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Paolo D'Aleo

Catalogna: prove di dialogo con il Governo spagnolo

Pedro SanchezIl 9 luglio a Madrid, presso il Palazzo della Moncloa si è tenuto il primo incontro tra il premier socialista Pedro Sanchez e il governatore della Catalogna Quim Torra. Durante la riunione, durata oltre due ore, i leader hanno concordato di “ristabilire” le relazioni tra la regione autonoma e il governo centrale, totalmente interrotte con l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione spagnola.

Questa norma costituzionale si può attivare quando una Comunità Autonoma non adempia agli obblighi costituzionali e legali, tra cui la garanzia di unità del Paese.

Come si può ben immaginare, trattandosi di uno strumento legislativo delicato e anche asimmetrico, la sua attuazione dovrebbe presupporre un’estrema prudenza politica e un’attenta analisi operativa, poichè lo Stato assume su di sé il massimo livello della forza coercitiva a discapito della Comunità Autonoma.

Tuttavia, le vicende degli scorsi mesi hanno ampiamente superato il livello di allerta: l’indizione e lo svolgimento del referendum indipendentista in Catalogna, il primo ottobre 2017, hanno comportato un grave cortocircuito istituzionale e uno scontro tra i poteri dello Stato; la successiva violenta repressione delle forze dell’ordine nella giornata elettorale; la messa in stato d’accusa dei rappresentanti istituzionali catalani; il mandato di arresto europeo per l’allora presidente della Generalitat Puigdemont; le recenti elezioni in Catalogna e la nuova vittoria del fronte indipendentista.

Anche il governo centrale ha vissuto un rivolgimento, con l’approvazione della mozione di sfiducia al governo Rajoy, da parte del Congresso dei deputati e, come previsto dalla Carta costituzionale iberica, l’elezione di Pedro Sanchez, leader del PSOE (Partito Socialista Operaio Spagnolo) a nuovo Capo del Governo.

Pedro Sanchez, osteggiato dal gruppo dirigente storico (come la governatrice dell’Andalusia, Susana Diaz, sua sfidante alle ultime primarie del dicembre 2016), è tornato a guidare il Partito con il consenso della base socialista che gli ha riconosciuto coerenza nel contrastare il governo del Partido Popular e la scelta operata dal partito socialista di concedere “un’astensione benevola” al governo Rajoy, atto a cui rispose dimettendosi da segretario nazionale.

Tornando all’oggi, il nuovo esecutivo è un monocolore socialista, un governo di minoranza retto in Parlamento dall’appoggio esterno di Podemos e degli indipendentisti e nazionalisti catalani e baschi.

Pedro Sánchez è consapevole che la questione catalana sia la sfida più grande del suo mandato e un tema sensibile che può portare alla fine anticipata della legislatura. Per affrontare il problema, il Presidente del Governo è fiducioso che la nuova strategia del dialogo e della distensione possano portare al “disarmo” politico dei separatisti radicali che puntano ad una nuova escalation di tensione.

Il governo socialista confida nel fatto che non prevarrà nel movimento indipendentista la linea dura del secessionismo, rappresentata dal “fuggitivo” Carles Puigdemont e dal nuovo presidente della Generalitat, Quim Torra (“il circolo di Berlino”).

Tuttavia, durante l’incontro di ieri, Sánchez e Torra hanno condiviso la necessità di riattivare la Commissione bilaterale Stato-Generalitat, prevista dallo statuto della Catalogna ma non più convocata dal luglio del 2011.

Hanno concordato, inoltre, l’urgenza di ripristinare canali di dialogo tra i due soggetti istituzionali, fissando un nuovo incontro a Barcellona che probabilmente si terrà in autunno.

La mossa compiuta dall’esecutivo socialista può aprire una nuova stagione nei rapporti tra il governo centrale e le diverse autonomie di cui si compone lo Stato Spagnolo.

Sembrano superate le rigidità del governo conservatore di Rajoy che in nome dell’unità nazionale ha preferito utilizzare la ragione della forza rispetto al dialogo. In questa maniera ha ottenuto l’effetto contrario, rafforzando il consenso dei settori più radicali dell’indipendentismo catalano.

All’opposto, il tentativo di Sanchez si poggia sulla necessità di dialogare con le forze più moderate, in modo da raggiungere un accordo che dia maggiore autonomia alla Catalogna ma all’interno di un quadro di rinnovata unità nazionale.

In altre parole, la soluzione che Sanchez propone, con l’intento di scoraggiare la rivendicazione all’indipendenza della Catalogna è una riforma della Costituzione in senso plurinazionale.

La Spagna è una “nazione di nazioni” composta da Comunità autonome e governo centrale, in linea con lo spirito della Costituzione del 1979 con la quale si è inteso disegnare un ordinamento di tipo regionale, tendente al federalismo, in opposizione al centralismo che aveva caratterizzato il periodo della dittatura franchista.

Come Zapatero, anche il PSOE di Sánchez vede nella ridefinizione del consenso costituzionale in materia territoriale, l’opzione politica più efficace per costruire una nuova egemonia socialista insieme ad alcuni partiti della sinistra radicale, come Podemos, e con l’apporto dei nazionalisti.

Il nuovo stile del PSOE dà ossigeno alla direzione di CER o PDeCAT, indipendentisti catalani pragmatici, che vogliono riprendere il dialogo con il Governo per chiudere le ferite politiche e riparare le fratture sociali.

Da questi settori si fa notare come nonostante “i gesti e le minacce” di Torra, che come detto rappresenta l’ala più radicale, nessuno dei leader separatisti abbia infranto la legge. Anzi, il presidente del Parlamento catalano, Roger Torrent, ha messo in chiaro che non violeranno nuovamente la legge. Sperano, inoltre, che l’attivazione delle commissioni bilaterali tra lo Stato e il Governo consentano una normalizzazione delle relazioni. Tutto questo avviene mentre proseguono i processi alle massime cariche catalane responsabili dei passaggi che hanno comportato l’attivazione dell’art.155 Cost.

Di contro, dal governo spagnolo spiegano che il Presidente manterrà un atteggiamento di ascolto e dialogo, senza offrire al momento netti cambi di rotta sostanziali. Questo atteggiamento prudente si spiega con la necessità di verificare le reali intenzioni del governo catalano: non è chiaro se le sfide quotidiane lanciate da Torra siano una strategia di comunicazione per il proprio elettorato o nascondano la volontà di proseguire sulla strada dell’indipendenza.

Di fatto, Pedro Sánchez tiene aperti tutti gli scenari prima di una possibile evoluzione negativa del processo. Fonti del governo assicurano che se la Generalitat dovesse andare alla prova di forza, allora ci si richiamerà allo stato di diritto, come avvenuto nel 2017. È evidente come tale scenario sia il peggiore anche perché potrebbe determinare la caduta dell’esecutivo.

Per questo motivi continuerà il dialogo e si proporrà un rafforzamento delle Comunità Autonome. In questo senso, vanno lette le recenti nomine della catalana Meritxell Batet come ministro della Politica Territoriale e Funzione Pubblica e della basca, Isabel Celaá come portavoce del Consiglio dei ministri e Ministro dell’Istruzione.

Paolo D’Aleo

L’Europa, i sovranisti e le democrazie illiberali

europa bandiere

Lo scorso fine settimana si è svolto, a Bruxelles, il vertice del Consiglio Europeo sulla gestione dei flussi migratori. I risultati del vertice non sono stati soddisfacenti per il nostro Paese, a dispetto dell’ingiustificata esultanza del premier Conte.

Nel testo finale viene, più volte, ribadita la volontarietà della suddivisione di chi arriva in Europa. In altre parole, l’Italia non ottiene la distribuzione obbligatoria dei migranti ma, unicamente, l’impegno degli altri Paesi europei ad approntare, se lo vorranno, dei campi di accoglienza.

Rimane, a questo proposito, una grande incertezza rispetto all’attendibilità degli impegni presi su base volontaria.

Tra gli Stati europei più intransigenti e indisponibili alle ragioni della condivisione della gestione delle politiche migratorie si segnala il governo ungherese guidato da Viktor Orban e dal gruppo dei paesi di Visegrad, la fronda euroscettica dell’Europa centro-orientale (Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca). Ma troviamo estimatori delle idee politiche sovraniste anche nel Front National in Francia, nei partiti islamofobi di estrema destra del Nord Europa e in Italia, nella Lega (Nord?).

Proprio gli alleati europei di Salvini sono, plasticamente, i portatori di interessi nazionali configgenti con l’interesse italiano che è volto ad una comune gestione dei migranti su scala continentale, essendo l’Italia, per motivi geografici, il paese di primo arrivo.

Inoltre, l’alleanza sovranista europea con lo sponsor decisivo della Russia putiniana, fa della costruzione di una società chiusa a difesa della Tradizione uno dei punti qualificanti della propria azione politica.

Anche qui all’insegna dell’egoismo nazionale e orientati a forme di “democrazia illiberale”1.

Il termine “democrazia illiberale”, nella consuetudine politico-giornalistica, indica un sistema politico, con notevoli variazioni a seconda dei contesti nazionali, formalmente rappresentativo ma nel quale non vengono pienamente rispettati i principi pluralisti e democratici.

Alcuni studiosi definiscono questo peculiare sistema politico-istituzionale “democratura”, crasi tra democrazia e dittatura; altri, come Steve Levitsky2, professore di Scienza Politica all’Università di Harvard, utilizzano la dicitura di “autoritarismo competitivo”.

L’autoritarismo competitivo è un fenomeno post guerra fredda che coinvolge i Paesi che uscivano da forme di dittatura. Ciò nonostante, nella contemporaneità, si va diffondendo come teoria politica, anche nei settori più conservatori dell’Europa occidentale.

Nelle democrazie illiberali esistono le Istituzioni democratiche e sono vissute tanto dal governo che dall’opposizione come il principale meccanismo per giungere al potere. Le elezioni sono relativamente competitive e in alcuni casi si registrano delle parziali vittorie delle opposizioni.

Tuttavia, non si tratta di un regime democratico, perché la competizione non è equilibrata: il partito di governo gode di enormi vantaggi, riducendo, con lo strumento legislativo, gli spazi di agibilità democratica delle minoranze e la libertà dell’informazione. Giornalisti e attivisti dell’opposizione vengono minacciati, a volte arrestati e spesso si verificano manipolazioni e frodi elettorali.

Nei discorsi pubblici, e nella propaganda dei governi e dei partiti della destra radicale che s’ispirano al modello di “democrazia illiberale”, risuona un’argomentazione principale: la morte del modello democratico occidentale da sostituire con regimi autoritari sul modello di quelli sperimentati in Russia, Cina e Turchia.

Si prospetta l’abbandono dei metodi e dei principi liberali nell’organizzazione di una società. Si propone un impianto di forte rilancio dell’orgoglio nazionale e della Tradizione, con un uso strumentale dei valori cristiani, vi è una dichiarata ostilità alle politiche europee di accoglienza agli immigrati, fomentando razzismi vecchi e nuovi.

A tutto questo si aggiunge un utilizzo improprio dei poteri costituzionali, l’occupazione degli organi di garanzia e una gestione arrogante dei rapporti politici e dei rapporti con i mezzi di informazione.

Sembra evidente come gli elementi sopraindicati rappresentino una pericolosa messa in discussione dei valori di cui si sostanziano le democrazie occidentali e pluraliste.

S’intravede il rischio che le pulsioni illiberali, il nazionalismo, la demonizzazione della società civile etichettata come “radical chic”, conducano verso una società chiusa, autoreferenziale, impaurita e più debole.

Occorre vigilare sui pericoli dell’autoritarismo contemporaneo e contribuire a promuovere una cultura di tutela dei diritti umani, di promozione della libertà d’informazione e, più in generale, la realizzazione dei principi democratici enunciati nelle Carte europee e nazionali.

Paolo D’Aleo

1) A proposito, si leggano le argomentazioni utilizzate dal filosofo russo Aleksander Dugin, teorico delle politiche proposte e realizzate da Putin e da Russia Unita, in A. Dugin, La quarta Teoria Politica, 2017; A. Dugin, A. De Benoist, Eurasia. Vladimir Putin e la grande politica, 2014.

2) Si veda, S. Levitsky, L. Way, Competitive Authoritarianism: Hybrid Regimes after the Cold War , 2010.

L’Occidente e le sfide della democrazia pluralista

cameraLe democrazie liberali e pluralistiche vivono una grave crisi di legittimità e di consenso popolare, poste di fronte alle sempre più complesse sfide della contemporaneità: l’idea di una società chiusa, l’affermazione dei sovranismi reazionari, l’irruzione del terrorismo internazionale, la crisi economica e sociale.

Tutti questi avvenimenti mettono in discussione i valori del pluralismo, della tolleranza, dell’accettazione delle diversità, i vincoli di cooperazione e solidarietà tra i cittadini. Valori che sono a fondamento delle democrazie occidentali.

Dunque, per provare a salvaguardare questi principi, che hanno permesso l’irrompere dei processi di democratizzazione, l’emancipazione dei lavoratori e delle fasce più deboli della società, occorre chiedersi come debba essere inteso il pluralismo.

Il pluralismo indica una società nella quale vi sia la libertà di organizzazione degli interessi, la presenza di almeno due partiti, il riconoscimento delle associazioni intermedie poste tra lo Stato e l’individuo. In secondo luogo, il termine indica il pluralismo delle fedi religiose, delle culture e dei valori etici.

Il concetto di pluralismo si sviluppa storicamente lungo la traiettoria che muove dall’intolleranza alla tolleranza, dalla tolleranza al rispetto del dissenso e, tramite questo sistema di pensiero, al credere e promuovere il valore della differenza.

Occorre distinguere il pluralismo dalla pluralità: nella natura non c’è pluralismo, ma pluralità. Il pluralismo riguarda le forme di vita umana e solo esse, cioè è in generale un fatto di cultura, non un dato esclusivamente fenomenico, ma un intreccio di relazioni.

Tuttavia, proprio l’assenza di comprensione nella società della categoria del pluralismo, non permette il disporre di chiare idee e di adeguate progettualità politiche a fronte delle problematiche derivanti dalla contestuale presenza di differenti culture nel medesimo territorio.

Oggi, con il termine multiculturalismo s’identifica una società in cui sono presenti diverse culture, anche molto distanti l’una dall’altra, che tentano di individuare forme di pacifica convivenza.

La politica multiculturale, le rivendicazioni identitarie, la richiesta di nuova legittimazione hanno inizio nel continente nord americano, intorno agli anni sessanta del Novecento, con le lotte per il riconoscimento dei diritti civili degli afroamericani e da quelle per il conseguimento dei diritti di cittadinanza differenziati per le minoranze etnico-culturali del Canada.

Successivamente, le mobilitazioni coinvolgeranno altre comunità e minoranze svantaggiate: donne, omosessuali, gruppi religiosi, etnici e culturali. Il multiculturalismo, concepito come un progetto politico di riconoscimento delle differenze culturali, «deve essere inteso come lo sfondo dei movimenti sociali che reclamano il riconoscimento e l’uguaglianza di diritti per un insieme di gruppi diversi» (1).

In questo senso, la tolleranza precede l’affermazione del pluralismo, cosi come il multiculturalismo segue il pluralismo: non può esistere una società multiculturale che non sia una società pluralista.

Nel lessico della politica europea si parlerà di multiculturalismo soltanto negli anni ’80, poiché l’emergere di significativi flussi migratori ha imposto il tema di individuare elementi di convivenza tra le culture autoctone e le culture “altre”.

Nelle società multiculturali ci si trova di fronte a due problematiche principali: la visione liberale classica, tipica di pensatori come John Rawls, che tende ad ignorare le differenze culturali, richiamandosi a un generico universalismo. Dal versante dei comunitari, come Charles Taylor, il rischio dell’ipostatizzazione dell’idea di cultura o di gruppo.

Questi sistemi di pensiero hanno ispirato le principali politiche pubbliche d’integrazione, cioè costrutti teorici elaborati con lo scopo di gestire le problematiche d’integrazione dei migranti nella società ospitanti.

L’integrazione presenta un’intrinseca multidimensionalità, si sostanzia di continui processi d’inclusione, coinvolgendo, nello stesso tempo, una vasta platea di attori sociali.

È possibile individuare diversi modelli di politiche pubbliche d’integrazione, tra i più significativi: il modello multiculturale e pluralista inglese; il modello assimilazionista, tipico della Francia; il “non modello” mediterraneo.

Tutti questi esperimenti politici hanno affrontato parecchie difficoltà e momenti di crisi: si osservino, a titolo esemplificativo, le rivolte nelle banlieues francesi, le polemiche sorte intorno al Burquini, gli attentati di matrice islamista nel cuore d’Europa, etc..

Avvenimenti che dimostrano come sia difficile governare il cambiamento in atto con politiche di tolleranza, poiché si rimane ingabbiati nelle logiche d’inclusione/esclusione. Tale dicotomia contribuisce a declinare la questione delle nuove soggettività, ghettizzandole poiché non appartenenti alla nostra cultura.

In altre parole, non è possibile concepire, una situazione in cui nel rapporto tra le diverse culture, presenti nello spazio pubblico, ve ne sia un’egemonica che monopolizza l’ambito pubblico distribuendo simboli di disvalore alle culture minoritarie.

Si ripropone come una delle grandi questioni del nostro tempo, la necessità del superamento della dicotomia inclusione/esclusione, a favore di un incontro interculturale che si sostanzi, pur nella differenza, in una relazione dialogale di mutua conoscenza e condivisione.

Per comprendere le dinamiche della società multiculturale, sembra auspicabile darsi un metodo di lettura che permetta di cogliere le interconnessioni e le interazioni presenti nella società odierna che a tutti gli effetti è una società complessa.

La prospettiva della complessità, illustrata per primo da Edgar Morin, richiede un metodo che ci aiuti a pensare la complessità del reale, invece di dissolverla e di mutilarne la realtà.

Non esistono scorciatoie interpretative o ricette immediate e semplici: la semplificazione non permette di comprendere la realtà con le sue innumerevoli gradazioni.

A questo proposito, mi sento di condividere l’analisi di diversi studiosi che individuano nella iper-semplificazione del linguaggio e dei concetti complessi la moderna patologia, individuale e sociale, che oscura la complessità del reale.

In contrapposizione al paradigma di semplicità, il «pensiero complesso è animato da una tensione permanente tra l’aspirazione a un sapere non parcellizzato, non settoriale, non riduttivo e il riconoscimento dell’incompiutezza e dell’incompletezza di ogni conoscenza» (2).

Il principio che più di ogni altro può contribuire ad introdurre la percezione della complessità nella sfera della politica è il principio dialogico, che consente di mantenere la dualità in seno all’unità, associando due termini antagonisti, ma nello stesso tempo, complementari.

In questo senso, il modello dello scambio culturale e dell’interculturalità sembra la via migliore per garantire luoghi di dialogo, di confronto e di scambio reciproco tra persone e popoli differenti.

L’interculturalità non è solamente un modello teorico ma una prassi quotidiana che si sostanzia di tante piccole iniziative concrete, educative e sociali, che permettano la costruzione di un “orizzonte di valori comuni”. Questo metodo

Dunque, un percorso che non mira alla rimozione delle differenze tra due culture, né cerca di crearne una terza ibrida; all’opposto parte dall’accettazione delle differenze e tenta di organizzare una convivenza sociale che ne salvaguardi la ricchezza.

Anche la prospettiva interculturale, come la teoria della complessità presenta una dimensione globale, una volta si sarebbe detto internazionale, dalla quale può prendere avvio una riscoperta dell’interlocuzione, tanto nei rapporti inter-individuali che nella concezione generale della società, ponendo le basi per una comprensione reciproca e una cultura condivisa.

Una cultura che si nutra di dialogo, di accoglienza, di solidarietà, valori e pratiche che richiedono, all’interno di un’antropologia relazionale, il riconoscimento delle identità per essere concretamente e reciprocamente esercitati.

Paolo D’Aleo

1 C. Joppke, Multiculturalism and immigration: a comparison of the United States, Germany and Great Britain, in «The Theory and Society», vol. 25, n. 4, 1996, p. 449.
2 E. Morin, Introduzione al pensiero complesso. Gli strumenti per affrontare le sfide della complessità, Milano, Sperling & Kupfer, 1993, p. 3.

 

 

Le istituzioni nazionali e l’Europa democratica

commissione_berlaymont

Credo che sia giunto il tempo di pensare all’opportunità che gli Stati nazionali, al centro delle riflessioni politologiche nel ‘900, cedano parte della propria sovranità come forme di responsabilità decisionale agli enti sovranazionali europei. A condizione che le Istituzioni comunitarie si rinnovino nella composizione e nelle modalità di funzionamento.

Tuttavia, per realizzare questa ipotesi ambiziosa, la costruzione degli Stati Uniti d’Europa, è necessario riformare le Istituzioni dei paesi membri. La modifica della Costituzione e la razionalizzazione della forma di governo rappresentano una potente arma contro i populisti e i sovranisti, espressione delle destre prevalenti in questa fase storica, caratterizzata da una profonda crisi sociale e, per certi aspetti, culturale.

In Italia, da circa trenta anni le diverse classi politiche, si sono poste come obiettivo la riforma della Carta fondamentale, in particolare della seconda parte che disciplina il funzionamento delle Istituzioni. La prima parte della Costituzione rimane invariata nei suoi principi democratici e nella sua ispirazione egualitaria.

Già dalla fine degli anni Settanta furono avanzate richieste di riforma, più o meno, incisive: la prima proposta organica venne avanzata nel 1979 con il “Rapporto Giannini”; seguì il decalogo di Spadolini, in seguito la prima Commissione parlamentare bicamerale per le riforme costituzionali, presieduta dall’ex costituente di matrice liberale, Aldo Bozzi.

La prima commissione bicamerale, svolse il proprio lavoro dal 1983 al 1985, elaborando delle proposte che, tuttavia, non ebbero alcun seguito. Non ci fu alcuna disponibilità a riforme che incidessero a fondo sul regime politico, rafforzando davvero le istituzioni.

Si fece un ulteriore tentativo nel 1997, con la costituzione della Commissione bicamerale guidata da Massimo D’Alema che avrebbe dovuto istituire un semipresidenzialismo vero e proprio, accompagnato da un sistema elettorale a doppio turno. Com’è noto, i lavori della Commissione naufragarono a causa delle numerose contraddizioni e contrapposizioni tra le forze politiche.

Nel 2013, al momento della rielezione a Presidente della Repubblica di Giorgio Napolitano, in un quadro di crisi economica e stagnazione istituzionale, le forze politiche assunsero solennemente l’impegno di avviare il processo di revisione costituzionale che ha portato alla definitiva approvazione delle norme oggetto del referendum confermativo del dicembre 2016.

Ciò nonostante, anche a causa di errori nella comunicazione delle ragioni del Si (l’ex premier aveva impostato la campagna referendaria come una sorta di giudizio cosmico, un’ordalia, non tanto sul merito del progetto di revisione costituzionale, quanto su una valutazione complessiva dell’azione di governo), il 59% dei votanti decise di bocciare la proposta referendaria.

A questo punto, possiamo ricavare alcune considerazioni da un trentennio di tentativi di riforma costituzionali falliti: ieri come oggi occorre ripensare ad una “Grande Riforma” che razionalizzi la forma di governo e modifichi il sistema elettorale, rendendo il sistema politico più funzionante. Il sistema elettorale dovrebbe essere pensato come uno strumento duraturo nell’arco di più legislature e, in grado di accompagnare l’evoluzione futura del sistema partitico.

A questo proposito non c’è che da ribadire come i sistemi elettorali possano essere considerati degli acceleratori o in alternativa dei freni, che agiscono in determinati contesti e non uniche cause d’instabilità delle istituzioni.

Ritenere che il sistema elettorale da solo assicuri la stabilità è certamente errato. Bisogna considerare sia il sistema elettorale che il piano più propriamente istituzionale e strutturale. Poiché il rendimento del regime democratico dipende non soltanto dal sistema elettorale, ma anche dalle modalità di funzionamento delle Istituzioni, connesso con le forme di razionalizzazione della forma di governo.

In conclusione, continua ad essere presente uno dei temi chiave dell’esperienza costituzionale italiana l’assenza di progettualità costituzionale organica. Serve un coerente progetto di riforma della legge elettorale e di razionalizzazione della forma di governo, in un quadro di rinnovata centralità delle Istituzioni europee. Occorre tornare a immaginare un’Europa democratica, sociale e federale, in grado di garantire un patrimonio comune tra tutti i cittadini europei.

Paolo D’Aleo

Le istituzioni nazionali e l’Europa democratica

 

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Credo che sia giunto il tempo di pensare all’opportunità che gli Stati nazionali, al centro delle riflessioni politologiche nel ‘900, cedano parte della propria sovranità come forme di responsabilità decisionale agli enti sovranazionali europei. A condizione che le Istituzioni comunitarie si rinnovino nella composizione e nelle modalità di funzionamento.

Tuttavia, per realizzare questa ipotesi ambiziosa, la costruzione degli Stati Uniti d’Europa, è necessario riformare le Istituzioni dei paesi membri. La modifica della Costituzione e la razionalizzazione della forma di governo rappresentano una potente arma contro i populisti e i sovranisti, espressione delle destre prevalenti in questa fase storica, caratterizzata da una profonda crisi sociale e, per certi aspetti, culturale.

In Italia, da circa trenta anni le diverse classi politiche, si sono poste come obiettivo la riforma della Carta fondamentale, in particolare della seconda parte che disciplina il funzionamento delle Istituzioni. La prima parte della Costituzione rimane invariata nei suoi principi democratici e nella sua ispirazione egualitaria.

Già dalla fine degli anni Settanta furono avanzate richieste di riforma, più o meno, incisive: la prima proposta organica venne avanzata nel 1979 con il “Rapporto Giannini”; seguì il decalogo di Spadolini, in seguito la prima Commissione parlamentare bicamerale per le riforme costituzionali, presieduta dall’ex costituente di matrice liberale, Aldo Bozzi.

La prima commissione bicamerale, svolse il proprio lavoro dal 1983 al 1985, elaborando delle proposte che, tuttavia, non ebbero alcun seguito. Non ci fu alcuna disponibilità a riforme che incidessero a fondo sul regime politico, rafforzando davvero le istituzioni.

Si fece un ulteriore tentativo nel 1997, con la costituzione della Commissione bicamerale guidata da Massimo D’Alema che avrebbe dovuto istituire un semipresidenzialismo vero e proprio, accompagnato da un sistema elettorale a doppio turno. Com’è noto, i lavori della Commissione naufragarono a causa delle numerose contraddizioni e contrapposizioni tra le forze politiche.

Nel 2013, al momento della rielezione a Presidente della Repubblica di Giorgio Napolitano, in un quadro di crisi economica e stagnazione istituzionale, le forze politiche assunsero solennemente l’impegno di avviare il processo di revisione costituzionale che ha portato alla definitiva approvazione delle norme oggetto del referendum confermativo del dicembre 2016.

Ciò nonostante, anche a causa di errori nella comunicazione delle ragioni del Si (l’ex premier aveva impostato la campagna referendaria come una sorta di giudizio cosmico, un’ordalia, non tanto sul merito del progetto di revisione costituzionale, quanto su una valutazione complessiva dell’azione di governo), il 59% dei votanti decise di bocciare la proposta referendaria.

A questo punto, possiamo ricavare alcune considerazioni da un trentennio di tentativi di riforma costituzionali falliti: ieri come oggi occorre ripensare ad una “Grande Riforma” che razionalizzi la forma di governo e modifichi il sistema elettorale, rendendo il sistema politico più funzionante. Il sistema elettorale dovrebbe essere pensato come uno strumento duraturo nell’arco di più legislature e, in grado di accompagnare l’evoluzione futura del sistema partitico.

A questo proposito non c’è che da ribadire come i sistemi elettorali possano essere considerati degli acceleratori o in alternativa dei freni, che agiscono in determinati contesti e non uniche cause d’instabilità delle istituzioni.

Ritenere che il sistema elettorale da solo assicuri la stabilità è certamente errato. Bisogna considerare sia il sistema elettorale che il piano più propriamente istituzionale e strutturale. Poiché il rendimento del regime democratico dipende non soltanto dal sistema elettorale, ma anche dalle modalità di funzionamento delle Istituzioni, connesso con le forme di razionalizzazione della forma di governo.

In conclusione, continua ad essere presente uno dei temi chiave dell’esperienza costituzionale italiana l’assenza di progettualità costituzionale organica. Serve un coerente progetto di riforma della legge elettorale e di razionalizzazione della forma di governo, in un quadro di rinnovata centralità delle Istituzioni europee. Occorre tornare a immaginare un’Europa democratica, sociale e federale, in grado di garantire un patrimonio comune tra tutti i cittadini europei.

Paolo D’Aleo

Finanziamento pubblico e qualità della democrazia

costituzione 2

Nell’epoca della contemporaneità, delle comunicazioni frequenti e veloci, occorre interrogarsi sulla qualità delle Istituzioni, delle forze politiche e, in ultima istanza, sullo stato di salute delle democrazie pluralistiche.

Con tutta evidenza, si tratta di temi complessi che attengono al futuro delle democrazie occidentali poste di fronte alle grandi sfide di un mondo globalizzato e sempre più interconnesso.

Da circa tre decenni si assiste a una profonda modificazione delle identità e delle forme organizzative dei partiti politici.

Si è passati dai partiti di massa e strutturati, presenti nel corpo vivo della società a partiti e movimenti “leggeri”, de-ideologizzati, privi di cultura politica e guidati da leadership carismatiche che celano una pressoché totale assenza di luoghi di discussione dove elaborare linee d’azione e di riflessione teorica.

L’irrompere delle nuove tecnologie della comunicazione politica, quali i social network e le piattaforme di condivisione, ha differenziato e moltiplicato i costi della funzione politica, sempre più personalizzata e con un notevole livello di dipendenza tra il politico e il finanziatore.

A differenza del passato, il rapporto tra il finanziatore e il politico non presenta filtri e controlli che potevano essere imposti dai partiti politici di massa del Novecento.

Si aggiunga, a tutto questo, la funzione sempre più marcata dei sondaggi d’opinione, come strumento di misurazione del consenso.

Vi è il rischio che la ripetizione dei sondaggi apra le porte ad una sorta di «contratto sociale continuo»,1 ovvero a un permanente elettrocardiogramma dell’opinione pubblica destinato ad incidere sulle modalità della partecipazione popolare.

Difatti, qualora la legittimazione politica delle decisioni prese derivi esclusivamente dalla “sondaggistica”, si aprirebbe la strada al rischio che le decisioni politiche vengano indirizzate dai gruppi di potere più influenti.

In questo senso, la politica «si trasforma da labor intensive work, che richiede suole delle scarpe e strette di mano, in capital intensive work, che esige mezzi finanziari per la pubblicità e contatti postali diretti. Il denaro e i media hanno sostituito i contatti personali come principale fonte d’energia politica»2.

Con tutta evidenza, si rileva un nesso tra destrutturazione dei partiti politici di massa, con conseguente debolezza della politica e la cancellazione del finanziamento pubblico ai partiti nel nostro Paese.

Il finanziamento pubblico ai partiti è una delle modalità, assieme alle quote d’iscrizione, alla raccolta fondi e ai rimborsi elettorali, attraverso cui i partiti politici reperiscono i fondi necessari a finanziare le proprie attività.

In passato, i partiti e i movimenti politici fondavano una parte significativa delle proprie attività sui tesseramenti dei militanti e sulle donazioni volontarie; tuttavia, l’evoluzione tecnologica ha comportato l’ulteriore aumento del fabbisogno partitico, a fronte di una riduzione progressiva del finanziamento pubblico.

In Italia, con la legge n. 47/2014 si è determinato l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, sotto la spinta di un diffuso sentimento antiparlamentare e di profonda sfiducia, da parte dei cittadini, verso i meccanismi della democrazia rappresentativa.

Tuttavia, questo comporta una grave differenziazione tra i grandi partiti che possono contare su cospicui finanziamenti privati e le piccole forze politiche, custodi delle culture politiche storiche, che hanno visto ridursi notevolmente le proprie capacità d’iniziativa politica.

Le modalità di finanziamento ai partiti, previste dalla nuova legislazione, prevedono da una parte le detrazioni per le erogazioni liberali in denaro in favore dei partiti politici e, soprattutto, il meccanismo del 2 per 1000, con il quale ciascun contribuente può destinare il due per mille della propria imposta sul reddito delle persone fisiche a favore di un partito politico.

In Germania il finanziamento pubblico ai partiti è disciplinato da una legge, la Parteiengesetz, un complesso di norme che disciplina pure l’ordinamento dei partiti. Prima di essa (approvata nel 1967), in ogni caso esisteva già la disposizione costituzionale che stabilisce che i partiti debbono rendere pubblicamente conto dell’origine dei loro mezzi finanziari.

Questa legge è risultata molto efficace: tutti i partiti politici presentano, ad ogni livello, le stesse modalità organizzative/decisionali e anche democraticità interna nella selezione dei candidati.

Viceversa, in Italia non si è mai data attuazione all’art. 49 della Costituzione che prevede il diritto di associarsi liberamente ai partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.

Se si osserva il caso tedesco, si rileva come vi sia un legame tra sistema di rappresentanza proporzionale e partiti ben strutturati, nonché tra partiti forti e finanziamento pubblico alle attività politiche.

In questo senso, non sembri una digressione, l’evidenziare il nesso inscindibile che lega la costruzione delle moderne democrazie pluralistiche, la conseguente estensione del suffragio elettorale, all’avanzata del principio proporzionale che nel giro di pochi decenni nel Novecento ha soppiantato, in gran parte degli Stati europei, il sistema maggioritario.

In altri termini, l’affermarsi del principio proporzionale in relazione al processo di democratizzazione è connesso all’emergere delle classi subalterne, che si sono dotate di organizzazioni sindacali e di partiti politici a difesa dei propri interessi.

«Il processo di democratizzazione ha seguito una dinamica plurifase che si è connessa con l’emancipazione civile delle classi subalterne. Il progressivo allargamento del suffragio è quindi strettamente correlato con il riconoscimento di quella serie di diritti che la dottrina ha chiamato diritti pubblici soggettivi a tutte le persone socialmente ed economicamente dipendenti».3

Proprio la Germania rappresenta un caso emblematico, poiché il sistema elettorale è proporzionale, i partiti politici presentano una democraticità interna, il finanziamento pubblico è quantitativamente superiore al finanziamento privato. Di conseguenza, gli interessi delle lobby risultano meno perforanti.

Viceversa, in contesti dove il finanziamento pubblico è del tutto, o quasi, assente, si pensi agli Stati Uniti d’America, si registra una maggiore capacità di indirizzare e manipolare le decisioni politiche da parte delle organizzazioni d’interessi privati nei confronti dei rappresentanti del Congresso.

In questa maniera vengono progressivamente espunti alcuni caratteri essenziali della tradizionale rappresentanza democratica: l’eletto come rappresentante del popolo o della nazione. Al loro posto, trionfano la rappresentanza di settore e il legame con le categorie che hanno reso possibile l’elezione, fattori determinanti di riduzione drastica dell’indipendenza dell’eletto, che individua «quale entità astratta, il bene comune».4

Anche in Italia, a causa dell’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti si pone la necessità di regolamentare le attività di rappresentanza d’interessi nei confronti dei decisori pubblici.

Si tratta di mettere in risalto l’elemento della trasparenza, tramite l’istituzione di un registro dei rappresentanti d’interessi, la garanzia di pubblicità delle informazioni, della conoscibilità dei processi decisionali, in un’ottica che favorisca la più ampia partecipazione democratica.

Una legge sulle lobby che ancora oggi non esiste in Italia e che rappresenta una storica battaglia del movimento socialista.

In conclusione, il rendimento del regime democratico dipende non soltanto dal sistema elettorale, ma anche dalle modalità di funzionamento delle Istituzioni, connesso ad una vitalità delle forze politiche e della cittadinanza attiva.

Tutti questi elementi scaturiscono da rapporti di forza interni alla società su cui influiscono in modo determinante le scelte delle élites.

Paolo D’Aleo

1 S. Rodotà, Tecnologie dell’informazione. La democrazia e le nuove tecnologie della comunicazione, Roma – Bari, Laterza, 2004.

2 L. K. Grossman, The Electronic Republic. Reshaping American democracy in the information age, New York, Penguin Books, 1996.

3 F. Lanchester, I sistemi elettorali e forma di governo, Bologna, Il Mulino, 1981, p. 54.

4 G. Sartori, Videopolitica, in Rivista italiana di scienza politica, vol. 19, 1989, p. 197.