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Quando le pluricandidature limitano la parità di genere

maria elena boschiTra i numerosi temi ricorrenti del dibattito politico italiano c’è sicuramente la parità di genere. Anche queste elezioni hanno dato il loro contributo, soprattutto alla luce del risultato della consultazione nazionale svoltasi il 4 marzo scorso. Come abbiamo avuto modo di raccontare nel nostro report Tre poli contrapposti, il parlamento che si sta per insediare sarà quello con la percentuale più alta di donne.

Le donne nel parlamento italiano
Già nella scorsa legislatura avevamo testimoniato un’impennata delle donne in entrambi i rami. Alla camera l’aumento era stato del 50%, passando dal 20,41% della XVI legislatura al 30,7% della XVII. Con l’arrivo della XVIII legislatura la percentuale è destinata a crescere ancora, sino al 34,62%. Per capire quanto sono cambiati i numeri, basta pensare che solamente 10 anni fa, nella XV legislatura (2006-2008), le donne erano la metà, il 17,2%.

Pure a Palazzo Madama i numeri sono da record. Rispetto al 28,44% di senatrici della XVII legislatura, già percentuale più alta raggiunta fino ad all’ora, nella XVIII passeremo al 34,75%, segnando un aumento di 6 punti percentuali. Il trend negli ultimi anni ha portato a quasi raddoppiare la percentuale di donne, considerando che nel periodo 2006-2008 il dato era fermo al 13,43%.

Crescono le donne nel parlamento italiano
Andamento delle donne dalla I (1948) alla XVIII (2018) legislatura

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DA SAPERE
Per consentire il confronto tra legislature il totale è sul totale dei deputati e senatori. Sono stati considerati quindi sia quelli cessati, sia quelli subentrati in corso.

FONTE: openpolis

Scomponendo tutto questo per le principali liste di elezione, emergono delle considerevoli differenze. Guida il Movimento 5 stelle, il solo a sfiorare quota 40%, e sopra la media del parlamento. A seguire due dei principali sconfitti di queste elezioni: Forza Italia (34,93%) e il Partito democratico (33,93%). Molto più distanti le altre liste: la Lega e Fratelli d’Italia sono quasi 10 punti percentuali dietro al Movimento 5 stelle, rispettivamente al 30,89% e al 30,23%. Chiude Liberi e uguali, le cui donne rappresentano il 27,77% degli eletti.

Le donne elette nelle principali liste
Il risultato delle politiche 2018

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DA SAPERE
Per ognuna delle principale liste abbiamo calcolato la percentuale di donne sul totale degli eletti.

FONTE: openpolis

Cosa dice la legge elettorale rosatellum bis
L’attuale legge elettorale prevede alcuni elementi per favorire la parità di genere, che hanno funzionato in parte. La materia viene affrontata sia nella composizione delle liste per i collegi plurinominali, che nella scelta dei candidati in quelli uninominali.

In ogni collegio plurinominale ciascuna lista, all’atto della presentazione, è composta da un elenco di candidati presentati secondo un ordine numerico. […] in ogni caso, il numero dei candidati non può essere inferiore a due né superiore a quattro. A pena di inammissibilità, nella successione interna delle liste nei collegi plurinominali, i candidati sono collocati secondo un ordine alternato di genere

– Art. 1 comma 10 – Legge elettorale rosatellum bis
Per quanto riguarda i seggi assegnati con il metodo proporzionale, nella scelta del listino bloccato, le segreterie dei partiti sono obbligate a collocare i nomi secondo un ordine alternato di genere. Essendo che il numero di candidati non può essere inferiore a due o superiore a quattro, questo forza il rapporto di genere a essere o 1:1 o 2:1. Il sistema direziona quindi la scelta dei nomi, tentando, con dei limiti che poi vedremo, di pareggiare la presenza di uomini e donne nel parlamento italiano. Non solo, viene anche specificato che nella scelta dei capolista nessuno dei due generi può superare quota 60%.

Nel complesso delle candidature presentate da ogni lista o coalizione di liste nei collegi uninominali a livello nazionale, nessuno dei due generi può essere rappresentato in misura superiore al 60 per cento, con arrotondamento all’unità più prossima

– Art. 1 comma 10 – Legge elettorale rosatellum bis
Il rapporto 60-40 deve anche essere mantenuto nella scelta dei candidati nei collegi uninominali. Al livello nazionale quindi ogni lista, o coalizione di liste, deve selezionare i candidati assicurandosi che nessuno dei due sessi sia rappresentato in misura superiore al 60%.

Il problema delle pluricandidature
Sulla carta quindi il tentativo del legislatore di assicurare una rappresentanza omogenea dei due sessi è chiara. Ciò ha portato molti giornali in queste settimane a considerare un “fallimento” il non aver raggiunto quota 40% di donne nel parlamento italiano. Purtroppo però, per come è strutturata la legge elettorale, le regole sulle quote di genere sono fortemente depotenziate dalle pluricandidature. Un candidato nei collegi plurinominali può presentarsi in 5 diversi collegi al livello nazionale. In aggiunta a questi può anche correre in un collegio uninominale.

Cosa implica tutto questo? Per spiegarlo facciamo un esempio concreto. Come noto Maria Elena Boschi era la candidata del centrosinistra nel collegio uninominale di Bolzano. Allo stesso tempo però è stata candidata, come permesso dalla legge, in 5 diversi collegi plurinominali: Lazio 1-03, Lombardia 4-02, Sicilia 1-02, Sicilia 2-01 e Sicilia 2 -03. In tutti questi collegi Maria Elena Boschi era capolista, implicando che il secondo in lista fosse un uomo, sempre come richiesto dalla legge. In 4 dei 5 collegi plurinominali in questione il Partito democratico ha ottenuto un solo seggio, assegnato quindi a Maria Elena Boschi. Essendo però vincitrice del collegio uninominale di Bolzano, questi 4 seggi sono andati ai secondi in lista, ovviamente tutti uomini. In pratica, candidando la stessa persona in 5 collegi plurinominali, a cui si può anche aggiungere la candidatura in un collegio uninominale, le quote di genere vengono di fatto aggirate. Solo nel collegio Lazio 1-03, avendo il Pd ottenuto 2 seggi, è rientrata comunque una donna, in quanto l’esclusione della sottosegretaria ha fatto eleggere il secondo (uomo) e terzo candidato (donna) in lista.

Non si tratta di un caso isolato, e gli esempi che si possono citare sono molti, tra cui: Giorgia Meloni (candidata ed eletta all’uninominale di Latina e allo stesso tempo come capolista in 5 diversi collegi plurinominali) e Marianna Madia (candidata ed eletta all’uninominale Roma 2 e candidata come capolista in 2 diversi collegi plurinominali, nonché come seconda in altri 3). Proprio quest’ultima ci permette di analizzare un’altra fattispecie interessante.

Seconda in lista nel collegio Lazio 1 – 02, dove il Pd ha ottenuto 2 seggi, ha lasciato il posto a Michele Anzaldi, terzo in lista. Per via della sua elezione in un collegio uninominale, la contemporanea candidatura da seconda in lista in un collegio in cui il Pd ha ottenuto 2 seggi ha permesso a 2 uomini di essere eletti. .

È chiaro quindi che tutte le discussioni sulle quote rosa, la parità di genere e simili rischiano di diventare sterili se poi nel concreto ci sono modi per ovviare ai paletti legislativi.

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Perché per gli eletti 5 stelle sarà difficile dimettersi

filippo-roma-luigi-di-maio-755x515Il caso candidature dei 5 stelle ha riaperto il dibattito su rinunce e dimissioni dei parlamentari. La questione discussa è se e come un eletto possa rinunciare al seggio. Luigi Di Maio, capo politico del M5s, ha dichiarato:

“Chiederemo a queste persone di rinunciare alla proclamazione, cosicché tutti i cittadini possano votare serenamente il movimento perché comunque non verranno elette”.

– Di Maio su Facebook, 16 febbraio 2018

Le parole di Di Maio fanno pensare ad un percorso chiaro: se eletti, i candidati indesiderati rinunceranno alla proclamazione e prenderà il loro posto un altro eletto della stessa lista. Ma è davvero così semplice?

Nel post Di Maio cita la tesi del prof. Ainis, secondo cui un candidato può rinunciare alla candidatura. La legge elettorale in effetti contempla esplicitamente questa possibilità almeno fino alla scadenza della presentazione dei candidati (Dpr 361/1957, art. 22 comma 6 ter). Sul dopo la questione è più dibattuta. Stando quanto riportato dalla stessa senatrice Paola Taverna (M5s) la rinuncia di Emanuele Dessì sarebbe stata ricusata dalla corte d’appello proprio perché presentata oltre la scadenza dei termini.

Infatti l’ipotesi del leader 5 stelle non ricalca quella del prof. Ainis. Di Maio non parla di rinuncia alla candidatura, ma di rinuncia alla proclamazione. La proclamazione è un passaggio tecnico che avviene dopo le elezioni. Sulla base dei risultati ottenuti da ciascuna forza politica, gli uffici elettorali circoscrizionali e regionali (organismi terzi, composti da magistrati) dichiarano quanti e quali candidati sono stati eletti. Devono escludere quelli che erano incandidabili sulla base della legge Severino, ma stiamo parlando di condannati in via definitiva per reati con pene superiori a due anni. I casi emersi finora invece riguardano solo regole interne del movimento (mancati versamenti, appartenenza alla massoneria, caso affittopoli).

Rimane un’ultima ipotesi: dare le dimissioni da parlamentare dopo essere stato eletto. Seguendo questa strada però nemmeno la volontà personale è sempre sufficiente. Un parlamentare infatti può rimettere il mandato per due ragioni:

perché è stato eletto o nominato per una carica che è formalmente incompatibile con il mandato parlamentare (ad esempio, un deputato che viene nominato assessore regionale oppure viene eletto parlamentare europeo). In questo caso le dimissioni sono un atto dovuto e l’accettazione delle dimissioni è quasi automatica. Quando le dimissioni per incompatibilità vengono presentate, il presidente della camera o del senato le comunica all’aula e i colleghi ne prendono atto senza voto. Contemporaneamente viene proclamato in sostituzione il primo dei non eletti della stessa lista;
per motivi personali e altre ragioni analoghe. In questo caso l’iter è molto più complesso, la richiesta di dimissioni deve essere calendarizzata e poi approvata a maggioranza dalla camera di appartenenza (con voto a scrutinio segreto). Perciò per dimettersi non è sufficiente la volontà del singolo: camera e senato possono anche respingere le dimissioni e il parlamentare rimane in carica.
Ma perché è così difficile dimettersi? Il costituente voleva evitare che deputati e senatori lasciassero il posto dopo aver subito delle pressioni, magari per far entrare eletti più fedeli alla linea del partito. Le recenti dichiarazioni di Di Maio che ventila denunce per danni di immagine vanno proprio nella direzione opposta, e fanno pensare che, se anche si dimetteranno, le camere bocceranno la richiesta.
Ce lo dicono i dati della legislatura che si sta chiudendo: sono stati 53 i parlamentari che si sono dimessi, ma nel 75% dei casi si è trattato di rinunce per incompatibilità, che quindi non hanno avuto bisogno di approvazione. Solo 13 volte le camere hanno approvato le dimissioni di un loro membro, ma in molti casi i dimissionari hanno giustificato la loro rinuncia al seggio con un nuovo incarico, legalmente non incompatibile con quello di parlamentare ma ritenuto comunque inconciliabile dal singolo. Ad esempio per impegni accademici, come Enrico Letta (Pd), chiamato come professore a Parigi e Raffaele Calabrò (Pdl, poi Ncd), diventato rettore dell’università campus bio-medico di Roma. Oppure Massimo Bray (Pd), che ha dato le dimissioni per dedicarsi a tempo pieno all’Istituto dell’enciclopedia italiana, di cui è attualmente direttore generale

13 i parlamentari che sono riusciti a dimettersi passando da un voto dell’aula

Due parlamentari (Ignazio Marino e Dario Nardella, entrambi Pd) si sono dimessi per candidarsi sindaci di Roma e Firenze. Anche in questi casi, essendosi dimessi prima delle elezioni, non c’era nessuna incompatibilità formale e quindi le dimissioni sono dovute passare dal voto delle rispettive camere. Dove l’approvazione non è per nulla scontata.

Per 13 parlamentari che ci sono riusciti infatti, ce ne sono 8 che – pur avendo dato le dimissioni – sono comunque rimasti in carica. La richiesta di alcuni di loro è stata respinta anche più volte.

Il record di tentativi è detenuto da Giuseppe Vacciano, senatore eletto con il M5s e poi passato al gruppo misto, che ha visto bocciata la sua richiesta per 5 volte. A seguire Giovanna Mangili e Cristian Iannuzzi, anche loro eletti con i 5 stelle, per 2 volte ciascuno. L’unico non 5 stelle a comparire nell’elenco dei “bocciati” è Walter Tocci (Pd), che aveva presentato le dimissioni per un contrasto con la maggioranza sul Jobs Act. La cosa che accomuna molti di questi casi è aver dato le dimissioni per un dissenso dal gruppo di appartenenza. Quindi questi precedenti lasciano immaginare che i candidati coinvolti nei casi, anche se davvero decidessero di dimettersi, probabilmente resteranno in carica per tutta la durata della prossima legislatura.

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Le missioni internazionali e il controllo delle frontiere

missioni estereLa partecipazione italiana alle missioni internazionali è ormai un impegno costante per il nostro paese. Per il 2018 è prevista la partecipazione a 42 missioni per un costo di 1 miliardo e 504 milioni di euro. Si tratta di un’ampia gamma di attività che varia molto sia per tipo di missione sia da un punto di vista finanziario. Rispetto al 2017 si è registrato un costo aggiuntivo del 5,4% dovuto principalmente all’avvio di nuove operazioni. Visto che nel fondo missioni, previsto dalla legge 145/2016, attualmente è stanziata una cifra non sufficiente a coprire il costo per tutto il 2018 (la copertura del fondo è di 995,7 milioni di euro), il parlamento al momento ha autorizzato le missioni solo fino a settembre.
L’autorizzazione parlamentare avvenuta il 17 gennaio, ormai a camere sciolte, ha seguito la nuova procedura prevista dalla legge n. 145/2016. In passato le missioni internazionali erano approvate con il cosiddetto «decreto missioni», uno strumento non adatto a regolare una materia come questa. Seguendo la nuova procedura le camere hanno autorizzato le missioni con apposite risoluzioni.
Il senato le ha votate in commissione, e nel resoconto non è specificato come si sono espressi i diversi gruppi. L’unico dato che emerge dal documento è che mentre le risoluzioni presentate dal Partito democratico (Pd) sono state adottate, quella presentata dal Movimento 5 stelle (M5s) è stata respinta.

Alla camera invece le risoluzioni sono state approvate in aula ed è quindi possibile ricostruire più dettagliatamente la dinamica del voto. La risoluzione presentata dalla maggioranza è stata approvata tramite 6 diverse votazioni (votazioni n. 1,2,3,4,5,6). Rispetto a queste i gruppi di opposizione si sono comportati di volta in volta in maniera diversa.

Intanto si è notata una distinzione nella coalizione di centro destra, infatti mentre Forza italia (Fi) e Fratelli d’Italia (Fdi) si sono espressi favorevolmente in tutte le votazioni, la lega si è astenuta. Il M5s e Liberi e uguali (Leu) invece hanno votato in maniera diversa a seconda dei casi. Comunque entrambe queste formazioni si sono espresse negativamente nella prima votazione, che riguardava anche l’avvio delle due nuove principali missioni in Libia e Niger. Al contrario nel secondo voto, che riguardava la maggior parte delle missioni già in corso, si sono espressi in maniera favorevole. Le opposizioni hanno anche presentato 3 risoluzioni, una di Leu (votaizone n. 7) e due del M5s (votazioni n. 8 e 9) che però sono state respinte.

La tempistica dell’approvazione non è stata casuale, infatti la nuova legge stabilisce che il governo presenti alle camere la relazione sulle missioni entro il 31 dicembre. Si trattava quindi dell’ultima possibilità per il parlamento di trattare la questione in questa legislatura. Se da un lato era necessario rifinanziare le missioni in corso, dall’altro M5s e Leu hanno sostenuto che fosse inopportuno, a camere sciolte, impegnare il futuro parlamento su nuove missioni, e hanno votato di conseguenza.

Sono 6 le nuove missioni che partiranno nel 2018, 5 delle quali in Africa. Per la durata fin ora autorizzata, ovvero fino a settembre 2018, il costo delle nuove operazioni ammonta a circa 83 milioni di euro, di cui il 78% riguarda Libia e Niger. Proprio questi due paesi sono stati anche i beneficiari della maggior parte delle risorse del fondo Africa che attualmente gli assegna circa 108 milioni di euro.Screenshot 2018-01-25 18.36.25

L’attenzione italiana per Libia e Niger è strettamente legata al controllo delle rotte migratorie. Non a caso sia le missioni internazionali sia i programmi previsti nel fondo Africa convergono sugli stessi obiettivi. Per entrambi i paesi una parte importante dei finanziamenti del fondo Africa riguarda il controllo frontiere, i rimpatri e l’assistenza a rifugiati. Allo stesso tempo la missione internazionale in Libia ha tra i suoi obiettivi il controllo e il contrasto dell’immigrazione illegale, mentre quella in Niger punta tra le altre cose, a concorre all’attività di sorveglianza delle frontiere.

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Parlamento. I cambi di gruppo a quota 481

Dopo la fine del gruppo a Palazzo Madama, gli ex Conservatori e riformisti entrano in Gal. voltagabbana214 i cambi di casacca al senato, contro i 267 di Montecitorio. Da inizio legislatura 1 parlamentare su 3 ha cambiato gruppo almeno una volta.

A inizio aprile la compagine parlamentare dei fittiani al senato era stata sciolta dall’ufficio di presidenza per mancanza del numero minimo di membri. Dopo un passaggio forzato al gruppo misto, tutti e 9 i senatori in questione sono passati in Grandi autonomie e libertà (Gal). Il primo è stato Luigi Compagna, poi seguito da Andrea Augello, e proprio in questi giorni dai 7 senatori rimanenti: Francesco Bruni, Luigi D’Ambrosio Lettieri, Salvatore Tito Di Maggio, Pietro Liuzzi, Luigi Perrone, Lucio Tarquinio e Vittorio Zizza.

Con questo ennesimo giro di valzer i cambi di gruppo da inizio legislatura salgono a quota 481. 267 sono avvenuti alla Camera, mentre 214 al senato, in un parlamento in cui ogni mese 9,6 eletti cambiano gruppo di appartenenza. Una media, come visto nel MiniDossier “Giro di valzer – 2016“, due volte superiore a quella della scorsa legislatura.Screenshot 2017-05-22 15.49.52

In totale i parlamentari interessati sono 319 (188 deputati e 131 senatori), il 33,58% dei nostri eletti. Fra i due rami quello più coinvolto sembra essere Palazzo Madama, in cui 4 parlamentare su 10 (il 40,94%) hanno cambiato gruppo almeno una volta dalle politiche del 2013. Percentuale leggermente più bassa a Montecitorio, 29,84%.Screenshot 2017-05-22 15.52.14

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Quanto spendono i comuni per le scuole dell’infanzia

ASILO NIDOSono oltre 23mila su tutto il territorio nazionale, per un totale di 1,6 milioni di iscritti secondo l’Istat. Vediamo come sono ripartite tra i vari enti che le gestiscono e quanto spendono le maggiori città italiane per offrire questo servizio. In testa Milano con oltre 100 euro pro capite.
Gli anni della scuola per l’infanzia non rientrano tra quelli della scuola dell’obbligo, in base alla legge statale. Anche per questa ragione possono gestirle vari soggetti, privati e pubblici. Oltre allo stato, ci sono anche gli enti locali e gli enti privati, come le istituzioni religiose.

Lo Stato gestisce oltre la metà delle scuole dell’infanzia (precisamente il 57,1%, secondo i dati Istat aggiornati al 2014). Seguono gli enti privati, con il 34,6% degli istituti. Residuali le scuole materne pubbliche ma non statali: 8,3%. Tra queste rientrano le comunali.chart

In tutti si tratta di 23.515 in tutta Italia, e ciascuno ospita un numero variabile di bambini. In media ci sono circa 70 bambini ognuno, ma con grandi differenze a seconda del tipo di istituto e della zona geografica. Molto meno variabile il dato sulle scuole materne statali: 78 bambini per istituto nel centro-nord e 73 nel mezzogiorno.
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Le scuole private sembrano avere una capienza minore, o comunque ospitano meno bambini: 59 come media italiana, con una media di 75 nel nord e una di 40 nel mezzogiorno e nelle isole.

Più articolato il dato per le scuole dell’infanzia comunali e pubbliche non statali. Nel centro Italia ospitano in media 94 bambini, nel nord 83 mentre nel sud solo 49 ciascuna. Da questi dati emerge una generale minore capienza delle scuole meridionali.

Attraverso openbilanci è possibile vedere quanto spendono le amministrazioni comunali italiane per le scuole primarie. La voce specifica contiene tutte le uscite sostenute per mantenere le strutture e le attività connesse.

Tra le città italiane superiori ai 200mila abitanti, quella con la maggiore spesa pro capite è il capoluogo della Lombardia. Milano è l’unica grande città che destina oltre 100 euro pro capite per le scuole materne . Seguono, praticamente a pari merito, Torino, Roma e Bologna. Tutte e tre le città spendono circa 82 euro a cittadino. A Trieste, poco staccata, questa voce del bilancio vale 76,22 euro per abitante.

Costano tra i 40 e i 50 euro per ogni abitante le scuole materne in diverse città: Venezia, Firenze, Verona, Genova e Padova (quest’ultima 39,43 euro). Segue Bari, con 23,4 euro per residente. Sotto i 10 euro per ogni abitante troviamo Catania, Napoli e Palermo.

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I comuni e la gestione dei servizi produttivi

acquaIn teoria anche gli enti locali possono produrre in proprio beni e servizi, quali la distribuzione di luce e gas, le farmacie, le centrali del latte. Tuttavia questo avviene per lo più in territori con esigenze particolari. In 9 grandi città su 14 questa spesa non supera l’euro per ogni residente.
Gran parte dei beni che acquistiamo e dei servizi di cui usufruiamo quotidianamente sono offerti da aziende private sul libero mercato. In altri casi sono forniti da società concessionarie di un servizio pubblico, per esempio quelle che si occupano di gestire utenze come luce, acqua e gas.

In alcuni territori però una serie di attività in grado di produrre utili, e di solito svolte da privati, possono essere offerte anche dal comune. È il caso delle farmacie municipali e di tutte le attività produttive gestite direttamente dagli uffici comunali, tra cui per esempio i servizi di teleriscaldamento o di distribuzione del gas.

Non è frequente che questi servizi siano gestiti dall’amministrazione comunale, e nel corso degli ultimi decenni si è avviata una progressiva esternalizzazione verso società pubbliche o private. Dunque spesso questo tipo di attività resta come residuo del passato. In alcuni casi però il comune interviene per colmare un vuoto del mercato: per esempio nelle zone montane, dove offrire determinati servizi sarebbe troppo oneroso per un privato.

Attraverso openbilanci.it è possibile vedere quanto vale questo tipo di spesa sui bilanci dei comuni che la sostengono, consultando la voce “servizi produttivi dei comuni”. La quale comprende prestazioni quali la distribuzione del gas, le centrali del latte, i servizi di teleriscaldamento, di distribuzione dell’energia elettrica e le farmacie comunali. Abbiamo controllato la voce per i centri sopra i 200mila abitanti, nei bilanci consuntivi per cassa del 2014.

Quasi tutte le maggiori città italiane hanno un livello bassissimo o nullo di spesa per servizi produttivi. Spendono 0 euro pro capite Torino, Padova, Bari, Genova e Milano. Ma anche a Firenze, Palermo, Verona e Bologna questa voce non supera l’euro per abitante. La città che si distacca con larghissima misura è Venezia con circa 327 euro pro capite in servizi produttivi. Una cifra spiegabile con la conformazione e le esigenze specifiche del capoluogo lagunare. È infatti evidente che questo tipo di spesa si trovi più facilmente in contesti particolari, mentre in gran parte delle città maggiori è praticamente inesistente. Nei primi tre posti della classifica anche Catania (14 euro circa per abitante) e Trieste (con 12,14 euro).

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Corte Costituzionale, come funziona, cosa decide

Consulta-BesostriNei prossimi giorni sono attese sentenze su due materie di grande importanza per l’agenda politica, il jobs act e l’italicum. Visto il notevole impatto di alcuni recenti pronunciamenti, già da diversi mesi la consulta e le sue decisioni sono al centro dell’attenzione.

Funzioni e attività della corte costituzionale

L’articolo 134 della costituzione italiana prevede che la corte costituzionale, oltre a giudicare la legittimità delle leggi, sia competente sui conflitti tra organi dello stato, sui conflitti tra stato e regioni, che giudichi sulle accuse al presidente della repubblica e stabilisca l’ammissibilità delle richieste di referendum abrogativi.

Il giudizio di legittimità costituzionale avviene di solito in via incidentale. Cioè se nel corso di un qualsiasi processo un giudice, di sua iniziativa o su richiesta di una delle parti, ritiene dubbia la costituzionalità di una norma può rinviarla al giudizio della corte costituzionale. Per esempio, nel caso dell’ultima sentenza che ha dichiarato incostituzionali alcune parti della legge 40, la questione è stata sollevata dal tribunale di Napoli nel corso di un processo penale in cui alcuni medici erano accusati di reati previsti da questa legge. Il giudice aveva dei dubbi sulla costituzionalità di queste norme ed avendone valutata la «rilevanza e la non manifesta infondatezza» ha deciso di porre alla corte la questione di legittimità costituzionale. In questo modo i giudici svolgono un ruolo di “portiere del giudizio di costituzionalità” evitando che la consulta venga investita da troppe richieste non rilevanti.

Il ricorso in via principale invece avviene per i conflitti di attribuzione tra stato e regione, o tra regioni. Questo succede quando una di queste istituzioni ritiene che un’altra abbia invaso, con un atto legislativo, la sua sfera di competenza. In questo caso può essere fatto ricorso presso la corte in via principale, senza quindi dover prima passare da un giudice ordinario. Quando il ricorso riguarda atti non legislativi è chiamato conflitto tra enti. Questo tipo di conflitti, un tempo abbastanza limitati, dopo la riforma costituzionale del 2001 sono molto aumentati, arrivando a pesare di più sul totale dei giudizi.

Per atti non legislativi, alla corte compete anche il giudizio sui conflitti tra poteri dello stato. È questo ad esempio il caso di conflitti tra un ministro e un pubblico ministero o tra un ministro e il capo dello stato.

La corte giudica inoltre sull’ammissibilità dei referendum abrogativi dopo che l’ufficio centrale della corte di cassazione ha ritenuto regolari le richieste. La consulta valuta innanzitutto che il quesito non tocchi materie che la costituzione esplicitamente esclude dal voto referendario: leggi tributarie, leggi di bilancio, leggi di autorizzazione a ratificare trattati internazionali, leggi di amnistia e di indulto. Inoltre la corte negli anni ha ritenuto di estendere il proprio giudizio anche a principi generali ricavabili dalla costituzione.

Infine la corte giudica sulle accuse al presidente della repubblica, che possono essere di alto tradimento o attentato alla costituzione. Affinché questo processo sia avviato il presidente della repubblica deve essere messo sotto stato di accusa dalla maggioranza assoluta del parlamento, in seguito il processo viene portato avanti dalla corte costituzionale con l’aggiunta di sedici giudici popolari (cittadini sopra i cinquant’anni estratti a sorte). Questo tipo di giudizio non ha per ora mai avuto luogo anche se per ben tre volte è stato proposto l’avvio della procedura. Tuttavia solo una volta, nel 1991, la messa in stato d’accusa è stata formalmente presentata in parlamento dal Pds nei confronti dell’allora presidente Cossiga.
La composizione della corte

Dato il suo ruolo di garanzia la corte deve esprimere il massimo dell’imparzialità e della competenza, per questo la costituzione ha previsto che i suoi componenti venissero scelti da diverse istituzioni con procedimenti complessi. Innanzitutto, per essere nominati, i membri della corte devono provenire o da supreme magistrature o essere professori ordinari di diritto, oppure avvocati con almeno venti anni di esperienza. Dei quindici membri che la compongono, un terzo viene eletto dalle supreme magistrature, un terzo dal parlamento in seduta comune e un terzo dal capo dello stato.

L’elezione di cinque giudici da parte delle supreme magistrature è a sua volta ripartita in modo che tre giudici siano eletti dalla corte di cassazione, uno dal consiglio di stato e uno dalla corte dei conti. L’elezione avviene in ogni caso a maggioranza assoluta, con eventuale ballottaggio.

L’elezione da parte del parlamento è quella più complessa. Infatti per evitare nomine di parte, è richiesta una maggioranza dei due terzi dei componenti per i primi due scrutini e di tre quinti in quelli successivi.

Infine il presidente della repubblica nomina gli altri cinque membri, considerando le scelte del parlamento in funzione di riequilibrio.

I giudici sono eletti per nove anni (originariamente dodici) – una durata maggiore di ogni altra carica dello stato – e la loro successione avviene in modo graduale. In questo modo si cerca di evitare che cambiando troppi giudici in breve tempo, si modifichi bruscamente l’orientamento della corte. Dal 1956 a oggi sono già stati centodieci i giudici designati alla consulta , di cui quaranta eletti presidenti della corte. Non è richiesta una soglia minima di età per accedere alla corte ma in base agli altri requisiti richiesti di solito i giudici entrano in carica in età avanzata.
La corte è un organo collegiale e prende le sue decisioni collettivamente. Dunque è importante che la corte sia quanto più possibile al completo, per non rallentarne i lavori e perché è necessaria la presenza di almeno undici giudici affinché possa deliberare. I giudici dovrebbero essere 15, tuttavia spesso accade che siano meno a causa di ritardi, da parte del parlamento, nella sostituzione di un membro uscente. Nella seconda metà del 2015 si è arrivati ad avere solo dodici giudici costituzionali, giusto uno in più rispetto al numero legale. Finalmente a dicembre, arrivato al trentaduesimo scrutinio, il parlamento è riuscito a eleggere i tre giudici necessari a ripristinare il plenum. Ad oggi ne sono 14 e la nomina del membro mancante spetta al parlamento.

Il presidente è considerato primus inter pares, dunque il suo voto vale come quello degli altri giudici, eccetto in casi di parità. È eletto a maggioranza assoluta, con eventuale ballottaggio, per tre anni. Il mandato sarebbe rinnovabile, tuttavia accade spesso che un presidente non termini neanche il primo mandato, visto che solitamente la scelta ricade tra uno dei membri più anziani. Al presidente spetta di definire il calendario dei lavori e assegnare a ciascun giudice il compito di relatore per le cause. Di solito queste funzioni non sollevano problemi, ma per il giudizio di costituzionalità sull’italicum ha suscitato diverse polemiche la decisione di spostare l’udienza a dopo il referendum costituzionale del 4 dicembre e poi al al 24 gennaio 2017.

La necessità di mantenere il carattere d’indipendenza e imparzialità della corte non ha impedito di designare giudici costituzionali che, negli anni, hanno avuto anche ruoli politici. Alcuni giudici costituzionali sono stati scelti tra ex parlamentari, membri dell’assemblea costituente, ministri e addirittura presidenti del consiglio, come nel caso di Giuliano Amato. Altre volte invece è successo che i giudici abbiano ricoperto ruoli di rilievo politico dopo aver concluso il loro mandato presso la corte, magari in virtù delle loro competenze. Questo è accaduto spesso durante governi cosiddetti “tecnici”, come nel caso del governo Ciampi o di quello Monti. Talvolta inoltre è capitato che alcuni giudici abbiano ricoperto ruoli politici sia prima che dopo il loro incarico alla consulta. È questo il caso dell’attuale presidente della repubblica che, prima di essere eletto alla corte costituzionale, è stato molti anni parlamentare, nonché ministro della difesa. Un altro caso eccellente è quello di De Nicola che dopo essere stato il primo presidente della repubblica e il primo presidente della corte costituzionale si è dimesso da questo ruolo ed è stato eletto al senato.
Per quanto riguarda la rappresentanza di genere, la corte costituzionale è stato un organo a composizione esclusivamente maschile fino al 1996 , quando l’avvocata Fernanda Contri è stata nominata giudice dal presidente Scalfaro. Dal 1956 a oggi sono state cinque le giudici della corte costituzionale rispetto a centocinque uomini (4,5%) . Attualmente sono tre le giudici in carica (20%). Dunque, anche se ancora in netta minoranza, si può vedere un progressivo riequilibrio di genere. È anche interessante notare che tranne l’ultima designazione femminile in ordine di tempo, quella di Silvana Sciarra, tutte le altre giudici sono state nominate da presidenti della repubblica.

Le principali sentenze di incostituzionalità degli ultimi anni

Nell’ultimo decennio alcune sentenze della corte hanno influito in maniera rilevante su temi di primo piano del dibattito politico nazionale. Tre in particolare hanno suscitato un certo scalpore: le sentenze sulla legge 40, sulla Fini-Giovanardi e sul porcellum.

La legge 40 sulla procreazione assistita è stata oggetto di ben quattro sentenze di illegittimità da parte della corte . Sentenze che hanno stabilito l’incostituzionalità di articoli molto importanti per l’impianto della legge, come il divieto per le coppie fertili, Il divieto di fecondazione eterologa, l’obbligo di impiantare al massimo tre embrioni tutti insieme e il divieto di selezione gli embrioni in caso di patologie genetiche (qui si può leggere la sentenza più recente).

Sulla Fini-Giovanardi – la legge che disciplinava l’uso delle sostanze stupefacenti – la corte costituzionale è intervenuta nel 2014. Con questa sentenza la consulta non è entrata nel merito del decreto ma sulla modalità della sua approvazione. Secondo la corte infatti la materia trattata era estranea all’oggetto del decreto e per questo incostituzionale. In questo modo la corte ha abrogato la Fini-Giovanardi ripristinando la disciplina precedente, ovvero la legge Iervolino-Vassalli.

Infine la sentenza che ha dichiarato incostituzionali alcuni aspetti del porcellum è stata importante per due ragioni. Prima di tutto per i suoi effetti politici, con il parlamento che ha dovuto formulare un’altra legge elettorale. La corte ha infatti dichiarato incostituzionale sia il premio di maggioranza senza soglia, che potrebbe portare a eccessive distorsioni nella rappresentanza, sia le liste bloccate troppo ampie, che non consentono all’elettore di capire chi sta effettivamente eleggendo. In secondo luogo la sentenza è importante da un punto di vista giuridico perché è una novità nell’azione di controllo della corte. Infatti non era mai successo prima che la consulta si pronunciasse su una legge elettorale. Questo perché la possibilità che durante un processo venga sollevata, in via incidentale, una questione di costituzionalità sulla legge elettorale è a dir poco remota. Tant’è che da più parti negli anni era stata sostenuta la necessità di una riforma che colmasse questa lacuna. Con questa decisione la corte ha sostanzialmente compiuto questa riforma tramite una sentenza, motivandola con la necessità di non avere zone franche rispetto al giudizio di costituzionalità.

La questione ha comunque sollevato un ampio dibattito e molti dubbi tra i costituzionalisti. Il punto sta nel fatto che l’oggetto dei due giudizi (quello davanti al giudice ordinario e quello costituzionale) dovrebbe essere diverso, o almeno così si è fin ora ritenuto in dottrina. In questo caso invece il ricorrente ha fatto causa alla presidenza del consiglio sostenendo che la legge elettorale (il porcellum) avesse leso il suo diritto di voto, violando quindi la costituzione. La questione posta al giudice ordinario e al giudice costituzionale era dunque la stessa. Così facendo si corre però il rischio svuotare il senso del giudizio per via incidentale, permettendo a chiunque di porre una questione di rilevanza costituzionale direttamente di fronte a un giudice.

Gennaio 2016: due sentenze decisive

Nei prossimi giorni la consulta dovrà decidere su due materie di primo piano nell’agenda politica nazionale . L’11 gennaio la corte dovrà rispondere sull’ammissibilità costituzionale del referendum abrogativo sul Jobs Act, mentre il 24 sarà la volta del giudizio di costituzionalità sull’Italicum.

Non è un caso che la corte si trovi a decidere sull’ammissibilità del referendum sul jobs act in questi giorni. Secondo la legge che disciplina la presentazione dei referendum, la corte ogni gennaio dedica al tema una speciale seduta, in cui racchiude tutti i giudizi di questo tipo per l’anno corrente. In questo modo la data in cui tenere i referendum abrogativi può essere stabilità tra il 15 aprile e il 15 giugno.

I quesiti referendari proposti dalla Cgil sono tre: il ripristino del reintegro in caso di licenziamento senza giusta causa; l’eliminazione dei voucher; la responsabilità e il controllo sugli appalti. Il primo è quello su cui c’è maggiore incertezza sulla sua ammissibilità. Infatti il quesito non si limita a ripristinare l’articolo 18 per come era prima della riforma, ma prevede il reintegro anche per le imprese sopra i 5 dipendenti. Dunque, secondo alcuni commentatori, visto che si tratta di un referendum abrogativo, questa formulazione rischia di essere ritenuta inammissibile, in quanto non si limiterebbe ad abrogare una norma ma ne creerebbe una nuova.
Il secondo giudizio atteso a gennaio è sull’italicum. Tra le questioni ammesse dalla corte le più discusse riguardano il premio di maggioranza e i capolista bloccati. Rispetto al premio di maggioranza, in fase di approvazione dell’italicum, erano state considerate le motivazioni della corte fatte nella sentenza sul porcellum. Ed era stata inserita la soglia del 40% per accedere al premio di maggioranza, e il ballottaggio nel caso in cui nessuno raggiungesse quella quota. Adesso viene però contestata l’assenza di un quorum minimo di votanti, senza il quale, secondo i ricorrenti, può capitare che una minoranza molto ristretta di elettori garantisca a una lista una maggioranza di seggi troppo sproporzionata rispetto ai voti ricevuti. Rispetto al sistema dei capolista bloccati invece i ricorrenti contestano che «la grande maggioranza dei deputati […] verrà automaticamente eletta senza essere passata attraverso il vaglio preferenziale degli elettori».

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“Poveri noi”, dossier
sulla povertà in Italia

italiani-milioni-poveriDopo quasi dieci anni di crisi, la povertà è raddoppiata. Ma il welfare italiano sembra ancora poco adatto a rispondere alle nuove forme di difficoltà economica. Tutti i dati nel nuovo MiniDossier openpolis “Poveri noi”, in collaborazione con ActionAid.

Dieci anni di crisi. Nel 2005 circa 2 milioni di persone si trovavano in povertà assoluta, ovvero il 3,3% della popolazione non era in grado di permettersi un paniere di beni considerato minimo per una vita accettabile. Nel 2015 sfiorano i 4,6 milioni, il 7,6% dei residenti in Italia. Nel mezzo si trova la crisi economica con la perdita di posti di lavoro e la difficoltà a trovare un impiego da parte dei giovani, che ha rallentato la possibilità di creare nuove famiglie. L’incremento più drammatico tra 2011 e 2013: in un solo triennio i poveri assoluti sono passati dal 4,4 al 7,3% della popolazione.

Lavoro e povertà. Si trova in condizione di povertà assoluta il 19,8% delle famiglie dove la persona di riferimento è in cerca di occupazione. Ma non è solo la mancanza di lavoro a causare l’impoverimento. Anche la struttura del mercato del lavoro che si è affermata dopo la crisi può aver contribuito ad aumentare i poveri. Nelle famiglie operaie il tasso di povertà assoluta è triplicato tra 2005 e 2015, passando dal 3,9 all’11,7%. Inoltre nel corso dei 10 anni è aumentato il numero di persone che lavorano con contratti di poche ore: +28,07% chi lavora tra 11 e 25 ore a settimana, +9,06% chi lavora anche meno di 10 ore a settimana.

Povertà giovanile. Nel 2005 i più poveri erano gli anziani sopra i 65 anni (4,5% circa), e comunque fino al 2011 non si registravano grosse differenze di povertà tra le varie fasce d’età. La crisi, distruggendo posti di lavoro, ha capovolto questa situazione: in un decennio il tasso di povertà assoluta è diminuito tra gli anziani (scesa al 4,1%), mentre è cresciuto nelle fasce più giovani: di oltre 3 volte tra i giovani adulti (18-34 anni) e di quasi 3 volte tra i minorenni. Tra le cause, anche l’altissima percentuale di persone che non studiano, non lavorano e non sono in formazione (i cosiddetti neet). Nella fascia d’età tra i 15 e i 24 anni l’Italia è il paese dell’Unione europea con la più alta percentuale di neet, mentre in quella tra 15 e 29 anni è seconda dopo la Bulgaria.

Povertà femminile. La percentuale di donne in povertà assoluta è raddoppiata tra 2005 e 2015, in linea con l’andamento nell’intera popolazione. In questi anni è aumentato il divario salariale di genere (dal 5,1% del 2007 al 6,5% 2014), anche se resta più contenuto rispetto ad altri paesi. In Italia la povertà femminile spesso deriva dal mancato accesso delle donne al mercato del lavoro, soprattutto dopo la maternità. Nella classifica delle lavoratrici con un figlio siamo penultimi in Europa, seguiti solo dalla Grecia. Nel 2015 la quota di donne con un figlio che lavorano (56,7%) è inferiore alle lavoratrici con almeno tre figli in Danimarca (81,5%).

Il welfare italiano. Vista la crescita delle difficoltà economiche diventa cruciale il ruolo dello stato sociale nel ridurre il tasso di povertà. L’Italia spende in protezione sociale (al netto della spesa sanitaria) il 21,4% del pil, cioè sopra la media Ue pari al 19,5%. Ma in termini di riduzione della povertà, il nostro paese potrebbe fare di più: prima dei trasferimenti sociali si trova a rischio povertà il 45,8% della popolazione, mentre dopo si scende al 19,4%. Il welfare francese riduce il rischio povertà dal 44,4% al 13,3%, quello svedese dal 44% al 15,1%. È importante sottolineare che poca della nostra spesa sociale viene destinata ai soggetti che, con la crisi, hanno subìto maggiormente l’impoverimento. In Italia la tutela dalla disoccupazione e dal rischio esclusione impiega il 6,5% della spesa in protezione sociale, contro il 15,8% della Spagna, il 12,1% della Francia, l’11,7% della Germania e il 10,9% del Regno Unito. La quota di spesa sociale destinata alle famiglie, ai bambini e al diritto alla casa supera la doppia cifra negli altri stati europei, mentre da noi si ferma al 6,5%.

Blog Openpolis

MiniDossier Openpolis. “Poveri noi” è il numero 11/2016 della collana di approfondimento MiniDossier. L’impostazione di data journalism prevede la verifica, l’analisi e la comparazione dei dati provenienti da fonti ufficiali per fare emergere notizie e proporre punti di vista nuovi e diversi.

Politica e Governo. Uso
e abuso dei decreti legge

decreto-leggeUno dei compiti della classe politica è individuare criticità e problemi, e cercare delle soluzioni. Uno strumento che negli anni è finito più volte al centro del dibattito politico è il decreto legge. Nato per affrontare situazioni di emergenza e urgenza, con il tempo è diventato il mezzo principale con cui i governi hanno portato avanti la propria agenda politica. Una forzatura del precetto costituzionale che ha portato i decreti legge a diventare uno dei tipi di provvedimenti più discussi in parlamento.

La riforma costituzionale su cui si vota il 4 dicembre prevede dei limiti all’uso dei decreti legge e allo stesso tempo introduce uno strumento per facilitare l’applicazione dei programmi di governo. Ma prima di vedere le soluzioni proposte, cerchiamo di capire la portata del problema.

Cosa sono i decreti legge e quanto vengono utilizzati

Art. 77 della costituzione italiana – Il Governo non può, senza delegazione delle Camere, emanare decreti che abbiano valore di legge ordinaria. Quando, in casi straordinari di necessità e di urgenza, il Governo adotta, sotto la sua responsabilità, provvedimenti provvisori con forza di legge, deve il giorno stesso presentarli per la conversione alle Camere che, anche se sciolte, sono appositamente convocate e si riuniscono entro cinque giorni. I decreti perdono efficacia sin dall’inizio, se non sono convertiti in legge entro sessanta giorni dalla loro pubblicazione. Le Camere possono tuttavia regolare con legge i rapporti giuridici sorti sulla base dei decreti non convertiti.
Nell’ordinamento costituzionale italiano il governo detiene il potere esecutivo. Ma può esercitare anche il potere legislativo, attribuito normalmente al parlamento, in tre modi:

attraverso la presentazione di disegni di legge ordinari al parlamento;
con l’emanazione di decreti legislativi (in seguito a deleghe specifiche ricevute dal parlamento);
con la deliberazione di decreti legge.
Quest’ultimo è un atto normativo con valore di legge utilizzato dal governo in casi straordinari di necessità e urgenza. I decreti legge hanno effetto immediato, e devono poi essere convertiti in legge dal parlamento entro 60 giorni.
Come si può vedere dal grafico l’utilizzo dei decreti legge nel corso degli anni è stato molto ricorrente. I 4 governi delle ultime due legislature hanno emanato in totale 197 decreti legge, circa 2 ogni mese. I governi Monti e Letta, i più brevi fra i quattro elencati, hanno fatto registrare una media addirittura superiore. Questi provvedimenti vengono poi per lo più convertiti in legge dal parlamento. Dei 197 provvedimenti, ben 167 (l’84,77%) hanno completato con successo l’iter legislativo passando per l’approvazione di camera e senato entro i 60 giorni richiesti.

Raramente poi la mancata conversione in legge da parte del parlamento ha significato una bocciatura politica da parte di camera e senato. Spesso infatti in seguito al mancato voto il contenuto del decreto è stato riproposto in altra forma, oppure è stato abbandonato per scelta del governo, più che del parlamento.

È evidente che negli anni il raggio d’azione dei decreti legge si è ampliato notevolmente, a volte forzando la definizione costituzionale di “casi straordinari di necessità e urgenza”. Una situazione tanto più palese se si considera il notevole peso di questa mole di decreti sulla produzione legislativa totale del parlamento italiano.

Il peso dei decreti legge sull’attività del parlamento

La tendenza dei governi a usare in modo ricorrente lo strumento del decreto legge è ormai prassi condivisa. Un modo di fare, però, che come abbiamo visto stravolge la natura di questo tipo di provvedimento, trasformandolo da straordinario in ordinario.

Dal 2008 a oggi, nelle ultime due legislature, circa il 20% delle leggi approvate da camera e senato è composto da conversioni di decreti legge. Una percentuale che sotto il governo Letta era salita persino al 61%, e che con l’esecutivo Renzi si attesta intorno al 20%. In questa legislatura la media è del 25%, 1 legge su 4.

Queste percentuali hanno ancora più importanza se si considerano anche gli altri tipi di leggi approvate. Come abbiamo visto nel nostro MiniDossier “Premierato all’italiana” (uscito nel dicembre scorso), oltre il 36% dei provvedimenti promulgati sono ratifiche di trattati internazionali. Decreti legge e ratifiche messi insieme costituiscono quindi la maggioranza delle leggi approvate. Questo elemento rende la distorsione del decreto legge ancora più critica, poiché ha delle conseguenze dirette sullo spazio di iniziativa legislativa lasciato ai parlamentari.

L’uso improprio dei decreti legge

Il fatto che gli ultimi quattro governi abbiano spesso usato i decreti per legiferare non è di per sé un problema. Un uso legittimo dello strumento, per quanto ricorrente, sarebbe solo una conseguenza naturale di esigenze politiche del paese: in casi di necessità e urgenza, il governo delibera un decreto legge per avere soluzioni tempestive.

Il problema però è che spesso non è così, anzi. Per tentare di capire l’uso concreto che è stato fatto dello strumento abbiamo fatto un esperimento. Prendendo i decreti legge convertiti dal nostro parlamento durante i governi Letta e Renzi, abbiamo categorizzato i provvedimenti per tipologia. La classificazione scelta è redazionale e non regolata formalmente. Data la complessità della materia e dei testi, il risultato ottenuto è puramente esemplificativo.

La tipologia più ricorrente è quella dei decreti legge adottati per realizzare l’agenda di governo: proposte politiche per l’attuazione del programma. In questa categoria troviamo per esempio: decreto irpef sugli 80 euro, decreto sul finanziamento pubblico ai partiti, decreto lavoro – jobs act, decreto del fare, decreto scuole belle, decreto pensioni, decreto musei, decreto destinazione e altro.

La seconda categoria più frequente è composta dai decreti legge che affrontano tematiche nate in corso di legislatura che, per quanto non programmabili, non possono comunque essere classificate come emergenze tali da richiedere un provvedimento con effetto immediato. In questa categoria possiamo far rientrare, fra gli altri: decreto sul processo civile, sui fallimenti, sulla competitività, anti-femminicidio, la riforma delle banche di credito cooperativo o il decreto per superare gli ospedali psichiatrici giudiziari. Queste prime due categoria analizzate sembrano essere quantomeno delle forzature nell’uso della decretazione d’urgenza.

In questa legislatura ci sono state anche emergenze vere, e alcuni decreti sono stati adottati per affrontarle: decreto ricostruzione (dopo i recenti terremoti), decreto giubileo-expo, decreto terra dei fuochi, decreto Ilva e altri. Nella classificazione che abbiamo fatto dei decreti legge seguono altre 4 categorie, che ormai per prassi rientrano nell’uso accettabile dello strumento, ma che a tratti possono risultare delle forzature, soprattutto perché l’uso ricorrente li rende più ordinari che straordinari: l’annuale milleproroghe (proroga di disposizioni legislative la cui efficacia cesserebbe altrimenti alla fine dell’anno; il semestrale o annuale decreto missioni (che proroga gli stanziamenti per la partecipazione dell’Italia a missioni militari); il decreto enti locali (misure finanziarie urgenti per gli enti territoriali e il territorio) e infine i decreti election day (misure per il corretto svolgimento delle tornate elettorali).

Per quanto esemplificativo, l’esperimento aiuta a capire quanto l’utilizzo fatto dai vari governi dei decreti legge sia stato quantomeno discutibile.

I limiti ai decreti legge e l’approvazione a data certa

Dunque la decretazione d’urgenza da parte degli ultimi governi è stata spesso usata più per implementare l’agenda di governo che per affrontare casi di straordinaria urgenza come prevede la costituzione.

La riforma costituzionale varata dal parlamento e ora nella mani dei cittadini cerca di affrontare il problema, con due novità principali. Innanzi tutto vengono inseriti in costituzione limiti per l’uso dei decreti legge. Secondo gli eventuali nuovi commi 4 e 5 dell’articolo 77, non si potranno più emanare decreti per conferire deleghe legislative, in materia costituzionale ed elettorale, per ratifiche di trattati e per le leggi di bilancio. Non si potranno rinnovare decreti legge già bocciati dalla camera, regolare rapporti giuridici su base di decreti non convertiti e ripristinare l’efficacia di disposizioni dichiarate illegittime della corte costituzionale. In aggiunta i decreti dovranno avere un contenuto specifico, omogeneo e corrispondente al titolo: dunque nel corso dell’esame non potranno essere approvate disposizioni estranee all’oggetto o alla finalità del decreto. In realtà tutti questi limiti sono già previsti dall’ordinamento attuale ma a livello di legislazione ordinaria, mentre con la riforma verrebbero inseriti in costituzione.

Oltre a questi aspetti, che modificano uno strumento già esistente, la riforma prevede una seconda novità. Il nuovo settimo comma dell’articolo 72 della costituzione, infatti, introduce l’approvazione a data certa. Si tratta della possibilità per il governo di chiedere alla camera dei deputati che un disegno di legge, essenziale per l’attuazione del programma di governo, sia sottoposto alla votazione finale entro 70 giorni (prorogabili fino a un massimo di 90 dalla richiesta). Questo strumento non potrà essere usato per alcuni tipi di leggi: quelle di approvazione bicamerale, in materia elettorale, per la ratifica trattati, di amnistia/indulto e di bilancio. L’introduzione sembra rispondere alla necessità di limitare l’uso dei decreti legge per portare avanti riforme del governo e punti programmatici, fornendo quindi uno strumento ad hoc per questo tipo di azioni. A differenza dei decreti però, in cui effetti scattano dal momento della presentazione, qui bisognerà aspettare l’approvazione da parte del parlamento.

Dunque se da un lato la riforma cerca di limitare l’abuso che è stato fatto dei decreti legge negli anni, dall’altro fornisce al governo un ulteriore strumento per occupare l’agenda legislativa dei parlamentari.

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Speciale Referendum n.4

Fuori dal Comune. Dossier sui municipi commissariati

openpolis-comuni-675Quanti comuni vengono commissariati ogni anno e perché? Succede di più al nord o al sud? Un approfondimento storico e regionale sullo scioglimento dei consigli comunali in Italia. Un fenomeno nazionale, ma con molte differenze territoriali. Il nuovo MiniDossier “Fuori dal comune“.


Comuni commissariati
di OpenBlog

L’efficienza della politica locale. I provvedimenti con cui il presidente della repubblica, su proposta del ministro dell’interno, dispone di sciogliere un consiglio comunale sono un indice indiretto dell’efficienza delle amministrazioni. Basta pensare al comune di Roma. I tre commissariamenti che hanno coinvolto la capitale dal 2000 a oggi hanno di certo influito in modo negativo sulla capacità di erogare alcuni dei servizi fondamentali, e hanno avuto una parte nel determinare la mancanza di programmazione politica testimoniata negli anni.

Perché vengono commissariati. Le cause che possono portare allo scioglimento di un consiglio comunale sono varie. Le principali sono riconducibili a due macrocategorie: le questioni politiche, come le dimissioni dei consiglieri o del sindaco oppure le mozioni di sfiducia; e la cattiva gestione del comune o gli errori amministrativi (infiltrazioni mafiose, mancato approvazione del bilancio e decadenza del sindaco). La grande maggioranza dei casi registrati in Italia rientra in questi due tipi di cause.

Il trend negli anni. Dal 2001 al 2014 sono stati sciolti 2.385 consigli comunali. Con una media di 170 provvedimenti all’anno, il fenomeno è ormai una presenza fissa nelle vicende politiche del paese. Ogni anno sono 2,5 milioni (circa il 4%) i cittadini interessati da questo tipo di vicende in quanto residenti in comuni commissariati. Livelli importanti sono stati raggiunti con lo scioglimento dei consigli comunali di Roma nel 2001 e nel 2008, e di Reggio Calabria nel 2012.

Un’analisi regionale. I commissariamenti sono senza dubbio un fenomeno nazionale. Dal 2001 al 2014 è stato registrato almeno uno scioglimento in ben 18 delle 20 regioni italiane. Sei regioni da sole collezionano il 70,36% dei casi. Nell’ordine sono: Campania (18,28%), Lombardia (13,46%), Calabria (12,29%), Puglia (9,39%), Piemonte (8,39%) e Lazio (8,01%). È comunque da sottolineare che il fenomeno è più consistente al sud. La vera differenza infatti non è tanto il numero assoluto di commissariamenti, ma la loro incidenza sul territorio. In questo senso, la percentuale di comuni commissariati nelle regioni del mezzogiorno è molto più alta che al nord.

Le infiltrazioni mafiose. Dal 1991 al 2014 sono stati sciolti per mafia 258 comuni. Il dibattito sulla materia è sempre molto acceso, specie per il suo notevole peso sulle dinamiche politiche dell’ente locale. Particolarmente significativo è stato l’arrivo del governo tecnico guidato da Mario Monti nel 2012, quando i decreti di scioglimento per infiltrazioni mafiose sono aumentati del 380%. Anche qui le differenze territoriali sono tante: dei 171 casi registrati fra il 2001 e il 2014, il 97,08% è avvenuto nel mezzogiorno.

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Fuori dal comune” è il numero 08/2016 della collana di approfondimento MiniDossier. L’impostazione di data journalism prevede la verifica, l’analisi e la comparazione dei dati provenienti da fonti ufficiali per fare emergere notizie e proporre punti di vista nuovi e diversi. Anche per dare continuità a questo lavoro durante l’anno è fondamentale sostenere openpolis attraverso la campagna di donazioni o il 5×1000.