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Nunzio Dell'Erba

La socialista Merlin,  contro il fascismo e le “case chiuse”

merlinpIl 20 febbraio ricorrono i 60 anni dell’approvazione della cosiddetta “Legge Merlin”, pubblicata “nella Gazzetta Ufficiale” del

4 marzo 1958 come provvedimento legislativo per abolire le case di tolleranza e regolamentare i reati di sfruttamento, induzione e favoreggiamento della prostituzione. Per l’occasione è ripubblicato il volume La senatrice. Lina Merlin, un “pensiero operante” (Marsilio, Venezia 2017, pp. 204) con la curatela di Anna Maria Zanetti e Lucia Danesin, oltre alle Lettere dalle case chiuse indirizzate alla Merlin, già pubblicate dalle Edizioni Avanti! E ora riproposte come Reprint dalla Fondazione Anna Kuliscioff.

Tenace oppositrice del fascismo, Angelina (Lina) Merlino (Pozzonuovo, 15 ottobre 1887 – Padova, 16 agosto 1979), è ricordata soprattutto per la legge contro le case di tolleranza, ma la sua attività fu molto vasta per la sua lunga militanza socialista. Iscrittasi nel 1919 al Partito socialista italiano, ella collaborò ai periodici “L’Eco dei Lavoratori” e “La Difesa delle lavoratrici” con articoli sulla questione femminile e sulla prostituzione. Negli anni 1921-22 denunciò le violenze fasciste nel Padovano per essere poi allontanata dall’insegnamento di maestra elementare per il suo rifiuto di prestare giuramento al regime. Il 24 novembre 1926 fu condannata dal Tribunale speciale a cinque anni di confino, che scontò in varie località della Sardegna. Ottenuta una riduzione della pena, nel 1929 ritornò a Padova, ma l’anno successivo si trasferì a Milano, dove visse grazie alle elezioni private di francese. Durante il soggiorno milanese, conobbe l’ex deputato socialista polesano Dante Galliani, che sposò nel 1933, ma – nonostante la perdita del marito tre anni dopo – ella continuò la sua attività antifascista.

Dopo l’8 settembre 1943, Lina Merlin partecipò alla guerra di liberazione come rappresentante del Psi nei cosiddetti “Gruppi di difesa della donna, collaborando attivamente con Ada Gobetti e Laura Conti nell’acquisizione di fondi e vestiario per i partigiani. Dopo la liberazione fu la le fondatrici dell’Unione Donne Italiane (UDI) e fece parte della Direzione del Partito socialista. Durante i lavori della Costituente, la Merlin intervenne più volte sulla questione della rappresentanza e sulla parità di genere, contribuendo alla stesura della prima parte dell’art. 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

Consigliere di Chioggia dal 1951 al 1955, Lina Merlin si impegnò a favore delle popolazioni del Polesine, specialmente dopo la disastrosa alluvione del 1951, su cui pronunciò un interessante discorso al Senato, edito nello stesso anno con il titolo Il dono del Po (Roma 1951), sottolineando la necessità della bonifica integrale del territorio. Proprio nella veste di senatrice, eletta nel 1948, ella cominciò la lotta per regolamentare la prostituzione: del 12 ottobre ’49 è il primo discorso per l’abolizione delle “case chiuse” in una instancabile attività che sfociò nella sua proposta di legge.

La battaglia parlamentare, condotta poi alla Camera per la sua elezione a deputato il 25 maggio 1958, sollevò durante il dibattito aspre polemiche che, già ricordate nel volume La legge del desiderio. Il progetto Merlin e l’Italia degli anni Cinquanta (Carocci, Roma 2006), di Sandro Bellassai, sono riprese da Giovanni De Luna nel suo articolo apparso su “La Stampa” del 13 febbraio. Egli rileva infatti come dalla lettura degli atti si coglie un senso di disorientamento per l’accento quasi ossessivo posto dai deputati sui “risvolti medico-sanitari del fenomeno”. Alcuni deputati intervengono con previsioni e statistiche sulle malattie veneree “nel tentativo di calcolare le probabilità di infezione”, mentre altri si abbandonano a bizzarri calcoli “sul rapporto esistente tra il numero dei coiti quotidianamente sostenibili da una prostituta e quello dei potenziali contagi”. Le diverse posizioni riguardano la prostituzione “regolamentata” rispetto a quella “libera” in uno schieramento politico non sempre omogeneo e incentrato in una visione antiquata del fenomeno e non statistiche “scientificamente rilevate”.

La legge contro le “case chiuse”, che prese il nome della Merlin, entrò in vigore il 20 settembre 1958 con la chiusura dei bordelli e la conclusione dell’inferiorità civile della prostituta. Essa previde la direzione dei mutamenti in atto nella società italiana, spazzando via molti stereotipi e luoghi comuni. E dal settembre di quell’anno i lupanari saranno trasformati in patronati per l’assistenza alle ex prostitute. Si rivelarono un fallimento, ma la legge avvio un processo di liberazione femminile nell’abolizione dello sfruttamento gestito dallo Stato.

Abbandonata la politica attiva, Lina Merlin tornò nel 1974 alla ribalta durante la discussione sull’indissolubilità del matrimonio come membro del Comitato nazionale per il referendum sul divorzio. Gli ultimi anni della sua vita furono dedicati alle sue memorie per la stesura di un un libro, che vide la luce dieci anni dopo la sua morte avvenuta nel 1979.

Il flagello del neoliberismo, i precari e i senzalavoro

23824657_192668521304157_4075767257727238144_nDa alcuni decenni il neoliberismo continua a mietere vittime nel mondo del lavoro. La crisi esplosa nel 2008 ha modificato il concetto di “lavoro” che, a causa di un neoliberismo sfrenato, ha determinato nuovi sacrifici della popolazione e l’accumulo di ingenti fortune nella mani di sparute oligarchie. “Nel 2015, secondo l’Oxfam, 63 persone possedevano la stessa ricchezza della metà più povera della popolazione mondiale. Nel 2010 erano 322”. Questo brano si legge nel libro Il flagello del neoliberismo. Alla ricerca di una nuova socialità (L’Asino d’oro edizioni, Roma 2018, p. 50) di Andrea Ventura, un giovane economista già autore di un altro intitolato La trappola. Radici storiche e culturali della crisi economica (2012) e di un recente discutibile articolo “Potere del neoliberismo: il lavoro rende poveri” (Left, 2 febbraio 2018, n. 5).
La rivoluzione tecnologica ha prodotto notevoli cambiamenti nel mondo del lavoro, provocando la disoccupazione di migliaia di operai aggravata peraltro dalla concorrenza internazionale. Ad essa si sono aggiunte forme di lavoro precario privo di tutela da parte dei sindacati con l’aumento di contratti a tempo determinato, part-time involontario e basse occupazioni. Una flessibilità che innalza i livelli di sfruttamento e abbassa il tenore di vita degli attori in causa. Di riflesso l’intera società ha subito profonde trasformazioni, che hanno inciso nei rapporti familiari e nella persona umana con risvolti fisici ed emotivi.
Nelle pagine del libro si coglie una denuncia di queste nuove forme di schiavitù e l’invito a ripensare il concetto di “lavoro” da parte del sindacato, che deve porre al centro della propria attività la persona e la critica ad un neoliberismo non più incentrato sul profitto ma volto alla valorizzazione delle risorse umane. La struttura plurale e mobile del lavoro reclama una nuova politica sindacale, che deve lottare per nuovi diritti e per una migliore condizione dei lavoratori, senza privilegiare quelli della grande impresa nella ricerca di una tutela delle piccole aziende schiacciate dalla concorrenza.
La critica al neoliberismo si salda così con nuove ricerche sulla natura del capitalismo, le sue recenti trasformazioni nella definizione di nuovi modelli di sviluppo. Questi devono essere basati sul superamento dell’homo oeconomicus e proiettati in una nuova visione solidale. Rispetto al volume del 2012 – come sostiene il prefatore – ha un andamento più scorrevole e risulta più chiaro anche ai non specialisti, nonostante le frequenti citazioni alla storia del liberismo economico e ai rappresentanti della scuola neoclassica (Léon Walras, von Mises). Una cultura economica che ha fornito strumenti analitici al altri economisti come Kaldor, Kalecki, Keynes, Solow, Myrdal, Minsky e per l’Italia Giorgio Fuà.
Con la crisi economica del 1929 s’innesca un processo che, determinato dal crollo della borsa di New York, si incrocia con i regimi dittatoriali e prosegue con la conclusione del Secondo conflitto mondiale. Dal New Deal di Franklin D. Roosevelt la situazione economica sfocia, attraverso la guerra e la ricostruzione (in Europa la grande esperienza del piano Marshall), ai tre decenni di crescita economica e di benessere, resi possibili da una continua ricomposizione dello scontro tra capitale e lavoro, nella quale gli Stati nazionali, e in particolare le politiche sociali, giocano un ruolo essenziale.
Dalla seconda metà degli anni Settanta il capitale neoliberista si riorganizza per frenare le conquiste dei lavoratori con l’ausilio di economisti, per lo più operanti nell’ambito universitario, e di politici al servizio di regimi dittatoriali, dei quali Ventura cita il caso del Cile. Egli si interroga sul successo del neoliberismo e della crisi della Sinistra, trovando una spiegazione nella diversa concezione liberale, volta alla conquista dei più elementari bisogni materiali oppure alla rivendicazione dei diritti personali. Con il successo del neoliberismo si determina una graduale estensione del mercato a ogni campo di interesse sociale, dalla scuola alla sanità e alla tutela ambientale. Le maggiori sfide al sistema capitalistico provengono proprio dal mercato, ossia dallo sviluppo tecnologico verificatosi negli ultimi due decenni. L’economia digitale e dell’informazione ha ampliato la gamma dei beni e dei servizi, il cui consumo assume aspetti diversi da quelli dell’economia tradizionale.
Da queste considerazioni il Jobs act è presentato in forma negativa dal periodico e considerato un’operazione incapace di avviare un mutamento sociale nel superamento della crisi iniziata negli anni 2008-2009. Un’operazione che, sulla base di alcuni dati, confermano una massiccia precarietà del lavoro, volta ad indebolire le conquiste dei lavoratori e a rafforzare la libertà di licenziamento delle imprese . Secondo una fonte Inps, citata nell’editoriale, la caduta dei contratti a tempo indeterminato dipende dalla diminuzione di incentivi fiscali, ossia dalle decontribuzioni alle imprese. Una diminuzione che, nel periodo compreso dalla metà del 2016 fino al 2017, ha provocato una crescita di rapporti lavorativi temporanei e precari (per esempio contratti a chiamata), quasi sempre privi della tutela necessaria come ferie o servizi sanitari.

Antisemitismo e paura del razzismo: il “Fatto” litiga su Céline

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In un articolo apparso sul quotidiano “il Fatto quotidiano”, Nanni Delbecchi interviene sulle posizioni di Daniela Ranieri e Furio Colombo, l’una favorevole e l’altro contrario alla pubblicazione dei testi antisemiti di Louis-Ferdinand Cèline da parte dell’editore Gallimard. Lo scrittore e medico francese, nato a Courbevoie il 27 maggio 1894 e morto a Meudon il 1° luglio 1961, suscita aspre polemiche tra i giornalisti italiani a causa del suo ostinato antisemitismo e delle sue simpatie per la Repubblica di Vichy.

A parte la storpiatura del nome (Lois), Delbecchi propina alcune strane e sibilline riflessioni, dimostrando una scarsa dimestichezza con lo scrittore francese, la cui opera ricalca i temi già trattati da Édouard Drumont o Édouard Berth (Darville), seppure rivisti alla luce dei cambiamenti politici a lui contemporanei con uno stile violento e sarcastico. Daniela Ranieri sostiene in modo erroneo che i testi antisemiti di Céline non sono stati mai pubblicati, mentre Furio Colombo caldeggia la sospensione della loro ripubblicazione con argomentazioni estranee alle sue posizioni antisemite e alle sue vicende personali (la madre era un’ebrea polacca).

Considerato uno scrittore conservatore e uno straordinario romanziere francese, Céline sfugge alle tradizionali categorie politiche per il suo ribellismo anarchico e per la sua visione pessimistica dell’uomo. I suoi tre libelli (Bagatelle per un massacro del 1937, La scuola dei cadaveri del ’38 e La Bella Rogna del ’41), che contengono l’antisemitismo di Céline, circolano da decenni in Italia dove sono stati pubblicati nel 1938 (Corbaccio), nel 1970 (Edizioni Soleil) e nel 1982 (Guanda): come mai la giornalista del “Fatto quotidiano” afferma che essi non sono stati “mai pubblicati” e “finora conservati dalla vedova ultracentenaria Lucette”?

In un libro intitolato Céline segreto (Lantana, Roma 2012), scritto con Robert Véronique, la moglie Lucette Destouches tiene a precisare il contrasto con Sartre, l’opera medica prestata ai poveri e il rifiuto dei testi antisemiti da parte del marito, che in privato si disse “orripilato” dall’Olocausto, definendolo “atrocità”. Aspetti che non sono ricordati da Furio Colombo, che invece considera offensivo ristampare quei testi per il danno che essi potrebbe arrecare alla difesa dei diritti umani e per l’uso indiscriminato dei “troppi razzisti in agguato”. Una posizione che è rifiutata da Daniela Ranieri, che mette in rilievo lo spirito antisemita che racchiudono quei libelli, dimenticando che essi sono dettati dal sentimento anticomunista dall’autore e dalla difesa della Francia. Come entrambi dimenticano altri aspetti dell’opera di Cèline: l’opposizione dopo il II conflitto mondiale alla ristampa dei suoi libri antisemiti, a differenza della vedova che faceva affidamento sulla curatela di Régis Tettamanzi e della prefazione di Pierre Assouline per la nuova edizione, e alla condanna del totalitarismo staliniano.

Il viaggio in Unione Sovietica, compiuto nel 1936, spinse Céline a denunciare infatti gli orrori del comunismo sovietico nel pamphlet Mea culpa – ripubblicato nel 1982 da Guanda – con grave disappunto dei comunisti francesi. Riguardo al massacro di Katyn, egli fu il primo a condannare lo sterminio dei Polacchi da parte dei sovietici: una denuncia che rinfocolò l’odio dei comunisti francesi con l’offesa di essere un fervente fautore del nazismo. Nel 1933 pronunciò un discorso, l’Hommage à Zola, con cui condannò i totalitarismi moderni, sottolineando come l’impulso di morte porta un popolo a diventare schiavo di un dittatore e a diventare succube della guerra. Tuttavia il suo antisemitismo, che si ritrova anche nel testo I bei drappi (1941), conferma le simpatie verso il regime collaborazionista di Vichy e della Germania. Le sue posizioni, tuttavia, non furono mai improntate ad un estremismo antiebraico, che sembra scomparire di fronte al suo tentativo di salvare molti ebrei dalla persecuzione nazista e all’amicizia di molti scrittori ebrei.

A quasi sessant’anni dalla sua morte, la condanna di Céline da parte Colombo risulta “fuorviante” e rivela un’inconsistenza culturale e storica. Lo scrittore francese, autore di capolavori come Viaggio al termine della notte (1932) oppure Morte a Credito (1936), non può essere posto nell’inferno dell’antisemitismo per testi razzisti poi rinnegati. Il primo romanzo, ormai un classico della narrativa europea del XX secolo, mette a nudo le miserie dell’uomo e quelle dell’intera società attraverso il vagabondare del suo protagonista, che è ricordato nell’articolo del medico Delbecchi, senza specificare quale sia il suo ruolo dalla Grande Guerra al fordismo americano sino alla descrizione della povertà nei quartieri emarginati di Parigi. “Questi anfratti” – dirà Alberto Rosselli – non vede mai la luce della giustizia in posti “dove il male si rigenera automaticamente per mancanza di alternative”, mentre nell’altro romanzo la descrizione della vicenda personale è afflitta dalla distanza della vita, che è vista dal protagonista come conquista dell’unico credito in grado di riscuotere.

Scomunicarlo significa negare la moderna coscienza democratica e non tenere presente che scrittori famosi come Robert Brasillach (1909-1945) o Lucien Rebatet (1903-1972) si dichiararono antisemiti e ostili al giudaismo, mentre François Mauriac (1885-1970), Jean Paul Sartre (1905-1980) e perfino André Gide (1869-1951) assunsero un atteggiamento di non belligeranza verso il nuovo regime di Vichy. Se Sartre lo additò al pubblico ludibrio, chiedendo che i libri di Céline venissero ignorati dall’intellettualità francese, lo scrittore antinazista Albert Camus (1913-1960) lo difese e scrisse a suo favore.

L’operazione di Gallimard, volta a ristampare i testi “vergognosi” di Céline, deve essere condivisa, perché non si può impedire la llettura delle sue opere e costringere l’editrice francese al silenzio con la scusa del rischio di “alimentare ancora di più i rigurgiti dell’antisemitismo”. La censura ha sempre prodotto danni peggiori a condizione che siano ben inquadrati e inseriti nel contesto storico coevo. Le responsabilità del razzismo vanno ricercate altrove e non in testi ormai superati e scritti da un intellettuale, che va giudicato per le sue opere più mature.

Nunzio Dell’Erba

Il ruolo ancora non chiaro di Claretta Petacci, l’amante del duce

mussolini claraLa battuta di Gene Gnocchi sull’amante del duce Claretta Petacci, accostata a un tipico rappresentante del mondo suino, ha suscitato un ampio dibattito sulla stampa e sui social network. Essa, ad eccezione di un’intervista di Mirella Serri, ha circoscritto il personaggio solo intorno alla sua morte avvenuta il 28 aprile 1945. Ma, al di là della battuta peraltro inopportuna, nessuno ha chiarito il ruolo di quella donna, della sua famiglia originaria e i loro rapporti con il duce del fascismo.

Il primo incontro tra Benito Mussolini e Clara Petacci avvenne la domenica del 24 aprile 1932 sulla strada del mare tra Ostia e Castelfusano. Il passaggio dell’auto del duce – secondo Renzo De Felice – suscitò un vivo entusiasmo tra i passeggeri di un’altra vettura che egli “fece fermare la sua per salutarli.” (“Mussolini il duce. Lo Stato totalitario 1936-1940”, Torino 1981, p. 278). La giovane ammiratrice aveva vent’anni, essendo nata il 28 febbraio 1912 da una facoltosa famiglia romana: la madre si vantava di essere una lontana parente di Pio XI, mentre il padre Francesco Saverio faceva parte dell’equipe medica del pontefice (F. Bandini, “Claretta”, Milano 1969, pp. 13-15). Tuttavia sin dall’età di quattordici anni aveva tempestato il duce di missive per esprimergli la sua solidarietà e ammirazione per lo scampato pericolo all’attentato dell’inglese Violet Gibson.

Clara (Claretta o Clare) Petacci era una donna affascinante ed aveva una scollatura abbondante, che lasciava intravedere un seno prosperoso, a cui il duce era molto sensibile. La differenza di età –Mussolini aveva quasi cinquant’anni, essendo nato nel 1883 – non gli impedì di diventare sua amante. Qualche giorno dopo il duce le telefonò, chiedendole di recarsi alle sette di sera a Palazzo Venezia perché desiderava meglio conoscerla. Dopo quell’incontro, quante volte si videro e quanta cominciarono la loro relazione, non è facilmente appurabile, ma sembra che gli incontri furono molto frequenti. Gli incontri proseguirono anche dopo il matrimonio che la Petacci contrasse il 27 giugno 1934 con Riccardo Federici, appena promosso tenente: un matrimonio durato appena due anni e sfociato nella separazione legale con divorzio ungherese e, solo alla fine del 1941, nell’annullamento della Sacra Rota.

La separazione con il marito da parte della Petacci, avvenuta nel luglio 1936, favorì gli incontri amorosi con il duce, che prima lo favorì e poi ostacolò la loro unione. C’è una lettera di Claretta, datata 25 settembre 1933, in cui ella chiese al duce di interessarsi del fidanzato per favorire il suo trasferimento nella capitale dalla sede di Brindisi dove era stato trasferito per punizione “avendo volato con suo idrovolante su Roma al di sotto della quota di sicurezza”. Nel novembre 1933 la Petacci chiede a Mussolini di concedere una deroga per dare la possibilità al suo fidanzato di sposarla, non avendo compiuto il trentesimo anno di età come stabilisce il regolamento della Regia aeronautica.

Come si evince dalla lettura della loro corrispondenza, la giovane dimostrò di essere perdutamente innamorata del duce, ma si rivelò una donna pratica e intenta a soddisfare le richieste dei suoi parenti, quasi a costituire una specie di clan finalizzato alla richiesta di favorì e all’arricchimento della sua famiglia. Per gli incontri amorosi, De Felice ci informa che “fu approntato a palazzo Venezia il cosiddetto appartamento Cybo dove la donna usava passare molte ore in attesa che Mussolini, alla fine delle sue udienze, la raggiungesse (cit. p. 279). Su suo interessamento fu addirittura organizzata dal 19 dicembre 1936 al 1° gennaio 1937 nelle Sale dei cultori d’arte a Roma una mostra personale della “pittrice Petacci Clara”, presentata dall’artista Piero Scarpa.

La frequentazione dei due amanti sollevò invidie nelle dame di più alto lignaggio, come si ricava da alcune testimonianze: “La signorina Petacci, suo ultimo amore, benché abbia belle gambe e piedi incredibilmente piccoli come che l’aveva preceduta, non era la compagna appropriata per un capo di stato. L’ho vista una volta all’opera e l’ho trovata molto attraente in un certo modo. Aveva troppi riccioli e il suo trucco era innaturalmente pesante. La sua pelliccia di visone era troppo ampia; i suoi gioielli troppo vistosi”. (F. Bandini, “Claretta”, cit. p. 11 ed E. Cerruti nel suo libro “Visti da vicino. Memorie di un’ambasciatrice”, Milano 1951, p. 294). Eppure Mussolini la preferiva a donna Rachele, che accudiva i figli e coltivava la propria immagine di casalinga e di madre, nonostante le continue lamentele della Petacci, umorale e lamentosa per la propria cagionevole salute.

Rispetto alle relazioni intrattenute con altre donne, “spasimanti stagionate” e spesso non belle, Mussolini nutrì verso Claretta una particolare predilezione (era anche geloso) per la fusione di bellezza e giovinezza, che lo rendevano giovane e gli facevano dimenticare i dolori ulcerosi allo stomaco. Le astuzie della donna, rivolte a favorire i suoi familiari, non turbavano per nulla il duce, che cedeva alle sue lusinghe e richieste con facilità. La sorella Myriam cercò di affermarsi nel mondo dello spettacolo prima nel teatro e poi nel cinema con l’aiuto delle autorità fasciste: il film più importante “Le vie del cuore” (1942) le permise di partecipare al festival di Venezia, dove fu derisa per la scelta del nome Miria di San Servolo, che ricordava il manicomio di Venezia. Il fratello Marcello Cesare Augusto (nato nel 1910) si affermò nei giornali scandalistici e in alcuni maneggi economici, assicurandosi il buon esito degli esami con le “raccomandazioni” procurategli dalla sorella (Rochard J.B. Bosworth, “Mussolini. Un dittatore italiano”, Milano 2004, p. 376). Egli, diventato medico della marina, “faceva grossi guadagni contrabbandando l’oro sotto la copertura del privilegio diplomatico e con vari traffici illegali di valuta straniera, e sventolando una sua pretesa amicizia col Duce che gli aveva permesso […] di far assegnare a chi voleva lui dei contratti lucrosi con enti statali e delle cariche redditizie” (C. Hibbert, “Mussolini”, Milano 1962, p. 199). Il padre si fece costruire a Roma nel quartiere Monte Mario una lussuosa villa con le stanze da bagno tappezzate di marmo nero. L’intera famiglia soleva trascorrere le estati presso lo splendido Grand Hotel di Rimini, forse su consiglio dello stesso duce. Mussolini trascorreva infatti le vacanze estive a Riccione, dove incontrava la sua amante, scambiandosi effusioni amorose e trascorrendo insieme incontri piacevoli. Essi sono rievocati con struggente passione nel 1943, quando la Petacci ricordava le ore trascorse insieme ad aspettare l’alba nella spiaggia deserta dell’Adriatico.

Dopo l’8 settembre 1943 l’intera famiglia seguì Mussolini, stabilendosi in una villa a Gardone, ubicata non lontano dalla residenza di Mussolini e dalla sede ufficiale del governo repubblicano a Salò. Il 22 aprile 1945 Clara Petacci si rifiutò di salire su un aereo per Barcellona e seguì Mussolini fino a Dongo, dove venne arrestata dai partigiani per essere “giustiziata” tre giorni dopo con il suo amante. Il 29 aprile i loro corpi furono esposti a Piazzale Loreto (Milano) e appesi per i piedi sulla pensilina di un distributore di benzina come vendetta simbolica per la strage di quindici partigiani, uccisi il 10 agosto 1944. Sono queste storie ignorate da alcuni giornalisti come Nicola Porro o Marcello Veneziani, che non fanno alcun cenno a questa strage e alle immense ricchezze possedute dai due amanti (l’oro di Dongo).

Nunzio Dell’Erba

Il 1789, punto di partenza per studiare l’evoluzione del socialismo moderno

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Comunemente gli storici assumono la data del 1789 come punto di partenza per studiare l’evoluzione del socialismo moderno. Non già che il termine sia sconosciuto al linguaggio politico dell’età precedente, ma diventa tema di discussione solo in seguito alla Rivoluzione francese per indicare ogni forma di mutamento politico e sociale. Anticipazioni della dottrina socialista possono essere colte nei philosophes dell’illuminismo settecentesco oppure nelle opere di Morelly, di Diderot, di Mably o di Rousseau; ma si può dire che solo negli anni immediatamente successivi alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo si affermano movimenti politici che precorrono le moderne idee socialiste.

La genesi del moderno socialismo si ricollega ai movimenti sociali scaturiti dalla Rivoluzione francese, ma affonda le sue radici nel clima culturale diffusosi con la pubblicazione del Contratto sociale (1762) di Rousseau o dell’Abbozzo di un quadro storico dei progressi dello spirito umano (1795) di Condorcet. Con la loro appassionata denuncia dei mali sociali e con le loro proposte di riforma sociale si apre il dibattito nell’epoca successiva.

Ma di «socialisti» si comincia a parlare in Italia sin dal 1765, quando un anonimo pubblica un volumetto intitolato Note ed osservazioni sul libro intitolato «Dei delitti e delle pene», diretto a confutare le tesi espresse da Cesare Beccaria nel suo famoso libro. L’anonimo ritiene che le teorie filantropiche di Beccaria provengano da una fiducia (rousseauiana) nella bontà della natura umana. Nella sua disquisizione contro il Beccaria l’anonimo muove un’acerba critica ai fautori di Rousseau e agli assertori del nuovo credo sociale: cioè ai «socialisti».

In un libro intitolato L’antisocialismo confutato e pubblicato nel 1805, Giacomo Giuliani – docente di diritto penale all’Università di Padova – si riferisce ai termini «socialismo» e «antisocialismo» per svolgere una serrata polemica contro il giusnaturalismo e le dottrine di Rousseau. In diverse parti dell’opera, Giuliani critica il pensatore ginevrino di professare idee collettivistiche e di predicare l’abolizione della proprietà.

Da quasi due secoli, sin dall’apparizione del termine «socialismo», si perpetua una confusione tra la concezione collettivista – che più tardi sarà denominata comunismo – e quella socialista. Che entrambe queste concezioni siano sorte per designare un indirizzo politico all’individualismo è vero, ma non si può negare che esse propongono due modelli di riorganizzazione sociale completamente distinti. Tra il 1800 e il 1820, mentre Giuliani discute le teorie di Rousseau, comincia a diffondersi in Europa l’ideale socialista in un’accezione diversa da quella discussa negli ultimi lustri del XVIII secolo. Dietro l’impulso della Rivoluzione francese, il termine «socialismo» assume un preciso significato come trasformazione graduale d’una società in contrapposizione ad un radicale rovesciamento dell’ordine costituito.

In questo senso è utilizzato da Robert Owen in Inghilterra, dove il termine «socialismo» compare in un manifesto del 1820 con il preciso intento di convincere la classe lavoratrice ad accogliere il cooperativismo come rimedio fondamentale ai mali della società capitalistica. Owen e i suoi seguaci (John Gray, William Trompson) indicano nel socialismo un sistema cooperativistico, diretto a modificare gradualmente l’amministrazione dello Stato. La proposta cooperativistica e la riforma degli istituti politici pongono le basi del socialismo riformista attraverso la partecipazione elettorale estesa a tutti i cittadini.

Le vicende del socialismo assumono un aspetto riformatore anche in Francia, dove Gustave d’Eichtal mette in circolazione il termine «socialismo» attraverso il periodico “Le Producteur”, sul quale diffonde gli scritti di Owen e dei suoi seguaci. Il nucleo del suo pensiero consiste nel propugnare una trasformazione sociale da attuarsi con pacifiche riforme governative e non già con violente insurrezioni popolari, che si rivelano sempre inutili e dannose. Ricollegandosi a Saint-Simon, Eichtal si pone unicamente obiettivi di salvaguardia dei diritti acquisiti in una concezione riformistica, inserita però in una visione di trasformazione totale con elementi avanzati come l’esaltazione del lavoro e la parità dei sessi.

Nella scuola sansimoniana il merito della diffusione del termine «socialismo» deve essere attribuito a Pierre Leroux, che sin dal 1833 lo contrappone al termine «individualismo». Ma a differenza di altri sansimoniani, egli è il solo socialista democratico che accoglie il sistema rappresentativo, consapevole dei pericoli che in una situazione di impreparazione culturale del popolo presenta la democrazia. Accanto a Leroux, alcuni anni dopo anche Lamartine utilizza il termine «socialismo» per indicare il processo di emancipazione umana della classe più numerosa, «inascoltata nei regimi teocratici, dispotici e aristocratici». Il bersaglio principale è, ancora una volta, l’«odioso» individualismo, responsabile di frenare la conquista dei diritti civili e di soffocare ogni anelito alla convivenza civile.

La paternità del termine è rivendicata anche da Reybaud, il quale si attribuisce il merito d’averlo introdotto in un saggio del 1835 per indicare le varie scuole (owenismo, sansimonismo, fourierismo). Solo più tardi il termine «socialismo» perde il significato originario per assumere quello più generale di un movimento composito ed eterogeneo, che via via assume il significato di «partito dei socialisti» o altre volte «patito socialista». Mentre la prima espressione si ritrova nel 1841 in un’opera di Ferdinand Durand, la seconda è usata da Proudhon in una lettera di tre anni dopo. Ma solo grazie ai saggi di Reybaud la voce «socialismo» acquista il significato moderno di riformismo, mentre «socialisti» sono designati coloro che accettano le riforme parziali per una trasformazione complessiva dell’ordine sociale.

L’originario comune denominatore della varie scuole – il socialismo come utopia sociale – comincia diluirsi sino a confondersi con il termine «comunismo», la cui diffusione si deve al «Manifesto del partito comunista» (1848) di Marx e di Engels. Se i caratteri originari del socialismo, dal punto di vista dottrinale e linguistico, si rivolgono ad una conquista di emancipazione umana, con Marx ed Engels il significato si capovolge. La loro influenza diventa determinante in molti scritti coevi, che adoperano i termini «socialismo» e «comunismo» in un significato univoco, preferendo quest’ultimo per indicare un atteggiamento più violento e aggressivo.

D’altra parte gli stessi fondatori del comunismo non sono molto originali nella scelta del termine, se è vero che riprendono questo termine dalle opere di Moses Hess e di Lorenz Von Stein. Il termine «comunismo», sebbene sia presente nelle loro opere e provenga dalla linea Babeuf-Buonarroti, si ritrova nelle società rivoluzionarie segrete di Parigi negli anni 1835-40. Lo stesso Engels, che lo adotta prima di Marx, afferma a più riprese l’insufficienza delle riforme politiche, dichiarando che solo una rivoluzione sociale può portare alla proprietà collettiva. Con il Manifesto comincia una confusione concettuale tra «socialismo» e «comunismo» che si protrae per quasi tutto il secolo XIX.

Nunzio Dell’Erba

Clementi, alla riscoperta
di un grande chirurgo

ferri medicina

La chirurgia come branca della medicina assume a Catania una fisionomia autonoma verso la fine del XVIII secolo. La sua evoluzione trae alimento nel 1775 dalla fondazione dell’ospedale Santa Marta e dalla riforma che istituisce quattro anni dopo la cattedra di chirurgia e ostetricia. Il nuovo insegnamento viene sdoppiato con la riforma del 1840 nelle cattedre di Patologia e di Clinica chirurgica, entrambe affidate a Euplio Reina, considerato il primo grande chirurgo catanese. Alla sua morte, avvenuta il 2 maggio 1877, gli succede Gesualdo Clementi, originario da una famiglia di noti professionisti. Proprio in quell’anno il giovane medico (nasce a Caltagirone il 25 aprile 1848) assume la direzione della clinica chirurgica e ottiene due anni dopo la nomina di professore ordinario nell’omonima disciplina.

Gesualdo_Clementi

Gesualdo Clementi

Formatosi nelle più rinomate scuole europee di medicina, Clementi frequenta a Vienna la Clinica chirurgica di Billroth e quella ostetrica di Braun, a Berlino quella di Anatomia Patologica di Virchow, mentre a Edimburgo apprende il metodo sperimentato da Joseph Lister nella medicatura antisettica. Il ritorno a Catania lo vede promotore di questo metodo, su cui pubblica nel 1874 un saggio come omaggio al celebre chirurgo inglese. Il 2 gennaio 1881 esegue una ovariectomia in una sala dell’ospedale cittadino Vittorio Emanuele, sterilizzata secondo i dettami di Lister. Nella sua relazione, comunicata all’Accademia Gioenia, Clementi descrive l’atto operatorio, che nonostante la rottura delle cisti riesce perfettamente con la guarigione della paziente dopo solo tre settimane. A pochi mesi di distanza egli esegue con successo un’altra operazione su una donna con una enorme “cisti prolifera dell’ovaio”, a cui seguono quattro laparatomie, due ovariectomie e una cisti ovarica trattata con escissione parziale della parete.

Negli ultimi lustri del XIX secolo Clementi è autore di diversi studi, che traggono spunto dai suoi interventi chirurgici, discutendo i “vari metodi di cura” nell’aneurisma spontaneo della carotide interna, nell’emostasi epatica (1891) oppure nelle alterazioni del circolo portale con il metodo della omentopessia. Esperto nelle operazioni all’addome, egli propone una tecnica nella resezione del mascellare inferiore (1902) e un metodo ricostruttivo della continuità dei vasi mediante trapianto di un tubo arterioso e sutura con doppia invaginazione.

Come rettore dell’Ateneo catanese, il 5 novembre 1903 Clementi tiene un discorso inaugurale, con cui auspica la necessità di dotare le strutture ospedaliere di nuovi istituti sperimentali “per seguire i progressi vertiginosi della scienza” e “contribuire alla soluzione dell’arduo problema del benessere sociale”. In un’altra prolusione su “La Scienza e la pratica chirurgica all’alba del XX secolo” egli connette il progresso della medicina alla cura delle malattie senza ricorso agli interventi operativi. Forse per questo alla sua morte avvenuta a Catania l’8 novembre 1931 uno stuolo ingente di persone dà l’ultimo saluto al grande chirurgo, la cui fama varca i confini nazionali, senza lasciare grandi tracce nella comunità accademica della città etnea.

Nunzio Dell’Erba

L’anno accademico della Scuola Normale di Pisa
e l’antifascismo

University building on Piazza dei Cavalieri in Pisa, Tuscany, Italy

Sul «Corriere della Sera» (18 ottobre 2017, p. 40) Pier Luigi Vercesi dedica un articolo alla Scuola Normale Superiore di Pisa, la quale nei giorni 18 e 19 di questo mese inaugura l’apertura dell’anno accademico. Il titolo reboante – L’antifascismo e il merito. Alfabeto di un’istituzione – non corrisponde alla sostanza dell’articolo, che trae pari pari notizie da Wikipedia e da un saggio di Andrea Mariuzzo su «La Scuola Normale di Pisa negli anni Trenta» (2016).

L’incipit riprende un giudizio di Benito Mussolini sulla Scuola Normale come «un nido di vipere», considerata non un’istituzione «d’indipendenza intellettuale», ma un centro di «malessere ideologico» tollerato solo per il sostegno d’intellettuali come Giovanni Gentile, Gioacchino Volpe e Giuseppe Bottai. Il giudizio, riportato nei Taccuini mussoliniani (il Mulino, Bologna 1990, p. 405), è molto più articolato, come si ricava da quello successivo in cui il duce – non intimorito dall’attività politica della Scuola Normale – la definisce una «locanda i cui dozzinanti pensano di considerare cultura minore quella della rivoluzione, senza la quale quei piccoli chierici non esisterebbero» (p. 444).

Nel prosieguo dell’articolo l’autore riprende da Wikipedia alcune note cronachistiche sulla fondazione della Scuola (18 ottobre 1810), sulla crisi didattica e sul significato che essa assume nel periodo successivo all’Unità d’Italia fino all’ascesa al potere di Mussolini. Nulla viene detto sull’antifascismo degli oppositori al regime mussoliniano, che si sviluppa nel corpo studentesco grazie all’attività di Vittorio Enzo Alfieri, di Armando Sedda e di Umberto Segre. L’arresto dei tre normalisti, avvenuto il 23 aprile 1928, è emblematico per comprendere lo scenario culturale dell’istituzione pisana. Il 2 maggio di quell’anno il Consiglio direttivo condannò i tre allievi «sospettati di mene contrarie al regime» e riaffermò «la propria fede, e la propria disciplina alle direttive del Governo nazionale».

L’avversione al regime di Mussolini – come ricordò più volte Aldo Capitini – nacque proprio come contrasto alle sue scelte politiche e al progetto culturale di Giovanni Gentile, nominato commissario della Normale nel 1928. Egli, che tre anni prima ne aveva pubblicato la storia dal decreto napoleonico alle riforme del periodo unitario, rilanciò l’istituzione pisana con il famoso discorso del 1932, con cui affermò il suo carattere elitario «a base ugualitaria», senza distinzione di censo e di provenienza regionale. Il discorso, pronunciato durante l’inaugurazione dei nuovi locali, è invece ricondotto «al proposito originario di selezionare un cenacolo intellettuale, “né di ricchi, né di poveri: tutti uguali, perché tutti liberi da cause materiali”»: un giudizio vago espresso da Gentile che impone e nasconde un’adesione alle direttive del duce, che non partecipò all’inaugurazione per la scarsa considerazione rivolta ai normalisti, avvezzi a «covare ostilità nell’ombra e tramutantisi, alla luce del sole, in genuflessioni al fascismo (Y. De Begnac, op. cit., p. 444».

Da questo cedimento al regime si sottraggono Claudio Baglietto e Aldo Capitini, entrambi animati da un forte fervore antimilitarista e pacifista. Il rifiuto del Concordato e la critica alla Chiesa per la mancata denuncia dell’autoritarismo fascista convinse Baglietto a recarsi nel 1932 in Germania con la scusa di seguire i corsi di Heidegger. La scelta del giovane, quella di sottrarsi al clima bellicista del fascismo, destò vive preoccupazioni nella direzione della Normale: Gentile considerò Baglietto uno «sciagurato» che «parla di religione», senza aver compreso la filosofia intesa «come rinnovamento morale» del fascismo. In realtà Baglietto, «il primo obiettore di coscienza» della storia d’Italia, condannò il servizio militare, foriero di nuove guerre per opera di un regime che esaltava le virtù guerriere e conclamava il bellicismo di Stato.

La visione pacifista di Baglietto influenzò la personalità di Capitini, che – pur essendo segretario-economo della Scuola Normale – si oppose all’iscrizione obbligatoria al Partito nazional fascista (Pnf), imposto nel 1931 ai docenti e poi esteso a tutto il personale universitario. Il rifiuto dell’intellettuale umbro fu dettato dal suo dissenso verso la politica mussoliniana, le cui ragioni morali vennero ricondotte alla violenza intrinseca dell’ideologia fascista e all’assenza di uno spirito religioso come «educazione all’amore» e alla convivenza civile.

Nel discorso inaugurale pronunciato il 6 novembre 1933, Gentile considerò le posizioni antifasciste di Baglietto e Capitini come «le conversioni degli spiriti scapestrasti, le quali, perciò, più danno nell’occhio e colpiscono le fantasie». Contro i normalisti avversari del regime, il filosofo siciliano indicò l’esempio di Dante e di altri insigni scrittori come Tommaso d’Aquino, Manzoni, Rosmini e Lambruschini, che avevano vissuto la religiosità come immanenza del divino nell’uomo, senza cedere nel misticismo cattolico. Eppure anche nelle file dell’intellettualità della Scuola Normale furono presenti giovani cattolici come Vittore Branca, Giovanni Getto, Arsenio Frugoni, Landolino Giuliano e Paolo Emilio Taviani. Il gruppo si fece portatore delle tensioni vissute dal cattolicesimo organizzato di fronte al regime mussoliniano, che nei primi anni Trenta celebrava i suoi trionfi africani con la conquista dell’Etiopia e la proclamazione dell’impero italiano (9 maggio 1936). A differenza del quadro generale presentato da Vercesi, che considera la Scuola Normale come un’istituzione esemplare durante il regime fascista, essa fu succube di stridenti contraddizioni, che si aggravarono con la «furia contro riformatrice del Ministro De Vecchi di Val Cismon», come si legge nel discorso pubblicato proprio quell’anno da Giovanni Gentile su «La nostra Università e il problema dei giovani». Come direttore della Normale egli avviò iniziative celebrative come le edizioni nazionali delle opere di Ugo Foscolo e di Alessandro Manzoni, ma fu consapevole dei suoi limiti e della sua incapacità ad avviare in Italia la ricerca scientifica. Dalla sua intensa attività, inficiata da numerose ombre, scaturì un vivace dibattito culturale che diede vita ad impegni politici diversi come quello di Guido Calogero e di Ranuccio Bianchi Bandinelli, l’uno liberalsocialista e l’altro comunista. La legislazione razziale del 1938 tradì il progetto gentiliano di selezionare un cenacolo intellettuale, travolto dall’esclusione degli allievi di origine ebraica: furono discriminati ad esempio Bruno Bassani, Giorgio Fuà e Paul Oskar Kristeller, quest’ultimo sostituito con un docente segnalato dal consolato tedesco. Gli anni del Secondo conflitto mondiale si ripercossero in modo negativo sulla Scuola Normale, che vide molti suoi allievi costretti ad arruolarsi per poi maturare scelte di lotta antifascista, come fu nel caso di Carlo Azeglio Ciampi, Giuliano Lenci, Alessandro Natta e Giovanni Pieraccini.

Nunzio Dell’Erba

Maria Messina, la “Mansfield” che sollevò la questione femminile

messina

Per lunghi anni l’opera letteraria di Maria Messina (1887 – 1944) è rimasta avvolta in una coltre di silenzio. A trarla dall’oblio fu Leonardo Sciascia, che nei primi anni Ottanta ripubblicò due suoi racconti sull’emigrazione (“Nonna Lidda” e “La Mèrica”) per Partono i bastimenti (1980) e “Casa paterna” per Racconti italiani del Novecento (1983). Eppure critici autorevoli come Giovanni Verga o Giuseppe Antonio Borgese avevano segnalato la scrittrice siciliana sin dall’esordio con Pettini fini (1909) e Piccoli gorghi (1911).

Il carteggio epistolare con Verga è significativo per comprendere le difficoltà che Maria Messina è costretta a vivere in un ambiente ristretto di provincia e chiuso alle velleità letterarie delle donne. Gli anni trascorsi a Mistretta, deliziosa cittadina dei Nebrodi ma priva di stimolo culturale, sono caratterizzati da una fervida operosità per la sua intensa attività di scrittrice. Temi peculiari riguardano l’esodo migratorio vissuto come tragica realtà, la pietà popolare rappresentata dalle processioni e il motivo del lutto con le relative usanze: il “repito” (il pianto per il defunto) e il “visitu”, cioè la visita ai familiari per il lutto stretto nei giorni successivi alla morte di una persona cara, rievocati in Ragazze siciliane (1921).

La scrittrice narra anche scene di vita quotidiana, rivolte alla soggezione della donna e ai temi più vari come i maltrattamenti, le corna, la gelosia, l’adulterio, l’abuso sessuale e la roba. La condizione femminile assume così un posto rilevante nella sua produzione letteraria, che descrive situazioni tragiche nell’àmbito della famiglia, la dedizione alla conduzione della casa se non quelle di giovanette precocemente sfiorite nell’attesa di nozze impossibili. Nella novella “La sorellina”, inserita poi in Personcine (1921), la Messina denuncia l’atteggiamento maschilista, presente in molte famiglie siciliane e volto a guardare con diffidenza la ragazza dedita alla lettura e allo studio, considerati un’attività inutile rispetto al lavoro manuale. La descrizione del rituale del fidanzamento, spesso “combinato” dai genitori, rappresenta un aspetto peculiare della sua narrativa, che si snoda in vivaci note di costume e in reconditi pensieri della psicologia femminile.

Se nell’Ora che passa, edita nella raccolta Le briciole del destino (1918), la Messina sottolinea il motivo economico nella “confezione” dei matrimoni, nel romanzo La casa del vicolo (1921) presenta la condizione femminile con un realismo che denota la piena maturità della scrittrice siciliana per la capacità di indagare l’animo della donna. Le figure femminili escono così dagli stereotipi tradizionali e assurgono a una dignità espressiva lontana da una società patriarcale e dal ruolo ineluttabile della subordinazione della donna all’uomo. Seppure ignara degli orizzonti aperti dalla psicanalisi di Freud o delle sottigliezze investigative di Pirandello, la scrittrice siciliana contribuisce con efficacia a destare la questione femminile alla pari dell’inglese Katherine Mansfield, del cui raffronto Sciascia lascia un giudizio esemplare.

Mario Brunetti e la favola su Antonio Gramsci

Gramsci«La sorte peggiore che possa capitare ad un pensatore non è l’oblio; peggiore dell’oblio è l’agiografia. La celebrazione acritica del maestro è una violenza al suo pensiero a cui si impedisce di fluire nell’alveo della critica, unico banco di prova della verità contenuta in esso». Questo giudizio, espresso dallo storico Giuseppe Tamburrano in un saggio del 1959, si adatta nitidamente al nuovo libro Antonio Gramsci. L’uomo, la favola, presentazione di Antonio Gramsci junior (Rubbettino, Soveria Mannelli 2017, pp. 217) di Mario Brunetti, politico di professione e storico d’improvvisazione.
Il libro presenta un carattere agiografico della figura di Gramsci, che si caratterizza anche per stridenti pregiudizi storici, analisi superficiali e gravi errori interpretativi. Esso è dedicato al «più grande pensatore del ’900», verso cui «Mussolini e il fascismo avrebbero deciso di non far funzionare il suo cervello per oltre 20 anni» (p. 17). Da questo sommario giudizio, mai pronunciato dai giudici fascisti, si desume che l’Autore conosce poco e male la biografia del pensatore sardo. Il giudizio si ritrova infatti nell’articolo scritto da Palmiro Togliatti all’indomani della morte di Gramsci (cfr. «Lo Stato operaio», maggio-giugno 1937, XI, n. 5-6, p. 273) e non tiene presente che egli fu arrestato l’8 novembre 1926, tradotto a Regina Coeli e, dopo un breve periodo di confino a Ustica, venne rinchiuso dal 7 febbraio 1927 all’11 maggio 1928 a San Vittore, di nuovo a Regina Coeli e poi a Turi dal 19 luglio 1928 al 19 novembre 1933 per trascorrere gli ultimi anni della sua vita nella clinica di Formia (7 dicembre 1933-24 agosto 1935) e poi nella clinica «Quisisana» di Roma, dove morì nelle prime ore del mattino del 27 aprile 1937: tra carcere e ricoveri in clinica, Gramsci trascorse undici anni e non «oltre venti anni» (cfr. Cronologia della vita di Antonio Gramsci, in A. Gramsci, Nel mondo grande e terribile, Antologia degli scritti 1914-1935, a cura di G. Vacca, Einaudi, Torino, pp. LXXXVII-XCIV).
Nel prosieguo del suo lavoro, l’Autore presenta la figura di Gramsci con tono accesamente agiografico e con un’esaltazione di un pensiero elaborato da «una mente filosofica e storica originale», in grado di «indicare ipotesi possibili di uscita dalla crisi del nostro tempo» (p. 19) come «punto di forza per il cambiamento della società italiana» (p. 22). Quali siano queste ipotesi non vengono specificate dall’Autore, che nel suo racconto biografico considera Gramsci «un pensatore universale» (p. 27), in grado di occupare il «primo posto tra i cinque italiani inseriti nell’elenco dei 250 autori della letteratura di tutti i tempi» (p. 36). In un continuum di elogi esagerati e noiosamente inutili, Gramsci «rimane senza “se” e senza “ma” il più grande intellettuale italiano del secolo scorso» (p. 22), faro luminoso di una Sinistra incapace di «rinnovare se stessa e proporre una visione del mondo» (p. 23).
Con un ammasso di fandonie, l’Autore crede che il richiamo alla «grande lezione di Antonio Gramsci» (p. 24) possa risolvere ex abrupto la spinosa questione meridionale (pp. 23-27), sopravvissuta ai «150 anni di Unità nazionale» (p. 28) per cause oggettive della politica contingente attuata nel corso dell’Italia postunitaria. L’attuale crisi può essere superata solo con l’applicazione dei dettami gramsciani, volti ad indicare «una via alternativa» al processo di «mondializzazione finanziarista» (p. 37); anzi la possibilità di uno «sviluppo alternativo […] può avvenire se si sostituisce all’Europa dei mercati una Europa dei popoli portatrice di scelte alternative che fuoriesca dal capitalismo predatorio» (p. 37): una tesi che l’Autore attribuisce a Gramsci, ma già espressa da Giuseppe Mazzini, laddove afferma: «L’unità europea, com’oggi può esistere, non risiede in un popolo: essa risiede e governa suprema su tutti. La legge dell’umanità non ammette monarchia di individuo o di popolo» (cfr. G. Mazzini, Dell’iniziativa rivoluzionaria in Europa, 1834, in Id., Scritti politici, a cura di T. Grandi e A. Comba, Utet, Torino 2005, p. 408).
Nel paragrafo Riformismo e trasformismo del secondo capitolo (pp. 28-30), l’Autore distorce completamente la storia d’Italia, attribuendo a Gramsci una frase mutila di Mazzini, di cui non cita la fonte (p. 28), che appare così sibillina da non rendere l’intrinseco significato. La frase si ritrova nel Quaderno 15 e dice: «Nella lotta Cavour-Mazzini, in cui Cavour è l’esponente della rivoluzione passiva – guerra di posizione e Mazzini dell’iniziativa popolare – guerra manovrata, non sono indispensabili ambedue nella stessa misura? Tuttavia bisogna tener conto che mentre Cavour era consapevole del suo compito (almeno in una certa misura), in quanto comprendeva il compito di Mazzini, Mazzini non pare fosse consapevole del suo e quello di Cavour; se invece Mazzini avesse avuto tale consapevolezza, cioè fosse stato un politico realista e non un apostolo illuminato (cioè non fosse stato Mazzini) l’equilibrio risultante dal confluire delle due attività sarebbe stata diverso, più favorevole al mazzinianesimo: cioè lo Stato italiano si sarebbe costituito su basi meno arretrate e più moderne» (cfr. A. Gramsci, Quaderni del carcere, Einaudi, Torino 1975, p. 1767).
Le riflessioni di Gramsci dimostrano una scarsa conoscenza dell’opera di Mazzini, che in molteplici scritti aveva denunciato le mire politiche di Cavour e proposto un originale progetto repubblicano di un’Italia unita: basti citare la lettera Al conte Cavour del 1858, là dove Mazzini enuncia la famosa tesi sull’unità italiana come conquista regia, rivolgendosi così allo statista piemontese: «Tra noi e voi, Signore, corre un abisso. I nostri sono due programmi radicalmente diversi. Perché, come noi facciamo, nol dite? Perché persistere a ingannare l’Italia e l’Europa sul vostro intento? Noi rappresentiamo l’Italia: voi rappresentate la vecchia cupida e paurosa ambizione di Casa Savoia. Noi vogliamo anzi tutto l’unità nazionale: voi non cercate, se non un ingrandimento territoriale nel Nord d’Italia ai regi dominii: voi avversate l’unità, perché disperate di conquistarla e di dominarla» (op. cit., p. 812).
Su un distorto impianto storico l’Autore riferisce di un fantomatico «Governo De Pretis-Minghetti, seguito alle elezioni del 1882» (p. 29), che – a parte la trascrizione erronea del cognome Depretis – non è mai esistito nella storia d’Italia. Minghetti non fece mai parte dei ministeri presieduti dallo statista lombardo, essendo la sua ultima carica quella di presidente del Consiglio nel governo della Destra storica (10 luglio 1873-25 marzo 1876). Su Minghetti, morto il 10 dicembre 1886, scrive frasi erronee e confuse, attribuendogli la paternità di un teorema «enunciato […] nel numero dell’anno 1900 della rivista “Quid agendum” » p. 31): in realtà non si tratta di una rivista, ma di un saggio scritto da Sidney Sonnino e pubblicato sulla «Nuova Antologia» (16 settembre 1900, n. 9, pp. 342 sgg.). Avventurandosi in elucubrazioni storiche, prive di significato, include in un elenco farraginoso personaggi come Concetto Marchesi (non Marchese) e Piero Calamandrei, Lelio Basso e Arturo Carlo Jemolo (p. 31), diversi per cultura e scelte politiche.
Nei capitoli quarto e quinto l’Autore presenta le origini della famiglia paterna di Gramsci, la cui presenza risale forse al XV secolo al seguito di Giorgio Castriota Scanderberg (1405?- 1468), il condottiero albanese che riuscì a fronteggiare i turchi per venticinque anni consecutivi e a coalizzare contro di loro i principi albanesi. Di queste vicende, caratterizzate dall’oppressione turca, ho parlato in alcune sintetiche pagine della mia “Storia dell’Albania” (Roma 1997, pp. 15-17): eppure l’autore crede che il «mondo arbëresch» sia un arcipelago «ai più misterioso» e conosciuto solo da pochi. Di certo restano le considerazioni erronee di Gramsci, che attribuisce lo spostamento dei suoi avi «dopo o durante le guerre del 1821» (cfr. lettera a Tania, in A. Gramsci, Lettere dal carcere 1931-1937, Palermo 1996, p. 480).
In realtà gli avi di Gramsci – come rileva in modo disordinato l’Autore – si erano stabiliti un secolo prima, se è vero che il suo bisnonno era nato a Plataci nel 1769 e morto a Portici (oppure a Napoli) nel 1824; che il nonno Gennaro (1810-1873), anch’egli nato nel paese calabrese, era sposato con Donna Teresa Gonzales, discendente «da qualche famiglia italo-spagnola dell’Italia meridionale» (A. Gramsci, Lettere dal carcere 1931-1937 cit., p. 481). Il padre Francesco, nato il 6 marzo 1860 e considerato stranamente «tra i meno assistiti dalla fortuna» (p. 65), lasciò Gaeta nel 1881 per dirigere il locale Ufficio del registro di Ghilarza in seguito ad un concorso vinto nell’amministrazione statale: all’Autore non sorge mai il dubbio che egli potesse essere «raccomandato» da qualche suo fratello, uno dei quali era funzionario di Stato presso il Ministero delle Finanze. Le peripezie giudiziarie di Francesco Gramsci, arrestato il 9 agosto 1898 e stranamente tradotto nel carcere di Gaeta (suo paese natio), non ricevono una spiegazione adeguata dall’autore, che preferisce riportare lunghe lettere prive di commento.
Nel capitolo sesto l’Autore analizza l’infanzia di Antonio Gramsci, la deformazione fisica imputabile al morbo di Pott, pubblicando la nota lettera a Tania (23 aprile 1933), senza apportare un minimo contributo alla conoscenza della travagliata esistenza del pensatore sardo. Il difficile rapporto con il padre (pp. 72-73), causato dall’arresto per alcuni reati amministrativi, è addirittura spiegato con il ricorso al Kanun, sui cui l’Autore si lascia andare a considerazioni stravaganti: l’elogio di Gramsci per la vergogna del padre rapportato al Kanun (p. 73), la conoscenza della lingua albanese per il mancato uso delle doppie nell’infanzia (p. 74), la sua identità «italo-albanese» (p. 77) ricondotta all’antico insediamento dei suoi avi (p. 78): un quadro fantasioso, di cui non si ritrova alcun cenno nei «Quaderni».
Nel capitolo settimo, intitolato «Dalla Sardegna a Torino» (pp. 79-106), l’Autore riporta la nota lettera al padre (31 gennaio 1910), attribuendo al giovane stabilitosi nella città subalpina una precoce iniziazione politica ai valori di palingenesi sociale. L’attività universitaria, quella giornalistica e politica è presentata con un tono smaccatamente agiografico, che esula da ogni forma esplicativa degli temi e dei problemi dibattuti durante la Grande Guerra, il «biennio rosso», la marea montante del fascismo mussoliniano. Dall’incontro con le sorelle Eugenia e Iulca Schucht (pp. 107-112), nitidamente ripercorso da Noemi Ghetti nel suo libro La Cartolina di Gramsci. A Mosca, tra politica e amori, 1922-1924 (Donzelli, Roma 2016, pp. 221), all’elezione di Gramsci a deputato nelle elezioni del 6 aprile 1924, al suo rientro in Italia, alla sua attività parlamentare e allo scontro con Mussolini (pp. 116-123), al suo arresto (8 novembre 1926) e agli anni trascorsi in carcere si ha un susseguirsi di lunghe citazioni e di pagine superficiali, che non contribuiscono alla conoscenza del pensatore sardo.

Nunzio Dell’Erba

Gli studi e gli scritti su Gramsci, tra fanatismo e pregiudizi storici

gramscimonPiù gramsciano che «gramsciologo», Angelo d’Orsi ha realizzato il sogno della sua vita, quello di pubblicare una «una nuova biografia» di Antonio Gramsci (Feltrinelli, Milano 2017, pp. 391). L’avvertenza iniziale, che si tratti di un lavoro «non riducibile a nessuna “ortodossia”» (p. 10), è smentita dall’intero volume inficiato da pregiudizi storici, da analisi superficiali e da gravi errori interpretativi. Nella premessa egli dichiara con sicumèra di voler «ottemperare» ai «dettami espressi in una nota del Quaderno 4», cioè alle «quistioni di metodo» adottate da Gramsci «col massimo scrupolo di esattezza, di onestà scientifica, di lealtà intellettuale, di assenza di ogni preconcetto ed apriorismo e partito preso» (p. 9).
In realtà l’Autore evade completamente il metodo di Gramsci sin dalla premessa, là dove riporta una sua nota che non si ritrova nel Quaderno 4, ma nel Quaderno 16 (cfr. A. Gramsci, Quaderni del carcere, III, Torino 1975, pp. 1840.1841). L’annuncio di novità, attribuito a «nuove acquisizioni documentali, nuovi studi, nuove visioni di problemi», non corrisponde ad una narrazione biografica che ripercorre «per intero i quarantasei anni di vita di Antonio Gramsci» (p. 10). Circondato da uno stuolo imponente di vestali, adibite alle ricerche bibliografiche e al reperimento del materiale, l’Autore ci ripropone una figura stantia e stereotipata del pensatore sardo.
Nella prima parte intitolata «Nell’isola (1891-1911», di cui ci occupiamo in questo articolo, egli si sofferma sulle origini della sua famiglia (pp. 15-53), sottolineando la situazione economica della Sardegna, dove essa si era trasferita dall’Albania, ossia dal «Principato di Gramsch» (?, p. 20) dopo vario peregrinare in Calabria e in Campania. Il quadro generale dell’Isola, presentato con una doppia «WW» incomprensibile (p. 16) è tratto dai resoconti di viaggi e di libri mai letti dall’autore che utilizza Wikipedia come una fonte attendibile e di sicura «probità» scientifica. Autore del volume Voyage en Sardaigne, ou description statistique… (1826) è Alberto Della Marmora, che ci offre un «saggio-resoconto» segnalato nel 1841 sul periodico «Il Politecnico» con il titolo Della Sardegna antica e moderna: troppa fatica consultare il fascicolo della rivista per il cattedratico torinese, che avrebbe potuto optare nella consultazione per l’antologia pubblicata da Bollati Boringhieri (Torino 1989, pp. 660-716), cui risulta che esso fu pubblicato anche a Torino dall’editore Bocca. Per dare un quadro meno superficiale della situazione economica della Sardegna avrebbe potuto trovare notizie anche nel volume di John M. Cammet su Antonio Gramsci e le origini del comunismo (Mursia, Milano 1974, pp. 17-29), tradotto da Domenico Zucàro, stranamente non indicato nella bibliografia: eppure si tratta dello storico che per primo ha curato una vera Bibliografia gramsciana 1922-1988 (Editori Riuniti, Roma 1991), diversa da quella superficiale curata dal Nostro con il pomposo titolo “BGR Bibliografia Gramsciana Ragionata, 1 1922-1965, viella, Roma 2008)
Ad onta dello scrupolo gramsciano di esattezza è citato anche un breve saggio intitolato Balbi, Romagnosi e Cattaneo. Sulla nascita dell’antropologia italiana del Secondo Ottocento, apparso sulla rivista «La rivista folklorica» (novembre 1991, n. 24, pp. 121-129) di Sandra Puccini e presentato in modo erroneo come libro (p. 16, nota 6; p. 17, nota 12), senza alcuna esistenza delle pagine 70 e 25 e riferimento alla «fusione tra narrazione di invenzione e racconto di esperienze concrete» (p. 16).
I riferimenti all’antropologia criminale e agli studi di Paolo Orano, di Alfredo Niceforo ed Enrico Ferri dimostrano scarsa dimestichezza con i testi di questi autori, già sottoposti ad aspre critiche da parte di Napoleone Colajanni e di Francesco Saverio Merlino prima di Gramsci. L’analisi della genealogia della sua famiglia non comprende alcun elemento nuovo e le notizie sono tratte dalla testimonianza di Teresina Gramsci (cfr. Gramsci vivo, Milano 1977, pp. 27-39) e dalla Vita di Antonio Gramsci (Bari 1966, pp. 9-16) di Giuseppe Fiori. Da questa biografia sono tratte le notizie sull’infanzia di Antonio Gramsci, il suo battesimo per mano del reverendo Sebastiano Frau (Fiori-p. 12, d’Orsi-p. 22), il nome del padrino Francesco Puxeddu (Fiori-p. 13, d’Orsi-p. 22), la residenza dei Gramsci a Ghilarza, le disavventure giudiziarie del padre, la sua condanna e l’arresto avvenuto il 9 agosto 1898 (Fiori-pp. 15-16, d’Orsi-p. 27).
A questo ampio utilizzo si unisce la stranezza dell’Autore, che richiama le «ricerche e le intuizioni» di Joseph Buttigieg e Dante Germino per confermare la malattia del morbo di Pott che colpì Gramsci in tenera età (p. 24). La notizia, nota da sempre, era stata diagnosticata il 18 aprile 1933 dall’ispettore sanitario fascista e comunicata da Gramsci il 23 dello stesso mese alla cognata: egli «ha accennato a ciò: che io avrei sofferto da bambino il morbo di Pott, di cui ho sentito parlare per la prima volta» (cfr. A. Gramsci, Lettere dal carcere 1931-1937, Palermo 1996, p. 706).
Il secondo capitolo, dedicato a «L’infanzia di Nino» (pp. 28-41), è impostato noiosamente con notizie quasi sempre tratte dalla testimonianza di Teresina Gramsci e dalla biografia di Giuseppe Fiori. Altri riferimenti alla vicenda esistenziale di Gramsci sono tratti dai volumi di Salvatore Francesco Romano e di Aurelio Lepre, ma con un uso strumentale ad una trama narrativa ripetitiva e priva di elementi innovativi. Un elemento nuovo, che sottoponiamo ai vari gramsciani sparsi sul territorio nazionale, potrebbe essere quello reperibile nella lettera di Gramsci alla madre, quando egli il 15 giugno 1931 le scrive: «Dunque se ci hai aiutato a imparare a scrivere (e prima ci avevi insegnato molte poesie a memoria; io ricordo ancora Rataplan e l’altra “Lungo i clivi della Loira – che qual nastro inargentato – corre via per cento miglia – un bel suolo avventurato”) è giusto che uno di noi ti serva da mano per scrivere quando non sei abbastanza forte» (lettera di Gramsci alla madre, in A. Gramsci, Lettere dal carcere 1931-1937 cit., p. 427 e citata in modo erroneo nelle pagine 425-426 da d’Orsi). Oltre a sbagliare la pagina, l’Autore cita un passaggio del brano con la dicitura «nastro argentato», senza indicare che esso è forse ricordato male da Gramsci e senza che il cattedratico gramsciano si sia impegnato nella ricerca dell’autore della celebre poesia. Se avesse letto con attenzione le note, d’Orsi avrebbe appreso che l’autore è Arnaldo Fusinato (1817-1888) e che la poesia si trova così formulata: «Sulle rive della Loira, che qual sciarpa inargentata solca via per cento miglia Una terra avventurata Leva il capo allegra e bella Di Somùr la cittadella» (cfr. Poesie illustrate, vol. II, Carrara Libraio ed editore, Milano1868, p. 143).

Nunzio Dell’Erba