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Nunzio Dell'Erba

Il 1789, punto di partenza per studiare l’evoluzione del socialismo moderno

Alphonse_de_Lamartine

Comunemente gli storici assumono la data del 1789 come punto di partenza per studiare l’evoluzione del socialismo moderno. Non già che il termine sia sconosciuto al linguaggio politico dell’età precedente, ma diventa tema di discussione solo in seguito alla Rivoluzione francese per indicare ogni forma di mutamento politico e sociale. Anticipazioni della dottrina socialista possono essere colte nei philosophes dell’illuminismo settecentesco oppure nelle opere di Morelly, di Diderot, di Mably o di Rousseau; ma si può dire che solo negli anni immediatamente successivi alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo si affermano movimenti politici che precorrono le moderne idee socialiste.

La genesi del moderno socialismo si ricollega ai movimenti sociali scaturiti dalla Rivoluzione francese, ma affonda le sue radici nel clima culturale diffusosi con la pubblicazione del Contratto sociale (1762) di Rousseau o dell’Abbozzo di un quadro storico dei progressi dello spirito umano (1795) di Condorcet. Con la loro appassionata denuncia dei mali sociali e con le loro proposte di riforma sociale si apre il dibattito nell’epoca successiva.

Ma di «socialisti» si comincia a parlare in Italia sin dal 1765, quando un anonimo pubblica un volumetto intitolato Note ed osservazioni sul libro intitolato «Dei delitti e delle pene», diretto a confutare le tesi espresse da Cesare Beccaria nel suo famoso libro. L’anonimo ritiene che le teorie filantropiche di Beccaria provengano da una fiducia (rousseauiana) nella bontà della natura umana. Nella sua disquisizione contro il Beccaria l’anonimo muove un’acerba critica ai fautori di Rousseau e agli assertori del nuovo credo sociale: cioè ai «socialisti».

In un libro intitolato L’antisocialismo confutato e pubblicato nel 1805, Giacomo Giuliani – docente di diritto penale all’Università di Padova – si riferisce ai termini «socialismo» e «antisocialismo» per svolgere una serrata polemica contro il giusnaturalismo e le dottrine di Rousseau. In diverse parti dell’opera, Giuliani critica il pensatore ginevrino di professare idee collettivistiche e di predicare l’abolizione della proprietà.

Da quasi due secoli, sin dall’apparizione del termine «socialismo», si perpetua una confusione tra la concezione collettivista – che più tardi sarà denominata comunismo – e quella socialista. Che entrambe queste concezioni siano sorte per designare un indirizzo politico all’individualismo è vero, ma non si può negare che esse propongono due modelli di riorganizzazione sociale completamente distinti. Tra il 1800 e il 1820, mentre Giuliani discute le teorie di Rousseau, comincia a diffondersi in Europa l’ideale socialista in un’accezione diversa da quella discussa negli ultimi lustri del XVIII secolo. Dietro l’impulso della Rivoluzione francese, il termine «socialismo» assume un preciso significato come trasformazione graduale d’una società in contrapposizione ad un radicale rovesciamento dell’ordine costituito.

In questo senso è utilizzato da Robert Owen in Inghilterra, dove il termine «socialismo» compare in un manifesto del 1820 con il preciso intento di convincere la classe lavoratrice ad accogliere il cooperativismo come rimedio fondamentale ai mali della società capitalistica. Owen e i suoi seguaci (John Gray, William Trompson) indicano nel socialismo un sistema cooperativistico, diretto a modificare gradualmente l’amministrazione dello Stato. La proposta cooperativistica e la riforma degli istituti politici pongono le basi del socialismo riformista attraverso la partecipazione elettorale estesa a tutti i cittadini.

Le vicende del socialismo assumono un aspetto riformatore anche in Francia, dove Gustave d’Eichtal mette in circolazione il termine «socialismo» attraverso il periodico “Le Producteur”, sul quale diffonde gli scritti di Owen e dei suoi seguaci. Il nucleo del suo pensiero consiste nel propugnare una trasformazione sociale da attuarsi con pacifiche riforme governative e non già con violente insurrezioni popolari, che si rivelano sempre inutili e dannose. Ricollegandosi a Saint-Simon, Eichtal si pone unicamente obiettivi di salvaguardia dei diritti acquisiti in una concezione riformistica, inserita però in una visione di trasformazione totale con elementi avanzati come l’esaltazione del lavoro e la parità dei sessi.

Nella scuola sansimoniana il merito della diffusione del termine «socialismo» deve essere attribuito a Pierre Leroux, che sin dal 1833 lo contrappone al termine «individualismo». Ma a differenza di altri sansimoniani, egli è il solo socialista democratico che accoglie il sistema rappresentativo, consapevole dei pericoli che in una situazione di impreparazione culturale del popolo presenta la democrazia. Accanto a Leroux, alcuni anni dopo anche Lamartine utilizza il termine «socialismo» per indicare il processo di emancipazione umana della classe più numerosa, «inascoltata nei regimi teocratici, dispotici e aristocratici». Il bersaglio principale è, ancora una volta, l’«odioso» individualismo, responsabile di frenare la conquista dei diritti civili e di soffocare ogni anelito alla convivenza civile.

La paternità del termine è rivendicata anche da Reybaud, il quale si attribuisce il merito d’averlo introdotto in un saggio del 1835 per indicare le varie scuole (owenismo, sansimonismo, fourierismo). Solo più tardi il termine «socialismo» perde il significato originario per assumere quello più generale di un movimento composito ed eterogeneo, che via via assume il significato di «partito dei socialisti» o altre volte «patito socialista». Mentre la prima espressione si ritrova nel 1841 in un’opera di Ferdinand Durand, la seconda è usata da Proudhon in una lettera di tre anni dopo. Ma solo grazie ai saggi di Reybaud la voce «socialismo» acquista il significato moderno di riformismo, mentre «socialisti» sono designati coloro che accettano le riforme parziali per una trasformazione complessiva dell’ordine sociale.

L’originario comune denominatore della varie scuole – il socialismo come utopia sociale – comincia diluirsi sino a confondersi con il termine «comunismo», la cui diffusione si deve al «Manifesto del partito comunista» (1848) di Marx e di Engels. Se i caratteri originari del socialismo, dal punto di vista dottrinale e linguistico, si rivolgono ad una conquista di emancipazione umana, con Marx ed Engels il significato si capovolge. La loro influenza diventa determinante in molti scritti coevi, che adoperano i termini «socialismo» e «comunismo» in un significato univoco, preferendo quest’ultimo per indicare un atteggiamento più violento e aggressivo.

D’altra parte gli stessi fondatori del comunismo non sono molto originali nella scelta del termine, se è vero che riprendono questo termine dalle opere di Moses Hess e di Lorenz Von Stein. Il termine «comunismo», sebbene sia presente nelle loro opere e provenga dalla linea Babeuf-Buonarroti, si ritrova nelle società rivoluzionarie segrete di Parigi negli anni 1835-40. Lo stesso Engels, che lo adotta prima di Marx, afferma a più riprese l’insufficienza delle riforme politiche, dichiarando che solo una rivoluzione sociale può portare alla proprietà collettiva. Con il Manifesto comincia una confusione concettuale tra «socialismo» e «comunismo» che si protrae per quasi tutto il secolo XIX.

Nunzio Dell’Erba

Clementi, alla riscoperta
di un grande chirurgo

ferri medicina

La chirurgia come branca della medicina assume a Catania una fisionomia autonoma verso la fine del XVIII secolo. La sua evoluzione trae alimento nel 1775 dalla fondazione dell’ospedale Santa Marta e dalla riforma che istituisce quattro anni dopo la cattedra di chirurgia e ostetricia. Il nuovo insegnamento viene sdoppiato con la riforma del 1840 nelle cattedre di Patologia e di Clinica chirurgica, entrambe affidate a Euplio Reina, considerato il primo grande chirurgo catanese. Alla sua morte, avvenuta il 2 maggio 1877, gli succede Gesualdo Clementi, originario da una famiglia di noti professionisti. Proprio in quell’anno il giovane medico (nasce a Caltagirone il 25 aprile 1848) assume la direzione della clinica chirurgica e ottiene due anni dopo la nomina di professore ordinario nell’omonima disciplina.

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Gesualdo Clementi

Formatosi nelle più rinomate scuole europee di medicina, Clementi frequenta a Vienna la Clinica chirurgica di Billroth e quella ostetrica di Braun, a Berlino quella di Anatomia Patologica di Virchow, mentre a Edimburgo apprende il metodo sperimentato da Joseph Lister nella medicatura antisettica. Il ritorno a Catania lo vede promotore di questo metodo, su cui pubblica nel 1874 un saggio come omaggio al celebre chirurgo inglese. Il 2 gennaio 1881 esegue una ovariectomia in una sala dell’ospedale cittadino Vittorio Emanuele, sterilizzata secondo i dettami di Lister. Nella sua relazione, comunicata all’Accademia Gioenia, Clementi descrive l’atto operatorio, che nonostante la rottura delle cisti riesce perfettamente con la guarigione della paziente dopo solo tre settimane. A pochi mesi di distanza egli esegue con successo un’altra operazione su una donna con una enorme “cisti prolifera dell’ovaio”, a cui seguono quattro laparatomie, due ovariectomie e una cisti ovarica trattata con escissione parziale della parete.

Negli ultimi lustri del XIX secolo Clementi è autore di diversi studi, che traggono spunto dai suoi interventi chirurgici, discutendo i “vari metodi di cura” nell’aneurisma spontaneo della carotide interna, nell’emostasi epatica (1891) oppure nelle alterazioni del circolo portale con il metodo della omentopessia. Esperto nelle operazioni all’addome, egli propone una tecnica nella resezione del mascellare inferiore (1902) e un metodo ricostruttivo della continuità dei vasi mediante trapianto di un tubo arterioso e sutura con doppia invaginazione.

Come rettore dell’Ateneo catanese, il 5 novembre 1903 Clementi tiene un discorso inaugurale, con cui auspica la necessità di dotare le strutture ospedaliere di nuovi istituti sperimentali “per seguire i progressi vertiginosi della scienza” e “contribuire alla soluzione dell’arduo problema del benessere sociale”. In un’altra prolusione su “La Scienza e la pratica chirurgica all’alba del XX secolo” egli connette il progresso della medicina alla cura delle malattie senza ricorso agli interventi operativi. Forse per questo alla sua morte avvenuta a Catania l’8 novembre 1931 uno stuolo ingente di persone dà l’ultimo saluto al grande chirurgo, la cui fama varca i confini nazionali, senza lasciare grandi tracce nella comunità accademica della città etnea.

Nunzio Dell’Erba

L’anno accademico della Scuola Normale di Pisa
e l’antifascismo

University building on Piazza dei Cavalieri in Pisa, Tuscany, Italy

Sul «Corriere della Sera» (18 ottobre 2017, p. 40) Pier Luigi Vercesi dedica un articolo alla Scuola Normale Superiore di Pisa, la quale nei giorni 18 e 19 di questo mese inaugura l’apertura dell’anno accademico. Il titolo reboante – L’antifascismo e il merito. Alfabeto di un’istituzione – non corrisponde alla sostanza dell’articolo, che trae pari pari notizie da Wikipedia e da un saggio di Andrea Mariuzzo su «La Scuola Normale di Pisa negli anni Trenta» (2016).

L’incipit riprende un giudizio di Benito Mussolini sulla Scuola Normale come «un nido di vipere», considerata non un’istituzione «d’indipendenza intellettuale», ma un centro di «malessere ideologico» tollerato solo per il sostegno d’intellettuali come Giovanni Gentile, Gioacchino Volpe e Giuseppe Bottai. Il giudizio, riportato nei Taccuini mussoliniani (il Mulino, Bologna 1990, p. 405), è molto più articolato, come si ricava da quello successivo in cui il duce – non intimorito dall’attività politica della Scuola Normale – la definisce una «locanda i cui dozzinanti pensano di considerare cultura minore quella della rivoluzione, senza la quale quei piccoli chierici non esisterebbero» (p. 444).

Nel prosieguo dell’articolo l’autore riprende da Wikipedia alcune note cronachistiche sulla fondazione della Scuola (18 ottobre 1810), sulla crisi didattica e sul significato che essa assume nel periodo successivo all’Unità d’Italia fino all’ascesa al potere di Mussolini. Nulla viene detto sull’antifascismo degli oppositori al regime mussoliniano, che si sviluppa nel corpo studentesco grazie all’attività di Vittorio Enzo Alfieri, di Armando Sedda e di Umberto Segre. L’arresto dei tre normalisti, avvenuto il 23 aprile 1928, è emblematico per comprendere lo scenario culturale dell’istituzione pisana. Il 2 maggio di quell’anno il Consiglio direttivo condannò i tre allievi «sospettati di mene contrarie al regime» e riaffermò «la propria fede, e la propria disciplina alle direttive del Governo nazionale».

L’avversione al regime di Mussolini – come ricordò più volte Aldo Capitini – nacque proprio come contrasto alle sue scelte politiche e al progetto culturale di Giovanni Gentile, nominato commissario della Normale nel 1928. Egli, che tre anni prima ne aveva pubblicato la storia dal decreto napoleonico alle riforme del periodo unitario, rilanciò l’istituzione pisana con il famoso discorso del 1932, con cui affermò il suo carattere elitario «a base ugualitaria», senza distinzione di censo e di provenienza regionale. Il discorso, pronunciato durante l’inaugurazione dei nuovi locali, è invece ricondotto «al proposito originario di selezionare un cenacolo intellettuale, “né di ricchi, né di poveri: tutti uguali, perché tutti liberi da cause materiali”»: un giudizio vago espresso da Gentile che impone e nasconde un’adesione alle direttive del duce, che non partecipò all’inaugurazione per la scarsa considerazione rivolta ai normalisti, avvezzi a «covare ostilità nell’ombra e tramutantisi, alla luce del sole, in genuflessioni al fascismo (Y. De Begnac, op. cit., p. 444».

Da questo cedimento al regime si sottraggono Claudio Baglietto e Aldo Capitini, entrambi animati da un forte fervore antimilitarista e pacifista. Il rifiuto del Concordato e la critica alla Chiesa per la mancata denuncia dell’autoritarismo fascista convinse Baglietto a recarsi nel 1932 in Germania con la scusa di seguire i corsi di Heidegger. La scelta del giovane, quella di sottrarsi al clima bellicista del fascismo, destò vive preoccupazioni nella direzione della Normale: Gentile considerò Baglietto uno «sciagurato» che «parla di religione», senza aver compreso la filosofia intesa «come rinnovamento morale» del fascismo. In realtà Baglietto, «il primo obiettore di coscienza» della storia d’Italia, condannò il servizio militare, foriero di nuove guerre per opera di un regime che esaltava le virtù guerriere e conclamava il bellicismo di Stato.

La visione pacifista di Baglietto influenzò la personalità di Capitini, che – pur essendo segretario-economo della Scuola Normale – si oppose all’iscrizione obbligatoria al Partito nazional fascista (Pnf), imposto nel 1931 ai docenti e poi esteso a tutto il personale universitario. Il rifiuto dell’intellettuale umbro fu dettato dal suo dissenso verso la politica mussoliniana, le cui ragioni morali vennero ricondotte alla violenza intrinseca dell’ideologia fascista e all’assenza di uno spirito religioso come «educazione all’amore» e alla convivenza civile.

Nel discorso inaugurale pronunciato il 6 novembre 1933, Gentile considerò le posizioni antifasciste di Baglietto e Capitini come «le conversioni degli spiriti scapestrasti, le quali, perciò, più danno nell’occhio e colpiscono le fantasie». Contro i normalisti avversari del regime, il filosofo siciliano indicò l’esempio di Dante e di altri insigni scrittori come Tommaso d’Aquino, Manzoni, Rosmini e Lambruschini, che avevano vissuto la religiosità come immanenza del divino nell’uomo, senza cedere nel misticismo cattolico. Eppure anche nelle file dell’intellettualità della Scuola Normale furono presenti giovani cattolici come Vittore Branca, Giovanni Getto, Arsenio Frugoni, Landolino Giuliano e Paolo Emilio Taviani. Il gruppo si fece portatore delle tensioni vissute dal cattolicesimo organizzato di fronte al regime mussoliniano, che nei primi anni Trenta celebrava i suoi trionfi africani con la conquista dell’Etiopia e la proclamazione dell’impero italiano (9 maggio 1936). A differenza del quadro generale presentato da Vercesi, che considera la Scuola Normale come un’istituzione esemplare durante il regime fascista, essa fu succube di stridenti contraddizioni, che si aggravarono con la «furia contro riformatrice del Ministro De Vecchi di Val Cismon», come si legge nel discorso pubblicato proprio quell’anno da Giovanni Gentile su «La nostra Università e il problema dei giovani». Come direttore della Normale egli avviò iniziative celebrative come le edizioni nazionali delle opere di Ugo Foscolo e di Alessandro Manzoni, ma fu consapevole dei suoi limiti e della sua incapacità ad avviare in Italia la ricerca scientifica. Dalla sua intensa attività, inficiata da numerose ombre, scaturì un vivace dibattito culturale che diede vita ad impegni politici diversi come quello di Guido Calogero e di Ranuccio Bianchi Bandinelli, l’uno liberalsocialista e l’altro comunista. La legislazione razziale del 1938 tradì il progetto gentiliano di selezionare un cenacolo intellettuale, travolto dall’esclusione degli allievi di origine ebraica: furono discriminati ad esempio Bruno Bassani, Giorgio Fuà e Paul Oskar Kristeller, quest’ultimo sostituito con un docente segnalato dal consolato tedesco. Gli anni del Secondo conflitto mondiale si ripercossero in modo negativo sulla Scuola Normale, che vide molti suoi allievi costretti ad arruolarsi per poi maturare scelte di lotta antifascista, come fu nel caso di Carlo Azeglio Ciampi, Giuliano Lenci, Alessandro Natta e Giovanni Pieraccini.

Nunzio Dell’Erba

Maria Messina, la “Mansfield” che sollevò la questione femminile

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Per lunghi anni l’opera letteraria di Maria Messina (1887 – 1944) è rimasta avvolta in una coltre di silenzio. A trarla dall’oblio fu Leonardo Sciascia, che nei primi anni Ottanta ripubblicò due suoi racconti sull’emigrazione (“Nonna Lidda” e “La Mèrica”) per Partono i bastimenti (1980) e “Casa paterna” per Racconti italiani del Novecento (1983). Eppure critici autorevoli come Giovanni Verga o Giuseppe Antonio Borgese avevano segnalato la scrittrice siciliana sin dall’esordio con Pettini fini (1909) e Piccoli gorghi (1911).

Il carteggio epistolare con Verga è significativo per comprendere le difficoltà che Maria Messina è costretta a vivere in un ambiente ristretto di provincia e chiuso alle velleità letterarie delle donne. Gli anni trascorsi a Mistretta, deliziosa cittadina dei Nebrodi ma priva di stimolo culturale, sono caratterizzati da una fervida operosità per la sua intensa attività di scrittrice. Temi peculiari riguardano l’esodo migratorio vissuto come tragica realtà, la pietà popolare rappresentata dalle processioni e il motivo del lutto con le relative usanze: il “repito” (il pianto per il defunto) e il “visitu”, cioè la visita ai familiari per il lutto stretto nei giorni successivi alla morte di una persona cara, rievocati in Ragazze siciliane (1921).

La scrittrice narra anche scene di vita quotidiana, rivolte alla soggezione della donna e ai temi più vari come i maltrattamenti, le corna, la gelosia, l’adulterio, l’abuso sessuale e la roba. La condizione femminile assume così un posto rilevante nella sua produzione letteraria, che descrive situazioni tragiche nell’àmbito della famiglia, la dedizione alla conduzione della casa se non quelle di giovanette precocemente sfiorite nell’attesa di nozze impossibili. Nella novella “La sorellina”, inserita poi in Personcine (1921), la Messina denuncia l’atteggiamento maschilista, presente in molte famiglie siciliane e volto a guardare con diffidenza la ragazza dedita alla lettura e allo studio, considerati un’attività inutile rispetto al lavoro manuale. La descrizione del rituale del fidanzamento, spesso “combinato” dai genitori, rappresenta un aspetto peculiare della sua narrativa, che si snoda in vivaci note di costume e in reconditi pensieri della psicologia femminile.

Se nell’Ora che passa, edita nella raccolta Le briciole del destino (1918), la Messina sottolinea il motivo economico nella “confezione” dei matrimoni, nel romanzo La casa del vicolo (1921) presenta la condizione femminile con un realismo che denota la piena maturità della scrittrice siciliana per la capacità di indagare l’animo della donna. Le figure femminili escono così dagli stereotipi tradizionali e assurgono a una dignità espressiva lontana da una società patriarcale e dal ruolo ineluttabile della subordinazione della donna all’uomo. Seppure ignara degli orizzonti aperti dalla psicanalisi di Freud o delle sottigliezze investigative di Pirandello, la scrittrice siciliana contribuisce con efficacia a destare la questione femminile alla pari dell’inglese Katherine Mansfield, del cui raffronto Sciascia lascia un giudizio esemplare.

Mario Brunetti e la favola su Antonio Gramsci

Gramsci«La sorte peggiore che possa capitare ad un pensatore non è l’oblio; peggiore dell’oblio è l’agiografia. La celebrazione acritica del maestro è una violenza al suo pensiero a cui si impedisce di fluire nell’alveo della critica, unico banco di prova della verità contenuta in esso». Questo giudizio, espresso dallo storico Giuseppe Tamburrano in un saggio del 1959, si adatta nitidamente al nuovo libro Antonio Gramsci. L’uomo, la favola, presentazione di Antonio Gramsci junior (Rubbettino, Soveria Mannelli 2017, pp. 217) di Mario Brunetti, politico di professione e storico d’improvvisazione.
Il libro presenta un carattere agiografico della figura di Gramsci, che si caratterizza anche per stridenti pregiudizi storici, analisi superficiali e gravi errori interpretativi. Esso è dedicato al «più grande pensatore del ’900», verso cui «Mussolini e il fascismo avrebbero deciso di non far funzionare il suo cervello per oltre 20 anni» (p. 17). Da questo sommario giudizio, mai pronunciato dai giudici fascisti, si desume che l’Autore conosce poco e male la biografia del pensatore sardo. Il giudizio si ritrova infatti nell’articolo scritto da Palmiro Togliatti all’indomani della morte di Gramsci (cfr. «Lo Stato operaio», maggio-giugno 1937, XI, n. 5-6, p. 273) e non tiene presente che egli fu arrestato l’8 novembre 1926, tradotto a Regina Coeli e, dopo un breve periodo di confino a Ustica, venne rinchiuso dal 7 febbraio 1927 all’11 maggio 1928 a San Vittore, di nuovo a Regina Coeli e poi a Turi dal 19 luglio 1928 al 19 novembre 1933 per trascorrere gli ultimi anni della sua vita nella clinica di Formia (7 dicembre 1933-24 agosto 1935) e poi nella clinica «Quisisana» di Roma, dove morì nelle prime ore del mattino del 27 aprile 1937: tra carcere e ricoveri in clinica, Gramsci trascorse undici anni e non «oltre venti anni» (cfr. Cronologia della vita di Antonio Gramsci, in A. Gramsci, Nel mondo grande e terribile, Antologia degli scritti 1914-1935, a cura di G. Vacca, Einaudi, Torino, pp. LXXXVII-XCIV).
Nel prosieguo del suo lavoro, l’Autore presenta la figura di Gramsci con tono accesamente agiografico e con un’esaltazione di un pensiero elaborato da «una mente filosofica e storica originale», in grado di «indicare ipotesi possibili di uscita dalla crisi del nostro tempo» (p. 19) come «punto di forza per il cambiamento della società italiana» (p. 22). Quali siano queste ipotesi non vengono specificate dall’Autore, che nel suo racconto biografico considera Gramsci «un pensatore universale» (p. 27), in grado di occupare il «primo posto tra i cinque italiani inseriti nell’elenco dei 250 autori della letteratura di tutti i tempi» (p. 36). In un continuum di elogi esagerati e noiosamente inutili, Gramsci «rimane senza “se” e senza “ma” il più grande intellettuale italiano del secolo scorso» (p. 22), faro luminoso di una Sinistra incapace di «rinnovare se stessa e proporre una visione del mondo» (p. 23).
Con un ammasso di fandonie, l’Autore crede che il richiamo alla «grande lezione di Antonio Gramsci» (p. 24) possa risolvere ex abrupto la spinosa questione meridionale (pp. 23-27), sopravvissuta ai «150 anni di Unità nazionale» (p. 28) per cause oggettive della politica contingente attuata nel corso dell’Italia postunitaria. L’attuale crisi può essere superata solo con l’applicazione dei dettami gramsciani, volti ad indicare «una via alternativa» al processo di «mondializzazione finanziarista» (p. 37); anzi la possibilità di uno «sviluppo alternativo […] può avvenire se si sostituisce all’Europa dei mercati una Europa dei popoli portatrice di scelte alternative che fuoriesca dal capitalismo predatorio» (p. 37): una tesi che l’Autore attribuisce a Gramsci, ma già espressa da Giuseppe Mazzini, laddove afferma: «L’unità europea, com’oggi può esistere, non risiede in un popolo: essa risiede e governa suprema su tutti. La legge dell’umanità non ammette monarchia di individuo o di popolo» (cfr. G. Mazzini, Dell’iniziativa rivoluzionaria in Europa, 1834, in Id., Scritti politici, a cura di T. Grandi e A. Comba, Utet, Torino 2005, p. 408).
Nel paragrafo Riformismo e trasformismo del secondo capitolo (pp. 28-30), l’Autore distorce completamente la storia d’Italia, attribuendo a Gramsci una frase mutila di Mazzini, di cui non cita la fonte (p. 28), che appare così sibillina da non rendere l’intrinseco significato. La frase si ritrova nel Quaderno 15 e dice: «Nella lotta Cavour-Mazzini, in cui Cavour è l’esponente della rivoluzione passiva – guerra di posizione e Mazzini dell’iniziativa popolare – guerra manovrata, non sono indispensabili ambedue nella stessa misura? Tuttavia bisogna tener conto che mentre Cavour era consapevole del suo compito (almeno in una certa misura), in quanto comprendeva il compito di Mazzini, Mazzini non pare fosse consapevole del suo e quello di Cavour; se invece Mazzini avesse avuto tale consapevolezza, cioè fosse stato un politico realista e non un apostolo illuminato (cioè non fosse stato Mazzini) l’equilibrio risultante dal confluire delle due attività sarebbe stata diverso, più favorevole al mazzinianesimo: cioè lo Stato italiano si sarebbe costituito su basi meno arretrate e più moderne» (cfr. A. Gramsci, Quaderni del carcere, Einaudi, Torino 1975, p. 1767).
Le riflessioni di Gramsci dimostrano una scarsa conoscenza dell’opera di Mazzini, che in molteplici scritti aveva denunciato le mire politiche di Cavour e proposto un originale progetto repubblicano di un’Italia unita: basti citare la lettera Al conte Cavour del 1858, là dove Mazzini enuncia la famosa tesi sull’unità italiana come conquista regia, rivolgendosi così allo statista piemontese: «Tra noi e voi, Signore, corre un abisso. I nostri sono due programmi radicalmente diversi. Perché, come noi facciamo, nol dite? Perché persistere a ingannare l’Italia e l’Europa sul vostro intento? Noi rappresentiamo l’Italia: voi rappresentate la vecchia cupida e paurosa ambizione di Casa Savoia. Noi vogliamo anzi tutto l’unità nazionale: voi non cercate, se non un ingrandimento territoriale nel Nord d’Italia ai regi dominii: voi avversate l’unità, perché disperate di conquistarla e di dominarla» (op. cit., p. 812).
Su un distorto impianto storico l’Autore riferisce di un fantomatico «Governo De Pretis-Minghetti, seguito alle elezioni del 1882» (p. 29), che – a parte la trascrizione erronea del cognome Depretis – non è mai esistito nella storia d’Italia. Minghetti non fece mai parte dei ministeri presieduti dallo statista lombardo, essendo la sua ultima carica quella di presidente del Consiglio nel governo della Destra storica (10 luglio 1873-25 marzo 1876). Su Minghetti, morto il 10 dicembre 1886, scrive frasi erronee e confuse, attribuendogli la paternità di un teorema «enunciato […] nel numero dell’anno 1900 della rivista “Quid agendum” » p. 31): in realtà non si tratta di una rivista, ma di un saggio scritto da Sidney Sonnino e pubblicato sulla «Nuova Antologia» (16 settembre 1900, n. 9, pp. 342 sgg.). Avventurandosi in elucubrazioni storiche, prive di significato, include in un elenco farraginoso personaggi come Concetto Marchesi (non Marchese) e Piero Calamandrei, Lelio Basso e Arturo Carlo Jemolo (p. 31), diversi per cultura e scelte politiche.
Nei capitoli quarto e quinto l’Autore presenta le origini della famiglia paterna di Gramsci, la cui presenza risale forse al XV secolo al seguito di Giorgio Castriota Scanderberg (1405?- 1468), il condottiero albanese che riuscì a fronteggiare i turchi per venticinque anni consecutivi e a coalizzare contro di loro i principi albanesi. Di queste vicende, caratterizzate dall’oppressione turca, ho parlato in alcune sintetiche pagine della mia “Storia dell’Albania” (Roma 1997, pp. 15-17): eppure l’autore crede che il «mondo arbëresch» sia un arcipelago «ai più misterioso» e conosciuto solo da pochi. Di certo restano le considerazioni erronee di Gramsci, che attribuisce lo spostamento dei suoi avi «dopo o durante le guerre del 1821» (cfr. lettera a Tania, in A. Gramsci, Lettere dal carcere 1931-1937, Palermo 1996, p. 480).
In realtà gli avi di Gramsci – come rileva in modo disordinato l’Autore – si erano stabiliti un secolo prima, se è vero che il suo bisnonno era nato a Plataci nel 1769 e morto a Portici (oppure a Napoli) nel 1824; che il nonno Gennaro (1810-1873), anch’egli nato nel paese calabrese, era sposato con Donna Teresa Gonzales, discendente «da qualche famiglia italo-spagnola dell’Italia meridionale» (A. Gramsci, Lettere dal carcere 1931-1937 cit., p. 481). Il padre Francesco, nato il 6 marzo 1860 e considerato stranamente «tra i meno assistiti dalla fortuna» (p. 65), lasciò Gaeta nel 1881 per dirigere il locale Ufficio del registro di Ghilarza in seguito ad un concorso vinto nell’amministrazione statale: all’Autore non sorge mai il dubbio che egli potesse essere «raccomandato» da qualche suo fratello, uno dei quali era funzionario di Stato presso il Ministero delle Finanze. Le peripezie giudiziarie di Francesco Gramsci, arrestato il 9 agosto 1898 e stranamente tradotto nel carcere di Gaeta (suo paese natio), non ricevono una spiegazione adeguata dall’autore, che preferisce riportare lunghe lettere prive di commento.
Nel capitolo sesto l’Autore analizza l’infanzia di Antonio Gramsci, la deformazione fisica imputabile al morbo di Pott, pubblicando la nota lettera a Tania (23 aprile 1933), senza apportare un minimo contributo alla conoscenza della travagliata esistenza del pensatore sardo. Il difficile rapporto con il padre (pp. 72-73), causato dall’arresto per alcuni reati amministrativi, è addirittura spiegato con il ricorso al Kanun, sui cui l’Autore si lascia andare a considerazioni stravaganti: l’elogio di Gramsci per la vergogna del padre rapportato al Kanun (p. 73), la conoscenza della lingua albanese per il mancato uso delle doppie nell’infanzia (p. 74), la sua identità «italo-albanese» (p. 77) ricondotta all’antico insediamento dei suoi avi (p. 78): un quadro fantasioso, di cui non si ritrova alcun cenno nei «Quaderni».
Nel capitolo settimo, intitolato «Dalla Sardegna a Torino» (pp. 79-106), l’Autore riporta la nota lettera al padre (31 gennaio 1910), attribuendo al giovane stabilitosi nella città subalpina una precoce iniziazione politica ai valori di palingenesi sociale. L’attività universitaria, quella giornalistica e politica è presentata con un tono smaccatamente agiografico, che esula da ogni forma esplicativa degli temi e dei problemi dibattuti durante la Grande Guerra, il «biennio rosso», la marea montante del fascismo mussoliniano. Dall’incontro con le sorelle Eugenia e Iulca Schucht (pp. 107-112), nitidamente ripercorso da Noemi Ghetti nel suo libro La Cartolina di Gramsci. A Mosca, tra politica e amori, 1922-1924 (Donzelli, Roma 2016, pp. 221), all’elezione di Gramsci a deputato nelle elezioni del 6 aprile 1924, al suo rientro in Italia, alla sua attività parlamentare e allo scontro con Mussolini (pp. 116-123), al suo arresto (8 novembre 1926) e agli anni trascorsi in carcere si ha un susseguirsi di lunghe citazioni e di pagine superficiali, che non contribuiscono alla conoscenza del pensatore sardo.

Nunzio Dell’Erba

Gli studi e gli scritti su Gramsci, tra fanatismo e pregiudizi storici

gramscimonPiù gramsciano che «gramsciologo», Angelo d’Orsi ha realizzato il sogno della sua vita, quello di pubblicare una «una nuova biografia» di Antonio Gramsci (Feltrinelli, Milano 2017, pp. 391). L’avvertenza iniziale, che si tratti di un lavoro «non riducibile a nessuna “ortodossia”» (p. 10), è smentita dall’intero volume inficiato da pregiudizi storici, da analisi superficiali e da gravi errori interpretativi. Nella premessa egli dichiara con sicumèra di voler «ottemperare» ai «dettami espressi in una nota del Quaderno 4», cioè alle «quistioni di metodo» adottate da Gramsci «col massimo scrupolo di esattezza, di onestà scientifica, di lealtà intellettuale, di assenza di ogni preconcetto ed apriorismo e partito preso» (p. 9).
In realtà l’Autore evade completamente il metodo di Gramsci sin dalla premessa, là dove riporta una sua nota che non si ritrova nel Quaderno 4, ma nel Quaderno 16 (cfr. A. Gramsci, Quaderni del carcere, III, Torino 1975, pp. 1840.1841). L’annuncio di novità, attribuito a «nuove acquisizioni documentali, nuovi studi, nuove visioni di problemi», non corrisponde ad una narrazione biografica che ripercorre «per intero i quarantasei anni di vita di Antonio Gramsci» (p. 10). Circondato da uno stuolo imponente di vestali, adibite alle ricerche bibliografiche e al reperimento del materiale, l’Autore ci ripropone una figura stantia e stereotipata del pensatore sardo.
Nella prima parte intitolata «Nell’isola (1891-1911», di cui ci occupiamo in questo articolo, egli si sofferma sulle origini della sua famiglia (pp. 15-53), sottolineando la situazione economica della Sardegna, dove essa si era trasferita dall’Albania, ossia dal «Principato di Gramsch» (?, p. 20) dopo vario peregrinare in Calabria e in Campania. Il quadro generale dell’Isola, presentato con una doppia «WW» incomprensibile (p. 16) è tratto dai resoconti di viaggi e di libri mai letti dall’autore che utilizza Wikipedia come una fonte attendibile e di sicura «probità» scientifica. Autore del volume Voyage en Sardaigne, ou description statistique… (1826) è Alberto Della Marmora, che ci offre un «saggio-resoconto» segnalato nel 1841 sul periodico «Il Politecnico» con il titolo Della Sardegna antica e moderna: troppa fatica consultare il fascicolo della rivista per il cattedratico torinese, che avrebbe potuto optare nella consultazione per l’antologia pubblicata da Bollati Boringhieri (Torino 1989, pp. 660-716), cui risulta che esso fu pubblicato anche a Torino dall’editore Bocca. Per dare un quadro meno superficiale della situazione economica della Sardegna avrebbe potuto trovare notizie anche nel volume di John M. Cammet su Antonio Gramsci e le origini del comunismo (Mursia, Milano 1974, pp. 17-29), tradotto da Domenico Zucàro, stranamente non indicato nella bibliografia: eppure si tratta dello storico che per primo ha curato una vera Bibliografia gramsciana 1922-1988 (Editori Riuniti, Roma 1991), diversa da quella superficiale curata dal Nostro con il pomposo titolo “BGR Bibliografia Gramsciana Ragionata, 1 1922-1965, viella, Roma 2008)
Ad onta dello scrupolo gramsciano di esattezza è citato anche un breve saggio intitolato Balbi, Romagnosi e Cattaneo. Sulla nascita dell’antropologia italiana del Secondo Ottocento, apparso sulla rivista «La rivista folklorica» (novembre 1991, n. 24, pp. 121-129) di Sandra Puccini e presentato in modo erroneo come libro (p. 16, nota 6; p. 17, nota 12), senza alcuna esistenza delle pagine 70 e 25 e riferimento alla «fusione tra narrazione di invenzione e racconto di esperienze concrete» (p. 16).
I riferimenti all’antropologia criminale e agli studi di Paolo Orano, di Alfredo Niceforo ed Enrico Ferri dimostrano scarsa dimestichezza con i testi di questi autori, già sottoposti ad aspre critiche da parte di Napoleone Colajanni e di Francesco Saverio Merlino prima di Gramsci. L’analisi della genealogia della sua famiglia non comprende alcun elemento nuovo e le notizie sono tratte dalla testimonianza di Teresina Gramsci (cfr. Gramsci vivo, Milano 1977, pp. 27-39) e dalla Vita di Antonio Gramsci (Bari 1966, pp. 9-16) di Giuseppe Fiori. Da questa biografia sono tratte le notizie sull’infanzia di Antonio Gramsci, il suo battesimo per mano del reverendo Sebastiano Frau (Fiori-p. 12, d’Orsi-p. 22), il nome del padrino Francesco Puxeddu (Fiori-p. 13, d’Orsi-p. 22), la residenza dei Gramsci a Ghilarza, le disavventure giudiziarie del padre, la sua condanna e l’arresto avvenuto il 9 agosto 1898 (Fiori-pp. 15-16, d’Orsi-p. 27).
A questo ampio utilizzo si unisce la stranezza dell’Autore, che richiama le «ricerche e le intuizioni» di Joseph Buttigieg e Dante Germino per confermare la malattia del morbo di Pott che colpì Gramsci in tenera età (p. 24). La notizia, nota da sempre, era stata diagnosticata il 18 aprile 1933 dall’ispettore sanitario fascista e comunicata da Gramsci il 23 dello stesso mese alla cognata: egli «ha accennato a ciò: che io avrei sofferto da bambino il morbo di Pott, di cui ho sentito parlare per la prima volta» (cfr. A. Gramsci, Lettere dal carcere 1931-1937, Palermo 1996, p. 706).
Il secondo capitolo, dedicato a «L’infanzia di Nino» (pp. 28-41), è impostato noiosamente con notizie quasi sempre tratte dalla testimonianza di Teresina Gramsci e dalla biografia di Giuseppe Fiori. Altri riferimenti alla vicenda esistenziale di Gramsci sono tratti dai volumi di Salvatore Francesco Romano e di Aurelio Lepre, ma con un uso strumentale ad una trama narrativa ripetitiva e priva di elementi innovativi. Un elemento nuovo, che sottoponiamo ai vari gramsciani sparsi sul territorio nazionale, potrebbe essere quello reperibile nella lettera di Gramsci alla madre, quando egli il 15 giugno 1931 le scrive: «Dunque se ci hai aiutato a imparare a scrivere (e prima ci avevi insegnato molte poesie a memoria; io ricordo ancora Rataplan e l’altra “Lungo i clivi della Loira – che qual nastro inargentato – corre via per cento miglia – un bel suolo avventurato”) è giusto che uno di noi ti serva da mano per scrivere quando non sei abbastanza forte» (lettera di Gramsci alla madre, in A. Gramsci, Lettere dal carcere 1931-1937 cit., p. 427 e citata in modo erroneo nelle pagine 425-426 da d’Orsi). Oltre a sbagliare la pagina, l’Autore cita un passaggio del brano con la dicitura «nastro argentato», senza indicare che esso è forse ricordato male da Gramsci e senza che il cattedratico gramsciano si sia impegnato nella ricerca dell’autore della celebre poesia. Se avesse letto con attenzione le note, d’Orsi avrebbe appreso che l’autore è Arnaldo Fusinato (1817-1888) e che la poesia si trova così formulata: «Sulle rive della Loira, che qual sciarpa inargentata solca via per cento miglia Una terra avventurata Leva il capo allegra e bella Di Somùr la cittadella» (cfr. Poesie illustrate, vol. II, Carrara Libraio ed editore, Milano1868, p. 143).

Nunzio Dell’Erba

Storia del Primo Maggio. Origine e sviluppo

1 maggioDa quando il congresso costitutivo della II Internazionale (Parigi, luglio 1889) scelse il 1° maggio come festa dei lavoratori, la letteratura storica si è arricchita anno dopo anno. Molto si è scritto in prosa e in versi su questa ricorrenza, che accompagna l’intera storia del movimento socialista e infonde un senso di dignità alla classe lavoratrice. La proposta di festeggiare la prima domenica di maggio fu avanzata dal socialista belga Edouard Anseele nel congresso internazionale di Londra (novembre 1888). Ma la nascita ufficiale del 1° maggio fu stabilita dalla II Internazionale, che propose il carattere “festivo” come eccezionale momento di aggregazione dei lavoratori intorno a precise finalità di miglioramento delle loro condizioni materiali.
Dal 1890 il 1° maggio divenne così un rituale periodico, che unì la rivendicazione di specifici obiettivi politici e sindacali (le otto ore, la legislazione sociale, il suffragio universale) e significati simbolici di carattere generale in nome del riscatto degli oppressi nel segno del lavoro. In un numero unico intitolato “La festa del lavoro”, diffuso il 1° maggio 1890, si indicarono come obiettivi primari la legislazione del lavoro, la riduzione della giornata lavorativa e la garanzia di un adeguato salario. In un numero unico del 1891, firmato “I socialisti operai”, si proclamò quella ricorrenza come la più importante “festa cosmopolita”.
Con il passare degli anni, in particolare dopo la costituzione del Psi (agosto 1892), il 1° maggio assunse una risonanza che andò al di là delle intenzioni dei suoi promotori. Esso si ricollegò sempre a obiettivi come le otto ore o più tardi il suffragio universale, ma divenne il luogo simbolico in cui si riunivano il bisogno di ritrovarsi e la speranza di emancipazione. La pubblicistica (libri, opuscoli, numeri unici) e il largo spazio dedicato dai periodici socialisti puntavano su questa speranza di riscatto, presente in tutto il Paese senza alcuna distinzione territoriale.
Forse per questo motivo la festa del lavoro cominciò a preoccupare le autorità governative, le quali il 1° maggio 1898 proibirono in varie città italiane quella ricorrenza con il pretesto che essa potesse tradursi in un’agitazione contro il carovita. Gli incidenti più gravi si ebbero a Milano, dove la repressione raggiunse il culmine con la morte di cento operai e più di cinquecento feriti. Contro le misure liberticide, rivolte ad impedire l’organizzazione sindacale, la mobilitazione dei socialisti fu particolarmente forte alla fine del XIX secolo per assumere un atteggiamento meno intransigente con il loro successo elettorale del giugno 1900. Dietro il grande successo del Psi, che triplicò la propria rappresentanza politica, si aprì in Italia una nuova fase politica, durante la quale il movimento socialista saprà imporre il 1° maggio come riferimento generale per tutto il Paese.
Così nella cosiddetta “età giolittiana” la ricorrenza, anche per la lucida azione di Filippo Turati, non assunse più le sembianze di una sterile protesta, ma divenne ferma consapevolezza di una scelta riformista diretta ad elevare la coscienza operaia e a trasformare gradualmente i gangli vitali dello Stato. Con la nuova forza organizzativa dei sindacati, il leader milanese contrappose al rivoluzionarismo verbale e inconcludente un metodo riformista, che – seppure espresso in un linguaggio aulico – doveva operare una lenta erosione della “roccia” su cui poggiava “il dominio borghese” attraverso la riappropriazione di quanto il capitalismo sottraeva ai lavoratori “in termini di libertà e di benessere” (F. Turati, “I tre otto”, “Critica Sociale”, 1° maggio 1904).
Questo diffuso senso di riscatto sociale riecheggiò nell’iconografia socialista, che ricorse alla simbologia floreale o solare per indicare il riscatto dei lavoratori. Accanto al sole e al filone ad esso riconducibile (luce, calore), simboli della società da costruire, comparve ben presto la fiaccola intesa come allegoria della conoscenza e della verità; ma anche il garofano come a significare il risveglio della natura e la speranza in un avvenire migliore. Nelle giornate del 1° maggio i temi centrali, prima della guerra di Libia, riguardarono la lotta per il suffragio universale e per la conquista delle otto ore per poi spostare i suoi obiettivi durante quell’evento ai temi dell’antimilitarismo. Già in quell’occasione si puntò a una difesa dei valori pacifisti, che sfociarono in un fermo neutralismo durante gli anni del Primo conflitto mondiale. Dal 1° maggio 1916, la cui festa non venne celebrata per il divieto delle autorità, a quello successivo fu un continuo susseguirsi di agitazioni e di manifestazioni contro la guerra. Lo scoppio della rivoluzione russa offrì il pretesto al governo di impedire la festa del 1° maggio 1918, su cui i socialisti si limitarono a pubblicare sull’“Avanti!” una raccolta di testimonianze. La celebrazione si normalizzò l’anno successivo con la diffusione di un manifesto della direzione del Psi, con il quale si reclamò la smobilitazione completa, l’amnistia generale e la piena libertà nell’uso dei diritti politici e sociali.
Con l’avvento e il consolidarsi del regime fascista, si assistette a un tentativo di stravolgere il carattere progressista della festa e di manipolare dall’alto l’intrinseco significato allo scopo di costringere i lavoratori ad una obbedienza passiva verso le autorità. Il 1° maggio 1923 fu celebrato nell’illegalità, ma la repressione governativa non impedì che in alcune città esso fosse ricordato con l’astensione del lavoro. Nell’anno che trascorse a quello del 1925 la situazione politica precipitò nell’illegalità, denunciata alla Camera da Giacomo Matteotti e da altri socialisti riformisti. Il regime mussoliniano innestò nella celebrazione del 1° maggio elementi estranei ed antagonistici rispetto a quelli tradizionali del movimento socialista. E negli anni successivi, nonostante il divieto di celebrare il 1° maggio, l’opposizione al regime continuò nella clandestinità, sfidando i rigori del tribunale speciale. Dai rapporti inviati al Ministero dell’Interno dal 1927 al 1939, nella serie del 1° maggio, si colgono forme isolate e ricorrenti di dissenso, che dimostrano la solerzia con cui il regime operava per impedire ogni celebrazione. La festa del lavoro fu trasferita nei Paesi liberi ed assunse un significato di lotta per il ripristino delle istituzioni liberali. La situazione mutò negli anni della Repubblica, durante i quali il 1° maggio dei lavoratori divenne una libera manifestazione e un momento di aggregazione della classe lavoratrice.

Nunzio Dell’Erba

Antonio Gramsci 
e l’approdo
al liberalsocialismo

gramsciLa tragica vicenda di Antonio Gramsci ritorna puntuale in ogni anniversario della sua morte avvenuta il 27 aprile 1937. Per l’ottantesimo sono previsti convegni, ristampe dei suoi articoli e studi specifici in un flusso ininterrotto di iniziative che arricchiranno la già vasta bibliografia dello scrittore sardo. Al di là della polemica contingente, sembra che egli stenti ad essere valutato con distacco critico nella sua dimensione temporale e nello sviluppo genuino del suo pensiero, che presenta uno spessore culturale e una lenta e graduale metamorfosi verso il liberalsocialismo di Carlo Rosselli.

Questo sbocco, a tutt’oggi, è avvolto in un alone di mistero e presenta scarni e veloci cenni nella letteratura storica sul Pci. La questione non ha appassionato i cultori del pensatore sardo, come si ricava dalla recente rassegna di studi gramsciani, curata da Giuseppe Vacca, che ha ignorato completamente un aspetto meritevole di essere chiarito (cfr. Modernità alternative. Il Novecento di Antonio Gramsci, Einaudi, Torino 2017, pp. 3-19).

Già nel 1980 Sergio Bertelli «riportò la testimonianza di Eugenio Reale, che sull’adesione di Gramsci agli ideali liberalsocialisti informò l’autore che essa poteva ricavarsi da uno schedario approntato da un alto funzionario del Pci (Il gruppo. La formazione del gruppo dirigente del Pci 1936-1948, Rizzoli, Milano 19, p. 227). Dell’esistenza di questo schedario parla anche Antonio Roasio nelle sue memorie, quando accenna all’iniziativa assunta dal Comintern di controllare la vita dei quadri comunisti. I ricordi di Reale coincidono con quelli di Roasio e concordano sul fatto che il Comintern aveva incaricato i funzionari del Centro Estero di trasmettere a Mosca notizie specifiche sui militanti comunisti europei, perché fossero preparati dei «cartellini individuali … allo scopo di seguire i compagni nella loro vita attiva» per registrane «funzioni, successi e difetti, preparazione politica e ideale» (A. Roasio, Figlio della classe operaia, Vangelista, Milano 1977, p. 161). Non è chiaro l’anno in cui ebbe inizio la compilazione dello schedario, ma si sa con certezza che nel 1936 l’alto funzionario addetto a questo compito era Umberto Massola. Fu proprio lui a tenere aggiornato lo schedario dei quadri comunisti e ad approntare la scheda relativa a Gramsci, in cui egli è catalogato come «un ex comunista passato a Giustizia e Libertà».

L’evoluzione di Gramsci verso il movimento giellista spiega il «profondo disagio» di Togliatti e dell’intero apparato comunista, che nonostante varie sollecitazioni di «fare conoscere meglio Gramsci al Partito e al mondo» preferì rinviare la pubblicazione dei «Quaderni» (P. Spriano, Gramsci in carcere e il partito, Editori Riuniti, Roma 1977, p. 111). Il problema della loro stampa fu infatti sollevato alcune settimane dopo la morte di Gramsci (27 aprile 1937), dopo che i quaderni erano stati salvati dalla cognata e da Piero Sraffa e affidati a Raffaele Mattioli, in attesa di essere inoltrati a Mosca alla moglie Julia. Il succitato libro dello Spriano contiene una significativa lettera del 19 maggio ’37 inviata a Sraffa da Donini, il quale gli comunica in termini alquanto oscuri che «dove c’è Giulia c’è Ercoli», cioè Togliatti.

Quale interesse recondito avesse Togliatti a rinviare la pubblicazione dei «Quaderni» se non quello di far una cernita dei famosi «manoscritti» o di utilizzarli per uso proprio! Così nel 1937 egli diede incarico di approntare solo una raccolta di testimonianze su «Antonio Gramsci capo della classe operaia italiana», edita poi a Parigi l’anno successivo. Sul Gramsci politico gravava la colpa di aver dissentito, nell’ottobre 1926, dalla linea ufficiale del Partito comunista sovietico, come emerse da una lettera pubblicata sul «Nuovo Avanti!» l’8 maggio 1937 da Angelo Tasca (cfr. E. Santarelli, Gramsci ritrovato 1937-1947, Abramo, Catanzaro 1991, pp. 89-90.) oppure si trattava di un più recente mutamento di indirizzo politico e ideale?

Le due ipotesi non si escludono e rientrano nel percorso politico di Gramsci, che nel 1930 lanciò la proposta di una «Costituente antifascista» per un’azione congiunta di socialisti e comunisti; che nel 1931 – come si ricava dalla testimonianza di Umberto Terracini – espresse una «critica molte forte e di ripulsa delle posizioni del partito», ossia della natura totalitaria del comunismo diretto a «creare un’altra dittatura» sostitutiva a quella fascista (testimonianza di U. Terracini, in Gramsci vivo nelle testimonianze dei suoi contemporanei, Feltrinelli, Milano 1977, p. 116). Comunque sia, la stampa antifascista diede una larga risonanza alla morte di Gramsci: il periodico «Giustizia e Libertà» ricordò che «il fascismo, col suo assassinio, arriva troppo tardi», perché «il pensiero di Gramsci è fissato [… ] nei cervelli e nelle coscienze della élite rivoluzionaria» (Lento assassinio, in «Giustizia e Libertà», 30 aprile 1937, n. 18, p. 1).

Uguale risalto diede all’avvenimento il quotidiano «l’Unità» con un articolo commemorativo firmato dai membri del Comitato Esecutivo dell’Internazionale comunista, tra i quali spiccava la firma di Ercoli (Togliatti) «che, fino a pochi giorni prima, era stato in accesa polemica con Gramsci per il suo antistalinismo» (R. Mieli).

In quest’ambito va collocato lo scarso interesse per la liberazione di Gramsci da parte dei vertici comunisti, che non presero alcuna iniziativa per la sua scarcerazione, a differenza di quanto era successo con Georgij Dimitrov, liberato in quel periodo dal giogo nazista e divenuto poi segretario della III Internazionale. Gli stessi dirigenti del Pcd’I non si preoccuparono molto alla sorte di Gramsci e non intervennero presso Stalin, che probabilmente avrebbe potuto ottenere un risultato analogo grazie ai buoni rapporti dell’Urss con il governo fascista. Essi, inoltre, attesero dieci anni per pubblicare le “Lettere dal carcere” in un edizione censurata ed editare i “Quaderni”, usciti in sei volumi tematici tra il 1948 e il 1951 sempre sotto la supervisione di Togliatti. L’uso strumentale degli scritti di Gramsci cominciò proprio ad opera di Togliatti, che nei primi anni ’50 lo collocò nell’ambito di una inesistente tradizione leninista in Italia, inserendo la sua opera nell’alveo del marxismo ortodosso di stampo stalinista. Dopo il XX congresso del Pcus e la denuncia di Kruscev dei misfatti staliniani, Togliatti strumentalizzò nuovamente Gramsci attraverso un’ennesima manipolazione diretta ad attribuirgli un’artificiosa sintesi tra leninismo e «via italiana al socialismo».

Iniziò così l’onda lunga della fortuna di Gramsci, il cui pensiero ha diviso i suoi interpreti e ha riproposto le più disparate versioni secondo le indicazioni di Togliatti o post mortem a secondo la strategia politica del Pci, ma dopo la caduta dei comunismi quale è la lezione gramsciana se non quella di collocarla nell’alveo della società contemporanea in una versione democratica e socialista riformista?

Nunzio Dell’Erba

Le imprecisioni su Nenni

L’articolo di Massimo Novelli su Sacco e Vanzetti (“il Fatto Quotidiano”, 4 aprile, p. 17) contiene un’imprecisione storica. La prefazione (non “introduzione”) di Nenni al libro di Luigi Botta sui due martiri anarchici risale al 1978 (non “sessant’anni fa”).

La precisazione è significativa per il ruolo assunto da Nenni come presidente del Comitato per la riabilitazione di Sacco e Vanzetti proprio in occasione del cinquantesimo anniversario della loro esecuzione avvenuta la notte fra il 23 e 24 agosto 1927. L’iniziativa del leader socialista si inserisce nella sua battaglia contro la pena di morte e nella lotta contro la dittatura mussoliniana, testimoniata peraltro dalla raccolta dei suoi scritti, “La battaglia contro il fascismo. 1922-1944”, a cura di Domenico Zucàro.

Nunzio Dell’Erba

Il «Corsera» e acido romanzo verso i socialisti

tregua-nataleSull’«Avanti!» del 12 dicembre 1923 un articolo anonimo rilevò l’indirizzo antisocialista del «Corriere della Sera»negli anni che precedettero l’ascesa al potere del fascismo: «Per tre anni la cronaca del “Corriere”è fatta contro di noi; ogni incidente, ogni errore, è stato posto in una luce antipatica, per i socialisti. Nessun organo lavorò più del “Corriere” perché il fascismo fosse acclamato come salvatore del paese. Ora i salvatori sono un po’ tutti esigenti. Che di fronte a un’esigenza che diventa sfrontatezza il “Corriere” si impunti, è simpatico».

    L’articolo, uscito sicuramente dalla penna di Pietro Nenni, è significativo per comprendere l’avversione del «Corriere della Sera» nei confronti del socialismo italiano. Esso esprime un giudizio opposto a quello che si ritrova nel saggio introduttivo («Fedeli al “canone Albertini”: il “Corriere” la politica») con cui Paolo Mieli presenta il farraginosovolume Il romanzo del dell’Italia. Centoquarant’anni di «Corriere della Sera» (Trebaseleghe-Milano 2016, pp. 507).

    Fin dalla sua fondazione il «Corriere della Sera», di cui il primo numero uscì il 5-6 dicembre 1876, professò un indirizzo «blandamente governativo», assumendo una «linea sensibile agli interessi dell’imprenditoria lombarda» (p. 29). Il giudizio di Mieli è preciso, ma merita di essere meglio precisato se non viene connesso alla gravità della questione sociale a Milano e all’evoluzione del socialismo italiano, che trovò una struttura organizzativa nella costituzione del Partito dei Lavoratori Italiani (20-21 agosto 1892).

  Il «Corriere della Sera»sorse su iniziativa di Eugenio Torelli- Viollier (Napoli, 26 marzo 1842 – Napoli, 26 aprile 1900), un giornalista di fede monarchica, che nutrì una forte acredine per la stampa democratica come la socialista-operaista «La Plebe» o la democratica-radicale «Il Secolo». Forse a spingerlo alla sua «ideazione» fu l’avversione a Felice Cavallotti e a Filippo Turati:contro il deputato radicale scagliò l’accusa non fondatadi plagio letterario per il dramma storico I pezzenti (1871) che ebbe anche strascichi giudiziari, mentre contro il socialista milaneseespressesul «Corriere della Sera» (maggio 1878) un aspro giudizio per la poesia «Ebbrezza triste».

Degli ultimi cinque lustri del XIX secolo il volume dedica poco spazio alla storia del «Corriere», trascurando avvenimenti coevi come la morte di Giuseppe Garibaldi (1882) oppure la sommossa popolare contro il rincaro del pane, repressa da Bava Beccaris (1898). Ad eccezione di alcuni accenni presenti negli articoli di Ferruccio de Bortoli o di Sergio Romano, quel periodo storico è trascurato o ridotto ad un’agiografica interpretazione della città di Milano, che per Galli della Loggia «haun’identità più articolata, più varia, rispetto alle altre città del Nord» (p. 55). Essa si differenzia per esempio da Torino o da Genova, perché dell’una «non ha il ferrigno abito burocratico-statale» e della seconda «l’utopico avventurismo della Genova repubblicana e mazziniana» (p. 55). Il giudizio, che sembra tratto dal vocobolario leghista, è ricavato da Glauco Licatanella sua Storia del Corriere della Sera (Milano 1976, p. 41), là dove scriveche quello del giornale «non fu pertanto una opposizione campanilistica Milano-Roma, impostata come lo era stata trent’anni prima quella di Carlo Cattaneo Milano-Torino; e neppure impostata come le altre contrapposizioni (Napoli-Roma, Firenze-Roma, Torino-Roma) quali si conobbero nell’Italia cavouriana e poi in quella umbertina. L’opposizione Milano-Roma, e la qualifica di capitale morale continuamente rivendicata per Milano dal Corriere, implicano l’affermazione di una vera e propria leadership, che il giornale giustifica con tutta una serie di virtù che incidentalmente sono virtù specifiche di imprenditori industriali del Nord Italia: parsimonia, repulsione per le connivenze politiche, lavoro inteso come una missione affidata da Dio ad una élite (ed élite non soltanto in relazione alla popolazione, ma anche al territorio)».

Il lungo brano serve a Galli della Loggia per definire «l’identità milanese», l’unica in gado di far nascere «un grande quotidiano nazionale» (p. 57) grazie «all’iniziativa di un pugno di imprenditori lombardi», alla grandiosa struttura industriale (Breda, Pirelli), unita alle «più varie attività manifatturiere» e finanziarie (pp. 54 e 55). Dal volume di Licata il noto commentatore del quotidiano milanese trae solo quello che gli serve per sviluppare il suo discorso, dimenticando gli aspetti negativi presenti nella città ambrosiana. Proprio negli anni fondativi del «Corriere», Milano deteneva tre primati: quello della malavita, quello dei salari più bassi d’Europa e l’altro dei prezzi più alti. In nome della quiete pubblica e dell’ordine sociale, di cui il giornale fu (ed è) portavoce, il padronato impose salari bassie stressanti condizioni di lavoro: il cotoniere Eugenio Cantoni impose il lavoro notturno ai fanciulli e alle donne, mentre Giovanni Battista Pirelli – proprietario di quote del «Corriere» – pretese nel 1891 una riduzione della paga del 10 per cento con la minaccia di chiusura della fabbrica. Quale sia stato il ruolo di Filippo Turati in quella circostanza e in difesa dei lavoratori scesi in sciopero, non è detto dai compilatori dei saggi che ignorano ogni riferimento al socialista milanese.

Nel suo saggio agiografico Galli della Loggia considera Albertini un «geniale giornalista-imprenditore» capace «in pochi anni» di pubblicare «un quotidiano con una tiratura abituale di circa cinquecento mila» (p. 53). Secondo studi più attendibili si deve precisare che il «Corriere della Sera» non superò nel 1906 le 150 mila copie per passare solo con l’ascesa al potere del fascismo a quella cifra. L’esaltazione acritica del «Corriere», considerato un «grande quotidiano nazionale», viene desunta anche dalla capacità di spingersi nel profondo Sud e la vigoria di denunciare la manipolazione delle elezioni ad opera dei prefetti giolittiani (p. 57).

    Nel suo saggio Ferruccio de Bertoli considera in modo erroneo il giornale particolarmente sensibile ai temi della disparità sociale (p. 43), mentre Sergio Romano analizza in modo frettoloso il suo atteggiamento sulla politica estera. Sul primo aspetto de Bortoli attribuisce addirittura a Torelli Viollier «un grande amore per la sua terra natale» per la particolare attenzione «all’arretratezza del Sud, all’esplosività politica della questione meridionale», che «si trasformerà poi negli anni albertiniani in una battaglia di civiltà e giustizia» (p. 43). In realtà, Torelli Viollierconsiderò il Meridione la palla al piede dell’Italia e professò un «antimeridionalismo alquanto sbrigativo», che – come scrive Glauco Licata nella già ricordataStoria del Corriere della Sera (Milano 1976) – «sorprende in Torelli Viollier, napoletano, eppure incapace di capire i problemi del Meridione per l’intralcio di vari pregiudizi» (p. 34). Strano che un ex direttore del «Corriere» commetta un errore così madornale, imputabile all’unica lettura dell’altra Storia di cento anni di vita italiana visti attraverso il Corriere della Sera (Milano 1978) di D. Mack Smith, da cui trae le notizie su Giuseppe Raimondi e su Giovanni Marchese, entrambi presentati come progressisti e difensori l’uno della regolamentazione legislativa delle società di mutuo soccorso e l’altro di «una perequazione fondiaria e di un alleggerimento del peso fiscale» (p. 43).

Il passaggio della direzione a Domenico Oliva accentuò la linea conservatrice del «Corriere», che definì i socialisti «orde di Attila e di Genserico», invitando l’autorità governativa a limitare la libertà di stampa con esplicito riferimento all’Avanti! (cfr. Quel che si deve fare, «Corriere della Sera», 15 maggio 1898). La successiva gestione di Luigi Albertini (direttore dal 13 luglio 1900) è presentato da Mieli come un direttore innovatore per il capovolgimento della linea di Oliva (p. 30). L’ex direttore del quotidiano milanese dimentica di sottolineare come l’ascesa imprenditoriale di Albertini fu dovuta ad una certa  spregiudicatezza e al legame parentale con il drammaturgo di successo Giuseppe Giacosa: sposò nel 1900 la figlia Piera.Il 31 gennaio dello stesso anno Giacosa – dopo la rappresentazione al teatro Manzoni del dramma Come le foglie – venne festeggiato al ristorante Savini da 120 commensali, tra  i quali il musicista Giacomo Puccini e gli scrittori  Marco Praga e Gerolamo Rovetta.

    Il sistema antigiolittiano del «Corriere della Sera»,manovrato direttamente da Albertini, fu dettato dall’avversione verso la politica economica, sindacale e militaredello statista di Dronero e dall’«acquiescenza verso i socialisti» (G. Carocci, Giolitti e l’età giolittiana, Torino, p. 123). Il giornale subìl’impronta «dittatoriale» del suo direttore con l’adesione incondizionata alla guerra di Libia (1911) e il sostegno all’ingresso dell’Italia nel Primo conflitto mondiale (1915-1918). Proprio negli anni convulsi della guerra, il giornale milanese pubblicò nel 1911 Le canzoni dellegesta d’oltremare e nel 1915 il famoso discorso di Quarto pronunciatoda Gabriele d’Annunzio. Essodiede così largo spazio al «superomismo letterario» (p. 260), dimenticando le sofferenze dei contadini-fantie improntando i suoi articoli a un registro retorico ed eroico lontano dalla «durissima realtà dalla guerra di trincea» (p. 261).

    Di fronte al successo dei socialisti nelle elezioni del 1909, del 1913 e del 1919, Albertini assunse una posizione ambigua:  da una parte difese le aspirazioni filoministeriali dei socialisti e dall’altrarespinse il loro coinvolgimento, quando si prospettò  l’occasione propizia di uningresso effettivonella compagine governativa. Così fece nel 1910, quando Giolitti offrì a Bissolati un portafoglio nel suo gabinetto; così si comportò durante la crisi del dopoguerrae l’occupazione delle fabbriche (settembre 1920), quando cercò di convincere Turati ad entrare nel governo.L’anno successivo mutò opinione e si oppose alla proposta giolittiana di accogliere i socialisti nel governo.

    Di fronte alla grave situazione postbellica, caratterizzata da tensioni sociali e dall’instabilità politica, il «Corriere» si schierò a favore della marea montante dello squadrismo mussoliniano. Albertini invocò infatti lo Stato forte non contro il dilagare della violenza fascista, ma contro le nefaste azioni dei socialisti. Il tema è trascurato nel saggio 1914-1925: Dalla grande guerra al fascismo (pp. 259-264) di Giovanni Belardelli, che attribuisce lo sviluppo del fascismo «al senso di minaccia alimentato in una parte dell’opnione pubblica dai successi del Partito socialista» (p. 262) e alla capacità di «difendere i valori nazionali derisi e minacciati dal massimalismo socialista» (p. 263). La scelta antologica degli articoli (Guerra, in «Corriere della Sera», 24 maggio 1915; Dovere patriottico, ibid., 28 ottobre 1922; U. Ojetti, Proust, ibid., 28 febbraio 1923) non aiutano a comprendere le posizioni del «Corriere».

    I fratelli Albertini (Luigi e Alberto), ormai controllari e quasi padroni dell’assetto proprietario del giornale, avevano ricevuto il 3 gennaio le quote di Pirelli, Beltrami e Frua, insieme ai fratelli Crespi. Tuttavia il problema rimaneva quello di definire una linea precisa nei confronti del fascismo, che – fino al famoso articolo Commiato scritto da Albertini e pubblicato il 28 novembre 1925 sul «Corriere» – rimase oscillante con l’unica certezza di contrastare il successo dei socialisti. Le posizioni del giornale sul fascismo, omesse anche nel saggio 1925-1939: L’Italia in camicia neradi Dario Biocca, rispecchiano quelle di Albertini, che scrisse una serie di articoli intrisi di rancore verso il socialismo. Sul «Corriere della Sera» del 1° marzo 1921 Albertini scrisse: «È ora pei capi del socialismo di riconoscere che, nella teoria e nella pratica della violenza hanno avuto essi l’iniziativa e, sino a ieri, il sopravvento; che il bilancio di una situazione non si fa sull’episodio singolo del deputato bastonato o del giornale bruciato, ma su un complesso di mesi e di anni di sopraffazioni e di eccessi d’ogni genere, predicati, commessi, difesi dal socialismo».

    Nella testionianza di Dacia Maraini, il «Corriere» diventa invece un giornale antifascista per il coraggio assunto «dopo il delitto Matteotti, coraggio che fu pagato con punizioni, continui sequestri e minacce di chiusura da parte della dirigenza fascista» (p. 185). Nondimento, dalla defenestrazione di Luigi Albertini (1925) alla direzione di Mario Borsa (direttore dal 26 aprile 1945 al 6 agosto 1946), il volume non contiene nessuna notizia sull’omicidio di Giacomo Matteotti (10 giugno 1924) o su quello dei fratelli Rosselli (9 giugno 1937), che pagarono con la vita la loro tenace opposizione al fascismo. Nel 1926 Turati, Treves e altri antifascisti furono costretti all’esilio, a differenza di Albertini, lo stesso anno si trasferì da Milano a Roma, dove acquistò la tenuta di Pietra nell’Agro che – secondo Gaspare De Caro – trasformò in un redditizio possedimento con l’aiuto del figlio Leonardo e del genero Niccolò Carandini.

Del nefasto periodo dominato da Mussolini fino alla Repubblica sociale italiana e alla caduta del fascismo, il volume analizza il passaggio della direzione da Ermanno Amicucci (6 ottobre 1943 – 25 aprile 1945) a quella di Mario Borsa (26 aprile 1945 – 6 agosto 1946), l’uno fedele al regime e l’altro ai restaurati valori di libertà. Durante la direzione Amicucci, il giornale rimase il più «autorevole» organo di stampa della Rsi per la collaborazione di Benito Mussolini, autore di una serie di articoli sulla politica internazionale, poi riuniti nel pamphlet Storia di un anno. La direzione di Mario Borsa (direttore dal 26 aprile 1945) inaugurò una fase nuova per il sostegno alla Repubblica nel referendum del 2 giugno 1946, nonostante le direttive contrarie dei proprietari Crespi. Gli anni successivi furono improntati alla difesa del Patto atlantico e della politica europea di Alcide De Gasperi su una linea moderata e centrista, di cui il «Corriere» si fece portavoce nella sottomissione alla Confindustria e contrario alla politica d’intervento statale di Amintore Fanfani e dell’Eni di Enrico Mattei: una posizione conservatrice che fu adottata durante la direzione di Mario Missiroli (direttore dal 15 settembre 1952 al 14 ottobre 1961). Ignaro delle profonde trasformazioni in atto nel Paese, il quotidiano milanese subì un declino a cui pose rimedio la direzione di Alfio Russo (rimase in carica al 10 febbraio 1968), nonostante la tenace avversione ai governi di Centro-sinistra.

    Gli anni compresi tra il 1969 e il 1994, analizzati nei saggi di Pierluigi Battista e di Angelo Panebianco, sorvolano sull’atteggiamento del «Corriere» riguardo agli eventi principali di quel periodo storico: la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969, il referendum sul divorzio del 12 maggio 1974, il rapimento di Aldo Moro del 16 maggio 1978, la carneficina di Bologna del 2 agosto 1980, il referendum sulla scala mobile del 9 giugno 1985, la presidenza laica di Giovanni Spadolini (28 giugno 1981 – 1° dicembre 1982, quella di Bettino Craxi (4 agosto 1983 – 17 aprile 1987) o l’irruzione nel 1994 sulla scena politica di Silvio Berlusconi e il suo lungo dominio governativo.

    Eppure quel periodo aprì la stagione del terrorismo e della cosiddetta «strategia della tensione», di cui il «Corriere» avallò la tesi della strage da parte degli anarchici. Esso non pubblicò la notizia sul negoziante di Padova, che identificò le borse utilizzate per l’attentato come prova verso la «pista nera». Nulla è detto sul disastro ferroviario del luglio 1970 nella zona di Gioia Tauro, su cui vengono date dal quotidiano due versioni contrastanti, l’una accidentale e l’altra dolosa. In entrambi i casi (strage di Piazza Fontana e disastro di Gioia Tauro) le cesure del «Corriere» furono il risultato di pressioni governative e non da un intervento della P2, su cui si ha un cenno di Ferruccio de Bortoli con una difesa della direzione di Franco Di Bella (30 ottobre 1977 – 19 giugno 1981), affiliato alla loggia e committente della famosa intervista di Maurizo Costanzo a Licio Gelli. Il silenzio sul rapporto tra Pier Paolo Pasolini e Piero Ottone (direttore dal 15 marzo 1972), riluttante a pubblicare ilfamoso scritto Io so sui presunti crimini del governo italiano; l’accordo tra la proprietà e la Montedison (vicino alla Dc e quindi al governo); l’acquisto nel 1974 da parte del gruppo Rizzoli; l’influenza della P2 sul giornale, l’ostilità nei confronti del Psi durante le direzioni di Ottone e di Alberto Cavallari (quest’ultima dal 20 giugno 1981 al 19 giugno 1984) sono trascurati nei saggi di Battista, di Panebianco e di Dario Di Vico, che nelle poche pagine dedicate agli anni 1994-2016 tiene scarsamente presente le proposte analitiche del  «Corriere».

Nunzio Dell’Erba