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Raffaele Tedesco

L’inopportunità del doppio incarico

Le polemiche seguite alla discesa nell’agone politico di Grasso erano inevitabili, visto il ruolo istituzionale che ricopre. Anche la comparsata da Fazio, con relativo cartello “pubblicitario” in mano, ha lasciato degli strascichi.
Rappresentare un partito, come leader per giunta, e, allo stesso tempo, essere un rappresentante delle istituzioni, per il cui ruolo è richiesta la massima imparzialità, non è propriamente un combinato disposto ideale. Se non altro, per quella divisione dei ruoli e dei poteri cara ad ogni sistema rappresentativo liberale.
Non che Grasso stia dando prova di parzialità. E siamo certi che questo non avverrà. Ma è inevitabile, ed anche lui ne era cosciente, che qualche naso si potesse storcere, visto che Grasso rappresenta la seconda carica dello Stato. Un argomento non proprio di lana caprina.
Differente comportamento sta avendo Laura Boldrini, presidente della Camera dei Deputati.
Vero, che non è stata coinvolta in ruoli di leadership, ma rimane un personaggio estremamente qualificante e qualificato per la sinistra.
Tanto che la presidentessa della Camera, con ogni probabilità, non vivrà la prossima campagna elettorale dalla finestra. E tutti la danno in prossimità di aderire alla compagine Liberi e Uguali.
Quello di Grasso può essere qualificato come conflitto di interesse? Ed il fatto che non ci sia una norma che sanzioni il fatto, non dovrebbe comunque far sorgere qualche interrogativo sulla sua opportunità?
Di conflitto di interesse, in Italia, abbiamo sentito parlare per circa 25 anni. Ovvero, da quando Berlusconi è sceso in politica, portandosi appresso tutta la sua potenza economica.
Prima, a dire il vero, gli italiani, anche poco avvezzi al concetto liberale di economia di mercato, che fa della lotta ai monopoli e ai conflitti di interessi la sua prima missione, non ne conoscevano approfonditamente il concetto e l’importanza.
Però diciamolo francamente: gli italiani, o almeno una parte consistente di essi, non sembra averci dato molto peso ed importanza, viste le ripetute vittorie elettorali berlusconiane. E se si continuano a perpetrare queste situazioni di inopportunità, ciò è probabilmente dovuto al fatto che chi se ne fa interprete sa che difficilmente l’opinione pubblica generale lo sanzionerà. Lasciando così sguarnito un campo che non per forza di cose deve essere legificato, ma non per questo deve essere indifferente.
Alexis de Tocqueville, nel suo “La democrazia in America”, afferma con un certo rigore che negli Stati Uniti (dell’epoca, almeno) è il popolo che governa. “Il popolo realmente dirige tutto […] i (suoi, ndr) pregiudizi, gli interessi […] non trovano ostacoli durevoli che impediscano loro di manifestarsi nella direzione quotidiana della società”.
Parafrasando, possiamo dire che gli americani, che ancora oggi, e non a caso, hanno un approccio etico diverso verso i conflitti di interessi, tendono a ridurre lo spazio tra loro e il potere che li rappresenta, attraverso un comportamento sempre attivo e attento verso gli atteggiamenti dei suoi rappresentanti.
In Italia, pare, che il problema sia meno sentito. Il politico è più “libero”, e noi più “disattenti”.
Se Grasso si fosse dimesso prima di assumere il nuovo ed importante incarico, il problema non si sarebbe neanche posto.
Che il presidente del Senato sia una persona per bene, non si hanno difficoltà a crederlo. Ma se una questione di opportunità non è sentita, il problema non è di chi non la sente. Ma di chi non gliela fa sentire. Problema nostro, quindi, che non possiamo sempre, come risposta a ciò che non ci piace, chiedere di emanare l’ulteriore legge che regoli o limiti il fenomeno.
E questo, ovviamente, non riguarda solo Grasso.

Raffaele Tedesco

L’effetto Pisapia

Sembra che Pisapia una cosa certa (finalmente) l’abbia detta e fatta: non si candiderà alle prossime politiche. Ed insieme a quello che avrebbe voluto essere il federatore di un nuovo centrosinistra, scompare anche il suo Campo Progressista. Da cui, i primi a fuggire, sono gli ex Sel, già in procinto di andare dalle parti di Grasso.

Non si era mai capito quanto la pretesa di federare, da parte dell’ex sindaco di Milano, fosse suffragata dalla capacità di aggregare quello che veramente serve per fare massa critica: i voti.

La spiccata evanescenza del movimento, ha fatto il paio con i continui tentennamenti del suo uomo più rappresentativo. Che, per storia, esperienze e provenienza (la Milano, storica capitale del riformismo), poteva essere una persona adatta ad incarnare quel “vulnus” di cui il nostro palcoscenico politico, così carnevalesco, rissoso, scomposto e chiassoso, avrebbe avuto molto bisogno.

Il motivo (o almeno il più importante) per questo dietro front totale sarebbe l’impossibilità di dialogo costruttivo con quello che sarebbe dovuto essere il principale alleato: il PD. Reo, quest’ultimo, di aver calendarizzato il dibattito per lo “ius soli” in date più simili ad un dimenticatoio, che ad una vera volontà per l’approvazione di una legge ritenuta, evidentemente, “scomoda” in questa fase pre-elettorale.

L’elettore giudicherà l’atteggiamento del Partito Democratico. Ma, intanto, il fianco sinistro di Renzi e compagni rimane completamente sguarnito. Anche se, sembra, che una lista a sinistra (sarebbe meglio dire, al fianco) del PD, comunque si farà. E dovrebbe essere composta da Verdi, prodiani, Centro Democratico e gli immancabili civici.

Si preannuncia un’unica “centrale” in grado di attrarre quegli elettori di sinistra, che in Renzi e il suo partito fanno fatica a riconoscersi. Ed essa è rappresentata dalla neonata lista “Liberi e Eguali”; antagonista dichiarata del Partito Democratico.

Probabilmente, della dipartita senza nascita di Campo Progressista non si accorgerà nessuno. Però, due piccole considerazioni vanno fatte, anche per “misurare” gli eventi e le persone (almeno, per quello che effettivamente sappiamo).

Se pur possiamo essere d’accordo sulla necessità giuridica e civile di una legge come lo “ius soli”, vien da chiedersi come Pisapia, generale con scarso esercito sul territorio, ed esigui rappresentanti in Parlamento, possa aver pensato di dettare l’agenda di un governo in carica. Lui che non è neanche un rappresentante eletto dai cittadini in nessuna assemblea. Forse, una “conditio sine qua non” in tal senso appare un tantino eccessiva, allo stato dell’arte.

Sacrosanto chiedere, invece, di inserire la legge sullo “ius soli” come elemento qualificante di un programma elettorale, ed indicarlo come primo provvedimento da votare in Parlamento in caso di vittoria.

Lo slancio di Pisapia verso lo “ius soli” rimane ammirevole. Ma la partita si gioca anche altrove: ovvero, in campagna elettorale; al termine della quale, una vittoria della sinistra appare sempre più improbabile.

Ma, anche l’atteggiamento del PD non depone bene. Si nota troppa leggerezza nel costruire una coalizione in grado di coprire adeguatamente quel “campo progressista” in chiari segni di difficoltà. Un’alleanza capace di compensare le rispettive (e ce ne sono molte) mancanze particolari. A tutto vantaggio, evidentemente, di destra e Cinque Stelle.

Non sono tempi normali quelli che stiamo vivendo. C’è un montare di rigurgiti pericolosi; e di cui l’ultimo esempio è l’aggressione al quotidiano Repubblica, da parte dei fascisti di Forza Nuova.

Quando si ragiona su campi da calcare, coalizioni da costruire o autosufficienze da ostentare, sarebbe buona cosa tenere a mente quello che sta succedendo nella nostra società. Si rischia, altrimenti, l’effetto “fuffa”. Non proprio il massimo per il benessere della nostra democrazia.

Giggino e il mancato confronto delle idee

Quando il “Gladiatore” Luigi Di Maio, candidato ufficiale del Movimento 5 Stelle alla carica di Presidente del Consiglio, ha deciso di disertare il faccia a faccia con Renzi, non ci ha fatto proprio una bella figura. Il Colosseo, con la colonna sonora del famoso film di Ridley Scott, era già pronto. Come le patatine e il popcorn per assistere al confronto/scontro.

Ma Giggino, come ama chiamarlo il presidente della regione Campania, De Luca, dopo una attenta valutazione dei dati elettorali del Partito Democratico (per inciso, non il suo), ha tratto l’amara conclusione che non poteva “pazziare” con quella che considera, ormai, una comparsa come le altre. Non si sentiva, imponendo le mani, in vena di legittimare nessuno; tantomeno Renzi.

Orpello inutile, nel caso di specie, che Renzi sia ancora il leader del maggiore partito italiano; alla cui guida, è stato eletto con il voto di qualche centinaio di miglia di persone.

Che Di Maio abbia una considerazione piuttosto turistica, se non balneare, della politica (e questo sarebbe il meno) e della democrazia (e questo è un guaio), è fatto notorio.

Storie di delegittimazione dell’avversario politico, nell’Italia degli ultimi 20 anni, se ne sono già viste ai massimi livelli. La lista è orami lunga. E Di Maio, in questo consesso, è solo una delle tante figure non proprio edificanti.

Nel 2001, fu il Cavaliere a fuggire da ogni tentativo di confronto chiesto dall’allora candidato del centro-sinistra, Francesco Rutelli. Forse, Berlusconi, più che le capacità dell’ex sindaco di Roma, temeva il fatto che “Ciccio” fosse più bello di lui. Ma sta di fatto, che il dibattito non ci fu. Niente patatine e popcorn. Gli elettori fecero, evidentemente, spallucce. E Berlusconi vinse, concedendosi, ad un perfetto Vespa, per la firma del tanto famoso, quanto inadempiuto, contratto con gli italiani.

Veltroni, invece, ebbe una delle sue brillanti idee. Durante la campagna elettorale del 2008, decise di non nominare mai (invano!) il nome di Silvio Berlusconi. Una sorta di delegittimazione “vocale” (forse, al di là delle intenzioni). Ma sta di fatto che il Cavaliere vinse anche questa volta, sottraendosi ad ogni confronto. Ma, memori, nessuno aveva preparato le patatine.

Di Maio, infondo, non fa altro che ricalcare le orme di personaggi illustri. Tra cui anche quelle del suo padre (padrone) politico, Grillo. Un leone da palcoscenico modello “soliloquio”. Meno avvezzo al confronto delle idee.

Possiamo dire, alla luce dei fatti, che ad un contraddittorio mancato, non corrisponde una perdita di consenso del candidato che si sottrae. Come se il dibattito non avesse importanza per l’elettore.

Intendiamoci, è probabile che la “struttura” del talk show all’italiana, roba che interessa solo percentuali minime di persone dall’enorme pazienza, incida molto. Hanno una tal scarsa autorevolezza, che la loro disertazione non assurge a vulnus del dibattito.

Infondo, ci troviamo di fronte a due inadeguatezze: quella dei “contenitori” (i programmi) incubatori di essere gli incubatori del dibattito. Quella dei portatori di “contenuto” (i politici), che scappano o urlano.

Eppure, stiamo parlando di uno dei beni più preziosi per ogni democrazia liberale: il confronto delle idee.

In Inghilterra, ma non solo, sottrarsi ad un dibattito è pericoloso per la reputazione del politico che “scappa”. Lì, però, di contenitore ce n’è uno solo: il Question Time, sulla BBC. Esso va in onda alle 22, dura un’ora e il focus è sui temi del momento (concretezza britannica).

Le domande vengono fatte dalle persone presenti tra il pubblico, e non sono concordate preventivamente. Alle quali, di volta in volta, viene chiesto se la risposta fornita dal politico è stata esaustiva.

Le posture “tribunizie” del conduttore sono mal sopportate. Se fosse schierato (e quindi percepito come parziale), sarebbe mal visto, e la sua reputazione cadrebbe a picco.

Insomma, a ben vedere, non è Di Maio che potrebbe, o meno, legittimare qualcuno.

Responsabilità individuale e cliché

In Italia il pensiero diventa sempre più “lineare”, ed ogni ragionamento trova sempre meno spazio nella complessità. Si assottigliano i tempi di reazione tra premesse e conclusioni, perché quei passaggi che rendono la concettualizzazione più precisa, lenta e, per questo dubbiosa, sono visti come orpelli inutili. Ed impatterebbero con conclusioni facili, e per questo sempre più crudeli.
Gli assunti, secondo i quali abbiamo il politico come ladro (o amico dei ladri). Il giornalista come corrotto e amico del potere, il sindacalista come commensale del padrone, l’immigrato ladro e usurpatore di lavoro, sono ormai un cliché.
Secondo questa logica, due più due fa sempre quattro. Nessuna sfumatura o dubbio. Ma, neanche alcuna responsabilità individuale. Perché la colpa è sempre degli “altri”, che non ti fanno mai essere quello che veramente vuoi o ritieni di essere. Ed allora, meglio il fascio-grillismo, l’odio liberatore e deresponsabilizzante, il disprezzo che dà la croce sempre al “vicino che passa”. E viva il camorrista, che da una testata al giornalista. Perché il coraggio, quello vero, lo si riserva alla casta, non alla mafia.
Gobetti diceva che il problema italiano non è di autorità, ma di autonomia. E che sia vero, lo constatiamo ancora oggi, quando vediamo tante persone mettersi in fila dietro il “solito” sacerdote che latra contro la democrazia e le regole della rappresentanza.
Che i problemi economico-sociali esitano, nessuno lo mette in dubbio. Che, volendo fare un discorso “macro”, ci siano anche forti squilibri redistributivi, è altrettanto vero. E nessuno può realmente negare che la partitocrazia abbia forti responsabilità, non solo per l’andamento economico, ma anche per le condizioni in cui versa una democrazia come la nostra. In cui non si è fatto nulla per dargli quella linfa che solo lo scambio di idee, e non le baggianate da talk show, può garantire.
Ma, sempre utilizzando Gobetti, “il contrasto vero […] non è tra dittatura e libertà, ma tra libertà e unanimità: il vizio storico della formazione politica consisterebbe nell’incapacità di pesare le sfumature e di conservare nelle posizioni contraddittorie un’onesta intransigenza suggerita dal senso che le antitesi sono necessarie”. Oggi, le “sfumature” sono esiliate dal dibattito. Pericolosamente, per la salute della nostra democrazia.
Tra gli elementi della “struttura della personalità dell’elettore”, Berelson individua:” interesse agli affari pubblici, possesso di informazioni e conoscenze; stabili principi politici o regole morali; capacità di attenta osservazione; impegno nella comunicazione e nella discussione; comportamento razionale; considerazione degli interessi della comunità”. In questa elencazione “virtuosa” si legge in controluce anche l’assoluta esigenza di responsabilità individuale delle persone. Senza di essa non può esserci possibilità alcuna di mantenere in piedi un edificio democratico.
Eppure, ancora una volta, pare di assistere all’ammasso dei cervelli astretti in folle latranti verso i soliti “noti”, mentre dal pulpito moderno del web, qualcuno lancia poche, chiare e terrificanti parole d’ordine.
Il rischio di veder seppellita anche la libertà c’è. Soprattutto se i continuano a legittimare certe parole, che stanno diventando pratiche politiche.

Raffaele Tedesco

Di Pietro confessa

“C’è sempre uno più puro di te che ti epura”, diceva Nenni, rivolto probabilmente verso quei moralisti faciloni e manichei, che dividono il mondo in buoni e cattivi. I buoni, ovviamente, sono loro. Il resto, tutti all’inferno. Con possibilità, al massimo, di scegliersi il girone dantesco in cui acquartierarsi.
Poi, però, la coperta si rivela spesso corta. I proclami di purezza assumono il tono di starnazzamenti gridati alla luna. E il “tutto” che doveva cambiare, rimane, se va bene, uguale a prima. Se va male, peggiora, e di molto.
Voglio pensare che dietro le parole pronunciate da Di Pietro durante la trasmissione L’aria che Tira, su La7, ci sia la lettura meditata di Nenni. Già, perché quello che fu, prima, il volto più noto della vicenda di Mani Pulite, e poi il capo indiscusso e incontrastato di un partito che ne doveva rappresentare “l’incarnazione”, la longa manus politica, ha testualmente affermato che:” Bisogna prendere atto di una verità sacrosanta, di cui sono parte interessata. Il consenso sulla paura… se si cerca il consenso con la paura si possono ottenere voti a tre giorni, a un’elezione, ma poi si va a casa. Io ne sono testimone, io che ho fatto una politica sulla paura e ne ho pagato le conseguenze. Sulla paura delle manette… la paura, diciamo così, sono tutti criminali… la paura… chi non la pensa come me è un delinquente… poi alla fine, oggi come oggi, avviandomi alla terza età mi rendo conto che bisogna rispettare le idee degli altri…io porto con me una conseguenza: ho fatto l’inchiesta Mani pulite con cui si è distrutto tutto ciò che era la Prima repubblica. Il male, e ce n’era tanto con la corruzione, ma anche le idee, perché sono nati i cosiddetti partiti personali, i Di Pietro, i Bossi, i Berlusconi, sono partiti che durano quanto una persona e io, personalmente, prima di mettere gli occhi al cielo, vorrei rendermi conto che non basta una persona…”.
Da questa assunzione di responsabilità, bisogna tener ben distinti i due aspetti che hanno caratterizzato la vicenda personale di Di Pietro: quello giudiziario e quello politico.
Su quello giudiziario, l’ex pubblico ministero non dice nulla di particolare, se non rilevare sia il dato della corruzione esistente all’epoca di Mani Pulite, sia la fine dei grandi partiti tradizionali, con le loro idee e ideologie. E questa è storia, su cui la storiografia concorda.
E’ sulla vicenda politica che, invece, c’è una piena assunzione di responsabilità. Con una chiara auto-stigmatizzazione del modo in cui si è cercato il consenso elettorale: con la paura, appunto. Il cui potenziale di infiammabilità è stato usato per far terra bruciata nell’agone politico. Lasciando il tribuno tutto solo a parlare con l’uditorio.
Ma, come la laicità di un paese non si misura con la mancanza o meno di volontà di una religione di permearne le istituzioni, ma attraverso l’impermeabilità e la capacità di quest’ultime di resistere ad ogni tentativo di penetrazione della morale religiosa nelle leggi; così l’opera di Di Pietro non ha avuto buon gioco solo per sue capacità. Ma, anche per “mollezza” dei corpi intermedi rimasti in piedi in quel momento in Italia.
Cosa faceva la stampa in quel periodo, viene da chiedersi. Ma, basta andare a rivedere le prime pagine di tutti i principali quotidiani dell’epoca, per rendersene conto. Giocavano al tiro al piccione, mentre intorno ci si inebriava di furore iconoclasta, con il quale si vaporizzavano tanti corpi sociali, perdendone irrimediabilmente la fiducia.
Quando Di Pietro, in modo teatrale, si tolse la toga e si tuffò in politica, trovò Berlusconi pronto ad offrirgli un ministero, in caso di vittoria alle elezioni politiche. Avergli messo a disposizione le sue televisioni, evidentemente, era poco.
Qualche anno dopo, però, l’ex p.m. una casa sicura la trovò nel collegio blindato del Mugello, gentilmente messogli a disposizione da Massimo D’Alema.
E per non essergli da meno, il suo storico rivale per la leadership, Veltroni, fresco segretario del neonato Partito Democratico, designò Di Pietro come unico alleato di coalizione nelle elezioni del 2008 (con tutti i benefici che ne derivavano grazie alla legge elettorale), lasciando per strada i socialisti di Boselli. Senza dimenticare, ovviamente, gli anni in cui Di Pietro ebbe un ministero tutto suo.
Come si vede, il “fenomeno Di Pietro”, con il suo modo di fare politica attraverso l’uso della paura (che porta all’odio), ha trovato consensi e aperture dappertutto, ma particolarmente a sinistra. Arrivando al suo capolinea per “naturale” consunzione, e non per vera sconfitta politica.
Sposando Di Pietro, la sinistra ha smarrito il garantismo come parte fondante della sua natura. Arrivando a far proprie parole e slogan di destra, tra cui spiccano “legge e ordine”.
Se l’ex p.m. può essere annoverato tra gli “imprenditori della paura”, è certo che ha avuto tanti buoni acquirenti, con il “Pacchetti Sicurezza” come prodotto per tutte le stagioni; mentre nella Prima Repubblica si aveva il coraggio di varare la legge sulla dissociazione dal terrorismo, in anni ancora vicini a quel fenomeno tremendo. Oggi, saprebbe possibile con le sbornie securitarie nazionali vecchie e nuove? Qualcuno ricorda, per caso, il fuoco di sbarramento contro il deputato della Rosa nel Pugno, ed ex Brigatista di Prima Linea, Sergio D’Elia, al quale fu impedito di divenire segretario d’aula a Montecitorio?
La deriva a destra di Di Pietro era scritta anche nel nome del suo partito: Italia dei Valori. Quali valori? Valori solo suoi? Di certo valori buoni a sparare contro l’indulto, o per bocciare la commissione di indagine sui misfatti della polizia a Genova, durante il G8.
La sinistra deve riappropriarsi, tout court, del garantismo come valore e bussola politica.
Questo è uno dei modi migliori per battere l’antipolitica dominante, che pare tenda più a leggere la “Psicologia delle Folle” di Le Bon, che alla risoluzione dei problemi reali del paese, partendo da una veritiera rappresentazione dei fatti.
Solo così Di Pietro, che ha giocato su una falsa e maniche rappresentazione del nostro paese, sarà un (degenere) fenomeno passeggero, e non un seme messo a coltura nella sinistra italiana.

Raffaele Tedesco

Un partito radicato si fonda
sulla discussione

Sul risultato delle elezioni amministrative si è detto molto. Non senza, ovviamente, discrepanze di giudizio.

Il maggior osservato è stato il Partito Democratico, che da questa tornata elettorale non esce di certo vittorioso. E pur se di elezioni comunali si trattava, allo stato dell’arte, non potevano non avere un certo riverbero di carattere politico.

E se “eco” c’è stata, questa ha investito principalmente il segretario del PD, Matteo Renzi. Il quale si ritrova con meno città amministrate dai suoi, e con non poche critiche interne. Le quali cominciano ad affiorare in maniera netta anche da personaggi fin qui vicini al segretario, come Dario Franceschini e Walter Veltroni.

Ma che Renzi non sia un “vinavil”, ce ne siamo accorti da tempo. Anzi, dall’inizio. Ed è, forse, questo essere un uomo di rottura, una delle caratteristiche che lo hanno premiato (sulla fiducia), all’inizio del suo incarico di Presidente del Consiglio, con quel 40% alle elezioni europee.

Ed è ovvio che gli anni alla guida dell’esecutivo del Paese abbiano logorato l’immagine di un leader, il quale sembra non aver riscosso il favore dell’elettorato con la sua azione di governo. Fatto reso evidente dalle continue sconfitte nei vari passaggi elettorali intercorsi in questi anni. Senza dimenticare la disfatta al referendum costituzionale. Passaggio che, per come si è svolto, e per il risultato, inevitabilmente ha lasciato non pochi strascichi.

Per il centrosinistra tutto, e per il PD in particolare, perdere consenso nelle elezioni amministrative assume un valore importante, se non altro per quella tradizione “comunale” che la sinistra, storicamente, ha sempre coltivato con una certa parsimonia e perseveranza.

Prima il municipalismo di inizio ‘900, poi le varie esperienze di giunte rosse degli anni ‘70, mostrano una tendenza ad una vera valorizzazione del “localismo politico” come luogo di prova del buon governo di cui la sinistra era capace. E che non si poteva riprodurre a livello nazionale.

Come scrive lo storico Degl’Innocenti, riguardo al primo municipalismo socialista, esso servì alla “diffusione dell’idea del comune come terreno privilegiato per l’iniziativa, in quanto unità sociologica e comunità di relazioni interpersonali”.

Anche nel periodo burrascoso di Tangentopoli fu la c.d. “stagione dei sindaci” a garantire una certa tenuta allo schieramento di centro-sinistra; che a livello nazionale non riscosse enormi successi con la gioiosa macchina da guerra di occhettiana memoria.

Le epoche sono enormemente cambiate. E con esse anche i contesti a livello politico, economico che sociale.

I partiti hanno meno risorse per “presidiare” il territorio. Meno sezioni, ed un numero di militanti estremamente più esiguo rispetto al passato.

Renzi ha le sue responsabilità nella sconfitta. Il doppio ruolo che ha rivestito in questi anni, non può che renderlo comunque “protagonista” di questo risultato, il quale ridimensiona molto il partito. Per giunta, ancora unica forza ad avere una certa organizzazione territoriale, anche se può, ormai, definirsi “leggera”; nonché una delle poche con formale democrazia interna.

Ma è proprio nelle regole congressuali del PD, che, tra l’altro, può annidarsi un motivo di debolezza del partito.

Al netto della fretta, avuta dall’attuale segretario, di andare subito a congresso per cercare di ripartire immediatamente, e senza soluzione di continuità, con l’obbiettivo di riprendersi Palazzo Chigi, le modalità con cui si è svolto il congresso non hanno certo cementato il partito, nonostante la maggioranza schiacciante dei renziani.

Infatti, un congresso dove si parla poco (o niente) di programmi. Dove non si mettano a fuoco i motivi delle reiterate e pesanti sconfitte intercorse fino lì. In cui a prevalere sono soltanto i nomi ai quali si affiancano correnti e capibastone, e dove l’essere più o meno di sinistra appare una questione legata al dato “geografico” della collocazione, più che al contenuto che essa dovrebbe rappresentare. Ecco, da un momento di democrazia così approntato non poteva che uscire un partito ancora più lasco, e visto da lontano dalle persone.

Se così non fosse, non avremmo assistito a percentuali così alte di astensionismo. Il quale, quando riguarda un elettorato da sempre piuttosto militante e partecipativo come quello della sinistra, dovrebbe far riflettere molto la dirigenza.

I litigi e le divisioni hanno avuto un peso, certo. Ma forse non aveva torto Orlando, quando auspicava un congresso in autunno, ed una conferenza programmatica che lo anticipasse. In cui si parlasse di programmi.

Quando Renzi afferma che le elezioni amministrative non sono certo quelle politiche, ha perfettamente ragione.

Ma se pur le logiche che le caratterizzano sono differenti, è anche vero a quel “reticolato politico” che si trova nel territorio devono arrivare messaggi chiari dal vertice. Perché è da lì che nasce la militanza, la partecipazione e la raccolta dei voti. E’ lì che si aprono sezioni. Ed è nelle amministrazioni locali che si preparano (o almeno si dovrebbe) i nuovi dirigenti.

Ma il congresso del PD non ha assolto a quello che è il suo compito principale: aprire una vera discussione per dare una fisionomia al partito. Il quale continua a sgretolarsi, perché fatto più che da persone, da personalismi.

Per un partito di centrosinistra, perdere le amministrazioni comunali è, oltre che un problema politico, anche di “identità”. Sarebbe opportuno rifletterci.

Raffaele Tedesco

Nessuno è profeta in patria

“Nessuno è profeta in patria”, avrà pensato Grillo, vedendo i pessimi risultati del suo movimento a Genova. Città natale del comico-padre-padrone dell’universo a Cinque Stelle.

E non credo si sia consolato molto nell’osservare che, almeno a livello comunale, la sua creatura abbia preso scoppole a destra e a manca, raccogliendo risultati che non lasciano alcun dubbio sul fatto che sia il M5S lo sconfitto per eccellenza di questa tornata.

Certo, la pubblicità che arrivava dai comuni amministrati dal Movimento non era delle migliori. Raggi, ed ora anche Appendino, non sembrano essere due fiori buoni da portare all’occhiello. Tra l’assenza di piani per la sicurezza per manifestazioni di piazza a Torino, e la presenza ancora di mucchi di immondizia per le strade a Roma, l’onestà è divenuta invisibile, perché coperta da tanta incompetenza.

Ovviamente, oltre a questo aspetto, e pur se Grillo ha tentato, attraverso la sua presenza fisica, di marcare presenza e visibilità del Movimento sul territorio, l’assenza di una vera ramificazione capillare, fatta di militanti e sezioni, si dimostra ostativa alla raccolta di un voto che, molte volte, è racimolato porta a porta.

A tutto ciò non sopperisce la rete. Non adatta a costruire quei legami e quelle relazioni, che fanno la differenza nelle elezioni amministrative.

Comunque, è evidente che, al di là della tipologia di elezione svolta, il messaggio mandato a Grillo ha anche un forte sapore politico. In cui il gusto prevalente probabilmente è l’inconcludenza, se non anche l’incompetenza, del personale grillino.

E questo aspetto, a contrario, potrebbe essere provato dalla vittoria di un ex grillino: Pizzarotti.

Il sindaco uscente di Parma, cacciato da Grillo per eccesso di “eterodossia”, ha stretto un forte legame, in questi cinque anni di mandato, con la sua città. La quale lo ha premiato al primo turno con un buon 34.78 per cento. Lasciandosi alle spalle il candidato del Partito Democratico, Scarpa, distanziato di due punti percentuali.

E’ evidente che l’elettorato ha giudicato positivamente il suo operato; altrimenti, una macchina potente, organizzata e radicata, come è l PD emiliano, avrebbe avuto probabilmente buon gioco verso un candidato senza partito.

Ma, forse, nella vicenda Pizzarotti, oltre alla competenza per una buona gestione del comune di Parma, è stata vista anche la capacità di essere uomo libero, rispetto al suo ex movimento, e agli apparati.

L’essere stato un “eretico” rispetto al diktat grillino, ed aver mantenuto le sue posizioni nonostante la possibilità (poi, verificatasi) di un’espulsione da parte del deus ex machina, Grillo. Il non essere venuto a compromessi con altri partiti quando si è trovato orfano del suo movimento, che gli avrebbero potuto garantire un avvenire politico più sicuro, probabilmente ha fatto di Pizzarotti una persona credibile.

Competenza, autonomia decisionale e radicamento territoriale, sembrano essere le caratteristiche mancate ai Cinque Stelle per poter avere un buon risultato alle ultime amministrative; tanto da essere fuori dai ballottaggi nelle principali realtà dove si è votato.

Queste sono regole generali, valevoli per tutti. E una lezione che Grillo potrebbe imparare proprio da un suo epurato. Forse…

Raffaele Tedesco

Il Modello 8xMille

La proposta di legge elettorale, su cui PD-FI-M5S hanno trovato un accordo, è ormai sotto la lente di ingrandimento per esami e disamine.
Le critiche sono molte, perché non appare proprio un gioiello della “tecnica elettorale”. Anzi, forse sarebbe meglio dire, che è un gioiello. Ma, a quanto pare, più per i “sicuri eletti”, che per gli elettori; i quali elettori, appaiono ancora una volta in una posizione “ancillare” rispetto alle scelte di segreterie e direttori dei vari partiti.
La dicitura “modello tedesco”, sembra uno di quei cartelli attaccati nelle vetrine dei negozi, in periodo di saldi; buoni per attirare la gente, e vendergli comunque qualcosa.
Leggendo uno schema sulla legge elettorale pubblicato dalla Stampa (giovedì 1 giugno), tra l’altro, apprendo che per i piccoli partiti (ed i loro elettori!), questo “modello tedesco” è una disgrazia. Perché, non solo nega l’ingresso nel Parlamento a chi non raggiunge la soglia del 5% (che, tradotto in voti, potrebbero rappresentare circa 1 milione e mezzo di suffragi). Ma, questi voti persi, sarebbero “riciclati” dai “vincitori”, in proporzione ai voti da loro presi.
Quindi, chi ha vinto, vincerà meglio, secondo un principio di “voto-coatto”. Perché, chi ha preso dai suoi elettori la fetta più grande dell’elettorato, si accolla anche la fetta più grande dei voti di chi non l’ha votato. Creando una sorta di “premio nascosto”.
Infondo, come si suole dire, del maiale non si butta niente.; secondo una logica contadina, fondata sul bisogno di economizzare ogni cosa, per tirare a campare.
Anche nel vecchio proporzionale, quello che ci ha accompagnato fino al Mattarellum, e che ha deciso le sorti del governo della Repubblica per oltre quarant’anni, c’era un sistema che recuperava i voti “in più”.
Infatti, alla Camera, (seggi e) i voti residuati rispetto alla prima assegnazione, venivano raggruppati poi nel collegio unico nazionale, all’interno del quale gli scranni venivano assegnati sempre col metodo dei divisori, ma utilizzando ora il quoziente Hare naturale ed esaurendo il calcolo tramite il metodo dei più alti resti (fonte Wikipedia).
Quindi, un partito riutilizzava i propri voti per, eventualmente, eleggere altri suoi rappresentanti. Non faceva beneficenza ad altri partiti. E, comunque, veniva rispettata la volontà dell’elettore, che non si trovava a votare per chi non voleva.
Questo metodo di “scelta coatta”, in Italia, ha (pur con le dovute differenze, è ovvio) un illustre precedente ancora in auge. E’ il “modello 8 x mille”.
Infatti, come ben sappiamo, l’8 per mille è un prelievo fatto dalla nostra dichiarazione dei redditi (quello che non sappiamo sempre è che è obbligatorio).
Questa somma, in base alla nostra scelta, avrà come destinatario lo stato o a una delle chiese che hanno sottoscritto l’intesa. Però, se la scelta non viene effettuata dal cittadino, la sua quota verrà comunque assegnata tra le chiese firmatarie, secondo una regola proporzionale che premia chi già prende di più (la chiesa cattolica, ovviamente).
Possiamo forse dire che, in entrambe i casi, un qualche deficit liberale c’è. E che si calca la tendenza a premiare chi “già è sulla piazza”, perché nel modello 8 x mille, se non scelgo (casomai perché non voglio), qualcuno lo farà per me.
Nel c.d. “modello tedesco”, se non esprimo la mia volontà secondo i dettami dell’ormai famoso richiamo al “voto utile”, potrei vedere addirittura il mio voto andare a chi non avrei mai votato.
Speravamo di poterci trovare di fronte un testo che desse adito ad un alto dibattito tecnico, politico e culturale. E su cui si confrontassero posizioni proporzionaliste, come quella di un Considerant, secondo il quale il modello proporzionale è auspicabile perché “tutte le opinioni, anche le più assurde e mostruose, hanno diritto di essere”. O uninominalista, come quella di Einaudi; che, e senza mezzi termini, non esitava a scrivere che: “[…] E’ necessario dichiarare invece apertamente che questa (di Considerant ndr) è una concezione distruttiva, anarchica, inetta a dar vita a governi saldi […] i paesi non si governano con le regole del due e due fanno quattro”.
Ed invece, no. Anche questa volta, sembra esserci andata male.

Raffaele Tedesco

Scrive Raffaele Tedesco:
L’impresa di trovare lavoro

Vengo da una terra “di mezzo”. Un posto dove il mare e la montagna hanno rapporti di buon vicinato. Che sta, davvero, in mezzo, come una “linea”. Linea che separa, geopoliticamente, il centronord dal sud. Che divideva i Borboni dai Papi, gli americani dai tedeschi per via della “Gustav”, i latini dal resto degli italici. E dove anche il dialetto è “mediano”, affine più al salentino e al siciliano, che al napoletano, con cui confina.
È la vecchia “Terra di Lavoro” o Bassa Ciociaria, luogo che non fa mai ostentazione di se, dei suoi saperi e delle sue bellezze.
E, se vogliamo andare per “linee geometriche”, il mio piccolo paese, di quattro case, un municipio e un campanile, si trova sulla direttrice Napoli-Roma-Firenze-Bologna-Milano.
Quando scelsi l’università, decisi (ma forse fu più l’inconsapevolezza a determinarmi) di andare verso sud: a Napoli. E mi sono trovato nella città più incredibile d’Italia; piena di difetti atavici e forse irrisolvibili.
Posto “maledetto” e magico, dove non albergano le “mezze misure”, e la realtà è sempre uno spaccato netto, e le sfumature, sembra, non siano consentite. Dove il caos regna sovrano, soprattutto al quartiere “Sanità”, che è stata la mia casa.
Napoli, piaccia o meno, è una città centripeta; ti butta dentro e la devi vivere per forza. Ed io l’ho fatto, e sono sopravvissuto, tanto da volerle ancora bene.
Tornato brevemente a casa post laurea, ci sono stato giusto il tempo per capire che di fare l’avvocato proprio non mi andava, e urgeva, quindi, trovare un lavoro.
Ma, siccome la Cassa del Mezzogiorno era un lontano ricordo, e la Fiat non godeva proprio di buona salute, l’operazione non era semplice, e mi trovai, così, a scaricare gelati sulla spiaggia (sono sempre stato eclettico!).
Però, il lavoro nero non è una bella cosa, anche se i gelati erano buonissimi. Bisognava cambiare registro.
Ed allora, scelgo Bologna, dove in quel momento viveva il mio amico, e compagno radicale dei tempi dell’Università, Piero.
Una valigia in macchina, con accanto una cassetta piena di viveri per un mese, il cui contenuto alimentare identifica, più di ogni altra cosa, la tua provenienza. E via, con strumentale velocità, per cercare di non “tradurre” sentimenti semplici come la paura. Fiducioso del fatto che avevo sentito dire che Bologna fosse “grassa”, ed incuriosito dalle parole di Augusto De Luca che la descrivono come “……..una città che si svela a poco a poco attraverso i suoi infiniti porticati intrisi di storia che si ramificano simili a cunicoli venosi, arterie, capillari di una città ‘cuore’, rossa di terra cotta”. Ma anche, e non lo nego, dalla canzone di Guccini, che ne parla come “una vecchia signora dai fianchi un po’ molli col seno sul piano padano ed il culo sui colli”.
Appena il tempo di arrivare, che, praticamente il giorno stesso, Piero viene trasferito da Bologna a Reggio Emilia per motivi lavorativi, lasciandomi casa sua a disposizione per un mese. Neanche il gusto di un “ricongiungimento familiare” secondo la tradizione degli emigranti terroni!
Allora, solo ma fiducioso, faccio i conti dei soldi che ho in tasca, pensando che per un mese dovrei sopravvivere.
Stampo, a “scrocco” da un amico, qualche centinaio di curricula, ed inizio il mio giro della speranza in tutte le agenzie del lavoro di Bologna. Giro che, a cerchi concentrici, si allarga a tutte le zone industriali della provincia, con trasferte fino a Modena, Parma e Reggio. E tutto effettuato “brevi manu”.
I risultati sono sempre racchiusi nella frase: “Grazie, le faremo sapere”.
Qualcuno mi dice che ho un curriculum “sbilanciato”. Allora, per rientrare nel peso, faccio fuori laurea e master vari, lasciando solo esperienze lavorative da operaio. E ricomincio, provando con mano che la “dieta curriculare”, pur se non porta a risultati immediati, ha il pregio di renderti più “visibile”.
Qualche chiamata come “mulettista” arriva, ma qui a Bologna sono più fiscali che da me, e non si fidano della mia bravura nel condurre il muletto: vogliono la patente. Ed io non ce l’ho, non c’è come esame all’università….
Un giorno, però, entro nell’ennesima agenzia per il lavoro, claudicante per una “tallonite” dovuta al vano pellegrinare. Consegno il mio c.v. “omissivo”, e cerco di stare attento a non far trapelare indizi di lauree ostative.
Il mio interlocutore, però, non essendo il solito stagista messo lì per risparmiare sui salari, scopre “l’altarino”, dicendo che è stato il mio “italiano” a far cadere la copertura. Troppo forbito e non sgrammaticato (la mia cara maestra sarebbe stata orgogliosa di me!).
Smascherato, non posso più mentire. Anzi, ricordandomi il proverbio secondo il quale “la miglior difesa è l’attacco”, faccio anche l’indignato, senza cercare difese compassionevoli, e ricorrendo a tutte le armi “sociologiche” che conosco. Infondo, che colpa ne avevo io se ero laureato?
E poi, come mi ha sempre detto anche mia nonna, ho due mani buone pure per l’agricoltura, e se lo dice lei, che è una vecchia contadina ciociara, deve essere per forza vero.
In quel momento, stavano vacillando anche le mie ultime speranza.
Però, il selezionatore, senza dir nulla, alza il telefono e chiama una sua collega, chiedendo se una certa posizione lavorativa era ancora aperta.
Lo era, ed io vado a fare il colloquio presso un service bancario, dove cercavano un lavoratore notturno da inserire nel reparto della contabilità degli assegni. Orario di lavoro dalle 21 alle 4 del mattino.
Il colloquio è con l’amministratore delegato in persona, il quale si era preparato ad uopo sulla selezione del personale. Ed inizia una raffica serrata di domande, in cui mi accorgo che i “dieci consigli su come superare un colloquio” che ho letto su internet, non sono propriamente azzeccati e calzanti alle situazioni concrete.
Però, sull’azienda mi ero preparato a dovere, e avevo imparato, per filo e per segno, qual’era il suo “core business”. Peccato che, pur se candidato al reparto “contabilità assegni”, non avessi mai staccato un assegno in vita mia, né, tanto meno, avevo mai posseduto un conto corrente, un bancomat o una carta di credito.
Insomma, ero un come fossile che cercava lavoro nella Silicon Valley.
Cerco di tenere un aplomb inglese (ma, forse, sembrava più anglo-ciociaro). Non “ostento”, ma non mi “stendo”. Aspetto il momento buono per assestare un colpo. Perché tutto assomigliava ad un incontro di scherma.
Alla classica domanda su quale sia l’ultimo libro che ho letto, prendo la palla al balzo per creare un minimo di difficoltà, e gli cito “La società aperta e i suoi nemici” di Popper.
Scopre il fianco, ammettendo che non lo conosce. Ed io, magnanimo, di rimando:” Non si può conoscere tutto nella vita”.
Paro dove posso. Mento quanto basta, e con l’orgoglio giusto per far sembrare la bugia vera, o almeno verosimile. E, come un lampo, arriva la mia occasione, quando l’a.d. mi chiede:” mi faccia lei una domanda”; lamentandosi che molti gli chiedevano che sport facesse.
Al che dico:” Lei ha problemi se per il lavoro che offrite, e per il quale non è richiesto, che io sia un laureato?”
Disse di no e, forse per non cadere in contraddizione, mi assunse. A tempo determinato, ovviamente. E con la “clausola espressa” che non sarei mia stato assunto a tempo indeterminato. Il mercato, disse, non lo consentiva.
Mi vennero in mente le parole di un nostro ministro del lavoro di qualche anno fa, secondo il quale “la precarietà è una vaga condizione mentale… (in fondo ndr) precario è, chi precario fa”. Quindi, la “condizione” è tutta una questione di “concentrazione”.

L’articolo è già apparso sulla rivista “I Martedì”, n 2/2016 , anno 40, n. 333

Modello Coverciano

Il ministro del lavoro Poletti, ci ha abituato, ormai, alle sue gaffe. Sui giornali ci finisce più per le sue uscite, non proprio “istituzionali”, che per mirabolanti risultati del suo agire da responsabile di dicastero.
Ma, negli ultimi anni, i giovani (o “diversamente” giovani), rispetto al lavoro e alla loro condizione, si sono sentiti dire di tutto: “Choosy, sfigati, bamboccioni”. Non proprio dei complimenti, resi ancora più urticanti, perché espressi da chi ha la responsabilità di governare il paese. E, quindi, di dare delle possibilità di vita e sviluppo personale, quanto di progresso sociale.
Però, senza fare troppo i “puritani”, bisogna ammettere che Poletti ha detto la verità. Per trovare un lavoro, contano molto più le relazioni personali, che l’invio di curricula. Peccato che, utilizzando la metafora della partita di calcetto, il Ministro rischia di prestare il fianco ad una critica “classista”; che per una persona di sinistra non dovrebbe essere cosa indifferente, e rinvenibile nella variabile della “squadra”. Che può fa quelle differenze che, proprio un ministro del lavoro (e di sinistra), dovrebbe tentare di eliminare.
E che sia sempre esistita una differenza “di campo” tra le persone, non sminuisce un problema che rimane importante; uno dei capisaldi della nostra società: l’avere uguali opportunità al di là delle condizioni economiche e sociali.
Ma non facciamola troppo lunga su questo. Si potrebbe sfociare in un blando “moralismo”, poco avvezzo ad un più utile pragmatismo.
Però, pur volendo ridursi al miglior uso di un pensiero utilitarista, un problema si pone, quando a parlare con una certa “libertà” sono persone di altre “epoche”, ed altre “Italie”.
Nessuno vuole togliere ai vari Poletti, Padoa Schioppa, Fornero, Berlusconi & C. i loro meriti professionali. Siamo certi che sono arrivati ai massimi livelli nel loro lavoro, perché sono stati bravi. Anzi, cosa dico, eccellenti.
Ma loro, almeno sotto un profilo “quantitativo”, sono figli di un paese diverso.
E’ molto difficile dare giudizi comparativi sulle epoche passate. Il professor Powicke ebbe ad affermare che: “Il desiderio di un’interpretazione della storia ha radici così profonde che, se non possediamo una visione costruttiva del passato, finiamo nel cadere nel misticismo o nel cinismo”. E di “misticismo” e “cinismo” in salsa populista, ne abbiamo fin troppo in questo paese.
Possiamo dirlo senza possibilità di grossa smentita: per quanto riguarda la “corposità” dei diritti sociali, e delle possibilità lavorative, la generazione dei Poletti è stata molto più avvantaggiata. Almeno con riferimento al nostro paese.
Una tale massa di giovani senza lavoro, dal Dopo Guerra, non si era mai vista. Come non si era mai percepita la possibilità di rimanere precari a vita. O, ancora, non si presumeva affatto che le future pensioni sarebbero state tali da far immaginare impossibile la ben che minima soglia vitale.
E questo non può certo essere imputato ai “bamboccioni”. Ma, sia ad una cattiva gestione delle risorse, come ad una, praticamente, flebile capacità di vedere (e “prevedere”) il futuro da parte dei governanti.
Se l’Italia, dal “Miracolo Economico”, è passata ad un lento, e sembra inesorabile, declino, non è responsabilità principale di chi, oggi, emigra. E la politica, che avrebbe dovuto fare da naturale guida, al fine di garantire chi c’era e chi ci sarà, non è stata in grado di costruire un giusto equilibrio generazionale.
Oggi, quando si lavora, si guadagna poco, e neanche sempre, vista la continua precarietà. Con ciò, e con l’aggiunta dei continui tagli a quel welfare state, istituzione di cui la “generazione Poletti” ha beneficiato non poco, la vita di ogni giovane è messa a dura prova. Lasciando alla famiglia di origine (quando c’è, e può) il compito di fare da ammortizzatore sociale.
Il sociologo Parkin affermava che: “Le disuguaglianze connesse con il sistema di classe si fondano su due processi sociali interrelati, ma concettualmente distinti. Il primo è l’assegnazione dei compensi in relazione a differenti posizioni nel sistema sociale; il secondo è il sistema di reclutamento a queste stesse posizioni”.
Tra i sistemi di “reclutamento”, Parkin non aveva certo in mente il “modello calcio” di Poletti. Però, aveva ben chiaro il ruolo giocato dalla “famiglia” (squadra!) nel “sistemare gli individui ai diversi livelli della gerarchia di classe”, secondo un “auto reclutamento sociale […] cristallizzando così nel tempo la struttura di classe”.
Ma la “classe” non è mai stata pensata in termini generazionali. Forse, è questo che dà a qualche politico la “liceità” di un certo linguaggio; perché sa che non ha di fronte un corpo sociale compatto, capace di farsi sentire all’unisono. Almeno per ora.
Restando in un’ottica da “stadio”, chi ha giocato a pallone sa benissimo che, volendo fare una distinzione solo duale, i sistemi di gioco si dividono in “gioco a zona”, e “gioco a uomo”. Nella variante tutta italiana, il gioco a uomo viene (veniva) applicato come “catenaccio”.
Aspettiamo da Poletti indicazioni in merito al sistema per meglio giocare, vincere e lavorare. È il suo lavoro, infondo. E non gli diamo, e non gli daremo, tutte le croci addosso per ogni insuccesso in campionato. E’ giusto saper valutare le responsabilità…

Raffaele Tedesco