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Paolo D'Aleo

Usa: si affermano i giovani “socialisti democratici”

Alexandria Ocasio-Cortez

Alexandria Ocasio-Cortez

Le elezioni di medio termine, negli Stati Uniti, hanno registrato un sostanziale pareggio: Trump e i repubblicani mantengono il controllo del Senato, con 51 seggi a fronte dei 45 seggi dei democratici. Di contro, i democratici conquistano la maggioranza nella Camera dei Rappresentanti, con 220 seggi mentre i repubblicani ne ottengono solo 193.

In questo quadro, emerge una nuova generazione di giovani democratici, portatori di un messaggio socialista ed egualitario.

Sconfiggono, nelle primarie, il tradizionale gruppo dirigente del “partito dell’asinello”, e alle elezioni di ieri riescono a conquistare seggi pesanti, affermando, nel campo democratico, una prospettiva politica maggiormente di sinistra, in grado di esprimere la candidatura presidenziale nel 2020.

Dunque, i democratici tengono, dimostrano una certa vitalità, riprendendosi dallo shock del 2016 e vincono bene, dove esprimono candidati socialisti e di chiara impronta anti-estabilshment.

Il simbolo del riposizionamento dei “Democrats” è Alexandria Ocasio-Cortez, la più giovane deputata del Congresso degli Stati Uniti.

Ha vinto nel collegio elettorale 14 di New York battendo, con il 78 per cento dei consensi, l’avversario repubblicano, il 72enne Anthony Pappas.

Classe 1989, nata e cresciuta nel Bronx, uno dei quartieri più difficili di New York con una forte infiltrazione della malavita afroamericana, è portoricana di origini, laureata in economia e relazioni internazionali, Alexandria ha lavorato come cameriera per aiutare la sua famiglia.

La Ocasio-Cortez si definisce socialista, democratica e sostenuta, da subito, dal senatore del Vermont Bernie Sanders (riconfermato al Senato, vero ispiratore di questa ondata di nuovi socialisti americani).

La giovane deputata si è affermata nei mesi scorsi come l’icona dei millenials di sinistra di tutto il mondo.

Le sue origini nella working class, i sacrifici e le rinunce per gli studi universitari, la voglia di riscatto ed emancipazione contro le ingiustizie della società ipercapitalista americana (accentuate con la presidenza Trump), hanno fatto breccia in una parte significativa dell’elettorato americano.

La deputata di New York non è da sola, con lei i Democratic Socialists of America, un movimento politico che si muove, per via del sistema elettorale maggioritario a turno unico, nell’orbita del partito democratico.

Altri esponenti della sinistra del partito sono: Rashida Tlaib, 42 enne, prima musulmana eletta, in Michigan, al Congresso; Sharice Davids, 39 anni si aggiudica il Kansas e diventa la prima donna nativo-americana in Congresso; Ayanna Presley, 44 anni, afroamericana, eletta per il Congresso, in Massachusetts; in Colorado si aggiudica la corsa per governatore il democratico Jared Polis, 43 anni, primo uomo apertamente omosessuale ad essere eletto al Congresso nel 2009, e adesso il primo governatore, negli States, espressione della comunità LGBT.

Tutti questi candidati esprimono una piattaforma programmatica attenta ai temi della giustizia sociale, dell’eguaglianza e di maggiori diritti di libertà. Nello stesso tempo, con le loro stesse biografie rappresentano una società aperta, multiculturale, tollerante e inclusiva.

Si fanno promotori, in questo modo intercettando il voto dei Millenials e di coloro i quali soffrono gli effetti della globalizzazione iperliberista, di una richiesta di maggiore welfare state, avendo come modello i paesi del Nord Europa, patrie delle socialdemocrazie e delle politiche keynesiane.

Un altro aspetto non secondario sta nella loro ferma indisponibilità nel ricevere finanziamenti da parte delle lobbies e delle corporations, in modo da poter essere liberi dalle influenze dei generosi finanziatori.

La conquista della maggioranza alla Camera, da parte dei democrats, rappresenta una spina nel fianco del presidente Trump, da sempre ben poco avvezzo alle trattative politiche.

Sui grandi temi dell’agenda politica americana, quali equità sociale, riforme economiche, diritti civili, immigrazione, la maggioranza democratica, probabilmente guidata da Nency Pelosi, darà filo da torcere al presidente.

D’altro canto, i repubblicani, mantenendo la maggioranza al Senato, mostrano come sia ancora forte la presa del trumpismo nell’opinione pubblica americana e solido il consenso nelle regioni interne degli States.

Sul piano internazionale, la sinistra democratica esce rafforzata dalle elezioni di midterm.

Il socialismo, nel linguaggio politico americano, registra un favore inaspettato, in particolare tra i giovani. La squadra dei Democratic Socialists vince, prevalendo rispetto ai democratici moderati.

Sullo scacchiere della sinistra internazionale, ciò potrebbe rappresentare una preziosa occasione per rilanciare ed allargare il campo e le funzioni dell’Internazionale Socialista. Dopo queste elezioni, è possibile che alle presidenziali del 2020 i democratici americani si presentino con un candidato/a giovane, socialista pronto a sfidare il populismo conservatore di Trump, ribaltandone il discorso pubblico, con un richiamo ad ideali di eguaglianza e libertà.

Paolo D’Aleo

 

Gli Usa aprono alla Cina. Volano le borse

US President Donald J. Trump administration to accept the One China policy

È un momento molto importante per le banche europee, in attesa di conoscere i risultati complessivi degli stress test. Gli stress test, effettuati da organizzazioni collegate alla Banca centrale europea, permettono di stabilire se le banche europee possiedono un capitale sufficiente a sostenere una situazione economica che può peggiorare. Nel momento in cui scrivo, viene reso noto che le banche italiane: Intesa Sanpaolo, Unicredit, Ubi e Banco Bpm hanno superato gli ultimi stress test; lo spread tra Btp e Bund tedeschi è in calo, oscillando per tutta la giornata sotto quota 300.

Stamane Piazza Affari ha registrato un +1,2%, allineandosi alle principali borse europee, che seguono il buon andamento di Wall Street di ieri e delle Piazze asiatiche. Queste ultime si avviano a chiudere la settimana con il migliore recupero da aprile 2016.

Uno dei motivi degli indici così positivi è rinvenibile nella riduzione delle tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina, e alla recente apertura della Cina agli investimenti stranieri.

Dalla fine di luglio, gran parte dei divieti, rivolti a proteggere le compagnie cinesi dalle acquisizioni estere, hanno perso efficacia.

Si tratta di una policy adottata dal governo del gigante asiatico per salvaguardare la crescita economica del Paese dalle ripercussioni della “guerra” commerciale con gli Usa: il governo statunitense ha imposto dei dazi da prodotti provenienti dai principali paesi asiatici, in particolare la Cina, ad esempio in materia di pannelli solari e lavatrici.

Tuttavia, recentemente, sembra aprirsi una distensione commerciale e sono in corso dei colloqui tra le istituzioni americane e quelle cinesi.

Il presidente americano Donald Trump ha tenuto una lunga conversazione con il presidente della Repubblica popolare Cinese, Xi Jinping e ha dichiarato che gli incontri “stanno procedendo bene”.

Di contro, Xi ha auspicato che i due Paesi possano promuovere stabili relazioni, volte ad espandere la cooperazione commerciale bilaterale, lasciandosi alle spalle le tensioni commerciali del passato più recente.

Secondo indiscrezioni di stampa, si rende sempre più probabile la preparazione di una bozza di accordo Usa- Cina sul commercio internazionale, da presentare in occasione del G20, che si terrà il 30 novembre e il 1 dicembre, a Buenos Aires, in Argentina.

Dalle dichiarazioni dei rappresentanti del governo americano emerge la volontà di ritirare alcune tasse e dazi, qualora le discussioni politiche con la controparte proseguissero con successo.

Si vedrà, nelle prossime settimane se il dialogo tra gli Usa e la Cina proseguirà, quali saranno le effettive misure concordate e se la bozza di accordo sarà presentata durante il G20.

Da queste importanti decisioni economiche e finanziarie dipenderà, in misura significativa, la situazione commerciale a livello globale e le conseguenti ricadute nelle economie dei paesi europei.

Paolo D’Aleo

Cannabis, Canada legalizza. Da noi tolleranza zero

canada cannabisIl Canada ha legalizzato l’uso della marijuana a scopo ricreativo. Con la legge approvata lo scorso giugno, il paese nordamericano diventa il più grande mercato di marijuana legale al mondo e il secondo stato, nel continente americano, a legalizzare la cannabis per uso ricreativo, preceduto soltanto dall’Uruguay.

La legalizzazione, in vigore dal 17 ottobre di quest’anno, rappresenta una scelta d’avanguardia per il premier canadese, il liberale Justin Trudeau: nessun paese grande, ricco e sviluppato come il Canada aveva scelto, in precedenza, la strada della legalizzazione del possesso e dell’uso della marijuana.

Il primo ministro, dopo l’entrata in vigore della legge, ha scritto su Twitter: «era troppo facile per i nostri figli comprare marijuana e per i criminali farci grandi profitti. Oggi abbiamo cambiato le cose».

La normativa canadese prevede che tutti i maggiorenni potranno acquistare sino ad un massimo di 30 grammi di marijuana per volta; tuttavia si lasciano ampia discrezionalità e autonomia nelle scelte alle singole province, di cui è composto il territorio amministrativo del Canada.

Le province avranno la facoltà di decidere dove si dovrà comprare, dove si potrà fumare e l’età minima per l’acquisto: guardando alle scelte fatte dai singoli territori, si può notare come, in alcune province, la marijuana sarà venduta in appositi negozi; in altre province, come l’Ontario, la produzione e la vendita saranno gestite, unicamente, dallo Stato.

Così come Alberta e Quebec hanno fissato l’età minima per l’acquisto a 18 anni, mentre in altre province l’età minima è fissata a 19 anni.

Rimane, ancora, l’incertezza rispetto al prezzo della marijuana in vendita nei negozi. Questo è un aspetto da non sottovalutare, perché dipenderà dal prezzo della marjiuana, se la legalizzazione riuscirà a raggiungere gli obiettivi prefissati: controllo e garanzia nel consumo e, nello stesso tempo, contrasto al narcotraffico e al crimine organizzato.

Infatti, un prezzo basso potrebbe garantire una sconfitta del mercato illegale rispetto a quello che potrebbe succedere se il prezzo del prodotto fosse inaccessibile ai più; viceversa, se il prezzo sarà troppo basso, l’effetto potrebbe consistere nel favorire il consumo e ciò non rientra tra gli obiettivi che il governo si è posto all’atto di approvazione della normativa.

Nel giorno dell’entrata in vigore della storica riforma sono stati organizzati, nelle principali città canadesi, diversi sit-in: urla di gioia, balli in strada e manifestazioni dove si leggevano cartelli con scritto, “è finito il proibizionismo. Abbiamo fatto la storia. Incredibile!”.

La legalizzazione della cannabis e dei suoi derivati è un tema che sta emergendo con forza negli ultimi anni, in particolare con la scelta compiuta dalla California, dal Colorado e da altri sette stati degli Usa.

Prendendo ad esempio la California, dati economici alla mano, si può notare come lo Stato sia uscito da una forte crisi economica trainata, in misura principale, dall’ingente mercato della cannabis e dei suoi numerosi derivati.

Tuttavia, il processo di trasformazione culturale è stato accompagnato da interventi informativi, educativi, preventivi, curativi, realizzati dalle istituzioni scolastiche e sanitarie.

Anche in Italia, nel dibattito pubblico, emerge periodicamente il divisivo tema della lotta al narcotraffico e della legalizzazione della cannabis.

Nella scorsa legislatura è stata presentata una proposta di legge, sottoscritta da 218 deputati di ogni schieramento politico, riuniti in un intergruppo parlamentare “cannabis libera”: nella pdl si prevede che i maggiorenni possano detenere una modica quantità di cannabis per uso ricreativo (circa 15 grammi), la vendita al dettaglio in negozi dedicati e forniti di licenza dei Monopoli.

Inoltre, il progetto di legge consente l’auto-coltivazione per fini terapeutici e prevede maggiori fondi per iniziative di sensibilizzazione e di educazione civica sui temi delle sostanze stupefacenti, andando ad incrementare il finanziamento dei progetti del Fondo nazionale d’intervento per la lotta alla droga.

In aggiunta alla proposta di legge parlamentare, le associazioni e i comitati di cittadini che si battono per la legalizzazione hanno raccolto un numero sufficiente di firme e depositato una proposta di legge d’iniziativa popolare, simile a quella dell’intergruppo, differenziandosi soltanto per la previsione dei “cannabis social club”.

Per la prima volta, un dibattito su questi temi è approdato in un contesto istituzionale, ma a causa delle divisioni negli schieramenti politici, si è deciso di lasciare le proposte di legge su un binario morto.

Con la nuova legislatura, nata dopo il 4 Marzo, il tema sembra essere sparito dall’agenda politica, facendo trasparire la volontà dell’esecutivo (o di una sua parte) di rendere ancora più proibizionista la legislazione sulla cannabis.

Il ministro della Famiglia Fontana ha annunciato la campagna “Tolleranza Zero” che dovrebbe tradursi in un decreto con misure repressive e punitive.

Questo scenario è figlio di un approccio repressivo, che ha provocato l’aumento degli introiti illegali alle organizzazioni criminali, senza diminuire in alcun modo il consumo delle sostanze stupefacenti, che anzi risultano in aumento, in particolare tra i giovanissimi.

Bisognerà capire se da queste parole potranno poi seguire disposizioni legislative conseguenti o se rimarranno solo parole, utili a solleticare l’elettorato più conservatore, considerando che nel contratto di governo non c’è nulla di ciò che viene annunciato.

L’approccio della war on drugs è stato criticato in tutto il mondo e appare superato proprio se si considerano le tendenze legislative negli Stati Uniti d’America, in Canada, in diversi Paesi del Sud America, e le riflessioni in atto in numerosi Paesi europei.

Nello stesso tempo, da quello che succederà in Canada dipenderà, probabilmente, molto di quello che accadrà nel resto del mondo.

Paolo D’Aleo

Brexit, manifestazione per un nuovo referendum

no brexit

Si è svolta sabato, a Londra, un’importante manifestazione per chiedere un secondo referendum sulla Brexit.

Il corteo, organizzato in risposta all’appello di “People’s Vote” (un movimento per un “nuovo voto popolare”, che riunisce diverse associazioni pro Ue), ha coinvolto decine di migliaia di persone, venute da ogni parte del Regno Unito, muovendosi da Hyde Park sino alla piazza del Parlamento, nel centro della capitale britannica.

Tra i manifestanti numerosi deputati dei partiti laburisti, libdem, dello Snp (partito indipendentista scozzese) e conservatori “critici”; si è registrata anche la presenza di molti cittadini europei, rappresentati in particolare da “The3Million”, un movimento nato in difesa dei circa tre milioni e mezzo di europei che vivono nel Regno Unito.

La marcia è stata chiamata #PeoplesVoteMarch, da stamattina l’hastag su Twitter è trend topic, l’argomento del giorno più di tendenza.

Dal palco della piazza del Parlamento si sono alternati diversi interventi, tra i più apprezzati quello del sindaco di Londra, il laburista Sadiq Khan.

Negli scorsi mesi si sono registrate numerose manifestazioni di cittadini (l’ultima nel giugno scorso aveva richiamato circa 100 mila persone), per chiedere una svolta politica e una revisione del progetto di uscita dall’UE, considerando che a pochi mesi dalla Brexit, prevista per il 29 marzo 2019, i negoziati tra Londra e Bruxelles sono ancora in fase di stallo.

Rimangono aperte, in particolare, le questioni economiche relative ai movimenti di capitali e di persone, e lo spinoso tema del confine con l’isola d’Irlanda.

L’opinione pubblica britannica dal referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea del 2016, sembra aver cambiato sensibilità sul tema.

Diversi istituti di sondaggi danno oggi il Remain come l’opzione preferita dalla maggioranza dei cittadini.

Tanti giovani, che nel 2016 non avevano l’età per partecipare alla consultazione referendaria, rappresentano, in percentuale, i maggiori sostenitori della prospettiva europea e oggi lo hanno dimostrato con una massiccia presenza alla marcia.

I sostenitori di un nuovo voto referendario ritengono che i britannici, che hanno votato per il 52% a favore dell’uscita dall’Ue nel referendum, avrebbero votato diversamente se fossero stati messi a conoscenza delle reali problematiche che la Brexit avrebbe portato con se.

Tuttavia, sarà molto difficile che si concretizzi una retromarcia da parte della premier Theresa May e della maggioranza del partito conservatore.

Il Primo Ministro, sostenitrice del Leave (a differenza di David Cameron, ex capo del governo che si è dimesso dopo la sconfitta referendaria), è da sempre contraria alla possibilità di riportare i cittadini alle urne per conoscere l’opinione popolare rispetto ai negoziati, con le istituzioni comunitarie, che nei mesi non hanno portato grandi risultati. In questo senso la May ha dichiarato che “non ci sarà nessun secondo referendum, la gente ha votato”.

Di contro, gli organizzatori di The People’s vote, ritengono la manifestazione di oggi “la marcia più grande, più chiassosa e più importante che ci sia mai stata”, segno di come la sensibilità dell’opinione pubblica britannica stia cambiando a favore di una prospettiva europea per il Regno Unito.

Tutto dipenderà da come proseguiranno, da qui a Marzo, le trattative tra l’UE e il governo presieduto dalla May.

Se si dovessero incontrare ostacoli non superabili, potrebbe aprirsi una stagione nuova: una crisi nel governo Tory, elezioni anticipate e la possibile vittoria dei laburisti, guidati da Jeremy Corbyn.

A breve, tutti questi eventi potrebbero portare a dei cambiamenti rilevanti nella “questione Brexit”.

Paolo D’Aleo

Catalogna: indipendentisti senza maggioranza

catalogna-barcellonaTira aria di crisi, in Catalogna, tra i due principali partiti indipendentisti al governo, ERC (Esquerra Republicana de Catalunya, sinistra repubblicana) e JxCAT (Junts per Catalunya, centro-destra).

Il governo catalano, guidato Quim Torra, vive una fase molto difficile, non gode più della maggioranza nel Parlament: ha il sostegno di soli 61 deputati, a fronte dei 65 seggi dell’opposizione.

Lo scontro nella maggioranza, unito all’appoggio esterno garantito saltuariamente dal movimento indipendentista, di estrema sinistra, CUP porta la maggioranza separatista soltanto alla parità con il fronte unionista.
In questo caso le votazioni sono ripetute tre volte fino a bocciare le proposte in caso di continuo pareggio: il 9 ottobre scorso, durante il Debate de Política General, l’assemblea ha bocciato, con questa procedura, il riferimento al “diritto all’autodeterminazione” della Catalogna.

I partiti per l’indipendenza hanno perso il controllo dell’assemblea legislativa catalana martedì scorso, quando l’Ufficio di Presidenza del Parlamento, col sostegno di ERC e dei socialisti del PSC, ha negato a 4 deputati di JxCAT (tra cui l’ex presidente Puigdemont), la possibilità di continuare a delegare il proprio voto.

I deputati “da dimissionare” si trovano in carcere, o in “esilio”, a seguito della dichiarazione unilaterale d’indipendenza del 2017, successiva all’indizione del referendum che mirava alla disgregazione dell’unità spagnola.

 Una vicenda conclusasi con la repressione del movimento indipendentista, l’attivazione dell’art.155 della Costituzione e le nuove elezioni, che hanno confermato la maggioranza ai partiti indipendentisti.

Tuttavia si è aperto, dopo il voto, una lotta per la definizione della prospettiva, all’interno del variegato mondo del separatismo catalano: da una parte la coalizione guidata da Puigdemont, JxCAT, che ha adottato una linea intransigente, contraria alla possibilità di sostituire i “deputati prigionieri”, anche a costo di perdere la maggioranza nell’assemblea; dall’altra parte ERC e il presidente del Parlamento, Roger Torrent, che hanno respinto le pretese di Puigdemont, in modo da garantire il mantenimento della maggioranza, dando seguito, tra l’altro, ad una sentenza della magistratura spagnola.

Questa vicenda potrebbe rappresentare l’inizio di una guerra senza quartiere nel mondo indipendentista.

Secondo esponenti dell’ERC, si tratta di slealtà da parte di JxCAT: i repubblicani ricordano che il 2 ottobre, JxCAT e ERC hanno firmato un accordo per sostituire i loro deputati assenti in modo da non perdere la maggioranza assoluta.

Quando si arrivò al momento decisivo, ERC rispettò l’accordo, presentando le lettere di dimissioni dei suoi prigionieri, ma JxCAT si tirò indietro senza offrire alcuna spiegazione, anzi chiamando vigliacchi e traditori i membri del partito alleato.

Tutto sembra obbedire a una strategia machiavellica, voluta dall’ex presidente in esilio, Puigdemont, che vuole seminare il caos, lanciare un’offensiva a pieno titolo contro l’ERC: l’obiettivo è di mettere il partito repubblicano alle corde per convincerlo a confluire nella lista, Crida per la Republica, una piattaforma (in realtà un nuovo partito) trasversale, con volti nuovi, vocazione egemonica nel mondo indipendentista e una forte leaderizzazione.

Inoltre, da fonti di JxCAT, si sostiene che vi sia un patto segreto tra socialisti e repubblicani per “tradire” la causa indipendentista.

Allo scontro duro, avventurista e, in definitiva, perdente, l’ERC preferisce un dialogo con il governo nazionale per la ridefinizione del consenso costituzionale in materia territoriale, nel quadro della proposta di Sanchez, della “nazione di nazioni”, composta da Comunità autonome, con ampi poteri, e il governo centrale, in linea con lo spirito della Costituzione del 1979.

In questo senso vanno lette l’astensione dei deputati socialisti catalani alla mozione di sfiducia al governo firmata dal PP e da Ciudadanos, nonché il voto comune con ERC sulla destituzione dei parlamentari “per procura”.

Tuttavia, l’ex presidente Puigdemont, ha un altro fronte aperto, non con i repubblicani questa volta, ma con il proprio partito.

I quadri del PDeCAT (formazione principale di JxCAT) vivono uno stato d’insofferenza a causa dell’assenza di dibattito interno, lamentano la mancanza di una chiara direzione politica e l’eccessivo potere in capo a Puigdemont.

Tutto questo genera un malcontento difficile da gestire e pronto ad esplodere.

L’esecutivo di Quim Torra, prova a buttare acqua sul fuoco delle divisioni e delle polemiche dell’ex maggioranza. Ma, non troppo velatamente, ci si prepara al redde rationem: la situazione potrebbe diventare presto insostenibile, degenerare politicamente e il passo successivo sarebbe la convocazione di ennesime elezioni anticipate.

 Il movimento indipendentista è tutt’altro che un blocco omogeneo. Si vedrà, nei prossimi giorni, se emergerà la volontà di ricucire o invece si perseguirà nel disegno di far saltare il tavolo.

 In questo frangente, la Catalogna rischia di rimanere in bilico e in una perenne attesa, dalle fila dell’opposizione si parla già di “governo degli zombi”e questo non è un grande auspicio per il futuro.

Paolo D’Aleo

I diritti civili, l’autoritarismo e il realismo politico

diritti civiliDa tempo si assiste ad un fenomeno preoccupante: i diritti civili vengono, molto spesso, calpestati sull’altare del realismo politico.

L’attenzione e la sensibilità dei paesi occidentali, sul grande tema della tutela dei diritti umani su scala planetaria, tema centrale nella seconda parte del Novecento in Europa, si sono fortemente affievolita, a causa del prevalere di ragioni economiche e di “potenza” dell’occidente liberale.

Alzando lo sguardo verso il mondo, ci si accorge di tante violazioni dei diritti umani, vasti luoghi, regioni e Stati che, sistematicamente, calpestano i diritti fondamentali.

A queste realtà i governi europei, il governo americano, la stessa Ue e l’opinione pubblica sembrano essere disattenti in nome della tutela di interessi consolidati.

Per questi motivi, ad esempio, in Egitto, per mantenere dei rapporti di collaborazione geopolitica con il governo, che si erge a paladino della lotta contro il fondamentalismo islamico, si tende a dimenticare il caso di Giulio Regeni, (dottorando dell’Università di Cambridge, ucciso due anni fa, si suppone potesse avere un legame con il movimento sindacale che si oppose al governo del generale Al Sisi, in seguito alle vicende di Piazza Tahrir al Cairo).

 Si pensi all’operato dei tribunali egiziani che, oltre ad aver “ucciso” un’intera generazione di giovani che chiedevano più libertà e democrazia, hanno commutato diverse esecuzioni capitali a esponenti dei Fratelli Musulmani, nel quadro di una spietata campagna di repressione che va avanti dal 2013.

 Emblematico, in questo senso la situazione che si registra in Birmania, con la persecuzione dei Rohingya, gruppo etnico di minoranza islamica, in un paese a maggioranza buddhista, massacrati dall’esercito nazionale con la complicità, preoccupante e dolorosa allo stesso tempo, del premio Nobel per la pace, Aung San Suu Kyi.

Come testimonia la sua stessa vita, rappresenta un simbolo di resistenza alla tirannide della dittatura, tuttavia, adesso trovandosi al governo, seppur in “co-tutela” con l’esercito, non ha speso, incredibilmente, una parola o preso l’iniziativa per bloccare le violenze ai danni dei suoi stessi concittadini.

Ancora, la vicenda terribile della persecuzione degli omosessuali in Cecenia, con veri e propri campi di concentramento, venuta a galla nel 2017 grazie all’inchiesta del periodico indipendente russo Novaja Gazeta, per cui scriveva la giornalista Anna Politkovskaja, assassinata per motivi politici.

La repressione è stata pensata e organizzata dal governo locale ceceno, ma ha avuto l’appoggio silente e la complicità della Federazione Russa, da tempo immemore, poco attenta alla tutela dei diritti umani e di libertà.

Potremmo parlare di quel che avviene in Turchia, nel Kurdistan, in Yemen, Siria, Arabia Saudita, Cina, Corea del Nord o di quel che succede nel continente africano o in alcuni paesi dell’America Latina.  Come si vede, purtroppo sono innumerevoli i casi di violazione dei diritti umani nel mondo.

I diritti umani rappresentano dei diritti inalienabili che spettano ad ogni essere umano: tra i diritti fondamentali della persona, spiccano il diritto alla libertà individuale, il diritto ad esprimere le proprie idee, il diritto ad autodeterminarsi e, più in generale, i diritti civili e politici. Accanto ai diritti di libertà prendono corpo i diritti sociali, fra i quali il diritto al lavoro, alla salute, all’istruzione, all’abitazione, alla pensione e ad una vita dignitosa.

Nel dibattito politico occidentale, si regista una certa tendenza nel considerare i diritti civili come subordinati ai diritti sociali e, di conseguenza, si dà una scarsa attenzione al consolidamento dei necessari diritti di libertà.

Si pensi alle narrazioni delle destre sovraniste europee che vagheggiano una democrazia illiberale nel cuore dell’Europa, sul modello della Russia di Putin o dell’Ungheria di Orban. I nazionalisti parlano molto di sovranità e riconquista dei diritti sociali perduti, proponendo, nello stesso tempo, norme di stampo reazionario e liberticida sui diritti civili (in questo senso, si muove il ddl proposto dal senatore della Lega Pillon).

Dunque, s’insidia nel cuore dell’Europa, un pensiero autoritario che guarda con favore a diverse realtà non democratiche del mondo, accomunate dalle limitazioni alle libertà d’informazione e di espressione.

Una torsione pericolosa che andrebbe riconosciuta nelle sue caratteristiche, cui contrapporre il valore universale dei diritti umani, sparito dall’agenda effettiva dei governi occidentali.

Come saggiamente previsto dai padri costituenti italiani, dopo l’esperienza della seconda Guerra Mondiale, i diritti sociali e i diritti civili rappresentano, nella prima parte della Costituzione, i due principi fondamentali: inviolabilità e dignità personale (art. 2 Cost.), eguaglianza (art. 3 Cost.).

Sandro Pertini diceva che: “Libertà e giustizia sociale, che sono le mete del socialismo, costituiscono un binomio inscindibile: non vi può essere vera libertà senza giustizia sociale, come non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà”.

Di fronte alla necessità storica di mantenere le libertà faticosamente conquistate e di costruire società eque e democratiche, occorrerebbe un risveglio della cittadinanza, da tempo sopita, un contraltare al pensiero conservatore e reazionario di una nuova intellettualità progressista, un maggiore sforzo di analisi in capo ai partiti democratici in un’ottica europea e internazionale e un convinto coinvolgimento delle Istituzioni internazionali, come l’ONU, oggi, al contrario, avvitati in una pericolosa impotenza.

Paolo D’Aleo

Spagna. I dolori del “giovane” Sanchez

governo-sanchezIl governo spagnolo, guidato da Pedro Sanchez, vive giorni difficili e di continue polemiche. Dietro l’angolo, le dimissioni del terzo membro dell’esecutivo, dall’insediamento nel giugno scorso. Dopo neanche trenta giorni alla Moncloa, il Presidente del Governo ha dimissionato Maxim Huerta, ministro della cultura, a causa di una condanna per evasione fiscale. Al giro di boa dei 100 giorni, Sanchez ha accusato il colpo delle dimissioni del ministro della Salute, Carmen Monton, costretta a lasciare l’incarico, dopo la scoperta del plagio della sua tesi di master all’Istituto di Diritto Pubblico dell’Università statale Juan Carlos I di Madrid. Una tesi ampiamente copiata e l’intero percorso del master pieno di irregolarità, in termini di presenze fittizie e voti non corrispondenti.

Tuttavia, si è scoperto che lo stesso Istituto di Diritto Pubblico di Madrid, chiuso dalla magistratura e al centro di un’inchiesta, in cui è coinvolto anche il neo-leader del Partido Popular Pablo Casado, rappresentava una fabbrica di titoli falsi per l’élite politica spagnola. È degli ultimi giorni, la notizia della tempesta scatenata sulla titolare della Giustizia Dolores Delgado, per le conversazioni intercettate con l’ex commissario José Manuel Villarejo, collezionista di dossier segreti, in custodia cautelare dallo scorso novembre, accusato di riciclaggio, organizzazione criminale, corruzione per i ricatti a giudici, politici, imprenditori e funzionari del Centro Nacional de Inteligencia (Cni).

La Delgado, inizialmente aveva negato di aver mai conosciuto l’ex commissario, in seguito è stata smentita da diversi audio diffusi da media on line confidenciales, dove si ascoltano commenti, quanto meno, imbarazzanti. Si va da apprezzamenti non affettuosi verso il collega Fernando Grande-Marlaska, attuale ministro degli Interni, omosessuale dichiarato nel governo socialista a larga maggioranza femminile, bollato come «maricon»; ad intercettazioni dove la Delgado, in un incontro con Villarejo e l’ex giudice Garzon, racconta di aver visto, durante un viaggio di lavoro a Cartagena, procuratori spagnoli e membri del Tribunale Supremo accompagnarsi a cameriere minorenni dell’hotel.

E altri numerosi commenti del tenore di: «La giustizia in questo paese è una puta mierda». Sia Carmen Monton che Dolores Delgano, erano tra i più stretti collaboratori del premier socialista. Entrambe le esponenti politiche sono state fedeli al leader, anche nel tortuoso cammino che ha portato Sanchez nuovamente alla guida del PSOE, con lo scontro con buona parte del gruppo dirigente storico e, dopo poco tempo, alla presidenza del governo.

Queste vicende colpiscono direttamente l’esecutivo, hanno delle ripercussioni rispetto alla già fragile tenuta parlamentare: il monocolore socialista gode, infatti, dell’appoggio di 84 deputati sui 350 della Camera. Com’è evidente, il Partito Socialista necessita dell’appoggio di Podemos e delle forze regionaliste e indipendentiste per ottenere la maggioranza al Congresso.

Il Senato, a maggioranza popolare, ha approvato una mozione di censura dell’operato della Delgado, che si è difesa dichiarando che nessuno potrà minacciare il governo socialista. Pablo Iglesias, il leader di Podemos, dopo aver chiesto, a gran voce, le dimissioni dell’allora ministro della Salute, Carmen Monton, reclama le dimissioni del ministro della Giustizia, in compagnia del Pp e di Ciudadanos che richiedono le elezioni anticipate.

Un’altra grana, più politica e meno giudiziaria, è rappresentata dalla “questione venezuelana”: il governo spagnolo è, in Europa, tra i più aperti sull’accoglienza dei migranti che arrivano dal mare (va in questo senso, l’iniziativa dell’ex ministro Monton, volto al ripristino dell’assistenza sanitaria universale anche per gli immigrati clandestini).

Si ricorderà quando a giugno scorso, il primo ministro spagnolo ha tolto le castagne dal fuoco al governo Di Maio-Salvini, che aveva rifiutato l’accesso nei porti italiani della nave Acquarius, con 629 migranti a bordo. In quell’occasione Sanchez dichiarò: «È nostro obbligo aiutare a evitare una catastrofe umanitaria e offrire un porto sicuro a queste persone. Si tratta di un segnale affinché la Spagna rispetti gli impegni internazionali in materia di crisi umanitarie».

Oltre ai migranti provenienti dall’Africa, negli ultimi mesi moltissimi cittadini venezuelani hanno lasciato il loro paese e si sono trasferiti in Spagna, provocando una curiosa contraddizione. Diversi paesi americani, tra cui Colombia, Perù e Stati Uniti, che si oppongono al regime venezuelano, hanno introdotto nuove politiche per aiutare i venezuelani a ottenere la residenza e i permessi di lavoro temporanei nei rispettivi territori, in modo da mostrare la propria opposizione a Maduro.

Di contro, il governo spagnolo non ha velocizzato le procedure, limitandosi ad appoggiare le ultime sanzioni approvate dall’Unione Europea contro diversi funzionari venezuelani, a denunciare l’illegittimità delle elezioni di maggio e a sostenere che il «dialogo» rappresenti l’unico modo per uscire dalla crisi venezuelana.

Questo atteggiamento si spiega con le posizioni di Podemos, i cui leader hanno avuto rapporti di amicizia consolidati con Chavez e Maduro.

Nonostante le opposizioni di destra chiedano di adottare nuove politiche che facilitino l’integrazione dei migranti venezuelani in Spagna, il governo manterrà una posizione morbida verso il regime di Maduro, continuando a proporre una soluzione negoziata in Venezuela che eviti una crisi interna con Podemos, forza politica necessaria per la sopravvivenza dell’attuale governo.

Gli ostacoli parlamentari sono davvero molti: dall’approvazione della prossima legge di Bilancio, alla necessità di gestire la complessa partita della questione catalana e le possibili complicazioni nei tentativi di dialogo tra il governo di Madrid e l’esecutivo della Generalitat, preseduto da Quim Torra.

Solo se Pedro Sanchez riuscirà a mantenere la rotta, ad avviare un piano di riforme incisivo sul piano sociale e istituzionale, potrà arrivare alla fine della legislatura, nel 2020, nonostante le pressioni.

Paolo D’Aleo

Un Grillo Qualunque. La storia che potrebbe ripetersi

grillo

Ascoltando e rileggendo le parole di Beppe Grillo, e i contenuti del suo blog, mi viene in mente un parallelismo con una stagione politica lontana, la stagione dell’Uomo Qualunque.

Esistono molte somiglianze tra il Fronte dell’Uomo Qualunque e le espressioni utilizzate, per anni, da Grillo e dal Movimento 5 stelle delle origini. Per intenderci, l’epoca del blog del comico genovese e il movimento di opposizione dura e pura, copia sbiadita dell’attuale compagine pentastellata, guidata dal capo politico Luigi Di Maio, dal profilo governativo e “istituzionale”. A questo punto, bisogna tornare indietro nel tempo: erano gli anni immediatamente successivi alla fine della seconda guerra mondiale e per l’Italia fu un periodo di grandi scelte di natura politica, economica e culturale. In quel contesto un movimento fece molto discutere, il Fronte dell’Uomo Qualunque, guidato da Guglielmo Giannini, avvocato napoletano, classe 1891, teatrante, autore di commedie e giornalista.

L’Uomo Qualunque fu il nome di un settimanale, cui il n. 1 apparve a Roma il 27 dicembre 1944, sorto nel segno della protesta e del malessere presente nel Mezzogiorno, nella dolorosa fase di passaggio dal fascismo al post-fascismo. Giannini firmò l’editoriale del primo numero, poi diventato un vero e proprio manifesto del movimento: “Io sono quello che ha venduto tutto per comprare il poco che ha potuto. Io sono quello che non crede più a niente e a nessuno. Io sono l’Uomo Qualunque”.

Guglielmo Giannini colse gli umori del tempo e li interpretò magistralmente. Utilizzò un linguaggio rozzo e diretto, alternativo al discorso pubblico dominante concentrato sulle virtù della nascente democrazia e su una certa enfasi resistenziale.

Alle elezioni del 1946, il Fronte dell’Uomo Qualunque, portatore di istanze liberal-conservatrici e legate all’antipolitica, ottenne un ottimo risultato, il 5,3% delle preferenze. Tuttavia, il Fronte entrò nella prima legislatura, quella del ’48, per un soffio, e concluse la sua parabola politica nel 1953.

Infatti, le difficoltà arrivarono subito dopo, in Assemblea Costituente, dove il Fronte dell’Uomo Qualunque ha subito vistosi cambiamenti di linea politica, soccombendo nel confronto con i politici del tempo. Il qualunquismo declinò in maniera piuttosto rapida poiché portatore di un fenomeno spontaneo e reazionario che immaginava uno “Stato amministrativo”, proponeva il ritorno al privato, ad una dimensione non pubblica: la sempreverde polemica dell’italiano stritolato dallo Stato.

Il Fronte dell’Uomo Qualunque rappresentava l’italiano medio, «l’uomo qualunque», schiacciato dallo Stato, che gli estorce denaro con le tasse, incurante di tutto il resto. Da questo fenomeno politico è nato il termine qualunquismo. Potremmo dire un grillismo precedente allo stesso Grillo.

Le somiglianze tra il M5S e il Fronte dell’Uomo Qualunque, così come tra Giannini e Grillo sono notevoli: entrambi uomini del mondo dello spettacolo e abili comunicatori. Ognuno di loro è padrone del mezzo comunicativo della propria epoca, tramite l’impiego massiccio della satira: Giannini nella commedia e nella carta stampata, Grillo ha puntato sull’uso della rete, del blog e sui comizi itineranti.

Il lessico dei comizi di Grillo è molto semplice, comprensibile a tutti, gergale e spesso sfocia nella volgarità. In parallelo, il linguaggio degli esponenti del Fronte dell’Uomo Qualunque era sempre irriverente e ironico: ridicolizzavano gli avversari politici storpiandone i nomi: il Partito Comunista Italiano diventa il “Partito Concimista Italiano”, Pietro Calamandrei, uno dei fondatori del Partito d’Azione diventa “Pietro Caccamandrei, così come Ferruccio Parri diventa quindi “Fessuccio Parri”.

Un secondo elemento di somiglianza è rappresentato dal “leaderismo populistico”che si sostanzia in leadership carismatiche: Grillo e Casaleggio per il M5S, Giannini per l’Uomo Qualunque. Ancora, affiorava nelle polemiche di Giannini un rifiuto dei nuovi professionisti della politica: si parlò di «Upp» (Uomini Politici Professionali), contrapponendo loro la folla indistinta d’italiani che volevano solo essere «lasciati in pace»: la tutela del particolare contro la dimensione della politica intesa come azione collettiva e professionalità. Tutto questo richiama direttamente i Vaffa-day organizzati, negli anni di opposizione, da Beppe Grillo e co.

Eventi nei quali il comico genovese attaccava i partiti e tutto l’estabilishment: “Non perdete la capacità di incazzarvi […]. I mass media, portavoce del Sistema, hanno attaccato con una violenza inaudita il Movimento. Le grandi firme, i grandi registi, cantanti pataccari, conduttori e artisti di partito si sono scatenati contro chi li avrebbe spazzati via dalle poltrone del Regime.”

In altri termini, messaggi irrazionali che mirano a colpire la pancia dell’elettore, messaggi di protesta senza proposte chiare e realizzabili.

Entrambi i movimenti rifiutano le etichette di destra e sinistra. Ciò nonostante l’Uomo Qualunque era schierato, effettivamente, su una posizione di destra: contestava il regime fascista ma, nel frattempo, denunciava una presunta rendita di posizione degli antifascisti, additando il Cln come una specie di nuovo totalitarismo; in maniera, per certi versi simile, il M5S alla prima prova di governo stringe un’alleanza programmatica con la Lega di Salvini, formazione politica chiaramente di destra nelle parole d’ordine, nei programmi e nelle alleanze europee (si pensi alla “Internazionale nera”).

La natura di destra viene sistematicamente coperta da esponenti della “sinistra interna” dei 5stelle, del tutto ininfluenti rispetto agli indirizzi politici del governo da essi sostenuto; nella stessa maniera, Giannini e l’Uomo Qualunque recitarono anche professioni di fede antifascista, aperture al Pci e appelli al Partito liberale.

Va riconosciuto sia a Giannini che a Grillo di aver rappresentato, in epoche diverse, un diffuso sentimento di delusione e una quota di genuina rabbia popolare. Dunque, con le dovute differenze, Giannini è stato un precursore, ha aperto una strada, ha dato consistenza al malessere diffuso nel Paese, segnato da una guerra lacerante, ha saputo dare rappresentanza alle inquietudini del ceto medio meridionale nella protesta contro lo Stato oppressore.

Nello stesso modo, la crisi dei partiti politici tradizionali, l’emergere di leadership sempre più personali ha spalancato le porte al qualunquismo contemporaneo, trasformando il M5S, alle ultime elezioni politiche, in un partito pigliatutto. Tuttavia, dopo la vittoria elettorale dei grillini e l’insediamento al governo rimangono le difficoltà dell’azione legislativa e dei meccanismi parlamentari. La storia potrebbe ripetersi nuovamente e i cittadini trarre preziosi insegnamenti dalle vicende di Guglielmo Giannini e dell’Uomo Qualunque.

• Sul sito web della Camera dei Deputati sono disponibili tutti gli interventi in aula, tra il 1946 e il 1953, di Guglielmo Giannini, leader del Fronte dell’Uomo Qualunque.

Paolo D’Aleo

Casaleggio e i rischi della democrazia elettronica

Negli scorsi giorni Davide Casaleggio, il figlio del cofondatore del Movimento 5 Stelle e a capo della Casaleggio Associati e dell’Associazione Rousseau, ha dichiarato che “la democrazia diretta è il futuro”, le assemblee parlamentari e la democrazia rappresentativa costituiscono un passato da archiviare.

Ma sarà davvero così?

Di sicuro, le nuove tecnologie della comunicazione, in quanto tecnicamente in grado di realizzare una partecipazione dei cittadini alla sfera pubblica, possono offrire un efficace contributo alla vitalità della democrazia pluralista.

Tuttavia, l’e-democracy, non sembra poter costituire né un’alternativa alle istituzioni rappresentative, né appare in grado di prefigurare un loro superamento.

La democrazia elettronica non deve essere considerata una forma di governo ma, tutt’al più, un sistema in grado di gestire e rivitalizzare la relazione tra le Istituzioni e i cittadini.

Occorre distinguere da una parte una comunicazione politica veicolata dai vecchi mass-media e una comunicazione realizzata invece tramite la rete, una sorta di continua diretta con i cittadini, che obbliga il politico ad aumentare la propria esposizione al pubblico.

Non è una questione di velocità nelle comunicazioni né, tantomeno, una questione di capacità di recezione generazionale. Anche la generazione dei Millenials, frequenti utilizzatori di strumenti di rete e social, non comprendono pienamente le dinamiche del web, limitandosi ad un uso dettato da un’esperienza superficiale e intuitiva.

A differenza di quanto avveniva in passato, il cittadino non è più semplice ricettore del messaggio: giornali, telegiornali, manifesti, spot pubblicitari, sono tutti strumenti passivi dal punto di vista del destinatario del messaggio. Viceversa, il web e la comunicazione 2.0 implicano un grado d’interazione immediata: condivisioni, retweet, commenti. Una capacità interattiva basata su una sintassi comunicativa semplice, non mediata e poco strutturata.

Anche l’identità del partito politico cambia in maniera piuttosto rapida con l’evoluzione dei mezzi di comunicazione: la comunicazione politica è fortemente personalizzata, si assiste a un sempre maggiore e inquietante scarto tra le promesse annunciate e i programmi effettivamente realizzati.

In questo modo, i caratteri essenziali della rappresentanza democratica tradizionale (l’eletto rappresentante del popolo, l’assenza del vincolo di mandato) vengono sostituiti dal ruolo sempre più marcato dei sondaggi d’opinione, come strumento di misurazione del consenso, che elimina qualsiasi “pensiero lungo”, o almeno di medio periodo.

Ci si trova ormai nel pieno della modernità liquida, per dirla con Zygmunt Bauman, sociologo e filosofo della politica: nella nostra epoca si sono disgregati i legami sociali tra gli individui spalancando le porte ad una radicale individualizzazione. Una società dove l’individuo, egoista ed egocentrico, è afflitto dalla solitudine non potendo più contare su concetti ben definiti di tempo e spazi sociali.

La democrazia liquida diventerà negli anni la proposta organizzativa di maggior successo dei movimenti che si richiamano alla centralità della rete e in particolare del movimento dei Pirati.

L’Italia, anche in questo caso, si conferma un’isola politica di diversità, poiché nel nostro paese il Partito Pirata, espressione dell’Internazionale dei Pirati, non ha mai raggiunto livelli significativi di consenso partecipando alle competizioni elettorali, tutt’al più con singoli candidati nelle liste unitarie della sinistra radicale.

Il maggiore motivo di tale insuccesso è dovuto al sostegno raccolto dal Movimento 5 Stelle che, nonostante specifiche peculiarità che affondano le radici nella recente storia politica italiana, ha fatto del mito della rete, della trasparenza, della lotta ai vecchi partiti le principali bandiere della propria azione politica.

Questi movimenti, nelle loro differenti specificità si presentano, seguendo la classica schematizzazione della scienza politica, come movimenti antisistema, portatori di un marcato antiparlamentarismo, in forte polemica contro la partitocrazia, cui contrappongono, genericamente, le virtù e la genuinità del popolo.

I movimenti che propugnano il mito della rete rifiutano le etichette di destra e sinistra, ciò nonostante è possibile scorgere l’inconcludenza di una simile mancata definizione. Come insegna l’esperienza storica, le scelte politiche, tanto più per partiti che si prefiggono l’obiettivo del governo della società, non sono mai neutre ma si dispongono all’interno di uno spazio programmatico dove i valori, i principi, le identità politiche, si collocano nel continuum destra-sinistra, conservatori-progressisti. Dunque, si può arbitrariamente decidere di non utilizzare le classiche schematizzazioni politiche, tuttavia il contenuto della classificazione non cambia, né sarà possibile non considerarla in futuro. Bisogna aggiungere che i movimenti della democrazia elettronica confondono spesso l’agorà virtuale, la democrazia elettronica con la democrazia reale e diretta.

La democrazia diretta presuppone la quasi totale assenza d’intermediari tra cittadino e Istituzioni e, dunque, la partecipazione di tutti i cittadini alle decisioni pubbliche.

Questo è possibile, in linea generale, attraverso gli strumenti del bilancio partecipativo, gli strumenti del referendum propositivo, del referendum confermativo, l’istituzione di consulte, comitati di quartiere e assemblee civiche.

In altri termini, uno spazio cittadino che sperimenti nuovi terreni di partecipazione e progettualità, attraverso l’interazione tra più figure: dal privato sociale alle comunità migranti, fino agli enti locali, in grado di fornire risposte adeguate ai differenti bisogni.

Vale la pena ricordare che questi strumenti di democrazia diretta sono già stati sperimentati, nel contesto latinoamericano, non dalle forze antisistema ma dai partiti della sinistra socialista e popolare. Si pensi all’esperienza dell’Amministrazione popolare di Porto Alegre, a partire dal 1988, guidato dal Partido dos Trabalhadores (PT).

La democrazia elettronica è cosa diversa dalla democrazia partecipativa; l’e-democracy cela il rischio della sostanziale subalternità del cittadino, il quale vive l’illusione della partecipazione, senza percepire il subdolo potere decisorio di elitès autoreferenziali, come Blog, piattaforme online, tutti strumenti privi dei necessari contropoteri di cui la democrazia deve, invece, sostanziarsi.

La presunta alternativa alla democrazia dei partiti rischia di trasformarsi in una disordinata assemblea telematica, dove le issues risultano completamente disarticolate e il cittadino è atomizzato davanti ad uno schermo.

La crisi dei partiti di massa e delle organizzazioni intermedie mostra come le difficoltà dei tradizionali strumenti di mediazione non stiano avviando una rivoluzione dal basso, un’immaginaria democrazia diretta, ma al contrario plasmino una società chiusa e guidata dal populismo.

All’opposto, è auspicabile che si apra una nuova stagione di partecipazione, con partiti rinnovati, pregni di cultura politica, nella quale sia coinvolta la cittadinanza attiva per riaprire dei virtuosi canali di dialogo nella sfera pubblica.

In questo modo, sarà possibile sottrarsi a scorciatoie organizzative che, nei fatti, assegnano ad un establishment autoreferenziale e lontano dai bisogni della collettività, le aspettative dei cittadini, che verranno certamente disattese.

Paolo D’Aleo

• Per un’analisi più esaustiva dei partiti e dei movimenti che s’inspirano alla democrazia elettronica, si legga: P. D’Aleo, Il problematico rapporto tra cyberspazio e democrazia rappresentativa. I movimenti politici dell’e-democracy, in Politica e Società, Il Mulino, Bologna, n. 1/2018, pp. 45-60.  

Le leggi elettorali in Europa. Il sistema tedesco

Si concludono, con il terzo appuntamento, la serie di approfondimenti in merito ai principali sistemi elettorali, connessi ai sistemi istituzionali, in vigore nelle democrazie europee.

Deutscher-Bundestag-Parlament-Plenum-ReichstagOggi tratterò del sistema elettorale in vigore in Germania considerato, da autorevoli esponenti politici italiani, un modello in grado di garantire stabilità e governabilità.
La Germania è una repubblica federale parlamentare composta da sedici Stati (Länder).
Il parlamento federale tedesco, Bundestag, la Camera Bassa, esprime la rappresentanza popolare, elegge il Cancelliere, ha il potere legislativo, ed è eletto a suffragio universale per quattro anni.
Accanto al Bundestag troviamo il Bundestrat, camera di rappresentanza dei Länder, partecipa al potere legislativo, all’adozione di regolamenti e di norme amministrative e si occupa di questioni che attengono alle istituzioni comunitarie europee.
È interessante notare come il bicameralismo tedesco sia fortemente differenziato, avendo operato con la Costituzione di Bonn, la Legge Fondamentale del 1949, una decisa ed efficace razionalizzazione della forma di governo.
Nell’ordinamento costituzionale tedesco, il Bundesrat non deve essere considerato il secondo ramo del parlamento. I suoi membri non sono eletti a suffragio universale ma rappresentano i governi dei diversi Stati federati.
Inoltre, i membri del Bundesrat sono vincolati al mandato ricevuto dai governi dei Länder di cui sono parte, in questo modo derogando al principio del divieto del mandato imperativo per i parlamentari.
Soffermandoci sul sistema elettorale tedesco, per il rinnovo del Bundestag, possiamo individuare alcune caratteristiche: è di tipo proporzionale ma prevede degli importanti correttivi, a partire dalla presenza di due schede. “Il primo voto” per la scelta del candidato uninominale nel collegio, il “secondo voto” per scegliere il partito.
La metà dei deputati è eletta in base ad un sistema proporzionale con sbarramento al 5%, l’altra metà è eletta in collegi uninominali.
Nel dispositivo legislativo tedesco, a differenza del sistema in vigore in Italia, l’elettore dispone di due voti, su due schede differenti, consentendo il voto disgiunto.
Per questo motivo è definito un proporzionale personalizzato: il voto al candidato all’uninominale comporta un diretto rapporto tra l’eletto e l’elettore.
Con il “primo voto”, il territorio federale viene diviso in 299 collegi uninominali e in ognuno di essi è eletto direttamente un deputato. In questo caso il candidato più votato di ciascuna circoscrizione risulta eletto, anche con la maggioranza relativa.
Con il “secondo voto”, la seconda scheda, l’elettore è chiamato a scegliere, a livello di Land, una lista, corta e bloccata.
In linea generale, i seggi vengono suddivisi tra i vari partiti proporzionalmente al numero dei secondi voti.
In altri termini, i seggi proporzionali, vengono distribuiti tra i partiti che, in ragione della percentuale ottenuta a livello nazionale, abbiano superato la soglia di sbarramento del 5% dei secondi voti o abbiano ottenuto almeno l’elezione di tre deputati eletti nei collegi uninominali.
Quest’ultima possibilità, la regola dei tre mandati diretti, comporta l’effetto di favorire la rappresentanza dei partiti minori che possiedono un forte consenso elettorale, circoscritto in specifiche porzioni di territorio. È il caso del Pds, il partito degli ex comunisti della DDR (oggi Die Linke), che nelle elezioni del 1994 ottennero il 4,39% dei consensi di lista ma l’elezione di quattro rappresentanti nei collegi uninominali, aggiudicandosi, in questo modo, una trentina di seggi al Bundestag.
A questo punto va citata un’importante tecnicalità che rappresenta un elemento fondante della proporzionalità del sistema elettorale tedesco: il numero variabile di seggi del Bundestag.
I seggi vengono assegnati prima ai candidati eletti con l’uninominale. Dal numero di seggi che spettano a un partito in base al secondo voto, proporzionale, va sottratto il numero di deputati di quel partito eletti col primo voto.
In altre parole, vengono eletti i candidati della lista bloccata soltanto quando il numero di seggi assegnati, in un Land, a quel partito sia maggiore rispetto al numero dei collegi uninominali conquistati col primo voto.
Ad esempio, se alla SPD spettano ottanta seggi e ne ha vinti cinquanta nei collegi uninominali, avrà diritto ad altri trenta rappresentanti eletti nei listini bloccati.
Potrebbe anche succedere che attraverso il primo voto siano eletti un numero di deputati maggiore rispetto a quelli che spetterebbero al partito in base al voto proporzionale. In questo caso si tratta di mandati in eccedenza: i candidati vincenti nei collegi vengono eletti.
Tuttavia, per evitare che i mandati in eccedenza intacchino le differenze e le distanze emerse con il voto proporzionale, sono previsti dei mandati di compensazione: agli altri schieramenti vengono assegnati dei seggi in più per rispettare gli equilibri fissati dal secondo voto.
Tali meccanismi servono ad evitare una distorsione, più o meno significativa, della rappresentanza proporzionale rispettando, nel contempo, i risultati emersi dai collegi uninominali.
Questo, lo ripeto, è possibile perché in Germania il numero di parlamentari non è fisso: il numero minimo di deputati del Bundestag è di 598 membri, attualmente sono 709.
La legge elettorale tedesca è stata cambiata varie volte. I principi fondamentali che deve soddisfare sono elencati nell’art. 38 della Costituzione di Bonn: “i deputati del Bundestag sono eletti a suffragio universale, diretto, libero, uguale e segreto”. I meccanismi funzionali del sistema non sono stati costituzionalizzati, così il legislatore tedesco ha preferito derogare alle leggi ordinarie.
L’ultima riforma, approvata a larga maggioranza e tuttora in vigore, risale al maggio del 2013. La modifica più importante è stata l’introduzione dei mandati di compensazione, precedentemente non previsti.
In conclusione è possibile osservare come il sistema elettorale tedesco, in settanta anni, abbia garantito esecutivi stabili: dal 1949 solamente in due occasioni, nel 1972 e nel 1982, non è stata rispettata la scadenza naturale della legislatura e sono servite le elezioni anticipate.
Anche le fibrillazioni nella formazione dell’ultimo governo, a guida Merkel, hanno dimostrato come, nel contesto tedesco, il dialogo proficuo tra diverse politiche e la definizione di un coerente e serio programma di governo che preveda una precisa definizione delle priorità programmatiche e dei relativi costi, l’opposto del contratto “alla tedesca” nostrano, possano favorire dialettica democratica, riforme strutturali e governi di legislatura.

Paolo D’Aleo