del “pensiero” di Davigo in quelle sciagurate pagine è chiara. Il linguaggio stesso è quello prevalente tra i partitanti del P.d.M.

Non è un caso se la stampa, i politologi, i critici “riservati” hanno lanciato grida di allarme per le baggianate economiche, fiscali, di politica estera e comunitaria, ma hanno “chiuso un occhio ed anche tutti e due” sulla “pattuizione” relativa alla giustizia. Ispirata, manco a dirlo, alla distruzione di quel po’ di garanzie di cui ancora vi è traccia nei nostri codici.

Un particolare che fa spicco, più grottesco degli altri. C’è una “clausola” in sé non irragionevole (quanto meno perché contraria alla irragionevolezza della precedente riforma). Quella della “restaurazione” dei Tribunali soppressi negli scorsi anni. Restaurazione che, cancellando una mezza baggianata non per questo è da ritenere necessaria e positiva, mentre fa spicco per un carattere particolaristico in mezzo a cose d’ordine generale e di principio. E’ la “firma” di qualche personaggio di quella clientela che i Cinquestelle hanno già cominciato a crearsi specie nel Sud. E, comunque, quel grottesco “tradizionale” che non ci può distrarre dal grottesco tragico di tutta la vicenda e nemmeno convincerci che quel programma del contratto privato abbia, magari per caso, qualcosa di concreto e di serio.

Di serio c’è solo la sua pericolosità.

Mauro Mellini

Davigo: il Dottor Sottile
vuole lo “jus grossus”

Nel “pool” di “Mani Pulite” lo chiamavano il “Dottor Sottile”. Tutto è relativo. In un ambientino in cui primeggiava Tonino Di Pietro ed in cui la “giustizia” funzionava col minuetto “io ti arresto, tu, confessi, e accusi un altro, io arresto quell’altro e io ti rilascio” la sottigliezza doveva fare spicco e, magari, suscitare un po’ di compatimento tra i Colleghi,

Oggi Davigo credo che sia l’unico di quel “pool” ad essere rimasto sulla breccia. Ha fatto carriera, naturalmente. I magistrati fanno tutti carriera. Il “livello” di presidente di Sezione di Cassazione non si nega a nessuno.

Quando ero deputato feci ridere mezza Europa tirando fuori con una interrogazione e poi con articoli di stampa la storia di un magistrato sorpreso a compiere pratiche sessuali con un ragazzotto nella latrina di un cinema di periferia a Roma, e che per questo vide solo ritardata la sua nomina a Consigliere di Cassazione (fu prosciolto anche in via disciplinare perché capace di intendere e giudicare – ma – non di volere, avendo dedotto di aver sbattuto la testa passando per una porta troppo bassa).

“Promosso” finalmente in Cassazione, con gli scatti di anzianità conseguenti quale Consigliere d’Appello, per un certo giuoco, davvero “sottile” di “trascinamento” provocò l’aumento di stipendio di tutti i magistrati del “livello” di Consigliere di Cassazione. Anche la “sottigliezza” non sfugge alla massima di Sant’Agostino: “Charitas incipit a semet ipso”.

Ma torniamo a Davigo. Di carriera ne ha fatta, senza bisogno di “buttarsi in politica” come il più noto di quei suoi colleghi. È stato presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, fondatore, anziché di un partito, di una nuova corrente dì tale associazione. Ora candidato per il C.S.M.

Ma soprattutto Davigo è divenuto un leader dell’oltranzismo del Partito dei Magistrati. Si prodiga in interviste e dichiarazioni. È del Nord – non si occupa (almeno così sembra) di mafia, ma di corruzione. La sua è una crociata contro la corruzione. È qualcosa come il Goffredo di Buglione della difficile impresa. Come tutti i Generali che non si siano preventivamente resi padroni del Paese per cui combattono (o così sembra), Davigo se la prende con i governanti, con i legislatori ed anche un po’ con i suoi Colleghi, che non applicano il massimo ma il minimo delle pene. Aumentare le pene nel minimo. Ci sono troppi pochi corrotti in galera.

Ma c’è un punto in cui nel Goffredo di Buglione di questa novella crociato riaffiora il “Dottor Sottile” del tempo di “Mani Pulite”. Una sottigliezza, in verità, contro i “sofismi”, contro le “sottigliezze” delle leggi penali. Ci sono dieci fattispecie diverse previste dal Codice e dalle leggi che definiscono e perseguono fatti “sostanzialmente” (!!!) di corruzione. Si perde tempo ad orientarsi a discettare sull’applicabilità dell’una o dell’altra di queste norme. Ne basta una sola.

E Davigo l’ha individuata. Pensate un po’, nel Codice Penale militare, di pace (per ora). È la norma speciale che punisce gli appartenenti alla Guardia di Finanza per “collusione” con i privati in danno dell’Amministrazione Finanziaria.

Il caso vuole che nella mia prima causa avanti all’allora Tribunale Supremo Militare, tantissimi anni fa, io abbia avuto a difendere un mio compaesano, finanziere, distaccato al confine con l’Austria, imputato di quel reato. Mi rimase indelebile il ricordo di un testimone agli atti, ritenuto fondamentale dai giudici di primo grado e da quelli del Tribunale Supremo: un Tizio che “aveva visto” l’imputato all’osteria “colludere.” con un sospetto “spallone”.

Ora Davigo vorrebbe che tutte le norme che prevedono qualcosa che sia o assomigli alla corruzione, siano sostituite da una tale e quale a quella per i Finanzieri.

Una norma penale “di largo respiro”, cioè di manica larga nel punire. O, più che larga, necessariamente “elastica”, perché dovrebbe essere “onnicomprensiva”, capace di punire (e dissuadere) i “cattivi” di ogni genere.

Risultato: buonanotte al “principio di legalità”. Legge “ampia”, “elastica” significa potere pressoché discrezionale del giudice. E degli agenti provocatori. Sissignori. Perché un’altra fissazione di Davigo è che bisogna stabilire una norma che consenta di usare “agenti provocatori” che vadano ad offrire “denaro o altra utilità” a pubblici ufficiali, così che, se questi ci cascano, siano dichiarati “collusi” e condannati a pene severissime, perché al contempo Davigo vuole che siano aumentati i minimi di pena.

Un’osservazione nemmeno tanto “sottile”: ve lo immagiate un “ignoto” agente provocatore che va a proporre ad un Sottosegretario un affarosissimo per qualche super concessione? Ci cascherebbero solo gli usceri degli Uffici del Comune!!!

Per farla breve direi che la “sottigliezza” del Dottor Sottile Davigo si sta scatenando per ottenere, piuttosto, nient’altro che uno “jus grossus”. Una bella norma di sapore medievale che conferisca al feudatario togato un generico e temibile potere di “castigare opportunamente tutti i cattivi acciocché onestà e giustizia prevalgano e non subiscano offese”.

Viva la “sottigliezza”.

Mauro Mellini

Aggressione delle toghe al Parlamento. Il caso Giovanardi

Un caso di inaudita gravità, che da solo basta a provare che il Partito dei Magistrati non tollera più la libertà e l’incensurabilità del Parlamento quando esercita la sua funzione di rappresentanza del Popolo sovrano, si è verificato con la sottoposizione ad indagine penale del Senatore Carlo Giovanardi per il fatto di essersi “con troppo zelo” speso per l’esercizio delle sue funzioni di componente della Commissione Parlamentare Antimafia rilevando e denunziando le malefatte delle Prefetture e dell’apparato di Polizia nel redigere le liste delle imprese “pulite”, cioè immuni da “infiltrazioni mafiose” e ‘ndranghetiste in Romagna con vere e proprie forme di persecuzione e “messa al bando” arbitraria di talune di tali imprese, così portate alla rovina ed al rischio del fallimento.

Una premessa. Conosco Giovanardi da quando ero Deputato e, pur lontano dalle sue posizioni politiche (era allora in D.C., credo c.d. di Destra), ho sempre apprezzato il suo zelo nella difesa di diritti di libertà e nella difesa di Cittadini da abusi giudiziari ed amministrativi.

Ricordo i suoi interventi contro un’ondata di provvedimenti manifestamente assurdi, del Tribunale dei Minori di Bologna che con sciagurata facilità disponevano la “sottrazione alla patria potestà” di bambini per strane elucubrazioni sui criteri educativi dei genitori, quelli che io chiamavo in varie analoghe interrogazioni “kidnapping giudiziari”.
Giovanardi, invece di intendere la sua funzione di componente della c.d. Commissione Parlamentare Antimafia come la celebrazione di un rito incensatorio di “magistrati lottatori” e funzionari della stessa stampa (la Commissione non è “anti-mafia” ma “sul fenomeno della mafia e sulle funzioni repressive dello Stato”) ha rilevato, con riferimento specifico alla sua Regione ed al suo Collegio, casi e fenomeni di carattere particolare o generale, di abuso dei provvedimenti con ingiustificabili messe al bando di imprese (il che implica il vantaggio di altre…) con conseguenze pesanti sull’economia e la salvaguardia di ragguardevoli entità di posti di lavoro.

Lo ha fatto, certamente con quell’impegno e, magari con quell’irruenza che rappresentano il lato migliore del suo carattere. Giovanardi, e questo è il mio dissenso politico dalle sue convinzioni, che non per questo apprezzo e rispetto di meno, come altri avrebbe il dovere di fare anche, se non altro, per preciso disposto di fondamentali principi di democrazia parlamentare, è convinto che sia l’applicazione delle leggi antimafia e di certe loro disposizioni (di alcune delle quali, peraltro è riuscito ad ottenerne aggiustamenti e modifiche, con ciò “offendendo” i più sgangherati “lottatori” togati e non togati…). Io sono, invece convinto che tutto l’apparato antimafia, una legislazione “contro”, di “lotta”, cioè non equa e rispondente a criteri di obiettiva chiarezza e di certi limiti, sia una legislazione in sé pericolosa ed illiberale. Ma, ripeto, questo non ha la minima importanza per ciò che riguarda la figura del Senatore ed il rispetto e l’insindacabilità dovuta alla sua funzione.
Lo “zelo” di Giovanardi ha scatenato una ignobile intolleranza nei suoi confronti, che si è manifestata con una denuncia a suo carico da parte, nientemeno, di due ufficiali dei Carabinieri (Giovanardi è un ex Ufficiale dell’Arma!!) che si sono intesi “minacciati” dalla irruenza di certi suoi interventi ed inoltre, in un procedimento a suo carico, direi per “concorso parlamentare in attività imprenditoriale indiziariamente mafiosa” (non c’è limite alla scempiaggine delle contestazioni in un Paese in cui certe figure di reato possono inventarsele gli stessi magistrati che debbono applicarle).

Il fatto in sé è gravissimo. Si tratta della incriminazione per una attività propria delle funzioni parlamentari e di quelle più specifiche di Commissario di una Commissione Parlamentare.
E’ una vera aggressione al Parlamento che in un qualsiasi Paese libero e democratico avrebbe suscitato un putiferio. Ma da noi a voler fare delle Aule Parlamentari “un bivacco per le camicie nere” o per le toghe nere o rosse non è stato solo Mussolini. La stampa, i partiti di governo o sgoverno o della cosiddetta Opposizione, hanno ignorato questo episodio che non è un episodio qualsiasi ma un attentato mortale alle libere istituzioni.
Nelle “informative” relative al processo al “concorrente esterno”, si legge che “l’attività parlamentare del Senatore Giovanardi, è di per sé non giustificabile (!?!!????!!!!) perché la critica alla normativa delle interdittive (i provvedimenti di messa al banco di imprese “sospette”) si risolverebbe in agevolazione alla mafia…

Ma neppure finisce qui. L’Ufficio di Presidenza della Commissione Parlamentare sul fenomeno della mafia (la cosiddetta Antimafia) ha deliberato di indirizzare al Sen. Giovanardi una lettera “perché, a partire dalla sua posizione giudiziaria valutasse se era ancora opportuna la sua attiva partecipazione alla Commissione”.

Un modo ipocrita e “gentile” per invitarlo a dimettersi ed a togliersi di mezzo.
Già: la Presidenza, cioè Rosy Bindi e Compagni. Non si cava il sangue dalle rape, mi direte. Ma con questa lettera l’ineffabile Signora ed i suoi sodali dell’Ufficio di Presidenza hanno dato il loro “concorso interno” (più interno di così!) all’attentato alle istituzioni parlamentari.

Il “concorso esterno” lo hanno dato i giornali, in particolare l’Espresso.
Al Senatore Giovanardi tutta la nostra solidarietà che spero vivamente gli sia manifestata singolarmente dai nostri lettori.

Non ci limiteremo a questo scritto.
Occorre difenderci da tali attacchi alla nostra associazione. E da certi ineffabili imbecilli.
Liberiamoci!!!

L’indirizzo e-mail di Giovanardi è: carloamedeo.giovanardi@senato.it

Mauro Mellini

Politica senza ideali, disastro e corruzione

La Prima Repubblica è stata la Repubblica dei partiti e delle ideologie. Ogni partito vantava una sua ideologia, proclamandosene custode arcigno.
Le ideologie sopravanzavano di idee ed ideali fornendo ipoteche nella vita culturale del Paese.

La caduta del sistema politico della Prima Repubblica dovuto al golpe giudiziario-mediatico ha coinciso temporalmente con la caduta dei regimi del Socialismo reale dell’Est europeo. Non certo, solo temporalmente. Le ideologie hanno rappresentato l’ingessatura e l’etichetta di garanzia del monopolio delle idee. Ma, alla loro caduta non è intervenuta la liberazione delle idee e degli ideali. Dentro quell’ingessatura non era rimasto niente.
Tutto si è risolto in una melma sub-culturale. Di detriti, di miti, di superstizioni, le ideologie catto-comuniste ne hanno lasciati tanti. Ed ancor più ne hanno lasciate quelle loro frange estremiste che oggi si ritrovano in una vasta area, appunto, subculturale, che va oltre la nostra Sinistra (si fa per dire) perché anche fazioni etichettate di Destra ne sono intrise. E’ la subcultura dei luoghi comuni, dell’inconcludenza, del sentito dire (male ascoltato) di cui abbiamo ed abbiamo avuto campioni esaltati e, magari, presi sul serio.

Senza ideologie, senza ideali, senza idee, sono le (cosiddette) forze politiche attuali. Con la scusa, più che con l’obiettivo, di “tagliare l’erba sotto i piedi” al grillismo, sintesi estremista di questa sub-cultura del sentito dire e dell’”antipolitica”, un po’ tutte le forze politiche si sono ripiegate su sé stesse, hanno finito per riconoscersi solo con i loro leader (tipico è quel ridicolo “presidente…tizio” sui loro simboli elettorali).

L’unione Europea, concepita da spiriti grandi e generosi, è divenuta l’alibi di uno standard politico segnato dalle regole e dalle burocrazie comunitarie che finiscono per divenire l’alibi della vacuità di tutti: a cominciare proprio dagli antieuropeisti, che se ne fanno un alibi del loro “volare basso”, che, poi, è solo uno starnazzare.
Senza ideali e senza idee la politica del nostro Paese degenera in inconcludenti risse verbali e nel sostanziale governo di eversive consorterie istituzionali, prima fra tutte il Partito dei Magistrati.

E dilaga la corruzione. Senza idee e senza ideali il tornaconto proprio e quello dei propri compari, sodali, mandanti, protettori e protetti è lo scopo del “darsi alla politica”, magari avendo cura di fare professione di antipolitica e, soprattutto, di “diversità”. Tutti si proclamano “diversi”, con odiosa monotonia.
Malinconica espressione dei malumori di un’età decaduta e di una notte insonne? Può darsi. Vorrei tanto essere smentito. Sopravvivo con questa speranza.

Mauro Mellini

Vittime illustri: l’assassinio ha da essere “di Stato”

Capaci-FalconeVenticinquesimo anniversario dell’assassinio di Falcone. L’ipocrisia, la strumentalizzazione e l’idiozia delle commemorazioni, specie palermitane, ha superato ogni limite di tollerabilità. Non si stancano di ripetere che Falcone era andato a Roma, al Ministero, per meglio organizzare gli strumenti legislativi della lotta alla mafia. E’ questo un falso ridicolo e patente. Se ne era andato perché i suoi colleghi gli avevano reso irrespirabile l’aria di Palermo. Quelli stessi che poi lo hanno eretto a santo e maestro, che se ne sono dichiarati eredi e continuatori.Ciò è tanto più noto quanto più sfacciatamente e tranquillamente dimenticato.
C’è invece un altro aspetto dell’oscenità di certe “commemorazioni” che di anno in anno si fa più petulante, assurdo, aggressivo ed eversivo. E’ la pretesa di “dovere” a Falcone, come a Borsellino e come già ad altre vittime della ferocia mafiosa, una “promozione”. Non basta la glorificazione a base di false affermazioni di aver lasciato un’eredità morale e politico-professionale luminosa e straordinaria per poter aumentare il bollino dell’appropriazione indebito di essa. Ritengono di dovere a queste vittime illustri (ed anche a qualcuna un po’ meno illustre, se questa “graduazione” è lecita) di essere riconosciute vittime di un assassinio “che non fu solo di mafia”. Vittime illustri, dunque assassinio “straordinario”. Di Stato.

E qui vien fuori la subcultura della Sinistra pseudorivoluzionaria degli “anni di piombo”, per la quale era d’obbligo, anche tra i vezzeggiatori degli assassini terroristi, proclamare l’assioma: “la strage è di Stato”, di fronte ad assassini di diversa (?) matrice.
L’Antimafia militante e ruggente (e petulante ed ipocrita) sente il “dovere” di proclamare che gli assassinati dalla mafia non sono tali, o, almeno “non sono solo di mafia”. Quelli più importanti, sono anche, debbono essere, se no è una mancanza al rispetto ed alla memoria loro dovuti, “di Stato”.

O, nel linguaggio attuale, che, poi, non è meno arrogante e falso di “pezzi dello Stato”, senza rinunziare a “pezzi” ed anche all’intero di altri Stati (“c’è dietro “la CIA” è un altro cespite dell’eredità subculturale della Sinistra).
Anni fa rimasi molto scosso sentendo il figlio “mafiosociologo” Nando del Generale Dalla Chiesa proclamare che il Padre non era stato vittima della mafia, ma di un “assassinio di Stato”. Ci teneva ad affermarlo come se si fosse trattato di una promozione. Per sostenerla, affermava che il Genitore doveva essere entrato in possesso (!!!) di documenti così compromettenti, mi pare, per il solito Andreotti che questi (o un altro “uomo potente”) per evitare che potesse “servirsene” lo avrebbe fatto uccidere.

Che l’assassinio “di Stato” sia più appagante per i parenti della vittima e più glorificante per essi di un “qualsiasi” assassinio di mafia, è in sé proposizione aberrante più che stolta.
Ipotizzare, che, poi, tale “qualifica” sarebbe stata ricollegabile ad illeciti del Generale, (che non voglio nemmeno qualificare secondo il codice) per poterci “arrivare” è cosa sconvolgente oltre che decisamente cretina.

Mi fece piacere, poco dopo, sentire che la Sorella, la Figlia del Generale assassinato, aveva risposto alla domanda, appunto se ritenesse quell’assassinio del Padre, “di Stato”, rispose con un netto no. Si direbbe che a non essere dei “mafiosociolghi” i vantaggi intellettuali non sono pochi. Quelli intellettuali.
Questa esigenza di tributare alle vittime più illustri della mafia una “promozione” del loro assassinio si è fatta, intanto, più petulante, assurda e strumentale e, quindi, ipocrita.
Al contempo il campo delle ipotesi, che per certi fanatici antimafia sono dogmi prima ancora di essere formulate, appunto come ipotesi, si estende.
Valgono a coprire gli errori degli stessi inquirenti nelle indagini a suo tempo svolte sugli assassinii, le bugie dei pentiti e persino le baggianate compiute allora dagli stessi “eredi” putativi degli assassinati ed il loro frenetico anarchismo togato.
Abbiamo scritto delle “speranze” di Grasso, pur nell’assenza di qualsiasi indizio di “mani estranee” nell’assassinio di Falcone, speranze in future diverse risultanze. Pare, se la cronaca del convegno all’Orto Botanico di Palermo del 24 maggio, promosso da Ingroia e Di Matteo è esatta, che il Presidente del Senato sia venuto “sviluppando” le sue speranze, indicando il modo di realizzarle. Per avere la “promozione” delle stragi in cui persero la vita Falcone e Borsellino con la “scoperta” di una partecipazione “di Stato”, “occorre qualche collaboratore (pentito) o interno alla mafia o di Stato”. Con così autorevole prescrizione si direbbe che il pentito “occorrente” non mancherà di certo. Grasso è una miniera di rivelazioni degli oscuri pensieri ed anche dei metodi dell’Antimafia.

Ed è singolare che questa analisi presidenziale su ciò che ci vuole per una nuova, agognata “verità” su quella strage sia stata espressa in un convegno il cui tono ed il cui oggetto era essenzialmente la lamentela sullo “scarso impegno” per trovare più appaganti “verità”. Scarso impegno, quindi, nel “procurarsi” nuovi e più fantasiosi pentiti.
Questo atteggiamento, oramai dilagante e d’obbligo tra magistrati, tra i “professionisti dell’Antimafia”, è espressione della loro “ignoranza sospettosa”, fenomeno non nuovo né circoscritto a questo campo, con tutta l’ipocrisia e la malafede che sono implicite in questa “forma mentis”. Ma c’è chi malafede ed ipocrisia ne possiede e ne usa assai di più e sa valersene per profittare della “ignoranza sospettosa” degli altri. Così nascono i progetti e non solo i progetti del giudizial-populismo, con i suoi fanatici, i suoi rituali e le sue cittadinanze onorarie.

Mauro Mellini
Giustiziagiusta.info

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