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Trump dopo Trump

È completamente sbagliato a mio parere considerare semplicemente Trump come un problema – certo gravissimo – da quale dobbiamo liberarci per raddrizzare il corso della Storia. Bisogna che cominciamo a porci questo problema. Certamente prima ce ne liberemo meglio sarà, ma the Donald sta introducendo cambiamenti che in qualsiasi caso trasformeranno in modi duraturi, che lo vogliamo o no (lo vogliano o no gli americani), la mentalità della gente, i comportamenti, le dinamiche sociali, la giustizia, l’economia degli Stati Uniti, e la situazione mondiale.

Il ragionamento che voglio fare è altamente ipotetico, e senza dubbio opinabile da molti punti di vista, perché nessuno ha la sfera di cristallo per vedere il futuro.

Tutti gli eventi storici lasciano un segno irreversibile, perché sono generati da processi estremamente complessi, da problemi che evolvono, da nodi che vengono al pettine, da contraddizioni che si aggravano, da comportamenti di masse di persone (sulla dinamica delle masse hanno scritto studiosi autorevoli), da cambiamenti di mentalità, e via discorrendo.

Per fare un esempio, il fascismo in Italia non è stata una parentesi, ha avuto complesse radici economiche e sociali, e ha lasciato un segno indelebile, ci ha lasciato comunque un’eredità che pesa ancora. Oggi ci stupiamo che negli anni ’20 e ’30 in Italia “tutti” fossero fascisti; come ci stupiamo che in Germania “nessuno” vedesse i delitti di Hitler e del nazismo. Sperando di non venire frainteso, direi che il fascismo ha cambiato l’Italia nel male e nel bene. Non è necessario che mi dilunghi sul male. Ma il fascismo anticipò quell’intervento dello Stato nell’economia che sarebbe poi diventato una caratteristica generale dello Stato moderno: per fare solo un esempio, l’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale) fu istituito nel 1933 per salvare le prime 3 banche italiane, due mesi dopo Roosevelt copiò l’idea, poi giocò un ruolo fondamentale nella ricostruzione postbellica, ed è stato sciolto solo nel 2002. Il fascismo creò il CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche). In ogni caso, non ci siamo mai veramente “liberati” dal fascismo, basti pensare che la burocrazia italiana è rimasta quella e ha continuato (e continua) a condizionare pesantemente il nostro Paese.

Veniamo a Trump. Tutti sappiamo che per lui ha votato metà degli elettori degli Stati Uniti (per quanto nella “più grande democrazia del mondo” viga un sistema elettorale arcaico, è normale un astensionismo del 60%! Hillary aveva riscosso la maggioranza dei voti. E poi Trump denuncia la “dittatura” in Venezuela!). E dobbiamo constatare che a due anni dal suo insediamento le sue posizioni, che denunciamo come folli, raccolgono l’appoggio di una fetta molto grande della popolazione. Insomma, la trasformazione radicale era già in atto, la spaccatura della società statunitense è stata solo sancita dal voto (in realtà le spaccature sono molteplici, basti pensare a quella razziale che è riflessa molto parzialmente dal voto, poiché non sono molti gli afroamericani che possono esercitarlo, nella sostanza sono esclusi dalle scelte politiche).

Da un lato quindi Trump sta dando voce a una parte della società americana, e se pure non avesse vinto questa spaccatura avrebbe agito, anche se in modo diverso: ma il fatto che abbia avuto voce radicherà molte delle trasformazioni che Trump sta introducendo. In questi giorni egli sta sostituendo un giudice della Corte Suprema, che così virerà decisamente a destra per un tempo lunghissimo (i giudici della Corte Suprema rimangono a vita): saranno a rischio l’aborto e altri diritti civili. Se Trump non fosse stato Presidente è presumibile che il nuovo giudice sarebbe stato un altro e le cose avrebbero avuto parzialmente un altro corso.

The Donald sta cambiando in modo radicale la questione – la percezione stessa – dell’immigrazione: sono convinto che qualsiasi sarà il suo successore difficilmente potrà ripristinare la situazione precedente (ammesso che lo voglia: spesso fa comodo che qualcun altro faccia il lavoro sporco). In questi due anni anche la mentalità della popolazione degli Stati Uniti sta cambiando profondamente (come da noi Salvini sta esasperando strumentalmente problemi che si erano esacerbati ben prima di lui, basti pensare come Minniti un anno fa cambiò la mentalità e la sensibilità degli italiani con la montatura delle accuse alle ONG).

Mi fermo a questi cenni perché non ho le conoscenze della società statunitense sufficienti per analizzare altri cambiamenti interni introdotti da the Donald.

Ma veniamo alla situazione internazionale, che noi percepiamo più direttamente dei problemi interni agli USA. Che segni lascerà la guerra commerciale sferrata da Trump? Come cambieranno i rapporti geopolitici? Ovviamente sarà difficile discernere in futuro le mosse di Trump dalle reazioni che avranno gli altri Stati, ma il dado è tratto, e le cose non potranno comunque tornare “come prima”. Si pensi del resto che la politica della NATO di espansione, accerchiamento della Russia, e intervento militare in teatri extra europei era stata promossa dal suo predecessore, il Nobel per la Pace Obama.

La politica di Trump sta portando a conseguenze estreme contraddizioni con gli “alleati” che covavano da tempo, risalenti in sostanza alla subalternità accettata dal dopoguerra dagli europei, che dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale era mascherata dalla difesa contro la “minaccia comunista”, ma dopo la scomparsa dell’Unione Sovietica ha messo a nudo in modo sempre più grave la mancanza di una vera politica estera da parte dei Paesi europei!

Questo è vero anche per quanto poi riguarda gli armamenti nucleari, per i quali Trump ha solo esasperato un tendenza che si era già sviluppata in modo estremamente minaccioso ad opera del … Nobel per la pace Obama, il quale aveva varato un mega-programma di modernizzazione: la famigerata bomba termonucleare B-61-12 e l’F-35 sono precedenti alla presidenza Trump.

Insomma, sia l’esasperazione di scelte che Trump ha ereditato dalle amministrazioni precedenti, sia le sue virate originali lasceranno un segno sulla situazione degli Stati Uniti, e del Mondo.

Angelo Baracca
Pressenza

Dall’ignoranza non nasce un mondo migliore, ma solo sofferenza

valentino giacominValentino Giacomin è un maestro elementare del trevigiano, che a metà degli anni ’80 mette in pratica un metodo educativo in alcune scuole elementari del nord Italia, che prenderà il nome di progetto Alice. Insieme alla sua collega Luigina De Biasi, sperimenta il metodo basato sulla autoconsapevolezza dei bambini integrandola alle materie di insegnamento. Dopo dieci anni circa di lavoro dopo un incontro con il XIV Dalai Lama decide di proseguire il suo lavoro in India, lavoro che è diventato capillare nelle zone più svantaggiate dell’India, adattandolo alle esigenze scolastiche del posto. Il Progetto Alice si presenta come una proposta educativa per le società pluraliste e multireligiose con lo scopo di:

1realizzare delle esperienze e delle ricerche per un’Educazione Integrata nella scuola primaria, secondaria e superiore nei villaggi rurali di tre degli stati più problematici dell’India (Bihar, Uttar Pradesh e Arunachal Pradesh); 

2. offrire un’educazione e istruzione di alta qualità anche alle categorie meno abbienti;

3. rispondere alle esigenze delle moderne società multiculturali, multietniche e plurireligiose. Il concetto base riguarda la ricerca dell’Unità, oltre le divisioni create dalle nazionalità, dalle tradizioni, dalle religioni per educare gli studenti ad una pacifica convivenza nelle società multiculturali e pluraliste.

L’obiettivo non si ferma all’aspetto sociale, ma coinvolge anche la Persona nella relazione con se stessa. Di qui, la ricerca di una Unità psicologica, al di là delle divisioni create dalla mente conflittuale che impedisce la realizzazione di una personalità armonica.

Ci può parlare del Progetto Alice, di come è nato e si  è sviluppato?

Trent’anni fa, quando lavoravo nella scuola pubblica, constatai che ogni anno i nuovi studenti si differenziavano dai precedenti manifestando sintomi di disagio più seri: indisciplina, scarsa attenzione, etc. Che fare? Come reagire? Quali interventi didattico-educativi proporre per fare fronte a questo trend negativo? I miei colleghi suggerivano risposte relative ad un cambiamento di metodo. Insomma, per loro si trattava di un problema di approccio didattico. Riflettei a lungo e arrivai all’intuizione che il disagio non era in relazione alla didattica, ma alla visione educativa, al  paradigma seguito nelle scuole. Un paradigma non olistico, che non aiuta gli studenti ad integrarsi con gli altri e con se stessi, che favorisce l’alienazione e, quindi, il disagio e l’infelicità.

Un paradigma fondato su una discutibile (per non dire “errata”) visione della realtà. In sintesi, non insegniamo la verità ai nostri studenti, ma li convinciamo a prendere per vere le nostre (e loro) proiezioni. Portiamo spesso l’esempio dell’albero per far comprendere questo concetto. Alla  scuola materna l’insegnante convince i suoi alunni  che un albero è diviso in tre parti: radici, fusto, foglie. Nessuno dubita di questa ‘verità’. Ma esiste veramente un albero diviso in tre parti? Esiste convenzionalmente, concettalmente, ma non oggettivamente. Un albero diviso ( come le nazioni, i nomi, gli aggettivi, le classificazioni…) è una realtà mentale che non può essere trovata al di fuori del nostro pensiero. L’abero diviso “là fuori” è solo Maya (per gli Orientali), una illusione. Che cosa succede se gli studenti non vengono informati di questo inganno ontologico (”inganno conoscitivo”)?

La nostra ipotesi: gli studenti reagiranno con il rifiuto della scuola, il disinteresse, l’aggressività, l’indisciplina, la mancanza di rispetto verso l’insegnante…

Il perché è comprensibile: la scuola non offre saggezza, ma alimenta, in un certo senso, l’ignoranza. Dall’ignoranza non può nascere un mondo migliore, ma solo sofferenza.

Così, iniziai, nella scuola pubblica, una ricerca, una sperimentazione didattico-educativa che “conclusi” con la pensione.

Qual è stata la ragione per cui il progetto Alice ha avuto seguito in India?

Lasciato il mondo della scuola, mi dedicai al giornalismo. Per un “caso” fortuito, ebbi modo di incontrare il Dalai Lama e mi venne spontanea una domanda: “Che cosa mi suggerisce per rendere la mia vita significativa?” Il Dalai Lama chiese di dargli tempo per la risposta, che arrivò dopo alcuni giorni:”Giornalismo? Un pò negativo. Educazione: eccellente, eccellente, eccellente! Cosi’ venga in India …”

Seguii il consiglio, spendendo tutto quello che avevo per iniziare l’avventura straordinaria di Alice, nel 1994.

 Il progetto Alice nasce in Italia; L’Italia può essere un contesto favorevole per ricominciare da un sistema educativo consapevole?

È vero. Il Progetto Alice nacque in Italia circa 30 anni fa. Venne sperimentato per cinque anni nella scuola pubblica, dopo essere stato approvato dal Collegio docenti e dai genitori degli alunni. Ricordo che proposi due training per gli insegnanti di due plessi scolastici: Valdobbiadene e Villorba (provincia di Treviso). Una rivoluzione per quei tempi! Ma  tutto si fermò lì senza un seguito, purtroppo. Ora credo siano maturate le condizioni per un “ritorno” alle …radici. La scuola italiana sta attraversando una crisi senza precedenti e l’unica soluzione è la proposta di un nuovo paradigma educativo (simile a quello già sperimentato di Alice), ben lontano dalla “Buona scuola” di recente … invenzione.

Cosa percepisce negli occhi degli studenti dopo anni di insegnamento?

Rispondo con le parole del Dalai Lama e di tutti quelli che incontrano i nostri studenti: “Gioia e self confidence”. Per questo, alcuni hanno definito Alice come la “scuola della felicità”.

Cosa significa per lei il premio che riceverà al Festival per l’ambiente e l’incontro tra i popoli di oggi?

Non ho mai avuto aspettative per quanto riguarda  il mio lavoro, per evitare delusioni. Io  credo che le cose buone siano in grado di promuoversi da se’, prima o poi. Il Festival per l’Ambiente forse non si aspetta di sentire … la campana di  Alice che suona in  modo forse non in totale sintonia con le intenzioni e idée degli organizzatori. Dico “forse”. Come accennato sopra, noi andiamo alla radice dei problemi, delle guerre, dei conflitti, dell’inquinamento…  E siamo convinti che l’origine della sofferenza sia la nostra ignoranza. Quindi, a chi fa manifestazioni per la pace, per l’ecologia… chiediamo: “Hai fatto pace con te stesso?”. Oppure, “Hai bonificato la tua mente dai difetti mentali?”

Comunque, sono grato a chi ha scelto di premiare Alice dandoci, così,  l’opportunità di presentare un “punto di vista diverso” per affrontare i grandi temi, i drammi di questo secolo così tormentato e … borderline….

Maggiori info: Alice project

Tatiana Boretti
Redazione Pressenza

Regeni, inganno delle immagini delle telecamere della metro del Cairo

Incomplete o manomesse? O incomplete perché manomesse?

striscione-regeniDi certo, quelle immagini che la procura del Cairo aveva messo a disposizione di quella di Roma con enorme ritardo (la prima promessa di consegnarle risaliva al 25 luglio 2016), non contengono nulla che possa chiarire cosa successe a Giulio Regeni dopo che uscì dalla sua abitazione al Cairo, al tramonto del 25 gennaio 2016, destinato a una festa di compleanno cui mai arrivò.

Le telecamere a circuito chiuso avrebbero forse potuto, se il loro contenuto fosse stato messo a disposizione immediatamente, mostrare Giulio venire avvicinato e poi rapito nella stazione d’ingresso o in quella di uscita della linea 2 della metropolitana del Cairo, o nelle loro prossimità.

Invece, come scrive la procura di Roma in un comunicato sottoscritto anche da quella del Cairo, non solo nelle poche immagini messe a disposizione (il cinque per cento di quelle riprese dalle telecamere interne alla linea 2 il 25 gennaio 2016) non si vede mai Giulio ma ci sono diversi “buchi temporali in cui non vi sono né video né immagini”.

Insomma, per farla breve, dopo 29 mesi di quelle immagini non è emerso “alcun materiale di interesse investigativo”.

E bisognerà capire il perché di quei “buchi temporali”. Dunque, indagini sulle indagini. E perdite di tempo, cui le autorità del Cairo ci hanno abituato da due anni e mezzo.

Riccardo Noury
Redazione Pressenza

Giornata Internazionale per Vittime Tortura

tortura 2Il Coordinamento Nazionale Docenti della Disciplina dei Diritti Umani vuole porre l’attenzione sulla Giornata Internazionale in favore delle Vittime della Tortura che proprio il prossimo 26 giugno compie 20 anni da quando fu istituita dell’Assemblea Generale dell’ONU.

Tale ricorrenza è ancor più importante in quanto il 10 dicembre 2018 si celebrerà il 70° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani che all’articolo 5 sancisce “nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura, a trattamenti o a punizioni crudeli, inumani o degradanti”.

Purtroppo ancora oggi in molti paesi si assiste a persecuzioni, genocidi e crimini di guerra, abusi e torture. Le persecuzioni inflitte spesso sono perpetrate verso gruppi o persone “contro” in genere non allineate con il potere anche solo ideologicamente. I regimi sia politici, etnici, che religiosi per sopravvivere avranno sempre bisogno del “consenso” anche se ottenuto con la paura e con pratiche disumane e aberranti come la tortura.

Fra pochi giorni ricorrerà un’altra importante data: il 5 luglio prossimo l’Italia, nazione di Cesare Beccaria, che già nel 1764 scriveva e combatteva contro la pena di morte e tortura nel libro Dei delitti e delle pene, potrà vantare di aver introdotto nel suo codice penale il reato di tortura.

In questo comunicato si vuole far focalizzare l’attenzione del mondo della scuola su alcune forme di tortura dei nostri tempi: le “psico torture”. Si è passati infatti dalle torture rosse, dove il rosso evoca il colore del sangue, alle torture bianche dei giorni nostri, che non sono da meno a quelle perpetrate in passato. Assistiamo quotidianamente a episodi di mobbing, di minacce verbali, sessuali, bullismo e altri fenomeni che creano, in chi li subisce degli stati depressivi e ansiosi, assimilabili a delle vere e proprie torture.

All’interno di questo vasto campo delle torture bianche, noi, come docenti volevamo evidenziare la questione del bullismo all’interno delle scuole. È infatti l’ISTAT a lanciare un grido d’allarme, dove in un recente studio, segnala che un ragazzino su due in età tra gli 11 e i 17 anni è vittima di bullismo. Per questo motivo è necessario che scuole, famiglie e forze dell’ordine lavorino in sinergia per educare e controllare i comportamenti dei ragazzi sia reali che virtuali per far si che non si creino spazi liberi senza controllo dove si possa scatenare l’ira di un individuo o di un branco.

Questo nostro auspicio passa anche dalla riaffermazione sociale del ruolo dell’educatore, docente, maestro, che è sempre più lasciato da solo, in balia anch’esso dei bulli.

Nel corso di quest’anno purtroppo c’è stato un’esplosione di fenomeni di bullismo e violenza con docenti coinvolti, di seguito riporto alcuni recenti episodi: Velletri “Te faccio scioglie in mezzo all’acido, te mando all’ospedale”, queste parole venivano pronunciate, un anno fa, da uno studente di un istituto tecnico di Velletri alla sua professoressa, il video è stato diffuso pochi mesi fa, Modena due studenti, lo scorso ottobre, hanno lanciato due cestini dei rifiuti: uno contro un compagno di classe e un altro contro la professoressa che stava spiegando, Piacenza 30 gennaio studente picchia una professoressa, sempre a gennaio ad Avola 2 casi nelle scuole superiori dove i genitori picchiano i docenti, 1 febbraio Caserta in una scuola superiore un alunno accoltella la sua insegnante di italiano sfregiandole il volto, 10 febbraio Foggia scuola media genitore picchia insegnante, Alessandria lo scorso marzo una supplente disabile è stata derisa e umiliata dagli studenti, anche in questo caso l’episodio è stato filmato con gli smartphone ed è stato diffuso in rete, 5 aprile Palermo Istituto comprensivo, genitore picchia e ferisce professore, 6 aprile Torino Istituto tecnico genitori aggrediscono professore, sempre ad aprile a Lucca iniziava a girare sul web video in cui un alunno umiliava davanti alla classe un docente ed altri compagni filmavano i fatti con uno smartphone, 9 maggio Avellino Istituto tecnico alunno sferra un pugno ad un insegnante.

Il CNDDU vuole ribadire in questo giorno l’importanza dell’istruzione scolastica, affinché attraverso lo studio e la cultura si riesca a spezzare questa opprimente maglia che abbraccia vari aspetti della vita umana: torture religiose, torture a sfondo sessista, razziale, d’opinione e tutte quelle forme di torture psicologiche che colpiscono soprattutto i giovani più deboli e indifesi. Auspichiamo a tal proposito adeguate misure ministeriali e dirigenziali che riescano a regolamentare l’utilizzo dei dispositivi elettronici (smartphone e tablet) in modo da garantire lo sviluppo di una didattica innovativa e laboratoriale e al contempo preservino i minori e il personale educativo e di sorveglianza dalla gogna del web e delle chat private.

Vogliamo a tal proposito dare massima visibilità ad un famoso discorso tenuto da una giovane ragazza pakistana di 16 anni di nome Malala presso il Palazzo di vetro delle Nazioni Unite a New York, dove con una forza dirompente che ha tenuto tutti i grandi capi di Stato e esponenti dei governi di tutto il mondo con il fiato sospeso fino alla fine, ha posto l’attenzione su molti punti fra i quali i giovani, la scuola, la religione e la libertà. Con questa e con altre testimonianze di pari valore noi vogliamo celebrare questo giorno affinché le nuove generazioni siano impegnate attivamente per combattere l’indifferenza e il nichilismo che ci circonda.

Dal discorso di Malala 2013: “Ci sono centinaia di attivisti per i diritti umani e operatori sociali che non solo parlano per i loro diritti, ma che lottano per raggiungere un obiettivo di pace, educazione e uguaglianza. Migliaia di persone sono state uccise dai terroristi e milioni sono stati feriti. Io sono solo uno di loro. Così eccomi qui, una ragazza come tante. Io non parlo per me stesso, ma per dare una voce a coloro che meritano di essere ascoltati. Coloro che hanno lottato per i loro diritti. Per il loro diritto a vivere in pace. Per il loro diritto a essere trattati con dignità. Per il loro diritto alle pari opportunità. Per il loro diritto all’istruzione.”

Pressenza

Meno corruzione dove ci sono più donne al Governo

merkel ditoUn recente rapporto pubblicato su Science Daily evidenzia che ci sia un rapporto inverso tra la partecipazione delle donne alla politica e la corruzione:

“Una maggiore rappresentanza delle donne nel governo è una cattiva notizia per la corruzione”, secondo un nuovo studio pubblicato sul Journal of Economic Behavior & Organization dai ricercatori Chandan Jha del Le Moyne College e Sudipta Sarangi di Virginia Tech.

“In un’analisi transnazionale di oltre 125 paesi, questo studio rileva che la corruzione è più bassa nei paesi in cui una quota maggiore di parlamentari è costituita da donne. Lo studio rileva inoltre che anche la rappresentanza delle donne nella politica locale è importante – la probabilità di dover corrompere è minore nelle regioni con una maggiore rappresentanza delle donne nella politica a livello locale in Europa.

“Questa ricerca sottolinea l’importanza dell’empowerment delle donne, la loro presenza nei ruoli di leadership e la loro rappresentanza nel governo” ha dichiarato Sarangi, professore di economia e responsabile di dipartimento alla Virginia Tech. “Questo è particolarmente importante alla luce del fatto che le donne rimangono sottorappresentate in politica nella maggior parte dei paesi, compresi gli Stati Uniti”.

Mentre il livello di partecipazione delle donne ai parlamenti mondiali è in aumento, rimane comunque al 24%, con ampie variazioni: i paesi scandinavi e l’Islanda oltre il 40%, ; il Bahrein, l’Iran, la Repubblica centrafricana, Haiti e molti altri paesi al di sotto del 10%. L’analisi completa per paese è disponibile sul sito della Banca mondiale.

Gli autori ipotizzano che le donne responsabili delle politiche siano in grado di avere un impatto sulla corruzione perché scelgono politiche diverse da quelle degli uomini. Un ampio corpus di ricerche precedenti dimostra che le donne politiche scelgono politiche che sono più strettamente legate al benessere delle donne, dei bambini e della famiglia”.

Gli autori avvertono anche che la riduzione della corruzione quando più donne partecipano sembra applicarsi solo al governo e al processo decisionale, piuttosto che essere una qualità intrinseca in tutti i settori della vita sociale.

Traduzione dall’inglese di Annalaura Erroi

Silvia Swinden
Pressenza

 

Turchia, elezioni in arrivo: regole e candidati

voto turchiaIl 24 giugno in Turchia si svolgeranno le elezioni politiche e quelle per eleggere il nuovo Presidente della Repubblica. Oltretutto sarà la prima occasione per attivare totalmente il nuovo sistema presidenziale.

Il 17 aprile, durante il suo intervento nel gruppo parlamentare, il segretario generale del Partito del Movimento Nazionalista (MHP), Devlet Bahçeli, ha proposto di anticipare le elezioni politiche. La proposta del nuovo alleato del partito al governo era che si svolgessero il 26 agosto del 2018.

Il giorno dopo, alle ore 13 locali, Bahçeli ed il leader del Partito dello Sviluppo e della Giustizia (AKP) si sono incontrati ad Ankara e all’uscita dell’incontro il Presidente della Repubblica Erdogan ha ufficializzato le elezioni anticipate, proponendo la data del 24 giugno.

Le motivazioni del nuovo alleato

Devlet Bahçeli nel suo discorso ha specificato che la sua proposta si basava sulle seguenti motivazioni: dinamiche internazionali, questioni economiche interne e volontà di tenere solida l’alleanza con il partito al governo. Secondo Bahçeli presto potrebbero avvenire dei cambiamenti importanti a livello internazionale, soprattutto riguardo alle relazioni con altri paesi in merito ai nuovi flussi migratori e alle scelte politiche nel Medio Oriente. Inoltre il leader nazionalista ha specificato che le elezioni anticipate potrebbero avere un senso anche alla luce di un eventuale risultato negativo della coalizione nelle elezioni locali del 31 marzo 2019. Secondo Bahçeli questo è un dettaglio importante, dato che le elezioni politiche avrebbero dovuto svolgersi regolarmente il 3 novembre del 2019, quindi otto mesi dopo quelle amministrative.

Nel suo intervento, Devlet Bahçeli ha proposto le elezioni anticipate a condizione che si acceleri l’approvazione delle leggi necessarie a rendere effettivo il completo funzionamento dei cambiamenti costituzionali previsti nel referendum del 16 aprile 2018. Le leggi in questione riguardano l’elezione del Presidente della Repubblica, dei parlamentari e dei membri del Consiglio Supremo di Giudici e Pubblici Ministeri.

Quali potrebbero essere le vere motivazioni?

La risposta a questa domanda si divide in due macroaree: la situazione nazionale e quella internazionale. Anche se sembrano due aree separate tra loro è inevitabile considerarle insieme.

Una forte crisi economica

In questi ultimi mesi vari esperti si sono espressi a favore dell’idea che sostiene l’arrivo di una forte crisi economica. La motivazione è legata alla costruzione di un’economia non sostenibile, all’aumento del debito pubblico e alla crescente spesa militare.

Infatti, vari parametri dimostrano che l’AKP abbia creato una cultura economica basata sul cemento. Le critiche sulla crescita sproporzionata delle aziende edili e sul consumo del suolo pubblico ovviamente non sono una novità. Le motivazioni iniziali della rivolta popolare più grande della storia della repubblica, Gezi, erano queste. Inoltre le resistenze popolari e giuridiche a numerosi lavori pubblici che danneggiano la natura avevano previsto una conseguenza del genere. Ricordiamo il terzo ponte sul Bosforo, i progetti di gentrificazione a Sulukule e Tarlabasi, oppure le centrali idroelettriche sulla costa del Mar Nero e la speculazione insita nella ricostruzione delle località distrutte dai terremoti oppure dagli scontri tra le forze armate e la guerriglia del PKK a Van, Cizre, Yuksekova, Idil e Sur.

I segni dell’arrivo di una crisi economica si potevano leggere da mesi anche guardando la perdita del valore della Lira turca nei confronti del Dollaro, dell’Euro e della Sterlina. La Lira turca non aveva mai perso così tanto il suo valore nei confronti di queste tre monete straniere. Oggi 1 Euro vale circa 5 Lire, peggio della situazione economica del 2003, l’anno in cui l’AKP arrivò al potere soprattutto “grazie” alla crisi. Inoltre nel 2013 il partito al governo aveva dichiarato che l’obiettivo del valore della moneta locale nei confronti del Dollaro americano era quello di non superare le 2 lire.

Mentre in un intervento pubblico il vice Primo Ministro Mehmet Simsek accettava l’arrivo di una grave crisi economica, il Presidente della Repubblica accusava la Banca Centrale di non seguire i suoi consigli e fare cambiamenti radicali a sua insaputa. Ovviamente le frecciate del Presidente della Repubblica colpivano anche la famosa “lobby degli interessi bancari”. In un suo intervento pubblico a Pendik, il 31 marzo, pronunciava queste parole: “La principale motivazione di una crisi economica è l’aumento degli interessi bancari. Sono le aziende finanziarie e le banche statali a creare un sistema che sabota la stabilità economica”. Esattamente come ha fatto sempre, il governo accusa le “forze straniere” di intervenire negli affari economici e politici della Turchia.

Sarebbe opportuno anche tenere conto delle richieste, da parte di alcune grosse aziende edili come Ulker, Dogus e Unit Investment, di rinegoziare i debiti bancari, e del fallimento del colosso edile Inanlar Insaat. Si tratta di un debito che ammonta a circa 2 miliardi di Euro.

Questa situazione è dovuta soprattutto alla creazione di un sistema economico basato sulla costruzione di grandi opere pubbliche realizzate con enormi debiti bancari presso istituti di credito stranieri.

Il vantaggio dello stato d’emergenza

Ovviamente lo svolgimento delle elezioni in stato d’emergenza è un caso straordinario, che potrebbe diventare un vantaggio per il governo. In meno di due anni, più di centomila persone sono state arrestate: giornalisti, professori, studenti, politici, amministratori locali, imprenditori e soldati.

La Turchia vive in uno stato d’emergenza dal 20 luglio 2016. Dopo il tentato golpe del 15 luglio dello stesso anno, infatti, è stato dichiarato lo stato d’emergenza. Il 16 aprile 2017 si è svolto l’importante referendum costituzionale che ha dato vita al sistema presidenziale. Quindi anche le elezioni che si svolgeranno quest’estate avranno luogo in un momento di coprifuochi, divieti, repressione e tensione. Per dare un esempio, in numerose città sono tuttora in vigore diversi divieti che impediscono lo svolgimento di qualsiasi manifestazione

Novità elettorali

Nelle elezioni del 24 giugno per la prima volta gli elettori voteranno sia il candidato a Presidente della Repubblica, sia il partito politico. Grazie ad un cambiamento legislativo dell’ultima ora, sarà possibile votare anche per le coalizioni. Nel caso in cui nessun candidato ottenesse un voto in più del cinquanta percento del totale dei voti, l’8 luglio si svolgerà il ballottaggio.

Concorrenti

In poco tempo è stata ufficializzata la coalizione “Cumhur” (Repubblica), composta dal partito al governo AKP, il suo nuovo alleato nazionalista MHP ed il terzo alleato ultranazionalista e fondamentalista BBP. Il candidato di quest’alleanza a Presidente della Repubblica è l’attuale presidente, Recep Tayyip Erdogan.

Dall’altra parte è nata l’alleanza di alcuni partiti dell’opposizione. In cima troviamo CHP (Partito Popolare della Repubblica), Iyi Parti (Partito Buono), Saadet Partiti (Partito del Benessere) ed il DP (Demokrat Parti). Questa alleanza si chiama “Millet” (Nazione) e ha più di un candidato. Il CHP corre con il suo parlamentare Muharrem Ince, l’Iyi Parti con la sua segretaria generale Meral Aksener ed il Saadet con il suo presidente Temel Karamollaoglu. Il quarto alleato non propone nessun candidato.

Negli articoli successivi parlerò del periodo elettorale e di ogni singolo candidato.

Murat Cinar
Pressenza

In memoria di Aldo Moro e Peppino Impastato

impastato-moro-corniceIl 9 maggio è la Giornata della memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi. Sono passati 40 anni da quando nello stesso giorno, il 9 maggio 1978, sono stati trovati morti Aldo Moro e Peppino Impastato. Il primo ucciso dai terroristi che volevano abbattere lo Stato e l’altro dalla mafia che si presentava come Stato alternativo.

Di Aldo Moro sono fissate nella memoria collettiva le immagini del corpo fatto ritrovare nel bagagliaio di una R4 rossa a pochi passi dalle sedi dei due partiti popolari italiani del dopoguerra, la DC e il PCI. Di Peppino Impastato furono ritrovati soltanto brandelli del corpo, dilaniato dall’esplosivo, sparsi nel raggio di decine di metri.

Aldo Moro è stato il politico che più di tutti ha cercato di costruire un ponte tra cattolici e comunisti, che ha consentito di approvare riforme importanti per i diritti nel lavoro, nella scuola e nella sanità. Peppino Impastato si è ribellato al sistema mafioso, che abitava a 100 passi di distanza, che permeava la sua famiglia e il suo paese (Cinisi), denunciando gli interessi economici perseguiti dai clan con la connivenza di apparati dello Stato.

Aldo Moro fu tra coloro che scrissero la Costituzione e fu il primo firmatario dell’Ordine del giorno approvato all’unanimità l’11 dicembre del 1947 in cui si dice: “L’Assemblea Costituente esprime il voto che la nuova Carta Costituzionale trovi senza indugio adeguato posto nel quadro didattico della scuola di ogni ordine e grado”. Nel 1958, quando Moro fu nominato Ministro dell’Istruzione, mantenne la promessa Costituzionale e istituì l’insegnamento obbligatorio dell’Educazione Civica nelle scuole medie e superiori. Peppino Impastato è nato nel gennaio del 1948 insieme alla Costituzione della Repubblica Italiana. Nel 1967 partecipò alla “Marcia della protesta e della speranza”, organizzata da Danilo Dolci, dalla Valle del Belice a Palermo, così descritta: “gruppi di giovani, con cartelli inneggianti alla pace e allo sviluppo sociale ed economico della nostra terra, confluiscono con incredibile continuità nella fiumana immensa dei manifestanti”.

Aldo Moro trascorse le ultime settimane di vita in un cubicolo di 2 metri quadrati, senza spazio per camminare. Fu ucciso per una sentenza pronunciata da un sedicente “tribunale del popolo”, che intendeva colpire il cuore dello Stato. Peppino Impastato non sopportava le ingiustizie, soprattutto quelle autorizzate dallo Stato. Negli anni ’70 fu in prima linea nelle lotte contro la speculazione edilizia, l’apertura di cave da riempire di rifiuti, la realizzazione di un villaggio turistico su un terreno demaniale, la costruzione di una nuova pista dell’aeroporto. L’art. 9 della Costituzione stabilisce che la Repubblica “tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”.

Aldo Moro nelle lettere scritte dalla “prigione del popolo” mise a nudo la logica aberrante del potere, con il suo “assurdo e incredibile comportamento”, a tal punto di arrivare a chiedere alla moglie di “rifiutare eventuale medaglia”, essendo ben consapevole della fine. Peppino Impastato contrastò le collusioni della politica con la mafia, con grande creatività, organizzando un carnevale alternativo, con una sfilata di cloni che dileggiavano i potenti del paese e con la trasmissione radiofonica “Onda pazza”, in cui si raccontavano in modo dissacrante le storie di “mafiopoli”.

Il funerale di Aldo Moro venne celebrato senza il corpo dello statista per esplicito volere della famiglia, che non vi partecipò, ritenendo che lo Stato italiano poco o nulla avesse fatto per salvare la sua vita. Al funerale di Peppino Impastato parteciparono migliaia di giovani compagni, nell’indifferenza della gente del paese di Cinisi, nascosta dietro l’omertà delle finestre chiuse. Nelle prime indagini si ipotizzò che Peppino Impastato fosse saltato in aria mentre stava compiendo un attentato. In nome del popolo italiano furono i giudici Rocco Chinnici e Antonino Caponnetto a riconoscere la matrice mafiosa dell’omicidio di Peppino Impastato.

Aldo Moro fu rapito mentre si stava recando in Parlamento, il giorno della presentazione del nuovo Governo, sostenuto da un’alleanza innovativa, che si era “tanto impegnato a costruire”. Il 6 maggio 1978 il gruppo politico di Peppino Impastato, con riferimento ad Aldo Moro, diffuse nel paese di Cinisi un volantino in cui si leggeva: “Di fronte alla possibilità, che trapela dal modo in cui si conclude il comunicato delle B.R., che l’assurda condanna a morte non sia stata ancora eseguita, rivolgiamo un ultimo appello alla trattativa in nome della vita e per la difesa del diritto a lottare delle masse popolari”. Peppino Impastato, candidato nella lista di Democrazia Proletaria, alle elezioni del 14 maggio 1978 fu eletto consigliere comunale da morto.

Le immagini di Aldo Moro e di Peppino Impastato, persone molto diverse, per una coincidenza di data, per un destino che li accomuna, tendono ad avvicinarsi. Tutti noi siamo in debito verso entrambi, uomini coerenti e attenti al nuovo che avanza, assetati di giustizia e con la voglia di cambiare, ognuno nel proprio contesto, al di fuori e dentro le istituzioni.

Aldo Moro scrisse che commemorare significa “non solo ricordare insieme, ma ricordare rendendo nuovamente attuale” e parlò della necessità di “pulire il futuro”.

Oggi sarebbe un segno dei tempi se un Comune italiano intitolasse una via ad “Aldo Moro e Peppino Impastato”, uniti nella memoria. Facile immaginare che quella strada ogni anno il 9 maggio sarebbe inondata da tanti giovani, per rendere vive le vittime della violenza, per promettere impegno e dare gambe a quelle speranze che Aldo Moro e Peppino Impastato hanno cercato di realizzare.

Rocco Artifoni
Pressenza

Gaza, continua la marcia
per i diritti negati

gaza marcia per i diritti

Su Gaza City i droni ronzano in continuazione e volano bassi fin dall’alba. Notizie telefoniche c’informano che volano bassi  in tutta la Striscia. Non è un buon segno. Oggi è il quarto venerdì della grande marcia del ritorno e i palestinesi hanno promesso molte sorprese per questa quarta giornata, forse i droni sono particolarmente attivi per questo.

In realtà le sorprese degli organizzatori della marcia  attingono tutte alla creatività tipica della sfera della nonviolenza. Ma mentre scriviamo Israele ha già fatto il primo martire. Un colpo di precisione ha fatto saltare parte della scatola cranica a un giovane manifestante. Un colpo da killer professionista. Così Ahmed Nabil Akel, un ragazzo di 24 anni, ha smesso di vivere intorno alle 12,30, ora locale, e da giovane scanzonato e sempre pronto al sorriso, come ci viene descritto, si è trasformato nel primo martire del 4° giorno. Dire il primo martire, lo ricordiamo, è diverso dal dire la prima vittima, perché un uomo assassinato è una vittima, ma se questo viene assassinato mentre manifesta per i diritti della sua collettività diventa un martire. Questo ci ricordano sempre i palestinesi e vogliamo riportare il loro pensiero perché spiega bene quel che in occidente sembra difficile capire.

Mentre scriviamo la marcia continua, anche se il giovane Ahmed è stato assassinato e parecchi altri manifestanti sono stati feriti, e intanto, minuto per minuto scopriamo le sorprese preparate dagli organizzatori. Sono sorprese che ricordano quel vecchio sogno che tanti anni fa faceva scrivere sui muri delle università italiane. “l’immaginazione al potere”. Sarebbe stato bello, ma non andò così. E anche qui, mentre vediamo aquiloni colorati, o una pseudo mongolfiera piena di messaggi d’amore che cerca di scavalcare i confini per portare quei  messaggi a un detenuto chiuso in galera da una ventina d’anni, o un divertito e divertente servizio di “contro lancio gaz” o i volantini palestinesi che ricalcano ironicamente quelli israeliani invitando i soldati a tornare a casa e a non credere ai loro governanti ed altre trovate simili che ricordano la creatività del movimento italiano del “77, i proiettili e tear gas fanno il loro lavoro ma non fermano le migliaia di persone che con carretti e automobili, moto e furgoncini, vanno a unirsi al “popolo delle tende” che staziona fisso lungo il confine e che ha attrezzato le cinque aree delle manifestazioni con servizi di piccolo ristoro, librerie e luoghi per conferenze e spettacoli che andranno avanti fino al 15 maggio, giorno della Naqba,  in cui la grande marcia si concluderà.

Intanto i droni si moltiplicano e seguitano a volare bassi e i proiettili lungo la zona della marcia seguitano a  cadere come risposta a una manifestazione pacifica cui partecipano migliaia  di famiglie. Quanti feriti ci saranno oggi? colpiti opportunamente dai proiettili per restare invalidi, o intossicati dai gas micidiali che Israele può usare liberamente? Il bilancio lo farà stasera il Ministero della Salute.

Noi sappiamo che le istituzioni internazionali hanno una grande responsabilità, quella di non costringere Israele a rispettare il Diritto internazionale e il Diritto umanitario, unica possibilità per arrivare alla fine dei massacri e fermare l’incremento dell’odio che assedio e occupazione portano con sé.

A tal proposito è di ieri  la notizia che il Parlamento europeo ha votato una risoluzione che risulta  incredibile  fino all’assurdo per chi conosce la situazione dall’interno. Di fatto il Parlamento Europeo ha  condannato non Israele, bensì  i palestinesi che marciano per chiedere il rispetto dei loro diritti. Lo ha fatto attribuendo al partito al potere nella Striscia di Gaza, cioè Hamas, la colpa di essere l’ispiratore della manifestazione, senza dimenticare, ovviamente, di attribuirgli l’epiteto di terrorista secondo i canoni fedeli alla narrativa israeliana, quella che si serve del potere evocativo di alcune parole dopo avergli costruito intorno un ricco corollario. Vedasi, ad esempio, “sicurezza per Israele”, locuzione capace di giustificare ogni crimine israeliano, o Hamas, nome di un’organizzazione politica cui è subliminalmente connesso l’aggettivo di terrorista anche quando lo si ritiene ispiratore e organizzatore di una grande iniziativa basata sulla nonviolenza.

Ma il Parlamento europeo, nel gioco cerchiobottista che confonde ulteriormente la realtà, dopo aver condannato Hamas e con esso i  i palestinesi rei di chiedere il rispetto del Diritto internazionale, ha anche dato  uno schiaffetto sulle mani a Israele perché alla richiesta palestinese di rispettare le Risoluzioni Onu ha risposto in modo un po’ troppo duro, causando in sole tre manifestazioni, 32 martiri e quasi 3000 feriti. Se Israele si fosse contenuto nel numero di uccisi e feriti, cosa che forse ora farà, non ci sarebbe stato motivo di rimprovero! Non è gratificante né tanto meno rassicurante vedere che uno degli organi fondamentali  del Diritto internazionale si flette in tal modo annichilendo l’essenza stessa del Diritto.

Ma i palestinesi di Gaza non si sconvolgono per questo, e qui sta il significato forte di questa grande marcia. Loro ormai hanno deciso, e lo ripetono spesso, che non hanno più niente da perdere, che è meglio morire in piedi che vivere in ginocchio. Che chi muore in questa impresa passa il testimone a chi resta, ed è questo Israele non riesce a capire e crede ancora di spezzare la resistenza seguitando a violare il diritto universale.

Israele non ha capito che i martiri sono “testimoni” e non tolgono forza alla resistenza ma ne aggiungono. Tanto il governo che il parlamento israeliani  pare non abbiano capito che nonostante l’enorme e continuo uso della forza per tacitare il Diritto, questo Stato e i suoi rappresentanti  potranno solo restare impuniti per i crimini commessi, ma dovranno vivere nell’incubo di un’ipotetica vendetta.

In ogni casa palestinese c’è la foto di un martire. Un martire per cui non c’è stata giustizia. Questa è la condanna a cui Israele non può sottrarsi e che prima o poi si troverà a dover affrontare.

Patrizia Cecconi

Pressenza

Siria. L’opinione pubblica manipolata per la guerra

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Il 18 marzo le Forze Armate Turche (TSK) della Repubblica di Turchia insieme alle forze armate dell’Esercito Libero Siriano (FSA) sono entrate nel centro di Afrin in Siria.
Dopo circa due mesi di scontri con i membri dell’Unità di Protezione Popolare (YPG-J) il governo al potere in Turchia ha ottenuto ciò che voleva. L’obiettivo dell’operazione era quello di “liberare la città dai terroristi”, anche perché le forze YPG e YPJ e la loro espressione partitica PYD sono state definite da parte del governo AKP (Partito dello Sviluppo e della Giustizia) come delle “organizzazioni terroristiche”.

In realtà non è stato soltanto il partito al governo da più di 15 anni ad adottare una definizione del genere. L’operazione è stata difesa da una buona parte della cittadinanza, oppure è stato fatto di tutto perché fosse così.

In questa seconda parte del mio approfondimento parlerò dei mezzi e dei metodi utilizzati dal governo per giustificare questa operazione.  In primis i media, ma non soltanto, si sono messi a disposizione del governo. Insieme analizzeremo come la scuola pubblica, lo sport ed il mondo degli artisti sono stati utilizzati per creare un’opinione pubblica a favore della guerra.

Neanche un mese dopo l’inizio dell’intervento militare, un gruppo di artisti ha deciso di andare nella città di Hatay, al confine siriano, per dimostrare solidarietà ai soldati. Yavuz Bingöl, Tamer Karadağlı, Erhan Yazıcıoğlu, Erhan Güleryüz, Mustafa Ceceli e Zuhal Yalçın sono i primi nomi che saltano all’occhio. Il titolo dell’iniziativa era “Gli artisti insieme ai soldati”. Alla conferenza stampa, il 15 febbraio, era presente anche il vice presidente generale dell’AKP, Harun Karacan. Dopo l’incontro con la stampa i partecipanti sono andati in una caserma militare per incontrare i soldati e farsi delle fotografie. Tra i promotori dell’iniziativa c’era anche il cantante Erhan Güleryüz, l’ex solista del gruppo musicale Ayna. Güleryüz ha detto nel suo intervento: “Siamo qui per dire ai nostri soldati che gli 80 milioni di cittadini sono con loro”.

Pochi giorni dopo, il 23 febbraio, con un’iniziativa lanciata su internet da una serie di artisti, sono stati mandati numerosi messaggi di solidarietà ai soldati in missione. Mentre il famoso cantante di musica arabesca, Ibrahim Tatlises, definiva i soldati come degli “eroi”, la famosa attrice Hulya Koçyigit scriveva così: “ogni giorno prego perché i soldati ritornino sani e salvi a casa” e la famosa cantante Sibel Can scriveva queste parole per mostrare il suo sostegno: “Allah aiuti i nostri soldati”.

Forse il peggio è arrivato quando l’operazione si è conclusa. Il primo aprile un gruppo di artisti, insieme al Capo dello Stato Maggiore e al Presidente della Repubblica, si sono trovati in una caserma militare nella città di Hatay. Il cantante Ahmet Şafak ha descritto così il motivo della sua presenza in quel luogo: “Siamo qui accanto ai nostri figli. Abbiamo dimostrato che teniamo all’unità del nostro Stato e riteniamo che sia implacabile l’unità della nostra nazione turca”. Questa iniziativa è stata criticata duramente dai partiti all’opposizione (CHP e HDP) soprattutto per via delle canzoni patriottiche cantate dai cantanti con l’ausilio degli strumenti musicali in caserma. Il leader del Partito Popolare e Repubblicano, Kemal Kiliçdaroglu, ha trovato scorretto questo gesto allegro fatto in un contesto di morte. All’incontro erano presenti anche alcuni sportivi.

Con questi gesti “simbolici” il mondo artistico ha contribuito alla costruzione dell’immagine dell’operazione come se fosse una guerra d’indipendenza.

Il secondo campo, a livello nazionale e popolare, in cui si è cercato di legittimare e normalizzare la guerra, è stato il mondo dello sport.

Il primo marzo un gruppo di sportivi, insieme a un gruppo di artisti e numerosi parlamentari e dirigenti locali dell’AKP, sono andati nella città di Kilis per incontrare i soldati. Il 7 febbraio la società sportiva Aski Spor insieme ad alcuni atleti olimpici, ha lanciato un video messaggio in cui venivano pronunciate queste parole: “Sono nostre queste terre che abbiamo conquistato lottando nel 1071. E’ nostra questa patria”. Pochi giorni dopo l’inizio dell’operazione militare sono arrivate le prime notizie sulla morte dei soldati. Così la Federazione Turca Calcio (TFF) ha deciso di dedicare un minuto di silenzio prima di ogni partita “per commemorare i nostri martiri”. Ovviamente nelle tribune non mancava lo storico slogan patriottico “I martiri non muoiono, la patria non si spacca”. Nelle tribune non c’erano soltanto queste frasi ma c’erano anche dei momenti di grande coreografia. Prima della partita di calcio tra Konyaspor e Galatasaray, i tifosi della squadra anatolica hanno occupato una sezione intera scrivendo “Afrin” ed hanno alzato dei cartelli con scritto “Turchia”; in sottofondo non mancava un inno militare ottomano.

Il 15 marzo, alla luce dell’anniversario della vittoria militare dei Dardanelli del 1915, nelle tribune dello stadio appartenente alla squadra calcistica di Istanbul Basaksehir, si è vista sorgere la mappa rossa della Turchia con la bandiera disegnata sopra, i soldati con le divise dell’epoca ed in un angolo un soldato moderno che alzava la bandiera turca. Al centro di questo poster gigantesco c’erano alcuni giocatori della squadra che facevano il saluto militare. Sotto invece si leggeva questa frase: “Anche oggi, come il 18 marzo 1915, vinceranno i credenti, non quelli che sono in maggior numero”.

Ormai si parlava dell’operazione “Ramoscello d’ulivo” come di un intervento totalmente corretto e legittimo. Nei messaggi dei membri del governo, degli artisti e del mondo sportivo si leggevano soltanto parole nazionaliste e patriottiche. Si parlava di “conquistare” un territorio che per alcuni, in realtà, “era già nostro”. Non c’era spazio per avere dubbi sulla legittimità della guerra. Per chi avesse avuto qualche dubbio, invece, erano aperte le porte dei centri di detenzione. Di questo parlerò nel prossimo pezzo.

Come già detto, anche il mondo della musica ha sostenuto questa operazione militare. Il gruppo rap Geeflow ha lanciato il suo video su internet a favore dell’operazione. Il 24 febbraio è uscito il pezzo col titolo “Ramoscello d’ulivo”. Alcuni versi della canzone recitano: “Se ci sacrifichiamo, possiamo accedere al paradiso, se versiamo il nostro sangue, la patria diventa nostra”. Nel video ovviamente non mancano le immagini dei soldati e degli scontri, anche se non in modo netto e chiaro. Anche il rapper Yunus Akpunar si è dedicato a questa missione ed ha usato anche lui il nome dell’operazione come titolo del suo pezzo. In questo caso si vede il cantante allacciare i suoi anfibi e portare una casacca militare mentre canta la canzone. Alcuni versi del pezzo dicono: “Ci sono diversi terroristi nascosti tra di noi, facciamoci attenzione. Ci sono tanti traditori che vorrebbero dividere il nostro paese. Facciamoci attenzione e non dimentichiamoci dei nostri antenati”. In alcune immagini del video si vede il cantante sventolare la bandiera turca con una mano mentre con l’altra tiene una pistola grigia.

Un altro pezzo musicale invece è di Idris Altuner. Stavolta si tratta di un lavoro diverso. Mentre i pezzi rap sono tanti, Altuner decide di fare un pezzo tradizionale utilizzando gli strumenti e le melodie dell’orchestra militare ottomana, Mehter. Si tratta di un video professionale di alta qualità. Il cantante è vestito con dei costumi antichi e tradizionali. Durante il video si vedono i musicisti dell’orchestra Mehter. Nel pezzo in cui si vede il cantante andare su un cavallo in Cappadocia, Altuner pronuncia queste parole: “La vittoria si espanda da Afrin a Mimbic, tremino le montagne con il rumore degli anfibi del Turco”.
Forse la parte più aggressiva, per via dei suoi protagonisti, di tutta questa campagna di propaganda della guerra è quella del mondo della scuola.

Il 4 marzo, nella città di Bursa, gli studenti del Liceo Gursu Yildiz, si sono riuniti nel cortile della scuola per scrivere con i loro corpi la parola “Afrin” mentre li riprendeva un drone. Come sottofondo del video c’è una canzone militare ottomana. Nella città di Karabuk, sulla costa del Mar Nero occidentale, presso il Liceo Cumhuriyet un gruppo di studenti è sceso nel cortile per fare un’azione simile. Nel loro caso il lavoro svolto era più sofisticato. Mentre alcuni studenti scrivevano, con i loro corpi, “Ramoscello d’ulivo”, altri sventolavano una grande bandiera turca ed un altro gruppo con vestiti militari leggeva “il giuramento del commando”. Ovviamente anche in questo caso tutto è stato ripreso da un drone e nel video si sente una canzone militare ottomana.

In altri casi invece, oltre alla coreografia all’aperto, sono state fatte delle preghiere collettive di solidarietà con i soldati in missione. Proprio come nel caso della Scuola Femminile per gli Imam della città di Manisa, vicina alla costa dell’Egeo, dove 130 studentesse prima hanno scritto “Ramoscello d’ulivo” con i loro corpi, poi sotto la direzione del preside hanno letto delle preghiere.

Un altro caso di preghiera collettiva invece è stato fatto nella scuola elementare di Birikim Okullari di Istanbul. Stavolta la rappresentazione si è svolta all’interno, su un palco. Un gruppo di bambini che hanno, molto probabilmente, meno di 10 anni, si sono uniti con i palmi rivolti verso il cielo. Al centro un bambino prega per il bene della nazione e dei soldati ad Afrin e in sottofondo si sentono gli altri dire “Amen” in modo collettivo. Il video realizzato con gli studenti delle elementari si conclude con un pezzo ripreso all’aperto in cui si vedono decine di bambini sventolare una grande bandiera turca gridando: “I martiri non muoiono, la patria non si spacca”.

L’operazione militare “Ramoscello d’ulivo” è stata un elemento di grande dimostrazione di potere del governo ed è stata utilizzata anche per rafforzare i sentimenti nazionalistici già presenti nel tessuto sociale e storico del Paese. In realtà il governo AKP non ha fatto nulla di nuovo. In Turchia il terreno è molto fertile per le politiche nazionaliste e religiose, la sua storia è piena di periodi del genere. Il sentimento/l’orgoglio nazionalista ha radici molto profonde nella storia dei cittadini ed è il frutto di una serie di politiche nel mondo dell’istruzione, dell’arte, dello sport e non solo.

Dove non è stato possibile ottenere il sostegno popolare a favore dell’operazione militare, il governo, insieme al sistema giudiziario e alle forze dell’ordine, ha attivato il meccanismo della repressione e della censura. Questo sarà il tema del prossimo pezzo di questa serie.

Murat Cinar

Pressenza

Quando la Gran Bretagna creò il caos in Medio Oriente

mediorienteNon è certo da oggi che in Medio Oriente (MO) sta per esplodere (o è in atto) un gravissimo conflitto, che rischierebbe di innescare la terza guerra mondiale. Non è facile orientarsi tra le molteplici tensioni, anche perché esse vengono create e alimentate ad arte dai soggetti e dagli interessi in gioco: il tutto ovviamente alle spalle, anzi sulla pelle delle popolazioni. D’altra parte è molto scarsa presso di noi la conoscenza di quali sono quei popoli, i loro costumi, le loro credenze (lo “scontro fra civiltà” fu un’invenzione ad hoc per oscurare i termini reali): e soprattutto come e quando è nato l’intero problema del MO. La storia la via maestra per comprendere il mondo attuale: la perdita della memoria è la causa principale dei mali succedutisi nella storia.

Io non sono certo uno conoscitore o uno storico del MO, ma segnalo un libro di qualche anno fa che traccia un quadro estremamente limpido e chiarificatore: Filippo Gaja, Le Frontiere Maledette del Medio Oriente, Maquis Edizioni, 1991 (nel seguito FG). Le potenze occidentali (in primis la Gran Bretagna) hanno creato artificiosamente nell’ultimo paio di secoli – in un delirio imperialistico, per i propri interessi di brutale sfruttamento coloniale, calpestando le popolazioni che da sempre vi abitavano – i problemi che si sono incancreniti e sono diventati insolubili! Questa sintesi sarà per forza di cose ridotta all’osso (e con brutali schematismi, dei quali mi scuso), ma spero possa fornire utili spunti di conoscenza e di riflessione, e il desiderio di approfondire.

Tutto ebbe inizio in Arabia

Fino alla Prima Guerra Mondiale tutto il MO faceva parte dell’Impero Ottomano, il quale però non aveva il controllo effettivo di molte regioni (come il deserto della penisola arabica, denso però di vicende cruciali).

La Gran Bretagna (GB) dalla metà del Settecento aveva soppiantato l’Olanda e la Francia nei commerci con l’India: senza il cui sfruttamento non avrebbe sviluppato la Prima Rivoluzione Industriale, che le consentì il predominio in Europa (e nel mondo fino alla Seconda Guerra Mondiale).

La prima regione del MO in cui la GB penetrò fu la penisola arabica. Qui era sorta verso la metà del Settecento la dottrina religiosa del wahhabismo e si era legata con la dinastia dei Saud, che con Abdul Aziz Ibn Saud “il Grande” estese nel 1773 il dominio su una larga parte della penisola, con centro nella capitale Riyad, e adottò il wahhabisno come ideologia, ancora oggi fondamento dell’Arabia Saudita.

All’inizio dell’Ottocento la Gran Bretagna intervenne militarmente nella zona del Golfo Persico, eliminando la pirateria che comprometteva i suoi commerci e imponendo agli sceicchi la sua autorità permanente nel Golfo (che perdurò fino alla decolonizzazione e il ritiro britannico dal Golfo nel 1971).

Qui è opportuna una premessa. È importante considerare che almeno fino a tutto l’Ottocento le idee di “frontiera” o “confine” erano praticamente sconosciute in MO: vi erano popolazioni nomadi, e costanti guerre tra sceicchi locali, e anche la “sovranità” dipendeva dalla forza delle famiglie dominanti.

Un’altra famiglia importante fu quella degli Al Sabah, che verso la metà del Settecento si insediò nel Kuwait: questo porto circondato dal deserto assunse un ruolo fondamentale (che ha mantenuto fino ad oggi) quando la Compagnia Inglese delle Indie ne fece il punto di traffico terrestre del commercio verso l’Europa. Con una vicenda intricata, nel 1899 la GB impose agli Al Sabah (formalmente sudditi dell’Impero Ottomano) un trattato segreto (lo rimase fino al 1967!) che imponeva il controllo britannico esclusivo, un protettorato di fatto, sul territorio del Kuwait: piccolissimo ma strategico (e non vi si era ancora scoperto il petrolio!). Come scriveva sir Arthur Godley, sottosegretario permanente in India, a lord Curzon “… noi non vogliamo il Kuwait, ma non possiamo permettere che qualcun altro lo abbia”.

Dell’accordo segreto si giovarono anche i Saud – il cui dominio nel 1818 era stato debellato dall’esercito turco – per ristabilire il proprio dominio sull’Arabia centro-orientale, resuscitando in wahhabismo (vedremo il ruolo contrapposto dello sceriffo della Mecca).

Tutto cambia con l’esplosione del colonialismo: l’invenzione della “legalità”

Dalla metà dell’Ottocento lo sviluppo del colonialismo con la sua logica di saccheggio e rapina cambiò radicalmente le cose, non solo in MO ma in tutto il mondo. La furiosa competizione tra le potenze europee fece sorgere il problema di stabilizzare le conquiste dei singoli Stati stabilendo le basi della “legalità” (coloniale) del possesso dei territori. Un concetto del tutto strumentale di “legalità” che ha dato fondamento giuridico formale alla predazione e alla presa di possesso delle terre dei popoli che vi vivevano da secoli, considerandole terre “di nessuno”: il razzismo ha radici profonde nella nostra “civiltà”, perché i popoli non europei sono stati considerati appunto non solo “incivili”, ma “nessuno”, meno che razze inferiori. Così avvenne per esempio la spartizione dell’Africa. Così in America Latina i latifondisti (Benetton per fare un esempio) pretendono la validità di titoli di proprietà su terre che erano abitate da sempre dalle popolazioni indigene. Questa logica di conquista doveva portare alla Prima Guerra mondiale, che fu una guerra fra imperialismi rivali per la redistribuzione degli imperi coloniali.

In questo contesto comparve alla fine dell’Ottocento il petrolio. Nel 1897 John Rockefeller unificò con metodi di guerra commerciale non ortodossa le migliaia di piccole compagnie della Pennsylvania fondando la Standard Oil of New Jersey, che divenne l’emblema della potenza petrolifera americana.

Prodromi della Prima Guerra mondiale, contesa senza esclusione di colpi per il petrolio

La lotta per il controllo del petrolio divenne spasmodica all’inizio del Novecento, rendendo sempre più inevitabile un conflitto mondiale. Di fronte alla crescente potenza militare dell’Impero tedesco, che varò la costruzione di una poderosa flotta azionata con il carbone di cui la Germania era ricca, la GB reagì, ed uno dei mezzi fu la conversione della propulsione navale al petrolio, molto più efficiente. Il petrolio divenne una risorsa vitale, e si sviluppò una lotta senza quartiere per il suo controllo.

Da un lato si sviluppò una vera guerra finanziaria, con la quale la GB si assicurò il controllo della Anglo-Persian Oil Company, e con essa sul petrolio iraniano e iracheno: gli Stati possono sparire o perdere i loro diritti, le compagnie privare restano. La Germania era sospinta in un angolo.

La GB impostò in vista della guerra uno spregiudicato doppio gioco nei confronti degli arabi, per assicurarsi l’appoggio nella guerra imminente contro la Turchia di capi con interessi contrapposti, fornendo a tutti garanzie per concessioni e diritti successivi al conflitto. Come si è detto, i Saud dominavano sull’Arabia centro orientale con capitale Riyad, mentre alla Mecca, vicina alla costa del Mar Rosso, governava lo sceriffo Hussein. La regione che appariva strategica per le operazioni militari era la fascia dalla costa araba del Mar Rosso, alla Palestina, alla Siria. La GB (non senza contraddizioni interne agli stessi organi decisionali britannici) da un lato fece giungere allo sceriffo Hussein un messaggio segreto promettendogli in cambio del suo impegno militare contro la Turchia la formazione di un grande Stato arabo, mentre al tempo stesso assumeva impegni altrettanto segreti con Ibn Saud.

Doppio gioco spudorato della Gran Bretagna sulla pelle degli arabi

Così nel giugno 1915 Hussein proclamò dalla Mecca la rivolta araba al fianco degli inglesi: il figlio Feysal comandò l’esercito, consigliato militarmente dal colonnello britannico Lawrence (detto Lawrence d’Arabia). Gli inglesi lesinarono i mezzi forniti agli arabi, perché non volevano trovarsi una nuova potenza araba una volta sconfitti i turchi. Nel 1918 l’esercito arabo entrò a Damasco prima degli inglesi.

Nel frattempo GB e Francia avviarono alle spalle degli arabi trattative segrete fra loro per decidere la spartizione del MO dopo la sconfitta dell’Impero Ottomano: con vari tiremmolla (che puntavano al controllo dei pozzi petroliferi) i negoziatori Sykes e Picot arrivarono nel 1917 all’accordo. Con delicate manovre venne anche garantita la regione nord-orientale alla Russia zarista, svendendo anche la prospettiva di uno stato per il popolo armeno (che all’inizio del conflitto nel 1915 aveva subito lo spaventoso genocidio da parte della Turchia, sul quale qui è impossibile dilungarsi).

Come non bastasse gli inglesi giocarono in modo cinico la carta sionista, ancora sulla pelle degli arabi. Dalla fine dell’Ottocento Teodoro Herzl aveva posto l’obiettivo della creazione in Palestina (abitata da circa 600.000 arabi a fronte di 25.000 ebrei) di una sede nazionale per il popolo ebraico, presentandola come un baluardo dell’Occidente contro l’Asia, con una concezione di espropriazione e di espulsione e asservimento degli arabi. Con la “Dichiarazione Balfour” del 1917 “Il governo di Sua Maestà considera favorevolmente l’insediamento di un focolare nazionale in Palestina per gli ebrei”.

A guastare i calcoli irruppe l’imprevista e indesiderata Rivoluzione Bolscevica, che determinò il ritiro della Russia dal conflitto con la pace separata di Brest-Litowsk, marzo 1918 (gli accordi Sykes-Picot vennero allo scoperto perché una copia fu trovata negli archivi del ministero degli Esteri russo).

La definizione della spartizione manu militari dopo la guerra

Dopo la fine del conflitto accordi di spartizione furono difficilmente applicabili, soprattutto per il controllo del petrolio (guastarono la festa anche gli Stati Uniti, che dopo l’intervento nella guerra reclamavano la loro parte), e si aprirono travagliate trattative. Le brutali spartizioni crearono i problemi drammatici che ancora segnano il mondo! Gli interessi delle potenze vincitrici si imposero anche nei Balcani, dove non si esitò a spostare confini e a ridefinire appartenenze statuali senza tenere in nessun conto la composizione etnica dei singoli territori che passarono da uno Stato all’altro.

In MO i popoli curdo e armeno vennero cinicamente sacrificati. La Francia ottenne il protettorato della regione siriana che, per mettere sotto controllo le conflittualità spezzò in 5 diversi Stati: Feysal, che aveva occupato Damasco nel 1918 con la promessa di uno stato arabo, e la popolazione siriana non accettarono il passaggio a un nuovo controllo straniero e si ribellarono: un corpo di spedizione francese occupò Damasco nel 1920 cacciando senza tanti complimenti Feysal, che fidando negli inglesi si era già proclamato “re degli arabi”.

Gli inglesi lasciarono la Siria e si ritirarono in Iraq e Palestina. In Iraq essi proseguirono anche dopo la firma dell’armistizio con la Turchia l’offensiva militare per occupare i campi petroliferi di Mossul. L’occupazione dell’Iraq incontrò una fiera opposizione popolare degli arabi (“rivoluzione del 1920” indipendentista), analogamente ai francesi in Siria, che furono violentemente repressi, gli scontri durarono mesi: il nazionalismo arabo si era irrimediabilmente sviluppato e non poteva più essere frenato, e fu alimentato dai soprusi degli europei.
Così nel 1921 gli inglesi crearono in Iraq un apparato statale formale, riciclando come sovrano e dando così un contentino a quel Feysal che i francesi avevano espulso in malo modo da Damasco, e imponendo un trattato di sostanziale dipendenza: fu il primo di una serie di trattati che rispondevano sempre al fine di gestire una dipendenza neanche tanto mascherata. Si tenga presente che il paese era composto da Kurdi, Turkmeni, musulmani sciiti e sunniti. Nel 1925 gli inglesi imposero segretamente la concessione per 75 anni dei diritti sul petrolio iracheno alla Turkish Petroleun Company, controllata dalla GB, che si trasformò in British Petroleun Company. La GB ottenne profitti favolosi. Risolto il controllo del petrolio, furono definite, artificialmente, le frontiere.

Nel 1927 vennero organizzate delle esplorazioni petrolifere su larga scala. Nella provincia di Mossul vennero scoperti due importanti giacimenti. Due anni dopo venne fondata la Iraqi Petroleum Co., dalla collaborazione tra l’Anglo-Iranian Petroleum (oggi BP), la Shell, la Mobil e la Standard OU di New Jersey (oggi Exxon).

Gli errori degli inglesi in Iraq e dei francesi in Siria produssero danni irreparabili nel futuro del MO.

In Transgiordania la GB divise artificialmente la regione in Palestina e uno Stato inventato, chiamato appunto Transgiordania (che diventò più tardi la Giordania), a cui venne messo a capo un figlio Hussein fratello di Feysal, Abdallah, dando origine alla dinastia hashemita (discendente di Maometto).

Sulla Palestina la GB impose un protettorato, di fatto un’occupazione militare, e praticò una sistematica politica di impoverimento e vessazione della popolazione araba. Nel 1936 esplose la grande rivolta araba, che si protrasse fino al 1939 e fu l’atto di nascita del nazionalismo palestinese.

Si definì anche, con metodi autoritari e violenti, lo status dell’Arabia Saudita, del Kuwiat e dell’Iraq. Per un verso gli inglesi lasciarono quasi mano libera a Ibn Saud nelle sue guerre di annessione sull’intera penisola arabica (il petrolio arabico fu scoperto solo nel 1933!), (sconfiggendo Hussain – il quale si era rifiutato di ratificare la Pace di Versailles, che aveva tradito la promessa pre-bellica di uno stato arabo – e conquistando la Mecca) e nella proclamazione nel 1932 del regno dell’Arabia Saudita, cioè Arabia dei Saud: che si fondò sul wahabismo radicale come religione di stato.

Il Kuwait giocò un ruolo strategico. A guerra finita divenne oggetto delle mire espansioniste di Ibn Saud, ma questo la GB non poteva permetterlo: nel 1922 lo stoppò manu militari e impose la propria volontà imperiale, assicurandosi il controllo sul Kuwait ma approfittando al tempo stesso per indebolire l’irrequieto Iraq, privandolo di uno sbocco al mare (conosciamo bene le conseguenze drammatiche di questa imposizione, fino alla Guerra del Golfo del 1991).

Ingiustizia era fatta!

Intanto in Iraq il sentimento anti-britannico della popolazione si fece sempre più forte, e nel 1930 la GB fu costretta finalmente a riconoscere la piena indipendenza del paese. Nel 1933 alla morte del re Feysal il successore Ghazi I rovesciò l’atteggiamento filo-britannico del padre, e cominciò a chiedere l’annessione all’Irak del Kuwait: dove peraltro il pur ristrettissimo “consiglio” che l’emiro dovette concedere (poi revocandolo) richiese per ben due volte l’unione con l’Iraq, sostenuto dalla popolazione.

Nel 1938 venne scoperto il petrolio in Kuwait, ma rimase non sfruttato per diversi anni sia per lo scoppio della IIa Guerra mondiale sia per la resistenza degli inglesi, i quali non volevano far concorrenza al loro petrolio iracheno e persiano. Ma il Kuwait divenne sempre più strategico!

Seconda guerra mondiale ed esplosione del nazionalismo arabo

Anche se la II Guerra Mondiale non investì direttamente il MO (perché i nazisti furono sconfitti in Russia – dove l’offensiva a sud puntava al petrolio del Caucaso – e fermati in Africa e nei Balcani, dove preparavano l’attacco alla Turchia) esplose nella regione il movimento nazionalista, con una fortissima caratterizzazione anti-britannica. È impossibile riassumere in poche righe gli interventi militari, spesso sanguinosi: l’intervento in Egitto (formalmente regno indipendente dal 1922) violentò la sua neutralità dichiarata, l’obiettivo principale era il controllo del Canale di Suez; in Iraq fu stroncata nel sangue una ribellione del debole esercito nel 1941, e fu imposto l’allineamento con la GB durante il conflitto, reprimendo le violente agitazioni successive.

l’Iran era uno Stato indipendente sotto lo Scià, che si dichiarò neutrale, ma venendo ad assumere un ruolo strategico fu occupato interamente da truppe anglo-sovietiche nel 1941: dopo l’intervento degli Usa nella guerra (successivo all’attacco giapponese a Pearl Harbour, 7 dicembre 1941) l’Iran divenne la via di transito per il materiale bellico trasferito dagli americani all’Urss: l’occupazione dell’Iran divenne anglo-sovietica-statunitense. la Siria e il Libano si ribellarono alla dominazione della Francia, vennero occupati, dopo la sconfitta della Francia, dal governo di Vichi, poi invasi con un sanguinoso intervento militare dalla GB, che sostituì la dominazione francese.

Contese territoriali inesauribili, fra Stati ”inventati”, con al centro l’oro nero

Dopo la fine della guerra si esasperarono, oltre all’insofferenza delle popolazioni, rivendicazioni territoriali tra gli Stati “inventati” (la più recente delle quali è stata, per ora, quella dell’Iraq sul Kuwait che portò alla Guerra del Golfo del 1990-91), aggravate dalla competizione senza quartiere fra le compagnie petrolifere (e pertanto fra la GB e gli Usa).

Per dare un’idea concreta della natura dei complessi contenziosi fornirò succinte informazioni su due di essi, anche qui con sintetici dettagli, rinviando per ulteriori approfondimenti al libro fondamentale di Filippo Gaja (anche in Internet è difficile trovare informazioni). Ripeto che prima della scoperta del petrolio nessuno aveva sentito il bisogno di tracciare confini precisi nei vari emirati della zona del Golfo, i quali si contendevano la sovranità su diverse zone.

1 – Abu Dhabi. Il primo conflitto riguardò l’oasi di Al-Buraimi situata oggi in Oman, in prossimità dello Stretto di Hormuz sul Golfo Persico, sotto controllo britannico ma di importanza secondaria prima della scoperta del petrolio. Fu rivendicata sia dall’Arabia Saudita sia dall’Emirato di Abu Dhabi. Nel 1952 l’oasi, che si supponeva ricca di petrolio che vi verrà effettivamente scoperto nel 1958, fu occupata dalle truppe saudite. Nel 1955 la Gran Bretagna portò la questione davanti a una corte arbitrale e alla fine dell’anno formazioni militari di Abu Dhabi, guidate da ufficiali inglesi, cacciarono le truppe saudite da Buraimi. I confini sono rimasti quelli imposti dall’intervento militare britannico.

2 – Bahrein. Già prima della guerra si era sviluppata la contesa sul Bahrein, un arcipelago al largo della costa saudita, che era allora un protettorato britannico e un’appendice dell’impero Indiano (la sua moneta legale era infatti la rupia), ma su cui rivendicava diritti anche lo scià di Persia (Iran). Nel 1932 vi fu scoperto il petrolio. La statunitense Anglo-Persian Oil in quel momento di petrolio ne aveva a sazietà in Persia e in Iraq e non era troppo interessata al Bahrein. Altrettanto disinteressate si mostrarono la Exxon e la Gulf. Così nel 1933 entrò in scena la Standard Oil of California (Socal), che ottenne una vastissima concessione dall’Arabia Saudita, poiché il re saudita aveva bisogno di oro sonante: lo stabilirsi nell’Arabia Saudita di una Compagnia esclusivamente americana era destinato a mutare l’intero equilibrio politico in tutto il MO. Quando le trivellazioni cominciarono a dare i loro frutti nel Bahrein, la Socal, dalla sua posizione isolata, si trovò a corto sia di capitali sia di mercati di sbocco, saldamente in mano alla Exxon: con unioni sulle quali non possiamo dilungarci (intricatissime!), nel 1935 nacque l’Aramco (Arabian American Oil Company) e tre anni dopo dai favolosi campi petroliferi arabi cominciò a sgorgare il primo petrolio. La concessione messa a disposizione dal re saudita aveva una superficie come quella del Texas, della Louisiana, dell’Oklahoma e del Nuovo Messico messi insieme. La GB ovviamente non mandò giù la faccenda. I governi di Londra e Washington escogitarono una soluzione macchinosa, che comunque sancì l’ingresso degli Usa nel paradiso petrolifero del Bahrein: la Standard Oil of California, con capitare al 100% americano, registrò una sua filiale in Canada (allora territorio inglese) e perciò ebbe nazionalità britannica!

Lo Stato di Israele e la tragedia palestinese

Per la questione palestinese la conseguenza più importante della II Guerra Mondiale fu che l’appoggio all’operazione sionista passò dagli inglesi agli americani, i quali puntarono a costituire un baluardo strategico in una regione (resa) così instabile: un baluardo tuttora intoccabile

Basti qui ricordare che negli anni Trenta i sionisti svilupparono una campagna di terrorismo verso gli inglesi (pochi coloni ebrei venivano dalla GB) che assunse le caratteristiche di una vera guerra di logoramento: sabotaggi, attentati dinamitardi, rapimenti di militari, ecc. D’altronde la GB vacillava in tutto il suo impero, in quel periodo si ritirò dalla Birmania e dall’India.

La formazione dello Stato di Israele nel 1948 rientra quindi pienamente nella strategia di rapina attuata in MO, ma riassumere questa drammatica vicenda in modo schematico non potrebbe rendere giustizia di quello che è avvenuto e dei crimini verso il popolo palestinese: abbonda ormai la letteratura su tutta questa storia e la situazione attuale.

Gli anni Cinquanta cambiarono profondamente la situazione in MO e incrinarono la dominazione britannica e il controllo statunitense: il nazionalismo arabo divenne incontenibile e costrinse le due potenze a cambiare strategia, trovando ovviamente altre forme per esercitare il controllo e il dominio. Ma il caos creato in primo luogo dalla GB aveva creato guasti e contraddizioni profondi.

Alcuni fatti essenziali.

In Iran, dove regnava lo scià Reza Pahlavi, nel 1951 un governo di coalizione di tutti i gruppi nazionalisti capeggiato da Muhammad Mossadeq approvò la nazionalizzazione della Compagnia anglo-iraniana del petrolio. Si aprì così un lungo contenzioso internazionale. Nell’aprile 1952 Mossadeq si dimise, ma un’ondata di manifestazioni popolari in suo favore costrinse lo scià a rinnovargli l’incarico e a concedergli poteri eccezionali. Si arrivò alla rottura delle relazioni diplomatiche tra Londra e Teheran. Lo scià, contrario all’intransigenza di Mossadeq, lo rimosse dalla carica, ma Mossadeq rifiutò di dimettersi e i suoi sostenitori diedero vita a violente manifestazioni, che costrinsero lo scià a rifugiarsi a Roma. Nel 1953 la Cia organizzò un colpo di stato per deporre Mossadeq, sobillando anche in vari modi la popolazione: Mossadeq e alcuni suoi collaboratori vennero arrestati, processati e condannati, lo scià tornò in patria. Gli Usa appoggiano il nuovo corso con un prestito di emergenza di oltre 45 milioni di dollari. L’affare Mossadeq rese evidente che la GB era ormai incapace di controllare da sola il MO.

Intanto, nel 1952 in Egitto vi fu la rivoluzione dei “liberi Ufficiali”, che rovesciò re Faruk e proclamò la repubblica. Il (generale) presidente Abdel Nasser sviluppò una politica anti-israeliana e anti-occidentale, che nel 1956 culminò con la nazionalizzazione del Canale di Suez, con un fortissimo appoggio popolare. La funzione di Israele nella strategia occidentale divenne lampante: il 26 ottobre l’esercito israeliano, con un evidente piano segreto concordato con GB e Francia, compì una fulminea avanzata nel Sinai, il 31 ottobre inglesi e francesi effettuarono un bombardamento devastante su Porto Said, e il 5 novembre attaccarono massicciamente l’Egitto dal cielo, dal mare e da terra. Ma l’avventura di Suez si rivelò un disastro e segnò il declino definitivo della (pre-)potenza britannica! E anche di quella francese. L’intervento fu condannato dall’Urss (che minacciò di intervenire), dagli Usa (i quali erano tutt’altro che contrari a un ridimensionamento delle potenze europee) e dall’Onu che, quando cessarono le ostilità (9 novembre), inviò in Egitto una forza d’interposizione (i caschi blu, creati in quell’occasione) nel Sinai, forzando al ritiro le forze anglo-francesi e Israele.

Nel 1958 Nasser proclamò a sorpresa la Repubblica Araba Unita (Rau) con la Siria, sollevando enormi entusiasmi nel mondo arabo. La Rau si dissolse però nel 1961, con un colpo di Stato dell’esercito siriano che, nel 1963, portò al potere in Siria il partito nazionalista Ba‛th (v. oltre).

Sempre nel 1958 in Iraq l’esercito si sollevò, con l’appoggio spontaneo della popolazione, giustiziò la famiglia reale e proclamò la repubblica. Ci furono manifestazioni di massa in tutto il MO. Tutti i precari “equilibri” del MO apparvero in pericolo. Le potenze occidentali decisero un’operazione militare di vaste proporzioni (flotta di 50 navi da guerra Usa e sbarco 10.000 marine in Libano), ma non osarono attaccare direttamente l’Iraq temendo una guerra lunga e logorante. Il governo iracheno prese inizialmente provvedimenti avanzati, ma dovette poi affrontare una rivolta dei Curdi, che fu repressa, e il consenso si logorò fino a un nuovo putsch militare nel 1963.

Per il Kuwait la GB, di fronte al clima anti-britannico in Iraq, scelse nel 1961 la strada dell’indipendenza formale. L’Iraq non riconobbe la riconobbe: la crisi che ne seguì fu un significativo precedente di quella di 30 anni dopo, che portò alla “Guerra del Golfo”. La GB intervenne militarmente in Kuwait, ottenendo il via libera della Lega Araba, allora dominata dall’Egitto, che vedeva l’Iraq sciita come rivale (v. sopra), mentre all’Onu il Consiglio di Sicurezza venne bloccato dal veto dell’Urss.

Ho citato il Baʿth, “Partito Sociale Nazionale Arabo” (”Resurrezione“), o più correntemente Baath, che ha segnato poi, in modi diversi, i destini della Siria e dell’Iraq: la sua ideologia di fondo si identificava nell’unità del mondo arabo, libero dalle influenza politiche occidentali, che allo stesso tempo cercava di conciliare laicità, tradizione islamica, socialismo e nazionalismo. In Siria il Baath portò al regime che anche oggi conosciamo del generale alawita Hafez el-Assad. Tra i colpi di stato che nel 1963 videro il partito Baath alla ribalta nei diversi Paesi, particolarmente significativo fu quello in Iraq, tra i cui fautori vi fu Saddam Hussein.

Purtroppo la storia successiva dei paesi e dei popoli del MO ha conosciuto una successione di colpi di stato e cambiamenti di regimi.

La maledizione del petrolio

Potremmo evocare La Traviata, “croce e delizia”, ma la delizia è stata tutta (con rare eccezioni) per l’Occidente, o comunque per le aristocrazie regnanti o le élite finanziarie. Riportiamo le parole di Filippo Gaja: “La storia del petrolio è la storia dell’imperialismo occidentale nel Golfo Persico e nel MO. Le grandi società petrolifere internazionali ne sono state, e ne sono tuttora, l’anima. Impiantate progressivamente nella regione … le compagnie entrarono in possesso delle ricchezze nazionali dei paesi produttori sulla scia degli interventi militari delle rispettive potenze d’origine … Le compagnie trapiantarono nel deserto un’economia capitalistica internazionale di rapina impadronendosi, a un costo estremamente basso, di un prodotto rivenduto a prezzi molto più elevati a scala mondiale, e in quantità costantemente e rapidamente crescenti.”

Quando nel 1971 tutte le forze militari inglesi furono ritirate dal Golfo Persico “si aprì la strada alla rivolta degli arabi contro il potere delle compagnie petrolifere” e riprese la strategia delle nazionalizzazioni (1971 Libia, 1972 Iraq, 1973 Iran, forzati accordi di “partecipazione” con l’Arabia Saudita e il Kuwait). Si deve ricordare la svolta della crisi petrolifera del 1973-74 (dopo la “guerra del Kippur” arabo israeliana), durante la quale il mondo occidentale conobbe la brusca carenza di petrolio e il conseguente aumento a livelli stellari del prezzo dell’energia (chi ha più di 50 anni ricorderà le domeniche a piedi).

“Uno dopo l’altro tutti i paesi del Golfo ebbero il possesso formale dei pozzi e degli impianti, cioè dell’estrazione, con il diritto, più apparente che reale, di partecipare liberamente al controllo del mercato. Pompando a più non posso e inflazionando il mercato, le petromonarchie parteciparono a mantenere ai minimi livelli il prezzo del grezzo, favorendo lo sviluppo accelerato della società dei consumi in Occidente, e nello stesso tempo rovesciarono la montagna di petrodollari di profitto nel sistema finanziario internazionale, incentivando la speculazione e moltiplicando ulteriormente le proprie fortune.” Il problema petrolifero cambiava perciò natura.

Qualche domanda deve sorgere spontanea anche alla persona più sprovveduta: come vivremmo oggi, nei nostri paesi Occidentali, se non avessimo sfruttato brutalmente le risorse naturali e umane appartenenti ad altri paesi, come il MO e l’Africa? Com’è possibile stupirsi ancora per le decine di migliaia di disperati che fuggono dalla miseria, dalle nostre guerre, e dallo sfruttamento?

La tragedia del colonialismo e l’obiettivo delle riparazioni

Diviene imprescindibile che i Paesi coloniali riconoscano le loro responsabilità verso i Paesi che hanno brutalmente sfruttato, imponendo in più trasformazioni che ne hanno compromesso drammaticamente la stabilità e il futuro, ed anche rapinando a man bassa tutte le ricchezze culturali, che sono andate ad arricchire i musei europei. L’epoca della decolonizzazione è ormai lontana, ma anche durante questo travagliato processo le potenze Occidentali hanno sistematicamente complottato e operato per eliminare i leader progressisti “scomodi” che intendevano svincolarsi dal loro dominio (basti ricordare gli assassinii di Patrice Lumumba, Congo 1961; Thomas Sankara, Burkina Faso 1987) e insediare al potere regimi oscurantisti o dittatoriali molto più malleabili per i loro fini.

Intanto in quei Paesi e in quei popoli si è sviluppata una coscienza civile, e con questa la consapevolezza dei danni profondi subiti durante la dominazione coloniale. Come possiamo stupirci del profondo risentimento verso i nostri Paesi? Questa consapevolezza sta sfociando in primo luogo nella richiesta di scuse ufficiali da parte dei Paesi coloniali, con il riconoscendo del proprio comportamento come criminale, ma si sta concretizzando anche un movimento per rivendicare concretamente risarcimenti materiali. Non c’è da stupirsi che i nostri media non ne diano notizia!

Rinvio a un sito internet dedicato a questo problema e continuamente aggiornato: http://www.colonialismreparation.org/it/.

Il 23/9/2016 a New York durante il Dibattito generale della 71a sessione dell’Assemblea Generale dell’Onu il Primo Ministro di Saint Vincent e Grenadine, Ralph Gonsalves, ha evidenziato che la richiesta della Comunità Caraibica di giustizia riparatrice per le vittime della tratta transatlantica e del genocidio dei nativi continua a prendere slancio, e ha fatto appello “alle nazioni europee che hanno creato e tratto profitto incommensurabilmente da questo indifendibile commercio di esseri umani [Regno Unito, Francia, Spagna, Portogallo, Paesi Bassi, Norvegia, Svezia e Danimarca] ad aggiungersi alla discussione in corso sui contorni di una giusta ed adeguata risposta a questa tragedia monumentale ed il suo conseguente lascito di sottosviluppo”.

Nella stessa sessione dell’Assemblea dell’ONU, il 20/10/2016 durante la riunione sulla “Commemorazione dell’abolizione dello schiavismo e della tratta transatlantica”, il delegato di Cuba ha descritto la tratta e il lascito dello schiavismo come “la radice delle profonde disuguaglianze sociali ed economiche, dell’odio e del razzismo che continuano a colpire le persone di discendenza africana oggi”, sottolineando la necessità di rimediare pienamente e risarcire quei crimini orribili.

Angelo Baracca
Pressenza