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Raffaele Tedesco

Di Pietro confessa

“C’è sempre uno più puro di te che ti epura”, diceva Nenni, rivolto probabilmente verso quei moralisti faciloni e manichei, che dividono il mondo in buoni e cattivi. I buoni, ovviamente, sono loro. Il resto, tutti all’inferno. Con possibilità, al massimo, di scegliersi il girone dantesco in cui acquartierarsi.
Poi, però, la coperta si rivela spesso corta. I proclami di purezza assumono il tono di starnazzamenti gridati alla luna. E il “tutto” che doveva cambiare, rimane, se va bene, uguale a prima. Se va male, peggiora, e di molto.
Voglio pensare che dietro le parole pronunciate da Di Pietro durante la trasmissione L’aria che Tira, su La7, ci sia la lettura meditata di Nenni. Già, perché quello che fu, prima, il volto più noto della vicenda di Mani Pulite, e poi il capo indiscusso e incontrastato di un partito che ne doveva rappresentare “l’incarnazione”, la longa manus politica, ha testualmente affermato che:” Bisogna prendere atto di una verità sacrosanta, di cui sono parte interessata. Il consenso sulla paura… se si cerca il consenso con la paura si possono ottenere voti a tre giorni, a un’elezione, ma poi si va a casa. Io ne sono testimone, io che ho fatto una politica sulla paura e ne ho pagato le conseguenze. Sulla paura delle manette… la paura, diciamo così, sono tutti criminali… la paura… chi non la pensa come me è un delinquente… poi alla fine, oggi come oggi, avviandomi alla terza età mi rendo conto che bisogna rispettare le idee degli altri…io porto con me una conseguenza: ho fatto l’inchiesta Mani pulite con cui si è distrutto tutto ciò che era la Prima repubblica. Il male, e ce n’era tanto con la corruzione, ma anche le idee, perché sono nati i cosiddetti partiti personali, i Di Pietro, i Bossi, i Berlusconi, sono partiti che durano quanto una persona e io, personalmente, prima di mettere gli occhi al cielo, vorrei rendermi conto che non basta una persona…”.
Da questa assunzione di responsabilità, bisogna tener ben distinti i due aspetti che hanno caratterizzato la vicenda personale di Di Pietro: quello giudiziario e quello politico.
Su quello giudiziario, l’ex pubblico ministero non dice nulla di particolare, se non rilevare sia il dato della corruzione esistente all’epoca di Mani Pulite, sia la fine dei grandi partiti tradizionali, con le loro idee e ideologie. E questa è storia, su cui la storiografia concorda.
E’ sulla vicenda politica che, invece, c’è una piena assunzione di responsabilità. Con una chiara auto-stigmatizzazione del modo in cui si è cercato il consenso elettorale: con la paura, appunto. Il cui potenziale di infiammabilità è stato usato per far terra bruciata nell’agone politico. Lasciando il tribuno tutto solo a parlare con l’uditorio.
Ma, come la laicità di un paese non si misura con la mancanza o meno di volontà di una religione di permearne le istituzioni, ma attraverso l’impermeabilità e la capacità di quest’ultime di resistere ad ogni tentativo di penetrazione della morale religiosa nelle leggi; così l’opera di Di Pietro non ha avuto buon gioco solo per sue capacità. Ma, anche per “mollezza” dei corpi intermedi rimasti in piedi in quel momento in Italia.
Cosa faceva la stampa in quel periodo, viene da chiedersi. Ma, basta andare a rivedere le prime pagine di tutti i principali quotidiani dell’epoca, per rendersene conto. Giocavano al tiro al piccione, mentre intorno ci si inebriava di furore iconoclasta, con il quale si vaporizzavano tanti corpi sociali, perdendone irrimediabilmente la fiducia.
Quando Di Pietro, in modo teatrale, si tolse la toga e si tuffò in politica, trovò Berlusconi pronto ad offrirgli un ministero, in caso di vittoria alle elezioni politiche. Avergli messo a disposizione le sue televisioni, evidentemente, era poco.
Qualche anno dopo, però, l’ex p.m. una casa sicura la trovò nel collegio blindato del Mugello, gentilmente messogli a disposizione da Massimo D’Alema.
E per non essergli da meno, il suo storico rivale per la leadership, Veltroni, fresco segretario del neonato Partito Democratico, designò Di Pietro come unico alleato di coalizione nelle elezioni del 2008 (con tutti i benefici che ne derivavano grazie alla legge elettorale), lasciando per strada i socialisti di Boselli. Senza dimenticare, ovviamente, gli anni in cui Di Pietro ebbe un ministero tutto suo.
Come si vede, il “fenomeno Di Pietro”, con il suo modo di fare politica attraverso l’uso della paura (che porta all’odio), ha trovato consensi e aperture dappertutto, ma particolarmente a sinistra. Arrivando al suo capolinea per “naturale” consunzione, e non per vera sconfitta politica.
Sposando Di Pietro, la sinistra ha smarrito il garantismo come parte fondante della sua natura. Arrivando a far proprie parole e slogan di destra, tra cui spiccano “legge e ordine”.
Se l’ex p.m. può essere annoverato tra gli “imprenditori della paura”, è certo che ha avuto tanti buoni acquirenti, con il “Pacchetti Sicurezza” come prodotto per tutte le stagioni; mentre nella Prima Repubblica si aveva il coraggio di varare la legge sulla dissociazione dal terrorismo, in anni ancora vicini a quel fenomeno tremendo. Oggi, saprebbe possibile con le sbornie securitarie nazionali vecchie e nuove? Qualcuno ricorda, per caso, il fuoco di sbarramento contro il deputato della Rosa nel Pugno, ed ex Brigatista di Prima Linea, Sergio D’Elia, al quale fu impedito di divenire segretario d’aula a Montecitorio?
La deriva a destra di Di Pietro era scritta anche nel nome del suo partito: Italia dei Valori. Quali valori? Valori solo suoi? Di certo valori buoni a sparare contro l’indulto, o per bocciare la commissione di indagine sui misfatti della polizia a Genova, durante il G8.
La sinistra deve riappropriarsi, tout court, del garantismo come valore e bussola politica.
Questo è uno dei modi migliori per battere l’antipolitica dominante, che pare tenda più a leggere la “Psicologia delle Folle” di Le Bon, che alla risoluzione dei problemi reali del paese, partendo da una veritiera rappresentazione dei fatti.
Solo così Di Pietro, che ha giocato su una falsa e maniche rappresentazione del nostro paese, sarà un (degenere) fenomeno passeggero, e non un seme messo a coltura nella sinistra italiana.

Raffaele Tedesco

Un partito radicato si fonda
sulla discussione

Sul risultato delle elezioni amministrative si è detto molto. Non senza, ovviamente, discrepanze di giudizio.

Il maggior osservato è stato il Partito Democratico, che da questa tornata elettorale non esce di certo vittorioso. E pur se di elezioni comunali si trattava, allo stato dell’arte, non potevano non avere un certo riverbero di carattere politico.

E se “eco” c’è stata, questa ha investito principalmente il segretario del PD, Matteo Renzi. Il quale si ritrova con meno città amministrate dai suoi, e con non poche critiche interne. Le quali cominciano ad affiorare in maniera netta anche da personaggi fin qui vicini al segretario, come Dario Franceschini e Walter Veltroni.

Ma che Renzi non sia un “vinavil”, ce ne siamo accorti da tempo. Anzi, dall’inizio. Ed è, forse, questo essere un uomo di rottura, una delle caratteristiche che lo hanno premiato (sulla fiducia), all’inizio del suo incarico di Presidente del Consiglio, con quel 40% alle elezioni europee.

Ed è ovvio che gli anni alla guida dell’esecutivo del Paese abbiano logorato l’immagine di un leader, il quale sembra non aver riscosso il favore dell’elettorato con la sua azione di governo. Fatto reso evidente dalle continue sconfitte nei vari passaggi elettorali intercorsi in questi anni. Senza dimenticare la disfatta al referendum costituzionale. Passaggio che, per come si è svolto, e per il risultato, inevitabilmente ha lasciato non pochi strascichi.

Per il centrosinistra tutto, e per il PD in particolare, perdere consenso nelle elezioni amministrative assume un valore importante, se non altro per quella tradizione “comunale” che la sinistra, storicamente, ha sempre coltivato con una certa parsimonia e perseveranza.

Prima il municipalismo di inizio ‘900, poi le varie esperienze di giunte rosse degli anni ‘70, mostrano una tendenza ad una vera valorizzazione del “localismo politico” come luogo di prova del buon governo di cui la sinistra era capace. E che non si poteva riprodurre a livello nazionale.

Come scrive lo storico Degl’Innocenti, riguardo al primo municipalismo socialista, esso servì alla “diffusione dell’idea del comune come terreno privilegiato per l’iniziativa, in quanto unità sociologica e comunità di relazioni interpersonali”.

Anche nel periodo burrascoso di Tangentopoli fu la c.d. “stagione dei sindaci” a garantire una certa tenuta allo schieramento di centro-sinistra; che a livello nazionale non riscosse enormi successi con la gioiosa macchina da guerra di occhettiana memoria.

Le epoche sono enormemente cambiate. E con esse anche i contesti a livello politico, economico che sociale.

I partiti hanno meno risorse per “presidiare” il territorio. Meno sezioni, ed un numero di militanti estremamente più esiguo rispetto al passato.

Renzi ha le sue responsabilità nella sconfitta. Il doppio ruolo che ha rivestito in questi anni, non può che renderlo comunque “protagonista” di questo risultato, il quale ridimensiona molto il partito. Per giunta, ancora unica forza ad avere una certa organizzazione territoriale, anche se può, ormai, definirsi “leggera”; nonché una delle poche con formale democrazia interna.

Ma è proprio nelle regole congressuali del PD, che, tra l’altro, può annidarsi un motivo di debolezza del partito.

Al netto della fretta, avuta dall’attuale segretario, di andare subito a congresso per cercare di ripartire immediatamente, e senza soluzione di continuità, con l’obbiettivo di riprendersi Palazzo Chigi, le modalità con cui si è svolto il congresso non hanno certo cementato il partito, nonostante la maggioranza schiacciante dei renziani.

Infatti, un congresso dove si parla poco (o niente) di programmi. Dove non si mettano a fuoco i motivi delle reiterate e pesanti sconfitte intercorse fino lì. In cui a prevalere sono soltanto i nomi ai quali si affiancano correnti e capibastone, e dove l’essere più o meno di sinistra appare una questione legata al dato “geografico” della collocazione, più che al contenuto che essa dovrebbe rappresentare. Ecco, da un momento di democrazia così approntato non poteva che uscire un partito ancora più lasco, e visto da lontano dalle persone.

Se così non fosse, non avremmo assistito a percentuali così alte di astensionismo. Il quale, quando riguarda un elettorato da sempre piuttosto militante e partecipativo come quello della sinistra, dovrebbe far riflettere molto la dirigenza.

I litigi e le divisioni hanno avuto un peso, certo. Ma forse non aveva torto Orlando, quando auspicava un congresso in autunno, ed una conferenza programmatica che lo anticipasse. In cui si parlasse di programmi.

Quando Renzi afferma che le elezioni amministrative non sono certo quelle politiche, ha perfettamente ragione.

Ma se pur le logiche che le caratterizzano sono differenti, è anche vero a quel “reticolato politico” che si trova nel territorio devono arrivare messaggi chiari dal vertice. Perché è da lì che nasce la militanza, la partecipazione e la raccolta dei voti. E’ lì che si aprono sezioni. Ed è nelle amministrazioni locali che si preparano (o almeno si dovrebbe) i nuovi dirigenti.

Ma il congresso del PD non ha assolto a quello che è il suo compito principale: aprire una vera discussione per dare una fisionomia al partito. Il quale continua a sgretolarsi, perché fatto più che da persone, da personalismi.

Per un partito di centrosinistra, perdere le amministrazioni comunali è, oltre che un problema politico, anche di “identità”. Sarebbe opportuno rifletterci.

Raffaele Tedesco

Nessuno è profeta in patria

“Nessuno è profeta in patria”, avrà pensato Grillo, vedendo i pessimi risultati del suo movimento a Genova. Città natale del comico-padre-padrone dell’universo a Cinque Stelle.

E non credo si sia consolato molto nell’osservare che, almeno a livello comunale, la sua creatura abbia preso scoppole a destra e a manca, raccogliendo risultati che non lasciano alcun dubbio sul fatto che sia il M5S lo sconfitto per eccellenza di questa tornata.

Certo, la pubblicità che arrivava dai comuni amministrati dal Movimento non era delle migliori. Raggi, ed ora anche Appendino, non sembrano essere due fiori buoni da portare all’occhiello. Tra l’assenza di piani per la sicurezza per manifestazioni di piazza a Torino, e la presenza ancora di mucchi di immondizia per le strade a Roma, l’onestà è divenuta invisibile, perché coperta da tanta incompetenza.

Ovviamente, oltre a questo aspetto, e pur se Grillo ha tentato, attraverso la sua presenza fisica, di marcare presenza e visibilità del Movimento sul territorio, l’assenza di una vera ramificazione capillare, fatta di militanti e sezioni, si dimostra ostativa alla raccolta di un voto che, molte volte, è racimolato porta a porta.

A tutto ciò non sopperisce la rete. Non adatta a costruire quei legami e quelle relazioni, che fanno la differenza nelle elezioni amministrative.

Comunque, è evidente che, al di là della tipologia di elezione svolta, il messaggio mandato a Grillo ha anche un forte sapore politico. In cui il gusto prevalente probabilmente è l’inconcludenza, se non anche l’incompetenza, del personale grillino.

E questo aspetto, a contrario, potrebbe essere provato dalla vittoria di un ex grillino: Pizzarotti.

Il sindaco uscente di Parma, cacciato da Grillo per eccesso di “eterodossia”, ha stretto un forte legame, in questi cinque anni di mandato, con la sua città. La quale lo ha premiato al primo turno con un buon 34.78 per cento. Lasciandosi alle spalle il candidato del Partito Democratico, Scarpa, distanziato di due punti percentuali.

E’ evidente che l’elettorato ha giudicato positivamente il suo operato; altrimenti, una macchina potente, organizzata e radicata, come è l PD emiliano, avrebbe avuto probabilmente buon gioco verso un candidato senza partito.

Ma, forse, nella vicenda Pizzarotti, oltre alla competenza per una buona gestione del comune di Parma, è stata vista anche la capacità di essere uomo libero, rispetto al suo ex movimento, e agli apparati.

L’essere stato un “eretico” rispetto al diktat grillino, ed aver mantenuto le sue posizioni nonostante la possibilità (poi, verificatasi) di un’espulsione da parte del deus ex machina, Grillo. Il non essere venuto a compromessi con altri partiti quando si è trovato orfano del suo movimento, che gli avrebbero potuto garantire un avvenire politico più sicuro, probabilmente ha fatto di Pizzarotti una persona credibile.

Competenza, autonomia decisionale e radicamento territoriale, sembrano essere le caratteristiche mancate ai Cinque Stelle per poter avere un buon risultato alle ultime amministrative; tanto da essere fuori dai ballottaggi nelle principali realtà dove si è votato.

Queste sono regole generali, valevoli per tutti. E una lezione che Grillo potrebbe imparare proprio da un suo epurato. Forse…

Raffaele Tedesco

Il Modello 8xMille

La proposta di legge elettorale, su cui PD-FI-M5S hanno trovato un accordo, è ormai sotto la lente di ingrandimento per esami e disamine.
Le critiche sono molte, perché non appare proprio un gioiello della “tecnica elettorale”. Anzi, forse sarebbe meglio dire, che è un gioiello. Ma, a quanto pare, più per i “sicuri eletti”, che per gli elettori; i quali elettori, appaiono ancora una volta in una posizione “ancillare” rispetto alle scelte di segreterie e direttori dei vari partiti.
La dicitura “modello tedesco”, sembra uno di quei cartelli attaccati nelle vetrine dei negozi, in periodo di saldi; buoni per attirare la gente, e vendergli comunque qualcosa.
Leggendo uno schema sulla legge elettorale pubblicato dalla Stampa (giovedì 1 giugno), tra l’altro, apprendo che per i piccoli partiti (ed i loro elettori!), questo “modello tedesco” è una disgrazia. Perché, non solo nega l’ingresso nel Parlamento a chi non raggiunge la soglia del 5% (che, tradotto in voti, potrebbero rappresentare circa 1 milione e mezzo di suffragi). Ma, questi voti persi, sarebbero “riciclati” dai “vincitori”, in proporzione ai voti da loro presi.
Quindi, chi ha vinto, vincerà meglio, secondo un principio di “voto-coatto”. Perché, chi ha preso dai suoi elettori la fetta più grande dell’elettorato, si accolla anche la fetta più grande dei voti di chi non l’ha votato. Creando una sorta di “premio nascosto”.
Infondo, come si suole dire, del maiale non si butta niente.; secondo una logica contadina, fondata sul bisogno di economizzare ogni cosa, per tirare a campare.
Anche nel vecchio proporzionale, quello che ci ha accompagnato fino al Mattarellum, e che ha deciso le sorti del governo della Repubblica per oltre quarant’anni, c’era un sistema che recuperava i voti “in più”.
Infatti, alla Camera, (seggi e) i voti residuati rispetto alla prima assegnazione, venivano raggruppati poi nel collegio unico nazionale, all’interno del quale gli scranni venivano assegnati sempre col metodo dei divisori, ma utilizzando ora il quoziente Hare naturale ed esaurendo il calcolo tramite il metodo dei più alti resti (fonte Wikipedia).
Quindi, un partito riutilizzava i propri voti per, eventualmente, eleggere altri suoi rappresentanti. Non faceva beneficenza ad altri partiti. E, comunque, veniva rispettata la volontà dell’elettore, che non si trovava a votare per chi non voleva.
Questo metodo di “scelta coatta”, in Italia, ha (pur con le dovute differenze, è ovvio) un illustre precedente ancora in auge. E’ il “modello 8 x mille”.
Infatti, come ben sappiamo, l’8 per mille è un prelievo fatto dalla nostra dichiarazione dei redditi (quello che non sappiamo sempre è che è obbligatorio).
Questa somma, in base alla nostra scelta, avrà come destinatario lo stato o a una delle chiese che hanno sottoscritto l’intesa. Però, se la scelta non viene effettuata dal cittadino, la sua quota verrà comunque assegnata tra le chiese firmatarie, secondo una regola proporzionale che premia chi già prende di più (la chiesa cattolica, ovviamente).
Possiamo forse dire che, in entrambe i casi, un qualche deficit liberale c’è. E che si calca la tendenza a premiare chi “già è sulla piazza”, perché nel modello 8 x mille, se non scelgo (casomai perché non voglio), qualcuno lo farà per me.
Nel c.d. “modello tedesco”, se non esprimo la mia volontà secondo i dettami dell’ormai famoso richiamo al “voto utile”, potrei vedere addirittura il mio voto andare a chi non avrei mai votato.
Speravamo di poterci trovare di fronte un testo che desse adito ad un alto dibattito tecnico, politico e culturale. E su cui si confrontassero posizioni proporzionaliste, come quella di un Considerant, secondo il quale il modello proporzionale è auspicabile perché “tutte le opinioni, anche le più assurde e mostruose, hanno diritto di essere”. O uninominalista, come quella di Einaudi; che, e senza mezzi termini, non esitava a scrivere che: “[…] E’ necessario dichiarare invece apertamente che questa (di Considerant ndr) è una concezione distruttiva, anarchica, inetta a dar vita a governi saldi […] i paesi non si governano con le regole del due e due fanno quattro”.
Ed invece, no. Anche questa volta, sembra esserci andata male.

Raffaele Tedesco

Scrive Raffaele Tedesco:
L’impresa di trovare lavoro

Vengo da una terra “di mezzo”. Un posto dove il mare e la montagna hanno rapporti di buon vicinato. Che sta, davvero, in mezzo, come una “linea”. Linea che separa, geopoliticamente, il centronord dal sud. Che divideva i Borboni dai Papi, gli americani dai tedeschi per via della “Gustav”, i latini dal resto degli italici. E dove anche il dialetto è “mediano”, affine più al salentino e al siciliano, che al napoletano, con cui confina.
È la vecchia “Terra di Lavoro” o Bassa Ciociaria, luogo che non fa mai ostentazione di se, dei suoi saperi e delle sue bellezze.
E, se vogliamo andare per “linee geometriche”, il mio piccolo paese, di quattro case, un municipio e un campanile, si trova sulla direttrice Napoli-Roma-Firenze-Bologna-Milano.
Quando scelsi l’università, decisi (ma forse fu più l’inconsapevolezza a determinarmi) di andare verso sud: a Napoli. E mi sono trovato nella città più incredibile d’Italia; piena di difetti atavici e forse irrisolvibili.
Posto “maledetto” e magico, dove non albergano le “mezze misure”, e la realtà è sempre uno spaccato netto, e le sfumature, sembra, non siano consentite. Dove il caos regna sovrano, soprattutto al quartiere “Sanità”, che è stata la mia casa.
Napoli, piaccia o meno, è una città centripeta; ti butta dentro e la devi vivere per forza. Ed io l’ho fatto, e sono sopravvissuto, tanto da volerle ancora bene.
Tornato brevemente a casa post laurea, ci sono stato giusto il tempo per capire che di fare l’avvocato proprio non mi andava, e urgeva, quindi, trovare un lavoro.
Ma, siccome la Cassa del Mezzogiorno era un lontano ricordo, e la Fiat non godeva proprio di buona salute, l’operazione non era semplice, e mi trovai, così, a scaricare gelati sulla spiaggia (sono sempre stato eclettico!).
Però, il lavoro nero non è una bella cosa, anche se i gelati erano buonissimi. Bisognava cambiare registro.
Ed allora, scelgo Bologna, dove in quel momento viveva il mio amico, e compagno radicale dei tempi dell’Università, Piero.
Una valigia in macchina, con accanto una cassetta piena di viveri per un mese, il cui contenuto alimentare identifica, più di ogni altra cosa, la tua provenienza. E via, con strumentale velocità, per cercare di non “tradurre” sentimenti semplici come la paura. Fiducioso del fatto che avevo sentito dire che Bologna fosse “grassa”, ed incuriosito dalle parole di Augusto De Luca che la descrivono come “……..una città che si svela a poco a poco attraverso i suoi infiniti porticati intrisi di storia che si ramificano simili a cunicoli venosi, arterie, capillari di una città ‘cuore’, rossa di terra cotta”. Ma anche, e non lo nego, dalla canzone di Guccini, che ne parla come “una vecchia signora dai fianchi un po’ molli col seno sul piano padano ed il culo sui colli”.
Appena il tempo di arrivare, che, praticamente il giorno stesso, Piero viene trasferito da Bologna a Reggio Emilia per motivi lavorativi, lasciandomi casa sua a disposizione per un mese. Neanche il gusto di un “ricongiungimento familiare” secondo la tradizione degli emigranti terroni!
Allora, solo ma fiducioso, faccio i conti dei soldi che ho in tasca, pensando che per un mese dovrei sopravvivere.
Stampo, a “scrocco” da un amico, qualche centinaio di curricula, ed inizio il mio giro della speranza in tutte le agenzie del lavoro di Bologna. Giro che, a cerchi concentrici, si allarga a tutte le zone industriali della provincia, con trasferte fino a Modena, Parma e Reggio. E tutto effettuato “brevi manu”.
I risultati sono sempre racchiusi nella frase: “Grazie, le faremo sapere”.
Qualcuno mi dice che ho un curriculum “sbilanciato”. Allora, per rientrare nel peso, faccio fuori laurea e master vari, lasciando solo esperienze lavorative da operaio. E ricomincio, provando con mano che la “dieta curriculare”, pur se non porta a risultati immediati, ha il pregio di renderti più “visibile”.
Qualche chiamata come “mulettista” arriva, ma qui a Bologna sono più fiscali che da me, e non si fidano della mia bravura nel condurre il muletto: vogliono la patente. Ed io non ce l’ho, non c’è come esame all’università….
Un giorno, però, entro nell’ennesima agenzia per il lavoro, claudicante per una “tallonite” dovuta al vano pellegrinare. Consegno il mio c.v. “omissivo”, e cerco di stare attento a non far trapelare indizi di lauree ostative.
Il mio interlocutore, però, non essendo il solito stagista messo lì per risparmiare sui salari, scopre “l’altarino”, dicendo che è stato il mio “italiano” a far cadere la copertura. Troppo forbito e non sgrammaticato (la mia cara maestra sarebbe stata orgogliosa di me!).
Smascherato, non posso più mentire. Anzi, ricordandomi il proverbio secondo il quale “la miglior difesa è l’attacco”, faccio anche l’indignato, senza cercare difese compassionevoli, e ricorrendo a tutte le armi “sociologiche” che conosco. Infondo, che colpa ne avevo io se ero laureato?
E poi, come mi ha sempre detto anche mia nonna, ho due mani buone pure per l’agricoltura, e se lo dice lei, che è una vecchia contadina ciociara, deve essere per forza vero.
In quel momento, stavano vacillando anche le mie ultime speranza.
Però, il selezionatore, senza dir nulla, alza il telefono e chiama una sua collega, chiedendo se una certa posizione lavorativa era ancora aperta.
Lo era, ed io vado a fare il colloquio presso un service bancario, dove cercavano un lavoratore notturno da inserire nel reparto della contabilità degli assegni. Orario di lavoro dalle 21 alle 4 del mattino.
Il colloquio è con l’amministratore delegato in persona, il quale si era preparato ad uopo sulla selezione del personale. Ed inizia una raffica serrata di domande, in cui mi accorgo che i “dieci consigli su come superare un colloquio” che ho letto su internet, non sono propriamente azzeccati e calzanti alle situazioni concrete.
Però, sull’azienda mi ero preparato a dovere, e avevo imparato, per filo e per segno, qual’era il suo “core business”. Peccato che, pur se candidato al reparto “contabilità assegni”, non avessi mai staccato un assegno in vita mia, né, tanto meno, avevo mai posseduto un conto corrente, un bancomat o una carta di credito.
Insomma, ero un come fossile che cercava lavoro nella Silicon Valley.
Cerco di tenere un aplomb inglese (ma, forse, sembrava più anglo-ciociaro). Non “ostento”, ma non mi “stendo”. Aspetto il momento buono per assestare un colpo. Perché tutto assomigliava ad un incontro di scherma.
Alla classica domanda su quale sia l’ultimo libro che ho letto, prendo la palla al balzo per creare un minimo di difficoltà, e gli cito “La società aperta e i suoi nemici” di Popper.
Scopre il fianco, ammettendo che non lo conosce. Ed io, magnanimo, di rimando:” Non si può conoscere tutto nella vita”.
Paro dove posso. Mento quanto basta, e con l’orgoglio giusto per far sembrare la bugia vera, o almeno verosimile. E, come un lampo, arriva la mia occasione, quando l’a.d. mi chiede:” mi faccia lei una domanda”; lamentandosi che molti gli chiedevano che sport facesse.
Al che dico:” Lei ha problemi se per il lavoro che offrite, e per il quale non è richiesto, che io sia un laureato?”
Disse di no e, forse per non cadere in contraddizione, mi assunse. A tempo determinato, ovviamente. E con la “clausola espressa” che non sarei mia stato assunto a tempo indeterminato. Il mercato, disse, non lo consentiva.
Mi vennero in mente le parole di un nostro ministro del lavoro di qualche anno fa, secondo il quale “la precarietà è una vaga condizione mentale… (in fondo ndr) precario è, chi precario fa”. Quindi, la “condizione” è tutta una questione di “concentrazione”.

L’articolo è già apparso sulla rivista “I Martedì”, n 2/2016 , anno 40, n. 333

Modello Coverciano

Il ministro del lavoro Poletti, ci ha abituato, ormai, alle sue gaffe. Sui giornali ci finisce più per le sue uscite, non proprio “istituzionali”, che per mirabolanti risultati del suo agire da responsabile di dicastero.
Ma, negli ultimi anni, i giovani (o “diversamente” giovani), rispetto al lavoro e alla loro condizione, si sono sentiti dire di tutto: “Choosy, sfigati, bamboccioni”. Non proprio dei complimenti, resi ancora più urticanti, perché espressi da chi ha la responsabilità di governare il paese. E, quindi, di dare delle possibilità di vita e sviluppo personale, quanto di progresso sociale.
Però, senza fare troppo i “puritani”, bisogna ammettere che Poletti ha detto la verità. Per trovare un lavoro, contano molto più le relazioni personali, che l’invio di curricula. Peccato che, utilizzando la metafora della partita di calcetto, il Ministro rischia di prestare il fianco ad una critica “classista”; che per una persona di sinistra non dovrebbe essere cosa indifferente, e rinvenibile nella variabile della “squadra”. Che può fa quelle differenze che, proprio un ministro del lavoro (e di sinistra), dovrebbe tentare di eliminare.
E che sia sempre esistita una differenza “di campo” tra le persone, non sminuisce un problema che rimane importante; uno dei capisaldi della nostra società: l’avere uguali opportunità al di là delle condizioni economiche e sociali.
Ma non facciamola troppo lunga su questo. Si potrebbe sfociare in un blando “moralismo”, poco avvezzo ad un più utile pragmatismo.
Però, pur volendo ridursi al miglior uso di un pensiero utilitarista, un problema si pone, quando a parlare con una certa “libertà” sono persone di altre “epoche”, ed altre “Italie”.
Nessuno vuole togliere ai vari Poletti, Padoa Schioppa, Fornero, Berlusconi & C. i loro meriti professionali. Siamo certi che sono arrivati ai massimi livelli nel loro lavoro, perché sono stati bravi. Anzi, cosa dico, eccellenti.
Ma loro, almeno sotto un profilo “quantitativo”, sono figli di un paese diverso.
E’ molto difficile dare giudizi comparativi sulle epoche passate. Il professor Powicke ebbe ad affermare che: “Il desiderio di un’interpretazione della storia ha radici così profonde che, se non possediamo una visione costruttiva del passato, finiamo nel cadere nel misticismo o nel cinismo”. E di “misticismo” e “cinismo” in salsa populista, ne abbiamo fin troppo in questo paese.
Possiamo dirlo senza possibilità di grossa smentita: per quanto riguarda la “corposità” dei diritti sociali, e delle possibilità lavorative, la generazione dei Poletti è stata molto più avvantaggiata. Almeno con riferimento al nostro paese.
Una tale massa di giovani senza lavoro, dal Dopo Guerra, non si era mai vista. Come non si era mai percepita la possibilità di rimanere precari a vita. O, ancora, non si presumeva affatto che le future pensioni sarebbero state tali da far immaginare impossibile la ben che minima soglia vitale.
E questo non può certo essere imputato ai “bamboccioni”. Ma, sia ad una cattiva gestione delle risorse, come ad una, praticamente, flebile capacità di vedere (e “prevedere”) il futuro da parte dei governanti.
Se l’Italia, dal “Miracolo Economico”, è passata ad un lento, e sembra inesorabile, declino, non è responsabilità principale di chi, oggi, emigra. E la politica, che avrebbe dovuto fare da naturale guida, al fine di garantire chi c’era e chi ci sarà, non è stata in grado di costruire un giusto equilibrio generazionale.
Oggi, quando si lavora, si guadagna poco, e neanche sempre, vista la continua precarietà. Con ciò, e con l’aggiunta dei continui tagli a quel welfare state, istituzione di cui la “generazione Poletti” ha beneficiato non poco, la vita di ogni giovane è messa a dura prova. Lasciando alla famiglia di origine (quando c’è, e può) il compito di fare da ammortizzatore sociale.
Il sociologo Parkin affermava che: “Le disuguaglianze connesse con il sistema di classe si fondano su due processi sociali interrelati, ma concettualmente distinti. Il primo è l’assegnazione dei compensi in relazione a differenti posizioni nel sistema sociale; il secondo è il sistema di reclutamento a queste stesse posizioni”.
Tra i sistemi di “reclutamento”, Parkin non aveva certo in mente il “modello calcio” di Poletti. Però, aveva ben chiaro il ruolo giocato dalla “famiglia” (squadra!) nel “sistemare gli individui ai diversi livelli della gerarchia di classe”, secondo un “auto reclutamento sociale […] cristallizzando così nel tempo la struttura di classe”.
Ma la “classe” non è mai stata pensata in termini generazionali. Forse, è questo che dà a qualche politico la “liceità” di un certo linguaggio; perché sa che non ha di fronte un corpo sociale compatto, capace di farsi sentire all’unisono. Almeno per ora.
Restando in un’ottica da “stadio”, chi ha giocato a pallone sa benissimo che, volendo fare una distinzione solo duale, i sistemi di gioco si dividono in “gioco a zona”, e “gioco a uomo”. Nella variante tutta italiana, il gioco a uomo viene (veniva) applicato come “catenaccio”.
Aspettiamo da Poletti indicazioni in merito al sistema per meglio giocare, vincere e lavorare. È il suo lavoro, infondo. E non gli diamo, e non gli daremo, tutte le croci addosso per ogni insuccesso in campionato. E’ giusto saper valutare le responsabilità…

Raffaele Tedesco

Renzi, il Lingotto
e il debito pubblico

Sulla tre giorni del Lingotto, si è detto ovviamente molto. Le analisi sullo storytelling, che avrebbe dovuto rilanciare l’azione di Renzi, sono state le più disparate. E non di rado si sono differenziate per via dell’appartenenza politica.

Molti hanno visto l’ex presidente del consiglio non particolarmente esplosivo; ed uno dei motivi potrebbe essere la non trascurabile posizione di ripartenza di Renzi: ovvero, quella di uno sconfitto.

Egli ha cercato di ricreare (o creare ex novo?) i “recinti ideali” di un partito con un’identità, il quale abbia i caratteri di una sinistra capace di misurarsi con le sfide che il mondo attuale impone.

Ha provato a smarcarsi da un “io”, risultato ingombrante per eccessiva autosufficienza, al fine di far posto ad un “noi” più tranquillizzante e cooperante.

Uno dei punti qualificanti del suo discorso è stata l’importanza della costruzione dell’Unione Europea; lanciando, di conseguenza, la proposta dell’elezione diretta, da parte dei cittadini, del Presidente della Commissione. E non facendosi mancare qualche bordata ai sempre vituperati burocrati, quelli con la matita rossa e blu in mano e solerti sottolineatori dello “zero virgola”.

Si è buttato anima e cuore sulla parola “compagno”, nei confronti della quale mai aveva nutrito particolare trasporto. Ha riaperto le porte delle “Frattocchie”, riconoscendo esplicitamente il ruolo fondamentale della formazione politica per preparare i futuri amministratori. Ha ridato lustro alla territorialità del partito. A quei circoli che, forse, qualcuno pensava di poter rottamare grazie ai sedentari social network. Ma che, e probabilmente non è un caso, hanno garantito la vittoria del “si” al referendum costituzionale, proprio in quelle zone dove sono ancora diffusi: Toscana ed Emilia-Romagna.

Ha invitato ha rivolgersi al futuro senza paura. Ha elogiato, sostanzialmente, il modello Marchionne. Ha ricordato il problema del Sud. E tentato di rivendicare quella parte di azione di governo che ha provato a dare un cambio di passo al paese. Poi, immigrazione, demografia, garantismo e quant’altro.

Insomma, ha cercato di venir fuori da un momento per lui difficile, provando ad uscire dall’angolo, dove anche le inchieste giudiziarie rischiano di prendere sempre il “bersaglio grosso”. Se ci sia riuscito, non è dato ora saperlo. E non è qui che si vuole appurarlo.

Ma c’è stato un grande assente in tutto il discorso renziano, di cui ognuno ormai si è fatta l’idea che vuole. E non è un’assenza qualsiasi, perché, scusate il giro di parole, è una presenza “pesante”. La quale sarebbe buona ad affossare inevitabilmente qualsiasi ottima idea. O a vanificare ogni sforzo programmatico.

Stiamo parlando del debito pubblico, che grava come un macigno sulla nostra condizione presente, e ipoteca, negativamente, anche il futuro.

I dati ci dicono che, attualmente, esso veleggia intorno al 133% del PIL nazionale. Circa 2200 miliardi di euro!

Secondo uno studio dell’Adusbef, il peso del debito sui cittadini italiani è cresciuto in 20 anni di 14.362 euro arrivando alla fine del 2016 a toccare 36.670 euro pro-capite.

Forse, il Lingotto non era il posto giusto per parlare di debito pubblico? Forse, il dover galvanizzare un partito e un paese non rendeva “agibile” un discorso su questo spinoso argomento? Forse, non essendo neanche Renzi riuscito ad uscire indenne dall’aumento del debito, durante il suo governo, si è preferito soprassedere sull’argomento, che è sinonimo (non solo per Renzi) di sconfitta? Forse, la complessità del discorso sul debito pubblico avrebbe reso farraginosa qualsiasi narrazione?

Forse, appunto. Ma se ci si vuole “prendere cura” di questo paese, rispetto soprattutto alle sue generazioni future, bisogna mettere questo problema sul tavolo. Al fine, anche, di non farselo risolvere sempre dai burocrati europei, che chiedono tagli, e sempre tagli, senza alcuna visione politica, che non sia la “linearità” della necessità economica.

Se si parla di “strategia per i prossimi 10 anni”, bisogna fare i conti con questo mostro enorme. “Stabilizzato”, per ora, dalle riserve del cittadino “formica”, con i conti personali in banca. Ma che, ovviamente, è un equilibrio precario, e  che andrà sempre più erodendosi, per via sia della mancanza di lavoro per i giovani, che delle loro misere paghe da prossimi venturi (se non attuali) “working poor” .

Meno soldi nelle tasche, meno welfare per il futuro, importi da fame per le pensioni che verranno, bassa capacità di investimento personale e statale, servizi essenziali (trasporti, per esempio) sempre più cari. Sono questi alcuni dei problemi che si porta dietro la presenza, per il nostro paese, di un debito di tali dimensioni.

Se non si provvede, il “progetto paese” avrà fondamenta incerte ed insicure. E una discussione sull’argomento va iniziata subito, anche a sinistra e, soprattutto, “da sinistra”. Senza aspettare il prossimo governo tecnico, che con tagli “apolitici” lineari, prenderà le risorse anche là dove andrebbero lasciate. Adducendo come giustificazione: “Ce lo chiede l’Europa”.

Raffaele Tedesco

La parola dimenticata

Non c’è bisogno di essere dei nostalgici per constatare che, un tempo, i politici erano, non di rado, anche dei grandissimi intellettuali. Sapevano usare le parole; che spesso erano termini “partigiani”, i quali identificavano precisamente il campo in cui si stava e la strada che si intendeva tracciare.

Era il tempo delle ideologie, è vero. Però, come ci hanno insegnato antropologi, sociologi, linguisti, psicologi, le parole concorrono alla formazione del pensiero. Non sono accessori neutri di puro trasferimento di informazione. Aiutano, esse stesse, a costruire la realtà e, di conseguenza, a conoscerla.

Perché, se è vero che il pensiero (l’idea) crea i concetti “anticipando” le parole, è altrettanto vero che senza il linguaggio che connette i pensieri, non sarebbe possibile pesare, creare, costruire, progettare.

Ascoltando i politici di sinistra, ci si accorge dell’assenza di una parola un tempo molto cara: “progresso”. Termine che sembra essere sostituito in ogni dove con la parola “crescita” (o al massimo sviluppo).

Negli “Scritti Corsari” di Pasolini, c’è un inedito, intitolato “Sviluppo e progresso”.

Pasolini, quasi mezzo secolo fa, scriveva:” Ci sono due parole che ritornano frequentemente nei nostri discorsi: anzi, sono le parole chiave dei nostri discorsi. Queste due parole sono sviluppo e progresso [….] Bisogna assolutamente chiarire il senso di queste due parole e il loro rapporto se vogliamo capirci in una discussione che riguarda molto da vicino la nostra vita anche quotidiana e fisica […] La parola sviluppo ha oggi una rete di riferimenti che riguardano un contesto indubbiamente di ‘destra’…a volere lo sviluppo sono gli industriali. Chi vuole invece il ‘progresso’? Lo vogliono coloro che non hanno interessi immediati da soddisfare, appunto, attraverso il progresso…lo vuole chi lavora e chi è dunque sfruttato […] Il progresso è quindi una nozione ideale (sociale e politica) […] lo vogliono gli operai, i contadini, gli intellettuali di sinistra”.

Il cambiamento sarà, forse, solo una questione di “modernità”. Dicono, inoltre, che i confini politici sono liquidi e le identità sfumate. Che devi correre molto forte per star dietro al vorticoso cambiamento. Che devi essere smart e easy. Che la socialdemocrazia si è eclissata quando ha svoltato sulla “terza via”. Che tagliare il welfare è necessario, anche se non so se è moderno. Che la vecchiaia è un costo sociale molto pesante, pagato a suon di pensioni.

Che i giovani devono abituarsi a non affezionarsi troppo al proprio lavoro, perché, con ogni probabilità, non sarà lo stesso per tutta la vita. La chiamano flessibilità, altro termine moderno.

Che la qualità di un paese, e della bontà delle sue politiche, si desumono dal PIL, ma mai “dall’indice di sviluppo umano” elaborato dall’ONU.

Nella parola “progresso” sembra esserci, invece, l’idea, molto umana e umanistica, di non lasciare indietro nessuno. Di tener conto delle condizioni di ognuno di noi; soprattutto di quelle di partenza, viste anche le persistenti disuguaglianze che incidono pesantemente nella società. Perché, il progresso riguarda e tocca tutti, quasi in maniera “egualitaria”.  Esprimendo, al tempo stesso, un senso di comunità inclusiva.

Viene dal latino, e significa “andare avanti” per determinare condizioni positivamente avanzate, materiali e spirituali, della vita umana.

Nel termine crescita, la quale può essere utile e necessaria per creare qualcosa in più, si avverte solo un senso meccanicistico e economicistico. E non si capisce quanto questa crescita sia realmente redistributiva. E, quindi, inclusiva. Non essendo sicuri che ne saremo effettivamente tutti, e dico tutti, beneficiari. E a quali costi, poi.

Essa non può essere infinita, perché finite sono le risorse per alimentarla. Al contrario, invece, il progresso non ha bisogno per forza di risorse da consumare: basta, delle volte, usare bene quelle che ci sono.

“Crescita” e “progresso” li possiamo immaginare entrambi come due fiumi. I quali possono avere una grande portata d’acqua. Solo che quello della crescita può sfociare anche solo ad “estuario”; quello del progresso a “delta”.

Massimo Nava, in un bell’articolo uscito sul Corriere circa un anno fa, metteva in guardia dalla “confusione lessicale”. Perché, non è con essa che si possono capire le cose. E la confusione che genera, lascia spazio solo a contrapposizioni sterili.

La parola chiave è “confusioni lessicali”, che possono diventare “confusioni(di) politiche”.

Altra importante assente dai discorsi e dai documenti di gran parte della sinistra europea, è la parola “redistribuzione”. La quale, al massimo, diventa un concetto incidentale, più che un programma politico.

Raffaele Tedesco

Formia, ispirazione per i suoi noti “passanti”

Torre-di-Mola-Formia-364x245“Mola di Gaeta (Formia n.d.r.) ci salutò nuovamente con i suoi alberi ricchi di aranci. Siamo rimasti un paio d’ore. La baia innanzi alla cittadina offriva una delle più belle viste; il mare giunge fin qua. Se l’occhio segue la destra riva, raggiungendo infine la punta del corno della mezzaluna, si scorge su una rupe la fortezza di Gaeta, a discreta distanza. Il corno sinistro si stende assai più innanzi; prima si vede una fila di montagne, poi il Vesuvio, quindi le isole. Ischia è situata quasi di fronte al centro […]”.

Quando Goethe descriveva così Formia e il suo panorama, il Bar Sud, di certo, ancora non c’era. Oggi, se percorri la via Appia, te lo trovi prima di entrare nel centro abitato formiano, proprio a guardia del mare. Alloggiato in uno stabile che, nonostante la “rinfrescata”, si vede che è roba vecchia. Non vecchia come Goethe (forse!), vecchiotto però, sì.

Affianco al bar c’è un portone. Che, visto il brutto color ottone, probabilmente appartiene agli “scintillanti” anni ’80. E si addice poco sia alla poesia di Goethe, che alla bellezza del golfo.

In alto a sinistra è attaccata una lapide, che dà lustro al palazzo. Non solo perché, anche solo visivamente, da quella si capisce che lì è successo qualcosa; ma per il nome che su di essa vi è inciso: Antonio Gramsci.

Lo stabile era, infatti, la clinica del dottor Cusumano. E qui fu spedito il capo dei comunisti italiani dal regime dittatoriale di Mussolini, il 7 dicembre 1933. Sempre in detenzione, ovviamente, e dopo il periodo passato nel carcere di Turi.

Gramsci era tanto malato, quanto la clinica poco attrezzata per curarlo, come si sarebbe dovuto. Ma, come sappiamo, il primo pensiero di Mussolini non era certo la salute di Gramsci. Ma il suo cervello, a cui, come affermato dal pubblico ministero che lo condannò a 26 anni e 4 mesi di carcere, doveva essere impedito di funzionare.

Alcune testimonianze, riportate in un bel racconto di Mariangela Lombardi, ce lo descrivono schivo e sempre intento a scrivere e studiare. Mentre la città pareva disinteressarsi del capo dei comunisti italiani. Poco avvezza, come era, a slanci e fiammate politiche. E simile, invece, al clima del suo golfo, dove nulla, né il vento, né la pioggia né il mare è mai esagerato.

Pare che, invece, un birrocciaio riverisse Gramsci con tre colpi di frusta sul suo sfortunato ronzino, fermandosi, ogni dì, davanti alla clinica. Un gesto di riconoscimento.

In quello stesso periodo, nella clinica Cusumano, era ricoverato anche un altro personaggio, che tentò di far la pelle a Mussolini. Anzi, fu il primo a provarci insieme al deputato social-unitario Tito Zaniboni; il quale, però, non riuscì ad usare a dovere il suo fucile di precisione Steyr-Mannlicher M1895.

Il quasi “ducicida” è il generale Capello. Quello che, per intenderci, si fece fregare a Caporetto dalla futura Volpe del Deserto, Rommel; allora un oscuro capitano, che mise in subbuglio le linee italiane, determinando la tragica “Rotta”.

La mattina, Gramsci aveva due ore d’aria, durante le quali poteva fare una camminata lungomare, accompagnato sempre da dei carabinieri.

Ad attenderlo, come ricorderà anche Sofri in un bell’articolo sul Foglio, non trovava solo il carrettiere, ma anche un personaggio a lui molto più noto. Ovvero, l’ingegner Bordiga Amedeo.

Bordiga, insieme a Gramsci, aveva cambiato per sempre le sembianze della sinistra italiana, con la scissione di Livorno del 1921. E fu il primo segretario del PCd’I. Ma anche, in un certo senso, il primo (di fatto) illustre estromesso. Per poi esserne espulso nel 1930, perché difese, pur non condividendolo, Lev Trotsky.

Troppo a sinistra, Amedeo Bordiga; anche rispetto ai vari Terracini, Togliatti e Gramsci. Ritenuti, in seno al partito, “centristi” e filo stalinisti.

Fuori dalla politica attiva, Bordiga era approdato a Formia, perché di qui era sua moglie, la signora Antonietta De Meo.

A dispetto di qualche “malelingua”, che lo voleva ricco costruttore, in un ‘intervista all’Unità la signora Antonietta ribatte seccamente che Amedeo invece, nella vita formiana, si arrangiò.

Il fascismo gli aveva tolto il l’abilitazione ad esercitare la sua professione di ingegnere. Quindi, i progetti che realizzava, glieli firmavano gli altri. E di lui si servivano anche i preti, perché era una brava persona, e si fidavano: le chiese, insomma, non le bruciava, ma le riparava.

I due si incontravano, ma si salutavano appena. Fino a quando, come riportato da Sofri, Gramsci gli fece arrivare una “imbasciata”, con cui gli chiedeva di non farsi più vivo, altrimenti gli avrebbero tolto l’ora d’aria.

Come sappiamo, Gramsci lasciò, poi, Formia per andare a Roma. Dove morì nel  1937.

Bordiga, invece, a Formia rimase tutta la vita. Più o meno dimenticato dal suo PCI.

In quegli stessi anni ’30, però, un altro personaggio transitava per la cittadina del basso Lazio. Qualcuno, forse con qualche eccesso, lo ha definito un “eretico” all’interno del comunismo italiano. Comunque sia, si tratta di Pietro Ingrao, nativo di Lenola, piccolo centro abbarbicato su un colle tra i monti Ausoni. Che si estendono a nord fino ai Monti Lepini, vecchio feudo di sinistra della terra pontina. Quel punto sempre rosso, che faceva da contraltare alla nera e piatta Latina, la quale quelle alture dominano.

Ingrao studiò nel liceo classico della città. Quell’istituto “Vitruvio Pollione”, che, ancora oggi, è lì, vicino la stazione, sulla strada per andare alla Formia “alta”: il quartiere Castellone.

Della città, il futuro dirigente del PCI dice che:” era molto bella, un mare meraviglioso, una spiaggia stupenda, un luogo dove noi andavamo a flirtare. Una città piccola e viva, che aveva un bellissimo strato di gioventù che crescendo si univa alla gioventù di Roma […]”.

Ma non fu la bellezza cittadina a cambiargli la vita, perché se in quel periodo, come disse, “modificai il mio percorso politico e abbandonai le organizzazioni giovanili fasciste a cui tutti noi eravamo obbligati a essere iscritti e abbracciai gli ideali antifascisti […]”, il motivo risedette nell’incontro con un professore del liceo: Gioacchino Gesmundo.

Gesmundo fu il docente in storia e filosofia di Ingrao. Ma, soprattutto, era un ardente antifascista. Diventando, in seguito, gappista a Roma.

Nella capitale si trasferì, poi, anche lo stesso Ingrao; il quale ricorda che si recava nella casa di Gesmundo presso Porta Metronia. “Un appartamento pieno di libri e di giornali, perché in casa sua c’era la redazione dell’Unità e tanti studenti del liceo Cavour, dove lui in quel periodo insegnava, aiutavano la diffusione del giornale clandestino”.

Il professore, infatti, del giornale fondato da Gramsci, fu vicedirettore nel periodo più complicato e pericoloso.

Nominato vice commissario di Divisione delle formazioni della Resistenza romana, adibì la sua casa anche ad arsenale. Ma, durante una perquisizione dei fascisti, furono rinvenuti due sacchi di chiodi a tre punte, che servivano per preparare delle bombe.

Arrestato, fu portato in via Tasso; posto dove conducevano gli antifascisti per interrogarli e torturarli.

Gesmundo fu torturato per un mese intero, ma non parlò. Così, i tedeschi lo condannarono a morte, con esecuzione avvenuta alle Fosse Ardeatine.

Ma Formia, non è stata solo un posto per confini, esili più o meno volontari o inizi di attività cospiratorie. Perché, il suo clima placito, il suo essere un po’ fuori dal mondo la rendeva posto ideale per riposi.

È per questo che Nenni la scelse come luogo di vita “oltre” la politica. E solo una volta, il 22 aprile del 1956, la infiammò con la sua oratoria rivoluzionaria. Fu in un comizio tenuto in Piazza Municipio, in occasione delle elezioni amministrative.

La piazza era rossa e gremita. E per il PSI le elezioni furono un grande successo.

Nenni, proprio in quei giorni, appunta sul suo diario che “è cominciata la costruzione della villetta che sorge con i soldi del premio Stalin”.

Come sappiamo, i soldi, dopo i tragici fatti di Ungheria del 1956, Nenni gli devolvette alla Croce Rossa Internazionale; ma la villetta vide, di lì a poco, la luce egualmente. Diventando il luogo dell’otium meditativo e distensivo del leader socialista; che, comunque, aveva iniziato già a frequentare Formia nel 1948, ospite di Remigio Paone, impresario dello spettacolo.

Sarà un caso, ma che uno dei più grandi oratori della storia politica italiana abbia voluto la sua villetta proprio vicino alla tomba di quel maestro di retorica, che fu Cicerone, è un fatto almeno divertente.

Probabilmente, il console romano avrebbe apprezzato i famosi slogan del rivoluzionario romagnolo (“O Repubblica o il caos”, “C’è sempre uno più puro di te che ti epura”), rimasti nella storia del nostro paese. Ma certo è che entrambe scelsero la località di Vindicio, vicino al mare. Nenni, nel suo diario annota:” Il posto è bello con un lieve promontorio, che domina l’incantevole Golfo di Gaeta”. Cicerone avrebbe approvato.

Lì, trovò “sole, mare, pace”. E con la sua bici, la mattina, percorrendo la via Appia, si recava alla vecchia edicola di Silvio Paone per acquistare i giornali.

Erano, certo, altri tempi. Ma nessuno lo importunava, pur se i fascisti a Formia non sono mai mancati. Nessuna scorta particolare. Nessuna ressa. Nulla. Tutti lo conoscevano, riconoscevano, e magari lo vedevano come Pasolini nella sua famosa poesia “Con che amore io vedo lei, acerbo, gli occhiali e il basco d’intellettuale, e quella faccia casalinga e romagnola”. Se ne rispettava la, oggi, tanto richiesta privacy.

Nella sua villetta, passarono in molti: Togliatti, Saragat, Rumor, Moro e tutta la nomenclatura del PSI.

Ma a Formia, Nenni, tentava di appartarsi. Pur se non si negava agli operai della vetreria di Gaeta, che lo andavano a trovare.

In giardino, si era fatto costruire un campo da bocce, dove giocava con i suoi amici del posto. Tra cui il dottor Tipaldi, medico della famiglia Nenni, e  primario dell’ospedale Dono Svizzero di Formia. Un agglomerato di baracche, prima che Nenni si impegnasse a che divenisse un ospedale dalle sembianze “umane”.

Un altro padre nobile della sinistra scelse Formia per i suoi riposi fu il “post-fascista” (come preferiva definirsi), Vittorio Foa.

Forse, anche per la sua anima movimentista, alla quiete del mare, preferì i ritmi del vecchio quartiere popolare “Castellone”.

Qui, aveva la sua casa Maria Teresa Tatò, detta Sesa.  Sorella di Franco, storico portavoce del segretario del PCI, Berlinguer, e che compare, con il nome di Lisetta, anche nel famoso romanzo “Lessico Familiare” di Natalia Ginzburg.

La loro casa era sempre aperta a tutti. E lì, Foà, scrisse alcuni dei suoi libri più celebri, come “La Gerusalemme rimandata”, “Questo Novecento” e “Le virtù della Repubblica”.

Che due ex partigiani potessero sposarsi, potrebbe essere, forse, nelle cose. Ma che lo facessero quando lui e lei avevano, rispettivamente, 95 e 80 anni, non è cosa da tutti. Ma lo stesso Foa amava dire che:” Quando si è vissuti così a lungo e così bene, non si può abbandonare. Devo darmi un progetto”.

Chiaro, direi. E non cosa da poco per uno che, tra i vari progetti, ha realizzato anche quello di dare all’Italia la democrazia.

La città di Formia gli ha dedicato un auditorium e un premio. Il Partito Democratico locale, una sezione. Circolo, scusate!

Nel giugno del 1999, scrisse che “l’Europa esiste, ma il nuovo secolo è tutto da inventare”. Aveva ragione, pur non avendo potuto vedere cosa sta ora succedendo.

Formia è sicuramente più famosa per il suo golfo, che per il passaggio, voluto o forzato, di queste persone. Persone che non rappresentano, usando le parole di Joseph Mitchell, la “gente minuta”. Tuttalpiù, in questo caso, la “gente di passaggio”.

Non so, precisamente, e non importa stabilirlo qui, cosa tramuti un semplice fatto del passato in un fatto storico. La risposta la lasciamo a E. H. Carr, con il suo “Sei lezioni sulla storia”, in cui troviamo anche scritto che la storia è un’enorme sega verticale piena di denti mancanti. E, questi denti, non gli troveremo certamente a Formia.

Però, “allontanandoci dal molo, la vista rimane sempre bella, sebbene si perda il godimento del mare. L’ultimo sguardo che gli rivolgiamo coglie una graziosa insenatura che vien disegnata (…)” (Goethe).

Note a margine sul Pd

Sul Consiglio Nazionale del Partito Democratico, tenutosi ieri a Roma, si è detto e scritto molto oggi sulla stampa nazionale. Sono stati analizzati la “scena” come i “retroscena” possibili, senza tralasciare alcuna delle ipotesi plausibili per il futuro.
Si è molto sottolineata la litigiosità interna al PD. Ma, a ben vedere, quale partito della nostra Repubblica non è stato litigioso? Di frazionismi e correntismi, come di protagonismi personali, è inutile scandalizzarsi, parlando di odi e faide. Non esiste la “famiglia (politica) del mulino bianco”. E forse non è neanche un male in sé.
Certo, in questo frangente, e con il PD al governo, la complessità della situazione generale rende ogni distanza particolarmente gravosa; soprattutto per un partito che cerca faticosamente un’identità.
Tra autocritiche fatte e mancate; minacce di scissione; autocandidature alla segreteria, con un congresso da farsi in tempi piuttosto brevi (così come voluto dal segretario), la diretta streaming non ha offerto grosse sorprese.
E se di tutto, più o meno, già si è parlato, e con dovizia di particolari, forse val la pena di spendere alcune parole ancora per due discorsi. Ovvero, quelli di Paita e Orlando, dove ci sono stati passaggi interessanti. E che vanno oltre la discussione su “congresso subito o congresso più in là”.
Orlando, come sappiamo, ha espresso la convinzione che, prima del congresso, utile sarebbe svolgere una grande conferenza programmatica. Al fine di trovare almeno una base comune su cui intessere una discussione congressuale; e per evitare di arrivare all’assise più importante per la vita democratica di un partito, il congresso appunto, così come avvenuto nell’immediato passato. Quando a scontrarsi sono stai solo gli uomini, e non le idee. Risultando effettivamente irrisorio l’apporto alla discussione, e all’elaborazione, dei singoli iscritti al partito. Pochi e marginali nella discussione, tanti (guarda un po’!) nelle file ai seggi per votare questo o quel candidato.
Ad un certo punto, Orlando ha sottolineato con una certa forza, che il discorso che stava tenendo non era “rivolto allo streaming”; ma ai dirigenti del Partito Democratico, dentro e fuori quella sala.
Cosa da poco? Parole dette a caso, o solo in punto di retorica? Critica rivolta esclusivamente al 5 Stelle, che ama vivere “in brodo” di streaming? Difficile, visto il contesto ed in relazione anche alle decisioni prese dal ministro in sede di votazioni finali.
In un’epoca in cui “post”, “hastag” e “twit” sembrano aver preso il posto del discorso, le parole di Orlando possono anche essere interpretate come una critica (neanche tanto velata) ad un modo di fare politica, che, nel suo stesso partito, ha avuto molto spazio.
Rivolgersi ai dirigenti del PD, prima di tutto, e in quella sede, significa anche riconoscere un concetto fondamentale per la vita democratica di un partito politico (come di un Paese). Ovvero, il principio della rappresentanza.
Troppo spesso lo “streaming”, in quei contesti, ha avuto quasi la funzione di “scavalco” dei presenti, per rivolgersi contemporaneamente (prevalentemente?) ad un altro pubblico. Certo più vasto, ma che in quel contesto non ha, specificatamente, una funzione. Perché è già presente tramite i rappresentanti che ha democraticamente eletto.
La trasparenza è una buona cosa. Ma il suo utilizzo “politico”, che andasse oltre la sua naturale funzione, può sovvertire, e rendere poi difficoltosi, dei passaggi fondamentali per una sana vita interna dei partiti.
Sappiamo tutti cos’è un comizio e la sua “naturale” commistione con un pizzico di “dolus bonus”, pur di ottenere consenso dai presenti. Ma le assemblee, che non sono certo immuni alla demagogia, non possono essere tramutate sempre in un comizio; fatto di velocità e parole d’ordine che non devono essere affatto mediate dalla “lentezza” e dalla ponderatezza richieste a chi ha la responsabilità di governare un soggetto complesso. Nel quale “gerarchia” e passaggi dovrebbero avere una loro precipua ed essenziale funzione.
Perché, troppo spesso, lo “streaming” sembra aver avuto lo scopo, non di far diventare i muri (di una assemblea) di cristallo, ma di oltrepassarli con dei discorsi “ad hoc”. Per raggiungere, senza mediazione, luoghi e persone rilevabili, poi, nelle loro intenzioni, con i sempre più “fondamentali” sondaggi.
Una critica ad un certo modo di far politica? Forse. Ma saranno i giorni a venire che ci daranno la conferma.
Per quanto riguarda la Paita, e sempre tralasciando considerazioni sulla battaglia per la leadership interna al PD, significativo è stato il passaggio del suo intervento in cui metteva in rilevo come, oggi, sia diventato difficilissimo reclutare giovani capaci di assumersi responsabilità amministrative. Di fare i sindaci, i consiglieri o gli assessori. Per poi, con tempo ed esperienza, assurgere ad incarichi più alti.
La crisi della politica, come ben sappiamo, passa anche dalla crisi della sua credibilità come attività eticamente veicolata e idonea alla risoluzione dei problemi della collettività.
I giovani non si accostano alla politica, perché la considerano qualcosa, nel migliore dei casi, inutile e lontana.
Sbagliano? Si, ma non lo fanno certo da soli, o perché sono dei deficienti.
Se un partito, di sinistra per giunta, e con ancora in piedi una sua struttura, ha problemi seri di reclutamento, la problematica dovrebbe avere una corsia preferenziale. Perché i partiti, con le loro sezioni, sono sempre stati fondamentali per la crescita della classe dirigente locale e nazionale.
Questa è un’altra sfida fondamentale per il PD del presente e del futuro. Il presidente Mattarella ha detto che:” Un paese che non include i giovani del lavoro si condanna da solo”. Vero, e riguarda anche i partiti.