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Paolo Nasso

Una riforma sana e giusta
della governance Rai

Presso la sala stampa della Camera dei deputati, il partito socialista ha presentato il suo disegno di legge, a firma dei senatori Buemi e Longo, di riforma della governance della Rai. Già al congresso di Venezia avevo personalmente propoposto una mozione, approvata dall’assemblea, che impegnava il partito a battersi contro la privatizzazione della Rai. Il primo segnale, avevo spiegato, sarebbe stato il tentativo di vendita del cuore dell’azienda ovvero la cessione della rete dei ripetitori riuniti nella società controllata RaiWay. Nemo propheta in patria, dunque, la tecnica delle privatizzazioni consiste sempre nell’uccidere il malato e poi spartirsene le spoglie.

In questi mesi – anche grazie al ‘Comitato Rai Bene Pubblico’ che ha racc

olto i suggerimenti della società civile e degli utenti – abbiamo lavorato per cercare di impedire che la maggiore azienda culturale del paese, depositaria di gran parte della nostra memoria storica dell’ultimo secolo, finisse nella mani di chi, del nostro paese, che sia italiano o sia straniero, non gliene frega assolutamente niente. Del resto, la presidente Tarantola e il direttore generale Gubitosi, non a caso sono stati insediati ai vertici della Rai dal più anti-italiano governo del dopoguerra, ovvero il governo Monti.

Può il piccolo PSI tentare di bloccare un’operazione che vede impegnati poteri non forti, ma fortissimi? Può, a condizione di proporre una riforma sana, giusta e, soprattutto, di buon senso sulla quale il Parlamento può trovare un accordo nel comune interesse del paese. Il disegno di legge si fonda su tre punti fondamentali: la Rai è bene pubblico e quindi non può essere privatizzata, i vertici devono essere scelti dalle maggiori istituzioni culturali del paese sottraendo l’azienda al controllo dei partiti, chi paga il canone ha diritto, dietro semplice esibizione della ricevuta di pagamento, ad eleggere propri rappresentanti nei meccanismi di controllo del gruppo. Crediamo che su queste basi si possa trovare una convergenza di tutti i partiti sia di maggioranza che di opposizione affrontando finalmente il problema della Rai che, in questi mesi, sembra essere stato completamente rimosso dalla politica, come se fosse una vecchia zia malata ed in fin di vita.

A partire dal Movimento 5 Stelle che non può non vedere con favore l’aspetto della partecipazione popolare ai vertici aziendali per finire al partito di Mediaset che difficilmente vedrebbe di buon occhio un’altro soggetto privato affacciarsi sul mercato. E chi sostiene che la Rai va chiusa – o ridimensionata – per motivi economici, o è un incompetente, o più probabilmente, in malafede: la Rai pubblica è, e resta un ottimo affare a condizione che sia gestita con onestà e buon senso, appunto, direzione nella quale vuole andare il nostro progetto. Certo bene ha fatto Renzi a dare uno scossone e chiedere anche a viale Mazzini di salire al Vittoriano, e dare oro alla patria. E si comprende anche che il governo, impegnato su mille fronti uno più difficile dell’altro, abbia poco tempo da dedicare alla vicenda RAI. Ma qui, attraverso la vendita di RaiWay, non si rischia di perdere solo la fede nuziale, cioè il patto che lega da quasi cento anni la Rai agli italiani, ma il vero tesoro dell’azienda, ossia la possibilità di produrre e diffondere un’informazione che comunque, nel bene o nel male, ha rappresentato in tutto questo tempo – e deve continuare a rappresentare se pur adeguata ai tempi – la ricchezza culturale del nostro paese.

Paolo Nasso

 

L’editoriale – Caso Sallusti, un po’ di sana autocritica

Per carità: sul caso Sallusti siamo tutti d’accordo, le critiche, unanimi. Dalle istituzioni di categoria, alle condanne bipartisan, ai dubbi del governo (Severino) e persino ai mugugni del Colle. Più semplicemente, come scrive sul Corriere della Sera Pierlugi Battista, “da oggi siamo tutti un po’ meno liberi”. Però…però forse, nel coro, appunto unanime, dei lamenti, un po’ di autocritica male non ci stava. Dei giornalisti, che troppo spesso dimenticano che da anni pezzi importanti dell’informazione di questo paese non solo non informano più nessuno, ma sono diventate macchine del fango per l’eliminazione dell’avversario, storico, o del momento. Si vedano, da destra, il caso Boffo, il caso Fini, i tentativi nei confronti della Marcegaglia. Continua a leggere