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Nicola Zoller

I compagni di viaggio della sinistra riformista

Secondo un sondaggio del 1977 “la metà dei militanti del Pci riteneva i diritti individuali meglio garantiti in Urss che in Italia”! Lo riporta il CORRIERE DELLA SERA del 12 ottobre 2017 a p. 51 presentando una ricerca sull’Ottobre Rosso. Questo per dire quanti danni alla capacità di discernimento aveva fatto la propaganda pro-sovietica nelle teste dei comunisti italiani e non solo: una parte considerevole della intellettualità autodefinitasi “progressista” non era infatti lontana da tali travisamenti. Premetto questa notazione ad un commento all’articolo di Roan Johnson su come “ragionano oggi gli elettori di sinistra”, pubblicato dalla rivista SETTE del 5 ottobre 2017: per chi pensa di essere ‘autenticamente’ di sinistra – afferma Johnson – nessuno è di sinistra, a parte lui stesso e una decina di amici. In realtà questa auto-considerazione di ‘autenticità’ ha radici più profonde che rimandano alla vocazione settaria e alla pretesa ‘superiorità morale’ delle organizzazioni comuniste.

All’opposto, chi ha una visione di sinistra laica, sarà ben felice che ci possano esserne tanti altri collocati ben più a sinistra: ad esempio c’erano appunto i massimalisti e i comunisti, considerati da Filippo Turati “la corrente reazionaria del socialismo”, partiti e persone che giustificavano la violenza e la tirannia di classe. Ne è un esempio incredibile Berlinguer, la cui foto campeggia nel citato articolo di Johnson: questi arrivò solo nel 1981 a constatare la “fine della spinta propulsiva” della rivoluzione d’Ottobre! Finalmente avrà detto qualcuno;  ma lui e la sua tradizione politica con ciò esprimevano un giudizio positivo sulla precedente “spinta propulsiva”, che invece si era retta su una guerra civile-terroristica che tra il 1917 e il 1922 aveva portato a circa 9 milioni di morti e poi – sempre quando la spinta era ancora “propulsiva”- a 50 milioni di morti nel periodo staliniano 1924/1953: «media dei morti tra le varie fonti, esclusi quelli dovuti alla Seconda guerra mondiale» secondo il rendiconto riportato nella ricerca curata da Antonella Salomoni, La Rivoluzione Russa (Rcs, Milano, 2015).

Altro esempio incredibile è quello di Gramsci: ben presentato dal menzionato Johnson come un mite pensatore, il ragionatore pessimista che invoca “l’ottimismo della volontà”, è invece considerato dalla storiografia non edulcorata, il più grande bolscevico occidentale, un leninista che in odio a chi preferiva seguire una via democratica giunse a definire Giacomo Matteotti, a pochi giorni dal suo funerale, il “pellegrino del nulla”, un sostenitore di idee “senza risultato e senza vie d’uscita” proprio perché non violente. Ora, Matteotti fu proprio l’opposto di un agitatore inconcludente, fu il leader “propositivo” capace di indicare le vie per organizzare le classi popolari e per attrezzarle culturalmente sulle questioni economiche e amministrative oltre che politiche. Piero Gobetti, il giovane “rivoluzionario liberale” che cadrà anch’egli vittima dei fascisti, individuerà in Matteotti “l’avversario vero” del fascismo, l’unico in grado di unire le forze per opporsi al nuovo regime: per questo fu ucciso!  Ecco, noi siamo persone di sinistra felici di avere come indimenticati maestri Turati e Matteotti, i tanto “rinnegati” riformisti della propaganda comunista che fa ancora un po’ di scuola a sinistra, visto come vengono trattati coi guanti bianchi gli esponenti di quella trista propaganda. Non è un caso che il Pd consideri (speriamo per poco ancora) i citati Berlinguer e Gramsci come illustri ispiratori: altri – più miti e democratici – dovranno essere i maestri e i compagni di viaggio della sinistra riformista.

Nicola Zoller

Cesare Battisti. Il rimpianto per un’Italia che poteva esserci
e non ci fu

Il 12 luglio 1916 Cesare Battisti saliva sul patibolo asburgico nel castello del Buon Consiglio a Trento.Terminava così la vita operosa del fondatore del movimento socialista trentino, uomo di scienza, geografo, giornalista. Fin da giovanissimo si legò agli ideali risorgimentali e mazziniani che animavano le giovani generazioni cittadine trentine; ideali che al culmine del suo percorso umano trasferì nella scelta di farsi soldato per liberare le nazionalità oppresse dell’impero austro-ungarico.

L’appuntamento ci fa rammentare la posizione di Battisti e di altri sudditi d’Austria che si rivoltarono contro l’impero, con le parole della storica Maria Garbari: “Tutte le nazionalità costituenti l’Impero austroungarico – oltre ad austriaci e ungheresi, c’erano cechi, slovacchi, polacchi, ucraini, sloveni, croati e serbi, rumeni, italiani e ladini- stavano perdendo la speranza di poter tutelare la loro identità in uno Stato realmente federale. La guerra, anziché creare la solidarietà fra quei popoli, contribuì allo sfascio dei possedimenti asburgici. La lotta in difesa della propria nazionalità, combattuta magari con l’espatrio, la diserzione, il passaggio al campo opposto fu un tradimento? Ma allora l’intera Europa fu pullulata da traditori cechi, slovacchi, croati, polacchi, romeni, italiani…”. Anche il leader sudtirolese Silvius Magnago ha chiarito per tutti: “Cesare Battisti fu un uomo che sacrificò la vita per i suoi ideali e dunque è degno della stima anche di coloro che come gli austriaci lo condannarono a morte”. Dunque una personalità stimata, come Tomáš Masaryk, primo presidente della repubblica cecoslovacca nata il 14 novembre 1918, appena finito il conflitto: parlamentare a Vienna come Battisti, allo scoppio della guerra riparò esule in Italia, poi in Russia e negli Usa; fondò la legione cecoslovacca, che contò decine di migliaia di combattenti contro l’Austria-Ungheria, schierati anche sul fronte italiano.

Oltre a Magnago, era stato un altro illustre sudtirolese, lo storico Claus Gatterer, a far conoscere al mondo austro-tedesco un uomo lì conosciuto solo come “alto traditore”, con queste parole: “Gli ideali battistiani attingono a due fonti: il Risorgimento italiano e il socialismo d’Austria-Ungheria. In Battisti questi ideali si erano pienamente fusi. Rappresentavano le direttrici per una vita e un’opera di rara coerenza”.

Queste parole, per le fonti da cui provengono, hanno posto fine alle polemiche di chi non riconosce l’onore altrui. Non a caso Gatterer ha introdotto il suo libro su Battisti la citazione dello sferzante scrittore austriaco Karl Kraus: “Chi giudica farabutto il patriota dell’altrui patria, dev’essere un imbecille della propria”.

Piuttosto noi socialisti e democratici non vogliamo far dimenticare che nella tormenta epocale della prima guerra mondiale si trovarono due socialisti esemplari come Giacomo Matteotti e Cesare Battisti che tennero un comportamento discorde: pacifista intransigente l’uno, interventista democratico l’altro. Eppure, come riporta la ricerca dello storico Mirko Saltori, ci doveva essere una base comune per le due personalità: “il socialismo non era stato né per Battisti né per Matteotti un’etichetta o una superficiale infatuazione, bensì un impegno costante e rigoroso, e certo nella concezione della realtà e della politica dell’uno e dell’altro vi sarà stata una larga identità di vedute”. Una identità che avrebbe potuto portarli successivamente anche a revisione i punti di vista divergenti, e comunque a svolgere un comune lavoro utilissimo per il popolo: non fu loro possibile, perché le vite di questi due protagonisti furono entrambe spente da mani barbare. E’ questo sconforto che porta i sinceri democratici ad onorare sia la memoria di Matteotti, assassinato il 10 giugno 1924 dai fascisti, sia quella di Battisti, morto per capestro asburgico il 12 luglio di 101 anni orsono. E’ il rimpianto per un’Italia che poteva esserci e non ci fu.

Nicola Zoller
(segretario Psi del Trentino- Alto Adige)

La politica costruita sui soldi

 “La politica costruita sui soldi”: la questione ritorna in evidenza con scadenze periodiche recentemente è finita come titolo di un articolo di Ernesto Galli della Loggia sul “Corriere della Sera” a commento dell’elezione presidenziale di Emmanuel Macron. Questi per la sua campagna elettorale avrebbe raccolto e speso finanziamenti per 15 milioni di euro. Diventa significativa la sottolineatura che solo l’1,7 per cento dei finanziamenti superavano i 5.000 euro: “ma è pur vero – annota il prof. Galli della Loggia – che quel l’1,7 per cento ha rappresentato, da solo, poco meno della metà (il 45 per cento) dell’intero ammontare di quanto è affluito nelle casse di Macron. Senza quell’1,7 per cento la musica sarebbe stata diversa”.

In sostanza sono quelle “donazioni” dei più ricchi ad influire di più: come si farà poi a prendere decisioni che dispiacciano a quei ricchi è una domanda che produrrà nell’elettorato popolare la convinzione che questo sistema non può tutelare la gente comune. Accade in Francia; e con ancor maggiore evidenza in America, dove il traffico finanziario che industrie e privati riversano nelle campagne elettorali è sterminato: secondo i dati disponibili delle penultime elezioni presidenziali USA del 2012 ammonterebbe a oltre 6 miliardi di dollari. Se poi succede che anche l’elettorato più popolare finisce per votare per un magnate finanziario, vorrà dire che la sfiducia verso la democrazia rappresentativa è già completa: tanto vale mettersi nelle mani di un miliardario populista.

Che pensieri possiamo ricavarne? Il sistema democratico vive ovviamente se trova il consenso della maggioranza dei cittadini: per mantenere tale consenso occorre che la politica non sia appannaggio dei ricchi o di élite ristrette: e fra quest’ultime rientrano anche i cultori della “democrazia elettronica”, i quali credono che con pochi clic (poche centinaia in molti casi) si possa valorizzare la partecipazione popolare.

La via maestra sarebbe quella di ritrovare quello che è stato totalmente demonizzato negli ultimi lustri per far prevalere procedure mediatico-plebiscitarie: ci sarebbe invece bisogno di una democrazia promossa da grandi partiti organizzati, dove contino gli iscritti e i territori e dove si costruiscano i futuri dirigenti selezionati per esperienza e cultura; una democrazia vivificata da grandi organizzazioni delle categorie economiche e sindacali e da altri grandi “corpi intermedi” e associazioni che hanno lo scopo di rappresentare interessi e vocazioni di fasce omogenee della cittadinanza; una democrazia sostenuta da un corposo finanziamento pubblico della politica che sovrasti in maniera considerevole quello privato e che imponga alla politica di non rivolgersi scorrettamente ad altre fonti; una democrazia che garantisca ai protagonisti politici similari condizioni di accesso ai mezzi mediatici.  Una missione forse impossibile, almeno in Italia. Ma cosa abbiamo trovato o pensato finora di meglio? Possibile che sia quasi solo la Germania a provare la pratica di una democrazia competitivamente regolata, come appena vagheggiato?

Il libro ultimo del “salvato” di Auschwitz

primo leviTrent’anni or sono, l’11 aprile 1987, moriva suicida Primo Levi. Per provare a capire la sua scelta, possiamo rileggere il suo libro ultimo “I sommersi e i salvati”, dal quale fedelmente vengono tratte e parafrasate queste dolorose riflessioni. “Sopravvivevano i peggiori, cioè i più adatti; i migliori sono morti tutti. Fra i sopravvissuti, sono molto più numerosi coloro che in prigionia hanno fruito di qualche privilegio. A distanza di anni si può ben affermare che la storia dei lager nazisti è stata scritta quasi esclusivamente da chi non ne ha scandagliato il fondo. Chi lo ha fatto non è tornato. La morte per fame o per malattie era il destino normale del prigioniero. Poteva essere evitata solo con un sovrappiù alimentare, e per ottenere questo occorreva un privilegio, grande o piccolo; in altre parole, un modo concesso o conquistato, astuto o violento, lecito o illecito, di sollevarsi al di sopra della norma”. Pare proprio che a questo volgersi indietro siano dovuti i molti casi di suicidio dopo la Liberazione. Nella maggior parte dei casi il suicidio nasce da un senso di colpa.

“Fui un eletto, io, – scrive Levi – un salvato. E perché proprio io? Forse perché scrivessi, e scrivendo portassi testimonianza, come mi spiegò un amico religioso? L’ho fatto meglio che ho potuto, ma il pensiero che questo mio testimoniare abbia potuto fruttarmi da solo il privilegio di sopravvivere mi inquieta, perché non vedo proporzione fra il privilegio e il risultato. Non siamo noi superstiti i testimoni veri. Chi davvero ha toccato il fondo, non è tornato per raccontare o è tornato muto; ma sono loro, i sommersi, i testimoni integrali, coloro la cui deposizione avrebbe significato vero. Loro sono la regola, noi l’eccezione, i privilegiati”, conclude Primo Levi.

Egli – pare dire – non può considerarsi un testimone integrale, proprio perché è un superstite: testimoni veri potevano esserlo solo i sommersi. Ma questi erano morti. Ed anche se qualcuno di loro fosse tornato, avrebbe taciuto, perché la loro morte era cominciata prima di quella corporale. È il destino di Lorenzo – ha scritto Cesare Cases nell’introduzione alle “Opere” di P. Levi – il muratore italiano che ad Auschwitz aveva aiutato Levi e tanti altri. Dopo il ritorno si lascia andare e muore: il mondo lo aveva visto, non gli piaceva, lo sentiva andare in rovina; vivere non gli interessava più. E Cases termina: “Sembra che un giorno anche Primo Levi sia arrivato a questa conclusione”.

Sì, egli è morto suicida l’undici aprile 1987: così si è chiamato tra i testimoni autentici, integrali, finalmente anch’egli sommerso! Ma quest’intima determinazione ha preso la colorazione di una tremenda denuncia: “L’esperienza di cui siamo portatori noi superstiti dai lager nazisti – aveva scritto Levi – è estranea alle nuove generazioni e sempre più estranea si va facendo man mano che passano gli anni”. Cose d’altri tempi?  È forse in questo penoso interrogativo che risiede più precisamente la disperazione estrema del salvato di Auschwitz: anche la sua prova di scrittore sull’abominio delle miserie razziste rischia di rivelarsi inutile, se su di esse cade l’oblio, se “altri” diventano i problemi da considerare più minacciosi. Eppur ricordate – ammonisce Levi – che i nostri aguzzini “erano fatti della nostra stessa stoffa, erano esseri umani medi, mediamente intelligenti, mediamente malvagi: salvo eccezioni, non erano mostri, avevano il nostro viso… ma erano stati educati male”.

Sono queste le verità che dovrebbero inquietare sempre le occupazioni e le pre-occupazioni delle nostre comunità, se intendono essere libere. Dimenticare che il male è in mezzo a noi, significa preparare nuove catastrofi. Ma chi dovrebbe educarci al bene, se i potenziali buoni maestri ieri hanno finito per servire il male e domani potrebbero fare altrettanto? Rileva ancora Levi: “Le cronache della Germania hitleriana brulicano di casi che confermano questa tendenza: vi hanno soggiaciuto, confermandola, Heidegger il filosofo, maestro di Sartre; Stark il fisico, premio Nobel; Faulhaber il cardinale, suprema autorità cattolica in Germania, e innumerevoli altri”.

Ripetiamo: chi dovrebbe educarci al bene? Probabilmente c’è un compito primario, individuale, di ognuno di noi, specialmente quando notizie false o artefatte vengono presentate e accolte dal pubblico come vere: investire personalmente nella cultura, nell’istruzione, nella capacità di riflettere e di confrontare le ‘rappresentazioni’ dei fatti, è fondamentale per mantenere in vita una società libera e aperta, come avrebbe desiderato Primo Levi.

Nicola Zoller

La lezione di Sartori: l’unica democrazia è quella liberale

La democrazia in trenta lezioni” è un libro scritto per la scuola dal prof. Giovanni Sartori, dal quale possiamo ricavare utili avvertimenti per la nostra vita collettiva, tutti di vibrante attualità. È con un commento a questo libro che vorremmo ricordare lo studioso appena scomparso.
Cos’è la democrazia e quali sono i pericoli che incontra? Innanzitutto è demoprotezione, “protezione del popolo dalla tirannide”; solo in secondo luogo è demopotere, “attribuzione al popolo di quote di effettivo potere”. Per diffondersi nel mondo in modo non contraddittorio, la democrazia deve primariamente essere demoprotezione, badare quindi alle “strutture costituzionali”, essere “liberaldemocrazia”. Non deve cioè trasformarsi in “tirannide della maggioranza” sulla minoranza, in un sistema dove la democrazia “è necessariamente un dispotismo”, come ha osservato il padre dell’Illuminismo Immanel Kant. Il diritto della maggioranza a governare deve inserirsi in “un sistema costituzionale che lo disciplina e lo controlla”: dunque, la maggioranza deve esercitare il potere non in forma assoluta – come avveniva nelle democrazie delle polis antiche – ma in modo limitato e moderato. Facciamo un esempio chiaro: non può imporre la propria religione o le proprie credenze agli altri.
Demoprotezione vuol dire quindi garantire il pluralismo, che significa tolleranza, un principio basato su tre criteri. “Primo: rifiuto di ogni dogma e di ogni verità unica. Io devo sempre argomentare, dare ragioni per sostenere quel che sostengo. Secondo: rispetto del cosiddetto harm principle: Harm vuol dire ‘farmi male’, ‘farmi danno’. Il principio è allora che la tolleranza non comporta e non deve accettare che un altro mi danneggi. E viceversa, s’intende. Terzo: il criterio della reciprocità. Se io concedo a te, tu devi concedere a me: do ut des. Se non c’è reciprocità, allora il rapporto non è di tolleranza”. Col rifiuto di ogni potere monocratico e uniformante, il pluralismo difende il dissenso e così facendo lo rende meno dirompente, “lo civilizza, lo modera, lo trasforma in un lievito benefico o anche in una discordia che si trasforma, alla fine, in accordo e concordia: punta su una diversità che produce integrazione, non disintegrazione”. Il multiculturalismo invece promuove la separazione, “l’identità separata” di ogni gruppo, anziché la “diversità integrata” come fa il pluralismo. “Il risultato – conclude Sartori – è una società a compartimenti stagni e anche ostili, i cui gruppi sono molto identificati in se stessi, e quindi non hanno né desiderio né capacità di integrazione: il multiculturalismo non supera il pluralismo, lo distrugge”: ciò comporta un grave pericolo per la democrazia.
Un altro pericolo è che – in tempi di videocrazia – l’ opinione pubblica venga distorta. Siccome in democrazia i risultati elettorali esprimono l’opinione pubblica, bisognerebbe che le elezioni per essere libere siano il risultato di opinioni effettivamente libere, cioè “liberamente formate”: se le opinioni sono imposte, le elezioni non possono essere libere. Il che significa che “le opinioni nel pubblico devono essere opinioni del pubblico, opinioni che in qualche modo e misura il pubblico si fa da sé”. Ma come può formarsi un’opinione “veritieramente” del pubblico? Secondo Sartori si può tendere solo ad una opinione pubblica “relativamente autonoma”, che sarebbe già una conquista. E cita Karl Deutsch, che ha immaginato i processi di formazione di un’opinione pubblica secondo il “modello cascata”, di “una cascata d’acqua con molte vasche successive nelle quali ogni volta le opinioni che scendono dall’alto si rimescolano e ricevono nuovi e diversi apporti”. Questo resta sempre un “costrutto fragile”, che ai detrattori della partecipazione popolare fa muovere da sempre l’obiezione che comunque “il popolo non sa” o non sa abbastanza, mentre per governare – asseriva Platone – si richiede “episteme”, vero sapere. Ma quella era una obiezione che poteva preoccupare maggiormente nella antica democrazia delle polis greche, dove era il popolo assiso in assemblea a decidere direttamente.
Ora – continua il ragionamento di Sartori – nella nostra democrazia elettiva, dove il demos si limita ad eleggere i propri rappresentanti, il problema è minore: qui – anche se l’opinione pubblica non è completamente autonoma, anche se è vero che il pubblico può essere disinformato e “non sapere granché di politica” – con le elezioni non si decidono le questioni ma si “decide chi deciderà le questioni: la patata bollente passa così dall’elettorato agli eletti, dal demos ai suoi rappresentanti”. Ma quest’ultimi – chiediamo – possederanno mai l’episteme, il vero sapere, oppure come pensava Platone dovremmo affidarci al “filosofo-re”, ai sapienti, ai competenti, ai tecnici in generale? E’ appunto una vexata quaestio, che anticamente veniva scagliata contro il popolo e la democrazia “diretta” ed oggi contro quella “rappresentativa”. Però a quest’ultima – ci par di capire – secondo Sartori non ci sono valide alternative. Non possiamo accogliere “filosofi-re” senza che siano eletti. Ma non si può precipitare neanche nell’opposto, nell’ “infantilismo” di chi critica la democrazia rappresentativa perché “poco partecipata”, perché il cittadino dovrebbe “decidere in proprio le questioni, invece di affidarsi ai rappresentanti”: chiunque può comprendere che nelle democrazie moderne – che non sono antiche città-stato con poche migliaia di abitanti – non può essere praticabile una democrazia governante diretta. D’altronde – ad avviso di Sartori – diventa anche pericoloso – oltre che impraticabile – proporre la figura di un cittadino-militante “che vive per servire la democrazia, in luogo della democrazia che esiste per servire il cittadino”. E’ questo un perfezionismo che critica la democrazia rappresentativa in modo irresponsabile e immeritato: crea “una promessa troppo irraggiungibile per poter essere mantenuta”. Il pericolo sta nel finire per ripudiare “la democrazia che c’è” – quella rappresentativa – reclamando la “vera democrazia” che non c’è. E sovente chi la reclama altri non è che espressione di una élite che irretisce masse inermi e credule denunciando l’elitismo altrui.
Le masse irretite costituiscono un “problema” per la democrazia. Succede soprattutto per i politici chi si ritengono di sinistra, vantando una superiorità morale rispetto agli altri: “sinistra è altruismo, è fare il bene altrui mentre destra è egoismo, è attendere al proprio bene”. Ma poi succede che “chi si fa vanto di moralità, di immoralità perisca”. Masse “tradite” dai politici, ma attenzione: un grandissimo pensatore spagnolo J.Ortega y Gasset nella sua opera preveggente scritta ancora negli anni ’30 del Novecento, “La ribellione delle masse”, parla di loro come di “un bambino viziato e ingrato che riceve in eredità benefici che non merita e che, di conseguenza, non apprezza”. La democrazia trova qui il pericolo più decisivo: è l’iperdemocrazia, l’emancipazione priva di assunzione di responsabilità. Per Ortega “la massa non capisce che se ora si può godere di certi vantaggi, ciò è dovuto al progresso, che è costato tanto sforzo delle persone impegnate, mentre le masse considerano il progresso come qualcosa di naturale, che non è costato alcun sforzo”. Così vengono meno le discussioni, i conseguenti creativi dissensi che non piacciono all’uomo-massa. Abbiamo un uomo “infiacchito”, “invertebrato” che si aspetta tutto dall’alto. Così rischia di cadere la democrazia, la democrazia liberale, l’unica democrazia “che c’è”.

Nicola Zoller

La “società civile” dopo la Prima Repubblica

A commento del 25° anniversario di “Mani pulite” riemerge un pensiero del grande filosofo Norberto Bobbio che su “La Stampa” del 20 gennaio 1993 scriveva: «La prima Repubblica è proprio finita. Non lo dico, come la maggior parte degli italiani, con un sospiro di sollievo o addirittura con aria di trionfo. Lo dico con un senso di amarezza, non perché creda che non meriti di fare la fine ingloriosa che sta facendo, ma perché una conclusione così miseranda è l’espressione del fallimento di tutta intera la nazione, e non solo della classe politica che è ormai continuamente e rabbiosamente messa sotto accusa da parte di coloro che per anni l’hanno sostenuta e le hanno offerto il consenso necessario per governare. Come paese democratico, come Stato di liberi cittadini, abbiamo fatto, bisogna riconoscerlo, una pessima prova».

Dov’è finita infatti nel corso di oltre un ventennio tutta la cosiddetta «società civile» che pretendeva di essere così «antropologicamente differente» dai politici detronizzati? È passata di mano in mano da un demagogo populista all’altro, scoprendo volta a volta che si metteva in mani sempre peggiori. La storia ci ha spesso raccontato passaggi simili, ma quanti conoscono la storia, e se anche la conoscono, quanti la meditano? “Quante volte un uomo deve guardare verso l’alto prima che riesca a vedere il cielo?” avrebbe poeticamente sentenziato Bob Dylan in Blowin’ in the Wind.

Al proposito lo studioso Angelo Panebianco, commentando il recente libro di Paolo Mieli ‘In guerra con il passato. Le falsificazioni della storia’, scrive: «Non si è mai estinto il vizio di mettere in piedi processi per corruzione o sottrazione di denaro pubblico contro gli avversari politici». Cita un caso antico ma efficacemente emblematico: «Il processo contro Verre, ex propretore il Sicilia, che diede tanto lustro al suo inflessibile accusatore Marco Tullio Cicerone, non sarebbe stato imbastito se Verre non fosse stato legato alla fazione politica perdente, quella di Silla». E conclude in maniera che sarà considerata dissacrante dai nostri moralisti mendaci: «Nelle cronache degli ultimi decenni, qui in Italia, anche se non solo, possiamo trovare diversi casi che hanno affinità con quella vicenda storica». Dall’antichità all’età contemporanea è detto parecchio in poche parole, svelando un meccanismo che regola spesso la contesa pubblica.

Per esempio, il bilancio di “Mani pulite” – a partire dalla pretesa moralizzazione, si è risolto con effetti opposti: il giurista Michele Ainis pochi anni orsono ha ricordato che «all’alba degli anni ’90 la classifica di Transparency International – l’Associazione che misura l’indice di percezione della corruzione, partendo dai Paesi migliori – situava l’Italia al 33° posto nel mondo; ora siamo precipitati alla 69.a posizione». D’altronde cosa poteva esser successo fino ai primi anni ’90 in una situazione come quella italiana, che se appariva per diversi aspetti problematica, non era radicalmente dissimile dagli altri paesi progrediti d’Europa? Carla Collicelli, vicedirettore del Censis, ebbe a dichiarare – sulla scorta del fatto che il reddito nazionale era cresciuto di circa cinque volte dal 1950 al 1990 collocando l’Italia fra i paesi a più elevato tenore di vita nel mondo – esattamente quanto segue: «Il periodo fino al 1992 indicato come più corrotto è anche quello nel quale l’Italia è cresciuta di più. Ora, siccome è senz’altro vero che è la corruzione a bloccare lo sviluppo nei paesi poveri, l’Italia non doveva essere poi così corrotta». Un invito alla riflessione, che avrebbe dovuto portare ad affrontare con una condivisa soluzione politica il problema sempre più emergente del finanziamento della politica, un problema anch’esso non solo italiano ma europeo. Ma mentre in Europa si seguì la strada del confronto istituzionale e civile, in Italia si preferì la via giudiziaria.

Fortunatamente un numero sempre maggiore di osservatori imparziali si è interrogato sulla «pessima prova» data dall’Italia nei primi anni ’90, secondo le accorate osservazioni di Norberto Bobbio. Porre rimedio a quella «prova», cercare di non ripeterla con strepiti e danni miserabili, resta il compito di un’avvertita opinione pubblica e di una politica mite e democratica pronte – secondo il magistero di Benedetto Croce – «a cercare lumi nel passato per comprendere cosa sia meglio fare nel presente».

Nicola Zoller

Meditazione post 27 gennaio

Ho trovato da tempo una lettura che ci immunizza dal trasformare la ricorrenza del 27 gennaio – “giorno della memoria” per le vittime dell’Olocausto – in una ricorrenza retorica d’occasione, spingendoci invece a un pensiero più radicale, che vale per tutti i giorni della nostra vita.
Fred Uhlman, ebreo tedesco nato a Stoccarda, cittadino adottivo degli Stati Uniti dal 1933, sul finire della sua vita ci ha consegnato tre racconti autobiografici. “Niente resurrezioni, per favore” chiude la sua desolata trilogia.
Qui Uhlman narra la peregrinazione fisica e spirituale  di Simon Elsas, giovane ebreo che è riuscito a fuggire dalla Germania hitleriana. I suoi parenti sono stati trucidati; egli, riparato in America, “… aveva passato settimane e mesi in cui, addormentandosi, aveva un solo desiderio: quello di non svegliarsi più. Non essere mai vissuto è meglio, dicono gli antichi scrittori. Non aver mai respirato la vita. Non aver mai guardato nell’occhio del giorno. In mancanza di ciò: buonanotte e un rapido allontanarsi”.

Era sopravvissuto prima a Hitler e poi alla propria disperazione: faceva il pittore e non leggeva un libro tedesco da quando aveva sentito la parola Auschwitz.
Trent’anni dopo torna, di passaggio, nella sua città natale, lì dove erano cresciute le prime amicizie e i primi affetti, dove aveva frequentato il liceo imparando ad amare i classici antichi – greci e latini – e quelli moderni, della Germania. Come mai questo popolo di poeti e pensatori, “das Volk der Dichter und Denker”, era poi precipitato nelle mani di un macellaio come Hitler?
Simon rivede casualmente alcuni suoi amici di scuola riuniti a convivio e trova qualche risposta. Se c’è un von Muntz – ex ufficiale SS – che afferma stentoreamente di aver “agito sempre e soltanto per principio, come il Führer”, l’accorgimento prevalente è quello di difendersi con l’ipocrisia e l’ignavia. Scorre qualche bicchiere di vino, finché Hausmann, il giudice Hausmann, confessa: “Eppure… secondo me siamo tutti colpevoli. Colpevoli di viltà, colpevoli perché apparteniamo a una nazione… sì, mille volte sì, una nazione di assassini”.

Si dirà: che esagerazione! Ma se questa fosse invece una vocazione più estesa, la sorte stessa del “progresso” umano?
Lindner, l’intellettuale della compagnia, l’aveva già detto: “In che magnifica età viviamo, in cui si arrostiscono bambini e donne incinte come castagne! Come capisco bene adesso il desiderio di Caligola, che l’intera umanità avesse un solo collo. Come tutto migliorerebbe se la terra potesse liberarsi di questa razza predatrice, crudele e ripugnante, cui abbiamo la disgrazia di appartenere”.
Sì, ritornano le parole dei poeti: non essere mai vissuto è meglio. E se abbiamo dovuto vivere? Charlotte, l’antico amore giovanile di Simon, risponde per noi: “Niente resurrezioni, per favore. D’inferni ne basta uno”.

Nicola Zoller

Carlo Rosselli: elogio di un eretico socialista liberale

carlo_rosselliVenerdì 13 gennaio 2017 alle 17 presso la biblioteca della Fondazione Museo storico del Trentino in via Torre d’Augusto a Trento verrà presentato il libro “Carlo e Nello Rosselli, testimoni di Giustizia e Libertà” curato dall’on. Valdo Spini. L’appuntamento mi spinge a proporre una riflessione sull’opera più nota di Carlo Rosselli “Socialismo liberale”, provando a rendere effettivamente un po’ di “giustizia” ad un filone di pensiero bistrattato nel passato e ignorato nel presente, benché rappresenti quanto di più genuino e ancora vitale sia stato prodotto per una sinistra democratica di marca europea.

Mentre i giovani comunisti italiani della mia generazione crescevano alla lettura di breviari che consideravano i socialisti riformisti alla stregua di agenti dei “piani imperialisti della borghesia”, pronti a “corrompere l’energia rivoluzionaria del movimento operaio” (cfr. “Almanacco comunista” del 1971), veniva pubblicato per la prima volta in versione originale il saggio di Carlo Rosselli “Socialismo liberale” (Einaudi, 1973). Scritto nel 1928-29 al confino di Lipari dove l’autore era relegato dal regime fascista, ne era stata data una versione incompleta e riscritta con una edizione francese del 1930, seguita da una introvabile ristampa italiana a cura di Aldo Garosci nel 1945. Solo nel 1973, dunque, gli Italiani poterono accedere al testo completo dell’opera rosselliana. Perché così tardi? Probabilmente per l’ostilità della intelligencija cosiddetta “progressista”, memore delle ferali parole con cui Palmiro Togliatti aveva stroncato l’edizione francese definendola un “magro libello antisocialista, e niente più”, accomunandolo grevemente a “una gran parte della letteratura politica fascista”!

Peraltro anche tra i socialisti italiani di matrice marxista, le idee di Rosselli all’inizio non trovarono asilo felice. Fu solo nella nuova stagione del socialismo riformista e autonomista inaugurata tra gli anni ’70 e ’80 – su cui si è poi tentato di gettare una ingiusta e generalizzata damnatio memoriae – che Rosselli assume una posizione centrale, tanto che le pubblicazioni per il 90° di fondazione del Psi nel 1982 assegnano a quest’uomo di pensiero e d’azione il ruolo di padre fondatore.

Intanto chi è Rosselli? Così egli stesso risponde: “Sono un socialista. Un socialista che, malgrado sia stato dichiarato morto da un pezzo, sente ancora il sangue circolar nelle arterie e affluire al cervello. Un socialista che non si liquida né con la critica dei vecchi programmi, né col ricordo della sconfitta, né col richiamo alle responsabilità del passato, né con le polemiche sulla guerra combattuta. Un socialista giovane, di una marca nuova e pericolosa, che ha studiato, sofferto, meditato e qualcosa capito della storia italiana lontana e vicina…”.

Cosa ha capito di tanto straordinario per essere messo in sordina dai dogmatici? Egli ha capito che è il liberalismo e non il marxismo che offre maggiori garanzie per il raggiungimento degli ideali socialisti. E’ solo attraverso il metodo liberale – cioè nel rispetto delle idee degli altri – che può procedere l’azione socialista. Egli scriverà efficacemente nell’appendice ‘I miei conti col marxismo’: “La libertà, presupposto della vita morale così del singolo come della collettività, è il più efficace mezzo e l’ultimo fine del socialismo”.

Si capirà che presso gli ambienti italiani di derivazione “terzinternazionalista” affermare che “tra socialismo e marxismo non v’è parentela necessaria” e che anzi “la filosofia marxista minaccia di compromettere la marcia socialista”, diventava una bestemmia inaccettabile, come lo era anche semplicemente il mite proposito laico di evitare alla sinistra almeno l’imposizione di “una unica filosofia, un unico schema, una sola divisa intellettuale”.

Agli albori degli anni Duemila, si è visto come questo eretico socialista liberale abbia avuto ragione sulle miserie intellettuali e pratiche dei sacerdoti dell’ortodossia. Egli in Italia resta uno dei pochi anticipatori delle verità che via via il XX secolo acquisirà tardivamente come tali solo dinanzi alle immani sventure totalitarie subite.

Rosselli è il nostro Eduard Bernstein, l’indomito socialdemocratico berlinese (1850 – 1932) che si batté per far capire che “non esiste idea liberale che non appartenga anche al contenuto ideale del socialismo”. Ribadendo che l’ordinamento liberal-democratico non è l’inerte involucro del potere capitalista ma ha una potenzialità universale in cui tutti possono muoversi per far valere le proprie ragioni, per progredire, per riequilibrare il potere degli altri, Bernstein intuisce la necessità della dissociazione tra marxismo e socialismo. E’ il primo dei revisionisti, ed anche il più denigrato. Lascia, a differenza dei suoi detrattori, un insegnamento ed un messaggio di straordinaria modernità.

Rosselli troverà in Karl Popper – alfiere della “società aperta” contro le “false profezie” del marxismo – l’ideale interlocutore che proseguirà nell’opera di “mostrare che il ruolo del pensiero è quello di realizzare delle rivoluzioni per mezzo di dibattiti critici, piuttosto che per mezzo della violenza e della guerra”.

Rosselli è l’antesignano di John E. Roemer, il pensatore americano che nel 1994 ha pubblicato “A future for Socialism”. Questo autore è un “socialista orwelliano”, in nome di chi, sostenendo un ideale di socialismo anti-autoritario (cfr. George Orwell, “La fattoria degli animali” e “1984”), di quello totalitario ha saputo denunciare tutti i pericoli. E viene a proporre “un socialismo dal forte sapore liberale, basato sulle ragioni del fallimento delle economie statalizzate, che è bene siano fallite perché con esse sono falliti dei regimi tirannici”. Con Roemer prosegue sul piano ideale verso il XXI secolo l’opera di Rosselli, per un socialismo che ponga sull’educazione e sulla formazione intellettuale e professionale, le basi per allargare ai “segmenti sociali più svantaggiati” le opportunità di accesso alla vita civile ed al lavoro.

Istanze liberali e socialiste di giustizia e libertà si fondono ancora in questi pensatori, i quali si ostinano a “non ritenere disparati e inconciliabili l’ideale della libertà politica e quello della giustizia sociale”. Per questi valori Rosselli visse e morì. Dopo la guerra di Spagna – combattuta insieme all’amico e compagno Pietro Nenni, col quale aveva fondato nel 1926 la rivista “Quarto Stato” – Carlo Rosselli cadde in terra di Francia nel 1937, assassinato dai sicari lì inviati dal regime fascista. Fu ucciso una seconda volta dalla propaganda d’opposto segno, ma di pari settarismo. Oggi continua a rinascere e vivere nelle menti e nei cuori di chi coltiva un’idea liberale di progresso e civiltà.

Nicola Zoller

Kaputt della seconda Repubblica

Riflettendo sul referendum costituzionale prima del voto, sostenevo che se avesse prevalso “il No molti di noi, essendo legati alla storia della prima Repubblica” avrebbero potuto “ritenersi compiaciuti del fatto che nell’ultimo ventennio non si sia riusciti a cambiare l’assetto delle istituzioni, confermando le precedenti impostazioni”. Aggiungevo però che “siccome non siamo nostalgici e restiamo intimamente progressisti, ci auguravamo che col il Sì potesse migliorare – almeno per quanto possibile – la vita politica del Paese, anche nel solco delle buone idee per la riforma dello Stato proposte dal Psi fin dagli anni n’80”.

E’ venuta una valanga di No, suicidando la seconda repubblica, che è risultata effettivamente poco amata da tantissimi concittadini, come peraltro erano stati moltissimi concittadini a mettere la prima repubblica “rabbiosamente sotto accusa dopo averla sostenuta offrendole il consenso necessario per governare” secondo la testimonianza amara del filosofo Norberto Bobbio. Insomma dall’alba degli anni Novanta la nostra repubblica democratica ha moltiplicato le sofferenze.

Ora, nella stagnazione e nell’incertezza che regneranno ancora nei prossimi tempi, gli unici a godere veramente saranno i poteri burocratici e finanziari che si sottraggono da sempre alla verifica del voto popolare. E chi vorrà, potrà continuare a meditare sulle recentissime parole dello storico Gian Enrico Rusconi: “La storia non va sempre dritta e non va sempre avanti”.

Su “Avantionline” del primo dicembre mi auguravo che il premier Renzi non avesse bisogno delle difesa misericordiosa che D’Alema gli aveva pelosamente offerto dalle pagine del “Corriere della Sera” del 29 novembre 2016: qui per irridere Renzi aveva dichiarato che se questi avesse perduto il referendum costituzionale, avrebbe dovuto “difenderlo, come Craxi”, quando sarà abbandonato dai suoi sostenitori. Già, perché D’Alema si sarebbe prodigato in “una trattativa umanitaria con la Procura di Milano” per far tornare Craxi dalla Tunisia a curarsi in Italia ma di “non esserci riuscito”! Rammentavo che piuttosto di pensare a successive pietose iniziative “umanitarie” per Craxi come per Renzi dopo averli osteggiati sprezzantemente, D’Alema avrebbe potuto comportarsi più lealmente con ambedue. Contro Craxi in particolare, lo ricordiamo come capogruppo dei deputati del Pds gettarsi nella crociata a sostegno l’operazione “Mani pulite”, pronto ad invocare – testualmente – “una epurazione del ceto politico” avversario: quasi che Craxi e i rappresentanti del centro-sinistra storico fossero parificabili ai fascisti dopo la seconda guerra mondiale! Ora saremo costretti a seguire le nuove mosse dell’ex lider maximo in una improbabile difesa di Renzi che si concluderà immancabilmente con la sardonica dichiarazione di “non esserci riuscito” neanche stavolta.

Nicola Zoller
segretario Psi del Trentino-Alto Adige

Le lacrime di coccodrillo
di Massimo D’Alema

Lacrime di coccodrillo quelle di Massimo D’Alema sul “Corriere della Sera” del 29 novembre 2016 quando per irridere Renzi dichiara che se perderà il referendum costituzionale dovrà “difenderlo, come Craxi”, quando sarà abbandonato dai suoi sostenitori. Già, perché D’Alema si sarebbe prodigato in “una trattativa umanitaria con la Procura di Milano” per far tornare Craxi dalla Tunisia per curarsi in Italia ma di “non esserci riuscito”.

Ora, piuttosto che pensare a successive pietose iniziative “umanitarie” per Craxi come per Renzi dopo averli osteggiati sprezzantemente, D’Alema avrebbe potuto comportarsi più lealmente con ambedue. Contro Craxi in particolare, lo ricordiamo come capogruppo dei deputati del Pds gettarsi nella crociata a sostegno l’operazione “Mani pulite”, pronto ad invocare – testualmente – “una epurazione del ceto politico” avversario: quasi che Craxi e i rappresentanti del centro-sinistra storico fossero parificabili ai fascisti dopo la seconda guerra mondiale! Speriamo che Renzi non abbia bisogno delle penosa e pelosa difesa misericordiosa di D’Alema…

Nicola Zoller