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Nunzio Dell'Erba

Gianni Bonadonna, pioniere dell’oncologia e umanista della Sanità

Gianni BonadonnaCon il sottotitolo «Medici umani, pazienti guerrieri» è stata presentata l’11 ottobre scorso la Fondazione Gianni Bonadonna per definire un progetto di ricerca oncologica ed innovazione terapeutica. La presentazione si è svolta nella sede della Fondazione Prada, che – oltre a sostenere l’iniziativa – si distingue per tenere vivo il nome di Gianni Bonadonna (Milano, 18 luglio 1934 – ivi, 7 settembre 2015), uno dei pionieri dell’oncologia moderna, noto in tutto il mondo come il «padre della chemioterapia» e il maggiore specialista nei tumori al seno.

Il grande medico milanese, meritevole di essere ricordato per la battaglia contro il cancro, può essere considerato il promotore di studi scientifici nella lotta ai tumori e il riferimento peculiare per generazioni di oncologi e ammalati di tumore. Grazie alle sue capacità mediche e alle sue doti scientifiche, milioni d persone possono curare il proprio tumore.

Laureatosi nel 1959 all’Università di Milano, Bonadonna, dopo aver frequentato il Liceo Zaccaria, svolse il tirocinio presso il Memorial Sloan Kettering Cancer Center (1961-1964) di New York, dove perfezionò i suoi studi oncologici alla scuola di David Karnofsky (1914-1969), suo maestro e direttore del primo centro interamente dedicato alle malattie tumorali. Rientrato nella città ambrosiana, egli esercitò la professione nell’Istituto Nazionale dei Tumori, assumendo nel 1976 la direzione della Divisione di oncologia medica e, successivamente, di Medicina oncologica.

Proprio a Bonadonna si devono le prime valutazioni cliniche sull’efficacia dell’adriamicina, della bleomicina e della epirubicina, oltre a varie ricerche sulla chemioterapia adiuvante e primaria del carcinoma mammario, sulla malattia di Hodgkin. Per il trattamento di questa neoplasia perfezionò una nuova combinazione di farmaci, nota come ABVD, i cui studi hanno ricevuto una rilevanza internazionale. Primo ad introdurre in Italia la metodologia degli studi clinici controllati in oncologia medica, Bonadonna avviò nel 1972 una nuova combinazione di farmaci per la malattia di Hodgkin, nota come ABVD (adriamicina, bleomicina, vinblastina e dacarbazina), ancora oggi (30 anni dopo) considerata l’associazione «gold standard» per il trattamento convenzionale della malattia di Hodgkin. Per le sue ricerche in questa neoplasia, il Comitato dell’International Symposium on Hodgkin’s Disease di Colonia (Germania) ha istituito la «Gianni Bonadonna Hodgkin’s Disease Lecture» che premia periodicamente i ricercatori che lavorano in questo campo.

Nel 1973 Bonadonna visitò il National Cancer Institute di Bethesda, traendo la convinzione che l’associazione tra chirurgia e terapia medica potesse abbassare la percentuale di recidive nel tumore mammario. Egli condusse il primo studio clinico per valutare l’efficacia della combinazione CMF (ciclofosfamide, methotrexate e fluorouracile) quale trattamento postoperatorio adiuvante nei carcinomi mammari ad alto rischio di ripresa di malattia. La combinazione farmacologica fu utile a molti pazienti, che videro una riduzione significativa del tasso di mortalità per carcinoma mammario, con risultati favorevoli anche 30 anni dopo l’inizio dello studio.

Dal suo quartier generale all’Istituto dei tumori, molto simile allo studio di un artista per la massiccia presenza di pittori dell’Ottocento francese, Bonadonna fece uscire il suo trattato più fortunato e importante, che pubblicò insieme a G. Robustelli della Cuna con il titolo Manuale di oncologia medica (Masson Italia, Milano 1981, pp. XXXVI-970). Il decennio successivo, che si aprì con quel trattato più volte ristampato, fu fecondo di altri studi: nel 1988 pubblicò – insieme a Gloria Jotti Saccani – Carcinoma della mammella. Dalla diagnosi alla terapia (s.n., Reggio Emilia) e Una sfida possibile. I tumuri: ricerche e terapie speranze (Rizzoli, Milano) con la collaborazione di Robustelli della Cuna e di Ferruccio Saccani.

Nel 1995 l’oncologo milanese, all’età di 61 anni, fu colpito da un’emorragia cerebrale, che interruppe la sua carriera professionale, trasformando il grande luminare della medicina oncologica in un paziente gravemente paralizzato da un ictus. Due settimane dopo la malattia riusciva «a farfugliare» poche parole. «Non so perché, parlavo in inglese – ricordò più tardi – ma solo mia moglie, i miei figli e Pinuccia, da trent’anni la mia collaboratrice, riuscivano a capire quelle parole smozzicate e storpiate». Poi cominciò la fase più ardua, la riabilitazione, con esercizi faticosi e stressanti, ai quali Bonadonna si sottoponeva con caparbietà. Perché il suo obiettivo era quello di emanciparsi dalla carrozzella e tornare a camminare, anche se con l’aiuto di un bastone, e a piccoli passi. «La gioia più grande che provo oggi è riuscire a bere un tazzina di caffè da solo – oppure ancora quella di annodarmi la cravatta. Chi è sano e si alza dal letto senza problemi non sa che fatica si fa ad aprire una porta, a girare la pagina di un libro, a sollevare la cornetta del telefono».

Durante questa grave crisi, Bonadonna dimostrò una straordinaria capacità nell’accettare la malattia e nel trasformarla in una risorsa di una feconda battaglia per umanizzare la sanità e rendere più comprensiva la terapia. Una volta guarito racconterà: «è calato il buio sui miei occhi, i piedi erano diventati pesanti come il piombo e la mia coscienza se n’ era andata, ma quando mi sono svegliato ho capito subito cosa era successo. Mi sono fatto la diagnosi: emorragia cerebrale. Ho raccolto le mie forze, le poche che mi erano rimaste, e il primo pensiero è stato quello di prendermi una rivalsa sul destino che mi aveva messo a terra».

Dopo sei anni di sofferenze da quel drammatico ictus, Bonadonna riprese la sua attività tra mille difficoltà: nel 2001 pubblicò La cura possibile. Nascita e progresso dell’oncologia (Cortina, Milano), affrontando la questione della prevenzione e sostenendo che il cancro non doveva più essere considerato un male incurabile. Lo scenario nuovo, inaugurato dalla medicina oncologica e caratterizzato da tecniche innovative, apriva la speranza ai malati di tumore. Tre anni dopo ricevette la laurea honoris causa in Medicina dall’Università di Torino, accanto ad altre varie onorificenze nazionali e internazionali.

Nel 2005 Bonadonna pubblicò il libro autobiografico Coraggio, ricominciamo. Tornare alla vita dopo un ictus: un medico racconta (Baldini Catoldi Dalai, Milano 2005) con la curatela di Giangiacomo Schiavi: un diario in otto capitoli, che svelavano un misto di rabbia, emozione e perspicacia mentale. Egli riannodò così i fili di una vita spezzata e ritornò a vivere per aiutare le persone colpite da ictus: «ne manderò – raccontò dopo l’uscita del libro – una copia a Bossi, perché anche lui, come me, non si è rassegnato».

L’anno successivo fu coautore del libro Dall’altra parte, con cui tre medici gravemente ammalati raccontavano la loro storia e proponevano una riorganizzazione della sanità, con l’auspicio di impartire agli ammalati cure autentiche. Nel 2007 l’American Society of Clinical Oncology istituì il «Gianni Bonadonna Breast Cancer Award and Lecture» come riconoscimento della sua importante attività clinico-scientifica. Nel 2008 pubblicò il libro di divulgazione Medici Umani, Pazienti Guerrieri (Milano 2008), che ha dato il titolo al congresso istitutivo della Fondazione intitolata al grande oncologo milanese.

Nel 2010 Bonadonna pubblicò Una guerra da vincere. L’avventura di una squadra all’Istituto Nazionale dei Tumori. Nel 2013 lasciò definitivamente l’Istituto dei Tumori di Milano, per dedicarsi alle attività della «Fondazione Michelangelo», istituita nel 1999 come organizzazione non lucrativa di utilità sociale per l’avanzamento dello studio e della cura dei tumori. Nei due anni che gli rimasero, Bonadonna lasciò una vivida testimonianza sul rapporto medico e paziente, che dovrebbe essere indicata come modello a coloro che della professione di Ippocrate traggono solo lauti guadagni, senza curarsi della salute dei pazienti. «La malattia mi ha cambiato – concluse Bonadonna al termine della sua vita – io che già prima dell’ictus teorizzavo l’importanza di una medicina più umana, adesso che ho provato cosa significa fare il paziente, dico che i medici devono imparare a comunicare con i malati».

Carlo Emilio Gadda e il galateo radiofonico

gadda 2Pubblicato per la prima volta nel 1953, il testo Norme per la redazione di un testo radiofonico di Carlo Emilio Gadda è ora riproposto dalle edizioni Adelphi con la curatela di Mariarosa Bricchi. Quell’anno egli lavorava per la RAI, ma aveva già svolto un’intensa attività letteraria come collaboratore della rivista fiorentina «Solaria» e autore di novelle, prose poetiche e memorie. Seppure ingegnere, la sua passione fu sempre rivolta alla letteratura e all’attività di scrittore, verso cui nutrì particolare predilezione.

Il «Castello di Udine» ricevette il premio Bagutta (1935), la novella «Prima Divisione nella notte» quello di Taranto (1950), le «Novelle del Ducato in Fiamme» quello di Viareggio (1953). Opere che rimasero circoscritte a un gruppo ristretto di persone per qualche stravaganza imputabile alla sua formazione tecnica (aveva per qualche anno esercitato la professione di ingegnere) e per una massiccia dose di scapigliatura in ritardo.

Lo scrittore milanese (era nato il 14 novembre 1893), forse per curare meglio le sue opere, si trasferì nel 1940 a Firenze, dove frequentò l’intellettualità più rinomata dell’epoca da Eugenio Montale a Riccardo Bacchelli e a Gianfranco Contini. Nell’ottobre del 1950 si stabilì a Roma per collaborare alla redazione del Terzo Programma della RAI. Verve letteraria, curiosità per il linguaggio e arguzia stilistica lo aiutano a redigere il testo Norme per la redazione di un testo radiofonico, con cui rivolgeva un invito ai vari autori di usare un linguaggio intellegibile a tutti.

A differenza di quanto scrive Andrea Ballarini sul quotidiano «Il Foglio» del 29 settembre, il testo è stato riproposto più volte (1973, 1989, 2010) per la miriade di suggerimenti e l’utilità che ne possano ricavare redattori radiofonici e giornalisti televisivi. Quanto mai attuale, il testo presenta un’attualità sorprendente, consona alla nuova realtà dei social network. Ma l’invito è rivolto ai giornalisti della radio, perché usino un linguaggio semplice, senza ricorrere a vocaboli antiquati e a dissennate forme verbali. Seppure Gadda sia consapevole della complessità della scrittura, egli propone un «galateo» linguistico nel loro «differenziarsi anche in relazione agli ambiti d’uso».

Sulla base di questa avvertenza iniziale, rilevata con intelligenza dalla curatrice, Gadda propone una serie di regole del parlato radiofonico, la cui struttura deve poggiare sull’«accessibilità fisica, cioè acustica, e intellettiva della radio trasmissione, chiarezza, limpidità del dettato, gradevole ritmo». Altre questioni riguardano la durata e il dialogo: la prima può essere ampliata con il ricorso a due e più voci, mentre il secondo deve essere improntato al rapporto tesi-antitesi e alla dialettica domanda-risposta. Nel primo caso il «conversato audio» può ricorrere a testimonianze, esempi, modelli e prove per confermare o corroborare il discorso. Nel secondo caso l’espositore non deve mai prevalere sul suo interlocutore, evitando che questi diventi vittima della sua autorità.

Un altro suggerimento impartito da Gadda verte sul rapporto tra audio ascoltatore e conduttore radiofonico, che deve evitare discorsi eruditi e dottrinari con il ricorso a varie fonti, disposte come antidoto e conforto critico. Erudizione e argomento dottrinale devono pertanto essere esclusi, perché non si presentano in modo consono ad un discorso radiofonico, essendo aspetti peculiari di una prolusione universitaria o di discorsi commemorativi. Il pubblico ascoltatore è variegato, per cui è necessario che la voce sia modulata in senso rassicurante e rasserenante. Essa non deve «suscitare l’idea di un’allocazione compiaciuta, di un insegnamento impartito, di una predica, di un messaggio dall’alto», perché «il radio collaboratore non deve presentarsi al radio ascoltatore in qualità di maestro, di pedagogo e tanto meno di giudice e di profeta, ma in qualità di informatore, di gradevole interlocutore».

Sulla base di questo consiglio, Gadda fissa alcune norme volte a privilegiare un rapporto di parità, senza che il conduttore provochi il cosiddetto «complesso di inferiorità culturale», perché in questo caso potrebbe suscitare uno stato di ansia e di irritazione. Una situazione certamente nociva alla prosecuzione colloquiale tra ascoltatore e dicitore, che potrebbe creare un vuoto e una calamità radiofonica. Per questo motivo egli sconsiglia così l’uso della prima persona: «Il pronome “io” ha carattere esibitivo, autobiografante o addirittura indiscreto. Sostituire all’“io” il “noi” di timbro resocontistico-neutro, o evitare l’autocitazione». Come pure sconsiglia di usare termini e locuzioni straniere, quando nella lingua italiana esistono termini simili: «Usare la voce straniera soltanto ove essa esprima un’idea, una gradazione di concetto, non per anco trasferita in italiano. Per tale norma inferiority-complex, nuance, blitz-Krieg e chaise-longue dovranno essere sostituiti da complesso d’inferiorità, sfumatura, guerra lampo e sedia a sdraio: mentre self made man, Stimmung, Weltanschaung, romancero, cul-de-lamp e coktail party potranno essere tollerati».

Sull’uso dei verbi, Gadda avanza l’ipotesi che «non tutti … sono utilmente coniugabili in tutti i tempi, modi e persone»: il verbo rappattumarsi «genera per esempio uno sgradevole e male assaporato ti rappattumi (seconda singolare indicativo presente), il verbo agire genera, al primo udirlo, un incomprensibile agiamo (prima plurale indicativo presente), il verbo svellere uno svelsero (terza plurale indicativo remoto) alquanto indigesto, il verbo dirimere e il verbo redigere degli insopportabili perfetti. Tali mostri sono figli legittimi della coniugazione, ma la legittimità dei natali non li riscatta dalla mostruosità congenita».

La serie di consigli si ritrovano leggibili in un testo di piacevole lettura, che rappresenta una svolta emblematica nel linguaggio comunicativo, seppure distante dal significato letterario di opere come Quel pasticciaccio brutto di via Merulana (1957) oppure La Cognizione del dolore (1963). Testi che assumono una valenza positiva di stridente attualità per la feroce irrisione alla subcultura del fascismo, incarnato in un personaggio come Mussolini che Carlo Emilio Gadda definisce in molteplici epiteti come «Maramaldo» o «Nullapensante».

Giuseppe Mazzini, il vero volto della democrazia

mazzini 2Negli ultimi anni la letteratura storica su Giuseppe Mazzini si è arricchita di molteplici studi, che vanno dalle biografie vere e proprie all’analisi del suo pensiero politico. Accanto alle biografie di Luigi Ambrosoli, di D. Mack Smith, di Roland Sarti e ai pregevoli saggi di Salvo Mastellone sul pensiero politico si aggiungono ora gli «Scritti sulla democrazia, l’autodeterminazione dei popoli e le relazioni internazionali» a cura di Stefano Recchia e di Nadia Urbinati (2011 e 2016, pp. 281 e 332), la raccolta antologica «Agli Italiani» (2017, pp. 125) a cura di Giancarlo Tartaglia, e il volumetto «Patria, Europa, umanità Italiani» (2017, pp. 54) di Maurizio De Blasio.
La molteplicità degli studi ha reso onore al principale protagonista del Risorgimento e al più acuto pensatore politico europeo, ma ha tralasciato un aspetto peculiare come quello dell’anticomunismo. Eppure Mazzini lo ha assunto come elemento conduttore della sua attività politica nella «Giovane Italia» (1831) fino all’esilio in Francia, alla costituzione della «Giovane Europa» (1850) e alla lotta per l’unificazione nazionale. Nel Manifesto del Comitato centrale europeo, Mazzini fissò infatti i punti essenziali del suo pensiero democratico, che riassunse nella triade «libertà, associazione. Progresso». Per dare slancio a questi aspetti, egli sostenne che bisognava procedere nella difesa del lavoro, nell’«applicazione dei principi di libertà e eguaglianza» e in un intensa opera pedagogica che mirasse soprattutto all’educazione e all’elevazione della coscienza democratica del popolo.
In questo contesto Mazzini congiunse il Risorgimento come anelito all’unificazione nazionale ad un progetto di Repubblica democratica come forma peculiare della sovranità popolare. Egli risolse così l’antitesi tra l’unità democratico-nazionale e il federalismo neoguelfo con il ricorso a una struttura politica moderna. Fin dal 1850 caldeggiò «l’unità politica armonizzata coll’esistenza delle Regioni, circoscritte da caratteristiche locali» e basate su «grandi e forti Comuni, partecipanti quanto più possibile, coll’elezione, al Potere». Il tema del regionalismo era così coniugato con la creazione di un partito democratico inteso come associazione politica.
Nella seconda parte «Dei doveri dell’uomo» (1860) Mazzini considerò l’associazione come unica garanza di progresso e attribuì ai lavoratori liberamente associati la capacità di risolvere la questione sociale. La sua acerrima critica fu rivolta sia al capitalismo che al comunismo, entrambi considerati responsabili della povertà della classe lavoratrice. Se ai comunisti rimproverò la loro visione della proprietà, ai capitalisti non risparmiò critiche violente per il loro dispotismo politico e per le loro responsabilità di tenere i lavoratori in una «condizione penosa». Il comunismo non poteva risolvere i mali sociali, perché voleva creare uno Stato «onnicomprensivo» con la soppressione di una società pluralista che, incentrata sul dibattito politico e sulla libertà di stampa, era considerata come l’unica istituzione capace di superare le spinte totalitarie del comunismo.
Sul piano politico Mazzini auspicò un’unità nazionale basata su una struttura regionale, unica premessa per creare un organismo statale, che superasse i contrasti politici del Risorgimento e sviluppasse un processo democratico nella società. La costituzione dell’Italia in uno Stato repubblicano, e quindi il rifiuto del comunismo come negazione della libertà, doveva poggiare su una larga base di autonomie amministrative in un quadro unitario dell’organizzazione politica centrale.
Tra il 1840 e il 1846, Mazzini rivolse particolare attenzione al concetto di democrazia su influsso di Thomas Carlyle e John Stuart Mill. In una serie di articoli, pubblicati sul periodico «The people’s journal» e raccolti nell’aureo volumetto Pensieri sulla democrazia in Europa (Milano 1997, pp. 164) a cura Salvo Mastellone, egli pervenne ad una concezione della democrazia, la cui essenza fu identificata con la sovranità popolare a condizione che la rappresentanza politica fosse scelta nell’ambito di persone oneste e qualificate sotto il profilo morale e culturale. La sua concezione di democrazia, rimasta invariata fino alla morte (1872), definì una dimensione etica volta «verso l’emancipazione, il miglioramento, la cooperazione di tutti» nella convinzione che il suffragio universale sia l’opzione più idonea per designare le capacità dei cittadini chiamati alla gestione dell’amministrazione pubblica.
La partecipazione democratica aveva come finalità quella di sottrarre il potere politico «a una cerchia di privilegiati», per costituire un «governo rappresentativo» e porre la sua direzione «sotto la guida dei migliori e dei più saggi». Nella scelta dei loro rappresentanti, i cittadini dovevano essere educati mediante la circolazione delle idee ad un progetto politico, che divenisse patrimonio comune di un nuovo «partito democratico» e poi dell’intera società. Una concezione della storia limitata all’aspetto economico e allo sviluppo degli interessi materiali tra gli uomini doveva essere sostituita da una democrazia etica, che – oltre ad essere garante dei diritti sociali, dei valori etici e del merito personale – fosse l’unica in grado di fornire le idee fondamentali necessarie per l’avvenire dell’Europa e di tutti i popoli.

Trieste, Mussolini e le leggi razziali

fascisti a triesteL’Assessore alla Cultura di Trieste ha negato agli organizzatori del Liceo cittadino “Petrarca” la sala per avviare un dibattito sulle leggi razziali proclamate da Mussolini il 18 settembre 1938 contro gli Ebrei, a seguito del “Manifesto della Razza” pubblicato sul “Giornale d’Italia”. L’invito, rivolto dagli studenti liceali, non ha ricevuto largo consenso dalla Giunta di destra, che ha “censurato il manifesto del progetto culturale”. Eppure la città di Trieste è stata un centro importante dell’ebraismo europeo, restando la “Porta di Sion” per gli esuli del Centro Europa in transito verso la Palestina o le Americhe.

Appoggiati dalla Preside, gli studenti liceali hanno espresso il desiderio di organizzare una mostra nella città dove il duce annunciò il provvedimento con solenni parole: “Triestini! …. nei riguardi della politica interna il problema di scottante attualità è quello razziale. Anche in questo campo noi adotteremo le soluzioni necessarie”, volte alla “conquista dell’Impero” e dettate da “una severa coscienza razziale che stabilisca non soltanto delle differenze ma delle superiorità nettissime”. Il provvedimento, comprensivo di un corpus di leggi antiebraiche, rimase in vigore fino al 25 luglio 1943 ed ebbe una chiara impronta razzistica biologica, costringendo le persone di “razza ebraica” ad allontanarsi dall’Italia e vietando loro di svolgere qualsiasi attività lavorativa.

A Trieste gli Ebrei si erano distinti per la loro operosità e per il loro senso di patriottismo italiano dal Risorgimento fino al successo del fascismo cittadino. Insigni storici come Tullia Catalan e da Michele Sarfatti hanno sottolineato l’efficienza organizzativa del Comitato italiano di assistenza agli emigranti ebrei, che ricevettero grande sostegno durante il regime fascista: nel periodo 1933-36 si ebbero 17-26 mila imbarchi annui. In quegli anni Mussolini, prima del suo cedimento al nazismo, non professò un acceso antisemitismo, come si può rilevare dal suo comportamento contraddittorio e da alcuni episodi riconducibili alla sua attività politica. L’8 marzo 1934 egli chiese informazioni al prefetto di Trieste per nominare senatore Edgardo Morpurgo, presidente e amministratore delegato delle Assicurazioni Generali.

Uno dei più attivi e apprezzati podestà di Trieste era stato Paolo Emilio Salem (nato nel 1884) che – come amministratore comunale dall’ottobre 1933 all’agosto 1938 – legò il suo nome al riordino urbanistico del centro storico con la demolizione di case fatiscenti e la costruzione di nuovi edifici. La destituzione di Salem come podestà era stata richiesta sin dalla sua nomina da autorevoli giornalisti come Ottavio Dinale che il 4 ottobre 1933 – sul quotidiano “Il Popolo d’Italia” – deplorò il fatto che a Trieste gli Ebrei detenessero “cariche, funzioni di comando e posti di controllo nella proporzione del cento per cento”.

Altri casi di fascisti triestini possono essere ricondotti a quelli di Piero Jacchia, uno dei fondatori dei fasci locali, che morì in combattimento il 14 gennaio 1937 contro la dittatura di Franco. Oppure quello di Enrico Rocca, anch’egli fascista della prima ora e insigne studioso di letteratura tedesca, morto suicida a causa delle leggi razziali. Il 17 giugno 1937 il presidente della Provincia di Trieste consegnò a Mussolini un lungo elenco degli ebrei triestini, identificati sulla base “della razza e non della religione professata”. Era il preludio della promulgazione delle leggi razziali, che furono invocate proprio a Trieste nel suo discorso del 18 settembre 1938, quando Mussolini definì l’ebraismo mondiale “un nemico irreconciliabile del fascismo” per il suo antifascismo, promulgando così quel corpus di leggi che confluì nell’esclusione degli Ebrei dalle cariche pubbliche e dall’esercito proprio a significare la loro identità etnica e la lontananza dalla patria italiana.

Nel caso degli Ebrei triestini fu approntato un elenco con le relative partenze e gli spostamenti da un luogo ad un altro per esercitare un controllo capillare sulle loro attività produttive. Così alla fine del 1938 le ditte ebraiche triestine furono censite e sottoposte al vaglio di specifiche commissioni nazionali. Il risultato fu quello di una loro svendita o di un passaggio fittizio a prestanome “ariani” delle ditte, molti delle quali mai restituite. Pittori e scultori furono esclusi dalle mostre e privati di ogni forma di sostentamento: nel settembre 1940 il museo comunale di Trieste rimosse dalle sale pubbliche le opere di artisti ebrei e ritirò il catalogo che ne illustrava la presenza. L’8 ottobre dell’anno successivo cominciò una sequela di atti intimidatori contro gli ebrei triestini, che quasi provocò venti giorni dopo l’incendio della sinagoga.

L’applicazione delle leggi razziali sconvolse infatti la comunità ebraica triestina, che fu privata dei suoi esponenti più autorevoli. Addirittura durante l’occupazione nazista molti ebrei furono arrestati dai tedeschi e concentrati a Trieste prima nel carcere del Coroneo e poi con la deportazione nella Risiera di San Sabba, l’unico forno crematorio esistente in Italia. Per gli Ebrei la Risiera divenne un centro di raccolta per la deportazione: almeno 1173 ebrei furono deportati da Trieste con 23 convogli o piccoli trasporti compiuti tra il 7 dicembre 1943 e il 24 febbraio 1945 (si vedano le molteplici pagine scritte da L. Picciotto Fargion, Il libro delle memoria. Gli Ebrei deportati dall’Italia (1943-1945), Milano 1991).

Questi episodi incresciosi, messi in rilevo dagli studenti liceali nella loro mostra, potrebbero sviluppare una benefica azione pedagogica e frenare i rigurgiti razzisti in atto in alcuni ambienti culturalmente degradati del nostro Paese. La conoscenza delle cosiddette “leggi della vergogna” dovrebbe essere meglio stimolata in molte città con mostre e attività culturali più di quanto sia stata fatta dalla Giunta di Trieste.

Nunzio Dell’Erba

Mihai Eminescu in un saggio di Manitta

mihai-eminescuConsiderato il più grande poeta romeno del secolo XIX, Mihai Eminescu non ha avuto molta fortuna in Italia. Sul personaggio e sulla sua poetica esistono infatti pochi studi, tra i quali meritano di essere segnalati quelli di Carlo Tagliavini, di Mario Ruffini e di Rosa Del Conte, ai quali si aggiunge ora quello di Giuseppe Manitta: Mihai Eminescu e la «letteratura italiana» (Il Convivio Editrice, Castiglione di Sicilia-Catania 2017, pp. 111), che ha svolto un’encomiabile ricerca sulla presenza dello scrittore romeno nella letteratura italiana e della ricezione della sua opera.

Mihai Eminescu (Eminovici il suo vero cognome), assurto post mortem a simbolo della poesia romena, nacque il 15 gennaio 1850 a Ipoteşti (Moldavia) e morì il 15 giugno 1889 dopo una vita piena di dolori e di sofferenze. Nato in una famiglia numerosa: fu il settimo di undici fratelli spentisi quasi tutti di tubercolosi. Questa malattia, che colpì anche il poeta in tarda età, spiega in parte il suo offuscamento mentale negli ultimi anni di vita.

La ferrea disciplina scolastica, a cui venne sottoposto sin dalle elementari nella scuola tedesca di Cernăuţi  una cittadina della Bucovina allora sotto il dominio austriaco  farà di Eminescu un ribelle, contrario a ogni forma disciplina. La sua prima evasione scolastica risale al 1860, quando egli frequentò il ginnasio tedesco: fu infatti sempre considerato un allievo difficile per la sua vivacità e irrequietezza. Neppure la conoscenza del filologo Aron Pumnul, a cui si sentì legato da un forte legame affettivo, riuscì a inculcargli l’amore per una vita ordinata. Abituato alla libera vita dei campi e insofferente alla disciplina collegiale, Eminescu compì una seconda fuga nel 1863 al seguito di una compagnia teatrale, che seguì in Transilvania divenendo persino il suggeritore di questa troupe. Attratto più dallo spettacolo che dalla scuola, il giovane Eminescu visse alcuni anni di vagabondaggio, le cui tappe furono Sibiu, Blaj e Giurgiu, dove fece i lavori più disparati per sopperire alle necessità più elementari.

Nell’autunno 1865 il giovane ritornò con il proposito di continuare gli studi ginnasiali a Cernăuti, dove venne accolto in casa da Aron Pumnul, ben noto per il suo patriottismo a favore dell’annessione della Transilvania e della Bucovina alla Romania. Ma, per disgrazia del giovanetto, Aron Pumnul morì il 24 gennaio 1866: alla sua memoria il grande poeta romeno dedicò la prima poesia pubblicata in un foglio volante commemorativo. Nello stesso periodo inviò alcune sue poesie sulla rivista Familia diretta da Iosif Vulcan, che non contento della terminazione slava del suo cognome (Eminovici) lo trasformò e lo romenizzò in Eminescu: un fatto che non infastidì il poeta, che da allora firmò così i suoi scritti. Imbattutosi in un’altra compagnia teatrale, quella di Jorgu Caragiale, egli fu ingaggiato come suggeritore e copista. Dopo aver girovagato in diversi paesi della Romania sino al 1868, il padre riuscì a rintracciarlo e lo costrinse a riprendere gli studi. Così il 2 ottobre 1869 si recò a Vienna dove frequentò la facoltà di filosofia dell’Università Rudolfina seguendo le lezioni di Herbart, i corsi di diritto romano e quelli di grammatica italiana del Cattaneo. Ma neppure a Vienna Eminescu riuscì a placare la propria irrequietezza: frequentò come uditore diversi corsi e si abbandonò a una serie di letture disordinate e «forsennate» senza un piano armonico e preordinato. Nel 1872 lasciò Vienna per proseguire i corsi a Berlino grazie al sostegno della società letteraria «Junimea». Alcuni soci compresero infatti la genialità del giovane poeta e si offrirono ad aiutarlo negli studi, oltre a pubblicare nella loro rivista Convorbiri literare le sue poesie (Venere şi Madona, Epigonii, Mortua est).

Nel periodo berlinese Eminescu studiò Kant, di cui tradusse La Critica della ragion pura, e sottopose a una interpretazione personale la filosofia di Schopenhauer e di Hegel. Nonostante una grande passione per la filosofia e un vivo interesse per altre discipline come l’economia e la storia politica, egli non volle conseguire la laurea, forse per non tradire la sua coscienza pervasa da una tensione spirituale e da un afflato etico, alieno ad ogni forma di schematismo culturale e di dogmatismo filosofico.

Al suo ritorno a Iaşi le necessità economiche spinsero Eminescu ad assumere diversi incarichi grazie al sostegno di Titu Maiorescu: fu bibliotecario all’università, ispettore scolastico e poi redattore del “Curierul de Iaşi”, una specie di gazzetta ufficiale della Corte di Appello, sulla quale pubblicò alcune sue novelle (Cezara, La aniversara). Durante la sua permanenza nella cittadina romena, egli allacciò una relazione con Veronica Micle, giovane poetessa che esercitò un grande influsso sulla sua attività poetica.

Ma alla fine del 1877 si trasferì a Bucarest presso la redazione del giornale «Timpul», sulle cui colonne intraprese un’opera di moralizzazione contro gli ambienti politici. La sua attività pubblicistica, diretta soprattutto a difendere le tradizioni culturali della Romania, non fu ben accolta dagli intellettuali asserviti agli interessi del partito governativo, con il quale ebbe feroci polemiche, che lo prostrarono nel fisico e nello spirito. A causa della sua malattia e dei suoi molteplici sforzi mentali, Eminescu trascorse il resto della sua vita in diversi ospedali, alternando momenti di ottenebramento mentale a periodi di lucidità.

Contrario a ogni forma di democrazia liberale, Eminescu fu critico verso la politica di Constantin A. Rosetti, che divenne il suo bersaglio preferito in molteplici attacchi sulla stampa. L’adesione alla teoria organicista dello Stato caratterizzò la sua visione politica, che fu volta ad enfatizzare la ricchezza della nazione come il risultato della civiltà del lavoro, contrapposta a quella della libertà. Anzi il lavoro divenne l’unico veicolo di una cultura pura, capace di far progredire la nazione a condizione che esso fosse il risultato dell’attività dei singoli, distribuita equamente e come tale retribuita.

Convinto della giustezza di questi principi, Eminescu espresse una fiducia ottimistica nel popolo sano, prolifico e lavoratore e invocò uno Stato oligarchico, costituito sulla base della ricchezza ottenuta con il lavoro e con l’istruzione. Concordemente alle idee politiche di I. Slavici, Eminescu auspicò un sistema federale che riunisse il popolo romeno sotto l’impero austriaco. La monarchia asburgica federalista divenne così l’unica via che potesse conciliare tutti i popoli. Contrario alla missione storica della Russia, Eminescu avversò il panslavismo come risultato di un vuoto spirituale e di un ritorno alla barbarie. La sua xenofobia, da alcuni paragonata a J. De Maistre, fu diretta anche a una critica devastante verso gli stranieri, che con il loro tentativo di diventare un ceto medio aspiravano ad impadronirsi delle ricchezze materiali e contaminare il patrimonio culturale del popolo romeno. Eminescu attribuì così ai romeni una purezza quasi mitologica e una vocazione spirituale contraria a ogni ingerenza straniera e ad ogni forma di contaminazione culturale. Egli, accecato dallo sciovinismo, criticò la cultura magiara sia nella sua espressione linguistica sia nella sua incapacità creativa

Di questa intensa attività letteraria, Manitta commenta i saggi più significativi degli studiosi italiani, dei quali stabilisce una linea di continuità tra quello di Marco Antonio Canini fino ai più recenti di Gino Lupi, di Mario Ruffini e di Rosa Del Conte. La ricezione del poeta romeno ricevette infatti un impulso straordinario grazie all’attività di Mario Ruffini e di Rosa Del Conte, l’una volta a diffondere la lirica amorosa e l’altra ad approfondire il valore cosmico e l’attrazione verso l’assoluto. Ma il contributo più significativo riguarda la comparazione poetica tra Leopardi ed Eminescu (pp. 34-72), tra questi e Carducci (pp. 87-103) e il commento della sua opera principale Luceafărul (Lucifero). Di questo testo letterario l’Autore dimostra un’attenta conoscenza per i riferimenti alle varie traduzioni, le cui annotazioni meritano di essere sviluppate in un saggio più esaustivo.

Nunzio Dell’Erba

Il sodalizio culturale tra Bobbio e Primo Levi

 

bobbioAlcuni giorni dopo la morte di Primo Levi, suicidatosi l’11 aprile 1987, Norberto Bobbio rilasciò su «La Stampa» una testimonianza sull’amico scomparso con il titolo «La sentinella contro il buio» (14 aprile). Egli confermò quanto aveva scritto dieci anni prima nel suo aureo volumetto Trent’anni di storia della cultura italiana (1920-1950) (1977), ma tenne a precisare il loro sodalizio culturale, riconoscendo «di essere un lettore privilegiato e fortunato perché … suo amico». Una caratteristica che gli permetteva di confrontare l’uomo e lo scrittore per arricchire la conoscenza dell’uno e dell’altro.

primo leviNel corso del suo articolo Bobbio presentò l’amico appena scomparso come uno scrittore problematico «che si interroga e ci costringe ad interrogarci», senza racchiudere le sue riflessioni sulla deportazione nel campo di concentramento di Auschwitz. Il grande intellettuale di via Sacchi, situata proprio di fronte al dopolavoro ferroviario, rievocò le loro passeggiate nelle montagne intorno a Torino (il monte Freidour, La Rocca Patanúa, la Sbarúa) e il racconto di storie, motti e facezie.

La passione alpinistica è raccontata infatti da Levi in un capitolo del romanzo Sistema periodico, pubblicato nel 1975 con un intervista di Philip Roth: una passione che egli coltivò da giovane e che riscoprì all’inizio degli anni Ottanta. Ma il «mestiere di vivere», come avrebbe detto Cesare Pavese, gli fu difficile per la dolorosa esperienza vissuta ad Auschwitz. Di dieci anni più giovane del suo conterraneo Bobbio, Levi sopravvisse alla ferocia nazista, diventandone il più acuto narratore nel suo romanzo più famoso Se questo è un uomo (1947). Egli non era uno scrittore, ma un chimico prestato alla letteratura, pur avendo in precedenza scritto qualche racconto e poesia. Eppure quel romanzo inaugura un vasto elenco di opere, che contengono un originale valore letterario come testimone dei lager nazisti, romanziere di fantascienza e poeta. Un aspetto della sua personalità, quest’ultimo che lo stesso Bobbio incoraggiava di realizzare in un altro articolo del 3 giugno 1988: «Attendo con impazienza che raccolga le sue poesie in un volume, come ha fatto via via per i racconti» (cfr. Testimonianza per primo Levi, in «La Stampa», 3 giugno 1988).

L’auspicio di Bobbio fu accolto lo stesso anno dall’editore Einaudi, che pubblicò la raccolta delle sue poesie, alcune già note a partire da quella posta nel frontespizio Se questo è un uomo (1947): «Voi che vivete sicuri Nelle vostre tiepide case Voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici: Considerate se questo è un uomo Che lavora nel fango Che non conosce pace Che lotta per mezzo pane Che muore per un sì o per un no». In un’altra poesia intitolata Partigia (luglio 1981) Levi sottolinea il senso profondo della Resistenza e dei suoi protagonisti. L’interesse per la lotta partigiana si unì ad una verve poetica vissuta come partecipazione a un rito comunicativo particolarmente ricco di spunti autobiografici.

Il valore della Resistenza come opposizione al regime fascista e momento inclusivo dei valori repubblicani unisce l’afflato poetico di Levi alle lucide analisi di Bobbio. Questi mise in rilievo più volte come «la fedeltà all’insegnamento era più forte della censura fascista», ricordando il caso dell’intellettuale tedesco Heins Riedt, partecipe e animatore della Resistenza come membro di una formazione partigiana. Al termine del Secondo conflitto mondiale Riedt rientrò a Berlino e divento il primo traduttore dell’edizione tedesca Se questo è un uomo (1947).

Nunzio Dell’Erba

La storia di Adrano ripresa (malamente) a scopo elettorale

adrano

Ho ascoltato un discorso sulla Storia di Adrano da un designato Assessore alla cultura della città etnea nella contesa elettorale che si concluderà il 24 giugno prossimo. Il discorso, che circola come video sui social network, è stato pronunciato il 17 giugno verso le 20:30 dal noto otorinolaringoiatra Antonio Politi con la finalità di riscuotere il consenso per la sua coalizione di Centro-destra. Nondimeno esso contiene presentazioni storiche poco chiare e valutazioni personali non sempre conformi alla realtà storica. Ammiro quelli che si interessano alla storia locale per un legame affettivo inscindibile tra persone e luoghi della loro infanzia e giovinezza. Ma durante l’ascolto mi sono chiesto per quale motivo un chirurgo di fama europea si inoltra in territori così lontani dalla sua professione e dai suoi impegni medico-scientifici.

Il discorso, visualizzato più di 4190 volte, nuoce alla conoscenza della storia di Adrano per le diverse omissioni, contraddizioni e incongruenze. Encomiabile il suo appello iniziale, là dove l’oratore medico dice: «La prima cosa che farò, consiglierò ai professori di insegnare la storia di Adrano per dare quell’orgoglio, quell’identità di essere Adraniti». Ma mi sono chiesto su quale testo i giovani devono studiare la storia della cittadina etnea, se non esiste nessun libro che inquadri la sua storia?

I due volumi dell’ex senatore comunista Pietro Maccarrone, su La battaglia di Adrano (1988-89) sono impregnati di luoghi comuni e inficiati da una visione vetero-marxista che la rende una storia poco seria e attendibile. Tuttavia le sue disquisizioni storiche dimostrano uno sforzo interpretativo: il Risorgimento è presentato come un fenomeno storico sorto per realizzare l’indipendenza nazionale che si conclude con lo sbarco di Giuseppe Garibaldi in Sicilia. I suoi seguaci, contrariamente a quanto sostiene l’oratore, furono accolti da una sparuta minoranza di Adraniti, che non manifestarono alcuna simpatia verso i garibaldini. La loro marcia verso Catania fu ignorata dalla popolazione e dalle autorità cittadine, che per l’occasione non esposero alcuna bandiera negli edifici pubblici.

Su una popolazione di 13.161 abitanti, rilevata dal censimento del 1861 e segnalata da Gaetano Branca nel suo «Dizionario geografico universale» (Torino 1865, p. 6), Adernò – diventata nel 1929 Adrano – si presentava sullo scenario unitario con gravi difficoltà economiche per la miseria diffusa tra la popolazione contadina e per la collusione tra il nuovo governo italiano e i baroni ex borbonici diventati fedeli della Corona sabauda. Che cosa trova di così strano il medico adranita, se la popolazione si trovò ex abrupto «sotto uno Stato sabaudo» monarchico autoritario non dissimile a quello borbonico?
Il patriota Benedetto Guzzardi Moncada (nato il 23 febbraio 1841), considerato astrattamente «fondatore del benemerito Circolo Operai», fu massone, venerabile della loggia di Catania e autore dell’opuscolo Le cinque giornate di Adernò in settembre ed ottobre 1866 (Catania 1866, pp. 23). Di quelle tragiche giornate e della popolazione in preda al panico per «l’annunzio dello sviluppo del Morbo Asiatico» (p. 4), l’oratore svolge considerazioni superficiali e compie omissioni storiche rilevanti. La tassa sul macinato, istituita a decorrere dal 1° gennaio 1868, non c’entra nulla con la rivolta sociale di Adrano, scoppiata per altre cause connesse all’annuncio del colera e alle lotte intestine dei notabili locali «in questa terra Italiana» (p. 5) dove un’intera famiglia «massacrata (?)», quella di Domenico Crucillà, fu uccisa dai carabinieri in una casa di campagna ubicata nella cosiddetta contrada Camerone (p. 21).

Da quel triste episodio, meglio inquadrato da Antonino Sanfilippo in un altro opuscolo del medesimo anno, l’oratore compie «un volo pindarico» sul ruolo svolto da Agatino Chiavaro (1885-1938), definito «un mezzo gangster … che aveva un’idea moderna della città» per avere istituito il centro dei pompieri e avviato i bagni pubblici. Egli passa poi alla presentazione del canonico Vincenzo Bascetta (1879-1959), «che sposò le idee rivoluzionarie del Cristianesimo sociale di Luigi Sturzo». Così sembra ignorare che il Partito popolare non sorse come partito rivoluzionario, ma come organizzazione politica volta a salvaguardare l’integrità della famiglia, l’unità sindacale, la riforma tributaria ed altri aspetti della vita sociale come la tutela dell’emigrazione e lo «sviluppo commerciale del Paese».

Il noto otorino dimentica anche di dire che Chiavaro e Bascetta sono due Personaggi diametralmente opposti, perché il primo si arricchì durante il suo soggiorno a New Orleans con proventi illeciti come affiliato all’associazione criminale «Mano nera»: una notizia riportata nel libro Novecento Siciliano. Da Garibaldi a Mussolini (Edizioni del Prisma, Catania 2008, p. 222) da Pietro Castiglione che riporta una diceria popolare conforma alla realtà; il secondo fu un grande amico dei braccianti, che applicò la lezione di Sturzo sul piano concreto con l’istituzione di cooperative e di banche per incoraggiare la piccola proprietà rurale.

Sull’«azione sociale e politica» di Vincenzo Bascetta esiste la biografia di Giuseppe e Pietro Scarvaglieri (Edizioni Dehoniane, Napoli 1979, pp. 179), senza dubbio un’opera innovativa e pionieristica che rende giustizia al seguace di Sturzo, vittima di violenza da parte del sindaco e poi podestà adranita. Il 16 marzo 1924 Chiavaro partecipò infatti alla sparatoria contro il sacerdote, impadronendosi con la violenza dell’amministrazione comunale, dando vita al periodo più fosco per la comunità adranita: altro che «grande sindaco» e protagonista «di cose straordinarie per quell’epoca». Una rilettura del libro dei fratelli Scarvaglieri, certamente salutare per coloro che esaltano il futuro podestà adranita per la descrizione puntuale della sparatoria e il successivo isolamento di Padre Bascetta (p. 123). Ma le malefatte del fascista adranita emersero nel gennaio 1928 con l’arresto «per concussione, peculato, minacce ed abuso di autorità» tanto da costringere lo stesso Mussolini ad intervenire per revocargli tre anni dopo «le onorificenze di cavaliere e ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia», come si legge in un documento ufficiale coevo.

Sulle comparazioni assurde tra il «grande» Giorgio Almirante ed «il gigante della politica» Enrico Berlinguer è meglio sorvolare per le imprecisioni compiute dal noto otorino, che in un passaggio del suo discorso dice che a scrivere «Don Camillo e Peppone» sarebbe stato un certo Giovanni Ungaretti. Rimane prezioso il suo invito alla stesura di una storia di Adrano, che attende ancora uno storico vero nella convinzione che possa contribuire alla crescita civile dei cittadini, vittime della delinquenza e della nefasta politica di una destra conservatrice poco sensibile ai valori culturali e alle necessità della popolazione.

Nunzio Dell’Erba

Giuseppe Saragat, democrazia e socialismo

saragatL’11 giugno scorso l’«Associazione socialismo» e la rivista «Mondoperaio» hanno promosso un incontro per ricordare l’opera politica di Giuseppe Saragat (1898-1988). L’incontro, che si è tenuto nella sala Koch di Palazzo Madama di fronte alle massime cariche dello Stato, ha dato l’occasione al presidente della Repubblica Sergio Mattarella di rivisitare la sua lezione politica incentrata sui valori democratici della Repubblica e della rappresentanza politica per la difesa di un sistema politico «dal volto umano».

La biografia e l’opera di Giuseppe Saragat – come ha ricordato il presidente della Repubblica – sono strettamente intrecciate alle vicende politiche del Novecento e alla sua «battaglia per conquistare all’idea socialista la piena qualifica di democratica, puntando alla universalizzazione delle libertà liberali» nella «difesa dei principi di libertà, democrazia e giustizia sociale». A questi valori si ispira infatti la vicenda biografica di Giuseppe Saragat dai primi indirizzi democratici fino alla sua elezione a presidente della Repubblica (29 dicembre 1964), di cui ha tracciato un interessante profilo Marcello Staglieno nel suo volume L’Italia Del Colle 1946-2006: sessant’anni di storia attraverso i dieci presidenti (Boroli editore, Milano 2006, pp. 201-221).

Formatosi alla scuola politica del padre Giovanni Saragat (1855-1938), avvocato liberale trasferitosi nel 1882 dalla natia Sardegna a Torino, il giovane Giuseppe acquisì la sua sensibilità vero le condizioni della classe operaia, crescendo in un clima fecondo di stimoli culturali a contatto con giovani democratici come Piero Gobetti e Andrea Viglongo. La guerra del 1915-18 lo trovò nelle file dell’interventismo salveminiano, verso cui espresse un acceso fervore tanto da arruolarsi volontario. Ma la conoscenza di Claudio Treves (1869-1933) e di Bruno Buozzi (1881-1944) lo spinse ad aderire al Partito socialista unitario (Psu), costituito il 4 ottobre 1922 in seguito all’uscita dei riformisti dal Psi.

L’esordio ufficiale di Giuseppe Saragat avvenne come rappresentante della Federazione provinciale di Torino nel convegno del Psu (28-31 marzo 1925) a Roma, dove pronunciò un discorso inneggiante al «metodo democratico» contro il regime mussoliniano e la «illegalità anarchica delle squadre armate» che negano il pluralismo politico in nome di una «stalolatria che giunge fino al crimine di stato» (cfr. Il discorso Saragat, in «La Giustizia», 31 marzo 1925, p. 1). Il suo appello ai principi democratici fu proposto come antitesi al giacobinismo dei comunisti tacciati di negare la libertà, il cui ripristino presupponeva un adeguamento dell’organizzazione partitica all’accettazione della legalità come «base stessa della immancabile rivoluzione futura».

Sulla rivista «Il Quarto Stato», di cui il primo numero uscì il 27 marzo 1926, Saragat auspicò un’azione comune con il Psi per condurre una lotta contro la dittatura fascista, culminata alcuni mesi prima nello scioglimento del Psu e quell’anno nella negazione delle libertà individuali. Di fronte al dilagare del fascismo egli decise così di emigrare a Vienna, dove nell’aprile 1927 trovò impiego nella banca cittadina Wiener Merkur, senza trascurare lo studio e la ricerca culturale: quello viennese fu un periodo fecondo di riflessioni politiche a stretto contatto con il socialista Otto Bauer (1881-1938) e alla sua elaborazione dell’austromarxismo. Questo permise a Saragat di comprendere la natura totalitaria del bolscevismo e dei mezzi spietati adoperati da Stalin per detenere il potere. Dal contatto con gli austro-marxisti egli trasse le sue riflessioni poi elaborate nel settembre 1929 in un saggio dal titolo Marxismo e democrazia (ESIL, Edizioni Sala dell’Italia Libera).

In questo saggio Saragat ribadisce il nesso tra democrazia e libertà, senza la quale essa diventa «un vuoto formalismo» da diffondere tra i cittadini: riflessione che riprende in una serie di articoli pubblicati sul periodico «Rinascita Socialista» di Giuseppe Emanuele Modigliani (1872-1947). Il 19 aprile del 1930 invia una «lettera aperta» all’«Avanti!», diretto in quell’anno da Pietro Nenni (1891-1980), per superare la scissione del 1922 e impedire il successo del massimalismo sostenuto da Angelica Balabanoff (1869-1965). Nella Carta dell’unità, approvata nel Congresso di Parigi (20-21 luglio) auspica una convergenza unitaria con il nucleo operativo diretto da Nenni, a cui danno il consenso di Claudio Treves e di Filippo Turati (1857-1932).

Nella sua relazione Saragat propone una lucida analisi del fascismo, considerato «un prodotto dello sviluppo organico della economia capitalistica» che «non può essere sostituito a base di decreti», ma solo attraverso l’azione di un partito in grado di promuovere un’alleanza organica di tutte le forze progressiste e richiamare la classe operaia alla coscienza del suo compito storico. Le cause del fascismo, che egli attribuisce ad una «mancata rivoluzione liberale italiana», possono essere superate sul piano politico dall’alleanza tra repubblicani e socialisti, senza mai dimenticare il nesso tra democrazia e socialismo.

Critico verso il liberal-socialismo di Carlo Rosselli e le posizioni antimarxiste sostenute nel saggio Socialismo liberale (1930), Saragat rimane fedele al materialismo storico non sempre valutato nella sua intrinseca essenza. La sua critica è rivolta anche ai comunisti per la loro incomprensione della libertà, elemento che può far sorgere uno spirito rivoluzionario in grado di coniugarlo con la lotta di classe. Lungo gli anni Trenta Saragat pubblica una serie di articoli sull’«Avanti!» e su «La Libertà», con quali ribadisce questo nesso inscindibile in un’aspra polemica con i comunisti per la loro sottomissione alla centrale moscovita.

Tuttavia, sul patto d’azione tra Psi e Pci, Saragat difende l’unità tattica, unica via per sottrarre i comunisti alla loro visione politica catastrofica e per favorire il loro processo di «socialdemocratizzazione». Nel volume L’Umanisme marxiste (ESIL, Marsiglia 1936), egli si distanzia dalla lettura comunista di Marx, interpretato anche alla stregua di Benedetto Croce come «canone di interpretazione storica» utile alla conoscenza della società umana. Non rinuncia però a rivolgere una critica al bolscevismo e ai piani quinquennali sovietici, nei quali vede un’accelerazione forzata del ritmo di sviluppo economico a detrimento dei lavoratori e un inevitabile inasprimento del regime poliziesco.

La guerra civile spagnola, cominciata nel luglio 1936, conferma la proposta di Saragat di un ampio fronte antifascista, che è così riproposto a sostegno della lotta contro il franchismo e in difesa del messaggio «Oggi in Spagna, domani in Italia» che Carlo Rosselli (1899-1937) lancia proprio durante la torbida vicenda spagnola. Il terzo congresso dei socialisti in esilio, tenuto a Parigi dal 26 al 28 giugno 1937, si caratterizza per il serrato confronto tra i sostenitori dell’alleanza con i comunisti e i critici verso l’immediato passaggio del loro partito nell’ambito dell’unità d’azione. Un confronto che non impedisce a Saragat di rivolgere una critica devastante alle purghe staliniane e ai processi di Mosca del 1938.

Lo scoppio della Seconda guerra mondiale accentua la critica all’Unione sovietica che, per Saragat, ha instaurato un regime poliziesco e burocratico alla stregua delle analisi politiche espresse da Bruno Rizzi (1901-1977) nel suo volume La burocratisation du monde (Paris 1939). Ma il mutato clima, provocato dall’aggressione nazista all’Unione sovietica, favorisce un clima più distensivo tra socialisti e comunisti, che porta alla firma comune di un appello per la costituzione di un fronte nazionale antifascista.

Alla caduta di Mussolini, Saragat ritorna nel 1943 a Roma, dove contribuisce alla ricomposizione del Partito socialista e alla rinascita dell’«Avanti!». Arrestato dai tedeschi il 18 ottobre, egli viene tradotto nel carcere di Regina Coeli, dove è rinchiuso per quattro mesi, insieme a Sandro Pertini e a Carlo Andreoni (1901-1957). La vicenda, raccontata nei libri Saragat. Il coraggio delle idee (Roma 1984?) di Vittorio Statera e Saragat e il socialismo italiano dal 1922 al 1946 (Venezia 1984) di Ugo Indrio, coinvolge Giuliano Vassalli (1915-2009) e Massimo Severo Giannini 1915-2000, l’uno futuro presidente della Corte costituzionale e l’altro futuro ministro della Funzione Pubblica. Ma nuovi elementi sono aggiunti nei libri Saragat (Eri, Torino 1991) di Antonio G. Casanova e Giuseppe Saragat (Marsilio, Venezia 2003) di Federico Fornaro.

Condirettore dell’«Avanti!», con Nenni direttore, Saragat contribuisce al rilancio del giornale socialista, che nella prima metà del 1946 raggiunge le 100 mila copie. Ministro senza portafoglio nel governo presieduto da Ivanoe Bonomi (18 giugno-12 dicembre 1944), poi ambasciatore a Parigi (15 marzo 1945-23 marzo 1946), egli è deputato all’Assemblea costituente e suo presidente con 401 voti su 468. Sostenitore dell’assoluta autonomia socialista e dei valori democratici dell’Occidente, Saragat ribadisce il nesso tra democrazia e socialismo, interpretando il marxismo in chiave umanistica come unica visione in grado di recuperare la tradizione riformista del socialismo italiano.

In quest’ottica deve essere inquadrata la cosiddetta «scissione di Palazzo Barberini» (11-12 gennaio 1947) e la costituzione del Partito socialista dei lavoratori italiani (Psli), cui aderiscono 52 parlamentari su 115, la maggioranza della giovanile socialista e un cospicuo numero di militanti attratti dal verbo anticomunista e dal «massimalfusionismo della maggioranza». L’anno successivo Saragat, durante le elezioni politiche del 18 aprile, assume una posizione critica verso il «Fronte Democratico Popolare», provocando le invettive dei comunisti: in un intervento alla Camera viene definito da Gian Carlo Pajetta un «traditore del socialismo».

Tra il 1948 e la sua nomina a presidente della Repubblica Saragat vive gli episodi più significativi del socialismo italiano nella ricerca dell’unità socialista: l’incontro del 25 agosto 1956 a Pralognan con Nenni segna l’inizio di un processo che porta alla costituzione di un partito unitario che si conclude solo nella costituzione del PSU realizzatosi nel XXXVII congresso (ottobre 1966). Per l’occasione egli suggerisce a Nenni di inserire nella «Carta dell’unificazione socialista» l’appello ai valori «universalmente umani» e agli ideali «di libertà, di giustizia e pace», come pure il richiamo alla collaborazione tra forze democratiche e cattoliche per avviare una politica riformista.

Come presidente della Repubblica (28 dicembre 1964-29 dicembre 1971), Saragat osservò la divisione dei poteri con il rispetto dei vari organi costituzionali e non rinviò mai un provvedimento alla Camere per riesame, conferendo sempre l’incarico di formare il governo ai membri indicati dalla maggioranza parlamentare. L’esperienza del Centro-sinistra fu vissuta come formula di governo in grado di condizionare i processi di trasformazione sociale nell’ambito di una visione democratica contraria ad ogni forma di violenza e all’insegna di un riformismo inteso come fattore di crescita economica e culturale.

Nunzio Dell’Erba

Piersanti Mattarella, il «congiunto» del Presidente

mattarella-piersanti-2La dimenticanza del nome Piersanti Mattarella da parte del presidente del Consiglio Giuseppe Conti, che lo ha definito un semplice «congiunto» del Capo dello Stato, è rimasto racchiuso nella cronaca giornalistica. Essa, considerata «intollerabile» da Graziano Delrio, non ha suscitato particolare attenzione verso l’uomo politico siciliano, assassinato dalla mafia il 6 gennaio 1980.
Formatosi alla scuola politica del padre Bernardo Mattarella (1905-1971), amico di Luigi Sturzo e più volte ministro, il giovane Piersanti (era nato Castellammare del Golfo il 24 maggio 1935) crebbe in un clima fecondo di stimoli culturali alieni da forme morbose di pietismo e di eccessiva devozione popolare, così diffuse nella Sicilia del tempo. L’insegnamento del sacerdote calatino era presente nella sua famiglia, che tenne viva durante il regime fascista la fiaccola della libertà, della democrazia e della giustizia sociale. Nato proprio nell’anno dell’impresa fascista in Etiopia, Piersanti fu influenzato da padre che si oppose ad essa con critiche ai soldati invasori responsabili di uccidere «i fratelli cristiani» intenti solo a «difendere la propria terra». Il nome fu suggerito al padre dall’amico e critico letterario Pietro Mignosi (1895-1937), che congiunse i nomi di Santi in ricordo del nonno paterno e di Pier Giorgio in onore di Frassati, denominato il «Gobetti cattolico» per la sua tenace opposizione al regime mussoliniano.
Come ricordò in un’intervista, Piersanti frequentò la scuola elementare nel clima soffocante del fascismo imperante, a cui il padre contrappose un impegno attivo contro la politica autoritaria del regime: «un giorno – ricordò egli – mi strappò la tessera di balilla che veniva dato a tutti gli alunni, raccomandandomi di dirlo alla maestra». Nel 1938 l’emanazione delle leggi razziali accentuò l’impegno antifascista del padre, che sul giornale «La Voce Cattolica» pubblicò alcuni articoli di Vincenzo Mangano (1866-1940) sull’assoluta incompatibilità tra Cristianesimo e razzismo. Una contrapposizione che nasceva dalle sue riflessioni sulla dottrina sociale della Chiesa, a cui egli si ispirava per riaffermare il messaggio pontificio di Leone XIII e condannare le invadenze del regime dittatoriale nella sfera individuale dei cattolici.
La lezione di Mangano, unita a quella più robusta di Sturzo, influenzò Bernardo Mattarella, che l’anno successivo delle leggi razziali conobbe Aldo Moro, recatosi a Palermo nel venticinquennale dell’elezione alla cattedra vescovile di Lavitrano. Il fervore religioso e l’impegno antifascista del padre ebbe un effetto benefico su Piersanti, che lo seguì nelle sue peripezie politiche a Roma, dove ricoprì la carica di sottosegretario alla Pubblica Istruzione nei governi Bonomi (18 giugno 1944-21 giugno 1945), quella al Ministero dei Trasporti (23 maggio 1948-16 luglio 1953) e poi come Ministro nel governo Pella (17 agosto 1953-18 gennaio 1954).
Nella capitale Piersanti ricevette una rigorosa formazione culturale, che – unitasi a quella religiosa e politica – si arricchì con la conoscenza amorosa di Irma, figlia dell’insigne giurista Lauro Chiazzese (1903-1957). Il suo ritorno a Palermo fu determinato dall’amore verso la futura moglie, la cui sorella diverrà poi la compagna di vita del futuro Presidente della Repubblica. Dopo la laurea in giurisprudenza, Piersanti avviò uno studio legale con il collega Alberto Oddo Antonello, divenendo anche assistente ordinario di Diritto privato nell’Ateneo palermitano grazie ai suoi lavori giuridici pubblicati su riviste specializzate.
L’esempio paterno e l’avversione verso la politica siciliana, intrisa di affarismo e clientelismo, spinsero Piersanti Mattarella a intraprendere l’attività politica nella Dc, dominata da notabili come Vito Ciancimino e Salvo Lima. Proprio la débâcle elettorale del padre, primo eletto nella Sicilia occidentale poi sceso al settimo posto, lo convinse a scendere nell’agone politico: consigliere comunale nel 1964, deputato nel 1967, membro della Commissione Legislativa Regionale nei quattro anni successivi, ancora deputato nel 1971 e nel 1976, poi nel 1978 presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana alla guida di una coalizione di centro-sinistra con l’appoggio esterno del Partito comunista italiano.
Gli anni compresi tra il suo ingresso a Palazzo delle Aquile e l’elezione a presidente della Regione coincisero con la politica dissennata della Dc siciliana, con la sua gestione clientelare dell’amministrazione pubblica e con il «sacco di Palermo», che segnò la scomparsa di eleganti palazzine per dar vita alla costruzione di altissimi palazzoni di cemento. Con la tenace azione di Piersanti fu avviata un’opera di risanamento, fatta di controlli e di divisioni nette di compiti volti ad eliminare commistioni tra apparato tecnico-burocratico e compagine politica. Il suo impegno politico fu infatti diretto ad una gestione oculata e trasparente dell’amministrazione pubblica per imprimere un nuovo volto alla città di Palermo, senza trascurare la crescita culturale dei suoi cittadini e la formazione dei giovani nella ricerca del bene comune.
La strategia di Piersanti non riscuote le simpatie dei notabili palermitani, arroccati al controllo delle tessere e chiusi nella difesa dei loro privilegi, ma richiede il cambiamento sulla base di una nuova visione politica incentrata sui valori cristiani e sulla difesa della persona enunciata da Vincenzo Mangano. Esiste un interessante libretto intitolato Mattarella ha da dirvi qualcosa (Palermo 1971, pp. 43), che si sgancia dalle consuete promesse elettorali, si dichiara favorevole al centro-sinistra e affida lo sviluppo della Sicilia a tre settori significativi come agricoltura, industria e turismo.
Nel suo incarico di assessore alla Presidenza e di delegato al Bilancio, quale membro nella giunta di centrosinistra guidata da Mario Fasino (n. nel 1920), Piersanti trasforma quella delega in una carica prestigiosa in grado di condizionare la politica complessiva della Regione siciliana. Grazie ad essa assurge a figura di prestigio nazionale e a leader indiscusso della Dc siciliana tanto da essere indicato come il nuovo artefice della lotta alla casta affaristica e ai clan mafiosi.

Sergio Mattarella soccorre il fratello Piersanti ucciso dalla mafia

Sergio Mattarella soccorre il fratello Piersanti ucciso dalla mafia

La direzione della Regione siciliana, assunta da Piersanti Mattarella il 9 febbraio 1978 alla guida di una coalizione di centro-sinistra, pose le premesse per la sua feroce esecuzione avvenuta il 6 gennaio 1980. Fu il socialista Gaetano Giuliano ad assumere la guida della giunta regionale fino al termine della legislatura. Solo quindici anni dopo furono condannati all’ergastolo i boss Salvatore Riina e Bernardo Provenzano. Nella sentenza della Corte di Assise di Palermo si legge che «l’azione di Piersanti Mattarella voleva bloccare proprio quel circuito perverso tra mafia e politica incidendo così pesantemente proprio su questi interessi illeciti».

Una guida contro le molestie a lavoro

raffaele guarinielloLe molestie sessuali come questione impellente nel mondo del lavoro affliggono tutte o quasi le società umane. Esse come fattispecie giuridica si configurano nel quadro della normativa prevista dal Codice penale (art. 609 bis e sgg.) contro la «violenza sessuale». La 107esima sessione della Conferenza Internazionale, in corso a Ginevra dal 28 maggio all’8 giugno, presenta all’ordine del giorno proprio la questione relativa «alle violenze e alle molestie contro le donne e gli uomini nel mondo del lavoro».
Il rapporto, presentato durante la Conferenza ginevrina, nasce dalla decisione che il Consiglio di amministrazione si propone nell’ottobre 2015 con la finalità di definire una normativa internazionale sulla «violenza e molestie sul lavoro». Esso assume un significato particolare per la raccolta dei dati condotta l’anno successivo in ottanta Paesi del mondo, dove sono analizzati gli aspetti più gravi di molestie e di violenze nel mondo del lavoro. Segue una parte centrale in cui viene esaminato il quadro giuridico e normativo di questi Paesi con riferimento alla legislazione del lavoro, i contratti collettivi e le attività di sensibilizzazione per contrastare la piaga della violenza delle molestie contro donne e uomini nel mondo del lavoro.
Il rapporto della Conferenza è ora arricchito dall’e-book Molestie e violenza anche di tipo sessuale nei luoghi di lavoro (Wolters Kluwer per Ipsoa, Milano 2018) di Raffaele Guariniello, l’ex magistrato ora in pensione ma sempre impegnato nella difesa dei diritti umani. Egli ha sempre rivolto una particolare attenzione al mondo del lavoro, come dimostra il suo impegno a favore dei consumatori e a tutela dell’ambiente, della libertà commerciale, delle malattie professionali, della sicurezza sul lavoro e contro la sopraffazione di genere.
Il titolo dell’e-book, enfatizzato con quel «anche», è significativo per sottolineare una grave questione, ben regolamentata dall’ordinamento italiano, ma poco nota alla diretta interessata e spesso dai suoi difensori. Proprio il Testo unico sulla Sicurezza sul lavoro, di cui Guariniello ha scritto un analitico commento edito l’anno scorso sempre dal medesimo editore, è una guida per coloro che si sentono minacciati e vilipesi in fabbrica oppure in ufficio. Nel Testo egli riporta una sentenza della Cassazione penale del 12 luglio 2012, secondo cui «lo strumento tradizionale di tutela accordato per assicurare protezione alle vittime di molestie sessuali sui luoghi di lavoro è costituito dall’art. 2087 c.c. predisposto a carico del datore di lavoro onde garantire l’obbligatoria sicurezza e protezione del lavoratore». Pertanto il datore di lavoro, venuto a conoscenza delle molestie sessuali, è considerato responsabile per la mancata adozione di misure idonee (sospensione, licenziamento, etc.) a salvaguardare l’integrità fisica e «la personalità morale dei dipendenti».
In quest’ottica Guariniello pone l’accento sulla prevenzione degli abusi e sull’obbligo agli imprenditori di una equa valutazione dei rischi e dell’osservanza delle norme in materia sanitaria sulla base della normativa nazionale ed europea. Egli sostiene infatti che le violenze e le molestie sessuali possono previste con il rispetto della normativa vigente, che in Italia è all’avanguardia per l’imposizione ai datori di lavoro di determinate regole e per la specificazione di obblighi preventivi: una nota è esemplare in questo senso, là dove afferma che «la tolleranza e il far finta di niente non sono contemplati». Da questo assunto normativo deriva l’obbligo per gli organi di vigilanza di garantirne il rispetto con l’intervento oculato del Ministero del Lavoro e delle Regioni chiamate a formare nuovi ispettori e a potenziare la loro professionalità.