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Pierre Balanian

Genocidio armeno. Talaat Pascià: deportateli nel nulla

Resti umani-massacro armenoUn secolo fa il genocidio a opera dell’Impero Ottomano, ma gli armeni continuano ad essere nel mirino del fanatismo islamico ancora ai nostri giorni. Appena qualche mese fa, nel settembre scorso, i miliziani dell’autoproclamato Califfo dello Stato islamico dell’Iraq e della Siria (Isis), hanno distrutto l’antica chiesa armena di Der Zor, nell’est della Siria, considerata la Auschwitz degli armeni e consacrata come memoriale del genocidio perché fu questa la tappa finale del cammino di morte nel deserto imposto dai turchi. Qui, a Deir ez-Zor avevano il loro Yad Vashem, prima che arrivassero le orde dell’Isis e qui riposavano i resti delle vittime del genocidio.

E ancora al Cairo, i Fratelli musulmani, istigati dall’Isis, hanno distrutto l’unico archivio documentale ancora esistente del “Medz Yeghern”, il “Grande Crimine”, come viene chiamato il genocidio dagli armeni.

Alla Camera, questa mattina, il genocidio è stato ricordato in Aula e per i socialisti è intervenuta Pia Locatelli. “Non sono state molte le voci di condanna, e io laica – ha detto – non posso non sottolineare che le più significative furono quelle di due papi: il primo Papa Benedetto XV, che 100 anni fa scrisse al Sultano per chiedere di porre fine all’ecatombe, e oggi quella di papa Francesco che, usando il linguaggio della chiarezza,  nel ricordare quei morti  ha scatenato le proteste dell’attuale governo turco che ancora oggi nega il genocidio. Un lato oscuro della storia turca, cui ora si aggiunge lo scarso rispetto dei diritti civili, e non solo civili, fatto con il quale la Turchia – ha concluso la parlamentare socialista – se vorrà far parte della famiglia europea, come mi auguro, dovrà prima o poi fare i conti”.
Qui di seguito riportiamo l’articolo, scritto in occasione dell’anniversario di dieci anni fa, per l’Avanti! della domenica, Pierre Balanian.

Perirono così un milione e mezzo di Armeni
Sono trascorsi 90 anni da quando i turchi davano inizio al progetto tendente ad eliminare il popolo armeno dall’Armenia storica. Infatti, nella notte del 24 aprile 1915, su una lista prestabilita, venivano arrestati – senza mandato – e giustiziati tutti i capi e gli intellettuali armeni. Era la prima tappa di quello che in seguito verrà definito il primo genocidio del XX secolo.Già le autorità turche, dopo aver arruolato tutti gli elementi maschili armeni da 16 a 40 anni, avevano poi provveduto a disarmarli: da soldati li assegnavano ai “reggimenti di lavori” forzati e li annientavano, spesso dopo aver fatto loro scavare le loro fosse, per quanto riferito dall’allora ambasciatore Usa ad Istanbul Morghenthau. E pensare che la lealtà dei soldati armeni era stata lodata dallo stesso ministro della guerra Enver Pascià sulle pagine del quotidiano tedesco Osmanischer Lloyd (26 gennaio 1915)!

Il coraggio dei soldati armeni gli aveva perfino salvato la vita nel corso di in un’imboscata nella battaglia di Sarikamish.

Tutti gli altri uomini non arruolati erano stati intanto arrestati per accertamenti circa un’eventuale diserzione: molti di loro non tornarono dalle carceri, veri centri di tortura. Poi, il pretesto di perquisizione in cerca di armi, serviva per il saccheggio, l’estorsione, l’uccisione dei più refrattari e per lo stupro delle ragazze.

Dopo questa breve fase di “terrore di Stato” iniziarono le deportazioni di massa degli elementi rimasti del popolo armeno: anziani, donne e bambini. L’ordine parlava di un allontanamento temporaneo per motivi di guerra: nessuno avrebbe dovuto prendere con sé nulla di quanto posseduto. I beni sarebbero stati custoditi dallo Stato e restituiti al termine della guerra. Nessun armeno aveva infatti potuto leggere il vero ordine di deportazione, il telegramma cifrato inviato dal ministro dell’interno Talaat Pascià: “È stato precedentemente comunicato che il governo ha deciso di sterminare gli armeni che vivono in Turchia”. Mentre in un altro telegramma, Talaat, padre del genocidio armeno, raffigurato come eroe in un mausoleo della Turchia odierna, specificava che “la destinazione” delle deportazioni era “il nulla”.

Il 16 maggio 1915 venne istituita per legge dal governo ottomano turco una apposita amministrazione, creata per sequestrare e vendere i beni “abbandonati” dagli armeni. La stessa legge prevedeva l’insediamento di profughi turchi nelle case e terreni “abbandonati”.

Scortate dai soldati turchi le colonne dei deportati da tutte le province e città venivano convogliate verso i deserti siriani ed iracheni dove, secondo un console tedesco, non vi erano condizioni di “vita né per piante né per animali”. I racconti dei rari sopravvissuti, a prescindere dalla loro provenienza, concordano sul fatto che appena fuori dalle città, lontano dagli occhi di testimoni stranieri (missionari, croce rossa ecc..), le colonne venivano attaccate da truppe di irregolari armati che uccidevano indisturbati, rubavano, stupravano o rapivano ragazze e portavano via i bambini in tenera età per educarli da musulmani o venderli a famiglie turche.

Parecchi vennero rinchiusi in grotte nel deserto siriano (come a Shedadiya) e uccisi per asfissia appiccando il fuoco all’ingresso . Non a torto si è parlato di prototipi delle camere a gas e non a caso molti alti gradi tedeschi presenti all’epoca in Turchia come alleati, saranno anni dopo a fianco di Hitler.

I sopravvissuti all’eccidio morivano di stenti o di malattie.

Al termine della Guerra Mondiale un’indagine della corte marziale turca evidenzierà la natura di queste bande di irregolari, che facevano parte di una “Organizzazione Speciale” creata dal ministero dell’interno nel agosto del 1914, composta da ex-detenuti penali, curdi e fanatici islamici il cui scopo era l’annientamento dell’elemento armeno.

Perirono così un milione e mezzo di armeni, tre quarti della popolazione. Il solo Capo di Stato occidentale ad alzare una ferma voce di protesta fu il Papa Benedetto XV, il quale scriveva personalmente al Sultano (settembre 1915) chiedendo di porre fine all’ecatombe. E il 6 dicembre 1915, non avendo ottenuto risposta, lamentava che “i malaugurati armeni sono stati quasi interamente distrutti”.

Casualità della storia, il Papa Benedetto XVI ha celebrato la sua prima messa da Pontefice il 24 aprile, il giorno in cui gli armeni commemorano il loro genocidio.

Pierre Balanian