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Propaganda politica, novità lanciate da Facebook

propaganda-socialDa quando abbiamo lanciato la nostra campagna per il monitoraggio della propaganda politica sui social la materia, oltre a essere rimasta al centro del dibattito pubblico, ha avuto numerose evoluzioni.

L’ultima proprio in queste settimane, con l’introduzione da parte di Facebook di due novità.

Le sponsorizzazioni Attive

È ora possibile navigare su qualsiasi pagina Facebook e vedere l’elenco dei post sponsorizzati attivi in quel momento. Facciamo un esempio con la pagina dei Radicali italiani per rendere il tutto un po’ più chiaro.

Ogni pagina fan ha ora un tab sulla sinistra chiamato “Informazioni e inserzioni”, in cui viene pubblicato l’elenco delle inserzioni attive gestite da quel profilo. In aggiunta viene anche data la possibilità di monitorare tutte le volte che la pagina ha cambiato nome nel tempo.

novità-inserzioni-facebook

In questo caso Radicali italiani sta sponsorizzando un solo contenuto, e non ha mai modificato il nome della pagina da quando è stata creata il 4 maggio del 2010. Parliamo di informazioni preziose, ma comunque limitate. Gli utenti infatti non hanno un storico delle inserzioni, e non è possibile accedere ad un archivio storicizzato. Questione che però viene affrontata grazie alla seconda novità introdotta da Facebook.

L’Archivio della propaganda politica su Facebook

Il secondo elemento nuovo lanciato dal social di Palo Alto è un archivio delle inserzioni con contenuti di natura politica. Già presente negli Stati Uniti da maggio, sarà estesto anche al Brasile in vista delle prossime elezioni generali di ottobre.

L’archivio include le inserzioni di Facebook e Instagram che sono state classificate come inserzioni con contenuti di natura politica o relativi a questioni nazionali di importanza pubblica. Ad esempio, potreste trovare inserzioni sui candidati eletti, candidati per cariche pubbliche o temi come l’istruzione o l’immigrazione. Contiene tutte le inserzione che sono state avviate dal 7 maggio 2018, e queste saranno disponibili per circa 7 anni.

Navigare l’archivio è molto interessante, e vengono fornite una serie di informazioni che fino ad oggi non erano disponibili. Innanzitutto, visto che parliamo di sponsorizzazioni di contenuti politici, vengono rese disponibili sia quelle attive, che quelle non attive.

Per entrambe le tipologie poi, vengono comunicate le prestazioni delle inserzioni. Dall’ammontare di soldi spesi per la sponsorizzazione (non viene esposta la cifra esatta, ma una fascia di spesa), al numero di visualizzazioni, passando per tutti i dettagli del pubblico (età, sesso e luogo). Le informazioni sono poi disponibili per inserzionista (qui per esempio tutte quelle del presidente Trump).

L’archivio è disponibile in italiano, ma non ancora in Italia, nel senso che non è possibile per gli utenti segnalare contenuti politici, e visualizzare quelli che riguardano il nostro paese. Navigandolo è possibile trovare alcuni contenuti e post scritti da politici italiani (come in questi casi), ma solo perché, probabilmente erroneamente, sono stati selezionati utenti americani come target di riferimento.

E in Italia?

Per ora ancora nulla. Anche se, grazie al lavoro che abbiamo portato avanti in questi mesi, un archivio delle sponsorizzazioni di politici e partiti su Facebook è già disponibile.

Rilanciando il Political Ad Collector creato da ProPublica, testata indipendente americana, da oltre 5 mesi monitoriamo quotidianamente la propaganda social nel nostro paese. Abbiamo raccolto oltre 1.000 inserzioni, grazie al contributo degli utenti che hanno deciso di installare l’estensione sul proprio browser (qui per Firefox e qui per Chrome).

Mentre Facebook prende piccoli passi avanti verso la trasparenza, in Italia la legislazione in materia sembra ancora essere molto indietro. Gli aspetti centrali che vanno risolti riguardano due leggi: la 515 del 1993 e la 212 del 1956. La prima regola lo svolgimento delle campagne elettorali per le elezioni sia della camera che del senato, disciplinando l’obbligo di pubblicità per spese e contributi relativi al periodo elettorale. La seconda legge invece regola in maniera specifica la propaganda elettorale, più precisamente il cosiddetto silenzio elettorale.

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Non è paese per giovani, neanche in politica

giovani politicaIl tasso di cambiamento della politica italiana può essere misurato analizzando il livello di ricambio generazionale della sua classe dirigente.

Un lavoro necessario per capire quale sia il reale peso dei più giovani nei diversi organi istituzionali del paese. La prima considerazione da fare è che i giovani nella politica italiana non sono tanti, e pur allargando lo sguardo agli under 40 il risultato non cambia di molto. Nonostante in parlamento i dati siano in crescita, mai l’età media è stata così bassa, il quadro nazionale è più complesso. Sia nelle regioni che nei comuni capoluogo infatti a fare da padrone sono i nati negli anni ’70, soprattutto nei ruoli chiave.

Le riflessioni da fare quando si fanno questo tipo di analisi non devono limitarsi a guardare i numeri assoluti, per esempio quanti sono gli assessori comunali under 40, ma bisogna fare lo sforzo di entrare un po’ meglio nella natura di questi incarichi, per capire quanti di essi ricoprono le cosiddette key position. All’interno di uno stesso stesso organo infatti non tutti gli incarichi hanno lo stesso peso e, per esempio, un assessore al bilancio ha molta più influenza di un assessore allo sport.

Un tipo di considerazione particolarmente attinente al governo Conte. Se da un lato infatti gli under 40 sono solo 3 su 19, è anche vero che la presenza di un 32enne vice presidente del consiglio, Luigi Di Maio, rappresenta una novità non da poco.

La situazione in parlamento
Alla camera dei deputati la porzione più grande dei parlamentari aveva al momento dell’elezione tra i 30 e 40 anni, il 34,50%. Una fascia che per i motivi costituzionali, per essere eleggibili al senato bisogna avere almeno 40 anni, è completamente assente a Palazzo Madama, dove invece quasi la metà dell’aula (il 45,22%) aveva tra i 40 e i 50 anni. Intervallo che a Montecitorio riguardava il 31,32% degli eletti.

Il parlamento dei 40enni
Deputati e senatori divisi per fasce d’età
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È molto interessante vedere come il dato degli under 40 cambi nei diversi gruppi parlamentari di Montecitorio. Le due forze politiche attualmente al governo, Movimento 5 stelle e Lega, sono quelle con l’età media più bassa. In aggiunta guidano la classifica per percentuale di deputati under 40, il 70,72% del gruppo 5stelle e il 34,68% della Lega. I dati del partito guidato da Luigi Di Maio sono molto sopra la media, e risultano essere un’eccezione rispetto al resto degli schieramenti. Per fare un confronto, la percentuale di under 40 registrata dal Partito democratico è più di 3 volte inferiore a quella del M5s.

Il 70% dei deputati 5stelle ha meno di 40 anni
Percentuale di deputati under 40 nella XVIII legislatura
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Ma è scavando più affondo a questi numeri che emergono gli aspetti cruciali della materia. Quanti di questi under 40 ricoprono una posizione chiave all’interno di Montecitorio? Ad oggi possiamo contare alla camera 78 ruoli chiave: il presidente di aula, i 7 capigruppo, i 14 presidenti di commissione, i 28 vicepresidenti e i 28 segretari di commissione. Il 37,18% di questi 78 incarichi sono nelle mani di deputati under 40. Un dato certamente notevole, considerando che rispecchia perfettamente quello più generale dell’aula, dove gli eletti under 40 sono il 38,78%.

2 capigruppo su 7 alla camera hanno meno di 40 anni: Francesco D’Uva (Movimento 5 stelle) e Riccardo Molinari (Lega).

Particolarmente significativa la situazione per le presidenze di commissione, per il 50% in mano a parlamentari che hanno meno di 40 anni, come anche quella delle vice presidenze (42,86%). Altro incarico centrale per l’attività del parlamento è quello dei capigruppo. Dei 7 gruppi al momento attivi a Montecitorio, 2 sono guidati da deputati con meno di 40 anni. Parliamo nello specifico di Francesco D’Uva (Movimento 5 stelle) e di Riccardo Molinari (Lega).

Qual è la situazione nelle regioni
Circa il 22,90% dei consiglieri regionali in Italia aveva 40 anni o meno al momento dell’elezione. Percentuale che scende al 9,95% se si considerano invece le giunte regionali. Dati quindi notevolmente più bassi rispetto al parlamento.

La giunta con la percentuale più alta di membri under 40 al momento dell’insediamento è quella della regione Lazio, il 27,3% del totale. A seguire l’Abruzzo (25%), e il Friuli-Venezia Giulia (18,2%). Sopra soglia 15% anche la Basilicata (16,7) e il Molise (16,7).

Per come funziona l’attuale impianto normativo il numero di assessori dipende dalla grandezza della popolazione regionale: più è popolosa, più saranno i membri di giunta. Una dettaglio che è importante da sottolineare e che dà ulteriore importanza alla percentuale fatta registrare dalla regione Lazio. Regione che vista la popolazione, ha una delle giunte con più assessori.

Di tutt’altra natura invece le considerazioni da fare per 6 regioni (Calabria, Piemonte, Sardegna, Toscana, Trentino-Alto Adige e Umbria) che non avevano all’insediamento neanche un membro di giunta con di 40 anni. A queste possiamo anche aggiungere la giunta regionale molisana, dove il 50% dei membri aveva più di 60 anni.

Record di assessori under 40 nel Lazio
Più nello specifico a livello nazionale sono quindi 19 i membri di giunta regionale che al momento della nomina avevano meno di 40 anni. La giunta del Lazio è quella più rappresentata con ben 3 assessori (Alessandri, Onorati e Troncarelli), mentre a seguire rispettivamente con 2 troviamo l’Abruzzo (Paolucci e Sclocco), il Friuli-Venezia Giulia (Fedriga e Roberti) e la Lombardia (Cambiaghi e Piani).

Massimiliano Fedriga è l’unico presidente di regione che al momento dell’elezione aveva meno di 40 anni.

Presenti anche la Basilicata (Pietrantuono), la Campania (Marciani), l’Emilia-Romagna (Rossi), la Liguria (Giampedrone), le Marche (Bora), il Molise (Di Baggio), la Puglia (Piemontese), la Sicilia (Razza), la Valle d’Aosta (Aggravi) e il Veneto (Corazzari).

I comuni capoluogo, consigli e giunte
Nei consigli comunali delle città capoluogo gli over 60 sono più degli under 30, rispettivamente il 13% e l’8% degli eletti. Anche qua, raggruppando i consiglieri per fasce d’età, quelli tra i 40 e i 50 anni sono i più presenti.

il 70% dei consiglieri aveva più di 40 anni al momento dell’elezione.

Tra le 14 città metropolitane spiccano i dati di Torino, Bologna e Catania. In questi 3 comuni la percentuale di consiglieri comunali under 40 supera il 40%, raggiungendo il 45% nel capoluogo piemontese. Ben sotto la media nazionale invece quanto fatto segnare da Napoli (23,08%) e Venezia (19,44%), ultime tra le città prese in considerazione. Con risultati simili tra loro e leggermente sopra il dato nazionale quanto fatto registrare dai consigli comunali di Milano (34,69%) e Roma (33,33%).

Rispetto ai consigli, nelle giunte dei comuni capoluogo la percentuale di under 40 scende drasticamente.

All’interno delle giunte di queste città invece il dato degli under 40 scende notevolmente. Se i consiglieri nei comuni capoluogo con 40 anni o meno al momento dell’insediamento erano poco più del 30%, la percentuale per i membri di giunta scende al 23%. Questo vuol dire che il restante 76% aveva più di 40 anni, circa tre quarti dei nominati.

Nei comuni capoluogo gli assessori under 40 sono il 23%
Membri di giunta nei comuni capoluogo per fasce d’età

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Gli under 40 al momento della nomina o elezione, nel caso dei sindaci, sono più di 230. Tra questi figurano 17 sindaci, tra cui Virginia Raggi a Roma e Chiara Appendino a Torino, e ben 18 vice sindaci.

17 sindaci di comuni capoluogo al momento dell’elezione avevano 40 anni o meno.

Per quanto riguarda le specifiche mansioni che vengono assegnate agli assessori, la situazione è un po’ più complessa. Mentre la suddivisione delle deleghe nelle regioni segue degli schemi più regolari, lo stesso non si può dire dei comuni. Spesso infatti deleghe che possono essere considerate affini, vengono scorporate, e assegnate a più assessori. A questo poi bisogna aggiungere il ruolo delle dinamiche politiche locali, che rendono ogni caso particolare.

Le deleghe che più spesso vengono date agli assessori under 40 sono quelle allo sport e ai giovani.

Ciò detto le deleghe che più spesso sono state date ad assessori under 40 sono quelle allo sport e quella ai giovani. Queste due mansioni sono di gran lunga le più ricorrenti. A seguire l’ambiente e poi tutte le altre. Da notare come bilancio e sviluppo economico figurino in fondo a questa classifica. Ancora una volta man man chi ci si avvicina agli incarichi più di peso, più diminuisce il numero di under 40 presenti.

È giusto specificare che sono state calcolate le singole deleghe, conteggiate individualmente, e non gli assessori stessi, che quindi possono essere stati inclusi due volte da questo calcolo.

Sport e giovani le deleghe più ricorrenti agli assessori under 40
Deleghe più ricorrenti ad assessori under 40 nei comuni capoluogo

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Formate le commissioni… molti alle prime armi

commissioniDopo oltre 100 giorni dalle elezioni e 20 dall’insediamento del governo può realmente iniziare l’attività della XVIII legislatura. Ieri sono state formate le 28 commissioni permanenti (14 per ramo), con l’elezione dei vari uffici di presidenza. Un momento di snodo fondamentale per questa fase politica, soprattutto per quanto riguarda due aspetti: l’equilibrio di potere 5stelle-Lega, che ha portato a nomine incrociate tra presidenze e vice presidenze, e la situazione al senato, dove il governo continua ad avere un margine di vantaggio poco rassicurante.

Perché le commissioni sono importanti
Le commissioni parlamentari sono il centro dell’attività legislativa del nostro parlamento.

Sono il luogo in cui comincia l’iter di ogni proposta di legge, e in cui avviene la maggior parte del lavoro di deputati e senatori. Proprio per questo motivo l’attesa per la loro costituzione era molta, sia per sbloccare lo stallo legislativo in cui ci trovavamo, sia per analizzare in maniera definitiva gli equilibri di potere all’interno del nostro parlamento.

Gli equilibri interni alla maggioranza
Un primo elemento da considerare sono gli effetti di questo evento sull’equilibrio di maggioranza tra Movimento 5 stelle e Lega. Per prassi gli incarichi negli uffici di presidenza sono divisi nel seguente modo:

1 presidenza per le 28 commissioni permanenti (14 per ramo): tutte e 28 alla maggioranza;
2 vice presidenze per le 28 commissioni permanenti (14 per ramo): divise equamente tra maggioranze e opposizione, 28 e 28;
2 segretari per le 28 commissioni permanenti (14 per ramo): divise equamente tra maggioranze e opposizione, 28 e 28.
Questo vuole dire che i gruppi parlamentari che sostengono il governo devono riempire 84 caselle (28 presidenze, 28 vice presidenze e 28 segretari).

Alla Lega sono andati più incarichi che ai 5stelle

Al Movimento 5 stelle sono andate 17 presidenze su 28, lasciando le rimanenti 11 alla Lega. Per controbilanciare il tutto, sia le vice presidenze (17 su 28) che le segreteria (17 su 28) sono andate per il 60% a parlamentari leghisti. In totale quindi il 53,57% degli incarichi negli uffici di presidenze delle commissioni permanenti sono andati a deputati e senatori del movimento guidato da Matteo Salvini, nonostante questo abbia la metà dei parlamentari del Movimento 5 stelle.

17 vs 11 Al Movimento 5 stelle sono andate 17 presidenze di commissione, mentre le rimanenti 11 alla Lega

Come è andata per le opposizioni

L’altra fetta della torta riguarda chi non sostiene il governo Conte. All’insediamento dell’esecutivo ai voti contrari di gruppi come il Partito democratico, Forza Italia e Leu, hanno fatto eco le astensioni di Fratelli d’Italia e delle minoranze linguistiche. I 56 incarichi (28 vice presidenze e 28 segreterie) che quindi spettano al resto della platea parlamentare sono stati divisi perlopiù tra membri apertamente opposti al governo 5stelle-Lega, ma anche a parlamentari che non hanno negato la possibilità di seguire l’esecutivo su determinati provvedimenti.
Le vice presidenze sono state così spartite: 11 al Partito democratico, 10 a Forza Italia, 4 a Fratelli d’Italia, 2 a Liberi e uguali e 1 agli autonomisti. Quindi 5 dei 28 incarichi (il 18%) sono andati a gruppi che formalmente non escludono un sostegno al governo. In generale i due principali azionisti di opposizione, appunto Pd e Forza Italia, si sono divisi equamente quanto spettava loro, con 21 incarichi negli uffici di presidenza l’uno.
La posizione di Fratelli d’Italia continua ad essere ibrida, se da un lato con l’elezione di Rampelli alla vice presidenza della camera è andato a occupare uno slot spettante alla maggioranza, con la costituzione delle commissioni permanenti ha ottenuto incarichi spettanti all’opposizione.

L’esperienza parlamentare dei presidenti di commissione
Come abbiamo avuto modo di vedere la XVIII legislatura ha portato il più alto ricambio parlamentare della nostra storia repubblicana. In aggiunta il governo Conte è quello con la percentuale più alta di esordienti. Uno discorso analogo si può fare per le commissioni permanenti. Il 35,71% dei presidenti è alla prima esperienza in parlamento, e il 50% non ha mai fatto parte della commissione che presiede.

Il 50% dei presidenti non ha mai fatto parte della commissione che presiede
L’esperienza politica dei 28 presidenti di commissione
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Tra i due partiti al governo, a spingere in alto le percentuali è la Lega. Ben 7 degli 11 presidenti di commissione della Lega sono alla prima esperienza parlamentare: Bagnai, Benvenuto, Borghi, Giaccone, Morelli, Ostellari e Tesei. A loro aggiungiamo Borghesi e Saltamartini che non hanno mai fatto parte della commissione che presiedono.

La situazione al senato
Nel corso delle ultime settimane il governo Conte ha messo in piedi una serie di operazioni per salvaguardare i numeri della maggioranza a Palazzo Madama, dove il margine di vantaggio non è dei più solidi.

Le mosse per rafforzare la maggioranza

Sei dei 14 presidenti di commissioni al senato sono alla prima esperienza politica in parlamento. Sarà decisivo analizzare la loro capacità di districarsi nei complessi meccanismi parlamentari per assicurare che l’esecutivo non vada mai sotto in commissioni centrali per l’attività di governo come le commissioni giustizia, difesa e quella finanza-tesoro.

Il tema degli esordienti negli incarichi apicali delle commissioni non è da sottovalutare, soprattutto a Palazzo Madama. Oltre a molto del lavoro di contrattazione e mediazione che avviene sui testi in discussione, spesso e volentieri ai presidenti e vice presidenti di commissione viene affidato il ruolo di relatore per i provvedimenti del governo. È evidente quindi che si tratta di un ruolo molto dedicato, e l’inesperienza potrebbe avere delle ricadute sulla solidità del governo.

Parità di genere nelle commissioni
Per quanto riguarda la distribuzione degli incarichi apicali tra uomini e donne, una piena uguaglianza tra i due sessi sembra lontana. Dei 140 incarichi il 60% sono in mano a uomini, e il restante 40% a donne. Purtroppo più ci si avvicina ai ruoli più importanti, più aumenta il gap tra i generi. Le donne ricoprono il 46,43% dei ruoli da segretario, il 39,29% delle vice presidenze e 28,57% delle presidenze.

Nei ruoli apicali delle commissioni la parità di genere è un miraggio
Analisi degli uffici di presidenza delle 28 commissioni permanenti
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Governo. Le mosse per rafforzare la maggioranza

governo conteIl completamento della squadra di governo regala tanti spunti di analisi sulla maggioranza 5stelle-Lega.

Come abbiamo già avuto modo di raccontare, i numeri dell’alleanza a Palazzo Madama non erano solidissimi. Con soli 6 senatori di margine sulla soglia di maggioranza, il governo rischiava di partire con tranquillità ma di avere vita molto dura nel corso della legislatura. Il voto di fiducia sul nuovo governo però ha leggermente migliorato la situazione, con il voto favorevole dei 2 senatori 5stelle espulsi dal movimento e ora nel Misto, e dei 2 eletti all’estero con il Maie.

I senatori nella squadra di governo
Il margine sulla soglia di maggioranza dell’esecutivo è così passato da +6 a +10, dando un momentaneo sollievo alla stabilità del governo a Palazzo Madama. Le nomine di ministri, viceministri e sottosegretari hanno nuovamente messo in discussione gli equilibri. Ben 13 senatori sono infatti entrati nella squadra del governo Conte: 6 ministri (Bongiorno, Centinaio, Lezzi, Salvini, Stefani e Toninelli), e 7 sottosegretari (Borgonzoni, Candiani, Cioffi, Crimi, Merlo, Siri, Santangelo).

Per i tanti impegni istituzionali che avranno, i 13 senatori saranno spesso in missione, non potendo assicurare un’assidua partecipazione ai lavori dell’aula. Come analizzato nella scorsa legislatura infatti, i parlamentari a capo di un dicastero partecipano in media al 10% delle votazioni. Come se non bastasse nelle prossime settimane si formeranno gli uffici di presidenza delle 12 commissioni permanenti, incarichi che per la maggior parte andranno a senatori della maggioranza. Altri nomi che non potranno assicurare un’alta partecipazione ai lavori dell’aula.

Cosa vuol dire tutto questo? Sicuramente che il margine di +10 senatori sulla soglia di maggioranza è lontano dall’essere tranquillizzante, e che quindi il governo Conte deve trovare modi per rafforzare i suoi numeri. La prima mossa è stata quella di ufficializzare l’entrata nella maggioranza del Movimento associativo italiani all’estero (Maie), con la nomina di Ricardo Merlo a sottosegretario agli affari esteri e cooperazione internazionale. Il primo esecutivo della XVIII legislatura vede quindi insieme 3 partiti: Movimento 5 stelle, Lega e Maie.

La mossa alla camera
La seconda mossa è avvenuta a Montecitorio. Con le dimissioni del neo ministro Fontana dalla vicepresidenza dalla camera, lo slot è stato dato a Fabio Rampelli, deputato di Fratelli d’Italia. La decisione è importante: le 4 vice presidenze per prassi vengono spartite equamente tra maggioranza e opposizione. Prima alla formazione del governo Conte le posizioni erano ricoperte, per la maggioranza, da Fontana (Lega) e Spadoni (M5s), e per l’opposizione da Rosato (Pd) e Carfagna (Fi). Rampelli va quindi a ricoprire la vicepresidenza che spettava a un deputato di maggioranza.

Un gesto che ottiene ancora più significato se accostato alla posizione di Fratelli d’Italia proprio il giorno della fiducia al governo Conte.

“Noi, anche per questo non voteremo la fiducia a questo Governo e, anche per questo, non faremo parte della maggioranza che lo sostiene, però tiferemo perché questo Governo faccia bene, tiferemo e lavoreremo sodo, come abbiamo fatto sempre, perché, prima di ogni cosa, prima di ogni scelta, prima di ogni interesse, prima di ogni valutazione, noi siamo sempre, ovunque, dalla parte degli italiani”

Giorgia Meloni – Dichiarazioni di voto sulla fiducia al governo Conte

I deputati di Fratelli d’Italia si sono astenuti, lasciando però una porta aperta a future ed eventuali collaborazioni con l’esecutivo. In un certo senso quindi la nomina di Rampelli è l’ennesimo segnale di avvicinamento tra il movimento guidato da Giorgia Meloni e il governo. Avvicinamento che diventa sempre più fondamentale per la stabilità dell’esecutivo.

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Quando le pluricandidature limitano la parità di genere

maria elena boschiTra i numerosi temi ricorrenti del dibattito politico italiano c’è sicuramente la parità di genere. Anche queste elezioni hanno dato il loro contributo, soprattutto alla luce del risultato della consultazione nazionale svoltasi il 4 marzo scorso. Come abbiamo avuto modo di raccontare nel nostro report Tre poli contrapposti, il parlamento che si sta per insediare sarà quello con la percentuale più alta di donne.

Le donne nel parlamento italiano
Già nella scorsa legislatura avevamo testimoniato un’impennata delle donne in entrambi i rami. Alla camera l’aumento era stato del 50%, passando dal 20,41% della XVI legislatura al 30,7% della XVII. Con l’arrivo della XVIII legislatura la percentuale è destinata a crescere ancora, sino al 34,62%. Per capire quanto sono cambiati i numeri, basta pensare che solamente 10 anni fa, nella XV legislatura (2006-2008), le donne erano la metà, il 17,2%.

Pure a Palazzo Madama i numeri sono da record. Rispetto al 28,44% di senatrici della XVII legislatura, già percentuale più alta raggiunta fino ad all’ora, nella XVIII passeremo al 34,75%, segnando un aumento di 6 punti percentuali. Il trend negli ultimi anni ha portato a quasi raddoppiare la percentuale di donne, considerando che nel periodo 2006-2008 il dato era fermo al 13,43%.

Crescono le donne nel parlamento italiano
Andamento delle donne dalla I (1948) alla XVIII (2018) legislatura

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DA SAPERE
Per consentire il confronto tra legislature il totale è sul totale dei deputati e senatori. Sono stati considerati quindi sia quelli cessati, sia quelli subentrati in corso.

FONTE: openpolis

Scomponendo tutto questo per le principali liste di elezione, emergono delle considerevoli differenze. Guida il Movimento 5 stelle, il solo a sfiorare quota 40%, e sopra la media del parlamento. A seguire due dei principali sconfitti di queste elezioni: Forza Italia (34,93%) e il Partito democratico (33,93%). Molto più distanti le altre liste: la Lega e Fratelli d’Italia sono quasi 10 punti percentuali dietro al Movimento 5 stelle, rispettivamente al 30,89% e al 30,23%. Chiude Liberi e uguali, le cui donne rappresentano il 27,77% degli eletti.

Le donne elette nelle principali liste
Il risultato delle politiche 2018

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DA SAPERE
Per ognuna delle principale liste abbiamo calcolato la percentuale di donne sul totale degli eletti.

FONTE: openpolis

Cosa dice la legge elettorale rosatellum bis
L’attuale legge elettorale prevede alcuni elementi per favorire la parità di genere, che hanno funzionato in parte. La materia viene affrontata sia nella composizione delle liste per i collegi plurinominali, che nella scelta dei candidati in quelli uninominali.

In ogni collegio plurinominale ciascuna lista, all’atto della presentazione, è composta da un elenco di candidati presentati secondo un ordine numerico. […] in ogni caso, il numero dei candidati non può essere inferiore a due né superiore a quattro. A pena di inammissibilità, nella successione interna delle liste nei collegi plurinominali, i candidati sono collocati secondo un ordine alternato di genere

– Art. 1 comma 10 – Legge elettorale rosatellum bis
Per quanto riguarda i seggi assegnati con il metodo proporzionale, nella scelta del listino bloccato, le segreterie dei partiti sono obbligate a collocare i nomi secondo un ordine alternato di genere. Essendo che il numero di candidati non può essere inferiore a due o superiore a quattro, questo forza il rapporto di genere a essere o 1:1 o 2:1. Il sistema direziona quindi la scelta dei nomi, tentando, con dei limiti che poi vedremo, di pareggiare la presenza di uomini e donne nel parlamento italiano. Non solo, viene anche specificato che nella scelta dei capolista nessuno dei due generi può superare quota 60%.

Nel complesso delle candidature presentate da ogni lista o coalizione di liste nei collegi uninominali a livello nazionale, nessuno dei due generi può essere rappresentato in misura superiore al 60 per cento, con arrotondamento all’unità più prossima

– Art. 1 comma 10 – Legge elettorale rosatellum bis
Il rapporto 60-40 deve anche essere mantenuto nella scelta dei candidati nei collegi uninominali. Al livello nazionale quindi ogni lista, o coalizione di liste, deve selezionare i candidati assicurandosi che nessuno dei due sessi sia rappresentato in misura superiore al 60%.

Il problema delle pluricandidature
Sulla carta quindi il tentativo del legislatore di assicurare una rappresentanza omogenea dei due sessi è chiara. Ciò ha portato molti giornali in queste settimane a considerare un “fallimento” il non aver raggiunto quota 40% di donne nel parlamento italiano. Purtroppo però, per come è strutturata la legge elettorale, le regole sulle quote di genere sono fortemente depotenziate dalle pluricandidature. Un candidato nei collegi plurinominali può presentarsi in 5 diversi collegi al livello nazionale. In aggiunta a questi può anche correre in un collegio uninominale.

Cosa implica tutto questo? Per spiegarlo facciamo un esempio concreto. Come noto Maria Elena Boschi era la candidata del centrosinistra nel collegio uninominale di Bolzano. Allo stesso tempo però è stata candidata, come permesso dalla legge, in 5 diversi collegi plurinominali: Lazio 1-03, Lombardia 4-02, Sicilia 1-02, Sicilia 2-01 e Sicilia 2 -03. In tutti questi collegi Maria Elena Boschi era capolista, implicando che il secondo in lista fosse un uomo, sempre come richiesto dalla legge. In 4 dei 5 collegi plurinominali in questione il Partito democratico ha ottenuto un solo seggio, assegnato quindi a Maria Elena Boschi. Essendo però vincitrice del collegio uninominale di Bolzano, questi 4 seggi sono andati ai secondi in lista, ovviamente tutti uomini. In pratica, candidando la stessa persona in 5 collegi plurinominali, a cui si può anche aggiungere la candidatura in un collegio uninominale, le quote di genere vengono di fatto aggirate. Solo nel collegio Lazio 1-03, avendo il Pd ottenuto 2 seggi, è rientrata comunque una donna, in quanto l’esclusione della sottosegretaria ha fatto eleggere il secondo (uomo) e terzo candidato (donna) in lista.

Non si tratta di un caso isolato, e gli esempi che si possono citare sono molti, tra cui: Giorgia Meloni (candidata ed eletta all’uninominale di Latina e allo stesso tempo come capolista in 5 diversi collegi plurinominali) e Marianna Madia (candidata ed eletta all’uninominale Roma 2 e candidata come capolista in 2 diversi collegi plurinominali, nonché come seconda in altri 3). Proprio quest’ultima ci permette di analizzare un’altra fattispecie interessante.

Seconda in lista nel collegio Lazio 1 – 02, dove il Pd ha ottenuto 2 seggi, ha lasciato il posto a Michele Anzaldi, terzo in lista. Per via della sua elezione in un collegio uninominale, la contemporanea candidatura da seconda in lista in un collegio in cui il Pd ha ottenuto 2 seggi ha permesso a 2 uomini di essere eletti. .

È chiaro quindi che tutte le discussioni sulle quote rosa, la parità di genere e simili rischiano di diventare sterili se poi nel concreto ci sono modi per ovviare ai paletti legislativi.

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Perché per gli eletti 5 stelle sarà difficile dimettersi

filippo-roma-luigi-di-maio-755x515Il caso candidature dei 5 stelle ha riaperto il dibattito su rinunce e dimissioni dei parlamentari. La questione discussa è se e come un eletto possa rinunciare al seggio. Luigi Di Maio, capo politico del M5s, ha dichiarato:

“Chiederemo a queste persone di rinunciare alla proclamazione, cosicché tutti i cittadini possano votare serenamente il movimento perché comunque non verranno elette”.

– Di Maio su Facebook, 16 febbraio 2018

Le parole di Di Maio fanno pensare ad un percorso chiaro: se eletti, i candidati indesiderati rinunceranno alla proclamazione e prenderà il loro posto un altro eletto della stessa lista. Ma è davvero così semplice?

Nel post Di Maio cita la tesi del prof. Ainis, secondo cui un candidato può rinunciare alla candidatura. La legge elettorale in effetti contempla esplicitamente questa possibilità almeno fino alla scadenza della presentazione dei candidati (Dpr 361/1957, art. 22 comma 6 ter). Sul dopo la questione è più dibattuta. Stando quanto riportato dalla stessa senatrice Paola Taverna (M5s) la rinuncia di Emanuele Dessì sarebbe stata ricusata dalla corte d’appello proprio perché presentata oltre la scadenza dei termini.

Infatti l’ipotesi del leader 5 stelle non ricalca quella del prof. Ainis. Di Maio non parla di rinuncia alla candidatura, ma di rinuncia alla proclamazione. La proclamazione è un passaggio tecnico che avviene dopo le elezioni. Sulla base dei risultati ottenuti da ciascuna forza politica, gli uffici elettorali circoscrizionali e regionali (organismi terzi, composti da magistrati) dichiarano quanti e quali candidati sono stati eletti. Devono escludere quelli che erano incandidabili sulla base della legge Severino, ma stiamo parlando di condannati in via definitiva per reati con pene superiori a due anni. I casi emersi finora invece riguardano solo regole interne del movimento (mancati versamenti, appartenenza alla massoneria, caso affittopoli).

Rimane un’ultima ipotesi: dare le dimissioni da parlamentare dopo essere stato eletto. Seguendo questa strada però nemmeno la volontà personale è sempre sufficiente. Un parlamentare infatti può rimettere il mandato per due ragioni:

perché è stato eletto o nominato per una carica che è formalmente incompatibile con il mandato parlamentare (ad esempio, un deputato che viene nominato assessore regionale oppure viene eletto parlamentare europeo). In questo caso le dimissioni sono un atto dovuto e l’accettazione delle dimissioni è quasi automatica. Quando le dimissioni per incompatibilità vengono presentate, il presidente della camera o del senato le comunica all’aula e i colleghi ne prendono atto senza voto. Contemporaneamente viene proclamato in sostituzione il primo dei non eletti della stessa lista;
per motivi personali e altre ragioni analoghe. In questo caso l’iter è molto più complesso, la richiesta di dimissioni deve essere calendarizzata e poi approvata a maggioranza dalla camera di appartenenza (con voto a scrutinio segreto). Perciò per dimettersi non è sufficiente la volontà del singolo: camera e senato possono anche respingere le dimissioni e il parlamentare rimane in carica.
Ma perché è così difficile dimettersi? Il costituente voleva evitare che deputati e senatori lasciassero il posto dopo aver subito delle pressioni, magari per far entrare eletti più fedeli alla linea del partito. Le recenti dichiarazioni di Di Maio che ventila denunce per danni di immagine vanno proprio nella direzione opposta, e fanno pensare che, se anche si dimetteranno, le camere bocceranno la richiesta.
Ce lo dicono i dati della legislatura che si sta chiudendo: sono stati 53 i parlamentari che si sono dimessi, ma nel 75% dei casi si è trattato di rinunce per incompatibilità, che quindi non hanno avuto bisogno di approvazione. Solo 13 volte le camere hanno approvato le dimissioni di un loro membro, ma in molti casi i dimissionari hanno giustificato la loro rinuncia al seggio con un nuovo incarico, legalmente non incompatibile con quello di parlamentare ma ritenuto comunque inconciliabile dal singolo. Ad esempio per impegni accademici, come Enrico Letta (Pd), chiamato come professore a Parigi e Raffaele Calabrò (Pdl, poi Ncd), diventato rettore dell’università campus bio-medico di Roma. Oppure Massimo Bray (Pd), che ha dato le dimissioni per dedicarsi a tempo pieno all’Istituto dell’enciclopedia italiana, di cui è attualmente direttore generale

13 i parlamentari che sono riusciti a dimettersi passando da un voto dell’aula

Due parlamentari (Ignazio Marino e Dario Nardella, entrambi Pd) si sono dimessi per candidarsi sindaci di Roma e Firenze. Anche in questi casi, essendosi dimessi prima delle elezioni, non c’era nessuna incompatibilità formale e quindi le dimissioni sono dovute passare dal voto delle rispettive camere. Dove l’approvazione non è per nulla scontata.

Per 13 parlamentari che ci sono riusciti infatti, ce ne sono 8 che – pur avendo dato le dimissioni – sono comunque rimasti in carica. La richiesta di alcuni di loro è stata respinta anche più volte.

Il record di tentativi è detenuto da Giuseppe Vacciano, senatore eletto con il M5s e poi passato al gruppo misto, che ha visto bocciata la sua richiesta per 5 volte. A seguire Giovanna Mangili e Cristian Iannuzzi, anche loro eletti con i 5 stelle, per 2 volte ciascuno. L’unico non 5 stelle a comparire nell’elenco dei “bocciati” è Walter Tocci (Pd), che aveva presentato le dimissioni per un contrasto con la maggioranza sul Jobs Act. La cosa che accomuna molti di questi casi è aver dato le dimissioni per un dissenso dal gruppo di appartenenza. Quindi questi precedenti lasciano immaginare che i candidati coinvolti nei casi, anche se davvero decidessero di dimettersi, probabilmente resteranno in carica per tutta la durata della prossima legislatura.

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Le missioni internazionali e il controllo delle frontiere

missioni estereLa partecipazione italiana alle missioni internazionali è ormai un impegno costante per il nostro paese. Per il 2018 è prevista la partecipazione a 42 missioni per un costo di 1 miliardo e 504 milioni di euro. Si tratta di un’ampia gamma di attività che varia molto sia per tipo di missione sia da un punto di vista finanziario. Rispetto al 2017 si è registrato un costo aggiuntivo del 5,4% dovuto principalmente all’avvio di nuove operazioni. Visto che nel fondo missioni, previsto dalla legge 145/2016, attualmente è stanziata una cifra non sufficiente a coprire il costo per tutto il 2018 (la copertura del fondo è di 995,7 milioni di euro), il parlamento al momento ha autorizzato le missioni solo fino a settembre.
L’autorizzazione parlamentare avvenuta il 17 gennaio, ormai a camere sciolte, ha seguito la nuova procedura prevista dalla legge n. 145/2016. In passato le missioni internazionali erano approvate con il cosiddetto «decreto missioni», uno strumento non adatto a regolare una materia come questa. Seguendo la nuova procedura le camere hanno autorizzato le missioni con apposite risoluzioni.
Il senato le ha votate in commissione, e nel resoconto non è specificato come si sono espressi i diversi gruppi. L’unico dato che emerge dal documento è che mentre le risoluzioni presentate dal Partito democratico (Pd) sono state adottate, quella presentata dal Movimento 5 stelle (M5s) è stata respinta.

Alla camera invece le risoluzioni sono state approvate in aula ed è quindi possibile ricostruire più dettagliatamente la dinamica del voto. La risoluzione presentata dalla maggioranza è stata approvata tramite 6 diverse votazioni (votazioni n. 1,2,3,4,5,6). Rispetto a queste i gruppi di opposizione si sono comportati di volta in volta in maniera diversa.

Intanto si è notata una distinzione nella coalizione di centro destra, infatti mentre Forza italia (Fi) e Fratelli d’Italia (Fdi) si sono espressi favorevolmente in tutte le votazioni, la lega si è astenuta. Il M5s e Liberi e uguali (Leu) invece hanno votato in maniera diversa a seconda dei casi. Comunque entrambe queste formazioni si sono espresse negativamente nella prima votazione, che riguardava anche l’avvio delle due nuove principali missioni in Libia e Niger. Al contrario nel secondo voto, che riguardava la maggior parte delle missioni già in corso, si sono espressi in maniera favorevole. Le opposizioni hanno anche presentato 3 risoluzioni, una di Leu (votaizone n. 7) e due del M5s (votazioni n. 8 e 9) che però sono state respinte.

La tempistica dell’approvazione non è stata casuale, infatti la nuova legge stabilisce che il governo presenti alle camere la relazione sulle missioni entro il 31 dicembre. Si trattava quindi dell’ultima possibilità per il parlamento di trattare la questione in questa legislatura. Se da un lato era necessario rifinanziare le missioni in corso, dall’altro M5s e Leu hanno sostenuto che fosse inopportuno, a camere sciolte, impegnare il futuro parlamento su nuove missioni, e hanno votato di conseguenza.

Sono 6 le nuove missioni che partiranno nel 2018, 5 delle quali in Africa. Per la durata fin ora autorizzata, ovvero fino a settembre 2018, il costo delle nuove operazioni ammonta a circa 83 milioni di euro, di cui il 78% riguarda Libia e Niger. Proprio questi due paesi sono stati anche i beneficiari della maggior parte delle risorse del fondo Africa che attualmente gli assegna circa 108 milioni di euro.Screenshot 2018-01-25 18.36.25

L’attenzione italiana per Libia e Niger è strettamente legata al controllo delle rotte migratorie. Non a caso sia le missioni internazionali sia i programmi previsti nel fondo Africa convergono sugli stessi obiettivi. Per entrambi i paesi una parte importante dei finanziamenti del fondo Africa riguarda il controllo frontiere, i rimpatri e l’assistenza a rifugiati. Allo stesso tempo la missione internazionale in Libia ha tra i suoi obiettivi il controllo e il contrasto dell’immigrazione illegale, mentre quella in Niger punta tra le altre cose, a concorre all’attività di sorveglianza delle frontiere.

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Parlamento. I cambi di gruppo a quota 481

Dopo la fine del gruppo a Palazzo Madama, gli ex Conservatori e riformisti entrano in Gal. voltagabbana214 i cambi di casacca al senato, contro i 267 di Montecitorio. Da inizio legislatura 1 parlamentare su 3 ha cambiato gruppo almeno una volta.

A inizio aprile la compagine parlamentare dei fittiani al senato era stata sciolta dall’ufficio di presidenza per mancanza del numero minimo di membri. Dopo un passaggio forzato al gruppo misto, tutti e 9 i senatori in questione sono passati in Grandi autonomie e libertà (Gal). Il primo è stato Luigi Compagna, poi seguito da Andrea Augello, e proprio in questi giorni dai 7 senatori rimanenti: Francesco Bruni, Luigi D’Ambrosio Lettieri, Salvatore Tito Di Maggio, Pietro Liuzzi, Luigi Perrone, Lucio Tarquinio e Vittorio Zizza.

Con questo ennesimo giro di valzer i cambi di gruppo da inizio legislatura salgono a quota 481. 267 sono avvenuti alla Camera, mentre 214 al senato, in un parlamento in cui ogni mese 9,6 eletti cambiano gruppo di appartenenza. Una media, come visto nel MiniDossier “Giro di valzer – 2016“, due volte superiore a quella della scorsa legislatura.Screenshot 2017-05-22 15.49.52

In totale i parlamentari interessati sono 319 (188 deputati e 131 senatori), il 33,58% dei nostri eletti. Fra i due rami quello più coinvolto sembra essere Palazzo Madama, in cui 4 parlamentare su 10 (il 40,94%) hanno cambiato gruppo almeno una volta dalle politiche del 2013. Percentuale leggermente più bassa a Montecitorio, 29,84%.Screenshot 2017-05-22 15.52.14

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Quanto spendono i comuni per le scuole dell’infanzia

ASILO NIDOSono oltre 23mila su tutto il territorio nazionale, per un totale di 1,6 milioni di iscritti secondo l’Istat. Vediamo come sono ripartite tra i vari enti che le gestiscono e quanto spendono le maggiori città italiane per offrire questo servizio. In testa Milano con oltre 100 euro pro capite.
Gli anni della scuola per l’infanzia non rientrano tra quelli della scuola dell’obbligo, in base alla legge statale. Anche per questa ragione possono gestirle vari soggetti, privati e pubblici. Oltre allo stato, ci sono anche gli enti locali e gli enti privati, come le istituzioni religiose.

Lo Stato gestisce oltre la metà delle scuole dell’infanzia (precisamente il 57,1%, secondo i dati Istat aggiornati al 2014). Seguono gli enti privati, con il 34,6% degli istituti. Residuali le scuole materne pubbliche ma non statali: 8,3%. Tra queste rientrano le comunali.chart

In tutti si tratta di 23.515 in tutta Italia, e ciascuno ospita un numero variabile di bambini. In media ci sono circa 70 bambini ognuno, ma con grandi differenze a seconda del tipo di istituto e della zona geografica. Molto meno variabile il dato sulle scuole materne statali: 78 bambini per istituto nel centro-nord e 73 nel mezzogiorno.
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Le scuole private sembrano avere una capienza minore, o comunque ospitano meno bambini: 59 come media italiana, con una media di 75 nel nord e una di 40 nel mezzogiorno e nelle isole.

Più articolato il dato per le scuole dell’infanzia comunali e pubbliche non statali. Nel centro Italia ospitano in media 94 bambini, nel nord 83 mentre nel sud solo 49 ciascuna. Da questi dati emerge una generale minore capienza delle scuole meridionali.

Attraverso openbilanci è possibile vedere quanto spendono le amministrazioni comunali italiane per le scuole primarie. La voce specifica contiene tutte le uscite sostenute per mantenere le strutture e le attività connesse.

Tra le città italiane superiori ai 200mila abitanti, quella con la maggiore spesa pro capite è il capoluogo della Lombardia. Milano è l’unica grande città che destina oltre 100 euro pro capite per le scuole materne . Seguono, praticamente a pari merito, Torino, Roma e Bologna. Tutte e tre le città spendono circa 82 euro a cittadino. A Trieste, poco staccata, questa voce del bilancio vale 76,22 euro per abitante.

Costano tra i 40 e i 50 euro per ogni abitante le scuole materne in diverse città: Venezia, Firenze, Verona, Genova e Padova (quest’ultima 39,43 euro). Segue Bari, con 23,4 euro per residente. Sotto i 10 euro per ogni abitante troviamo Catania, Napoli e Palermo.

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I comuni e la gestione dei servizi produttivi

acquaIn teoria anche gli enti locali possono produrre in proprio beni e servizi, quali la distribuzione di luce e gas, le farmacie, le centrali del latte. Tuttavia questo avviene per lo più in territori con esigenze particolari. In 9 grandi città su 14 questa spesa non supera l’euro per ogni residente.
Gran parte dei beni che acquistiamo e dei servizi di cui usufruiamo quotidianamente sono offerti da aziende private sul libero mercato. In altri casi sono forniti da società concessionarie di un servizio pubblico, per esempio quelle che si occupano di gestire utenze come luce, acqua e gas.

In alcuni territori però una serie di attività in grado di produrre utili, e di solito svolte da privati, possono essere offerte anche dal comune. È il caso delle farmacie municipali e di tutte le attività produttive gestite direttamente dagli uffici comunali, tra cui per esempio i servizi di teleriscaldamento o di distribuzione del gas.

Non è frequente che questi servizi siano gestiti dall’amministrazione comunale, e nel corso degli ultimi decenni si è avviata una progressiva esternalizzazione verso società pubbliche o private. Dunque spesso questo tipo di attività resta come residuo del passato. In alcuni casi però il comune interviene per colmare un vuoto del mercato: per esempio nelle zone montane, dove offrire determinati servizi sarebbe troppo oneroso per un privato.

Attraverso openbilanci.it è possibile vedere quanto vale questo tipo di spesa sui bilanci dei comuni che la sostengono, consultando la voce “servizi produttivi dei comuni”. La quale comprende prestazioni quali la distribuzione del gas, le centrali del latte, i servizi di teleriscaldamento, di distribuzione dell’energia elettrica e le farmacie comunali. Abbiamo controllato la voce per i centri sopra i 200mila abitanti, nei bilanci consuntivi per cassa del 2014.

Quasi tutte le maggiori città italiane hanno un livello bassissimo o nullo di spesa per servizi produttivi. Spendono 0 euro pro capite Torino, Padova, Bari, Genova e Milano. Ma anche a Firenze, Palermo, Verona e Bologna questa voce non supera l’euro per abitante. La città che si distacca con larghissima misura è Venezia con circa 327 euro pro capite in servizi produttivi. Una cifra spiegabile con la conformazione e le esigenze specifiche del capoluogo lagunare. È infatti evidente che questo tipo di spesa si trovi più facilmente in contesti particolari, mentre in gran parte delle città maggiori è praticamente inesistente. Nei primi tre posti della classifica anche Catania (14 euro circa per abitante) e Trieste (con 12,14 euro).

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