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Nunziante Mastrolia

Liberismo di sinistra: gli errori dei compagni Alesina, Giavazzi, Cerasa

Uno dei drammi di questo paese è un dibattito intellettuale su questioni politiche che fa cascare le braccia, perché basato su assunti insensati e perché sostenuto con argomentazioni vecchie come il cucco. Particolarmente esemplificativo di quanto sto dicendo è il dibattito che imperversa in questi giorni sulla globalizzazione e sul liberismo come categoria di sinistra. Tralascio la questione della globalizzazione che viene affrontata come se fossimo al tempo di Ricardo e mi concentro sul liberismo di sinistra.

Partiamo da Alesina e Giavazzi che hanno un modo molto particolare di argomentare. Che fanno? Prendono un pezzetto di gesso e su una lavagna tracciano una linea. Da una parte i buoni, dall’altra i cattivi.

Poi dalla parte dei buoni scrivono la parola liberismo, dalla parte dei cattivi, tutto quello di brutto che gli passa per la testa, da collettivizzazione integrale dei fattori della produzione, alle carestie; dal monopolio alle epidemie, da una burocrazia fannullona e spendacciona al trapano del dentista; da una società di corrotti e raccomandati alle coliche renali. Quando si sono stancanti, sentenziano: chi è contro il liberismo è a favore di tutto questo orrore. E il gioco è fatto. Chi mai, infatti, potrebbe schierarsi a favore del trapano del dentista o delle coliche renali? Nessuno ed ecco allora che scatta l’applauso per il liberismo, che ormai risplende della luce della salvezza.

Allo stesso esercizio si dedica anche Claudio Cerasa che il 21 febbraio scorso fa passare l’idea che è di sinistra chiudere al mercato; è di sinistra combattere la ricchezza; è di sinistra aumentare le tasse a tutti; è di sinistra far aumentare la disoccupazione; è di sinistra difendere le rendite di posizione e i monopoli. Verrebbe quasi da dire che è di sinistra essere stupidi, ottusi e masochisti. Ma, a onor del vero, il direttore de Il Foglio queste cose non le dice.

Vale la pena allora fare qualche precisazione e provare a ragionare, evitando la propaganda politica. Partiamo dal principio. Liberismo non è sinonimo di liberalismo. Il liberale pragmaticamente ritiene che la concorrenza e la legge della domanda e dell’offerta siano in grado di produrre cose buone e che cose meno buone. E’ compito della mano pubblica tentare di eliminare le seconde e favorire le prime. Ciò significa che lo Stato non può limitarsi al ruolo di guardiano notturno della proprietà privata, agnostico in materia economica e sociale. Ma deve – questo è il punto di partenza del dibattito in Prima Sottocommissione in Assemblea Costituente tra La Pira, Lussu, Togliatti, Dossetti – andare oltre la concezione liberale ottocentesca ed adoperarsi affinché la maggioranza delle persone possa uscire vincitrice dalla lotta economia che si svolge nel mercato, altrimenti se i più si impoveriscono allora anche le fondamenta istituzionali delle liberal-democrazie vacillano.

In sintesi, la sola economica di mercato non riesce a creare quella ricca e prospera classe media che – da Aristotele in poi – è ritenuta essenziale per la salute di una liberal-democrazia. In questo senso, come sia possibile sostenere che il liberismo produce redistribuzione della ricchezza, come fa Giavazzi nell’intervista a Luciano Capone su Il Foglio, almeno per chi scrive, resta un mistero. Luigi Einaudi, non Gramsci, a tale proposito afferma che: “se si lascia libero gioco al laissez faire, passer, passano soprattutto gli accordi e le sopraffazioni dei pochi contro i molti, dei ricchi contro i poveri, dei forti contro i deboli, degli astuti contro gli ingenui”.

Ma andiamo oltre. Il liberista, al contrario, crede che la mano invisibile del mercato è sempre in grado di produrre una perfetta allocazione delle risorse e quindi di favorire sempre l’interesse generale. In sintesi, la mano invisibile e le leggi della concorrenza non sbagliano mai. Pertanto qualsiasi intervento della mano pubblica non può che produrre distorsioni e quindi spreco di risorse e persino il tempo essenziale della giustizia sociale non è altro che, per dirla con Hayek, il padre del revival liberista degli ultimi quarant’anni, un modo diverso per dire invidia sociale.

Dovrebbe essere chiaro a questo punto che il liberismo altro non è che una visione ideologica che nulla ha a che fare con la scienza economica. Ed è ancora Einaudi, e non Togliatti, a dirlo: “Non v’è più nessuno il quale dia alla regola empirica del lasciar fare e del lasciar passare (cosiddetto liberismo economico) valore di legge razionale o morale; ma non oserei neppure affermare che vi sia tra gli economisti chi dia al «liberismo» quel valore di «legittimo principio economico» che il Croce sembra riconoscergli indiscutibilmente”. In sintesi, “la scienza economica” – è ancora Einaudi che parla – “non ha nulla a che fare con la concezione religiosa del liberismo”.

Se così stanno le cose, se il liberismo assolutizzato è una concezione religiosa, allora non aveva torto George Soros quando definiva i suoi adepti dei “fondamentalisti di mercato”, i quali attribuiscono al mercato e alle sue leggi un ruolo salvifico, proprio come i marxisti-leninisti attribuivano un ruolo salvifico alla classe operaia. Gratta gratta e sotto la patina sottile dell’individualismo si scopre il solito anelito ad una formula valida sempre e comunque, un bisogno di fede nell’infallibilità di qualcuno o qualcosa sia esso dio, il proletariato, il capo, il mercato, lo Spirito, il Volk, la razza.

Ancora. Liberismo non è sinonimo di liberalizzazioni. Si può avversare il liberismo, dogma di fede nell’infallibilità del mercato, ma essere a favore della liberalizzazione di settori chiusi alla concorrenza, a condizione però che tali liberalizzazioni servano ad aumentare il benessere collettivo e non siano fatte solo per atto di fede. A tale proposito Churchill, non Stalin, ha scritto: “io non voglio vedere fiaccato il vigore della concorrenza, ma possiamo fare molto di più per mitigare le conseguenze per chi non ce la fa. Vogliamo tracciare una linea al di sotto della quale non permetteremo che le persone vivano o lavorino, ma al di sopra della quale si deve competere con tutta la forza che un essere umano ha. Vogliamo una libera concorrenza che sia motore di progresso, non una libera concorrenza che trascini le persone verso il basso”.

Inoltre, chi critica il liberismo non si schiera affatto dalla parte della società chiusa, o è un nemico del mercato e della globalizzazione. Criticare il liberismo non significa essere contro la concorrenza, né contro il merito, né contro le riforme o essere a favore del censo e della rendita. Tutelare chi non ce la fa (che tra l’altro è un dovere che la Costituzione impone alle istituzioni) o garantire a tutti una parità di punti di partenza, non significa affatto essere contrari alla meritocrazia, come il duo Alesina-Giavazzi vorrebbero far credere nel loro articolo sul Corriere della Sera dello scorso 21 febbraio intitolato “Liberismo, merito, spesa la sinistra è sempre ferma”.

Perché poi ad avversare il liberismo si cada per forza di cose nel capitalismo di Stato resta un mistero. “Cominciamo – scrivono i due autori nell’articolo appena citato – dalla cosiddetta «politica industriale», cioè un ruolo attivo dello Stato nello scegliere i settori su cui puntare o da proteggere dalla concorrenza internazionale”. Anche qui ci sono dei passaggi troppo bruschi. In primo luogo, non è detto che a selezionare i settori su cui investire sia lo Stato, che può delegare la scelta a degli scienziati di chiara fama, per fare un esempio, e limitarsi al ruolo di finanziatore di ultima istanza, né è detto che la politica industriale significhi per forza di cose protezionismo.

Sostenere poi che il Jobs Act sia cosa di sinistra, o meglio che “sia un’innovazione straordinaria” come fa Giavazzi su Il Foglio il 23 febbraio è davvero incredibile. Si invoca la flessibilità del mercato del lavoro, sostenendo che è cosa normale in tutta Europa (il che è vero), ma si tace sul fatto che in Europa è presente anche una ricchissima e funzionante rete di sostegno sociale per chi perde il lavoro. Come scrive Giovanni Perazzoli nel suo splendido “Contro la miseria” (Laterza, 2014), l’Italia è “un paese dalla flessibilità anglosassone ma con un sistema di tutele del reddito da Europa orientale”.

E ancora, avversare il liberismo non significa affatto voler porre fine alla globalizzazione e ai liberi commerci, che sono motore di progresso e di pace a livello globale, né per questo significa ammiccare a sovranisti e protezionisti.

Inoltre, ridurre la spesa pubblica (o “affamare la bestia”, e cioè lo Stato, come dicono i neoliberisti) non è di per sé né di destra né di sinistra. Dipende da cosa si taglia. E’ grave però che i due autori facciano passare l’idea che chi si oppone al liberismo voglia scialacquare il denaro pubblico.

L’articolo summenzionato del duo Alesina-Giavazzi, si chiude, così come si era aperto, con un interrogativo alla Gaber su cosa sia di destra e cosa sia di sinistra. E per quanto riguarda la sinistra la risposta che danno è chiara: il liberismo è di sinistra (riprendendo il titolo di un loro fortunato libero del 2007).

Alla luce di ciò, argomentano, ben venga la scissione del PD, che consentirà ora a Matteo Renzi di gettare la maschera e poter finalmente fare il liberista alla luce del sole e senza doversi scusare con i compagni della sinistra del partito.

Tuttavia, la risposta del duo è sbagliata e a dirlo è la stessa Costituzione, dalla quale si evince che una sinistra costituzionalmente compatibile, che cioè ha smesso di vagheggiare più o meno lontane fuoriuscite dal capitalismo o abolizioni della proprietà privata, è una sinistra liberal-socialista, che pone al centro del proprio programma la garanzia a tutti dei diritti sociali; mentre una destra repubblicana è quella liberal-liberista, che pone al centro del proprio programma le libertà liberali, con l’accento sulla tutela del mercato e della libera impresa.

Se così stanno le cose, allora una sinistra liberista non è altro che un ossimoro, una contraddizione in termini, un ibrido sterile, che non produce nulla e scontenta tutti, tranne gli estremisti che grazie agli insuccessi delle forze moderate alle prossime elezioni potrebbero fare un pantagruelico banchetto.

Nunziante Mastrolia

Tangentopoli, le privatizzazioni
e l’autolesionismo (indotto?)

Si avvina il venticinquennale di “Mani Pulite” e per l’occasione vorrei riproporre un articolo scritto nel 1995 da Bettino Craxi ed intitolato “Sull’effetto di Tangentopoli sul sistema economico italiano”, dove si riflette sulla questione delle privatizzazioni di quell’immenso settore pubblico dell’economia italiana, che ha avuto enormi meriti nella lotta per lo sviluppo di questo paese. In questo senso probabilmente non è un caso che l’Italia abbia smesso di crescere proprio a partire dagli anni Novanta.

La questione delle privatizzazioni è all’ordine del giorno anche oggi, con Poste Italiane e Ferrovie dello Stato.

L’idea di procedere alla privatizzazione della seconda trance di Poste italiane era nell’aria da mesi. Renzi aveva promesso che si sarebbe fatta dopo il referendum. Poi le cose sono andate diversamente e quel progetto è stato insabbiato.

Ora, l’idea della privatizzazione di Poste ritorna ed anzi acquista il carattere della necessità ed urgenza, visto il riemergere (ingiustificato) dell’allarme sui conti pubblici. Ritorna la fase emergenziale e con essa l’ordine impartito a tutti, di non disturbare il guidatore.

Per quanto mi riguarda trovo preoccupante questa accelerazione e se potessi consiglierei di procedere con molta cautela, dato che i vantaggi provenienti dalla privatizzazione potrebbero essere minimi e comunque non decisivi, mentre ci si priverebbe per sempre di uno strumento pubblico utilissimo per poter intervenire nella sfera economica.

Sarebbe, infatti, il caso che si ponesse fine a quella miope visione che vuole il ritorno ad uno stato minimo, agnostico in materia economica e sociale e che limita sostanzialmente il proprio ruolo a quello di guardiano notturno della proprietà privata.

Lo Stato ha avuto e continuerà ad avere un ruolo propulsivo fondamentale nello sviluppo economico delle nazioni, basti considerare che, come scrive nel suo utilissimo libro Mariana Mazzucato Lo Stato innovatore, anche la Silicon Valley è un prodotto della mano pubblica, in particolare dell’industria della difesa americana.

Nello specifico poi prima di procedere alla privatizzazione di Poste, ci si dovrebbe chiedere quale potrebbe essere l’impatto sistemico di una tale operazione.

Cautela dunque, tenendo presente che: “le privatizzazioni sono convenienti – le parole sono di Bettino Craxi – soltanto se accrescono l’efficienza nell’uso delle risorse nazionali e se avvengono con procedure che assicurino trasparenza e imparzialità di trattamento. E’ importante non sopravvalutare il contributo che i proventi delle eventuali cessioni potrebbero dare alla soluzione di problemi finanziari del bilancio pubblico. Il sollievo finanziario immediato derivante dalla cessione di beni pubblici è evidente, e potrebbe anche apparire non trascurabile, ma occorre tener conto anche delle variazioni nella situazione patrimoniale complessiva del settore pubblico. Se non aumento l’efficienza nell’uso delle risorse, la semplice privatizzazione del patrimonio pubblico rischia, in molti casi, di procurare al bilancio pubblico più perdite che profitti”.

Chiudo ricordando che Poste detiene circa un quarto del debito pubblico nazionale; è la cassa dei risparmi degli italiani. Inoltre, e qui siamo al punto più importante, questi risparmi sono la linfa vitale di uno strumento strategico essenziale per il futuro di questo paese, vale a dire Cassa Depositi e Prestiti. Vale la pena sottolineare che ad oggi solo la Cassa sembra in grado di riportare in vita, diverso, rivisto, ripensato un intevento pubblico in grado di fornire al sistema privato dell’economia nazionale quei beni di pubblica utilità (ricerca scientifica ed innovazione tecnologica in primo luogo) che in passato erano garantiti da quel sistema della Partecipazioni Statali che è stato quasi interamente azzerato dalle privatizzazioni degli anni Novanta.

Nunziante Mastrolia


Sull’effetto di Tangentopoli sul sistema economico italiano

Edmond Dantes – 1995

I rivolgimenti politici accaduti in Italia dal 1992 al 1995 hanno certamente avuto effetti importanti sul sistema economico. Essi si manifestano in modo sempre più evidente. È un argomento fondamentale sui cui occorre più che mai una attenta riflessione.

Essa aiuterà a comprendere non soltanto il senso di quanto è accaduto. Ma anche in che misura gli scopi che si desiderava ottenere siano o no stati completamente raggiunti.

Se questi scopi non sono stati ancora del tutto raggiunti sarà più facile allora tentare di prevedere quali altre azioni siano da attendere nel prossimo futuro.

Per questo si possono utilizzare innanzitutto dati di dominio pubblico, (i soli di cui allo stato disponiamo), e particolarmente le statistiche Istat e Eurostat (Compendio statistico italiano e Statistiche generali della comunità).

Per avere una visione d’assieme sugli avvenimenti italiani dal 1992 al 1995, è opportuno un breve richiamo alle condizioni di partenza, cioè alla situazione politica ed economica dell’Italia nel 1991.

La situazione politica appariva in una condizione di debolezza e di incertezza, dopo la constatazione della difficoltà da parte della DC di esprimere una leadership rinnovata.

Tuttavia vi era la possibilità di una evoluzione verso una soluzione di stabilità, si discuteva tra l’altro anche di modifiche costituzionali di tipo francese. (Discorso B. Craxi del 27 giugno 1991 “Rinnoviamo la repubblica”, oltre ad interventi del Capo dello Stato, a sostegno della Repubblica presidenziale).

La realizzazione di una situazione politica con equilibri stabili e con una azione di governo efficiente avrebbe avuto sicuramente conseguenze positive molto importanti sull’economia. In particolare erano necessari un sostegno selettivo alle industrie delle Partecipazioni Statali e private, una azione di ridimensionamento dei cosiddetti “poteri forti” economici, ed anche un orientamento verso nuove collaborazioni europee nei settori della difesa e dell’alta tecnologia, la mobilitazione di investimenti pubblici e privati nelle aree più deboli del Mezzogiorno.

Solo un potere politico stabile avrebbe potuto contrastare sia alle manovre di alta speculazione sui cambi, sia alla liquidazione delle industrie di proprietà pubblica, (che è ormai passata sotto il nome di “privatizzazione all’italiana”).

Diversamente abbiamo assistito alla involuzione traumatica delle sistema politico e ad una fase di instabilità progressiva che ha portato, prima al discredito e poi attraverso il succedersi di diversi governi di breve durata, alla riduzione dell’autorità dello Stato. Quest’ultimo aveva ed ha lo scopo di lasciare ampia libertà alle operazioni di alta speculazione ed alla svendita di proprietà pubbliche. Era stato messo in conto che con le “privatizzazioni” a basso costo sarebbe stato possibile eliminare quanto restava dell’industria di alta tecnologia, attraverso invece il drastico ridimensionamento dello “Stato sociale”, si rendeva disponibile il risparmio previdenziale per costituire fondi di investimento sotto il controllo privato.

Il sistema industriale italiano era da tempo caratterizzato dalla presenza di tre grandi settori, in un certo senso atipici rispetto al contesto europeo, all’incirca di equivalente potenza economica, secondo il calcolo del prodotto (o valore aggiunto).

Al momento presente, questi settori esistono ancora, ma sono investiti da un processo di rapido mutamento.

Nel 1991 (fonte ISTAT) il “valore aggiunto” dell’industria era di 462.000 miliardi inclusi i prodotti energetici (77.000 miliardi) e costruzioni e lavori pubblici (84.000 miliardi).

Tre i settori caratteristici dell’industria, non esistenti in nessun altro grande paese europeo:

  1. A) – Il settore dell’industria pubblica, cioè le aziende a Partecipazione Statale (circa 600.000 dipendenti, circa 100.000 miliardi di valore aggiunto).
  1. B) – I cinque grandi gruppi privati con una concentrazione di potere economico del tutto eccezionale in Europa. Si tratta di gruppi privati che non presentano una specializzazione di settore ben definita (neppure Agnelli/Fiat) ma sono invece presenti fortemente in attività molto diverse fra toro (altra anomalia), sia industriali che di servizi e finanziarie.

Secondo dati ricevuti dalla pubblicazione AA. VV “L’economie Italianne” – ED. Documentation Francaise, 1992:

– Gruppo Agnelli/FIAT, fatturato 57.000 miliardi e 200.000 dipendenti.

– Gruppo ex Ferruzzi, fatturato 17.000 miliardi e 100.000 dipendenti.

– Gruppo De Benedetti, con 10.000 miliardi e 68.000 dipendenti.

– Gruppo Fininvest, con 8.000 miliardi e 26.000 dipendenti (quest’ultimo praticamente assente dall’industria manifatturiera).

  1. C) – Le piccole e medie imprese PMI (definite come aventi fino a 500 dipendenti). Il loro fatturato viene stimato attorno a 200.000 miliardi con oltre l’80% degli addetti all’industria (oltre 5 milioni sul totale di 6.354.000 – ISTAT 1991).

Esistono ovviamente anche gruppi industriali di media dimensione (es. Parmalat-Orlando-Cremonini-i bresciani eccetera). Tuttavia la caratteristica, o meglio l’anomalia italiana va identificata nell’enorme e diversificato potere dei “grandi” privati, Nell’industria delle Partecipazioni Statali e nell’estensione del settore PMI.

In particolare, si deve notare che l’alta tecnologia (o forse anche la media) e concentrata nel settore delle Partecipazioni Statali, che fornisce anche gran parte dei prodotti di base. Questa caratteristica è facilmente spiegabile. Essa dipende dal fatto che l’alta tecnologia è costosa e con redditività molto aleatoria o inesistente. I prodotti di alta tecnologia  inoltre sono rivolti principalmente al mercato pubblico (esempio difesa, trasporti, centrali nucleari, telecomunicazioni). È ben noto che in tutto il mondo (ovviamente inclusi gli Stati Uniti) l’alta tecnologia è sempre stata sostenuta dal denaro pubblico, essendo attività di interesse nazionale.

Il motivo della assenza dei privati dai prodotti di base è spiegabile per altri motivi, altrettanto evidenti. Questi prodotti (esempio tipico siderurgia ma anche energia per l’industria) richiedono enormi investimenti con redditività modesta o nulla.

La disponibilità di prodotti di base e di energia a prezzo moderato e necessaria per le industrie manifatturiere utilizzatrici e questo spiega l’intervento dello Stato nel settore.

Le industrie appartenenti ai grandi gruppi privati sono in gran parte classificate come a bassa o media tecnologia. Questa scelta favorisce una buona redditività a breve termine (ancora migliorata se lo Stato contribuisce sostanzialmente – vedasi “trasferimenti” nel bilancio dello Stato), ma è, tenuto conto del quadro generale, dannosa allo sviluppo futuro del paese. Questo spiega ancora una volta la concentrazione dell’alta tecnologia e della ricerca nelle industrie pubbliche.

La capacità di innovazione delle PMI (piccole e medie imprese, fino a 500 dipendenti), è necessariamente molto limitata. Queste aziende sono certamente in grado di realizzare nuovi prodotti per il mercato, ma non possono sostituire le grandi imprese di alta tecnologia. D’altro canto le PMI sono fortemente dipendenti dalla credito bancario per la loro attività e la loro esistenza, tuttavia la loro reale capacità di influenza politica generale e minima o addirittura inesistente e quindi ne risulta una condizione di grande dipendenza da forze esterne.

La prima conclusione che se ne può ricavare è la seguente:

– Il sistema industriale italiano ha la sua radice fondamentale nelle industrie pubbliche, per lo sviluppo sul lungo e medio termine.

– I grandi gruppi privati sono sostanzialmente interessati all’utile a breve termine, ottenuto anche – o forse principalmente grazie – alla capacità di agire sulla sistema politico e sull’accesso privilegiato al credito.

– Le piccole e medie industrie producono utili, esportano ed occupano l’80% degli addetti, ma la loro sopravvivenza dipende da banche e governo (politica fiscale).

I dati caratteristici di questa particolare situazione italiana forniscono la base per valutare taluni effetti sulla vita economica della cosiddetta operazione “Mani Pulite” o “Seconda Repubblica” o come altro si voglia di nominarla.

Non vogliamo qui considerare alcuni aspetti di tale operazione, che pure potrebbero essere di grande interesse, e che sono oggetto di elucubrazioni e di analisi da parte di varie fonti; per esempio se l’operazione è stata decisa in Italia o altrove, se originata da forze politiche o economiche, se si sono formate lungo la strada sinergie di varia natura e interessi diversi ma convergenti. Ci limitiamo invece a considerare soltanto gli effetti più evidenti sull’economia e particolarmente sull’industria.

Le aziende delle Partecipazioni Statali sono state il primo obiettivo dell’operazione “Mani pulite”. I risultati fino ad oggi raggiunti sono già di portata non trascurabile.

Le privatizzazioni finora eseguite fra le aziende industriali, sono state limitate. Invece risultati molto maggiori sono stati raggiunti nel settore bancario. Ciò significa, dal punto di vista degli equilibri di potere, che sono state fatte delle forti pressioni per influire poi sulla vita delle piccole e medie aziende private.

Tuttavia il risultato di gran lunga più consistente è stata la disarticolazione della sistema delle Partecipazioni Statali, sia con la soppressione del relativo Ministero, sia soprattutto con la eliminazione, (anche molto energica, traumatica, ed in qualche caso persino tragica), dei relativi dirigenti ostili alla liquidazione del patrimonio pubblico.

Con il nuovo “il management” la privatizzazione di IRI – ENI – STET ed ENEL – non trova più ostacolo. Questo tuttavia non significa affatto che tutti questi settori pubblici passeranno al capitale privato. Infatti, è probabile che siano cedute le porzioni immediatamente produttrici di alto reddito, quali metano, telecomunicazioni ed energia elettrica (più aziende di “servizi” che industrie).

Invece la parte di alta-media tecnologia può essere eliminata facilmente per mezzo di adeguate politiche di spesa dello Stato. In proposito esemplare il caso dell’industria militare, e specialmente dell’industria aeronautica: con opportuni “tagli” al bilancio difesa, localizzati nelle spese per nuovi materiali, è possibile prima limitare e poi in definitiva distruggere rapidamente la residua capacità delle aziende nazionali.

Non abbiamo allo stato, dati sufficienti per il settore della siderurgia. Tuttavia è ben noto che gli impianti di Taranto sono i più moderni di Europa (con i francesi di Fos), e rappresentano certo un investimento importante, da utilizzare in un contesto europeo e non da disperdere in vendite all’asta.

La cessione dei grandi “servizi” di base (energia, telecomunicazioni, approvvigionamenti idrocarburi) è azione semplicemente disastrosa, sia dal punto di vista della redditività (che esiste avendo lo Stato già fatto gli investimenti), sia ancora di più da quello della sovranità nazionale.

Non bisogna dimenticare, che per la sua stessa natura, il sistema italiano delle Partecipazioni Statali era già tale da permettere l’intervento di capitale privato, tuttavia con controllo dello Stato sui settori di interesse nazionale.

L’industria privata è stata colpita in modo ineguale dall’operazione “Mani Pulite”.

Fra i grandi gruppi, il gruppo Ferruzzi è stato smembrato dell’azione giudiziaria, ed è ora fortemente ridimensionato a livello molto inferiore a quello del 1990.

Pertanto restano a cavallo soltanto tre grandi gruppi “privati” (Agnelli/Fiat – De Benedetti – Pirelli).

Il gruppo Fininvest (non industriale) a giudicare da varie iniziative politiche e finanziarie, appare come il prossimo obiettivo, e la sua sopravvivenza dipende dagli sviluppi politici.

Osserviamo che comunque, anche se Fininvest sopravvive nella sua attuale configurazione, è stata avviata un’operazione di ulteriore concentrazione del potere economico in Italia, che accentua l’anomalia italiana rispetto all’Europa.

Per quanto riguarda la piccola-media impresa, l’operazione “Mani Pulite” ha interessato particolarmente le aziende farmaceutiche di proprietà italiana, cioè un settore di buon contenuto tecnico-scientifico e di alta redditività. Come conseguenza alcune aziende sono state cedute al capitale straniero, contribuendo quindi all’abbassamento del livello industriale del nostro paese.

Innumerevoli azioni sono state invece eseguite nei confronti dell’industria e delle costruzioni e lavori pubblici.

La lista in questo caso è interminabile anche se si è agito con particolare intensità in alcune regioni e meno in altre.

Qui l’operazione era evidentemente rivolta sia a colpire il personale politico locale, e le sue eventuali connessioni nazionali, sia a favorire qualche distribuzione di attività. L’azione contro le imprese di costruzioni e lavori pubblici è stata tanto dannosa quanto quella contro le Partecipazioni Statali, provocando fallimenti a catena e riduzione o blocco di attività.

(…)

L’Italia è stata fortemente colpita nel suo sistema industriale dalla operazione iniziata nel 1992, e tuttora in corso.

Alcuni danni sono difficilmente riparabili, ma dovrebbe essere ancora possibile (per un governo nazionale dotato di autorità) evitare altri danni e dedicarsi al recupero delle posizione italiana nel contesto europeo.

La malattia del sangue
della sinistra

E’ dal 2009 che scrivo che la crisi economica non è il frutto dell’ingordigia delle banche e della finanza corsara, ma di una precisa filosofia politica, il paradigma hayekiano o neoliberista, che ha prodotto una crisi sociale, e cioè lo sfaldamento del ceto medio americano, che per poter continuare a consumare è stato incoraggiato ad indebitarsi fino al suicidio.
Ora però mi pare che a sinistra si stia esagerando, vedendo ordoliberisti dove non ci sono e scambiando il neoliberismo (che è una ideologia secondo me sbagliata) con il capitalismo (che è un utile modo di produzione). Mi riferisco in particolare ad un recente articolo di Stefano Fassina (“La Merkel ci porta sulla rotta del Titanic”) apparso sull’Huffington Post , che, mi spiace dirlo, ho letto con crescente fastidio.
Quell’articolo si apre con una critica alla proposta della Merkel di accelerare lungo la via dell’integrazione con una Europa a due velocità.
Secondo me, l’idea non è affatto cattiva, anzi potrebbe essere la soluzione. Vista la Brexit, si aprono le condizioni per rilanciare il processo di integrazione, senza la zavorra della tradizionale politica europea della Gran Bretagna tesa ad annacquare il processo di integrazione (con l’allargamento). Non solo, ma vista l’aperta ostilità di Trump nei confronti dell’Europa, una reazione si impone per rilanciare il processo di integrazione.
La proposta della Merkel è sia il tentativo di rilanciare il processo, sia di rimediare ai danni dell’annacquamento britannico (widening) con l’approfondimento (deepening) dell’integrazione. L’idea dunque è buona, ma tutto dipende da come la si realizza. Se gli altri Stati la leggono come un tentativo egemonico tedesco è la fine. Serve un gioco di contrappesi e di segnali chiari: nel primo gruppo ci devono essere tutti i paesi più grossi e la proposta deve essere congiunta, se la fa solo Berlino più di uno potrebbe storcere il naso.

Fassina insiste poi sostenendo che la rotta su cui è messa l’Europa è totalmente sbagliata e pertanto se si accelera si va solo a sbattere più velocemente.
Scrive Fassina: ” i Trattati, il Fiscal Compact e l’impianto di politica economica del paese leader dell’Unione monetaria sono retti dal mercantilismo ordiliberista. Vuol dire che si affida la crescita alle esportazioni. Ossia, si fa svalutazione interna, in particolare svalutazione del lavoro, come fatto dal governo Schroeder con le mitiche ‘Riforme Hartz’, per accaparrarsi la domanda interna di qualcun altro”. Sulle riforme Hartz, sarà il caso di ritornare in futuro, qui si può solo dire che se è vero il mercato del lavoro è stato reso più flessibile, si è anche rafforzata la rete di tutele ed assistenze per chi perde il lavoro (il reddito minimo garantito).
C’è altro nel ragionamento di Fassina che non convince. Se è vero che si svaluta il lavoro per rendere più competitive le esportazioni, allora perchè i consumi in Germania sono alle stelle? Se è vero che la Germania ruba domanda aggregata ad altri paesi, perchè in Italia i consumi sono al palo e i risparmi aumentano? Perchè tutta l’Europa sta crescendo (USA compresi), mentre noi no?
Fassina poi correttamente individua alcune ottime soluzioni: una svolta pro-labour dei trattati, un riforma della BCE, che Draghi ha già di fatto realizzato, una qualche forma di limitazione al movimento di capitali (basta alzare le tasse). Ma Fassina stesso, senza dare spiegazioni, stronca queste possibili soluzioni in quanto non sarebbero politicamente realizzabili e lancia la sua proposta: “Noi vogliamo salvare la Ue dall’euro e costruire una confederazione tra Stati nazionali ri-democratizzati e rivitalizzati attraverso la riconquista di leve di politica economica fondamentali”.
Confesso che qui il fastidio è stato massimo e avrei tanto voluto chiedere con la massima cortesia (sì, cortesia, giuro) cosa si debba intendere per “rivitalizzati”, ma meglio andare avanti.

Fassina prosegue poi indicando la sua via ideale: “il ‘divorzio amichevole’ della moneta unica per recuperare allo Stato nazionale strumenti vitali e cooperazioni rafforzate su alcune funzioni come difesa e sicurezza”.
A questo punto quali siano le differenze con il nazionalismo economico, monetario, legislativo e territoriale, che è la piattaforma della Le Pen o con alcune delle posizioni più populiste del M5S contro l’Europa della banche e della sordida finanza, ho difficoltà a capirlo. Voglio vedere come facciamo a integrare difesa e sicurezza dopo che abbiamo disgregato la moneta.
Chiudo dicendo che per me questo non è altro che il nuovo volto del vecchio massimalismo (la “malattia del sangue”, per usare un espressione di Craxi, della sinistra italiana e non solo) che ritorna prepotente; è, attraverso la negazione di tutto quanto è stato fatto sinora, la rinuncia ad ogni riformismo; è la voglia continua di fare tabula rasa dell’esistente; è il richiamo malato all’Utopia e al mondo totalmente altro, che ovviamente non esisterà mai se non nei sogni pericolosi che una parte della sinistra condivide con una parte della destra.

Per quanto mi riguarda provo orrore per questa inutile e miope deriva massimalista; provo fastidio per questo autolesionista trumpismo di sinistra; e trovo avvilente la facilità, la superficialità, la saccenteria con cui si gettano alle ortiche, come miopi e inutili, gli sforzi e gli entusiasmi che intere generazioni hanno profuso nella costruzione del sogno europeo. Io continuo a pensare che gli Stati Uniti d’Europa (una federazione e non un confederazione) siano una meta a cui guardare e l’euro una tappa importante verso quella meta.

Ps. Vorrei ricordare a Fassina che i processi di integrazione sono lenti, faticosi, complessi, difficili. Quelli di disgregazione sono immediati. Dalla vocazione europea passeremmo al nazionalismo più ottuso e cialtrone, che tanto piace ad una certa destra. Ci pensi la prossima volta che da sinistra sventola la bandiera sovranista.

Nunzio Mastrolia

Prospettive europee

In questi giorni si è detto che gli schiaffi che Trump ha dato all’Europa e alla Merkel potrebbero avere, in fin dei conti, un effetto positivo: quello di risvegliare l’Unione e riattivare il processo di integrazione, ormai fermo al palo, anzi in regressione. Io francamente ho molti dubbi che questo possa accadere e spiego il perché.

L’Europa ha una doppia anima. Una americana ed una, per l’appunto, europea. La prima è quella del piano Marshall, dell’OECE e di Obama che preme sulla Merkel perché moderi la sua posizione sulla Grecia, evitando di spaccare l’UE. L’obiettivo di questo “europeismo americano” è stato sì quello di creare un bastione anti-sovietico, ma anche quello di disinnescare quel meccanismo fatto di nazionalismo politico ed il protezionismo economico, che ha portato gli europei ad appiccare per ben due volte un incendio globale (di qui la necessità di spezzare lo stato monade westfaliano, concepito per la guerra).

Per inciso, sia chiaro che c’è anche un’altra America, che ha cercato di depotenziare il progetto di integrazione europea, sia attraverso i grandi Round commerciali, sia attraverso l’Inghilterra che dall’interno frenava e premeva per un allargamento (annacquamento). Non a caso il rilancio del processo di integrazione avviene dopo il vertice di Milano, voluto da Craxi, che – sostanzialmente – insieme ad Andreotti sbatte la porta in faccia alla Thatcher e dà avvio all’Atto Unico.

La seconda anima è quella europea, e nasce da una leadership politica (De Gasperi, Adenauer e Schumann) che ad un certo punto ha detto basta alle guerre fratricide europee ed ha costruito un’unione di stati, eliminando quei confini per i quali milioni di europei si erano vicendevolmente sgozzati. Questa è l’Europa (è il titolo di uno splendido articolo di qualche anno fa di Giuseppe Sacco) costruita sul “sangue versato”.

Ora, se da una parte sta venendo meno l’”europeismo americano” e con la Brexit viene meno anche il ruolo di sabotatore di Londra, dall’altra a me non pare che i leader europei abbiano la consapevolezza degli odi nazionali che continuano a covare sotto la cenere. Sembra che non si rendano conto che gli antichi spettri del nazionalismo e della politica di potenza sono pronti a risorgere, nonostante la (vuota) retorica delle generazioni Erasmus. Sembra anzi che abbiano dimenticato che quel progetto è costruito “sul sangue versato”.

Anzi, i leader nazionali usano Bruxelles come un pungiball per mostrare in patria i propri muscoli, con una retorica da bulli di periferia (“battere i pugni sul tavolo”, “alzare la voce”, “farsi sentire” etc), che non fa altro che delegittimare continuamente il progetto di integrazione. Del resto nessuna posizione ufficiale è stata presa per, non dico condannare, ma nemmeno commentare le parole di Trump.

Attenzione, perché venuto meno il vincolo americano, senza la consapevolezza vera di cosa noi europei siamo realmente stati e con una leadership politica che ignora l’immenso valore di quello che è stato fatto sinora, il rischio che possiamo ritornare a scannarci, come sempre abbiamo fatto nei secoli, esiste.

Nunziante Mastrolia

Nunziante Mastrolia
Una costituente socialista, liberale, radicale

Nel 1962 Thomas Kuhn dava alle stampe La struttura delle rivoluzioni scientifiche. L’idea di fondo di quell’opera è che la ricerca scientifica non procede in maniera lineare ma per improvvise frenate ed improvvise accelerazioni, ascese e crolli di grandi paradigmi dominanti, in grado di condizionare ed orientare, quando regnano incontrastati, le percezioni collettive.

Per fare un esempio. Quando il paradigma dominante era quello geocentrico, le percezioni degli individui erano condizionate dall’idea che il sole ruotasse intorno alla terra. Con l’avvento del paradigma eliocentrico tutto è cambiato.

Il punto è che – sostiene Kuhn – quando un paradigma va in crisi si apre una fase di “scienza rivoluzionaria”, che può durare più o meno a lungo, nella quale si va alla ricerca di un nuovo paradigma in grado di spiegare quei fenomeni e risolvere quei problemi che hanno messo in crisi ed hanno determinato il crollo del vecchio paradigma. Una fase d’incertezza caotica, pericolosa, ma anche creativa.

Paradigmi dominanti

Questa idea di una storia che procede – senza con ciò voler fare alcun riferimento a nessun processo dialettico hegeliano – per paradigmi dominati che si succedono, credo possa essere traslata in ambito politico. Se lo si fa, ci si accorge che nella prima parte del XX secolo ad alternarsi sono stati due paradigmi quello del laissez-faire o paradigma liberista e quello della statizzazione integrale dei mezzi di produzione o paradigma collettivista. Dopo la guerra ad imporsi è il paradigma socialdemocratico a cui succederà, a partire dagli anni Ottanta, quello neoliberista.

Un punto va messo in evidenza. Se quest’ultimo paradigma è caratterizzato da una sorta di fondamentalismo di mercato, il paradigma socialdemocratico mantiene, com’era per il paradigma collettivista, al suo interno un nucleo solido di anticapitalismo.

Infatti, negli anni in cui a dominare è il paradigma socialdemocratico, l’idea della fuoriuscita dal capitalismo, della collettivizzazione integrale dei mezzi di produzione, resterà sullo sfondo, si allontanerà sempre più nel tempo, si trasformerà in un semplice flatus vocis, ma resterà comunque presente. Così come l’idea delle riforme di struttura, vale a dire la via non violenta per abbattere il capitalismo.

In questo senso è utilissima la distinzione che fa Domenico Settembrini tra “riformismo dei fini” e “riformismo dei mezzi”. Per il primo “l’ordine esistente, in linea di principio, va accettato in toto – non solo la democrazia liberale, ma anche l’assetto economico sociale, detto capitalismo – allo scopo di migliorarlo, rendendolo più giusto e dunque più forte”. Il secondo, invece, e cioè il riformismo dei mezzi, “non crede realizzabile o opportuno l’uso della violenza, e ritiene che si debba arrivare al collettivismo, alla trasformazione radicale della società esistente, attraverso le riforme”. Ciò che dunque distingue i due riformismi non è il rifiuto o meno della violenza “perché non sempre le riforme vengono propugnate – le parole sono sempre di Settembrini – per evitare la rivoluzione collegata necessariamente con l’impiego della violenza”.

Il criterio distintivo è invece il modo in cui rivoluzionari e riformisti si pongono in rapporto al capitalismo e alla democrazia liberale. “Rivoluzionario – scrive Settembrini – allora diremo quel movimento che, indipendentemente dai mezzi invocati od usati, prevalentemente pacifici o prevalentemente violenti o misti, mira ad un tipo di ordinamento sociale (…) antitetico in tutti i campi: economico, politico, culturale e civile, a quello capitalistico democratico (…). Riformista è invece quel movimento che mira a migliorare e perfezionare, magari radicalmente, ma non a distruggere l’ordinamento esistente, perché ritiene valori assoluti di civiltà i principi su cui esso si basa; per quanto numerose e aspre possano essere le critiche da esso rivolte, in particolari situazioni, al concreto modo di tradurre in pratica detti principi […]. Quali principi? La libertà individuale, la democrazia e il benessere per tutti”.

Così inteso, conclude Settembrini, “il riformismo è socialismo liberale, vale a dire la teoria e prassi volte a conciliare al massimo, nel quadro di una moderna società industriale, la libertà e l’uguaglianza, nel senso di garantire a tutti il massimo di libertà reale, compatibilmente con le esigenze talvolta ferree della vita associata e dell’efficienza produttiva”.

Se così stanno le cose, allora si può dire – i testi parlano chiaro – che tutta la storia della sinistra italiana, da Togliatti a Saragat, da Gramsci a Turati, da Lombardi a Berlinguer, è animata da un unico afflato fatto di anticapitalismo e di diffidenza nei confronti della democrazia liberale. Per inciso, l’unico tentativo di creare – sulla scia di quanto fatto dalla SPD a Bad Godesberg – una sinistra compatibile con la civiltà liberale e l’economia di mercato fu quello di Craxi, che da questo punto di vista rappresenta un unicum.

Per avere una conferma in tal senso si pensi alla massiccia campagna di nazionalizzazioni a cui Mitterand da avvio quando arriva all’Eliseo o si guardi al caso inglese. Al di là della nota questione della clausola IV dello statuto del Partito Laburista – che poneva l’obiettivo della nazionalizzazione dei mezzi di produzione e distribuzione -, eliminata poi da Blair, si pensi al caso di movimento fabiano. Prende il nome da Fabio Massimo, il temporeggiatore e come recita il motto della stessa Fabian Society: “Per un certo tempo occorre attendere come fece Fabio con somma pazienza nella sua guerra contro Annibale, anche se molti criticavano la sua attesa, ma al momento giusto occorre colpire con forza, come fece Fabio, o l’attesa sarà stata inutile e priva di frutti”. Colpire cosa? Il capitalismo, la proprietà privata, la libera impresa. L’obiettivo ultimo anche dei fabiani resta quello indicato dalla clausola IV, vale a dire la nazionalizzazione dei mezzi di produzione e distribuzione.

Al ruolo salvifico che anche il paradigma socialdemocratico (insieme a quello collettivista) attribuisce allo Stato (ad eccezione del caso tedesco, come si è detto), si sostituisce il ruolo salvifico e taumaturgico attribuito al mercato dal paradigma neoliberista, che, come gli altri paradigmi su menzionati, è un’ideologia e nulla ha a che fare con il capitalismo che è un sistema di produzione. Per inciso, questa distinzione è utile, perché si può avversare il neoliberismo, senza per questo essere anticapitalisti.

Il paradigma neoliberista ha avuto un ruolo dominante dall’inizio degli anni Ottanta fino all’inizio della crisi economica partita con la crisi dei mutui sub-prime nel 2008. In questo senso si può dire che la crisi economica è il prodotto della coerente applicazione di tutti i dogmi del paradigma neoliberista, e della crisi sociale che esso ha prodotto.

Pertanto, visto l’esplodere della crisi economica appare evidente come quel paradigma non abbia mantenuto le sue promesse e cioè una maggiore ricchezza prodotta e maggiore benessere per tutti. O meglio, la prima promessa è stata mantenuta: sono state, in effetti, prodotte ricchezze delle meraviglie. La seconda promessa, al contrario, non è stata mantenuta, come dimostra l’aumento delle disuguaglianze. Ciò significa che il paradigma neoliberista è crollato, perché i suoi assunti sono stati – popperianamente – falsificati dalla crisi economica.

Pertanto, si può dire che le enormi difficoltà che il mondo politico sta vivendo oggi e il suo disorientamento nell’individuare la rotta da seguire derivano dal fatto che al momento non vi è alcun paradigma dominante. Di qui il procedere a vista, per tentativi ed errori, continuando spesso ad applicare le ricette proprie del vecchio paradigma, ignorando che queste, dall’austerity alla politica dell’offerta (supply-side economics), nell’attuale contesto, più che la cura sono il veleno.

Il paradigma costituzionale

Che fare allora? Da dove cominciare per ricostruire un nuovo paradigma che non abbia i difetti dei due precedenti?

Se la si smettesse con la vuota retorica della Costituzione più bella del mondo, si scoprirebbe che, più che bella, la nostra Carta fondamentale è utile. E’ un utile strumento necessario a preservare e garantire nel lungo periodo libertà e benessere.

Come? Imponendo un continuo bilanciamento tra le ragioni della libertà e quelle della giustizia sociale, attraverso la costituzionalizzazione dei diritti civili e politici, conquistati nei secoli dalle grandi rivoluzioni liberali, accanto ai diritti sociali, conquistati nei secoli dalle lotte dei movimenti operai e sindacali.

In questo senso si può dire che all’interno della cornice costituzionale, la vita politica deve svolgersi ponendo, a seconda delle diverse fasi storiche (come l’attuale), con maggiore enfasi l’accento sui diritti sociali, compito che spetta alle sinistre, mentre in altre è necessario porre l’accento sulle libertà liberali, compito che spetterebbe alle destre. Ciò vuol dire che il liberal-socialismo è la bandiera di una sinistra compatibile con una costituzione dove, come si vedrà dopo, è riconosciuto il capitalismo; mentre la bandiera di una destra repubblicana non potrebbe che essere quello del liberal-liberismo. Questo significa che non solo la distinzione tra destra e sinistra continua ad esistere, nonostante in tanti continuino a magnificarne la fine, ma è definita dalla Costituzione stessa.

Ora, se è vero che l’essenza della nostra Carta è la compenetrazione di diritti liberali e diritti sociali e se è vero quanto scrive Leo Valiani quando sostiene che il socialismo liberale consiste nell’accettazione incondizionata “da parte del movimento operaio, non solo del metodo della democrazia politica, (…) ma altresì dell’economia di mercato, e in generale dei valori della civiltà liberale”, allora non è azzardato dire che la nostra Costituzione è scritta con i caratteri del socialismo liberale. Cosa che del resto appare evidente in quell’articolo 41 dove si da rilevanza costituzionale ad uno degli istituti cardinali della civiltà liberale, vale e dire la libera impresa, ma nel contempo si impone che essa sia compatibile con l’utilità sociale e comunque che non sia nociva “alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. Stessa cosa accade nell’articolo 42 dove si riconosce un altro istituto fondamentale delle civiltà liberale, vale a dire la proprietà privata, che però dove tendere anch’essa al soddisfacimento di una “utilità sociale”.

In questo senso, si può anzi dire che le libertà liberali sono “finalizzate” (La Pira, Moro e Basso in Assemblea costituente utilizzarono questo stesso concetto), in quanto trovano un limite ed un fine nella possibilità di garantire a tutti i diritti sociali: “che valore può avere – le parole sono di Saragat – oggi per un disoccupato, per un uomo che lotta per la sua vita fisica, che valore può avere la nozione di libertà di stampa, o di pensiero, o di riunione? (…) I diritti sociali sono un complemento necessario oggi dei diritti di libertà”; “è evidente che se noi togliessimo dalla costituzione moderna questo diritto sociale, faremmo una cosa morta. In verità, essi sono la parte più viva di questo documento” e questo perché “se non siamo capaci di dare un contenuto concreto a questi diritti sociali, non possiamo difendere neanche i diritti di libertà […] se non saremo in grado di realizzare la parte sociale di questa Costituzione, non saremo in grado di difendere la parte politica. Oggi la democrazia sociale è talmente legata alla democrazia politica per cui, se non realizziamo un minimo di giustizia sociale, non saremo in grado di difendere i diritti di libertà”, è per questo che, continua Saragat, “il problema della giustizia sociale e della libertà sono intimamente collegati”. Ed è in questa prospettiva che appare evidente come il socialismo non si ponga come l’antitesi del liberalismo bensì come il suo sviluppo organico, esso diviene così quel movimento sociale che ha come obiettivo l’universalizzazione delle libertà liberali, attraverso il superamento del modello liberista.

Ed, infatti, tutto il dibattito, che in Assemblea costituente porterà alla costituzionalizzazione dei diritti sociali, si svolge sullo sfondo di un’idea che accomuna tutti i costituenti – da La Pira a Lussu, da Togliatti a Basso – vale a dire il fallimento dello Stato liberal-liberista, colpevole di aver ignorato la questione sociale che ha degradato il popolo a folla, a massa. Una massa impaurita e impoverita che ad un certo punto per reazione ha prestato il proprio braccio e affidato il proprio consenso al fascismo.

Di qui la necessità, espressione ricorrente in Prima Sottocommissione, di superare – concetto usato sia da La Pira che da Togliatti – le carte del 1789 e cioè pensare un ruolo nuovo per lo Stato, che non poteva più limitarsi ad essere il guardiano notturno della proprietà privata, ma lo si doveva impegnare a garantire a tutti quei diritti sociali – di qui la loro costituzionalizzazione – che sono lo strumento più efficace per curare e prevenire una questione sociale, malattia mortale delle democrazie.

Di qui la necessità di correggere lo Stato liberale trasformando le masse amorfe in popolo, rimuovendo quegli “ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. In questo senso, si può sostenere che la massa, la folla è il naturale prodotto della normale azione delle forze di mercato se lasciate senza controllo. Esse producono disuguaglianza economica, sperequazione sociale e polarizzazione politica. Ciò, per converso, vuol dire che il popolo è una costruzione politica, che si ottiene utilizzando lo Stato sociale, l’istruzione e la sanità pubblica per far sì che i cittadini abbiano di che vivere, non abbiano a temere di morir di fame e abbiamo un insieme di conoscenze tali da poter competere come mente-opera high–skilled nel mercato e poter decidere con consapevolezza come cittadini nella competizione politica democratica. Non solo: la mano pubblica diviene lo strumento, attraverso l’istruzione e il finanziamento pubblico della ricerca, necessario ad innalzare un intero popolo e condurlo verso settori produttivi a maggiore contenuto tecnologico e di conoscenza, sottraendolo dalla concorrenza dei paesi in via di sviluppo che possono sfruttare il loro vantaggio comparato dovuto essenzialmente al basso costo della manodopera.

In sintesi, i diritti sociali servono ad impedire che una nuova questione sociale possa condurre all’avvento di un dittatore, che non occupa nottetempo le stanze del potere, ma è invocato nelle piazza da folle che temono di morire di fame e nel contempo servono a far sì che il maggior numero di esseri umani possa contribuire nella pienezza delle proprie facoltà e potenzialità alla vita economica e politica di una nazione.

Se così stanno le cose, allora appare evidente come la Costituzione è uno strumento, costruito tenendo presente chiaramente non solo le cause che hanno condotto al crollo dello Stato liberale e dell’avvento del fascismo, ma anche le cause che nei secoli – dall’Atene dei Teti alla Firenze dei Ciompi, passando per la Roma dei Gracchi – hanno condotto alla collasso di quei pochissimi esperimenti di società aperta che la storia dell’Occidente registra. Così, la costituzione diventa lo strumento per la costruzione di quella società – tratteggiata da Stiglitz – “in cui il divario fra chi ha e chi non ha si è ridotto, nel quale esiste il senso di un destino comune, un impegno condiviso a estendere opportunità ed equità, in cui le parole libertà e giustizia per tutti significano davvero quel che sembrano, in cui prendiamo seriamente la Dichiarazione universale dei diritti umani, che sottolinea l’importanza non soltanto dei diritti civili, ma anche dei diritti sociali, e non soltanto dei diritti di proprietà, ma anche dei diritti economici dei comuni cittadini”.

E’ in questa prospettiva che la Costituzione si mostra per quello che essa realmente è, vale a dire il lascito più importante che i costituenti potessero fare alla nascente repubblica. Un lascito importante, lo dicono i numeri del referendum costituzionale del dicembre del 2016, di cui i cittadini italiani hanno dimostrato di avere piena consapevolezza. Non solo consapevolezza del suo valore fondativo, ma anche del suo essere cosa viva, che informa di sé l’orizzonte nazionale, che continua a riempire di prospettive, aspirazioni le vite quotidiane, ad alimentare il senso di giustizia, ad essere uno sprone per la partecipazione politica. Così, quasi con commozione, si scopre che, quel patriottismo costituzionale, caro ad Habermas e Calamandrei, che in Italia è sempre apparso quasi irrealizzabile, ora è cosa viva, solida, che unisce sensibilità diverse, aree sviluppate e depresse, intellettuali ed operai, mobilitando milioni di cittadini.

L’elemento paradossale è che la cogenza normativa del dettato costituzionale è più forte al di fuori dei partiti politici, che faticano a derivare da essa una visione politica di lungo periodo, e sulla sua base dare un nuovo fondamento a quelle culture politiche scomparse dopo la bufera degli anni Novanta.

Di qui la necessità di collegare questa nuova forza riformatrice, il polo socialista, liberale e radicale a quegli articoli il cui mancato rispetto ha consentito che in Italia attecchisse quel paradigma neoliberista, che non riconosce alcun valore ai diritti sociali, e che proprio per questo non avrebbe dovuto trovare nel nostro ordinamento diritto di cittadinanza.

Il programma è nella costituzione

Se il discorso fatto sin qui regge, allora vuol dire che il paradigma che serve per ricostruire quel polo socialista, liberale, radicale, laico e progressista è già presente in Costituzione. Si tratta di leggerla, applicarla punto per punto e, in quanto forza di sinistra, porre l’accento sui quei diritti sociali che soli possono curare la questione sociale che affligge questo paese e dà alimento ai populisti.

Diritti sociali, dunque, ma anche democrazia rappresentativa con divieto di mandato imperativo, senza nostalgie roussoviane.

Rifiuto di ogni deriva anticapitalista. L’economia di mercato, come si è detto, con i due suoi elementi cardine, la proprietà privata e la libera impresa, ha rilevanza costituzionale nel nostro ordinamento, il che significa che ogni forma di massimalismo non ha diritto di cittadinanza in Italia.

Ciò però non significa che la legge della concorrenza debba dominare ogni ambito dell’esistenza e a plasmare totalmente la società. Infatti, non è affatto detto che il libero mercato e la lotta della concorrenza giovino sempre ai più. Anzi, è vero il contrario. Scrive Luigi Einaudi: “Gli uomini del secolo passato supposero che bastasse lasciar agire gli interessi opposti perché dal loro contrasto nascesse il vantaggio comune. No, non basta. Se si lascia libero gioco al laissez faire, passer, passano soprattutto gli accordi e le sopraffazioni dei pochi contro i molti, dei ricchi contro i poveri, dei forti contro i deboli, degli astuti contro gli ingenui”. Sul punto Wilhelm Röpke è chiarissimo: l’economia di mercato “abbandonata a se stessa, diventa pericolosa, anzi insostenibile, perché ridurrebbe gli uomini a un’esistenza non naturale che tosto o tardi essi si scrollerebbero di dosso insieme con l’economia di mercato diventata odiosa”.

Se così stanno le cose, allora non è eccessivo dire che l’economia di mercato e la libera concorrenza possono, se non corrette, indebolire le istituzioni liberali e trasformare una società aperta nel suo opposto. Einaudi lo scrive chiaramente “la pura società economica di concorrenza è pronta alla sua trasformazione o degenerazione nel collettivismo puro” o per dirla in altri termini: “come la perfetta democrazia sbocca nello stato collettivistico, così la perfetta concorrenza sbocca nel sistema economico collettivistico”. Infatti, “l’economia di concorrenza vive e dura, data l’indole umana, solo se essa non è universale; solo se gli uomini possono, per ampia parte della propria attività, trovare un rifugio, una trincea contro la necessità continua della lotta emulativa, in cui consiste la concorrenza. Il paradosso della concorrenza sta in ciò, che essa non sopravvive alla sua esclusiva dominazione. Guai al giorno in cui essa domina incontrastata in tutti i momenti e in tutti gli aspetti della vita. La corda troppo tesa si rompe”.

Ciò vuol dire, tirando le somme, che la macchina economica “ha i suoi fini” – le parole sono di Röpke – “che non coincidono coi fini umani”. Pertanto la fede in un mercato che autoregolandosi produce contemporaneamente ricchezze private e benessere generale è falsa. “Non v’è più nessuno – le parole sono di Einaudi – il quale dia alla regola empirica del lasciar fare e del lasciar passare (cosiddetto liberismo economico) valore di legge razionale o morale; ma non oserei neppure affermare che vi sia tra gli economisti chi dia al ‘liberismo’ quel valore di ‘legittimo principio economico’ che il Croce sembra riconoscergli indiscutibilmente”. In sintesi, “la scienza economica” – è ancora Einaudi che parla – “non ha nulla a che fare con la concezione religiosa del liberismo”.

Se il mercato lasciato a sé stesso non genera affatto il migliore dei mondi possibili, ma rischia di cannibalizzare la società liberale che pure l’ha generato, diviene allora necessario intervenire: “Possiamo progressivamente eliminare – le parole sono di Winston Churchill – i mali che l’affliggono (la società); possiamo progressivamente aumentare i benefici che vi sono insiti. Io non voglio vedere fiaccato il vigore della concorrenza, ma possiamo fare molto di più per mitigare le conseguenze per chi non ce la fa. Vogliamo tracciare una linea al di sotto della quale non permetteremo che le persone vivano o lavorino, ma al di sopra della quale si deve competere con tutta la forza che un essere umano ha. Vogliamo una libera concorrenza che sia motore di progresso, non una libera concorrenza che trascini le persone verso il basso”.

Per Röpke intorno alla macchina economica è necessario costruire “una solida cornice antropologico-sociologica […]. Il principio individuale nel nocciolo dell’economia di mercato deve essere controbilanciato, entro la cornice, dal principio sociale umanitario, se vogliamo che entrambi sussistano nella nostra società moderna e se nello stesso tempo vogliamo vincere i pericoli mortali della riduzione a massa” dei cittadini.

Ed ecco allora che si comprende quell’ articolo 2 della Carta che impone l’obbligo di adempiere al dovere della solidarietà politica economica e sociale, che si aggancia al dovere di garantire a tutti un’esistenza libera e dignitosa, sia a quanti sono inabili al lavoro o sprovvisti dei mezzi necessari per vivere, sia a coloro che sono disoccupati involontariamente. Qui si innesta il dovere di istituire quel reddito minimo garantito, che è lo strumento più efficace per spegnere l’incendio del populismo e che è una priorità assoluta oggi più che in passato, visto il ritmo esponenziale con cui l’innovazione tecnologica sta fagocitando posti di lavoro. In questo senso, il reddito minimo garantito diviene la chiave di volta se non vogliamo che una disoccupazione tecnologica di massa distrugga anche le meraviglie della tecnica di cui godiamo.

E ancora. Rifiuto della retorica sovranista. Del resto è la stessa costituzione che l’impone, quando con l’art. 11 consente all’Italia “in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”, e tra queste la più importante, vale a dire l’Unione europea.

Tuttavia questa vocazione internazionalista, anzi transnazionale, non implica che in questa sinistra abbiano diritto di cittadinanza quanti considerano un segno di evoluzione sbeffeggiare il proprio paese, o quanti offendono la patria, “la cui difesa è sacro dovere del cittadino” (art. 52) o la bandiera, essa stessa dotata di una dignità costituzionale così importante che vi si dedica un intero singolo articolo nella prima parte della Carta, nei principi fondamentali (art. 12), in quanto simbolo di un’intera nazione della sua storia e delle sue aspirazioni.

Né sovranisti né ostili alle politiche di accoglienza, visto che, come la Costituzione stessa impone, in questo paese “lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”.

Il resto viene da sé. La pari dignità sociale di ogni cittadino, tutela del lavoro e del salario; Stato sociale e tassazione progressiva; vicinanza al sindacato, attore essenziale in un’economia di mercato per poter tutelare il lavoro e il salario, tanto che anche la sua arma principale, lo sciopero, da noi gode di un riconoscimento costituzionale, a differenza della serrata; fondi pubblici alla ricerca scientifica e la necessità di ripensare alla possibilità che lo Stato giochi un ruolo strategico in economica, soprattutto attraverso la produzione di istruzione, ricerca scientifica ed innovazione tecnologica. Tutela dell’ambiente, del paesaggio e del patrimonio storico e artistico nella nazione così come l’articolo 9 impone.

Nella Costituzione, infine, è anche la prospettiva internazionale a cui guarda questo polo socialista, liberale, radicale e cioè l’Europa e la famiglia delle “società aperte”, delle liberal-democrazie, senza nulla concedere alle derive neo-zariste di Putin, neo-ottomane di Erdogan e neo-imperiali di Xi Jinping.

Conclusioni

Le condizioni politiche perché a sinistra si formi un quarto polo socialista, liberale, radicale, laico e riformista, accanto al M5S, al polo di centro, fatto di PD e Forza Italia, e a quello delle destre, si stanno lentamente formando. Anzi, le prospettive sono incoraggianti.

Tuttavia esiste il pericolo che l’antica vocazione massimalista, fatta di anticapitalismo e diffidenza verso lo stato liberale, possa infettare questo progetto, con il rischio di appiattire un tale nascente soggetto politico sulle posizioni del M5S ed alienargli le simpatie di quanto non intendono seguire il PD renziano che converge al centro. La spia più affidabile che indica se questa infiltrazione è in corso potrebbe essere l’emergere della classica retorica anticapitalista, dell’avversione nei confronti di multinazionali, banche e dei liberi commerci, dimenticando che il capitalismo “è l’unico sistema capace di far lievitare la ricchezza: sopprimerlo – le parole sono di Luciano Pellicani – significa uccidere ‘la gallina dalle uova d’oro’ e, di conseguenza, condannare i lavoratori a vivere nell’indigenza più estrema”. Altro segnale è il riemergere di quella diffidenza, e questa è una peculiarità tutta nostrana, nelle istituzioni liberali, evocata nell’immagine della cesura tra il Palazzo (infetto) ed il paese reale (sano e virtuoso).

Per converso c’è un altro pericolo, quello di trasformare quest’area politica in un semplice cartello elettorale, un semplice rassemblement che, non avendo un’anima precisa, non ha un programma e quindi non può contribuire a risolvere i problemi del paese. Un cartello elettorale senz’anima e senza radici potrebbe proprio per questo motivo durare molto poco oltre che essere inutile.

Per evitare che un tale sbandamento a sinistra abbia luogo e per evitare che si crei un raggruppamento senz’anima, è necessario, pertanto, tracciare chiaramente un confine a sinistra e a destra, aggregando tutte quelle forze che, pur critiche nei confronti del paradigma neoliberista e della globalizzazione, non sono né sovraniste, né anticapitaliste, né protezioniste, e che si riconoscono nei valori e nel metodo del socialismo liberale.

Dove per valori si intende la possibilità che tutti godano ugualmente dei diritti liberali e sociali, il che impone la necessità di rafforzare lo Stato di diritto e lo Stato sociale. Mentre per metodo si intende la necessità di trovare di volta in volta un punto di equilibrio tra le esigenze entrambe legittime del mercato e del cittadino, tra libertà economica e giustizia sociale. A proposito di metodo ce n’è un altro al quale sarebbe saggio attenersi scrupolosamente, seguendo l’esempio dei Radicali, e cioè l’applicazione del metodo scientifico alla politica, o meglio alle proposte ed alle politiche pianificate ed adottate per risolvere i problemi di una società.

In conclusione, il rischio che si inneschi una deriva massimalista da una parte e di un cartello elettoralistico dall’altro è alto. Per non dire delle difficoltà che un tale progetto avrebbe se la corsa verso le elezioni dovesse accelerare. C’è però un elemento, forse il più importante, che lascia ben sperare.

Come entità politica il socialismo liberale ha avuto vita brevissima, quasi inesistente in Italia, ma in quanto cultura politica da Carlo Rosselli ad Ernesto Rossi, da Altiero Spinelli ad Guido Calogero, da Aldo Capitini a Marco Pannella, da Einaudi a Bobbio, da Settembrini a Pellicani ha prodotto una tale masse di idee, riflessioni, prospettive, suggestioni, proposte che sono lì pronte e alle quali si può attingere a piene mani. Altrettanto ricco è il patrimonio di soluzioni, riforme, innovazioni adottare dagli altri membri della famiglia delle società aperte, a cui è necessario guardare senza nessun provinciale e banale senso di superiorità italica.

Ora si tratta di avviare il dialogo, su un piano pienamente paritario tra i tanti soggetti (PSI, SI, Radicali, Possibile, Comitati per il NO, ConSenso), che hanno la volontà di costruire un nuovo, stabile, ben tornito soggetto, intorno ad una cultura politica, fatta con lo stesso materiale di cui è fatta la costituzione repubblicana.

E’ necessario avviare questo percorso federativo. E’ necessario fondere le diverse anime in una nuova forza di sinistra, se non vogliono da una parte lasciare il governo del paese nelle sole mani di un neo-centrismo (Renzi-Berlusconi) che si preannuncia sterile e dall’altra spalancare, a causa delle nostre divisioni come nel 1921, le porte al populismo.

Nunziante Mastrolia

La sfida cinese di Trump, la Trans Pacific Partnership

trump_cinaLa decisione di Trump di abbandonare la Trans Pacific Partnership (TPP) è, per una serie di ragioni, un brutto segnale.
In primo luogo, è una prima significativa prova del fatto che il cuore del sistema economico internazionale si sta chiudendo. Confermando così che in tempi di crisi è davvero difficile passare dal libero commercio (“free trade”) al commercio equo (“fair trade”), mentre è semplicissimo precipitare nel protezionismo.
L’Inghilterra fece lo stesso negli anni Trenta, ponendo così fine alla Pax Britannica. Quando, infatti, il centro dell’ordine internazionale si chiude, gli altri attori per reazione fanno altrettanto. Negli anni Trenta l’ordine internazionale si frantumò in una serie di blocchi commerciali, che, guidati dal protezionismo economico e dal nazionalismo politico, iniziarono a cozzare l’uno contro l’altro. Da quell’attrito si generò la seconda guerra mondiale. La politica estera americana del dopoguerra ha avuto come obiettivo quello di aprire quei blocchi e creare un ordine internazionale interrelato dai commerci e dal dialogo istituzionalizzato. È paradossale che oggi la più grave minaccia a quell’ordine liberal-democratico internazionale venga dal cuore stesso del sistema politico americano: dalla Casa Bianca.
L’altro elemento, che è forse ancora più grave, è che la decisione di abbandonare il TPP appare sconclusionata e contraddittoria.
Trump ha giustamente criticato la Cina da un punto di vista politico, puntando il dito sulla questione di Taiwan, denunciando l’ambiguità della politica cinese sulla Corea del Nord (se Pyongyang dipende dal punto di vista energetico ed alimentare totalmente dalla Cina, allora perché Pechino non blocca il programma nucleare?) e c’è da scommettere che alla prima occasione utile soffierà sul fuoco della questione di Hong Kong (che Pechino sta lentamente fagocitando).
Ma se si vogliono frenare le ambizioni egemoniche cinesi in Asia, poi non si può distruggere il TPP.
Ciò che forse sfugge a Trump e al suo staff è che il TPP è un progetto politico, prima ancora che economico.
La Cina, infatti, negli ultimi anni ha adottato un nuovo approccio a livello regionale, vale a dire usare il proprio immenso mercato interno per attrarre e legare a sé i paesi della regione.
In breve, ai paesi dell’area Pechino garantisce il libero accesso delle loro merci al mercato interno cinese (e quindi per loro una potenzialmente illimitata crescita economica), ma in cambio chiede l’accettazione della leadership politica cinese. Del resto è questo il senso della cosiddetta “Two Silk Road Strategy”, ed è questo il senso della Asian International Investment Bank (AIIB) voluta da Pechino per finanziare le infrastrutture di questo nuovo ordine regionale. Il messaggio cinese ai paesi dell’area è chiaro: “se non vuoi morire di fame, devi diventare mio suddito”.
Dunque, Pechino usa il proprio mercato interno per ricreare quello stesso ordine sinocentrico creato dall’Impero cinese e che ha avuto fine a partire dalla prima Guerra dell’Oppio (1839-1842).
Per bloccare questa strategia Obama ha imposto una mutazione alla trentennale politica di Washington nei confronti della Cina, fatta di “containment” politico ed “engagement” economico.
Dalla Trans Pacific Partnership è, infatti, esclusa la Cina, il che significa che Obama è passato dall’ “engagement” al “containment” anche in ambito economico.
Infatti, il TPP, aprendo il mercato americano alle merci dei paesi dell’area, offriva una alternativa economica a quei paesi che non intendevano diventare sudditi politici di Pechino, sottraendoli così al ricatto cinese.
Nel momento in cui Trump abbandona il TPP, chiude ogni possibilità che i paesi dell’area possano sottrarsi all’egemonia politica cinese, in questo modo non fa che favorire la Cina nella costruzione del suo ordine sinocentrico, dal quale gli Stati Uniti sono esclusi.
Ecco perché l’uscita degli USA dal TPP è una mossa sconclusionata e contraddittoria: da una parte Trump dichiara di voler contrastare le ambizioni cinesi, dall’altra favorisce, come nessun altro, quelle stesse ambizioni egemoniche.
Superficialità, contraddittorietà, confusione, improvvisazione: è questa la cifra – come ai tempi di Cleone il conciapelli – del populismo al potere? Mala tempora.

Nunziante Mastrolia

Una forza riformatrice

È raro che la storia conceda una seconda possibilità, eppure a me pare che quelle condizioni, che mai forse ci furono in passato, necessarie a creare una “forza riformatrice”, per dirla con Ugo La Malfa, si stiano prospettando ora all’orizzonte. Quella “forza riformatrice” socialista, liberale, radicale, laica, progressista, che, a differenza degli altri paesi europei, l’Italia non ha mai avuto.
Le cause sono note. La nostra grande anomalia è dovuta alla presenza di un possente Partito comunista che, rifiutando la civiltà liberale (di cui fa parte a pieno titolo anche il capitalismo) e ponendosi come un’alternativa non solo politica ma di sistema, si era precluso la via del governo del paese. Di qui il bipartitismo imperfetto (Giorgio Galli).
C’è di più, l’assenza di una destra repubblicana forte e la debolezza di una sinistra liberale impedivano l’alternanza e facevano della DC il perno necessario, insostituibile, ma pur tuttavia non sufficiente a governare il paese. Di qui il monopartitismo imperfetto (Marco Pannella).
E’ tra queste tante anomalie (la forza muta di un PCI che congelava milioni di voti, di una DC indispensabile ma non sufficiente) che i tentativi, in particolare quello condotto con grande determinazione e coerenza da Bettino Craxi, per la creazione di una sinistra costituzionalmente compatibile e in grado di porsi come alternativa alla Democrazia Cristiana, sono falliti.
Oggi, dopo il referendum costituzionale del 4 dicembre e se si dovesse scegliere un sistema proporzionale senza premio di maggioranza, non solo ci sarebbe la possibilità di fare un nuovo tentativo, ma le probabilità di riuscita sarebbero maggiori rispetto al passato.
Mi spiego. Il M5S, convito com’è della propria superiore moralità, pur di non infettarsi con gli altri attori di un sistema politico che ritiene marcio e quindi da abbattere, si arroccherà, come il PCI del Berlinguer della “seconda svolta di Salerno”, sul Monte Sinai (per usare le parole critiche che allora adoperò Nilde Iotti), congelando così milioni voti.
Sebbene in proporzioni diverse, lo stesso fenomeno potrebbe verificarsi a destra, dove Lega e Fratelli d’Italia, per le loro posizioni anti-sistema, potrebbero occupare il posto che fu dell’MSI ed essere così esclusi da coalizioni di centro-destra. Cosa che di fatto Berlusconi, prendendo le distanze da Salvini, sta già facendo. Come in passato, dunque, si creerebbero due “poli di esclusi”.
Così Forza Italia e una parte del PD convergerebbero verso il centro, alleandosi in nome di una comune (o presunta tale) tradizione liberale e popolare, aggettivi cari sia a Berlusconi (e Parisi) che a Renzi.
Come negli anni della Prima Repubblica, quindi, la vita politica italiana ruoterebbe intorno a due poli, che mai potrebbero, a differenza di quanto accaduto con i governi di solidarietà nazionale, intendersi. Tuttavia rispetto al passato c’è una differenza sostanziale: questi due poli (M5S e il centro liberale e popolare in fieri) oggi hanno una forza infinitamente minore rispetto a quelli del passato (PCI e DC), non solo e non tanto in termini di voti, ma soprattutto a causa della debolezza della loro offerta politica: da una parte un populismo arruffone, dall’altra un continuo confuso gravitare all’interno di quel paradigma neoliberista che è la causa prima della crisi sociale ed economica.
Ciò apre un campo vasto a sinistra del PD per la formazione di quella forza socialista, liberale, radicale, laica, progressista alla quale in passato non si è riusciti a dar vita.
Di qui la necessità che il PSI si faccia promotore di un dialogo con le altre forze che animano quest’area, da Sinistra Italiana a Possibile, dai Radicali a quanti nel PD non convergeranno verso il centro, con la prospettiva di avviare un processo federativo.
Su quali basi? Credo che il perno su cui incardinare tale processo non possa che essere la Costituzione repubblicana ed in particolare quei diritti sociali, frutto della tradizione socialista (sia di matrice laica che religiosa), necessari a garantire concretamente a tutti le promesse di libertà fatte dalle grandi rivoluzioni liberali del passato, e questo perché: “La libertà – le parole sono di Carlo Rosselli – non accompagnata e sorretta da un minimo di autonomia economica, dall’emancipazione dal morso dei bisogni, non esiste per l’individuo, è un puro fantasma” e là dove non vi sono “uomini liberi non vi è nessuna possibilità di uno Stato libero”.
È per questo che, ora più che mai, è necessario garantire a tutti un’esistenza “libera e dignitosa” (art. 36), senza la paura delle malattie (art. 32 e il diritto alla salute), con la sanità pubblica; senza la paura della fame (art. 38 e il diritto alla vita), con lo strumento del reddito minimo garantito (utilizzato già generosamente in tutti i paesi europei e sconosciuto da noi), necessario tra l’altro a controbilanciare la nuova flessibilità del mercato del lavoro.
Ora più che mai, inoltre, diventa necessario spostare un intero paese, attraverso la scuola pubblica (art. 33 e art. 34) e i finanziamenti pubblici alla ricerca (art. 9), dai settori a basso contenuto tecnologico, fagocitati dalla concorrenza dei paesi in via di sviluppo, ai settori ad alto contenuto tecnologico e di conoscenza, piuttosto che invocare protezionismi e barriere.
Infine, ora più che mai è necessaria una riforma della tassazione in linea con quanto l’articolo 53 della Carta impone, vale a dire un “sistema tributario informato a criteri di progressività”, per avere le risorse finanziarie necessarie e promuovere una maggiore perequazione sociale.
Stato di diritto e Stato sociale. Sanità pubblica e reddito minimo garantito. Tutela dei salari e del lavoro. Scuola pubblica e un nuovo ruolo dello Stato nell’economia, attraverso il finanziamento della ricerca scientifica e dell’innovazione tecnologica. Progressività del sistema tributario e maggiore giustizia sociale. Su questi temi, non mi pare impossibile intessere un dialogo con le altre forze politiche, al fine di creare quel polo socialista, liberale, radicale, laico, progressista, in grado di impedire che il paese s’impantani in uno sterile centrismo e in grado di dare vita a nuovo centro-sinistra, animato dallo stesso spirito di Nenni e Moro, vale a dire riportare all’interno dello Stato liberal-democratico quelle masse, vittime della crisi sociale ed economica, che ora sono ostaggio dei populisti palingetico-rivoluzionari.
È raro che la storia conceda una seconda possibilità. Non sciupiamola.

Nunziante Mastrolia

Si scrive Blair, si legge Thatcher

Ė davvero sconcertante come continuino ad avere credito in Italia (ma non solo: la Germania continua imperterrita per la sua strada, fatta di ortodossia neoliberista, che cambierà solo quanto avrà dolorosamente sbattuto la testa contro un muro, insieme a tutto il continente europeo; per non parlare della povera Inghilterra in preda ormai da decenni di una linea politica – sempre la stessa – che la sta dilaniando) quelle politiche e quelle riforme che sono state la causa prima della crisi. Si sventola la bandiera della rivoluzione liberale senza avere il coraggio di chiamarla con il suo vero nome e cioè rivoluzione liberista, che ovviamente non ha nulla a che fare con Gobetti. Si invita a cena Blair ma si rinnega la Thatcher, ignorando che in realtà si tratta della stessa persona: la mia testa – ha scritto Blair nella sua autobiografia – “pensa in modo conservatore, specialmente riguardo l’economia e la sicurezza”1. E più oltre: “causando un bel po’ di mal di pancia nel partito, confessai di apprezzare alcuni cambiamenti voluti da Margaret Thatcher, sapevo che la credibilità del New Labour si fondava sull’accettare che molto di ciò che la Thatcher aveva fatto negli anni Ottanta era stato inevitabile, una conseguenza del cambiamento sociale ed economico più che dell’ideologia”2. E ancora: “per quanto grande fosse stato l’effetto delle riforme thatcheriane degli anni Ottanta sul fronte privato, il settore pubblico che ereditammo era in gran parte non riformato e (…) intendevamo riformarlo”3. In effetti è questo che i governi laburisti di Blair fanno, preservare le riforme dei precedenti governi conservatori ed estendere la logica delle riforme della Thatcher al settore pubblico, scuola, sanità, assistenza sociale: è le mercatizzazione dei servizi pubblici.

Il risultato? Una “broken society” dove a partire dagli anni Ottanta la ricchezza nazionale è raddoppiata, ma è più che raddoppiato il numero dei cittadini che vivono al di sotto della soglia di povertà: passando dal 14 al 33%; dove 5,5 milioni di persone non hanno di che vestirsi; dove 2,5 milioni di bambini vivono in case umide; dove 1,5 milioni di bambini vivono in famiglie che non hanno i soldi per riscaldare le loro case4; dove il cinque per mille dei bambini non raggiungerà mai i cinque anni di età5, il che significa che in Inghilterra muoiono ogni anno 2000 bambini in più rispetto alla Svezia6: un primato tra le nazioni occidentali che il Regno Unito si contende con Malta7.

La causa? Il Royal College of Paediatrics and Child Health non ha dubbi: “Il gap crescente tra i ricchi e poveri e la mancanza di politiche sanitarie mirate per ridurre la mortalità infantile”. Ingrid Wolfe, tra gli autori del rapporto Why Children Die, è ancora più netta: “Le disuguaglianze sociali ed economiche sono una questione di vita o di morte per i bambini. I paesi che spendono di più per la protezione sociale hanno tassi di mortalità infantile più bassi (…) L’uguaglianza salva le vite. La protezione sociale è un farmaco salvavita per la popolazione”.

Perchè dunque perseverare nel voler applicare politiche vecchie e fallimentari, che i nostri padri costituenti avevano già rigettato? Perchè continuare a farsi del male? Perchè incaponirsi nel voler iniettare del veleno in vena a chi è stato morso da un serpente ad una gamba? Serve l’antidoto, non il veleno.

Nunziante Mastrolia
dal blog della Fondazione Nenni