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Melissa Aglietti

Meral Akşener, la ‘lupa’ che sfida Erdogan da destra

meral_aksenerinDurante il suo primo discorso pubblico al Nazim Hikmet Cultural Center di Ankara, Meral Akşener è stata più volte interrotta dai cori dei presenti che ripetevano a squarciagola lo slogan “Meral primo ministro”. “No, non primo ministro ma presidente”, aveva subito replicato la Akşener. La “Lupa”, come la chiamano i suoi sostenitori, ha deciso di mostrare i denti e sfida il Sultano in vista delle elezioni del 2019. Una sfida ufficializzata il 25 ottobre scorso con la nascita dell’Iyi Parti, il Buon Partito, e che promette di ridisegnare lo scenario politico turco.
Sessantun anni, un dottorato in storia e un passato di primo piano nel governo di Necmettin Erbakan come ministro degli interni, nell’autunno del 2016 la Akşener è stata espulsa dal Partito del Movimento Nazionalista (MHP) dopo il tentativo fallito di ribaltare la leadership di Devlet Bahçeli, accusato di essere sempre più vicino alle posizioni del Sultano e fin troppo solerte a rinfiancarlo a ogni scricchiolio di maggioranza. Una comunione d’intenti quella fra l’anziano esponente del partito ultranazionalista e il presidente Erdoğan suggellata dal sostegno dei nazionalisti al referendum costituzionale dello scorso 16 aprile, determinante per la vittoria del “sì” e la conseguente trasformazione della Turchia in una repubblica presidenziale.
Ma per poter trarre beneficio dalle modifiche costituzionali e puntare dritto al traguardo del 2029, Erdoğan deve assicurarsi la maggioranza sia alle parlamentari che alle presidenziali del 2019. Ma la Akşener potrebbe rivelarsi più pericolosa del previsto. E Erdoğan ha avuto un assaggio dei denti della Lupa proprio durante campagna per il referendum costituzionale, che ha visto l’ex ministro schierarsi per il “no”. Un morso che ha costretto il presidente a non concedere alla Akşener nessuno spazio televisivo e a proibire alcuni dei suoi comizi. In un hotel in cui si doveva tenere un suo discorso è stata addirittura tagliata la luce. “Per lui sono una seccatura ̶ aveva detto a maggio in un’intervista al Time ̶ perché sa che sono una minaccia reale”.
E mentre l’opposizione si sfarina tra tintinnii di manette e cambi di casacca, il partito del sole ha già lanciato la sua campagna. Salvaguardia della democrazia e della libertà di stampa, rilancio economico e revisione del sistema giudiziario: sono questi i tasti principali su cui la Akşener premerà.
L’obiettivo della Lupa è, infatti, quello di conquistarsi non solo l’elettorato nazionalista e di centrodestra ma anche i democratici, puntando a un programma che possa risultare appetibile anche agli elettori più esigenti. E proprio l’indecisione dell’elettorato di destra potrebbe giocare a favore del partito del sole. Ma per il momento la partita resta aperta.

Welcome to Pisa Festival​​​​​​​​​​​​​​​​. Arte urbana sulle tracce di Keith Haring

ozmo bozzettoIl 30 settembre 2017 si inaugura a Pisa il Welcome to Pisa Festival, la rassegna di arte pubblica che ha visto la realizzazione di dieci murales, proprio nella città che ospita “Tuttomondo”, l’ultima opera pubblica che Keith Haring realizzò prima della morte. Un museo a cielo aperto in costante dialogo con l’arte e le architetture del passato, che arricchisce la città con opere monumentali di cinque grandi artisti urbani di fama internazionale, e riprende in questo modo il percorso iniziato dal grande artista americano.

L’iniziativa, a cura di Gian Guido Maria Grassi, è realizzata con la collaborazione del Comune di Pisa, il contributo della Regione Toscana e del Consiglio Regionale della Toscana, il patrocinio dell’Università di Pisa, la partecipazione del Consiglio Territoriale di Partecipazione 2 della città di Pisa e dell’Associazione Casa della Città Leopolda e con il sostegno di Navicelli Spa, Saint-Gobain Glass Italia, Caparolcenter, Soci Coop Firenze e Confesercenti e Palestra Quarter body fit. La direzione esecutiva dei lavori è affidata a Roberto Pasqualetti, dirigente alla qualità e al restauro dei beni storico artistici del Comune di Pisa.

Il Welcome to Pisa Festival si compone di una serie di interventi murali permanenti nel quartiere di Porta a Mare, tradizionale porta di accesso alla città toscana in direzione del litorale. Le opere, realizzate sulle pareti esterne di edifici pubblici e privati, portano la firma dei grandi dell’arte muraria contemporanea e costituiscono un mosaico i cui tasselli sono espressione dei diversi linguaggi artistici odierni: dalle astrazioni e le geometrie di Moneyless(Teo Pirisi) e Alberonero (Luca Boffi), al monumentale murale figurativo di 550 mq di Gaia (Andrew Pisacane), dedicato alla storia del quartiere e vero e proprio monumento al lavoro, passando per le elaborate scenografie urbane di Tellas (Fabio Schirru), che restituiscono alla natura aree che le sono state sottratte dal cemento, fino all’iconografico Galileo di Ozmo (Gionata Gesi). Cinque artisti che adoperano la superficie muraria come tela e i cui lavori sono esposti nei più importanti musei internazionali e nazionali, come il MACRO di Roma e il Museo del Novecento di Milano.

Gli artisti hanno reso omaggio alla città di Pisa realizzando anche alcuni interventi sui piloni del tratto sopraelevato della SGC Firenze-Pisa-Livorno, nel punto in cui interseca la Darsena pisana. Un luogo di libertà dove gli street artist si sono potuti esprimere senza censure, restituendo così alla comunità un’area ormai dimenticata.

Temi centrali del festival l’acqua, quale elemento vitale del panorama cittadino, e la prestigiosa storia del quartiere di Porta a Mare, declinati in opere di natura sia figurativa che astratta. Il festival, che ha visto anche la partecipazione del critico d’arte Philippe Daverio, si prefigge infatti l’ambizioso obiettivo di coniugare riqualificazione urbana e culturale attraverso la creazione di un importante distretto di arte contemporanea di respiro internazionale, facilmente accessibile e fruibile, inserendosi a pieno titolo nel percorso tracciato nel 1989 da Keith Haring con l’opera “Tuttomondo”, ospitato sulla facciata della Chiesa di Sant’Antonio Abate, a pochi metri dalla stazione di Pisa, e divenuto il secondo monumento più visitato dai turisti nella città toscana dopo la celebre torre.

Il progetto nasce dall’idea di Gian Guido Maria Grassi, classe 1988 e studente dell’Università di Pisa, cresciuto a stretto contatto con artisti di rilievo internazionale, che ha deciso di farsi promotore di un’iniziativa che punta a riportare l’arte alla sua dimensione pubblica e urbana. Il giovane curatore è riuscito a concretizzare la sua idea grazie all’incontro con l’Assessore alla Cultura del Comune di Pisa Andrea Ferrante e all’artista Teo Pirisi e coinvolgendo un gruppo di giovani collaboratori che lo hanno coadiuvato nella gestione del progetto, con entusiasmo e professionalità, con i quali ha dato vita al gruppo stART. L’iniziativa ha coinvolto le realtà produttive di zona, ma anche quelle territoriali, avviando così un processo di arte partecipata con gli abitanti del quartiere, che hanno accolto con grande entusiasmo la realizzazione delle opere in tutte le sue fasi. La comunità locale ha, infatti, dialogato con gli artisti e gli organizzatori e partecipato attivamente alla realizzazione dei murales, a riprova del valore indiscusso dell’arte, soprattutto nella sua dimensione pubblica.

Zeyrek, il quartiere di Istanbul dove sopravvive il tradizionalismo

Pubblichiamo di seguito il racconto di Melissa Aglietti su Istanbul, una città che hanno visto in tanti, ma che conoscono in pochi.

646d959b-6ccb-429b-aa55-d3c7449a0e64Furkan è seduto davanti a me, con il giovane volto rigato dalle scie di fumo che salgono dal suo bicchiere di çay. Fuori dal piccolo bar di Beyoğlu il cielo ha lo stesso colore dei grossi blocchi di pietra delle moschee imperiali. «Mi dispiace davvero, ma non so come aiutarti», dice, quasi dispiaciuto, tra una sorsata e l’altra. Furkan è nato e cresciuto a Istanbul. Ha studiato biologia e adesso è assistente alla İstanbul Üniversitesi. Eppure appare spiazzato dalla mia richiesta di essere accompagnata a Zeyrek, quasi si trattasse di un luogo fantastico e non di un sobborgo della sua città. «Ѐ la prima volta che ne sento parlare, non so nemmeno dove sia. Ѐ quasi imbarazzante, non credi?», borbotta prima di affidarmi a un grasso tassista dallo sguardo furbo, che mi assicura in un inglese stentato di conoscere la zona dove sono diretta.

Durante il viaggio non ci scambiamo molte parole. «Perché vuoi andare proprio lì? I turisti non ci vanno mai», sentenzia lapidario. E non mi ci vuole molto per capirne il perché. Zeyrek è il quartiere dimenticato di Istanbul. Qua, a differenza di Beyoğlu e di altre zone del versante europeo, il riposo notturno dei suoi abitanti non è disturbato dal ruggito delle ruspe nei cantieri. La frenetica corsa al cemento, sostenuta con forza dal presidente Recep Tayyip Erdoğan, non ha toccato queste aree, dove anonime palazzine anni ’50 si alternano ai resti delle antiche residenze dei pascià, oggi poste sotto la tutela dell’Unesco. Queste vecchie case, dagli assi di legno ormai marcio, che al posto delle finestre, come orbite vuote di un teschio, hanno grandi aperture buie, raccontano una storia che la città sembra voler dimenticare.baf98e89-8ac5-4fd1-bfcc-3f678b80aeb4

Ma Zeyrek è anche il quartiere che meglio incarna lo spirito di Istanbul, lontano dalle atmosfere patinate ed esageratamente esotiche di Sultanahmet. Abitata dalle fasce più povere e più conservatrici della popolazione, Zeyrek è il quartiere in cui l’impronta musulmana è più profonda che altrove. In questa zona, dove l’entrata nei bar è preclusa alle donne, per le insegne dei negozi si adotta ancora l’alfabeto arabo, abolito agli albori della Repubblica turca, segno di un tradizionalismo che sopravvive con tenacia ai cambiamenti storico-sociali che hanno attraversato la città. A Zeyrek anche i bambini che giocano rumorosamente per le strade indossano la shiashia. Ridono spensierati mentre riconcorrono le galline che, goffamente, cercano riparo dietro le auto parcheggiate. Ma si fanno improvvisamente seri e pensierosi quando si accorgono che voglio fotografarli. Le bambine, nascoste sotto neri chador, abbassano gli occhi ogni volta che incrociano il mio sguardo incuriosito, mentre le donne, che qua si muovono lente e sempre in gruppo, appaiono impalpabili come fantasmi nei loro lunghi veli scuri.

dbaf6e6d-1094-4792-8b73-a7ae3a24e82aЀ un’Istanbul diversa, più intima, quella che si respira fra queste vie, impietosamente battute dai venti del Bosforo. Sfuggita ai vari progetti di riqualificazione che hanno, invece, martoriato altre aree della città, come accaduto nel 2009 all’antico quartiere rom di Sulukule, Zeyrek ha fatto del degrado la sua bellezza. Ma è una bellezza silenziosa e triste, simile a quella degli stanchi venditori di simit che trascinano faticosamente i loro carretti lungo la collina. Tra gli ultimi testimoni di una storia scomoda perché dolorosa, il quartiere porta orgogliosamente le cicatrici del travagliato passaggio da impero a nazione, svelando il lato più autentico di Istanbul, città malinconicamente sospesa fra il desiderio spasmodico di rinnovarsi e la volontà di ricreare il passato.

Luci e ombre
di Montmartre a Palazzo blu con Toulouse-Lautrec

toulouse-lautrec-pisa-07Le atmosfere eleganti ed austere di Palazzo Blu a Pisa si fondono con le brezze sconvolgenti e frenetiche di Montmartre e Pigalle, magistralmente rappresentate dal tratto sicuro e preciso del conte Henri de Toulouse-Lautrec. Dell’artista di Albi, la mostra “Toulouse-Lautrec. Luci e ombre di Montmartre”, curata dalla professoressa Maria Teresa Benedetti e visitabile fino al 14 febbraio, ospita ben 180 opere tra dipinti, disegni, manifesti e litografie, offrendo la più completa collezione di opere grafiche originali dell’artista. In esposizione anche una selezione di opere di Giovanni Boldini, Federico Zandomeneghi, Serafino Macchiati e Pompeo Mariani, gli Italiens de Paris che più si sono ispirati alla produzione di Lautrec.

Profondo conoscitore e spietato interprete del suo tempo, il conte di Albi si distinguerà ben presto nei ferventi ambienti artistici della Ville Lumière, già scossa dai burrascosi venti delle Avanguardie, per il suo stile schietto e innovativo. “Questo Tolouse-Lautrec è proprio uno svergognato; egli rifiuta ogni genere di abbellimento sia nel disegno che nei colori. Bianco, nero, rosso a grandi macchie e forme semplici, é questo il suo stile. […] Era un osservatore implacabile ma il suo pennello non mentiva”, dirà il critico d’arte francese Félix Fénéon. E difatti, il vero tratto distintivo dell’artista, fortemente influenzato dalle suggestioni delle stampe giapponesi e dalla tradizione del disegno satirico francese, diverranno le linee nette e sapientemente domate, la pennellata piatta e sicura e le ampie ed uniformi zone cromatiche, che relegano la scena nella sfera della bidimensionalità, negandone ogni volume e profondità. Celebri sono le locandine realizzate da Lautrec per pubblicizzare le esibizioni delle più famose vedettes e dei più graffianti chansonniers, dalla sinuosa Yvette Guilbert all’amica Jane Avril, entrambe raffigurate nel manifesto per il “Divan Japonais”, fino allo scanzonato Aristide Bruant e alla spudorata danzatrice Louise Weber, detta la “Goulue”, a cui Toulouse-Lautrec dedicherà la sua prima affiche, nel 1891. Vere e proprie opere d’arte “di strada”, in cui sembra risuonare il vorticoso roteare delle gonne delle ballerine, voluttuosamente avvolte dal fumo dei sigari, le locandine dell’artista susciteranno a tal punto l’interesse del pubblico cittadino tanto da diventare oggetti da collezione.

mostra-di-henri-de-toulouse-lautrec-00389850-001Lo stesso Picasso ne rimarrà così affascinato da affermare: “[…] avevo sviluppato una passione per i manifesti. Aspettavo spesso sera per andare a staccare quelli che mi piacevano […]”. Da questa particolare attenzione per un tipo di arte più immediata e dal carattere divulgativo nascerà la passione dell’arista per la grafica pubblicitaria. Sui muri di Parigi compaiono poster che riproducono copertine di libri e riviste, prodotti commerciali e stampe satiriche, che consacreranno il conte d’Albi come inventore della moderna pubblicità. Il grande interesse per il teatro d’avanguardia, invece, permetterà a Lautrec di approfondire la propria passione per il caricaturale. Il palcoscenico è, infatti, il luogo preposto all’esagerazione di vizi e virtù, al parossismo e al grottesco, tutti elementi che trovano la loro massima espressione nelle linee essenziali e indagatrici adoperate dall’artista per descrivere i volti di attori e spettatori. Ma Lautrec non è solo il cantore della scintillante e spudorata Parigi del Moulin Rouge, dei cafè-concert e delle maisons-closes. Dolcissime le undici litografie del ciclo “Elles”, raffiguranti malinconiche clownesse e prostitute infelici.

Spogliate di tutta la loro valenza erotica, le prostitute della casa chiusa di rue des Moulins, dove l’artista trascorse come ospite alcuni mesi, sono sorprese in una quotidianità che si compone di una gestualità fiacca e innocente. Percorse da una vena più intimistica e ombrosa sono, invece, le litografie appartenenti agli ultimi anni di vita dell’artista. Contraddistinte da una forte varietà tematica, ora raffigurano fresche cameriere, ora, con minuzia cronistica, rappresentano scandali politici e manifestazioni studentesche. Forte è in queste opere il richiamo alla spensieratezza dell’infanzia, richiamata nelle numerose rappresentazioni che hanno come tema cavalli, fantini, animali e il favoloso mondo del circo. Ancora una volta, la tecnica dell’artista, arricchita dal chiaroscuro, interrompe la dinamicità delle scene rappresentate, confinandole nella rassicurante staticità di un attimo che Lautrec, ormai stanco e gravemente ammalato, sa essere fugace. Un ultimo disperato tentativo di rendere eterno quell’istante che il conte d’Albi sente inesorabilmente sgusciare di mano.

Melissa Aglietti

Luci e ombre di Montmartre. Toulouse-Lautrec arriva a Palazzo Blu

mostra-di-henri-de-toulouse-lautrec-00389850-001Le atmosfere eleganti ed austere di Palazzo Blu a Pisa si fondono con le brezze sconvolgenti e frenetiche di Montmartre e Pigalle, magistralmente rappresentate dal tratto sicuro e preciso del conte Henri de Toulouse-Lautrec. Dell’artista di Albi, la mostra “Toulouse-Lautrec. Luci e ombre di Montmartre”, curata dalla professoressa Maria Teresa Benedetti e visitabile fino al 14 febbraio, ospita ben 180 opere tra dipinti, disegni, manifesti e litografie, offrendo la più completa collezione di opere grafiche originali dell’artista. In esposizione anche una selezione di opere di Giovanni Boldini, Federico Zandomeneghi, Serafino Macchiati e Pompeo Mariani, gli Italiens de Paris che più si sono ispirati alla produzione di Lautrec. Profondo conoscitore e spietato interprete del suo tempo, il conte di Albi si distinguerà ben presto nei ferventi ambienti artistici della Ville Lumière, già scossa dai burrascosi venti delle Avanguardie, per il suo stile schietto e innovativo. “Questo Tolouse-Lautrec è proprio uno svergognato; egli rifiuta ogni genere di abbellimento sia nel disegno che nei colori. Bianco, nero, rosso a grandi macchie e forme semplici, é questo il suo stile. […] Era un osservatore implacabile ma il suo pennello non mentiva”, dirà il critico d’arte francese Félix Fénéon. E difatti, il vero tratto distintivo dell’artista, fortemente influenzato dalle suggestioni delle stampe giapponesi e dalla tradizione del disegno satirico francese, diverranno le linee nette e sapientemente domate, la pennellata piatta e sicura e le ampie ed uniformi zone cromatiche, che relegano la scena nella sfera della bidimensionalità, negandone ogni volume e profondità. Celebri sono le locandine realizzate da Lautrec per pubblicizzare le esibizioni delle più famose vedettes e dei più graffianti chansonniers, dalla sinuosa Yvette Guilbert all’amica Jane Avril, entrambe raffigurate nel manifesto per il “Divan Japonais”, fino allo scanzonato Aristide Bruant e alla spudorata danzatrice Louise Weber, detta la “Goulue”, a cui Toulouse-Lautrec dedicherà la sua prima affiche, nel 1891. Vere e proprie opere d’arte “di strada”, in cui sembra risuonare il vorticoso roteare delle gonne delle ballerine, voluttuosamente avvolte dal fumo dei sigari, le locandine dell’artista susciteranno a tal punto l’interesse del pubblico cittadino tanto da diventare oggetti da collezione.

Lo stesso Picasso ne rimarrà così affascinato da affermare: “[…] avevo sviluppato una passione per i manifesti. Aspettavo spesso sera per andare a staccare quelli che mi piacevano […]”. Da questa particolare attenzione per un tipo di arte più immediata e dal carattere divulgativo nascerà la passione dell’arista per la grafica pubblicitaria. Sui muri di Parigi compaiono poster che riproducono copertine di libri e riviste, prodotti commerciali e stampe satiriche, che consacreranno il conte d’Albi come inventore della moderna pubblicità. Il grande interesse per il teatro d’avanguardia, invece, permetterà a Lautrec di approfondire la propria passione per il caricaturale. Il palcoscenico è, infatti, il luogo preposto all’esagerazione di vizi e virtù, al parossismo e al grottesco, tutti elementi che trovano la loro massima espressione nelle linee essenziali e indagatrici adoperate dall’artista per descrivere i volti di attori e spettatori. Ma Lautrec non è solo il cantore della scintillante e spudorata Parigi del Moulin Rouge, dei cafè-concert e delle maisons-closes. Dolcissime le undici litografie del ciclo “Elles”, raffiguranti malinconiche clownesse e prostitute infelici.

Spogliate di tutta la loro valenza erotica, le prostitute della casa chiusa di rue des Moulins, dove l’artista trascorse come ospite alcuni mesi, sono sorprese in una quotidianità che si compone di una gestualità fiacca e innocente. Percorse da una vena più intimistica e ombrosa sono, invece, le litografie appartenenti agli ultimi anni di vita dell’artista. Contraddistinte da una forte varietà tematica, ora raffigurano fresche cameriere, ora, con minuzia cronistica, rappresentano scandali politici e manifestazioni studentesche. Forte è in queste opere il richiamo alla spensieratezza dell’infanzia, richiamata nelle numerose rappresentazioni che hanno come tema cavalli, fantini, animali e il favoloso mondo del circo. Ancora una volta, la tecnica dell’artista, arricchita dal chiaroscuro, interrompe la dinamicità delle scene rappresentate, confinandole nella rassicurante staticità di un attimo che Lautrec, ormai stanco e gravemente ammalato, sa essere fugace. Un ultimo disperato tentativo di rendere eterno quell’istante che il conte d’Albi sente inesorabilmente sgusciare di mano.

Melissa Aglietti

Sarajevo. Tra decadenza
e modernità

SarajevoA Sarajevo la guerra è finita da vent’anni. Ma nei volti che si incontrano per strada si legge ancora quella feroce arroganza tipica di chi combatte. Edifici marchiati dal fuoco dei cecchini si alternano parossisticamente a grattacieli di nuova costruzione dalle forme audaci e sfrontate, in un disturbante mosaico di architetture. A Sarajevo la guerra è finita. I giovani bosniaci, complice anche la crescente disoccupazione, sono tornati a popolare le antiche vie del centro dal delizioso odore di spezie e caffè, dove il gusto europeo, ereditato dalla dominazione austro-ungarica, si fonde alle forti reminiscenze ottomane e agli alti minareti. I locali della movida, con il wi-fi, le luci abbaglianti e la musica frastornante, sembrano offuscare gli schizzi di vernice rossa lasciati agli angoli delle strade a ricordo delle vittime delle granate. I grandi centri commerciali, come l’imponente «Sarajevo City Center», costruiti dai ricchi arabi sauditi, convinti che Sarajevo costituisca per loro una finestra musulmana sull’Europa, distolgono l’attenzione dalle obsolete carrozze del tram, impietose donazioni di Austria e Francia.

A Sarajevo la guerra è finita. Ma più di undicimila dei suoi abitanti riposa nei cimiteri che vestono di bianco le colline circostanti, mentre nelle strade sottostanti imperversano le gare automobilistiche clandestine, ormai vera e propria piaga sociale. Più di una volta, seduti in un Caffè, può capitare di sentir sentenziare, con quella profetica convinzione mista a colpevole ingenuità propria dei nostalgici, che Tito «non era un dittatore», ma «un grande uomo e politico», e se si prova a ricordare i crimini commessi dal regime titino si finisce con il restare invischiati in un cieco giustificazionismo. A Sarajevo la guerra è finita. Ma le elezioni dello scorso ottobre hanno riconfermato la vecchia e corrotta élite politica, distruggendo le speranze di tutti coloro che avevano, forse troppo frettolosamente, creduto a una «primavera bosniaca» dopo i disordini del febbraio 2014. I partiti nazionalisti e conservatori sono tornati alla guida di un paese reso volontariamente ingovernabile dal pesante apparato statale ereditato dagli accordi di Dayton; quegli stessi accordi che hanno posto fine alle violenze, ma non alla guerra, che continua a essere combattuta a colpi di burocrazia e velleità secessioniste.

Melissa Aglietti

L’etica del movimento
di Giovanni Boldini
in mostra a Forlì

Boldini ForlìVolti diafani, abiti sericei e flessuose figure dai contorni allungati, che, in bilico sulla tela, come taglienti e improvvise lame di colore, squarciano quella sottile cortina tra la realtà dello spettatore e dell’artista: è questa la cifra stilistica di Giovanni Boldini, il pittore ferrarese che sull’etica del movimento e del divenire ha fondato tutto il suo genio. Amato e discusso dai contemporanei, di lui si poteva dire “non è né un creatore, né un poeta, si può persino dubitare che sia un pittore” e allo stesso tempo “Goya non ha colto in modo più suggestivo [di Boldini] l’enigma di un bel viso”, fino a consacrarlo come “il più grande pittore del secolo scorso”. I Musei San Domenico di Forlì omaggiano il pittore ferrarese con “Lo spettacolo della modernità”, la più grande retrospettiva a lui dedicata – curata da Fernando Mazzocca e Francesca Dini – visitabile fino al prossimo 14 giugno. Più di duecento opere in mostra tra dipinti, disegni, acquerelli e incisioni valorizzano la sfaccettata attività creativa di un’artista che disegnava ovunque, perfino sulle tovaglie e sui tovaglioli dei ristoranti.

La rassegna percorre la lunghissima e variegata carriera di Boldini: dagli anni fiorentini a contatto con i Macchiaioli, caratterizzati dalla produzione di piccoli dipinti di straordinaria originalità che rinnovarono la concezione del ritratto macchiaiolo, fino al definitivo trasferimento a Parigi, dove si affermerà come principale cantore della vita mondana e culturale della capitale francese. BoldiniAccusato di superficialità dalle nascenti Avanguardie e di mirare a compiacere le signore e i signori alla moda con una pittura che appariva più “industria” che arte, l’artista ferrarese fu completamente dimenticato con l’arrivo della Grande Guerra e la fine dell’era dei dandies e delle sensuali “femmes-fleurs”. Boldini possedeva in realtà il sentimento dell’intuizione dell’epoca a lui contemporanea, la grandiosa capacità di comprendere quel mondo chiassoso e accecante, il mondo degli sfrenati Cafè e degli eleganti salotti. Qualità che il pittore Telemaco Signorini, uomo avaro nel dispensare apprezzamenti, non tardò a riconoscere e che trovano la loro massima espressione in quei ritratti mondani, soprattutto femminili, divenuti icone di un’epoca-la Belle Époque– ingenuamente proiettata a un futuro che non tarderà a rivelare le sue tragicità.

Melissa Aglietti

 

 

‘Encerrados’, il Sud
America raccontato
attraverso le sue carceri

encerrados-valerio-bispuriNella sua più famosa commedia, lo scrittore latino Publio Terenzio Afro affida alle parole di Cremete la celebre formula “Homo sum, humani nihil a me alienum puto”, che letteralmente significa: “sono un essere umano, non ritengo a me estraneo nulla di umano”. Ed è proprio questo autentico e spudorato interesse “dell’uomo per l’uomo” che percorre, come un impulso elettrico lungo le fibre nervose di un corpo, Encerrados, intenso lavoro del fotografo romano Valerio Bispuri, raccolto nell’omonimo libro edito da “Contrasto”. Nato quasi per caso nel 2002, questo progetto, lungo dieci anni, nasce dal tentativo di raccontare il continente sudamericano e la sua gente attraverso un aspetto, quello delle 74 carceri visitate dall’autore, che, seppur unico nelle sue specificità, si presenta come fattore aggregante di varie realtà.

Scorrendo le pagine di Encerrados si è come proiettati fuori dal tempo e dallo spazio, sensazione rafforzata dalla scelta dei toni del bianco e del nero. Ma questa violenta atemporalità e aspazialità permette la completa identificazione con il soggetto, la totale compenetrazione tra lo spettatore e una realtà popolata da ombre rabbiose e primitive, ma anche da donne vestite a festa e di uomini che si scambiano palleggi; una realtà intrisa dell’odore di corpi nudi e di latrina, dell’odore metallico delle lame dei coltelli e di quello secco delle siringhe.

Bolivia, Perù, Ecuador, Argentina, Cile, Uruguay, Brasile, Colombia e Venezuela si specchiano in una quotidianità, quella degli “encerrados”, che suona quasi come un paradosso, perché, nonostante le condizioni inumane delle carceri, la percentuale dei suicidi è quasi nulla se rapportata ai numeri di suicidi nelle prigioni europee e statunitensi. Complice un rovesciamento in cui la vera vita sembra essere “dentro”, in quelle carceri in cui è la logica delle gang che, specularmente a quanto avviene “fuori”, continua a far da padrona, in cui non si può parlare propriamente di perdita della libertà, perché questa è tanto inesistente “fuori” quanto “dentro”. Come dannati dell’Inferno dantesco, i detenuti continuano a conservare atteggiamenti e abitudini della loro vita precedente, a testimonianza di un feroce e ostinato attaccamento alla vita. Una fame di vita e di riscatto che si scontra con un vivere mollemente rassegnato e  dal sapore nostalgico.

Melissa Aglietti 

Il carattere rivoluzionario
del foodsharing

foodsharingCon il termine foodwaste si indicano tutti quei prodotti alimentari che, sebbene siano stati scartati dalla catena agroalimentare e abbiano perso il loro valore commerciale, potrebbero essere ancora destinati al consumo umano. Secondo un’analisi condotta dalla FAO, gli sprechi alimentari nel mondo ammontano a circa un terzo della produzione totale di cibo destinato all’uomo. Circa 1,3 miliardi di tonnellate. Sprechi e perdite che interessano tanto il sistema produttivo e di distribuzione quanto il consumo domestico, dovuti a surplus produttivi, mancato rispetto di standard dimensionali ed estetici, scorretta interpretazione delle etichette da parte del consumatore, o a ragioni prettamente economiche.

Nella sola Europa si sprecano ogni anno 89 milioni di tonnellate di cibo perfettamente commestibile. Dati ancor più spaventosi se accostati al caratteristico scrollare di spalle che i più offrono come pronta soluzione a ciò che non sembra affatto costituire un problema, bensì un sottoprodotto naturale e del tutto comprensibile di un’economia da molti definita come insostenibile, alimentata da un cieco ed esasperato aumento dei consumi e dall’ingenua convinzione dell’illimitatezza di risorse. Se certamente ripensare il nostro attuale modello economico ha il sapore dell’utopia, è altrettanto vero che l’espediente del foodsharing ha il gusto pragmatico della razionalizzazione. L’idea di salvare dalla spazzatura non solo scarti provenienti dalle grandi distribuzioni, ma anche avanzi delle nostre tavole o prodotti che, guidati dalla “mentalità della scorta”, abbiamo accumulato in eccesso, nasce nel 2012 in Germania, paese in cui, secondo i dati forniti nello stesso anno dal Barilla Center for Food and Nutrition, si sprecano  82 Kg di cibo pro capite, circa 26 Kg a testa in meno rispetto al Belpaese.

Attraverso il sito foodsharing.de, il privato, l’azienda o l’associazione può donare il proprio cibo in eccedenza, cibo che, non solo per poter essere prodotto, ma anche per poter poi essere smaltito, comporta  il consumo di risorse naturali e la generazione di emissioni nell’atmosfera. Ma il carattere rivoluzionario del sistema di foodsharing risiede nella sua incredibile accessibilità: non solo l’indigente, ma anche la casalinga, lo studente e il libero professionista possono beneficiarne, tanto che, per molti tedeschi, è diventato normale fare la spesa sul sito piuttosto che al supermercato. E in Italia? Un primo passo in questo senso è stato compiuto da piattaforme come Ifoodshare.org e scambiacibo.it, ma si tratta di iniziative poco conosciute, e ancora avvolte dalla generale diffidenza. Infatti, se da un lato il 24% degli italiani si definisce sensibile al problema dello spreco di cibo, sono ancora troppi coloro che pensano che sviluppo sostenibile e difesa dell’ambiente siano solo una moda passeggera profetizzata da fanatici dediti all’allarmismo. Una credenza alimentata da disinformazione e da scarsa lungimiranza, ma che non tarderà a mostrare la propria impotenza e la sua tragica ingenuità.

Melissa Aglietti

L’Italia non è un Paese per immigrati

IMMIGRATI-Bossi-FiniÈ la Germania – annuncia l’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) – il primo Paese di destinazione degli immigrati che arrivano in Europa e l’Italia è solo quarta in classifica.

La paradossale retorica del moderno populismo si fonda sulle più disparate( e fantasiose) invettive ai danni di quei migranti, che, sempre più frequentemente, giungono nel nostro sfortunato Paese. Crisi, povertà, sprechi, criminalità e disoccupazione: correndo a nasconderci tra le rassicuranti gonnella della mamma, un perentorio indice è puntato contro lo straniero, “il privilegiato” per eccellenza, evitandoci, così, un doloroso esame di coscienza. Ma questi privilegi sono reali? E se sì, qual è il loro costo effettivo?

Se da un lato l’Italia, insieme alla Spagna, è il paese OCSE con la più alta crescita annuale della popolazione immigrati, secondo l’Organizzazione internazionale per lo sviluppo economico, le spese complessive legate all’immigrazione sono meno del 3% dell’intera spesa sociale. Tuttavia, a sostenere la spesa maggiore sarebbero proprio gli Enti locali. Secondo l’Anci (Associazione Nazionale Comuni Italiani), i comuni si vedono rimborsati dai fondi nazionali specifici solo il 10% dei costi sostenuti, a testimonianza di una politica fallimentare e priva di coordinazione fra realtà locali e Stato. E l’Europa? I fondi europei provenienti dal programma “Solidarietà e Gestione dei flussi migratori” operano in co-finanziamento con lo Stato membro beneficiario, arrivando a coprire fino al 50% dei costi legati al fenomeno dell’immigrazione. Ma l’analisi OCSE rivela un’Italia incapace di gestire fondi e risorse. Questo, secondo il Consiglio Nazionale Economia e Lavoro, “a causa del carattere recente di gran parte dell’immigrazione in Italia” che ha determinato infrastrutture per l’integrazione meno sviluppate rispetto a Paesi con una lunga esperienza di immigrazione alle spalle. Ad esempio, il quadro antidiscriminazione e le misure per la formazione linguistica risentono della mancanza “di coordinamento a livello nazionale e del moltiplicarsi di attori a livelli regionali e locali”.

A dispetto dell’immaginario comune, l’Italia non è un Paese per migranti. Il sistema attuale dei permessi concede, secondo il rapporto OCSE“ uno status temporaneo prolungato solo al 50% circa degli immigrati extracomunitari”, mentre l’altra metà si vede costretta ad affrontare “un percorso lungo e incerto per la naturalizzazione”. Le procedure stesse per l’acquisizione della cittadinanza risultano essere “molto rigide rispetto ad altri Paesi OCSE”. Dai dati pubblicati dal Ministero degli Interni si legge, inoltre, che, nell’ultimo mese, su un totale di 7.653 richiedenti asilo, la maggior parte provenienti da Iraq, Somalia, Afghanistan, Senegal e Ucraina, soltanto il 50% ha visto accolta la propria richiesta. E i tanto discussi 30 euro giornalieri per immigrato? Per gli immigrati è previsto il cosiddetto “pocket money”, un buono di due euro e cinquanta al giorno per le spese quotidiane, ai quali si aggiungono una tessera telefonica del valore di 15 euro, unica per l’intera durata del soggiorno. Ѐ prevista, invece, una quota di rimborso spese di 35 euro con le quali le associazioni i devono coprire i costi per vitto e alloggio, assistenza legale e visite mediche per ogni immigrato ospite nella struttura di accoglienza.

Se da un lato in Italia e Regno Unito gran parte della crescita della forza lavoro è da attribuire all’arrivo di nuovi immigrati, dall’altro gli stranieri, stando al rapporto OCSE, “ hanno beneficiato poco delle politiche di riforma del mercato occupazionale”. Questo perché gli immigrati sono impiegati principalmente in settori quali l’edilizia, la cura e l’agricoltura, senza regolare contratto e ai limiti dello sfruttamento. La crisi, inoltre, sembra non risparmiare nessuno. Il tasso di disoccupazione fra gli stranieri è in aumento tanto da spingere molti immigrati, soprattutto cinesi, a lasciare, almeno temporaneamente, il nostro Paese.

Stando ai dati, sembrerebbe che non ci siano gonnelle dietro alle quali poter nascondere il volto piagnucolante. Ma risulta più facile proiettare le proprie paure sul diverso, piuttosto che ammettere l’esistenza di una realtà molto meno minacciosa e sensazionalistica, seppur spaventosamente complessa.

Melissa Aglietti