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Paolo Bolognesi

Scrive Paolo Bolognesi:
Memoria corta

La campagna elettorale funziona per solito da “megafono” e amplificatore, ma in ogni caso emergono sempre di più gli effetti provocati dalla “questione immigrazione” sullo stato d’animo del Paese, e cresce altresì la sensazione, o il timore, che il nostro Paese si trovi ad essere praticamente solo nel far fronte all’incessante flusso di arrivi sulle nostre coste.
Davanti a tutto ciò, anche nel versante tradizionalmente favorevole ad una accoglienza incondizionata – vuoi per gli aspetti umanitari, vuoi a ragione del fatto che si tratta di un fenomeno epocale ed inarrestabile, e che giova comunque anche alla nostra società, stante il suo progressivo invecchiamento – qualcuno va per certi versi ricredendosi.
Si fa cioè strada l’idea che il fenomeno andrebbe “regimato”, agendo all’origine, con aiuti alle popolazioni nei luoghi di origine, e stipulando accordi coi rispettivi Stati, in modo da frenare o contenere l’esodo, il che è sicuramente positivo, ma l’impressione è che si sia ormai giunti in ritardo, quando forse bastava guardarsi indietro, peraltro di pochi decenni.
Ci si poteva infatti accorgere che era proprio questa la “strategia” perseguita durante la Prima Repubblica, così da prenderne semmai esempio, e si poteva altresì percepire che i governanti e politici del tempo avevano probabilmente intuito i rischi derivanti da eventuali destabilizzazioni nell’area geografica che si affaccia sulla sponda sud del Mediterraneo.
Ma si è scelto invece di dimenticare e “oscurare” quel periodo storico, quasi a volerlo cancellare, e farlo quantomeno apparire come una stagione priva di cose buone, e una tale “avversione”, inspiegabile ed anche irragionevole verrebbe da dire, ci ha probabilmente privato di utili indicazioni o fors’anche di qualche buon insegnamento.
Resta il fatto che, sempre in tema di immigrazione, e da quanto mi par di constatare, chi, tra la “gente comune”, si manifesta a favore di una larga accoglienza, in nome del multiculturalismo, può naturalmente incontrare oppositori determinati e fermi, e semmai anche duri, ma che purtuttavia non ricorrono di norma ad accenti “astiosi” e sferzanti.
Mentre chi esterna invece un’altra ed opposta tesi si trova non di rado a prendersi del retrogrado, fascista, razzista, xenofobo,…., ossia “qualifiche” dai toni un po’ diversi, alla faccia della pari dignità delle opinioni espresse, e io credo che chi ha mentalità liberal socialista non dovrebbe unirsi a questo coro, né esserne tentato per convenienza politica.

Il merito dalla scuola alla società

Non so quale significato dare a siffatta coincidenza, ma con l’avvio della campagna elettorale si è sentito parlare di troppi abbandoni degli studi, credo in riferimento alle scuole superiori, fenomeno cui si vorrebbe ovviare attraverso percorsi di “accompagnamento”, ma anche riducendo le bocciature, così almeno mi è sembrato di capire, pur se questa linea “morbida” non equivarrebbe al “sei politico”, a detta dei suoi proponenti e sostenitori, mentre altri pensano invece che sarebbe di fatto la stessa cosa, o sono comunque scettici e diffidenti.
Nulla da dire sull’obiettivo, se come si legge è quello di avvicinarci alla media europea, quanto a numero di diplomati e laureati, ma è sul modo di arrivarvi che possono nascere riserve, dubbi e perplessità, e per fare un confronto e parallelo, che non guasta mai, mi viene alla mente il secondo dopoguerra, quando il nostro Paese cercava intuibilmente, e comprensibilmente, di alzare il tasso di scolarizzazione, vuoi per gli aspetti sociali vuoi come strumento che poteva aiutare ed accelerare la ripresa, rimarginando così le ferite lasciate dal conflitto bellico (allora ancora aperte).
Orbene, benché ci trovassimo in quella situazione, e in un particolare momento storico, ho il ricordo di una Scuola piuttosto selettiva, ivi compresa quella primaria, che premiava l’attitudine, l’impegno, la costanza, mentre chi non si sentiva portato per lo studio abbandonava di norma abbastanza presto il percorso scolastico per inserirsi nel mondo del lavoro, dove poteva veder premiate le proprie doti, il talento, l’intraprendenza – e del resto si deve a molti di loro la nascita di riuscite attività imprenditoriali – per dire che quel modello riconosceva sia la predisposizione allo studio sia la propensione al lavoro.
Nel frattempo la nostra società è profondamente cambiata, e di ciò dobbiamo inevitabilmente tener conto, ma vi sono principi che dovrebbero essere per così dire “senza tempo”, e non invecchiare mai, quali pilastri del nostro vivere, o perché sono il motore del nostro progredire, e tra i secondi va a mio avviso inclusa la gratificazione dei meriti, se vogliamo incoraggiare le “qualità” di quanti possono esprimerle e renderle disponibili nel rispettivo campo, diversamente si rischia di disincentivare e perdere importanti contributi (da parte di chi non si sente sufficientemente valorizzato).
Io non so se detta iniziativa, riguardo alle bocciature, sia già operante, o sia per ora soltanto un’idea, né vorrei fraintenderne il senso, o enfatizzarlo, ma se fosse realmente nei termini da me intesi, la vedrei come l’ulteriore segnale di una riaffiorante tendenza alla omologazione e al livellamento, ovvero, per dirla con altre parole, la conferma di una forte attenzione ai bisogni, e non altrettanto ai meriti, e a questo punto verrebbe da chiedersi se non sia incoerente e contraddittorio citare tanto spesso la “meritocrazia”, quando poi non si trova il modo di apprezzarla dovutamente – salvo sia io a non accorgermene – col rischio di creare illusioni destinate a rimare tali, cioè insoddisfatte.

Paolo Bolognesi

Il dilemma tra maggioritario o proporzionale

urna-elettorale

Questa prima fase della tornata elettorale sembra già offrire elementi e spunti per una qualche riflessione sul sistema di voto, semmai in un prossimo futuro la politica avesse a decidere di riprendere in mano l’argomento, preferibilmente, almeno a mio modesto parere, attraverso provvedimenti legislativi di rango costituzionale, che vadano ad interessare più ampiamente l’impianto istituzionale.

Prendendola un po’ da lontano, ci siamo sentiti dire abbastanza spesso che l’opzione maggioritaria, ed in particolare quella del collegio uninominale, era la strada che garantiva da un lato la governabilità e, dall’altro, permetteva a chi si reca alle urne di poter indicare il candidato di proprio gradimento, nonché espressione e voce del proprio territorio.

Si confrontavano pertanto due linee di pensiero, quella maggioritaria e quella proporzionale, con la prima che pareva riscuotere maggior consenso nella pubblica opinione, specie perché la seconda veniva associata ad una trascorsa stagione di Governi ricordati come poco duraturi, e anche un po’ troppo deboli (pur se non è esattamente così, vedi ad esempio gli anni Ottanta)..

Poi, alla prova dei fatti, abbiamo visto qualcosa di un po’ diverso, ossia candidati dell’uninominale provenienti non di rado da fuori, talché si è perso un pò per strada il non trascurabile parametro della territorialità, che avrebbe dovuto valorizzare la stima e la fiducia guadagnate dal candidato negli anni a livello locale, vale a dire laddove lo stesso è ben conosciuto (legando così elettori ed eletti, ovvero la politica con la comunità sociale).

In aggiunta a ciò, il fatto che un collegio dato per sicuro possa essere ambito anche da un candidato “esterno” al territorio, significa che chi lo presenta, partito o coalizione che sia, conta in qualche modo, ed ancora, sul voto “ideologico”, o sull’effetto “trascinamento” esercitato dalla lista plurinominale bloccata (e pure viceversa, dal momento che non è previsto il voto disgiunto).

Tale meccanismo riduce sensibilmente, o grandemente, i margini di scelta degli elettori, e nel dopo voto pure gli stessi eletti potrebbero non avere molto spazio ed autonomia rispetto alle decisioni del rispettivo Leader – vedi ad esempio quelle in materia di alleanze, che sono tema piuttosto delicato e sentito – atteso che il non “assecondarlo” potrebbe mettere in forse una eventuale ricandidatura.

Ma dobbiamo parimenti tener conto che il “leaderismo”, ormai esteso a tutti i partiti o quasi, non dispiace alla “gente”, apparentemente sempre più attratta dal carisma dell’una o altra personalità politica, quale via per uscire dai problemi dell’oggi, e se i “poteri” fanno capo a colui che guida il partito, egli cercherà comprensibilmente, e legittimamente, di avere una squadra quanto più “fidata” possibile (e la selezione delle candidature rientra giusto in tale logica).

Va altresì considerato che la vigente legge elettorale ha visto la luce dopo un lungo periodo di stallo, e con tempi abbastanza stretti rispetto al concludersi della legislatura, e ciò può aver indotto i partiti “contraenti” a trovare l’intesa su un testo che non per tutti poteva risultare appropriato e convincente (e adesso la sua applicazione dà modo di constatarne e segnalarne funzionamento ed effetti, ivi compresi gli eventuali limiti o difetti).

Partendo da queste premesse, se il Leaderismo ha ragion d’essere- e d’altronde in politica è stato di fatto adottato anche da chi fino a ieri lo criticava – non dovrebbe però restar confinato all’interno dei partiti, pena un intuibile controsenso, bensì estendersi anche agli assetti istituzionali, attraverso forme come il Presidenzialismo, o comunque l’elezione diretta di chi si propone al governo del Paese, con annesse prerogative, tra cui quella di poter sciogliere le Camere.

Il consistente “potenziamento” di detta figura apicale richiederebbe tuttavia adeguati contrappesi, che io immagino traducibili in un ordinamento dove le liste o coalizioni che sostengono il candidato a tale ruolo siano elette in maniera proporzionale con preferenze, e bassa soglia di sbarramento, il che darebbe agli eletti una indubbia forza, derivante dal consenso personale ricevuto, ma senza nondimeno il rischio di pregiudicare o indebolire l’azione del Presidente o Premier, forte a sua volta delle prerogative conferite.

Oltre ad abbinare governabilità e rappresentanza, si avrebbe un rafforzamento della territorialità, e le liste, diversamente dai “listini”, potrebbero ospitare un buon numero di candidati, così che nessuno o quasi abbia a sentirsi escluso, posto che sarebbero poi le preferenze ad avere l’ultima parola, cosicché da questo insieme mi sembrerebbe uscire una entità abbastanza rispondente ed equilibrata, e che ho qui ritenuto di abbozzare in modo più organico rispetto a precedenti occasioni.

Non ho ovviamente alcuna pretesa di aver visto giusto, ma ho semplicemente cercato di attenermi al principio secondo cui, da parte di chi segue le vicende politiche, andrebbero formulate proposte alternative quando si nutrono riserve su un determinato “modello”, elettorale o altro che sia (riserve che ultimamente mi è parso di veder affiorare in più d’uno).

Paolo Bolognesi

Paolo Bolognesi
Referendum, hanno senso gli scontri in casa ‘socialista’?

Mentre si sta avvicinando il giorno delle urne, ossia il 4 dicembre, sembrano moltiplicarsi le polemiche nonché aumentare i toni del confronto-sconto sul Referendum, e ho talora l’impressione che questa atmosfera “surriscaldata” non risparmi neppure le fila socialiste, talché mi tornano alla mente le riflessioni contenute in un articolo pubblicato sull’AVANTI online il 24 ottobre, dal titolo “Un SI’ di malavoglia”..
In quelle sue righe, l’Autore, nell’indicare il proprio orientamento di voto, esprimeva nondimeno la preoccupazione che possa accendersi “una miccia che può fare esplodere la nostra piccola comunità”, sapendo egli che all’interno della famiglia socialista le vedute in proposito non sono uniformi, anche se non è facile capire entità e proporzione delle rispettive posizioni.
E’ ovviamente più che legittimo, e anche utile, che ciascuna parte esponga e sostenga le proprie ragioni, ma a me pare che non valga la pena di acuire la contrapposizione, sembrandomi che i socialisti della “vecchia guardia” si siano già fatti una propria opinione in merito, peraltro rispettosa di quella altrui che fosse di opposto segno, e ogni eventuale “accentuazione” rischia di creare a mio avviso ferite e spaccature poi difficili da rimarginare e ricomporre (salvo che io non avverta situazioni e pericoli inesistenti)..
Il mio punto di vista è naturalmente opinabile, ma da come io la vedo non c’è valido motivo perché ci si possa dividere su questioni sostanzialmente non politiche, posto che di questo dovrebbe trattarsi in un Referendum di natura costituzionale, come quello che abbiamo davanti, e il cui esito, qualunque esso sia, non dovrebbe verosimilmente cambiare il volto del Paese, né fornire risposte concrete e “materiali” agli attuali e diversi suoi problemi.
La tendenza a politicizzare il risultato referendario, che si coglie piuttosto spesso nel dibattito in corso, mi suona francamente come una forzatura, soprattutto se coinvolge una forza “minore”, la quale non può incidere più di tanto sulle vicende politiche nazionali, causa la sua debolezza numerica, a meno di non puntare ad “accreditarsi” verso una formazione “maggiore”, così da veder accrescere un domani il proprio peso, anche sul piano negoziale.
Ma per fare ciò occorrerebbe almeno una elevata compattezza, nella fattispecie riguardo a questo voto, compattezza che invece pare proprio non esservi, come dianzi si diceva e senza entrare nel merito delle ragioni portate dal SI’ ovvero dal NO, e alla fine resterebbe dunque il solo e non improbabile rischio di frizioni interne che lasciano il segno, e il cui recupero può diventare piuttosto complicato.
Oggi è naturalmente impossibile fare previsioni, nel senso di sapere se potrà risorgere un movimento socialista che ridiventi protagonista nei destini del Paese, e se i pezzi della “diaspora” che hanno fatto scelte diverse possano riunificarsi, ma una eventuale rinascita socialista non potrà che partire, almeno secondo il mio pensiero, da quel che è rimasto del vecchio PSI, e andrebbero pertanto e possibilmente evitati i rischi di ulteriori divisioni (soprattutto se immotivati)

Paolo Bolognesi

Paolo Bolognesi
Riunificazione socialista – percorso accidentato

Il Giornalino n. 169/2016 di PSI Componente Autonomista apre con un accorato e meritorio appello alla riunificazione socialista, vuoi per confluire in un unico progetto politico vuoi perché la somma dei tanti gruppi della “diaspora” porterebbe a percentuali di due cifre, rispetto agli “zero virgola” attuali, così da tornare ad essere forti come una volta.

Penso anch’io che la ricomposizione della “diaspora” socialista dovrebbe essere l’obiettivo prioritario, precedere cioè l’idea di potersi aggregare con altre formazioni “minori” del nostro panorama politico, ma se poi lasciamo da una parte le “ragioni del cuore” – che irrompono peraltro spontanee quando il pensiero corre ai tempi andati – e guardiamo invece la cosa con disincanto e razionale freddezza, avverto che il percorso si preannuncia abbastanza impervio ed accidentato.

Infatti, anche volendo trascurare la tesi secondo cui in politica non valgono le regole della matematica – così che le addizioni non sempre riescono bene, vedi l’esperienza della “BICICLETTA” negli anni sessanta – vi sono ragioni di natura più politica che spingono alla cautela, se non al pessimismo, delle quali una si colloca già ad inizio strada.

Il presupposto essenziale per rimettere insieme la famiglia socialista, o quantomeno provarvi, consiste a mio avviso nel potersi costituire in lista autonoma, ma siffatta eventualità o aspirazione si scontra con una legge elettorale che non favorisce di certo le forze “minori”, e poiché tale norma non è stata votata soltanto dai partiti “maggiori”, stando a quanto abbiamo allora letto sulle dichiarazioni di voto, viene da fare una considerazione.

Potrebbe ad esempio essere che i rappresentanti dei partiti “minori” che ebbero a condividere detta norma, o comunque ad accettarla, ritenessero che non esiste più lo spazio per un partito “minore”, e tanto vale dunque candidarsi nella lista di uno “maggiore”, pur senza aderire al medesimo, onde veder eletto qualche proprio esponente.

È solo una supposizione, ma in tale logica un rafforzamento della propria compagine, rimettendosi appunto insieme nel maggior numero possibile, può accrescere il peso “negoziale” nei confronti del partito “maggiore”, in modo da spuntare una maggiore rappresentanza nella lista di quest’ultimo, possibilmente in posizioni di capolista perché altrimenti si pone il non facile problema delle preferenze, ma ciò significa rinunciare di fatto al proprio simbolo e alla propria identità, e comporta altresì che tutte le sigle socialiste della “diaspora” si trovino d’accordo nel convergere verso un determinato partito “maggiore”, il che oggi appare francamente poco verosimile.

È vero che si sta cercando di modificare l’ITALICUM, ma intanto occorre fare i conti con questa norma, la quale mi sembra rendere abbastanza ardua ed improbabile una riunificazione-rinascita del movimento socialista, per i motivi cui dianzi accennavo, salvo che dalle ormai vicine elezioni ammnistrative non escano segnali chiari ed incoraggianti.

Andando a concludere, non riesco ancora a spiegarmi come nel corso del dibattito che ha accompagnato la nuova legge elettorale, in una con la riforma costituzionale, non sia emersa, a meno di mia svista, una proposta socialista a favore del “premierato forte”, semmai con sfiducia costruttiva, modello che a mio giudizio consente la governabilità, tema oggi molto sentito, e si sposa altresì col sistema proporzionale e con le coalizioni, e permette una soglia di sbarramento bassa o addirittura nulla (la risposta al mio interrogativo sicuramente c’è, ma io non riesco a darmela o trovarla)

Paolo Bolognesi

Il leaderismo serve
(ma non troppo)

Il dibattito che si è sviluppato intorno alla legge elettorale, e all’ITALICUM in particolare, ha fatto registrare una pluralità di posizioni all’interno delle forze politiche, e anche in casa socialista, ed è stato suppergiù lo stesso per l’art. 18, e altre tematiche piuttosto “calde” e controverse, talché viene da chiedersi come un partito, partendo da tale condizione di “frammentarietà”, possa oggi raggiungere una voce unitaria (e poi sostenerla e mantenerla in maniera compatta).

Un tempo la si definiva “linea del partito”, che diventava mano a mano univoca o quasi, e proprio sull’onda di quei ricordi ho cercato di trovare una qualche risposta alla suddetta domanda, affidandomi appunto al “relativismo” cioè al raffronto tra le regole, o consuetudini, vigenti all’epoca, e quelle operanti ai giorni nostri..

La struttura piuttosto capillare che una volta avevano quasi tutti i partiti tradizionali, permetteva loro di “costruire” il processo decisionale partendo dal basso, cioè dalla “base”, attraverso momenti di incontro, e dunque di confronto diretto e collegiale, che potevano avvicinare punti di vista inizialmente differenti, e anche distanti.

La fine dei partiti “strutturati” ha inevitabilmente comportato l’estinguersi di quel meccanismo decisionale, che aveva i suoi “rituali”, e qualche lentezza, specie negli anni in cui sfociò nel cosiddetto “assemblearismo”, ma che induceva comunque a smussare le rispettive “angolosità”, e a trovare punti di intesa e convergenza sull’uno e sull’altro problema..

Oggigiorno ci si consulta a distanza, impiegando gli strumenti informatici e telematici di cui disponiamo, il che amplia notevolmente la platea degli interlocutori, e può arricchire il dibattito, ma poi occorre qualcuno che faccia la sintesi e “tiri le somme”, ciò che allora avveniva al termine delle riunioni. senza contare che nell’attuale era mediatica i tempi di risposta concessi alla politica, sul rapido succedersi delle questioni, si sono notevolmente abbreviati, al punto che si è sostanzialmente capovolto il percorso decisionale, anche per non farlo “inceppare”, nel senso che il “leader” annuncia ed anticipa quanto poi la sua “base” dovrà avallare (pena lo sconfessarlo).

D’altronde, se il compito della politica è quello di assumere volta a volta posizione, e scegliere fra le diverse opzioni, proprio per “governare” il veloce incedere degli eventi, la figura del “leader” è sicuramente funzionale all’odierno modello della nostra società, divenuta abbastanza “accelerata”, e lo comprova il fatto che non ha per solito molta fortuna elettorale una forza politica priva di “Leadership”, sprovvista cioè di chi, col proprio “carisma”, riesce a far presa sulla pubblica opinione, e dunque a divulgare proposte e idee della propria parte politica..

Ciò detto, occorrerebbe però contenere in qualche modo il “potere” del leader, onde evitare che il resto del partito, o movimento, vada a completo rimorchio e viva praticamente nel suo cono d’ombra, disabituandosi pian piano all’azione politica, vuoi perché c’è comunque qualcuno che già vi provvede, vuoi perché talora può anche far comodo delegare ad altri, cioè al leader, decisioni impegnative e non facili.

Trovare il giusto equilibrio in materia è certamente non facile, ma non impossibile, e del resto la storia socialista include un indubbio esempio di come un leader forte. autorevole e risoluto possa essere “bilanciato”, e nel contempo irrobustito, dalla personalità e capacità dei suoi collaboratori (anche in un sistema elettorale di tipo proporzionale, con preferenze, e senza premio di maggioranza).

Paolo Bolognesi

Perché tacciamo su questioni importanti?

Il pronunciamento della Corte Costituzionale sulla indicizzazione delle pensioni ha diviso per così dire l’opinione pubblica, e l’insieme dei tanti pareri che capita di leggere o di ascoltare in merito, si incanala di fatto, pur coi vari distinguo, lungo due principali linee di pensiero, l’una delle quali vorrebbe l’adeguamento esteso a tutti i trattamenti di quiescenza, compresi quelli di livello medio-alto, mentre l’altra crede invece che questi ultimi ne vadano esclusi considerando “immorale” la loro perequazione.

Chi sostiene la rivalutazione generalizzata delle pensioni si appella allo ‘Stato di diritto’ e al principio che debba essere indistintamente difeso il potere di acquisto di chi percepisce un assegno di pensione, e ritiene nel contempo che non venga meno il solidarismo sociale posto che le nostre entrate sono soggette a tassazione progressiva, senza contare quei servizi il cui costo è agganciato al rispettivo reddito familiare.

Sempre a detta di esponenti di questa tesi, se la perequazione lasciasse fuori le pensioni medio-alte, per ragioni di “moralità” e “opportunità” nei confronti di quelle più basse, prevarrebbe di fatto la logica dello ‘Stato etico’ su quello di diritto, con la possibile conseguenza, estremizzando ma non troppo, che le pulsioni e gli stati d’animo che attraversano volta a volta la nostra società ne possono regolare in buona sostanza il suo vivere, sopravanzando anche il valore e la forza delle stesse leggi (alla stregua del garantismo a senso unico, che si attiva a seconda delle circostanze in causa, viste semmai con la lente dell’appartenenza politica).

Quelli che pongono la questione in questi termini possono anche essere “di parte”, nel senso di appartenere a quelle fasce pensionistiche destinate a non vedersi riconosciuta alcuna rivalutazione, ma il loro discorso sta comunque in piedi, e quanti, all’opposto, propendono invece per il primato dell’etica, dovrebbero avvertire poi un qualche disagio, pena l’incoerenza, se all’indomani volessero farsi paladini della laicità dello Stato (che taluni identificano con la sua secolarizzazione) di fronte a chi cercasse di immettervi valori da loro ritenuti impropri ed estranei, perché afferenti piuttosto alla sfera della morale o della spiritualità.

È sicuramente vero che nel caso specifico c’è anche il problema di tenere in ordine i conti pubblici, ma una volta salvaguardato il ‘principio’, cioè la rivalutazione per tutti, può esservi il modo di attutirne gli effetti economici sul bilancio dello Stato, attraverso meccanismi che qualcuno ha già prefigurato o delineato.

Salvo una mia svista, sulla indicizzazione delle pensioni non mi pare di aver sentito alcuna voce proveniente dalla casa socialista, mentre la riterrei utile, anche se l’argomento è sicuramente delicato, e il prendere posizione rischia di “inimicarsi” una parte dell’elettorato, ma anche l’dea del ‘buono scuola’, avanzata negli anni ottanta dal PSI di allora, credo in una col ‘buono sanità’ (bene ha fatto il direttore dell’Avanti! a ricordarlo in un suo articolo del 15 maggio, dal titolo “Il maestro e la scuola”) non trova di certo unanime condivisione, e purtuttavia sarebbe una proposta da rilanciare, anche perché darebbe attuazione al binomio pubblico-privato, che secondo il mio modesto parere rientra a buon titolo nella concezione liberal-riformista.

Del resto una forza politica “minore” che rinuncia ad esporre le proprie posizioni, per timore di “dispiacere” o far torto agli uni o agli altri, è verosimilmente destinata a farsi annettere ed annullare dai partiti “maggiori”, nel senso che si esauriscono le ragioni del suo esistere e della sua autonomia.

Paolo Bolognesi

Scrive Paolo Bolognesi:
Tasse su e Paese giù

Sul finire dell’anno appena concluso, in mezzo ai discorsi che nascono ai tavoli del bar, un signore abbastanza avanti di età, ma ancora molto lucido di intelletto, si chiedeva, senza trovare una risposta per lui convincente, come mai ai tempi suoi il livello complessivo di tassazione fosse sostanzialmente basso, tanto da non costituire motivo di preoccupazione, e i conti pubblici nondimeno in ordine, con una economia che “tirava”, e pochi sprechi, mentre oggigiorno succede l’esatto contrario o quasi (anche le notizie sulle previsioni PIL 2015 sembrano poco confortanti).

Li ricordava anche come gli anni in cui si viveva di fatto all’insegna del “piccolo è bello”, dal momento che nella via o nel quartiere ci si conosceva un po’ tutti, e uscendo dall’uscio di casa si trovavano dietro l’angolo “botteghe” ed esercizi commerciali a conduzione massimamente famigliare – quelli che oggi sono definiti negozi “di vicinato” – dove si poteva scambiare quattro chiacchiere, e che in gran numero hanno poi “chiuso battente”, e rammentava nel contempo un fiorire di piccole e medie imprese.

A mia volta, se vado indietro con la memoria agli anni dell’adolescenza e giovinezza, rivedo un “brulicare” di attività, per le quali capitava anche di darsi vicendevolmente una mano, come chi, trasferitosi in città dalla campagna, non mancava di aiutare i propri familiari o parenti rimasti a coltivare la terra, specie nel momento dei raccolti, quando c’era bisogno di altre “braccia”, ricevendone solitamente in cambio prodotti per la dispensa e la tavola. Oggi questa “reciprocità”, che tornava utile ai rispettivi bilanci famigliari, sarebbe abbastanza complicata, o forsanche impossibile, per via delle norme attualmente operanti.

Orbene, quell’insieme di attività sostanzialmente autonome produceva economia, occupazione e reddito, e provvedeva per così dire a se stesso, senza gravare sulla finanza pubblica, e nel contempo il sistema pubblico aveva una buona dotazione di personale: mi vengono alla mente i cantonieri sulle strade di ogni ordine, gli addetti ai canali di irrigazione, i bidelli delle scuole, i netturbini, per dire delle figure che capitava di incontrare più spesso nel nostro quotidiano di bambino e ragazzo, oltre naturalmente ai vigili urbani e, sempre nelle mie reminiscenze, parchi e giardini municipali erano per solito ben curati e custoditi. Viene quindi da dire che tra versante privato e parte pubblica vigeva un buon equilibrio, e la seconda non esternalizzava quasi mai le sue funzioni né si vedeva costretta a dover apportare “tagli” o fare retromarce.

Io non so se qualcuno possa aver associato quel modello sociale alla “Italietta” di inizio novecento, causa i limiti e il provincialismo che vi si poteva ravvisare, ma i suoi conti pubblici reggevano piuttosto bene, e si cercò al tempo stesso di ovviare agli innegabili scompensi sociali dell’epoca, rafforzando via via la rete dei servizi, essenziali e non, e cercando di dar loro il carattere della universalità, un principio per sé ineccepibile ed impeccabile sul piano dottrinale ma che nella pratica ha poi cominciato a vacillare (con un progressivo corredo di effetti).

Sotto spinte diverse – fra cui l’autoalimentarsi della domanda, e dei bisogni, anche su impulsi ideologici – l’espansione dei nuovi servizi ha infatti assunto dimensioni e logiche tali da dimenticare talvolta l’ordine delle priorità e da divenire un fortissimo e quasi incontrollabile motore di spesa, cui si è cercato di far fronte aumentando il carco fiscale per le classi ritenute più abbienti, e chiamandole poi a concorrere alla spesa stessa, in proporzioni che sembrano andate ben oltre la normale quota di solidarietà, e col rischio che l’asticella della presunta “ricchezza” venga sempre più abbassata, giusto per ampliare la base di prelievo e far dunque più “cassa”.

La morale è che vi sono fasce di popolazione che si trovano a pagare sempre di più, pur godendo poco o nulla di taluni “ombrelli” sociali, come quando avessero a restare senza lavoro. Grosso modo è un po’ come il caso di chi, sapendosi destinatario di una pensione piuttosto bassa, e proponendosi di integrarla, investe i suoi risparmi in un immobile, confidando nella rendita che ne potrà ricavare, e si trova invece con inquilini che non versano l’affitto, e senza poter riavere la disponibilità dei locali, mentre gli resta il peso di tutte le imposte che gravano sulla casa.

A me pare che ciò non corrisponda ad un criterio di equità, e, oltretutto, questa pressione fiscale, che molti vivono come un ingiusto “salasso”, non sembra aver prodotto alcun beneficio sui conti pubblici e sulla tanto invocata ripresa, né alleviato efficacemente le nuove “povertà”, mentre più di un ceto produttivo continua a perdere fiducia e motivazione, dato di non poco rilievo, e credo pertanto che la cultura liberal-riformista dovrebbero dissociarsi con fermezza da una tale linea di politica socio-economica.

Paolo Bolognesi

Una certa nostalgia del PSI craxiano

L’editoriale del 22 dicembre, con cui il Direttore dell’Avanti! ha meritoriamente, e sapientemente, ricordato la figura del presidente Saragat, ci fa anche vedere come i decenni successivi al secondo conflitto mondiale siano stati teatro di divisioni, o mancate riunificazioni, nella famiglia socialista, causa le divergenze in tema di alleanze politiche, relazioni internazionali, rapporti con la cultura marxista-leninista…

La stagione craxiana sarebbe probabilmente riuscita a ricomporre e riunire in via definitiva quelle differenti correnti di pensiero, sotto la bandiera del liberal riformismo, ma poi arrivarono gli anni di tangentopoli che cambiarono il volto della politica nazionale, e segnarono la fine del vecchio PSI con la “diaspora” dei suoi appartenenti, e nuove divaricazioni al nostro interno.

Potrebbe suonare strano, ma nel corso di questi mesi ho udito più persone, le quali all’epoca non ci avevano probabilmente mai votato, dire adesso, a fronte della crisi in cui versa il Paese, e stante il crescente disagio sociale, che tornerebbe utile un partito socialista come quello di allora, capace di assumere decisioni “forti”, ma parimenti in grado di muoversi all’occorrenza con la necessaria duttilità, e con autentico spirito di mediazione.

E in tale logica v’è anche chi ci esorta a ricompattare le nostre file, superando i motivi di attrito e distinguo, ed in effetti una entità socialista che aspiri a riavere numeri politicamente significativi, e “appetibili”, dovrebbe percorrere anzitutto questa via, quale strada maestra, prima di puntare su altre aggregazioni, col legittimo fine di superare la soglia di sbarramento, ma il percorso si prefigura a mio giudizio abbastanza accidentato, almeno in questa fase.

Da un lato permangono ancora le ragioni che indussero a scelte diverse, e anche opposte, negli anni di tangentopoli, e non si è avverata la previsione di chi definiva l’ala socialista che virò all’epoca verso il Cavaliere come un pezzo di sinistra momentaneamente “prestato alla destra”, e profetizzava un suo rientro nella “casa madre”, che pare appunto non essersi verificato, e in merito c’è da ritenere che l’odierna fisionomia della sinistra eserciti poca o nulla attrattiva per chi vent’anni fa compì quel passo, andò cioè in tutt’altra direzione.

Tutt’altro scenario offrirebbe invece una formazione socialista in condizioni di oggettiva e manifesta autonomia, che potrebbe funzionare da riferimento elettorale per tutti coloro che si riconoscono in questa area di pensiero politico, ma resterebbe comunque da affrontare e risolvere il nodo delle alleanze, posto che in un sistema tendenzialmente bipolare sembra irrealistica e innaturale una posizione di equidistanza e neutralità – ovvero di “isolamento”, che però alla lunga risulterebbe impopolare – e già qui potrebbero sorgere o riemergere difformità e contrasti.

Ma vi è un altro aspetto a mio avviso di non poco conto, che può complicare ulteriormente le cose, ossia il fatto che talune problematiche già di per sé abbastanza “calde” – in materia di tasse, patrimoniale, sicurezza, immigrazione, questioni etiche, ecc… – sono divenute in questi anni piuttosto “incandescenti”, tanto che le soluzioni prospettate dall’uno e dall’altro fronte si vanno sempre più distanziando e radicalizzando, per non dire ideologicizzando, ed è così anche nella pubblica opinione, e ciò impone ai partiti scelte di campo che rischiano di allontanare ancora una volta chi tenta semmai di riavvicinarsi limando le rispettive “angolosità”. Nel senso che, per concludere, in questa fase possono persistere e riproporsi, in casa socialista, le spaccature che avvennero nel secondo novecento, pur se in futuro potrebbe essere diverso, qualora lo “scontro” di posizioni di cui sopra avesse ad attenuarsi.

Paolo Bolognesi

Discutiamo seriamente
delle regole del ‘sistema’

Quando si parla di sistema elettorale dovrebbe esservi sempre un punto fermo, da non perdere mai di vista, ossia il fatto che la politica trae dal voto la sua legittimazione e la sua forza, ovvero il PRIMATO per usare il vocabolo forse più confacente, e altrettanto dovrebbe valere per i suoi rappresentanti, cioè gli eletti.

C’è tuttavia chi sostiene una tesi un po’ diversa, secondo la quale il suddetto principio vale sicuramente per i partiti ma non necessariamente per i loro singoli esponenti, nel senso che la regola delle preferenze non è determinante, rispetto invece al consenso riscosso dal partito di rispettiva appartenenza, il quale resta il cardine della LEGITTIMAZIONE POPOLARE, e dunque anche una assemblea di “nominati” non inficerebbe l’importante principio di cui sopra.

Questa seconda corrente di pensiero sembra essere un po’ più “debole” rispetto a quella favorevole alle preferenze, posto che quest’ultima sugella maggiormente la RAPPRESENTATIVITA’, ma anche l’altra non manca di ragioni, vedi: 1) il fatto che solo una bassa percentuale di votanti esprime di norma la preferenza, ma va nondimeno a determinare gli eletti – 2) il rischio “infiltrazioni” su cui qualcuno insiste parecchio – 3) la possibilità di vagliare meglio la rispondenza delle candidature – 2) i costi che può comportare la ricerca di sostenitori, cioè di preferenze, spese che non tutti si possono permettere tanto da originare disparità tra i candidati.

A sua volta, la reintroduzione delle PREFERENZE su scala nazionale è in conformità con quanto avviene per le elezioni europee, regionali e comunali, e si allineerebbe così tutta la “macchina” del voto, a meno che non vi siano particolari motivi per mantenere le differenze, ma allora andrebbe probabilmente ripensata l’intera architettura istituzionale, e il sistema degli equilibri tra i diversi “poteri”.

A fronte di tutto ciò, non è senza logica il percorrere intanto una STRADA INTERMEDIA, che affianchi alle preferenze una quota di liste bloccate, o meglio di candidature bloccate, ma anziché “blindare” i capilista di ogni circoscrizione elettorale, come pare essere l’ipotesi in circolazione, mi sembrerebbe preferibile la formula del “listino” bloccato, in modo tale che il territorio esprima tutti i suoi rappresentanti alla stessa maniera, cioè tramite le preferenze.

Il meccanismo delle preferenze aumenta giocoforza il “peso” degli eletti nei confronti di chi regge il partito, o guida il Governo per chi si trova ad essere in maggioranza, il che da un lato può temperare gli eventuali eccessi del LEADERISMO, oggi molto diffuso per non dire “imperante”, ma dall’altro può agire da “freno” e “rallentatore” quando semmai si richiedono decisioni rapide, con poche interferenze, per rispondere ai ritmi di un mondo che corre sempre più in fretta.

Anche qui occorre dunque trovare una MEDIAZIONE tra le due opposte esigenze, mediazione che a me sembra ravvisabile, come mi è già capitato di scrivere, nell’attribuire al Primo Ministro la facoltà di sciogliere le Camere qualora il livello di veti e “interdizioni”, all’interno del proprio gruppo, divenisse incompatibile con l’azione di governo, o se si verificassero troppi casi di “trasformismo” ossia “cambi di casacca”.

Se poi si ragiona di COALIZIONI, come peraltro andrebbe fatto visto che la tendenza al bipolarismo pare essersi ormai consolidata, a me sembra che la soglia di sbarramento potrebbe essere tolta, o decisamente abbassata, per i partiti che si presentano al voto in “raggruppamento”, posto che la loro forza sarà poi proporzionale al consenso ricevuto nell’urna, e se questo sarà basso altrettanto sarà il loro peso nella coalizione.

Non vedo neppure male che il mancato raggiungimento della “soglia” mantenga comunque i voti ottenuti dentro la coalizione, nel senso che non andrebbero perduti, visto che uno dei motivi che TRATTIENE L’ELETTORE dal scegliere i partiti “minori” risulterebbe essere il timore di “sprecare” il proprio voto (se appunto non si arrivasse alla soglia minima).

Da ultimo, una considerazione sugli aspetti economici della politica, i cui costi sono stati oggetto di tante comprensibili critiche, anche perché possono aver agito da “riferimento” per altri settori, con EFFETTI di trascinamento verso l’alto dei rispettivi livelli si spesa, ma tralascio qui gli aspetti “etici”, ancorché importantissimi specie in questi momenti di generale crisi, per limitarmi ad un risvolto che riguarda più strettamente il mondo politico.

Per quanto si sia cercato di contenere e ridurre i costi delle Assemblee elettive nazionali e regionali, permane l’impressione che resti ancora elevato il DIVARIO tra le retribuzioni e le “prerogative” dei loro componenti rispetto a chi siede sui banchi dei Consigli comunali, quelli almeno che io conosco, anche se per il Senato paiono in arrivo modifiche piuttosto radicali

Va indiscutibilmente riconosciuto l’eminente VALORE della funzione legislativa, ma anche l’IMPEGNO che comporta l’esser membro degli organismi locali merita di non essere sottovalutato, e andrebbe pertanto accorciata la distanza tra i suddetti differenti ruoli – senza ovviamente alzare il tetto complessivo di spesa, anzi cercando di abbassarlo – perché se di “servizio” si tratta, reso alla comunità da chi fa politica, tale deve essere, e sostanziarsi, per qualunque posizione si vada a ricoprire.

Viene da pensare che se i “costi della politica” non avessero lievitato al punto da dover essere riveduti – anche per rispondere al malcontento e alla contrarietà ingeneratisi nella PUBBLICA OPINIONE – potevano forse avere un altro corso i cambiamenti già intervenuti per Province e Comuni, o che si vanno profilando nel vicino futuro, con non poche perplessità e riserve.

Paolo Bolognesi