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Nunzio Dell'Erba

La storia di Adrano ripresa (malamente) a scopo elettorale

adrano

Ho ascoltato un discorso sulla Storia di Adrano da un designato Assessore alla cultura della città etnea nella contesa elettorale che si concluderà il 24 giugno prossimo. Il discorso, che circola come video sui social network, è stato pronunciato il 17 giugno verso le 20:30 dal noto otorinolaringoiatra Antonio Politi con la finalità di riscuotere il consenso per la sua coalizione di Centro-destra. Nondimeno esso contiene presentazioni storiche poco chiare e valutazioni personali non sempre conformi alla realtà storica. Ammiro quelli che si interessano alla storia locale per un legame affettivo inscindibile tra persone e luoghi della loro infanzia e giovinezza. Ma durante l’ascolto mi sono chiesto per quale motivo un chirurgo di fama europea si inoltra in territori così lontani dalla sua professione e dai suoi impegni medico-scientifici.

Il discorso, visualizzato più di 4190 volte, nuoce alla conoscenza della storia di Adrano per le diverse omissioni, contraddizioni e incongruenze. Encomiabile il suo appello iniziale, là dove l’oratore medico dice: «La prima cosa che farò, consiglierò ai professori di insegnare la storia di Adrano per dare quell’orgoglio, quell’identità di essere Adraniti». Ma mi sono chiesto su quale testo i giovani devono studiare la storia della cittadina etnea, se non esiste nessun libro che inquadri la sua storia?

I due volumi dell’ex senatore comunista Pietro Maccarrone, su La battaglia di Adrano (1988-89) sono impregnati di luoghi comuni e inficiati da una visione vetero-marxista che la rende una storia poco seria e attendibile. Tuttavia le sue disquisizioni storiche dimostrano uno sforzo interpretativo: il Risorgimento è presentato come un fenomeno storico sorto per realizzare l’indipendenza nazionale che si conclude con lo sbarco di Giuseppe Garibaldi in Sicilia. I suoi seguaci, contrariamente a quanto sostiene l’oratore, furono accolti da una sparuta minoranza di Adraniti, che non manifestarono alcuna simpatia verso i garibaldini. La loro marcia verso Catania fu ignorata dalla popolazione e dalle autorità cittadine, che per l’occasione non esposero alcuna bandiera negli edifici pubblici.

Su una popolazione di 13.161 abitanti, rilevata dal censimento del 1861 e segnalata da Gaetano Branca nel suo «Dizionario geografico universale» (Torino 1865, p. 6), Adernò – diventata nel 1929 Adrano – si presentava sullo scenario unitario con gravi difficoltà economiche per la miseria diffusa tra la popolazione contadina e per la collusione tra il nuovo governo italiano e i baroni ex borbonici diventati fedeli della Corona sabauda. Che cosa trova di così strano il medico adranita, se la popolazione si trovò ex abrupto «sotto uno Stato sabaudo» monarchico autoritario non dissimile a quello borbonico?
Il patriota Benedetto Guzzardi Moncada (nato il 23 febbraio 1841), considerato astrattamente «fondatore del benemerito Circolo Operai», fu massone, venerabile della loggia di Catania e autore dell’opuscolo Le cinque giornate di Adernò in settembre ed ottobre 1866 (Catania 1866, pp. 23). Di quelle tragiche giornate e della popolazione in preda al panico per «l’annunzio dello sviluppo del Morbo Asiatico» (p. 4), l’oratore svolge considerazioni superficiali e compie omissioni storiche rilevanti. La tassa sul macinato, istituita a decorrere dal 1° gennaio 1868, non c’entra nulla con la rivolta sociale di Adrano, scoppiata per altre cause connesse all’annuncio del colera e alle lotte intestine dei notabili locali «in questa terra Italiana» (p. 5) dove un’intera famiglia «massacrata (?)», quella di Domenico Crucillà, fu uccisa dai carabinieri in una casa di campagna ubicata nella cosiddetta contrada Camerone (p. 21).

Da quel triste episodio, meglio inquadrato da Antonino Sanfilippo in un altro opuscolo del medesimo anno, l’oratore compie «un volo pindarico» sul ruolo svolto da Agatino Chiavaro (1885-1938), definito «un mezzo gangster … che aveva un’idea moderna della città» per avere istituito il centro dei pompieri e avviato i bagni pubblici. Egli passa poi alla presentazione del canonico Vincenzo Bascetta (1879-1959), «che sposò le idee rivoluzionarie del Cristianesimo sociale di Luigi Sturzo». Così sembra ignorare che il Partito popolare non sorse come partito rivoluzionario, ma come organizzazione politica volta a salvaguardare l’integrità della famiglia, l’unità sindacale, la riforma tributaria ed altri aspetti della vita sociale come la tutela dell’emigrazione e lo «sviluppo commerciale del Paese».

Il noto otorino dimentica anche di dire che Chiavaro e Bascetta sono due Personaggi diametralmente opposti, perché il primo si arricchì durante il suo soggiorno a New Orleans con proventi illeciti come affiliato all’associazione criminale «Mano nera»: una notizia riportata nel libro Novecento Siciliano. Da Garibaldi a Mussolini (Edizioni del Prisma, Catania 2008, p. 222) da Pietro Castiglione che riporta una diceria popolare conforma alla realtà; il secondo fu un grande amico dei braccianti, che applicò la lezione di Sturzo sul piano concreto con l’istituzione di cooperative e di banche per incoraggiare la piccola proprietà rurale.

Sull’«azione sociale e politica» di Vincenzo Bascetta esiste la biografia di Giuseppe e Pietro Scarvaglieri (Edizioni Dehoniane, Napoli 1979, pp. 179), senza dubbio un’opera innovativa e pionieristica che rende giustizia al seguace di Sturzo, vittima di violenza da parte del sindaco e poi podestà adranita. Il 16 marzo 1924 Chiavaro partecipò infatti alla sparatoria contro il sacerdote, impadronendosi con la violenza dell’amministrazione comunale, dando vita al periodo più fosco per la comunità adranita: altro che «grande sindaco» e protagonista «di cose straordinarie per quell’epoca». Una rilettura del libro dei fratelli Scarvaglieri, certamente salutare per coloro che esaltano il futuro podestà adranita per la descrizione puntuale della sparatoria e il successivo isolamento di Padre Bascetta (p. 123). Ma le malefatte del fascista adranita emersero nel gennaio 1928 con l’arresto «per concussione, peculato, minacce ed abuso di autorità» tanto da costringere lo stesso Mussolini ad intervenire per revocargli tre anni dopo «le onorificenze di cavaliere e ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia», come si legge in un documento ufficiale coevo.

Sulle comparazioni assurde tra il «grande» Giorgio Almirante ed «il gigante della politica» Enrico Berlinguer è meglio sorvolare per le imprecisioni compiute dal noto otorino, che in un passaggio del suo discorso dice che a scrivere «Don Camillo e Peppone» sarebbe stato un certo Giovanni Ungaretti. Rimane prezioso il suo invito alla stesura di una storia di Adrano, che attende ancora uno storico vero nella convinzione che possa contribuire alla crescita civile dei cittadini, vittime della delinquenza e della nefasta politica di una destra conservatrice poco sensibile ai valori culturali e alle necessità della popolazione.

Nunzio Dell’Erba

Giuseppe Saragat, democrazia e socialismo

saragatL’11 giugno scorso l’«Associazione socialismo» e la rivista «Mondoperaio» hanno promosso un incontro per ricordare l’opera politica di Giuseppe Saragat (1898-1988). L’incontro, che si è tenuto nella sala Koch di Palazzo Madama di fronte alle massime cariche dello Stato, ha dato l’occasione al presidente della Repubblica Sergio Mattarella di rivisitare la sua lezione politica incentrata sui valori democratici della Repubblica e della rappresentanza politica per la difesa di un sistema politico «dal volto umano».

La biografia e l’opera di Giuseppe Saragat – come ha ricordato il presidente della Repubblica – sono strettamente intrecciate alle vicende politiche del Novecento e alla sua «battaglia per conquistare all’idea socialista la piena qualifica di democratica, puntando alla universalizzazione delle libertà liberali» nella «difesa dei principi di libertà, democrazia e giustizia sociale». A questi valori si ispira infatti la vicenda biografica di Giuseppe Saragat dai primi indirizzi democratici fino alla sua elezione a presidente della Repubblica (29 dicembre 1964), di cui ha tracciato un interessante profilo Marcello Staglieno nel suo volume L’Italia Del Colle 1946-2006: sessant’anni di storia attraverso i dieci presidenti (Boroli editore, Milano 2006, pp. 201-221).

Formatosi alla scuola politica del padre Giovanni Saragat (1855-1938), avvocato liberale trasferitosi nel 1882 dalla natia Sardegna a Torino, il giovane Giuseppe acquisì la sua sensibilità vero le condizioni della classe operaia, crescendo in un clima fecondo di stimoli culturali a contatto con giovani democratici come Piero Gobetti e Andrea Viglongo. La guerra del 1915-18 lo trovò nelle file dell’interventismo salveminiano, verso cui espresse un acceso fervore tanto da arruolarsi volontario. Ma la conoscenza di Claudio Treves (1869-1933) e di Bruno Buozzi (1881-1944) lo spinse ad aderire al Partito socialista unitario (Psu), costituito il 4 ottobre 1922 in seguito all’uscita dei riformisti dal Psi.

L’esordio ufficiale di Giuseppe Saragat avvenne come rappresentante della Federazione provinciale di Torino nel convegno del Psu (28-31 marzo 1925) a Roma, dove pronunciò un discorso inneggiante al «metodo democratico» contro il regime mussoliniano e la «illegalità anarchica delle squadre armate» che negano il pluralismo politico in nome di una «stalolatria che giunge fino al crimine di stato» (cfr. Il discorso Saragat, in «La Giustizia», 31 marzo 1925, p. 1). Il suo appello ai principi democratici fu proposto come antitesi al giacobinismo dei comunisti tacciati di negare la libertà, il cui ripristino presupponeva un adeguamento dell’organizzazione partitica all’accettazione della legalità come «base stessa della immancabile rivoluzione futura».

Sulla rivista «Il Quarto Stato», di cui il primo numero uscì il 27 marzo 1926, Saragat auspicò un’azione comune con il Psi per condurre una lotta contro la dittatura fascista, culminata alcuni mesi prima nello scioglimento del Psu e quell’anno nella negazione delle libertà individuali. Di fronte al dilagare del fascismo egli decise così di emigrare a Vienna, dove nell’aprile 1927 trovò impiego nella banca cittadina Wiener Merkur, senza trascurare lo studio e la ricerca culturale: quello viennese fu un periodo fecondo di riflessioni politiche a stretto contatto con il socialista Otto Bauer (1881-1938) e alla sua elaborazione dell’austromarxismo. Questo permise a Saragat di comprendere la natura totalitaria del bolscevismo e dei mezzi spietati adoperati da Stalin per detenere il potere. Dal contatto con gli austro-marxisti egli trasse le sue riflessioni poi elaborate nel settembre 1929 in un saggio dal titolo Marxismo e democrazia (ESIL, Edizioni Sala dell’Italia Libera).

In questo saggio Saragat ribadisce il nesso tra democrazia e libertà, senza la quale essa diventa «un vuoto formalismo» da diffondere tra i cittadini: riflessione che riprende in una serie di articoli pubblicati sul periodico «Rinascita Socialista» di Giuseppe Emanuele Modigliani (1872-1947). Il 19 aprile del 1930 invia una «lettera aperta» all’«Avanti!», diretto in quell’anno da Pietro Nenni (1891-1980), per superare la scissione del 1922 e impedire il successo del massimalismo sostenuto da Angelica Balabanoff (1869-1965). Nella Carta dell’unità, approvata nel Congresso di Parigi (20-21 luglio) auspica una convergenza unitaria con il nucleo operativo diretto da Nenni, a cui danno il consenso di Claudio Treves e di Filippo Turati (1857-1932).

Nella sua relazione Saragat propone una lucida analisi del fascismo, considerato «un prodotto dello sviluppo organico della economia capitalistica» che «non può essere sostituito a base di decreti», ma solo attraverso l’azione di un partito in grado di promuovere un’alleanza organica di tutte le forze progressiste e richiamare la classe operaia alla coscienza del suo compito storico. Le cause del fascismo, che egli attribuisce ad una «mancata rivoluzione liberale italiana», possono essere superate sul piano politico dall’alleanza tra repubblicani e socialisti, senza mai dimenticare il nesso tra democrazia e socialismo.

Critico verso il liberal-socialismo di Carlo Rosselli e le posizioni antimarxiste sostenute nel saggio Socialismo liberale (1930), Saragat rimane fedele al materialismo storico non sempre valutato nella sua intrinseca essenza. La sua critica è rivolta anche ai comunisti per la loro incomprensione della libertà, elemento che può far sorgere uno spirito rivoluzionario in grado di coniugarlo con la lotta di classe. Lungo gli anni Trenta Saragat pubblica una serie di articoli sull’«Avanti!» e su «La Libertà», con quali ribadisce questo nesso inscindibile in un’aspra polemica con i comunisti per la loro sottomissione alla centrale moscovita.

Tuttavia, sul patto d’azione tra Psi e Pci, Saragat difende l’unità tattica, unica via per sottrarre i comunisti alla loro visione politica catastrofica e per favorire il loro processo di «socialdemocratizzazione». Nel volume L’Umanisme marxiste (ESIL, Marsiglia 1936), egli si distanzia dalla lettura comunista di Marx, interpretato anche alla stregua di Benedetto Croce come «canone di interpretazione storica» utile alla conoscenza della società umana. Non rinuncia però a rivolgere una critica al bolscevismo e ai piani quinquennali sovietici, nei quali vede un’accelerazione forzata del ritmo di sviluppo economico a detrimento dei lavoratori e un inevitabile inasprimento del regime poliziesco.

La guerra civile spagnola, cominciata nel luglio 1936, conferma la proposta di Saragat di un ampio fronte antifascista, che è così riproposto a sostegno della lotta contro il franchismo e in difesa del messaggio «Oggi in Spagna, domani in Italia» che Carlo Rosselli (1899-1937) lancia proprio durante la torbida vicenda spagnola. Il terzo congresso dei socialisti in esilio, tenuto a Parigi dal 26 al 28 giugno 1937, si caratterizza per il serrato confronto tra i sostenitori dell’alleanza con i comunisti e i critici verso l’immediato passaggio del loro partito nell’ambito dell’unità d’azione. Un confronto che non impedisce a Saragat di rivolgere una critica devastante alle purghe staliniane e ai processi di Mosca del 1938.

Lo scoppio della Seconda guerra mondiale accentua la critica all’Unione sovietica che, per Saragat, ha instaurato un regime poliziesco e burocratico alla stregua delle analisi politiche espresse da Bruno Rizzi (1901-1977) nel suo volume La burocratisation du monde (Paris 1939). Ma il mutato clima, provocato dall’aggressione nazista all’Unione sovietica, favorisce un clima più distensivo tra socialisti e comunisti, che porta alla firma comune di un appello per la costituzione di un fronte nazionale antifascista.

Alla caduta di Mussolini, Saragat ritorna nel 1943 a Roma, dove contribuisce alla ricomposizione del Partito socialista e alla rinascita dell’«Avanti!». Arrestato dai tedeschi il 18 ottobre, egli viene tradotto nel carcere di Regina Coeli, dove è rinchiuso per quattro mesi, insieme a Sandro Pertini e a Carlo Andreoni (1901-1957). La vicenda, raccontata nei libri Saragat. Il coraggio delle idee (Roma 1984?) di Vittorio Statera e Saragat e il socialismo italiano dal 1922 al 1946 (Venezia 1984) di Ugo Indrio, coinvolge Giuliano Vassalli (1915-2009) e Massimo Severo Giannini 1915-2000, l’uno futuro presidente della Corte costituzionale e l’altro futuro ministro della Funzione Pubblica. Ma nuovi elementi sono aggiunti nei libri Saragat (Eri, Torino 1991) di Antonio G. Casanova e Giuseppe Saragat (Marsilio, Venezia 2003) di Federico Fornaro.

Condirettore dell’«Avanti!», con Nenni direttore, Saragat contribuisce al rilancio del giornale socialista, che nella prima metà del 1946 raggiunge le 100 mila copie. Ministro senza portafoglio nel governo presieduto da Ivanoe Bonomi (18 giugno-12 dicembre 1944), poi ambasciatore a Parigi (15 marzo 1945-23 marzo 1946), egli è deputato all’Assemblea costituente e suo presidente con 401 voti su 468. Sostenitore dell’assoluta autonomia socialista e dei valori democratici dell’Occidente, Saragat ribadisce il nesso tra democrazia e socialismo, interpretando il marxismo in chiave umanistica come unica visione in grado di recuperare la tradizione riformista del socialismo italiano.

In quest’ottica deve essere inquadrata la cosiddetta «scissione di Palazzo Barberini» (11-12 gennaio 1947) e la costituzione del Partito socialista dei lavoratori italiani (Psli), cui aderiscono 52 parlamentari su 115, la maggioranza della giovanile socialista e un cospicuo numero di militanti attratti dal verbo anticomunista e dal «massimalfusionismo della maggioranza». L’anno successivo Saragat, durante le elezioni politiche del 18 aprile, assume una posizione critica verso il «Fronte Democratico Popolare», provocando le invettive dei comunisti: in un intervento alla Camera viene definito da Gian Carlo Pajetta un «traditore del socialismo».

Tra il 1948 e la sua nomina a presidente della Repubblica Saragat vive gli episodi più significativi del socialismo italiano nella ricerca dell’unità socialista: l’incontro del 25 agosto 1956 a Pralognan con Nenni segna l’inizio di un processo che porta alla costituzione di un partito unitario che si conclude solo nella costituzione del PSU realizzatosi nel XXXVII congresso (ottobre 1966). Per l’occasione egli suggerisce a Nenni di inserire nella «Carta dell’unificazione socialista» l’appello ai valori «universalmente umani» e agli ideali «di libertà, di giustizia e pace», come pure il richiamo alla collaborazione tra forze democratiche e cattoliche per avviare una politica riformista.

Come presidente della Repubblica (28 dicembre 1964-29 dicembre 1971), Saragat osservò la divisione dei poteri con il rispetto dei vari organi costituzionali e non rinviò mai un provvedimento alla Camere per riesame, conferendo sempre l’incarico di formare il governo ai membri indicati dalla maggioranza parlamentare. L’esperienza del Centro-sinistra fu vissuta come formula di governo in grado di condizionare i processi di trasformazione sociale nell’ambito di una visione democratica contraria ad ogni forma di violenza e all’insegna di un riformismo inteso come fattore di crescita economica e culturale.

Nunzio Dell’Erba

Piersanti Mattarella, il «congiunto» del Presidente

mattarella-piersanti-2La dimenticanza del nome Piersanti Mattarella da parte del presidente del Consiglio Giuseppe Conti, che lo ha definito un semplice «congiunto» del Capo dello Stato, è rimasto racchiuso nella cronaca giornalistica. Essa, considerata «intollerabile» da Graziano Delrio, non ha suscitato particolare attenzione verso l’uomo politico siciliano, assassinato dalla mafia il 6 gennaio 1980.
Formatosi alla scuola politica del padre Bernardo Mattarella (1905-1971), amico di Luigi Sturzo e più volte ministro, il giovane Piersanti (era nato Castellammare del Golfo il 24 maggio 1935) crebbe in un clima fecondo di stimoli culturali alieni da forme morbose di pietismo e di eccessiva devozione popolare, così diffuse nella Sicilia del tempo. L’insegnamento del sacerdote calatino era presente nella sua famiglia, che tenne viva durante il regime fascista la fiaccola della libertà, della democrazia e della giustizia sociale. Nato proprio nell’anno dell’impresa fascista in Etiopia, Piersanti fu influenzato da padre che si oppose ad essa con critiche ai soldati invasori responsabili di uccidere «i fratelli cristiani» intenti solo a «difendere la propria terra». Il nome fu suggerito al padre dall’amico e critico letterario Pietro Mignosi (1895-1937), che congiunse i nomi di Santi in ricordo del nonno paterno e di Pier Giorgio in onore di Frassati, denominato il «Gobetti cattolico» per la sua tenace opposizione al regime mussoliniano.
Come ricordò in un’intervista, Piersanti frequentò la scuola elementare nel clima soffocante del fascismo imperante, a cui il padre contrappose un impegno attivo contro la politica autoritaria del regime: «un giorno – ricordò egli – mi strappò la tessera di balilla che veniva dato a tutti gli alunni, raccomandandomi di dirlo alla maestra». Nel 1938 l’emanazione delle leggi razziali accentuò l’impegno antifascista del padre, che sul giornale «La Voce Cattolica» pubblicò alcuni articoli di Vincenzo Mangano (1866-1940) sull’assoluta incompatibilità tra Cristianesimo e razzismo. Una contrapposizione che nasceva dalle sue riflessioni sulla dottrina sociale della Chiesa, a cui egli si ispirava per riaffermare il messaggio pontificio di Leone XIII e condannare le invadenze del regime dittatoriale nella sfera individuale dei cattolici.
La lezione di Mangano, unita a quella più robusta di Sturzo, influenzò Bernardo Mattarella, che l’anno successivo delle leggi razziali conobbe Aldo Moro, recatosi a Palermo nel venticinquennale dell’elezione alla cattedra vescovile di Lavitrano. Il fervore religioso e l’impegno antifascista del padre ebbe un effetto benefico su Piersanti, che lo seguì nelle sue peripezie politiche a Roma, dove ricoprì la carica di sottosegretario alla Pubblica Istruzione nei governi Bonomi (18 giugno 1944-21 giugno 1945), quella al Ministero dei Trasporti (23 maggio 1948-16 luglio 1953) e poi come Ministro nel governo Pella (17 agosto 1953-18 gennaio 1954).
Nella capitale Piersanti ricevette una rigorosa formazione culturale, che – unitasi a quella religiosa e politica – si arricchì con la conoscenza amorosa di Irma, figlia dell’insigne giurista Lauro Chiazzese (1903-1957). Il suo ritorno a Palermo fu determinato dall’amore verso la futura moglie, la cui sorella diverrà poi la compagna di vita del futuro Presidente della Repubblica. Dopo la laurea in giurisprudenza, Piersanti avviò uno studio legale con il collega Alberto Oddo Antonello, divenendo anche assistente ordinario di Diritto privato nell’Ateneo palermitano grazie ai suoi lavori giuridici pubblicati su riviste specializzate.
L’esempio paterno e l’avversione verso la politica siciliana, intrisa di affarismo e clientelismo, spinsero Piersanti Mattarella a intraprendere l’attività politica nella Dc, dominata da notabili come Vito Ciancimino e Salvo Lima. Proprio la débâcle elettorale del padre, primo eletto nella Sicilia occidentale poi sceso al settimo posto, lo convinse a scendere nell’agone politico: consigliere comunale nel 1964, deputato nel 1967, membro della Commissione Legislativa Regionale nei quattro anni successivi, ancora deputato nel 1971 e nel 1976, poi nel 1978 presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana alla guida di una coalizione di centro-sinistra con l’appoggio esterno del Partito comunista italiano.
Gli anni compresi tra il suo ingresso a Palazzo delle Aquile e l’elezione a presidente della Regione coincisero con la politica dissennata della Dc siciliana, con la sua gestione clientelare dell’amministrazione pubblica e con il «sacco di Palermo», che segnò la scomparsa di eleganti palazzine per dar vita alla costruzione di altissimi palazzoni di cemento. Con la tenace azione di Piersanti fu avviata un’opera di risanamento, fatta di controlli e di divisioni nette di compiti volti ad eliminare commistioni tra apparato tecnico-burocratico e compagine politica. Il suo impegno politico fu infatti diretto ad una gestione oculata e trasparente dell’amministrazione pubblica per imprimere un nuovo volto alla città di Palermo, senza trascurare la crescita culturale dei suoi cittadini e la formazione dei giovani nella ricerca del bene comune.
La strategia di Piersanti non riscuote le simpatie dei notabili palermitani, arroccati al controllo delle tessere e chiusi nella difesa dei loro privilegi, ma richiede il cambiamento sulla base di una nuova visione politica incentrata sui valori cristiani e sulla difesa della persona enunciata da Vincenzo Mangano. Esiste un interessante libretto intitolato Mattarella ha da dirvi qualcosa (Palermo 1971, pp. 43), che si sgancia dalle consuete promesse elettorali, si dichiara favorevole al centro-sinistra e affida lo sviluppo della Sicilia a tre settori significativi come agricoltura, industria e turismo.
Nel suo incarico di assessore alla Presidenza e di delegato al Bilancio, quale membro nella giunta di centrosinistra guidata da Mario Fasino (n. nel 1920), Piersanti trasforma quella delega in una carica prestigiosa in grado di condizionare la politica complessiva della Regione siciliana. Grazie ad essa assurge a figura di prestigio nazionale e a leader indiscusso della Dc siciliana tanto da essere indicato come il nuovo artefice della lotta alla casta affaristica e ai clan mafiosi.

Sergio Mattarella soccorre il fratello Piersanti ucciso dalla mafia

Sergio Mattarella soccorre il fratello Piersanti ucciso dalla mafia

La direzione della Regione siciliana, assunta da Piersanti Mattarella il 9 febbraio 1978 alla guida di una coalizione di centro-sinistra, pose le premesse per la sua feroce esecuzione avvenuta il 6 gennaio 1980. Fu il socialista Gaetano Giuliano ad assumere la guida della giunta regionale fino al termine della legislatura. Solo quindici anni dopo furono condannati all’ergastolo i boss Salvatore Riina e Bernardo Provenzano. Nella sentenza della Corte di Assise di Palermo si legge che «l’azione di Piersanti Mattarella voleva bloccare proprio quel circuito perverso tra mafia e politica incidendo così pesantemente proprio su questi interessi illeciti».

Una guida contro le molestie a lavoro

raffaele guarinielloLe molestie sessuali come questione impellente nel mondo del lavoro affliggono tutte o quasi le società umane. Esse come fattispecie giuridica si configurano nel quadro della normativa prevista dal Codice penale (art. 609 bis e sgg.) contro la «violenza sessuale». La 107esima sessione della Conferenza Internazionale, in corso a Ginevra dal 28 maggio all’8 giugno, presenta all’ordine del giorno proprio la questione relativa «alle violenze e alle molestie contro le donne e gli uomini nel mondo del lavoro».
Il rapporto, presentato durante la Conferenza ginevrina, nasce dalla decisione che il Consiglio di amministrazione si propone nell’ottobre 2015 con la finalità di definire una normativa internazionale sulla «violenza e molestie sul lavoro». Esso assume un significato particolare per la raccolta dei dati condotta l’anno successivo in ottanta Paesi del mondo, dove sono analizzati gli aspetti più gravi di molestie e di violenze nel mondo del lavoro. Segue una parte centrale in cui viene esaminato il quadro giuridico e normativo di questi Paesi con riferimento alla legislazione del lavoro, i contratti collettivi e le attività di sensibilizzazione per contrastare la piaga della violenza delle molestie contro donne e uomini nel mondo del lavoro.
Il rapporto della Conferenza è ora arricchito dall’e-book Molestie e violenza anche di tipo sessuale nei luoghi di lavoro (Wolters Kluwer per Ipsoa, Milano 2018) di Raffaele Guariniello, l’ex magistrato ora in pensione ma sempre impegnato nella difesa dei diritti umani. Egli ha sempre rivolto una particolare attenzione al mondo del lavoro, come dimostra il suo impegno a favore dei consumatori e a tutela dell’ambiente, della libertà commerciale, delle malattie professionali, della sicurezza sul lavoro e contro la sopraffazione di genere.
Il titolo dell’e-book, enfatizzato con quel «anche», è significativo per sottolineare una grave questione, ben regolamentata dall’ordinamento italiano, ma poco nota alla diretta interessata e spesso dai suoi difensori. Proprio il Testo unico sulla Sicurezza sul lavoro, di cui Guariniello ha scritto un analitico commento edito l’anno scorso sempre dal medesimo editore, è una guida per coloro che si sentono minacciati e vilipesi in fabbrica oppure in ufficio. Nel Testo egli riporta una sentenza della Cassazione penale del 12 luglio 2012, secondo cui «lo strumento tradizionale di tutela accordato per assicurare protezione alle vittime di molestie sessuali sui luoghi di lavoro è costituito dall’art. 2087 c.c. predisposto a carico del datore di lavoro onde garantire l’obbligatoria sicurezza e protezione del lavoratore». Pertanto il datore di lavoro, venuto a conoscenza delle molestie sessuali, è considerato responsabile per la mancata adozione di misure idonee (sospensione, licenziamento, etc.) a salvaguardare l’integrità fisica e «la personalità morale dei dipendenti».
In quest’ottica Guariniello pone l’accento sulla prevenzione degli abusi e sull’obbligo agli imprenditori di una equa valutazione dei rischi e dell’osservanza delle norme in materia sanitaria sulla base della normativa nazionale ed europea. Egli sostiene infatti che le violenze e le molestie sessuali possono previste con il rispetto della normativa vigente, che in Italia è all’avanguardia per l’imposizione ai datori di lavoro di determinate regole e per la specificazione di obblighi preventivi: una nota è esemplare in questo senso, là dove afferma che «la tolleranza e il far finta di niente non sono contemplati». Da questo assunto normativo deriva l’obbligo per gli organi di vigilanza di garantirne il rispetto con l’intervento oculato del Ministero del Lavoro e delle Regioni chiamate a formare nuovi ispettori e a potenziare la loro professionalità.

I misteri su Aldo Moro
40 anni dopo

aldo-moro-bnNella miriade di libri usciti per l’anniversario del sequestro di Aldo Moro e dell’uccisione degli uomini della sua scorta sembra esserci una gara per rendere più «misteriosa» quella triste pagina della storia italiana. Più di un aspetto è rimasto sconosciuto tanto da indurre uno studioso di quella vicenda a coniare il termine di «misterologia» sul caso Moro diventato «un mistero in sé». La conclusione a cui perviene è quella sostenuta nella nuova introduzione Quarant’anni dopo da Andrea Colombo nella ristampa del suo volume Un affare di Stato. Il delitto Moro 40 anni dopo (Cairo editore, Milano 2018, pp. XXVI-289), in cui l’Autore afferma che la soluzione di un enigma suscita nuove «clamorose scoperte».

Quando il libro viene pubblicato dieci anni fa dal medesimo Autore, la bibliografia sulla vicenda Moro è molto ampia. La maggior parte degli studi considera falsi i racconti dei brigatisti ed errati i risultati processuali per la mancata individuazione dei registi occulti del delitto. Il fatto contingente si colloca nei cinquantacinque giorni compresi tra il sequestro di Aldo Moro (16 marzo 1978) e la sua uccisione (9 maggio), ma una cospicua quantità di episodi trasforma la sua morte in una vicenda confusa e per alcuni tratti oscura. Essa investe vari aspetti (politico, giudiziario e «fattuale») che cinque processi e due commissioni parlamentari non sono riusciti a chiarire.

L’ultima commissione bicamerale d’inchiesta, istituita il 31 maggio 2014 e presieduta da Beppe Fioroni, ha riaperto le indagini sulla tragica vicenda, avvalendosi della documentazione desecretata nel 2015 dal governo Renzi, ma non è pervenuta ad una vera relazione conclusiva. Elementi eclatanti come la presenza di una Honda durante il sequestro, la testimonianza dell’ex brigadiere della Guardia di Finanza Giovanni Ladu oppure quella dell’ex artificiere Vitantonio Raso restano ancora senza alcuna spiegazione.

Sulla prima testimonianza l’Autore ricorda la rivelazione dell’ex finanziere, secondo cui l’8 maggio 1978 Moro stava per essere liberato «con un blitz nella prigione del popolo di via Montalcini», ma «l’operazione fu però bloccata all’ultimo momento da una telefonata del ministero degli Interni e proprio il giorno dopo il prigioniero fu ucciso» (p. VIII). La rivelazione fu utilizzata da Ferdinando Imposimato nel suo libro I 55 giorni che hanno cambiato l’Italia (Newton Compton, Roma 2013, pp. 309) prima che Ladu venisse inquisito per calunnia e l’autore riconoscesse l’errore. Sulla seconda testimonianza dell’ex artificiere, Vitantonio Raso, autore del libro La bomba umana (Seneca, Torino 2012, pp. 172), Andrea Colombo sottolinea la notizia secondo cui gli artificieri fossero arrivati il via Caetani il 9 maggio 1978 «alle 11 del mattino, dunque molto prima che arrivasse alle 12.13 la telefonata delle Br».

Le tre relazioni riconoscono infondate alcuni aspetti della «misterologia» come l’eventualità che il commando abbia preso di mira solo da sinistra l’auto di Moro e della scorta, ma anche da destra per l’assenza di fori provocati dalle pallottole. Altri aspetti riguardano la validità della testimonianza di Alessandro Marini, la presenza della Austin Morris oppure il ruolo del misterioso individuo «con cappotto di cammello». Nella trama della vicenda l’Autore discute e richiama la Cia, i servizi italiani «deviati», il Mossad, la P2, i servizi segreti cecoslovacchi, Gladio, la Stasi, i palestinesi, il Vaticano ed organizzazioni criminali come la banda della Magliana, la ’ndrangheta e la mafia. Un intreccio perverso di entità che ha reso più difficile districare una vicenda complessa, svoltasi soprattutto intorno alla trattativa dello Stato. Come emerge dalle relazioni della Commissione parlamentare, lo Stato svolse la trattativa in modo sotterraneo, accanto ad altri filoni cercati ed avviati da altre organizzazioni e personaggi.

Tra le più significative l’Autore ricorda la trattativa del Vaticano che, su iniziativa di Paolo VI, raccolse una cospicua somma da offrire in cambio della vita di Moro: un episodio su cui ha gettato nuova luce Riccardo Ferrigato nel suo libro Non doveva morire. Come Paolo VI cercò di salvare Aldo Moro (Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo-Milano 2018, pp. 263). Altro tentativo fu quello di Bettino Craxi che, come segretario del Psi, considerò giusta la trattativa per giungere a uno scambio di prigionieri con le Brigate Rosse. Altri ancora sono ben presentati dall’Autore, che dimostra una conoscenza ampia della documentazione dell’opera di Aldo Moro, che ripropone una lettura suggestiva della sua vicenda, anche se sembra esagerata la tesi per cui negli ultimi dieci anni non sia emerso nulla di eccezionale valido per modificare l’impianto della sua ricerca.

Nunzio Dell’Erba

Leone Sinigaglia tra musica popolare e alpinismo

leone sinigalliaMusicista e compositore italiano, Leone Sinigaglia (1868-1944) fu vittima dell’Olocausto per la sua origine ebraica. Più che per questa peripezia egli deve essere ricordato per il talento musicale e per la dedizione alla tradizione strumentale italiana. Fece parte infatti della schiera di compositori che nella seconda metà del XIX secolo cercarono di valorizzare questa tradizione attraverso un’originale fisionomia stilistica, insieme al direttore d’orchestra umbro Luigi Mancinelli (1848-1921), al violinista bresciano Antonio Bazzini (1818-1897), al bolognese Stefano Golinelli (1818-1891), al siciliano Francesco Paolo Neglia (1874-1932) e all’emiliano Giovanni Rinaldi (1840-1895), autori di una interessante musica pianistica. Il musicologo e antifascista Massimo Mila, autore di una prestigiosa storia della musica (1963 e 1977) e di una serie di scritti di montagna raccolti in un ponderoso volume (1992), descrive bene la figura di Leone Sinigaglia, il suo talento musicale, la passione per l’alpinismo e la dedizione nella raccolta delle vecchie canzoni popolari del Piemonte.

Cresciuto in una ricca famiglia della borghesia subalpina, Leone Sinigaglia frequentò l’ambiente culturale di Torino, dove strinse amicizia con insigni intellettuali come Galileo Ferraris, Cesare Lombroso e Leonardo Bistolfi. Frequentò l’Università di giurisprudenza, studiò le lingue straniere, ma la sua predilezione fu la musica, coltivata a Torino più che in altre parti d’Italia. Ventenne compose la «Romanza op. 3» e l’anno successivo la «Serenata provenzale» del librettista e compositore Arrigo Boito. Dopo gli studi musicali di pianoforte e violino, egli frequentò l’ambiente musicale di Milano, divenendo amico del grande violinista bresciano Antonio Bazzini (1818-1897), che lo stimolò a completare la formazione musicale nei grandi centri musicali d’Europa. Così soggiornò in varie città europee: dal 1894 fu a Vienna dove fu influenzato da Johannes Brahms riguardo alla cosiddetta musica assoluta e dal 1900 a Praga dove apprese da Antonin Dvořák la «freschezza del canto popolare nelle sue elaborazioni di motivi piemontesi» (M. Mila, Breve storia della musica, Torino 1977, p. 281).
Ritornato nel 1901 a Torino, Sinigaglia si stabilì a Cavoretto dove trascrisse nel decennio successivo circa 500 canti popolari piemontesi, recuperando quelli mancanti negli studi di Costantino Nigra, autore dei famosi «Canti popolari del Piemonte» editi nel 1888 dopo una vita dedicata alla loro raccolta cominciata nel 1854.

Le composizioni di Sinigaglia attrassero grandi direttori come John Barbirolli, Wilhelm Fütwangler e Arturo Toscanini, che nel 1903 eseguì le sue «Danze popolari piemontesi», arricchite alcuni anni dopo con la suite sinfonica ed edite nel 1914 dalla prestigiosa casa editrice Breitkopf & Härtel, la più antica del mondo per spartiti musicali. Le accurate stampe degli spartiti contenevano brani come «La pastora fedele», «Il maritino», «La sposa morta» e «La bella al molino». Dedito alla musica e allo studio, Sinigaglia manifestò anche un vivo interesse per la letteratura, senza avvertire la minaccia proveniente dal fascismo verso le famiglie ebraiche. Nel 1936 egli concluse la propria attività di compositore con l’ultima sua opera: la Sonata in sol maggiore per violino e pianoforte op. 44.

Le leggi razziali, emanate due anni dopo da Mussolini, infersero un duro colpo alla sua famiglia, sottoposta a una serie di soprusi e angherie di ogni sorta. La sorella Alina (1867-1944), sposata Segre, trovò rifugiò nell’ospedale Mauriziano grazie all’amico partigiano Luigi Rognoni (trentunenne nel 1944) mentre la loro villa ubicata a Cavoretto fu devastata dai fascisti. Prima di essere deportato nel campo di concentramento di Auschwitz, Sinigaglia fu colpito da infarto il 16 maggio 1944, proprio nel giorno in cui i nazi-fascisti fecero irruzione nella sua abitazione per arrestarlo: 19 giorni dopo moriva anche la sorella Alina.

La sepoltura nel cimitero cittadino valse a Sinigaglia l’attribuzione di una via nel quartiere Barriera di Milano e il 31 maggio prossimo la dedica dei giardini di Cavoretto dove compose quasi tutte le sue opere e visse gran parte della sua vita. Dopo la morte l’amico Luigi Rognoni tenne viva la sua memoria, lasciando la biblioteca al Conservatorio di Torino. Sulla vicenda biografica del compositore torinese hanno indagato Gian Luca La Villa e Annalisa Lo Piccolo in un interessante volume intitolate «Leone Sinigaglia, la Musica delle alte vette» (Gabrielli, S. Pietro in Cariano-Verona 2012, pp. 118), i quali hanno richiamato la sua passione di alpinista e scalatore delle Dolomiti.

 Nunzio Dell’Erba

Mario Sironi, le sue vignette fasciste in una mostra a Lucca

mario-sironi- ciclistaOrganizzata dal «Center of Contemporary Art», dalla galleria Russo e dal MVIVA, è in corso a Lucca la mostra «Mario Sironi e le illustrazioni per “il Popolo d’Italia” 1921-1940». Essa espone cento opere realizzate dal caricaturista più famoso del quotidiano ufficiale del Partito fascista. Non si tratta – come si legge nella presentazione – di una «riscoperta del talento artistico» di Mario Sironi, già noto per altre mostre e cataloghi, ma di una riproposta delle sue doti di disegnatore politico.
Il nome di Mario Sironi (Sassari, 12 maggio 1885 – Milano 13 agosto 1961) è legato all’ascesa al potere di Benito Mussolini, che lo chiamò ad illustrare il suo giornale per la capacità di plasmare l’immagine del fascismo nella stampa e di presentarla nelle mostre espositive. A differenza di altri vignettisti coevi, che aderirono al credo mussoliniano per opportunismo oppure per motivi venali, Sironi fu un fascista convinto, tanto da aderire alla Repubblica di Salò dopo l’8 settembre 1943. Egli si formò nel clima incandescente del futurismo, subendo l’influenza di Umberto Boccioni, di Gino Severini e di Giacomo Palla per assumere poi uno stile personale nelle sue scelte estetiche e nella sua pittura originaria.
Nel 1905-06 Sironi disegnò anche tre copertine per il settimanale «Avanti! della Domenica» e partecipò ad diverse mostre, nelle quali espose sue opere come «Senza Luce», «Paesaggio» e «Madre che cuce». Via via passò da una pittura paesaggistica e casalinga ad uno stile inquieto, come si ricava dai suoi dipinti eseguiti durante la Grande Guerra. Nelle sue illustrazioni per «Gli Avvenimenti», che cominciarono nell’aprile 1915, Sironi elevò l’evento bellico come suo soggetto principale. I suoi disegni dei soldati tedeschi furono considerati da Boccioni fra i più belli dell’epoca.
Allo scoppio della Grande Guerra firmò il manifesto interventista L’orgoglio italiano, arruolandosi in un battaglione di volontari ciclisti. Da quell’esperienza nacque il dipinto «Ciclista» che, eseguito nel 1916, mostrò i primi segni del distacco dallo stile futurista per l’accento posto sulla figura scura ripiegata sulla bicicletta tra edifici ubicati in un mondo misterioso e alienato. Come hanno sottolineato due storici americani, Sironi continuò nel 1919 a dipingere paesaggi urbani con la finalità precipua di sollevare i problemi sociali nelle città italiane, ritraendo lo squallore della periferia milanese dove gli operai vivono una vita grama
L’incontro con Mussolini avvenne proprio nella sede del «Popolo d’Italia», di cui il primo numero apparve il 15 novembre 1914, segnò una svolta nella vita artistica di Sironi, che divenne l’illustratore principale del giornale per l’ascendente esercitato da Margherita Sarfatti sul futuro duce. Ella presentò Sironi a Mussolini, riuscendo nel 1921 a farlo assumere come vignettista del quotidiano, dove in linea con il nascente fascismo raffigurò deputati inetti, baldanzosi ed eroici giovani squadristi e un Mussolini fermo e deciso nella lotta contro i partiti democratici. Le sue vignette, ispirate dal programma politico fascista, ebbero come bersaglio privilegiato la massoneria, il Partito socialista, quello popolare o il comunismo sovietico. Lo ha notato Andrea Colombo su «La Stampa» del 22 maggio nel suo articolo dedicato alla mostra, quando ha rilevato come nelle sue vignette emergono «un Lenin dalle sembianze di orco che taglia le teste con la falce, massoni dipinti come enormi aracnidi che tessono la loro oscura tela sulla Penisola, antifascisti trafitti da un punteruolo patriottico, panciuti borghesi sottomessi ai sovversivi di turno».
Dopo la svolta autoritaria del 1926 e l’introduzione delle «leggi fascistissime», Sironi collaborò come illustratore ai periodici «Gerarchia» e alla «Rivista illustrata del Popolo d’Italia», il cui primo numero uscì il 4 agosto 1923 su iniziativa di Arnaldo Mussolini. Di grande formato (45 x 38), la Rivista presentò sovraccoperte in pentacromia spesso disegnate da Mario Sironi e da Fortunato Depero. Egli collaborò a volumi commemorativi, tra cui «La Rivoluzione che vince» (1934), «L’Italia imperiale» (1937) in una tenace difesa della corsa mussoliniana agli antichi fasti romani. Nella sua frenetica attività, susseguitasi fino alla chiusura del quotidiano, Sironi manifestò uno stile inconfondibile, realizzando quasi mille caricature e altrettante opere volte a sostenere le iniziative del duce come la conquista d’Etiopia e l’alleanza con la Germania nazista. Le sue allegorie furono poste al servizio del regime e dello Stato corporativo nell’ambito della supremazia culturale italiana nel mondo. Per la Triennale del 1936 Sironi realizzò un mosaico dedicato al «Lavoro fascista», ampliato l’anno successivo per l’Esposizione internazionale delle arti e dei tecnici di Parigi. Il bassorilievo, realizzato per la sede del giornale «Il Popolo d’Italia» (1942), ricevette il plauso di Mussolini che considerò la sua opera artistica l’espressione più elevata della «Rivoluzione Fascista».
Con l’entrata in guerra dell’Italia nel Secondo conflitto mondiale, Sironi non godette più della committenza statale, riducendo così la sua attività pittorica, ma non quella connessa all’esaltazione del fascismo, di cui fu un fervente sostenitore fino alla morte avvenuta il 13 agosto 1961. Restano le sue vignette, aspre e tenebrose come icone sbiadite di un regime autoritario poco conosciuto e tanto esaltato.

Nunzio Dell’Erba

Severgnini, Montanelli e la Storia d’Italia

Beppe_SevergniniSul «Corriere della Sera» del 12 aprile, Beppe Severgnini presenta l’opera storica che Indro Montanelli pubblicò dal 1957 al 1985. Essa viene riproposta in sedici volumi e copre 2.500 anni di storia dall’Italia medievale «dei secoli bui» sino alle elezioni del 18 aprile 1948. Un piano caratterizzato dalla ricostruzione di eventi e dalla proposta di riflessioni che investono un processo storico di lungo periodo e sottendono il cosiddetto «metodo Montanelli» con la creazione di un’«opera monumentale di un genio del racconto».
Severgnini riconduce la gestazione dell’opera ad «un vago mistero» che tenta di spiegare con il ricorso alla sua «impressione» di giovane giornalista e con il conforto di Iside Frigerio, «custode della serenità del direttore», a cui tributa enfatici elogi di «cormorano-narratore», come si legge nel titolo del suo articolo. Un «vago mistero» che è chiarito in modo contraddittorio dal giornalista, laddove – sulla scia della voce «Storia d’Italia (Montanelli)» reperibile su Internet – fornisce la chiave per comprendere l’opera storica di Montanelli. Egli attinge e condivide che senza l’ausilio di Roberto Gervasi e poi di Mario Cervi lo scrittore toscano non avrebbe potuto dar sfogo alle «sue inconfondibili impronte, stilistiche e caratteriali».
Sulla base di osservazioni poco equilibrate e ispirate da eccessivi elogi, bisogna sottolineare che stile e carattere – seppure uniti ad un vivido amore per la storia – non possono dar vita a un’opera storica in grado di «formare e informare» i cittadini e permettere loro di capire «i disastri» dell’Italia odierna. Quella lode generosa, attribuita a Montanelli di possedere una «capacità di usare lo stile per volare sopra le cose» che lo rendono simile a un raro «narratore-cormorano», è il risultato di considerazioni personali dotate di scarsa conoscenza culturale degli eventi storici. Un motivo ripreso anche da Luigi Offeddu che in modo erroneo parla di «un modello proposto da Dino Buzzati e tradotto da Montanelli in un nuovo stile» (cfr. «Corriere della Sera», 16 aprile 2018, p. 31), che per il giornalista consiste nel linguaggio semplice, nella presentazione dei personaggi priva di ogni retorica e non aliena dalle loro debolezze (cose vere in parte).
L’articolo di Beppe Severgnini può essere considerato la più vivida testimonianza di quella mentalità «corporativa» che due suoi colleghi, Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, hanno sottoposto ad aspre critiche nel loro libro La Casta (2007), però solo in riferimento alla classe politica. Per l’insigne giornalista, direttore dell’inserto settimanale «Corriere della Sera 7» e assiduo frequentatore del programma «Otto e Mezzo» di Lilli Gruber, Montanelli ha inaugurato un «metodo storico» che ha conquistato «un pubblico vastissimo», senza riscuotere la simpatia degli «storici di professione». La conclusione di Severgnini va nella direzione opposta a quella del giornalista obiettivo, consapevole dei principi elementari del lavoro compiuto dallo storico che studia, si documenta e cita la fonte da cui attinge le notizie.
Nulla di tutto ciò si ravvisa nell’indagine storica di Montanelli, che considera inutile la citazione del libro, del saggio o dell’articolo consultato, senza parlare delle fonti dirette come diari, memorie o carteggi. Un criterio «empio» di «fare storia», molto presente nel mondo giornalistico e diffuso anche in alcuni ambienti accademici: un criterio che nuoce gravemente al progresso e alla serietà degli studi storici. L’opera di Montanelli comincia con la pubblicazione della Storia di Roma, che apparve a puntate sulla «Domenica del Corriere», per essere poi pubblicata in volume (Longanesi, Milano 1957). L’invito gli fu rivolto dal vice direttore del «Corriere» Dino Buzzati, che lo incoraggiò due anni dopo a proseguire la sua opera con la Storia dei Greci (Rizzoli, Milano 1959).
Riguardo alla Storia di Roma, Sandro Gerbi – autore di alcuni saggi biografici su Montanelli – elenca una serie di giudizi meritevoli di essere ripresi e approfonditi. Egli ricorda quello di Roberto Contini, per il quale il suo racconto storico risulta «un po’ opaco, appesantito da confronti non indispensabili, scarso di coloritura e di accenti», mentre Bruno Maffi avanza forti riserve sulla «filosofia» di Montanelli, largamente improntata ad una «visione scettica, disincantata, della vita e della storia […] col risultato che tutto si appiana e si spiana, tutto è grigio ed uniforme, proprio dello stile semplificatorio del giornalismo corrente». Un giudizio, quello di Maffi, che può essere esteso ai giornalisti come Severgnini, che «non si preoccupa di approfondire e giustifica questo mancato sforzo con i dettami della saggezza millenaria». La conclusione di Maffi è chiara: «Che il metodo [di Montanelli] aiuti a capire la storia, sia pur semplificandola, lo nego; potrà aiutare la cultura generale come l’aiuta … Lascia o raddoppia. Per me, il tentativo di Montanelli è squallido, falsamente geniale e banalmente umoristico».
Nel rovesciamento di questo giudizio sull’opera storica di Montanelli, Severgnini adultera la realtà e la pone al servizio del suo editore. Alcuni esempi valgono forse a chiarire l’inconsistenza del cosiddetto «metodo Montanelli»: il volume su L’Italia di Giolitti (1900-1920), edito per la prima volta nel 1974, attinge abbondantemente dal libro L’Italia dal liberalismo al fascismo 1870-1925 (Roma-Bari 1973 vol. I) di Christopher Seton-Watson, per cui diventa difficile (ma non impossibile) stabilire che cosa sia dello storico inglese e che cosa del giornalista toscano. Medesimo discorso vale per il volume L’Italia della disfatta, almeno per la parte relativa al 25 luglio del 1943 e alla caduta del fascismo, che fa largo uso della ricostruzione storica reperibile nel volume 25 luglio crollo di un regime (Milano 1963) di Gianfranco Bianchi.
Severgnini cita il volume L’Italia di Giolitti, ma non sa che esso è superato dagli studi storici apparsi negli ultimi decenni, oltre ad essere inficiato da strafalcioni storici. Il caso di Gaetano Bresci, uccisore il 29 luglio 1900 di Umberto I, è un esempio eclatante per comprendere come la narrazione storica di Montanelli sia superata dai recenti studi volti a sottolineare il legame tra l’ex regina Maria Sofia e gli anarchici. Bresci lascia Paterson e viene in Italia per uccidere il sovrano per motivi pecuniari: eppure la via era stata indicata da Benedetto Croce nel suo articolo Gli ultimi Borbonici («La Stampa, 2 giugno 1926, poi in Id., Uomini e cose della vecchia Italia, Bari 1927, p. 406») quando aveva denunciato il legame perverso tra la regina borbonica e l’anarchico Errico Malatesta: una tesi sviluppata e documentata da Enrico Tuccinardi e Salvatore Mazzariello nel volume Architettura di una chimera. Rivoluzioni e complotti in una lettera dell’anarchico Malatesta reinterpretata alla luce di inediti documenti d’archivio (Mantova 2014).
Nella miriade di notizie sull’«età giolittiana», il giornalista toscano confonde il periodico L’Era nuova (13 giugno 1908-19 ottobre 1917) con la casa editrice omonima, ignora il dibattito tra anarchici individualisti e organizzatori (parla di «tal Ciancabilla»), confonde l’anarco-sindacalismo con il sindacalismo rivoluzionario e non comprende l’arringa difensiva di Francesco Saverio Merlino durante il processo a Bresci. Addirittura considera Napoleone Colajanni «socialista», quando il direttore della «Rivista Popolare di Politica, Lettere e Scienze Sociali» era un repubblicano, fervente seguace di Giuseppe Mazzini.
Nelle pagine dedicate al Partito socialista, Montanelli dimostra livore e confusione, riportando notizie tratte dal testo di Seton-Watson, che attribuisce impropriamente il famoso brano di Filippo Turati alla polemica con Enrico Ferri. Esso apparve invece sulla «Critica Sociale» (1° gennaio 1900) con il titolo Dichiarazioni necessarie: rivoluzionari od opportunisti? ed è diretto più agli anarchici che al socialista mantovano. Il brano, là dove Turati dice: «Verrà giorno che i fiocchi di neve formeranno valanga. Aumentare queste forze latenti, lavorandovi ogni giorno, è fare opera quotidiana di rivoluzione, assai più che sbraitare su pei tetti la immancabile rivoluzione, che non si decide a scoppiare», è scopiazzato da Montanelli per commentare la figura di Enrico Ferri (cfr. C. Seton-Watson, L’Italia dal liberalismo al fascismo, vol. I, cit., p. 309 e I. Montanelli, Storia d’Italia 1861-1919, vol. 6, Corriere della Sera, Varese 2003, p. 352).
Da Filippo Turati ad Enrico Ferri fino a Pietro Nenni si ha un susseguirsi di giudizi validi sul piano cronachistico e meno su quello storico, ma certamente non rispondenti ai giudizi di Severgnini o di Luciano Fontana. Il primo dice che Montanelli lascia un ritratto «formidabile» di Nenni, ma non specifica le sue caratteristiche fondamentali; mentre il secondo – nella scialba introduzione al volume L’Italia della Repubblica (2 giugno 1946 – 18 aprile 1948) pubblicata sul «Corriere» del 16 aprile – sottolinea l’«irruenza» di Nenni e all’asserzione impropria, secondo cui la vittoria della Democrazia Cristiana avrebbe «spazzato via dalla scelta degli italiani» il dibattito politico tra i vari partiti presenti sulla scena politica. Negli articoli di Montanelli, ignorati dal direttore del «Corriere della Sera», non si ritrova un simile giudizio, come si ricava anche dalle annotazioni di Nenni nei suoi Diari compresi tra il 1957 e il 1971(vol. II, pp. 27, 145, 552; vol. III, pp. 82, 185, 351, 607).
Le elezioni del 18 aprile 1948 e la sconfitta del Fronte popolare non lasciarono «affranto» Pietro Nenni (come sostiene Severgnini) o in preda all’«amarezza» (come dice Fontana) nel citare il medesimo brano sulla distanza dei socialisti dal Paese reale, ma indussero il leader romagnolo ad imboccare le «vie maestre del socialismo» nella lotta contro la maggioranza «clerico-moderata», in difesa dei valori laici dello Stato, di una critica costruttiva del piano Marshall, di una ripresa della lotta sindacale e di organi come i comitati di gestione, comitati per la lotta della terra e della Lega dei Comuni («Avanti!», 23 maggio 1948, ma si veda anche Meditazioni su una battaglia perduta, ivi, 1° maggio 1948).

Mieli e il libro “25 luglio 1943” di Emilio Gentile

paolo mieliSul «Corriere della Sera» del 9 aprile, Paolo Mieli preannuncia l’uscita del libro 25 luglio 1943 (Laterza, Roma-Bari 2018, pp. 288), dedicato alla caduta del regime fascista. Un crollo che per l’autore, Emilio Gentile, era dipesa dai «progetti dei militari contro Mussolini, predisposti dalle decisioni del Gran Consiglio». In attesa di leggere il volume, in libreria dal 12 aprile, bisogna sottolineare lo strano modo adottato da Mieli per presentarlo ai lettori del «Corriere» con il titolo reboante «Le vanterie di Dino Grandi. Il gerarca fascista esagerò il ruolo che aveva avuto nel far cadere il Duce». Piuttosto che esporre e commentare il ruolo dei «vertici militari i generali Vito (recte: Vittorio) Ambrosio, Giuseppe Castellano e il capo della polizia Senise» che con la complicità del re predisposero «i piani per un colpo di Stato», Mieli discute solo le mene condotte da Dino Grandi (1895-1988) nella caduta del regime mussoliniano.
Nell’incipit dell’articolo Mieli riporta le parole che Pietro Badoglio rivolse il 18 ottobre 1943 agli ufficiali italiani, per la maggior parte riuniti nei «campi di riordinamento» istituiti dallo stato maggiore dell’esercito. Quelle parole, contenute nel noto discorso di Agro San Giorgio Jonico dalla località in cui sarebbe stato tenuto, sono citate malamente da Mieli, a cui sfugge la parte più interessante, quella relativa all’aspra critica rivolta a Mussolini. Più volte Badoglio definisce il dittatore fascista un «furfante» e un «brigante» che ha coperto le ruberie più spudorate dell’Azienda Generale Italiana Petroli (AGIP) con «novanta milioni di deficit»; della Gioventù del Littorio che «costava allo Stato più di un miliardo e mezzo»; del «dopolavoro» con «un altro miliardo e mezzo di passivo per lo Stato»; del ministero della Cultura popolare «che finanziava un numero incalcolabile di signore romane, con stipendi di cinque, otto, dieci mila lire» e di altri dispendiosi ministeri privi di ogni contabilità.
Così l’opinionista del «Corriere» si dilunga sulla riunione del Gran Consiglio del 24-25 luglio, riportando alcune notizie sull’organo supremo del regime fascista, sulla sua istituzione informale dell’11 gennaio 1923 e sulle 186 riunione convocate «nei suoi vent’anni di vita», senza aggiungere nulla di nuovo a quello reperibile su Internet. Nella sua lettura superficiale e frettolosa Mieli commette un errore storico, inserendo anche la riunione del 15 dicembre 1922, per cui le 186 ricordate e tratte dal sito sono di un numero inferiore. La riunione del Gran Consiglio durò quasi dieci ore e mise in minoranza (19 voti contro 7) il duce, approvando – come scrive Nenni nei suoi Diari – «un ordine del giorno Grandi che suonava sconfessione della sua direzione della guerra e invito a al sovrano a provvedere a norme della Costituzione» ” (cfr. P. Nenni, Tempo di guerra fredda. Diari 1943-1956, SugarCo, Milano 1981, p. 25).
Sulla base dell’annotazione di Nenni, secondo cui era implicita la richiesta al sovrano e ai ministri di restituire i poteri previsti dallo Statuto, l’interrogativo di Emilio Gentile ripreso da Mieli risulta fuorviante nella spiegazione della riunione del Gran Consiglio: “Se Mussolini considerava l’ordine del giorno Grandi, da lui conosciuto poco prima della riunione, «un atto inammissibile e vile» (come «sembra» che lo avesse definito lui stesso), perché si chiede Gentile, «accettò che venisse discusso in Gran Consiglio e di chiedere su di esso la votazione, anche se non era obbligato a fare né l’una né l’altra cosa, dal momento che solo al capo del governo, presidente di diritto del Gran Consiglio, spettava di fissare l’ordine del giorno delle sedute?». Strano che un giornalista così acuto come Mieli accolga questo interrogativo, senza formulare una critica e senza chiedersi il motivo per cui Mussolini decise di convocare il Gran Consiglio: la spiegazione più attendibile può essere quella che egli si considerava ancora in grado di dominare la riunione e che mai avrebbe creduto ad una approvazione così larga dell’ordine del giorno Grandi.
Su questo aspetto sembra che Mussolini sia stato convinto da Hitler nel suo incontro di Feltre (19 luglio ’43) non tanto «per chiedere aiuto contro gli invasori», come sostiene con ingenuità Mieli, ma per conoscere la sua opinione sulla convocazione del Gran Consiglio. Il Führer consigliò di convocare la riunione, che fu indetta da Mussolini per dimostrargli di essere ancora il «conducator» dell’Italia. Il comunicato del suo incontro fu coperto da notizie brevi e prive di significato in quell’ora drammatica per Roma, bombardata quel giorno da aerei inglesi dopo che erano stati lanciati volantini di sprono alla ribellione contro Mussolini e Hitler.
Nella successione degli eventi, accertati e riportati da Mieli, è taciuto l’importante aspetto che riguarda la concessione del Collare dell’Annunziata a Dino Grandi. Il 25 marzo 1943, quattro mesi prima della riunione del Gran Consiglio, il re gli concesse infatti l’insigne onorificenza con grave disappunto di Mussolini, che per l’occasione fece inviare ai giornali l’ordine di dare la notizia «senza eccessivo rilievo». L’onorificenza fu proposta da Luigi Federzoni (1878-1967), amico di Grandi e già «Collare dell’Annunziata» dal 1932, che ricevette alcuni anni prima l’annuncio positivo da Pietro Acquarone, Aiutante di campo del sovrano.
L’episodio, peraltro rilevante per comprendere il ruolo di Grandi, fu considerato l’anno successivo da Mussolini un «elemento della congiura», ma era chiara la finzione dell’ex dittatore, volto a giustificare il suo operato e le sue responsabilità di fronte alla guerra. Mussolini aveva ritardato la concessione del Collare a Grandi, proponendo al sovrano di assegnarla a Giacomo Suardo (1883-1947, presidente del senato e più anziano di lui. Una versione diversa venne data da Grandi, che fornì una spiegazione personale riconducibile solo ai suoi meriti diplomatici e politici. Il 21 luglio 1943 Grandi ebbe un incontro con Federzoni, che accolse la sua conclusione delle dimissioni di Mussolini, per poi sottoporla a Giuseppe Bottai, a Umberto Albini e a Giuseppe Bastianini, tre membri influenti del Gran Consiglio.
Dalle carte di Federzoni, che riguardano la riunione del Gran Consiglio, possono venire spiegazioni sui legami amicali con Grandi e sui vari interventi dei protagonisti nella riunione del Gran Consiglio; ma essi devono essere letti alla luce di altre testimonianze, delle quali quella di Grandi assume un significato particolare per il suo ruolo rilevante. Sul piano storico Grandi fece durante la riunione una «requisitoria nel Gran Consiglio contro la dittatura» di Mussolini, che – come ricordò poi – «ha ascoltato, 48 ore fa, tutto ed esattamente quanto sto per dire … egli tacque e non mi smentì. Lo avrebbe fatto se avessi potuto smentirmi. Egli conosceva il mio ordine del giorno perché il segretario del Partito glielo aveva comunicato». Il noto ordine del giorno provocò la caduta del duce, al termine di una drammatica seduta in cui – come giustamente afferma Paolo Nello – «si dimostrarono decisive l’energia e la risolutezza dello stesso Grandi», ma anche l’inefficacia della linea filotedesca del suo rivale politico. Esagerato o meno il ruolo del gerarca fascista, esso fu decisivo per la caduta di Mussolini almeno per la presentazione di un ordine del giorno, con cui si richiedeva «la restituzione al re dei sui poteri politici e militari» e la formazione di un nuovo governo affidato a Pietro Badoglio.

Nunzio Dell’Erba

Aldo Cazzullo e l’oblio sul Risorgimento nel Sud

bersaglieri-1-e1477292209333Aldo Cazzullo è un giornalista con la passione storica, a cui non sempre unisce giudizi personali ed equilibrati nel racconto dei fatti narrati. Sul «Corriere della Sera» del 7 aprile pubblica un commento ad una lettera del lettore Carlo Saffioti che lamenta il tentativo di «delegittimare lo stato nazionale unitario». Così il giornalista interviene sul contributo che i Calabresi diedero al Risorgimento e all’Unità d’Italia con un titolo erroneo ed estraneo al suo abituale discorso («Il Risorgimento del Sud condannato all’oblio») nonché con riflessioni tratte dagli articoli di Anna Foti e da Vito Teti. La questione sollevata dal lettore riguardava invece «la falsa interpretazione del Risorgimento» e la «violenta occupazione piemontese che comportò un genocidio del popolo meridionale».
Al di là della mancata risposta a Saffioti, il titolo dell’articolo dimostra una vaga conoscenza delle argomentazioni addotte, già oggetto del ponderoso volume I democratici e l’iniziativa meridionale nel Risorgimento (Feltrinelli, Milano 1962, pp. 809) di Giuseppe Berti. Ma sull’episodio dei cinque martiri calabresi, ricordato da Cazzullo, esistono il libro di Antonio Bonafede (Sugli avvenimenti dei fratelli Bandiera e di Michele Bello negli anni 1846 e 1847, Napoli 1848) ristampato nel 1894 e nel 1986 con l’introduzione di Antonio Iofrida; l’altro intitolato I moti rivoluzionari in Calabria nel 1847 (Locri 1947) di Antonio Oppedisano, ristampato nel 2008, oltre agli articoli ricordati e utilizzati con molta superficialità dal giornalista albese.
Dall’articolo di Anna Foti (I cinque martiri di Gerace ed il Risorgimento scritto in Calabria, in «strill.it, 16 ottobre 2013»), l’autore trae l’età dei cinque patrioti e la loro esecuzione con la notizia attinta pari pari sui «loro corpi (che) furono gettati nella fossa comune denominata “la lupa”». L’episodio, che non riceve una collocazione storica precisa nell’articolo di Cazzullo, avvenne il 2 ottobre 1847 con la fucilazione di Michele Bello (Siderno, 5 dicembre 1822), di Pietro Mazzoni (Roccella Jonica, 21 febbraio 1819), di Gaetano Ruffo (Ardore, 15 novembre 1822), di Domenico Salvadori (Bianco 24 dicembre 1822) e di Rocco Verduci (Caraffa del Bianco, 1° agosto 1824).
Dall’articolo (Il Risorgimento meridionale e tutti quelli che lo tradirono, “Corriere della Sera”, 5 ottobre 2010) di Vito Teti, l’articolista riprende la notizia relativa alla composizione sociale dei sostenitori dell’Italia unita, laddove scrive che «Giovani ufficiali, medici, avvocati, uomini di Chiesa, appartenenti a quella borghesia in ascesa sconfitta dai Borboni, entrano in contatto con le idee mazziniane e con quanti parlano di un’Italia unita, e diventano protagonisti di moti (1829, 1837, 1844) che anticipano quelli che si sarebbero verificati nel resto d’Italia soltanto più tardi». La ricostruzione «campanilistica» dell’antropologo calabrese e la ripresa delle sue considerazioni storiche fanno credere al giornalista albese che in Calabria vi fu un’anticipazione del moto risorgimentale, senza tenere presente che il pensiero unitario è diffuso in molte parti d’Italia con più ampiezza e che i promotori della repressa insurrezione calabrese acquisirono il loro pensiero d’indipendenza nazionale a Napoli grazie all’ambiente culturale più maturo della città partenopea. Persino il titolo è ripreso dall’articolo di Teti, che parla dell’oblio dei martiri calabresi «come conseguenza del “tradimento” del Risorgimento meridionale». Una visione storica che ha storpiato i valori del Risorgimento ed ha alimentato le polemiche sterili sull’Unità d’Italia.