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Mauro Mellini

Aggressione delle toghe al Parlamento. Il caso Giovanardi

Un caso di inaudita gravità, che da solo basta a provare che il Partito dei Magistrati non tollera più la libertà e l’incensurabilità del Parlamento quando esercita la sua funzione di rappresentanza del Popolo sovrano, si è verificato con la sottoposizione ad indagine penale del Senatore Carlo Giovanardi per il fatto di essersi “con troppo zelo” speso per l’esercizio delle sue funzioni di componente della Commissione Parlamentare Antimafia rilevando e denunziando le malefatte delle Prefetture e dell’apparato di Polizia nel redigere le liste delle imprese “pulite”, cioè immuni da “infiltrazioni mafiose” e ‘ndranghetiste in Romagna con vere e proprie forme di persecuzione e “messa al bando” arbitraria di talune di tali imprese, così portate alla rovina ed al rischio del fallimento.

Una premessa. Conosco Giovanardi da quando ero Deputato e, pur lontano dalle sue posizioni politiche (era allora in D.C., credo c.d. di Destra), ho sempre apprezzato il suo zelo nella difesa di diritti di libertà e nella difesa di Cittadini da abusi giudiziari ed amministrativi.

Ricordo i suoi interventi contro un’ondata di provvedimenti manifestamente assurdi, del Tribunale dei Minori di Bologna che con sciagurata facilità disponevano la “sottrazione alla patria potestà” di bambini per strane elucubrazioni sui criteri educativi dei genitori, quelli che io chiamavo in varie analoghe interrogazioni “kidnapping giudiziari”.
Giovanardi, invece di intendere la sua funzione di componente della c.d. Commissione Parlamentare Antimafia come la celebrazione di un rito incensatorio di “magistrati lottatori” e funzionari della stessa stampa (la Commissione non è “anti-mafia” ma “sul fenomeno della mafia e sulle funzioni repressive dello Stato”) ha rilevato, con riferimento specifico alla sua Regione ed al suo Collegio, casi e fenomeni di carattere particolare o generale, di abuso dei provvedimenti con ingiustificabili messe al bando di imprese (il che implica il vantaggio di altre…) con conseguenze pesanti sull’economia e la salvaguardia di ragguardevoli entità di posti di lavoro.

Lo ha fatto, certamente con quell’impegno e, magari con quell’irruenza che rappresentano il lato migliore del suo carattere. Giovanardi, e questo è il mio dissenso politico dalle sue convinzioni, che non per questo apprezzo e rispetto di meno, come altri avrebbe il dovere di fare anche, se non altro, per preciso disposto di fondamentali principi di democrazia parlamentare, è convinto che sia l’applicazione delle leggi antimafia e di certe loro disposizioni (di alcune delle quali, peraltro è riuscito ad ottenerne aggiustamenti e modifiche, con ciò “offendendo” i più sgangherati “lottatori” togati e non togati…). Io sono, invece convinto che tutto l’apparato antimafia, una legislazione “contro”, di “lotta”, cioè non equa e rispondente a criteri di obiettiva chiarezza e di certi limiti, sia una legislazione in sé pericolosa ed illiberale. Ma, ripeto, questo non ha la minima importanza per ciò che riguarda la figura del Senatore ed il rispetto e l’insindacabilità dovuta alla sua funzione.
Lo “zelo” di Giovanardi ha scatenato una ignobile intolleranza nei suoi confronti, che si è manifestata con una denuncia a suo carico da parte, nientemeno, di due ufficiali dei Carabinieri (Giovanardi è un ex Ufficiale dell’Arma!!) che si sono intesi “minacciati” dalla irruenza di certi suoi interventi ed inoltre, in un procedimento a suo carico, direi per “concorso parlamentare in attività imprenditoriale indiziariamente mafiosa” (non c’è limite alla scempiaggine delle contestazioni in un Paese in cui certe figure di reato possono inventarsele gli stessi magistrati che debbono applicarle).

Il fatto in sé è gravissimo. Si tratta della incriminazione per una attività propria delle funzioni parlamentari e di quelle più specifiche di Commissario di una Commissione Parlamentare.
E’ una vera aggressione al Parlamento che in un qualsiasi Paese libero e democratico avrebbe suscitato un putiferio. Ma da noi a voler fare delle Aule Parlamentari “un bivacco per le camicie nere” o per le toghe nere o rosse non è stato solo Mussolini. La stampa, i partiti di governo o sgoverno o della cosiddetta Opposizione, hanno ignorato questo episodio che non è un episodio qualsiasi ma un attentato mortale alle libere istituzioni.
Nelle “informative” relative al processo al “concorrente esterno”, si legge che “l’attività parlamentare del Senatore Giovanardi, è di per sé non giustificabile (!?!!????!!!!) perché la critica alla normativa delle interdittive (i provvedimenti di messa al banco di imprese “sospette”) si risolverebbe in agevolazione alla mafia…

Ma neppure finisce qui. L’Ufficio di Presidenza della Commissione Parlamentare sul fenomeno della mafia (la cosiddetta Antimafia) ha deliberato di indirizzare al Sen. Giovanardi una lettera “perché, a partire dalla sua posizione giudiziaria valutasse se era ancora opportuna la sua attiva partecipazione alla Commissione”.

Un modo ipocrita e “gentile” per invitarlo a dimettersi ed a togliersi di mezzo.
Già: la Presidenza, cioè Rosy Bindi e Compagni. Non si cava il sangue dalle rape, mi direte. Ma con questa lettera l’ineffabile Signora ed i suoi sodali dell’Ufficio di Presidenza hanno dato il loro “concorso interno” (più interno di così!) all’attentato alle istituzioni parlamentari.

Il “concorso esterno” lo hanno dato i giornali, in particolare l’Espresso.
Al Senatore Giovanardi tutta la nostra solidarietà che spero vivamente gli sia manifestata singolarmente dai nostri lettori.

Non ci limiteremo a questo scritto.
Occorre difenderci da tali attacchi alla nostra associazione. E da certi ineffabili imbecilli.
Liberiamoci!!!

L’indirizzo e-mail di Giovanardi è: carloamedeo.giovanardi@senato.it

Mauro Mellini

Politica senza ideali, disastro e corruzione

La Prima Repubblica è stata la Repubblica dei partiti e delle ideologie. Ogni partito vantava una sua ideologia, proclamandosene custode arcigno.
Le ideologie sopravanzavano di idee ed ideali fornendo ipoteche nella vita culturale del Paese.

La caduta del sistema politico della Prima Repubblica dovuto al golpe giudiziario-mediatico ha coinciso temporalmente con la caduta dei regimi del Socialismo reale dell’Est europeo. Non certo, solo temporalmente. Le ideologie hanno rappresentato l’ingessatura e l’etichetta di garanzia del monopolio delle idee. Ma, alla loro caduta non è intervenuta la liberazione delle idee e degli ideali. Dentro quell’ingessatura non era rimasto niente.
Tutto si è risolto in una melma sub-culturale. Di detriti, di miti, di superstizioni, le ideologie catto-comuniste ne hanno lasciati tanti. Ed ancor più ne hanno lasciate quelle loro frange estremiste che oggi si ritrovano in una vasta area, appunto, subculturale, che va oltre la nostra Sinistra (si fa per dire) perché anche fazioni etichettate di Destra ne sono intrise. E’ la subcultura dei luoghi comuni, dell’inconcludenza, del sentito dire (male ascoltato) di cui abbiamo ed abbiamo avuto campioni esaltati e, magari, presi sul serio.

Senza ideologie, senza ideali, senza idee, sono le (cosiddette) forze politiche attuali. Con la scusa, più che con l’obiettivo, di “tagliare l’erba sotto i piedi” al grillismo, sintesi estremista di questa sub-cultura del sentito dire e dell’”antipolitica”, un po’ tutte le forze politiche si sono ripiegate su sé stesse, hanno finito per riconoscersi solo con i loro leader (tipico è quel ridicolo “presidente…tizio” sui loro simboli elettorali).

L’unione Europea, concepita da spiriti grandi e generosi, è divenuta l’alibi di uno standard politico segnato dalle regole e dalle burocrazie comunitarie che finiscono per divenire l’alibi della vacuità di tutti: a cominciare proprio dagli antieuropeisti, che se ne fanno un alibi del loro “volare basso”, che, poi, è solo uno starnazzare.
Senza ideali e senza idee la politica del nostro Paese degenera in inconcludenti risse verbali e nel sostanziale governo di eversive consorterie istituzionali, prima fra tutte il Partito dei Magistrati.

E dilaga la corruzione. Senza idee e senza ideali il tornaconto proprio e quello dei propri compari, sodali, mandanti, protettori e protetti è lo scopo del “darsi alla politica”, magari avendo cura di fare professione di antipolitica e, soprattutto, di “diversità”. Tutti si proclamano “diversi”, con odiosa monotonia.
Malinconica espressione dei malumori di un’età decaduta e di una notte insonne? Può darsi. Vorrei tanto essere smentito. Sopravvivo con questa speranza.

Mauro Mellini

Vittime illustri: l’assassinio ha da essere “di Stato”

Capaci-FalconeVenticinquesimo anniversario dell’assassinio di Falcone. L’ipocrisia, la strumentalizzazione e l’idiozia delle commemorazioni, specie palermitane, ha superato ogni limite di tollerabilità. Non si stancano di ripetere che Falcone era andato a Roma, al Ministero, per meglio organizzare gli strumenti legislativi della lotta alla mafia. E’ questo un falso ridicolo e patente. Se ne era andato perché i suoi colleghi gli avevano reso irrespirabile l’aria di Palermo. Quelli stessi che poi lo hanno eretto a santo e maestro, che se ne sono dichiarati eredi e continuatori.Ciò è tanto più noto quanto più sfacciatamente e tranquillamente dimenticato.
C’è invece un altro aspetto dell’oscenità di certe “commemorazioni” che di anno in anno si fa più petulante, assurdo, aggressivo ed eversivo. E’ la pretesa di “dovere” a Falcone, come a Borsellino e come già ad altre vittime della ferocia mafiosa, una “promozione”. Non basta la glorificazione a base di false affermazioni di aver lasciato un’eredità morale e politico-professionale luminosa e straordinaria per poter aumentare il bollino dell’appropriazione indebito di essa. Ritengono di dovere a queste vittime illustri (ed anche a qualcuna un po’ meno illustre, se questa “graduazione” è lecita) di essere riconosciute vittime di un assassinio “che non fu solo di mafia”. Vittime illustri, dunque assassinio “straordinario”. Di Stato.

E qui vien fuori la subcultura della Sinistra pseudorivoluzionaria degli “anni di piombo”, per la quale era d’obbligo, anche tra i vezzeggiatori degli assassini terroristi, proclamare l’assioma: “la strage è di Stato”, di fronte ad assassini di diversa (?) matrice.
L’Antimafia militante e ruggente (e petulante ed ipocrita) sente il “dovere” di proclamare che gli assassinati dalla mafia non sono tali, o, almeno “non sono solo di mafia”. Quelli più importanti, sono anche, debbono essere, se no è una mancanza al rispetto ed alla memoria loro dovuti, “di Stato”.

O, nel linguaggio attuale, che, poi, non è meno arrogante e falso di “pezzi dello Stato”, senza rinunziare a “pezzi” ed anche all’intero di altri Stati (“c’è dietro “la CIA” è un altro cespite dell’eredità subculturale della Sinistra).
Anni fa rimasi molto scosso sentendo il figlio “mafiosociologo” Nando del Generale Dalla Chiesa proclamare che il Padre non era stato vittima della mafia, ma di un “assassinio di Stato”. Ci teneva ad affermarlo come se si fosse trattato di una promozione. Per sostenerla, affermava che il Genitore doveva essere entrato in possesso (!!!) di documenti così compromettenti, mi pare, per il solito Andreotti che questi (o un altro “uomo potente”) per evitare che potesse “servirsene” lo avrebbe fatto uccidere.

Che l’assassinio “di Stato” sia più appagante per i parenti della vittima e più glorificante per essi di un “qualsiasi” assassinio di mafia, è in sé proposizione aberrante più che stolta.
Ipotizzare, che, poi, tale “qualifica” sarebbe stata ricollegabile ad illeciti del Generale, (che non voglio nemmeno qualificare secondo il codice) per poterci “arrivare” è cosa sconvolgente oltre che decisamente cretina.

Mi fece piacere, poco dopo, sentire che la Sorella, la Figlia del Generale assassinato, aveva risposto alla domanda, appunto se ritenesse quell’assassinio del Padre, “di Stato”, rispose con un netto no. Si direbbe che a non essere dei “mafiosociolghi” i vantaggi intellettuali non sono pochi. Quelli intellettuali.
Questa esigenza di tributare alle vittime più illustri della mafia una “promozione” del loro assassinio si è fatta, intanto, più petulante, assurda e strumentale e, quindi, ipocrita.
Al contempo il campo delle ipotesi, che per certi fanatici antimafia sono dogmi prima ancora di essere formulate, appunto come ipotesi, si estende.
Valgono a coprire gli errori degli stessi inquirenti nelle indagini a suo tempo svolte sugli assassinii, le bugie dei pentiti e persino le baggianate compiute allora dagli stessi “eredi” putativi degli assassinati ed il loro frenetico anarchismo togato.
Abbiamo scritto delle “speranze” di Grasso, pur nell’assenza di qualsiasi indizio di “mani estranee” nell’assassinio di Falcone, speranze in future diverse risultanze. Pare, se la cronaca del convegno all’Orto Botanico di Palermo del 24 maggio, promosso da Ingroia e Di Matteo è esatta, che il Presidente del Senato sia venuto “sviluppando” le sue speranze, indicando il modo di realizzarle. Per avere la “promozione” delle stragi in cui persero la vita Falcone e Borsellino con la “scoperta” di una partecipazione “di Stato”, “occorre qualche collaboratore (pentito) o interno alla mafia o di Stato”. Con così autorevole prescrizione si direbbe che il pentito “occorrente” non mancherà di certo. Grasso è una miniera di rivelazioni degli oscuri pensieri ed anche dei metodi dell’Antimafia.

Ed è singolare che questa analisi presidenziale su ciò che ci vuole per una nuova, agognata “verità” su quella strage sia stata espressa in un convegno il cui tono ed il cui oggetto era essenzialmente la lamentela sullo “scarso impegno” per trovare più appaganti “verità”. Scarso impegno, quindi, nel “procurarsi” nuovi e più fantasiosi pentiti.
Questo atteggiamento, oramai dilagante e d’obbligo tra magistrati, tra i “professionisti dell’Antimafia”, è espressione della loro “ignoranza sospettosa”, fenomeno non nuovo né circoscritto a questo campo, con tutta l’ipocrisia e la malafede che sono implicite in questa “forma mentis”. Ma c’è chi malafede ed ipocrisia ne possiede e ne usa assai di più e sa valersene per profittare della “ignoranza sospettosa” degli altri. Così nascono i progetti e non solo i progetti del giudizial-populismo, con i suoi fanatici, i suoi rituali e le sue cittadinanze onorarie.

Mauro Mellini
Giustiziagiusta.info

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