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Pio Marconi

Pio Marconi
Cogestione, lavoro, 4.0

C’è ancora la possibilità nell’Europa della condizione postmoderna, in un continente che era stato capace di modellare un sistema esemplare di protezione sociale, nell’epoca del tramonto delle ideologie, di ipotizzare un progetto politico connotato come socialista? In Occidente si è assistito al rapido declino di una forma di produzione (fondata sulla grande impresa, sull’espansione della produzione di beni materiali, sull’organizzazione del lavoro, sulla rigida separazione di esecuzione e direzione) che garantiva vasta occupazione, utili crescenti, forme di redistribuzione governabili secondo una logica di piano. Si è andato velocemente contraendo un modo di produzione che favoriva la previsione dei bisogni sociali e l’elaborazione di progetti di emancipazione sociale.

L’economia della conoscenza, la nuova rivoluzione industriale, l’ingresso dell’intelligenza artificiale nella produzione e nell’organizzazione, hanno provocato un netto mutamento della stratificazione sociale. Fenomeni come la stabilità del lavoro, l’omogeneità delle condizioni dei lavoratori, la prevedibilità degli effetti delle politiche sociali, sulla presenza dei quali si erano costruiti i sistemi europei di Welfare e le esperienze di socialismo democratico, sono venuti progressivamente a mancare. Il lavoro (sopratutto quello delle nuove generazioni) si caratterizza in modo crescente come autonomo e nomade: impegnato nella continua ricerca di spazi cognitivi, creativi, geografici. Il cambiamento del lavoro mette in crisi oggi tradizionali politiche di redistribuzione e di identificazione dei bisogni meritevoli di più urgente soddisfazione.

Una radicale mutazione ha investito anche partiti e ideologie che nella società industriale cercavano non solo di interpretare i bisogni ma anche di esaltare le potenzialità del lavoro. Il socialismo si era presentato, in una fase specifica della modernità, come idea di redistribuzione ma anche come sistema in grado di attribuire a lavoratori dotati di competenze un ruolo nella gestione della crescita sociale. Il socialismo era riuscito a radicarsi perché aveva offerto un’interpretazione titanica della modernità e aveva indicato strade lungo le quali le trasformazioni nella produzione iniziate con l’introduzione delle macchine avrebbero potuto moltiplicarsi con l’attribuzione di un nuovo ruolo al lavoro, con il coinvolgimento della professionalità e del lavoro dipendente nella gestione della produzione. Il socialismo si era legittimato non solo come movimento capace di esprimere i bisogni del lavoro ma anche come progetto di completamento della rivoluzione scientifica.

Oggi le forze politiche di sinistra trovano difficoltà a rivolgersi ad un mondo del lavoro profondamente cambiato, parcellizzato, diviso ed ipotizzano di trovare la propria identità nella predicazione di forme di carità, nella proclamazione di sconfinati obblighi di assistenza, nella retorica della redistribuzione illimitata delle risorse. Ai bisogni di un mondo del lavoro che soffre per una crisi non congiunturale ma strutturale, si contrappone la priorità di più urgenti e spesso non definiti bisogni. Alla domanda di giustizia sociale espressa dal lavoro (autonomo o dipendente, tradizionale o innovativo, della terza o della quarta rivoluzione industriale) si risponde troppo spesso elencando con puntiglio ambienti sociali meritevoli di maggiore tutela. Senza identificare con nettezza l’entità degli impegni e i gruppi sociali sui quali dovrebbero gravare gli oneri legati ad una sconfinata redistribuzione.

La crisi delle organizzazioni che si richiamavano al socialismo deriva principalmente dalla incapacità di riottenere la fiducia di un mondo del lavoro mutato: disomogeneo, complesso, conflittuale al proprio interno. La redistribuzione delle risorse necessarie a favorire gli “ultimi” si traduce spesso in sottrazione di risorse a gruppi sociali che si trovano in situazione di grave disagio. O’Connor quando descriveva la “crisi fiscale dello Stato” non sosteneva le politiche antifiscali di Ronald Reagan ma segnalava come una crescita puramente quantitativa della redistribuzione sociale portava a ledere ulteriormente gli interessi di gruppi già svantaggiati1.

La retorica della carità non riesce inoltre a tradursi in forme di effettivo, continuativo sollievo di forme gravi di disagio sociale. Alle origine della nuova identità assistenziale della sinistra sta una grave insufficienza di analisi. La produzione postmoderna è vista come veicolo capace soltanto di favorire l’egoismo e di impedire una progettazione collettiva. Non si coglie il fatto che, per molti aspetti, il nuovo modo di produrre chiede solidarietà, partecipazione, condivisione. Nella deriva assistenziale si ignorano alcuni caratteri tipici della postmodernità. Caratteri che possono moltiplicare la creazione della ricchezza e favorire una redistribuzione guidata da principi di giustizia, caratteri che possono portare a forme nuove di coesione sociale, ad una rinascita di idee di socialismo. I padri dell’economia classica consideravano l’egoismo individuale come un potente veicolo di progresso e di sviluppo sociale. Le grandi innovazioni tecnico scientifiche sono oggi sempre meno il frutto di una competizione egoistica. Il modello dell’open source diventa dominante nella ricerca scientifica orientata alla produzione ed al progresso. In quelle scienze che sono dotate oggi di una vocazione crescente alla formazione della ricchezza, la scoperta e l’innovazione derivano dal lavoro e dal ruolo di una moltitudine di intelletti che si applicano, con l’ausilio della rete, ad un comune, spesso disinteressato, obiettivo di conoscenza. «Siamo nel mezzo di un grande cambiamento che trasformerà il modo in cui si costruisce il sapere (…) tra cent’anni, tracceremo una linea di demarcazione tra due ere scientifiche: la scienza pre rete e la scienza collaborativa in rete»2 osserva Michael Nielsen. Da una concezione egoistica della ricerca siamo passati ad una ricerca collettiva e cooperativa. La scoperta cessa di essere il frutto di un lavoro individuale e diventa il risultato di una applicazione diffusa di intelligenze. La rivoluzione intervenuta nella ricerca scientifica riguarda anche il lavoro e sopratutto le forme di lavoro tipiche dell’economia della conoscenza. Nella società dell’immateriale, la solidarietà e la cooperazione dei lavoratori torna ad avere un importante ruolo propulsivo non solo per un’equa distribuzione della ricchezza ma anche per la produzione e lo sviluppo dell’economia.

La crisi dei partiti socialisti non può essere imputata semplicemente ad una mutazione dell’economia e della stratificazione sociale. Una causa potente della crisi è il difetto di strategia, di analisi, di immaginazione sociale. Il mondo del lavoro è oggi fortemente diviso: dalla parcellizzazione delle mansioni, dal diffondersi di modi di produzione che non richiedono la compresenza dei lavoratori (in un unico ambiente, in un’unica area geografica, in un unico Stato) dalla divergenza tra gli interessi del residuale lavoro fordiano e quelli del lavoro alimentato della competenza e da nuovi saperi. Ma le esigenze di efficienza, che separano i lavoratori, che parcellizzano le funzioni impongono anche una fortissima interconnessione di attività e di competenze3. La nuova produzione della società dell’immateriale descritta da André Gorz4, l’economia della conoscenza non cancella inoltre mansioni, ruoli, funzioni, professionalità tradizionali. La produzione cognitiva ha sempre maggiore bisogno di una attività materiale di supporto, di logistica, di servizi capaci di ottimizzare la produzione e la distribuzione. E’ quindi possibile una nuova forma di solidarietà tra i nuovi lavori parcellizzati separati, autonomi, indipendenti. Ed una solidarietà tra lavori tradizionali e nuovi lavori. Una rete di relazione e di bisogni che ci riporta ai meccanismi che condussero nella maturità industriale alla nascita delle organizzazioni del lavoro.

Nella condizione postmoderna sono entrate in crisi descrizioni trionfalistiche dei destini sociali, l’ideologia della crescita costante, l’idea di una crescita costante dei beni materiali redistribuibili. Si tratta di idee che hanno alimentato per decenni le rappresentanze del lavoro, e che hanno favorito la formazione delle organizzazioni socialiste. Si tratta di idee che si sono usurate con il cambiamento del modo di produzione. Alla crisi di una ideologia si è risposto troppo spesso rifiutando l’utopia, rinunciando a formulare progetti di giustizia sociale, rimuovendo l’esistenza di modelli di sviluppo materiale connesso con lo sviluppo umano. La decadenza di ideologie ha prodotto il deperimento dell’immaginazione utopica. Anche quando ciò che in un passato si poteva considerare come bersaglio lontano si presenta come obiettivo praticabile, a volte come mutamento in corso: meritevole non di essere frenato od ostacolato ma di essere accompagnato e favorito.

Numerose idee della tradizione socialista sono state travolte dalle modificazioni del tessuto delle società sviluppate: la promessa di una crescita costante, la speranza in un progresso ininterrotto. Un’idea soltanto non è stata travolta dello scorrere del tempo e dalla modificazione dei rapporti sociali. Si tratta di un’idea relativa non alla distribuzione di risorse materiali ma alla crescita della responsabilità e della capacità individuale: l’idea di cogestione, di partecipazione del lavoro all’impresa. La cogestione rappresenta un modello di crescita economica legato alla condivisione delle responsabilità, delle esperienze, dei saperi, delle capacità. E’ un’idea legata alle origini del socialismo, che si è costantemente riaffacciata in momenti cruciali della lunga storia della società industriale. La cogestione oggi non rappresenta un ricordo del passato ma un’ipotesi di lavoro capace di coniugare crescita economica e sviluppo umano5, di legare produzione ed equa distribuzione di risorse, di garantire giustizia e non di favorire soltanto l’elargizione discrezionale di assistenza.

L’identità si difende e si rivendica con battaglie specifiche, non soltanto attraverso scelte di schieramento e di alleanza. Oggi l’identità socialista può essere caratterizzata da un rilancio del tema della partecipazione del lavoro alla gestione dell’impresa. La riforma istituzionale prevedeva l’abolizione del Consiglio Nazionale dell’Economia del Lavoro. Cancellazione sacrosanta di una eredità del corporativismo. Ma la soppressione avrebbe dovuto essere accompagnata dalla traduzione in legge di un principio costituzionale che da 70 anni è inattuato, quello contenuto nell’articolo 46 della Costituzione che riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare alla gestione delle aziende6. Non si tratta di un principio indissolubilmente legato alla produzione fordiana. Si tratta di un principio che esalta il lavoro tipico della economia della conoscenza. Si tratta di un principio che può favorire la crescita rafforzando la cooperazione in un sistema fondato sulla frammentazione e la distanza dei lavori. Anche il Jobs act era necessario. Ma perché non accompagnarlo con una nuova strategia di tutela dei lavori7 e con la approvazione di quei disegni di legge, che giacciono in parlamento (spesso formulati con l’apporto di tutte le parti politiche) che dispongono la partecipazione dei lavoratori in azienda?


1 J. O’Connor, La crisi fiscale dello stato, tr. it., Torino, 1977

2 M. Nielsen, Le nuove vie della scoperta scientifica. Come l’intelligenza collettiva sta cambiando la scienza, tr. it. Torino, 2012

3 A. Fumagalli, Bioeconomia e capitalismo cognitivo. Verso un nuovo paradigma di accumulazione, Roma, 2007; C. Vercellone (a cura), Capitalismo Cognitivo, Manifestolibri, Roma, 2006; E. Rullani, Economia della conoscenza, Roma, 2004

4A. Gorz. L’immateriale. Conoscenza, valore e capitale, tr. it., Torino, 2003

5 A. Sen, L’idea di giustizia, tr. it., Milano, 2010

6 M. Del Bue, La cogestione obiettivo socialista, Avanti!, 28.12.2014

7 P. Ichino, Partecipazione dei lavoratori nell’impresa: le ragioni di un ritardo. Rivista italiana di diritto del lavoro, 1, 2014

 

Pio Marconi

Senato, una riforma da ritoccare

C’è ostilità in una parte del PD e del governo all’ipotesi di un ragionevole cambiamento del sistema elettorale del Senato e ad una correzione del testo di modifica costituzionale che è stato già votato (ma in modo non definitivo) da Senato e Camera. Le critiche e i rifiuti sono di diversa natura. Di tattica parlamentare, ma anche di tecnica legislativa. L’idea di un mutamento non è partita solo dalle opposizioni, ma anche dal capo della maggioranza che in una dichiarazione resa alla vigilia della partenza per Washington (l’incontro con il presidente Obama) ha evocato senza entrare in particolari di ingegneria elettorale la possibilità di un ritorno alle elezioni dirette per il Senato. Il cambiamento non avrebbe dovuto preludere, ha precisato Renzi, alla rinascita di un bicameralismo paritario.

Commentatori ed attori politici hanno visto nell’ipotesi, un’offerta di dialogo con le opposizioni esterne ed interne al PD che contrastano il progetto di riforma. È stata anche manifestata preoccupazione per un rischio che si annida dietro ad ogni proposta di dialogo. Quello del ritardo, del rinvio, dell’affossamento di un progetto.

Sulla praticabilità della proposta sono stati evocati ostacoli derivanti dalle norme che regolano la vita parlamentare. Il Regolamento del Senato del 1971 limita la facoltà di intervenire sul contenuto delle norme in sede di “doppia lettura”. Le modifiche possibili riguarderebbero, in base ad una applicazione puntigliosa del Regolamento, solo aspetti marginali della riforma. I senatori potrebbero quindi intervenire su alcune modifiche scarsamente significative introdotte dalla Camera. In base a questi principi si è formato in passato l’ordine del giorno su alcune riforme costituzionali. Con una eccezione alla quale più avanti si accennerà.

I rischi di un uso improprio della proposta non vanno sottovalutati. Sicuramente l’apertura di un nuovo capitolo del processo di approvazione potrà favorire tentativi di dilazione e di insabbiamento. Ma vi è anche un altro rischio: quello di proteggere aspetti della riforma che possono rivelarsi inefficaci.

Lo scopo del testo in discussione è chiaro: superare un bicameralismo perfetto che favorisce il rinvio delle decisioni, porre un freno all’incursione degli interessi particolari nel processo legislativo, favorire la navigazione della società italiana in un oceano globale che richiede forme rapide di comando ed efficaci mutamenti di rotta. Il testo che sino ad oggi è stato elaborato, è adeguato allo scopo? Per molti aspetti sì. Marginalizzando l’intervento di una seconda Camera nel processo legislativo si offre meno spazio ai freni, alla conservazione, agli interessi particolari che spessissimo si oppongono ad efficaci politiche sociali. Ma non va dimenticato che in alcuni punti le insidie del vecchio bicameralismo possono manifestarsi, anche con la riforma.

Il testo prevede (nel nuovo articolo 57) l’intervento del Senato nel processo legislativo solo per alcune materie. Le riforme costituzionali. Le leggi che modifichino le prerogative delle aree metropolitane. Le prerogative di Regioni e amministrazioni decentrate.

Bisogna ricordare che le materie sulle quali è previsto il concorso del nuovo Senato nel procedimento legislativo non sono marginali. È ovvio che sui diritti fondamentali di libertà occorre il più ampio lavoro di concertazione politica. Ma allargare il numero dei soggetti chiamati a decidere sulle prerogative delle amministrazioni regionali e locali significa opporre ai possibili benefici della riforma severissimi limiti.

Un problema oggi centrale in Italia è la capacità di favorire lo sviluppo sociale con delle politiche capaci di eliminare le sacche di arretratezza che ancora rallentano il sistema. L’occupazione, la crescita dell’impresa, l’universalità dei diritti sociali sono obiettivi il raggiungimento dei quali è ostacolato dall’esistenza di posizioni precostituite, da privilegi. La difesa di prerogative detenute da gruppi particolari fa da freno ad una espansione dei diritti.

Ostacoli alle riforme vengono anche dalla presenza di marcate differenze tra i sistemi di elezione delle rappresentanze locali e di quelle nazionali. Il sistema elettorale per le assemblee parlamentari ha avuto con il passaggio alla Seconda Repubblica una forte impronta maggioritaria. L’abolizione del voto di preferenza ha posto un freno alla proliferazione dei gruppi di pressione nelle rappresentanze parlamentari. Il nuovo sistema ha molti difetti. L’ultima versione di esso è stata censurata dalla Corte. Ma con una rappresentanza eletta con quel sistema si è potuti giungere a cambiamenti epocali nell’architettura costituzionale. Con la legge Costituzionale n. 1 del 20 aprile 2012, è stato modificato l’articolo 81 della Costituzione. Il testo unisce all’obbligo per il legislatore di provvedere agli oneri imposti dalla legge, un ulteriore onere per lo Stato. Quello di assicurare “l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico” e quello di disciplinare l’indebitamento, che è “consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali”.

Il nuovo articolo 81 che potrebbe favorire una nuova giustizia sociale (riservata non solo a gruppi tradizionalmente protetti) vincola oggi la rappresentanza parlamentare. Ma i principi che lo sottendono non trovano applicazione nell’universo delle rappresentanze regionali e sociali. Esse in molti casi non si impegnano al fine di adeguare la progettazione sociale al ciclo economico e ai bisogni emergenti. Preferiscono preservare la “spesa storica” e le tutele già esistenti.

I tagli più difficili per esecutivo e parlamento riguardano il comparto regionale e sociale. Al fenomeno contribuisce il sistema elettorale degli enti regionali e locali.

La conservazione delle preferenze, unita alla disaffezione popolare al voto, ha modificato le rappresentanze. Nelle rappresentanze locali sempre maggiore spazio hanno interessi particolari e di gruppi. L’elezione diretta di sindaci e presidenti di Regione non è riuscita a cambiare la natura delle rispettive assemblee. In esse entra un personale politico che esprime spesso ristretti ambienti “professionali” o particolari bisogni assistenziali. La rappresentanza nelle assemblee condiziona sindaci e presidenti, condiziona i rapporti tra Enti locali e Stato, condiziona la possibilità di sviluppare politiche sociali adeguate a nuovi bisogni.

Il sistema elettorale per il Senato previsto dal nuovo articolo 57 in via di approvazione attribuisce ad una rappresentanza frammentata e particolaristica (operante negli Enti locali e regionali) la facoltà di eleggere un organo che concorre alla legislazione in materie cruciali per la crescita e l’eguaglianza. Forse sarebbe opportuno introdurre un correttivo.

Si potrebbe, come proposto da Enrico Buemi in un emendamento al disegno di legge costituzionale, affiancare ai senatori scelti dalle assemblee locali un pari numero di senatori selezionati dal voto popolare “eletti direttamente a suffragio universale e diretto”. Con la corrispettiva riduzione del numero dei componenti la Camera dei Deputati. L’ipotesi, ha ricordato Buemi, è stata di recente formulata anche da Alessandro Pace in una recentissima riunione del contro per la Riforma dello Stato. Un autorevole sede di progettazione fondata da Pietro Ingrao.

Nel Senato, se passassero i contenuti dell’emendamento, sarebbe favorita, accanto a istanze locali e particolari, la presenza dei partiti, dei progetti, delle ideologie, anche delle utopie (delle quali si sente oggi la mancanza).

Cambiare, a questo punto dei lavori, il testo già votato entrerebbe in conflitto con il regolamento? Un abile giurista, che è stato parlamentare della repubblica, Felice Besostri, ha segnalato che in un momento cruciale della recente storia repubblicana per giungere a una modifica della Costituzione si scelse di disapplicare il regolamento del 1971. Era il 1993 e si dovevano superare regole di immunità parlamentare considerate inattuali per l’irruzione di eventi traumatici. Si era in presenza di un contesto particolare e di un’emergenza. Ma anche oggi siamo in presenza di un’emergenza. Un efficace cambiamento del disegno costituzionale non è una aspirazione meramente estetica. Il cambiamento è imposto da una crisi economica di dimensioni forse mai viste nella storia della società industriale. Deriva da una nuova geografia della struttura e dei bisogni sociali. È destinato a costruire una società adeguata a nuove, radicali domande di crescita e di eguaglianza.

Pio Marconi