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Nicola Scalzini

Predicatori di sventure

“Con l’approssimarsi della fine del 2017 il settore manifatturiero in Italia ha registrato un tasso di crescita impressionante…”, parole di Paul Smith direttore di IHS Markit Pmi, una citazione presa a caso tra gli osservatori stranieri. Ma non c’è un indicatore che non sia orientato in senso positivo delineando una situazione complessiva in continuo e quindi strutturale miglioramento. Ma nei nostri dibattiti televisivi quali erano (e continuano ad essere) i messaggi agli spettatori? Tutta la catena di La 7 (Floris, Formigli, Paragone, la Gruber, etc) Rai 3 con in testa la Berlinguer, le reti Mediaset, tutti a rappresentare una situazione di crisi profonda e insopportabile. Nei dibattiti sempre la stessa compagnia di giro con la sistematica presenza dei “predicatori di sventure” del “Fatto quotidiano”, con l’affabulatore Travaglio a fare la parte del leone in tutte le trasmissioni. Anche la presenza dei politici, dovendo seguire il criterio pluralista risultava sempre squilibrato a favore delle opposizioni che erano tante a fronte del partito governativo. Rara la presenza di un economista equilibrato o di un rappresentante di un centro studi di economia che potesse rappresentare la situazione vera in cui si trovava il Paese.

La percezione da parte dell’opinione pubblica delle condizioni generali è risultata completamente falsata. Frasi come queste rimaste senza repliche: “I giovani non avranno pensioni, ormai non abbiamo futuro, etc.”. Del resto anche nella rete erano molto frequenti espressioni del tipo: “Al punto in cui siamo ridotti”. Ridotti come? Ottimi fondamentali; bilancia dei pagamenti in forte attivo. Deficit, debito, pressione fiscale disoccupazione in riduzione. Tasso di attività occupazione, crescita, esportazioni, investimenti in aumento. Tutto ciò è ben presente presso i mercati finanziari e le società di rating che non ci hanno punito malgrado i negativi risultati delle elezioni.

In questa situazione un nuovo governo diretto da Di Maio o da Salvini può solo fare danni al paese è ai lavoratori. È stato innescato infatti un pilota automatico alla nave Italia che va nella direzione giusta. Meglio dunque un periodo, il più lungo possibile, senza governo. A meno che i nostri campioni di demagogia e di trasformismo non rinneghino quelle sciocchezze che hanno scritto nei loro programmi e con cui hanno vinto le elezioni.


Nicola Scalzini

Boeri e le pensioni degli immigrati

Boeri interviene su una infinità di argomenti. Le sue affermazioni sono a volte condivisibili, a volte no. Ma le furberie e le manipolazioni tendenziose non sono ammissibili. Sostiene il nostro che gli immigrati versano allo Stato più di quanto ricevono e dà le cifre. I contributi ammonterebbero a 8 miliardi mentre le prestazioni a loro favore aggiungerebbero appena 3 miliardi cosicché lo Stato lucrerebbe la bellezza di 5 miliardi l’anno. Niente di più falso.

I contributi pensionistici vengono conteggiati e capitalizzati di anno in anno e saranno disponibili interamente da parte di coloro che li hanno versati quando maturerà il diritto (per il raggiungimento di una certa età o di anzianità di lavoro) al pensionamento. Nel frattempo queste risorse sono utilizzate dallo Stato per coprire il suo fabbisogno di cassa. Insomma né più né meno di quello che fa la banca con i nostri conti correnti. Ciascun cittadino ha un suo conto e nel frattempo queste risorse la banca le utilizza per la sua attività creditizia.

Tornando agli immigrati essi non sono trattati in modo diverso rispetto ai cittadini italiani e se le erogazioni di cassa sono più basse dei contributi versati deriva ovviamente dal fatto che gli immigrati pensionati sono ancora pochi rispetto ai lavoratori attivi. Anche loro, come ogni cittadino italiano si riprenderanno “con gli interessi” ogni euro da loro versato. La presunta convenienza dello Stato ad avere una elevata immigrazione, almeno per questo aspetto e dunque una strumentale mistificazione.

Nicola Scalzini

OPERAZIONE VERITA’

craxi-1A molti di noi sarà capitato di restare basiti nell’ascoltare personaggi importanti sciorinare cifre e pronunciare giudizi ridicolmente infondati su presunti e negativi comportamenti di Craxi nel campo della Finanza Pubblica. Io ricordo un articolo di Salvatore Bragantini sul Corriere della Sera di 7 anni fa in cui Craxi veniva accusato di aver raddoppiato il rapporto debito/PIL(dal 60 al 120%). In un’altra occasione in TV Corrado Augias imputava a Craxi di essere il responsabile del nostro pesante debito pubblico. In un convegno sulla politica degli anni 80 lo stesso Bruno Vespa che “moderava” un dibattito di esperti pur riconoscendo a Craxi grandi meriti di statista non mancava tuttavia di rimproverare al leader socialista una eccessiva permissività sui conti pubblici e sostanzialmente un controllo blando sulla spesa pubblica. Invece Il rigore e la durezza con cui il Governo Craxi affrontò il prorompente dilagare della spesa e gli stessi dati della finanza pubblica di quel periodo, raccontano una storia completamente diversa e mi piace sottolinearlo con le parole di un aspro nemico di Bettino Craxi, Eugenio Scalfari che nonostante l’avversione profonda nei riguardi del leader socialista non mancò di riconoscerne i meriti in campo economico. Scriveva dunque l’allora direttore de La Repubblica il primo marzo del 1987, alla imminente conclusione del governo Craxi in carica dal 4 agosto dell’83. “La legislatura volge al termine ed è possibile tentarne un primo consuntivo…L’inflazione è discesa dal 16 al 4% e questo è stato il risultato più apprezzabile e più vistoso dei quatto anni che ci stanno alle spalle. Hanno concorso robustamente a raggiungerlo le condizioni della congiuntura internazionale…Sarebbe nondimeno ingiusto negare che non ci sia stato un qualche contributo specifico da parte italiana:per esempio il livello della spesa pubblica non solo non è aumentato, ma anzi è lievemente diminuito rispetto al Prodotto Interno; nel frattempo la pressione fiscale è rimasta complessivamente invariata.. Di questi risultati va dato atto alle autorità monetarie,ai titolari del Tesoro e delle Finanze e al Governo nel suo complesso. Il favorevole andamento dei prezzi internazionali ha liberato risorse che sono state in discreta parte utilizzate per non far peggiorare i conti dello Stato. Questo il merito che va riconosciuto al Governo e per questo merita la lode. Le imprese sono tornate al profitto… il costo del lavoro a livelli accettabili ha preservato la nostra competitività..”
I risultati appaiono ancora più brillanti di quanto a detti stretti il Direttore di Repubblica descrive. L’Italia viene indicata dagli osservatori internazionali come esempio da seguire. Le società di rating assegnano al nostro paese la tripla A, l’Italia è al quinto posto nella graduatoria dei paesi industrializzati ed entra nel gruppo dei sette paesi più forti, i G7.
Ma torniamo alle false notizie. L’amico Stefano Carluccio mi accennò ad uno studio di un certo Sandro Brusco che io lessi e trovai cosi assurdamente inattendibile che non lo reputai degno di considerazione. Col passare del tempo tuttavia alcune affermazioni e alcuni dati messi senza alcun criterio nel pretenzioso e inattendibile studio(“Le conseguenze economiche di Bettino Craxi”) venivano spiattellati in varie occasioni attraverso il meccanismo del passaparola e a pappagallo replicati da molti noti personaggi. Ma allora è lecito porsi una domanda. Come mai una persona che dovrebbe masticare un po’ di economia afferma che Craxi ”ha condotto una politica economica disastrosa e tale disastrosa azione ha giocato un ruolo fondamentale nel porre l’Italia su un sentiero di regresso economico e sociale”, mentre tutto il mondo ne ha lodato la capacità eccezionale nel prendere un paese in fallimento e riportarlo all’avanguardia dei paesi industrializzati in soli 4 anni? Come mai le società di rating assegnarono a quel Governo il massimo di valutazione? La risposta è nello stesso tempo semplice e sconcertante. Il Brusco considera Craxi responsabile dei Governi dal 1980 al 1990 e non già dall’agosto dell’83 all’aprile dell’87. Gli attribuisce la responsabilità politica di governi che avevano effettivamente sperperato, potenziato le indicizzazioni e costretto Bankitalia a frequenti svalutazioni. Questo agli inizi degli anni ottanta. Ma Brusco attribuisce a Craxi anche la guida politica dei governi successivi al suo ignorando del tutto che ad esempio De Mita,segretario della DC e uno dei suoi successori, era un suo acerrimo nemico e non “un suo complice”. Così ad es. se nell’80 il debito era intorno al 60% e nel 90 al 120%, fa dire al nostro che Craxi raddoppiò il debito pubblico. Da qui le citazioni dei vari giornalisti sopra ricordati. Se si pensa che alla fine del suo governo lasciò un debito di 417 milioni di euro, è difficile sostenere che possa essere accusato di aver creato l’attuale debito che ha superato 2200 miliardi. Anche a chi osserva che il debito non vada valutato in valore assoluto, ma in rapporto al Prodotto Lordo si può precisare che durante il Governo Craxi il rapporto debito/PIL aumentò di circa 20 punti, da circa il 70% all’89%(oggi è il 132 %) valore che attualmente è all’incirca quello medio europeo. Quell’aumento, sia pure non virulento, presentava qualche attenuante. In primo luogo fu impossibile far scendere le spesa pubblica in rapporto al PIL perché totalmente indicizzata all’inflazione di periodi precedenti e paradossalmente sospinta dalla forte riduzione dell’inflazione stessa. Inoltre il costo del debito subì un’impennata in conseguenza de divorzio tra la Banca d’Italia e il Tesoro deciso due anni prima dal Ministro Andreatta che qualche anno dopo scriverà”i tassi di interesse positivi in termini reali si tradussero rapidamente in un nuovo grande problema della politica economica aumentando il fabbisogno del Tesoro e l’escalation della crescita del debito rispetto al Prodotto Nazionale. Infine non si fece ricorso all’aumento della pressione fiscale perché la priorità assoluta era la ripresa economica. Essa avrebbe reso più facile anche la stabilizzazione del debito rispetto al PIL. Ma come si vedrà più avanti, la legislatura venne interrotta, né i governi futuri approfittarono della forte crescita per completare l’operazione di risanamento della finanza pubblica.
Quanto alla spesa pubblica che Craxi riuscì a bloccare nel rapporto al PIL, nonostante l’operazione come è stato accennato fosse molto difficile in presenza di una estesa indicizzazione e della discesa veloce dell’inflazione. Ma queste considerazioni sono completamente assenti nei violenti e gratuiti attacchi che il Brusco rivolge a Craxi. Ignora completamente la difficile guerra alle indicizzazioni che portò il leader socialista ad un duello quasi solitario, affiancato dai sindacalisti filo socialisti, con la corazzata del PCI. Non fa cenno alla finanziaria per l’84 che operò tagli impietosi alla spesa sociale con l’applicazione della regola secondo cui le varie provvidenze(assegni familiari,adeguamenti delle pensioni al minimo, indicizzazioni delle pensioni,etc) assegnate senza considerare il livello di reddito dei percettori, venivano accordate per intero solo alla fascia di reddito bassa, parzialmente ai redditi intermedi e cancellate o fortemente ridotte per i redditi elevati. E proprio sulla finanza pubblica cui il nostro dichiara di concentrare la sua analisi spara le sue bordate più assurde e violente. Ma la storia è, come abbiamo visto, completamente diversa. I fatti e i giudizi dell’epoca ci danno un quadro simmetricamente opposto. Quando nacque il Governo Craxi la finanza pubblica era completamente fuori controllo, il fabbisogno era arrivato alla vertiginosa cifra del 16,9%, la spesa correva ad una velocità impressionante e irrefrenabile. Essa nel quadriennio 79-83 era triplicata in valore assoluto e cresciuta di ben 8 punti in percentuale del PIL. Dinamica quasi analoga per la pressione fiscale che era aumentata nello stesso periodo di 7 punti. Molti osservatori e numerosi esponenti del PSI ritenevano che la DC voleva tendere una trappola politicamente mortale all’allora emergente leader socialista,data la situazione disperata in cui si trovava il paese. Ma a Craxi non mancava il coraggio né la fiducia sulle potenzialità del Paese. Compose un Governo fortemente rappresentativo(Visentini, Andreotti,Spadolini,Amato, Scalfaro, Martinazzoli, Forlani, Fortuna,De Michelis,Pandolfi, Zanone Zamberletti etc) chiamò i sindacati per organizzare una politica dei redditi con lo scopo di sconfiggere l’inflazione, risanare la finanza pubblica, riavviare lo sviluppo e l’occupazione riequilibrare i conti esterni. E i risultati,come vedremo, gli daranno ragione.
Quando nel 1986 la politica rigorosa del triennio precedente incrociò la fortunata circostanza del calo del dollaro e del petrolio e gli indicatori accelerarono la corsa in positivo, alla DC di De Mita salì improvvisamente la febbre da paura per la popolarità crescente dei socialisti e la loro possibile candidatura a porsi come alternativa al potere democristiano. De Mita si affrettò a inviare un avviso di sfratto a Palazzo Chigi. Craxi cercò di resistere per completare la legislatura ma dovette cedere e concordò che si sarebbe dimesso in primavera. La finanziaria per l’87 che avrebbe potuto finire il lavoro di risanamento finanziario, con la stabilizzazione del rapporto debito/PIL, si trasformò in un documento blando anche perché il taglio della legislatura avrebbe condotto alle elezioni anticipate peraltro affidate ad un governo elettorale di minoranza presieduto da Fanfani.
I risultati di quel governo risultano eccellenti. L’inflazione scende al 4% dal 16,5 , ma ancora più significativo è il calo del differenziale con gli altri paesi che scende dal 9 al 2%. Il numero delle imprese è triplicato, i profitti ricostituiti,le esportazioni in forte incremento, i conti esterni risanati,il PIL in forte crescita insieme agli investimenti, ai salari reali e all’occupazione.
Dopo le elezioni si formò il governo Goria che in Parlamento venne più volte messo in minoranza con ammucchiate trasversali volte a saccheggiare nuovamente la finanza pubblica finalmente priva del guardiano(chi non ricorda l’On Lodi del Pci capo manipolo degli assalitori?). Ma anche il sindacato si sentì sciolto dal patto con il Governo. C’era un’euforia da guerra finita e vinta. L’alta crescita copriva i costi della rinata instabilità, con forti aumenti della spesa e della pressione fiscale. Ovviamente anche la politica economica di quegli anni e dei governi De Mita e Andreotti Il Brusco che non avrà letto nulla delle vicende di quel periodo, l’attribuisce a Craxi facendo un’operazione di grande disonestà intellettuale.
Se si riuscisse a fare una operazione verità senza pregiudizi e tentazioni demagogiche scopriremmo uno dei momenti migliori della nostra storia che vide una forte coesione tra Governo, Sindacato e Banca d’Italia con il risultato di costruire un capolavoro di politica economica tanto raro nel nostro paese e che fa onore a coloro che ne furono i protagonisti, a cominciare da colui che tenne le redini dell’operazione, Bettino Craxi.

Nicola Scalzini

Il Calenda Pensiero

Il ministro Calenda da qualche tempo fa delle dichiarazioni che messe insieme delineano una strategia di politica economica che fa giustizia delle chiacchiere in libertà che dilagano sui di battiti televisivi e non solo. “Per creare lavoro e reddito non esistono scorciatoie, non esistono invenzioni di redditi, invenzioni di lavori, invenzioni di bonus” E per meglio precisare le sue affermazioni ribadisce la sua preferenza sulle politiche dell’offerta piuttosto che su quelle della domanda. Afferma inoltre che il Governo Renzi ha varato il più importante programma di politica industriale degli ultimi anni. Appare chiara la polemica contro chi sostiene come i pentastellati e lo stesso Berlusconi una mera distribuzione di risorse per potenziare lo sviluppo (il cosiddetto reddito di cittadinanza), ma emerge anche una critica alla distribuzione di “bonus”, a partire – aggiungo io- da quella strampalata operazione degli 80 euro. Alla base di queste iniziative c’è la diffusa opinione che la nostra crisi derivi da una scarsità di consumi collegata alla carenza dei redditi. Dunque, sostengono i “domandisti”, distribuiamo più risorse, anche se aumenta il disavanzo,così aumentano i consumi che provocano la ripresa della produzione di beni e servizi. Ma la domanda globale non è fatta di soli consumi, ma di investimenti ed esportazioni. Per chiudere il discorso altrimenti troppo lungo, basterebbe accennare all’enorme differenza dei moltiplicatori di sviluppo che connotano le spese correnti dagli investimenti pubblici, ma c’è di più. A differenza degli investimenti che si traducono totalmente e con effetti moltiplicativi sulla domanda globale, spesso le erogazioni di risorse in buona parte vanno a risparmi e la parte che si traduce in consumi in parte alimenta le importazioni. A tale riguardo le verifiche ex post del bonus 80 euro hanno dato risultati non entusiasmanti dal momento che meno del 50% del bonus sarebbe stato consumato. Una domanda sorge spontanea, come si suol dire. Anche Calenda come Padoan ha approvato quella decisione. Certo, in quel momento dove si pensava di dare una svolta storica alle prospettive economiche e politiche del nostro paese l’iniziativa presentava il carattere di un atto di sacrificio per avviare la grande operazione di trasformazione del paese, con nuove istituzioni, nuova classe dirigente, nuova politica economica. Le cose sono andate diversamente e i bonus hanno lasciato un segno ma solo sul debito pubblico. Ma occorre dare onore al merito al Governo Renzi di tante altre misure che in qualche modo aprono prospettive positive all’ammodernamento del nostro apparato industriale. Comunque più dei singoli provvedimenti vale la presa di posizione di affermare l’utilità di una politica industriale che in ambienti più radicalmente liberisti viene considerata una illecita interferenza alla libertà d’impresa e un vero e proprio ostacolo allo sviluppo. Ma un’ambiziosa politica dell’offerta non può lasciare inerte lo Stato. La ricerca, l’innovazione tecnologica, l’ammodernamento dei servizi e in genere della produzione deve trovare lo Stato protagonista, come del resto è stato in passato quando molti settori della grande industria del nostro paese promossi dallo Stato hanno brillato tra i paesi più industrializzati. Mi si lasci dire che nelle affermazioni di Calenda c’è un po’ di socialdemocrazia. Si spera che in futuro questo orientamento non venga macchiato da altre tentazioni populiste.

Nicola Scalzini

BASTA BONUS

calenda

Il compito del governo non è quello di diffondere ottimismo né di cercare scorciatoie ma di produrre politiche per creare reddito che non sono quelle dei bonus. E’ quanto ha affermato il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, intervenendo alla consegna dei premi Leonardo al Quirinale. E apriti cielo. “I dati sono più positivi non solo sull’export ma anche sugli investimenti. Essere ottimisti o pessimisti? – ha osservato Calenda – noi dobbiamo essere realisti e analizzare la situazione con complessità. Non credo sia compito del governo spandere ottimismo né compito delle opposizioni spandere il pessimismo”. Secondo il ministro, “la complessità è una categoria che i cittadini sono pronti ad accettare”. Oggi, ha proseguito “dobbiamo lavorare a politiche dell’offerta per creare reddito: non esistono i bonus, esiste il costruire le condizioni di competitività per cui le imprese possano assumere. E se noi tracciamo scorciatoie – ha concluso – ripetiamo gli errori del passato”. Poi ha cercato di correggere il tiro. “Vedo che una parte del discorso” “è stato inserito nel contesto di una polemica politica che non mi appartiene e a cui non intendo prendere parte”. Ha precisato in una nota il ministro dello Sviluppo economico. “Ho sempre, pubblicamente, sostenuto la necessità di lavorare sulle politiche dell’offerta piuttosto che su quelle della domanda – continua Calenda – ricordo peraltro che il piano Industria 4.0, che va esattamente in questa direzione e che è il più importante programma di politica industriale varato da molti anni a questa parte, è stato disegnato, pensato ed approvato dal Governo Renzi”.


Il Calenda Pensiero

Il ministro Calenda da qualche tempo fa delle dichiarazioni che messe insieme delineano una strategia di politica economica che fa giustizia delle chiacchiere in libertà che dilagano sui di battiti televisivi e non solo. “Per creare lavoro e reddito non esistono scorciatoie, non esistono invenzioni di redditi, invenzioni di lavori, invenzioni di bonus” E per meglio precisare le sue affermazioni ribadisce la sua preferenza sulle politiche dell’offerta piuttosto che su quelle della domanda. Afferma inoltre che il Governo Renzi ha varato il più importante programma di politica industriale degli ultimi anni. Appare chiara la polemica contro chi sostiene come i pentastellati e lo stesso Berlusconi una mera distribuzione di risorse per potenziare lo sviluppo (il cosiddetto reddito di cittadinanza), ma emerge anche una critica alla distribuzione di “bonus”, a partire – aggiungo io- da quella strampalata operazione degli 80 euro. Alla base di queste iniziative c’è la diffusa opinione che la nostra crisi derivi da una scarsità di consumi collegata alla carenza dei redditi. Dunque, sostengono i “domandisti”, distribuiamo più risorse, anche se aumenta il disavanzo,così aumentano i consumi che provocano la ripresa della produzione di beni e servizi. Ma la domanda globale non è fatta di soli consumi, ma di investimenti ed esportazioni. Per chiudere il discorso altrimenti troppo lungo, basterebbe accennare all’enorme differenza dei moltiplicatori di sviluppo che connotano le spese correnti dagli investimenti pubblici, ma c’è di più. A differenza degli investimenti che si traducono totalmente e con effetti moltiplicativi sulla domanda globale, spesso le erogazioni di risorse in buona parte vanno a risparmi e la parte che si traduce in consumi in parte alimenta le importazioni. A tale riguardo le verifiche ex post del bonus 80 euro hanno dato risultati non entusiasmanti dal momento che meno del 50% del bonus sarebbe stato consumato. Una domanda sorge spontanea, come si suol dire. Anche Calenda come Padoan ha approvato quella decisione. Certo, in quel momento dove si pensava di dare una svolta storica alle prospettive economiche e politiche del nostro paese l’iniziativa presentava il carattere di un atto di sacrificio per avviare la grande operazione di trasformazione del paese, con nuove istituzioni, nuova classe dirigente, nuova politica economica. Le cose sono andate diversamente e i bonus hanno lasciato un segno ma solo sul debito pubblico. Ma occorre dare onore al merito al Governo Renzi di tante altre misure che in qualche modo aprono prospettive positive all’ammodernamento del nostro apparato industriale. Comunque più dei singoli provvedimenti vale la presa di posizione di affermare l’utilità di una politica industriale che in ambienti più radicalmente liberisti viene considerata una illecita interferenza alla libertà d’impresa e un vero e proprio ostacolo allo sviluppo. Ma un’ambiziosa politica dell’offerta non può lasciare inerte lo Stato. La ricerca, l’innovazione tecnologica, l’ammodernamento dei servizi e in genere della produzione deve trovare lo Stato protagonista, come del resto è stato in passato quando molti settori della grande industria del nostro paese promossi dallo Stato hanno brillato tra i paesi più industrializzati. Mi si lasci dire che nelle affermazioni di Calenda c’è un po’ di socialdemocrazia. Si spera che in futuro questo orientamento non venga macchiato da altre tentazioni populiste.

Nicola Scalzini

L’economia di Renzi

Il 2017 è cominciato discretamente bene. Tutti gli indicatori sono positivi. La produzione industriale, gli investimenti, i consumi, l’occupazione. Il PIL del 2016 dovrebbe aver segnato lo 0,9%, e molti indicatori anticipatori lasciano prevedere per l’anno in corso un aumento dell’1%. La ripresa dunque c’è, e non sembra un fuoco di paglia. C’è da trarre un sospiro di sollievo dopo l’incubo dei segni negativi che hanno connotato gli indicatori economici degli anni passati, ma si può esultare per l’uscita dalla crisi e il ritrovato sviluppo? Direi proprio di no. Basti pensare che con l’attuale andamento nel 2019 mancheranno ancora 4 punti di PIL per recuperare il livello del 2008, mentre gli altri paesi europei quel recupero lo hanno già completato. Il nostro ritmo di crescita è dunque insufficiente. Esso è appesantito da numerosi ostacoli di cui non si ha ancora piena consapevolezza.

Intanto esso si colloca in un contesto politico-istituzionale pieno di incertezze, instabile e fragile. L’esatto contrario di quel che occorerebbe: un assetto forte e affidabile per imprimere allo sviluppo una spinta decisa senza smagliature e scivolate demagogiche. Gli osservatori internazionali segnalano queste nostre debolezze. I loro report sono pervasi da un’accresciuta diffidenza sulla capacità delle nostre istituzioni a perseguire la politica di riforme dopo il deludente esito del referendum. E i prezzi che stiamo pagando al risultato del 4 dicembre si accrescono giorno dopo giorno. Di tutto ciò ne fanno fede i “down-grading”delle società di rating e l’impennata dello stesso spread. Certamente molto diverse sarebbero state le reazioni dei mercati se fosse passato il si alle riforme. Le spinte alla crescita non si sarebbero fatte attendere.

Le altre zavorre che rallentano lo sviluppo sono in parte ma non del tutto legate alla fragilità delle istituzioni. La politica di bilancio del Governo Renzi, ad es. non è stata sempre lineare e orientata con decisione allo sviluppo. Ci sono state alcune misure di chiara natura assistenzialistica di cui si parlerà più avanti. Molti provvedimenti si sono palesati utilissimi, come l’alleggerimento dell’IRAP sulle imprese, alcuni incentivi agli investimenti, il rifinanziamento della Sabatini, la riforma del mercato del lavoro. Insomma una linea riformatrice apprezzabile.

Ma allora dove si è sbagliato per avere tassi di sviluppo così insufficienti? In primo luogo non è stato predisposto un piano di investimenti pubblici di grandi dimensioni anche considerazione dell’elevato moltiplicatore per lo sviluppo che possiedono. E Dio sa quanto arretrate sono le nostre infrastrutture e quanto urgenti sono le azioni a difesa del suolo e del patrimonio edilizio. Se si osserva un grafico della banca d’Italia si vede chiaramente come rispetto al 2008 la domanda attuale risulta più bassa di allora a causa della componente investimenti(pubblici e privati) che risulta crollata di quasi il 30%. Oggi gli investimenti sono in lieve ripresa ,ma se ad esempio si fosse dirottata l’intera operazione 80 euro sulle opere pubbliche (10 miliardi in più all’anno) oggi la crescita risulterebbe più vicina al 2% che all’1, con conseguente aumento dell’occupazione, riduzione del disavanzo e del debito in rapporto al PIL. Una bella sferzata allo sviluppo. Certo i risultati non si sarebbero visti subito – in tempo per le elezioni europee- ma avrebbero fortemente caratterizzato la politica del Governo. Viceversa gli 80 euro secondo uno studio della Banca D’Italia si sono trasformati in consumi solo per il 40%oltre a creare confusione e alcune iniquità per come sono stati distribuiti. L’altro settore in cui l’azione del Governo Renzi si presta ad osservazioni critiche è la parte fiscale. Al di la della lotta all’evasione su cui il Governo ha ottenuto qualche buon risultato, non è stata ribaltata la struttura del carico fiscale che da noi, a differenza dei paesi più industrializzati, penalizza i fattori della produzione (imprese e lavoro) e risulta relativamente leggero nel comparto dei consumi e del patrimonio. Il Governo avrebbe potuto procedere all’accorpamento delle aliquote IVA e con il maggior gettito sopprimere l’IRAP tributo a carico delle imprese che esiste solo in Italia e penalizza ovviamente i nostri prodotti nella competizione internazionale. Infatti l’IVA non viene caricata sui prodotti esportati a differenza dell’IRAP e delle altre imposte sulle imprese e sul lavoro che invece restano incorporati nei beni e servizi esportati. L’operazione con la quale si sgravano i fattori della produzione e si compensano queste detassazioni con aumenti fiscali su consumi e patrimonio viene definita “svalutazione fiscale” e produce gli stessi effetti della svalutazione monetaria che ovviamente noi con la moneta unica non possiamo più effettuare. Anche sulla revisione dei carichi fiscali dunque non è stato perseguito un indirizzo rigorosamente volto allo sviluppo e al miglioramento della nostra competitività. Le agevolazioni IVA, tra le più rilevanti tra quelle presenti in Europa, non sono state toccate, viceversa sono state abolite le tasse sulla prima casa, mentre quelle sui fattori produttivi (imprese e lavoro) pur ritoccate al ribasso restano tra le più elevate d’Europa.

In conclusione la politica economica di Renzi grazie anche all’azione di alcuni ministri competenti e apprezzati, a cominciare da Padoan, ha riportato il paese alla ripresa e riaperto prospettive di sviluppo. Tuttavia la giusta direzione di marcia ha subito frequenti deviazioni e ritardi a causa di scivolate assistenzialistiche, di marca elettoralistica invece che puntare con decisione su un vasto piano di investimenti pubblici. Certo una maggiore stabilità e coesione avrebbe potuto permettere politiche meno orientate all’immediato consenso e più dirette allo sviluppo consistente e duraturo. Ora l’orizzonte appare ancora più incerto e le idee meno chiare per dare una scossa al paese. E’ il caso di dire: che Dio ce la mandi buona.

Il nostro futuro
si chiama Europa ed euro

Sembra crescente l’orientamento di scegliere l’Euro come capro espiatorio delle nostre difficoltà ad imprimere alla ripresa economica un’adeguata accelerazione in grado di far recuperare al nostro paese tassi di sviluppo e livelli di occupazione in linea con quelli dei paesi che si trovano oltre le alpi.

Mercoledì scorso la trasmissione “La Gabbia” condotta da Paragone è stata in larga parte dedicata a screditare l’euro con affermazioni e servizi che attribuivano alla moneta unica la causa della decadenza dell’Europa e soprattutto la perdurante crisi economica del nostro paese. Le argomentazioni erano a mio parere  largamente infondate e tendenziose. Ben più autorevoli, meglio motivate e perciò più preoccupanti le posizioni di Giorgio La Malfa e Paolo Savona, sul “Corriere della Sera” dei 27 dicembre e che tuttavia vanno nella medesima direzione. I nostri sostengono la tesi dell’abbandono della moneta unica e il ritorno alle monete nazionali a cambi fissi ma aggiustabili lasciando all’euro la funzione di  mera moneta di riferimento. In altre parole : fine della moneta unica che, così come è stata realizzata sarebbe stato un errore. Per motivare questa affermazione i due autori del breve saggio citano le regole volute dalla Germania che impongono ai soli paesi in deficit l’onere dell’aggiustamento e non richiedono alcun impegno di solidarietà ai paesi in surplus.

Da ciò i vantaggi per la Germania e i prezzi enormi pagati dal nostro paese. Per uscire da questa situazione il nostro paese dovrebbe chiedere che si ponga fine alla moneta unica, attraverso due modalità tra loro alternative. La prima consisterebbe nell’uscita della Germania che farebbe fluttuare la propria moneta consentendo così agli altri paesi, a cominciare dal nostro, di rafforzare i relativi apparati produttivi. Poiché questa strada non sarebbe mai imboccata dalla Germania si potrebbe ripiegare sul meccanismo delle singole monete nazionali legate da cambi fissi e aggiustabili. E se la Germania rifiutasse anche questa soluzione i vari paesi dovrebbero svincolarsi da ogni accordo e seguire politiche monetarie e fiscali del tutto autonome.

Tutto il ragionamento lascia molto perplessi. Se il nostro paese perde competitività la moneta non c’entra. Le ragioni sono  nella nostra bassa produttività e nei costi unitari di molti nostri prodotti. Le colpe sono tutte e solo nostre. Si tratta dunque di condizioni create da noi e che solo noi possiamo modificare. Esse hanno connotati noti e più volte ricordati dalla parte più illuminata del nostro paese. Si chiamano debolezza dell’esecutivo e instabilità del sistema di governabilità che danno luogo a politiche  spesso di corto respiro e non orientate a trasformazioni profonde del meccanismo di sviluppo. Le politiche che modificano profondamente il sistema guardano il lungo periodo  e richiedono quindi governi forti e stabili in grado di resistere a pressioni di parte e lobbistiche spesso intrise di populismo ed elettoralismo. La nave Italia naviga a vista ma al suo interno non mancano esempi  positivi di imprese di successo internazionale che confermano quanto la moneta unica non c’entri nulla con il loro saper accettare e vincere le sfide che la globalizzazione pone. Un esempio per tutti, la Fiat che da una situazione semifallimentare è stata riportata tra i gruppi automobilistici maggiori a livello mondiale, con miglioramenti di produttività, incrementi dell’occupazione, delle retribuzioni e della qualità dei prodotti. Non risulta che la Fiat e tante altre imprese che competono spesso con grande successo sui mercati mondiali chiedano l’uscita dall’euro e conseguente svalutazione monetaria. Certamente esse ne trarrebbero vantaggio con la riduzione dei salari e quindi dei costi che la svalutazione produrrebbe. Ma l’effetto svalutazione sarebbe di breve periodo perché il Sindacato non tollererebbe una riduzione del potere d’acquisto delle retribuzioni. Si rimetterebbero  in moto i noti meccanismi sperimentati nella cosiddetta prima repubblica: inflazione elevata, lotte sindacali a difesa dei salari, di nuovo svalutazione monetaria per riguadagnare competitività. Insomma una situazione di instabilità permanente dove non converrebbe investire un euro da parte degli operatori internazionali. E con la droga della svalutazione continua non affronteremmo mai i veri nodi strutturali che non ci permettono di avere uno sviluppo stabile e un futuro migliore e certo per le giovani generazioni. E tutto ciò per sottacere del terremoto finanziario che provocherebbe già l’indizione di un referendum per l’uscita dall’Euro.

Chi ha qualche risparmio, temendo una sua erosione con il  ritorno alla lira sarebbe indotto a proteggerlo in qualche maniera e certamente non lo lascerebbe in banca. Si potrebbe verificare l’assalto agli sportelli, fuga di capitali,  forse fallimenti bancari e fermiamoci qui. Insomma fine del sogno della stabilità e delle riforme tanto accarezzato dai Ciampi, Prodi, Amato,etc. Ma non sarebbe più semplice dire la verità sulle cause che impediscono una maggior crescita e ritrovare una più forte coesione intesa a rimuoverle quelle cause? E allora ci troveremmo il problema della scarsa produttività, dei bassi investimenti pubblici e privati, dell’eccesso di spesa corrente,dell’inefficienza dei servizi di pubblica utilità, dell’eccessiva tassazione dei fattori della produzione (lavoro e imprese) cui fa da riscontro il basso prelievo sui consumi legato alla eccessiva dispersione delle aliquote IVA  Non inseguiamo false soluzioni. Seguiamo l’esempio dei maggiori paesi europei che hanno insieme all’Euro la piena (o quasi) occupazione e una qualità della vita che non si riscontra in altre zone del mondo.

Nicola Scalzini

Legge di bilancio. Serve una svolta consistente

Renzi-Padoan-Cdm-DEF

Nel Governo non manca la fantasia e l’intelligenza nell’elaborazione della manovra economica per il prossimo anno. La parte che riguarda l’industria è ricca di misure destinate a risollevare gli investimenti per il rinnovo degli impianti e l’introduzione delle tecnologie innovative. È stata rifinanziata la Sabatini che agevola l’acquisto di macchinari, impianti, tecnologie delle imprese non solo industriali ma anche agricole e della pesca; viene introdotto un iperammortamento, oltre a quello vigente del 150%, per le innovazioni tecnologiche che viene enfaticamente finalizzato alla quarta rivoluzione industriale. È previsto un Fondo di garanzia per le piccole e medie imprese ,il rinnovo e l’estensione di vari incentivi come gli ecobonus, risorse per il sisma, per le scuole e altre opere pubbliche, etc. Sembrerebbe un’operazione idonea ad imprimere una spinta non trascurabile alla nostra crescita. Ma essa pecca nella quantità di risorse che attiva. Tutto il complesso di misure destinate all’attività produttiva si aggira sui 4 miliardi. Un ammontare analogo è invece destinato alle spese correnti rappresentate da varie misure a favore delle pensioni e delle famiglie, ai rinnovi contrattuali dei dipendenti pubblici, ai bonus per i diciottenni, etc.

I vincoli stringenti sul disavanzo concordati con l’Europa non consentono manovre di dimensioni appropriate a fornire impulsi alla crescita più rilevanti salvo compensare i maggiori investimenti con altre entrate o tagli di spese correnti. Sul piano puramente tecnico ogni euro disponibile dovrebbe essere destinato allo sviluppo attraverso investimenti sia pubblici che privati, tenendo anche conto che coloro che beneficiano per primi della maggiore crescita sono le nuove generazioni alle quali si aprirebbero maggiori opportunità di lavoro. E di questi tempi sono proprio i giovani ad essere meritevoli di maggiore attenzione. Ma il Governo è sottoposto a pressioni di varia natura ed è costretto a spegnere tensioni peraltro alimentate dalle imminenti consultazioni. Anche da parte sindacale provengono richieste che pur hanno qualche fondamento, dopo il lungo digiuno cui sono stati sottoposti i dipendenti pubblici. Non poteva mancare l’attenzione per i pensionati e le famiglie. Di questi tempi meglio essere più buoni. Ma se questi sono i limiti nei quali il Governo è costretto ad operare perché non pensare ad una riduzione degli sconti IVA concessi a moltissimi prodotti e servizi e dirottare il maggior gettito cosi ottenuto sugli investimenti? Il piano per l’industria 4.0 ha una dotazione per il prossimo anno di appena 350 milioni, anche se crescerà molto negli anni successivi. Abbiamo un margine immenso da recuperare nel settore investimenti. Insomma non basta l’intelligenza e la fantasia, ma serve anche coraggio e determinazione per una svolta consistente.

Nicola Scalzini

MANOVRA BUONISTA

Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi (s) e il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan a Palazzo Chigi durante la conferenza stampa dopo il CdM che ha approvato il Def, Roma, 8 Aprile 2016. ANSA/ GIUSEPPE LAMI

ANSA/ GIUSEPPE LAMI

Prosegue l’iter della legge di bilancio. Il Parlamento ha autorizzato il deficit fino al 2.4% in un passaggio parlamentare che rappresenta l’ultimo atto preliminare. L’approvazione da parte del Governo è prevista per sabato e lunedì sarà inviato a Bruxelles il documento programmatico. Secondo le stime del governo le misure previste porteranno la crescita al tanto agognato 1%. Restano però aperte le discussioni sul modo in cui arrivare all’obiettivo finale. Il punto è ancora una volta quello sollevato dall’Ufficio parlamentare di bilancio, che ha fatto sapere di giudicare irraggiungibile una crescita dell’1% senza sfondare il 2% indicato dal Governo nel rapporto deficit/Pil. A oggi, la principale misura messa in programma è la sterilizzazione delle clausole di salvaguardia Iva, azione per la quale sono stati stanziati 15.1 miliardi di euro e che dovrebbe determinare un aumento del Pil di 0.28 punti percentuali. Segue il piano Industria 4.0 per rilanciare la competitività delle imprese – 300 milioni di euro e uno scostamento del Pil tendenziale dello 0.15%. Nel complesso sono previste misure per 24.4 miliardi di euro, che dovrebbero generare un aumento del Pil dello 0.71%.

Sullo sfondo l’ipotesi di un taglio alla sanità. Un miliardo di euro in ballo, quello del Fondo sanitario nazionale, che per il prossimo anno doveva avere una dotazione di 113 miliardi, due in più rispetto agli attuali 111, e che invece è destinato a scendere a 112. Un taglio che sarà al centro di un faccia a faccia tra il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, e la titolare del ministero della Salute, Beatrice Lorenzin.

Sulla manovra interviene anche l’ex segretario del Pd Bersani riferendosi all’ipotesi dell’inserimento in manovra di misure per fare emergere il nero: “Vedo – ha detto – che i giornali cominciano a dare conto di una singolare teoria che sta circolando in vari ambienti. Dopo aver alzato drasticamente il limite al contante, adesso dovremmo farlo emergere dal nero con una specie di amnistia a pagamento, con qualche vantaggio per il bilancio dello stato. Tutto questo, naturalmente, al fine di incentivare la moneta elettronica. Voglio credere che una simile idea sia stata messa in giro artatamente da Fabrizio Corona che, nel caso, potrebbe candidarsi a sottosegretario”.


 

La Manovra un po’ buonista

di Nicola Scalzini

Nel Governo non manca la fantasia e l’intelligenza nell’elaborazione della manovra economica per il prossimo anno. La parte che riguarda l’industria è ricca di misure destinate a risollevare gli investimenti per il rinnovo degli impianti e l’introduzione delle tecnologie innovative. È stata rifinanziata la Sabatini che agevola l’acquisto di macchinari, impianti, tecnologie delle imprese non solo industriali ma anche agricole e della pesca; viene introdotto un iperammortamento, oltre a quello vigente del 150%, per le innovazioni tecnologiche che viene enfaticamente finalizzato alla quarta rivoluzione industriale. È previsto un Fondo di garanzia per le piccole e medie imprese ,il rinnovo e l’estensione di vari incentivi come gli ecobonus, risorse per il sisma, per le scuole e altre opere pubbliche, etc. Sembrerebbe un’operazione idonea ad imprimere una spinta non trascurabile alla nostra crescita. Ma essa pecca nella quantità di risorse che attiva. Tutto il complesso di misure destinate all’attività produttiva si aggira sui 4 miliardi. Un ammontare analogo è invece destinato alle spese correnti rappresentate da varie misure a favore delle pensioni e delle famiglie, ai rinnovi contrattuali dei dipendenti pubblici, ai bonus per i diciottenni, etc.

I vincoli stringenti sul disavanzo concordati con l’Europa non consentono manovre di dimensioni appropriate a fornire impulsi alla crescita più rilevanti salvo compensare i maggiori investimenti con altre entrate o tagli di spese correnti. Sul piano puramente tecnico ogni euro disponibile dovrebbe essere destinato allo sviluppo attraverso investimenti sia pubblici che privati, tenendo anche conto che coloro che beneficiano per primi della maggiore crescita sono le nuove generazioni alle quali si aprirebbero maggiori opportunità di lavoro. E di questi tempi sono proprio i giovani ad essere meritevoli di maggiore attenzione. Ma il Governo è sottoposto a pressioni di varia natura ed è costretto a spegnere tensioni peraltro alimentate dalle imminenti consultazioni. Anche da parte sindacale provengono richieste che pur hanno qualche fondamento, dopo il lungo digiuno cui sono stati sottoposti i dipendenti pubblici. Non poteva mancare l’attenzione per i pensionati e le famiglie. Di questi tempi meglio essere più buoni. Ma se questi sono i limiti nei quali il Governo è costretto ad operare perché non pensare ad una riduzione degli sconti IVA concessi a moltissimi prodotti e servizi e dirottare il maggior gettito cosi ottenuto sugli investimenti? Il piano per l’industria 4.0 ha una dotazione per il prossimo anno di appena 350 milioni, anche se crescerà molto negli anni successivi. Abbiamo un margine immenso da recuperare nel settore investimenti. Insomma non basta l’intelligenza e la fantasia, ma serve anche coraggio e determinazione per una svolta consistente.

Per qualche decimale in più

La polemica esplosa sui giornali sugli obiettivi “troppo ottimistici” del Governo appare alquanto esagerata. Vero è che la banca d’Italia definisce ambizioso l’incremento dell’1% fissato nel quadro programmatico, ma un obiettivo ambizioso è dentro il “range” delle possibilità. Non c’è quasi differenza tra l’1% del Governo e lo 0,9% del Fondo Monetario. Insomma se viene accettato come possibile il dato del Fondo non si capisce perché quello del Governo sarebbe “fuori linea” che peraltro include gli effetti di una manovra che gli addetti ai lavori descrivono come efficace.

Noi vogliamo credere che sia così. In tal caso i margini di spinta e quindi di una qualche accelerazione di sviluppo ci sarebbero tutti. E tuttavia i problemi del nostro paese  non vanno pesati col bilancino dell’orafo e valutati nel breve periodo sulla base di variazioni di qualche decimale, ma  devono essere collocati in orizzonti più lunghi, tale e tanto è il ritardo accumulato negli ultimi 20 anni nella quasi totalità dei settori produttivi, nelle infrastrutture, nel funzionamento dei grandi servizi di pubblica utilità, etc.

Deve essere recuperato un immenso volume di investimenti che da anni languono su minimi livelli sia nel settore pubblico che in quello privato. Così moltissime imprese si trovano nella necessità di investire per il rinnovo dei macchinari inserendo massicce dosi di tecnologie innovative. Ancora maggiore appare l’esigenza di modernizzare i servizi pubblici a cominciare da quelli burocratici, della giustizia, della sanità; e che dire dei trasporti collettivi, del ciclo dei rifiuti, delle strutture edilizie pubbliche, con in primo piano quelle scolastiche, la difesa del suolo e la messa in sicurezza del patrimonio immobiliare privato. Sono cose note che affrontate con determinazione e continuità garantirebbero crescita e occupazione oltre che una migliore qualità di vita.

Ma c’è bisogno di una sterzata profonda nella politica di bilancio. Quel documento fondamentale di politica economica va largamente finalizzato allo sviluppo, sia dal lato della spesa che dal lato delle entrate. Sul versante della spesa nessuna concessione al populismo e al buonismo, ma massimo e direi ossessivo impegno verso gli investimenti . Dal lato delle entrate l’allineamento a tappe forzate dei carichi fiscali a quanto si riscontra nei paesi più avanzati. Vale a dire sgravio consistente dei fattori della produzione e riallineamento del carico sui consumi, anche primari, ai livelli europei. Certo la scarsa coesione del nostro Paese a perseguire il bene comune e la poca determinazione dei nostri esecutivi a compiere azioni spesso non popolari sono stati i due fattori di debolezza che ci hanno portato ad un grande debito pubblico e ad un patrimonio debole. La speranza è quella di rendere gli esecutivi più stabili e in grado di rispondere alle vere necessità del nostro paese.

Nicola Scalzini