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Nunzio Dell'Erba

Scurati e il Congresso socialista di Livorno

Antonio-ScuratiSull’«Avanti!» del 29 ottobre è uscito un mio articolo sul nuovo libro M. Il figlio del secolo (Bompiani, Milano 2018, pp. 841) di Antonio Scurati. Esso ha concentrato l’attenzione sugli eventi storici del cosiddetto «biennio rosso», che ha creato le condizioni della scissione al Congresso di Livorno (1921) considerato da Pietro Nenni come l’inizio della «tragedia del proletariato italiano» (cfr. Storia di quattro anni, Einaudi, Roma 1946, p. 123). Il giudizio è riportato da Scurati alla pagina 313 con riferimento alla prima edizione uscita nel 1926, ma senza altra indicazione di editore e di pagina tanto che sorge il dubbio se l’Autore abbia mai consultato il volume.

In realtà il volume di Nenni, che deve contenere il sottotitolo La crisi socialista dal 1919 al 1922 (Libreria del «Quarto Stato»), non può essere inserito «nelle consuete e poco legittime classificazioni politiche e ideologiche» in quanto si tratta di un’opera critica rivolta soprattutto al « “diciannovismo” come fenomeno di immaturità popolare e velleità rivoluzionaria» (E. Santarelli, Pietro Nenni, Utet, Torino 1988, p. 108). Eppure Scurati cita a casaccio il giudizio di Nenni, che si rivela incomprensibile nell’esposizione del dibattito politico svoltosi nel Congresso di Livorno. Se l’Autore avesse consultato il Resoconto stenografico del XVII Congresso Nazionale del Partito Socialista Italiano Livorno 15-10 gennaio 1921 (Edizioni Avanti! 1962, citato d’ora in poi “Resoconto stenografico”), pubblicato per la prima volta nel 1921, avrebbe evitato diversi strafalcioni storici e avrebbe dato un quadro più chiaro della scissione di Livorno.

Persino la citazione del brano di Amadeo Bordiga appare insignificante e che – estrapolata dal contesto dell’intervento del leader comunista – rende più oscura la comprensione delle diverse posizioni politiche. Quale sia stata la scelta di riportare il giudizio del comunista napoletano diventa così incomprensibile, se esso non sia inquadrato nel lungo discorso di Bordiga (“Resoconto stenografico”, pp. 271-296; Scurati, p. 313) che l’Autore non cita neppure una volta nella narrazione storica del Congresso livornese. Per comprendere il pensiero di Bordiga bisognava citare la frase per intero, là dove egli dice: «Noi rivendichiamo la nostra linea di principio, la nostra linea storica con quella marxista che nel Partito socialista con onore, prima che altrove, seppe combattere i riformisti. Noi ci sentiamo eredi di quell’insegnamento che venne da uomini al cui fianco abbiamo compiuto i primi passi e oggi non sono più con noi. Noi, se dovremo andarcene, vi porteremo via l’onore del vostro passato, o compagni!» (“Resoconto stenografico, p. 294; Scurati, p. 313 solo per la parte in corsivo).

La narrazione del 1921 si apre con la descrizione del XVII Congresso del Partito socialista italiano, che ebbe inizio a Livorno alle 15,30 del 15 gennaio («e non alle ore 14.00 del 5 gennaio», (Scurati, p. 307). La composizione delle varie correnti non è quella presentata dall’Autore, secondo cui erano presenti «i delegati dei 58.000 elettori della frazione comunista», i ( «“centristi” forti di 100.000 mandati» e «i riformisti che portano 15.000 voti» (Scurati, p. 307). Nel Congresso di Livorno si scontrarono cinque correnti, cioè «quella dei concentrazionisti formata dagli antichi riformisti […], la vecchia frazione intransigente rivoluzionaria […], la frazione dei “comunisti unitari” […], la frazione dei comunisti puri e quella che si proponeva quale obiettivo di impedire la rottura fra le altre due frazioni comuniste» (cfr. Il Partito Socialista Italiano nei suoi Congressi, vol. III: 1917-1926, a cura di F. Pedone, Edizioni Avanti!, Milano 1963, p. 121).

La presenza di queste varie frazioni è commentata da Scurati in modo semplicistico: nulla è detto di Paul Levi, delegato del Partito comunista tedesco e dei messaggi firmati da Gregorij Evseevič, Zinov’ev improntati ad una serrata critica dei riformisti socialisti capeggiati da Filippo Turati e da Giuseppe Emanuele Modigliani. Nulla è detto del discorso di Antonio Graziadei, che privilegiava la dipendenza dalla centrale moscovita all’unità del socialismo italiano, la cui fedeltà al «valore storico» del Psi si esprimeva nell’adesione alla III Internazionale, «scandita – come sostiene Scurati con linguaggio estroso – in 21 tesi perentorie come chiodi conficcati sulla bara dell’unità proletaria» (“Resoconto stenografico”, p. 29, Scurati, 307).

Di Giacomo Matteotti e della sua presenza al Congresso di Livorno, Scurati non chiarisce il motivo per cui il deputato socialista abbandonò l’assise socialista (p. 310), credendo che abbia «dovuto rinunciare a parlare al congresso per accorrere» nel suo collegio elettorale. L’autore si limita così a dire che «per due giorni Matteotti ha ascoltato decine di interventi di uomini di lotta provenienti da tutta Italia e da mezza Europa» (Scurati, pp. 310-311) prima della sua partenza per Ferrara. Come sia possibile che Matteotti abbia ascoltato «decine di interventi» nei due giorni di presenza al Congresso, se la seduta pomeridiana del 15 gennaio fu occupata dalla nomina delle presidenza, dalla adesione dei vari partiti europei e dai saluti della «Direzione del partito», del Sindaco di Livorno e della Federazione Giovanile.

L’unico discorso del 15 gennaio fu quello di Antonio Graziadei, mentre l’assise del giorno successivo fu occupata solo dai discorsi del comunista bulgaro Christo Kabakčiev e di Adelchi Baratono, l’uno volto a ribadire la linea stabilita dalla centrale moscovita e l’altro a sostenere le posizioni dei comunisti unitari (“Resoconto stenografico”, pp. 100-132). A questa inesattezza storica Scurati aggiunge l’altra sul discorso di Vincenzo Vacirca, che intervenne non nella «giornata del 17» gennaio (p. 308), ma nella «seduta pomeridiana del giorno 18» presieduta da Argentina Altobelli (cfr “Resoconto stenografico”, pp. 231-251). Del socialista siciliano (era nato a Chiaramonte Gulfi il 26 novembre 1886), l’Autore dice che si tratti di un «sindacalista … che a sedici anni ha organizzato la lega contadina di Ragusa ed è giù scampato più volte ad attentati sia in Italia che negli Stati Uniti d’America» (p. 308). È vero che Vacirca organizzò nel 1902 una lega dei contadini e che visse per alcuni negli Usa, ma si trattò di esperienze lontane dagli anni che lo videro impegnato nel dibattito precongressuale di Livorno. Egli fu direttore di periodici, organizzatore politico e attivo propagandista dei principi socialisti, oltre ad essere deputato nel legislatura e delegato del Psi «nella Russia sovietica». Così la parte su Vacirca dà notizie che hanno scarsa attinenza con il ruolo svolto nel Congresso di Livorno, dove si schierò per la corrente intransigente e individuò nello sciopero generale l’arma più idonea per arrestare la marea reazionari del fascismo. Come afferma Giuseppe Miccichè, profondo conoscitore del socialismo siciliano e autore della interessante voce sul personaggio (Cfr. «Il movimento operaio italiano. Dizionario biografico 1853-1943», V, Editori Riuniti, Roma 1978, pp. 160-163», Vacirca «si collocò fra i massimalisti unitari e i riformisti», rifiutò la cosiddetta «violenza rivoluzionaria» e denunciò il senso di malessere della classe lavoratrice «per la lunga e vana attesa dello scontro finale con la borghesia» (cfr. G. Miccichè, Dopoguerra e fascismo in Sicilia 1919-1927, Editori Riuniti, Roma 1976, p. 85).

Così Scurati non coglie minimamente la posizione politica di Vacirca, che nel suo discorso non affermò l’identità tra socialismo e comunismo (p. 309). Come rappresentante della «più piccola frazione» del Congresso, egli precisò di essere lontano «dai compagni di estrema sinistra» (“Resoconto stenografico”, p. 231 e p. 232) ed auspicò un ritorno alla politica classista, diversa da quella sostenuta dai comunisti puri come Umberto Terracini ed Adelchi Baratono. Dai due comunisti, ma anche da Amadeo Bordiga, vi era una discordanza di vedute sulla rivoluzione russa, sull’uso della violenza e sulla funzione dei consigli di fabbrica (“Resoconto stenografico”, pp. 233-237).

In questo contesto, e non nel quadro generale presentato dall’Autore, si inserisce l’episodio sullo scontro tra Vacirca e Nicola Bombacci e la critica che il socialista siciliano rivolse al comunista romagnolo, responsabile di fomentare la reazione borghese con il suo rivoluzionarismo parolaio e con il suo appello ad una «violenza assoluta come metodo normale di lotta» politica e «idea forza» disgregatrice del «mondo borghese» (“Resoconto stenografico”, p. 235). Lo scontro tra Vacirca e Bombacci, il caso del «temperino» dell’uno e il ricorso alla pistola dell’altro, sono ripresi dal volume Il comunista in camicia nera (Milano 1996) di Arrigo Petacco (Scurati, pp. 309-310). La descrizione delle sembianze fisiche («mani femminee», già ribadite in atre pagine (Scurati, p. 77, Petacco, p. 11), e persino alcune frasi (come per esempio «Prendi questa. Fagli vedere di cosa sei capace» non presentano alcuna originalità (Petacco, p. 51 e Scurati, p. 309).

Eppure l’episodio increscioso, riportato nel “Resoconto stenografico” (pp. 238-239), ha una vasta presentazione con la conclusione di Riccardo Roberto, che deplorò l’accaduto e convalidò l’espulsione di Bombacci, su cui Scurati esprime più volte giudizi ripetitivi, tralasciando personaggi ed eventi di più grande rilevanza storica. Dopo descrizioni inutili e un susseguirsi di «svarioni», l’Autore ritorna su Giacomo Matteotti e sulla sua attività politica di cui traccia un profilo semplicistico dopo la partenza da Livorno e durante i pochi giorni trascorsi a Ferrara. Perché non dire che il segretario della Camera del lavoro ferrarese è Gaetano Zirardini (1857-1931), implicato nei fatti del Castello Estense (20 dicembre 1920) e arrestato al momento della sua partenza per Livorno? Perché non dire che l’altro arrestato era Edoardo Temistocle Bogianckino (1876-1953), primo sindaco socialista di Ferrara imparentato per via materna con Gabriele d’Annunzio?

Di fronte a queste omissioni c’è da chiedersi il motivo per cui Scurati citi invece il nome del prefetto (Pugliese), a cui Matteotti si rivolse per non avere «la sorveglianza degli agenti di pubblica sicurezza» e fare affidamento solo sui «suoi compagni armati di bastone» (p. 311). Strana richiesta quella di Matteotti, se si pensa che si allontanò dall’assise socialista per sfuggire al clima di intolleranza e alla violenza verbale di comunisti come Bordiga e Terracini. Egli si recò a Ferrara non per un atto di eroismo, come vuol far credere Scurati (p. 312), ma per guidare le manifestazioni di piazza contro i fascisti della città Estense.

Antonio Scurati, una lettura miope del fascismo

Antonio-ScuratiLa data erronea della disfatta di Caporetto, l’attribuzione a Giosuè Carducci della famosa frase «La grande Proletaria si è mossa» piuttosto che a Giovanni Pascoli, la presenza degli «elettricisti» alla Scala nel 1846, «il ticchettio delle telescriventi» nel Viminale del 1922, la qualifica a Benedetto Croce di «professore» e quella di «politologo» ad Antonio Gramsci, la presentazione di «Monsignore Borgongini Duca» come «ambasciatore inglese presso la Santa Sede» il 16 novembre 1922, l’attribuzione di una lettera del 17 novembre 1922 a Francesco De Sanctis (morto nel 1883), il numero sbagliato dei morti durante la Prima guerra mondiale rientrano nella miriade di errori attribuiti da Ernesto Galli della Loggia («Corriere della Sera», 14 ottobre) ad Antonio Scurati nel suo nuovo libro M. Il figlio del secolo (Bompiani, Milano 2018, pp. 841).

Il cumulo degli errori storici non può essere giustificato dicendo che essi «sono la banalità della condizione umana, testimoniano soltanto la nostra fallibilità», come ha replicato Antonio Scurati a Galli della Loggia ((«Corriere della Sera», 17 ottobre). Esso è molto più numeroso rispetto agli «svarioni» ritrovati da Galli della Loggia, che ne ha rilevato solo una minima parte, senza approfondire incongruenze, giudizi di valore, date erronee, ripetizioni, confusione dei personaggi e persino mancanza di date e cambiamento di termini nei brani citati. Il cumulo di strafalcioni e di giudizi avventati, relativi per ora al 1919, non può essere attributo alla consistenza di «un libro di 850 pagine che abbraccia un’intera epoca», come ha precisato Scurati nella sua replica a Galli della Loggia, ma ad una lettura superficiale degli eventi storici succedutisi dal 1919 al 1924. La citazione di brani (ben 216), spesso inutili e privi di logica storica, copre un numero complessivo di 124 pagine e amplia il romanzo a dismisura, peraltro caratterizzato da ripetizioni e dall’assenza di sintesi.

Eppure su «La Stampa-tuttolibri» (29 settembre, n. 2111, p. III), Mirella Serri presenta il libro con dovizia di elogi e definisce il romanzo «splendido», «dove persino i dettagli sono storicamente verificati». Nulla di più falso se si ha pazienza di controllare i brani citati e gli episodi raccontati, quasi sempre attinti da altri libri. La lettura (?) saltellante del romanzo da parte della collaboratrice del giornale torinese è un esempio significativo del modo come il romanzo sia stato più recensito che letto, se si considera la presentazione elogiativa del romanzo, considerato sul giornale torinese «un antidoto nei confronti di ogni indulgenza verso la dittatura» e su «Dagospia» «una vera medicina per qualsiasi nostalgia». Meraviglia il suo accenno iniziale all’episodio della mucca morta per una malattia infettiva e riesumata dai contadini del Polesine, nonostante il divieto del veterinario di seppellire la bestia invece di consumarla. Nel romanzo Scurati accenna a questa abitudine dei contadini e riferisce il divieto del veterinario (p. 240), considerata quasi una falsa memoria da Matteotti (p. 242). Meraviglia ancor più l’accenno iniziale al deputato riformista Giacomo Matteotti, definito un «socialista impellicciato» e «figlio di un ricco proprietario terriero», quando lo stesso scrittore napoletano non ha le idee chiare sul padre che nella medesima pagina è definito «agrario e usuraio» e più avanti solo un «sospettato di prestare denaro a usura» (p. 835).

Il romanzo non presenta un indice dei singoli paragrafi, né ha un indice dei nomi, per cui è difficile dipanarsi nella selva oscura di un romanzo confuso, farraginoso e per molti aspetti privo di ogni valenza culturale. Esso segue una scansione temporale, ma offre una rilettura superficiale degli eventi storici, descritti più con «l’occhio miope» dell’analista che con quello obiettivo dello scrittore e dello studioso abituato a lavorare sui documenti con lo scopo di comprendere gli eventi storici e la direzione verso cui si muove la società.

Il romanzo analizza il periodo compreso tra la costituzione dei Fasci Italiani di combattimento (23 marzo 1919) e l’omicidio di Giacomo Matteotti. Ma non presenta alcuna originalità nella presentazione dei personaggi che fecero parte del primo movimento fascista ideato da Benito Mussolini. Nella parte dedicata alla «Fondazione dei fasci di combattimento Milano, piazza San Sepolcro, 23 marzo 1919», l’Autore presenta Benito Mussolini come un personaggio indeciso, che non sa il motivo per cui deve pronunciare il discorso nell’assise costitutiva del nuovo movimento: «Ma perché dovrei parlare?!». In realtà, Mussolini pronunciò il suo discorso con arguzia nella ricerca di un consenso volto a favorire la sua ascesa politica. E, giocando su vari fronti, fece leva sullo spirito patriottico degli ex combattenti e sulla grave crisi economica seguita alla Grande guerra. L’auspicio della «grandezza della patria», invocata nel nome dei valori della storia italiana e degli «elementi» presenti «nel nostro sangue», fu accolto con «una lunghissima ovazione» dal nucleo eterogeneo presente nell’assemblea milanese.

Su questo nucleo composito l’Autore presenta un quadro distorto, riducendolo a un’accozzaglia di folli, di delinquenti e di fanatici (quadro poi ripreso da Mirella Serri), senza tenere presente le recenti ricerche storiche che considerano i Fasci come un variegato schieramento e di un ampio fronte formato da interventisti ed ex combattenti. La capacità di Mussolini, profondo conoscitore del «sovversivismo» italiano, fu quella di riunire queste varie anime in un unico movimento sganciato dai sistemi dottrinali dei partiti tradizionali. La struttura flessibile, a cui conformò la sua azione politica nella contrapposizione tra «movimento» e «partito», gli permise di aggiornare la sua tattica e di accogliere tutte le voci del sovversivismo, poi alimentato da nuovi contributi teorici che, seppure sbagliati e inidonei sul piano sociale, formarono l’ossatura teorica del fascismo.

Queste tematiche sfuggono all’Autore, che si dilunga in minuziose descrizioni come la composizione fisica della «sala riunioni del Circolo dei commercianti e degli industriali» con le «poltrone Biedermeier» e la vista della piazzetta parrocchiale (p. 10). Così riporta notizie inutili come il «furto di tre tonnellate di sapone» (p. 16 e p. 18). Corollario dei Fasci Italiani di combattimento fu il carattere provvisorio del programma mussoliniano («il cosiddetto programma di piazza san Sepolcro»), di cui l’Autore non riesce a cogliere la sostanza del suo messaggio, sbagliando persino gli enunciati programmatici pubblicati su «Il Popolo d’Italia» del 6 giugno. Riguardo al programma dei Fasci di combattimento, l’Autore confonde così i vari aspetti, là dove viene auspicata una «politica estera nazionale intesa a valorizzare nelle competizioni pacifiche della civiltà, la nazione italiana nel mondo»: una politica estera che egli inserisce nel «problema militare» e non «programma politico» (p. 63).

Con questo «svarione», l’Autore accenna al ruolo di Cesare Rossi (pp. 63-69 e pp. 71-72) e ai suoi rapporti con Mussolini, senza dire che egli era stato massone e membro di una «vendita carbonara», ossia di quel cenacolo rivoluzionario che si riuniva a Milano nella «pensione di via Eustachi». Né spiega il suo passaggio all’interventismo e alla nefasta attività che svolse negli anni successivi alla fondazione dei Fasci di combattimento e all’ascesa al potere del fascismo. Il focoso Cesare Rossi, su cui ha scritto un interessante volume (Bologna 1991) Mauro Canali – curatore anche della voce nel «Dizionario biografico degli italiani» (2107) – è presentato come un bombarolo, che viene frenato dal moderato Mussolini nei progetti omicidi del suo seguace.

Nella parte intitolata «Benito Mussolini 19 luglio 1919», Scurati attribuisce la frase «Questo proletariato ha bisogno di un bagno di sangue» (p. 75), mentre essa venne sì pronunciata al liceo Beccaria proprio quel giorno, ma fu riferita da Mussolini al 1913 durante la sua militanza socialista (la frase precisa si può leggere nell’«Opera Omnia di Benito Mussolini, Firenze 1954, vol. XIII, p. 252»). La nomea di dittatore fu formulata per la prima volta da Anna Kuliscioff in una lettera a Filippo Turati, datata dall’autore «24 novembre 1921» (p. 447), ma la frase non si ritrova nella missiva (cfr. F. Turati e A. Kuliscioff, Carteggio 1919-1922: Dopoguerra e fascismo, vol. V, Torino 1977, p. 730). Nel medesimo carteggio (p. 770) si legge una lettera di Anna Kuliscioff al suo compagno, datata «7 dicembre 1921» e citata alla pagina 464 da Scurati, ma viene attribuita a Turati e storpiata nell’incipit e persino nella datazione.

Sui rapporti tra Mussolini e Gabriele d’Annunzio, Scurati scrive pagine disordinate, alcune dedotte dal volume Mussolini il rivoluzionario 1883-1920 (Torino 1965) di Renzo De Felice, che gli serve come fonte d’ispirazione. Egli si spinge però ad annotazioni banali sul poeta abruzzese «collezionista di lacche e di smalti del nulla» e riprende il brano di Filippo Turati sulla partecipazione di Sidney Sonnino e di Vittorio Emanuele Orlando. Il discorso di Turati, citato dal grande storico rietino e tratto da Discorsi parlamentari (vol. III, Roma 1950, pp. 1614-1615), fu pronunciato il 29 aprile 1919 alcuni giorni dopo il ritorno della delegazione italiana, mentre Scurati crede che esso sia precedente alla partecipazione della delegazione italiana, a cui il leader socialista rivolse un monito «sui rischi di quella scommessa azzardata attaccando con violenza Orlando e Sonnino» (p. 48). Giustamente De Felice considera il discorso ispirato da una ferma denuncia della posizione assurda in cui l’Italia «si era venuta a trovare con la partenza di Orlando e di Sonnino» (De Felice, p. 526). La citazione del brano turatiano, seppure tratto dal volume di De Felice, è riportato male da Scurati (p. 48) e nella sua versione integrale suona: «O voi sapete, con matematica certezza, che un componimento è possibile, il quale salvi ciò che voi chiamate l’onore della Paese, salvi soprattutto l’onore della vostra missione di negoziatori. A che pro allora, questa enorme montatura dell’opinione del Paese? Signori, una parola mi tenta che trattengo sulle mie labbra… Oppure voi non siete certi del risultato. E allora la montatura, che avete provocata, vi fa prigionieri di sé, vi taglia ogni via di ritorno, che non sia di umiliazione profonda – umiliazione, badate, non vostra soltanto» (pp. 1614-1615).

Su Nicola Bombacci (pp. 76-79), l’Autore non aggiunge nulla di nuovo nei suoi pochi e veloci cenni biografici, riprendendo dal volumetto Il comunista in camicia nera (Milano 1996) di Arrigo Petacco persino la descrizione delle sembianze fisiche («zigomi sporgenti» e «i malinconici occhi turchini» che diventano gli «occhi di un azzurro angelico» (Petacco, p. 11 e Scurati, p. 77). Sembianze ripetute in una pagina successiva e riprese dal medesimo volumetto per la raffigurazione del suo viso e dei suoi «occhi di ceramica olandese» e di «una barba bionda come quella di Cristo» (Petacco, p. 12 e Scurati, p. 81). Il paragone con la Russia postrivoluzionaria e l’Italia postbellica è elementare, come lo è l’analisi del cosiddetto «scioperissimo», le cui cause sono attribuite in modo semplicistico alla pusillanimità dei dirigenti socialisti e alla povertà dell’Italia.

Accanto a questi giudizi di valore, si possono cogliere altre imprecisioni come quelle reperibili nel ritratto di Angelo Tasca, che l’Autore considera un «rampollo di una famiglia della borghesia torinese» (p. 186), mentre egli nacque a Moretta in provincia di Cuneo da una famiglia operaia (il padre era un semplice manovale delle ferrovie dello Stato). Oppure quelle sulle «lacerazioni» tra socialisti riformisti e massimalisti, che si consumano il 3 ottobre a Roma durante i lavori del XIX congresso del partito socialista italiano», quando esso si concluse il 4 ottobre 1922.

Nunzio Dell’Erba

A dieci anni dalla morte, Vittorio Foa ricordato in un convegno

VITTORIO-FOA

«Coraggioso cospiratore antifascista di Giustizia e Libertà, condannato dal tribunale speciale e imprigionato sotto il regime, partigiano nelle file del Partito d’Azione, dirigente sindacale socialista della Cgil, coscienza critica della nuova sinistra, padre nobile dello schieramento progressista durante la Seconda Repubblica. Tutto questo è stato Vittorio Foa». Così è presentato il socialista torinese sul «Corriere della Sera» del 20 ottobre per ricordare la sua figura nel convegno che si tiene a Roma il 22 ottobre.

Nato a Torino il 18 settembre 1910, Vittorio Foa – scomparso a Formia il 20 ottobre 2008 – può essere considerato uno dei più vivaci socialisti italiani per la sua lunga esperienza politica e la sua preparazione culturale. Militante nel movimento di Giustizia e Libertà, costituito a Parigi nel 1929 per iniziativa di Carlo Rosselli, egli profuse un impegno «attivo» nella cospirazione antifascista. La sua adesione ideale al programma giellista fu dettato da una personale avversione alla violenza squadrista, che raggiunse il culmine con l’omicidio di Giacomo Matteotti («il discrimine politico della mia adolescenza», dirà più tardi) e con l’introduzione delle cosiddette «leggi fascistissime» come fonte di «ogni autoritarismo». Quelle leggi, volte a sopprimere la stampa e la libertà sindacale e politica, furono aspramente criticate dal giovane Foa, che – in quattro lunghi articoli apparsi sui «Quaderni di Giustizia e Libertà» (agosto 1933-gennaio 1935) e poi riproposti nel volume Scritti politici. Tra giellismo e azionismo 1932-1947 (Bollati Boringhieri, Torino 2010, pp. 7-75) – denunciò il corporativismo «come ideologia (e mistificazione) dell’intervento diretto dello Stato nell’economia».

Proprio per questi articoli Foa mise in rilievo il «carattere classista della politica mussoliniana e l’aperto sostegno della grande industria e del latifondo al fascismo. Egli rivolse così un’aspra critica dell’intero assetto corporativo, che gli provocò l’arresto per la delazione di Dino Segre (alias Pitigrilli), fiduciario diretto del ministero dell’Interno e scrittore infiltrato dalla polizia politica negli ambienti giellisti. Deferito al Tribunale Speciale, fu indicato come dirigente del nucleo cospirativo di Torino e, sulla base di una sentenza sommaria pronunciata il 28 febbraio 1936, venne rinchiuso nel carcere di Regina Coeli, di Civitavecchia e di Castelfranco Emilia, dove scontò 3022 giorni di reclusione. Sul settimanale «Giustizia e Libertà» del 20 marzo 1936 Carlo Rosselli deplorò così la condanna di Vittorio Foa a 15 anni di carcere: «Ha osservato dal vivo, nel fatto, l’ingiustizia fatta al lavoratore. La macchina del regime egli l’ha vista funzionare nei dettagli, con quegli occhi che è così difficile, in Italia, tenere aperti».

Gli anni trascorsi in carcere, già rievocati nelle sue «Lettere della giovinezza» (Torino 1998), documentano momenti focali del Novecento come la guerra civile spagnola, le leggi razziali, lo scoppio della seconda guerra mondiale, la sconfitta del nazifascismo. Ma sono significativi sul piano umano per la conoscenza di Ernesto Rossi e di Riccardo Bauer, con i quali instaurò un sodalizio culturale, che arricchì le elaborazioni politiche proposte nei primi anni Trenta.

Scarcerato il 23 agosto 1943, un mese dopo la caduta di Mussolini, Foa intraprese l’attività politica nelle file del Partito d’Azione (PdA), partecipando cinque giorni dopo ad una importante riunione a Milano, dove fu ribadita la necessità della resistenza armata contro il nazismo e l’esclusione del movimento antifascista da ogni «controllo di organismi totalitari». L’allusione ai comunisti e alla loro struttura verticistica diventò così una mera operazione tattica nel documento (Memoria), scritto e diffuso venti giorni dopo da Giorgio Diena e da Foa. I giovani azionisti, decisi a «intensificare la preparazione militare», avvertirono la necessità di «mantenere stretti rapporti col Pci» ed imprimere «un’impronta rivoluzionaria all’azione» contro l’occupazione tedesca.

Dall’insieme degli articoli pubblicati da Foa negli anni 1945-’47 si coglie una linea diretta a caldeggiare un rapporto privilegiato con il Pci, ma si avverte anche un’analisi dei partiti e del loro ruolo nella democrazia italiana postfascista. L’enunciazione di un nuovo modello di partito, inteso non come «strumento di aristocrazie organizzate» ma come proiezione politica per il soddisfacimento dei bisogni dei lavoratori, caratterizza il suo impegno politico di questi anni, come emerge per esempio dall’articolo pubblicato su «L’Italia Libera» (29 gennaio 1946): «I partiti di sinistra … – si legge in questo articolo – sono fatalmente portati ad una concezione riformistica, ossia ad accettare gli esistenti strumenti statali […] per un partito che sia originariamente ed integralmente democratico».

L’evolversi degli avvenimenti, compresi tra il referendum istituzionale del 2 giugno 1946 e la nascita della Repubblica, vide Foa impegnato nella ricomposizione sindacale, nell’attività dell’Assemblea costituente come deputato e nella ricostruzione economica dell’Italia. Unità sindacale, ripresa della produzione e intervento pubblico erano così auspicati per dar vita a «una moderna democrazia» e ad un piano organico di rinascita sociale, le cui responsabilità dovevano essere assunte dai partiti della Sinistra nella costituzione di un governo omogeneo diretto dai «partiti del lavoro». Con l’apertura della Costituente e la nomina il 19 luglio del 1946 della «commissione dei 75», Foa partecipò all’elaborazione del testo costituzionale, il cui risultato finale doveva derivare da una convergenza di tutte le forze democratiche. Le sue convinzioni, espresse a più riprese nei vari articoli ora ripubblicati, furono rivolte a una nuova organizzazione dello Stato basata sulla sovranità popolare come «valore assoluto» e su altri principi come le garanzie costituzionali, l’equa retribuzione ai lavoratori, l’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, la difesa delle minoranze e l’autonomia delle regioni sul piano territoriale, funzionale e finanziaria.

Nunzio Dell’Erba

Gianni Bonadonna, pioniere dell’oncologia e umanista della Sanità

Gianni BonadonnaCon il sottotitolo «Medici umani, pazienti guerrieri» è stata presentata l’11 ottobre scorso la Fondazione Gianni Bonadonna per definire un progetto di ricerca oncologica ed innovazione terapeutica. La presentazione si è svolta nella sede della Fondazione Prada, che – oltre a sostenere l’iniziativa – si distingue per tenere vivo il nome di Gianni Bonadonna (Milano, 18 luglio 1934 – ivi, 7 settembre 2015), uno dei pionieri dell’oncologia moderna, noto in tutto il mondo come il «padre della chemioterapia» e il maggiore specialista nei tumori al seno.

Il grande medico milanese, meritevole di essere ricordato per la battaglia contro il cancro, può essere considerato il promotore di studi scientifici nella lotta ai tumori e il riferimento peculiare per generazioni di oncologi e ammalati di tumore. Grazie alle sue capacità mediche e alle sue doti scientifiche, milioni d persone possono curare il proprio tumore.

Laureatosi nel 1959 all’Università di Milano, Bonadonna, dopo aver frequentato il Liceo Zaccaria, svolse il tirocinio presso il Memorial Sloan Kettering Cancer Center (1961-1964) di New York, dove perfezionò i suoi studi oncologici alla scuola di David Karnofsky (1914-1969), suo maestro e direttore del primo centro interamente dedicato alle malattie tumorali. Rientrato nella città ambrosiana, egli esercitò la professione nell’Istituto Nazionale dei Tumori, assumendo nel 1976 la direzione della Divisione di oncologia medica e, successivamente, di Medicina oncologica.

Proprio a Bonadonna si devono le prime valutazioni cliniche sull’efficacia dell’adriamicina, della bleomicina e della epirubicina, oltre a varie ricerche sulla chemioterapia adiuvante e primaria del carcinoma mammario, sulla malattia di Hodgkin. Per il trattamento di questa neoplasia perfezionò una nuova combinazione di farmaci, nota come ABVD, i cui studi hanno ricevuto una rilevanza internazionale. Primo ad introdurre in Italia la metodologia degli studi clinici controllati in oncologia medica, Bonadonna avviò nel 1972 una nuova combinazione di farmaci per la malattia di Hodgkin, nota come ABVD (adriamicina, bleomicina, vinblastina e dacarbazina), ancora oggi (30 anni dopo) considerata l’associazione «gold standard» per il trattamento convenzionale della malattia di Hodgkin. Per le sue ricerche in questa neoplasia, il Comitato dell’International Symposium on Hodgkin’s Disease di Colonia (Germania) ha istituito la «Gianni Bonadonna Hodgkin’s Disease Lecture» che premia periodicamente i ricercatori che lavorano in questo campo.

Nel 1973 Bonadonna visitò il National Cancer Institute di Bethesda, traendo la convinzione che l’associazione tra chirurgia e terapia medica potesse abbassare la percentuale di recidive nel tumore mammario. Egli condusse il primo studio clinico per valutare l’efficacia della combinazione CMF (ciclofosfamide, methotrexate e fluorouracile) quale trattamento postoperatorio adiuvante nei carcinomi mammari ad alto rischio di ripresa di malattia. La combinazione farmacologica fu utile a molti pazienti, che videro una riduzione significativa del tasso di mortalità per carcinoma mammario, con risultati favorevoli anche 30 anni dopo l’inizio dello studio.

Dal suo quartier generale all’Istituto dei tumori, molto simile allo studio di un artista per la massiccia presenza di pittori dell’Ottocento francese, Bonadonna fece uscire il suo trattato più fortunato e importante, che pubblicò insieme a G. Robustelli della Cuna con il titolo Manuale di oncologia medica (Masson Italia, Milano 1981, pp. XXXVI-970). Il decennio successivo, che si aprì con quel trattato più volte ristampato, fu fecondo di altri studi: nel 1988 pubblicò – insieme a Gloria Jotti Saccani – Carcinoma della mammella. Dalla diagnosi alla terapia (s.n., Reggio Emilia) e Una sfida possibile. I tumuri: ricerche e terapie speranze (Rizzoli, Milano) con la collaborazione di Robustelli della Cuna e di Ferruccio Saccani.

Nel 1995 l’oncologo milanese, all’età di 61 anni, fu colpito da un’emorragia cerebrale, che interruppe la sua carriera professionale, trasformando il grande luminare della medicina oncologica in un paziente gravemente paralizzato da un ictus. Due settimane dopo la malattia riusciva «a farfugliare» poche parole. «Non so perché, parlavo in inglese – ricordò più tardi – ma solo mia moglie, i miei figli e Pinuccia, da trent’anni la mia collaboratrice, riuscivano a capire quelle parole smozzicate e storpiate». Poi cominciò la fase più ardua, la riabilitazione, con esercizi faticosi e stressanti, ai quali Bonadonna si sottoponeva con caparbietà. Perché il suo obiettivo era quello di emanciparsi dalla carrozzella e tornare a camminare, anche se con l’aiuto di un bastone, e a piccoli passi. «La gioia più grande che provo oggi è riuscire a bere un tazzina di caffè da solo – oppure ancora quella di annodarmi la cravatta. Chi è sano e si alza dal letto senza problemi non sa che fatica si fa ad aprire una porta, a girare la pagina di un libro, a sollevare la cornetta del telefono».

Durante questa grave crisi, Bonadonna dimostrò una straordinaria capacità nell’accettare la malattia e nel trasformarla in una risorsa di una feconda battaglia per umanizzare la sanità e rendere più comprensiva la terapia. Una volta guarito racconterà: «è calato il buio sui miei occhi, i piedi erano diventati pesanti come il piombo e la mia coscienza se n’ era andata, ma quando mi sono svegliato ho capito subito cosa era successo. Mi sono fatto la diagnosi: emorragia cerebrale. Ho raccolto le mie forze, le poche che mi erano rimaste, e il primo pensiero è stato quello di prendermi una rivalsa sul destino che mi aveva messo a terra».

Dopo sei anni di sofferenze da quel drammatico ictus, Bonadonna riprese la sua attività tra mille difficoltà: nel 2001 pubblicò La cura possibile. Nascita e progresso dell’oncologia (Cortina, Milano), affrontando la questione della prevenzione e sostenendo che il cancro non doveva più essere considerato un male incurabile. Lo scenario nuovo, inaugurato dalla medicina oncologica e caratterizzato da tecniche innovative, apriva la speranza ai malati di tumore. Tre anni dopo ricevette la laurea honoris causa in Medicina dall’Università di Torino, accanto ad altre varie onorificenze nazionali e internazionali.

Nel 2005 Bonadonna pubblicò il libro autobiografico Coraggio, ricominciamo. Tornare alla vita dopo un ictus: un medico racconta (Baldini Catoldi Dalai, Milano 2005) con la curatela di Giangiacomo Schiavi: un diario in otto capitoli, che svelavano un misto di rabbia, emozione e perspicacia mentale. Egli riannodò così i fili di una vita spezzata e ritornò a vivere per aiutare le persone colpite da ictus: «ne manderò – raccontò dopo l’uscita del libro – una copia a Bossi, perché anche lui, come me, non si è rassegnato».

L’anno successivo fu coautore del libro Dall’altra parte, con cui tre medici gravemente ammalati raccontavano la loro storia e proponevano una riorganizzazione della sanità, con l’auspicio di impartire agli ammalati cure autentiche. Nel 2007 l’American Society of Clinical Oncology istituì il «Gianni Bonadonna Breast Cancer Award and Lecture» come riconoscimento della sua importante attività clinico-scientifica. Nel 2008 pubblicò il libro di divulgazione Medici Umani, Pazienti Guerrieri (Milano 2008), che ha dato il titolo al congresso istitutivo della Fondazione intitolata al grande oncologo milanese.

Nel 2010 Bonadonna pubblicò Una guerra da vincere. L’avventura di una squadra all’Istituto Nazionale dei Tumori. Nel 2013 lasciò definitivamente l’Istituto dei Tumori di Milano, per dedicarsi alle attività della «Fondazione Michelangelo», istituita nel 1999 come organizzazione non lucrativa di utilità sociale per l’avanzamento dello studio e della cura dei tumori. Nei due anni che gli rimasero, Bonadonna lasciò una vivida testimonianza sul rapporto medico e paziente, che dovrebbe essere indicata come modello a coloro che della professione di Ippocrate traggono solo lauti guadagni, senza curarsi della salute dei pazienti. «La malattia mi ha cambiato – concluse Bonadonna al termine della sua vita – io che già prima dell’ictus teorizzavo l’importanza di una medicina più umana, adesso che ho provato cosa significa fare il paziente, dico che i medici devono imparare a comunicare con i malati».

Carlo Emilio Gadda e il galateo radiofonico

gadda 2Pubblicato per la prima volta nel 1953, il testo Norme per la redazione di un testo radiofonico di Carlo Emilio Gadda è ora riproposto dalle edizioni Adelphi con la curatela di Mariarosa Bricchi. Quell’anno egli lavorava per la RAI, ma aveva già svolto un’intensa attività letteraria come collaboratore della rivista fiorentina «Solaria» e autore di novelle, prose poetiche e memorie. Seppure ingegnere, la sua passione fu sempre rivolta alla letteratura e all’attività di scrittore, verso cui nutrì particolare predilezione.

Il «Castello di Udine» ricevette il premio Bagutta (1935), la novella «Prima Divisione nella notte» quello di Taranto (1950), le «Novelle del Ducato in Fiamme» quello di Viareggio (1953). Opere che rimasero circoscritte a un gruppo ristretto di persone per qualche stravaganza imputabile alla sua formazione tecnica (aveva per qualche anno esercitato la professione di ingegnere) e per una massiccia dose di scapigliatura in ritardo.

Lo scrittore milanese (era nato il 14 novembre 1893), forse per curare meglio le sue opere, si trasferì nel 1940 a Firenze, dove frequentò l’intellettualità più rinomata dell’epoca da Eugenio Montale a Riccardo Bacchelli e a Gianfranco Contini. Nell’ottobre del 1950 si stabilì a Roma per collaborare alla redazione del Terzo Programma della RAI. Verve letteraria, curiosità per il linguaggio e arguzia stilistica lo aiutano a redigere il testo Norme per la redazione di un testo radiofonico, con cui rivolgeva un invito ai vari autori di usare un linguaggio intellegibile a tutti.

A differenza di quanto scrive Andrea Ballarini sul quotidiano «Il Foglio» del 29 settembre, il testo è stato riproposto più volte (1973, 1989, 2010) per la miriade di suggerimenti e l’utilità che ne possano ricavare redattori radiofonici e giornalisti televisivi. Quanto mai attuale, il testo presenta un’attualità sorprendente, consona alla nuova realtà dei social network. Ma l’invito è rivolto ai giornalisti della radio, perché usino un linguaggio semplice, senza ricorrere a vocaboli antiquati e a dissennate forme verbali. Seppure Gadda sia consapevole della complessità della scrittura, egli propone un «galateo» linguistico nel loro «differenziarsi anche in relazione agli ambiti d’uso».

Sulla base di questa avvertenza iniziale, rilevata con intelligenza dalla curatrice, Gadda propone una serie di regole del parlato radiofonico, la cui struttura deve poggiare sull’«accessibilità fisica, cioè acustica, e intellettiva della radio trasmissione, chiarezza, limpidità del dettato, gradevole ritmo». Altre questioni riguardano la durata e il dialogo: la prima può essere ampliata con il ricorso a due e più voci, mentre il secondo deve essere improntato al rapporto tesi-antitesi e alla dialettica domanda-risposta. Nel primo caso il «conversato audio» può ricorrere a testimonianze, esempi, modelli e prove per confermare o corroborare il discorso. Nel secondo caso l’espositore non deve mai prevalere sul suo interlocutore, evitando che questi diventi vittima della sua autorità.

Un altro suggerimento impartito da Gadda verte sul rapporto tra audio ascoltatore e conduttore radiofonico, che deve evitare discorsi eruditi e dottrinari con il ricorso a varie fonti, disposte come antidoto e conforto critico. Erudizione e argomento dottrinale devono pertanto essere esclusi, perché non si presentano in modo consono ad un discorso radiofonico, essendo aspetti peculiari di una prolusione universitaria o di discorsi commemorativi. Il pubblico ascoltatore è variegato, per cui è necessario che la voce sia modulata in senso rassicurante e rasserenante. Essa non deve «suscitare l’idea di un’allocazione compiaciuta, di un insegnamento impartito, di una predica, di un messaggio dall’alto», perché «il radio collaboratore non deve presentarsi al radio ascoltatore in qualità di maestro, di pedagogo e tanto meno di giudice e di profeta, ma in qualità di informatore, di gradevole interlocutore».

Sulla base di questo consiglio, Gadda fissa alcune norme volte a privilegiare un rapporto di parità, senza che il conduttore provochi il cosiddetto «complesso di inferiorità culturale», perché in questo caso potrebbe suscitare uno stato di ansia e di irritazione. Una situazione certamente nociva alla prosecuzione colloquiale tra ascoltatore e dicitore, che potrebbe creare un vuoto e una calamità radiofonica. Per questo motivo egli sconsiglia così l’uso della prima persona: «Il pronome “io” ha carattere esibitivo, autobiografante o addirittura indiscreto. Sostituire all’“io” il “noi” di timbro resocontistico-neutro, o evitare l’autocitazione». Come pure sconsiglia di usare termini e locuzioni straniere, quando nella lingua italiana esistono termini simili: «Usare la voce straniera soltanto ove essa esprima un’idea, una gradazione di concetto, non per anco trasferita in italiano. Per tale norma inferiority-complex, nuance, blitz-Krieg e chaise-longue dovranno essere sostituiti da complesso d’inferiorità, sfumatura, guerra lampo e sedia a sdraio: mentre self made man, Stimmung, Weltanschaung, romancero, cul-de-lamp e coktail party potranno essere tollerati».

Sull’uso dei verbi, Gadda avanza l’ipotesi che «non tutti … sono utilmente coniugabili in tutti i tempi, modi e persone»: il verbo rappattumarsi «genera per esempio uno sgradevole e male assaporato ti rappattumi (seconda singolare indicativo presente), il verbo agire genera, al primo udirlo, un incomprensibile agiamo (prima plurale indicativo presente), il verbo svellere uno svelsero (terza plurale indicativo remoto) alquanto indigesto, il verbo dirimere e il verbo redigere degli insopportabili perfetti. Tali mostri sono figli legittimi della coniugazione, ma la legittimità dei natali non li riscatta dalla mostruosità congenita».

La serie di consigli si ritrovano leggibili in un testo di piacevole lettura, che rappresenta una svolta emblematica nel linguaggio comunicativo, seppure distante dal significato letterario di opere come Quel pasticciaccio brutto di via Merulana (1957) oppure La Cognizione del dolore (1963). Testi che assumono una valenza positiva di stridente attualità per la feroce irrisione alla subcultura del fascismo, incarnato in un personaggio come Mussolini che Carlo Emilio Gadda definisce in molteplici epiteti come «Maramaldo» o «Nullapensante».

Giuseppe Mazzini, il vero volto della democrazia

mazzini 2Negli ultimi anni la letteratura storica su Giuseppe Mazzini si è arricchita di molteplici studi, che vanno dalle biografie vere e proprie all’analisi del suo pensiero politico. Accanto alle biografie di Luigi Ambrosoli, di D. Mack Smith, di Roland Sarti e ai pregevoli saggi di Salvo Mastellone sul pensiero politico si aggiungono ora gli «Scritti sulla democrazia, l’autodeterminazione dei popoli e le relazioni internazionali» a cura di Stefano Recchia e di Nadia Urbinati (2011 e 2016, pp. 281 e 332), la raccolta antologica «Agli Italiani» (2017, pp. 125) a cura di Giancarlo Tartaglia, e il volumetto «Patria, Europa, umanità Italiani» (2017, pp. 54) di Maurizio De Blasio.
La molteplicità degli studi ha reso onore al principale protagonista del Risorgimento e al più acuto pensatore politico europeo, ma ha tralasciato un aspetto peculiare come quello dell’anticomunismo. Eppure Mazzini lo ha assunto come elemento conduttore della sua attività politica nella «Giovane Italia» (1831) fino all’esilio in Francia, alla costituzione della «Giovane Europa» (1850) e alla lotta per l’unificazione nazionale. Nel Manifesto del Comitato centrale europeo, Mazzini fissò infatti i punti essenziali del suo pensiero democratico, che riassunse nella triade «libertà, associazione. Progresso». Per dare slancio a questi aspetti, egli sostenne che bisognava procedere nella difesa del lavoro, nell’«applicazione dei principi di libertà e eguaglianza» e in un intensa opera pedagogica che mirasse soprattutto all’educazione e all’elevazione della coscienza democratica del popolo.
In questo contesto Mazzini congiunse il Risorgimento come anelito all’unificazione nazionale ad un progetto di Repubblica democratica come forma peculiare della sovranità popolare. Egli risolse così l’antitesi tra l’unità democratico-nazionale e il federalismo neoguelfo con il ricorso a una struttura politica moderna. Fin dal 1850 caldeggiò «l’unità politica armonizzata coll’esistenza delle Regioni, circoscritte da caratteristiche locali» e basate su «grandi e forti Comuni, partecipanti quanto più possibile, coll’elezione, al Potere». Il tema del regionalismo era così coniugato con la creazione di un partito democratico inteso come associazione politica.
Nella seconda parte «Dei doveri dell’uomo» (1860) Mazzini considerò l’associazione come unica garanza di progresso e attribuì ai lavoratori liberamente associati la capacità di risolvere la questione sociale. La sua acerrima critica fu rivolta sia al capitalismo che al comunismo, entrambi considerati responsabili della povertà della classe lavoratrice. Se ai comunisti rimproverò la loro visione della proprietà, ai capitalisti non risparmiò critiche violente per il loro dispotismo politico e per le loro responsabilità di tenere i lavoratori in una «condizione penosa». Il comunismo non poteva risolvere i mali sociali, perché voleva creare uno Stato «onnicomprensivo» con la soppressione di una società pluralista che, incentrata sul dibattito politico e sulla libertà di stampa, era considerata come l’unica istituzione capace di superare le spinte totalitarie del comunismo.
Sul piano politico Mazzini auspicò un’unità nazionale basata su una struttura regionale, unica premessa per creare un organismo statale, che superasse i contrasti politici del Risorgimento e sviluppasse un processo democratico nella società. La costituzione dell’Italia in uno Stato repubblicano, e quindi il rifiuto del comunismo come negazione della libertà, doveva poggiare su una larga base di autonomie amministrative in un quadro unitario dell’organizzazione politica centrale.
Tra il 1840 e il 1846, Mazzini rivolse particolare attenzione al concetto di democrazia su influsso di Thomas Carlyle e John Stuart Mill. In una serie di articoli, pubblicati sul periodico «The people’s journal» e raccolti nell’aureo volumetto Pensieri sulla democrazia in Europa (Milano 1997, pp. 164) a cura Salvo Mastellone, egli pervenne ad una concezione della democrazia, la cui essenza fu identificata con la sovranità popolare a condizione che la rappresentanza politica fosse scelta nell’ambito di persone oneste e qualificate sotto il profilo morale e culturale. La sua concezione di democrazia, rimasta invariata fino alla morte (1872), definì una dimensione etica volta «verso l’emancipazione, il miglioramento, la cooperazione di tutti» nella convinzione che il suffragio universale sia l’opzione più idonea per designare le capacità dei cittadini chiamati alla gestione dell’amministrazione pubblica.
La partecipazione democratica aveva come finalità quella di sottrarre il potere politico «a una cerchia di privilegiati», per costituire un «governo rappresentativo» e porre la sua direzione «sotto la guida dei migliori e dei più saggi». Nella scelta dei loro rappresentanti, i cittadini dovevano essere educati mediante la circolazione delle idee ad un progetto politico, che divenisse patrimonio comune di un nuovo «partito democratico» e poi dell’intera società. Una concezione della storia limitata all’aspetto economico e allo sviluppo degli interessi materiali tra gli uomini doveva essere sostituita da una democrazia etica, che – oltre ad essere garante dei diritti sociali, dei valori etici e del merito personale – fosse l’unica in grado di fornire le idee fondamentali necessarie per l’avvenire dell’Europa e di tutti i popoli.

Trieste, Mussolini e le leggi razziali

fascisti a triesteL’Assessore alla Cultura di Trieste ha negato agli organizzatori del Liceo cittadino “Petrarca” la sala per avviare un dibattito sulle leggi razziali proclamate da Mussolini il 18 settembre 1938 contro gli Ebrei, a seguito del “Manifesto della Razza” pubblicato sul “Giornale d’Italia”. L’invito, rivolto dagli studenti liceali, non ha ricevuto largo consenso dalla Giunta di destra, che ha “censurato il manifesto del progetto culturale”. Eppure la città di Trieste è stata un centro importante dell’ebraismo europeo, restando la “Porta di Sion” per gli esuli del Centro Europa in transito verso la Palestina o le Americhe.

Appoggiati dalla Preside, gli studenti liceali hanno espresso il desiderio di organizzare una mostra nella città dove il duce annunciò il provvedimento con solenni parole: “Triestini! …. nei riguardi della politica interna il problema di scottante attualità è quello razziale. Anche in questo campo noi adotteremo le soluzioni necessarie”, volte alla “conquista dell’Impero” e dettate da “una severa coscienza razziale che stabilisca non soltanto delle differenze ma delle superiorità nettissime”. Il provvedimento, comprensivo di un corpus di leggi antiebraiche, rimase in vigore fino al 25 luglio 1943 ed ebbe una chiara impronta razzistica biologica, costringendo le persone di “razza ebraica” ad allontanarsi dall’Italia e vietando loro di svolgere qualsiasi attività lavorativa.

A Trieste gli Ebrei si erano distinti per la loro operosità e per il loro senso di patriottismo italiano dal Risorgimento fino al successo del fascismo cittadino. Insigni storici come Tullia Catalan e da Michele Sarfatti hanno sottolineato l’efficienza organizzativa del Comitato italiano di assistenza agli emigranti ebrei, che ricevettero grande sostegno durante il regime fascista: nel periodo 1933-36 si ebbero 17-26 mila imbarchi annui. In quegli anni Mussolini, prima del suo cedimento al nazismo, non professò un acceso antisemitismo, come si può rilevare dal suo comportamento contraddittorio e da alcuni episodi riconducibili alla sua attività politica. L’8 marzo 1934 egli chiese informazioni al prefetto di Trieste per nominare senatore Edgardo Morpurgo, presidente e amministratore delegato delle Assicurazioni Generali.

Uno dei più attivi e apprezzati podestà di Trieste era stato Paolo Emilio Salem (nato nel 1884) che – come amministratore comunale dall’ottobre 1933 all’agosto 1938 – legò il suo nome al riordino urbanistico del centro storico con la demolizione di case fatiscenti e la costruzione di nuovi edifici. La destituzione di Salem come podestà era stata richiesta sin dalla sua nomina da autorevoli giornalisti come Ottavio Dinale che il 4 ottobre 1933 – sul quotidiano “Il Popolo d’Italia” – deplorò il fatto che a Trieste gli Ebrei detenessero “cariche, funzioni di comando e posti di controllo nella proporzione del cento per cento”.

Altri casi di fascisti triestini possono essere ricondotti a quelli di Piero Jacchia, uno dei fondatori dei fasci locali, che morì in combattimento il 14 gennaio 1937 contro la dittatura di Franco. Oppure quello di Enrico Rocca, anch’egli fascista della prima ora e insigne studioso di letteratura tedesca, morto suicida a causa delle leggi razziali. Il 17 giugno 1937 il presidente della Provincia di Trieste consegnò a Mussolini un lungo elenco degli ebrei triestini, identificati sulla base “della razza e non della religione professata”. Era il preludio della promulgazione delle leggi razziali, che furono invocate proprio a Trieste nel suo discorso del 18 settembre 1938, quando Mussolini definì l’ebraismo mondiale “un nemico irreconciliabile del fascismo” per il suo antifascismo, promulgando così quel corpus di leggi che confluì nell’esclusione degli Ebrei dalle cariche pubbliche e dall’esercito proprio a significare la loro identità etnica e la lontananza dalla patria italiana.

Nel caso degli Ebrei triestini fu approntato un elenco con le relative partenze e gli spostamenti da un luogo ad un altro per esercitare un controllo capillare sulle loro attività produttive. Così alla fine del 1938 le ditte ebraiche triestine furono censite e sottoposte al vaglio di specifiche commissioni nazionali. Il risultato fu quello di una loro svendita o di un passaggio fittizio a prestanome “ariani” delle ditte, molti delle quali mai restituite. Pittori e scultori furono esclusi dalle mostre e privati di ogni forma di sostentamento: nel settembre 1940 il museo comunale di Trieste rimosse dalle sale pubbliche le opere di artisti ebrei e ritirò il catalogo che ne illustrava la presenza. L’8 ottobre dell’anno successivo cominciò una sequela di atti intimidatori contro gli ebrei triestini, che quasi provocò venti giorni dopo l’incendio della sinagoga.

L’applicazione delle leggi razziali sconvolse infatti la comunità ebraica triestina, che fu privata dei suoi esponenti più autorevoli. Addirittura durante l’occupazione nazista molti ebrei furono arrestati dai tedeschi e concentrati a Trieste prima nel carcere del Coroneo e poi con la deportazione nella Risiera di San Sabba, l’unico forno crematorio esistente in Italia. Per gli Ebrei la Risiera divenne un centro di raccolta per la deportazione: almeno 1173 ebrei furono deportati da Trieste con 23 convogli o piccoli trasporti compiuti tra il 7 dicembre 1943 e il 24 febbraio 1945 (si vedano le molteplici pagine scritte da L. Picciotto Fargion, Il libro delle memoria. Gli Ebrei deportati dall’Italia (1943-1945), Milano 1991).

Questi episodi incresciosi, messi in rilevo dagli studenti liceali nella loro mostra, potrebbero sviluppare una benefica azione pedagogica e frenare i rigurgiti razzisti in atto in alcuni ambienti culturalmente degradati del nostro Paese. La conoscenza delle cosiddette “leggi della vergogna” dovrebbe essere meglio stimolata in molte città con mostre e attività culturali più di quanto sia stata fatta dalla Giunta di Trieste.

Nunzio Dell’Erba

Mihai Eminescu in un saggio di Manitta

mihai-eminescuConsiderato il più grande poeta romeno del secolo XIX, Mihai Eminescu non ha avuto molta fortuna in Italia. Sul personaggio e sulla sua poetica esistono infatti pochi studi, tra i quali meritano di essere segnalati quelli di Carlo Tagliavini, di Mario Ruffini e di Rosa Del Conte, ai quali si aggiunge ora quello di Giuseppe Manitta: Mihai Eminescu e la «letteratura italiana» (Il Convivio Editrice, Castiglione di Sicilia-Catania 2017, pp. 111), che ha svolto un’encomiabile ricerca sulla presenza dello scrittore romeno nella letteratura italiana e della ricezione della sua opera.

Mihai Eminescu (Eminovici il suo vero cognome), assurto post mortem a simbolo della poesia romena, nacque il 15 gennaio 1850 a Ipoteşti (Moldavia) e morì il 15 giugno 1889 dopo una vita piena di dolori e di sofferenze. Nato in una famiglia numerosa: fu il settimo di undici fratelli spentisi quasi tutti di tubercolosi. Questa malattia, che colpì anche il poeta in tarda età, spiega in parte il suo offuscamento mentale negli ultimi anni di vita.

La ferrea disciplina scolastica, a cui venne sottoposto sin dalle elementari nella scuola tedesca di Cernăuţi  una cittadina della Bucovina allora sotto il dominio austriaco  farà di Eminescu un ribelle, contrario a ogni forma disciplina. La sua prima evasione scolastica risale al 1860, quando egli frequentò il ginnasio tedesco: fu infatti sempre considerato un allievo difficile per la sua vivacità e irrequietezza. Neppure la conoscenza del filologo Aron Pumnul, a cui si sentì legato da un forte legame affettivo, riuscì a inculcargli l’amore per una vita ordinata. Abituato alla libera vita dei campi e insofferente alla disciplina collegiale, Eminescu compì una seconda fuga nel 1863 al seguito di una compagnia teatrale, che seguì in Transilvania divenendo persino il suggeritore di questa troupe. Attratto più dallo spettacolo che dalla scuola, il giovane Eminescu visse alcuni anni di vagabondaggio, le cui tappe furono Sibiu, Blaj e Giurgiu, dove fece i lavori più disparati per sopperire alle necessità più elementari.

Nell’autunno 1865 il giovane ritornò con il proposito di continuare gli studi ginnasiali a Cernăuti, dove venne accolto in casa da Aron Pumnul, ben noto per il suo patriottismo a favore dell’annessione della Transilvania e della Bucovina alla Romania. Ma, per disgrazia del giovanetto, Aron Pumnul morì il 24 gennaio 1866: alla sua memoria il grande poeta romeno dedicò la prima poesia pubblicata in un foglio volante commemorativo. Nello stesso periodo inviò alcune sue poesie sulla rivista Familia diretta da Iosif Vulcan, che non contento della terminazione slava del suo cognome (Eminovici) lo trasformò e lo romenizzò in Eminescu: un fatto che non infastidì il poeta, che da allora firmò così i suoi scritti. Imbattutosi in un’altra compagnia teatrale, quella di Jorgu Caragiale, egli fu ingaggiato come suggeritore e copista. Dopo aver girovagato in diversi paesi della Romania sino al 1868, il padre riuscì a rintracciarlo e lo costrinse a riprendere gli studi. Così il 2 ottobre 1869 si recò a Vienna dove frequentò la facoltà di filosofia dell’Università Rudolfina seguendo le lezioni di Herbart, i corsi di diritto romano e quelli di grammatica italiana del Cattaneo. Ma neppure a Vienna Eminescu riuscì a placare la propria irrequietezza: frequentò come uditore diversi corsi e si abbandonò a una serie di letture disordinate e «forsennate» senza un piano armonico e preordinato. Nel 1872 lasciò Vienna per proseguire i corsi a Berlino grazie al sostegno della società letteraria «Junimea». Alcuni soci compresero infatti la genialità del giovane poeta e si offrirono ad aiutarlo negli studi, oltre a pubblicare nella loro rivista Convorbiri literare le sue poesie (Venere şi Madona, Epigonii, Mortua est).

Nel periodo berlinese Eminescu studiò Kant, di cui tradusse La Critica della ragion pura, e sottopose a una interpretazione personale la filosofia di Schopenhauer e di Hegel. Nonostante una grande passione per la filosofia e un vivo interesse per altre discipline come l’economia e la storia politica, egli non volle conseguire la laurea, forse per non tradire la sua coscienza pervasa da una tensione spirituale e da un afflato etico, alieno ad ogni forma di schematismo culturale e di dogmatismo filosofico.

Al suo ritorno a Iaşi le necessità economiche spinsero Eminescu ad assumere diversi incarichi grazie al sostegno di Titu Maiorescu: fu bibliotecario all’università, ispettore scolastico e poi redattore del “Curierul de Iaşi”, una specie di gazzetta ufficiale della Corte di Appello, sulla quale pubblicò alcune sue novelle (Cezara, La aniversara). Durante la sua permanenza nella cittadina romena, egli allacciò una relazione con Veronica Micle, giovane poetessa che esercitò un grande influsso sulla sua attività poetica.

Ma alla fine del 1877 si trasferì a Bucarest presso la redazione del giornale «Timpul», sulle cui colonne intraprese un’opera di moralizzazione contro gli ambienti politici. La sua attività pubblicistica, diretta soprattutto a difendere le tradizioni culturali della Romania, non fu ben accolta dagli intellettuali asserviti agli interessi del partito governativo, con il quale ebbe feroci polemiche, che lo prostrarono nel fisico e nello spirito. A causa della sua malattia e dei suoi molteplici sforzi mentali, Eminescu trascorse il resto della sua vita in diversi ospedali, alternando momenti di ottenebramento mentale a periodi di lucidità.

Contrario a ogni forma di democrazia liberale, Eminescu fu critico verso la politica di Constantin A. Rosetti, che divenne il suo bersaglio preferito in molteplici attacchi sulla stampa. L’adesione alla teoria organicista dello Stato caratterizzò la sua visione politica, che fu volta ad enfatizzare la ricchezza della nazione come il risultato della civiltà del lavoro, contrapposta a quella della libertà. Anzi il lavoro divenne l’unico veicolo di una cultura pura, capace di far progredire la nazione a condizione che esso fosse il risultato dell’attività dei singoli, distribuita equamente e come tale retribuita.

Convinto della giustezza di questi principi, Eminescu espresse una fiducia ottimistica nel popolo sano, prolifico e lavoratore e invocò uno Stato oligarchico, costituito sulla base della ricchezza ottenuta con il lavoro e con l’istruzione. Concordemente alle idee politiche di I. Slavici, Eminescu auspicò un sistema federale che riunisse il popolo romeno sotto l’impero austriaco. La monarchia asburgica federalista divenne così l’unica via che potesse conciliare tutti i popoli. Contrario alla missione storica della Russia, Eminescu avversò il panslavismo come risultato di un vuoto spirituale e di un ritorno alla barbarie. La sua xenofobia, da alcuni paragonata a J. De Maistre, fu diretta anche a una critica devastante verso gli stranieri, che con il loro tentativo di diventare un ceto medio aspiravano ad impadronirsi delle ricchezze materiali e contaminare il patrimonio culturale del popolo romeno. Eminescu attribuì così ai romeni una purezza quasi mitologica e una vocazione spirituale contraria a ogni ingerenza straniera e ad ogni forma di contaminazione culturale. Egli, accecato dallo sciovinismo, criticò la cultura magiara sia nella sua espressione linguistica sia nella sua incapacità creativa

Di questa intensa attività letteraria, Manitta commenta i saggi più significativi degli studiosi italiani, dei quali stabilisce una linea di continuità tra quello di Marco Antonio Canini fino ai più recenti di Gino Lupi, di Mario Ruffini e di Rosa Del Conte. La ricezione del poeta romeno ricevette infatti un impulso straordinario grazie all’attività di Mario Ruffini e di Rosa Del Conte, l’una volta a diffondere la lirica amorosa e l’altra ad approfondire il valore cosmico e l’attrazione verso l’assoluto. Ma il contributo più significativo riguarda la comparazione poetica tra Leopardi ed Eminescu (pp. 34-72), tra questi e Carducci (pp. 87-103) e il commento della sua opera principale Luceafărul (Lucifero). Di questo testo letterario l’Autore dimostra un’attenta conoscenza per i riferimenti alle varie traduzioni, le cui annotazioni meritano di essere sviluppate in un saggio più esaustivo.

Nunzio Dell’Erba

Il sodalizio culturale tra Bobbio e Primo Levi

 

bobbioAlcuni giorni dopo la morte di Primo Levi, suicidatosi l’11 aprile 1987, Norberto Bobbio rilasciò su «La Stampa» una testimonianza sull’amico scomparso con il titolo «La sentinella contro il buio» (14 aprile). Egli confermò quanto aveva scritto dieci anni prima nel suo aureo volumetto Trent’anni di storia della cultura italiana (1920-1950) (1977), ma tenne a precisare il loro sodalizio culturale, riconoscendo «di essere un lettore privilegiato e fortunato perché … suo amico». Una caratteristica che gli permetteva di confrontare l’uomo e lo scrittore per arricchire la conoscenza dell’uno e dell’altro.

primo leviNel corso del suo articolo Bobbio presentò l’amico appena scomparso come uno scrittore problematico «che si interroga e ci costringe ad interrogarci», senza racchiudere le sue riflessioni sulla deportazione nel campo di concentramento di Auschwitz. Il grande intellettuale di via Sacchi, situata proprio di fronte al dopolavoro ferroviario, rievocò le loro passeggiate nelle montagne intorno a Torino (il monte Freidour, La Rocca Patanúa, la Sbarúa) e il racconto di storie, motti e facezie.

La passione alpinistica è raccontata infatti da Levi in un capitolo del romanzo Sistema periodico, pubblicato nel 1975 con un intervista di Philip Roth: una passione che egli coltivò da giovane e che riscoprì all’inizio degli anni Ottanta. Ma il «mestiere di vivere», come avrebbe detto Cesare Pavese, gli fu difficile per la dolorosa esperienza vissuta ad Auschwitz. Di dieci anni più giovane del suo conterraneo Bobbio, Levi sopravvisse alla ferocia nazista, diventandone il più acuto narratore nel suo romanzo più famoso Se questo è un uomo (1947). Egli non era uno scrittore, ma un chimico prestato alla letteratura, pur avendo in precedenza scritto qualche racconto e poesia. Eppure quel romanzo inaugura un vasto elenco di opere, che contengono un originale valore letterario come testimone dei lager nazisti, romanziere di fantascienza e poeta. Un aspetto della sua personalità, quest’ultimo che lo stesso Bobbio incoraggiava di realizzare in un altro articolo del 3 giugno 1988: «Attendo con impazienza che raccolga le sue poesie in un volume, come ha fatto via via per i racconti» (cfr. Testimonianza per primo Levi, in «La Stampa», 3 giugno 1988).

L’auspicio di Bobbio fu accolto lo stesso anno dall’editore Einaudi, che pubblicò la raccolta delle sue poesie, alcune già note a partire da quella posta nel frontespizio Se questo è un uomo (1947): «Voi che vivete sicuri Nelle vostre tiepide case Voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici: Considerate se questo è un uomo Che lavora nel fango Che non conosce pace Che lotta per mezzo pane Che muore per un sì o per un no». In un’altra poesia intitolata Partigia (luglio 1981) Levi sottolinea il senso profondo della Resistenza e dei suoi protagonisti. L’interesse per la lotta partigiana si unì ad una verve poetica vissuta come partecipazione a un rito comunicativo particolarmente ricco di spunti autobiografici.

Il valore della Resistenza come opposizione al regime fascista e momento inclusivo dei valori repubblicani unisce l’afflato poetico di Levi alle lucide analisi di Bobbio. Questi mise in rilievo più volte come «la fedeltà all’insegnamento era più forte della censura fascista», ricordando il caso dell’intellettuale tedesco Heins Riedt, partecipe e animatore della Resistenza come membro di una formazione partigiana. Al termine del Secondo conflitto mondiale Riedt rientrò a Berlino e divento il primo traduttore dell’edizione tedesca Se questo è un uomo (1947).

Nunzio Dell’Erba

La storia di Adrano ripresa (malamente) a scopo elettorale

adrano

Ho ascoltato un discorso sulla Storia di Adrano da un designato Assessore alla cultura della città etnea nella contesa elettorale che si concluderà il 24 giugno prossimo. Il discorso, che circola come video sui social network, è stato pronunciato il 17 giugno verso le 20:30 dal noto otorinolaringoiatra Antonio Politi con la finalità di riscuotere il consenso per la sua coalizione di Centro-destra. Nondimeno esso contiene presentazioni storiche poco chiare e valutazioni personali non sempre conformi alla realtà storica. Ammiro quelli che si interessano alla storia locale per un legame affettivo inscindibile tra persone e luoghi della loro infanzia e giovinezza. Ma durante l’ascolto mi sono chiesto per quale motivo un chirurgo di fama europea si inoltra in territori così lontani dalla sua professione e dai suoi impegni medico-scientifici.

Il discorso, visualizzato più di 4190 volte, nuoce alla conoscenza della storia di Adrano per le diverse omissioni, contraddizioni e incongruenze. Encomiabile il suo appello iniziale, là dove l’oratore medico dice: «La prima cosa che farò, consiglierò ai professori di insegnare la storia di Adrano per dare quell’orgoglio, quell’identità di essere Adraniti». Ma mi sono chiesto su quale testo i giovani devono studiare la storia della cittadina etnea, se non esiste nessun libro che inquadri la sua storia?

I due volumi dell’ex senatore comunista Pietro Maccarrone, su La battaglia di Adrano (1988-89) sono impregnati di luoghi comuni e inficiati da una visione vetero-marxista che la rende una storia poco seria e attendibile. Tuttavia le sue disquisizioni storiche dimostrano uno sforzo interpretativo: il Risorgimento è presentato come un fenomeno storico sorto per realizzare l’indipendenza nazionale che si conclude con lo sbarco di Giuseppe Garibaldi in Sicilia. I suoi seguaci, contrariamente a quanto sostiene l’oratore, furono accolti da una sparuta minoranza di Adraniti, che non manifestarono alcuna simpatia verso i garibaldini. La loro marcia verso Catania fu ignorata dalla popolazione e dalle autorità cittadine, che per l’occasione non esposero alcuna bandiera negli edifici pubblici.

Su una popolazione di 13.161 abitanti, rilevata dal censimento del 1861 e segnalata da Gaetano Branca nel suo «Dizionario geografico universale» (Torino 1865, p. 6), Adernò – diventata nel 1929 Adrano – si presentava sullo scenario unitario con gravi difficoltà economiche per la miseria diffusa tra la popolazione contadina e per la collusione tra il nuovo governo italiano e i baroni ex borbonici diventati fedeli della Corona sabauda. Che cosa trova di così strano il medico adranita, se la popolazione si trovò ex abrupto «sotto uno Stato sabaudo» monarchico autoritario non dissimile a quello borbonico?
Il patriota Benedetto Guzzardi Moncada (nato il 23 febbraio 1841), considerato astrattamente «fondatore del benemerito Circolo Operai», fu massone, venerabile della loggia di Catania e autore dell’opuscolo Le cinque giornate di Adernò in settembre ed ottobre 1866 (Catania 1866, pp. 23). Di quelle tragiche giornate e della popolazione in preda al panico per «l’annunzio dello sviluppo del Morbo Asiatico» (p. 4), l’oratore svolge considerazioni superficiali e compie omissioni storiche rilevanti. La tassa sul macinato, istituita a decorrere dal 1° gennaio 1868, non c’entra nulla con la rivolta sociale di Adrano, scoppiata per altre cause connesse all’annuncio del colera e alle lotte intestine dei notabili locali «in questa terra Italiana» (p. 5) dove un’intera famiglia «massacrata (?)», quella di Domenico Crucillà, fu uccisa dai carabinieri in una casa di campagna ubicata nella cosiddetta contrada Camerone (p. 21).

Da quel triste episodio, meglio inquadrato da Antonino Sanfilippo in un altro opuscolo del medesimo anno, l’oratore compie «un volo pindarico» sul ruolo svolto da Agatino Chiavaro (1885-1938), definito «un mezzo gangster … che aveva un’idea moderna della città» per avere istituito il centro dei pompieri e avviato i bagni pubblici. Egli passa poi alla presentazione del canonico Vincenzo Bascetta (1879-1959), «che sposò le idee rivoluzionarie del Cristianesimo sociale di Luigi Sturzo». Così sembra ignorare che il Partito popolare non sorse come partito rivoluzionario, ma come organizzazione politica volta a salvaguardare l’integrità della famiglia, l’unità sindacale, la riforma tributaria ed altri aspetti della vita sociale come la tutela dell’emigrazione e lo «sviluppo commerciale del Paese».

Il noto otorino dimentica anche di dire che Chiavaro e Bascetta sono due Personaggi diametralmente opposti, perché il primo si arricchì durante il suo soggiorno a New Orleans con proventi illeciti come affiliato all’associazione criminale «Mano nera»: una notizia riportata nel libro Novecento Siciliano. Da Garibaldi a Mussolini (Edizioni del Prisma, Catania 2008, p. 222) da Pietro Castiglione che riporta una diceria popolare conforma alla realtà; il secondo fu un grande amico dei braccianti, che applicò la lezione di Sturzo sul piano concreto con l’istituzione di cooperative e di banche per incoraggiare la piccola proprietà rurale.

Sull’«azione sociale e politica» di Vincenzo Bascetta esiste la biografia di Giuseppe e Pietro Scarvaglieri (Edizioni Dehoniane, Napoli 1979, pp. 179), senza dubbio un’opera innovativa e pionieristica che rende giustizia al seguace di Sturzo, vittima di violenza da parte del sindaco e poi podestà adranita. Il 16 marzo 1924 Chiavaro partecipò infatti alla sparatoria contro il sacerdote, impadronendosi con la violenza dell’amministrazione comunale, dando vita al periodo più fosco per la comunità adranita: altro che «grande sindaco» e protagonista «di cose straordinarie per quell’epoca». Una rilettura del libro dei fratelli Scarvaglieri, certamente salutare per coloro che esaltano il futuro podestà adranita per la descrizione puntuale della sparatoria e il successivo isolamento di Padre Bascetta (p. 123). Ma le malefatte del fascista adranita emersero nel gennaio 1928 con l’arresto «per concussione, peculato, minacce ed abuso di autorità» tanto da costringere lo stesso Mussolini ad intervenire per revocargli tre anni dopo «le onorificenze di cavaliere e ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia», come si legge in un documento ufficiale coevo.

Sulle comparazioni assurde tra il «grande» Giorgio Almirante ed «il gigante della politica» Enrico Berlinguer è meglio sorvolare per le imprecisioni compiute dal noto otorino, che in un passaggio del suo discorso dice che a scrivere «Don Camillo e Peppone» sarebbe stato un certo Giovanni Ungaretti. Rimane prezioso il suo invito alla stesura di una storia di Adrano, che attende ancora uno storico vero nella convinzione che possa contribuire alla crescita civile dei cittadini, vittime della delinquenza e della nefasta politica di una destra conservatrice poco sensibile ai valori culturali e alle necessità della popolazione.

Nunzio Dell’Erba