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Niccolo Musmeci

Trivelle, Sajeva (Fgs):
“Sì, può essere pericoloso”

Trivelle-petrolio-Adriatico“Volete che, quando scadranno le concessioni, vengano fermati i giacimenti in attività nelle acque territoriali italiane anche se c’è ancora gas o petrolio?” Questa è la fatidica domanda che verrà sottoposta agli italiani il 17 aprile prossimo. Ho voluto chiedere un’opinione a riguardo al segretario nazionale della FGS Roberto Sajeva.
Le posizioni e le discussioni sono plurime e accese, segretario vogliamo comportarci come l’acqua o come la benzina?
Come l’idrogeno. Grande energia e zero emissioni. Vecchia battaglia dei giovani socialisti.

È necessaria questa ricerca di idrocarburi nei nostri mari e nei nostri terreni?
Lo è. Persone, spazio e risorse sono gli unici veri talenti di una società. Le risorse in particolare ne segnano le possibilità di emancipazione. Sull’autonomia energetica si gioca già da moltissimo tempo quella che sarà ancora la geopolitica dei prossimi decenni. Le energie rinnovabili spezzeranno il circolo vizioso, ma, per affrontare la futura conversione, dovremo cercare di essere di essere ben saldi o ne usciremo con le ossa rotte. Inoltre, guardando all’oggi, trovare ancora qualche giacimento non farebbe male né all’industria né ai conti delle famiglie. Al di là dell’inquinamento la vera mancanza d’aria oggi la si avverte tra bollette e benzinai.

I rischi sono concreti e accettabili o improbabili, ma, contenibili?
L’Adriatico ridotto a pozzanghera bituminosa? Le Tremiti inghiottite da un terremoto? I rischi si conoscono bene sia per studi che per statistiche e non c’è nulla che lasci temere davvero simili cataclismi. La politica basata sulla paura mi fa schifo. Non voglio fare una… reductio ad Hitlerum, ma, il meccanismo è sempre lo stesso: fondare la propria azione non sul convincimento dell’altro, ma, su leve emotive.

E il turismo?
Turismo e trivellazioni possono addirittura crescere in sinergia come è avvenuto in Emilia e Romagna per decenni, quindi possiamo dire che si tratta di una possibilità ben collaudata. Inoltre la Lucania, che è il territorio più sfruttato per la produzione di petrolio, è la regione meridionale che ha visto il turismo crescere maggiormente. Il turismo è un’industria importante, ma, solo complementare. La favola che l’Italia possa campare di turismo è una pia illusione, sorella di quella ancora più assurda di poter campare di terziario. Servizi e turismo servono a migliorare l’organizzazione sociale interna, a drenare denaro dall’estero ma, è facile capire quanto la competizione per vacanze e finanza sia assai più rischiosa, soggetta alle relazioni diplomatiche e persino a capricci ed isterismi che inevitabilmente tendono a plasmare territorio e società ad uso e consumo altrui. Esempio principe è Venezia, cadavere imbalsamato usato come parco dei divertimenti. La produzione, al contrario, condiziona la geopolitica. Gli europei han fatto a meno delle crociere sul Volga per millenni, gas e petrolio russi invece ci condizioneranno ancora a lungo. Quanti alberghi son stati chiusi a causa di trivelle e centrali termoelettriche? Quanti ne sono stati invece aperti, direttamente o indirettamente, con le risorse e le possibilità offerte dall’industria energetica? Possiamo dire alle migliaia di operai specializzati e ingegneri nella sola Emilia-Romagna: ok fra qualche anno tutti camerieri e albergatori?

Si parla moltissimo di energie rinnovabili. Possono soppiantare gas e petrolio oppure possono solo aiutare parte dell’altissima domanda di energia?
Come ho detto, le energie rinnovabili romperanno il circolo vizioso di interessi e inquinamento, oltre a quello delle prepotenze straniere.
Nella mia mozione (che invito sempre tutti a leggere) parliamo di solare termodinamico ma, ci sono tanti problemi ancora, non ultimo lo spazio e qui servirebbe davvero ripensare le politiche comunitarie verso il sud del Mediterraneo, per poter sfruttarne i deserti e aiutarne le società, invece che continuare a pressare la Russia ad Est inasprendo poi la guerra di condizionamento energetico. Se parliamo di potenze industriali, tra le quali figuriamo ancora con tutti gli oneri sociali ma, senza quasi più gli onori economici, non è un caso che le uniche a fare implementazioni e ricerche serie siano quelle già energeticamente autonome.

Ci sarebbe anche il nucleare che continua a fare progressi verso la prima generazione a fusione. Anche questa risorsa potrebbe essere violentemente osteggiata?
Il nucleare è l’esempio solare della strategia energetica lasciata alle emozioni, la gente preferisce il lento ed ambiguo calcolo statistico del cancro da petrolio piuttosto che i fantasmi di Černobyl’ e Godzilla. Inoltre i referendum su base emozionale hanno avuto anche l’effetto di gambizzare la libertà di ricerca. Il nostro punto di riferimento è infatti Carlo Rubbia che, nonostante sia senatore a vita e premio Nobel, resta una mente inascoltata. Sostenitore del solare termodinamico, è stato però anche l’ideatore di diverse proposte per un nucleare più sicuro, più pulito, slegato dal nucleare militare (che è la vera giustificazione di molte vecchie e costose centrali ancora in funzione) e soprattutto non legato al costoso uranio ma, al torio elemento più abbondantemente ed equamente distribuito sulla Terra. Molti Paesi stanno valutando di continuare sulla vecchia strada, anche costruendo nuove centrali, altri invece pensano di fermare i reattori ma, se questi Paesi si sentono pronti anche solo a valutare il salto è perché si son potuti permettere ricerca e implementazioni grazie anche al vantaggio avuto dal nucleare. Noi abbiam comprato molta energia, anche atomica, dall’estero, tanti soldi che potevamo utilizzare nella ricerca. Quel treno sembra perso, vediamo cosa ci offre oggi la ricerca.

Le tesi portate avanti dagli attivisti di Greenpeace e simili sono varie, come quelle di opinione opposta. Sono due muri inconciliabili oppure vi è, anche se minima, un’intesa?
In buona parte, su entrambi i fronti, si tratta di campagne ideologiche o addirittura di malafede. Gli interessi sono molteplici sia da parte delle multinazionali che dell’industria del dissenso e della paura. Le strategie delle prime sono ben note, quelle degli ambientalisti ancora non tanto ma, lo sputtanamento è prossimo. Al di là dello scandalo delle email di qualche anno fa, quando si scoprì che molti “indipendenti” collaboratori dell’ONU modificavano alcuni dati, anche sotto pressione politica, per creare più allarmismo, basta concentrarsi sull’attuale campagna per il Sì al prossimo referendum. Il gioco è sempre quello di creare immagini e storie emotive. Invece di parlare della realtà, e quindi di piattaforme che diventano oasi di ripopolamento marittimo, di rocce porose in cui il metano, principale risorsa oggetto del referendum, è intrappolato, ecco l’immagine di grandi e materni ventri sottomarini, piselloni metallici che cominciano sfasciare tutto facendo scappare pesciolini e sirenette, infernali densità di petrolio che oscurano tutto e poi le strazianti immagini di animali invischiati dalle tenebre fatte materia, destate dal loro sonno millenario per poi soffocare l’Uomo arrogante. Nulla di nuovo, è come quando le chiese venivano riempite di mostri. I No Triv, i No Tav e via cantando non sono diversi da chi tira in ballo la Natura contro le unioni civili. Chi fa così non vuole liberare l’Uomo, non si affida alla sua intelligenza, non è diverso dalle inquisizioni e dai tiranni. Con buona pace di Bobbio, al di là delle agende minime, la contrapposizione non è tra destra e sinistra, la battaglia per libertà e giustizia, nostra missione, è sempre stata tra laici di ogni fede e chiese di ogni colore.

Quindi tu saresti per il NO o per il SÍ?
Per il No. Basti un motivo anche per gli ambientalisti: le varie conferenze, ed i trattati, che gli ambientalisti agitano continuamente sono più serie delle loro battaglie, parlano di percorsi graduali, di riforma e non di stravolgimenti e parlano ad esempio del metano come principale ponte tra l’attuale sistema e quello delle rinnovabili. Tra gli idrocarburi rappresenta uno scenario credibile di sostenibilità ambientale e questo referendum rischia di bloccare diversi giacimenti che andrebbero poi sostituiti da un maggior traffico di navi gassiere dall’estero, quindi altri soldi dati ad altre nazioni, quindi altro inquinamento da traffico marittimo.
Niccolò Musmeci

Scrive Niccolò Musmeci:
1992 su La7: il poliziotto buono contro il politico cattivo

Il Male ha sempre avuto il suo fascino in molte opere, siano esse di letteratura, di cinematografia o teatrali. Nella serie “1992” a quanto pare il Male o ciò che viene dipinto come tale, non solo perde fascino, ma perde consistenza e materia insieme alle sue ancestrali cause. I corrotti ed i corruttori non sono persone, bensì un astratto insieme di parassiti e figure richiamanti Don Rodrigo, con la sua cerchia di Bravi. Questa la misera immagine della ‘Milano da Bere’, come se fosse il paesino di Renzo e Lucia, dove un “ contadino dalle scarpe grosse e la mente fine”, citando il magistrato, avvocato, onorevole, ministro, senatore e indagato Antonio Di Pietro, corrompe tutto l’idilliaco paesaggio. Chi sono gli eroi in questo falsante mondo di ombre? Un brusco magistrato che gioca al cattivo poliziotto, un giovane ragazzo ammalato di una terribile malattia che appare giustiziere notturno, una figura che incarna il “buono”, il risolutore di ogni efferatezza e un ex soldato che rappresenta l’italiano disoccupato che improvvisamente viene posto in politica, un luogo di cui lui non dovrebbe far parte, prendendo il lavoro di deputato come un qualunque altro mestiere. In questo finto duello, dove il nome del vincitore appare subito davanti a noi, altre “forze oscure” si preparano a mantenere tutto come era, immobile nella corruzione e nella decadenza. Il Bene è pronto a trionfare, il Male a soccombere e rinascere sotto nuove spoglie. Tutto il mondo è soldi, sesso e potere, niente di più, tutto qui, fine.

Ecco la Storia caro lettore, non devi saperne di più. Oppure se la mente ci vuole concedere tale dono, possiamo dubitare, cercare e sospettare qualcosa di più complesso. Oso sospettare che non sia un caso che l’unico partito ad uscire quasi intatto da Tangentopoli fosse l’erede del PCI. Mi è venuta quasi rabbia a sentire Di Pietro venerdì sera, sulla 7, mentre eludeva le domande con risposte finte e inesatte. Mi è venuta rabbia ascoltando persone che negano la grande corruzione di oggi, dieci volte peggio di Mani Pulite. Mi fa tristezza Mentana, vecchio fante di Craxi, che cerca di nascondere il suo passato.

Ho visto Bobo Craxi, il figlio di questo Oscuro Sire come appare nella serie, il cui il solo nome porta la rovina nella procura di Milano. Bobo certe volte appariva accerchiato, ma aveva una grande qualità, la fermezza. Mentre Di Pietro urlava e si dimenava, Craxi è riuscito a mantenersi calmo e certe volte pareva giganteggiare sopra di lui. Nella serie ad un certo punto il Di Pietro attore ( e forse quello vero, chissà…) pronuncia “spero di afferrare il Cinghialone”. Ebbene una parte della sua cucciolata a quanto pare è cresciuta ed ha mostrato le zanne, sopportando colpi con la sua dura scorza. Eppure qualche volta sembrava avvilito, forse ansioso di questo confronto. Bisogna essere coraggiosi per sedersi accanto all’uomo che ha rovinato in parte tuo padre e Bobo ha mostrato la sua superiorità, opponendo tesi da tempo proposte a racconti e storielle assai simili ad un comportamento pseudo-berlusconiano.

Il Male in 1992 non ha spessore, non ha fascino è solo una ragazza che scopa per arrivare, un vecchio incravattato che prende mazzette, una televisione che spinge alla luce i nostri sconci e malsani desideri inconsci. Una serie che dunque non ha sapore, dove non ci si aspetta nulla se non che la solita battaglia fra bianco e nero. Mani Pulite però ha nel suo spirito tante penombre, crepuscoli dalle mille sfumature, dove nascosta, si cela una verità molto complessa, oltre che scomoda a quanto pare. Allora che senso ha questo patetico Male? Cosa può essere questo Pentapartito, qui rappresentato come una banda di briganti? Il senso è che non ne ha! Dove sono i lupi di Milano? I grandi affaristi, gli industriali e i grandi politici? Io vedo davvero una massa di contadini che rubano i funghi in un cortile privato. Sarebbe questa la grande Italia degli anni passati, dove il nostro PIL era in costante crescita e dove si creava una potenza mondiale? 1992 che cosa è veramente, se non una rappresentazione banale e dal fine totalmente pecuniario? La trama è il poliziotto buono ed il politico cattivo, ciò che la gente vuole vedere sul grande schermo. I potenti che muoiono ed i deboli che nonostante le mille difficoltà vincono. Un ridicolo velo, un sipario dove davanti si vuole la nostra verità e dietro, prontamente celata, quella della Storia.

Niccolò Musmeci

Non esiste un progetto
di sviluppo per i giovani

Giovani-impresariFelix Vannucci è un giovane imprenditore Fiorentino, amministratore unico del brend Mauna kea. Con lui parliamo del mondo imprenditoriale visto da vicino per cercare di capire quali sono le scelte che oggi un imprenditore deve prendere per rimanere sul mercato, un mercato mondiale e fortemente concorrenziale, dove ogni scelta è fatta da necessità razionali, ma che può essere portata avanti da valori e principi.

Lei è un giovane imprenditore italiano che ha creato una start up 18 mesi fa. Quali sono state e sono le maggiori difficoltà?
La maggiore difficoltà è quella di creare un ingranaggio che funzioni partendo da zero. A differenza delle sempre più numerose digital start up che si occupano di beni e servizi intangibili, applicazioni, connessioni ecc…, la nostra start up opera nel manifatturiero da una parte e nella comunicazione dall’altra. La nostra mission è quella di affermare e sviluppare il nostro brand e allo stesso tempo quella di vendere il nostro prodotto. Fare un prodotto da zero, industrializzarlo e metterlo a punto senza avere alle spalle un’azienda di proprietà o di famiglia, è di fatto la cosa più complessa della nostra esperienza. In questo caso infatti non si parla di creare una app che può avere più o meno successo, bensì di acquisire un know how industriale e di imparare a dialogare con il distretto produttivo moda. Questi due punti sono molto complessi da interiorizzare ma fanno anche parte del nostro meraviglioso patrimonio come paese e faranno parte del nostro patrimonio aziendale.

Il suo brand è Mauna kea. Come mai questo nome?
Mauna Kea è un marchio che nasce nel 1988 in Italia. Prende il nome da un vulcano inattivo delle Isole Hawaii che si chiama appunto Mauna Kea che nella lingua indigena significa montagna bianca. Infatti la montagna, la più alta del pacifico, ha la neve sulla vetta a forma di  cratere tutto l’anno e il mare a valle. In un’ora della propria vita è possibile fare snow board, scendere in moto, fare surf e poi godersi il tramonto con un happening sulla spiaggia. Questo spirito no Seasons anima le nostre collezioni e a mio modo di vedere è alla base del futuro della proposta moda, senza stagioni.

Com’è strutturata un’azienda in fase di start up e quali sono le opportunità in Italia?
In fase di start up un’azienda non è strutturata, il problema sta proprio nel creare una struttura. L’unico modo è farlo in corsa a meno che non si disponga di budget enormi per partire. In Italia non c’è un’onda da cavalcare, bisogna spingere e guardare avanti, ma è proprio durante i momenti di crisi come questo che si creano grandi occasioni, che si rimescolano le carte.

Qual è il mercato dei sui prodotti?
Il mercato dei nostri prodotti è un mercato di fascia alta o medio alta nella proposta moda con contenuto fashion. E’ un mercato internazionale, di ricerca o di nicchia internazionale. Il nostro prodotto è dedicato a un fashion addicted trai  20 ai 40 anni o a un fun dello storico marchio Mauna Kea.

Dove produce e perché?
Produciamo in Italia. Viviamo in simbiosi e in stretto contatto con il distretto e volendo sviluppare molto bene il mercato internazionale il Made in Italy è la via migliore. Il mercato asiatico ad esempio, a partire proprio da quello cinese, da un brand che ha le proprie radici in Italia non vuole un made in China o un made in Bangladesh, vuole un made in Italy Puro. Senza made in Italy inoltre non riusciremmo a fare il prodotto che esprimiamo

Quali sono i mezzi di comunicazione che lei utilizza?
I social media sono diventati importanti nella comunicazione di un giovane marchio del fashion, inoltre usiamo il web e anche i media tradizionali durante gli appuntanti moda più importanti come Pitti Uomo e le fashon week di Milano e Parigi.

La politica italiana oggi ha un progetto economico di sviluppo per i giovani che desiderano fare impresa?
Non esiste di fatto un vero e proprio progetto di sviluppo creato ad hoc per i giovani, tuttavia alcune delle ultima riforme hanno facilitato enormemente alcuni importanti ambiti. Mi riferisco all’accesso al credito, facilitato per le start up dalla banca d’Italia e dalla possibilità di richiedere garanzie. Mi riferisco al jobs act che permette assunzioni a lungo termine sostenibili e modulabili. Mi riferisco ai Bandi regionali che rimborsano i tirocini e anche alcune voci di spesa importanti, come ad esempio le spese sostenute per la commercializzazione e la promozione all’estero.

Niccolò Musmeci

 

Expo, c’è più Italia
fuori che dentro

Milano-Porta NuovaIl miglior padiglione Italia è quello esterno all’Expo, ovvero la nuova architettura di Milano. Lo skyline di una città che compete con il mondo intero preservando la propria unità e identità è un progetto grandioso. Dalle forme di Giò Ponti al recente progetto di Porta Nuova, dalla cima della Triennale di Milano potete rendervi perfettamente conto delle mie sensazioni. I duecento e più metri della Torre Unicredit, l’edificio più alto del nostro paese, si innalza seguito dalla torre Diamante e dalla Solaria insieme agli attualissimi grattacieli del Bosco Verticale, fra i più belli al mondo. Ruotando la testa di 90° eccovi il castello Sforzesco.

Unità di grandiosi edifici che fanno l’identità di una città. Per arrivare all’esposizione vi sono molti mezzi pubblici e le strade per arrivarci con mezzi di trasporto privati sono nuove. Il problema si materializza per il parcheggio. Le migliaia di metri quadrati di parcheggio visti in televisione infatti erano in gran parte per autobus o per addetti dell’Expo e comunque troppo lontani. Dato che accompagnavo una persona con disabilità mi aspettavo un minimo di preparazione da parte del personale. Le aspettative si sono infrante come un cristallo sotto la forza di un mazzuolo, infatti il posto disabili andava prenotato, cosa che non è stata detta in precedenza durante la prenotazione del biglietto. In più c’era un acconto da pagare che sarebbe stato rimborsato poi. Il nostro parcheggio è stato risolto in una zona riservata, ma mancante di segnaletica, quindi senza restrizioni teoriche oltre che effettive. Così ci avviammo verso l’entrata di Merlata a sud.

La sicurezza è ottima, composta da esercito, carabinieri, guardia di finanza, forestale, polizia locale e penitenziaria, affiancati da membri di sicurezza privata e volontari. I vari corpi sono dotati anche di mezzi di trasporto elettrici e altri più pesanti nelle strade ai lati dei singoli padiglioni. Prima di entrare le procedure sono analoghe a quelle aereoportuali. Infine si giunge dentro l’esposizione universale di Milano. La struttura a città romana semplifica le ricerche dei vari padiglioni rendendo un senso di praticità e ordine. Sempre entrando da Merlata a destra si può vedere l’arena in cui si tiene lo spettacolo “Alla Vita”, progettato dal Cirque du Soleil per questa occasione. Lo spettacolo è stato emotivo e coinvolgente, ma aveva degli aspetti di deprimente banalità incarnati da tre futili figure di un cuoco italiano stereotipato ed i suoi goffi apprendisti, figure che nella noia suscitano disprezzo e aizzano una forte volontà di sovversione nei loro confronti. Lo spettacolo a tema degli amanti e della pioggia vi congelerà nella vostra posizione dalla straordinaria capacità di questi artisti che, con movimenti audaci, vi ammalieranno. Andando avanti si giunge invece al padiglione Italia e all’Albero della Vita, le due grandi delusioni dell’Expo. Il nostro padiglione ha analizzato passivamente il passato di una potenza in declino, anche se capace di tener testa alle avversità contemporanee in modo discreto.

EXPO Milano-Padiglione Italia

Padiglione Italia, interessante nella sua morfologia esterna, stimolante nella propria identità formale, ma al proprio interno privo di un progetto futuro del paese ed in particolare di un progetto economico di sviluppo, senza un impulso per cui si deve investire in Italia o perché convenga studiare in Italia. L’interno rappresenta un paese ricco nel passato, dove tu visitatore puoi solo fare il turista. Ulteriore elemento di riflessione è la quasi assenza di visitatori stranieri dentro il nostro padiglione. L’albero mostrava giochi di colori, suoni e acqua mescolando malamente sinfonie di Verdi e Vivaldi con mediocri cantautori a getti ora belli, poi inspiegabilmente fiacchi.

La forma progettata dal Buonarroti richiama ancora questo passato glorioso ormai sfuocato. Se cercate da mangiare allora non posso dirvi che esplorare. L’Iran offre un padiglione eccezionalmente bello e con un ristorante eccelso, dove qui potrete degustare dalle bevande tipiche con semi di rosa o zafferano. La Russia ha un padiglione molto megalomane, ma enormemente accogliente. Il ristorante russo è ispirato ad un vagone della Transiberiana e al piano superiore potrete gustare un ottimo caviale ad un prezzo onesto. La qualità del padiglione russo è alta e analizza la sua grande eredità agricola e scientifica, specialmente chimica. Lo street food è onnipresente.

Dal panino italiano al pastrami arabo potrete provare mille sfumature di sapori. Marocco, Angola e Tunisia sono tre padiglioni che mi hanno colpito profondamente. Un paese che riesce a creare un padiglione da una stamberga, dove tu puoi ricevere ed incamerare forti emozioni è un paese del futuro. Un paese che riesce a proporti i migliori esempi artigianali della sua cultura nonostante sia adiacente ad altri giganti è un paese con un futuro. Se vorrete divertirvi allora correte al padiglione Cubano, tempio del Ron, sennò andate al padiglione delle Comunità Caraibiche, piccolo e accogliente.

Se cercate reperti di socialismo reale di matrice maoista recatevi in Corea del Nord, anche meta obbligatoria per tutti gli amanti del ginseng. In effetti ogni piccolo paese ha le sue cose specifiche, per esempio la vaniglia delle isole Comore. Meraviglioso il padiglione della Corea del Sud, veramente il migliore di tutti, dove la tecnologia e le arcaiche tecniche di fermentazione si sposano per il grande contributo finalizzato alla nutrizione mondiale. Il ristorante sudcoreano è ottimo, ma attenti alla spesa. Mi ha profondamente colpito un’immagine del padiglione vaticano, dove in un arazzo di Rubens in esposizione la figura di Giuda, accostata ad un avido molosso, ti fissava ovunque tu andassi con il suo pesante sguardo. Una grande funzione morale, ma dalla Santa Sede mi aspettavo molto di più. Analogia terribile, nel padiglione che ho precedentemente visto, i sudcoreani hanno scelto un ologramma di un macilento ragazzino africano che si muoveva osservandoti. Osservati, ecco come dovrebbero sentirsi tutti i paesi sviluppati, pesantemente squadrati nella loro potenza, che oggi ci rifiutiamo di aiutare, accogliere e donare.

Così a sera davanti al padiglione dell’Angelo Poretti con la sua notevole selezione di birre inizi a pensare molte cose di questa esposizione universale. Il problema non sono le presenze, possono esserlo gli scarsi parcheggi o un inadeguato supporto a persone disabili, ma il vero problema di questo Expo sono i contenuti.

l problema è un padiglione che si chiama Italia, simile ad un bel cofanetto futurista ricolmo delle solite cose. La grandezza è Milano che con il Progetto di Porta Nuova irrompe nello scenario mondiale, rendendo l’Italia, ancora una volta, avanguardia nella Storia.

Niccolò Musmeci

Scrive Niccolò Musmeci:
Parliamo di libertà, ma quale?

Si sente molto parlare di libertà, oggi. Nella politica ci sono decine di partiti pronti a parlare di libertà. Alla televisione fluiscono nello schermo svariate pubblicità che proiettano sogni di libertà. Nelle piazze sento urlare questa parola, spesso accostata malamente ad altri termini. Cos’è la libertà? Probabilmente è nata da un bisogno specifico, come del resto molte altre cose. La libertà è quindi una necessità?

Penso sia una probabile definizione. Molte cose nascono da una necessità ed essa ha oggi una larga richiesta. Alla televisione a quanto pare la libertà coincide con la parola consumo. La mia libertà coincide sempre con quanto denaro sono disposto ad utilizzare per esser libero di ottenere un determinato bene. Dopotutto se ho una necessità la devo “comprare” e se ho il denaro la ottengo. Può forse il denaro ripagare ogni necessità?

No, perché ci sono due cose che io non posso ottenere con il denaro che sono i diritti ed i sentimenti. In una dittatura non posso accedere con il denaro alla libertà di parola, di stampa, di religione. Se sono sottoposto ad un totalitarismo, cosa può il potere del mio denaro, unico garante della mia libertà, contro il potere delle armi? La libertà è una necessità che si può pagare solo con dei diritti, non è quindi un bene di consumo. Ai diritti corrispondono dei doveri e delle responsabilità. Il mondo attuale rifiuta nel modo più categorico ogni dovere e ogni responsabilità, specialmente per i ragazzi della mia età.

La libertà ha preso una concezione prettamente positiva, mentre i termini di dovere e di responsabilità ne hanno preso uno negativo. Noi non pensiamo mai alle conseguenze dell’essere libero. Associamo sempre alla libertà un’azione benefica verso noi stessi e verso la società. La libertà invece può portare a molte azioni negative. Se è vero che essa permette un libero mercato essa permette un ampio consumo. Con l’eccessivo consumo non possiamo certo evitare un costante danneggiamento della biosfera. La libertà può essere nociva ed i nostri diritti possono trasformarsi in danni. Qui entra in gioco il concetto di responsabilità.

È forse responsabile l’azionista bancario che vende titoli fallimentari in un mercato liberista? È responsabile la persona che libera di avere una famiglia non la cura? È responsabile colui che esagera in ogni azione danneggiandosi e in certi casi nuocendo a chi gli sta intorno? Platone disse che poca libertà è tirannia, troppa libertà porta alla tirannia. Noi socialisti abbiamo posto dei limiti alla libertà del mercato e dell’industria poiché causava danni agli operai e alle classi più deboli. La legge della domanda e dell’offerta, la famosa Mano Invisibile di Smith, era inadatta e noi l’abbiamo demolita applicando leggi di tutela e responsabilizzando i datori di lavoro. Oggi molti pensano che la libertà debba concedere diritti finalizzati ad essa senza responsabilità da parte di chi la possiede. Un argomento attuale e futuro che la mia generazione dovrà trattare. L’arte della politica consiste anche nell’equilibrio ed essa ora deve trovare un equilibrio nell’ampio concetto di libertà. Da un po’ di tempo rifletto sull’attualità e sul tema della libertà. Charlie Hebdo aveva la libertà di stampa e l’ha usata per insultare e deridere persone, idee, entità sacre. Una libertà che è sfociata nella libertà di insulto. I danni sono stati evidenti. Gli italiani hanno la libertà di votare e di non farlo. In ambedue i casi la libertà, anche la mia, insieme al diritto di voto, anche il mio, possono portarci ad avere dei rappresentanti non adeguati e addirittura dannosi per il paese, se tale diritto e tale libertà non sono seguiti da un’educazione alla politica e da un atto responsabile. I miei coetanei sono liberi di seguire tutti gli schemi che vogliono, hanno pochi limiti su molte azioni e responsabilità minime.

Molti non hanno una preparazione a ciò che sarà il mondo e la vita e molti pagheranno le colpe di oggi in un lontano domani. Chi avrà il fegato distrutto, chi sarà disoccupato, lei magari non farà nulla, lui lo ritroverò fra pochi anni in un nome inciso su di una stele di pietra. Non riesco a togliermi questo presagio dalla testa e solo il fatto che una di queste possibilità potrei essere io mi inquieta e inquieta molti dei ragazzi che oggi hanno una forte paura di scegliere. Spero che molti trovino nella libertà la scelta migliore per loro, spero che siano pronti ad affrontare un mondo sempre più oscuro e duro. Ed è qui caro lettore che senti questa tremenda sensazione, il più angusto dei sentimenti.

È il senso di colpa. Dopo che i danni sono evidenti è inevitabile che uno provi un senso di colpa verso ciò che ha fatto. La libertà porta anche a questo. Chi cerca una libertà assoluta l’ha già persa con la civiltà, l’ha persa con la legge, l’ha persa con dei limiti che l’uomo si è già imposto da millenni. Chi ne cerca una responsabile e attenta alle possibili conseguenze allora sarà una persona adatta alla società in cui vive. La lungimiranza dovrebbe essere una virtù da insegnare e non da apprendere duramente con l’esperienza. È una libertà disordinata, senza limiti, ineducata che crea la possibilità di fare il male, l’assenza di essa però comporta una totale disumanizzazione. Un esempio recente è la spinosa e in molti casi vergognosa situazione delle intercettazioni telefoniche. Come posso essere libero e sereno se devo calcolare ogni singola parola che mi esce dalla bocca per la costante paura di incomprensioni e diffamazioni ambigue verso la mia persona? La vera libertà è un diritto nel dovere di rispettare quella degli altri. Si sente molto parlare di libertà oggi, peccato che molti non sappiano cosa essa sia.

Niccolò Musmeci

Scrive Niccolò Musmeci:
il Papa nella politica,
da Pietro a Francesco

Di recente abbiamo avuto esperienza di come il Papa di Roma può essere un politico oltre che un pastore e di come ha saputo mediare fra lo stato cubano e statunitense. Non è la prima volta nella storia. La figura di un papa politico è apparsa dopo la disgregazione dell’Impero Romano d’Occidente. Mentre la burocrazia imperiale andava disgregandosi, la Chiesa riusciva a resistere con le sue strutture e la sua gerarchia. Si può affermare che la gerarchia ecclesiastica cattolica sia figlia in un certo senso della burocrazia dell’impero romano.

Durante i regni romano barbarici – e la seguente invasione longobarda dell’Italia occupata dall’impero bizantino – all’apparato ecclesiastico fu affidato un certo potere. Consiglieri dei duchi, contabili bizantini, qualche volta anche capitani di milizie, la Chiesa passò in meno di un secolo a essere un’associazione e struttura religiosa con enormi responsabilità politiche e militari. Dove crollò la politica, dove nascevano le ingiustizie, dove non esisteva una sanità, un’istruzione, una salvaguardia arrivarono i missionari, i preti, i santi. Dal lontano esempio di S.Lorenzo al moderno di Don Bosco, all’attuale di madre Teresa di Calcutta, la Chiesa riempì dei profondi vuoti, vuoti che tutt’ora parte della Chiesa tenta di riempire e non solo nelle zone povere del mondo.

Dopo la divisione dell’impero carolingio e la ritirata dei bizantini dall’Italia, in molte città europee iniziarono a formarsi dei veri e propri partiti politici cattolici, opposti ai partiti politici laici e imperiali. Un esempio lo abbiamo nella storia della città di Firenze con le dispute fra Guelfi e Ghibellini. Durante il Rinascimento la Chiesa ebbe un periodo di corruzione e decadenza che portarono allo scisma fra protestanti e cattolici. Dal 1545 al 1563 ci fu il cosiddetto concilio di Trento che tentò di riformare la Chiesa e parallelamente riunificarla. Nel ‘700 ci fu una progressiva perdita del potere della Chiesa cattolica dovuta all’abolizione dell’ordine dei gesuiti e dell a rivoluzione francese che addirittura tentò di eliminarla.

Alla fine dell’Ottocento la Chiesa cattolica si trovò alienata dal suo stato territoriale e si dichiarò prigioniera dello stato italiano. Nel 1929 ci furono i patti lateranensi che sancirono la nuova struttura dello Stato vaticano. Tale trattato fu ridefinito e rinnovato nel 1984 da Craxi. Oggi la Chiesa ha la Città del Vaticano e – nonostante non abbia più il passato potere – riesce a muovere grandi masse di fedeli, come si è visto durante la visita del pontefice a Manila. E anche noto che la Chiesa cattolica possiede una grande ricchezza dovuta da proprietà immobiliari – utilizzate sia a scopo di lucro che non – e la banca dello IOR. L’Istituto per le Opere Religiose fu creato per salvaguardare il patrimonio della Chiesa e per assicurarle un necessario finanziamento. Di tutti gli scandali della Chiesa quella dello IOR è il peggiore.

Non mi sto scordando certamente degli errori del passato come le numerose crociate e la politica di soppressione delle eresie e dei presunti operatori di magia nera. Non mi scordo neanche del caso pedofilia, ma vorrei dare massima priorità al caso IOR. Non a caso il papa attuale si sta sforzando – ed in parte ci è riuscito – di mondare tale banca. I conti dello IOR sono su internet e la banca ha come utenti solo persone strettamente legate allo Stato Vaticano o parte della Chiesa. Le transazioni si possono attuare solo verso associazioni non a scopo di lucro. Tutti i membri delle commissioni alte sono sul sito e lo statuto è in atto di riforma d a parte di Francesco I.

In effetti non assomiglia neppure vagamente alla banca del crac Ambrosoli. Finalmente possiamo dire che in Vaticano sta accadendo qualcosa di nuovo, o almeno abbiamo forti certezze per sperarlo. Molti mi continuano a ricordare che ci sono stati tanti crimini da parte di questa associazione. Mi vengono ripetuti in fila tutti questi crimini e molto spesso ingigantiti a dismisura. Cari compagni dovete sapere che queste critiche ai miei occhi appaiono come quelle miriadi di monetine lanciate sulla macchina di un presidente del Consiglio accusato con la tesi del ‘non poteva non sapere’. Non nego che sia il nostro partito sia la Chiesa abbiano fatto degli errori, ma ritengo che le critiche si dovrebbero attuare con un minimo di criterio.

Come noi siamo consci dei nostri sbagli scommetto che lo è anche il mondo cattolico e come noi siamo per la rinascita di questo partito, sicuramente c’è una parte della Chiesa disposta a rinnovarsi e a rinascere. Dopo che la Chiesa si è dimostrata debole a contenere fenomeni interni come corruzione e scandali da parte dei suoi membri, ora ritengo sia giunto il momento di darle l’opportunità di redimersi e non più criticarla come un partito innatamente anticlericale. In primo piano poiché non è vero, ricordiamoci della reciproca battaglia compiuta per la domenica come giorno festivo e per la dignità degli orari, in secondo luogo poiché lo ritengo inutile.

Non ha senso combattere la principale base del pensiero occidentale, poiché grazie a tale associ azione si è mantenuta la cultura classica e si è sviluppato il pensiero cristiano, di cui siamo il prodotto. Critichiamo e giudichiamo, ma non scendiamo nella bassa propaganda populistica. A oriente in questo momento c’è un avversario comune molto più incalzante che si è rivelato capace di attentare sia ai laici che ai religiosi. Non voglio considerarmi l’avvocato di una millenaria associazione, ma un uomo che ha fiducia in essa e che sa che in mezzo a molti errori saprà tornare sui passi di un filosofo, di un profeta, di un Dio, che più di tutti ha impresso la sua parola ed il suo esempio nella Storia del mondo, seminatore dei primi germogli socialisti, che spero si diffondano in tutto il globo come il cristianesimo.

Niccolò Musmeci 

Scrive Niccolò Musmeci:
Socialismo e liberismo

È da anni che sopravviviamo in una forte crisi economica e finanziaria. Fluita dall’America all’ Europa e poi in tutto il mondo, ha causato il collasso di una spregiudicata e arrogante economia liberale capitalista. Un’altra fenditura in un instabile muro di cartaTardi ce ne siamo resi contoMa ce un’altra ombra che aleggia in questi anni. Un’altra crisi. A quanto pare da mesi vediamo lo spiraglio di luce dalla recessione elentamente si torna quel liberismo che ci fece cadere. Di nuovo. Allora di che crisi, di che recessione, di che corruzione sto parlando? Forse di quella che verrà? Di quelle che verranno? Di quelle che erano? No. Io parlo di una crisi umana, non di una crisi economica.

Dopo venti anni ci siamo resi conto che siamo stati in una totale crisi di mancanza politica. Questa finta seconda Repubblica, come la definì Craxi, è fallita con le sue grandi immagini e con i  suoi populistici sogni, ora in fumo. La disoccupazione è alta. Il lavoro non si trova. E se c’è non si cerca. E se si trova, allora conviene farlo evadendo il fiscoLe aziende sono costrette a sopravvivere alle tasse, mentre le personedisoneste sopravvivono e crescono anche se qualche volta vengono fermati dalla stessa  legge che molto spesso le  ha fatte diventare tali. La classe media, i benestanti, i pensionati e coloro che si sono guadagnati il benessere con il proprio lavoro si impoveriscono.

I giovani, coloro che con le loro volontà di affermazione, di sacrificio e di conquista dovevano spodestare “le mummie , i dinosauri”, la” Casta”, o ne  fanno già parte, o mancano di quella volontà per arrivarci o non riescono a rovesciarla, non riuscendo così ad attuare un forte ricambio generazionaleQuesta gioventù che doveva portare un nuovo 68 non vuole neppure iniziare. Manca fede in questi giovani, mancadeterminazione e serietà. E lo so proprio perché ne faccio parte e anch’io mi inserisco in questa autocritica generazionale. La crisi è concreta nel mondo in molti campi, non solo in  quello finanziario. Una società in crisi può produrre solo una politica in crisi. La politica è fatta dall’uomo, se l’uomo è in crisi, tutto ciò che da lui verrà ne risentirà inevitabilmente. La buona politica è buona umanità. Auguro, poiché altro non posso fare, che l’uomo esca da questa crisi interiore ed esteriore, che esca dai falsi miti della megalomania mediante una ricchezza spregiudicata, che elimini questa rassegnazione interna a lasciare il marcio dove è, che rifugga il peccato, dove peccato non è contro Dio, ma contro la società, la famiglia, i compagni, gli amici. Il peccato è eccesso. Eccesso di male.

Lo stesso male che ci ha portato a seguire teorie sbagliate, utili solo al singolo, danneggianti la comunità. Una comunità che non conviene, uno Stato che non è utile è destinato ad una lenta agonia o ad un’aspirata rivoluzione.  Se un giorno arriverà, auguro, poiché per ora altro non posso fare, che sia la migliore possibile e che sia socialista, dove socialismo sarà cura a questi mali dell’uomo, interiori ed esteriori che siano.

Niccolò Musmeci

Come vedo la scuola italiana

La scuola italiana, vista dai miei occhi, ha due facce. Vedo una scuola preparata, competente e con ottimi docenti, pronti a trasmetterti non solo una buona cultura, ma anche la conoscenza di nuove culture, il rispetto, la responsabilità civica e a passarti un po’ dell’esperienza maestra di vita. Vedo un’attrezzatura nuova come lavagne digitali, registri informatici e blog studenteschi pronti a chiedere i loro diritti e dove discutere la lezione. Eppure non posso non vedere in che stato giace un’altra scuola italiana: banchi rotti, vernice scrostata, rubinetti arrugginiti, addirittura strutture non perfettamente funzionanti o in regola. Docenti arroganti, pedanti e superbi, ciechi verso i reali problemi dello studente, che non è un automa, bensì un essere umano. Studenti che hanno problemi ben più gravi dell’ignoranza o della poca voglia, ma della totale mancanza di affetti da parte dei parenti, una vita in un contesto di malavita o forme di forte depressione e stress. Queste realtà convivono nel suo insieme, ma non convivono nello stesso luogo. Infatti nella scuola privata e paritaria c’è una maggiore qualità, sia materiale che culturale, dei docenti e dei materiali. Si fanno gite programmate per l apprendimento, si chiamano professionisti per approfondimenti e analisi di situazioni cose o temi, sia attuali che passati. Ci sono attività ultrascolastiche, doposcuola, oratori, teatro, laboratori linguistici e altre attività. Non possiamo più intendere la scuola come fabbrica o tirannia di servi e padroni, dove non esiste nulla se non un legame di passaggio delle informazioni, da persona a persona.

La scuola dovrebbe essere un luogo di formazione, non di riempimento, non di costruzione o di inculcamento, dove il professore non è un assolutista, ma il primo fra gli eguali. Dovrebbe essere un centro sociale exstrascolastico, ovvero un’associazione con attività interne, sia di natura culturale che sportiva dove nascono e ardono ideologie, dove l’individuo si forma e arriva al suo migliore stato preparatorio, dove entrerà nella società in parte compiuto e attivo politicamente. La scuola per me è accademia collegiale, scuola di ragione, centro di amici ed espressione della propria personalità, sia classica o scientifica, sia di destra che di sinistra, sia artistica che materialistica. Questo è un grande progetto che consiglierei fortemente a qualunque stato, poiché la rivoluzione di un sistema parte proprio da un’idea, anche utopistica. Direte voi che un’utopia rimarrà tale e che credere ai sogni sia dannoso, eppure caro compagno lettore, o lettore che tu sia il mondo che ci circonda ha avuto utopie viventi. La rivoluzione francese dove il popolo si muoveva uniformemente verso un unico obbiettivo, impensabile tutt’ora, il comunismo, nonostante i suoi errori esiste ed è esistito, il cristianesimo, irrazionale per gli antichi pagani si mostra oggi come principale religione mondiale, la società anarchica, presente in società tribali e ecclesiastiche. Le utopie sociali anche non avverandosi completamente possono migliorarci e migliorare tutta la nostra società internazionale.

Niccolò Musumeci 

Due strade, una meta

Passeggiando per Firenze, in questi giorni, troverete sicuramente delle persone che distribuiscono volantini. Provate a prenderne uno. Sulla pagina frontale troneggia la scritta nera di RIVOLUZIONE. In sfondo l’immagine di una massa coperta da tricolori fluttuanti sopra un grande fuoco, circondato dalla massa stessa. Ora girate il volantino. “Rivoluzionare il presente per conquistare il futuro” inizia così la lettura di questo opuscolo. Leggendo si mostrano le qualità di tale associazione politica, come la sua capacità di interpretare il presente e i suoi problemi, di soccorrere una società sbagliata, dove conta di più la visione materiale e capitalistica del mondo, di “educare alla vita” una gioventù “morta” di organizzare eventi sociali per i poveri e per quella stessa gioventù che necessita un’educazione alla vita, si propone addirittura come sostegno ai sindacati. Interessante, utile, educativo, in difesa dei più poveri, aiuti alla società, benessere, miglioramento delle nuove e vecchie generazioni.

Tutto ciò io lo identifico nel socialismo. Continuando a leggere trovo la tale affermazione, l’organizzazione “si batte per il primato della politica sull’economia”. Proseguendo leggo che loro vogliono anche il primato del naturale sull artificiale, della giustizia sociale sulle oligarchie e sulle lobby. Perseverando incontro altri temi forti, come libertà, lavoro, diritti, solidarietà, tutti temi di primaria importanza per tale associazione. Si propongono anche come “Progetto vivo e pulsante, trasversale e partecipato, aperto e coeso, in grado di condizionare linguaggi e prospettive per affermare i principi di una politica che sia dono alla Comunità”. A prima vista chiunque penserebbe che tale associazione sia fortemente di sinistra, ma durante la lettura si incontrano parole come etica, nazionalismo, disciplina, lotta, tradizioni. Infine l’identità di tale associazione si svela. Quindi come può un volantino di destra pubblicizzare ideali socialisti? Eppure nonostante siano politiche, secondo il significato, opposte , dove in una si punta all’etica, al singolo, alla tradizione, alla disciplina e l’altra alla libertà, sul riformare, sull’equità, al rispetto, si vogliono attuare in entrambi i casi una società giusta, un popolo nel benessere ed una nazione indipendente, che provvede ai diritti del individuo e della società, con uno stato sociale che ti aiuta se sei in difficoltà, con forme di governo eque e che portino esempio di educazione al cittadino, poiché formati dai migliori individui della società stessa. Oggi il socialismo non utilizza alcuni punti fondamentali della destra, che sono ritenuti importanti dal popolo. Il nazionalismo è pericoloso poiché porta a politiche coloniali e nuove possibili conflitti. D’altra parte educare il cittadino alla patria lo farà tendere al rispetto di essa. Vi è una differenza concettuale fra il patriottismo e il nazionalismo, infatti mentre il primo è l’amore verso la patria il secondo la convinzione del fatto che il proprio paese sia superiore agli altri. Molti paesi sono famosi per il loro patriottismo, anche se al loro interno vi è o una forte maggioranza socialista o un governo di tale ideologia. La disciplina è molte volte in conflitto con il concetto di libertà. La libertà che molti intendono è quella della libera scelta fra cosa è bene e cosa è male. Essa è una libertà secondaria, io la vera libertà la intendo solo se ci libera da cosa è male, poiché che libertà è una che ti porta a errare nello sbaglio e nello scorretto?

Disciplina nell’accettare il bene e combattere il male, rieducarlo e riammettere coloro che sbagliano in una società nuova, una società socialista, ma non buonista. Tradizioni, esse ci rispecchiano e ci hanno formato. Un paese senza identità manca di tradizioni, ovvero arte, lingua comune, cultura e una storia. Se le tradizioni comportano disuguaglianze, sbagli, incomprensioni o addirittura morte è inutile mantenerle. Altri punti fondamentali dividono infine la destra dalla sinistra, come la volontà di formare una nuova nazione, un internazionale fra popoli per garantire la pace mentre la destra punta alla formazione di una potente fazione regionale nei confronti del globo, eliminando completamente il senso di accoglienza e integrazione nella società di possibili eccellenze al suo interno. In più mentre la destra punta all individuo, capace di ribaltare le sorti negative di un conflitto, la sinistra punta alla formazione di un popolo migliore che di conseguenza porterà la nazione al suo apice, ma senza provocare alcun danno. Il socialismo deve essere una dritta via per uno smarrito cittadino nella scura selva della politica scoretta, iniqua, corrotta e fra feroci belve, che si presentano come salvatori e miracolosi curatori. Le strade possono essere molte, ma le principali sono su questo articolo, dove si vede come l’una può assimilare dall’altra pregi per perfezionarsi, rendendosi utile ad un buon governo e una distinta società.

Niccolò Musmeci

La discussione sull’immigrazione

L’immigrazione  è un fenomeno che colpisce e ha colpito molti Paesi sviluppati. Fra questi vi è certamente l’Italia, collocata in faccia ai paesi arabi e africani, di fianco quelli dell’Est. Le cause sono note: nei paesi di origine degli immigrati, alla ricerca di pace, benessere e nuove opportunità, fuggono da disordini, guerre, situazioni di disagio pubblico e privato.
Anche i fini dell’immigrazione sono noti, come precedentemente detto, però cosa ancora più discussa del fatto riguarda la nocività o il vantaggio di tali immigrati verso il paese ospitante. Le fazioni della discussione si limitano a due fattori: quello negativo e quello positivo. A favore del primo ci sono i movimenti nazionalisti e di estrema destra, seguiti da una numerosa massa di conservatori, e non poche volte di individui con idee populistiche e ignoranti. Per tali individui tutti o la maggior parte di questi uomini, donne e bambini sono tendenti alla delinquenza e al parassitismo o potrebbero danneggiare il tessuto sociale e l’identità culturale del Paese ospitante. A favore di tale tesi ci sono le prove di numerosi reati commessi da alcuni degli immigrati. Anche il sentimento tradizionalistico e campanilistico per cui una persona diversa ed estranea al luogo deve essere quasi sempre meschina e profittatrice, aumentano la  diffidenza e i timori.
A favore del secondo ci sono partiti aperti al multiculturalismo, alla pace fra civiltà e fra i popoli e alla possibile esistenza di una nazione stabile con al suo interno minoranze etniche. Questa tendenza ritiene possibile una convivenza pacifica con gli immigrati, portatori di nuove menti, pensieri e braccia, che andranno ad aiutare gli indigeni nella costruzione di un Paese migliore. Molti immigrati sono, in effetti, persone che svolgono lavori umili, ma anche lavori ‘scartati’ per numerosi fattori, come la fatica, la scomodità o per un modesto pagamento. Altri vengono nel Paese ospitante per svariate cause, andando ad accrescere i letterati, gli imprenditori, i militari ed altri mestieri che eseguivano nel paese d’ origine. Nella storia mondiale sono presenti numerose nazioni che al loro interno portavano minoranze etniche e religiose. Alcune sono collassate a causa di sconvolgimenti interni causate da incomprensioni, xenofobia, fanatismo e altri errori. Altre sono riuscite a integrare le minoranze trasformandole in individui con un pensiero, degli usi e una cultura indigena, o mantenendo le minoranze tali, ma non negandogli diritti e pretendendo doveri.
Non dobbiamo pensare che l’immigrazione sia uno scontro fra popoli, con invasioni latenti o malvagi progetti di indebolire le nazioni ospitanti per poi assoggettarle. Dobbiamo usare le capacità di ogni immigrante come se fosse un individuo da integrare in un popolo per il fine dello sviluppo e della crescita nazionale.
Come mai questa idea non si è affermata o non è stata condivisa? Dobbiamo sapere che molte volte le strutture sociali vengono usate spesso dagli immigrati, che non pagano tasse. Molte volte usano strutture adibite ai servizi del popolo in modo inadeguato o irregolare e che gli stessi servizi vengono troppe volte dati agli immigrati, preferendole ai cittadini che hanno pagato per averle e che ne pretendono giustamente la precedenza sull’utilizzo. Insieme a svariati esempi, come una possibile mancanza di educazione civica o delle leggi del paese ospitante, ad aggravare il tutto collaborano i cittadini che hanno molto spesso sentimenti di buonismo e superficialità nel trattare il tema immigrazione. L’immigrazione non può essere sconfitta con il razzismo e l’intolleranza, ma deve comportare una selezione di persone capaci, oneste e desiderose di cominciare una vita migliore.
Per quanto riguarda il tema ius solis, penso che un uomo si possa definire italiano solo se conosce la nostra cultura, la nostra storia e la nostra lingua, non per motivi genetici, di sangue o di titoli vari. Infine vorrei ricordare che non molto tempo fa, e purtroppo oggi, eravamo e siamo amici, figli, padri, mogli, conoscenti e fratelli di italiani immigrati che auguro che tornino presto nella madre patria, trovando più benessere, serenità e forse la felicità che cercano all’estero.

Niccolò Musmeci