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Nicola Zoller

5 settembre 1938,  “giorno della vergogna”

leggi-razziali-corriere-della-seraVenne quel 5 settembre 1938 quando il re sabaudo firmò i fascistissimi “Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista”: lo storico Giovanni Belardelli lo considera il giorno “della vergogna per la cultura italiana”, quando gli ebrei furono estromessi dall’insegnamento. Vennero colpiti ben 896 docenti ebrei, mentre altri docenti “ariani” senza tanti problemi si installarono ben lieti al posto reso vacante. Tranne uno in verità: lo scrittore Massimo Bontempelli – che pur aveva trascorsi fascisti – si rifiutò di sostituire il grande critico letterario Attilio Momigliano; ma tutti gli altri 895 acconsentirono ad occupare quei posti, quando non si accapigliarono per essi.

Stupirsi? Non più di tanto. La storia italiana del Novecento è colma di comportamenti equivoci, quando non crudeli. Lo storico Angelo Del Boca ha scritto un libro dal titolo tagliente «Italiani, brava gente? – Un mito duro a morire» nel quale descrive molti episodi in cui gli italiani si sono rivelati capaci di indicibili condotte, che sconfessano “il mito che ci vuole diversi, più tolleranti, più generosi, più gioviali degli altri”. Così fu con gli ebrei, ma lo era stato in generale con l’accettazione del fascismo che gli italiani manifestarono purtroppo in modo amplissimo salvo poi reinventarsi una verginità rispetto a Mussolini e al suo regime: «Di fronte alla sconfitta, si sbarazzarono in un attimo del loro passato e ne misero interamente la responsabilità sulle spalle di un uomo solo» ha commentato lo storico Sergio Romano nel saggio «Finis Italiae». E’ sgradevole e pesante accanirsi sulle nostre debolezze e falsità, che emergono platealmente nei momenti di svolta come quelli appena menzionati, sui quali era anche intervenuto un altro storico, Ernesto Galli della Loggia, per denunciare – in un editoriale del 22 aprile 1993 sul “Corriere della Sera” – quella che già gli appariva una «nuova bugia», la presunta rivolta morale degli italiani ai tempi di “Mani pulite”: ma meglio di lui l’aveva già scritto su “La Stampa” nel gennaio 1993 il filosofo Norberto Bobbio denunciando che le tradizionali forze democratiche erano state messe “rabbiosamente sotto accusa da parte di coloro che per anni le hanno sostenute e offerto il consenso necessario per governare”, concludendo amaramente che “come paese democratico, come Stato di liberi cittadini, abbiamo fatto una pessima prova”. Pessime prove che però continuano: come giudicare altrimenti le recenti derive assolutamente assolutorie verso i trascorsi della Lega, che consegnano a quest’ultima il primato dei consensi anche nelle regioni un tempo “rosse”?

Qualche saccente pretenderà di affermare che si tratta di “derive” populiste riguardanti il popolo grezzo e incolto. Invece molto riguarda le classi più educate: la tragedia delle leggi razziali lo insegna, e ne parliamo ancor oggi perché “fare i conti col passato è meditazione politica sul presente”, aiuta a capire il ruolo di chi si reputa migliore e più virtuoso degli altri, dimostrandosi invece prigioniero della propria ambizione, pronto – in ogni dove e tempo – a servire l’ideologia imperante o qualsiasi sommovimento emergente, come ad un voltafaccia quando gli servirà di più.

Come giudicare altrimenti l’asservimento degli intellettuali al fascismo che coinvolse la quasi totalità dei 1.225 professori universitari quando nel 1931 dovettero formalmente giurare «fedeltà al Regime Fascista»? Solo 18 non giurarono, e alcuni di questi perché stavano per andare in pensione! L’accaparramento dei posti dopo l’esclusione degli ebrei nel settembre 1938 è un vile tassello della più generale adesione al fascismo di quella fitta schiera di intellettuali che crebbe e visse nelle pieghe del fascismo e del suo libro paga, come narra Giovanni Sedita nel saggio «La cultura finanziata dal fascismo», e che coinvolge importanti letterati. Si devono evitare giudizi sommari, come esorta una ricerca di Mirella Serra, la quale tuttavia descrivendo il mondo degli intellettuali tra fascismo e repubblica, scrive ne «I Redenti» che «quasi tutti i giornalisti, gli scrittori e gli studiosi che avevano collaborato ai quotidiani e alle riviste del regime passarono dolcemente dal fascismo all’antifascismo e continuarono a esercitare, con maggiore o minore successo, i loro talenti»: parliamo di Montanelli, di Giorgio Bocca, di Enzo Biagi, di Eugenio Scalfari… Intanto ci eravamo lasciati alle spalle gli infiniti lutti della Seconda guerra mondiale, inizialmente tanto acclamata, mentre le leggi razziali del fascismo avevano portato alla morte di 7.557 ebrei italiani nei lager tedeschi.

Sugli ebrei non tutti tacquero però. Se la maggioranza degli italiani non ebrei acclamò, accettò, si adeguò o non reagì all’antisemitismo di Stato, pochissimi riuscirono a protestare pubblicamente. Con ammirazione segnaliamo che nell’intero Paese fece nobile eccezione Ernesta Bittanti, l’indomita socialista vedova di Cesare Battisti, la quale scrisse, intervenne e soccorse i perseguitati «riconoscendo gli elementi forti della dottrina antisemita all’interno della pratica politica fascista». Lo ricorda Beatrice Primerano, nel suo saggio «Ernesta Bittanti e le leggi razziali del 1938». Qui illustra il Diario «Israel-Antisrael 1938-1943» che la Bittanti – con fierezza di pensiero – tenne contro le leggi razziali fasciste del 1938.  Nella prefazione appare il giudizio dello storico Renzo De Felice, secondo cui il Diario di Ernesta “costituisce la registrazione fedele e immediata delle sensazioni suscitate dalla grottesca e imponente campagna propagandistica scatenata dal regime intorno alla legislazione razziale”. Primerano rammenterà che per la Bittanti quella legislazione fu “uno dei tanti aspetti della reazione fascista ai principi della rivoluzione francese”: e questa convinzione è espressa nel rispetto di quella “tradizione nazionale, interventista, democratica e laica” di cui Ernesta fu degna rappresentante. Ponendosi a custode della verità storica che vide numerosi ebrei impegnarsi con Cesare Battisti per la causa italiana, il 18 febbraio 1939 in piena reazione antiebraica fece pubblicare sul “Corriere della Sera” un toccante necrologio in memoria dell’ing. Augusto Morpurgo, erede di una famiglia ebraica con grandi meriti patriottici. Quell’intervento della “vedova di Cesare Battisti” che “annuncia in pianto” la scomparsa di una personalità ebraica, è un grido lanciato contro le convenienze dell’élite e della moltitudine asservite al regime fascista. “Nei momenti più difficili – conclude Primerano – ella manifestò un coraggio supremo, in obbedienza ad un unico motivo ispiratore: la ‘religione della libertà’, che la fece divenire un simbolo dell’Italia civile di tradizione mazziniana e garibaldina”. Svolse la “funzione critica” che in ogni tempo dovrebbe essere propria di tanti intellettuali, che allora (ma pure in seguito) mancò e di cui – anche autocriticamente – tanto si dispiacque Norberto Bobbio nel suo trattato «Politica e cultura».

Nicola Zoller

Cesare Battisti: il rimpianto per un’Italia che poteva esserci e non ci fu 

Nel luglio 1916 Cesare Battisti veniva catturato dagli austriaci sul monte Corno, sopra Rovereto tra la Vallarsa e Trambileno, e due giorni dopo saliva sul patibolo asburgico nel castello del Buon Consiglio a Trento. La ricorrenza del fatto vede tutti gli anni i socialisti roveretani e trentini partecipare all’incontro promosso dagli Alpini dell’ANA, salendo sul Corno “Battisti” la seconda domenica di luglio, per ricordare con questo “pellegrinaggio alpestre” il sacrificio dell’irredentista democratico, che fu un pensatore e un dirigente socialista di livello europeo. Quest’anno l’appuntamento è per domenica 8 luglio 2018, partendo per il Monte Corno Battisti alle ore 8 da piazza Podestà di fronte al Municipio di Rovereto.

L’appuntamento ci fa rammentare la posizione di Battisti e di altri sudditi d’Austria che si rivoltarono contro l’Impero, con le parole della storica Maria Garbari: “Tutte le nazionalità costituenti l’impero austroungarico – oltre ad austriaci e ungheresi, c’erano cechi, slovacchi, polacchi, ucraini, sloveni, croati e serbi, rumeni, italiani e ladini- stavano perdendo la speranza di poter tutelare la loro identità in uno Stato realmente federale. La guerra, anziché creare la solidarietà fra quei popoli, contribuì allo sfascio dei possedimenti asburgici. La lotta in difesa della propria nazionalità, combattuta magari con l’espatrio, la diserzione, il passaggio al campo opposto fu un tradimento? Ma allora l’intera Europa pullulava di traditori cechi, slovacchi, croati, polacchi, romeni, italiani…”. Anche il leader sudtirolese Silvius Magnago ha chiarito per tutti: “Cesare Battisti fu un uomo che sacrificò la vita per i suoi ideali e dunque è degno della stima anche di coloro che come gli austriaci lo condannarono a morte”. Dunque una personalità stimata, come Tomáš Masaryk, primo presidente della repubblica cecoslovacca nata il 14 novembre 1918, appena finito il conflitto: parlamentare a Vienna come Battisti, allo scoppio della guerra riparò esule in Italia, poi in Russia e negli Usa; fondò la legione cecoslovacca, che contò decine di migliaia di combattenti contro l’Austria-Ungheria, schierati anche sul fronte italiano.

Oltre a Magnago, era stato un altro illustre sudtirolese, lo storico Claus Gatterer, a far conoscere al mondo austro-tedesco un uomo lì conosciuto solo come “alto traditore”, con queste parole: “Gli ideali battistiani attingono a due fonti: il Risorgimento italiano e il socialismo d’Austria-Ungheria. In Battisti questi ideali si erano pienamente fusi. Rappresentavano le direttrici per una vita e un’opera di rara coerenza”.

Queste parole, per le fonti da cui provengono, hanno posto fine alle polemiche di chi non riconosce l’onore altrui. Non a caso Gatterer ha introdotto il suo libro su Battisti la citazione dello sferzante scrittore austriaco Karl Kraus: “Chi giudica farabutto il patriota dell’altrui patria, dev’essere un imbecille della propria”.

Piuttosto noi socialisti e democratici non vogliamo far dimenticare che nella tormenta epocale della prima guerra mondiale si trovarono due socialisti esemplari come Giacomo Matteotti e Cesare Battisti che tennero un comportamento discorde: pacifista intransigente l’uno, interventista democratico l’altro. Eppure, come riporta la ricerca dello storico Mirko Saltori, ci doveva essere una base comune per le due personalità: “il socialismo non era stato né per Battisti né per Matteotti un’etichetta o una superficiale infatuazione, bensì un impegno costante e rigoroso, e certo nella concezione della realtà e della politica dell’uno e dell’altro vi sarà stata una larga identità di vedute”. Una identità che avrebbe potuto portarli successivamente anche a revisione i punti di vista divergenti, e comunque a svolgere un comune lavoro utilissimo per il popolo: non fu loro possibile, perché le vite di questi due protagonisti furono entrambe spente da mani barbare. E’ questo sconforto che porta i sinceri democratici ad onorare sia la memoria di Matteotti, assassinato il 10 giugno 1924 dai fascisti, sia quella di Battisti, morto per capestro asburgico il 12 luglio di cent’anni fa. E’ il rimpianto per un’Italia che poteva esserci e non ci fu.

Nicola Zoller

Segretario regionale Psi del Trentino-Alto Adige

Appello ai predicatori leghisti: basta denigrazioni

cappio legaUn cappio da forca sventolato in Parlamento nel 1993 da un deputato della Lega appare sul frontespizio di una mia recente concisa ricerca “La caduta di Tangentopoli (1993): come un Paese può tornare indietro di mezzo secolo”. Quel cappio è il simbolo degli avvenimenti d’allora, tanto che Mattia Feltri, ora editorialista de La Stampa, ha inserito nella copertina di un suo libro del 2016 la lama di un’ascia che al pari del cappio poteva essere calata sul collo dei reprobi. Titolo del saggio: “Novantatré – l’anno del Terrore di Mani pulite” (Marsilio). Sono immagini – il cappio, l’accetta – che riconducono all’umore del tempo. Gridavano “Roma ladrona”: era la banda degli onesti sorretti dal motto “la Lega non perdona”. Ma i ricorsi storici sono implacabili con coloro che appunto urlano “onestà, onestà” e poi si rivelano dei falsi moralisti, come con grande preveggenza avvertiva il padre del liberalismo John Locke mostrando diffidenza “verso i criteri etici sbandierati con eccessivo favore”.

Veniamo all’attualità. Ora è la Cassazione a disporre: “Si possono sequestrare i beni della Lega fino a raggiungere la cifra di 48 milioni 969 mila 617 euro”. “Ovvero i soldi – spiega il Corriere della Sera – che secondo il tribunale la Lega Nord avrebbe sottratto allo Stato”, spendendo a fini privati fondi pubblici arrivati alla Lega come rimborsi elettorali. Ripetiamo: soldi dello Stato, non provenienti da dazioni di aziende o privati; operazioni della Lega capitanata da Bossi e nella quale operavano con successo sia l’attuale leader Salvini – capo degli allora “comunisti padani”, prima di approdare al sovranismo di destra – sia l’onnipresente Giorgetti, da sempre ascoltato consigliere economico di ogni segretario leghista.

Non è che svelando le colpe attuali si possano assolvere quelle del passato. Ma per queste colpe nel passato si sarebbero alzati i roghi mediatico-giudiziari; ora succede che vi siano movimenti politici incardinati sulla predicazione forsennata contro la corruzione degli altri che si rivelano peggiori di loro e trovano il beneplacito cangiante delle folle.

Quale possibile lezione ricavarne? Che non è utile affidarsi ai predicatori giustizialisti, pronti a distruggere ma non a migliorare le cose. Basterà ricordare cosa c’era prima. Lo scriveva Carlo M. Cipolla, economista internazionale: «Il bilancio economico del quarantennio postbellico è, in termini quantitativi, a dir poco lusinghiero. Certo, nulla di simile era stato – anche lontanamente – nelle speranze dei padri della Repubblica. Un reddito nazionale cresciuto di circa cinque volte dal 1950 al 1990 colloca l’Italia fra i Paesi a più elevato tenore di vita nel mondo». E basterà rammentare cosa è venuto dopo: il giurista Michele Ainis in un editoriale del 16 giugno 2014 ha ricordato che «all’alba degli anni ’90 la classifica di Transparency International – l’Associazione che misura l’indice di percezione della corruzione, partendo dai Paesi migliori – situava l’Italia al 33° posto nel mondo; ora siamo precipitati alla 69.a posizione» sui 180 Paesi considerati. Anche le dimensioni dei fenomeni turberanno i benpensanti: quella che venne definita la “madre di tutte le tangenti” – la dazione Enimont – ammontava a circa 150 miliardi di lire per finanziamenti a tutti i partiti (Lega compresa, con Bossi condannato nel 1994 a 8 mesi); ora la sola Lega è intrigata per la somma corrispondente a 95 miliardi di vecchie lire.

Quanto ai caratteri dei finanziamenti, durante la prima Repubblica erano in genere rivolti a sovvenzionare irregolarmente i partiti: una pratica che doveva essere fermata, anche se i finanziamenti regolari – cioè registrati, come vediamo oggi nel recente caso di un noto costruttore romano – lasciano perplessi perché comunque indirizzati a condizionare la politica, come avviene su scala amplissima nell’America di Trump e non solo. Pratiche comunque da fermare, ma senza distruggere i partiti e il prestigio della politica democratica; emblematico è quanto dichiarò l’inascoltato vicecapo della procura milanese Gerardo D’Ambrosio su uno dei personaggi più contestati: “La molla di Craxi non era l’arricchimento personale, ma la politica”. Si preferì la denigrazione e la distruzione dell’opera dei partiti democratici citata dal prof. Cipolla; e un problema non solo italiano ma europeo, come quello del finanziamento della politica, venne incanalato anziché sulla strada del confronto politico – come avvenne in Europa – sulla via del giustizialismo populista.

Questa via non è moralmente giusta. Lo scriveva nel gennaio 1993 il filosofo Norberto Bobbio denunciando che le tradizionali forze democratiche erano state messe “rabbiosamente sotto accusa da parte di coloro che per anni le hanno sostenute e offerto il consenso necessario per governare” e concludendo amaramente che “come paese democratico, come Stato di liberi cittadini, abbiamo fatto una pessima prova». Per il futuro dovremmo porre rimedio all’infausta «prova» appena menzionata. C’è sempre di mezzo la sorte del Paese. Ci sarebbe bisogno di una politica mite, non di sprezzanti toni roboanti e di denigrazioni che lisciano il pelo e la pancia dell’animale che alberga in noi: infatti, come in ogni società, prosperità e progresso sono possibili solo dove la contesa politica e sociale resta sul piano civile e si comprende che le operazioni mediatico-giudiziarie dissennate, possono essere dannose per la stabilità democratica ed economica del Paese. Il professor Fadi Hassan, nato a Pavia da genitori siriani, docente di macroeconomia internazionale presso il Trinity College Dublin – considerando che il dato per cogliere la traiettoria economica del nostro Paese è il PIL pro capite in relazione agli Stati Uniti a parità di potere d’acquisto – ha rammentato sul Corriere della Sera del 6 aprile 2017 che “nel 1991 il nostro reddito pro capite era l’86% di quello americano, nel 2016 è sceso al 63%. E’ lo stesso livello – commenta – che avevamo nel 1961: nell’ultimo ventennio siamo tornati indietro di 55 anni”. Possibile che si debba peggiorare ancora?

Nicola Zoller
Direzione nazionale Psi

 

 

Siamo ancora una Repubblica parlamentare, non “presidenziale”

Difficile ma qualche volta necessario andare controcorrente. L’eresia è la vita stessa del Partito, diceva Turati, come viene tramandato sulla nostra tessera del 2017. E allora ci provo, sapendo senza il minimo dubbio di restare comunque ben accolto nella nostra comunità politica. Dunque: reputo, a differenza di tanti altri compagni, che il recente comportamento del Presidente della Repubblica ci sia stato qualcosa di forzato. Mi addolora dirlo. Ma non posso scordare di aver ricevuto il più bel voto universitario in “Diritto costituzionale comparato” e di essere stato interrogato proprio sui poteri del Presidente della Repubblica, sul testo del professor Giuseppe de Vergottini (Cedam, Padova, 1981). Questi spiegava che “il Presidente della repubblica, in quanto rappresentante della unità nazionale (art. 87 Cost.) è stato posto al di fuori degli indirizzi di maggioranza con il compito essenziale di controllare ed agevolare il funzionamento dell’intero sistema”.

Quindi in una Repubblica parlamentare come resta ancora la nostra, in cui “il Governo deve avere la fiducia delle due Camere” (art. 94 Cost.), il Presidente della Repubblica per far funzionare il sistema deve accertarsi che il Governo possa avere la maggioranza parlamentare, ma senza ingerirsi negli “indirizzi di maggioranza”, tra cui rientra la scelta del ministri: al Presidente della Repubblica spetta la nomina, ma solo e soltanto “su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri” (art. 92 Cost.).

Certamente durante la storia della Repubblica ci sono state forzature e invasioni di campo, soprattutto durante la cosiddetta seconda Repubblica, con la nomina di governi ispirati dal Presidente della Repubblica, ma che avevano la prospettiva di ottenere la “fiducia delle due Camere”. Ora invece non esiste questa possibilità, ed è qui che sorge il dubbio della “forzatura” citata in premessa, aumentato dal fatto che il Presidente della Repubblica ha rivendicato platealmente di essere intervenuto in merito alla “proposta” di un ministro per difendere il risparmio italiano (ma lo spread dietro l’angolo altro non aspetta che l’instabilità per svettare in alto). Tutto sarebbe stato più lineare se nel corso degli anni la nostra Repubblica si fosse riformata, revisionando anche la Costituzione, che ripeto continua ancor oggi ad essere di “tipo parlamentare”, non “presidenziale”, con un ruolo quindi preminente per le maggioranze che – dopo il voto popolare –  si realizzano in Parlamento, con i partiti chiamati insieme ai cittadini “a determinare la politica nazionale” (art. 49 Cost): ma la Costituzione su questi aspetti non è stata revisionata, e resta “la più bella del mondo” così com’è. O no?

Nicola Zoller

Un 25 aprile con pensieri controcorrente

Possiamo pensare che il lascito più bello della Repubblica nata dal 25 aprile e dalla Costituzione democratica sia quello descritto da Carlo M. Cipolla, uno dei maggiori economisti internazionali che l’Italia abbia avuto: «Il bilancio economico del quarantennio postbellico è, in termini quantitativi, a dir poco lusinghiero. Certo, nulla di simile era stato – anche lontanamente – nelle speranze dei padri della Repubblica. Un reddito nazionale cresciuto di circa cinque volte dal 1950 al 1990 colloca l’Italia fra i Paesi a più elevato tenore di vita nel mondo». Poi è successo quello che è descritto da Fadi Hassan, docente di macroeconomia internazionale: «Nel 1991 in Italia il reddito pro capite era l’86% di quello americano, nel 2016 è sceso al 63%. È lo stesso livello che avevamo nel 1961: nell’ultimo ventennio siamo tornati indietro di 55 anni».

Con gli scorsi anni Novanta le tradizionali forze democratiche del centrosinistra storico sono state messe “sotto accusa da parte di coloro che per anni le hanno sostenute e offerto il consenso necessario per governare” scriveva nel gennaio 1993 il filosofo Norberto Bobbio, concludendo amaramente che “come paese democratico, come Stato di liberi cittadini, abbiamo fatto, bisogna riconoscerlo, una pessima prova».

Ne ho parlato diffusamente  in una ricerca – per chi vorrà leggerla – riportata sul sito www.socialistitrentini.it  e dall’ ‘Avantionline‘ partendo proprio dalle conclusioni del prof. Hassan. Per il futuro dovremmo cercare – se possibile – di porre rimedio alla problematica «prova» appena menzionata, cercando di non ripeterla: questo sarebbe il compito di una politica mite, che però non si intravvede ancora all’orizzonte.

Nicola Zoller

La caduta di Tangentopoli: indietro di mezzo secolo

cappioSollecitato dalle inusitate dichiarazioni di competenti commentatori in occasione delle recenti elezioni politiche 2018, ho steso più speditamente questa concisa ricerca su “Tangentopoli”, costruita seguendo la traccia del libro di Mattia Feltri “Novantatré. L’anno del Terrore di Mani pulite”. Letto appena pubblicato, ho ripreso in mano quel testo dopo che Angelo Panebianco sul “Corriere della Sera” del 7 febbraio 2018 ha scritto di considerare “la madre di tutte le fake news la falsa idea secondo cui questo sarebbe il Paese più corrotto del mondo” diffusa appunto nel “Novantatré” evocato da Feltri. Arriverà poi Pierluigi Battista a spiegare sul “Corriere della Sera” dell’8 marzo 2018 che “una delle cose più stupide predicate in questi decenni è stata il disprezzo dei partiti”. Ecco, tanto è bastato per spronarmi maggiormente a scrivere questa nota, dichiarando in conclusione di aver provato a far luce – secondo il magistero degli storici – qualche aspetto del passato “per comprendere cosa sia meglio fare nel presente”. La affido subito all’AVANTIonline.

Il professor Angelo Panebianco, commentando il 7 ottobre 2016 sul “Corriere della Sera” il libro di Paolo Mieli In guerra con il passato. Le falsificazioni della storia (Rizzoli), scriveva: «Non si è mai estinto il vizio di mettere in piedi processi per corruzione o sottrazione di denaro pubblico contro gli avversari politici». Cita un caso antico ma efficacemente emblematico: «Il processo contro Verre, ex propretore il Sicilia, che diede tanto lustro al suo inflessibile accusatore Marco Tullio Cicerone, non sarebbe stato imbastito se Verre non fosse stato legato alla fazione politica perdente, quella di Silla». E conclude facendo meditare più d’uno che abbia partecipato alla vita pubblica italiana tra fine ‘900 e inizio secolo: «Nelle cronache degli ultimi decenni, qui in Italia, anche se non solo, possiamo trovare diversi casi che hanno affinità con quella vicenda storica». Dall’antichità all’età contemporanea è detto parecchio in poche parole, svelando un meccanismo che regola spesso la contesa pubblica.

“Novantatré. L’anno del Terrore di Mani pulite”

Queste considerazioni ci aiutano a capire meglio la caduta di Tangentopoli (1993) – intesa come ‘prima Repubblica’ italiana – prendendo più di uno spunto dal libro di memorie sul Novantatré. L’anno del Terrore di Mani pulite (Marsilio Editori), scritto da Mattia Feltri. Eccone l’incipit: «Quella che sembrava un’epoca di catarsi e rinascita si è rivelata un periodo cupo, meschino, di furori e di paure, di follia collettiva, in cui una cultura politica era stata spazzata via in modo dissennato». Dominata da mass-media legati a poteri economico-finanziari irresponsabili, da politici e tecnici riciclati, da esponenti di partiti e movimenti finora esclusi dall’area governativa, da nuovi arrivisti, e soprattutto da «una magistratura che si sentiva a capo di un moto rivoluzionario», l’Italia è precipitata in un arido ventennio privo di speranze esaudite. Esangue il bilancio – annotiamo noi – a partire dalla pretesa moralizzazione, risoltasi in effetti opposti: il giurista Michele Ainis in un editoriale del 16 giugno 2014 ha ricordato che «all’alba degli anni ’90 la classifica di Transparency International – l’Associazione che misura l’indice di percezione della corruzione, partendo dai Paesi migliori – situava l’Italia al 33° posto nel mondo; ora siamo precipitati alla 69.a posizione» sui 180 Paesi considerati.

Dal 1950 al 1990 l’Italia fra i paesi più sviluppati nel mondo

D’altronde cosa poteva esser successo fino ai primi anni ’90 in una situazione come quella italiana che, se appariva per alcuni versi problematica, non era radicalmente dissimile dagli altri paesi progrediti d’Europa? Partiamo dal conciso fatto rilevato da Carlo M. Cipolla – uno dei maggiori storici economici internazionali – riportato in un libro accessibile a tutti intitolato Storia facile dell’economia italiana dal Medioevo ad oggi: «Il bilancio economico del quarantennio postbellico è, in termini quantitativi, a dir poco lusinghiero. Certo, nulla di simile era stato – anche lontanamente – nelle speranze dei padri della Repubblica. Un reddito nazionale cresciuto di circa cinque volte dal 1950 al 1990 colloca l’Italia fra i Paesi a più elevato tenore di vita nel mondo». Anche sulla base di questi dati Carla Collicelli, vicedirettore del CENSIS – rispondendo a Marco Travaglio e a Gian Carlo Caselli – poteva dichiarare esattamente quanto segue: «Il periodo fino al 1992 indicato come più corrotto è anche quello nel quale l’Italia è cresciuta di più. Ora, siccome è senz’altro vero che è la corruzione a bloccare lo sviluppo nei paesi poveri, l’Italia non doveva essere poi così corrotta» (cfr. giornale “l’Adige” del 22 agosto 2002). Molti anni dopo, sul “Corriere della Sera” del 7 febbraio 2018, sempre l’accademico A. Panebianco, spiegherà ancor più convintamente: «Sul finire della prima Repubblica il vecchio sistema dei partiti entra in crisi. Arriva ‘Mani pulite’ ed è il diluvio. Il prestigio dei politici crolla ai minimi termini (e non risalirà più). È allora che si diffonde quella che considero la madre di tutte le fake news, la falsa idea secondo cui questo sarebbe il Paese più corrotto del mondo». Abbiamo visto poc’anzi che l’Italia si situava nella fascia medio-alta tra i ”Paesi migliori”, almeno fino ai primi anni ’90 dello scorso secolo. Pure la situazione economica – come riportato – appariva positiva. Anche due competenti studiosi di Bankitalia, L. Federico Signorini e Ignazio Visco, lo ribadivano nel saggio L’economia italiana (il Mulino,1997): «L’Italia è dunque una delle maggiori economie al mondo per dimensione del PIL; ha avuto anche negli ultimi venticinque anni una crescita soddisfacente rispetto agli altri paesi industriali; ha un reddito pro capite elevato e una ricchezza crescente». Ciò ha giovato a migliorare lo standard di vita. Nel 1993 la speranza di vita alla nascita era pari a 77,6 anni in Italia (contro i 76 di USA e Germania); in circa vent’anni la vita attesa si è allungata nel nostro Paese di quasi sei anni.

Il problema del finanziamento della politica

In questo quadro poteva dunque esserci più riflessione, per arrivare ad affrontare con una condivisa soluzione politica il problema sempre più emergente del finanziamento della politica, un problema anch’esso non solo italiano ma europeo. Ma mentre in Europa si seguì la strada del confronto politico, in Italia si preferì la via giudiziaria. Abbiamo citato l’Europa, ma andrebbe almeno accennato per un’utile comparazione il caso degli Stati Uniti d’America, il più grande Paese democratico del mondo. Qui il finanziamento della politica da parte dello Stato, dei privati e delle aziende è immenso: secondo i dati forniti dall’istituto di ricerca indipendente “Center for Responsive Politics” i costi delle elezioni presidenziali del 2012 (ma potrebbero analogamente essere analizzati anche quelli del 2017, e via via di seguito) ammontarono ad oltre 6 miliardi di dollari, oltre 10.000 miliardi di vecchie lire, cifre incomparabili per la loro enormità con quelle del finanziamento regolare e irregolare della politica europea e italiana. Se pensiamo che il finanziamento ai partiti italiani proveniente dal caso Enimont sarebbe ammontato a 150 miliardi di lire, abbiamo così ‘fotografato’ gli ambiti e i limiti della comparazione con l’America, benché quella Enimont sia stata definita addirittura «la madre di tutte le tangenti». Certamente si trattava di un finanziamento irregolare, e questo caso come tutti gli altri andava sanzionato, per trovare civilmente una via chiara e trasparente al finanziamento della politica, non per passare alla criminalizzazione dei partiti democratici.

Fiaccare la politica democratica autorevole

Al dunque, per un complesso di coincidenze interne e internazionali, le cifre e le considerazioni sopra descritte vennero ignorate e nei primi anni ’90 si saldarono interessi variegati volti a travolgere la vita democratica nazionale. Il capitalismo italiano e i poteri economico-finanziari internazionali, dopo la caduta del muro di Berlino, si sentirono autorizzati a liberarsi dalla direzione di una politica democratica autorevole, che nel passato aveva difeso la libertà, ponendo anche delle regole per la crescita sociale di tutti: gran parte dei mezzi mediatico-giornalistici vennero così diretti e coinvolti nell’opera di rimescolamento delle vita politica nazionale. Lo spiega fin troppo perentoriamente l’ex-condirettore de “l’Unità” Piero Sansonetti in un’intervista a “Il Foglio” del 10 febbraio 2010 intitolata Craxi e la sera della politica: «L’inchiesta di ‘Mani pulite’ è stata utilizzata dall’economia per liberarsi della politica. Quando l’inchiesta si conclude, la politica è distrutta, rasa al suolo… mentre l’economia ottiene la subordinazione della politica, la sconfitta dei sindacati, la fine dei contrappesi, l’aumento dei profitti, il controllo sociale. La svolta liberista in Italia si concretizza con ‘Mani pulite’ e con la sconfitta dell’autonomia della politica». Il giudizio di Sansonetti – che viene pure riportato, assieme a quello di altri commentatori e pensatori nel saggio di Roberto Chiarini La memoria maledetta di Bettino Craxi (Casa editrice Le Lettere) – risulta ancor più significativo perché spiega a tanti ignavi compagni, seguaci del verbo giustizialista, che la questione morale è stata utilizzata «non per mettere un freno all’invadenza della politica, ma per delegittimarla e privarla della sua funzione». Altro che «normale operazione di pulizia»! La nuova antipolitica – come sopra richiamato – nasce da qui e non ci abbandonerà più.

La distruzione dei partiti e il ruolo della magistratura

Come corollario seguirà la distruzione dei partiti. In un racconto postumo, il giornalista e scrittore Pierluigi Battista spiegherà: «Una delle cose più stupide predicate in questi decenni è stata il disprezzo dei partiti. I partiti erano quel che erano… ma le sezioni dei partiti erano cose serie, lì ci si riuniva, si andava la sera, dopo il lavoro, si discuteva, ci si confrontava, si litigava. La sezione di partito era un corpo intermedio pieno di vita, un punto di riferimento, un luogo caro a cui appartenere» (“Corriere della Sera”, 8 marzo 2018). Poi tutto svanirà, avremo la solitudine di massa, una «folla solitaria» come la definì il sociologo David Riesman. Tutto risulterà «disintermediato», senza corpi intermedi tra l’elettore e le istituzioni, tra il popolo e chi decide, insomma sedi reali di confronto per il cittadino. Sulla politica dominerà il mezzo televisivo, i dibattiti – col popolo solo ascoltante e guardante – si svolgeranno nei talk show; per quella folla solitaria resterà Internet «a collegare gli scontenti, ad alimentarli, a rinfocolarli» aggiunge Aldo Cazzullo (stesso giornale, stesso giorno).

Quest’opera trovò allora un alleato potente e determinante nella magistratura, che intravide la possibilità di una riaffermazione del proprio ruolo, anche al di sopra del quadro costituzionale: una ricerca curata dal giornalista de “L’Espresso”, Stefano Livadiotti e pubblicata da Bompiani nel 2009 con il titolo Magistrati, l’ultracasta (Bompiani) descrive le ambizioni eccessive di questo mondo, che aveva mal sopportato l’iniziativa promossa dai radicali e dai socialisti con il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati poi approvato – sull’onda del caso Tortora – dalla grande maggioranza degli italiani. Questi due poli, quello mediatico/finanziario – di cui inizialmente furono parte molto attiva le reti berlusconiane – e quello giudiziario, trovarono poi nella manodopera politica disponibile degli utili interlocutori: dal ribellismo leghista al massimalismo giustizialista, fino al revanscismo fascio/comunista plasticamente rappresentato dalle comuni operazioni di piazza contro il capro espiatorio designato, tra cui spicca il lancio di monetine contro Bettino Craxi il 30 aprile 1993, definito da parte della stampa «l’episodio simbolo di Mani Pulite» in cui «il leader del Psi viene affrontato da una folla inferocita che urlava ‘Ladro’». Successivamente l’ambasciatore e storico Sergio Romano, intravedendo l’imporsi sempre più marcato di una menzogna, con tratto inconsolabile ma realistico scrisse in un saggio del 1995 intitolato meditatamente Finis Italiae: «Gli italiani stanno addebitando Tangentopoli a Bettino Craxi e a qualche centinaio di uomini politici, imprenditori, funzionari. Sanno che è una bugia, ma cederanno probabilmente alla tentazione di credervi per assolversi in tal modo da questo peccato. E dopo, temo, avranno un’altra ragione per disprezzarsi».

Come ai tempi di Cicerone

Per tornare al lavoro di Mattia Feltri, tra il 1991 e il 1994 il dado era tratto, specialmente per la magistratura che si mosse sulla base di calcoli politici, come ai tempi di Verre/Cicerone. Annusò nell’aria le difficoltà della coalizione di centro-sinistra al governo, allora guidata da Craxi, Andreotti e Forlani, definita sbrigativamente CAF: prima con il referendum sulla preferenza unica del 1991, vinto dai referendari nonostante la richiesta di disimpegno dal voto delle forze governative, poi con le elezioni dell’aprile 1992 che segnarono una flessione, pur non drammatica, del quadripartito DC-PSI-PSDI-PLI. Qualche anno dopo, nel 1998 il procuratore aggiunto di Milano Gerardo D’Ambrosio – il quale, a testimonianza palmare della politicizzazione di quella magistratura, sarà poi eletto parlamentare nelle liste dei Democratici di Sinistra, come peraltro il collega e animatore di ‘Mani pulite’ Antonio Di Pietro lo era stato del PDS nel 1987 su designazione del leader ex-comunista Massimo D’Alema – dichiarerà spavaldamente: «Quando dopo le elezioni del 1992 capimmo che quel quadripartito non avrebbe raggiunto la maggioranza in Parlamento, intuimmo che era il momento di dare un’accelerazione all’inchiesta». Accelerarono dunque, tra arresti quotidiani e suicidi degli indagati, per giungere ai capi, ai Forlani e ai Craxi ora in difficoltà (Verre docet). Eppure il quadripartito nel 1992 aveva ottenuto la maggioranza dei seggi in Parlamento grazie a 19 milioni di voti: come ha ricordato spesso l’on. Ugo Intini, nel ventennio successivo mai nessuna coalizione vincente avrebbe ottenuto un risultato in voti popolari così elevato! Eppure allora – nonostante i 331 seggi al Camera dei Deputati su 630 componenti e 167 al Senato su 315 che poi portarono alla fiducia per il Governo Amato con complessivi 503 voti favorevoli contro 422 tra contrari e astenuti – una vasta campagna mediatica dichiarò delegittimato quel Parlamento e la famosa «accelerazione» delle inchieste fece il resto.

Il funesto circo mediatico-giudiziario

Ecco perché di fronte a quei numeri elettorali e parlamentari, più di un commentatore ha potuto definire «golpe mediatico-giudiziario» quel complesso di eventi che portarono traumaticamente alla fine della ‘prima Repubblica’. Sul punto si veda anche l’agghiacciante resoconto di Daniel Soulez Larivière Il circo mediatico-giudiziario (Liberilibri), tanto che, anni dopo, un prestigioso studioso progressista come Michele Salvati nel suo saggio Tre pezzi facili sull’Italia (il Mulino) – ebbe a definire «un fatto unico in Europa» la scomparsa dei partiti democratici di governo, «un’esito che solitamente si associa a traumi ben più gravi, a guerre e rivoluzioni». Molti presunti inflessibili difensori della Costituzione repubblicana assistettero senza fiatare, anzi in molti casi assecondarono, l’eliminazione delle forze politiche repubblicane che avevano provato a portare l’Italia sulla strada della libertà e della crescita sociale: i tratti dell’operazione furono sbrigativi e maneschi, a partire dall’uso della carcerazione preventiva a scopo confessorio, dimentichi del richiamo antico dell’illuminista Pietro Verri: «carcerari idest torqueri», carcerare è uguale a mettere sotto tortura, altro che ‘mani pulite’.

Peggiori di Hitler

Qualcuno potrebbe giudicare sproporzionate queste parole se non avesse visto in diretta o esaminato bene quella transizione agitata. Ma per dire del clima dissennato di quel periodo basterà ricordare quanto scritto il 3 maggio 1995 sul “Corriere della Sera” da Giuliano Zincone: egli, denunciando l’inquietante clima politico- giudiziario che aleggiava sul nostro Paese, riferirà di una inchiesta svolta presso gli studenti universitari di Perugia. Richiesti di indicare il personaggio più odioso e ripugnante di tutta la storia dell’umanità, questi figli del sonno della ragione scartavano Giuda o Nerone, Caino o Pol Pot, Erode o Stalin: al primo posto collocavano l’ineffabile Andreotti, al secondo Craxi, il cinghialone, buon terzo nella graduatoria dei mascalzoni ecco Adolf Hitler. Ma che giovani ‘studiosi’ aveva partorito il vento fustigatore dell’operazione denominata ‘Mani pulite’? Tuttavia il problema non era solo dei giovani: anche un maturo pensatore come Gianfranco Miglio – giurista, politologo, docente universitario, al tempo ideologo della “Lega Nord” – dopo esser caduto in «bestialità terrificanti» come quella di sostenere che ”Hitler commise degli errori di stile”- lo rammenta Gian Antonio Stella sulla rivista “Sette” del 22 marzo 2018 – «mentre scoppiava Tangentopoli arriverà a dire che ”il linciaggio è la forma di giustizia nel senso più alto della parola”».

Così i leader democratici più emblematici della prima Repubblica vennero trascinati nella condanna e sistematicamente criminalizzati. Ci si accanì soprattutto con Bettino Craxi, rifugiatosi all’estero in Tunisia, come nella storia dovettero fare tanti altri ‘fuoriusciti’ di fronte alla spietatezza degli avversari: a chi non visse quella temperie vale rammentare – sempre grazie al resoconto di Feltri – anche l’implacabile apostrofe del candidato sindaco di Roma Francesco Rutelli che il 2 dicembre 1993, respingendo l’appoggio socialista che Craxi gli aveva pur offerto per la competizione contro il missino Gianfranco Fini, replicò sprezzante: «Voglio vedere Craxi consumare il rancio nelle patrie galere»!

«La molla di Craxi non era l’arricchimento personale, ma la politica». E una politica di sinistra

Quando il danno irreparabile alla persona e a quello che rappresentava era stato ormai fatto, proverà lo stesso citato magistrato D’Ambrosio a metterci una pezza con un’intervista a “Il Foglio” del 22 febbraio 1996, dichiarando che «la molla di Craxi non era l’arricchimento personale, ma la politica». Parole che dovevano esser dette prima, non dopo l’annientamento. Alla turba e ai nuovi capipopolo, convenne considerarlo – testualmente – un «criminale matricolato», dedito agli affari personali e ad una vita dorata: solo nel rovesciamento di regimi dispotici corrono frasari del genere, inconcepibili per una personalità democratica come Craxi, uno dei premier repubblicani più affermati, oltre che autorevole vicepresidente dell’Internazionale Socialista. Craxi sarà bersagliato e infamato da neofascisti, leghisti e da risentiti giustizialisti, ma con particolare scherno da sinistri forcaioli che volevano disfarsi di un concorrente invadente. Sarà Piero Fassino, dapprima dirigente PCI e poi dei DS e del PD, a rimettere le cose a posto, a dramma consumato purtroppo. Nel suo libro del 2003 Per passione” (Rizzoli) definirà Craxi «uomo profondamente di sinistra», aggiungendo in schietta autocritica che «il Pci negli anni ’80 non appare capace di affrontare il tema della modernizzazione dell’Italia, spingendo così ceti innovatori e produttivi verso chi, come Craxi, dimostra di comprenderli». Altro che criminale! E tutt’altro che uomo pronto a porsi nella mani o addirittura alla guida di una deriva di destra, secondo l’affermazione di taluni; un altro ex dirigente comunista come Claudio Petruccioli la considererà solo una malevola insinuazione: in una intervista alla rivista “Mondoperaio” del gennaio 2012 dichiarerà che «Craxi è sempre stato e soprattutto si è sempre considerato un uomo della sinistra». E anche tra i più capaci: il suo governo – asserirà un leader storico del PCI come Emanuele Macaluso in una intervista a “La Stampa” del 21 gennaio 2006 – va considerato «fra i migliori che abbia avuto l’Italia». Irriducibile nell’avversione a Craxi resterà Eugenio Scalfari: ma cosa ci si può aspettare da un famoso giornalista che su “la Repubblica” del 9 marzo 2018 all’interno di un commento sui pessimi risultati delle elezioni politiche fisserà come punto di partenza e di merito testualmente quanto segue: «La sinistra moderna [sic!] cominciò con Tangentopoli nella Procura di Milano nel 1992. In cinque anni – continua Scalfari – venne smontato il sistema politico». Bel risultato, potremmo dire, se sotto quelle macerie è finita la tradizionale ma partecipata vita democratica del Paese, insomma «quella Repubblica» – scrive nello stesso mese lo storico Ernesto Galli della Loggia sul “Corriere della Sera” del 31 marzo 2018 – «che pure aveva dato agli italiani gli anni forse migliori della loro vita».

I moralisti con l’oro di Mosca in tasca

Riprendiamo il filo. Mattia Feltri nel resoconto su L’anno del Terrore rivela la sua desolazione vedendo interi spezzoni della politica italiana incattivirsi nel lanciare ”il calcio dell’asino al leone ferito”, accanendosi nel soffiare sul fuoco della protesta accesa dal circuito mediatico-giudiziario. Di Rutelli abbiamo già detto; degli ex-comunisti, approdati nel 1991 al PDS, è intuibile l’ostilità verso il centro-sinistra storico: da Massimo D’Alema che invoca «una epurazione del ceto politico», al segretario Achille Occhetto che prova a smarcarsi da Primo Greganti, il famoso compagno G. procacciatore di tangenti, per rimarcare la loro estraneità al sistema di finanziamento irregolare; poi verrà la dichiarazione dell’insospettabile magistrato ‘di sinistra’ Gerardo D’Ambrosio: «I soldi li prendevano tutti» (“la Repubblica”, 27 ottobre 1999). È significativo il caso del PCI e degli ex-comunisti, sostanzialmente graziati dall’inchiesta ‘Mani pulite’. Eppure appartenevano all’area politica che intercettò il più largo finanziamento illecito (da loro pudicamente definito ‘aggiuntivo’) proveniente dalla sovietica casa-madre Russia, da cooperative italiane, assicurazioni, banche, aziende. Scrive al proposito Gianni Cervetti, responsabile amministrativo del PCI durante la segreteria di Berlinguer, dunque uno dei principali collaboratori del leader che pretese di legare il proprio nome alla ‘questione morale’: «Non c’è epoca, paese, partito che non abbia usufruito di fonti per finanziamenti aggiuntivi. Sostenere il contrario significa voler guardare a fenomeni storici e politici in maniera superficiale e ingenua o, viceversa, insincera e ipocrita». Lo scrive in un libro dal titolo emblematico: L’oro di Mosca (Baldini&Castoldi). La tanto propagandata ‘questione morale’ di Berlinguer era servita: definita in pratica o superficiale o ipocrita. Rincarerà la dose Barbara Spinelli su “La Stampa” del 26 maggio 1993, aggiungendo che il finanziamento dei comunisti russi ai partiti ‘fratelli’ dell’Occidente è la vera colpa morale di quest’ultimi (altro che problemi «morali» da accollare agli altri): «Quelle decine di miliardi che ogni anno affluivano da Mosca erano tolti a popolazioni che non vivevano una povertà bella, ma un inferno di miseria senza fine».

Il giustizialismo della “Lega” e degli ex-neofascisti

Tiriamo il fiato e accenniamo ora ad altri soggetti. Parliamo in primis della “Lega”, di quelli pronti a sventolare cappi da forca in Parlamento per poi squalificarsi con le operazioni in diamanti in Africa e con la laurea comprata per il figlio del capo in Albania, proprio in una nazione tra le più vilipese dalla propaganda leghista. Erano passati nel frattempo dal fallimento CredieuroNord – banca di riferimento dei leghisti – a quello del mega villaggio vacanze “Skipper Residence” in Croazia e via via a tanti processi aperti contro dirigenti e amministratori regionali e comunali: su Google la voce «processi contro amministratori della Lega nord» occupa pagine e pagine… E cosa dire di un ex-neofascista come Gianfranco Fini, erede politico dei più esperti saccheggiatori pubblici del Novecento (si legga il capitolo Fascismo predone nel saggio di Sergio Turone Politica ladra – Storia della corruzione in Italia. 1861-1992), diventato grande esaltatore dell’operazione ‘Mani pulite’, per poi finire sotto inchiesta a sua volta per una miserabile vicenda di interessi famigliari?

Più lugubre resta ovviamente la pretesa di conquistare il potere con inni martellanti al ”nuovo ordine dell’onestà”, un inneggiare che nella storia – mutatis mutandis – ha accompagnato l’inizio di qualsiasi tirannia. Ritornano alla mente gli studi di Scienza della politica con la diffidenza del padre del liberalismo John Locke verso i criteri etici sbandierati con eccessivo favore: con preveggenza formidabile intuiva che potevano nascondere i germi della dittatura. Un esempio eclatante: partiti dalla predicazione forsennata contro la corruzione degli altri, movimenti come quelli fascisti e nazisti si sono poi rivelati come i regimi più putrefatti e corrotti di tutti. Lo storico Turone aveva appunto annotato che per quanto i sistemi democratici possano essere corrivi «è difficile superare l’impunita voracità dei gerarchi di un governo totalitario».

Due cangianti espressioni del mondo mediatico e economico

Torno ora alle nostre più prosaiche vicende e apro una breve nota incidentale dedicata al mondo mediatico ed economico segnalando le mosse di due insospettabili. C’è il giornalista Emilio Fede che si fa teorizzatore della bontà dei sommari processi mediatici e giudiziari, alle cui risultanze si dichiara «assolutamente favorevole»: con le reti berlusconiane sosterrà tra il 1992 e 1993 i mitici «momenti magici» (cioè la tecnica carceraria che sbloccava ogni tipo di confessione) dell’operazione ‘Mani pulite’, per poi passare sul fronte diametralmente opposto quando si tratterà di contestare la lena giustiziera degli inquisitori a caccia del padrone politico-mediatico-finanziario Silvio Berlusconi. Ma c’è un altro personaggio che fa un percorso zigzagante: è l’industriale-finanziere Carlo De Benedetti. Da critico arcigno della partitocrazia e difensore dei «magistrati indipendenti e coraggiosi che contribuiscono al rinnovamento dell’Italia» – come dichiara a “Le Nouvel Observateur” del 15 aprile 1993 – diventerà esponente interessato del sistema delle tangenti, come narrano le cronache del 16 maggio 1993; commenterà “Libération” del 17 maggio 1993: «… oggi quello che fa amaramente sorridere gli italiani non è che il quarto gruppo privato del Paese [quello di De Benedetti] sia a sua volta coinvolto negli scandali, ma è l’atteggiamento dell’Ingegnere, il ribelle del capitalismo italiano che si è sempre presentato come un incorruttibile». E invece…

Erano alleati e compagni di partito…

Ma veniamo ai partiti del centro-sinistra storico. Se degli oppositori si poteva capire l’acredine e il tornaconto politico, invece cosa dire di altri, appartenenti a partiti democratici che avevano retto insieme la ‘prima Repubblica’? Come giudicare una democristiana di lunghissimo corso come Rosy Bindi, che per ‘sbianchettarsi’ denuncia brutalmente la collaborazione DC-PSI come «patto scellerato»? O le dichiarazioni di Rosa Russo Jervolino contro i suoi amici democristiani: «Noi abbiamo in casa i ladri e questo è un fatto incontrovertibile»? E come giustificare il comportamento di Giovanni Spadolini che – in faccia al segretario del suo PRI, Giorgio La Malfa, caduto anch’egli sul finanziamento illecito dei partiti – si fa vessillifero frenetico della «questione morale» come «la più grande questione politica» d’ogni tempo?

Parliamo ora senza veli del PSI, il mio partito allora come oggi. Nella caccia al «cinghialone ferito», finiscono per inseguire Bettino Craxi anche leader storici e meno dell’area socialista. C’è in questo non solo un riprovevole decadimento della dialettica politica interna, ma anche quello che nella vita normale di una varietà di persone più estesa del prevedibile si caratterizza per particolare empietà; il duca de La Rochefoucauld nelle sue Massime (Marsilio Editori) esplorando l’angolo buio dell’amicizia, lo sintetizza così: «Nelle avversità dei nostri migliori amici noi scopriamo sempre qualcosa che non ci dispiace», lasciandoci travolgere dall’altrui accanimento verso il compagno in disgrazia. Così nel microcosmo socialista vedremo un personaggio come Enrico Manca – ex presidente RAI – invocare «drastiche e immediate decisioni». Ma su tutto si ergerà un capo storico come Giacomo Mancini, per il quale Craxi «non poteva non sapere», coniando un termine che poi la magistratura userà come capo d’accusa imprescindibile per condannare il segretario socialista: secondo Mancini è arrivata l’ora di fare piazza pulita. Quella di Mancini – commenta Feltri – «è una roba tristissima». Quando morirà l’8 aprile 2002 l’ANSA ricorderà le sue traversie giudiziarie con le Procure calabresi che l’accusavano di «aver concorso esternamente alle attività di alcune fra le cosche più influenti della “’Ndrangheta”». Mancini prima verrà condannato il 25 marzo 1996 dal tribunale di Palmi; dichiarata l’incompetenza territoriale di quel tribunale, sarà invece allora quello di Catanzaro ad assolverlo il 19 novembre 1999: il processo d’appello, fissato a fine giugno 2000, non ha mai avuto inizio… Mentre si accingeva a passare per questa temperie – dopo averne sperimentato altre negli anni ’70 del Novecento al grido di ”Mancini ladro” lanciatogli in faccia dalla marmaglia neofascista e veicolato da una campagna mediatica ostile, che avrebbero reso prudente ogni persona prima di accodarsi in futuro a qualsiasi campagna giustizialista – ecco invece Mancini non perdere l’occasione di mostrarsi un colpevolista eccellente ad altrui carico, concedendo al “Corriere della Sera” l’8 novembre 1992 un intervista in cui dichiarava che «per la vastità del fenomeno, i flussi di finanziamento li conosceva solo Craxi». Narra Feltri che «dopo quell’intervista i magistrati Di Pietro e Colombo lo chiamarono in procura a Milano». Mancini farà di più. Il 16 dicembre 1992 su “La Stampa” infligge a Craxi un’altra accusa: «di essere andato a Reggio Calabria ad attaccare i giudici che stanno facendo un oneroso lavoro contro la mafia». È qui che Feltri parla di «roba tristissima», riferendosi al calvario giudiziario che di lì a poco Mancini subirà proprio in Calabria e che non gli sarà risparmiato da questi ‘assist’ gratuiti lanciati ai magistrati: sembra un caso di sindrome di Stoccolma preventiva, un provare sentimenti positivi verso i propri aggressori.

Ecco altri personaggi socialisti annoverati nel libro di Feltri: c’è Giorgio Benvenuto che in un’intervista a “la Repubblica” del 1° maggio 1993, se la fa intitolare così: «Craxi? Mai più nelle liste del Psi». Seguirà un altro sindacalista socialista come Enzo Mattina che annuncia di voler «alzare con decisione la bandiera della moralità», straparlando addirittura di «Craxi-Gambadilegno». Infine in questo elenco pietosamente incompleto ecco i manifestanti dei ”Comitati di base socialisti” che invadono la sede nazionale del PSI al grido di ”ladri, ladri”. Il suicidio del PSI – dei suoi dirigenti e dei suoi militanti travolti e abbruttiti dalla marea mediatico-giudiziaria che li ha colpevolizzati indistintamente – è così completato.

Un ‘difensore’ dei diritti umani

Ma per chiudere questa carente e trista rassegna, va segnalato un personaggio di cui sentiremo parlare anche più avanti, come gentile difensore dei diritti umani: si tratta di Luigi Manconi, già militante di “Lotta Continua” e dei “Verdi”, infine approdato al PD. In una intervista a “Il Messaggero” del 2 luglio 1994, così parla di Craxi, rifugiato a Hammamet: «C’è qualcosa di cupamente grottesco nell’immagine di quell’uomo anziano e malato. Anche la malattia non lo fa apparire più fragile, e con ciò meno sgradevole. Al contrario. La sua sembra proprio quella che, nei racconti per adolescenti, è l’infermità dei ‘cattivi’… la malattia completa crudelmente l’immagine di un uomo che – in una torva solitudine – cova i suoi rancori; quel sarcasmo così appesantito, quell’aggressività così affannosa, rivelano qualcosa di intimamente ‘sporco’». E conclude con sentenziosità chirurgica: «È una manifestazione patologica. Da sempre le psicosi hanno pesato sulla politica».

Per fortuna c’è anche un po’ di clemenza

Per ridare decenza alle cose, a tanta crudezza contrapponiamo le parole clementi di un personaggio che generalmente non desta la nostra simpatia, ma che al dunque sa sovrastare tanti altri in umanità: ci riferiamo a Indro Montanelli. Il 1993 fu percorso anche dal fenomeno degli inquisiti suicidatisi. Di fronte alla morte ci si dovrebbe fermare, e invece ecco alzarsi il coro dei maramaldi. Al funerale di Gabriele Cagliari, presidente ENI suicida, «si è sentito – racconta Feltri – l’estremo saluto di alcuni rappresentanti della società civile, in attesa fuori dalla chiesa: ”Ladri!”. ”Vergogna!”. ”Nessuna pietà”. Molti i fischi». E mentre il citato ideologo della “Lega Nord” Gianfranco Miglio dichiara sprezzantemente: «…in fondo è un bene: vuol dire che c’è gente che di fronte alla prospettiva della casacca a righe, preferisce togliersi la vita», ecco alzarsi l’umanissimo monito di Montanelli: «Hanno preferito la morte alla galera e al disonore… Che i nomi di questi morti siano scritti in un albo d’onore che, avendo comunque pagato più del dovuto, l’onore se lo sono riguadagnato sul campo, e con esso il diritto al rispetto di tutti».

Una compagnia di pericolosi latitanti

Torniamo a Craxi. Morirà espatriato in Tunisia, in semplicità, fuori dagli agi e dagli ori immaginati dagli avversari. Ci ricorda per la solitudine che si autoimpose, un’altra personalità socialista, Camillo Prampolini, che negli anni del fascismo imperante dalla sua Reggio Emila – che l’aveva visto grande leader riformista – riparò a Milano a fare l’impiegato qualsiasi. Mauro Del Bue ne ha tratteggiato la figura con affettuosa partecipazione sulla rivista “Mondoperaio” dell’aprile 2017: mentre tutti correvano dietro ai vincitori, compresi gli ex-compagni di lotta, egli si ritirò a vivere e morire in solitudine.

Così Craxi. Nonostante sia morto di malattia, per anni in sofferenza e lontano dal suo Paese, resterà ancora per una parte dell’opinione un pericoloso ‘latitante’. Bettino Craxi è comunque in buona compagnia. ‘Latitanti’ (secondo il gergo tecnico-carcerario), ‘fuoriusciti’, ‘rifugiati’, ‘esuli’ (nel lessico letterario più gentile) furono Garibaldi, Turati e Pertini. Ma il contumace più illustre fu addirittura il Padre della nostra lingua, finito per ritorsione sotto «accusa di concussione». Dante Alighieri, che come priore aveva ratificato una condanna contro tre banchieri papali, fu a sua volta perseguito dopo che papa Bonifacio VIII riprese il controllo di Firenze. «Fu giudicato colpevole di aver ricevuto denaro in cambio dell’elezione dei nuovi priori, di aver accettato percentuali indebite per l’emissione di ordini e licenze a funzionari del Comune e di aver attinto dal tesoro di Firenze più di quanto correttamente dovuto», come testualmente riporta la ricerca di Carlo A. Brioschi Breve storia della corruzione (TEA Editori). Dante non si presentò al processo – si difese dunque dal processo – e fu condannato in contumacia: se fosse entrato nel territorio fiorentino «sarebbe stato mandato al rogo; fu così che a 37 anni Dante intraprese la strada dell’esilio», della ‘latitanza’ avrebbero detto altri nella parlata tribunalesca.

Tragedie e volubilità della ‘giustizia’ umana

Abbiamo fantasticato nel fare gli accostamenti? No. A proposito di ‘Tangentopoli’ ancora ci sovviene l’agghiacciante osservazione di un personaggio che ha conosciuto la durezza di un regime oppressivo, l’ex dissidente sovietico Vladimir Bukowski, che così, il 14 ottobre 1995, descriveva la presunta ‘rivoluzione’ giudiziaria italiana degli anni ’90: «’Mani pulite’ si rifà al grande terrore staliniano del 1937-’38, al quale è paragonabile per lo stile se non per l’ampiezza».

Ma anche in tempi più quieti, la storia è colma di vessazioni illiberali e di tante volubilità nelle sentenze dei tribunali che ad esempio avevano fatto scrivere a Voltaire: «Se a Parigi ci fossero 25 camere di giudici ci sarebbero 25 giurisprudenze diverse». Così era allora, così è oggi. Ce l’ha ricordato – riandando a quella valutazione volterriana – l’ex magistrato Ferdinando Imposimato, scrivendo un articolo sull’ “Avanti della domenica” del 3 maggio 1998 intitolato «Giustizia, la riforma non decolla» col quale ammetteva drammaticamente che «le cose non sono affatto mutate da allora». Questo per significare che le valutazioni e anche le sentenze emesse in una certa temperie, avrebbero potuto prendere un altro – se non addirittura opposto – verso in tempi e circostanze diverse. Imposimato continua il suo ragionamento citando Cesare Beccaria: «Lo spirito della legge sarebbe dunque il risultato di una buona o di una cattiva logica del giudice, dipenderebbe dalle sue passioni, dalla debolezza di chi soffre, dalle relazioni del giudice con l’offeso…». Potremmo quindi concludere – appoggiandoci sull’autorevolezza del professor Francesco Galgano – che il diritto «non si sa bene su cosa si fondi» e che addirittura «il diritto è il rovescio del buon senso» (cfr. Francesco Galgano, Il rovescio del diritto, Giuffrè Editore).

Anche le leggi, come le sentenze, risentono delle circostanze e dell’evoluzione delle idee umane. Lo sostiene un padre della nostra Costituzione, Piero Calamandrei: «Cosa sono le leggi se non esse stesse delle correnti di pensiero? Se non fossero questo non sarebbero che cosa morta» (in Marco Cappato, Credere, disobbedire, combattere, Rizzoli). Per cui quello che è reputato delittuoso in un certo periodo, può essere considerato giusto in altro, e viceversa. Oggi Dante non sarebbe assolutamente considerato un ladro…! Ma venendo a vicende più minute e contingenti, anche i processi di Tangentopoli se venissero celebrati ora – solo a pochi lustri di distanza – potrebbero prendere altra direzione, pur celebrandosi almeno formalmente nello stesso quadro costituzionale. Conta lo spirito del tempo, l’aria che tira. È cosa antica: fin dai tempi di Socrate in teatro come in tribunale non conta la realtà ma come essa viene rappresentata e percepita. Tutto è umano e volubile, non ci sono atti intangibili d’origine divina né di valore eterno.

Il fallimento e il riscatto di una Nazione

In conclusione, la sorte di Craxi invoca sempre più il dispiacere delle persone ragionevoli. Un giovane storico ha raccolto e commentato le carte scritte da Craxi pubblicandole sotto il titolo Io parlo e continuerò a parlare: note e appunti sull’Italia vista da Hammamet (Mondadori): è il libro curato da Andrea Spiri, che per professione e vocazione è impegnato «nell’analisi dei processi di delegittimazione dell’avversario nelle culture politiche». Leggiamolo.

Ma anche tra gli irriducibili colpevolisti, aveva aperto la strada al ripensamento un personaggio come l’ex-magistrato e poi parlamentare di PCI, PDS e DS, Luciano Violante, che in una intervista al “Corriere della Sera” del 5 aprile 2007 intitolata «Sbagliammo. Craxi capro espiatorio», definì un errore l’aver fatto di Craxi appunto «un capro espiatorio sull’altare del codice penale». In seguito, un numero sempre maggiore di osservatori democratici si è sempre più interrogato sulla «pessima prova» data dagli italiani, rimeditando le accorate osservazioni di Norberto Bobbio formulate subito nei primi anni ’90. Il grande filosofo su “La Stampa” del 20 gennaio 1993 aveva infatti scritto: «La ‘prima Repubblica’ è proprio finita. Non lo dico, come la maggior parte degli italiani, con un sospiro di sollievo o addirittura con aria di trionfo. Lo dico con un senso di amarezza, non perché creda che non meriti di fare la fine ingloriosa che ha fatto o sta facendo, ma perché una conclusione così miseranda è l’espressione del fallimento di tutta intera la nazione, e non solo della classe politica che è ormai continuamente e rabbiosamente messa sotto accusa da parte di coloro che per anni l’hanno sostenuta e le hanno offerto il consenso necessario per governare. Come paese democratico, come Stato di liberi cittadini, abbiamo fatto, bisogna riconoscerlo, una pessima prova».

Porre rimedio a quella infausta «prova», cercare di non ripeterla, resta il compito di una politica mite, democratica e partecipata. Del resto qui abbiamo parlato di una storia, ma non come fosse un ‘amarcord’ inerte: no, nel segno di Benedetto Croce, sappiamo che la storia è sempre storia contemporanea e serve – come ribadisce il politologo A. Panebianco – «a cercare lumi nel passato per comprendere cosa sia meglio fare nel presente». Comprendendo, ad esempio, che le operazioni mediatico-giudiziarie dissennate, possono essere dannose per la stabilità democratica ed economica del Paese. Il professor Fadi Hassan, nato a Pavia da genitori siriani, docente di macroeconomia internazionale presso il Trinity College Dublin – considerando che il dato per cogliere la traiettoria economica del nostro Paese è il PIL pro capite in relazione agli Stati Uniti a parità di potere d’acquisto – ha rammentato sul “Corriere della Sera” del 6 aprile 2017 che «nel 1991 il nostro reddito pro capite era l’86% di quello americano, nel 2016 è sceso al 63%. E’ lo stesso livello – commenta – che avevamo nel 1961: nell’ultimo ventennio siamo tornati indietro di 55 anni».

Nicola Zoller
(collaboratore della storica rivista “Mondoperaio”, fondata da Pietro Nenni)

Riferimenti bibliografici:

-Mattia Feltri, Novantatré. L’anno del Terrore di Mani pulite, Marsilio, Venezia, 2016.
-Paolo Mieli, In guerra con il passato. Le falsificazioni della storia, Rizzoli, Milano,2016.
-Carlo M. Cipolla, (a cura di), Storia facile dell’economia italiana dal Medioevo a oggi, Il Sole 24 Ore-Mondadori, Milano, 1995.
-L. Federico Signorini-Ignazio Visco, L’economia italiana, il Mulino, Bologna, 1997.
-Roberto Chiarini, La memoria maledetta di Bettino Craxi, in Nuova Storia Contemporanea, n. 6/2015, Casa editrice Le Lettere, Firenze.
-Stefano Livadiotti, Magistrati, l’ultracasta, Bompiani, Milano, 2009.
-Sergio Romano, Finis Italiae, All’insegna del pesce d’oro, Milano 1995.
-Daniel Soulez Larivière, Il circo mediatico-giudiziario, Liberilibri, Macerata,1994.
-Michele Salvati, Tre pezzi facili sull’Italia, il Mulino, Bologna, 2011.
-Piero Fassino, Per passione, Rizzoli, Milano, 2003.
-Gianni Cervetti, L’oro di Mosca, Baldini&Castoldi, Milano, 1993.
-Sergio Turone, Fascismo predone in Politica ladra – Storia della corruzione in Italia. 1861-1992, Laterza, Roma-Bari, 1992.
-François de La Rochefoucauld, Massime, Marsilio, Venezia, 2000.
-Carlo Alberto Brioschi, Breve storia della corruzione, TEA Editori, Milano, 2004.
-Francesco Galgano, Il rovescio del diritto, Giuffrè, Milano, 1991.
-Marco Cappato, Credere, disobbedire, combattere, Rizzoli, Milano, 2017.
-Bettino Craxi, Io parlo e continuerò a parlare: note e appunti sull’Italia vista da Hammamet, a cura di Andrea Spiri, Mondadori, Milano, 2014

Sinistra moderna. Parliamone

Nell’arco di pochi giorni abbiamo potuto leggere valutazioni pesanti sull’ultimo trentennio italiano. La prima, del giornalista e scrittore Pierluigi Battista: “Una delle cose più stupide predicate in questi decenni è stata il disprezzo dei partiti. I partiti erano quel che erano… ma le sezioni dei partiti erano cose serie, lì ci si riuniva, si andava la sera, dopo il lavoro, si discuteva, ci si confrontava, si litigava. La sezione di partito era un corpo intermedio pieno di vita, un punto di riferimento, un luogo caro a cui appartenere” (“Corriere della Sera”, 8 marzo 2018). Ora è tutto svanito, abbiamo la solitudine di massa, una “folla solitaria” come la definì il sociologo David Riesman. Tutto risulta “disintermediato”, non ci sono corpi intermedi tra l’elettore e le istituzioni, tra il popolo e chi decide, insomma sedi reali di confronto per il cittadino. Su tutto domina il mezzo televisivo, i dibattiti – col popolo solo ascoltante e guardante – si svolgono nei talk show; per quella folla solitaria resta Internet “a collegare gli scontenti, ad alimentarli, a rinfocolarli” aggiunge Aldo Cazzullo (stesso giornale, stesso giorno).

La seconda: “Verrebbe quasi da rimpiangere le vecchie ideologie”, sostiene l’economista e politologo Michele Salvati, sempre in queste giornate postelettorali. Perché? Basta vedere cosa le ha sostituite: “Il rozzo appello xenofobo della Lega”? Oppure “il grido qualunquista ‘onestà, onestà’ dei Cinque Stelle”? Un grido che nella storia – mutatis mutandis – ha accompagnato l’inizio di qualsiasi tirannia; un esempio eclatante: partiti dalla predicazione forsennata contro la corruzione degli altri, movimenti come quelli fascisti e nazisti si sono poi rivelati come i regimi più putrefatti e corrotti di tutti.

La terza: il discorso ora appena accennato, si collega ad altra analoga predicazione, dimostratasi una fake news come ha spiegato nel febbraio 2018 lo storico Angelo Panebianco: “Sul finire della Prima Repubblica il vecchio sistema dei partiti entra in crisi. Arriva Mani Pulite ed è il diluvio. Il prestigio dei politici crolla ai minimi termini (e non risalirà più). È allora che si diffonde quella che considero la madre di tutte le fake news, la falsa idea secondo cui questo sarebbe il Paese più corrotto del mondo”. Non è così naturalmente, se proprio quando si scatena “Tangentopoli” all’inizio degli scorsi anni ’90, la classifica di Transparency International – l’Associazione che misura l’indice di percezione della corruzione, partendo dai Paesi migliori – situava l’Italia al 33° posto nel mondo su più di 180 nazioni. Poi i presunti nuovi “moralizzatori”, giunti al comando hanno peggiorato un po’ la situazione…

Richiamate queste tre valutazioni, ecco che Eugenio Scalfari su “la Repubblica” del 9 marzo spiega involontariamente perché la crisi politica attuale abbia portato la sinistra allo sbando completo, lasciando campo libero a centro-destra e Cinque Stelle. “La sinistra moderna (sic!) cominciò con Tangentopoli nella Procura di Milano nel 1992. In cinque anni – continua Scalfari – venne smontato il sistema politico”. Bel risultato, potremmo dire, meditando sui tre punti sopra richiamati! Se la sinistra “moderna” è quella descritta da Scalfari, meritava di finire ben prima di adesso. Per rinascere, dovrebbe proprio ritornare sui suoi passi. Seguendo la trilogia precedente, dovrebbe in primo luogo battersi per ridare fiducia e nerbo ai partiti, come prevede l’articolo 49 della nostra Costituzione, “la più bella del mondo”; in secondo luogo, dovrebbe rinverdire l’ideologia progressista, collegandosi agli ideali dell’unica sinistra democratica che c’è al mondo, quella del socialismo laburista e democratico europeo e del democratico-socialista americano Bernie Sanders: un movimento politico che da anni e anni è dato per finito, ma che invece resta l’unico ancoraggio per non soccombere alla demagogia, per provare ad impedire che intere schiere di popolo di sinistra – operai e impiegati di vecchio e nuovo stampo, ceto medio, giovani, disoccupati… – votino a destra o per liste populiste qualunquiste o si rifugino nell’astensione. In terzo luogo, chi ha nel cuore la democrazia dovrebbe capire l’importanza di ridare onore e prestigio alla politica, sottraendola alla denigrazione esercitata dal potere mediatico e alla subordinazione alle “burocrazie amministrative e giudiziarie”, che spadroneggiano dall’alto delle corti, delle procure, dei ministeri, avverte il prof. Panebianco: “I politici o sono al loro servizio o sono troppo deboli per tenerle a bada. Lasciate a se stesse quelle burocrazie ci preparano un futuro di autarchia e di declino economico e culturale. Chi fosse interessato a far restare il Paese nel mondo moderno dovrebbe porsi il problema di come tagliare loro le unghie”. Una conclusione da condividere e che la sinistra dovrebbe far propria: altro che sinistra delle procure, delle caste giudiziarie e burocratiche.

Nicola Zoller
Direzione nazionale Psi

Una democrazia partecipata, quello che manca

È un tempo malinconico per gli elettori italiani, indotti – a causa dei “criteri” assunti dai più potenti capipartito nella formazione delle liste – ad abbandonare il voto, astenendosi. Tra le riflessioni emerse in queste giornate c’è quella di Aldo Cazzullo, che mercoledì scorso 31 gennaio 2018 ha ospitato sul Corriere della Sera una lettera molto critica sulla vigente legge elettorale, nella quale si sostiene che con il sistema proporzionale “senza preferenze” e poi con i collegi uninominali “i futuri onorevoli siano scelti dai segretari di partito”.

Nel rispondere, Cazzullo conviene sulla considerazione che “il proporzionale consente davvero ai leader di designare i propri deputati”; sostiene poi che se non ci fosse stato il proporzionale ma fossero stati introdotti “soltanto collegi uninominali, i partiti sarebbero stati costretti a schierare i migliori, proprio per conquistare il seggio”.

Queste due valutazioni, meritano delle precisazioni: perché non sempre, anzi…, il proporzionale è stato ed è “senza preferenze”: nella vituperata Prima repubblica, quando per l’elezione della Camera vigeva il sistema proporzionale, gli elettori potevano esprimere le proprie preferenze scegliendo da un lungo elenco di candidati che ogni partito proponeva, dopo votazioni interne e discussioni che non duravano una notte o mezza giornata e non si risolvevano in un blitz dell’ultima ora, ma coinvolgevano tanti iscritti e militanti, i quali – non sempre ma di solito – premiavano chi aveva più provata capacità ed esperienza. Non era il segretario di partito a decretare dispoticamente l’elezione dei parlamentari, ma neanche le assemblee di partito: l’ultima parola spettava ai cittadini. Certo, sotto le preferenze potevano nascondersi le cordate opache, i voti di scambio ed altro ancora: ma non c’è sistema elettorale che sia immune da usi distorti… quando si vuol fare il male.

Sempre nella diffamata Prima repubblica tutti i candidati per il Senato venivano proposti in collegi uninominali, quindi i partiti erano “costretti schierare i migliori”, per usare le parole di Cazzullo.

Dunque esisteva nel vecchio sistema elettorale proprio un mix – possiamo dirlo? – “virtuoso” che univa proporzionale “con preferenze” per la Camera (non “senza preferenze” come ora) e uninominale con “costrizione” a schierare i migliori per il Senato. Eppure, come accennato, le preferenze – oggi tanto rimpiante – furono demonizzate come fonte di intrigo con gli elettori, mentre l’uninominale al Senato non venne più di tanto decantato.

In questa stagione, ricorrendo i 40 della morte di Aldo Moro, lo storico Guido Formigoni ha ricordato che quel leader “prendeva in Puglia 200 mila preferenze, girando per tutti i paesi con i contadini che accorrevano ai suoi discorsi”. E’ un esempio dei più fulgidi, di come andava allora. Avevamo un sistema che, imperniato sui partiti – come previsto dai padri della Costituzione repubblicana, “la più bella del mondo” – restava parimenti aperto alle scelte e valutazioni degli elettori. Era una repubblica dei partiti e dei cittadini, con tanti vizi ma probabilmente migliore di quella attuale: negli scorsi anni Novanta si è abbattuta, a che pro?

Nicola Zoller

Bettino Craxi, uso di pesi e misure diversi nella giustizia

Voltaire, parlando di un processo che si concluse con la condanna di una persona per un solo voto, racconta come l’avvocato spiegasse che sarebbe stato assolto in un’altra camera di giustizia. “E’ davvero comico – rispose il malcapitato – quindi una camera, una legge”. “Sì – disse l’avvocato – ci sono venticinque commenti diversi sulla ‘consuetudine’ di Parigi… e se ci fossero 25 camere di giudici, ci sarebbero 25 giurisprudenze diverse”. Questa vicenda era stata riproposta dall’ ex magistrato Ferdinando Imposimato, scrivendo un articolo sull’ “Avanti della domenica” del 3 maggio 1998 intitolato “Giustizia, la riforma non decolla” col quale ammetteva drammaticamente che “le cose non sono affatto mutate da allora”.

Imposimato – lo citiamo anche per riconoscere al magistrato da poco scomparso questo suo filone d’impegno, che si sovrappone a molti altri e d’altro segno –  continuava il suo ragionamento citando l’illuminato giurista Cesare Beccaria: “Lo spirito della legge sarebbe dunque il risultato di una buona o di una cattiva logica del giudice, di una facile o malsana digestione, dipenderebbe dalla violenza delle sue passioni, dalla debolezza di chi soffre, dalle relazioni del giudice con l’offeso, e da tutte quelle minute forze che cangiano le apparenze di ogni oggetto nell’animo fluttuante dell’uomo. Quindi veggiamo la sorte di un cittadino cangiarsi diverse volte nel passaggio che fa a diversi tribunali, e le vite dei miserabili essere vittime dei falsi raziocini, o dell’attuale fermento degli umori di un giudice”.

Queste terribili parole sembrerebbero confinate in altro tempo. Purtroppo così non è – lo rilevava Imposimato – e le cronache giudiziarie continuano a confermarlo, usando pesi e misure diverse, pronte a ribaltare verdetti precedenti fino alla sentenza definitiva, salvo poi ricorsi in alte sedi sovranazionali.  E’ che da sempre, fin dai tempi di Socrate, “in tribunale come in teatro non conta tanto la realtà ma come essa viene rappresentata” e quindi come tale rappresentazione può influenzare il giudizio.

Ma il problema è che eternamente la giustizia risente oltre che degli umori degli apparati giudiziari anche e soprattutto dello spirito del tempo: le leggi sono costruzioni umane, non hanno una impronta divina e una validità assoluta per sempre: “le leggi sono correnti di pensiero” sintetizzava mirabilmente un padre costituente come Piero Calamandrei e spesso la loro applicazione si confonde con la morale.

Ecco il punto: la morale. Il sociologo Francesco Alberoni vi ha scritto sopra un libro intitolato ‘Valori’. La morale dovrebbe collegarsi a ciò che è generoso e altruista. Ma per l’opinione prevalente, invece, la morale non significa virtù e bontà. Significa sdegno, rimprovero, punizione. Ecco – scrive – li vedete tutti costoro sfilare nel corso della storia cupi, collerici, intransigenti che urlano, che esigono punizioni esemplari per i malvagi, per i corrotti! Ciascuno prende un sasso per lapidare l’adultera, ciascuno si getta sul reo per linciarlo. Così si tagliano le mani ai ladri, si torturano, si martoriano, si crocifiggono i criminali, si bruciano gli eretici, si spezzano le ossa e si squartano i banditi. Quanta giustizia è stata fatta in questo modo! La storia è stata un succedersi ininterrotto di atti di ‘giustizia’.

Così nel passato e così in epoca recente nella lotta politica, aggiunge senza sorpresa Alberoni. Perché tutti vivono il loro avversario come un essere repellente, crudele. Mentre vivono se stessi come virtuosi e giusti, costretti a difendersi. La lotta politica è praticamente tutta combattuta con accuse di immoralità. Ma perché confondere la morale con la lotta politica? E’ incredibile – aggiunge Alberoni – che non si capisca, non si voglia capire che quando in un movimento, in un partito politico, il capo, il demagogo urla: “Facciamo giustizia”, di solito non ha nemmeno lontanamente in mente la giustizia morale. Il suo vero scopo è minare la legittimità di chi è al potere per rovesciarlo e prendere il suo posto. Il linciaggio morale è stato ed è strumento abituale di conquista del potere. Si guarda sempre il male degli altri e non si vede il proprio. Perché in realtà non c’è un sentimento morale, ma una manifestazione di aggressività.

Ricorre in questi giorni – il 19 gennaio – l’anniversario della morte di Craxi da rifugiato in Tunisia. Parlo di lui con un riferimento generale, citando lo storico Angelo Panebianco. Questi commentando nell’ ottobre 2016 sul Corriere della Sera il libro di Paolo Mieli ‘In guerra con il passato. Le falsificazioni della storia’, scriveva: «Non si è mai estinto il vizio di mettere in piedi processi per corruzione o sottrazione di denaro pubblico contro gli avversari politici». Cita un caso antico ma efficacemente emblematico: «Il processo contro Verre, ex propretore il Sicilia, che diede tanto lustro al suo inflessibile accusatore Cicerone, non sarebbe stato imbastito se Verre non fosse stato legato alla fazione politica perdente, quella di Silla». E conclude: «Nelle cronache degli ultimi decenni, qui in Italia, anche se non solo, possiamo trovare diversi casi che hanno affinità con quella vicenda storica». Dall’antichità all’età contemporanea è detto parecchio in queste poche parole, svelando un meccanismo che regola spesso la cattiva contesa pubblica.

Nicola Zoller
direzione nazionale Psi

Lutero, dispute religiose
e scienza mite

In questa stagione si sono svolti molti dibattiti sulle celebrate Tesi che Martin Lutero presentò 500 anni fa, nell’autunno 1517. «Nelle intenzioni di Lutero doveva trattarsi di una riforma, non di uno scisma» ha sostenuto l’autorevole storico tedesco Hubert Jedin. Ma la ‘conciliazione’ nel mondo cristiano si rese impossibile, gli Stati europei per motivi politici «scelsero una confessione contro le altre per conformare i sudditi all’obbedienza» applicando a partire dalla Pace di Augusta del 1555 la norma del cuius regio, eius religio, per cui tutti erano obbligati a seguire la religione del proprio principe; poi tra Cinquecento e Seicento si precipitò nelle guerre di religione sfruttando – sempre per preponderanti questioni di potere – le divisioni religiose. Solo dopo la Guerra dei Trent’anni (che – come annota lo storico Paolo Mieli sul “Corriere della Sera” del 24 marzo 2016 – «fu in realtà una lotta per l’egemonia tra la monarchia dei Borbone e quella degli Asburgo») e la Pace di Vestfalia del 1648, le guerre tra cristiani ebbero termine e si aprì faticosamente l’epoca della tolleranza religiosa.

            Dunque la lotta politica sfruttò la religione. Ai principi tedeschi – e poi anche ad altri principi europei – non piaceva che i propri sudditi fossero costretti a versare somme alla fin fine ingenti agli ecclesiastici cattolici (a vescovadi, conventi, papato romano) per acquistare indulgenze ‘vendute’ come passaporti di salvezza dell’anima grazie alla creazione del Purgatorio: un passaggio penitenziale inventato a partire dal XII secolo per accrescere il potere di intermediazione della Chiesa e dei prelati, un sistema, quello ‘purgatoriale’, che lo storico Jacques Le Goff definirà piuttosto come ‘infernale’ nella sua opera “La nascita del Purgatorio”.

Lutero ebbe buon gioco a sostenere che questo «terzo luogo» non figurava nella Scrittura, e da qui partì ad elaborare il suo trattato sul “De servo arbitrio” per contestare che con le opere buone, caritatevoli e religiose – e quindi anche con le offerte in denaro alla Chiesa – si potesse acquisire la salvezza. Per il teologo tedesco quest’ultima non era assolutamente raggiungibile attraverso il contributo della libera azione umana (come sostenuto da Erasmo da Rotterdam nel suo “De libero arbitrio”) ma poteva essere ottenuta solo per fede «che è una grazia gratuita, resa possibile dal sacrificio di Cristo».

In quanto alle opere umane, esse non avrebbero mai potuto «avvicinare l’uomo alla grazia divina, poiché la malvagità è insita nell’essere umano»: semmai – spiega il filosofo Mario Miegge – «il senso religioso» che molti gruppi protestanti (soprattutto i calvinisti) diedero al successo ottenuto con il lavoro umano, poteva essere «segno della elezione e della grazia» accordata unilateralmente da Dio a determinate persone rientranti nel «numero degli eletti». Dunque solo la misericordia di Dio può salvarci ed essa non può essere amministrata da intermediazioni umane, in quanto la ragione dell’uomo – servo del peccato originale – è completamente cieca. Un passaggio arditamente avvilente – pur suffragato da precisi rimandi a S. Paolo e S. Agostino – se non pensassimo che grazie a questa credo si faceva venir  meno la ragion d’essere della Chiesa e della struttura ecclesiastica quale ‘ponte’ tra l’uomo e Dio: ognuno poteva essere prete di se stesso, affidandosi direttamente alla Scrittura, non servivano tanti apparati, papi e indulgenze; quanto ai sacerdoti, essi non erano niente di più di persone che coadiuvano i fedeli, per cui potevano vivere come tutti gli altri uomini e anche sposarsi. In ogni luogo dove attecchì la riforma antipapista si poteva quindi passare all’incasso, incamerando – nei forzieri dei principi – i beni ecclesiastici cattolici, dalla Germania luterana, alla Svizzera calvinista, all’Inghilterra anglicana, con contromosse cattoliche altrettanto invasive. Per questa ingordigia di potere, si insanguinò l’Europa ma le effettive distinzione teologiche tra le confessioni cristiane restarono sottili: per le Tesi che Lutero la salvezza era giustificata solo per fede; secondo il Concilio di Trento (1545-1563) per la fede e… per le opere: ma in questa relativa distinzione si inserì mano a mano un solco sempre più profondo fino a considerarsi, rispettivamente fra cristiani separati, come i peggiori irriducibili nemici.

Per il resto, all’unisono o quasi, tutte le confessioni cristiane non si risparmiarono contro i dissenzienti interni o attigui al proprio campo: nel fronte cattolico, ricordiamo le persecuzioni di Galileo, Campanella e Giordano Bruno; Lutero, «rivoluzionario e conservatore al tempo stesso», si distinse nella difesa dei poteri costituiti condannando la rivolta dei contadini guidata «dal suo antico seguace Thomas Müntzer, contro cui scrisse nel 1525 uno del libelli più violenti, Contro le orde ladre e assassine dei contadini» (per non parlare della sua collera antisemita che condensò  nel «furioso opuscolo» Degli ebrei e delle loro menzogne); non fu da meno l’algido Calvino che fece di Ginevra «un faro dell’intolleranza», tetramente illuminata dai bagliori del rogo del medico e riformatore religioso Michele Servèto. Arriverà finalmente nel Seicento la laica Riforma scientifica a proporre una «interpretazione matematica del Creato», coprendo con il velo della tolleranza le contese teologiche.

Nicola Zoller