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Immigrazione, numeri che distorcono la realtà

IMMIGRAZIONE: A LAMPEDUSA 6.200 MIGRANTI

Il Centro Studi e Ricerche IDOS, in partenariato con il centro studi Confronti e con la collaborazione dell’Unar, l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, ha redatto quest’anno, grazie al sostegno dei fondi Otto per Mille della Tavola Valdese, il Dossier Statistico Immigrazione 2018, presentato il 25 ottobre in varie città d’Italia. Il Centro Studi e Ricerche IDOS nasce nel 2004 con lo scopo di studiare il fenomeno migratorio e di raccogliere i dati statistici ad esso collegati, a livello mondiale ma più approfonditamente a quello europeo ed italiano, per affrontare con occhio scientifico e in maniera fedele alla realtà dei fatti una tematica che oggi è in grado di focalizzare l’attenzione pubblica come poche altre riescono a fare: il Dossier è il frutto di questo lavoro.

Il risultato raggiunto con la lettura del testo del Dossier è la decostruzione delle retoriche che tanto fanno comodo a chi cerca una via di fuga da problematiche sociali e politiche reali, in un’immaginaria lotta tra popoli che non esiste ma che viene costruita ogni giorno e ogni giorno, purtroppo, produce i suoi frutti. I numeri smascherano la distorsione della realtà realizzata nel momento in cui si parla dello straniero come un invasore, un clandestino che vive di delinquenza e ruba agli italiani ciò che spetta loro di diritto, dal lavoro all’assistenza.

Secondo i dati della fine del 2017 sono 5.1 milioni gli straneri che risiedono in Italia, costituendo l’8% della popolazione totale. Avendo acquisito la cittadinanza, 1,5 milioni di italiani sono di origine straniera mentre il numero dei soggiornanti non comunitari nel paese è di 3.715.000 persone. Più della metà dei residenti stranieri in Italia provengono da paesi europei mentre solo un quinto del totale viene dall’Africa.

A tale riguardo, il flusso che tra 2014 e 2016 ha portato in Italia circa 625.000 profughi ha subito nel 2018 un drastico calo, cambiamento ottenuto ad un prezzo che non può passare inosservato: i morti nel Mar Mediterraneo nei primi nove mesi di questo anno sono 1.733 secondo le stime dell’Oim, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, e il Dossier spiega chiaramente come ciò sia accaduto dopo gli accordi stipulati tra Italia e Libia nel 2017, grazie ai quali il nostro paese fornisce le risorse economiche che permettono allo stato africano di fermare chi, in mancanza di adeguati corridori alternativi, tenta la via del mare.

Riportando statistiche sul fenomeno migratorio mondiale, il Dossier espone dati chiaramente contrari ai presupposti della teoria dell’invasione: se è vero che il maggior numero di migranti risiede in Europa (83,8 milioni) è anche vero che all’interno dell’Ue si parla di migrazioni interne nei due terzi dei casi. Inoltre, a fronte di 68,5 milioni di migranti forzati al mondo, i paesi con i più alti numeri di rifugiati accolti sono la Turchia (3,5 milioni), il Pakistan (1,4 milioni), l’Uganda (1.350mila), il Libano (1 milione) e l’Iran (970mila).

Tra respingimenti e muri sono invece 2.287.804 i rifugiati che risiedono nell’Ue e poco meno di un milione i richiedenti asilo, rispettivamente il 13,3% e il 33,0% dei numeri globali: in questo contesto l’Italia ospita circa 354mila persone, meno di Germania (1,4 milioni) e Francia (400 mila). Mettendo in rapporto il numero di rifugiati e richiedenti asilo con il totale della popolazione del paese ospitante viene rivelato come in Europa così come in Italia essi costituiscano lo 0,6%, percentuale molto diversa da quella di un paese come il Libano, all’interno del quale si ha un rifugiato ogni sei cittadini.

A smentire altre mistificazioni comuni sugli stranieri sono i dati sul mondo del lavoro raccolti nel Dossier: due terzi degli occupati stranieri in Italia (2.423.000, poco più del 10% di tutti gli occupati in Italia) si dedicano a lavori spesso precari e pesanti, poco retribuiti e potenzialmente pericolosi, lavori per i quali più di un terzo di essi risulta sovra-istruito; allo stesso tempo le imprese ad oggi gestite da migranti in Italia sono quasi 590.000, frutto del loro desiderio di emanciparsi da situazioni di sfruttamento o comunque di notevole difficoltà. Desiderio simile è quello di costruire un futuro d’integrazione, che si riflette nel numero di alunni stranieri nelle scuole italiane, quasi un decimo della totalità degli studenti.

Tra gli italiani cresce in numero di anziani e di chi emigra verso altri paesi, mentre diminuisce la natalità: in tali condizioni, come se altre considerazioni non bastassero a mettere in chiaro il quadro attuale, gli stranieri appaiano come una risorsa, non solo per le loro terre di origine, verso le quali nel 2017 hanno inviato circa 5.075.116 migliaia di euro di rimesse, ma per l’Italia stessa, dove il bilancio costi/benefici dell’accoglienza per lo Stato nello stesso anno va da +1,7 a +3,0 miliardi di euro.

Alla presentazione del Dossier realizzata a Roma presso il Teatro Don Orione hanno partecipato il presidente e il vicepresidente del Centro Studi e Ricerche IDOS Luca Di Sciullo e Antonio Ricci, il vice moderatore della Tavola Valdese Luca Anziani, il direttore di Confronti Claudio Paravati, il missionario comboniano padre Alex Zanotelli, il responsabile immigrazione del sindacato Usb Aboubakar Souhamoro e il direttore dell’Unar Luigi Manconi. Nei loro interventi è stato sottolineato come l’Italia sia una realtà multiculturale da quasi mezzo secolo oramai e come a mancare nel paese non sia la capacità di portare avanti progetti d’integrazione ma la volontà politica di farlo: è necessario dunque cancellare l’odierna cultura dell’esclusione sostituendola con una nuova cultura di cittadinanza, “elevare le ragioni nella discussione a un livello più adeguato ai nostri principi di civiltà” e ricordare che quella che si porta avanti oggi è una battaglia collettiva per il rispetto dei diritti alla persona, senza altre distinzioni.

Questo è solo un quadro molto generale e introduttivo del lavoro realizzato dal Dossier Statistico Immigrazione 2018; con quasi 500 pagine, molti sono gli aspetti da esso affrontati e altrettanto numerose le conoscenze che si possono acquisire con la sua lettura.

È dunque opportuno concludere utilizzando le parole del Dossier, ricordando che l’emigrazione è una dinamica “inevitabile” e “necessaria” e sottolineando che “gli sbarchi nel Mediterraneo e le morti in mare di migliaia di migranti sono il drammatico risultato di un modo di concepire la politica e il rapporto tra gli Stati che ha come unico obiettivo il profitto e non il benessere delle persone. Un modo di fare politica che sfrutta uomini, ambiente e risorse e che proprio la questione dell’accoglienza degli immigrati chiama a rimettere in discussione”.

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L’esodo di centroamericani sfonda i confini messicani

esodo in usa

Le immagini della folla di centroamericani sul ponte attraversando la frontiera tra Guatemala e Messico sono un segno emotivo intraducibile del linguaggio dell’esodo.

La carovana di circa 4.000 migranti honduregni a cui si sono aggiunti – e tutto ci dice che ne arriveranno ancora – nicaraguensi guatemaltechi e salvadoregni, si è affollata contro le recinzioni dei due ponti di confine tra il Guatemala e il Messico nella città di Tecún Umán.

Questa settimana un gruppo di donne, bambini e anziani è finalmente riuscito ad entrare nel territorio messicano dopo aver abbattuto il recinto sul lato guatemalteco e aver attraversato il fiume Suchiate. Infatti, la frontiera sud ha vissuto una mattinata ad alta tensione quando migliaia di persone hanno infranto le barriere della polizia a Tecun Uman riuscendo ad entrare per il ponte che collega il Guatemala col Messico.

Sono migliaia di persone alla ricerca di un’esistenza migliore che i loro rispettivi paesi gli hanno proibito. In Honduras gli indici di criminalità sono altissimi, secondo dati dell’Osservatorio della Violenza tra il 2015 e il 2016 il numero solo dei femminicidi ha superato il migliaio e il 20% del Prodotti Interno Lordo del paese viene dal dinero spedito dai migranti alle famiglie. e in Salvador la violenza de las maras dilaga, il Nicaragua di Ortega non smette di mietere vittime ledendo i diritti fondamentali della sua stessa gente, e in Guatemala la mancanza di risorse economiche e gli spostamenti forzati hanno distrutto la vita di molte comunità costringendole a migrare.

Intanto a Città del Messico, il Segretario di Stato degli Stati Uniti, Mike Pompeo, appoggiato dal suo omologo messicano Luis Videgaray, ha insistito su come il Messico dovesse fermare l’incontenibile folla, la cui avanguardia è nata a San Pedro Sula, considerata una delle capitali più violente del mondo. L’alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite, non smentito dalle autorità messicane, dichiara che le prime richieste di rifugio sono iniziate giovedì. Richieste che si sono moltiplicate per più di 11 in cinque anni nel paese, da 1.296 nel 2013 a 14.596 nel 2017, anche se i numeri delle risposte positivi sono solo 1.907, il 13%.

Lo scontro decisivo come sempre non avviene nelle strade delle città di frontiera ma nelle stanze del potere tra i governi degli Stati Uniti, Messico, Guatemala, Honduras e il Salvador. In ballo il viaggio di migliaia di persone che non hanno alcuna intenzione di fermarsi: il fenomeno dei centroamericani in transito è esploso, diventando imprescindibile e la risposta non può essere ridotta a minacce o magniloquenze istituzionali.

La grande domanda è cosa accadrà nelle alte sfere. La carovana ha già dimostrato la sua forza oltreumana affrontando momenti difficili, come quando i migranti sono stati trattenuti in Guatemala, mentre Jimmy Morales cercava di rassicurare Trump promettendo il rientro di 2500 honduregni. La potenza della folla e la porosità del confine tra Ciudad Hidalgo (Messico) e Tecún Umán hanno fatto crollare ogni tentativo di contenimento da parte delle istituzioni messicane. Davanti a questa situazione il neoeletto presidente Manuel Lopez Obrador, anche detto AMLO, ha promesso a partire dalla sua installazione definitiva a dicembre protezione e lavoro grazie a un programma di regolarizzazione attraverso il rilascio di visti lavorativi. “Offriremo lavoro ai migranti centroamericani. È un piano che abbiamo: chi vuole lavorare nel nostro paese avrà supporto, avrà un visto di lavoro. Non vogliamo affrontare la questione con le misure di forza, ma dando opzioni, alternative” ha dichiarato in una conferenza stampa lo scorso mercoledì.

Contemporaneamente sul fronte è stato arrestato l’attivista Irineo Mujica, della ONG Pueblos Sin Fronteras, che da anni organizza le svariate carovane che transitano da una frontiera all’altra del Messico. Una detenzione arbitraria, denunciano i vari centri di diritti umani presenti nel territorio, come il Fray Matias de Cordova e Voces Mesoamericanas, che stanno pretendendo il suo immediato rilascio.

Davanti a questo flusso migratorio di ineguagliate proporzioni nella regione la politica internazionale è obbligata a prendere delle decisioni sostenibili.

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Trump dopo Trump

È completamente sbagliato a mio parere considerare semplicemente Trump come un problema – certo gravissimo – da quale dobbiamo liberarci per raddrizzare il corso della Storia. Bisogna che cominciamo a porci questo problema. Certamente prima ce ne liberemo meglio sarà, ma the Donald sta introducendo cambiamenti che in qualsiasi caso trasformeranno in modi duraturi, che lo vogliamo o no (lo vogliano o no gli americani), la mentalità della gente, i comportamenti, le dinamiche sociali, la giustizia, l’economia degli Stati Uniti, e la situazione mondiale.

Il ragionamento che voglio fare è altamente ipotetico, e senza dubbio opinabile da molti punti di vista, perché nessuno ha la sfera di cristallo per vedere il futuro.

Tutti gli eventi storici lasciano un segno irreversibile, perché sono generati da processi estremamente complessi, da problemi che evolvono, da nodi che vengono al pettine, da contraddizioni che si aggravano, da comportamenti di masse di persone (sulla dinamica delle masse hanno scritto studiosi autorevoli), da cambiamenti di mentalità, e via discorrendo.

Per fare un esempio, il fascismo in Italia non è stata una parentesi, ha avuto complesse radici economiche e sociali, e ha lasciato un segno indelebile, ci ha lasciato comunque un’eredità che pesa ancora. Oggi ci stupiamo che negli anni ’20 e ’30 in Italia “tutti” fossero fascisti; come ci stupiamo che in Germania “nessuno” vedesse i delitti di Hitler e del nazismo. Sperando di non venire frainteso, direi che il fascismo ha cambiato l’Italia nel male e nel bene. Non è necessario che mi dilunghi sul male. Ma il fascismo anticipò quell’intervento dello Stato nell’economia che sarebbe poi diventato una caratteristica generale dello Stato moderno: per fare solo un esempio, l’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale) fu istituito nel 1933 per salvare le prime 3 banche italiane, due mesi dopo Roosevelt copiò l’idea, poi giocò un ruolo fondamentale nella ricostruzione postbellica, ed è stato sciolto solo nel 2002. Il fascismo creò il CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche). In ogni caso, non ci siamo mai veramente “liberati” dal fascismo, basti pensare che la burocrazia italiana è rimasta quella e ha continuato (e continua) a condizionare pesantemente il nostro Paese.

Veniamo a Trump. Tutti sappiamo che per lui ha votato metà degli elettori degli Stati Uniti (per quanto nella “più grande democrazia del mondo” viga un sistema elettorale arcaico, è normale un astensionismo del 60%! Hillary aveva riscosso la maggioranza dei voti. E poi Trump denuncia la “dittatura” in Venezuela!). E dobbiamo constatare che a due anni dal suo insediamento le sue posizioni, che denunciamo come folli, raccolgono l’appoggio di una fetta molto grande della popolazione. Insomma, la trasformazione radicale era già in atto, la spaccatura della società statunitense è stata solo sancita dal voto (in realtà le spaccature sono molteplici, basti pensare a quella razziale che è riflessa molto parzialmente dal voto, poiché non sono molti gli afroamericani che possono esercitarlo, nella sostanza sono esclusi dalle scelte politiche).

Da un lato quindi Trump sta dando voce a una parte della società americana, e se pure non avesse vinto questa spaccatura avrebbe agito, anche se in modo diverso: ma il fatto che abbia avuto voce radicherà molte delle trasformazioni che Trump sta introducendo. In questi giorni egli sta sostituendo un giudice della Corte Suprema, che così virerà decisamente a destra per un tempo lunghissimo (i giudici della Corte Suprema rimangono a vita): saranno a rischio l’aborto e altri diritti civili. Se Trump non fosse stato Presidente è presumibile che il nuovo giudice sarebbe stato un altro e le cose avrebbero avuto parzialmente un altro corso.

The Donald sta cambiando in modo radicale la questione – la percezione stessa – dell’immigrazione: sono convinto che qualsiasi sarà il suo successore difficilmente potrà ripristinare la situazione precedente (ammesso che lo voglia: spesso fa comodo che qualcun altro faccia il lavoro sporco). In questi due anni anche la mentalità della popolazione degli Stati Uniti sta cambiando profondamente (come da noi Salvini sta esasperando strumentalmente problemi che si erano esacerbati ben prima di lui, basti pensare come Minniti un anno fa cambiò la mentalità e la sensibilità degli italiani con la montatura delle accuse alle ONG).

Mi fermo a questi cenni perché non ho le conoscenze della società statunitense sufficienti per analizzare altri cambiamenti interni introdotti da the Donald.

Ma veniamo alla situazione internazionale, che noi percepiamo più direttamente dei problemi interni agli USA. Che segni lascerà la guerra commerciale sferrata da Trump? Come cambieranno i rapporti geopolitici? Ovviamente sarà difficile discernere in futuro le mosse di Trump dalle reazioni che avranno gli altri Stati, ma il dado è tratto, e le cose non potranno comunque tornare “come prima”. Si pensi del resto che la politica della NATO di espansione, accerchiamento della Russia, e intervento militare in teatri extra europei era stata promossa dal suo predecessore, il Nobel per la Pace Obama.

La politica di Trump sta portando a conseguenze estreme contraddizioni con gli “alleati” che covavano da tempo, risalenti in sostanza alla subalternità accettata dal dopoguerra dagli europei, che dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale era mascherata dalla difesa contro la “minaccia comunista”, ma dopo la scomparsa dell’Unione Sovietica ha messo a nudo in modo sempre più grave la mancanza di una vera politica estera da parte dei Paesi europei!

Questo è vero anche per quanto poi riguarda gli armamenti nucleari, per i quali Trump ha solo esasperato un tendenza che si era già sviluppata in modo estremamente minaccioso ad opera del … Nobel per la pace Obama, il quale aveva varato un mega-programma di modernizzazione: la famigerata bomba termonucleare B-61-12 e l’F-35 sono precedenti alla presidenza Trump.

Insomma, sia l’esasperazione di scelte che Trump ha ereditato dalle amministrazioni precedenti, sia le sue virate originali lasceranno un segno sulla situazione degli Stati Uniti, e del Mondo.

Angelo Baracca
Pressenza

Dall’ignoranza non nasce un mondo migliore, ma solo sofferenza

valentino giacominValentino Giacomin è un maestro elementare del trevigiano, che a metà degli anni ’80 mette in pratica un metodo educativo in alcune scuole elementari del nord Italia, che prenderà il nome di progetto Alice. Insieme alla sua collega Luigina De Biasi, sperimenta il metodo basato sulla autoconsapevolezza dei bambini integrandola alle materie di insegnamento. Dopo dieci anni circa di lavoro dopo un incontro con il XIV Dalai Lama decide di proseguire il suo lavoro in India, lavoro che è diventato capillare nelle zone più svantaggiate dell’India, adattandolo alle esigenze scolastiche del posto. Il Progetto Alice si presenta come una proposta educativa per le società pluraliste e multireligiose con lo scopo di:

1realizzare delle esperienze e delle ricerche per un’Educazione Integrata nella scuola primaria, secondaria e superiore nei villaggi rurali di tre degli stati più problematici dell’India (Bihar, Uttar Pradesh e Arunachal Pradesh); 

2. offrire un’educazione e istruzione di alta qualità anche alle categorie meno abbienti;

3. rispondere alle esigenze delle moderne società multiculturali, multietniche e plurireligiose. Il concetto base riguarda la ricerca dell’Unità, oltre le divisioni create dalle nazionalità, dalle tradizioni, dalle religioni per educare gli studenti ad una pacifica convivenza nelle società multiculturali e pluraliste.

L’obiettivo non si ferma all’aspetto sociale, ma coinvolge anche la Persona nella relazione con se stessa. Di qui, la ricerca di una Unità psicologica, al di là delle divisioni create dalla mente conflittuale che impedisce la realizzazione di una personalità armonica.

Ci può parlare del Progetto Alice, di come è nato e si  è sviluppato?

Trent’anni fa, quando lavoravo nella scuola pubblica, constatai che ogni anno i nuovi studenti si differenziavano dai precedenti manifestando sintomi di disagio più seri: indisciplina, scarsa attenzione, etc. Che fare? Come reagire? Quali interventi didattico-educativi proporre per fare fronte a questo trend negativo? I miei colleghi suggerivano risposte relative ad un cambiamento di metodo. Insomma, per loro si trattava di un problema di approccio didattico. Riflettei a lungo e arrivai all’intuizione che il disagio non era in relazione alla didattica, ma alla visione educativa, al  paradigma seguito nelle scuole. Un paradigma non olistico, che non aiuta gli studenti ad integrarsi con gli altri e con se stessi, che favorisce l’alienazione e, quindi, il disagio e l’infelicità.

Un paradigma fondato su una discutibile (per non dire “errata”) visione della realtà. In sintesi, non insegniamo la verità ai nostri studenti, ma li convinciamo a prendere per vere le nostre (e loro) proiezioni. Portiamo spesso l’esempio dell’albero per far comprendere questo concetto. Alla  scuola materna l’insegnante convince i suoi alunni  che un albero è diviso in tre parti: radici, fusto, foglie. Nessuno dubita di questa ‘verità’. Ma esiste veramente un albero diviso in tre parti? Esiste convenzionalmente, concettalmente, ma non oggettivamente. Un albero diviso ( come le nazioni, i nomi, gli aggettivi, le classificazioni…) è una realtà mentale che non può essere trovata al di fuori del nostro pensiero. L’abero diviso “là fuori” è solo Maya (per gli Orientali), una illusione. Che cosa succede se gli studenti non vengono informati di questo inganno ontologico (”inganno conoscitivo”)?

La nostra ipotesi: gli studenti reagiranno con il rifiuto della scuola, il disinteresse, l’aggressività, l’indisciplina, la mancanza di rispetto verso l’insegnante…

Il perché è comprensibile: la scuola non offre saggezza, ma alimenta, in un certo senso, l’ignoranza. Dall’ignoranza non può nascere un mondo migliore, ma solo sofferenza.

Così, iniziai, nella scuola pubblica, una ricerca, una sperimentazione didattico-educativa che “conclusi” con la pensione.

Qual è stata la ragione per cui il progetto Alice ha avuto seguito in India?

Lasciato il mondo della scuola, mi dedicai al giornalismo. Per un “caso” fortuito, ebbi modo di incontrare il Dalai Lama e mi venne spontanea una domanda: “Che cosa mi suggerisce per rendere la mia vita significativa?” Il Dalai Lama chiese di dargli tempo per la risposta, che arrivò dopo alcuni giorni:”Giornalismo? Un pò negativo. Educazione: eccellente, eccellente, eccellente! Cosi’ venga in India …”

Seguii il consiglio, spendendo tutto quello che avevo per iniziare l’avventura straordinaria di Alice, nel 1994.

 Il progetto Alice nasce in Italia; L’Italia può essere un contesto favorevole per ricominciare da un sistema educativo consapevole?

È vero. Il Progetto Alice nacque in Italia circa 30 anni fa. Venne sperimentato per cinque anni nella scuola pubblica, dopo essere stato approvato dal Collegio docenti e dai genitori degli alunni. Ricordo che proposi due training per gli insegnanti di due plessi scolastici: Valdobbiadene e Villorba (provincia di Treviso). Una rivoluzione per quei tempi! Ma  tutto si fermò lì senza un seguito, purtroppo. Ora credo siano maturate le condizioni per un “ritorno” alle …radici. La scuola italiana sta attraversando una crisi senza precedenti e l’unica soluzione è la proposta di un nuovo paradigma educativo (simile a quello già sperimentato di Alice), ben lontano dalla “Buona scuola” di recente … invenzione.

Cosa percepisce negli occhi degli studenti dopo anni di insegnamento?

Rispondo con le parole del Dalai Lama e di tutti quelli che incontrano i nostri studenti: “Gioia e self confidence”. Per questo, alcuni hanno definito Alice come la “scuola della felicità”.

Cosa significa per lei il premio che riceverà al Festival per l’ambiente e l’incontro tra i popoli di oggi?

Non ho mai avuto aspettative per quanto riguarda  il mio lavoro, per evitare delusioni. Io  credo che le cose buone siano in grado di promuoversi da se’, prima o poi. Il Festival per l’Ambiente forse non si aspetta di sentire … la campana di  Alice che suona in  modo forse non in totale sintonia con le intenzioni e idée degli organizzatori. Dico “forse”. Come accennato sopra, noi andiamo alla radice dei problemi, delle guerre, dei conflitti, dell’inquinamento…  E siamo convinti che l’origine della sofferenza sia la nostra ignoranza. Quindi, a chi fa manifestazioni per la pace, per l’ecologia… chiediamo: “Hai fatto pace con te stesso?”. Oppure, “Hai bonificato la tua mente dai difetti mentali?”

Comunque, sono grato a chi ha scelto di premiare Alice dandoci, così,  l’opportunità di presentare un “punto di vista diverso” per affrontare i grandi temi, i drammi di questo secolo così tormentato e … borderline….

Maggiori info: Alice project

Tatiana Boretti
Redazione Pressenza

Regeni, inganno delle immagini delle telecamere della metro del Cairo

Incomplete o manomesse? O incomplete perché manomesse?

striscione-regeniDi certo, quelle immagini che la procura del Cairo aveva messo a disposizione di quella di Roma con enorme ritardo (la prima promessa di consegnarle risaliva al 25 luglio 2016), non contengono nulla che possa chiarire cosa successe a Giulio Regeni dopo che uscì dalla sua abitazione al Cairo, al tramonto del 25 gennaio 2016, destinato a una festa di compleanno cui mai arrivò.

Le telecamere a circuito chiuso avrebbero forse potuto, se il loro contenuto fosse stato messo a disposizione immediatamente, mostrare Giulio venire avvicinato e poi rapito nella stazione d’ingresso o in quella di uscita della linea 2 della metropolitana del Cairo, o nelle loro prossimità.

Invece, come scrive la procura di Roma in un comunicato sottoscritto anche da quella del Cairo, non solo nelle poche immagini messe a disposizione (il cinque per cento di quelle riprese dalle telecamere interne alla linea 2 il 25 gennaio 2016) non si vede mai Giulio ma ci sono diversi “buchi temporali in cui non vi sono né video né immagini”.

Insomma, per farla breve, dopo 29 mesi di quelle immagini non è emerso “alcun materiale di interesse investigativo”.

E bisognerà capire il perché di quei “buchi temporali”. Dunque, indagini sulle indagini. E perdite di tempo, cui le autorità del Cairo ci hanno abituato da due anni e mezzo.

Riccardo Noury
Redazione Pressenza

Giornata Internazionale per Vittime Tortura

tortura 2Il Coordinamento Nazionale Docenti della Disciplina dei Diritti Umani vuole porre l’attenzione sulla Giornata Internazionale in favore delle Vittime della Tortura che proprio il prossimo 26 giugno compie 20 anni da quando fu istituita dell’Assemblea Generale dell’ONU.

Tale ricorrenza è ancor più importante in quanto il 10 dicembre 2018 si celebrerà il 70° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani che all’articolo 5 sancisce “nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura, a trattamenti o a punizioni crudeli, inumani o degradanti”.

Purtroppo ancora oggi in molti paesi si assiste a persecuzioni, genocidi e crimini di guerra, abusi e torture. Le persecuzioni inflitte spesso sono perpetrate verso gruppi o persone “contro” in genere non allineate con il potere anche solo ideologicamente. I regimi sia politici, etnici, che religiosi per sopravvivere avranno sempre bisogno del “consenso” anche se ottenuto con la paura e con pratiche disumane e aberranti come la tortura.

Fra pochi giorni ricorrerà un’altra importante data: il 5 luglio prossimo l’Italia, nazione di Cesare Beccaria, che già nel 1764 scriveva e combatteva contro la pena di morte e tortura nel libro Dei delitti e delle pene, potrà vantare di aver introdotto nel suo codice penale il reato di tortura.

In questo comunicato si vuole far focalizzare l’attenzione del mondo della scuola su alcune forme di tortura dei nostri tempi: le “psico torture”. Si è passati infatti dalle torture rosse, dove il rosso evoca il colore del sangue, alle torture bianche dei giorni nostri, che non sono da meno a quelle perpetrate in passato. Assistiamo quotidianamente a episodi di mobbing, di minacce verbali, sessuali, bullismo e altri fenomeni che creano, in chi li subisce degli stati depressivi e ansiosi, assimilabili a delle vere e proprie torture.

All’interno di questo vasto campo delle torture bianche, noi, come docenti volevamo evidenziare la questione del bullismo all’interno delle scuole. È infatti l’ISTAT a lanciare un grido d’allarme, dove in un recente studio, segnala che un ragazzino su due in età tra gli 11 e i 17 anni è vittima di bullismo. Per questo motivo è necessario che scuole, famiglie e forze dell’ordine lavorino in sinergia per educare e controllare i comportamenti dei ragazzi sia reali che virtuali per far si che non si creino spazi liberi senza controllo dove si possa scatenare l’ira di un individuo o di un branco.

Questo nostro auspicio passa anche dalla riaffermazione sociale del ruolo dell’educatore, docente, maestro, che è sempre più lasciato da solo, in balia anch’esso dei bulli.

Nel corso di quest’anno purtroppo c’è stato un’esplosione di fenomeni di bullismo e violenza con docenti coinvolti, di seguito riporto alcuni recenti episodi: Velletri “Te faccio scioglie in mezzo all’acido, te mando all’ospedale”, queste parole venivano pronunciate, un anno fa, da uno studente di un istituto tecnico di Velletri alla sua professoressa, il video è stato diffuso pochi mesi fa, Modena due studenti, lo scorso ottobre, hanno lanciato due cestini dei rifiuti: uno contro un compagno di classe e un altro contro la professoressa che stava spiegando, Piacenza 30 gennaio studente picchia una professoressa, sempre a gennaio ad Avola 2 casi nelle scuole superiori dove i genitori picchiano i docenti, 1 febbraio Caserta in una scuola superiore un alunno accoltella la sua insegnante di italiano sfregiandole il volto, 10 febbraio Foggia scuola media genitore picchia insegnante, Alessandria lo scorso marzo una supplente disabile è stata derisa e umiliata dagli studenti, anche in questo caso l’episodio è stato filmato con gli smartphone ed è stato diffuso in rete, 5 aprile Palermo Istituto comprensivo, genitore picchia e ferisce professore, 6 aprile Torino Istituto tecnico genitori aggrediscono professore, sempre ad aprile a Lucca iniziava a girare sul web video in cui un alunno umiliava davanti alla classe un docente ed altri compagni filmavano i fatti con uno smartphone, 9 maggio Avellino Istituto tecnico alunno sferra un pugno ad un insegnante.

Il CNDDU vuole ribadire in questo giorno l’importanza dell’istruzione scolastica, affinché attraverso lo studio e la cultura si riesca a spezzare questa opprimente maglia che abbraccia vari aspetti della vita umana: torture religiose, torture a sfondo sessista, razziale, d’opinione e tutte quelle forme di torture psicologiche che colpiscono soprattutto i giovani più deboli e indifesi. Auspichiamo a tal proposito adeguate misure ministeriali e dirigenziali che riescano a regolamentare l’utilizzo dei dispositivi elettronici (smartphone e tablet) in modo da garantire lo sviluppo di una didattica innovativa e laboratoriale e al contempo preservino i minori e il personale educativo e di sorveglianza dalla gogna del web e delle chat private.

Vogliamo a tal proposito dare massima visibilità ad un famoso discorso tenuto da una giovane ragazza pakistana di 16 anni di nome Malala presso il Palazzo di vetro delle Nazioni Unite a New York, dove con una forza dirompente che ha tenuto tutti i grandi capi di Stato e esponenti dei governi di tutto il mondo con il fiato sospeso fino alla fine, ha posto l’attenzione su molti punti fra i quali i giovani, la scuola, la religione e la libertà. Con questa e con altre testimonianze di pari valore noi vogliamo celebrare questo giorno affinché le nuove generazioni siano impegnate attivamente per combattere l’indifferenza e il nichilismo che ci circonda.

Dal discorso di Malala 2013: “Ci sono centinaia di attivisti per i diritti umani e operatori sociali che non solo parlano per i loro diritti, ma che lottano per raggiungere un obiettivo di pace, educazione e uguaglianza. Migliaia di persone sono state uccise dai terroristi e milioni sono stati feriti. Io sono solo uno di loro. Così eccomi qui, una ragazza come tante. Io non parlo per me stesso, ma per dare una voce a coloro che meritano di essere ascoltati. Coloro che hanno lottato per i loro diritti. Per il loro diritto a vivere in pace. Per il loro diritto a essere trattati con dignità. Per il loro diritto alle pari opportunità. Per il loro diritto all’istruzione.”

Pressenza

Meno corruzione dove ci sono più donne al Governo

merkel ditoUn recente rapporto pubblicato su Science Daily evidenzia che ci sia un rapporto inverso tra la partecipazione delle donne alla politica e la corruzione:

“Una maggiore rappresentanza delle donne nel governo è una cattiva notizia per la corruzione”, secondo un nuovo studio pubblicato sul Journal of Economic Behavior & Organization dai ricercatori Chandan Jha del Le Moyne College e Sudipta Sarangi di Virginia Tech.

“In un’analisi transnazionale di oltre 125 paesi, questo studio rileva che la corruzione è più bassa nei paesi in cui una quota maggiore di parlamentari è costituita da donne. Lo studio rileva inoltre che anche la rappresentanza delle donne nella politica locale è importante – la probabilità di dover corrompere è minore nelle regioni con una maggiore rappresentanza delle donne nella politica a livello locale in Europa.

“Questa ricerca sottolinea l’importanza dell’empowerment delle donne, la loro presenza nei ruoli di leadership e la loro rappresentanza nel governo” ha dichiarato Sarangi, professore di economia e responsabile di dipartimento alla Virginia Tech. “Questo è particolarmente importante alla luce del fatto che le donne rimangono sottorappresentate in politica nella maggior parte dei paesi, compresi gli Stati Uniti”.

Mentre il livello di partecipazione delle donne ai parlamenti mondiali è in aumento, rimane comunque al 24%, con ampie variazioni: i paesi scandinavi e l’Islanda oltre il 40%, ; il Bahrein, l’Iran, la Repubblica centrafricana, Haiti e molti altri paesi al di sotto del 10%. L’analisi completa per paese è disponibile sul sito della Banca mondiale.

Gli autori ipotizzano che le donne responsabili delle politiche siano in grado di avere un impatto sulla corruzione perché scelgono politiche diverse da quelle degli uomini. Un ampio corpus di ricerche precedenti dimostra che le donne politiche scelgono politiche che sono più strettamente legate al benessere delle donne, dei bambini e della famiglia”.

Gli autori avvertono anche che la riduzione della corruzione quando più donne partecipano sembra applicarsi solo al governo e al processo decisionale, piuttosto che essere una qualità intrinseca in tutti i settori della vita sociale.

Traduzione dall’inglese di Annalaura Erroi

Silvia Swinden
Pressenza

 

Turchia, elezioni in arrivo: regole e candidati

voto turchiaIl 24 giugno in Turchia si svolgeranno le elezioni politiche e quelle per eleggere il nuovo Presidente della Repubblica. Oltretutto sarà la prima occasione per attivare totalmente il nuovo sistema presidenziale.

Il 17 aprile, durante il suo intervento nel gruppo parlamentare, il segretario generale del Partito del Movimento Nazionalista (MHP), Devlet Bahçeli, ha proposto di anticipare le elezioni politiche. La proposta del nuovo alleato del partito al governo era che si svolgessero il 26 agosto del 2018.

Il giorno dopo, alle ore 13 locali, Bahçeli ed il leader del Partito dello Sviluppo e della Giustizia (AKP) si sono incontrati ad Ankara e all’uscita dell’incontro il Presidente della Repubblica Erdogan ha ufficializzato le elezioni anticipate, proponendo la data del 24 giugno.

Le motivazioni del nuovo alleato

Devlet Bahçeli nel suo discorso ha specificato che la sua proposta si basava sulle seguenti motivazioni: dinamiche internazionali, questioni economiche interne e volontà di tenere solida l’alleanza con il partito al governo. Secondo Bahçeli presto potrebbero avvenire dei cambiamenti importanti a livello internazionale, soprattutto riguardo alle relazioni con altri paesi in merito ai nuovi flussi migratori e alle scelte politiche nel Medio Oriente. Inoltre il leader nazionalista ha specificato che le elezioni anticipate potrebbero avere un senso anche alla luce di un eventuale risultato negativo della coalizione nelle elezioni locali del 31 marzo 2019. Secondo Bahçeli questo è un dettaglio importante, dato che le elezioni politiche avrebbero dovuto svolgersi regolarmente il 3 novembre del 2019, quindi otto mesi dopo quelle amministrative.

Nel suo intervento, Devlet Bahçeli ha proposto le elezioni anticipate a condizione che si acceleri l’approvazione delle leggi necessarie a rendere effettivo il completo funzionamento dei cambiamenti costituzionali previsti nel referendum del 16 aprile 2018. Le leggi in questione riguardano l’elezione del Presidente della Repubblica, dei parlamentari e dei membri del Consiglio Supremo di Giudici e Pubblici Ministeri.

Quali potrebbero essere le vere motivazioni?

La risposta a questa domanda si divide in due macroaree: la situazione nazionale e quella internazionale. Anche se sembrano due aree separate tra loro è inevitabile considerarle insieme.

Una forte crisi economica

In questi ultimi mesi vari esperti si sono espressi a favore dell’idea che sostiene l’arrivo di una forte crisi economica. La motivazione è legata alla costruzione di un’economia non sostenibile, all’aumento del debito pubblico e alla crescente spesa militare.

Infatti, vari parametri dimostrano che l’AKP abbia creato una cultura economica basata sul cemento. Le critiche sulla crescita sproporzionata delle aziende edili e sul consumo del suolo pubblico ovviamente non sono una novità. Le motivazioni iniziali della rivolta popolare più grande della storia della repubblica, Gezi, erano queste. Inoltre le resistenze popolari e giuridiche a numerosi lavori pubblici che danneggiano la natura avevano previsto una conseguenza del genere. Ricordiamo il terzo ponte sul Bosforo, i progetti di gentrificazione a Sulukule e Tarlabasi, oppure le centrali idroelettriche sulla costa del Mar Nero e la speculazione insita nella ricostruzione delle località distrutte dai terremoti oppure dagli scontri tra le forze armate e la guerriglia del PKK a Van, Cizre, Yuksekova, Idil e Sur.

I segni dell’arrivo di una crisi economica si potevano leggere da mesi anche guardando la perdita del valore della Lira turca nei confronti del Dollaro, dell’Euro e della Sterlina. La Lira turca non aveva mai perso così tanto il suo valore nei confronti di queste tre monete straniere. Oggi 1 Euro vale circa 5 Lire, peggio della situazione economica del 2003, l’anno in cui l’AKP arrivò al potere soprattutto “grazie” alla crisi. Inoltre nel 2013 il partito al governo aveva dichiarato che l’obiettivo del valore della moneta locale nei confronti del Dollaro americano era quello di non superare le 2 lire.

Mentre in un intervento pubblico il vice Primo Ministro Mehmet Simsek accettava l’arrivo di una grave crisi economica, il Presidente della Repubblica accusava la Banca Centrale di non seguire i suoi consigli e fare cambiamenti radicali a sua insaputa. Ovviamente le frecciate del Presidente della Repubblica colpivano anche la famosa “lobby degli interessi bancari”. In un suo intervento pubblico a Pendik, il 31 marzo, pronunciava queste parole: “La principale motivazione di una crisi economica è l’aumento degli interessi bancari. Sono le aziende finanziarie e le banche statali a creare un sistema che sabota la stabilità economica”. Esattamente come ha fatto sempre, il governo accusa le “forze straniere” di intervenire negli affari economici e politici della Turchia.

Sarebbe opportuno anche tenere conto delle richieste, da parte di alcune grosse aziende edili come Ulker, Dogus e Unit Investment, di rinegoziare i debiti bancari, e del fallimento del colosso edile Inanlar Insaat. Si tratta di un debito che ammonta a circa 2 miliardi di Euro.

Questa situazione è dovuta soprattutto alla creazione di un sistema economico basato sulla costruzione di grandi opere pubbliche realizzate con enormi debiti bancari presso istituti di credito stranieri.

Il vantaggio dello stato d’emergenza

Ovviamente lo svolgimento delle elezioni in stato d’emergenza è un caso straordinario, che potrebbe diventare un vantaggio per il governo. In meno di due anni, più di centomila persone sono state arrestate: giornalisti, professori, studenti, politici, amministratori locali, imprenditori e soldati.

La Turchia vive in uno stato d’emergenza dal 20 luglio 2016. Dopo il tentato golpe del 15 luglio dello stesso anno, infatti, è stato dichiarato lo stato d’emergenza. Il 16 aprile 2017 si è svolto l’importante referendum costituzionale che ha dato vita al sistema presidenziale. Quindi anche le elezioni che si svolgeranno quest’estate avranno luogo in un momento di coprifuochi, divieti, repressione e tensione. Per dare un esempio, in numerose città sono tuttora in vigore diversi divieti che impediscono lo svolgimento di qualsiasi manifestazione

Novità elettorali

Nelle elezioni del 24 giugno per la prima volta gli elettori voteranno sia il candidato a Presidente della Repubblica, sia il partito politico. Grazie ad un cambiamento legislativo dell’ultima ora, sarà possibile votare anche per le coalizioni. Nel caso in cui nessun candidato ottenesse un voto in più del cinquanta percento del totale dei voti, l’8 luglio si svolgerà il ballottaggio.

Concorrenti

In poco tempo è stata ufficializzata la coalizione “Cumhur” (Repubblica), composta dal partito al governo AKP, il suo nuovo alleato nazionalista MHP ed il terzo alleato ultranazionalista e fondamentalista BBP. Il candidato di quest’alleanza a Presidente della Repubblica è l’attuale presidente, Recep Tayyip Erdogan.

Dall’altra parte è nata l’alleanza di alcuni partiti dell’opposizione. In cima troviamo CHP (Partito Popolare della Repubblica), Iyi Parti (Partito Buono), Saadet Partiti (Partito del Benessere) ed il DP (Demokrat Parti). Questa alleanza si chiama “Millet” (Nazione) e ha più di un candidato. Il CHP corre con il suo parlamentare Muharrem Ince, l’Iyi Parti con la sua segretaria generale Meral Aksener ed il Saadet con il suo presidente Temel Karamollaoglu. Il quarto alleato non propone nessun candidato.

Negli articoli successivi parlerò del periodo elettorale e di ogni singolo candidato.

Murat Cinar
Pressenza

In memoria di Aldo Moro e Peppino Impastato

impastato-moro-corniceIl 9 maggio è la Giornata della memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi. Sono passati 40 anni da quando nello stesso giorno, il 9 maggio 1978, sono stati trovati morti Aldo Moro e Peppino Impastato. Il primo ucciso dai terroristi che volevano abbattere lo Stato e l’altro dalla mafia che si presentava come Stato alternativo.

Di Aldo Moro sono fissate nella memoria collettiva le immagini del corpo fatto ritrovare nel bagagliaio di una R4 rossa a pochi passi dalle sedi dei due partiti popolari italiani del dopoguerra, la DC e il PCI. Di Peppino Impastato furono ritrovati soltanto brandelli del corpo, dilaniato dall’esplosivo, sparsi nel raggio di decine di metri.

Aldo Moro è stato il politico che più di tutti ha cercato di costruire un ponte tra cattolici e comunisti, che ha consentito di approvare riforme importanti per i diritti nel lavoro, nella scuola e nella sanità. Peppino Impastato si è ribellato al sistema mafioso, che abitava a 100 passi di distanza, che permeava la sua famiglia e il suo paese (Cinisi), denunciando gli interessi economici perseguiti dai clan con la connivenza di apparati dello Stato.

Aldo Moro fu tra coloro che scrissero la Costituzione e fu il primo firmatario dell’Ordine del giorno approvato all’unanimità l’11 dicembre del 1947 in cui si dice: “L’Assemblea Costituente esprime il voto che la nuova Carta Costituzionale trovi senza indugio adeguato posto nel quadro didattico della scuola di ogni ordine e grado”. Nel 1958, quando Moro fu nominato Ministro dell’Istruzione, mantenne la promessa Costituzionale e istituì l’insegnamento obbligatorio dell’Educazione Civica nelle scuole medie e superiori. Peppino Impastato è nato nel gennaio del 1948 insieme alla Costituzione della Repubblica Italiana. Nel 1967 partecipò alla “Marcia della protesta e della speranza”, organizzata da Danilo Dolci, dalla Valle del Belice a Palermo, così descritta: “gruppi di giovani, con cartelli inneggianti alla pace e allo sviluppo sociale ed economico della nostra terra, confluiscono con incredibile continuità nella fiumana immensa dei manifestanti”.

Aldo Moro trascorse le ultime settimane di vita in un cubicolo di 2 metri quadrati, senza spazio per camminare. Fu ucciso per una sentenza pronunciata da un sedicente “tribunale del popolo”, che intendeva colpire il cuore dello Stato. Peppino Impastato non sopportava le ingiustizie, soprattutto quelle autorizzate dallo Stato. Negli anni ’70 fu in prima linea nelle lotte contro la speculazione edilizia, l’apertura di cave da riempire di rifiuti, la realizzazione di un villaggio turistico su un terreno demaniale, la costruzione di una nuova pista dell’aeroporto. L’art. 9 della Costituzione stabilisce che la Repubblica “tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”.

Aldo Moro nelle lettere scritte dalla “prigione del popolo” mise a nudo la logica aberrante del potere, con il suo “assurdo e incredibile comportamento”, a tal punto di arrivare a chiedere alla moglie di “rifiutare eventuale medaglia”, essendo ben consapevole della fine. Peppino Impastato contrastò le collusioni della politica con la mafia, con grande creatività, organizzando un carnevale alternativo, con una sfilata di cloni che dileggiavano i potenti del paese e con la trasmissione radiofonica “Onda pazza”, in cui si raccontavano in modo dissacrante le storie di “mafiopoli”.

Il funerale di Aldo Moro venne celebrato senza il corpo dello statista per esplicito volere della famiglia, che non vi partecipò, ritenendo che lo Stato italiano poco o nulla avesse fatto per salvare la sua vita. Al funerale di Peppino Impastato parteciparono migliaia di giovani compagni, nell’indifferenza della gente del paese di Cinisi, nascosta dietro l’omertà delle finestre chiuse. Nelle prime indagini si ipotizzò che Peppino Impastato fosse saltato in aria mentre stava compiendo un attentato. In nome del popolo italiano furono i giudici Rocco Chinnici e Antonino Caponnetto a riconoscere la matrice mafiosa dell’omicidio di Peppino Impastato.

Aldo Moro fu rapito mentre si stava recando in Parlamento, il giorno della presentazione del nuovo Governo, sostenuto da un’alleanza innovativa, che si era “tanto impegnato a costruire”. Il 6 maggio 1978 il gruppo politico di Peppino Impastato, con riferimento ad Aldo Moro, diffuse nel paese di Cinisi un volantino in cui si leggeva: “Di fronte alla possibilità, che trapela dal modo in cui si conclude il comunicato delle B.R., che l’assurda condanna a morte non sia stata ancora eseguita, rivolgiamo un ultimo appello alla trattativa in nome della vita e per la difesa del diritto a lottare delle masse popolari”. Peppino Impastato, candidato nella lista di Democrazia Proletaria, alle elezioni del 14 maggio 1978 fu eletto consigliere comunale da morto.

Le immagini di Aldo Moro e di Peppino Impastato, persone molto diverse, per una coincidenza di data, per un destino che li accomuna, tendono ad avvicinarsi. Tutti noi siamo in debito verso entrambi, uomini coerenti e attenti al nuovo che avanza, assetati di giustizia e con la voglia di cambiare, ognuno nel proprio contesto, al di fuori e dentro le istituzioni.

Aldo Moro scrisse che commemorare significa “non solo ricordare insieme, ma ricordare rendendo nuovamente attuale” e parlò della necessità di “pulire il futuro”.

Oggi sarebbe un segno dei tempi se un Comune italiano intitolasse una via ad “Aldo Moro e Peppino Impastato”, uniti nella memoria. Facile immaginare che quella strada ogni anno il 9 maggio sarebbe inondata da tanti giovani, per rendere vive le vittime della violenza, per promettere impegno e dare gambe a quelle speranze che Aldo Moro e Peppino Impastato hanno cercato di realizzare.

Rocco Artifoni
Pressenza

Gaza, continua la marcia
per i diritti negati

gaza marcia per i diritti

Su Gaza City i droni ronzano in continuazione e volano bassi fin dall’alba. Notizie telefoniche c’informano che volano bassi  in tutta la Striscia. Non è un buon segno. Oggi è il quarto venerdì della grande marcia del ritorno e i palestinesi hanno promesso molte sorprese per questa quarta giornata, forse i droni sono particolarmente attivi per questo.

In realtà le sorprese degli organizzatori della marcia  attingono tutte alla creatività tipica della sfera della nonviolenza. Ma mentre scriviamo Israele ha già fatto il primo martire. Un colpo di precisione ha fatto saltare parte della scatola cranica a un giovane manifestante. Un colpo da killer professionista. Così Ahmed Nabil Akel, un ragazzo di 24 anni, ha smesso di vivere intorno alle 12,30, ora locale, e da giovane scanzonato e sempre pronto al sorriso, come ci viene descritto, si è trasformato nel primo martire del 4° giorno. Dire il primo martire, lo ricordiamo, è diverso dal dire la prima vittima, perché un uomo assassinato è una vittima, ma se questo viene assassinato mentre manifesta per i diritti della sua collettività diventa un martire. Questo ci ricordano sempre i palestinesi e vogliamo riportare il loro pensiero perché spiega bene quel che in occidente sembra difficile capire.

Mentre scriviamo la marcia continua, anche se il giovane Ahmed è stato assassinato e parecchi altri manifestanti sono stati feriti, e intanto, minuto per minuto scopriamo le sorprese preparate dagli organizzatori. Sono sorprese che ricordano quel vecchio sogno che tanti anni fa faceva scrivere sui muri delle università italiane. “l’immaginazione al potere”. Sarebbe stato bello, ma non andò così. E anche qui, mentre vediamo aquiloni colorati, o una pseudo mongolfiera piena di messaggi d’amore che cerca di scavalcare i confini per portare quei  messaggi a un detenuto chiuso in galera da una ventina d’anni, o un divertito e divertente servizio di “contro lancio gaz” o i volantini palestinesi che ricalcano ironicamente quelli israeliani invitando i soldati a tornare a casa e a non credere ai loro governanti ed altre trovate simili che ricordano la creatività del movimento italiano del “77, i proiettili e tear gas fanno il loro lavoro ma non fermano le migliaia di persone che con carretti e automobili, moto e furgoncini, vanno a unirsi al “popolo delle tende” che staziona fisso lungo il confine e che ha attrezzato le cinque aree delle manifestazioni con servizi di piccolo ristoro, librerie e luoghi per conferenze e spettacoli che andranno avanti fino al 15 maggio, giorno della Naqba,  in cui la grande marcia si concluderà.

Intanto i droni si moltiplicano e seguitano a volare bassi e i proiettili lungo la zona della marcia seguitano a  cadere come risposta a una manifestazione pacifica cui partecipano migliaia  di famiglie. Quanti feriti ci saranno oggi? colpiti opportunamente dai proiettili per restare invalidi, o intossicati dai gas micidiali che Israele può usare liberamente? Il bilancio lo farà stasera il Ministero della Salute.

Noi sappiamo che le istituzioni internazionali hanno una grande responsabilità, quella di non costringere Israele a rispettare il Diritto internazionale e il Diritto umanitario, unica possibilità per arrivare alla fine dei massacri e fermare l’incremento dell’odio che assedio e occupazione portano con sé.

A tal proposito è di ieri  la notizia che il Parlamento europeo ha votato una risoluzione che risulta  incredibile  fino all’assurdo per chi conosce la situazione dall’interno. Di fatto il Parlamento Europeo ha  condannato non Israele, bensì  i palestinesi che marciano per chiedere il rispetto dei loro diritti. Lo ha fatto attribuendo al partito al potere nella Striscia di Gaza, cioè Hamas, la colpa di essere l’ispiratore della manifestazione, senza dimenticare, ovviamente, di attribuirgli l’epiteto di terrorista secondo i canoni fedeli alla narrativa israeliana, quella che si serve del potere evocativo di alcune parole dopo avergli costruito intorno un ricco corollario. Vedasi, ad esempio, “sicurezza per Israele”, locuzione capace di giustificare ogni crimine israeliano, o Hamas, nome di un’organizzazione politica cui è subliminalmente connesso l’aggettivo di terrorista anche quando lo si ritiene ispiratore e organizzatore di una grande iniziativa basata sulla nonviolenza.

Ma il Parlamento europeo, nel gioco cerchiobottista che confonde ulteriormente la realtà, dopo aver condannato Hamas e con esso i  i palestinesi rei di chiedere il rispetto del Diritto internazionale, ha anche dato  uno schiaffetto sulle mani a Israele perché alla richiesta palestinese di rispettare le Risoluzioni Onu ha risposto in modo un po’ troppo duro, causando in sole tre manifestazioni, 32 martiri e quasi 3000 feriti. Se Israele si fosse contenuto nel numero di uccisi e feriti, cosa che forse ora farà, non ci sarebbe stato motivo di rimprovero! Non è gratificante né tanto meno rassicurante vedere che uno degli organi fondamentali  del Diritto internazionale si flette in tal modo annichilendo l’essenza stessa del Diritto.

Ma i palestinesi di Gaza non si sconvolgono per questo, e qui sta il significato forte di questa grande marcia. Loro ormai hanno deciso, e lo ripetono spesso, che non hanno più niente da perdere, che è meglio morire in piedi che vivere in ginocchio. Che chi muore in questa impresa passa il testimone a chi resta, ed è questo Israele non riesce a capire e crede ancora di spezzare la resistenza seguitando a violare il diritto universale.

Israele non ha capito che i martiri sono “testimoni” e non tolgono forza alla resistenza ma ne aggiungono. Tanto il governo che il parlamento israeliani  pare non abbiano capito che nonostante l’enorme e continuo uso della forza per tacitare il Diritto, questo Stato e i suoi rappresentanti  potranno solo restare impuniti per i crimini commessi, ma dovranno vivere nell’incubo di un’ipotetica vendetta.

In ogni casa palestinese c’è la foto di un martire. Un martire per cui non c’è stata giustizia. Questa è la condanna a cui Israele non può sottrarsi e che prima o poi si troverà a dover affrontare.

Patrizia Cecconi

Pressenza