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Nunzio Dell'Erba

Severgnini, Montanelli e la Storia d’Italia

Beppe_SevergniniSul «Corriere della Sera» del 12 aprile, Beppe Severgnini presenta l’opera storica che Indro Montanelli pubblicò dal 1957 al 1985. Essa viene riproposta in sedici volumi e copre 2.500 anni di storia dall’Italia medievale «dei secoli bui» sino alle elezioni del 18 aprile 1948. Un piano caratterizzato dalla ricostruzione di eventi e dalla proposta di riflessioni che investono un processo storico di lungo periodo e sottendono il cosiddetto «metodo Montanelli» con la creazione di un’«opera monumentale di un genio del racconto».
Severgnini riconduce la gestazione dell’opera ad «un vago mistero» che tenta di spiegare con il ricorso alla sua «impressione» di giovane giornalista e con il conforto di Iside Frigerio, «custode della serenità del direttore», a cui tributa enfatici elogi di «cormorano-narratore», come si legge nel titolo del suo articolo. Un «vago mistero» che è chiarito in modo contraddittorio dal giornalista, laddove – sulla scia della voce «Storia d’Italia (Montanelli)» reperibile su Internet – fornisce la chiave per comprendere l’opera storica di Montanelli. Egli attinge e condivide che senza l’ausilio di Roberto Gervasi e poi di Mario Cervi lo scrittore toscano non avrebbe potuto dar sfogo alle «sue inconfondibili impronte, stilistiche e caratteriali».
Sulla base di osservazioni poco equilibrate e ispirate da eccessivi elogi, bisogna sottolineare che stile e carattere – seppure uniti ad un vivido amore per la storia – non possono dar vita a un’opera storica in grado di «formare e informare» i cittadini e permettere loro di capire «i disastri» dell’Italia odierna. Quella lode generosa, attribuita a Montanelli di possedere una «capacità di usare lo stile per volare sopra le cose» che lo rendono simile a un raro «narratore-cormorano», è il risultato di considerazioni personali dotate di scarsa conoscenza culturale degli eventi storici. Un motivo ripreso anche da Luigi Offeddu che in modo erroneo parla di «un modello proposto da Dino Buzzati e tradotto da Montanelli in un nuovo stile» (cfr. «Corriere della Sera», 16 aprile 2018, p. 31), che per il giornalista consiste nel linguaggio semplice, nella presentazione dei personaggi priva di ogni retorica e non aliena dalle loro debolezze (cose vere in parte).
L’articolo di Beppe Severgnini può essere considerato la più vivida testimonianza di quella mentalità «corporativa» che due suoi colleghi, Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, hanno sottoposto ad aspre critiche nel loro libro La Casta (2007), però solo in riferimento alla classe politica. Per l’insigne giornalista, direttore dell’inserto settimanale «Corriere della Sera 7» e assiduo frequentatore del programma «Otto e Mezzo» di Lilli Gruber, Montanelli ha inaugurato un «metodo storico» che ha conquistato «un pubblico vastissimo», senza riscuotere la simpatia degli «storici di professione». La conclusione di Severgnini va nella direzione opposta a quella del giornalista obiettivo, consapevole dei principi elementari del lavoro compiuto dallo storico che studia, si documenta e cita la fonte da cui attinge le notizie.
Nulla di tutto ciò si ravvisa nell’indagine storica di Montanelli, che considera inutile la citazione del libro, del saggio o dell’articolo consultato, senza parlare delle fonti dirette come diari, memorie o carteggi. Un criterio «empio» di «fare storia», molto presente nel mondo giornalistico e diffuso anche in alcuni ambienti accademici: un criterio che nuoce gravemente al progresso e alla serietà degli studi storici. L’opera di Montanelli comincia con la pubblicazione della Storia di Roma, che apparve a puntate sulla «Domenica del Corriere», per essere poi pubblicata in volume (Longanesi, Milano 1957). L’invito gli fu rivolto dal vice direttore del «Corriere» Dino Buzzati, che lo incoraggiò due anni dopo a proseguire la sua opera con la Storia dei Greci (Rizzoli, Milano 1959).
Riguardo alla Storia di Roma, Sandro Gerbi – autore di alcuni saggi biografici su Montanelli – elenca una serie di giudizi meritevoli di essere ripresi e approfonditi. Egli ricorda quello di Roberto Contini, per il quale il suo racconto storico risulta «un po’ opaco, appesantito da confronti non indispensabili, scarso di coloritura e di accenti», mentre Bruno Maffi avanza forti riserve sulla «filosofia» di Montanelli, largamente improntata ad una «visione scettica, disincantata, della vita e della storia […] col risultato che tutto si appiana e si spiana, tutto è grigio ed uniforme, proprio dello stile semplificatorio del giornalismo corrente». Un giudizio, quello di Maffi, che può essere esteso ai giornalisti come Severgnini, che «non si preoccupa di approfondire e giustifica questo mancato sforzo con i dettami della saggezza millenaria». La conclusione di Maffi è chiara: «Che il metodo [di Montanelli] aiuti a capire la storia, sia pur semplificandola, lo nego; potrà aiutare la cultura generale come l’aiuta … Lascia o raddoppia. Per me, il tentativo di Montanelli è squallido, falsamente geniale e banalmente umoristico».
Nel rovesciamento di questo giudizio sull’opera storica di Montanelli, Severgnini adultera la realtà e la pone al servizio del suo editore. Alcuni esempi valgono forse a chiarire l’inconsistenza del cosiddetto «metodo Montanelli»: il volume su L’Italia di Giolitti (1900-1920), edito per la prima volta nel 1974, attinge abbondantemente dal libro L’Italia dal liberalismo al fascismo 1870-1925 (Roma-Bari 1973 vol. I) di Christopher Seton-Watson, per cui diventa difficile (ma non impossibile) stabilire che cosa sia dello storico inglese e che cosa del giornalista toscano. Medesimo discorso vale per il volume L’Italia della disfatta, almeno per la parte relativa al 25 luglio del 1943 e alla caduta del fascismo, che fa largo uso della ricostruzione storica reperibile nel volume 25 luglio crollo di un regime (Milano 1963) di Gianfranco Bianchi.
Severgnini cita il volume L’Italia di Giolitti, ma non sa che esso è superato dagli studi storici apparsi negli ultimi decenni, oltre ad essere inficiato da strafalcioni storici. Il caso di Gaetano Bresci, uccisore il 29 luglio 1900 di Umberto I, è un esempio eclatante per comprendere come la narrazione storica di Montanelli sia superata dai recenti studi volti a sottolineare il legame tra l’ex regina Maria Sofia e gli anarchici. Bresci lascia Paterson e viene in Italia per uccidere il sovrano per motivi pecuniari: eppure la via era stata indicata da Benedetto Croce nel suo articolo Gli ultimi Borbonici («La Stampa, 2 giugno 1926, poi in Id., Uomini e cose della vecchia Italia, Bari 1927, p. 406») quando aveva denunciato il legame perverso tra la regina borbonica e l’anarchico Errico Malatesta: una tesi sviluppata e documentata da Enrico Tuccinardi e Salvatore Mazzariello nel volume Architettura di una chimera. Rivoluzioni e complotti in una lettera dell’anarchico Malatesta reinterpretata alla luce di inediti documenti d’archivio (Mantova 2014).
Nella miriade di notizie sull’«età giolittiana», il giornalista toscano confonde il periodico L’Era nuova (13 giugno 1908-19 ottobre 1917) con la casa editrice omonima, ignora il dibattito tra anarchici individualisti e organizzatori (parla di «tal Ciancabilla»), confonde l’anarco-sindacalismo con il sindacalismo rivoluzionario e non comprende l’arringa difensiva di Francesco Saverio Merlino durante il processo a Bresci. Addirittura considera Napoleone Colajanni «socialista», quando il direttore della «Rivista Popolare di Politica, Lettere e Scienze Sociali» era un repubblicano, fervente seguace di Giuseppe Mazzini.
Nelle pagine dedicate al Partito socialista, Montanelli dimostra livore e confusione, riportando notizie tratte dal testo di Seton-Watson, che attribuisce impropriamente il famoso brano di Filippo Turati alla polemica con Enrico Ferri. Esso apparve invece sulla «Critica Sociale» (1° gennaio 1900) con il titolo Dichiarazioni necessarie: rivoluzionari od opportunisti? ed è diretto più agli anarchici che al socialista mantovano. Il brano, là dove Turati dice: «Verrà giorno che i fiocchi di neve formeranno valanga. Aumentare queste forze latenti, lavorandovi ogni giorno, è fare opera quotidiana di rivoluzione, assai più che sbraitare su pei tetti la immancabile rivoluzione, che non si decide a scoppiare», è scopiazzato da Montanelli per commentare la figura di Enrico Ferri (cfr. C. Seton-Watson, L’Italia dal liberalismo al fascismo, vol. I, cit., p. 309 e I. Montanelli, Storia d’Italia 1861-1919, vol. 6, Corriere della Sera, Varese 2003, p. 352).
Da Filippo Turati ad Enrico Ferri fino a Pietro Nenni si ha un susseguirsi di giudizi validi sul piano cronachistico e meno su quello storico, ma certamente non rispondenti ai giudizi di Severgnini o di Luciano Fontana. Il primo dice che Montanelli lascia un ritratto «formidabile» di Nenni, ma non specifica le sue caratteristiche fondamentali; mentre il secondo – nella scialba introduzione al volume L’Italia della Repubblica (2 giugno 1946 – 18 aprile 1948) pubblicata sul «Corriere» del 16 aprile – sottolinea l’«irruenza» di Nenni e all’asserzione impropria, secondo cui la vittoria della Democrazia Cristiana avrebbe «spazzato via dalla scelta degli italiani» il dibattito politico tra i vari partiti presenti sulla scena politica. Negli articoli di Montanelli, ignorati dal direttore del «Corriere della Sera», non si ritrova un simile giudizio, come si ricava anche dalle annotazioni di Nenni nei suoi Diari compresi tra il 1957 e il 1971(vol. II, pp. 27, 145, 552; vol. III, pp. 82, 185, 351, 607).
Le elezioni del 18 aprile 1948 e la sconfitta del Fronte popolare non lasciarono «affranto» Pietro Nenni (come sostiene Severgnini) o in preda all’«amarezza» (come dice Fontana) nel citare il medesimo brano sulla distanza dei socialisti dal Paese reale, ma indussero il leader romagnolo ad imboccare le «vie maestre del socialismo» nella lotta contro la maggioranza «clerico-moderata», in difesa dei valori laici dello Stato, di una critica costruttiva del piano Marshall, di una ripresa della lotta sindacale e di organi come i comitati di gestione, comitati per la lotta della terra e della Lega dei Comuni («Avanti!», 23 maggio 1948, ma si veda anche Meditazioni su una battaglia perduta, ivi, 1° maggio 1948).

Mieli e il libro “25 luglio 1943” di Emilio Gentile

paolo mieliSul «Corriere della Sera» del 9 aprile, Paolo Mieli preannuncia l’uscita del libro 25 luglio 1943 (Laterza, Roma-Bari 2018, pp. 288), dedicato alla caduta del regime fascista. Un crollo che per l’autore, Emilio Gentile, era dipesa dai «progetti dei militari contro Mussolini, predisposti dalle decisioni del Gran Consiglio». In attesa di leggere il volume, in libreria dal 12 aprile, bisogna sottolineare lo strano modo adottato da Mieli per presentarlo ai lettori del «Corriere» con il titolo reboante «Le vanterie di Dino Grandi. Il gerarca fascista esagerò il ruolo che aveva avuto nel far cadere il Duce». Piuttosto che esporre e commentare il ruolo dei «vertici militari i generali Vito (recte: Vittorio) Ambrosio, Giuseppe Castellano e il capo della polizia Senise» che con la complicità del re predisposero «i piani per un colpo di Stato», Mieli discute solo le mene condotte da Dino Grandi (1895-1988) nella caduta del regime mussoliniano.
Nell’incipit dell’articolo Mieli riporta le parole che Pietro Badoglio rivolse il 18 ottobre 1943 agli ufficiali italiani, per la maggior parte riuniti nei «campi di riordinamento» istituiti dallo stato maggiore dell’esercito. Quelle parole, contenute nel noto discorso di Agro San Giorgio Jonico dalla località in cui sarebbe stato tenuto, sono citate malamente da Mieli, a cui sfugge la parte più interessante, quella relativa all’aspra critica rivolta a Mussolini. Più volte Badoglio definisce il dittatore fascista un «furfante» e un «brigante» che ha coperto le ruberie più spudorate dell’Azienda Generale Italiana Petroli (AGIP) con «novanta milioni di deficit»; della Gioventù del Littorio che «costava allo Stato più di un miliardo e mezzo»; del «dopolavoro» con «un altro miliardo e mezzo di passivo per lo Stato»; del ministero della Cultura popolare «che finanziava un numero incalcolabile di signore romane, con stipendi di cinque, otto, dieci mila lire» e di altri dispendiosi ministeri privi di ogni contabilità.
Così l’opinionista del «Corriere» si dilunga sulla riunione del Gran Consiglio del 24-25 luglio, riportando alcune notizie sull’organo supremo del regime fascista, sulla sua istituzione informale dell’11 gennaio 1923 e sulle 186 riunione convocate «nei suoi vent’anni di vita», senza aggiungere nulla di nuovo a quello reperibile su Internet. Nella sua lettura superficiale e frettolosa Mieli commette un errore storico, inserendo anche la riunione del 15 dicembre 1922, per cui le 186 ricordate e tratte dal sito sono di un numero inferiore. La riunione del Gran Consiglio durò quasi dieci ore e mise in minoranza (19 voti contro 7) il duce, approvando – come scrive Nenni nei suoi Diari – «un ordine del giorno Grandi che suonava sconfessione della sua direzione della guerra e invito a al sovrano a provvedere a norme della Costituzione» ” (cfr. P. Nenni, Tempo di guerra fredda. Diari 1943-1956, SugarCo, Milano 1981, p. 25).
Sulla base dell’annotazione di Nenni, secondo cui era implicita la richiesta al sovrano e ai ministri di restituire i poteri previsti dallo Statuto, l’interrogativo di Emilio Gentile ripreso da Mieli risulta fuorviante nella spiegazione della riunione del Gran Consiglio: “Se Mussolini considerava l’ordine del giorno Grandi, da lui conosciuto poco prima della riunione, «un atto inammissibile e vile» (come «sembra» che lo avesse definito lui stesso), perché si chiede Gentile, «accettò che venisse discusso in Gran Consiglio e di chiedere su di esso la votazione, anche se non era obbligato a fare né l’una né l’altra cosa, dal momento che solo al capo del governo, presidente di diritto del Gran Consiglio, spettava di fissare l’ordine del giorno delle sedute?». Strano che un giornalista così acuto come Mieli accolga questo interrogativo, senza formulare una critica e senza chiedersi il motivo per cui Mussolini decise di convocare il Gran Consiglio: la spiegazione più attendibile può essere quella che egli si considerava ancora in grado di dominare la riunione e che mai avrebbe creduto ad una approvazione così larga dell’ordine del giorno Grandi.
Su questo aspetto sembra che Mussolini sia stato convinto da Hitler nel suo incontro di Feltre (19 luglio ’43) non tanto «per chiedere aiuto contro gli invasori», come sostiene con ingenuità Mieli, ma per conoscere la sua opinione sulla convocazione del Gran Consiglio. Il Führer consigliò di convocare la riunione, che fu indetta da Mussolini per dimostrargli di essere ancora il «conducator» dell’Italia. Il comunicato del suo incontro fu coperto da notizie brevi e prive di significato in quell’ora drammatica per Roma, bombardata quel giorno da aerei inglesi dopo che erano stati lanciati volantini di sprono alla ribellione contro Mussolini e Hitler.
Nella successione degli eventi, accertati e riportati da Mieli, è taciuto l’importante aspetto che riguarda la concessione del Collare dell’Annunziata a Dino Grandi. Il 25 marzo 1943, quattro mesi prima della riunione del Gran Consiglio, il re gli concesse infatti l’insigne onorificenza con grave disappunto di Mussolini, che per l’occasione fece inviare ai giornali l’ordine di dare la notizia «senza eccessivo rilievo». L’onorificenza fu proposta da Luigi Federzoni (1878-1967), amico di Grandi e già «Collare dell’Annunziata» dal 1932, che ricevette alcuni anni prima l’annuncio positivo da Pietro Acquarone, Aiutante di campo del sovrano.
L’episodio, peraltro rilevante per comprendere il ruolo di Grandi, fu considerato l’anno successivo da Mussolini un «elemento della congiura», ma era chiara la finzione dell’ex dittatore, volto a giustificare il suo operato e le sue responsabilità di fronte alla guerra. Mussolini aveva ritardato la concessione del Collare a Grandi, proponendo al sovrano di assegnarla a Giacomo Suardo (1883-1947, presidente del senato e più anziano di lui. Una versione diversa venne data da Grandi, che fornì una spiegazione personale riconducibile solo ai suoi meriti diplomatici e politici. Il 21 luglio 1943 Grandi ebbe un incontro con Federzoni, che accolse la sua conclusione delle dimissioni di Mussolini, per poi sottoporla a Giuseppe Bottai, a Umberto Albini e a Giuseppe Bastianini, tre membri influenti del Gran Consiglio.
Dalle carte di Federzoni, che riguardano la riunione del Gran Consiglio, possono venire spiegazioni sui legami amicali con Grandi e sui vari interventi dei protagonisti nella riunione del Gran Consiglio; ma essi devono essere letti alla luce di altre testimonianze, delle quali quella di Grandi assume un significato particolare per il suo ruolo rilevante. Sul piano storico Grandi fece durante la riunione una «requisitoria nel Gran Consiglio contro la dittatura» di Mussolini, che – come ricordò poi – «ha ascoltato, 48 ore fa, tutto ed esattamente quanto sto per dire … egli tacque e non mi smentì. Lo avrebbe fatto se avessi potuto smentirmi. Egli conosceva il mio ordine del giorno perché il segretario del Partito glielo aveva comunicato». Il noto ordine del giorno provocò la caduta del duce, al termine di una drammatica seduta in cui – come giustamente afferma Paolo Nello – «si dimostrarono decisive l’energia e la risolutezza dello stesso Grandi», ma anche l’inefficacia della linea filotedesca del suo rivale politico. Esagerato o meno il ruolo del gerarca fascista, esso fu decisivo per la caduta di Mussolini almeno per la presentazione di un ordine del giorno, con cui si richiedeva «la restituzione al re dei sui poteri politici e militari» e la formazione di un nuovo governo affidato a Pietro Badoglio.

Nunzio Dell’Erba

Aldo Cazzullo e l’oblio sul Risorgimento nel Sud

bersaglieri-1-e1477292209333Aldo Cazzullo è un giornalista con la passione storica, a cui non sempre unisce giudizi personali ed equilibrati nel racconto dei fatti narrati. Sul «Corriere della Sera» del 7 aprile pubblica un commento ad una lettera del lettore Carlo Saffioti che lamenta il tentativo di «delegittimare lo stato nazionale unitario». Così il giornalista interviene sul contributo che i Calabresi diedero al Risorgimento e all’Unità d’Italia con un titolo erroneo ed estraneo al suo abituale discorso («Il Risorgimento del Sud condannato all’oblio») nonché con riflessioni tratte dagli articoli di Anna Foti e da Vito Teti. La questione sollevata dal lettore riguardava invece «la falsa interpretazione del Risorgimento» e la «violenta occupazione piemontese che comportò un genocidio del popolo meridionale».
Al di là della mancata risposta a Saffioti, il titolo dell’articolo dimostra una vaga conoscenza delle argomentazioni addotte, già oggetto del ponderoso volume I democratici e l’iniziativa meridionale nel Risorgimento (Feltrinelli, Milano 1962, pp. 809) di Giuseppe Berti. Ma sull’episodio dei cinque martiri calabresi, ricordato da Cazzullo, esistono il libro di Antonio Bonafede (Sugli avvenimenti dei fratelli Bandiera e di Michele Bello negli anni 1846 e 1847, Napoli 1848) ristampato nel 1894 e nel 1986 con l’introduzione di Antonio Iofrida; l’altro intitolato I moti rivoluzionari in Calabria nel 1847 (Locri 1947) di Antonio Oppedisano, ristampato nel 2008, oltre agli articoli ricordati e utilizzati con molta superficialità dal giornalista albese.
Dall’articolo di Anna Foti (I cinque martiri di Gerace ed il Risorgimento scritto in Calabria, in «strill.it, 16 ottobre 2013»), l’autore trae l’età dei cinque patrioti e la loro esecuzione con la notizia attinta pari pari sui «loro corpi (che) furono gettati nella fossa comune denominata “la lupa”». L’episodio, che non riceve una collocazione storica precisa nell’articolo di Cazzullo, avvenne il 2 ottobre 1847 con la fucilazione di Michele Bello (Siderno, 5 dicembre 1822), di Pietro Mazzoni (Roccella Jonica, 21 febbraio 1819), di Gaetano Ruffo (Ardore, 15 novembre 1822), di Domenico Salvadori (Bianco 24 dicembre 1822) e di Rocco Verduci (Caraffa del Bianco, 1° agosto 1824).
Dall’articolo (Il Risorgimento meridionale e tutti quelli che lo tradirono, “Corriere della Sera”, 5 ottobre 2010) di Vito Teti, l’articolista riprende la notizia relativa alla composizione sociale dei sostenitori dell’Italia unita, laddove scrive che «Giovani ufficiali, medici, avvocati, uomini di Chiesa, appartenenti a quella borghesia in ascesa sconfitta dai Borboni, entrano in contatto con le idee mazziniane e con quanti parlano di un’Italia unita, e diventano protagonisti di moti (1829, 1837, 1844) che anticipano quelli che si sarebbero verificati nel resto d’Italia soltanto più tardi». La ricostruzione «campanilistica» dell’antropologo calabrese e la ripresa delle sue considerazioni storiche fanno credere al giornalista albese che in Calabria vi fu un’anticipazione del moto risorgimentale, senza tenere presente che il pensiero unitario è diffuso in molte parti d’Italia con più ampiezza e che i promotori della repressa insurrezione calabrese acquisirono il loro pensiero d’indipendenza nazionale a Napoli grazie all’ambiente culturale più maturo della città partenopea. Persino il titolo è ripreso dall’articolo di Teti, che parla dell’oblio dei martiri calabresi «come conseguenza del “tradimento” del Risorgimento meridionale». Una visione storica che ha storpiato i valori del Risorgimento ed ha alimentato le polemiche sterili sull’Unità d’Italia.

Galli della Loggia, visione italo-centrica del Caso Moro

21-con-moro-de-martino-e-lombardiIl «Corriere della Sera» del 31 marzo ritorna sul libro Un atomo di verità. Aldo Moro e la fine della politica in Italia (Feltrinelli, Milano 2018) di Marco Damilano con un articolo di Ernesto Galli della Loggia. Esso segue quello già scritto da Aldo Cazzullo e pubblicato il 16 marzo sullo stesso quotidiano, che mai è ritornato per la seconda volta sul medesimo libro. Così, dopo la scialba presentazione di Cazzullo, segue quella e «italo-centrica» e agiografica di Galli della Loggia, il quale si lancia in una lode sperticata del libro «letterariamente molto bello», scritto «con una finezza culturale e una cautela intellettuale che ne fanno, nel genere, un testo esemplare», così «profondo e a tratti commovente nel suo carattere singolare che combina la rievocazione storica con una sorta di pellegrinaggio politico-sentimentale attraverso luoghi e memorie della Repubblica».
Al di là di questa mole eccessiva di elogi, non sempre rispondenti alla materia analizzata e presentata nel libro, sembra strano che un giornale come il «Corriere» pubblichi un articolo così superficiale, pieno di stravaganze storiche, di elogi non sempre meritati e di giudizi di valori così espliciti che offendono «l’uso pubblico della storia» a scapito di una seria analisi posta al servizio della verità storica. Il collaboratore del giornale milanese, come storico, dovrebbe conoscere l’aspetto peculiare della ricerca storica: un testo per essere definito «esemplare» deve contenere precise indicazioni sul piano bibliografico, documentale e archivistico. Specialmente su una vicenda intricata e così complessa, come quella relativa al sequestro e all’omicidio di Aldo Moro, l’uno avvenuto il 16 marzo e l’altro il 9 maggio 1978.
L’interrogativo iniziale: «Che cosa sarebbe successo se il presidente della Dc non fosse stato rapito? », non ha alcun significato sul piano politico, perché la funzione principale di uno storico è quella di volgere lo sguardo al passato e non proporre riflessioni sul futuro. Il titolo dell’articolo «Inutile rimpiangere il disegno di Moro Non aveva un futuro. Si affidava ai partiti che erano in declino» non rispecchia la realtà del tempo, perché al momento del sequestro Moro il quadro politico era ancora fluttuante e non prevedeva particolari novità. Dice Galli della Loggia: «Moro cioè sarebbe stato vittima dell’ostilità suscitata in chi, specie a livello internazionale, considerava inaccettabile la sua repentina svolta a sinistra dopo la débâcle elettorale subita nel 1968 dal governo che egli aveva presieduto nei cinque anni precedenti».
La tesi di una «repentina svolta a sinistra», che Galli della Loggia attribuisce a Moro, è erronea, perché essa «si svolge per gradi, attraverso accelerazioni e pause», come viene enunciato da Pietro Scoppola nel suo libro La repubblica dei partiti (1991, p. 336). Il disegno di Moro fu dettato da un calcolo politico di «lunga durata» che venne formulato prima nei confronti dei socialisti e poi dei comunisti. La sua efficacia fu quella di riuscire a portare il partito della Dc alla scelta del centro-sinistra e di spostare l’episcopato italiano da posizioni conservatrici a quelle progressiste: sul superamento delle resistenze episcopali esiste un accurato studio di Augusto D’Angelo che, nel suo libro Moro, i vescovi e l’apertura a sinistra (Roma 2005), analizza il suo controverso rapporto con l’episcopato, giungendo – sulla base di un questionario preparato da Moro e diffuso tra gli ecclesiastici – alla conclusione che essi espressero un’opinione favorevole alla sua scelta di un incontro con i socialisti.
Un’attenta lettura del libro di Scoppola, citato nell’articolo da Galli della Loggia in un passaggio nebuloso, avrebbe convinto il giornalista romano a riflessioni più pacate anche sul libro di Damilano, il cui genere non si pone in un àmbito storico attendibile per l’assenza di note e di riferimenti bibliografici. Il libro può essere annoverato tra i romanzi di ispirazione storica, seppure caratterizzato da un uso disordinato delle fonti. Scoppola da vero storico cita e giustifica le sue asserzioni, mediante un excursus storico lineare e documentato. Nell’esporre i rapporti tra Moro e Nenni, egli – ad esempio – segue l’evoluzione del Psi, commenta il distacco dai comunisti e dimostra di conoscere il dibattito svoltosi nel congresso socialista del marzo 1961: cita il volume delle Edizioni Avanti! intitolato Partito socialista Italiano, 34° Congresso Nazionale, Milano, 12 – 20 marzo 1961. E, in modo preciso, ricorda la posizione di Nenni, laddove questi precisa il legame necessario tra spinte propulsive ai principi democratici e valori del socialismo, prendendo le distanze dai comunisti: «una politica democratica diversa anche da quella comunista, perché non strumentale; valida quando i socialisti sono all’opposizione e quando saranno alla direzione della società e dello Stato; non gravata da ipoteche di egemonie e dittature di partito; fondata sui diritti di libertà che noi consideriamo una acquisizione permanente della civiltà» (p. 41).
Sul piano della politica interna, Nenni realizzò il passaggio del Psi dall’opposizione alla compagine governativa, riconoscendo al leader democristiano la lealtà del suo disegno politico e favorendo l’incontro dei socialisti con i cattolici. Nel suo diario annota il suo pensiero su Moro, definito un «uomo onesto», che «tiene e terrà il suo impegno di farsi autorizzare a una soluzione di centrosinistra» (cfr. P. Nenni, Gli anni del Centro sinistra. Diari 1957-1966, SugarCo, Milano 1982, p. 204). Perché Galli della Loggia imposta la presentazione del libro del direttore dell’«Espresso» solo sui rapporti tra Moro e i comunisti, unico sodalizio politico in grado di «assicurare al Paese la crescita economica, lo sviluppo sociale e la necessaria maturazione democratica che di per sé il partito cattolico non era più in grado di assicurare».
Ancora una volta Galli della Loggia dimostra di ignorare la letteratura storica sul Caso Moro e di conoscere poco il pensiero politico dello statista pugliese, le cui riflessioni devono essere valutate alla luce della sua attività politica e della svolta a destra dei primi anni Settanta fino al referendum sul divorzio. Le questioni della storia politica di Moro non si esauriscono nelle «enigmatiche e tragiche correlazioni» presenti nella Prima Repubblica, ma affondano le loro radici nell’impalcatura ideologizzante alimentata dal Pci, nel fenomeno della destra eversiva legata alla P2, negli intrecci malavitosi delle Brigate rosse e nell’intervento di poteri esterni.
Il tentativo di colpire al cuore lo Stato da parte delle Brigate rosse fu dettato dall’inefficienza con cui venne gestita la scorta di Moro che, pur essendo lo statista più lungimirante della Dc, era il più vulnerabile dei membri della classe dirigente: la sua auto non era neppure blindata. Prima di quel tragico 16 marzo 1978, giorno del sequestro dello statista pugliese, non si può parlare della «inanità del disegno Moro», perché esso non può essere ridotto all’avvicinamento della Dc al Pci e alla «crescente ondata avversa» verso il sistema della «partitocrazia», come sembra ritenere Galli della Loggia. Questi ripete tesi ormai superate dalla letteratura storico su Moro, fautore sì del rinnovamento politico dell’Italia, la cui minaccia alla «struttura» del Paese (che cosa vuol dire?) imputabile alla «fragilità» e «passionalità» più volte ricordata spiega solo un aspetto del percorso politico di Moro, invischiato in altre mille questioni utili ad essere analizzate.
Le questioni sono più complesse e vanno da quelle espresse a suo tempo nel libro anonimo I giorni del diluvio (Rusconi, Milano 1985, poi con nome, Aragno, Torino 2007) da Franco Mazzola fino agli studi più recenti di Giovanni Fasanella e di Simona Zecchi. Mazzola, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega ai Servizi, inquadrò il Caso Moro in un perverso «intreccio tra brigatisti, servizi segreti stranieri, logge massoniche, interessi petroliferi». Fasanella, autore di altri saggi sui segreti di Stato, lo analizza nella sua complessità in un recente volume intitolato Il puzzle Moro (chiarelettere, Milano 2018, pp. 359) con nuove testimonianze e documenti inglesi e americani desecretati, mentre Zecchi lo inquadra nell’àmbito dell’intreccio tra criminalità organizzata e brigatismo rosso in un interessante volume intitolato La criminalità servente nel Caso Moro (La nave di Teseo, Milano 2018, pp. 294).

De Amicis. Alla ricerca delle fonti di un romanzo

de amicis

Conferenziere, giornalista e consigliere comunale di Torino per alcuni anni (1891-94), Edmondo De Amicis rimane uno scrittore controverso quanto prolifico nello scenario letterario dell’Italia “umbertina”. Sebbene sia nato ad Oneglia il 21 ottobre 1846, egli visse a Cuneo e poi a Torino, dove frequentò il collegio Candellero per essere avviato alla scuola militare di Modena. Ammesso nell’Accademia modenese e uscito con il grado di sottotenente di fanteria, partecipò alla Terza guerra di indipendenza e all’assistenza dei malati di colera in Sicilia. Quelle esperienze permisero al giovane De Amicis di pubblicare alcuni bozzetti di Vita militare, editi in un omonimo volume (1869), ora commentato con acribia linguistico-editoriale da Michela Dota (Milano 2017, pp. 351).

L’opera, che fu il preludio di un’intensa attività pubblicistica svolta sulle colonne della Gazzetta d’Italia e della Nuova Antologia, aprì a De Amicis le porte di “inviato speciale” dell’Illustrazione italiana: soggiornò così in diversi Paesi europei (Spagna, Olanda, Francia, Inghilterra) e scrisse lunghi reportages, poi ampliati e pubblicati in volume tra il 1873 e il 1878. Abbandonata la carriera militare, egli si stabilì a Torino dove acquisì larga notorietà negli ambienti letterari della città subalpina, senza assurgere a fama nazionale. Solo con Cuore, uscito il 17 ottobre 1886, ottenne un grande successo grazie alla distribuzione oculata dell’editore Treves. Il 4 dicembre dello stesso anno confidò al letterato francese Clair-Edmond Cottinet, suo corrispondente dal 1879 al 1893, che il libro gli dette “una rara gioia” per la vendita strepitosa e per il successo letterario che “questa volta, è anche un successo finanziario”. In pochi mesi il romanzo divenne un bestseller mondiale con quaranta edizioni e decine di traduzioni in diverse lingue straniere.

La Torino dei primi anni Ottanta, come è raffigurata nel romanzo, è diversa da quella che emerge dalle cronache cittadine dell’epoca. La città conta 250 mila abitanti, dei quali 30 mila vivono in soffitte fatiscenti, molte adibite anche a laboratorio per le loro attività artigianali. Il racconto di Enrico, l’io narrante del romanzo, non trova una corrispondenza nella vita quotidiana della città, che presenta situazioni molto diffuse di indigenza con fanciulle dedite alla prostituzione, bordelli clandestini, elevato numero di suicidi e di giovani ragazze rinchiuse nei sifilocomi: una realtà dolorosa che non poteva trovare ospitalità in un libro scritto per i ragazzi.

Nei centotrentadue anni che ci separano dalla prima edizione, poco rilievo è stato dato al debito culturale che De Amicis contrasse verso il libro Enrichetto ossia il galateo del fanciullo “proposto dal professore Costantino Rodella” e pubblicato nel 1871 e nel 1874 dall’editore Paravia. Grazie a quest’operetta l’autore vinse un pubblico concorso promosso dal Municipio di Torino, che lo premiò con una medaglia d’oro per la passione pedagogica con cui “sparse ne’ cuori della gioventù semi di urbanità e di rettitudine”. Il protagonista di nome Enrichetto esordì quindici anni prima di Enrico Bottini, il personaggio centrale del romanzo Cuore, che rivelò una eguale “torinesità” e una diversità di carattere, forse per differenziarsi nei tratti fisionomici.

In altre parti del romanzo De Amicis riprese scene e temi, già espressi da Rodella in Enrichetto con “l’andata a scuola” (p. 21) che è all’origine del brano “I parenti dei ragazzi” (6 marzo) oppure con il capitolo intitolato “La Scuola” (pp. 25-26) che anticipa le sue notazioni sul primo giorno scolastico (17 ottobre). Nel medesimo capitolo Rodella offre ragguardevoli spunti per la stesura dei brani “Il carbonaio e il signore” (7 novembre), “Superbia” (11 febbraio) o “Gli amici operai” (20 aprile). L’episodio su “Il ragazzo calabrese” (22 ottobre) sembra tratto invece dal saggio che Roberto Sacchetti pubblicò nell’opera collettanea su Torino (1880, pp. 189-190), laddove racconta dell’arrivo di uno scolaro nella IV elementare da lui frequentata nelle vicinanze di via Po: “aveva poi de’ modi curiosi, d’una umiltà ruvida e una pronunzia calabrese tanto schietta che non potevamo sentirlo senza ridere” (p. 190). Se Sacchetti considerò i suoi compagni di classe affetti da “una logica superficiale, piccina e malignuzza”, De Amicis colse invece negli alunni torinesi una gioia nell’accogliere il loro compagno calabrese, a cui regalarono “penne, una stampa e un francobollo di Svezia”.

Come ha notato più volte Giorgio De Rienzo in diversi saggi ed ha confermato Luciano Tamburini nell’introduzione all’edizione einaudiana di Cuore (2001), il debito culturale verso Rodella o Sacchetti è palese, ma non si si tratta di plagio o di “ricalco”, ma di semplice fonte di ispirazione, a cui De Amicis si rivolse per trasformare una “materia grezza” in un classico della letteratura per l’infanzia.

Nunzio Dell’Erba

“Un atomo di verità”. Aldo Cazzullo, Marco Damilano e il Caso Moro

aldo moro

Sul «Corriere della Sera» del 22 marzo è uscito un articolo di Aldo Cazzullo sul libro Un atomo di verità. Aldo Moro e la fine della politica in Italia (Feltrinelli, Milano 2018) di Marco Damilano, L’articolo, intitolato «Com’era fragile l’Italia di Moro», si propone di presentare «l’analisi» che l’autore compie sulla vicenda politica e umana dello statista democristiano. Dalla sua lettura emerge che l’articolista non abbia letto che poche pagine del libro, presentandolo in maniera semplicistica e superficiale.

Eppure il volume si sviluppa per 272 pagine e tocca molteplici argomenti, per la maggior parte ignorati dal giornalista piemontese, il cui scopo è quello di segnalare il libro, quasi per compiere un dovere d’ufficio che per informare il lettore. L’aspetto singolare è che Cazzullo concentri il suo articolo solo sul discorso che Aldo Moro pronuncia il 28 febbraio 1978 alla riunione dei gruppi parlamentari, sedici giorni prima di essere rapito e settantuno prima di essere ucciso. Un aspetto che diventa strano per la lunga citazione di tre brani tratti proprio da quel discorso, che sono tagliuzzati, storpiati e quasi violentati nella sua essenza politica.

Così il brano più significativo viene riportato in questo modo: “quel 28 febbraio Moro invita gli uomini del suo partito a guardare fuori dal Palazzo, a rendersi conto dell’«emergenza reale che è nella nostra società. Io credo all’emergenza, io temo l’emergenza. La temo perché so che c’è sul terreno economico e sociale. Credo che tutti dovremmo essere preoccupati di certe possibili forme di impazienza e di rabbia, che potrebbero scatenarsi nel contesto sociale».” Eppure il brano si ritrova in molteplici siti Internet, ed è così pronunciato da Moro: «Intesa quindi sul programma, che risponda alla emergenza reale che è nella nostra società; e questo, mi consentirete, pur nella sua sincera problematicità di dirlo, io credo alla emergenza, io temo l’emergenza. La temo perché so che c’è sul terreno economico sociale. Noi possiamo anche dire che qualche altro ha interpretato troppo rapidamente una radunata di metalmeccanici, ma credo che tutti dovremmo essere preoccupati di certe possibili forme di impazienza e di rabbia che potrebbero scatenarsi nel contesto sociale di fronte ad una situazione che ha bisogno di essere corretta, ha bisogno di un tempo di correzione per ridiventare costruttiva» (cfr. A. Moro, Garanzia e limiti di una politica, in Id., Scritti e discorsi, Vol. VI: 1974-1978, a cura di Giuseppe Rossini, Edizioni Cinque Lune, Roma 1990, p. 3794).

La parte più significativa soppressa riguarda il riferimento all’«adunata dei metalmeccanici», che si tiene a Roma il 2 dicembre 1977 con la partecipazione di 200 mila persone. Moro aveva una idiosincrasia per la Piazza, che nei suoi discorsi contrappone al Palazzo, per cui sembra difficile attribuirgli quell’invito rivolto ai suoi amici di partito. Persino nel discorso sullo scandalo Lockheed, pronunciato il 9 marzo 1977, Moro invocò la collaborazione democratica, deplorando quanti vogliano «fare un processo, morale e politico, da celebrare, come si è detto cinicamente, nelle piazze» (cfr. A. Moro, A proposito dell’affare Lockheed, op. cit., p. 3632). Nel prosieguo del suo articolo Cazzullo riprende una definizione (ricordata da Damilano alla pagina 24) che Moro dà dell’Italia, definito un «Paese dalla passionalità intensa e dalle strutture fragili», ma l’aggettivo «intensa» non si ritrova nel testo dello statista democristiano: nel discorso del 28 febbraio 1978 Moro parla di «passionalità continua» (cit., p. 3794). La parte in cui egli parla di «autorità, vincoli, solidarietà» rimane incomprensibile, se non viene citata per intero la frase che recita: «io – afferma Moro – temo il dato serpeggiante dell’autorità, rifiuto del vincolo, questa deformazione della libertà che non fa più accettare né vincoli né solidarietà. Questo io temo e penso che un po’ di aiuto di altri ci possa giovare nel cercare di riparare questa crisi della nostra società» (p. 3794). Il brano successivo, riportato con alcuni puntini finali, risulta altrettanto incomprensibile in quanto Moro pone un solenne punto interrogativo al termine del suo brano che dice: «Immaginate voi, cari amici, che cosa accadrebbe in Italia, in questo momento, in questo momento storico, se fosse condotta, da noi o da altri, se questo Paese dalla passionalità continua e dalle strutture fragili, fosse messo ogni giorno alla prova di una opposizione condotta fino in fondo? » (p. 3794).

Accanto a queste lunghe citazioni, fatte più per riempire l’articolo che per esporre il contenuto del libro, Cazzullo si sofferma su elementi insignificanti come l’archivio formidabile di Filippo Ceccarelli, capovolgendo le notizie dell’Autore con opinioni incongrue. Nella pagina 22 del libro, Damilano non fa alcun accenno all’archivio di Ceccarelli, non parla di un «Moro rassegnato», ma di un politico con un «sorriso rassegnato», che si rivolge al giovane cronista in forma distaccata, non confacente a «quelle movenze languide e un po’ levantine» attribuitegli da Cazzullo. Egli sottolinea anche aspetti scarsamente probatori come la presenza dell’attore Francesco Pannofino, a cui attribuisce la patente di «testimone del massacro della scorta di Moro» secondo la versione di Damilano. Degno di nota sembra essere l’incipit dell’articolo, là dove Cazzullo afferma che Andreotti «si è offerto di cedere (a Moro) il posto di presidente del Consiglio, ma lui ha valutato che il suo progetto di inclusione del Pci nella maggioranza avrebbe avuto maggiori possibilità di successo se a Palazzo Chigi fosse rimasto un uomo della destra cattolica, scettica verso il compromesso storico e quindi bisognosa di essere tranquillizzata». Dalla lettura dei diari di Andreotti risulta invece che, essendo la Dc inidonea di sostenere un governo, bisognava una «massima concentrazione di energie» per la lungaggine della crisi governativa e la necessità di spiegare alla pubblica opinione «questo singolare passaggio nella storia italiana» (cfr. G. Andreotti, Diari 1976-1979. Gli anni della solidarietà, Rizzoli, Milano 1981, p. 186).

Al di là della considerazione personale del rapporto tra Andreotti e Moro, compiuta da Cazzullo, nulla di significativo è presentato ai lettori del contenuto del libro di Damilano sulla vicenda umana e politica di Aldo Moro, come pure sul ruolo criminale dei brigatisti e sull’alone di mistero che ancora oggi avvolge il sequestro e l’uccisione dello statista pugliese. Bastava sfogliare il volume per recepire la notizia dell’uccisione dei cinque agenti (pp. 15, 17, 20), dell’auto utilizzata dai brigatisti (p. 40), della «rivelazione misteriosa» fatta il 16 marzo 1978 da «la Repubblica» su Moro identificato come «Antelope Cobbler» (pp. 36, 212), dei «Misteri» ancora presenti nel Caso Moro (pp. 47-53), delle origini familiari (pp. 65-74), delle considerazioni di Leonardo Sciascia e di Pier Paolo Pasolini (pp. 74-93), delle connessioni tra le Br e la P2 (pp. 176-182) e, più avanti, delle interessanti pagine dedicate a Bettino Craxi (218-242) e al suo «tentativo di aprire un canale di trattativa per liberare Moro» (p. 231).

Nulla è detto sul ruolo di Steve Pieczenick, sebbene sul «Corriere della Sera» del 16 marzo scorso, Cazzullo richiami il nome dello psichiatra come esperto dell’antiterrorismo e docente di «storia dei conflitti». In realtà Pieczenick intrattiene continui rapporti con Cossiga durante il sequestro e l’omicidio di Moro. La presenza del funzionario della sezione antiterrorismo del Dipartimento americano fu sollecitata dallo stesso Cossiga, che come ministro dell’Interno, lo chiamò a collaborare con le autorità italiane nella gestione del caso Moro. La vicenda, ormai nota agli studiosi del caso Moro, merita di essere meglio precisata da come risulta negli articoli dedicati al rapimento del presidente della Democrazia cristiana. Sulla base delle direttive di Pieczenick il governo avrebbe dovuto esercitare un controllo della stampa «con il preciso intento di diminuire l’intensità del caso Moro» e scegliere un intermediario che avesse la fiducia delle Brigate rosse per avviare una trattativa riservata. Il suo fallimento, oggetto peraltro di varie ipotesi, investe la questione relativa all’applicazione delle direttive di Pieczenick, che furono applicate in modo pedestre tanto da convincerlo ad abbandonare l’Italia. Dallo scritto di Cazzullo emerge, sulla scia di alcune frasi di Cossiga, la responsabilità dei comunisti nella morte di Moro, mentre da un’intervista rilasciata nel 2001 da Pieczenick al quotidiano in lingua inglese, «Italy Daily» risulta che il suo scopo non era quello di salvare lo statista italiano, ma quello di «stabilizzare l’Italia, evitare il collasso della Democrazia cristiana e assicurarsi che il sequestro non portasse i comunisti a prendere il controllo del governo». Un personaggio, questo funzionario del Dipartimento di Stato Usa, che merita un’attenzione più accurata di quanto sia emerso fino ad oggi nei libri e nelle pagine della Commissione parlamentare sul Caso Moro.

Nunzio Dell’Erba

Come nasce il ‘Caso Balzerani’. Fari sulla Lotta Armata

balzeraniTutto ha inizio il 9 gennaio scorso con il post che Barbara Balzerani pubblica sul suo profilo: “Chi mi ospita oltre confine per i fasti del 40ennale?”. Il riferimento dell’ex brigatista, ora scrittrice di romanzi, è riferito alla ricorrenza del quarantesimo anniversario del sequestro e dell’omicidio di Aldo Moro, l’uno compiuto da un commando terrorista il 16 marzo 1978 e l’altro commessa il 9 maggio dello stesso anno. L’ironico messaggio desta la dura risposta di Raimondo Etro (Roma, 2 gennaio 1957) e di Enrico Galmozzi (Sesto San Giovanni, 5 luglio 1951), entrambi ex terroristi all’epoca militante della colonna romana delle Brigate rosse.
Il 14 gennaio Etro scrive una lettera all’ex brigatista: «Signora Barbara Balzerani, mi rivolgo a lei per “chiederle di tacere semplicemente in nome dell’umanità verso le vittime, inclusi quelli caduti tra noi”». La lettera è inviata anche a Giovanni Ricci, figlio Domenico, e all’ex deputato Gero Grassi, autore di molti libri sul “caso Moro” e membro della Commissione parlamentare d’inchiesta sul delitto Moro. Oggi Etro vende libri e francobolli su eBay, ma – dopo 16 anni di carcere per concorso nella strage di via Fani – si è dissociato dalla lotta armata. Così critica il commento “goliardico” della Balzerani, dichiarando di vergognarsi verso se stesso e di provare una “profonda pena verso di lei, talmente piena di sé da non rendersi neanche conto di quello che dice”.
Su Facebook interviene anche Enrico Galmozzi, ex terrorista e uno dei fondatori di Prima linea, che definisce Etro “uno psicopatico oltre che un ignobile pentito” e critica “la pasionaria” Balzerani di avere riacceso i riflettori sul caso Moro nel quarantennale del suo sequestro. Galmozzi, condannato a ventisette anni di carcere per gli omicidi di Enrico Pedenovi e di Giuseppe Ciotta, “è salito alla ribalta delle cronache anche per avere concepito i figli, con la compagna Giulia Borelli, nelle gabbie dell’aula bunker ricavata nell’ex carcere femminile di Santa Verdiana, durante il processo per le attività di Prima linea in Toscana”. Oggi Galmozzi è “grossista di scatole per gioielli a Milano”, ha scritto un libro Il soggetto senza limite. Interpretazione sul dannunzianesimo (Milano 1994) e un saggio introduttivo ad un altro Il nostro bolscevismo (Milano 1996), di M. Carli e pubblica post nel suo profilo con commenti amari e stravaganti: “incarno perfettamente il tipo medio di quella parte della mia generazione che ha assommato la rovina pubblica a quella privata. Studi interrotti, carriere professionali troncate o mai iniziate, progetti mai portati a termine, edificazione di profili incerti di soggetti senza arte né parte senza arte né parte ai quali i più sagaci di noi hanno pure trovato un nome accattivante: cognitariato. Praticamente chiunque non sappia fare un cazzo rientra nella categoria di cognitaro. In questo siamo sempre stati imbattibili: trovare nomi irresistibili per le minchiate che spariamo” (dal suo profilo).
Di questo mondo sbandato non è convinta la Balzerani, che è riuscita ad attirare sulla sua persona la stampa italiana, che da oltre tre mesi le dedica articoli quotidiani. Militante di primo piano della colonna romana delle Brigate rosse al tempo del sequestro Moro, ella viene cooptata l’anno prima nella direzione ed ospita Mario Moretti nella sua abitazione (P. Sidoni – P. Zanetov, Cuori rossi contro cuori neri. Storia segreta della criminalità di destra e di sinistra, Roma 2012, pp. 430 e 433). Partecipa all’agguato di via Fani, dove trovano la morte i cinque agenti della scorta del presidente Dc, e per questo viene condannata all’ergastolo nel primo processo Moro celebrato il 14 aprile 1982. Latitante dal marzo 1978, viene arrestata il 19 giugno 1985 ad Ostia, ma due anni partecipa ad un programma televisivo, concedendo un’intervista al giornalista Rai Ennio Remondino; nel 1993 manifesta “un profondo rammarico per quanti sono stati colpiti nei loro affetti a causa di quegli avvenimenti” e nel 2003 definisce “assolutamente improponibile” la lotta armata nella situazione odierna. Ma già dal 1995 usufruisce della legge Gozzini (art. 21) con l’uscita dal carcere al mattino e il rientro la sera, finché il 12 dicembre 2006 ottiene la libertà condizionale e nel 2011 ritorna libera.
Sulla base di queste notizie, bisogna sottolineare l’attenzione con cui la stampa italiana ha sempre prestato all’attività letteraria della Balzerani, che sembra godere di un immotivato privilegio giornalistico. Sul giornale “il Fatto quotidiano” (10 settembre 2014) Sciltian Gastaldi scrive che la Balzerani ha trascorso “21 anni di carcere” ed elenca i suoi libri, che sì sono “di poche pagine, ma non per questo di contenuto leggero ed inane”.
Il primo libro, forse anche il più famoso, è Compagna Luna (Feltrinelli, Milano 1998, pp. 140), che è stato al centro di una polemica tra Antonio Tabucchi (morto nel 2012) e Erri De Luca: il primo, fine scrittore e conoscitore della letteratura, stroncò il libro e minaccio l’editore milanese di scegliere i suoi libri oppure quelli della Balzerani, mentre il secondo difese l’esordiente scrittrice con riferimenti alla sua biografia (cfr. Il professore e la detenuta, “il Manifesto”, 14 luglio 1998). Non sembra, però, che entrambi abbiano colto l’inanità del volume, là dove ella scrive: “Eravamo un gruppo clandestino a cui non era consentito chiudere qualche sede, magari un giornale, restituire le chiavi al padrone di casa e aspettare, a qualche altro indirizzo, tempi migliori. Di quella guerra, che non aveva mai conosciuto il negoziato politico, avevamo introiettato la logica del tutto-niente, del vincere e morire. E in mezzo niente” (pp. 87-88). Basti solo la lettura di questo brano per convincersi come i brigatisti (o ex) professavano un’ideologia totalizzante, che – come dice giustamente Alessandro Orsini – “orientò i pensieri, i sentimenti e le azioni dei suoi militanti, in misura largamente indipendente rispetto alle condizioni politico-istituzionali in cui operarono” (cfr. Anatomia delle Brigate rosse, Soveria Mannelli 2010, p. 20). Dalle pagine del libro si coglie un odio viscerale che ricorda il “bellum omnium contra omnes” di memoria hobbesiana per la critica devastante contro l’intera società: terroristi pentiti, politici, giudici, poliziotti, giornalisti sono additati al pubblico ludibrio e considerati come responsabili dell’ingiusta situazione dell’Italia.
Nel libro successivo La sirena delle cinque (Jaca Book, Milano 2003, pp. 72; II° edizione Derive Approdi, Roma 2013, pp. 96) viene accentuato l’odio a causa della fabbrica rappresentata come “il mostro” di una società in declino e ubicata in un paese “maledetto”, da cui la protagonista vorrebbe scappare per rifugiarsi in luoghi paradisiaci senza alcun sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Un odio che si riversa verso i genitori, tacciati di servilismo verso il potere politico e padronale. Nel terzo libro Perché io, perché non tu, (DeriveApprodi, Roma 2009, pp. 112), che contiene una raccapricciante e insulsa prefazione di Erri De Luca, ella descrive la carcerazione speciale della protagonista, che vuole distinguersi dalle recluse comuni per la sua coscienza politica per poi proseguire sulla sua nuova situazione di libertà “costantemente vigilata e ricattata”. Dal libro Cronaca di un’attesa (DeriveApprodi, Roma 2011, pp. 123) all’altro Lascia che il mare entri (DeriveApprodi, Roma 2014, pp. 102) si coglie un recupero con i suoi avi, ma la protagonista è ancora presentata come mossa da “buone azioni”, senza alcuna manifestazione di empatia verso le vittime innocenti o i loro familiari. Nell’ultimo libro L’ho sempre saputo, prefazione di Silvia De Berardinis (DeriveApprodi, Roma 2017, pp. 108) si narra dell’incontro di due donne nella cella di un carcere: una nera che sconta una pena per colpa della miseria e l’altra per “tentativo armato di comunismo”. Ma entrambi uniti dall’inganno perpetrato dalla “civiltà dei bianchi” e imposto “come superiore con la spada, la croce e il mercato”.
Da questo elenco si può dedurre che i libri della Balzerani non spiccano per originalità e non possono neppure essere considerati romanzi, ma semplici rappresentazioni di una mente deviata da una biografia percorsa da scelte erronee. Eppure appare incomprensibile lo spazio dedicato a questo personaggio da parte di quotidiani storici come il “Corriere della Sera” che ha incaricato un giornalista a seguire il suo percorso esistenziale. La Balzerani scrive un commento nel suo profilo e subito Fabrizio Caccia riporta e virgoletta le sue dichiarazioni come se fossero omelie del pontefice o dichiarazioni del presidente della Repubblica. Tutti devono conoscere il motivo per cui l’ex terrorista è stata cancellata da Facebook e tutti devono appellarsi alla libertà di stampa per permetterle di pubblicare i suoi commenti. In una serie di notizie inesatte e quasi elogiative del suo operato: “oggi è una libera cittadina che scrive libri, avendo finito di scontare la sua pena nel 2011”, l’articolista concede più spazio ai responsabili del terrorismo che alle vittime, dà più spazio ai simpatizzanti dell’ex brigatista che ai familiari dei cinque agenti barbaramente uccisi nell’agguato del 16 marzo 1978. In un articolo del 17 marzo («Eccomi!», Balzerani riammessa sui social. La rabbia di Gabrielli, pp. 20-21) si trovano ben due riferimenti al divieto di pubblicare commenti demenziali da parte di Facebook. Il commento “Chi mi ospita oltre confine per i fasti del 40ennale”, che era già reso noto due mesi prima in un altro articolo del giornalista, viene nuovamente riproposto con ampio risalto e ripreso il giorno successivo con una foto che ritrae la Balzerani durante la presentazione del suo ultimo libro a Firenze. È vero che l’articolo (Balzerani, le frasi che indignano. Offese choc alle vittime delle Br, “Corriere della Sera”, 18 marzo 2018, p. 19) riporta le voci di alcuni familiari delle vittime del terrorismo come Giovanni Ricci e di Maria Fida Moro, l’uno figlio dell’appuntato Domenico assassinato il 16 marzo 1978 e l’altra figlia dello statista Dc ucciso il 9 maggio dello stesso anno, ma la foto di quest’ultima scompare di fronte a quella che ritrae la Balzerani avvolta e protetta da una grandiosa bandiera rossa ove spicca la scritta “VIVA LENIN”. Il cronista del quotidiano milanese dovrebbe sapere che Lenin giustifica l’omicidio politico e il terrorismo, là dove scrive che il mondo “è un pantano” immerso “nella tenebre della schiavitù”, per cui è necessario che i “nemici del popolo” ci lascino “liberi di andare dove vogliamo, liberi di combattere non solo contro il pantano, ma anche contro coloro che si incamminano verso di esso” (Lenin, Che fare?, Editori Riuniti, Roma 1986, p. 39).

Un mondo a parte. Gustaw Herling, un testimone scomodo del gulag

gustaw_herling_bigDomani 20 marzo Marta Herling presenta al Polo del ’900 di Torino il romanzo autobiografico “Un mondo a parte” del padre Gustaw, scrittore polacco (Kielce, 20 maggio 1919 – Napoli, 4 luglio 2000). La nuova edizione, pubblicata nella collana dei classici Mondadori con l’introduzione di Francesco M. Cataluccio, è un testo prezioso considerato uno dei capolavori della letteratura di testimonianza del XX secolo. Il libro presenta una storia accidentata, perché – pubblicato a Londra nel 1951 – aveva precorso i tempi in quanto raccontava le peripezie trascorse tra il marzo 1940 e il gennaio 1942 nel gulag sovietico di Ercevo, anticipando così le denunce del regime stalinista e degli orrori di un sistema su cui era meglio tacere.
Il gulag di Ercevo, ubicato nel comprensorio di Kargopol sul Mar Baltico, era un campo di lavoro adibito alla raccolta del legno per costruzioni, che veniva poi smistato con linee ferroviarie e utilizzato dai più fortunati danarosi. La vita dei prigionieri era disumana: 40 gradi sotto zero con lavori massacranti, resi ancora più duri dalla scarsa alimentazione (300 grammi di pane più un mestolo di minestra) e insopportabili per la presenza di delinquenti comuni. Nel campo vi erano infatti diversi livelli di prigionieri: i “bytovik”, ossia i criminali comuni con condanne lievi, i criminali più pericolosi denominati “urka” e i “belorucki” prigionieri politici. Di questa struttura concentrazionaria Herling descrive una situazione tremenda e realistica, non dissimile da quella lasciata da Dante Corneli (Tivoli, 6 maggio 1900 – ivi, 10 settembre 1990), che pone l’accento sul vasto ed eterogeneo universo politico costituito da anarchici, socialisti e comunisti dissidenti e quanti avessero formulato una lieve critica al regime staliniano. Nel gulag sovietico vigeva un sistema di controllo efficiente da parte di funzionari, che arrestavano i prigionieri per motivi futili e spesso per accuse false: sabotaggio della produzione, spionaggio, cospirazione contro la patria, tradimento e controrivoluzione. Su questo apparato burocratico vigilava la terribile polizia segreta NKVD (poi diventata KGB), che ricorreva ai metodi più crudeli per estorcere confessioni e costringere i prigionieri al lavoro forzato.
Pubblicato per la prima volta nel 1958 da Laterza, il libro fu stampato dall’editore barese per il legame parentale che legava Herling a Benedetto Croce: sposò in seconde nozze la figlia del filosofo abruzzese – napoletano. Un incontro fortunato, quello con Croce, ma più determinante quello con la figlia che lo aiuterà nelle sue fatiche intellettuali e nella stesura dei suoi libri: sino agli ultimi giorni scriverà il Diario scritto di notte (Milano 1992), un’opera in più volumi, di cui è apparso solo il primo che raccoglie gli scritti che vanno dal 1970 al 1987.
Il libro Un mondo a parte fu invece ignorato completamente nella cultura di sinistra e, ad eccezione di Ignazio Silone e di Leo Valiani, passò inosservato. Entrambi compresero il valore del libro per l’accento che Herling pose sull’universo concentrazionario, descritto con stile asciutto e limpido, senza lasciarsi trascinare dalle emozioni e dai sentimenti personali. Rancore, odio, fame, dolore non investono la sfera personale e non influenzano la scrittura di Herling, che manifesta un distacco dai patimenti subiti, dimostrando una profonda conoscenza della letteratura russa, senza identificare mai il regime sovietico con la letteratura, la musica, la poesia e i costumi di un popolo. “I libri di polemica politica – scrisse Silone – hanno una vita effimera; essi durano quanto le circostanze della polemica; ma se un libro tocca il fondo della sofferenza umana, se esso la vede con occhi di pietà e la ritrae con i mezzi dell’arte, anche se la sua origine fu occasionale, essa certamente sopravvive ed entra a far parte del patrimonio spirituale che l’umanità si tramanda di generazione in generazione”.
Tuttavia la successiva edizione (Rizzoli, Milano 1965) non modificò la situazione: Gianni Toti recensì criticamente il libro su “Paese Sera”, chiedendo alle autorità italiane di espellerlo dall’Italia. Lo scrittore polacco non godeva larga simpatia negli ambienti culturali di Napoli, dove viveva dal 1955 dopo essere stato liberato dal gulag e avere trascorsi alcuni anni a Montecassino. Come studioso della letteratura polacca sin dagli Trenta, Herling manifestò fin da giovane un originale talento letterario, che espresse proprio nel romanzo “Un mondo a parte”, pubblicato in lingua inglese nel 1951. Come testimone del gulag sovietico, egli venne apprezzato da Bertrand A. Russell che scrisse un’introduzione elogiativa per quella “rara forza descrittiva, semplice e vivida” e per la sincerità della sua narrazione personale: il tentativo di fuga dalla Polonia, l’arresto da parte della polizia sovietica e la condanna a cinque anni nel campo di concentramento sovietico. Dal suo soggiorno a Napoli fino all’edizione francese del 1985 a quella nuova del 1994 per l’editore Feltrinelli, il romanzo di Herling subì l’ostracismo della stampa comunista, che cominciò a declinare grazie all’intervento favorevole di Albert Camus e al parere favorevole di Ignazio Silone e Nicola Chiaramonte.
Come collaboratore del periodico “Il Mondo”, Herling pubblicò negli anni 1954-1958 articoli sulla letteratura russa (Gorki, Dudinzev, Pasternak). Ma scrisse anche sulla rivista “Tempo Presente”, dove pubblicò negli anni 1956-1968 una serie di articoli sull’Unione Sovietica e sull’Europa orientale, incentrati su una critica devastante della dittatura comunista e sulla difesa di un socialismo democratico. Furono anni di grande impegno culturale, come emerge dalla collaborazione a questi periodici e dalla pubblicazione dei racconti “Pale d’altare (Silva, Genova 1967). La posizione politica di Herling, che egli stesso presentava come una sorta di “anticomunismo socialista”, non fu gradita agli epigoni della cultura marxista, che lo tacciarono di essere un rappresentante della cultura di destra. Un atteggiamento che cominciò a cambiare dopo il 1989, in parallelo alla diffusione e al successo delle sue opere in Polonia. In tutte le sue opere, come già in Un mondo a parte, lo scrittore polacco – poi diventato napoletano – esprime uno stile narrativo, che riesce a conciliare il vissuto quotidiano con un pensiero profondo dell’esistenza umana, da cui si possono cogliere spunti di grande apertura sociale.

Moro. Un libro e un archivio ne ricordano la memoria

aldo-moroIl 16 marzo del 1978 Aldo Moro, presidente della Democrazia cristiana, veniva sequestrato durante il percorso che l’auto della scorta lo conduceva dall’abitazione alla Camera dei deputati. Quel giorno verso le 9 essa veniva bloccata da un commando armato che uccideva gli uomini di scorta Raffaele Iozzino, Oreste Leonardi, Giulio Rivera e feriva mortalmente Francesco Zizzi e Domenico Ricci, morti nel Politecnico Gemelli di Roma. Encomiabile è l’iniziativa di dedicare il 16 marzo ai cinque agenti (tre poliziotti e due carabinieri) un monumento nel luogo della strage.
Com’è ormai noto il sequestro fu rivendicato dalle Brigate Rosse e compiuto proprio quel giorno in cui doveva essere votata la fiducia al governo Andreotti con l’appoggio del Partito comunista italiano alla sua maggioranza. La cronaca del sequestro, che si svolse lungo cinquantacinque giorni, inasprì i rapporti tra i partiti e suscitò grande indignazione nel Paese, tramutando i due mesi fra il 16 marzo e il 9 maggio 1978 in un luogo della memoria denso di significato politico-simbolico.
Nel quadro di queste vicende si colloca il libro Un atomo di verità. Aldo Moro e la fine della politica (Feltrinelli, Milano 2018) di Marco Damilano, che ricostruisce quasi in forma romanzata la vicenda politica del leader democristiano con lettere e carte inedite tratte dall’archivio conservato nel Centro di documentazione di Oriolo Romano (Viterbo). Come l’autore ha preannunciato in un articolo apparso su “L’Espresso” dell’11 marzo scorso, l’Archivio raccoglie quindicimila immagini: “diapositive, fotogrammi e gli scatti ufficiali in bianco e nero degli anni Cinquanta e le polaroid a colori sbiaditi degli anni Sessanta, le foto comparse sulla stampa italiana e internazionale del Presidente, ritagliate, incollate e conservate”.
L’imponente documentazione, che conserva carte provenienti dall’archivio personale della famiglia di Aldo Moro è suddivisa in cinque sezioni: la prima sulla “Politica” (1940-1978) conserva in 159 buste carteggi istituzionali e privati, relativi al ruolo assunto da Aldo Moro dall’Assemblea costituente fino agli incarichi governativi come ministro degli Affari Esteri e Presidente del Consiglio; la seconda sulle “Fotografie”, circa 13.000 unità, riguardano la vita familiare e politica dello statista; la terza sulla “Rassegna stampa”, contenuta in 100 buste, raccoglie articoli relativi alla sua attività politica di Presidente del Consiglio, ministro e membro della Democrazia cristiana dal 1959 al 1978; la quarta “Carteggio di solidarietà” comprende lettere e telegrammi ricevuti dai familiari durante i giorni del rapimento e dopo la morte di Aldo Moro; la quinta “Materiali audiovisivi (anni 1940-1978) ammonta a 100 unità, di cui alcune in fase di restauro.
L’archivio porta il nome di Sergio Flamigni, senatore comunista e membro della Commissione Moro. Autore di numerosi libri sullo statista pugliese, egli esordì con quello intitolato La tela del ragno (1988), pubblicando anche i suoi scritti durante la prigionia (1993) ed i testi (memoriale, lettere, testamenti) dei cinquantacinque giorni di reclusione nel carcere delle Brigate rosse. Nei suoi libri sul caso Moro, Flamigni colloca la vicenda in un unico disegno, manovrato da elementi esterni alle Br, che sono individuati nell’istituto parigino di lingue Hyperion, centrale di una complessa struttura del terrore. Dall’ampia trattazione di Flamigni, Damilano trae molti spunti e intreccia ricordi personali con notizie tratte dai giornali dell’epoca: pone così l’accento sull’ultimo discorso pronunciato il 28 febbraio 1978 da Moro, laddove questi invita i suoi amici di partito a guardare fuori dal Palazzo per affrontare la “reale emergenza” della società italiana. Un’emergenza che sembra affiorare nel quarantesimo anniversario della sua morte e nei recenti risultati elettorali in un periodo di crisi istituzionale, di esercizio cieco del potere e di una visione politica labile.
Sulla base di queste considerazioni, Damilano considera attuale la lettura che Leonardo Sciascia dà del messaggio politico di Moro, utile per ritrovare la strada più idonea alla difesa delle istituzioni democratiche. In una delle sue ultime lettere disperate, scritte nel covo delle Brigate rosse e indirizzate a Riccardo Misasi, Moro scrisse: “Datemi da una parte milioni di voti e toglietemi dall’altra un atomo di verità, ed io sarò comunque perdente”. La frase offre lo spunto al titolo del libro che inquadra un personaggio complesso, raffigurato in tutta la sua umanità ed eticità, come emerge dal suo ritratto degli ultimi giorni con un foglio di carta a quadretti in mano e una penna come unica arma per farsi sentire, rendere palese la voce della coscienza e proporre una visione della politica proiettata non nell’accumulo dei voti ma nella ricerca del bene comune.

Luciano Fontana. L’Italia alla ricerca di una nuova leadership

luciano fontana libroVenticinque anni dopo l’ingresso nella Seconda Repubblica, l’esigenza di dare agli Italiani uno strumento di riflessione sulla loro recente storia politica è appagata da Luciano Fontana nel suo libro Un paese senza leader. Storie, protagonisti e retroscena di una classe politica in crisi (Longanesi, Milano 2018, pp. 223). La chiarezza di linguaggio e lo stile scorrevole, che caratterizzano la narrazione, sembrano scontrarsi con la crisi politica e istituzionale che l’Italia attraversa da diversi decenni. Il collasso (o per altri «l’impazzimento») del sistema politico e l’attesa delle elezioni del 4 marzo rendono necessaria una ricerca dei suoi aspetti negativi come assenza di veri leader, governi instabili, tassazione elevata, intralci burocratici.
Nel corso della sua narrazione l’Autore indica una via d’uscita, che trova nella scelta di una classe politica competente e nella selezione oculata dei suoi membri sulla base del merito e delle aspirazioni degli elettori. Forse egli chiede troppo, ma l’invocazione di nuova leadership è connessa ad un vocabolo antico e sempre attuale, che è quello della serietà, finalizzata al «bene comune» e alla ricerca di riforme compatibili con la situazione critica del Paese. Così il compito del politico non deve racchiudersi in vacue promesse, ma proiettarsi nella definizione di serie risposte ai problemi impellenti dell’economia e di altri come quelli relativi al mercato del lavoro, alla pubblica amministrazione, alla ricerca scientifica e all’efficienza del sistema giudiziario.
L’incipit è dedicato a Silvio Berlusconi (classe 1936), protagonista di «un centrodestra sempre ricco di voti ma in crisi di strategia e di progetti unificanti» (p. 20). La discesa in campo avviene nell’inverno 1993 con l’aiuto di funzionari delle sue imprese e la costituzione di un partito politico denominato Forza Italia. Esso, rileva l’Autore, «deve occupare un preciso spazio di mercato» (p. 26), costituito da anticomunisti e da persone attratte dal nuovo mercante di sogni sulla scia del noto e fortunato libro Il venditore. Storia di Silvio Berlusconi e della Fininvest (Milano 1995). Tra «scivolate e tante cadute» la leadership di Berlusconi rimane integra grazie alle televisioni e ad una speciosa abilità, volta a trasformare un pubblico di spettatori in acquirenti e potenziali elettori. Tra peripezie parlamentari e vicissitudini giudiziarie l’imprenditore milanese passa in modo disinvolto dal rifiuto della «vecchia politica di palazzo» a un corredo di promesse elettorali, di cui l’esempio più vistoso è per l’Autore quello firmato l’8 maggio 2001 nel corso della trasmissione televisiva Porta a Porta condotta da Bruno Vespa. Di queste promesse le più note sono quelle relative alla riduzione delle tasse, alle misure per la sicurezza dei cittadini, all’elevazione delle pensioni minime, alla creazione di nuovi posti di lavoro e all’apertura di cantieri pari almeno al 40% degli investimenti previsti nel Piano per le grandi opere. L’avventura di Berlusconi, che comincia all’insegna dei giudici con l’auspicio di un loro intervento per scardinare la vecchia classe politica, prosegue dopo cinque lustri nello stesso modo con la battuta e la barzelletta come registro comunicativo, con cui il direttore del «Corriere della Sera» apre il capitolo sull’imprenditore lombardo.
Di Matteo Renzi, nato a Firenze il 1° gennaio 1975 e segretario del Partito democratico (Pd) eletto per la seconda volta alle primarie del 30 aprile 2017, l’Autore dà un giudizio veritiero, paragonandolo a un giocatore di poker «che rilancia sempre, anche se si tratta solo di un bluff» (p. 52). Egli riporta alcune battute scambiate con il leader fiorentino durante la presentazione del suo libro Avanti (2017), in cui – dopo la sconfitta referendaria – racconta aneddoti inediti dei mesi trascorsi a Palazzo Chigi dal 22 febbraio 2014 al 12 dicembre 2016. Dalla sua esperienza giovanile trascorsa nelle file dell’Azione Cattolica a quella politica, compiuta nei Comitati Prodi nel 1996 e segretario provinciale del Partito popolare nel 1999, l’Autore segue il suo percorso politico dall’adesione alla Margherita alle cariche amministrative come presidente della Provincia e sindaco di Firenze. Proprio in veste di sindaco, Renzi lancia nel 2010 la sua sfida al Pd con l’insistenza di «rottamazione» che rivolge ai vecchi dirigenti e «a quasi tutti gli esponenti politici di primo piano che hanno accompagnato con alterne fortune l’esperienza del Pds-Ds-Pd» (p. 62). Quella «logica inesorabile» lo porta alla defenestrazione di Enrico Letta e alla carica di premier, rivolta dal febbraio 2014 ad una politica per l’Italia dei prossimi anni, dalla battaglia per modificare l’assetto europeo fino all’introduzione dell’assegno generale per i figli, dal numero chiuso per gli immigrati all’investimento nell’ambito culturale e nel rilancio ambientale delle periferie. Nella lista – aggiunge l’Autore – «ci sono anche la riforma dei contratti, il famoso Jobs Act, lo sblocco dei debiti della pubblica amministrazione, i fondi per l’edilizia scolastica, la messa all’asta di millecinquecento auto blu»: il tutto presentato con la patente di un perfetto imbonitore.
Di Matteo Salvini l’Autore ripercorre una vicenda politica che si snoda dalla sua iscrizione alla Lega Nord (1990) fino all’elezione del 7 dicembre 2013 di segretario federale. Consigliere comunale per vent’anni a Milano, egli non ha esperienza amministrativa diretta e non ha mai ricoperto «ruoli di particolare rilievo nella fase epica del leghismo» (p. 145). Quella fase che, dominata dal focoso leader Umberto Bossi, propone la separazione del Nord per realizzare il sogno federalista e sganciare la Padania dall’«assistenzialismo clientelare e mafioso del Mezzogiorno» (p. 151). Dopo un periodo di scarsa visibilità, Salvini compie la sua esperienza di deputato nel Parlamento europeo e, dal 2004 al 2006 e poi dal 2009 ad oggi, stringe un legame politico con i partiti populisti alla ricerca di un futuro diverso per la Lega, non più basato sul «secessionismo nordista» così caro ai vecchi leader. Avverso a questa visione politica estromette Bossi e assume la leadership, promuovendo un programma incentrato su tre condizioni: «un partito radicato in tutta Italia, una linea antieuropea, una rete di collegamenti con forze simili agli altri Paesi» (p. 162).
La storia politica del M5S si snoda invece dalla descrizione biografica di Beppe Grillo e dal suo legame amicale con il dentista Flavio Gaggero, contattato da Pier Luigi Bersani per ottenere il sostegno alla formazione di un nuovo governo dopo le elezioni del 2013. Il comico genovese, «ma in realtà nato a Savignone, in Valle Scrivia», manifesta un disinteresse iniziale verso la politica, che cede via via il posto alla «passione per le questioni ambientali» (p. 172 e p. 173) e alle «battute feroci sui risultati elettorali». L’idea di allestire un blog personale gli nasce durante la presentazione del libro Veni, vidi, web (2015) che contiene un capitolo su Gengis Khan e la Rete di Gianroberto Casaleggio, convinto della possibilità di un nuovo modo di fare politica attraverso l’utilizzo della Rete. Dai primi temi – incentrati sull’ambientalismo, sulle energie alternative, sui crac bancari e il fallimento di aziende – l’autore ne sottolinea altri tipici delle consorterie politiche e denunciati nei primi due V-Day, quello di Bologna (8 settembre 2007) e l’altro di Torino (25 aprile 2008). Il decennio successivo, avviato dalla sfida al Pd di Piero Fassino, è un susseguirsi di proposte come «l’abolizione dell’ordine dei giornalisti, la cancellazione della legge Gasparri sulle televisioni e la fine dei finanziamenti pubblici ai quotidiani» (p. 176). Assurta a «luogo simbolico di tutte le scelte fondamentali dei Cinque Stelle», la Casaleggio Associati diventa «la forza dirompente della Rete e costituisce la piattaforma tecnologica» dei pentastellati (p. 177). La morte di Gianroberto Casaleggio non interrompe questa visione, che è confermata dal figlio Davide, già autore del libro Tu sei rete (2013) con la prefazione di Alessandro Bergonzoni. Un visione politica che l’Autore segue fino ai nostri giorni con le ultime vicende del M5S, le diatribe tra Alessandro Di Battista e Luigi Di Maio e la sua candidatura alla premiership.
Corredato da alcune vignette di Giannelli, la narrazione presenta uno scenario complesso caratterizzato da una crisi politica e istituzionale, da cui è possibile uscire solo attraverso il ripristino di alcuni valori come serietà e responsabilità, senza che la carrozza parlamentare precipiti nel burrone. Una conclusione in armonia con la vignetta più significativa posta nella copertina, là dove viene raffigurata una carrozza guidata da Sergio Mattarella con a bordo i protagonisti della scena politica, con i cavalli dal pennacchio tricolore e il cocchio sull’orlo di un burrone.

Nunzio Dell’Erba