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Siria. L’opinione pubblica manipolata per la guerra

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Il 18 marzo le Forze Armate Turche (TSK) della Repubblica di Turchia insieme alle forze armate dell’Esercito Libero Siriano (FSA) sono entrate nel centro di Afrin in Siria.
Dopo circa due mesi di scontri con i membri dell’Unità di Protezione Popolare (YPG-J) il governo al potere in Turchia ha ottenuto ciò che voleva. L’obiettivo dell’operazione era quello di “liberare la città dai terroristi”, anche perché le forze YPG e YPJ e la loro espressione partitica PYD sono state definite da parte del governo AKP (Partito dello Sviluppo e della Giustizia) come delle “organizzazioni terroristiche”.

In realtà non è stato soltanto il partito al governo da più di 15 anni ad adottare una definizione del genere. L’operazione è stata difesa da una buona parte della cittadinanza, oppure è stato fatto di tutto perché fosse così.

In questa seconda parte del mio approfondimento parlerò dei mezzi e dei metodi utilizzati dal governo per giustificare questa operazione.  In primis i media, ma non soltanto, si sono messi a disposizione del governo. Insieme analizzeremo come la scuola pubblica, lo sport ed il mondo degli artisti sono stati utilizzati per creare un’opinione pubblica a favore della guerra.

Neanche un mese dopo l’inizio dell’intervento militare, un gruppo di artisti ha deciso di andare nella città di Hatay, al confine siriano, per dimostrare solidarietà ai soldati. Yavuz Bingöl, Tamer Karadağlı, Erhan Yazıcıoğlu, Erhan Güleryüz, Mustafa Ceceli e Zuhal Yalçın sono i primi nomi che saltano all’occhio. Il titolo dell’iniziativa era “Gli artisti insieme ai soldati”. Alla conferenza stampa, il 15 febbraio, era presente anche il vice presidente generale dell’AKP, Harun Karacan. Dopo l’incontro con la stampa i partecipanti sono andati in una caserma militare per incontrare i soldati e farsi delle fotografie. Tra i promotori dell’iniziativa c’era anche il cantante Erhan Güleryüz, l’ex solista del gruppo musicale Ayna. Güleryüz ha detto nel suo intervento: “Siamo qui per dire ai nostri soldati che gli 80 milioni di cittadini sono con loro”.

Pochi giorni dopo, il 23 febbraio, con un’iniziativa lanciata su internet da una serie di artisti, sono stati mandati numerosi messaggi di solidarietà ai soldati in missione. Mentre il famoso cantante di musica arabesca, Ibrahim Tatlises, definiva i soldati come degli “eroi”, la famosa attrice Hulya Koçyigit scriveva così: “ogni giorno prego perché i soldati ritornino sani e salvi a casa” e la famosa cantante Sibel Can scriveva queste parole per mostrare il suo sostegno: “Allah aiuti i nostri soldati”.

Forse il peggio è arrivato quando l’operazione si è conclusa. Il primo aprile un gruppo di artisti, insieme al Capo dello Stato Maggiore e al Presidente della Repubblica, si sono trovati in una caserma militare nella città di Hatay. Il cantante Ahmet Şafak ha descritto così il motivo della sua presenza in quel luogo: “Siamo qui accanto ai nostri figli. Abbiamo dimostrato che teniamo all’unità del nostro Stato e riteniamo che sia implacabile l’unità della nostra nazione turca”. Questa iniziativa è stata criticata duramente dai partiti all’opposizione (CHP e HDP) soprattutto per via delle canzoni patriottiche cantate dai cantanti con l’ausilio degli strumenti musicali in caserma. Il leader del Partito Popolare e Repubblicano, Kemal Kiliçdaroglu, ha trovato scorretto questo gesto allegro fatto in un contesto di morte. All’incontro erano presenti anche alcuni sportivi.

Con questi gesti “simbolici” il mondo artistico ha contribuito alla costruzione dell’immagine dell’operazione come se fosse una guerra d’indipendenza.

Il secondo campo, a livello nazionale e popolare, in cui si è cercato di legittimare e normalizzare la guerra, è stato il mondo dello sport.

Il primo marzo un gruppo di sportivi, insieme a un gruppo di artisti e numerosi parlamentari e dirigenti locali dell’AKP, sono andati nella città di Kilis per incontrare i soldati. Il 7 febbraio la società sportiva Aski Spor insieme ad alcuni atleti olimpici, ha lanciato un video messaggio in cui venivano pronunciate queste parole: “Sono nostre queste terre che abbiamo conquistato lottando nel 1071. E’ nostra questa patria”. Pochi giorni dopo l’inizio dell’operazione militare sono arrivate le prime notizie sulla morte dei soldati. Così la Federazione Turca Calcio (TFF) ha deciso di dedicare un minuto di silenzio prima di ogni partita “per commemorare i nostri martiri”. Ovviamente nelle tribune non mancava lo storico slogan patriottico “I martiri non muoiono, la patria non si spacca”. Nelle tribune non c’erano soltanto queste frasi ma c’erano anche dei momenti di grande coreografia. Prima della partita di calcio tra Konyaspor e Galatasaray, i tifosi della squadra anatolica hanno occupato una sezione intera scrivendo “Afrin” ed hanno alzato dei cartelli con scritto “Turchia”; in sottofondo non mancava un inno militare ottomano.

Il 15 marzo, alla luce dell’anniversario della vittoria militare dei Dardanelli del 1915, nelle tribune dello stadio appartenente alla squadra calcistica di Istanbul Basaksehir, si è vista sorgere la mappa rossa della Turchia con la bandiera disegnata sopra, i soldati con le divise dell’epoca ed in un angolo un soldato moderno che alzava la bandiera turca. Al centro di questo poster gigantesco c’erano alcuni giocatori della squadra che facevano il saluto militare. Sotto invece si leggeva questa frase: “Anche oggi, come il 18 marzo 1915, vinceranno i credenti, non quelli che sono in maggior numero”.

Ormai si parlava dell’operazione “Ramoscello d’ulivo” come di un intervento totalmente corretto e legittimo. Nei messaggi dei membri del governo, degli artisti e del mondo sportivo si leggevano soltanto parole nazionaliste e patriottiche. Si parlava di “conquistare” un territorio che per alcuni, in realtà, “era già nostro”. Non c’era spazio per avere dubbi sulla legittimità della guerra. Per chi avesse avuto qualche dubbio, invece, erano aperte le porte dei centri di detenzione. Di questo parlerò nel prossimo pezzo.

Come già detto, anche il mondo della musica ha sostenuto questa operazione militare. Il gruppo rap Geeflow ha lanciato il suo video su internet a favore dell’operazione. Il 24 febbraio è uscito il pezzo col titolo “Ramoscello d’ulivo”. Alcuni versi della canzone recitano: “Se ci sacrifichiamo, possiamo accedere al paradiso, se versiamo il nostro sangue, la patria diventa nostra”. Nel video ovviamente non mancano le immagini dei soldati e degli scontri, anche se non in modo netto e chiaro. Anche il rapper Yunus Akpunar si è dedicato a questa missione ed ha usato anche lui il nome dell’operazione come titolo del suo pezzo. In questo caso si vede il cantante allacciare i suoi anfibi e portare una casacca militare mentre canta la canzone. Alcuni versi del pezzo dicono: “Ci sono diversi terroristi nascosti tra di noi, facciamoci attenzione. Ci sono tanti traditori che vorrebbero dividere il nostro paese. Facciamoci attenzione e non dimentichiamoci dei nostri antenati”. In alcune immagini del video si vede il cantante sventolare la bandiera turca con una mano mentre con l’altra tiene una pistola grigia.

Un altro pezzo musicale invece è di Idris Altuner. Stavolta si tratta di un lavoro diverso. Mentre i pezzi rap sono tanti, Altuner decide di fare un pezzo tradizionale utilizzando gli strumenti e le melodie dell’orchestra militare ottomana, Mehter. Si tratta di un video professionale di alta qualità. Il cantante è vestito con dei costumi antichi e tradizionali. Durante il video si vedono i musicisti dell’orchestra Mehter. Nel pezzo in cui si vede il cantante andare su un cavallo in Cappadocia, Altuner pronuncia queste parole: “La vittoria si espanda da Afrin a Mimbic, tremino le montagne con il rumore degli anfibi del Turco”.
Forse la parte più aggressiva, per via dei suoi protagonisti, di tutta questa campagna di propaganda della guerra è quella del mondo della scuola.

Il 4 marzo, nella città di Bursa, gli studenti del Liceo Gursu Yildiz, si sono riuniti nel cortile della scuola per scrivere con i loro corpi la parola “Afrin” mentre li riprendeva un drone. Come sottofondo del video c’è una canzone militare ottomana. Nella città di Karabuk, sulla costa del Mar Nero occidentale, presso il Liceo Cumhuriyet un gruppo di studenti è sceso nel cortile per fare un’azione simile. Nel loro caso il lavoro svolto era più sofisticato. Mentre alcuni studenti scrivevano, con i loro corpi, “Ramoscello d’ulivo”, altri sventolavano una grande bandiera turca ed un altro gruppo con vestiti militari leggeva “il giuramento del commando”. Ovviamente anche in questo caso tutto è stato ripreso da un drone e nel video si sente una canzone militare ottomana.

In altri casi invece, oltre alla coreografia all’aperto, sono state fatte delle preghiere collettive di solidarietà con i soldati in missione. Proprio come nel caso della Scuola Femminile per gli Imam della città di Manisa, vicina alla costa dell’Egeo, dove 130 studentesse prima hanno scritto “Ramoscello d’ulivo” con i loro corpi, poi sotto la direzione del preside hanno letto delle preghiere.

Un altro caso di preghiera collettiva invece è stato fatto nella scuola elementare di Birikim Okullari di Istanbul. Stavolta la rappresentazione si è svolta all’interno, su un palco. Un gruppo di bambini che hanno, molto probabilmente, meno di 10 anni, si sono uniti con i palmi rivolti verso il cielo. Al centro un bambino prega per il bene della nazione e dei soldati ad Afrin e in sottofondo si sentono gli altri dire “Amen” in modo collettivo. Il video realizzato con gli studenti delle elementari si conclude con un pezzo ripreso all’aperto in cui si vedono decine di bambini sventolare una grande bandiera turca gridando: “I martiri non muoiono, la patria non si spacca”.

L’operazione militare “Ramoscello d’ulivo” è stata un elemento di grande dimostrazione di potere del governo ed è stata utilizzata anche per rafforzare i sentimenti nazionalistici già presenti nel tessuto sociale e storico del Paese. In realtà il governo AKP non ha fatto nulla di nuovo. In Turchia il terreno è molto fertile per le politiche nazionaliste e religiose, la sua storia è piena di periodi del genere. Il sentimento/l’orgoglio nazionalista ha radici molto profonde nella storia dei cittadini ed è il frutto di una serie di politiche nel mondo dell’istruzione, dell’arte, dello sport e non solo.

Dove non è stato possibile ottenere il sostegno popolare a favore dell’operazione militare, il governo, insieme al sistema giudiziario e alle forze dell’ordine, ha attivato il meccanismo della repressione e della censura. Questo sarà il tema del prossimo pezzo di questa serie.

Murat Cinar

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Quando la Gran Bretagna creò il caos in Medio Oriente

mediorienteNon è certo da oggi che in Medio Oriente (MO) sta per esplodere (o è in atto) un gravissimo conflitto, che rischierebbe di innescare la terza guerra mondiale. Non è facile orientarsi tra le molteplici tensioni, anche perché esse vengono create e alimentate ad arte dai soggetti e dagli interessi in gioco: il tutto ovviamente alle spalle, anzi sulla pelle delle popolazioni. D’altra parte è molto scarsa presso di noi la conoscenza di quali sono quei popoli, i loro costumi, le loro credenze (lo “scontro fra civiltà” fu un’invenzione ad hoc per oscurare i termini reali): e soprattutto come e quando è nato l’intero problema del MO. La storia la via maestra per comprendere il mondo attuale: la perdita della memoria è la causa principale dei mali succedutisi nella storia.

Io non sono certo uno conoscitore o uno storico del MO, ma segnalo un libro di qualche anno fa che traccia un quadro estremamente limpido e chiarificatore: Filippo Gaja, Le Frontiere Maledette del Medio Oriente, Maquis Edizioni, 1991 (nel seguito FG). Le potenze occidentali (in primis la Gran Bretagna) hanno creato artificiosamente nell’ultimo paio di secoli – in un delirio imperialistico, per i propri interessi di brutale sfruttamento coloniale, calpestando le popolazioni che da sempre vi abitavano – i problemi che si sono incancreniti e sono diventati insolubili! Questa sintesi sarà per forza di cose ridotta all’osso (e con brutali schematismi, dei quali mi scuso), ma spero possa fornire utili spunti di conoscenza e di riflessione, e il desiderio di approfondire.

Tutto ebbe inizio in Arabia

Fino alla Prima Guerra Mondiale tutto il MO faceva parte dell’Impero Ottomano, il quale però non aveva il controllo effettivo di molte regioni (come il deserto della penisola arabica, denso però di vicende cruciali).

La Gran Bretagna (GB) dalla metà del Settecento aveva soppiantato l’Olanda e la Francia nei commerci con l’India: senza il cui sfruttamento non avrebbe sviluppato la Prima Rivoluzione Industriale, che le consentì il predominio in Europa (e nel mondo fino alla Seconda Guerra Mondiale).

La prima regione del MO in cui la GB penetrò fu la penisola arabica. Qui era sorta verso la metà del Settecento la dottrina religiosa del wahhabismo e si era legata con la dinastia dei Saud, che con Abdul Aziz Ibn Saud “il Grande” estese nel 1773 il dominio su una larga parte della penisola, con centro nella capitale Riyad, e adottò il wahhabisno come ideologia, ancora oggi fondamento dell’Arabia Saudita.

All’inizio dell’Ottocento la Gran Bretagna intervenne militarmente nella zona del Golfo Persico, eliminando la pirateria che comprometteva i suoi commerci e imponendo agli sceicchi la sua autorità permanente nel Golfo (che perdurò fino alla decolonizzazione e il ritiro britannico dal Golfo nel 1971).

Qui è opportuna una premessa. È importante considerare che almeno fino a tutto l’Ottocento le idee di “frontiera” o “confine” erano praticamente sconosciute in MO: vi erano popolazioni nomadi, e costanti guerre tra sceicchi locali, e anche la “sovranità” dipendeva dalla forza delle famiglie dominanti.

Un’altra famiglia importante fu quella degli Al Sabah, che verso la metà del Settecento si insediò nel Kuwait: questo porto circondato dal deserto assunse un ruolo fondamentale (che ha mantenuto fino ad oggi) quando la Compagnia Inglese delle Indie ne fece il punto di traffico terrestre del commercio verso l’Europa. Con una vicenda intricata, nel 1899 la GB impose agli Al Sabah (formalmente sudditi dell’Impero Ottomano) un trattato segreto (lo rimase fino al 1967!) che imponeva il controllo britannico esclusivo, un protettorato di fatto, sul territorio del Kuwait: piccolissimo ma strategico (e non vi si era ancora scoperto il petrolio!). Come scriveva sir Arthur Godley, sottosegretario permanente in India, a lord Curzon “… noi non vogliamo il Kuwait, ma non possiamo permettere che qualcun altro lo abbia”.

Dell’accordo segreto si giovarono anche i Saud – il cui dominio nel 1818 era stato debellato dall’esercito turco – per ristabilire il proprio dominio sull’Arabia centro-orientale, resuscitando in wahhabismo (vedremo il ruolo contrapposto dello sceriffo della Mecca).

Tutto cambia con l’esplosione del colonialismo: l’invenzione della “legalità”

Dalla metà dell’Ottocento lo sviluppo del colonialismo con la sua logica di saccheggio e rapina cambiò radicalmente le cose, non solo in MO ma in tutto il mondo. La furiosa competizione tra le potenze europee fece sorgere il problema di stabilizzare le conquiste dei singoli Stati stabilendo le basi della “legalità” (coloniale) del possesso dei territori. Un concetto del tutto strumentale di “legalità” che ha dato fondamento giuridico formale alla predazione e alla presa di possesso delle terre dei popoli che vi vivevano da secoli, considerandole terre “di nessuno”: il razzismo ha radici profonde nella nostra “civiltà”, perché i popoli non europei sono stati considerati appunto non solo “incivili”, ma “nessuno”, meno che razze inferiori. Così avvenne per esempio la spartizione dell’Africa. Così in America Latina i latifondisti (Benetton per fare un esempio) pretendono la validità di titoli di proprietà su terre che erano abitate da sempre dalle popolazioni indigene. Questa logica di conquista doveva portare alla Prima Guerra mondiale, che fu una guerra fra imperialismi rivali per la redistribuzione degli imperi coloniali.

In questo contesto comparve alla fine dell’Ottocento il petrolio. Nel 1897 John Rockefeller unificò con metodi di guerra commerciale non ortodossa le migliaia di piccole compagnie della Pennsylvania fondando la Standard Oil of New Jersey, che divenne l’emblema della potenza petrolifera americana.

Prodromi della Prima Guerra mondiale, contesa senza esclusione di colpi per il petrolio

La lotta per il controllo del petrolio divenne spasmodica all’inizio del Novecento, rendendo sempre più inevitabile un conflitto mondiale. Di fronte alla crescente potenza militare dell’Impero tedesco, che varò la costruzione di una poderosa flotta azionata con il carbone di cui la Germania era ricca, la GB reagì, ed uno dei mezzi fu la conversione della propulsione navale al petrolio, molto più efficiente. Il petrolio divenne una risorsa vitale, e si sviluppò una lotta senza quartiere per il suo controllo.

Da un lato si sviluppò una vera guerra finanziaria, con la quale la GB si assicurò il controllo della Anglo-Persian Oil Company, e con essa sul petrolio iraniano e iracheno: gli Stati possono sparire o perdere i loro diritti, le compagnie privare restano. La Germania era sospinta in un angolo.

La GB impostò in vista della guerra uno spregiudicato doppio gioco nei confronti degli arabi, per assicurarsi l’appoggio nella guerra imminente contro la Turchia di capi con interessi contrapposti, fornendo a tutti garanzie per concessioni e diritti successivi al conflitto. Come si è detto, i Saud dominavano sull’Arabia centro orientale con capitale Riyad, mentre alla Mecca, vicina alla costa del Mar Rosso, governava lo sceriffo Hussein. La regione che appariva strategica per le operazioni militari era la fascia dalla costa araba del Mar Rosso, alla Palestina, alla Siria. La GB (non senza contraddizioni interne agli stessi organi decisionali britannici) da un lato fece giungere allo sceriffo Hussein un messaggio segreto promettendogli in cambio del suo impegno militare contro la Turchia la formazione di un grande Stato arabo, mentre al tempo stesso assumeva impegni altrettanto segreti con Ibn Saud.

Doppio gioco spudorato della Gran Bretagna sulla pelle degli arabi

Così nel giugno 1915 Hussein proclamò dalla Mecca la rivolta araba al fianco degli inglesi: il figlio Feysal comandò l’esercito, consigliato militarmente dal colonnello britannico Lawrence (detto Lawrence d’Arabia). Gli inglesi lesinarono i mezzi forniti agli arabi, perché non volevano trovarsi una nuova potenza araba una volta sconfitti i turchi. Nel 1918 l’esercito arabo entrò a Damasco prima degli inglesi.

Nel frattempo GB e Francia avviarono alle spalle degli arabi trattative segrete fra loro per decidere la spartizione del MO dopo la sconfitta dell’Impero Ottomano: con vari tiremmolla (che puntavano al controllo dei pozzi petroliferi) i negoziatori Sykes e Picot arrivarono nel 1917 all’accordo. Con delicate manovre venne anche garantita la regione nord-orientale alla Russia zarista, svendendo anche la prospettiva di uno stato per il popolo armeno (che all’inizio del conflitto nel 1915 aveva subito lo spaventoso genocidio da parte della Turchia, sul quale qui è impossibile dilungarsi).

Come non bastasse gli inglesi giocarono in modo cinico la carta sionista, ancora sulla pelle degli arabi. Dalla fine dell’Ottocento Teodoro Herzl aveva posto l’obiettivo della creazione in Palestina (abitata da circa 600.000 arabi a fronte di 25.000 ebrei) di una sede nazionale per il popolo ebraico, presentandola come un baluardo dell’Occidente contro l’Asia, con una concezione di espropriazione e di espulsione e asservimento degli arabi. Con la “Dichiarazione Balfour” del 1917 “Il governo di Sua Maestà considera favorevolmente l’insediamento di un focolare nazionale in Palestina per gli ebrei”.

A guastare i calcoli irruppe l’imprevista e indesiderata Rivoluzione Bolscevica, che determinò il ritiro della Russia dal conflitto con la pace separata di Brest-Litowsk, marzo 1918 (gli accordi Sykes-Picot vennero allo scoperto perché una copia fu trovata negli archivi del ministero degli Esteri russo).

La definizione della spartizione manu militari dopo la guerra

Dopo la fine del conflitto accordi di spartizione furono difficilmente applicabili, soprattutto per il controllo del petrolio (guastarono la festa anche gli Stati Uniti, che dopo l’intervento nella guerra reclamavano la loro parte), e si aprirono travagliate trattative. Le brutali spartizioni crearono i problemi drammatici che ancora segnano il mondo! Gli interessi delle potenze vincitrici si imposero anche nei Balcani, dove non si esitò a spostare confini e a ridefinire appartenenze statuali senza tenere in nessun conto la composizione etnica dei singoli territori che passarono da uno Stato all’altro.

In MO i popoli curdo e armeno vennero cinicamente sacrificati. La Francia ottenne il protettorato della regione siriana che, per mettere sotto controllo le conflittualità spezzò in 5 diversi Stati: Feysal, che aveva occupato Damasco nel 1918 con la promessa di uno stato arabo, e la popolazione siriana non accettarono il passaggio a un nuovo controllo straniero e si ribellarono: un corpo di spedizione francese occupò Damasco nel 1920 cacciando senza tanti complimenti Feysal, che fidando negli inglesi si era già proclamato “re degli arabi”.

Gli inglesi lasciarono la Siria e si ritirarono in Iraq e Palestina. In Iraq essi proseguirono anche dopo la firma dell’armistizio con la Turchia l’offensiva militare per occupare i campi petroliferi di Mossul. L’occupazione dell’Iraq incontrò una fiera opposizione popolare degli arabi (“rivoluzione del 1920” indipendentista), analogamente ai francesi in Siria, che furono violentemente repressi, gli scontri durarono mesi: il nazionalismo arabo si era irrimediabilmente sviluppato e non poteva più essere frenato, e fu alimentato dai soprusi degli europei.
Così nel 1921 gli inglesi crearono in Iraq un apparato statale formale, riciclando come sovrano e dando così un contentino a quel Feysal che i francesi avevano espulso in malo modo da Damasco, e imponendo un trattato di sostanziale dipendenza: fu il primo di una serie di trattati che rispondevano sempre al fine di gestire una dipendenza neanche tanto mascherata. Si tenga presente che il paese era composto da Kurdi, Turkmeni, musulmani sciiti e sunniti. Nel 1925 gli inglesi imposero segretamente la concessione per 75 anni dei diritti sul petrolio iracheno alla Turkish Petroleun Company, controllata dalla GB, che si trasformò in British Petroleun Company. La GB ottenne profitti favolosi. Risolto il controllo del petrolio, furono definite, artificialmente, le frontiere.

Nel 1927 vennero organizzate delle esplorazioni petrolifere su larga scala. Nella provincia di Mossul vennero scoperti due importanti giacimenti. Due anni dopo venne fondata la Iraqi Petroleum Co., dalla collaborazione tra l’Anglo-Iranian Petroleum (oggi BP), la Shell, la Mobil e la Standard OU di New Jersey (oggi Exxon).

Gli errori degli inglesi in Iraq e dei francesi in Siria produssero danni irreparabili nel futuro del MO.

In Transgiordania la GB divise artificialmente la regione in Palestina e uno Stato inventato, chiamato appunto Transgiordania (che diventò più tardi la Giordania), a cui venne messo a capo un figlio Hussein fratello di Feysal, Abdallah, dando origine alla dinastia hashemita (discendente di Maometto).

Sulla Palestina la GB impose un protettorato, di fatto un’occupazione militare, e praticò una sistematica politica di impoverimento e vessazione della popolazione araba. Nel 1936 esplose la grande rivolta araba, che si protrasse fino al 1939 e fu l’atto di nascita del nazionalismo palestinese.

Si definì anche, con metodi autoritari e violenti, lo status dell’Arabia Saudita, del Kuwiat e dell’Iraq. Per un verso gli inglesi lasciarono quasi mano libera a Ibn Saud nelle sue guerre di annessione sull’intera penisola arabica (il petrolio arabico fu scoperto solo nel 1933!), (sconfiggendo Hussain – il quale si era rifiutato di ratificare la Pace di Versailles, che aveva tradito la promessa pre-bellica di uno stato arabo – e conquistando la Mecca) e nella proclamazione nel 1932 del regno dell’Arabia Saudita, cioè Arabia dei Saud: che si fondò sul wahabismo radicale come religione di stato.

Il Kuwait giocò un ruolo strategico. A guerra finita divenne oggetto delle mire espansioniste di Ibn Saud, ma questo la GB non poteva permetterlo: nel 1922 lo stoppò manu militari e impose la propria volontà imperiale, assicurandosi il controllo sul Kuwait ma approfittando al tempo stesso per indebolire l’irrequieto Iraq, privandolo di uno sbocco al mare (conosciamo bene le conseguenze drammatiche di questa imposizione, fino alla Guerra del Golfo del 1991).

Ingiustizia era fatta!

Intanto in Iraq il sentimento anti-britannico della popolazione si fece sempre più forte, e nel 1930 la GB fu costretta finalmente a riconoscere la piena indipendenza del paese. Nel 1933 alla morte del re Feysal il successore Ghazi I rovesciò l’atteggiamento filo-britannico del padre, e cominciò a chiedere l’annessione all’Irak del Kuwait: dove peraltro il pur ristrettissimo “consiglio” che l’emiro dovette concedere (poi revocandolo) richiese per ben due volte l’unione con l’Iraq, sostenuto dalla popolazione.

Nel 1938 venne scoperto il petrolio in Kuwait, ma rimase non sfruttato per diversi anni sia per lo scoppio della IIa Guerra mondiale sia per la resistenza degli inglesi, i quali non volevano far concorrenza al loro petrolio iracheno e persiano. Ma il Kuwait divenne sempre più strategico!

Seconda guerra mondiale ed esplosione del nazionalismo arabo

Anche se la II Guerra Mondiale non investì direttamente il MO (perché i nazisti furono sconfitti in Russia – dove l’offensiva a sud puntava al petrolio del Caucaso – e fermati in Africa e nei Balcani, dove preparavano l’attacco alla Turchia) esplose nella regione il movimento nazionalista, con una fortissima caratterizzazione anti-britannica. È impossibile riassumere in poche righe gli interventi militari, spesso sanguinosi: l’intervento in Egitto (formalmente regno indipendente dal 1922) violentò la sua neutralità dichiarata, l’obiettivo principale era il controllo del Canale di Suez; in Iraq fu stroncata nel sangue una ribellione del debole esercito nel 1941, e fu imposto l’allineamento con la GB durante il conflitto, reprimendo le violente agitazioni successive.

l’Iran era uno Stato indipendente sotto lo Scià, che si dichiarò neutrale, ma venendo ad assumere un ruolo strategico fu occupato interamente da truppe anglo-sovietiche nel 1941: dopo l’intervento degli Usa nella guerra (successivo all’attacco giapponese a Pearl Harbour, 7 dicembre 1941) l’Iran divenne la via di transito per il materiale bellico trasferito dagli americani all’Urss: l’occupazione dell’Iran divenne anglo-sovietica-statunitense. la Siria e il Libano si ribellarono alla dominazione della Francia, vennero occupati, dopo la sconfitta della Francia, dal governo di Vichi, poi invasi con un sanguinoso intervento militare dalla GB, che sostituì la dominazione francese.

Contese territoriali inesauribili, fra Stati ”inventati”, con al centro l’oro nero

Dopo la fine della guerra si esasperarono, oltre all’insofferenza delle popolazioni, rivendicazioni territoriali tra gli Stati “inventati” (la più recente delle quali è stata, per ora, quella dell’Iraq sul Kuwait che portò alla Guerra del Golfo del 1990-91), aggravate dalla competizione senza quartiere fra le compagnie petrolifere (e pertanto fra la GB e gli Usa).

Per dare un’idea concreta della natura dei complessi contenziosi fornirò succinte informazioni su due di essi, anche qui con sintetici dettagli, rinviando per ulteriori approfondimenti al libro fondamentale di Filippo Gaja (anche in Internet è difficile trovare informazioni). Ripeto che prima della scoperta del petrolio nessuno aveva sentito il bisogno di tracciare confini precisi nei vari emirati della zona del Golfo, i quali si contendevano la sovranità su diverse zone.

1 – Abu Dhabi. Il primo conflitto riguardò l’oasi di Al-Buraimi situata oggi in Oman, in prossimità dello Stretto di Hormuz sul Golfo Persico, sotto controllo britannico ma di importanza secondaria prima della scoperta del petrolio. Fu rivendicata sia dall’Arabia Saudita sia dall’Emirato di Abu Dhabi. Nel 1952 l’oasi, che si supponeva ricca di petrolio che vi verrà effettivamente scoperto nel 1958, fu occupata dalle truppe saudite. Nel 1955 la Gran Bretagna portò la questione davanti a una corte arbitrale e alla fine dell’anno formazioni militari di Abu Dhabi, guidate da ufficiali inglesi, cacciarono le truppe saudite da Buraimi. I confini sono rimasti quelli imposti dall’intervento militare britannico.

2 – Bahrein. Già prima della guerra si era sviluppata la contesa sul Bahrein, un arcipelago al largo della costa saudita, che era allora un protettorato britannico e un’appendice dell’impero Indiano (la sua moneta legale era infatti la rupia), ma su cui rivendicava diritti anche lo scià di Persia (Iran). Nel 1932 vi fu scoperto il petrolio. La statunitense Anglo-Persian Oil in quel momento di petrolio ne aveva a sazietà in Persia e in Iraq e non era troppo interessata al Bahrein. Altrettanto disinteressate si mostrarono la Exxon e la Gulf. Così nel 1933 entrò in scena la Standard Oil of California (Socal), che ottenne una vastissima concessione dall’Arabia Saudita, poiché il re saudita aveva bisogno di oro sonante: lo stabilirsi nell’Arabia Saudita di una Compagnia esclusivamente americana era destinato a mutare l’intero equilibrio politico in tutto il MO. Quando le trivellazioni cominciarono a dare i loro frutti nel Bahrein, la Socal, dalla sua posizione isolata, si trovò a corto sia di capitali sia di mercati di sbocco, saldamente in mano alla Exxon: con unioni sulle quali non possiamo dilungarci (intricatissime!), nel 1935 nacque l’Aramco (Arabian American Oil Company) e tre anni dopo dai favolosi campi petroliferi arabi cominciò a sgorgare il primo petrolio. La concessione messa a disposizione dal re saudita aveva una superficie come quella del Texas, della Louisiana, dell’Oklahoma e del Nuovo Messico messi insieme. La GB ovviamente non mandò giù la faccenda. I governi di Londra e Washington escogitarono una soluzione macchinosa, che comunque sancì l’ingresso degli Usa nel paradiso petrolifero del Bahrein: la Standard Oil of California, con capitare al 100% americano, registrò una sua filiale in Canada (allora territorio inglese) e perciò ebbe nazionalità britannica!

Lo Stato di Israele e la tragedia palestinese

Per la questione palestinese la conseguenza più importante della II Guerra Mondiale fu che l’appoggio all’operazione sionista passò dagli inglesi agli americani, i quali puntarono a costituire un baluardo strategico in una regione (resa) così instabile: un baluardo tuttora intoccabile

Basti qui ricordare che negli anni Trenta i sionisti svilupparono una campagna di terrorismo verso gli inglesi (pochi coloni ebrei venivano dalla GB) che assunse le caratteristiche di una vera guerra di logoramento: sabotaggi, attentati dinamitardi, rapimenti di militari, ecc. D’altronde la GB vacillava in tutto il suo impero, in quel periodo si ritirò dalla Birmania e dall’India.

La formazione dello Stato di Israele nel 1948 rientra quindi pienamente nella strategia di rapina attuata in MO, ma riassumere questa drammatica vicenda in modo schematico non potrebbe rendere giustizia di quello che è avvenuto e dei crimini verso il popolo palestinese: abbonda ormai la letteratura su tutta questa storia e la situazione attuale.

Gli anni Cinquanta cambiarono profondamente la situazione in MO e incrinarono la dominazione britannica e il controllo statunitense: il nazionalismo arabo divenne incontenibile e costrinse le due potenze a cambiare strategia, trovando ovviamente altre forme per esercitare il controllo e il dominio. Ma il caos creato in primo luogo dalla GB aveva creato guasti e contraddizioni profondi.

Alcuni fatti essenziali.

In Iran, dove regnava lo scià Reza Pahlavi, nel 1951 un governo di coalizione di tutti i gruppi nazionalisti capeggiato da Muhammad Mossadeq approvò la nazionalizzazione della Compagnia anglo-iraniana del petrolio. Si aprì così un lungo contenzioso internazionale. Nell’aprile 1952 Mossadeq si dimise, ma un’ondata di manifestazioni popolari in suo favore costrinse lo scià a rinnovargli l’incarico e a concedergli poteri eccezionali. Si arrivò alla rottura delle relazioni diplomatiche tra Londra e Teheran. Lo scià, contrario all’intransigenza di Mossadeq, lo rimosse dalla carica, ma Mossadeq rifiutò di dimettersi e i suoi sostenitori diedero vita a violente manifestazioni, che costrinsero lo scià a rifugiarsi a Roma. Nel 1953 la Cia organizzò un colpo di stato per deporre Mossadeq, sobillando anche in vari modi la popolazione: Mossadeq e alcuni suoi collaboratori vennero arrestati, processati e condannati, lo scià tornò in patria. Gli Usa appoggiano il nuovo corso con un prestito di emergenza di oltre 45 milioni di dollari. L’affare Mossadeq rese evidente che la GB era ormai incapace di controllare da sola il MO.

Intanto, nel 1952 in Egitto vi fu la rivoluzione dei “liberi Ufficiali”, che rovesciò re Faruk e proclamò la repubblica. Il (generale) presidente Abdel Nasser sviluppò una politica anti-israeliana e anti-occidentale, che nel 1956 culminò con la nazionalizzazione del Canale di Suez, con un fortissimo appoggio popolare. La funzione di Israele nella strategia occidentale divenne lampante: il 26 ottobre l’esercito israeliano, con un evidente piano segreto concordato con GB e Francia, compì una fulminea avanzata nel Sinai, il 31 ottobre inglesi e francesi effettuarono un bombardamento devastante su Porto Said, e il 5 novembre attaccarono massicciamente l’Egitto dal cielo, dal mare e da terra. Ma l’avventura di Suez si rivelò un disastro e segnò il declino definitivo della (pre-)potenza britannica! E anche di quella francese. L’intervento fu condannato dall’Urss (che minacciò di intervenire), dagli Usa (i quali erano tutt’altro che contrari a un ridimensionamento delle potenze europee) e dall’Onu che, quando cessarono le ostilità (9 novembre), inviò in Egitto una forza d’interposizione (i caschi blu, creati in quell’occasione) nel Sinai, forzando al ritiro le forze anglo-francesi e Israele.

Nel 1958 Nasser proclamò a sorpresa la Repubblica Araba Unita (Rau) con la Siria, sollevando enormi entusiasmi nel mondo arabo. La Rau si dissolse però nel 1961, con un colpo di Stato dell’esercito siriano che, nel 1963, portò al potere in Siria il partito nazionalista Ba‛th (v. oltre).

Sempre nel 1958 in Iraq l’esercito si sollevò, con l’appoggio spontaneo della popolazione, giustiziò la famiglia reale e proclamò la repubblica. Ci furono manifestazioni di massa in tutto il MO. Tutti i precari “equilibri” del MO apparvero in pericolo. Le potenze occidentali decisero un’operazione militare di vaste proporzioni (flotta di 50 navi da guerra Usa e sbarco 10.000 marine in Libano), ma non osarono attaccare direttamente l’Iraq temendo una guerra lunga e logorante. Il governo iracheno prese inizialmente provvedimenti avanzati, ma dovette poi affrontare una rivolta dei Curdi, che fu repressa, e il consenso si logorò fino a un nuovo putsch militare nel 1963.

Per il Kuwait la GB, di fronte al clima anti-britannico in Iraq, scelse nel 1961 la strada dell’indipendenza formale. L’Iraq non riconobbe la riconobbe: la crisi che ne seguì fu un significativo precedente di quella di 30 anni dopo, che portò alla “Guerra del Golfo”. La GB intervenne militarmente in Kuwait, ottenendo il via libera della Lega Araba, allora dominata dall’Egitto, che vedeva l’Iraq sciita come rivale (v. sopra), mentre all’Onu il Consiglio di Sicurezza venne bloccato dal veto dell’Urss.

Ho citato il Baʿth, “Partito Sociale Nazionale Arabo” (”Resurrezione“), o più correntemente Baath, che ha segnato poi, in modi diversi, i destini della Siria e dell’Iraq: la sua ideologia di fondo si identificava nell’unità del mondo arabo, libero dalle influenza politiche occidentali, che allo stesso tempo cercava di conciliare laicità, tradizione islamica, socialismo e nazionalismo. In Siria il Baath portò al regime che anche oggi conosciamo del generale alawita Hafez el-Assad. Tra i colpi di stato che nel 1963 videro il partito Baath alla ribalta nei diversi Paesi, particolarmente significativo fu quello in Iraq, tra i cui fautori vi fu Saddam Hussein.

Purtroppo la storia successiva dei paesi e dei popoli del MO ha conosciuto una successione di colpi di stato e cambiamenti di regimi.

La maledizione del petrolio

Potremmo evocare La Traviata, “croce e delizia”, ma la delizia è stata tutta (con rare eccezioni) per l’Occidente, o comunque per le aristocrazie regnanti o le élite finanziarie. Riportiamo le parole di Filippo Gaja: “La storia del petrolio è la storia dell’imperialismo occidentale nel Golfo Persico e nel MO. Le grandi società petrolifere internazionali ne sono state, e ne sono tuttora, l’anima. Impiantate progressivamente nella regione … le compagnie entrarono in possesso delle ricchezze nazionali dei paesi produttori sulla scia degli interventi militari delle rispettive potenze d’origine … Le compagnie trapiantarono nel deserto un’economia capitalistica internazionale di rapina impadronendosi, a un costo estremamente basso, di un prodotto rivenduto a prezzi molto più elevati a scala mondiale, e in quantità costantemente e rapidamente crescenti.”

Quando nel 1971 tutte le forze militari inglesi furono ritirate dal Golfo Persico “si aprì la strada alla rivolta degli arabi contro il potere delle compagnie petrolifere” e riprese la strategia delle nazionalizzazioni (1971 Libia, 1972 Iraq, 1973 Iran, forzati accordi di “partecipazione” con l’Arabia Saudita e il Kuwait). Si deve ricordare la svolta della crisi petrolifera del 1973-74 (dopo la “guerra del Kippur” arabo israeliana), durante la quale il mondo occidentale conobbe la brusca carenza di petrolio e il conseguente aumento a livelli stellari del prezzo dell’energia (chi ha più di 50 anni ricorderà le domeniche a piedi).

“Uno dopo l’altro tutti i paesi del Golfo ebbero il possesso formale dei pozzi e degli impianti, cioè dell’estrazione, con il diritto, più apparente che reale, di partecipare liberamente al controllo del mercato. Pompando a più non posso e inflazionando il mercato, le petromonarchie parteciparono a mantenere ai minimi livelli il prezzo del grezzo, favorendo lo sviluppo accelerato della società dei consumi in Occidente, e nello stesso tempo rovesciarono la montagna di petrodollari di profitto nel sistema finanziario internazionale, incentivando la speculazione e moltiplicando ulteriormente le proprie fortune.” Il problema petrolifero cambiava perciò natura.

Qualche domanda deve sorgere spontanea anche alla persona più sprovveduta: come vivremmo oggi, nei nostri paesi Occidentali, se non avessimo sfruttato brutalmente le risorse naturali e umane appartenenti ad altri paesi, come il MO e l’Africa? Com’è possibile stupirsi ancora per le decine di migliaia di disperati che fuggono dalla miseria, dalle nostre guerre, e dallo sfruttamento?

La tragedia del colonialismo e l’obiettivo delle riparazioni

Diviene imprescindibile che i Paesi coloniali riconoscano le loro responsabilità verso i Paesi che hanno brutalmente sfruttato, imponendo in più trasformazioni che ne hanno compromesso drammaticamente la stabilità e il futuro, ed anche rapinando a man bassa tutte le ricchezze culturali, che sono andate ad arricchire i musei europei. L’epoca della decolonizzazione è ormai lontana, ma anche durante questo travagliato processo le potenze Occidentali hanno sistematicamente complottato e operato per eliminare i leader progressisti “scomodi” che intendevano svincolarsi dal loro dominio (basti ricordare gli assassinii di Patrice Lumumba, Congo 1961; Thomas Sankara, Burkina Faso 1987) e insediare al potere regimi oscurantisti o dittatoriali molto più malleabili per i loro fini.

Intanto in quei Paesi e in quei popoli si è sviluppata una coscienza civile, e con questa la consapevolezza dei danni profondi subiti durante la dominazione coloniale. Come possiamo stupirci del profondo risentimento verso i nostri Paesi? Questa consapevolezza sta sfociando in primo luogo nella richiesta di scuse ufficiali da parte dei Paesi coloniali, con il riconoscendo del proprio comportamento come criminale, ma si sta concretizzando anche un movimento per rivendicare concretamente risarcimenti materiali. Non c’è da stupirsi che i nostri media non ne diano notizia!

Rinvio a un sito internet dedicato a questo problema e continuamente aggiornato: http://www.colonialismreparation.org/it/.

Il 23/9/2016 a New York durante il Dibattito generale della 71a sessione dell’Assemblea Generale dell’Onu il Primo Ministro di Saint Vincent e Grenadine, Ralph Gonsalves, ha evidenziato che la richiesta della Comunità Caraibica di giustizia riparatrice per le vittime della tratta transatlantica e del genocidio dei nativi continua a prendere slancio, e ha fatto appello “alle nazioni europee che hanno creato e tratto profitto incommensurabilmente da questo indifendibile commercio di esseri umani [Regno Unito, Francia, Spagna, Portogallo, Paesi Bassi, Norvegia, Svezia e Danimarca] ad aggiungersi alla discussione in corso sui contorni di una giusta ed adeguata risposta a questa tragedia monumentale ed il suo conseguente lascito di sottosviluppo”.

Nella stessa sessione dell’Assemblea dell’ONU, il 20/10/2016 durante la riunione sulla “Commemorazione dell’abolizione dello schiavismo e della tratta transatlantica”, il delegato di Cuba ha descritto la tratta e il lascito dello schiavismo come “la radice delle profonde disuguaglianze sociali ed economiche, dell’odio e del razzismo che continuano a colpire le persone di discendenza africana oggi”, sottolineando la necessità di rimediare pienamente e risarcire quei crimini orribili.

Angelo Baracca
Pressenza

Presidio alla Farnesina per il bando delle armi nucleari

Si è svolta stamattina, nella Giornata ONU per la pace, dalle ore 10 alle ore 13, nel contesto di un sit-in organizzato davanti al Ministero degli Affari Esteri (Piazza della Farnesina, Roma), una conferenza stampa per lanciare la campagna affinché l’Italia firmi il Trattato di Interdizione delle Armi Nucleari. Trattato che ieri ha ottenuto 50 adesioni e quindi ha messo in moto la procedura di ratificazione.

NUCLEARE-720x405Antonia Sani, di WILPF Italia, introducendo la conferenza stampa, ha spiegato che scopo dell’iniziativa e dell’intera Campagna, collegata alle reti disarmiste mondiali, è supportare una pressione ed una mobilitazione dal basso, ma anche di parlamentari sensibili e di enti locali, che proseguirà perché l’Italia ratifichi al più presto la messa al bando delle armi nucleari, votata da 122 Paesi dell’ONU il 7 luglio 2017 (Stati prevalentemente del gruppo dei non allineati, al momento tutti non nucleari).

Sono successivamente intervenuti Alfonso Navarra e Giovanna Pagani, delegati della società civile italiana alla Conferenza ONU di New York che il 7 luglio ha adottato il citato Trattato.

Alfonso Navarra ha sottolineato che al Palazzo di Vetro la cerimonia di firma svoltasi ieri, 20 settembre, ha registrato una tenuta del fronte degli Stati non nucleari (il boicottaggio esercitato dagli USA, a capo delle potenze nucleari e dei Paesi NATO non ha funzionato!) e che quindi tra 90 giorni il Trattato che proibisce le armi nucleari entrerà in vigore. Esso dovrà diventare il perno di un nuovo ordine giuridico globale.

Giovanna Pagani ha illustrato ulteriormente la portata rivoluzionaria del Trattato di proibizione delle armi nucleari (TPNW), che potrebbe segnare la chiusura dell’”era atomica”, se dalla proibizione giuridica, con una strategia adeguata, si riuscirà a passare all’effettiva eliminazione degli ordigni.

L’articolo 1 del TPNW vieta di “sviluppare, testare, produrre, acquisire, possedere ma anche trasferire o ricevere il trasferimento, consentire la dislocazione di armi nucleari e altri dispositivi esplosivi nucleari”. Inoltre, proibisce di “incoraggiare, indurre, assistere o ricevere assistenza per una qualsiasi delle suddette attività”. Anche la “minaccia d’uso” è proibita. Di cruciale importanza l’articolo 4 il cui titolo è “verso la totale eliminazione delle armi nucleari”. La messa al bando è quindi il passo necessario per il totale disarmo nucleare.

Gli altri interventi di: Giuseppe Bruzzone (Disarmisti Esigenti) – Paolo De Santis (No Guerra No NATO) – Fabrizio Truini (Pax Christi) hanno ribadito che l’Italia, per essere coerente e credibile con quanto sopra richiesto, dovrebbe liberarsi con decisione autonoma delle bombe nucleari USA e NATO ospitate o in transito sul suo territorio o nei suoi porti. Si appoggia la proposta di Padre Alex Zanotelli per una Perugia-Assisi straordinaria che serva a scuotere lo “stato di letargia” non solo delle istituzioni e dei media, ma anche dell’opinione pubblica del tutto disinformata.

Segreteria organizzativa: c/o WILPF Italia

Redazione Pressenza
Pressenza

La protesta anti Trump degli americani a Roma

rome resistIn occasione della visita a Roma del presidente USA Donald Trump, lo scorso 23 maggio, alcune decine di statunitensi che vivono in Italia hanno organizzato in Piazza Bologna un sit-it di protesta contro le politiche dalla Casa Bianca a 100 giorni dall’inizio del mandato presidenziale.

La manifestazione di protesta è stata organizzata da American Expats for Positive Change (AEPC Italy) e da Women’s March Rome.

Tantissimi i cartelli mostrati durante la contestazione che per un paio di ore ha visto i partecipanti innalzare senza sosta dei canti popolari, degli slogan e di cori dissenzienti.

Gli statunitensi espatriati hanno voluto esprimere in maniera chiara la vergogna e il disagio per le politiche contro le diversità, contro l’ambiente e contro i diritti che sono portate avanti da Donald Trump, un presidente che, come ci hanno ripetuto a più riprese, giudicano incompetente e che vorrebbero mollasse la carica.

Il sit-it si è chiuso molto simbolicamente al canto di “Imagine” dei Beatles.

Stamattina in Vaticano manifestanti pacifici sono stati trattenuti dalla polizia. “Siamo stati fermati e trattenuti per mezz’ora dalla polizia italiana” ha raccontato una di loro. “Hanno confiscato i nostri volantini con il messaggio “Costruite ponti, non muri” e una citazione del Papa. Ci hanno detto che ogni materiale di protesta anche indiretta contro Trump era proibito nel centro di Roma fino alla sua partenza dalla città!”

Dario Lo Scalzo

Redazione Pressenza

Gabriele Del Grande è libero

Gabriele-Del-GrandeGabriele Del Grande, il giornalista indipendente, blogger e autore di articoli anche per Pressenza, finalmente nella notte è stato liberato. Alle 10,15 è atterrato all’aeroporto di Bologna.

Per tutti noi è una bellissima notizia, saperlo di nuovo libero, sapere che questa volta le cose non hanno preso la via peggiore ci conforta e ci da speranza.

Una liberazione quella di Gabriele che va festeggiata a gran voce e che al tempo stesso deve darci la forza per alzare ancora di più la voce contro un repentino peggioramento delle libertà personali di tutti gli individui, libertà che purtroppo stanno subendo un netto arretramento.

Libertà di esprimere e di ricercare altre verità, altri punti di vista su ciò che accade nel mondo che non siano solo quelli espressi dai “Mainstream” e dai principali media e organi d’informazione, libertà di poter andare a verificare di persona lo stato dei diritti delle persone, libertà al diritto di essere informati, libertà a poter fare informazione senza necessariamente dovere rischiare la vita, la tortura, le ritorsioni, o nel migliore dei casi l’arresto e la detenzione illegale e ingiustificata come è stato per Gabriele.

Un vuoto di libertà per un diritto all’informazione, che in questo preciso momento storico, con molta fatica, i giornalisti indipendenti, i bloggers, i freelance inviati sul posto, stanno cercando di colmare, giornalisti che non sono a “libro paga” come Gabriele e come tanti altri colleghi, che a proprio rischio, si recano sui luoghi di guerra, nei posti dove avvengono i conflitti, oppure dove non vengano rispettati i diritti umani, dove ci sia da denunciare lo sfruttamento e le sofferenze degli “altri” spesso muovendoci a nostre a proprie spese, per amore e per passione di riportare un altro punto di vista su ciò che sta accadendo nel nostro mondo.

Vogliamo perciò ricordare una significativa frase di Gabriele Del Grande, contenuta in una sua lettera aperta inviata solo lo scorso 6 Febbraio al nostro Primo Ministro, Paolo Gentiloni “Ministro Gentiloni, fermate le guerre, non le persone”

E sono anche parole di Gabriele, quelle in cui ci riconosciamo totalmente, espresse il 14 aprile dello scorso anno :”Sarà domani o sarà tra vent’anni, ma un giorno tutto finirà. Solo allora, poco a poco, a milioni ritorneranno nelle loro case da tutto il mondo. E noi rimarremo qui intrappolati nelle nostre mappe e nei nostri egoismi. Stretti tra i muri che abbiamo costruito per tenerci al sicuro e di cui capiremo il significato profondo soltanto quando dall’altra parte del filo spinato ci saranno i nostri figli. Perché la storia è una ruota che gira e non sempre perdona”.

E a proposito di guerra, ormai alimentata in tutti i modi possibili, chiamata in così tanti modi che se ne è perso persino il vero significato della parola, chi l’ha vista, chi ne ha sentito l’odore, il rumore, gli effetti sulle persone, sulle case, sul mondo intorno, sa bene che non c’è niente di più vero a proposito della guerra di quanto detto da Gabriele: “Quando hai visto la guerra, non è facile convivere con quello che sai. Non parlo di segreti o di scoop. Parlo di storie, di emozioni, di dolore. Alla fine devi fare qualcosa, prendere posizione. Forse più per te stesso, per non rimanere schiacciato dal peso di quel dolore. A maggior ragione se la guerra che hai conosciuto esce dai suoi confini e ti arriva in casa”.

Gabriele che si era recato in Siria e al confine con la Turchia, proprio per raccogliere testimonianze dal vero di tutte le persone che stanno soffrendo la guerra, per poter scrivere un libro non sul sentito dire da altri, ma ben documentato su questa sporca maledetta guerra, sugli enormi interessi che ci sono dietro, su chi finanzia chi e che cosa.

Ecco perché, almeno oggi festeggiamo con forza la liberazione del nostro amico e collega.

Bentornato Gabriele!

Pressenza

TAP, una storia lunga
quattromila chilometri

TAPIl progetto internazionale TAP (Trans Adriatic Pipeline) è parte di un progetto più grande che comprende diversi Paesi, tra cui la Turchia.

Come nasce questo progetto e chi sono gli attori?

Nel 2003, su iniziativa della Elektrizitäts-Gesellschaft Laufenburg (EGL), ora denominata Axpo, società attiva soprattutto nel trading di elettricità, gas e prodotti finanziari energetici, iniziò un lungo studio di fattibilità che si concluse nel 2006 con parere positivo circa la realizzabilità tecnica, economica e ambientale di un grande gasdotto.

Il 28 giugno 2013 il Consorzio Shah Deniz II ha selezionato TAP come progetto vincente per il trasporto del gas dell’Azerbaigian in Italia e in Europa, preferendolo al progetto concorrente Nabucco West. Il 19 settembre 2013 Enel, Hera, Shell, E.ON, Gas Natural Fenosa, Gdf Suez, Axpo, Bulgargaz e Depa hanno firmato a Baku con il Consorzio Shah Deniz II i contratti di fornitura per la più importante vendita nella storia del gas (stima: 130 miliardi di Euro).

Il 17 dicembre 2013, il Consorzio Shah Deniz II ha annunciato la Decisione Finale di investimento per sviluppare il giacimento di Shah Deniz II e gli azionisti di TAP hanno confermato la Risoluzione a costruire per lo sviluppo e la realizzazione del progetto Trans Adriatic Pipeline.

Il 1º dicembre 2015 Snam S.p.A. ha sottoscritto con Statoil un accordo di esclusiva per l’acquisto della quota del 20% nella Trans Adriatic Pipeline.

Il 17 dicembre 2015 Snam ha perfezionato l’acquisizione della quota del 20% detenuta da Statoil Holding Netherlands B.V. nella Trans Adriatic Pipeline AG, al prezzo di 130 milioni di Euro.

Snam (Società Nazionale Metanodotti) è una società con sede centrale a San Donato Milanese. Nel 2015 ha fatturato 3.649 milioni di euro con un utile netto di 1.209 milioni di euro.

Statoil era un’azienda petrolifera norvegese istituita nel 1972. E’ stata la maggiore compagnia del paese ed occupa circa 25.000 persone. Nonostante la Statoil fosse quotata nel listino della borsa di Oslo e della borsa di New York, lo stato norvegese ne manteneva la maggioranza con una quota pari al 70,9%. Il 18 dicembre 2006 Statoil rivelò una proposta di fusione con la divisione del gas e petrolio della Norsk Hydro, un conglomerato norvegese. La fusione è stata attuata e ora questa compagnia petrolifera è la più grande al mondo tra quelle che hanno giacimenti in mare aperto.

Guardiamo la parte anatolica del progetto

Esattamente come succede nel lato TAP del grande progetto di gasdotto, nascono e crescono anche dal lato TANAP (Trans-Anatolian gas pipeline) una serie di collaborazioni e partnership tra le aziende energetiche.

Il 26 dicembre del 2011 è stato firmato il primo accordo tra Turchia e Azerbaijan su questo progetto. Il 17 marzo del 2015 sono stati poi inaugurati i primi lavori di costruzione nella città di Kars in Turchia. Erano presenti i Presidenti delle Repubbliche di Turchia, Georgia ed Azerbaijan. TANAP attraversa dall’est all’ovest tutta la Turchia, passando sui territori di ben 20 città. Questa parte di progetto si concluderà nel 2018 e avrà un costo di circa 7 miliardi di euro.

Nella parte turca di questo progetto transnazionale sono coinvolte 9 aziende: 7 di queste sono turche, mentre 2 sono straniere. Tra quelle turche salta all’occhio un nome famoso e particolare: Limak. Insieme all’azienda indiana Punj Lloyd hanno vinto il bando per costruire la quarta parte del gasdotto che attraverserà la Turchia: stiamo parlando del tratto che inizia nella città di Eskisehir e finisce in località Ipsala, al confine con la Grecia.

Chi è Limak?

Limak è un’azienda edile che nasce nel 1976. Oltre che del settore edile si occupa anche di turismo, energia, infrastruttura, aeroporti e gestione portuale. Secondo la rivista Engineering News Record, nel 2012 risultava la numero 181 tra le aziende più grandi del mondo. Il suo proprietario, Nihat Ozdemir, secondo la rivista Forbes nel mese di giugno 2016 possedeva un’azienda con un fatturato che superava i 3 miliardi di euro.

Tra i lavori pubblici che realizza l’azienda ci sono: l’aeroporto Sabiha Gokcen di Istanbul, la metropolitana Tandogan-Kecioren di Ankara, l’aeroporto di Pristina in Albania, 7 centrali idroelettriche in Turchia ed 8 alberghi di lusso tra Turchia e Cipro, il rinnovo di una parte dell’aeroporto del Cairo in Egitto, l’aeroporto di Yuzhny in Russia, la costruzione del nuovo terminal dell’aeroporto internazionale del Kuwait e la stazione ferroviaria ad alta velocità di Ankara. Limak Holding è anche una delle cinque aziende che stanno costruendo il terzo aeroporto di Istanbul insieme a Cengiz, Mapa, Limak, Kolin e Kalyon.

Analizziamo le opere in costruzione del Limak

Il terzo aeroporto sorge nel cuore della foresta più grande di Istanbul, che comprende tre laghi grandi, fonte di circa il 25% dell’acqua potabile di Istanbul. Oltre a questi tre, saranno prosciugati 70 laghetti e 3 insenature. La zona del cantiere è anche una fonte di guadagno, dato che quasi il 6% di questo territorio è agricolo e coltivato. A causa della distruzione di questa foresta scomparirà una grande zona che fa da casa a circa 70 specie animali. Infine nelle foreste settentrionali di Istanbul saranno tagliati 657.950 alberi, e ne saranno spostati 1.855.391 dei 2.513.341 esistenti.

Esattamente come tante altre opere pubbliche, anche questa sarà realizzata con la logica costruisci-gestisci-cedi. Ossia le aziende costruttrici realizzano l’opera con il loro investimento, la gestiscono per un certo numero di anni e poi la cedono allo Stato. Per la costruzione di tutte queste opere spesso le aziende non hanno abbastanza capitale, dunque prendono dei soldi in prestito dalle banche private con la garanzia dello Stato, oppure direttamente dalle banche statali. Affinché le aziende abbiano una garanzia sul rientro delle spese iniziali durante il periodo di gestione, lo Stato assicura un incasso economico attraverso un contratto. Solo per il terzo aeroporto di Istanbul sono previsti 150 milioni di passeggeri all’anno, mentre l’aeroporto più grande del mondo – ovvero quello di Atlanta – vede viaggiare 95 milioni di passeggeri all’anno. La promessa per il momento parrebbe al di sopra dei numeri realizzabili. Per concludere, come si può vedere sul sito del progetto, non si tratta soltanto di un aeroporto ma di una cittadella con ospedali, residence, centri commerciali, alberghi e porti marittimi. Si tratta di un progetto di cementificazione, più che di trasporto.

Guardiamo da vicino i partner dI Limak

Tra i collaboratori dI Limak per la costruzione del terzo aeroporto ci sono Kalyon, proprietario di un grosso gruppo di media, ossia Turkuvaz Medya, che possiede 4 canali televisivi (Atv, aHaber, Yeni Asir Tv, Minika), 2 canali radiofonici, 4 quotidiani nazionail (Sabah, Takvim, Yeni Asır, Pas Fotomaç), 11 riviste nazionali e 2 portali di notizie. Kalyon è un’altra realtà cresciuta con importanti appalti pubblici negli anni del governo AKP, come la costruzione del Palazzo di Giustizia di Istanbul, la linea bus Metrobus, lo stadio olimpico di Basaksehir, il terzo aeroporto di Istanbul e il famoso progetto di riqualificazione urbanistica che avrebbe coinvolto il Parco Gezi. Si tratta di grandi lavori di cementificazione criticati per il loro impatto ambientale. A tutto ciò si aggiunge l’evidente rapporto d’amicizia con il mondo politico: l’attuale Presidente della Repubblica, Recep Tayyip Erdogan, nel 2014 ha fatto da testimone di nozze al figlio del proprietario del gruppo. Inoltre il fondatore storico del gruppo, Hasan Kalyoncu, mancato nel 2008, è stato uno dei personaggi più illustri del movimento conservatore Milli Gorus, che ha dato vita alle esperienze di partito Refah, Saadet ed AKP.

La Turkuaz Medya, appartenente al gruppo Kalyon, ha come vice amministratore delegato Serhat Albayrak, figlio della famiglia Albayrak, rappresentante di un altro gruppo imprenditoriale celebre in Turchia. Albayrak è dal 2008 membro del consiglio d’amministrazione del gruppo Calik Holding. Nello stesso gruppo, dal 1999 al 2013, ha lavorato in veste di presidente generale della società un altro membro della famiglia Albayrak: stiamo parlando di Berat Albayrak, l’attuale Ministro dell’Energia, fratello di Serhat e genero dell’attuale Presidente della Repubblica. Inoltre, Berat Albayrak scrive dal 2013 per il quotidiano nazionale Sabah, che prima apparteneva al gruppo Calik ed ora appartiene al gruppo Kalyon-Turkuaz.

I mezzi di comunicazione di massa di questo gruppo sono famosi per la loro fedelissima linea editoriale alle politiche sociali ed economiche dell’AKP, il partito che governa il paese da più di 15 anni. Nel 2016 il canale televisivo aHaber si è impegnato mediaticamente – disinformando – per sostenere il governo nella rimozione dell’immunità parlamentare a tutti i parlamentari del partito HDP. I due quotidiani nazionali Sabah e Takvim avevano invece aiutato a diffondere una notizia falsa, resa pubblica all’epoca dall’ex primo ministro (l’attuale presidente della repubblica) durante la rivolta del Parco Gezi nel 2013. Si tratta di un’azione di molestia, mai accaduta in realtà, subita da una donna velata con i suoi bambini. Secondo questi quotidiani e l’ex primo ministro i molestatori erano circa 50 manifestanti maschi, a petto nudo e con guanti di pelle. Alcuni mesi dopo gli ex giornalisti di questi quotidiani hanno ammesso che era stata tutta una messa in scena creata ad hoc su richiesta di alcuni rappresentanti del potere politico.

Limak nei suoi affari coopera spesso con un’altra azienda: la Cengiz Insaat. Il proprietario dell’azienda si chiama Mehmet Cengiz, coinvolto nelle operazioni anti-corruzione del 2014 (operazioni successivamente definite come un tentativo di colpo di stato dal governo). Quest’azienda è diventata famosa anche a livello internazionale per gli scontri con una determinata resistenza popolare a Cerattepe nei pressi della città di Artvin, nel nord della Turchia. Cengiz Insaat, nonostante numerose relazioni avverse, con il sostegno del governo voleva costruire una struttura mineraria all’interno di una riserva naturale dove, nel 1998, il governo locale aveva fermato i primissimi lavori specificando come la zona fosse ad altissimo rischio di frana. Nonostante 250 giorni di presidio, numerose manifestazioni locali e nazionali, un incontro con l’ex primo ministro ed un lungo percorso legale, l’azienda aveva avviato i primi lavori con l’ausilio della gendarmeria e della polizia, che ha caricato e arrestato i manifestanti/contadini locali. Gli stessi contadini che successivamente sono stati definiti “piccoli manifestanti come quelli del Parco Gezi” dall’attuale presidente della Repubblica.

La pagella nera di Limak

Il proprietario dell’azienda che contribuirà alla realizzazione del Tanap, Nihat Ozdemir, nel 2014 (nell’ambito delle maxi inchiesta anti-corruzione) è stato accusato di aver contribuito all’acquisto del quotidiano nazionale Sabah e del canale televisivo Atv mettendo nelle tasche di Turkuaz Medya 100 milioni di Euro. Secondo i giudici è stata costruita una sorta di cassa virtuale tra alcuni imprenditori: questi si aiutavano a vicenda per monopolizzare i media in Turchia, con l’obiettivo di controllare l’informazione così da eliminare eventuali critiche ai progetti. Secondo i giudici, numerosi ministri e parlamentari del partito al governo erano coinvolti in questa rete. Successivamente Ozdemir ha ammesso di aver dato questi soldi, ma in prestito. Questa versione di Ozdemir è stata assunta e difesa anche da parte dell’ex primo ministro, anch’egli accusato di corruzione.

In questi giorni Nihat Ozdemir appare in televisione con dichiarazioni a favore del referendum costituzionale in arrivo. Secondo Ozdemir, il passaggio al sistema presidenziale, attraverso l’approvazione di questo referendum, aiuterebbe la realizzazione dei progetti economici governativi. Ozdemir sottolinea come la rivolta del Parco Gezi abbia rallentato il raggiungimento di questi obiettivi. Secondo il noto imprenditore l’unica soluzione è quella di sostenere le linee politiche ed economiche del governo.

Limak Holding nei primi mesi del 2017 ha vinto l’appalto per la costruzione del ponte sullo stretto dei Dardanelli. Si tratta di un altro progetto che ha subito pesanti critiche. Secondo un’analisi pubblicata dal portale di notizie T24 nel 2014, questo lavoro triplicherebbe la popolazione nella zona interessata, tanto da porre le basi di una speculazione edile finalizzata all’aumento dei prezzi delle case. Inoltre potrebbero aumentare le costruzioni di alberghi, villaggi turistici e impianti industriali lungo tutta la costa. Infatti, con l’appalto del ponte è stato dato il permesso di costruire in alcune zone prima protette perché riserve naturali. Secondo il Presidente della Camera degi Ingegneri Urbanistici di Bursa, Hakan Karademir, si tratterebbe di una devastazione ambientale.

Quindi…

Questa è una storia lunga di circa 4 mila chilometri. Un progetto che devasta l’ambiente da Lecce a Baku passando dalla Turchia. Questa è un’opera che rappresenta la cultura della progettistica che cerca di fare affari a tutti i costi. Qui si parla di una decisione che in realtà unisce gli ulivi di Lecce con gli abeti ed i faggi di Cerattepe. Questa è un’occasione affinché i paesi non si uniscano soltanto per ospitare un lungo tubo che porta gas da una parte all’altra, ma si uniscano nella stessa lotta per difendere gli esseri viventi, le risorse naturali e l’ambiente. Il futuro.

Pressenza

Turchia: i punti proposti dal Referendum costituzionale

turchia votoLa Turchia si sta preparando ad una sfida elettorale molto importante. La popolazione è chiamata ad esprimersi a favore oppure contro un notevole cambiamento. Si tratta di un referendum costituzionale. In Turchia si voterà il 16 aprile mentre all’estero le votazioni sono già partite.

In questo articolo riassumo i principali punti del referendum. Negli articoli successivi parlerò invece della posizione di una serie di partiti e movimenti politici e del clima politico attorno a questa campagna referendaria.

I cittadini decideranno di approvare oppure bocciare un pacchetto di cambiamenti in ben 18 punti. Non sarà possibile votare punto per punto. Nella maggior parte i cambiamenti si concentrano sull’introduzione di un sistema presidenziale in cui il Presidente della Repubblica assume una serie di poteri decisionali nell’amministrazione, legislazione e giurisdizione.

Si tratta di una novità portata all’attualità del Paese da parte del partito al governo AKP (Partito dello Sviluppo e della Giustizia) con una forte pressione pubblica del Presidente della Repubblica e grazie anche al sostegno dichiarato del leader del secondo partito all’opposizione, il MHP (Partito del Movimento Nazionalista).

Sin dalla campagna elettorale del 2015 sia il Presidente della Repubblica che il Primo Ministro dell’epoca, Ahmet Davutoglu, insieme a quasi tutti i membri dell’AKP avevano sempre tenuto in cima al programma la riforma costituzionale. In numerose occasioni pubbliche il Presidente della Repubblica, invitando i cittadini a votare il partito al governo (e violando così facendo il suo ruolo neutrale e super partes) ha tenuto a specificare che qualora l’AKP avesse introdotto 550 parlamentari avrebbe avuto il potere di fare una serie di cambiamenti costituzionali necessari. Le cose non sono andate come desiderava il Presidente della Repubblica ed ora l’AKP conta 317 parlamentari. Quindi per approvare tutte le proposte di cambiamenti costituzionali si sono dovute fare puntualmente alleanze con uno o più partiti dell’opposizione.

Così l’11 ottobre del 2016 l’attuale Presidente Generale del MHP, Devlet Bahceli, durante l’intervento all’interno del suo gruppo parlamentare, ha dichiarato che sarebbe stato disposto ad appoggiare il partito al governo su quei necessari cambiamenti per passare al sistema presidenziale.

Da quel momento in poi il Paese ha visto crescere e diventare sempre più pubblica la relazione tra Bahceli e l’AKP. Contemporaneamente è nato anche un corposo gruppo di oppositori a Bahceli dentro il MHP. Di fatto questa scelta radicale ha portato il partito nazionalista ad una sorta di spaccatura semi-ufficiale.

In pochi mesi l’AKP e l’MHP hanno preparato un pacchetto di proposte di cambiamenti che nel giro di 20 giorni hanno ottenuto quei necessari voti al parlamento nazionale. Con i seggi del partito all’opposizione (356) avrebbero superato la barriera di voti necessari per portare il Paese alle urne. Non tutti i parlamentari di questi due partiti hanno votato a favore del referendum ma i numeri hanno permesso il superamento del quorum necessario.

In tale occasione, si sono vissuti momenti molto particolari dato che, nonostante la segretezza della votazione, alcuni parlamentari dell’AKP e dell’MHP hanno esibito il loro voto ai loro colleghi, verso le telecamere e verso i cellulari che li stavano riprendendo. Ma nel frattempo il canale televisivo statale MeclisTV che trasmette le discussioni parlamentari ha interrotto la sua trasmissione “per motivi tecnici”.

Dopo 15 giorni dall’ultima votazione parlamentare, il 10 febbraio, il Presidente della Repubblica ha firmato le proposte di cambiamenti legislativi e ha annunciato la data di questo importantissimo referendum, il 16 aprile.

I cambiamenti sui quali dovrà votare il cittadino riguardano innanzitutto alcune modifiche di parole simboliche che non cambierebbero le carte in tavola. Ma a parte questo, il primo reale cambiamento radicale sarebbe quello di abbassare il limite di età per essere eletto al parlamento, dai 25 ai 18 anni, rendendo così il parlamentare esente dall’obbligo di svolgere il servizio militare; in Turchia l’obiezione di coscienza non è ancora riconosciuta come un diritto. Qui di seguito vediamo le novità legislative, amministrative e giuridiche che vengono proposte e che potrebbero cambiare il futuro del Paese.

– Il Presidente della Repubblica da solo potrà nominare e revocare i Ministri oppure sopprimere un Ministero. Quindi a guidare il paese potrà essere un gruppo parlamentare che non avrà ottenuto la maggior parte dei consensi e si potrebbe violare anche il concetto di “fiducia parlamentare”. Inoltre non esisterebbe più l’interpellanza parlamentare. Dato che i ministri saranno nominati dal Presidente della Repubblica, che potrà anche essere il leader di un partito politico parlamentare, le elezioni anticipate potrebbero difficilmente avvenire secondo la volontà e la valutazione di questo.

– Il Presidente della Repubblica potrà appartenere ad un partito politico quindi sarà difficilmente una figura super partes. Infatti i cambiamenti costituzionali gli darebbero anche il diritto di abolire il Parlamento e di ripetere le elezioni.

– Il Presidente della Repubblica potrà presentare ed emanare i decreti di legge senza chiedere il parere del Parlamento.

– Il Presidente della Repubblica avrà il comando supremo delle forze militari del Paese

– Il Presidente della Repubblica potrà decidere di dichiarare lo stato d’emergenza senza chiedere il parere del governo oppure del parlamento e senza limiti per la proroga dello stato di emergenza.

– Il Presidente della Repubblica potrà nominare e licenziare gli amministratori e i dirigenti di diversi enti pubblici, quindi avrà un potere decisionale notevole dal mondo dell’istruzione al mondo artistico, dall’economia ai media e dalla sicurezza nazionale alla previdenza sociale.

– Il Consiglio Superiore dei Giudici e dei Pubblici Ministeri (HSYK-HSK) sarebbe presieduto dal Ministro della Giustizia ed un suo membro apparterrà allo stesso Ministero, tre altri membri sarebbero nominati dal Presidente della Repubblica e gli altri membri dalla maggioranza del Parlamento.

– Il bilancio sarà preparato e presentato al Parlamento da parte del Presidente della Repubblica che potrà porre il veto sulla sua approvazione.

– Nel caso in cui il Presidente della Repubblica fosse sotto indagine, l’unico luogo in cui dovrà presentarsi, dopo una lunga e difficile fase di votazione parlamentare, sarebbe la Corte Costituzionale, ossia l’organismo che per la maggior parte avrà dei membri nominati dallo stesso Presidente della Repubblica.

Pressenza

Onu, trattato per messa al bando di armi nucleari

Il 23 dicembre la Conferenza delle Nazioni Unite ha deciso di adottare una risoluzione (la A/RES/71/258) per proibire ed eliminare le armi nucleari. La votazione però non è stata adottata con voto unanime dall’Assemblea generale: tra i paesi che hanno espresso voto contrario o che si sono astenuti molti di quelli in possesso di ordigni nucleari, da Cina e Russia a potenze nucleari emergenti come India e Pakistan, ma anche (e questo avrebbe dovuto sorprendere) paesi come Francia, Regno Unito, Stati Uniti d’America, Australia, Israele, Giappone, Corea del Sud e molti altri paesi europei. Nonostante il boicottaggio di molti paesi, la mozione è stata approvata. Per questo nei giorni scorsi si sono tenuti i primi incontri per definire i contenuti del trattato. La sessione si è svolta in una sala vuota: ben quaranta nazioni hanno deciso di non partecipare ai lavori per il trattato sul nucleare considerando irrealistico lo scenario del disarmo.


 

TRATTATO-DI-MESSA-AL-BANDO-DELLE-ARMI-NUCLEARI-002Gli applausi hanno caratterizzato l’inizio della giornata in cui il Presidente della conferenza per i negoziati su un trattato di messa al bando delle armi nucleari, l’Ambasciatore Elayne Whyte della Costa Rica, ha aperto i lavori. Applausi a scena aperta anche alla fine della giornata, quando ha dichiarato concluso il primo incontro. Chiaramente, sia i diplomatici che gli attivisti sono entusiasti di questo trattato.

O almeno dovrebbero. Come ha dichiarato l’Ambasciatore irlandese Patricia O’Brien nel suo intervento, questo “è un punto cardine nelle nostre relazioni internazionali, è il momento di fare bilanci e onorare la testimonianza del passato, di decidere che tipo di presente desideriamo vivere e quale tipo di eredità vogliamo lasciare alle generazioni future.” Ha affermato: “Qui non stiamo soltanto scrivendo un trattato nuovo e complementare, ma abbiamo anche l’opportunità di scrivere una nuova storia e, così facendo, di creare un nuovo futuro, più stabile, più sicuro e più equo per tutti.”

Questo è il punto cruciale del trattato di messa al bando delle armi nucleari. Sono in corso i negoziati, che si basano più sul coraggio e sulla speranza che sulla paura e l’ineguaglianza. Si tratta di un atto in cui gli stati e la società civile si uniscono per opporsi al potere e alla violenza e per affermare: creeremo un mondo diverso, che vi piaccia o no.

Il primo giorno dei negoziati non poteva andare meglio. Molte delegazioni hanno fornito spiegazioni eloquenti della loro fiducia e delle loro speranze in questo trattato. Diversi hanno spiegato nel dettaglio (in molti casi per la prima volta) quello che considerano il proposito principale del trattato in termini di divieti, mettendo più che mai alla luce le possibilità di questo strumento. La stragrande maggioranza dei paesi vuole chiaramente un forte trattato globale di divieto, che copra una vasta gamma di attività legate alle armi nucleari e che si ritagli lo spazio per i futuri negoziati sul disarmo nucleare e le misure di verifica correlate.

Questo spazio è un segno per gli stati dotati di armi nucleari che abbiamo fiducia in questo trattato. Che lo riteniamo efficace nella sua trasformazione normativa, legale, politica, economica e sociale dell’ordine mondiale nucleare e che contribuirà a costringerli a eliminare le loro armi di genocidio.

La maggior parte di noi – diplomatici, attivisti e accademici – ha dovuto vivere nello spazio creato per noi dagli stati dotati di armi nucleari, che hanno deciso di avere il potere e l’autorità per determinare quando e dove elimineranno le armi nucleari. Finora, i loro obblighi e impegni sono pari a zero e ora uno degli stati con i più grandi arsenali sta rivalutando se considerare il disarmo un “obiettivo realistico” che continuerà anche come impegno retorico. Eppure, questi stati hanno controllato la letteratura e anche gran parte degli studi accademici per così tanto tempo che la maggior parte del mondo crede che abbiano il diritto e la legittimità di farlo.

Ma non ce l’hanno.

Lunedì mattina, un rappresentante del governo di Trump si trovava fuori dalla Sala dell’Assemblea Generale per sminuire i partecipanti che negoziano questo trattato. L’ambasciatore degli Stati Uniti alle Nazioni Unite, che dovrebbero essere la sede principale del multilateralismo e della ricerca della pace e della sicurezza cooperative, ha denunciato i negoziati e ha suggerito che gli stati che perseguono questo trattato non hanno in mente la sicurezza dei loro cittadini.

Naturalmente, è vero il contrario. Questo trattato, e in senso più ampio il perseguimento del disarmo nucleare, consiste proprio nel cercare di proteggere i civili dai pericoli. La stragrande maggioranza dei governi riconosce che le armi nucleari sono un rischio per gli esseri umani e per l’ambiente di tutto il mondo. Le armi nucleari “non sono deterrenti utili”, ha dichiarato l’Ambasciatore di Antigua e Barbuda Walton Webson per conto della Comunità dei Caraibi. Piuttosto, “coltivano uno stato di insicurezza e di falsa difesa, che fa solo aumentare le probabilità di proliferazione con un impatto devastante su tutti noi.” Vietando le armi nucleari, Alfredo Labbe del Cile ha affermato che si tratta di una “iniziativa liberatoria”, che ci libera dalla minaccia nucleare, piuttosto che essere una minaccia per gli stati dotati di armi nucleari. Gli stati che hanno acquisito armi nucleari, sostiene, sono “prigionieri nella trappola faustiana della deterrenza nucleare”; questo è un modo per aiutarli.

Ovviamente sarebbe meglio cercare di aiutarli ora, invece di aspettare fino a quando le armi nucleari vengano detonate, sia casualmente che volontariamente. Come ha dichiarato l’Ambasciatore austriaco Alexander Marschik, restare in attesa di un disastro nucleare non è una strategia. Dobbiamo vietare le armi nucleari adesso.

Nel corso degli ultimi anni,i sostenitori della messa al bando delle armi nucleari sono stati considerati poco realistici, come se non capissero le “dimensioni di sicurezza” delle armi nucleari. L’eco di tutto questo si è visto chiaramente nel sit-in di lunedì mattina, al quale hanno partecipato alcuni degli stati dotati di armi nucleari fuori dalla sala conferenze. Ma non siamo né poco realistici né ignari riguardo alle dimensioni di sicurezza. Abbiamo semplicemente un punto di vista diverso, una prospettiva che affonda le sue radici in quello che l’Ambasciatore egiziano Amr Aboulatta ha descritto come “sicurezza collettiva in contrasto con la sicurezza selettiva.”

Comprendiamo anche come avviene il cambiamento. Accade “quando il disagio di fare qualcosa di nuovo diventa minore rispetto al mantenere le cose come stanno,” come ha affermato l’Ambasciatore O’Brien. Un trattato sulla messa al bando delle armi atomiche sta già causando agitazione agli stati che ne sono dotati e a quelli dipendenti dal nucleare. Il processo di sviluppo di questo trattato, così come la sua adozione e la sua entrata in vigore, avrà un effetto di trasformazione sulle politiche e le pratiche riguardanti le armi nucleari. È solo questione di tempo.

Traduzione dall’inglese di Simona Trapani
Redazione Pressenza

Rapporto Amnesty, la difesa di tutti dei diritti umani

Amnesty-International-tutti-i-diritti-violati-in-ItaliaPolitiche di demonizzazione, gravi violazioni dei diritti umani documentate in 159 Paesi e la certezza che è finito il tempo di delegare ai governi la protezione dei diritti umani. Sono i principali messaggi che emergono dal rapporto 2016-2017 sulla situazione dei diritti umani nel mondo presentato a Roma.

“Non possiamo demandare passivamente ai governi il compito di difendere i diritti umani. Siamo noi, le persone, a dover agire. Poiché i politici sono sempre più intenzionati a demonizzare interi gruppi, oggi è chiaro come poche volte in passato che siamo tutti noi a doverci schierare, ovunque nel mondo, dalla parte dei valori fondamentali della dignità umana e dell’uguaglianza.”

Sono le dichiarazioni di Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International, dinanzi alla deprimente analisi sui diritti umani nel mondo scattata nel 2016 dagli attivisti dell’organizzazione.

Un rapporto preoccupante e allarmante quello che viene illustrato dapprima dal direttore generale di Amnesty International Italia Gianni Rufini e poi dal presidente Antonio Marchesi introdotti in precedenza dal portavoce Riccardo Noury.

“Un rapporto che fotografa un mondo che torna indietro” dichiara il direttore generale Rufini nel suo intervento durante il quale ripercorre per grandi linee alcune delle gravi violazioni documentate su scala mondiale, in 159 Paesi.

Sono tante, troppe le nazioni del globo che si sono rese protagoniste di violazioni, atrocità, crimini di guerra (commessi in almeno 23 Paesi, secondo il rapporto), repressioni, respingimenti (36 nazioni hanno respinto illegalmente migranti e rifugiati, secondo il rapporto), limitazioni delle libertà. E’ ormai l’era della divisione, dell’odio e della paura seminata ad arte da governatori che portano avanti politiche discriminanti e aggressive.

I relatori di Amnesty lo hanno ribadito a più riprese, è l’epoca del “noi contro loro”. In Italia ne sono un esempio Giorgia Meloni e Matteo Salvini attaccati in tal senso dal presidente Marchesi che, inoltre, nel suo focus sulla situazione italiana, si è soffermato sulla tanto reclamata quanto necessaria introduzione del reato di tortura nel nostro codice penale e sulla vendita illegale di armi italiane a paesi come l’Arabia Saudita.

Sia in Italia che nel resto del pianeta siamo dunque di fronte ad un’involuzione che colpisce con veemenza anche il primo mondo, quell’Europa che storicamente aveva blindato lo stato di diritto e la dignità della persona e che adesso si ritrova invece a vivere, insieme a tanti altri, un clima da anni Trenta come dice ai nostri microfoni il direttore Rufini.

Sull’ondata dei nazionalismi, delle svolte a destra, sotto la spinta del Brexit e del Trumpismo il futuro non sembra dare segnali di miglioramento sebbene gli scenari del 2016, illustrati nel rapporto di Amnesty International, sia già estremamente bui e pericolosi. Ma nel futuro può esserci più buio del buio?

Dove risiede la speranza? La luce in questo panorama di oscurità è rappresentata da noi, dalla gente comune, dalla cittadinanza attiva, dalla solidarietà globale e dalla mobilitazione dell’opinione pubblica. È questo il messaggio forte che lancia Amnesty con il suo rapporto.

Sì, è vero il rapporto denuncia altresì 22 Stati in cui dei difensori di diritti umani sono stati uccisi proprio per avere difeso minoranze o per avere contrastato degli interessi economici.

Ma, non resta un’altra alternativa se non quella di confidare su noi stessi, sulle persone, su coloro che decideranno di stare dalla parte dei diritti umani.

È la società civile che, indignata e lungimirante, reagisce e che conduce al cambiamento così come racconta alle nostre telecamere il Direttore Rufini citando per esempio quanto accaduto negli Stati Uniti con Black Lives Matter o con la protesta di Standing Rock.

“Adesso i nostri diritti ce li dobbiamo difenderceli da soli, insieme” conclude il direttore Rufini

È già un cammino esistente, una realtà che ha mosso tanti passi, che è.

Dario Lo Scalzo

Redazione Pressenza

Alla fine dell’incontro abbiamo raccolto nel video qui di seguito le riflessioni del direttore Rufini e del presidente Marchesi. Ve ne consigliamo la visione

La morte fa mercato, le armi non sono mai fuori moda

bimbo1-780x450L’industria delle armi, un settore in costante crescita che non conosce crisi: è del 30 gennaio scorso la pubblicazione apparsa direttamente sul sito dell’industria russa Kalashnikov, produttrice del famoso fucile d’assalto AK-47, sulla necessità di assumere 1.700 dipendenti solo per far fronte agli ordinativi.

Sul fronte mondiale la Kalashnikov nel 2015 ha realizzato un fatturato di 8,2 miliardi di euro, attestandosi in buona posizione in questa gara alla vendita della morte. La troviamo in ottima compagnia con altre aziende leader del settore delle armi che godono tutte di ottima salute, ovviamente a discapito della vita e della salute di milioni di persone che continuano a morire nelle decine di conflitti in atto a livello planetario. Prima fra tutte la statunitense Lockheed Martin, seguita dalla connazionale Boeing e dalla russa BAE Systems; in questa classifica di mercanti di morte, nel 2014 al 9° posto troviamo anche l’italiana Finmeccanica.
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In questo senso è oltremodo importante il lavoro di rendicontazione che da anni sta conducendo l’istituto indipendente svedese SIPRI (Stochkolm International Peace Research Institute). L’ultima pubblicazione del 2016 analizza il commercio mondiale di armi dal 2011 al 2015.

Nei 1.652 miliardi di fatturato mondiale delle armi nel 2015, USA e Russia insieme rappresentano il 58% degli affari commerciali dell’industria bellica; seguono la Cina, la Francia e la Germania e l’Italia. Il paese di santi, navigatori e poeti, di “italiani brava gente” nel quinquennio 2011-2015 si piazza all’8° posto nella classifica dei paesi esportatori.
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Nel 2014 il Belpaese ha superato anche Francia e Germania nell’export di armi verso Israele. Tra i paesi dell’UE, l’Italia è il primo fornitore di sistemi militari dello Stato israeliano, (paese in guerra anche quest’ultimo) con un volume di vendite che è oltre il doppio di quello totalizzato da Parigi o Berlino. Oltre il 41% degli armamenti regolarmente esportati dall’Europa verso Israele sono italiani. Nel 2013, in pieno conflitto, l’Italia è stata anche una delle principali esportatrici di armi verso la Siria.

Nell’ultimo anno in particolare la vendita di armi italiane all’estero è triplicata e sono aumentate le forniture verso paesi in guerra, in particolare quelle verso l’Arabia Saudita, condannata dall’Onu per crimini di guerra nel conflitto in Yemen e per la quale il Parlamento Europeo ha chiesto un embargo sulla vendita di armamenti. Eppure c’è anche una precisa legge italiana che proibisce esplicitamente la vendita di armi ai paesi coinvolti in guerra, ma si sa, gli affari sono affari. “Pecunia non olet” i soldi non puzzano, anche se è tutto da dimostrare, di certo grondano sangue, perché in generale ogni 490,000€ di fatturato proveniente dalla vendita di armi, una persona muore, poco importa se sia un soldato, un civile, una donna, o anche un bambino. Dal 2002 a oggi sono oltre 2 milioni i bambini massacrati in guerra. Cresce anche l’intermediazione finanziaria delle principali banche italiane, Unicredit, Intesa San Paolo e tra i piccoli istituti coinvolti, compaiono anche Banca Etruria e persino Poste Italiane.
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Nel 2015 la vendita totale di armi in Italia è triplicata passando da 2,8 miliardi a 8,2 miliardi; dietro la metà di questo giro d’affari ci sono le banche, che in totale fanno cassa con l’industria bellica per un totale di 4,1 miliardi.
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A questi dati ufficiali si deve anche sommare il crescente mercato nero delle armi, dove è possibile reperire una pistola Glock a poco più di 50€ e un AK-47 a meno di 900€. Questo mercato trova indisturbata proliferazione sul web e spesso anche sui social network come fb o istangram; si arriva così alla contraddizione in cui chi denuncia il traffico illegale di armi, caldeggiato dal precedente governo negli incontri diplomatici fra Italia e Arabia Saudita (illegale perché l’Arabia è coinvolta in una guerra) riceve per questo minacce di querela e il blocco preventivo del profilo da parte dei gestori di fb, mentre si permettono indisturbati la vendita e lo scambio d’armi leggere in diversi gruppi chiusi su fb.

C’è anche un altro scenario orribile di cui non si parla tanto, il numero di feriti e mutilati, devastati fisicamente e psicologicamente; per ogni morto infine ci sono decine di persone che hanno patito un dolore atroce, per la perdita di un fratello, una moglie, una figlia, oppure un caro amico.

L’ultimo scenario direttamente correlato alla vendita di armi sono i milioni di persone che ogni anno lasciano le proprie case; secondo un rapporto Unicef del 2016 nel mondo ci sono 93 milioni di sfollati costretti a fuggire a causa delle guerre, delle persecuzioni o semplicemente perché l’area geografica da cui provengono è stata per anni spogliata dalle multinazionali delle proprie risorse e dei mezzi di sostentamento che avevano. Di questi profughi, secondo il rapporto Unicef, oltre 50 milioni sono bambini, un piccolo profugo ogni 45 bambini nel mondo. L’asticella del barometro dei conflitti, come riportato da questa pubblicazione del 2015 è in continuo aumento. Con le sole guerre in Afghanistan (600mila sfollati), Iraq (4,2 milioni), Siria (oltre 12 milioni), Libia (mezzo milione), Nigeria (2,5 milioni) e Yemen (150.000) si contano 19,5 milioni di profughi. Queste persone le vediamo tutti i giorni arrivare sulle nostre coste in veri e propri viaggi della disperazione, spesso in mano a trafficanti che sono i veri e propri schiavisti del XXI secolo, oppure attraversare regioni gelate, in lunghe marce forzate come fossero deportati di guerra, come successo di recente in Serbia e in Ungheria con i poveri profughi afghani.
Sempre secondo i dati del SIPRI, nel solo 2015, siamo arrivati a 4.000 morti nel solo mar mediterraneo, durante la traversata, è un dato in costante crescita.
Eppure a fronte di tutti questi numeri, i mercanti d’armi, disperazione e morte, (come chiamarli diversamente?) continuano indisturbati nella corsa al loro dannato profitto, banche finanziatrici e governi inclusi.

Adesso bisogna porsi alcune domande: agli effetti pratici, produrre un’arma che poi viene esportata e usata nei paesi coinvolti in un conflitto non è forse configurabile come un atroce crimine di guerra? E ancora, che differenza c’è fra chi produce e vende un’arma destinata alla guerra e chi poi tira il grilletto? Moralmente ed eticamente di certo nessuna. Infine, quale può essere la differenza fra chi usa un fucile mitragliatore sulla popolazione civile e chi ne ha finanziato la produzione? (vedi banche) o esortato e agevolato l’esportazione verso gli stati coinvolti in guerra? (Vedi governi).

Attenzione inoltre a dove vengano messi i nostri soldi; forse un tempo ciò era fatto a nostra insaputa, ma oggi non più: si parla di denaro che magari è “appoggiato” su qualche “fondo d’investimento sicuro” con una “buona redditività”. A seconda della banca proponente il fondo, una percentuale di questi fondi, potrebbero tranquillamente finire in qualche proiettile o in qualche mina antiuomo, destinati a qualche bambino che nemmeno sa che noi esistiamo, salvo poi ritrovarsi steso in terra in una pozza di sangue.
D’altro canto sono in molti a protestare per tutti questi sbarchi, dicendo “che stiano a casa loro”, oppure nella migliore ipotesi, ad accompagnare lo sdegno peloso con affermazioni del tipo “sì poverini, ma aiutiamoli a casa loro” senza mai sforzarsi di capire che quelli che si salvano, li si vede ormai a centinaia di migliaia sbarcare sulle nostre coste, sono in fuga da anni dalle guerre, gli stessi conflitti che i nostri governi, spesso conniventi, hanno caldeggiato e appoggiato.

La contraddizione assume poi tinte grottesche, se solo si pensa che con alcuni paesi in guerra governi e aziende prima mercanteggiano la morte vendendo loro armi e poi applicano sanzioni che vanno solo ad incrementare le atroci sofferenze delle popolazioni civili già devastate dalla guerra.

Vogliamo per davvero fermare le guerre, i morti e il flusso in aumento dei profughi che fuggono dalla disperazione? L’equazione è dannatamente semplice: non collaboriamo, denunciamo e fermiamo produzione e vendita delle armi e saremo ben oltre la metà dell’opera.

Luca Cellini
Pressenza