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Pia Locatelli

Il Labour è forte perché unisce la Gran Bretagna

Nel Regno Unito, al contrario del resto dell’Europa, la sinistra regge con il Labour Party. La vice presidente dell’Internazionale socialista, Pia Locatelli, ha partecipato alla conferenza annuale del partito di Jeremy Corbyn, a Liverpool, durante la quale è stata approvata una mozione che prevede esplicitamente la possibilità di invocare un secondo voto popolare sull’esito dei negoziati con Bruxelles. Questo però è l’unico punto che divide la base dal suo leader: Jeremy Corbyn, ha frenato sull’ipotesi di un secondo referendum sulla Brexit automatico in caso di bocciatura in parlamento dei risultati negoziali del governo Tory di Theresa May, nonostante la mozione messa ai voti al riguardo dal congresso del suo partito a Liverpool.


locatelli isSono andata alla Conferenza annuale del Partito Laburista con la voglia di capire la posizione di quel partito sulla Brexit. Ufficialmente nel referendum di due anni fa i laburisti britannici avevano sostenuto“REMAIN” (restiamo) contro “LEAVE” (usciamo); nei fatti la loro campagna era stata fiacca e il partito non si era stracciato le vesti quando, con uno scarto minimo, il voto popolare aveva optato per lasciare l’Unione europea.
Devo confessare che, anche dopo aver seguito con attenzione la sessione dedicata alla Brexit, e dopo aver letto ancor più attentamente la mozione sullo stesso tema, non sono certa di essermi chiarita le idee.
Tutto il Labour è unito sul voto contrario al deal, cioè l’accordo sostenuto da Theresa May, ma lo scenario successivo, in caso di bocciatura, è invece pieno di incognite.
Se il deal otterrà la maggioranza nel Parlamento di Westminster, il 19 marzo 2019 la Gran Bretagna lascerà l’Unione. È invece difficile prevedere cosa succederà se la proposta di Theresa May verrà bocciata anche perché l’incertezza non riguarda solo il campo governativo.
A Liverpool i laburisti sostenitori di REMAIN, organizzati in Momentum, premono perché il partito colga l’occasione per rovesciare l’esito del referendum e per questo chiedono un nuovo voto popolare. La leadership laburista, alquanto restia a prevedere un nuovo referendum, chi per una questione di principio – non si rimette in discussione un voto popolare-, chi per timore di una sconfitta, risponde chiamando il Paese a nuove elezioni per mandare a casa il governo Tory.
Ci sono volute cinque ore di negoziati per arrivare a questa soluzione che accontenta le due parti, l’una favorevole e l’altra contraria ad un nuovo referendum, soluzione espressa in una mozione votata da tutta la Conference.
La mozione sostiene che il voto popolare si è espresso a favore della Brexit, ma il voto del giugno 2016 non intendeva ridurre i diritti, favorire il disordine in economia e mettere a rischio posti di lavoro, come invece fa la proposta di Teresa May che minaccia anche la libertà di movimento e la pace in Irlanda del Nord.
Il Labour, attraverso il suo ministro ombra per la Brexit, Keir Starmar, ha elaborato sei test cui sottoporre l’accordo finale e i Parlamentari laburisti voteranno contro l’accordo se non li supererà positivamente.
La chiamata al voto per il Parlamento lascia comunque spazi di ambiguità: due figure importanti del Labour hanno espresso posizioni opposte sulla possibilità di un futuro nuovo referendum: Keir Smarmer, ministro ombra per la Brexit, include tra le opzioni possibili un nuovo referendum mentre per John McDonnell, braccio destro di Jeremy Corby, il voto popolare dovrebbe riguardare esclusivamente il contenuto del deal.
Non ha contribuito a far chiarezza il discorso conclusivo di Jeremy Corbyn, applauditissimo, qui di seguito sintetizzato:
il Labour rispetta la decisione del popolo britannico (nel referendum) ma nessuno è tenuto a rispettare la condotta del governo dopo il referendum. Abbiamo tutti sperato che dopo il voto venissero avviati negoziati efficaci e responsabili che proteggessero i diritti e i posti di lavoro; così non è stato perché i negoziati si sono svolti tra le diverse fazioni dei Tories.
Ora l’alternativa che ci viene offerta è tra un cattivo accordo e un non-accordo; invece noi abbiamo il compito di dare sostegno ad un deal che vada incontro ai bisogni del Paese, un deal che sia compatibile con il nostro impegno a ri-costruire e trasformare la Gran Bretagna.
Il Labour si opporrà al piano preparato da Theresa May così come si opporrà all’uscita dalla Unione europea senza un accordo, sarebbe un disastro nazionale. Se questo succederà, chiederemo di andare al voto, mantenendo aperte tutte le opzioni possibili per il futuro del Paese.
Se vi sarà un accordo che preveda l’unione doganale e confini “leggeri” con l’Irlanda, protegga i posti di lavoro e i diritti di chi lavora, rispetti gli standard ambientali e dei consumatori, allora noi voteremo quel deal.
Il Labour si propone come alternativa all’attuale governo, contro le politiche di austerità, di divisione sociale, di conflitti internazionali. Là dove i Tories hanno diviso, noi uniremo e saremo uniti e pronti a vincere come nel 1945, nel 1964, nel 1997…
Il Labour è pronto a ricostruire e trasformare la Gran Bretagna perché è nostro compito farlo, tutti insieme e… we can.

Standing ovation per il leader ma, alla richiesta se sarà possibile un nuovo referendum, nessuno mi ha risposto con certezza, in un senso o nell’altro.
Speriamo che alle prossime elezioni vinca il labour!

Elezioni europee,
questione di democrazia

parlamento-europeo

Alle prossime elezioni europee voteremo, oltre che per il Parlamento, anche per il futuro Presidente della Commissione europea, una novità introdotta sommessamente già nelle elezioni nel 2014 ma di cui quasi nessuno si è era accorto, pur avendo i partiti europei anticipato la candidatura che avrebbero sostenuto per quella posizione. L’obiettivo era di avvicinare elettori ed elettrici alle istituzioni europee, nel tentativo di invertire il trend in discesa della partecipazione al voto.

Infatti, se la percentuale dei votanti aveva subito un leggero ma costante declino di elezione in elezione per quasi trent’anni, con il nuovo millennio il numero di elettori ed elettrici si è ridotto in modo preoccupante, per arrivare al 43% nel 2009. Nella settima elezione del Parlamento europeo non andò a votare soprattutto chi nel passato aveva votato per i partiti di sinistra, lanciando un messaggio che suonava più o meno così: il Parlamento europeo è una istituzione inutile e senza potere perché l’Unione è dominata da tecnocrati conservatori.

Il popolo della sinistra aveva perso la fiducia nell’Europa e Paul Rasmussen, allora leader del PSE, aveva così commentato l’esito delle elezioni europee del 2009: ha vinto il partito del sofà, di chi ha scelto di rimanere a casa anziché andare ai seggi.

Fu insieme una lezione dura da digerire ed uno scossone salutare.

Ci interrogammo per mesi noi socialisti europei per trovare la risposta alla richiesta di dare nuovo significato al voto. Bisognava “politicizzare” le elezioni europee ed europeizzarle: le elezioni fatte su liste nazionali con candidati tutti nazionali, spesso con campagne elettorali dominate da temi nazionali -ne è buon esempio il referendum sulla Brexit- “nazionalizzavano” le elezioni allontanandole sempre più da una visione europea che aveva ispirato il progetto nato a Ventotene per una Europa della pace, della solidarietà, della democrazia, dei diritti umani, cioè una Europa all’opposto di quella che predicano i sovranisti di oggi, come Salvini, Orban, Le Pen….

Pensammo fosse utile dare il senso di un impegno comune, con un programma unico e costruito insieme da tutti i partiti socialisti, socialdemocratici, laburisti dell’Unione, e con una campagna comune, identificabile come nostra in tutte le città dell’Unione; soprattutto ci impegnammo a scegliere e sostenere una candidatura socialista unica per la Presidenza della Commissione europea che, legittimata dal voto, avesse titolo per difendere il programma sul quale avevamo chiesto il voto.

Nel congresso del PSE di Praga del dicembre 2009 decidemmo per programma e campagna comuni per l’appuntamento elettorale del 2014 e per l’avvio di un percorso aperto, trasparente, soprattutto democratico per individuare il candidato o la candidata alla Presidenza della Commissione europea che rappresentasse il popolo socialista, socialdemocratico, laburista dell’intera Unione. Per il 2014 indicammo Martin Schulz; i Popolari europei indicarono Jean Claude Junker.

Una novità e insieme una sfida democratica perché per quasi 60 anni, fino al 2014, il Presidente della Commissione era stato scelto in una sorta di conclave tra Capi di Stato e di Governo, tenendo conto, ma senza nessun vincolo, dell’esito elettorale. In questo modo furono eletti i dodici presidenti della Commissione europea, che si succedettero dal 1957 al 2014, tra questi Jacques Delors e gli italiani Malfatti e Prodi.

L’elezione del 13° Presidente, Jean Claude Junker, fu diversa, grazie soprattutto all’iniziativa dei socialisti impegnati a contenere il “deficit democratico”: per la Presidenza doveva essere proposta la persona indicata come “Spitzenkandidat” cioè “candidato principale” dal partito europeo con il migliore risultato in termini di seggi al Parlamento. Fu così stabilito un legame tra la scelta del Presidente della Commissione e l’esito delle elezioni europee.

Le elezioni del 2019 saranno l’occasione per consolidare questa prassi condivisa da gran parte dei partiti e votata dal Parlamento europeo il 7 febbraio 2018, pur non essendo prevista dal Trattato di Lisbona. Con questa decisione il Parlamento si è impegnato a non considerare nessuna candidatura che non sia frutto di questo processo.

Alle elezioni del 26 maggio voteremo liste per il Parlamento europeo e candidato o candidata alla Presidenza della Commissione attraverso un processo democratico, trasparente e partecipato.

Per noi socialisti europei il processo si aprirà il 19 ottobre con la presentazione delle candidature avanzate dai partiti membri del PSE, cui seguirà una campagna elettorale veramente europea per la scelta del nostro candidato o candidata alla Presidenza della Commissione che si concluderà con il voto nella stessa giornata in tutta l’Unione. La data indicata dovrebbe essere il prossimo 1° dicembre.

Il nostro impegno comune è per una Unione europea che sostenga il principio della solidarietà contro gli egoismi nazionali, che contrapponga alla chiusura di porti e frontiere una gestione controllata e condivisa dei flussi migratori, che si dia una politica estera comune fondata sulla difesa dei diritti umani, che promuova i diritti delle donne e la democrazia paritaria, che contrapponga alla democrazia illiberale di Orban la democrazia partecipata che veda protagoniste in primis le giovani generazioni, insomma tutto il contrario di quello che i nuovi sovranisti alla Salvini stanno predicando e promuovendo. Noi li contrasteremo forti dei nostri valori e convinzioni.

Olivier Faure, la nuova politica socialista in Francia

locatelli FaureOltre mille partecipanti al congresso del Partito Socialista francese a Aubervilliers, periferia nord di Parigi, che ti fa sentire depressa prima di arrivarci ma, una volta dentro l’area congressuale, senti che c’è spazio per la speranza e un filo di ottimismo.
Una regia giusta, un tono giusto, né scoraggiato dal 6% alle ultime elezioni né trionfalista, il che fa ben sperare conoscendo i nostri cugini francesi, poco propensi rinunciare alla grandeur anche quando non è il caso.
Due giorni di congresso che si conclude con il discorso di Olivier Faure, il nuovo leader del PS francese (lo chiamano Primo Segretario), eletto qualche giorno prima con l’86% dei voti, dopo aver sconfitto gli altri tre candidati ed essere rimasto solo al ballottaggio, per il ritiro di Stéphane Le Foll, secondo al primo turno.
Un’ora e mezzo di discorso per buona parte dedicato a farsi spazio tra Emmanuel Macron e Jean Luc Mélenchon, entrambi definiti dal leader socialista populisti e demagoghi.
“C’è un governo che non è di sinistra ed una sinistra che non è di governo. È dunque urgente far sentire di nuovo la voce di una sinistra che sa governare e proporre una alternativa”, scandisce con convinzione il nuovo leader.
Olivier Faure rivolge i suoi attacchi soprattutto al Presidente della Repubblica, ne mette in evidenza le contraddizioni, e le furbizie, gli fa il verso: “non sono né di destra, né di sinistra”, “non ha ragion d’essere la distinzione tra destra e sinistra”, per poi fare, aggiunge, una politica di destra e una di…. destra.
Di Mélanchon dice che incarna una sinistra protestataria che non vuole affatto governare.
Da’ indicazioni di ambiti di lavoro, dall’ecologismo al bisogno di politiche sociali, annuncia l’apertura di tanti cantieri di lavoro e tra questi il primo è destinato all’Europa, anche per il prossimo appuntamento del maggio 2019, quello delle elezioni europee che prevedono l’indicazione della testa di lista entro l’anno.
Un’Europa che deve ritornare al popolo cui spetta riprendere nelle proprie mani la costruzione europea. È questo l’obiettivo che si danno i socialisti francesi perché la politica non può essere racchiusa nel quadro nazionale désormais dépassé….
Parole forti accompagnate da un altro sferzante giudizio sul duo Macron-Mélenchon, il primo europeista ma non di sinistra e il secondo di sinistra ma non proprio europeista, definendo in questo modo lo spazio di azione e l’identità del PS francese: europeista e di sinistra.
Un filo di ottimismo e di speranza, guastato ahimè dall’abbandono del PS francese da parte dell’organizzazione giovanile, il Mouvement des jeunes socialistes (MJS) .
Roxane Lundy, leader del movimento ha chiesto al partito di rispettare la loro decisione libera ed autonoma. Resta qualche dubbio avendo lei stessa anticipato due settimane fa il desiderio di confluire in Génération, movimento fondato lo scorso luglio da Benoit Hamon, il candidato socialista uscito sconfitto alle presidenziali con il peggior risultato fatto registrare dai socialisti francesi da decenni.

Pia Locatelli

Regeni, perché serve l’ambasciatore al Cairo

Giulio Regeni

Giulio Regeni

La vicenda del sequestro del giovane ricercatore Giulio Regeni, torturato a morte da sconosciuti e il cui cadavere martoriato venne fatto ritrovare poco prima che iniziasse la visita della ministra Guidi con una folta delegazione commerciale italiana all’ambasciata del Cairo nel febbraio dell’anno scorso, è di quelle che segnano a fondo le coscienze e che non è possibile dimenticare.
L’emozione suscitata non si è certo esaurita e non c’è dunque da stupirsi se attorno alla ricerca degli assassini e dei mandanti, si accendano facilmente gli animi e nascano ancora polemiche.
Prima di entrare nel merito del tema che è stato ieri, lunedì 4 settembre, in seguito alla decisione di rimandare il nostro ambasciatore al Cairo, oggetto di un’audizione del ministro Alfano davanti alle Commissioni riunite di Camera e Senato, vorrei esprimere due riflessioni:

– l’Egitto è un Paese che presenta criticità di non poco conto. È davanti agli occhi di tutti che lì vi sia poca democrazia, per non dire una dittatura, e una sistematica violazione diritti umani. Il tutto aggravato da una nuova legge contro le ONG che si occupano di diritti umani per imbavagliarle e impedire che vengano finanziate dall’estero;

– un Paese come l’Italia, ha il dovere morale e politico di proteggere i suoi cittadini e cittadine. Il caso Regeni è tragico e i comportamenti dell’Egitto sul caso inaccettabili da tutti i punti di vista e in alcune occasioni anche molto offensivi nei confronti del nostro Paese. Giustamente dunque nell’aprile dello scorso anno, a fronte dei comportamenti egiziani, soprattutto per la evidente mancata collaborazione giudiziaria per arrivare alla verità sulla morte del giovane ricercatore italiano, venne deciso di dare un segnale forte, ritirando l’ambasciatore.

Da allora sono passati lunghi mesi di almeno apparente inattività e silenzio e mi sono interrogata sull’opportunità e sulla utilità di prolungare ancora l’assenza del nostro ambasciatore dal Cairo tanto che il 18 gennaio scorso, nel question time, ho interrogato il ministro degli esteri chiedendogli se a quasi un anno dal richiamo dell’ambasciatore Massari e la successiva nomina di Gianpiero Cantini, il Governo non intendesse “riconsiderare l’opportunità del ritorno dell’ambasciatore in sede, allora richiamato come forma di protesta nei confronti delle autorità egiziane, per esercitare da vicino tutte le pressioni possibili per arrivare alla verità”. La risposta rimase nel vago.
Nei mesi successivi, passo dopo passo, sembra si sia ricreata questa collaborazione e a metà agosto le due procure, quella di Roma e quella del Cairo, hanno con una dichiarazione congiunta, espresso ufficialmente la volontà di proseguire nel rapporto di collaborazione. Sembra insomma che, con tutte le legittime riserve del caso, il lavoro di ricerca della verità per ricostruire i fatti, individuare le responsabilità, punire i colpevoli sia davvero ripartito.

Il ministro Alfano ha parlato di ‘progressi’ ed è a questo passaggio che è legata la decisione di far tornare l’ambasciatore al Cairo.
Una decisione che non ho esitato a definire giusta, anzi direi che si è trattato di un passo che sarebbe stato opportuno fare anche prima e spiego perché.
Si tratta di una passo in qualche modo inevitabile, perché ci sono molti altri modi per segnalare al Cairo il giudizio dell’Italia e degli italiani su quanto avvenuto e su quanto ancora non è stato fatto per arrivare a identificare i responsabili di un atto così ignobile mentre il protrarsi ancora dell’assenza del nostro rappresentante non avrebbe aiutato in nessun modo la ricerca della verità.

Un passo sensato inoltre, perché il ritiro dell’ambasciatore non può essere usato né come rappresaglia per il mancato raggiungimento della verità né come strumento di pressione.
Solo se tutti i Governi dell’Unione avessero adottato infatti la stessa decisione all’unisono con l’Italia, questa misura comune avrebbe potuto avere un impatto efficace sul Cairo, altrimenti, ed è evidente, ne risulterebbe esclusivamente da un lato un passo sostanzialmente inefficace e dall’altro soltanto un danno concreto alle relazioni tra noi e l’Egitto.

Ecco dunque perché considero la decisione un passo utile, perché il nostro ambasciatore può servire sul posto proprio a seguire da vicino gli sviluppi delle indagini, a stimolare gli organismi competenti e a impedire che la vicenda finisca pian piano per apparire al Governo egiziano meno importante e grave di quel che è.
Apro poi una parentesi su una vicenda collaterale che, complice certamente la noia agostana segnata da una scarsità di notizie di rilievo, è esplosa attorno alla pubblicazione sul quotidiano statunitense  New York Times, di un articolo in cui si riferiva di informazioni esplosive che l’amministrazione Obama avrebbe passato al nostro Governo a poche settimane dall’esplosione del caso Regeni.
Ho letto con grande attenzione quell’articolo, ma l’importanza che gli è stata data, era davvero eccessiva.
Il pezzo conteneva solo alcune congetture, e neppure originali perché le avevamo avanzate già noi subito dopo il ritrovamento del corpo del giovane ed erano state ampiamente analizzate e approfondite dai mezzi di informazione italiani.
Che nel rapimento e nel brutale assassinio di Regeni, nelle modalità stesse del fatto compreso il ritrovamento del corpo, nei depistaggi a ripetizione che avevano coinvolto le forze di polizie, vi fosse quantomeno lo zampino dei servizi segreti egiziani o di qualche sua branca ‘deviata’, era a dire poco evidente. Non ci voleva certo la Cia per capirlo. Quello che mancava erano prove concrete, utilizzabili dai magistrati e di tutto questo, non c’era traccia nell’articolo.

Sul contenuto lo stesso giornalista Declan Walsh, corrispondente del New York Times dal Cairo, ammette che “per evitare di identificare la fonte (delle informazioni), gli americani non condivisero l’informazione originale: non dissero quale agenzia della sicurezza egiziana credevano ci fosse dietro la morte di Regeni. E vi pare poco?
Le stesse fonti riportate nell’articolo ammettevano poi che “non era chiaro chi aveva dato l’ordine di sequestrarlo e, probabilmente, ucciderlo”. E dove sono allora le rivelazioni esplosive?
Quello che ha colpito davvero nella pubblicazione (e ripubblicazione nel magazine dello stesso NYT) di quell’articolo, è stato esclusivamente la scelta dei tempi per farlo, ovvero proprio all’indomani della decisione dell’Italia di riportare un ambasciatore al Cairo!
È sembrato che si volesse creare un difficoltà aggiuntiva al Governo italiano in un momento non semplice
Interpretazioni sul senso dell’articolo del NYT sono state date da numerosi commentatori ed ex diplomatici. L’ambasciatore Sergio Romano sul Corriere della Sera del 22 agosto, ad esempio, ipotizza come il vero obiettivo delle “rivelazioni” potesse non essere l’Italia e neppure l’Egitto bensì il presidente Trump per il suoi rapporti con Al Sisi.
Ed è ancora l’ambasciatore Vattani che su Panorama ha parlato di intervento ‘tempestivo’ per rendere più difficile la ripresa e i rapporti tra Italia ed Egitto: “Fanno gli interessi di qualcuno e paiono interessi importanti”

La parte dell’articolo che più mi ha incuriosito però è nel riferimento ai rapporti tra il presidente Al Sisi e il suo ministro degli interni. Ecco allora una domanda per il nostro ministro degli esteri, e cioè se ritiene che il regime di egiziano sia solido abbastanza per sostenere la ricerca della verità sul caso Regeni anche a rischio di una frattura interna e se risponde al vero che vi sia un certo antagonismo tra il Presidente e il suo ministro degli interni. Insomma se la pista della faida interna dietro il caso Regeni abbia o meno una consistenza reale e impedisca che si faccia piena luce.
Una riflessione infine sui diritti umani che devono starci a cuore sempre, sia che si parli dell’Egitto sia che si parli del Venezuela, della Russia o della Cina.
I diritti umani non hanno confini e a questo proposito non posso dimenticare che i colleghi grillini in commissione esteri hanno sostenuto che era sbagliato intervenire sulle violazioni dei diritti umani in Myanmar ‘perché non si deve intervenire nelle vicende interne di un altro Stato’.

Non possono essere davvero i confini dei Paesi che ci impediscono di difendere i diritti umani, ma questi non si difendono ritirando senza scadenza l’ambasciatore come suggerisce – e solo all’Italia – Amnesty International. Seguendo questa scuola di pensiero, probabilmente, verrebbero chiuse le ambasciate in quasi tutto il mondo fatta eccezione per l’Europa e pochi altri Paesi.
Noi dobbiamo continuare difendere i diritti umani sapendo che è azione difficile, lenta, complessa, una continua negoziazione. E lo facciamo anche come Comitato diritti umani della Camera, dando voce a coloro che ne denunciano le violazioni.
Per tornare al nocciolo della vicenda Regeni, dobbiamo continuare ad esigere collaborazione giudiziaria, a chiedere a gran voce la verità. Fino ad ora il trattenere l’ambasciatore non ci ha aiutato. Proviamo quest’altra via nella consapevolezza che il compito dell’ambasciatore al Cairo non sarà facile. Dovrà essere fermo ed esercitare una pressione costante, diretta, sistematica e al massimo livello istituzionale.
Per questo dobbiamo rimandarlo con questo compito preciso e prioritario e mandarlo nelle condizioni migliori, cioè dandogli forza, facendo capire che tutto il Paese lo vuole in Egitto per questa ricerca della verità.

Non facciamo del caso Regeni terreno di scontro pre-elettorale, sarebbe il modo per rendere meno incisiva l’azione del nostro ambasciatore: la sua missione non deve partire indebolita né l’ambasciatore delegittimato;  così toglieremmo forza ed efficacia alla sua azione. Esattamente l’opposto dell’obiettivo che tutti ci prefiggiamo.
Continuiamo a ricercare con determinazione la verità sul caso Regeni e riprendiamo i rapporti con l’Egitto, operando su piani diversi: verità per il caso Regeni da una parte e strategie geopolitiche per la sicurezza nel Mediterraneo dall’altra: le due cose possono avanzare insieme.

Pia Locatelli
Capogruppo Psi alla Camera

Psoe. È morta Carme Chacón

carmen cachon

È morta a soli 46 anni Carme Chacon, prima donna a ricoprire l’incarico di ministra della Difesa in Spagna nel governo Zapatero. Stroncata da un attacco cardiaco, causato da una patologia che aveva fin dalla nascita, Carme Chacon ha svolto un’intensa attività politica che l’ha portata a candidarsi nel 2011 alla segreteria del Psoe, dopo la sconfitta elettorale di Zapatero. Nel 2014 era diventata responsabile del Psoe per le relazioni internazionali, dimettendosi due anni dopo.

“La famiglia socialista – scrive su Facebook il segretario del Psi Riccardo Nencini – perde una compagna coraggiosa, appassionata. Noi perdiamo un’amica. Sono passati cinque anni ma è vivo il ricordo dell’intervento che Carme Chacon svolse a Genova in Sala Sivori in occasione del 120mo dalla fondazione del Psi. Un di scorso lungimirante. Eretico. La notizia della sua morte improvvisa mi ha colpito profondamente. Ciao Carme”.


Una compagna, una grande amica
di Pia Locatelli

È con profondo dolore che ho appreso ieri notte dell’improvvisa scomparsa di Carme Chacón: un’amica dei socialisti italiani, una cara amica. Ho conosciuto Carme nel 2008, subito dopo la sua nomina a Ministra della Difesa nel governo Zapatero, a un’iniziativa del Psoe e senza bisogno di tante parole tra noi si è creata subito una sintonia perfetta che con il passare degli anni si è trasformata in profonda amicizia. All’epoca era incinta di sette mesi e portava la sua gravidanza con naturalezza, senza alcuna ostentazione: la sua foto con il pancione al mentre visita le truppe spagnole in Afghanistan, fece il giro del mondo, ma lei non ci dava peso. «Sono incinta, non malata – replicò a quanti, tanti, criticavano i rischi cui aveva esposto se stessa e il nascituro -. Era il mio primo dovere visitare chi pone in pericolo la propria vita per difendere valori superiori, come la libertà degli altri. E comunque non dimentico che, per una cassiera del supermercato, è molto più dura».

Pia Locatelli, Carme ChaconCon Carme abbiamo condiviso tanti momenti: lei è venuta più volte in Italia alle iniziative del PSI, sempre disponibile e vicina al nostro Partito, io sono andata a quelle del Psoe e l’ho sostenuta nella sua candidatura alla segreteria contro Perez Rubalcaba, in un congresso che perse per soli 22 voti. Ero e sono ancora convinta che avrebbe portato una ventata di freschezza e di rinnovamento nel Partito e che forse una sua vittoria avrebbe arginato la perdita di consensi dei socialisti spagnoli. Come Ministra, nel governo al 50% femminile di Zapatero, infatti aveva acquistato subito un’enorme popolarità, suscitando le simpatie e l’ammirazione anche dei suoi avversari politici. Anticonvenzionale, grintosa e coraggiosa sfidò le tradizioni sfilando in smoking alla Pascua Militar di Palazzo Reale dove, per le donne, è di rigore l’abito lungo.

Ci siamo incontrate molte volte e abbiamo lavorato insieme nell’Internazionale socialista, dove è stata Presidente del comitato Mediterraneo.

Nel 2013 si era presa un anno sabbatico, per andare a insegnare al Miami Dade College, in Florida. Rientrata a Madrid nel 2014, era tornata anche alla vita di partito, come segretaria delle relazioni internazionali del Psoe, per lasciare l’incarico l’anno scorso.

Con la sua morte prematura ci viene a mancare un riferimento importante, una preziosa risorsa per tutta la famiglia socialista. A me mancherà soprattutto la sua risata contagiosa, il suo entusiasmo, le giornate passate insieme a Lerici: tutti noi abbiamo perso una compagna, io ho perso un’amica.

Pia Locatelli

Nomi e cognomi

Non tutta la politica è ferma. C’è in Parlamento chi lavora da anni per avere una legge sul testamento biologico e sul fine vita, forze politiche trasversali che si sono battute perché venisse calendarizzato il provvedimento e per fare un testo largamente condiviso. Questo testo dovrebbe arrivare in Aula la prossima settimana e essere votato. Ma ci sono altre forze politiche che lo stanno bloccando. Cominciamo con il dire le cose come stanno, chi vuole il provvedimento e chi non lo vuole. Psi, PD, Movimento 5 Stelle, SI-SEL, Possibile sono a favore della legge, PDL, parte di NCD, Lega, Fratelli d’Italia e UDC sono contrari. Così tanto per ricordarcene quando andremo a votare e non fare di tutta l’erba un fascio.

Pia Locatelli

La legge Merlin Mondoperaio, luglio-agosto 2015 Pia Locatelli

La legge Merlin
Mondoperaio, luglio-agosto 2015
Pia Locatelli

Il 20 febbraio 1958, dopo dieci anni di battaglie, Lina Merlin, veneta, socialista, unica donna eletta al Senato nella seconda legislatura, vedeva finalmente approvata la sua legge: “Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui”.

Dopo un iter travagliato, durante il quale la senatrice Merlin si era spesso trovata sola, derisa, accusata e attaccata da giornalisti, colleghi e pseudo difensori del pudore e della morale, la nuova legge mise fine a una vergogna nazionale che vedeva l’Italia essere – con la Spagna – l’unico Paese europeo in cui la prostituzione era regolamentata per legge e lo Stato percepiva una regolare tassa di esercizio dai gestori delle case. Un giro d’affari enorme: le 730 case chiuse, dove lavoravano circa 3.400 prostitute, producevano un gettito per l’erario di circa un miliardo di lire l’anno, mentre per i tenutari gli introiti erano valutati in circa 14 miliardi. Lo Stato incamerava altre entrate, circa cento milioni annui, sotto forma di remunerazione per la prestazione di servizi, fra cui il controllo sanitario delle lavoratrici, calcolata in percentuale sul ricavato. Alle ragazze, che “ricevevano” dai trenta ai cinquanta clienti al giorno, andavano le briciole, dovendo tra l’altro detrarre le spese per il vitto, l’alloggio, il riscaldamento, i vestiti e pure le mance alla “servitù”. Non potevano uscire dalle case, se non di rado e in via eccezionale, per andare a trovare qualche parente o un figlio che quasi mai conosceva la professione della madre; al termine della “carriera” rimanevano schedate, marchiate a vita.

Quella legge metteva fine a tutto questo. Non aveva, come alcuni vanno sostenendo in questi giorni, la pretesa di eliminare la prostituzione, ma, come spiegò la stessa Merlin, mirava “solo ad abolire la regolamentazione statale della prostituzione che è immorale e indegna di un Paese civile. Non è ammissibile che le donne vengano tesserate e schedate come le bestie: questo è contrario alla Costituzione e contrario alle norme che regolano l’ingresso di una nazione all’Onu”.

Sulla storia della legge Merlin esistono atti parlamentari e resoconti giornalistici che andrebbero senz’altro letti prima di affossarla o anche solo metterla in discussione. Senza dubbio la rappresentazione più felice di quanto avvenne in quei dieci anni di impegno parlamentare di Lina Merlin la troviamo nella bellissima trasposizione teatrale fatta da Maricla Boggio nel 2009, ripubblicata in questo numero di “Mondoperaio”: ci aiuta a comprendere il contesto in cui la legge fu approvata e soprattutto mette in risalto il coraggio e la tenacia di Lina Merlin. Coraggio e tenacia che non si limitarono alla legge per l’abolizione delle case chiuse, ma furono  componenti essenziali anche nella successiva battaglia, che in pochi ricordano, per l’abolizione dai documenti della dicitura NN (nomen nescio) nei casi di padre ignoto o di mancato riconoscimento legale della paternità. Ora, anche grazie a questa legge, la cultura è cambiata, ma allora la dicitura NN rappresentava un marchio discriminante e infamante.

Da qualche tempo, come già avvenuto più volte in passato, in modo trasversale si alzano voci per la revisione o l’abolizione della legge Merlin. C’è chi, come la Lega Nord, invoca la riapertura dei bordelli e chi, come alcune decine di parlamentari appartenenti a diverse forze politiche, propone di regolamentare la prostituzione riconoscendo il lavoro di sex workers, come avviene in Olanda e in Germania. All’iniziativa parlamentare è stato dedicato ampio spazio e i media hanno addirittura parlato di adesione da parte di oltre settanta parlamentari a un manifesto che invoca la legalizzazione della prostituzione.

Innanzitutto è bene chiarire che si tratta non di un manifesto ma di un tentativo di compilazione ordinata dei contenuti coincidenti tra le varie proposte di legge – ne sono state presentate quattordici -, da qualcuno definite “linee guida”.

Difficile elencare le proposte, vista la loro varietà quantitativa e qualitativa. Gran parte prevede l’esercizio della prostituzione in luoghi chiusi o in zone controllate; la registrazione che può essere fatta presso camere di commercio o autorità di pubblica sicurezza, chiamate a trasmettere ai “servizi sociali” l’avvenuta registrazione.  Alcune propongono l’emissione di una sorta di cartellino che attesta la “professione”, il pagamento di 6.000 euro per una “licenza” della durata di sei mesi per attività a tempo pieno e di 3.000 per il part-time, l’esibizione del certificato penale per la registrazione, il pagamento di imposte, il versamento di contribuiti previdenziali previa iscrizione all’Inps, controlli sanitari obbligatori e carcere fino a cinque anni o multe fino a 200.000 euro per la mancata osservanza degli stessi,  l’obbligo dell’uso del preservativo…

Sono proposte che ci appaiono in alcuni casi contraddittorie, perché vogliono regolamentare la prostituzione come lavoro “normale” ma al contempo parlano di “senso del pudore”; in altri casi irrealizzabili; in altri ancora penalizzanti e punitive per le persone “meno attrezzate”, cioè quei o quelle sex workers che, non avendo né la disponibilità di un luogo chiuso dove esercitare la “professione” né la possibilità di “far emergere” attraverso la regolarizzazione il proprio lavoro, si vedranno denunciati e multati.

Ci chiediamo: quante lavoratrici e lavoratori del sesso si presenteranno per iscriversi alla camera di commercio, ottenere l’autorizzazione, pagare le tasse e i contributi pensionistici? Quante, quanti accetteranno di essere registrate/i come prostitute, più elegantemente “sex workers”, una “professione” che risulterebbe nell’eventuale ricerca di diverse future esperienze lavorative, visto che nessuna proposta prevede la cancellazione dal “registro”, riportandoci così indietro ai tempi precedenti la legge Merlin? Non solo: comprendiamo e condividiamo la funzione “educativa” e di sicurezza della prescrizione legislativa dell’obbligo dell’uso del preservativo,  ma è inevitabile pensare alla impossibilità  di controllarne l’osservanza.

Alcune proposte consentono l’affitto di appartamenti o stanze per l’attività di commercio del sesso, per i quali viene prevista una sorta di “autogestione”. Al di là dell’intenzione, questa possibilità di fatto depenalizza il reato di favoreggiamento, dando nuovamente il via libera a una potenziale e fiorente categoria imprenditoriale: i tenutari di bordelli, essendo questa previsione normativa facilmente aggirabile.

Una legge che riuscisse a mettere insieme i buoni propositi dei proponenti interesserebbe poi solo una minima parte del mondo della prostituzione, quella esercitata liberamente e in maniera autonoma, mentre sappiamo che la maggior parte delle prostitute non lavora per sé ma per gli sfruttatori, che sono già oggi perseguibili, e, ancor peggio, per i trafficanti, essendo molte prostitute vittime della tratta.

Insomma, ogni tentativo di mettere mano alla legge Merlin, anche solo per modificarne alcune parti, fa sorgere problemi di varia natura, dalle conseguenze imprevedibili, addirittura in contrasto con gli obiettivi che si perseguono e con le intenzioni che l’hanno originato.

Sappiamo bene che sono diversi, anche tra di loro opposti, i modi con cui i vari Paesi scelgono di “gestire” la prostituzione, tant’è che le politiche nazionali in materia sono catalogate secondo “modelli” definiti.  Lo dimostrano le esperienze dei Paesi europei cui corrispondono legislazioni che vanno dal neo proibizionismo, all’abolizionismo – è il nostro caso – alla regolamentazione con tanto di registrazione presso enti preposti, versamento di contributi pensionistici, periodi di malattia, pagamento delle imposte… – come avviene in Germania e come si vorrebbe fare in Italia.

Il modello neo proibizionista, in uso nei Paesi nordici, Svezia, Norvegia e Finlandia, considera la prostituzione una violazione dei diritti delle donne. Chi sostiene questa posizione ritiene che la prostituzione non sia mai frutto di una scelta veramente libera e costituisca uno strumento per perpetuare, aggravandola, la disparità di genere. Sono quindi penalizzate le attività connesse alla prostituzione, vietato “l’acquisto di sesso”, perseguiti i clienti ma non le prostitute in quanto vittime.

Questo modello sembra aver prodotto il risultato che i suoi sostenitori perseguono: l’abbandono della prostituzione. In Svezia, che ha quasi dieci milioni di abitanti, il numero di persone che si prostituiscono è un decimo rispetto alla vicina Danimarca, che di abitanti ne ha poco più di cinque milioni e dove acquistare sesso è legale. La polizia svedese sostiene inoltre che il “modello nordico” ha esercitato un notevole effetto deterrente sulla tratta a fini di sfruttamento sessuale.

Il modello favorevole alla regolamentazione considera la prostituzione come una delle possibili e “normali” attività lavorative, di conseguenza il modo migliore per proteggere queste lavoratrici – in questi casi si parla quasi sempre di figure femminili – è migliorare le loro “condizioni di lavoro”. In Germania diversi bordelli – come definire diversamente queste case? – si sono registrati come vere e proprie attività commerciali, ma sembra non risultare in parallelo un miglioramento delle condizioni di lavoro delle prostitute. Sono pochissime quelle che hanno regolarizzato il loro status professionale, nonostante il sindacato tedesco Ver.Di abbia predisposto dei modelli di contratto per facilitare la pratica. Le testimonianze di alcune prostitute tedesche riferiscono di pochissimi vantaggi e di tanto sfruttamento e lo stesso Governo federale pare si stia orientando verso una revisione legislativa. Tra le ragioni del cambio di rotta stanno i risultati di studi condotti in Germania e in Olanda, secondo i quali la legalizzazione/regolamentazione costituisce un ostacolo alla lotta allo sfruttamento della prostituzione e soprattutto alla tratta di esseri umani, nella quasi totalità donne trafficate per essere sfruttate come prostitute.

Ho studiato a lungo, confrontandomi anche con le numerose associazioni femminili che da anni lavorano sul tema, e sono arrivata alla conclusione che la legge Merlin merita di essere confermata nella sua impostazione complessiva in quanto la ritengo la soluzione più equilibrata. E’ una legge che non sanziona l’esercizio in forma autonoma e volontaria dell’attività di prostituzione; protegge chi la esercita in condizioni di coercizione o di sfruttamento; permette che i comportamenti non siano esibiti; garantisce il rispetto e la sicurezza delle persone; colpisce e persegue le organizzazioni criminali e i singoli sfruttatori; tutela i e le minori; favorisce percorsi di fuoriuscita e di assistenza; promuove competenze nei servizi di polizia. Tutte linee di azione ancora utilizzabili nel contesto attuale e che tengono conto da un lato del diritto all’autodeterminazione delle donne, che possono disporre come vogliono del proprio corpo, dall’altro del fatto che nella stragrande maggioranza dei casi le prostitute sono vittime non consenzienti.

Mantenere la legge Merlin non significa minore impegno per contrastare e punire con ogni mezzo gli sfruttatori e i trafficanti di esseri umani. Contro la tratta l’Italia vanta ottimi strumenti legislativi che andrebbero resi più efficaci con adeguati finanziamenti e con azioni coordinate a livello internazionale. Così come andrebbe rimesso in funzione l’Osservatorio sulla prostituzione istituito dall’allora Ministro dell’Interno, Giuliano Amato, durante il governo Prodi: un utilissimo strumento di monitoraggio e controllo che però funzionò per i soli due anni della durata di quel governo.

Concentriamoci su questi obiettivi promuovendo allo stesso tempo condizioni di sicurezza per le donne “sex workers” che continueranno ad esercitare a casa loro o nelle strade, dando al massimo indicazioni di zone “preferenziali” favorite da misure che le rendano “convenienti” ma non obbligatorie, perché l’imposizione comporta conseguenze di difficile gestione. Più di questo non crediamo si possa fare.

Non serve una nuova legge, a meno che l’obiettivo vero, anche se non dichiarato, sia quello di “fare cassa”. C’è chi trova ingiusto che le prostitute non paghino le imposte, il che sarebbe preoccupazione legittima se altrettanta preoccupazione fosse dedicata alla lotta all’evasione fiscale tout court. Ma non vedo segnali in tal senso tra i fautori della riforma o addirittura della cancellazione della legge Merlin. E allora lasciamo vivere la legge Merlin e il ricordo positivo della lungimirante senatrice socialista.

La commemorazione per la strage di Orlando – Pia Locatelli – Camera 21062016

La commemorazione per la strage di Orlando
Intervento di Pia Locatelli alla Camera del 21 giugno 2016

A distanza di dieci giorni ancora non è chiaro il movente che ha portato Omar Mateen, il 29enne americano di origine afghana che, il 12 giugno a Orlando in California, ha sparato all’impazzata in una discoteca frequentata da gay, provocando la morte di 49 persone e il ferimento di altre 53. Che sia di matrice terroristica, o del gesto individuale di un folle, come probabile, poco cambia: sono stati ammazzati dei ragazzi e sono stati ammazzati perché omosessuali. E cambia poco se lo stesso omicida fosse o meno omosessuale: anche se lo fosse stato di certo non accettava questa sua natura. Quello che è certo è che, in un clima di fobica e politica, l’accesso facile alle armi, spesso invocato anche da noi da coloro che propongono un allargamento della legittima difesa giustificando una sorta di giustizia “fai da te”, può provocare tragedie come questa. Non è la prima volta che accade negli Stati Uniti e temiamo non sia neanche l’ultima. Se poi alla possibilità di detenere un’arma “per difendersi”, si aggiungono le campagne d’odio, gli inviti alla violenza e il desiderio di emulare il terrorismo islamico organizzato, abbiamo quanto è accaduto a Orlando.

L’omofobia e l’intolleranza alimentano sempre odio e violenza negli Stati Uniti come altrove. Pensiamoci quando qualcuno vi ricorre per acchiappare voti o trovare consensi. Pensiamoci quando ascoltiamo fare le solite vecchie battute sui gay. Pensiamoci quando ci rifiutiamo di riconoscere pari diritti agli omosessuali. E pensiamoci anche noi in Parlamento che non siamo ancora riusciti ad approvare una legge contro l’omofobia: una legge lieve, di certo non bella, ma che nonostante ciò giace in Senato da oltre due anni”.


Femminicidio, 58 vittime da gennaio a oggi

Femminicidio-violenza donneFemminicidio, siamo al ‘bollettino di guerra’, 1700 in dieci anni, 155 dal gennaio 2015, 58 da gennaio a oggi.
Un reato terribile e purtroppo tutt’altro che raro, ma in questi ultimi giorni si assiste a una recrudescenza che fa impressione. Il caso più eclatatante sicuramente quello di una settimana fa a Roma, con la Guardia giurata che dopo aver malmenato e ucciso – forse con la colpevole disattenzione di qualche testimone – la giovane ex fidanzata che lo aveva lasciato ha dato alle fiamme il corpo e si è recato tranquillamente a lavoro. Oggi un’altro femminicidio nel veronese, dove un 53enne ha ucciso l’ex convivente, una maestra di 46 anni, prima tramortendola con un vaso di fiori e poi accoltellandola nella sua casa di Pastrengo. La vittima precedente era stata fatta solo 24 ore prima, quando, a Spilinbergo, in provincia di Pordenone, un uomo ha ucciso la fidanzata che lo aveva lasciato e si è suicidato. Poche ore prima, a Taranto, un uomo, incapace di accettare la separazione, ha ucciso la moglie e il figlio di 4 anni, poi si è suicidato nella villetta di famiglia a Palagiano.  Altre povere vittime di una violenza agghiacciante che hanno suscitato una valanga di commenti, ma poche proposte concrete per comprendere a fondo il problema e arginarlo.


Una risposta su più livelli
di Pia Locatelli

Ancora un femminicidio a Verona. Ancora una donna uccisa dal compagno che si è giustificato dicendo che “ha perso la testa”. Non è così. Non è quasi mai così. Il femminicidio è l’ultimo atto di una serie di violenze verbali, fisiche e psicologiche. Alcune donne ne sono consapevoli e denunciano, spesso inascoltate o non sufficientemente protette. Altre tacciono sperando che si tratti di episodi isolati, convinte che “lui” cambierà. Altre ancora, perché molto giovani e innamorate, non riescono a riconoscere quei segnali, quei campanelli d’allarme che indicano un rapporto malato.
Gli interventi da portare avanti sono molteplici: da una maggiore attenzione da parte delle forze dell’ordine alle denunce o alle segnalazioni, a una piena attuazione del piano antiviolenza, a un’operazione culturale da portare avanti nelle scuole, alla sensibilizzazione e alla formazione di alcuni giudici che a volte concedono troppe attenuanti o lasciano in libertà stalker e violenti, fino ad arrivare a atti molto concreti come dotare le donne “a rischio” di dispositivi elettronici per allertare le forze dell’ordine in caso di pericolo.
Tutto questo però non basta perché aiuterebbe solo le donne che sono consapevoli delle violenze subite e di quelle che potrebbero subire. Per le altre è necessario intervenire con una massiccia campagna di informazione, una sorta di decalogo che indichi quali sono i segnali di pericolo e come comportarsi già dal primo campanello d’allarme.

Pia Locatelli

Referendum Trivelle. Locatelli: andrò a votare sì

Trivelle-petrolio-AdriaticoMolti gli indecisi, tanti quelli che ancora non hanno ben capito cosa intende cancellare il referendum col rischio concreto – auspicato da alcuni come il Presidente del Consiglio – che il quorum della metà più uno degli aventi diritto al voto, non venga raggiunto.

Il voto non serve a chiudere tutti i pozzi sul suolo italiano da dove si estrae petrolio e gas, ma solo a impedire che quelli funzionanti entro le dodici miglia, cioè a un tiro di schioppo dalle nostre spiagge, restino aperti oltre il termine fissato. Un numero assai limitato di impianti, la maggior parte inattivi o scarsamente utilizzati, tanti molto vecchi (anche più di 40 anni), ma che per diverse ragioni, si preferisce tenere a far ruggine in mare.

Il referendum è stato promosso da nove consigli regionali perché ci sono – polemiche politiche a parte – timori fondati sui rischi possibili di inquinamento. Rischi che non vale la pena correre a fronte di vantaggi economici spesso irrisori mentre un incidente avrebbe ripercussioni gravissime sull’industria del turismo e sull’ambiente.


Trivelle, vado a votare e voto sì

di Pia Locatelli

Domenica si svolgerà il referendum sulle trivelle, andrò a votare perché, da quando non si raggiunse il quorum nella consultazione per abrogare la legge sulla fecondazione assistita, mi sono ripromessa che non avrei mai fatto mancare il mio parere su una consultazione popolare. Si può essere d’accordo o meno sul quesito, ma che un parere, anche per rispetto di quanti hanno raccolto le firme per chiedere il referendum, va comunque espresso.

Personalmente ho ponderato a lungo la mia decisione, proprio perché non conoscevo la materia, e alla fine ho deciso che voterò sì.

In primo luogo, perché sono contraria al fatto che una concessione venga prolungata senza una scadenza, producendo una sorta di alienazione del bene pubblico. Questo non significa che, una volta scaduta, la concessione non possa essere rinnovata e rinegoziata, rivedendo magari i limiti di quella franchigia che attualmente consente alle concessionarie di non pagare alcuna royalty.

In secondo luogo, perché come socialista sostengo la necessità di una politica energetica diversa, sempre più orientata verso le fonti rinnovabili. E’ quanto si è stabilito nella Conferenza sul clima di Parigi Onu del dicembre scorso ed è quanto chiedono i socialisti di tutta Europa, a cominciare dalla ministra dell’Ambiente francese, Ségolène Royal, che ha recentemente assunto la presidenza della COP21,

I sostenitori del no, affermano che i livelli di estrazione sono talmente bassi da non avere alcun impatto ambientale. Non credo che non ci siano conseguenze, al contrario abbiamo notizia di almeno una piattaforma vicina alla costa che ha prodotto sostanze pericolose e fortemente inquinanti. In ogni caso proprio la scarsità di risorse prodotte è una motivazione per non prolungare all’infinito le concessioni: una loro revoca alla scadenza, infatti, non avrebbe conseguenze o quasi sul nostro fabbisogno energetico. A meno che, e sono in molti a sostenerlo, le basse estrazioni non siano volute dalle stesse imprese concessionarie, proprio per restare sotto i livelli stabiliti dalla franchigia e non pagare alcuna royalty. In questo caso si capirebbe anche l’interesse a prolungare le concessioni il più a lungo possibile.

Infine, i posti di lavoro. Chiariamo una volta per tutte che in caso di vittoria del sì nessuno dei 5 mila addetti verrebbe licenziato. Continuerebbero a lavorare fino alla scadenza delle concessioni e poi, in caso di rinnovo, anche in seguito.

Per questi motivi domenica andrò a votare e voterò sì.


 

In questa infografica, un riassunto della questione

Referendum