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Nicola Simone

Accettare lo ‘scontro di civiltà’
fa il gioco di Daesh

Recentemente, il famoso politologo ed esperto di islam  Olivier Roy ha pubblicato un editoriale su “Le Monde” che ha causato una accesa discussione in Francia e che a mio avviso sostiene una teoria da non trascurare assolutamente. Roy sostiene che il jihadismo europeo è (cit.) “Una rivolta generazionale e nichilista che nulla ha a che vedere con il radicalismo religioso che ma che va cercata nelle radici stesse della globalizzazione, della frammentazione dell’individuo, nella frustrazione e emarginazione delle seconde generazioni e dei nuovi europei convertiti”. Roy insiste sul fatto che Daesh peschi a piene mani in una fascia di giovani che già da tempo sono entrati in dissidenza con il sistema e con la propria società di riferimento,  e che trovano in Daesh, come prima in Al Qaeda o in altre sigle, “un’ etichetta” che permetta loro di sfogare delle pulsioni distruttive ed autodistruttive proprie di una affermazione assoluta del sé. Roy arriva a questa conclusione poiché esaminando le vite di questi giovani terroristi emerge il fatto che prima conoscevano poco o nulla il Corano, non frequentavano le moschee ed erano in aperta antitesi con la “tradizione” religiosa dei loro genitori. Molti di questi erano piccoli criminali connessi ai reati contro il patrimonio o allo spaccio. Questi ragazzi bevevano alcolici, usavano droghe, frequentavano locali notturni. Non certo dei musulmani osservanti dunque. Poi la svolta radicale con Daesh. Perché? Io concordo sulle tesi di Roy (invito tutti a leggere l’editoriale su “Le Monde”), e aggiungo che per certi aspetti mi ricorda molto i fenomeni sociali e culturali nati a cavallo tra le due guerre, come il futurismo o l’arditismo, sulla base del pensiero superomistico di Nietzsche, sul principio di una “costruzione ex nihilo” del proprio futuro e sul rifiuto della  “società molle e borghese”, in questo caso non cercando di modificarla ma di distruggerla. Non mi riferisco solo alla “civiltà occidentale” ma anche alla stessa “civiltà islamica”. L’islam salafita infatti rifiuta ogni nozione culturale, è completamente sganciato dalla “tradizione” islamica e permette ad ogni individuo di “costruirsi” da solo, di fare storia a sé, di ergersi arbitro onnipotente della propria esistenza e di quella altrui.

Tuttavia, se gli arditi avevano dalla loro il fatto di essere reduci dalle trincee della Grande guerra, questa generazione è reduce solo di sé stessa e dell’anonimità della società globalizzata e iperframmentata, e cerca i “15 minuti di notorietà” sostenuti da Warhol in una vampa di distruzione e autodistruzione. Non entro nel merito del “cui prodest” perché chiaramente ci sono sempre uno o più attori che traggono vantaggi da questa destabilizzazione. La mia modesta analisi si limita alla base, alla gente comune.  Concludendo, a mio avviso considerare in maniera riduttiva questi episodi come uno “scontro di civiltà” fa il gioco di Daesh nel destrutturare tutto il sistema mondiale. In quanto socialisti è nostro dovere avvertire la società e lo Stato che fenomeni del genere sono estremamente pericolosi: negli anni ‘20 del XX secolo trascurare questi fenomeni portò al fascismo e alla seconda guerra mondiale. Oggi il fenomeno, essendo molto meno politicizzato, è paradossalmente ancora più pericoloso.

Nicola Simone