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Olivier Turquet

Perugia Assisi: marcia per la Pace, il Disarmo, la Solidarietà

perugia assisiMolti temi hanno animato l’edizione di quest’anno della Marcia Perugia Assisi.

Una lunga preparazione, dibattito, qualche polemica e qualche distinguo per una Marcia, quella inventata profeticamente da Capitini che ha passato da momenti di lotta nonviolenta a celebrazione retorica.

Quest’anno una folla incontabile, perché sparpagliata tra Perugia e Assisi e in alcuni momenti dispersa o scoraggiata dalla pioggia ha portato avanti le bandiere di circa 700 aderenti di ogni genere; influenzata dalla recente manifestazione per Mimmo Lucano, preoccupata per la situazione in cui grava l’accoglienza e coloro che la testimoniano, afflitta dalla permanente crisi del pacifismo “classico” ma rinforzata da tanti giovani ignari delle sottili polemiche, decisa nel rivendicare il disarmo nucleare, tenera nel ricordare la necessità di una Rivoluzione Silenziosa che parta dai gesti si tutti i giorni, la Marcia è stata tutti questi temi e forse anche di più ed è stata, come doveva, patrimonio dell’Umanità e non di una qualche parte.

In questo, nella nonviolenza in cammino, sta la bellezza di tutte le marce per la pace. Questa era anche gemellata con la Marcia Sudamericana per la Pace e la Nonviolenza ed è stata la prima occasione per il neonato Comitato Promotore della Seconda Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza di mostrare lo striscione nuovo di pacca.

L’augurio è che sia anche il senso di un risveglio e di una sintonia più forte tra tutti coloro desiderano un mondo migliore e si rimboccano le mani per realizzarlo.

Olivier Turquet
Pressenza

Siria: smetterla di gettare benzina sul fuoco

Le notizie di oggi (gli “strilli”, in realtà, come si dice in gergo) buttano qualche ettolitro di benzina sul fuoco.

Bellicose dichiarazioni di Trump, di vari esponenti israeliani; approvazioni varie di vari governi europei a sanzioni alla cattivissima Siria, rea dell’ennesimo ipotetico attacco chimico.

Al solito tutti questi strilli (perché qualcuno grida, quando forse sarebbe necessario parlare con voce ferma ma tranquilla) mi disturbano personalmente e immagino lo stesso succeda a chiunque abbia a cuore la questione siriana e la sorte di quella gente.

Così cerco di capire, mentre i faziosi di ogni parte cercano di convincermi che hanno ragione loro e di trarre le loro conclusioni tagliate con l’accetta.

Attacco chimico?

A chi giova? L’esercito siriano ha appena finito di sfollare migliaia di persone da Ghouta Est e sembra aver vinto la battaglia più importante, quella contro le forze che combattono contro il governo vicino a Damasco; questi gruppi (è sempre difficile dargli un nome, dire chi sono, jihadisti? vecchi oppositori passati alla lotta armata? mercenari? infiltrati dei servizi segreti? un mix di tutto questo?) sono particolarmente odiosi perché sparano contro la popolazione civile dei quartieri di Damasco (fatto che l’agenzia Sana documenta con un certo rigore, numeri precisi, foto e che confermano autorità indipendenti, come i religiosi cristiani che hanno attività in quei quartieri, vedasi per es le testimonianze sul sito oraprosiria). Il rappresentante della Russia all’ONU ha dichiarato che gli esperti russi arrivati a Douma non hanno trovato alcuna traccia di residui chimici. Il Segretario Generale dell’ONU ha dichiarato oggi: “La gravità delle recenti accuse richiede un’indagine approfondita che si avvalga di competenze imparziali, indipendenti e professionali. A tale riguardo, ribadisco il mio pieno sostegno all’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPCW) e alla sua missione d’inchiesta nell’intraprendere le necessarie indagini su tali accuse.”

Che dice l’OPCW? “Il centro operativo dell’OPCW ha seguito attentamente l’incidente e ha effettuato un’analisi preliminare delle segnalazioni sul presunto uso di armi chimiche subito dopo la loro emissione. La missione d’inchiesta sta raccogliendo ulteriori informazioni da tutte le fonti disponibili per stabilire se siano state utilizzate armi chimiche”. Stanno salendo velocemente su un aereo a controllare? Hanno chiesto al governo siriano il permesso e il governo ha risposto qualcosa? Per ora non ci risulta.

Per finire: da 48 ore il numero di moti del famoso attacco chimico varia da 40 a 100: esiste un rispetto per i morti? I siriani sono morti “un tanto al chilo”?

Ora un esercito che sta vincendo perché dovrebbe fare qualcosa che metterebbe in serio pericolo la sua vittoria? A quale scuola militare hanno studiato i generali di Assad?

Bombardamenti?

Ieri “qualcuno” ha bombardato la celeberrima segretissima base siriana chiamata T4. Chi sia questo qualcuno lo precisa un dispaccio della Sana che cita fonti dell’esercito siriano: F15 israeliani hanno sparato missili dallo spazio aereo libanese. Risultato: morti e feriti.

Israele “non conferma e non smentisce”, secondo una prassi consolidata. Qualche giornale israeliano ha buttato là che erano stati gli USA ma è arrivata una secca smentita. L’ONU fa una inchiesta? Ammonisce qualcuno? Qualche potenza occidentale chiama l’ambasciatore israeliano e gli chiede spiegazioni? Al momento non ci risulta. Risulta invece che le incursioni di vario tipo dell’aviazione israeliana in spazi aerei e territoriali non propri siano un’abitudine consolidata e che, dall’inizio della guerra civile le incursioni sono state un centinaio. Non c’era qualche norma internazionale sull’inviolabilità del territorio nazionale?

Due pesi e due misure

È evidente che nell’area mediorientale ci sono due pesi e due misure, a seconda si parli di Iran e Siria o di Arabia Saudita e Israele. E stiamo parlando di 4 paesi ben distinti, con numerose differenze tra di loro.

Forse ad analizzare la situazione dal punto di vista delle strategie delle multinazionali energetiche e produttrici di armi ci si guadagnerebbe qualcosa: sicuramente tra oleodotti e pozzi di petrolio ci sono in ballo interessi parecchio grossi e, certo, i poveri costruttori di armi per venderle hanno bisogno che qualcuno le usi…

Sia come sia sarà anche ingenuo ma io trovo assolutamente necessario chiedere che si smetta di gettare benzina sul fuoco della “guerra mondiale a pezzi” e che ognuno prenda la propria parte di responsabilità: che l’ONU faccia il lavoro di sanzione e verifica senza guardare in faccia nessuno (una bella inchiesta sui palestinesi con una pallottola israeliana in fronte a Gaza, una sulle violazioni della sovranità nazionale siriana da parte di Israele e Turchia, un’altra sullo Yemen, solo per restare in zona); che i governi facciano azioni diplomatiche e di sanzione di chi non rispetta gli accordi internazionali, che i media la smettano di alimentare notizie senza controllo o di evidente propaganda, che ognuno di noi si mobiliti perché la pace (come primo, minimo, stato di non guerra) sia ristabilita in quella come in numerose altre regioni del mondo. Per il semplice diritto di ogni popolo, e del siriano in particolare, a vivere in pace.

Perché a gettar benzina sul fuoco ci si brucia tutti

Olivier Turquet
Redazione Pressenza

Francesca Borri: raccontare la Siria e i suoi traumi

Se devo pensare alla Siria e a un giornalista mi viene in mente Francesca Borri che in Siria a fare la giornalista c’è stata davvero e non esattamente in posti comodi e che su questo ha scritto un libro meraviglioso La guerra dentro sulla sua esperienza ad Aleppo.
Incrocio Francesca di passaggio in Italia e so che le posso fare qualche domanda.

Francesca Borri: raccontare la Siria e i suoi traumi Al di là di questa tregua come vedi l’evolversi della situazione in Siria?
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In teoria in queste ore è in vigore una tregua a Ghouta, l’area in cui le condizioni sono al momento più drammatiche, l’area più sotto attacco: non è periferia di Damasco, in realtà è Damasco. Capiamo questa cosa delle tregue: questa non è la prima di cui di cui si capisce poco perché i siriani che vivono li continuano a inviare immagini di bombardamenti o di fosforo o di attacchi chimici tutte cose che è difficile verificare, ma le immagini sono abbastanza esplicite. Inoltre ognuna di queste tregue ha sempre escluso non meglio definiti gruppi terroristici, il che rende possibili attacchi e operazioni impossibili da verificare.

Come in altre aree sotto assedio alla fine non muori per un bombardamento, muori di fame; questo non significa che queste tregue non abbiano senso non abbiano una loro utilità ma dobbiamo distinguere la questione strettamente umanitaria dal resto: ogni ogni minima sospensione dei combattimenti che consenta l’accesso degli aiuti umanitari è fondamentale, tutto quello che possa consentire di consegnare aiuti umanitari ai siriani o di migliorare la loro la loro situazione è ovviamente indispensabile. Una questione completamente diversa è il piano politico e il piano dell’analisi: queste tregue sono funzionali ad Assad e ai vari attori in gioco inclusa l’ONU e il piano di pace di Staffan De Mistura. Io in linea generale condivido il tentativo dell’ONU. In Siria c’è una molteplicità di attori coinvolti; intendo dire non tre o quattro, parliamo di decine di gruppi armati; quindi non mi riferisco solo agli stati stranieri che li sostengono ma proprio a quelli che sono sul terreno e che combattono. In una situazione del genere pensare di negoziare un accordo di pace complessivo globale a livello nazionale non ha senso. Quindi quando Staffan de Mistura è arrivato ha detto che era inutile continuare a cercare un accordo globale ma che era meglio provare a costruire passo passo una serie di piccoli accordi locali. In linea di principio è sicuramente la cosa che ha più senso ma questa strategia ha generato tante piccole tregue locali con scambi di popolazione: quest’estate il famoso accordo delle quattro città consisteva nel fatto che i combattenti e i loro familiari e gli attivisti dell’opposizione lasciassero le aree a maggioranza sciita e si rifugiassero in area maggioranza sunnita e viceversa. E quindi è chiaro che questa strategia diventa la costruzione di una Siria diversa, divisa in aree il più possibile omogenee che si prestano a diventare delle sfere di influenza per la Russia, la Turchia, il Quatar, l’Arabia Saudita o gli Stati Uniti o chi altro. Assad in tutto questo ha giocato la sua partita nel senso che in questo modo, da quando Staffan de Mistura ha iniziato la sua attività, l’opposizione è stata concentrata in alcune aree sempre meglio definite: la provincia di Idlib nel nord e poi appunto l’area intorno a Damasco. Se concentri i ribelli in un’area e la metti sotto assedio prima o poi cade come è finita ad Aleppo.
Per cui bene le tregue ma comprendendo questi due livelli: quello umanitario per dare sollievo alle persone mentre sul piano politico queste tregue non vanno in direzione della pace vanno in direzione della guerra. Nel senso che si stanno creando le condizioni, esattamente come avvenuto in Iraq in tanti altri paesi del mondo, perché questa guerra ricominci sostanzialmente tra sei mesi, fra un anno o due o cinque anni e che vada molto oltre i confini della Siria.

Quali sono secondo te gli interessi in gioco verso la pace e verso la prosecuzione della guerra?

Credo che purtroppo al momento gli unici interessati alla pace siano i siriani che sono letteralmente esausti; dovessi dire il solo segno positivo che ho visto in questa follia che è iniziata sei anni fa è forse proprio la fuga di massa dei siriani. Tanti se ne sono andati via, hanno disertato e questo è davvero un segno di sanità mentale. Tra i ribelli e Assad hanno deciso che l’unica soluzione era andare via.
Gli interessi della guerra: ogni attore sta in campo con diversi interessi, ognuno persegue i propri obiettivi che inoltre cambiano secondo il momento: per esempio la Turchia ha la questione kurda, questo è sicuramente uno dei suoi obiettivi; ma Erdogan non si sente solo il presidente della Turchia ma anche il leader del tutto il mondo di tutto il mondo islamico. La stessa cosa per la Russia: la Siria è perfetta per la politica di potenza, invece di combattere sul proprio territorio combatti in Siria.
L’interesse di tutti gli attori in gioco, incluso l’interesse dei jihadisti e dello Stato islamico (quello che in teoria dovrebbe essere il nemico comune) è di mantenere la situazione di caos perché tutti beneficiano di questa situazione di collasso dell’ordine, di guerra senza fine. C’è chi l’ha teorizzato in libri. Questa situazione è un ottimo terreno di coltura di jihadisti. Di questo collasso dello stato tutti pensano di beneficiarne ma in realtà io credo che ne beneficeranno nel lungo periodo soprattutto i jihadisti.

Francesca, persona pacifista che racconta la guerra: in cosa questa esperienza ti ha trasformata? In che direzione?

Probabilmente è troppo presto per rispondere a questa domanda, ci sto ancora troppo dentro. E poi forse non sono io a dover rispondere alla domanda, forse sono quelli che stanno intorno a me. Quello che vedo è che stare a contatto con la guerra è un lavoro terribile, brucia letteralmente dentro. Gli effetti sui giornalisti come anche sui cooperanti sono micidiali, questo ci lascia intuire quali siano gli effetti sui civili ma anche sui combattenti. Si parla tanto della sindrome post traumatica per noi però in un paese come l’Iraq hanno la sindrome post traumatica come paese intero. Per cui quello che osserviamo su noi stessi dovrebbe aiutarci a riflettere sulle guerre e sul modo di uscirne davvero. A volte si ha l’impressione che non sia sono questione di negoziatori ma di psicologi.

Gli effetti appunto sono sono micidiali e io in questi pochi anni ho visto cambiare profondamente molti giornalisti, secondo me 99 volte su 100 il cambiamento è negativo. Si marcisce dentro, a parte poi l’alcool e tutto il resto. Però poi c’è quell’uno su cento che, sembra terribile dirlo, impara dalla guerra, riesce a trasformare la guerra in altro. Penso a Yuri Kozyrev, fotografo russo, forse il mio fotografo preferito in assoluto; penso a Stanley Greene fotografo americano morto alcuni mesi fa cui con cui sono stata a Aleppo: Stanley ha vissuto 40 anni di guerre con alcool, eroina e tutto e aveva una dolcezza straordinaria, proprio straordinaria nei confronti degli altri, una poesia, una delicatezza per il mondo.

Io credo che la guerra in un certo senso, anche se suona terribile dirlo, mi sia stata utile e mi abbia reso una persona migliore. Però come tante altre esperienze. Io ero una ragazzina viziata, vissuta in Italia, con la fortuna di avere una certa famiglia ed hai tutto. Ora per me niente più è scontato e cambia tutto completamente, sei molto più centrato sugli altri perché in guerra si sopravvive solo se si sta insieme, se ci si aiuta reciprocamente. In questo momento penso di avere un debito enorme nei confronti di tutti coloro in Siria che in questi anni mi hanno protetto, mi hanno ospitato, sono stati la mia casa la mia famiglia. Questo convive insieme al senso di colpa di non avere fermato la guerra, di non essersi sentita molto utile per loro. Soprattutto quando mi capita di essere in Italia come in questi giorni davanti a amici che si scontrano per nulla, piccole cose; allora mi viene da pensare che gli servirebbe proprio sperimentare un bombardamento, forse gli cambierebbe un po’ la prospettiva.

È terribile che uno dica che la guerra lo ha cambiato in meglio: non vorrei che fosse necessaria una guerra, non abbiamo bisogno di 500000 morti, credo che ci possano essere, che ci siano altre esperienze utili al cambiamento; però so che la guerra mi ha cambiato profondamente e ora sento un’infinità apertura agli altri; o odii tutto e tutti oppure pensi che non vuoi che a nessun altro capiti quello che è capitato a te.

Per me è questa seconda cosa.

Olivier Turquet
Pressenza

Cile, il cambiamento è arrivato con il Frente Amplio

sanchezCosa è successo ieri in Cile con le elezioni presidenziali? Elezioni che, fino ad ieri, dovevano essere una passeggiata per l’ex-presidente Piñera, magnate locale e leder di una destra particolarmente retrograda come quella cilena.

A sorpresa è quasi arrivata al ballottaggio Beatriz Sánchez, giornalista, dichiarata femminista, appoggiata da una coalizione che si è formalizzata meno di un anno fa, il Frente Amplio, frettolosamente definito di media internazionali “l’estrema sinistra”.

Il Frente Amplio è un vasto insieme di partiti e movimenti messo in moto dal Partito Umanista e da Revolución Democratica, partito nato dai movimenti studenteschi di alcuni anni fa e unico partito della coalizione ad avere già deputati in parlamento. Non è semplicemente un fronte di sinistra (i comunisti hanno preferito andare con il governo di centro sinistra, per esempio) ma è più esattamente un laboratorio politico di convergenza nella diversità. Questo laboratorio politico ha messo in moto quello che è uno dei punti centrali del programma: ridare il potere alla gente, costruendo il programma di governo con una quantità enorme di assemblee popolari dove le proposte venivano elaborate e votate dalle persone, fino ad arrivare a un risultato definitivo.

Un’altra caratteristica essenziale è stata la posizione nonviolenta che accomunava tutte le forse in campo, anche quelle, come un partito liberale, che non si riconoscono nello schema classico della sinistra ma che ne condividono gli aspetti libertari.

Infine il tema più caro agli umanisti: rimettere al centro le persone e le loro esigenze di base: salute, educazione, lavoro, qualità della vita.

Questa coalizione, che ha speso un decimo di quello che hanno speso gli altri, ha fatto una campagna capillare tra la gente, ha costruito le candidature dal basso, ha deciso con primarie la propria candidata a presidente scegliendo una persona indipendente ma conosciuta per la sua professionalità, la sua simpatia. La sua empatia. “È arrivato il cambiamento: è arrivato per rimanere” ha dichiarato Beatriz subito dopo i risultati che, con oltre il 20% di voti, l’hanno proiettata a un soffio dal secondo turno.

L’ondata antipolitica che serpeggia ovunque ha così preso una variante ragionevole, giovane, nuova e progressista (nel senso vero della parola) e che potrebbe (dovrebbe?) far da modello in Italia.

Gli elementi essenziali? La politica parte dalla base della società, si svolge con coerenza, senza personalismi; con idee e ideali chiari che rispondono alle esigenze reali della gente di vivere bene, tutti; è guidata dalla nonviolenza che non è solo un metodo di azione ma anche coerenza personale e sociale.

L’annunciata vittoria al primo turno della destra è tutta da rivedere, così come la pretesa di grandi venti conservatori nel continente americano, anche perché anche il candidato di una parte del “centro-sinistra” (si prega di notare le virgolette), Alejandro Guiller che andrà al ballottaggio è un irregolare e non politico all’interno della sua coalizione. E subito ha fatto appello al Frente Amplio per definire un programma di governo che tenga conto delle proposte di quella coalizione.

A destra il pragmatismo imprenditoriale ha perso pezzi verso un’estrema destra che non si vergogna di dire che Pinochet era una brava persona; la DC che arrogante si presentava quasi da sola ha ottenuto il peggior risultato della sua storia.

Infine da segnalare che, comunque, il grande vincitore è l’astensionismo che ha superato il 50% in un paese dove, fino a poco tempo fa, il voto era obbligatorio: se il Frente Amplio ha sicuramente portato non pochi giovani a votare altri cileni hanno pensato che ormai non vale più la pena.

E gli umanisti? festeggiano i cinque deputati e i sette consiglieri regionali: quasi nella stessa circoscrizione dove Laura Rodríguez fu la prima deputata umanista del pianeta venticinque anni fa è stato eletto Tomás Hirsch, ex candidato a presidente di un’altra coalizione messa in moto dal PH. Ma il più simpatico (e quello che di sicuro non farà dormire tutti gli altri deputati) è Florcita Motuda, il cantante umanista che sfidò Pinochet dopo il plebiscito, presentandosi alla Moneda con la fascia da presidente e intimandogli di andarsene; un cantautore che da sempre scrive canzoni ispirandosi agli scritti di Silo, fondatore del Movimento Umanista. Una sua frase famosa: “i politici nelle campagne elettorali mettono un po’ di musica intorno alla politica; io metterò un po’ di politica intorno alla musica”.

Qualunque cosa succeda fino al ballottaggio di dicembre quel che è sicuro è che la politica di quello che spesso è stato considerato il paese più conservatore dell’America Latina ha subito uno scossone gigantesco e che la crisi della politica tradizionale e del “bipolarismo perfetto”, a lungo sperimentato qui, è arrivata anche da queste parti.

Olivier Turquet
Pressenza

Sandra Russo: “Milagro prosegue salda e forte”

gerardo-morales

Gerardo Morales

Sandra Russo, giornalista argentina, si è occupata di radio e televisione e scrive per il quotidiano Página 12 fin dall’inzio della sua attività. Nel 2010 ha scritto “Jallalla: la Tupac Amaru, utopia in costruzione”, il primo libro su Milagro Sala. Insieme a lei cerchiamo di approfondire la questione della detenzione di Milagro Sala e l’attuale situazione argentina.

Sandra, prima di tutto, hai notizie della situazione di Milagro e degli altri prigionieri politici?

Da un lato, le notizie che arrivano da Jujuy sono preoccupanti, sia per Milagro che per gli altri militanti detenuti. La scorsa settimana, in quello che è sembrato essere il primo dato oggettivo di riconoscimento di quanto sta chiedendo l’ONU, sono state liberate due degli undici tupaqueros che erano detenuti insieme a Milagro. Dall’altro, benché abbia dei comprensibili crolli, Milagro è perfettamente cosciente della responsabilità della sua leadership. Si mantiene in contatto costante, manda periodicamente  messaggi per comunicare che è ancora integra, questa settimana abbiamo potuto ascoltare la sua voce in una radio nazionale, ed era salda e forte. In galera dallo scorso gennaio, continua la sua lotta e continua a essere la leader della Tupac Amaru.

I recenti interventi internazionali e la visita di Trudeau con le sue dichiarazioni stanno modificando la situazione a Jujuy?

Senza dubbio sì, benché il governo di Macri si muova come se fosse coperto di burro e tutto gli scivoli addosso. Quando è arrivata la richiesta dell’ONU, il governatore Gerardo Morales ha rilasciato una dichiarazione che ha soffiato sul fuoco di questa situazione di sospensione dello Stato di diritto a Jujuy. Ha detto: “Non ho intenzione di liberare questa donna”. Un governatore non deve imprigionare né liberare nessuno. Non sono funzioni che gli appartengono. La brutalità di Morales gli ha fatto dire la verità: è lui, per conto dell’esecutivo, che la tiene prigioniera. Per questo non c’è alcun dubbio sul fatto che stiamo parlando di prigionieri politici. Questo, prima o poi, finirà con un processo politico contro Morales, e il Potere Giuridico tornerà a funzionare normalmente. Bisogna intervenire urgentemente su quello di Jujuy, perché nessun cittadino jujeño gode delle benché minime garanzie costituzionali. Sembra che il governo, dopo l’intervento di Trudeau, si stia rendendo conto che non è un paese bolivariano a protestare, bensì un paese di prim’ordine, e quelle gerarchie, per questo governo, non sono indifferenti. Il Canada è parte di quel mondo cui presumibilmente Macri vuole avvicinare l’Argentina.

Numerosi osservatori hanno sottolineato l’influenza dei media nei processi di destabilizzazione dei governi progressisti. Come mai in anni di governo non si è riusciti a ottenere una legge di controllo e democratizzazione dei mezzi di diffusione? Che è successo nello specifico in Argentina e in Brasile?

In Argentina, perlomeno, abbiamo trascorso cinque anni con una legge sui Media approvata da una chiara maggioranza, dopo ampi dibattiti in ambiti di discussione di tutto il paese. Per tutto questo lungo tempo, più lungo di un mandato presidenziale, un settore della Magistratura, lo stesso che ora accusa Cristina Kirchner e cerca di impedirle la partecipazione alle prossime elezioni, ha imposto un’infinità di misure cautelari che hanno reso impossibile la piena applicazione della legge. Sono stati anni dove si discuteva se quella legge avrebbe diminuito o meno la libertà di espressione. Non lo avrebbe mai fatto. Restringeva solamente a 24 il numero delle licenze che un gruppo mediatico poteva avere. Oggi ci sono delle liste nere, io stessa non ho potuto fare la giornalista da quando Macri è salito al potere, e certamente la libertà di espressione non è argomento di nessuna agenda. Non gli è mai importato nulla della libertà di espressione, ciò che difendono sempre è la propria libertà di espansione a spese dei media comunitari e indipendenti, che ora stanno affogando, come già accadde negli anni ’90. Il potere politico, quello giudiziario e quello mediatico sono le tre gambe di un’associazione illecita (perché viola l’indipendenza dei poteri) che è la struttura quasi mafiosa che sta devastando la democrazia argentina. Si indagano gli avversari, si spiano profili di Facebook, si ferma gente per strada perché indossa magliette di qualche organizzazione politica, si mantiene un buon numero di giornalisti senza media in cui lavorare. La legge è fallita perché il kirchnerismo non ha mai avuto il potere sufficiente per ridisegnare questa democrazia, regolata dalla Costituzione del 1994, fatta in piena epoca neoliberale. Abbiamo imparato con dolore, e collettivamente, che il potere politico è uno tra vari, per nulla la cuspide del potere, e nei dodici anni di kirchnerismo i poteri di fatto, che ora governano direttamente con un amministratore delegato in ogni ministero, hanno protetto il gruppo Clarín, che è il portavoce dell’attuale governo corporativo: il portavoce e spesso quello che decide politiche di comunicazione. I suoi quasi trecento media e i suoi satelliti sono quelli che proteggono Macri: non coprono nessuna protesta sociale, né la bestiale repressione di quelle proteste, né la corruzione su grande scala che ora occupa la Casa Rosada. Non stiamo parlando di un caso di corruzione, che esiste in qualunque governo e che anche il kirchnerismo ha avuto, stiamo parlando di corruzione assolutamente trasversale in tutte le aree di governo e di una concezione politica che naturalizza e include la corruzione come un normale modo di fare affari. I Macri sono questo: gente che ha corrotto funzionari di tutti i governi a partire dalla dittatura militare e che ha accumulato una fortuna grazie alle opere pubbliche.

Credi che il caso Tupac sia isolato o che faccia parte di un processo più ampio di criminalizzazione delle organizzazioni sociali? Fino a dove può arrivare questo processo?

Il governo di Macri, attraverso il governatore Morales, ha dato quel segnale a gennaio, appena insediatosi: un cittadino può essere privato della sua libertà a causa della sua posizione politica, così come può essere licenziato dal suo lavoro. Le migliaia di licenziamenti di dipendenti pubblici che hanno avuto luogo dopo la revisione che i burocrati hanno fatto dei loro profili di Facebook o dei loro account di Twitter lo dimostrano. Questo è un governo persecutorio e repressivo. Milagro Sala è la dirigente della Tupac Amaru dal 1991, quando cominciava l’orgia neoliberale degli anni ’90. E’ una delle organizzazioni sociali più grandi della regione, e in Argentina è l’espressione di un settore finora totalmente occultato, perché la Tupac Amaru, di origine quechua, è un ponte con il paese che crede che tutti i suoi abitanti discendano dagli europei che arrivarono tra la fine del XIX e il principio del XX secolo. L’establishment che ha governato questo paese, salvo in rare pieghe della storia come per i governi kirchneriani, hanno raccontato una storia in cui noi argentini siamo arrivati tutti con le navi. La Tupac Amaru rivendica altre origini, ci unisce alla regione andina, e ne fa parte uno dei nuclei di povertà strutturale più profondi del paese. Milagro ha dato a quella gente molto più di ciò che avessero mai ricevuto, cominciando dall’autostima. La sua opera è grande, meravigliosa. Morales ha distrutto il parco acquatico, per esempio. Avrebbe potuto renderlo agibile per i poveri di Jujuy, ma lo ha distrutto. Questo è il messaggio del neoliberismo in tutto il mondo, ma specialmente in Argentina: vengono a dirci che siamo un povero popolo condannato alla sofferenza. E questa è una menzogna. La sofferenza non è una condizione naturale, bensì il risultato delle politiche estrattive che loro applicano. E’ ciò che condanna il Papa, è la feticizzazione del denaro, è il rifiuto dell’altro. Milagro è l’esempio e la sintesi del proposito del PRO, che è ridurre il popolo a servitù del mercato.

Cosa potrebbero imparare i progressisti di tutto il mondo dalla sconfitta elettorale argentina?

Che quando la classe politica è composta da gente senza scrupoli o corrotta, gli imprenditori, le corporazioni e la concentrazione dei capitali la usano come esempio per mettere in guardia gli elettori sul fatto che la politica è sporca, che non serve, che sono tutti uguali, così che la gente finisca per votare imprenditori come Macri, Temer o Piñera, o strumenti delle corporazioni come Peña Nieto. Bisogna fare politica in un altro modo, dalla base, con una soggettività diversa, direi quasi ascetica, trasparente, che abbia vasi comunicanti con altri settori, specificando bene a cosa ci si riferisce quando si parla di democrazia, libertà o repubblica, perché al potere sono arrivati governi di destra facendo appello a quelle parole, mentendo, ma protetti da mezzi di comunicazione concentrati che oggi, invece di portare informazione al proprio pubblico, operano come una barriera tra i cittadini e la verità. Le agende giornalistiche sono vergognose in tutto il mondo. Ci sono interi continenti cancellati da quelle agende, ed è dove paesi dell’Unione Europea e gli Stati Uniti bombardano e forzano le loro strategie geopolitiche. Vogliono fare dell’America Latina quello che hanno già fatto in Africa. Vogliono spostare gente per poter deforestare. Vogliono installare basi militari nordamericane per trasferire e ampliare gli eterni conflitti del Medio Oriente. In questa fase del capitalismo, i territori sono sacrificabili perché servono per le risorse naturali. Solo la politica, la vera politica, quella profondamente militante e storica, in tutto il mondo, li può fermare. E infine direi che così come la destra si è globalizzata, anche la sinistra deve farlo. E’ necessario rafforzare i legami intellettuali e fisici tra tutta la dirigenza e la base della resistenza nel mondo, perché dobbiamo rispondere il più globalmente e in modo più organizzato possibile a questa aggressione.

Oliver Turquet

da Pressenza

Traduzione dallo spagnolo di Matilde Mirabella

Armi nucleari. L’Italia all’Onu
vota contro il loro bando

nucleareNella notte di ieri un’importante risoluzione della Prima Commissione dell’Assemblea Generale dell’ONU ha istituito a larghissima maggioranza una Conferenza Internazionale che discuta un Trattato di Proibizione delle armi nucleari. I dettagli di tale notizia sono documentati in vari articoli che la nostra Agenzia sta ripubblicando o traducendo dalle sue edizioni internazionali.

Curiosamente il tema non sembra entusiasmare la stampa italiana (nemmeno un’accenno sull’ANSA, nessuna notizia sui principali quotidiani, almeno nelle loro edizioni on-line); nessuna nuova dal Ministero degli Esteri nella cui sala stampa non è possibile trovare la notizia né la motivazione per la quale l’Italia è stata tra i paesi (38) che hanno votato contro la risoluzione (che per essere valida doveva raggiungere i 2/3 dei votanti). Sottolineamo che, nonostante alcune dichiarazioni dei rappresentanti delle principali nazioni “nucleari”, perfino la Cina, l’India e il Pakistan, membri del club nucleare, si sono astenuti (ricordiamo anche che l’astensione, nel meccanismo elettorale della commissione, non viene considerata un voto contrario e facilita dunque il raggiugimento del quorum).

Abbiamo chiesto un commento all’Ufficio Stampa del Ministro e lo pubblicheremo volentieri, appena arriverà.

Le domande che ameremmo fare al Ministro ed al Governo sono:

siamo diventati un paese filonucleare?
quale motivazione contraria si può dare alla creazione di un ambito di discussione di un trattato per la messa al bando delle armi nucleari?
dobbiamo dedurre che il Governo Italiano ritiene fattibile in qualche situazione l’uso delle armi nucleari?
Credo che siano domande preoccupanti, forse inquietanti. Personalmente, finito di pubblicare quresto articolo, ne manderò un link alla mail del nostro Presidente del Consiglio chiedendogli spiegazioni, come cittadino di questa Repubblica che ripudia la guerra come strumento di risoluzione dei conflitti internazionali. Già ma le atomiche le teniamo per gli alieni…

Olivier Turquet
Pressenza

Da Berlino una speranza
per il disarmo nucleare

scorie nucleareUna conferenza stampa nel prato davanti al Parlamento tedesco, a Berlino, luogo con un grande significato storico, apre il congresso „ Disarmo! Creare un clima di pace“ alle 12 meno tre minuti, allusione ai tre minuti che mancano al cosiddetto abisso nucleare.

Circondato di striscioni sulla messa al bando delle armi atomiche, Reiner Braun, dell’International Peace Bureau, dà il benvenuto  a stampa e partecipanti e introduce gli oratori. Parla per prima Tawakkol Karmal, Premio Nobel per la Pace yemenita, che ricorda quante scuole si potrebbero costruire con il costo di una sola bomba nucleare, sottolinea l’importanza della lotta contro le dittature e afferma che non si arriverà alla pace senza giustizia.

Interviene poi Saher H. Chowdhury, presidente dell’Inter-Parliamentary Union, che riunisce parlamentari di moltissimi paesi, esprimendo la solidarietà e l’appoggio della sua rete al lavoro svolto dagli organizzatori del congresso. Una causa, dice, che è necessario sostenere non solo per il presente, ma anche per le generazioni future. Nel mondo si spendono miliardi di dollari per le armi, mentre la pace riceve pochi fondi. I parlamentari devono alzare la voce in nome della gente che rappresentano e dire no all’uso di simili, enormi risorse per fini di distruzione.

Prende quindi la parola Alyn Ware, storico attivista per la pace e il disarmo che ricorda come il suo paese, la Nuova Zelanda, abbia messo al bando da tempo le armi nucleari. Se l’abbiamo fatto noi potete farlo anche voi, esorta i presenti, che accolgono con entusiasmo il suo invito.

Al suono di una sirena viene poi scoperto il dipinto in 3D dell’artista Joe Hill, che rappresenta la minaccia alla civiltà umana rappresentata dalle migliaia di missili nucleari nascosti sotto terra o nei sottomarini. Hill lancia un appello ai giovani perché diffondano nei social media con l’hashtag #3DnukeBerlin l’immagine del missile incatenato, una sintesi efficace della follia atomica e uno stimolante preludio al congresso che si aprirà stasera all’Università Tecnica di Berlino.

Olivier Turquet

Pressenza

A Berlino il Congresso mondiale per la Pace

simbolo-pace-budapest-720x540Il congresso organizzato dall’International Peace Bureau si svolgerà dal 30 settembre al 3 ottobre all’Università Tecnica di Berlino e si concentrerà sull’attuale tendenza alla militarizzazione globale, con la possibilità che scoppino nuove guerre.

Tale tendenza contrasta con il bisogno di una reale trasformazione globale. Per realizzare un cambiamento sociale e creare una cultura di pace, è necessario utilizzare i miliardi di dollari investiti nelle spese militari per intervenire sul cambiamento climatico, promuovere la pace e la sicurezza a livello mondiale, incoraggiare lo sviluppo sostenibile, finanziare progetti umanitari e promuovere la giustizia sociale.

Oltre a essere Media Partner dell’evento, Pressenza sarà presente con uno stand informativo e parteciperà a diversi eventi nel corso del congresso.

Di seguito i workshop organizzati da diverse realtà umaniste:

1. Militarismo ed etica: qual è il ruolo dei media?

Sabato 1° ottobre dalle 16,30 alle 18,30 – Aula A11

Pressenza

Assistiamo a un terrificante aumento della violenza a livello globale, con migliaia di vittime civili e milioni di rifugiati. I governi occidentali sono stati costretti a reagire, ma come soluzione hanno offerto solo un aumento della militarizzazione e la collaborazione con dittatori. Queste azioni contrastano con i nostri valori e aumentano la mancanza di credibilità. Come possiamo affermare i nostri valori legati alla pace e ai diritti umani? Come fanno i produttori di armi a esportarle in paesi dove i diritti umani vengono violati? Come è legato tutto questo alla crisi dei rifugiati che colpisce l’Europa del sud e alla crescente militarizzazione dell’Europa dell’est? Come vengono mostrati tutti questi temi nei media?

Jürgen Grässlin, Aktion Aufschrei,

Dana Feminová, Mondo senza Guerre e senza Violenza, Repubblica Ceca

Olga Pateraki, Mondo senza Guerre e senza Violenza, Grecia

Olivier Waubant, Pressenza

Modera:

Johanna Heuveling, Pressenza

2. Il reddito universale di base (RUB)- Un grande passo avanti verso una vera pace sociale

Sabato 1° ottobre dalle 16,30 alle 18,30 – Aula A26

Umanisti per il reddito universale di base

  1. Introduzione su ciò che dovrebbe essere un reddito universale di base (RUB), breve spiegazione dei concetti legati a questa idea, esposizione dei punti di vista dei vari oratori.
  2. Domande dei partecipanti sul modo in cui un RUB influirebbe sulla loro vita quotidiana e su quella delle persone a loro vicine. Lo scopo è quello di favorire una riflessione personale sul tema.
  3. Interscambio su queste riflessioni personali in gruppi di 3 o 4 persone e condivisione delle conclusioni con il resto dei partecipanti (30 minuti).

Juana Pérez Montero, Pressenza

Mayte Quintanilla, Umanisti per il reddito universale di base

Ángel Bravo, Umanisti per il reddito universale di base

Daniel Häni, Comitato del Referendum per il reddito di base, Svizzera

3. Non abbiamo bisogno delle armi nucleari – le verità nascoste dietro all’affare delle armi nucleari

Sabato 1° ottobre dalle 16,30 alle 18,30 – Aula A28

Partito Umanista belga e Partito Umanista Internazionale

Il 6 agosto 1945 la prima bomba atomica è stata sganciata sulla città giapponese di Hiroshima e il mondo sconvolto è entrato nell’era nucleare. La produzione di elettricità da parte delle centrali nucleari è una delle conseguenze del terrorismo militare-industriale. Abbandonare il nucleare civile e militare è possibile, sviluppando il progresso e la sicurezza, eliminando la fame e la povertà, preservando l’ecosistema e lottando contro il riscaldamento globale. Questa direzione è una possibilità che apre la strada verso la pace, la solidarietà, la spiritualità e la nazione umana universale. Esistono già degli esempi. Questo cambiamento è possibile nei prossimi trent’anni. Compiamo questa scelta audace!

Charles Ruiz, Partito Umanista Internazionale

4. Evento di fronte all’università:  “Simbolo della Pace e della Nonviolenza”

Sabato 1° ottobre, 19,30

Con lo slogan “La riconciliazione è l’unico modo per arrivare alla pace”, formeremo il Simbolo della Pace e della Nonviolenza con la luce dei nostri telefoni cellulari.

5. Workshop esperienziale: Il contatto con il meglio di se stessi come via per raggiungere la pace e la comprensione

Domenica 2 ottobre, dalle 10,30 alle 12 – Aula B5

Messaggio di Silo Berlino

Non si tratta di una conferenza o di una spiegazione teorica. Il workshop riguarda la connessione tra l’atteggiamento personale e il suo impatto sul mondo, invita a fare un’esperienza e comprende riflessioni personali e interscambio.

Ivetta Csongradi, Messaggio di Silo Berlino

Mariana Garcia Morteo, Messaggio di Silo Berlino

Michael Steinbach, Messaggio di Silo Berlino

6. Documentario “Oltre alla vendetta”  

Domenica 2 ottobre, 16,30

Prima mondiale con Luz Jahnen e Alvaro Orus

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A questo link

https://www.ipb2016.berlin/wp-content/uploads/2016/01/Program-Berlin-Congress-Third.pdf

si trova il programma aggiornato e completo del congresso, che comprende:

–      nuove adesioni, come quella del Nobel Peace Center e di BetterWorldLinks

–      oltre 200 oratori tra sessioni plenarie, tavole rotonde e workshops

–      eventi musicale e culturali e iniziative che si svolgeranno durante il congresso

–      e molto altro.

Il programma e le informazioni più rilevanti si trovano anche nell’app “IPB WC2016”:

https://play.google.com/store/apps/details?id=com.latelierdesapplis.ippnw

https://itunes.apple.com/fr/app/ipb-wc-2016/id1140184322?mt=8

http://ipbwc.mobi/

Per registrarsi: https://www.ipb2016.berlin/event/ipb-world-congress-berlin/

Olivier Turquet
Pressenza

Nucleare, militare e civile,
una follia da abbandonare

scorie nucleareLa pericolosità e l’inutilità assoluta del nucleare, sia civile che militare, sono oggetto di dibattito e discussione infinita sia all’interno della sinistra che nell’ambito ecologista.

È piuttosto ovvio il rifiuto  alla bomba atomica, eppure le alterne vicende del Trattato di Non Proliferazione fanno pensare che, a un certo livello, il tema non sia affatto chiaro. Meno che mai è chiaro il tema del nucleare civile, dedicato alla produzione di energia, terreno nel quale il campo dei “progressisti” è pieno di dilemmi e contraddizioni.

In questo contesto l’apparizione del libro La follia del nucleare scritto e curato da Alfonso Navarra, Mario Agostinelli e Luigi Mosca, edito da Mimesis, ci pare un contributo importante e decisivo al dibattito sul tema.

Un contributo, innanzi tutto, di documentazione e informazione; infatti sul tema coesistono autentiche leggende metropolitane, disinformazione, pregiudizi, propaganda. In questo senso il libro raccoglie i contributi su temi generali e specifici di illustri scienziati ed attivisti per la pace e il disarmo nucleare.

Ma il libro va oltre alla semplice funzione documentativa e informativa per dare un opportuno taglio ideologico e militante che sottolinea l’importanza della visione nonviolenta, più alta ed incisiva del semplice pacifismo, nell’affrontare e risolvere i conflitti. Nella loro introduzione Tussi e Cracolici ricordano l’importanza di fare rete e di unire gli sforzi per fare in modo che ciò che è apparentemente nelle mani dei potenti ritorni in mano al popolo. In questo senso l’esempio dei referendum italiani contro il nucleare, così come quello del trattato antinucleare in America del Sud sono esempi importanti. Occorre dunque un’azione nonviolenta militante per informare  e convincere le persone ad unirsi in una lotta permanente, fatta anche di piccole azioni, affinché la mentalità cambi e cambino anche le leggi, fino alla completa abolizione del nucleare, sia militare che civile.

Infine segnaliamo la presenza, in appendice, di importanti dichiarazioni e documenti antinucleari (che è sempre comodo avere sottomano senza perdersi in estenuanti ricerche su internet) nonché una preziosa bibliografia: su questo una piccola critica costruttiva: una bibliografia riassuntiva finale e un indice dei nomi potrebbero rendere ancora più utile il libro come strumento di consultazione per chi voglia continuare a fondamentare, in articoli e saggi la tesi che il libro porta avanti senza se e senza ma e che ci trova assolutamente concordi: il nucleare deve diventare, nella storia dell’Umanità, la testimonianza di una parentesi sfortunata in cui, in nome del profitto, si è cercato di giustificare l’uso dell’energia nucleare. Gli esseri umani non hanno bisogno di nessuna forza deterrente né di utilizzare l’energia atomica per produrre energia; se qualcuno lo vuol fare è perché disprezza l’essere umano e la casa dove egli abita.
Olivier Turquet
da Pressenza

Argentina. Milagro Sala, donna temuta dai poteri forti

Milagro-SalaClaudio Tognonato, italoargentino, è sociologo e insegna presso l’Università di Roma 3. Lo abbiamo incontrato all’interno delle attività del Comitato per la Liberazione di Milagro Sala, di cui fa parte. Approfittiamo del suo punto di vista particolare di studioso delle cose sociali e di italoargentino per provare a “leggere” cosa sta succedendo in Argentina e, chissà, in America Latina.tognonato

L’avvento del governo Macri e della sua impostazione neoliberale sta andando oltre le peggiori previsioni, è così?
I primi 6 mesi di Macri sono stati segnati dal ritorno dei vecchi principi del neoliberismo: diminuzione dalla partecipazione dello Stato nell’economia, deregulation, apertura al mercato internazionale, riduzione della spesa pubblica, privatizzazioni. Per applicare questi principi è stato insediato Alfonso Prat Gay, cresciuto nella JP Morgan Chase & Co di Londra, una garanzia per i mercati finanziari. Dunque nulla di nuovo, è il modello dei globalizzatori. Solo che queste misure sono state già applicate in Argentina e hanno avuto come risultato il default del 2001. Anche se questa volta non ci è stato un colpo di Stato, Macri ha portato all’estremo le facoltà che gli conferisce il sistema presidenzialista. Inoltre, Macri ha approfittato della chiusura estiva del parlamento per lanciare una raffica di decreti, superando in un mese tutti quelli che Cristina Kirchner aveva emesso nei suoi 8 anni di governo. Con un colpo di mano ha demolito molte delle conquiste sociali degli ultimi anni.

Dodici anni di indiscutibili avanzamenti sociali non sono bastati a garantire alla variante kirchnerista del peronismo una base elettorale sufficiente a vincere: qua non capiamo come sia potuto succedere, puoi tentare una spiegazione?
Non è facile spigare la sconfitta, benché di misura, di una linea di governo che è riuscita a traghettare il Paese fuori dal default del 2001. Macri ha vinto le elezioni dopo una dura campagna mediatica, delle lobby economiche locali e internazionali contro tutto ciò che rappresentava Cristina Fernandez de Kirchner. Visto quanto sta succedendo oggi mi chiedo cosa sarebbe successo se quel ristretto margine di voti fosse andato all’altro candidato. Un anno prima dei comizi tutti pronosticavano la sconfitta di Macri. Cristina Kirchner non è mai riuscita a far applicare la legge dei media, che avrebbe garantito un’informazione più equilibrata, quindi la concentrazione monopolistica dei media ha lanciato una campagna di screditamento e di delegittimazione contro ogni misura del governo. I media hanno quotidianamente soffiato sull’inflazione alimentando la svalutazione del peso. C’è stato anche un “golpe economico” quando i proprietari terrieri, grandi esportatori, hanno trattenuto le loro esportazioni per evitare che il governo incamerasse i proventi mettendo in difficoltà le casse dello Stato. Infine c’è stato il “caso Nisman” il suicidio di un magistrato che i media per mesi hanno diffuso come una sorte di omicidio di Stato.

Stiamo assistendo a un attacco feroce ai diritti umani di base: diritto di protesta, di libertà politica, diritto di sciopero. Cosa dovrebbe fare la comunità internazionale, la società civile di fronte a questo attacco?
È chiaro che le politiche del nuovo governo ledono i diritti acquisiti in questi ultimi anni.
La valanga di licenziamenti, oltre 150 mila nei primi 6 mesi, è la dimostrazione di dove vuole portare il conflitto. In risposta a queste politiche le centrali sindacali hanno fatto a fine aprile uno sciopero e una grande manifestazione. A sua volta il parlamento, dove Macri è in minoranza, ha approvato una legge che raddoppia i costi dei licenziamenti e protegge il lavoro. Di fronte a questa sconfitta Macri ha esercitato il diritto di veto che, anche se previsto dalla legge, lascia un’impronta autoritaria. È chiaro che questo braccio di ferro indica un conflitto aperto tra la società e le politiche del governo. La società dovrà denunciare queste politiche e promuovere risposte unitarie creando nuove opportunità di organizzazione aperte ad una amplia partecipazione popolare.

Qual’è la tua lettura di questo attacco specifico contro Milagro Sala e la Tupac Amaru; esiste questa variante “giudiziale” come forma di eliminazione degli avversari politici?
Il caso di Milagro Sala è quello della detenzione illegale di un attivista politico. Se si guarda l’ultimo mezzo secolo di storia argentina si capisce quanto sia importante denunciare il ritorno a pratiche che hanno contraddistinto la vita democratica del Paese. Milagro Sala è una prigioniera politica, loro vogliono far credere alla popolazione che si tratta di un caso di corruzione, che la loro associazione, la Tupac Amaru, sottraeva fondi e non aveva i conti in ordine, accuse tutte da dimostrare. In realtà hanno paura del prestigio e della forza di questa organizzazione nata e cresciuta tra i diseredati, tra i popoli indigeni del nord ovest dell’Argentina costruendo case, scuole, centri di assistenza e ricreazioni. Loro vogliono punire queste esperienze usando la magistratura perché sono i fautori della disuguaglianza, per loro la legge non è uguale per tutti.

L’Argentina progressista e l’America Latina progressista debbono fare autocritica? E, se sì, in che senso?
L’Argentina, e i movimenti che hanno messo in atto dopo il 2001 diverse risposte post neoliberiste hanno avuto grandi successi nel contrasto alla povertà e la diminuzione delle disuguaglianze. Milioni di persone hanno superato la soglia di povertà, solo per dare un esempio, in Brasile con i governi del Pt 40 milioni di poveri sono diventati ceto medio. L’essere umano ha bisogni che si rinnovano, che crescono insieme ai nuovi diritti. Tutto ciò è un bene straordinario per rivoluzionare la società. Le istituzioni democratiche devono elaborare continuamente nuove politiche partecipative per capire questo processo insieme al popolo. Non è facile e in queste prassi ci sono stati errori, la qualità delle istituzioni democratiche si misura nella capacità di rinnovarsi. La conclamata corruzione è certamente anche un male molto grave, ma è un male globale frutto dello spropositato potere di corruzione che hanno le grandi corporazioni.

Olivier Turquet

Pressenza, International Press Agency