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Nicola Zoller

Bettino Craxi, uso di pesi e misure diversi nella giustizia

Voltaire, parlando di un processo che si concluse con la condanna di una persona per un solo voto, racconta come l’avvocato spiegasse che sarebbe stato assolto in un’altra camera di giustizia. “E’ davvero comico – rispose il malcapitato – quindi una camera, una legge”. “Sì – disse l’avvocato – ci sono venticinque commenti diversi sulla ‘consuetudine’ di Parigi… e se ci fossero 25 camere di giudici, ci sarebbero 25 giurisprudenze diverse”. Questa vicenda era stata riproposta dall’ ex magistrato Ferdinando Imposimato, scrivendo un articolo sull’ “Avanti della domenica” del 3 maggio 1998 intitolato “Giustizia, la riforma non decolla” col quale ammetteva drammaticamente che “le cose non sono affatto mutate da allora”.

Imposimato – lo citiamo anche per riconoscere al magistrato da poco scomparso questo suo filone d’impegno, che si sovrappone a molti altri e d’altro segno –  continuava il suo ragionamento citando l’illuminato giurista Cesare Beccaria: “Lo spirito della legge sarebbe dunque il risultato di una buona o di una cattiva logica del giudice, di una facile o malsana digestione, dipenderebbe dalla violenza delle sue passioni, dalla debolezza di chi soffre, dalle relazioni del giudice con l’offeso, e da tutte quelle minute forze che cangiano le apparenze di ogni oggetto nell’animo fluttuante dell’uomo. Quindi veggiamo la sorte di un cittadino cangiarsi diverse volte nel passaggio che fa a diversi tribunali, e le vite dei miserabili essere vittime dei falsi raziocini, o dell’attuale fermento degli umori di un giudice”.

Queste terribili parole sembrerebbero confinate in altro tempo. Purtroppo così non è – lo rilevava Imposimato – e le cronache giudiziarie continuano a confermarlo, usando pesi e misure diverse, pronte a ribaltare verdetti precedenti fino alla sentenza definitiva, salvo poi ricorsi in alte sedi sovranazionali.  E’ che da sempre, fin dai tempi di Socrate, “in tribunale come in teatro non conta tanto la realtà ma come essa viene rappresentata” e quindi come tale rappresentazione può influenzare il giudizio.

Ma il problema è che eternamente la giustizia risente oltre che degli umori degli apparati giudiziari anche e soprattutto dello spirito del tempo: le leggi sono costruzioni umane, non hanno una impronta divina e una validità assoluta per sempre: “le leggi sono correnti di pensiero” sintetizzava mirabilmente un padre costituente come Piero Calamandrei e spesso la loro applicazione si confonde con la morale.

Ecco il punto: la morale. Il sociologo Francesco Alberoni vi ha scritto sopra un libro intitolato ‘Valori’. La morale dovrebbe collegarsi a ciò che è generoso e altruista. Ma per l’opinione prevalente, invece, la morale non significa virtù e bontà. Significa sdegno, rimprovero, punizione. Ecco – scrive – li vedete tutti costoro sfilare nel corso della storia cupi, collerici, intransigenti che urlano, che esigono punizioni esemplari per i malvagi, per i corrotti! Ciascuno prende un sasso per lapidare l’adultera, ciascuno si getta sul reo per linciarlo. Così si tagliano le mani ai ladri, si torturano, si martoriano, si crocifiggono i criminali, si bruciano gli eretici, si spezzano le ossa e si squartano i banditi. Quanta giustizia è stata fatta in questo modo! La storia è stata un succedersi ininterrotto di atti di ‘giustizia’.

Così nel passato e così in epoca recente nella lotta politica, aggiunge senza sorpresa Alberoni. Perché tutti vivono il loro avversario come un essere repellente, crudele. Mentre vivono se stessi come virtuosi e giusti, costretti a difendersi. La lotta politica è praticamente tutta combattuta con accuse di immoralità. Ma perché confondere la morale con la lotta politica? E’ incredibile – aggiunge Alberoni – che non si capisca, non si voglia capire che quando in un movimento, in un partito politico, il capo, il demagogo urla: “Facciamo giustizia”, di solito non ha nemmeno lontanamente in mente la giustizia morale. Il suo vero scopo è minare la legittimità di chi è al potere per rovesciarlo e prendere il suo posto. Il linciaggio morale è stato ed è strumento abituale di conquista del potere. Si guarda sempre il male degli altri e non si vede il proprio. Perché in realtà non c’è un sentimento morale, ma una manifestazione di aggressività.

Ricorre in questi giorni – il 19 gennaio – l’anniversario della morte di Craxi da rifugiato in Tunisia. Parlo di lui con un riferimento generale, citando lo storico Angelo Panebianco. Questi commentando nell’ ottobre 2016 sul Corriere della Sera il libro di Paolo Mieli ‘In guerra con il passato. Le falsificazioni della storia’, scriveva: «Non si è mai estinto il vizio di mettere in piedi processi per corruzione o sottrazione di denaro pubblico contro gli avversari politici». Cita un caso antico ma efficacemente emblematico: «Il processo contro Verre, ex propretore il Sicilia, che diede tanto lustro al suo inflessibile accusatore Cicerone, non sarebbe stato imbastito se Verre non fosse stato legato alla fazione politica perdente, quella di Silla». E conclude: «Nelle cronache degli ultimi decenni, qui in Italia, anche se non solo, possiamo trovare diversi casi che hanno affinità con quella vicenda storica». Dall’antichità all’età contemporanea è detto parecchio in queste poche parole, svelando un meccanismo che regola spesso la cattiva contesa pubblica.

Nicola Zoller
direzione nazionale Psi

Lutero, dispute religiose
e scienza mite

In questa stagione si sono svolti molti dibattiti sulle celebrate Tesi che Martin Lutero presentò 500 anni fa, nell’autunno 1517. «Nelle intenzioni di Lutero doveva trattarsi di una riforma, non di uno scisma» ha sostenuto l’autorevole storico tedesco Hubert Jedin. Ma la ‘conciliazione’ nel mondo cristiano si rese impossibile, gli Stati europei per motivi politici «scelsero una confessione contro le altre per conformare i sudditi all’obbedienza» applicando a partire dalla Pace di Augusta del 1555 la norma del cuius regio, eius religio, per cui tutti erano obbligati a seguire la religione del proprio principe; poi tra Cinquecento e Seicento si precipitò nelle guerre di religione sfruttando – sempre per preponderanti questioni di potere – le divisioni religiose. Solo dopo la Guerra dei Trent’anni (che – come annota lo storico Paolo Mieli sul “Corriere della Sera” del 24 marzo 2016 – «fu in realtà una lotta per l’egemonia tra la monarchia dei Borbone e quella degli Asburgo») e la Pace di Vestfalia del 1648, le guerre tra cristiani ebbero termine e si aprì faticosamente l’epoca della tolleranza religiosa.

            Dunque la lotta politica sfruttò la religione. Ai principi tedeschi – e poi anche ad altri principi europei – non piaceva che i propri sudditi fossero costretti a versare somme alla fin fine ingenti agli ecclesiastici cattolici (a vescovadi, conventi, papato romano) per acquistare indulgenze ‘vendute’ come passaporti di salvezza dell’anima grazie alla creazione del Purgatorio: un passaggio penitenziale inventato a partire dal XII secolo per accrescere il potere di intermediazione della Chiesa e dei prelati, un sistema, quello ‘purgatoriale’, che lo storico Jacques Le Goff definirà piuttosto come ‘infernale’ nella sua opera “La nascita del Purgatorio”.

Lutero ebbe buon gioco a sostenere che questo «terzo luogo» non figurava nella Scrittura, e da qui partì ad elaborare il suo trattato sul “De servo arbitrio” per contestare che con le opere buone, caritatevoli e religiose – e quindi anche con le offerte in denaro alla Chiesa – si potesse acquisire la salvezza. Per il teologo tedesco quest’ultima non era assolutamente raggiungibile attraverso il contributo della libera azione umana (come sostenuto da Erasmo da Rotterdam nel suo “De libero arbitrio”) ma poteva essere ottenuta solo per fede «che è una grazia gratuita, resa possibile dal sacrificio di Cristo».

In quanto alle opere umane, esse non avrebbero mai potuto «avvicinare l’uomo alla grazia divina, poiché la malvagità è insita nell’essere umano»: semmai – spiega il filosofo Mario Miegge – «il senso religioso» che molti gruppi protestanti (soprattutto i calvinisti) diedero al successo ottenuto con il lavoro umano, poteva essere «segno della elezione e della grazia» accordata unilateralmente da Dio a determinate persone rientranti nel «numero degli eletti». Dunque solo la misericordia di Dio può salvarci ed essa non può essere amministrata da intermediazioni umane, in quanto la ragione dell’uomo – servo del peccato originale – è completamente cieca. Un passaggio arditamente avvilente – pur suffragato da precisi rimandi a S. Paolo e S. Agostino – se non pensassimo che grazie a questa credo si faceva venir  meno la ragion d’essere della Chiesa e della struttura ecclesiastica quale ‘ponte’ tra l’uomo e Dio: ognuno poteva essere prete di se stesso, affidandosi direttamente alla Scrittura, non servivano tanti apparati, papi e indulgenze; quanto ai sacerdoti, essi non erano niente di più di persone che coadiuvano i fedeli, per cui potevano vivere come tutti gli altri uomini e anche sposarsi. In ogni luogo dove attecchì la riforma antipapista si poteva quindi passare all’incasso, incamerando – nei forzieri dei principi – i beni ecclesiastici cattolici, dalla Germania luterana, alla Svizzera calvinista, all’Inghilterra anglicana, con contromosse cattoliche altrettanto invasive. Per questa ingordigia di potere, si insanguinò l’Europa ma le effettive distinzione teologiche tra le confessioni cristiane restarono sottili: per le Tesi che Lutero la salvezza era giustificata solo per fede; secondo il Concilio di Trento (1545-1563) per la fede e… per le opere: ma in questa relativa distinzione si inserì mano a mano un solco sempre più profondo fino a considerarsi, rispettivamente fra cristiani separati, come i peggiori irriducibili nemici.

Per il resto, all’unisono o quasi, tutte le confessioni cristiane non si risparmiarono contro i dissenzienti interni o attigui al proprio campo: nel fronte cattolico, ricordiamo le persecuzioni di Galileo, Campanella e Giordano Bruno; Lutero, «rivoluzionario e conservatore al tempo stesso», si distinse nella difesa dei poteri costituiti condannando la rivolta dei contadini guidata «dal suo antico seguace Thomas Müntzer, contro cui scrisse nel 1525 uno del libelli più violenti, Contro le orde ladre e assassine dei contadini» (per non parlare della sua collera antisemita che condensò  nel «furioso opuscolo» Degli ebrei e delle loro menzogne); non fu da meno l’algido Calvino che fece di Ginevra «un faro dell’intolleranza», tetramente illuminata dai bagliori del rogo del medico e riformatore religioso Michele Servèto. Arriverà finalmente nel Seicento la laica Riforma scientifica a proporre una «interpretazione matematica del Creato», coprendo con il velo della tolleranza le contese teologiche.

Nicola Zoller

Magistrati e indipendenza

L’editoriale del direttore Giovanetti di domenica 3 dicembre 2017 è straordinariamente condivisibile: i magistrati devono essere indipendenti ed anche apparire tali. Non a caso la Costituzione – che in generale tutela i diritti di tutti – all’art. 98 introduce un bilanciamento, prevedendo la possibilità di “stabilire limitazioni al diritto di iscriversi ai partiti politici per i magistrati…” proprio in considerazione del loro delicato ruolo.

Convincente poi è l’esortazione finale a ricordare le parole del grande scrittore perseguitato Alexander Soljenitzin: “Una società senza un sistema legale obiettivo è terribile. Ma una società basata solo sulla lettera della legge sprigiona un’atmosfera paralizzante di mediocrità spirituale ed è destinata a fallire”. Secondo Giovanetti sono parole che sembrano scritte “per l’Italia di oggi ”.

E’ una critica al giustizialismo, che in maniera nefasta può intrigare la vita democratica del Paese. Analogo giudizio contro l’uso distorto della giustizia è stato espresso recentemente dall’on. Piero Fassino presentando a Trento il suo nuovo libro.  Per amore della verità però non ci si può solo riferire all’Italia “di oggi”: è un giudizio senza tempo, che vale per molti luoghi e situazioni.

Per schiettezza, come scordare la vicenda di Mani pulite degli anni Novanta? Mattia Feltri, attuale editorialista de “La Stampa”, vi ha scritto sopra un libro dal titolo evocativo: “Novantatré. L’anno del Terrore di Mani pulite”. Eccone l’incipit: «Quella che sembrava un’epoca di catarsi e rinascita si è rivelata un periodo cupo, meschino, di furori e di paure, di follia collettiva, in cui una cultura politica era stata spazzata via in modo dissennato».

Dominata da mass-media legati a poteri economico-finanziari irresponsabili, da politici e tecnici riciclati, da esponenti di partiti e movimenti finora esclusi dall’area governativa, da arrivisti nuovisti, e soprattutto da «una magistratura che si sentiva a capo di un moto rivoluzionario», l’Italia è precipitata in un arido ventennio privo di speranze esaudite. C’era senza dubbio – sul finire della prima repubblica – il problema sempre più emergente del corretto finanziamento della politica: un problema non solo italiano ma europeo. Ma mentre in Europa (in Germania, in Francia, in Spagna) si seguì la strada del più civile confronto parlamentare, in Italia si preferì la via giudiziaria: coi risultati sopra descritti. Anche i numeri parlano chiaro. Il bilancio della “moralizzazione” per via giudiziaria, si è risolta con effetti opposti: il giurista Michele Ainis in un editoriale del 16 giugno 2014 ha ricordato che «all’alba degli anni ’90 la classifica di Transparency International – l’Associazione che misura l’indice di percezione della corruzione, partendo dai Paesi migliori – situava l’Italia al 33° posto nel mondo; ora siamo precipitati alla 69.a posizione». Una “legalità obiettiva” è necessaria, possiamo dire con Soljenitzin, ma – sempre con il grande scrittore russo – dobbiamo aggiungere che appunto deve essere obiettiva, non di parte pronta cioè a sommergere gli uni ed a salvare gli altri: e inoltre dev’essere giusta, non soverchiante, altrimenti “fallisce”.

Con questo vogliamo riferirci a molteplici situazioni, che gli storici hanno via via trattato: quella di Soljenitzin può essere comparata alla sentenza latina “summum ius, summa iniuria”, il sommo diritto è somma ingiustizia, cioè “l’uso rigoroso e indiscriminato di un diritto o l’applicazione rigida di una norma può diventare un’ingiustizia”. Lo storico Angelo Panebianco, commentando nell’ ottobre 2016 sul “Corriere della Sera” il libro di Paolo Mieli “In guerra con il passato. Le falsificazioni della storia”, scriveva: «Non si è mai estinto il vizio di mettere in piedi processi per corruzione o sottrazione di denaro pubblico contro gli avversari politici». Cita un caso antico ma efficacemente emblematico: «Il processo contro Verre, ex propretore il Sicilia, che diede tanto lustro al suo inflessibile accusatore Cicerone, non sarebbe stato imbastito se Verre non fosse stato legato alla fazione politica perdente, quella di Silla». E conclude, turbando forse gli scrupoli di molti passati e odierni giustizialisti: «Nelle cronache degli ultimi decenni, qui in Italia, anche se non solo, possiamo trovare diversi casi che hanno affinità con quella vicenda storica». Dall’antichità all’età contemporanea è detto parecchio in queste poche parole, svelando un meccanismo che regola spesso la cattiva contesa pubblica.

Nicola Zoller 
Segretario Psi del Trentino-Alto Adige

Ottobre Rosso e dintorni

Vorrei dire al presidente del Consiglio provinciale di Trento Bruno Dorigatti – e a tanti altri immemori amici e compagni – che ben prima della “presa della presa del Palazzo d’Inverno, simbolo del potere zarista” ad opera dei bolscevichi nell’Ottobre 1917 (come egli afferma in un recente articolo sul “Trentino”­) quel potere era già stato abbattuto dal fin troppo dimenticata rivoluzione del Febbraio precedente, che aveva fatto cadere lo zar Nicola II. Nel decantato Ottobre rosso i bolscevichi catturarono nel Palazzo d’Inverno non lo zar già fuori gioco, ma i ministri del governo guidato dal socialista Aleksandr Kerenskij, il vicepresidente del Soviet di Pietrogrado che da febbraio cercava di guidare una fuoriuscita democratica dall’autoritarismo russo. A febbraio Lenin era del tutto assente alla detronizzazione dello zar. Risiedeva a Zurigo e da lì rientrerà in Russia su un treno piombato fornito dai comandi militari germanici, interessati a creare contraddizioni nel fronte russo: che in effetti scoppiarono, portando alla caduta del governo Kerenskij. Le condizioni del popolo – già precarie – peggiorarono subito tragicamente: “l’idealismo libertario e generoso dell’ardore bolscevico” che secondo Dorigatti avrebbe animato la rivoluzione leninista per poi nei decenni decadere in un regime dittatoriale, fu subito smascherato non da un risentito conservatore ma dalla rivoluzionaria tedesca Rosa Luxemburg che fin dal 1918 – non dunque nella tetra epoca staliniana – diede la definizione più pregnante della nuova tirannia: «La guida effettiva è in mano a una dozzina di teste superiori; e una élite di operai viene di tempo in tempo convocata per battere le mani ai discorsi dei capi, votare unanimemente risoluzioni prefabbricate: in fondo dunque è un predominio di cricche, una dittatura certo; non la dittatura del proletariato, tuttavia, ma la dittatura di un gruppo di politici».

Quanto alle influenze positive che la rivoluzione bolscevica avrebbe prodotto nella sinistra mondiale, c’è proprio in questo anniversario il parere diametralmente opposto di Michael Walzer, uno dei più apprezzati filosofi progressisti contemporanei: «La verità – afferma – è che la Rivoluzione bolscevica è stata un disastro per la sinistra»: infatti il comunismo è sorto sulla sopraffazione della sinistra socialdemocratica, dei valori di libertà e sulle purghe di intere popolazioni. Ma è pur vero che poi faticosamente sul piano storico-ideale ha vinto la visione della “corrente democratica del socialismo”, battendo il comunismo, cioè quella che il riformista Filippo Turati definì la “corrente reazionaria del socialismo”: una miscellanea di funeste e malriposte promesse demagogiche di cui si ammanta il populismo d’ogni latitudine e tempo.

Nicola Zoller

Rivoluzione russa: il tradimento dei bolscevichi

La nostra Ernesta Bittanti – l’indomita socialista compagna di Cesare Battisti – lo definì un delirio della «barbarie russa». Parliamo del pronunciamento politico-militare bolscevico che esattamente tra il 7 e 8 novembre di cento anni fa (ma la vulgata storica ha tramandato le date del 25 e il 26 ottobre 1917 riferendosi al calendario “giuliano” allora vigente in Russia) rovesciò il governo del socialista Aleksandr Kerenskij instaurando la dittatura leninista. Mente la Bittanti e tanti altri democratici si dolevano di quei fatti, in Occidente gli estremisti massimalisti e comunisti si infiammarono al grido di voler fare «come la Russia». Magari fosse stato un riferimento alla Rivoluzione di Febbraio, quando – sempre nel 1917 – una sollevazione spontanea di operai, donne e militari di Pietrogrado provocò la caduta dello zar! In previsione dell’elezione dell’Assemblea Costituente, venne varato un governo rappresentativo delle forze che appoggiavano la rivoluzione: esponenti parlamentari della Duma, Costituzionalisti democratici, Socialisti rivoluzionari e menscevichi. Sottaciuto è il fatto che mentre si metteva fine all’autocrazia zarista, i leader bolscevichi fossero estranei e assenti ai fatti: Lenin era a Zurigo, Trotskij a New York, Stalin lontano in Siberia. Partecipe attivo fu invece il fiero avvocato antizarista Kerenskij, difensore di tanti perseguitati politici e vicepresidente del soviet di Pietrogrado: dapprima membro del governo, ne divenne presidente dal luglio 1917; lo fece cadere il colpo di mano dei capi bolscevichi dell’autunno 1917, i quali – tornati in Russia – infiammarono le folle con grandissime ‘promesse’ di pane, pace, terre ai contadini, controllo operaio delle fabbriche, potere democratico alla Assemblea Costituente.

Spiega lo storico Geoffrey Hosking che invece di pane «affamarono il popolo a un livello che non si era visto da tre secoli»; invece di terra  «i contadini vennero privati a forza dei frutti di quella terra»; invece di controllo operaio e potere ai soviet «instaurarono la dittatura di un partito unico»; concessero una pace sbrigativa agli Imperi centrali alleati contro le democrazie occidentali, ma gettarono il loro popolo «in una nuova terrificante guerra civile» che tra il 1917 e il 1922 porterà a circa 9 milioni di morti. Avevano promesso di accettare il trasferimento dei poteri alla nuova Assemblea Costituente, ma appena fu eletta la sciolsero: e anche qui viene sottaciuto che a questa elezione nel novembre 1917 oltre il 40 per cento dei suffragi andò ai Socialisti rivoluzionari – che avevano un forte radicamento nelle campagne – mentre i bolscevichi ottennero circa il 25 per cento; il resto finì ripartito tra menscevichi, costituzionali democratici e liste di minoranze nazionali. L’affossamento della Costituente, instaurò la dittatura. E non sarà un risentito conservatore ma la socialdemocratica rivoluzionaria tedesca Rosa Luxemburg a dare fin dal 1918 la definizione più pregnante della nuova tirannia: «La guida effettiva è in mano a una dozzina di teste superiori; e una élite di operai viene di tempo in tempo convocata per battere le mani ai discorsi dei capi, votare unanimemente risoluzioni prefabbricate: in fondo dunque un predominio di cricche, una dittatura certo; non la dittatura del proletariato, tuttavia, ma la dittatura di un gruppo di politici»

Ora, in questa ricorrenza del 2017 è stato Michael Walzer a fare un bilancio risoluto, tanto più importante perché formulato da uno dei massimi filosofi progressisti contemporanei: «La verità è che la Rivoluzione bolscevica è stata un disastro: per il popolo russo, per l’Europa, per la sinistra». Sono verità negate «per troppo tempo» dalla sinistra occidentale pro-sovietica, che per lunghi decenni ha osannato il potere comunista costituitosi sulla sopraffazione della sinistra socialdemocratica, dei valori di libertà e sulle purghe di intere popolazioni.  Walzer lo scrive meritoriamente a cento anni di distanza, ma riconoscenza maggiore va ai militanti e pensatori che intravidero presto la gravità del sopruso bolscevico. Dalla citata Luxemburg allo scrittore Joseph Roth che descrivendo nel 1926 il suo Viaggio in Russia dichiarò tutto il suo sconforto: «sono partito bolscevico e ritornato monarchico»; a Bertrand Russel che fin dal 1920 era stato categorico: il fanatismo del nuovo regime era destinato «a portare nel mondo oscurità e inutile violenza»; all’anarchico Alexander Berkman che nel 1921 aveva tirato conclusioni analoghe: «Ho visto la lotta di classe diventare una guerra di vendetta e di sterminio. Ho visto gli ideali di ieri traditi, il senso della rivoluzione invertito, la sua essenza capovolta in reazione. Ho visto gli operai sottomessi, l’intero paese zittito dalla dittatura del partito e dalla sua brutalità organizzata».

Sono pensatori libertari, che si affiancano ai socialisti democratici nella contestazione del nuovo potere. Va menzionato il caso italiano dove, di fronte agli estremisti che volevano «fare come in Russia», si levarono i socialisti riformisti di Matteotti, Treves e Turati, con quest’ultimo tempestivo nel considerare la fazione comunista che si staccò dal Psi nel gennaio 1921 come «la corrente reazionaria del socialismo»: definizione di una pregnanza senza tempo.

Resta da spiegare come grandi partiti e una schiera di intellettuali delle società civili occidentali abbiano guardato con entusiasmo alle vicende sovietiche. Ad esempio per il segretario del Pci Enrico Berlinguer la «spinta propulsiva» della rivoluzione bolscevica andò avanti per almeno 60 anni, fin quando nel 1981 si dovette constatare «la fine» di tale slancio. Ma quando la spinta era ancora “propulsiva” – oltre alle vittime della guerra civile 1917/1922 in cui «Lenin fu maestro di Stalin nella pratica del terrore» – ci furono altri 50 milioni di vittime delle purghe staliniane, cifre tratte dalla ricerca della storica A. Salomoni, La Rivoluzione russa : parlando a Rovereto il recente 4 novembre il prof. L. Canfora ha biasimato la tendenza a inserire in questi elenchi – come avrebbe fatto il Libro nero del comunismo – anche i milioni di morti russi della Seconda guerra mondiale: a scanso di equivoci la ricerca di Salomoni precisa che dai citati 50 milioni sono escluse le morti «dovute alla Seconda guerra mondiale»!

Incredibile la devozione riservata ai sovietici, tanto che ancora nel 1977 – altro fatto assi silenziato – “la metà dei militanti del Pci riteneva i diritti individuali meglio garantiti in Urss che in Italia”. Questo per dire quanti danni alla capacità di discernimento abbia fatto la propaganda pro-sovietica della “corrente reazionaria del socialismo”, il comunismo. Sul piano storico ideale ha vinto la visione della “corrente democratica del socialismo”, benché in Russia allora sia stata sopraffatta: sarebbe «politicamente utile» – sostiene ora M. Walzer – scrivere una storia su come sarebbero state la Russia, l’Europa e la sinistra se questa corrente avesse vinto nella Russia del 1917. Costituirebbe un buon allenamento per pensare alle sfide della politica democratica di fronte alle ‘promesse’ di populismi ora rimontanti, non lorde di sangue ma tanto demagogiche e false quanto lo furono allora quelle bolsceviche.

Nicola Zoller

Quando la lotta politica sfruttò
la religione

Si narra che cinquecento anni orsono alla vigilia di Ognissanti, il 31 ottobre 1517, Martin Lutero abbia affisso sulla porta della chiesa del castello di Wittenberg le sue Tesi teologiche. «Nelle intenzioni di Lutero doveva trattarsi di una riforma, non di uno scisma» sostiene l’autorevole storico tedesco Hubert Jedin. Ma la ‘conciliazione’ nel mondo cristiano si rese impossibile, gli Stati europei per motivi politici «scelsero una confessione contro le altre per conformare i sudditi all’obbedienza» applicando a partire dalla Pace di Augusta del 1555 la norma del cuius regio, eius religio, per cui tutti erano obbligati a seguire la religione del proprio principe; poi tra Cinquecento e Seicento si precipitò nelle guerre di religione sfruttando – sempre per preponderanti questioni di potere – le divisioni religiose. Solo dopo la Guerra dei Trent’anni (che – come annota lo storico Paolo Mieli sul “Corriere della Sera” del 24 marzo 2016 – «fu in realtà una lotta per l’egemonia tra la monarchia dei Borbone e quella degli Asburgo») e la Pace di Vestfalia del 1648, le guerre tra cristiani ebbero termine e si aprì faticosamente l’epoca della tolleranza religiosa.

Dunque la lotta politica sfruttò la religione. Ai principi tedeschi – e poi anche ad altri principi europei – non piaceva che i propri sudditi fossero costretti a versare somme alla fin fine ingenti agli ecclesiastici cattolici (a vescovadi, conventi, papato romano) per acquistare indulgenze ‘vendute’ come passaporti di salvezza dell’anima grazie alla creazione del Purgatorio: un passaggio penitenziale inventato a partire dal XII secolo per accrescere il potere di intermediazione della Chiesa e dei prelati, un sistema, quello ‘purgatoriale’, che lo storico Jacques Le Goff definirà piuttosto come ‘infernale’ nella sua opera La nascita del Purgatorio.

Lutero ebbe buon gioco a sostenere che questo «terzo luogo» non figurava nella Scrittura, e da qui partì ad elaborare il suo trattato sul De servo arbitrio per contestare che con le opere buone, caritatevoli e religiose – e quindi anche con le offerte in denaro alla Chiesa – si potesse acquisire la salvezza. Per il teologo tedesco quest’ultima non era assolutamente raggiungibile attraverso il contributo della libera azione umana (come sostenuto da Erasmo da Rotterdam nel suo De libero arbitrio) ma poteva essere ottenuta solo per fede «che è una grazia gratuita, resa possibile dal sacrificio di Cristo».

In quanto alle opere umane, esse non avrebbero mai potuto «avvicinare l’uomo alla grazia divina, poiché la malvagità è insita nell’essere umano»: semmai – spiega il filosofo Mario Miegge – «il senso religioso» che molti gruppi protestanti (soprattutto i calvinisti) diedero al successo ottenuto con il lavoro umano, poteva essere «segno della elezione e della grazia» accordata unilateralmente da Dio a determinate persone rientranti nel «numero degli eletti». Dunque solo la misericordia di Dio può salvarci ed essa non può essere amministrata da intermediazioni umane, in quanto la ragione dell’uomo – servo del peccato originale – è completamente cieca. Un passaggio arditamente avvilente – pur suffragato da precisi rimandi a S. Paolo e S. Agostino – se non pensassimo che grazie a questa credo si faceva venir  meno la ragion d’essere della Chiesa e della struttura ecclesiastica quale ‘ponte’ tra l’uomo e Dio: ognuno poteva essere prete di se stesso, affidandosi direttamente alla Scrittura, non servivano tanti apparati, papi e indulgenze; quanto ai sacerdoti, essi non erano niente di più di persone che coadiuvano i fedeli, per cui potevano vivere come tutti gli altri uomini e anche sposarsi. In ogni luogo dove attecchì la riforma antipapista si poteva quindi passare all’incasso, incamerando – nei forzieri dei principi – i beni ecclesiastici cattolici, dalla Germania luterana, alla Svizzera calvinista, all’Inghilterra anglicana, con contromosse cattoliche altrettanto invasive. Per questa ingordigia di potere, si insanguinò l’Europa ma le effettive distinzione teologiche tra le confessioni cristiane restarono sottili: per le Tesi che Lutero la salvezza era giustificata solo per fede; secondo il Concilio di Trento (1545-1563) per la fede e… per le opere: ma in questa relativa distinzione si inserì mano a mano un solco sempre più profondo fino a considerarsi rispettivamente fra cristiani separati come i peggiori irriducibili nemici.

Per il resto, all’unisono o quasi, tutte le confessioni cristiane non si risparmiarono contro i dissenzienti interni o attigui al proprio campo: nel fronte cattolico, ricordiamo le persecuzioni di Galileo, Campanella e Giordano Bruno; Lutero, «rivoluzionario e conservatore al tempo stesso», si distinse nella difesa dei poteri costituiti condannando la rivolta dei contadini guidata «dal suo antico seguace Thomas Müntzer, contro cui scrisse nel 1525 uno del libelli più violenti, Contro le orde ladre e assassine dei contadini» (per non parlare della sua collera antisemita che condensò  nel «furioso opuscolo» Degli ebrei e delle loro menzogne); non fu da meno l’algido Calvino che fece di Ginevra «un faro dell’intolleranza», tetramente illuminata dai bagliori del rogo del medico e riformatore religioso Michele Servèto. Arriverà finalmente nel Seicento la laica Riforma scientifica a proporre una «interpretazione matematica del Creato», coprendo con il velo della tolleranza le contese teologiche.

Nicola Zoller

I compagni di viaggio della sinistra riformista

Secondo un sondaggio del 1977 “la metà dei militanti del Pci riteneva i diritti individuali meglio garantiti in Urss che in Italia”! Lo riporta il CORRIERE DELLA SERA del 12 ottobre 2017 a p. 51 presentando una ricerca sull’Ottobre Rosso. Questo per dire quanti danni alla capacità di discernimento aveva fatto la propaganda pro-sovietica nelle teste dei comunisti italiani e non solo: una parte considerevole della intellettualità autodefinitasi “progressista” non era infatti lontana da tali travisamenti. Premetto questa notazione ad un commento all’articolo di Roan Johnson su come “ragionano oggi gli elettori di sinistra”, pubblicato dalla rivista SETTE del 5 ottobre 2017: per chi pensa di essere ‘autenticamente’ di sinistra – afferma Johnson – nessuno è di sinistra, a parte lui stesso e una decina di amici. In realtà questa auto-considerazione di ‘autenticità’ ha radici più profonde che rimandano alla vocazione settaria e alla pretesa ‘superiorità morale’ delle organizzazioni comuniste.

All’opposto, chi ha una visione di sinistra laica, sarà ben felice che ci possano esserne tanti altri collocati ben più a sinistra: ad esempio c’erano appunto i massimalisti e i comunisti, considerati da Filippo Turati “la corrente reazionaria del socialismo”, partiti e persone che giustificavano la violenza e la tirannia di classe. Ne è un esempio incredibile Berlinguer, la cui foto campeggia nel citato articolo di Johnson: questi arrivò solo nel 1981 a constatare la “fine della spinta propulsiva” della rivoluzione d’Ottobre! Finalmente avrà detto qualcuno;  ma lui e la sua tradizione politica con ciò esprimevano un giudizio positivo sulla precedente “spinta propulsiva”, che invece si era retta su una guerra civile-terroristica che tra il 1917 e il 1922 aveva portato a circa 9 milioni di morti e poi – sempre quando la spinta era ancora “propulsiva”- a 50 milioni di morti nel periodo staliniano 1924/1953: «media dei morti tra le varie fonti, esclusi quelli dovuti alla Seconda guerra mondiale» secondo il rendiconto riportato nella ricerca curata da Antonella Salomoni, La Rivoluzione Russa (Rcs, Milano, 2015).

Altro esempio incredibile è quello di Gramsci: ben presentato dal menzionato Johnson come un mite pensatore, il ragionatore pessimista che invoca “l’ottimismo della volontà”, è invece considerato dalla storiografia non edulcorata, il più grande bolscevico occidentale, un leninista che in odio a chi preferiva seguire una via democratica giunse a definire Giacomo Matteotti, a pochi giorni dal suo funerale, il “pellegrino del nulla”, un sostenitore di idee “senza risultato e senza vie d’uscita” proprio perché non violente. Ora, Matteotti fu proprio l’opposto di un agitatore inconcludente, fu il leader “propositivo” capace di indicare le vie per organizzare le classi popolari e per attrezzarle culturalmente sulle questioni economiche e amministrative oltre che politiche. Piero Gobetti, il giovane “rivoluzionario liberale” che cadrà anch’egli vittima dei fascisti, individuerà in Matteotti “l’avversario vero” del fascismo, l’unico in grado di unire le forze per opporsi al nuovo regime: per questo fu ucciso!  Ecco, noi siamo persone di sinistra felici di avere come indimenticati maestri Turati e Matteotti, i tanto “rinnegati” riformisti della propaganda comunista che fa ancora un po’ di scuola a sinistra, visto come vengono trattati coi guanti bianchi gli esponenti di quella trista propaganda. Non è un caso che il Pd consideri (speriamo per poco ancora) i citati Berlinguer e Gramsci come illustri ispiratori: altri – più miti e democratici – dovranno essere i maestri e i compagni di viaggio della sinistra riformista.

Nicola Zoller

Cesare Battisti. Il rimpianto per un’Italia che poteva esserci
e non ci fu

Il 12 luglio 1916 Cesare Battisti saliva sul patibolo asburgico nel castello del Buon Consiglio a Trento.Terminava così la vita operosa del fondatore del movimento socialista trentino, uomo di scienza, geografo, giornalista. Fin da giovanissimo si legò agli ideali risorgimentali e mazziniani che animavano le giovani generazioni cittadine trentine; ideali che al culmine del suo percorso umano trasferì nella scelta di farsi soldato per liberare le nazionalità oppresse dell’impero austro-ungarico.

L’appuntamento ci fa rammentare la posizione di Battisti e di altri sudditi d’Austria che si rivoltarono contro l’impero, con le parole della storica Maria Garbari: “Tutte le nazionalità costituenti l’Impero austroungarico – oltre ad austriaci e ungheresi, c’erano cechi, slovacchi, polacchi, ucraini, sloveni, croati e serbi, rumeni, italiani e ladini- stavano perdendo la speranza di poter tutelare la loro identità in uno Stato realmente federale. La guerra, anziché creare la solidarietà fra quei popoli, contribuì allo sfascio dei possedimenti asburgici. La lotta in difesa della propria nazionalità, combattuta magari con l’espatrio, la diserzione, il passaggio al campo opposto fu un tradimento? Ma allora l’intera Europa fu pullulata da traditori cechi, slovacchi, croati, polacchi, romeni, italiani…”. Anche il leader sudtirolese Silvius Magnago ha chiarito per tutti: “Cesare Battisti fu un uomo che sacrificò la vita per i suoi ideali e dunque è degno della stima anche di coloro che come gli austriaci lo condannarono a morte”. Dunque una personalità stimata, come Tomáš Masaryk, primo presidente della repubblica cecoslovacca nata il 14 novembre 1918, appena finito il conflitto: parlamentare a Vienna come Battisti, allo scoppio della guerra riparò esule in Italia, poi in Russia e negli Usa; fondò la legione cecoslovacca, che contò decine di migliaia di combattenti contro l’Austria-Ungheria, schierati anche sul fronte italiano.

Oltre a Magnago, era stato un altro illustre sudtirolese, lo storico Claus Gatterer, a far conoscere al mondo austro-tedesco un uomo lì conosciuto solo come “alto traditore”, con queste parole: “Gli ideali battistiani attingono a due fonti: il Risorgimento italiano e il socialismo d’Austria-Ungheria. In Battisti questi ideali si erano pienamente fusi. Rappresentavano le direttrici per una vita e un’opera di rara coerenza”.

Queste parole, per le fonti da cui provengono, hanno posto fine alle polemiche di chi non riconosce l’onore altrui. Non a caso Gatterer ha introdotto il suo libro su Battisti la citazione dello sferzante scrittore austriaco Karl Kraus: “Chi giudica farabutto il patriota dell’altrui patria, dev’essere un imbecille della propria”.

Piuttosto noi socialisti e democratici non vogliamo far dimenticare che nella tormenta epocale della prima guerra mondiale si trovarono due socialisti esemplari come Giacomo Matteotti e Cesare Battisti che tennero un comportamento discorde: pacifista intransigente l’uno, interventista democratico l’altro. Eppure, come riporta la ricerca dello storico Mirko Saltori, ci doveva essere una base comune per le due personalità: “il socialismo non era stato né per Battisti né per Matteotti un’etichetta o una superficiale infatuazione, bensì un impegno costante e rigoroso, e certo nella concezione della realtà e della politica dell’uno e dell’altro vi sarà stata una larga identità di vedute”. Una identità che avrebbe potuto portarli successivamente anche a revisione i punti di vista divergenti, e comunque a svolgere un comune lavoro utilissimo per il popolo: non fu loro possibile, perché le vite di questi due protagonisti furono entrambe spente da mani barbare. E’ questo sconforto che porta i sinceri democratici ad onorare sia la memoria di Matteotti, assassinato il 10 giugno 1924 dai fascisti, sia quella di Battisti, morto per capestro asburgico il 12 luglio di 101 anni orsono. E’ il rimpianto per un’Italia che poteva esserci e non ci fu.

Nicola Zoller
(segretario Psi del Trentino- Alto Adige)

La politica costruita sui soldi

 “La politica costruita sui soldi”: la questione ritorna in evidenza con scadenze periodiche recentemente è finita come titolo di un articolo di Ernesto Galli della Loggia sul “Corriere della Sera” a commento dell’elezione presidenziale di Emmanuel Macron. Questi per la sua campagna elettorale avrebbe raccolto e speso finanziamenti per 15 milioni di euro. Diventa significativa la sottolineatura che solo l’1,7 per cento dei finanziamenti superavano i 5.000 euro: “ma è pur vero – annota il prof. Galli della Loggia – che quel l’1,7 per cento ha rappresentato, da solo, poco meno della metà (il 45 per cento) dell’intero ammontare di quanto è affluito nelle casse di Macron. Senza quell’1,7 per cento la musica sarebbe stata diversa”.

In sostanza sono quelle “donazioni” dei più ricchi ad influire di più: come si farà poi a prendere decisioni che dispiacciano a quei ricchi è una domanda che produrrà nell’elettorato popolare la convinzione che questo sistema non può tutelare la gente comune. Accade in Francia; e con ancor maggiore evidenza in America, dove il traffico finanziario che industrie e privati riversano nelle campagne elettorali è sterminato: secondo i dati disponibili delle penultime elezioni presidenziali USA del 2012 ammonterebbe a oltre 6 miliardi di dollari. Se poi succede che anche l’elettorato più popolare finisce per votare per un magnate finanziario, vorrà dire che la sfiducia verso la democrazia rappresentativa è già completa: tanto vale mettersi nelle mani di un miliardario populista.

Che pensieri possiamo ricavarne? Il sistema democratico vive ovviamente se trova il consenso della maggioranza dei cittadini: per mantenere tale consenso occorre che la politica non sia appannaggio dei ricchi o di élite ristrette: e fra quest’ultime rientrano anche i cultori della “democrazia elettronica”, i quali credono che con pochi clic (poche centinaia in molti casi) si possa valorizzare la partecipazione popolare.

La via maestra sarebbe quella di ritrovare quello che è stato totalmente demonizzato negli ultimi lustri per far prevalere procedure mediatico-plebiscitarie: ci sarebbe invece bisogno di una democrazia promossa da grandi partiti organizzati, dove contino gli iscritti e i territori e dove si costruiscano i futuri dirigenti selezionati per esperienza e cultura; una democrazia vivificata da grandi organizzazioni delle categorie economiche e sindacali e da altri grandi “corpi intermedi” e associazioni che hanno lo scopo di rappresentare interessi e vocazioni di fasce omogenee della cittadinanza; una democrazia sostenuta da un corposo finanziamento pubblico della politica che sovrasti in maniera considerevole quello privato e che imponga alla politica di non rivolgersi scorrettamente ad altre fonti; una democrazia che garantisca ai protagonisti politici similari condizioni di accesso ai mezzi mediatici.  Una missione forse impossibile, almeno in Italia. Ma cosa abbiamo trovato o pensato finora di meglio? Possibile che sia quasi solo la Germania a provare la pratica di una democrazia competitivamente regolata, come appena vagheggiato?

Il libro ultimo del “salvato” di Auschwitz

primo leviTrent’anni or sono, l’11 aprile 1987, moriva suicida Primo Levi. Per provare a capire la sua scelta, possiamo rileggere il suo libro ultimo “I sommersi e i salvati”, dal quale fedelmente vengono tratte e parafrasate queste dolorose riflessioni. “Sopravvivevano i peggiori, cioè i più adatti; i migliori sono morti tutti. Fra i sopravvissuti, sono molto più numerosi coloro che in prigionia hanno fruito di qualche privilegio. A distanza di anni si può ben affermare che la storia dei lager nazisti è stata scritta quasi esclusivamente da chi non ne ha scandagliato il fondo. Chi lo ha fatto non è tornato. La morte per fame o per malattie era il destino normale del prigioniero. Poteva essere evitata solo con un sovrappiù alimentare, e per ottenere questo occorreva un privilegio, grande o piccolo; in altre parole, un modo concesso o conquistato, astuto o violento, lecito o illecito, di sollevarsi al di sopra della norma”. Pare proprio che a questo volgersi indietro siano dovuti i molti casi di suicidio dopo la Liberazione. Nella maggior parte dei casi il suicidio nasce da un senso di colpa.

“Fui un eletto, io, – scrive Levi – un salvato. E perché proprio io? Forse perché scrivessi, e scrivendo portassi testimonianza, come mi spiegò un amico religioso? L’ho fatto meglio che ho potuto, ma il pensiero che questo mio testimoniare abbia potuto fruttarmi da solo il privilegio di sopravvivere mi inquieta, perché non vedo proporzione fra il privilegio e il risultato. Non siamo noi superstiti i testimoni veri. Chi davvero ha toccato il fondo, non è tornato per raccontare o è tornato muto; ma sono loro, i sommersi, i testimoni integrali, coloro la cui deposizione avrebbe significato vero. Loro sono la regola, noi l’eccezione, i privilegiati”, conclude Primo Levi.

Egli – pare dire – non può considerarsi un testimone integrale, proprio perché è un superstite: testimoni veri potevano esserlo solo i sommersi. Ma questi erano morti. Ed anche se qualcuno di loro fosse tornato, avrebbe taciuto, perché la loro morte era cominciata prima di quella corporale. È il destino di Lorenzo – ha scritto Cesare Cases nell’introduzione alle “Opere” di P. Levi – il muratore italiano che ad Auschwitz aveva aiutato Levi e tanti altri. Dopo il ritorno si lascia andare e muore: il mondo lo aveva visto, non gli piaceva, lo sentiva andare in rovina; vivere non gli interessava più. E Cases termina: “Sembra che un giorno anche Primo Levi sia arrivato a questa conclusione”.

Sì, egli è morto suicida l’undici aprile 1987: così si è chiamato tra i testimoni autentici, integrali, finalmente anch’egli sommerso! Ma quest’intima determinazione ha preso la colorazione di una tremenda denuncia: “L’esperienza di cui siamo portatori noi superstiti dai lager nazisti – aveva scritto Levi – è estranea alle nuove generazioni e sempre più estranea si va facendo man mano che passano gli anni”. Cose d’altri tempi?  È forse in questo penoso interrogativo che risiede più precisamente la disperazione estrema del salvato di Auschwitz: anche la sua prova di scrittore sull’abominio delle miserie razziste rischia di rivelarsi inutile, se su di esse cade l’oblio, se “altri” diventano i problemi da considerare più minacciosi. Eppur ricordate – ammonisce Levi – che i nostri aguzzini “erano fatti della nostra stessa stoffa, erano esseri umani medi, mediamente intelligenti, mediamente malvagi: salvo eccezioni, non erano mostri, avevano il nostro viso… ma erano stati educati male”.

Sono queste le verità che dovrebbero inquietare sempre le occupazioni e le pre-occupazioni delle nostre comunità, se intendono essere libere. Dimenticare che il male è in mezzo a noi, significa preparare nuove catastrofi. Ma chi dovrebbe educarci al bene, se i potenziali buoni maestri ieri hanno finito per servire il male e domani potrebbero fare altrettanto? Rileva ancora Levi: “Le cronache della Germania hitleriana brulicano di casi che confermano questa tendenza: vi hanno soggiaciuto, confermandola, Heidegger il filosofo, maestro di Sartre; Stark il fisico, premio Nobel; Faulhaber il cardinale, suprema autorità cattolica in Germania, e innumerevoli altri”.

Ripetiamo: chi dovrebbe educarci al bene? Probabilmente c’è un compito primario, individuale, di ognuno di noi, specialmente quando notizie false o artefatte vengono presentate e accolte dal pubblico come vere: investire personalmente nella cultura, nell’istruzione, nella capacità di riflettere e di confrontare le ‘rappresentazioni’ dei fatti, è fondamentale per mantenere in vita una società libera e aperta, come avrebbe desiderato Primo Levi.

Nicola Zoller