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Raffaele Tedesco

Scrive Raffaele Tedesco:
L’impresa di trovare lavoro

Vengo da una terra “di mezzo”. Un posto dove il mare e la montagna hanno rapporti di buon vicinato. Che sta, davvero, in mezzo, come una “linea”. Linea che separa, geopoliticamente, il centronord dal sud. Che divideva i Borboni dai Papi, gli americani dai tedeschi per via della “Gustav”, i latini dal resto degli italici. E dove anche il dialetto è “mediano”, affine più al salentino e al siciliano, che al napoletano, con cui confina.
È la vecchia “Terra di Lavoro” o Bassa Ciociaria, luogo che non fa mai ostentazione di se, dei suoi saperi e delle sue bellezze.
E, se vogliamo andare per “linee geometriche”, il mio piccolo paese, di quattro case, un municipio e un campanile, si trova sulla direttrice Napoli-Roma-Firenze-Bologna-Milano.
Quando scelsi l’università, decisi (ma forse fu più l’inconsapevolezza a determinarmi) di andare verso sud: a Napoli. E mi sono trovato nella città più incredibile d’Italia; piena di difetti atavici e forse irrisolvibili.
Posto “maledetto” e magico, dove non albergano le “mezze misure”, e la realtà è sempre uno spaccato netto, e le sfumature, sembra, non siano consentite. Dove il caos regna sovrano, soprattutto al quartiere “Sanità”, che è stata la mia casa.
Napoli, piaccia o meno, è una città centripeta; ti butta dentro e la devi vivere per forza. Ed io l’ho fatto, e sono sopravvissuto, tanto da volerle ancora bene.
Tornato brevemente a casa post laurea, ci sono stato giusto il tempo per capire che di fare l’avvocato proprio non mi andava, e urgeva, quindi, trovare un lavoro.
Ma, siccome la Cassa del Mezzogiorno era un lontano ricordo, e la Fiat non godeva proprio di buona salute, l’operazione non era semplice, e mi trovai, così, a scaricare gelati sulla spiaggia (sono sempre stato eclettico!).
Però, il lavoro nero non è una bella cosa, anche se i gelati erano buonissimi. Bisognava cambiare registro.
Ed allora, scelgo Bologna, dove in quel momento viveva il mio amico, e compagno radicale dei tempi dell’Università, Piero.
Una valigia in macchina, con accanto una cassetta piena di viveri per un mese, il cui contenuto alimentare identifica, più di ogni altra cosa, la tua provenienza. E via, con strumentale velocità, per cercare di non “tradurre” sentimenti semplici come la paura. Fiducioso del fatto che avevo sentito dire che Bologna fosse “grassa”, ed incuriosito dalle parole di Augusto De Luca che la descrivono come “……..una città che si svela a poco a poco attraverso i suoi infiniti porticati intrisi di storia che si ramificano simili a cunicoli venosi, arterie, capillari di una città ‘cuore’, rossa di terra cotta”. Ma anche, e non lo nego, dalla canzone di Guccini, che ne parla come “una vecchia signora dai fianchi un po’ molli col seno sul piano padano ed il culo sui colli”.
Appena il tempo di arrivare, che, praticamente il giorno stesso, Piero viene trasferito da Bologna a Reggio Emilia per motivi lavorativi, lasciandomi casa sua a disposizione per un mese. Neanche il gusto di un “ricongiungimento familiare” secondo la tradizione degli emigranti terroni!
Allora, solo ma fiducioso, faccio i conti dei soldi che ho in tasca, pensando che per un mese dovrei sopravvivere.
Stampo, a “scrocco” da un amico, qualche centinaio di curricula, ed inizio il mio giro della speranza in tutte le agenzie del lavoro di Bologna. Giro che, a cerchi concentrici, si allarga a tutte le zone industriali della provincia, con trasferte fino a Modena, Parma e Reggio. E tutto effettuato “brevi manu”.
I risultati sono sempre racchiusi nella frase: “Grazie, le faremo sapere”.
Qualcuno mi dice che ho un curriculum “sbilanciato”. Allora, per rientrare nel peso, faccio fuori laurea e master vari, lasciando solo esperienze lavorative da operaio. E ricomincio, provando con mano che la “dieta curriculare”, pur se non porta a risultati immediati, ha il pregio di renderti più “visibile”.
Qualche chiamata come “mulettista” arriva, ma qui a Bologna sono più fiscali che da me, e non si fidano della mia bravura nel condurre il muletto: vogliono la patente. Ed io non ce l’ho, non c’è come esame all’università….
Un giorno, però, entro nell’ennesima agenzia per il lavoro, claudicante per una “tallonite” dovuta al vano pellegrinare. Consegno il mio c.v. “omissivo”, e cerco di stare attento a non far trapelare indizi di lauree ostative.
Il mio interlocutore, però, non essendo il solito stagista messo lì per risparmiare sui salari, scopre “l’altarino”, dicendo che è stato il mio “italiano” a far cadere la copertura. Troppo forbito e non sgrammaticato (la mia cara maestra sarebbe stata orgogliosa di me!).
Smascherato, non posso più mentire. Anzi, ricordandomi il proverbio secondo il quale “la miglior difesa è l’attacco”, faccio anche l’indignato, senza cercare difese compassionevoli, e ricorrendo a tutte le armi “sociologiche” che conosco. Infondo, che colpa ne avevo io se ero laureato?
E poi, come mi ha sempre detto anche mia nonna, ho due mani buone pure per l’agricoltura, e se lo dice lei, che è una vecchia contadina ciociara, deve essere per forza vero.
In quel momento, stavano vacillando anche le mie ultime speranza.
Però, il selezionatore, senza dir nulla, alza il telefono e chiama una sua collega, chiedendo se una certa posizione lavorativa era ancora aperta.
Lo era, ed io vado a fare il colloquio presso un service bancario, dove cercavano un lavoratore notturno da inserire nel reparto della contabilità degli assegni. Orario di lavoro dalle 21 alle 4 del mattino.
Il colloquio è con l’amministratore delegato in persona, il quale si era preparato ad uopo sulla selezione del personale. Ed inizia una raffica serrata di domande, in cui mi accorgo che i “dieci consigli su come superare un colloquio” che ho letto su internet, non sono propriamente azzeccati e calzanti alle situazioni concrete.
Però, sull’azienda mi ero preparato a dovere, e avevo imparato, per filo e per segno, qual’era il suo “core business”. Peccato che, pur se candidato al reparto “contabilità assegni”, non avessi mai staccato un assegno in vita mia, né, tanto meno, avevo mai posseduto un conto corrente, un bancomat o una carta di credito.
Insomma, ero un come fossile che cercava lavoro nella Silicon Valley.
Cerco di tenere un aplomb inglese (ma, forse, sembrava più anglo-ciociaro). Non “ostento”, ma non mi “stendo”. Aspetto il momento buono per assestare un colpo. Perché tutto assomigliava ad un incontro di scherma.
Alla classica domanda su quale sia l’ultimo libro che ho letto, prendo la palla al balzo per creare un minimo di difficoltà, e gli cito “La società aperta e i suoi nemici” di Popper.
Scopre il fianco, ammettendo che non lo conosce. Ed io, magnanimo, di rimando:” Non si può conoscere tutto nella vita”.
Paro dove posso. Mento quanto basta, e con l’orgoglio giusto per far sembrare la bugia vera, o almeno verosimile. E, come un lampo, arriva la mia occasione, quando l’a.d. mi chiede:” mi faccia lei una domanda”; lamentandosi che molti gli chiedevano che sport facesse.
Al che dico:” Lei ha problemi se per il lavoro che offrite, e per il quale non è richiesto, che io sia un laureato?”
Disse di no e, forse per non cadere in contraddizione, mi assunse. A tempo determinato, ovviamente. E con la “clausola espressa” che non sarei mia stato assunto a tempo indeterminato. Il mercato, disse, non lo consentiva.
Mi vennero in mente le parole di un nostro ministro del lavoro di qualche anno fa, secondo il quale “la precarietà è una vaga condizione mentale… (in fondo ndr) precario è, chi precario fa”. Quindi, la “condizione” è tutta una questione di “concentrazione”.

L’articolo è già apparso sulla rivista “I Martedì”, n 2/2016 , anno 40, n. 333

Modello Coverciano

Il ministro del lavoro Poletti, ci ha abituato, ormai, alle sue gaffe. Sui giornali ci finisce più per le sue uscite, non proprio “istituzionali”, che per mirabolanti risultati del suo agire da responsabile di dicastero.
Ma, negli ultimi anni, i giovani (o “diversamente” giovani), rispetto al lavoro e alla loro condizione, si sono sentiti dire di tutto: “Choosy, sfigati, bamboccioni”. Non proprio dei complimenti, resi ancora più urticanti, perché espressi da chi ha la responsabilità di governare il paese. E, quindi, di dare delle possibilità di vita e sviluppo personale, quanto di progresso sociale.
Però, senza fare troppo i “puritani”, bisogna ammettere che Poletti ha detto la verità. Per trovare un lavoro, contano molto più le relazioni personali, che l’invio di curricula. Peccato che, utilizzando la metafora della partita di calcetto, il Ministro rischia di prestare il fianco ad una critica “classista”; che per una persona di sinistra non dovrebbe essere cosa indifferente, e rinvenibile nella variabile della “squadra”. Che può fa quelle differenze che, proprio un ministro del lavoro (e di sinistra), dovrebbe tentare di eliminare.
E che sia sempre esistita una differenza “di campo” tra le persone, non sminuisce un problema che rimane importante; uno dei capisaldi della nostra società: l’avere uguali opportunità al di là delle condizioni economiche e sociali.
Ma non facciamola troppo lunga su questo. Si potrebbe sfociare in un blando “moralismo”, poco avvezzo ad un più utile pragmatismo.
Però, pur volendo ridursi al miglior uso di un pensiero utilitarista, un problema si pone, quando a parlare con una certa “libertà” sono persone di altre “epoche”, ed altre “Italie”.
Nessuno vuole togliere ai vari Poletti, Padoa Schioppa, Fornero, Berlusconi & C. i loro meriti professionali. Siamo certi che sono arrivati ai massimi livelli nel loro lavoro, perché sono stati bravi. Anzi, cosa dico, eccellenti.
Ma loro, almeno sotto un profilo “quantitativo”, sono figli di un paese diverso.
E’ molto difficile dare giudizi comparativi sulle epoche passate. Il professor Powicke ebbe ad affermare che: “Il desiderio di un’interpretazione della storia ha radici così profonde che, se non possediamo una visione costruttiva del passato, finiamo nel cadere nel misticismo o nel cinismo”. E di “misticismo” e “cinismo” in salsa populista, ne abbiamo fin troppo in questo paese.
Possiamo dirlo senza possibilità di grossa smentita: per quanto riguarda la “corposità” dei diritti sociali, e delle possibilità lavorative, la generazione dei Poletti è stata molto più avvantaggiata. Almeno con riferimento al nostro paese.
Una tale massa di giovani senza lavoro, dal Dopo Guerra, non si era mai vista. Come non si era mai percepita la possibilità di rimanere precari a vita. O, ancora, non si presumeva affatto che le future pensioni sarebbero state tali da far immaginare impossibile la ben che minima soglia vitale.
E questo non può certo essere imputato ai “bamboccioni”. Ma, sia ad una cattiva gestione delle risorse, come ad una, praticamente, flebile capacità di vedere (e “prevedere”) il futuro da parte dei governanti.
Se l’Italia, dal “Miracolo Economico”, è passata ad un lento, e sembra inesorabile, declino, non è responsabilità principale di chi, oggi, emigra. E la politica, che avrebbe dovuto fare da naturale guida, al fine di garantire chi c’era e chi ci sarà, non è stata in grado di costruire un giusto equilibrio generazionale.
Oggi, quando si lavora, si guadagna poco, e neanche sempre, vista la continua precarietà. Con ciò, e con l’aggiunta dei continui tagli a quel welfare state, istituzione di cui la “generazione Poletti” ha beneficiato non poco, la vita di ogni giovane è messa a dura prova. Lasciando alla famiglia di origine (quando c’è, e può) il compito di fare da ammortizzatore sociale.
Il sociologo Parkin affermava che: “Le disuguaglianze connesse con il sistema di classe si fondano su due processi sociali interrelati, ma concettualmente distinti. Il primo è l’assegnazione dei compensi in relazione a differenti posizioni nel sistema sociale; il secondo è il sistema di reclutamento a queste stesse posizioni”.
Tra i sistemi di “reclutamento”, Parkin non aveva certo in mente il “modello calcio” di Poletti. Però, aveva ben chiaro il ruolo giocato dalla “famiglia” (squadra!) nel “sistemare gli individui ai diversi livelli della gerarchia di classe”, secondo un “auto reclutamento sociale […] cristallizzando così nel tempo la struttura di classe”.
Ma la “classe” non è mai stata pensata in termini generazionali. Forse, è questo che dà a qualche politico la “liceità” di un certo linguaggio; perché sa che non ha di fronte un corpo sociale compatto, capace di farsi sentire all’unisono. Almeno per ora.
Restando in un’ottica da “stadio”, chi ha giocato a pallone sa benissimo che, volendo fare una distinzione solo duale, i sistemi di gioco si dividono in “gioco a zona”, e “gioco a uomo”. Nella variante tutta italiana, il gioco a uomo viene (veniva) applicato come “catenaccio”.
Aspettiamo da Poletti indicazioni in merito al sistema per meglio giocare, vincere e lavorare. È il suo lavoro, infondo. E non gli diamo, e non gli daremo, tutte le croci addosso per ogni insuccesso in campionato. E’ giusto saper valutare le responsabilità…

Raffaele Tedesco

Renzi, il Lingotto
e il debito pubblico

Sulla tre giorni del Lingotto, si è detto ovviamente molto. Le analisi sullo storytelling, che avrebbe dovuto rilanciare l’azione di Renzi, sono state le più disparate. E non di rado si sono differenziate per via dell’appartenenza politica.

Molti hanno visto l’ex presidente del consiglio non particolarmente esplosivo; ed uno dei motivi potrebbe essere la non trascurabile posizione di ripartenza di Renzi: ovvero, quella di uno sconfitto.

Egli ha cercato di ricreare (o creare ex novo?) i “recinti ideali” di un partito con un’identità, il quale abbia i caratteri di una sinistra capace di misurarsi con le sfide che il mondo attuale impone.

Ha provato a smarcarsi da un “io”, risultato ingombrante per eccessiva autosufficienza, al fine di far posto ad un “noi” più tranquillizzante e cooperante.

Uno dei punti qualificanti del suo discorso è stata l’importanza della costruzione dell’Unione Europea; lanciando, di conseguenza, la proposta dell’elezione diretta, da parte dei cittadini, del Presidente della Commissione. E non facendosi mancare qualche bordata ai sempre vituperati burocrati, quelli con la matita rossa e blu in mano e solerti sottolineatori dello “zero virgola”.

Si è buttato anima e cuore sulla parola “compagno”, nei confronti della quale mai aveva nutrito particolare trasporto. Ha riaperto le porte delle “Frattocchie”, riconoscendo esplicitamente il ruolo fondamentale della formazione politica per preparare i futuri amministratori. Ha ridato lustro alla territorialità del partito. A quei circoli che, forse, qualcuno pensava di poter rottamare grazie ai sedentari social network. Ma che, e probabilmente non è un caso, hanno garantito la vittoria del “si” al referendum costituzionale, proprio in quelle zone dove sono ancora diffusi: Toscana ed Emilia-Romagna.

Ha invitato ha rivolgersi al futuro senza paura. Ha elogiato, sostanzialmente, il modello Marchionne. Ha ricordato il problema del Sud. E tentato di rivendicare quella parte di azione di governo che ha provato a dare un cambio di passo al paese. Poi, immigrazione, demografia, garantismo e quant’altro.

Insomma, ha cercato di venir fuori da un momento per lui difficile, provando ad uscire dall’angolo, dove anche le inchieste giudiziarie rischiano di prendere sempre il “bersaglio grosso”. Se ci sia riuscito, non è dato ora saperlo. E non è qui che si vuole appurarlo.

Ma c’è stato un grande assente in tutto il discorso renziano, di cui ognuno ormai si è fatta l’idea che vuole. E non è un’assenza qualsiasi, perché, scusate il giro di parole, è una presenza “pesante”. La quale sarebbe buona ad affossare inevitabilmente qualsiasi ottima idea. O a vanificare ogni sforzo programmatico.

Stiamo parlando del debito pubblico, che grava come un macigno sulla nostra condizione presente, e ipoteca, negativamente, anche il futuro.

I dati ci dicono che, attualmente, esso veleggia intorno al 133% del PIL nazionale. Circa 2200 miliardi di euro!

Secondo uno studio dell’Adusbef, il peso del debito sui cittadini italiani è cresciuto in 20 anni di 14.362 euro arrivando alla fine del 2016 a toccare 36.670 euro pro-capite.

Forse, il Lingotto non era il posto giusto per parlare di debito pubblico? Forse, il dover galvanizzare un partito e un paese non rendeva “agibile” un discorso su questo spinoso argomento? Forse, non essendo neanche Renzi riuscito ad uscire indenne dall’aumento del debito, durante il suo governo, si è preferito soprassedere sull’argomento, che è sinonimo (non solo per Renzi) di sconfitta? Forse, la complessità del discorso sul debito pubblico avrebbe reso farraginosa qualsiasi narrazione?

Forse, appunto. Ma se ci si vuole “prendere cura” di questo paese, rispetto soprattutto alle sue generazioni future, bisogna mettere questo problema sul tavolo. Al fine, anche, di non farselo risolvere sempre dai burocrati europei, che chiedono tagli, e sempre tagli, senza alcuna visione politica, che non sia la “linearità” della necessità economica.

Se si parla di “strategia per i prossimi 10 anni”, bisogna fare i conti con questo mostro enorme. “Stabilizzato”, per ora, dalle riserve del cittadino “formica”, con i conti personali in banca. Ma che, ovviamente, è un equilibrio precario, e  che andrà sempre più erodendosi, per via sia della mancanza di lavoro per i giovani, che delle loro misere paghe da prossimi venturi (se non attuali) “working poor” .

Meno soldi nelle tasche, meno welfare per il futuro, importi da fame per le pensioni che verranno, bassa capacità di investimento personale e statale, servizi essenziali (trasporti, per esempio) sempre più cari. Sono questi alcuni dei problemi che si porta dietro la presenza, per il nostro paese, di un debito di tali dimensioni.

Se non si provvede, il “progetto paese” avrà fondamenta incerte ed insicure. E una discussione sull’argomento va iniziata subito, anche a sinistra e, soprattutto, “da sinistra”. Senza aspettare il prossimo governo tecnico, che con tagli “apolitici” lineari, prenderà le risorse anche là dove andrebbero lasciate. Adducendo come giustificazione: “Ce lo chiede l’Europa”.

Raffaele Tedesco

La parola dimenticata

Non c’è bisogno di essere dei nostalgici per constatare che, un tempo, i politici erano, non di rado, anche dei grandissimi intellettuali. Sapevano usare le parole; che spesso erano termini “partigiani”, i quali identificavano precisamente il campo in cui si stava e la strada che si intendeva tracciare.

Era il tempo delle ideologie, è vero. Però, come ci hanno insegnato antropologi, sociologi, linguisti, psicologi, le parole concorrono alla formazione del pensiero. Non sono accessori neutri di puro trasferimento di informazione. Aiutano, esse stesse, a costruire la realtà e, di conseguenza, a conoscerla.

Perché, se è vero che il pensiero (l’idea) crea i concetti “anticipando” le parole, è altrettanto vero che senza il linguaggio che connette i pensieri, non sarebbe possibile pesare, creare, costruire, progettare.

Ascoltando i politici di sinistra, ci si accorge dell’assenza di una parola un tempo molto cara: “progresso”. Termine che sembra essere sostituito in ogni dove con la parola “crescita” (o al massimo sviluppo).

Negli “Scritti Corsari” di Pasolini, c’è un inedito, intitolato “Sviluppo e progresso”.

Pasolini, quasi mezzo secolo fa, scriveva:” Ci sono due parole che ritornano frequentemente nei nostri discorsi: anzi, sono le parole chiave dei nostri discorsi. Queste due parole sono sviluppo e progresso [….] Bisogna assolutamente chiarire il senso di queste due parole e il loro rapporto se vogliamo capirci in una discussione che riguarda molto da vicino la nostra vita anche quotidiana e fisica […] La parola sviluppo ha oggi una rete di riferimenti che riguardano un contesto indubbiamente di ‘destra’…a volere lo sviluppo sono gli industriali. Chi vuole invece il ‘progresso’? Lo vogliono coloro che non hanno interessi immediati da soddisfare, appunto, attraverso il progresso…lo vuole chi lavora e chi è dunque sfruttato […] Il progresso è quindi una nozione ideale (sociale e politica) […] lo vogliono gli operai, i contadini, gli intellettuali di sinistra”.

Il cambiamento sarà, forse, solo una questione di “modernità”. Dicono, inoltre, che i confini politici sono liquidi e le identità sfumate. Che devi correre molto forte per star dietro al vorticoso cambiamento. Che devi essere smart e easy. Che la socialdemocrazia si è eclissata quando ha svoltato sulla “terza via”. Che tagliare il welfare è necessario, anche se non so se è moderno. Che la vecchiaia è un costo sociale molto pesante, pagato a suon di pensioni.

Che i giovani devono abituarsi a non affezionarsi troppo al proprio lavoro, perché, con ogni probabilità, non sarà lo stesso per tutta la vita. La chiamano flessibilità, altro termine moderno.

Che la qualità di un paese, e della bontà delle sue politiche, si desumono dal PIL, ma mai “dall’indice di sviluppo umano” elaborato dall’ONU.

Nella parola “progresso” sembra esserci, invece, l’idea, molto umana e umanistica, di non lasciare indietro nessuno. Di tener conto delle condizioni di ognuno di noi; soprattutto di quelle di partenza, viste anche le persistenti disuguaglianze che incidono pesantemente nella società. Perché, il progresso riguarda e tocca tutti, quasi in maniera “egualitaria”.  Esprimendo, al tempo stesso, un senso di comunità inclusiva.

Viene dal latino, e significa “andare avanti” per determinare condizioni positivamente avanzate, materiali e spirituali, della vita umana.

Nel termine crescita, la quale può essere utile e necessaria per creare qualcosa in più, si avverte solo un senso meccanicistico e economicistico. E non si capisce quanto questa crescita sia realmente redistributiva. E, quindi, inclusiva. Non essendo sicuri che ne saremo effettivamente tutti, e dico tutti, beneficiari. E a quali costi, poi.

Essa non può essere infinita, perché finite sono le risorse per alimentarla. Al contrario, invece, il progresso non ha bisogno per forza di risorse da consumare: basta, delle volte, usare bene quelle che ci sono.

“Crescita” e “progresso” li possiamo immaginare entrambi come due fiumi. I quali possono avere una grande portata d’acqua. Solo che quello della crescita può sfociare anche solo ad “estuario”; quello del progresso a “delta”.

Massimo Nava, in un bell’articolo uscito sul Corriere circa un anno fa, metteva in guardia dalla “confusione lessicale”. Perché, non è con essa che si possono capire le cose. E la confusione che genera, lascia spazio solo a contrapposizioni sterili.

La parola chiave è “confusioni lessicali”, che possono diventare “confusioni(di) politiche”.

Altra importante assente dai discorsi e dai documenti di gran parte della sinistra europea, è la parola “redistribuzione”. La quale, al massimo, diventa un concetto incidentale, più che un programma politico.

Raffaele Tedesco

Formia, ispirazione per i suoi noti “passanti”

Torre-di-Mola-Formia-364x245“Mola di Gaeta (Formia n.d.r.) ci salutò nuovamente con i suoi alberi ricchi di aranci. Siamo rimasti un paio d’ore. La baia innanzi alla cittadina offriva una delle più belle viste; il mare giunge fin qua. Se l’occhio segue la destra riva, raggiungendo infine la punta del corno della mezzaluna, si scorge su una rupe la fortezza di Gaeta, a discreta distanza. Il corno sinistro si stende assai più innanzi; prima si vede una fila di montagne, poi il Vesuvio, quindi le isole. Ischia è situata quasi di fronte al centro […]”.

Quando Goethe descriveva così Formia e il suo panorama, il Bar Sud, di certo, ancora non c’era. Oggi, se percorri la via Appia, te lo trovi prima di entrare nel centro abitato formiano, proprio a guardia del mare. Alloggiato in uno stabile che, nonostante la “rinfrescata”, si vede che è roba vecchia. Non vecchia come Goethe (forse!), vecchiotto però, sì.

Affianco al bar c’è un portone. Che, visto il brutto color ottone, probabilmente appartiene agli “scintillanti” anni ’80. E si addice poco sia alla poesia di Goethe, che alla bellezza del golfo.

In alto a sinistra è attaccata una lapide, che dà lustro al palazzo. Non solo perché, anche solo visivamente, da quella si capisce che lì è successo qualcosa; ma per il nome che su di essa vi è inciso: Antonio Gramsci.

Lo stabile era, infatti, la clinica del dottor Cusumano. E qui fu spedito il capo dei comunisti italiani dal regime dittatoriale di Mussolini, il 7 dicembre 1933. Sempre in detenzione, ovviamente, e dopo il periodo passato nel carcere di Turi.

Gramsci era tanto malato, quanto la clinica poco attrezzata per curarlo, come si sarebbe dovuto. Ma, come sappiamo, il primo pensiero di Mussolini non era certo la salute di Gramsci. Ma il suo cervello, a cui, come affermato dal pubblico ministero che lo condannò a 26 anni e 4 mesi di carcere, doveva essere impedito di funzionare.

Alcune testimonianze, riportate in un bel racconto di Mariangela Lombardi, ce lo descrivono schivo e sempre intento a scrivere e studiare. Mentre la città pareva disinteressarsi del capo dei comunisti italiani. Poco avvezza, come era, a slanci e fiammate politiche. E simile, invece, al clima del suo golfo, dove nulla, né il vento, né la pioggia né il mare è mai esagerato.

Pare che, invece, un birrocciaio riverisse Gramsci con tre colpi di frusta sul suo sfortunato ronzino, fermandosi, ogni dì, davanti alla clinica. Un gesto di riconoscimento.

In quello stesso periodo, nella clinica Cusumano, era ricoverato anche un altro personaggio, che tentò di far la pelle a Mussolini. Anzi, fu il primo a provarci insieme al deputato social-unitario Tito Zaniboni; il quale, però, non riuscì ad usare a dovere il suo fucile di precisione Steyr-Mannlicher M1895.

Il quasi “ducicida” è il generale Capello. Quello che, per intenderci, si fece fregare a Caporetto dalla futura Volpe del Deserto, Rommel; allora un oscuro capitano, che mise in subbuglio le linee italiane, determinando la tragica “Rotta”.

La mattina, Gramsci aveva due ore d’aria, durante le quali poteva fare una camminata lungomare, accompagnato sempre da dei carabinieri.

Ad attenderlo, come ricorderà anche Sofri in un bell’articolo sul Foglio, non trovava solo il carrettiere, ma anche un personaggio a lui molto più noto. Ovvero, l’ingegner Bordiga Amedeo.

Bordiga, insieme a Gramsci, aveva cambiato per sempre le sembianze della sinistra italiana, con la scissione di Livorno del 1921. E fu il primo segretario del PCd’I. Ma anche, in un certo senso, il primo (di fatto) illustre estromesso. Per poi esserne espulso nel 1930, perché difese, pur non condividendolo, Lev Trotsky.

Troppo a sinistra, Amedeo Bordiga; anche rispetto ai vari Terracini, Togliatti e Gramsci. Ritenuti, in seno al partito, “centristi” e filo stalinisti.

Fuori dalla politica attiva, Bordiga era approdato a Formia, perché di qui era sua moglie, la signora Antonietta De Meo.

A dispetto di qualche “malelingua”, che lo voleva ricco costruttore, in un ‘intervista all’Unità la signora Antonietta ribatte seccamente che Amedeo invece, nella vita formiana, si arrangiò.

Il fascismo gli aveva tolto il l’abilitazione ad esercitare la sua professione di ingegnere. Quindi, i progetti che realizzava, glieli firmavano gli altri. E di lui si servivano anche i preti, perché era una brava persona, e si fidavano: le chiese, insomma, non le bruciava, ma le riparava.

I due si incontravano, ma si salutavano appena. Fino a quando, come riportato da Sofri, Gramsci gli fece arrivare una “imbasciata”, con cui gli chiedeva di non farsi più vivo, altrimenti gli avrebbero tolto l’ora d’aria.

Come sappiamo, Gramsci lasciò, poi, Formia per andare a Roma. Dove morì nel  1937.

Bordiga, invece, a Formia rimase tutta la vita. Più o meno dimenticato dal suo PCI.

In quegli stessi anni ’30, però, un altro personaggio transitava per la cittadina del basso Lazio. Qualcuno, forse con qualche eccesso, lo ha definito un “eretico” all’interno del comunismo italiano. Comunque sia, si tratta di Pietro Ingrao, nativo di Lenola, piccolo centro abbarbicato su un colle tra i monti Ausoni. Che si estendono a nord fino ai Monti Lepini, vecchio feudo di sinistra della terra pontina. Quel punto sempre rosso, che faceva da contraltare alla nera e piatta Latina, la quale quelle alture dominano.

Ingrao studiò nel liceo classico della città. Quell’istituto “Vitruvio Pollione”, che, ancora oggi, è lì, vicino la stazione, sulla strada per andare alla Formia “alta”: il quartiere Castellone.

Della città, il futuro dirigente del PCI dice che:” era molto bella, un mare meraviglioso, una spiaggia stupenda, un luogo dove noi andavamo a flirtare. Una città piccola e viva, che aveva un bellissimo strato di gioventù che crescendo si univa alla gioventù di Roma […]”.

Ma non fu la bellezza cittadina a cambiargli la vita, perché se in quel periodo, come disse, “modificai il mio percorso politico e abbandonai le organizzazioni giovanili fasciste a cui tutti noi eravamo obbligati a essere iscritti e abbracciai gli ideali antifascisti […]”, il motivo risedette nell’incontro con un professore del liceo: Gioacchino Gesmundo.

Gesmundo fu il docente in storia e filosofia di Ingrao. Ma, soprattutto, era un ardente antifascista. Diventando, in seguito, gappista a Roma.

Nella capitale si trasferì, poi, anche lo stesso Ingrao; il quale ricorda che si recava nella casa di Gesmundo presso Porta Metronia. “Un appartamento pieno di libri e di giornali, perché in casa sua c’era la redazione dell’Unità e tanti studenti del liceo Cavour, dove lui in quel periodo insegnava, aiutavano la diffusione del giornale clandestino”.

Il professore, infatti, del giornale fondato da Gramsci, fu vicedirettore nel periodo più complicato e pericoloso.

Nominato vice commissario di Divisione delle formazioni della Resistenza romana, adibì la sua casa anche ad arsenale. Ma, durante una perquisizione dei fascisti, furono rinvenuti due sacchi di chiodi a tre punte, che servivano per preparare delle bombe.

Arrestato, fu portato in via Tasso; posto dove conducevano gli antifascisti per interrogarli e torturarli.

Gesmundo fu torturato per un mese intero, ma non parlò. Così, i tedeschi lo condannarono a morte, con esecuzione avvenuta alle Fosse Ardeatine.

Ma Formia, non è stata solo un posto per confini, esili più o meno volontari o inizi di attività cospiratorie. Perché, il suo clima placito, il suo essere un po’ fuori dal mondo la rendeva posto ideale per riposi.

È per questo che Nenni la scelse come luogo di vita “oltre” la politica. E solo una volta, il 22 aprile del 1956, la infiammò con la sua oratoria rivoluzionaria. Fu in un comizio tenuto in Piazza Municipio, in occasione delle elezioni amministrative.

La piazza era rossa e gremita. E per il PSI le elezioni furono un grande successo.

Nenni, proprio in quei giorni, appunta sul suo diario che “è cominciata la costruzione della villetta che sorge con i soldi del premio Stalin”.

Come sappiamo, i soldi, dopo i tragici fatti di Ungheria del 1956, Nenni gli devolvette alla Croce Rossa Internazionale; ma la villetta vide, di lì a poco, la luce egualmente. Diventando il luogo dell’otium meditativo e distensivo del leader socialista; che, comunque, aveva iniziato già a frequentare Formia nel 1948, ospite di Remigio Paone, impresario dello spettacolo.

Sarà un caso, ma che uno dei più grandi oratori della storia politica italiana abbia voluto la sua villetta proprio vicino alla tomba di quel maestro di retorica, che fu Cicerone, è un fatto almeno divertente.

Probabilmente, il console romano avrebbe apprezzato i famosi slogan del rivoluzionario romagnolo (“O Repubblica o il caos”, “C’è sempre uno più puro di te che ti epura”), rimasti nella storia del nostro paese. Ma certo è che entrambe scelsero la località di Vindicio, vicino al mare. Nenni, nel suo diario annota:” Il posto è bello con un lieve promontorio, che domina l’incantevole Golfo di Gaeta”. Cicerone avrebbe approvato.

Lì, trovò “sole, mare, pace”. E con la sua bici, la mattina, percorrendo la via Appia, si recava alla vecchia edicola di Silvio Paone per acquistare i giornali.

Erano, certo, altri tempi. Ma nessuno lo importunava, pur se i fascisti a Formia non sono mai mancati. Nessuna scorta particolare. Nessuna ressa. Nulla. Tutti lo conoscevano, riconoscevano, e magari lo vedevano come Pasolini nella sua famosa poesia “Con che amore io vedo lei, acerbo, gli occhiali e il basco d’intellettuale, e quella faccia casalinga e romagnola”. Se ne rispettava la, oggi, tanto richiesta privacy.

Nella sua villetta, passarono in molti: Togliatti, Saragat, Rumor, Moro e tutta la nomenclatura del PSI.

Ma a Formia, Nenni, tentava di appartarsi. Pur se non si negava agli operai della vetreria di Gaeta, che lo andavano a trovare.

In giardino, si era fatto costruire un campo da bocce, dove giocava con i suoi amici del posto. Tra cui il dottor Tipaldi, medico della famiglia Nenni, e  primario dell’ospedale Dono Svizzero di Formia. Un agglomerato di baracche, prima che Nenni si impegnasse a che divenisse un ospedale dalle sembianze “umane”.

Un altro padre nobile della sinistra scelse Formia per i suoi riposi fu il “post-fascista” (come preferiva definirsi), Vittorio Foa.

Forse, anche per la sua anima movimentista, alla quiete del mare, preferì i ritmi del vecchio quartiere popolare “Castellone”.

Qui, aveva la sua casa Maria Teresa Tatò, detta Sesa.  Sorella di Franco, storico portavoce del segretario del PCI, Berlinguer, e che compare, con il nome di Lisetta, anche nel famoso romanzo “Lessico Familiare” di Natalia Ginzburg.

La loro casa era sempre aperta a tutti. E lì, Foà, scrisse alcuni dei suoi libri più celebri, come “La Gerusalemme rimandata”, “Questo Novecento” e “Le virtù della Repubblica”.

Che due ex partigiani potessero sposarsi, potrebbe essere, forse, nelle cose. Ma che lo facessero quando lui e lei avevano, rispettivamente, 95 e 80 anni, non è cosa da tutti. Ma lo stesso Foa amava dire che:” Quando si è vissuti così a lungo e così bene, non si può abbandonare. Devo darmi un progetto”.

Chiaro, direi. E non cosa da poco per uno che, tra i vari progetti, ha realizzato anche quello di dare all’Italia la democrazia.

La città di Formia gli ha dedicato un auditorium e un premio. Il Partito Democratico locale, una sezione. Circolo, scusate!

Nel giugno del 1999, scrisse che “l’Europa esiste, ma il nuovo secolo è tutto da inventare”. Aveva ragione, pur non avendo potuto vedere cosa sta ora succedendo.

Formia è sicuramente più famosa per il suo golfo, che per il passaggio, voluto o forzato, di queste persone. Persone che non rappresentano, usando le parole di Joseph Mitchell, la “gente minuta”. Tuttalpiù, in questo caso, la “gente di passaggio”.

Non so, precisamente, e non importa stabilirlo qui, cosa tramuti un semplice fatto del passato in un fatto storico. La risposta la lasciamo a E. H. Carr, con il suo “Sei lezioni sulla storia”, in cui troviamo anche scritto che la storia è un’enorme sega verticale piena di denti mancanti. E, questi denti, non gli troveremo certamente a Formia.

Però, “allontanandoci dal molo, la vista rimane sempre bella, sebbene si perda il godimento del mare. L’ultimo sguardo che gli rivolgiamo coglie una graziosa insenatura che vien disegnata (…)” (Goethe).

Note a margine sul Pd

Sul Consiglio Nazionale del Partito Democratico, tenutosi ieri a Roma, si è detto e scritto molto oggi sulla stampa nazionale. Sono stati analizzati la “scena” come i “retroscena” possibili, senza tralasciare alcuna delle ipotesi plausibili per il futuro.
Si è molto sottolineata la litigiosità interna al PD. Ma, a ben vedere, quale partito della nostra Repubblica non è stato litigioso? Di frazionismi e correntismi, come di protagonismi personali, è inutile scandalizzarsi, parlando di odi e faide. Non esiste la “famiglia (politica) del mulino bianco”. E forse non è neanche un male in sé.
Certo, in questo frangente, e con il PD al governo, la complessità della situazione generale rende ogni distanza particolarmente gravosa; soprattutto per un partito che cerca faticosamente un’identità.
Tra autocritiche fatte e mancate; minacce di scissione; autocandidature alla segreteria, con un congresso da farsi in tempi piuttosto brevi (così come voluto dal segretario), la diretta streaming non ha offerto grosse sorprese.
E se di tutto, più o meno, già si è parlato, e con dovizia di particolari, forse val la pena di spendere alcune parole ancora per due discorsi. Ovvero, quelli di Paita e Orlando, dove ci sono stati passaggi interessanti. E che vanno oltre la discussione su “congresso subito o congresso più in là”.
Orlando, come sappiamo, ha espresso la convinzione che, prima del congresso, utile sarebbe svolgere una grande conferenza programmatica. Al fine di trovare almeno una base comune su cui intessere una discussione congressuale; e per evitare di arrivare all’assise più importante per la vita democratica di un partito, il congresso appunto, così come avvenuto nell’immediato passato. Quando a scontrarsi sono stai solo gli uomini, e non le idee. Risultando effettivamente irrisorio l’apporto alla discussione, e all’elaborazione, dei singoli iscritti al partito. Pochi e marginali nella discussione, tanti (guarda un po’!) nelle file ai seggi per votare questo o quel candidato.
Ad un certo punto, Orlando ha sottolineato con una certa forza, che il discorso che stava tenendo non era “rivolto allo streaming”; ma ai dirigenti del Partito Democratico, dentro e fuori quella sala.
Cosa da poco? Parole dette a caso, o solo in punto di retorica? Critica rivolta esclusivamente al 5 Stelle, che ama vivere “in brodo” di streaming? Difficile, visto il contesto ed in relazione anche alle decisioni prese dal ministro in sede di votazioni finali.
In un’epoca in cui “post”, “hastag” e “twit” sembrano aver preso il posto del discorso, le parole di Orlando possono anche essere interpretate come una critica (neanche tanto velata) ad un modo di fare politica, che, nel suo stesso partito, ha avuto molto spazio.
Rivolgersi ai dirigenti del PD, prima di tutto, e in quella sede, significa anche riconoscere un concetto fondamentale per la vita democratica di un partito politico (come di un Paese). Ovvero, il principio della rappresentanza.
Troppo spesso lo “streaming”, in quei contesti, ha avuto quasi la funzione di “scavalco” dei presenti, per rivolgersi contemporaneamente (prevalentemente?) ad un altro pubblico. Certo più vasto, ma che in quel contesto non ha, specificatamente, una funzione. Perché è già presente tramite i rappresentanti che ha democraticamente eletto.
La trasparenza è una buona cosa. Ma il suo utilizzo “politico”, che andasse oltre la sua naturale funzione, può sovvertire, e rendere poi difficoltosi, dei passaggi fondamentali per una sana vita interna dei partiti.
Sappiamo tutti cos’è un comizio e la sua “naturale” commistione con un pizzico di “dolus bonus”, pur di ottenere consenso dai presenti. Ma le assemblee, che non sono certo immuni alla demagogia, non possono essere tramutate sempre in un comizio; fatto di velocità e parole d’ordine che non devono essere affatto mediate dalla “lentezza” e dalla ponderatezza richieste a chi ha la responsabilità di governare un soggetto complesso. Nel quale “gerarchia” e passaggi dovrebbero avere una loro precipua ed essenziale funzione.
Perché, troppo spesso, lo “streaming” sembra aver avuto lo scopo, non di far diventare i muri (di una assemblea) di cristallo, ma di oltrepassarli con dei discorsi “ad hoc”. Per raggiungere, senza mediazione, luoghi e persone rilevabili, poi, nelle loro intenzioni, con i sempre più “fondamentali” sondaggi.
Una critica ad un certo modo di far politica? Forse. Ma saranno i giorni a venire che ci daranno la conferma.
Per quanto riguarda la Paita, e sempre tralasciando considerazioni sulla battaglia per la leadership interna al PD, significativo è stato il passaggio del suo intervento in cui metteva in rilevo come, oggi, sia diventato difficilissimo reclutare giovani capaci di assumersi responsabilità amministrative. Di fare i sindaci, i consiglieri o gli assessori. Per poi, con tempo ed esperienza, assurgere ad incarichi più alti.
La crisi della politica, come ben sappiamo, passa anche dalla crisi della sua credibilità come attività eticamente veicolata e idonea alla risoluzione dei problemi della collettività.
I giovani non si accostano alla politica, perché la considerano qualcosa, nel migliore dei casi, inutile e lontana.
Sbagliano? Si, ma non lo fanno certo da soli, o perché sono dei deficienti.
Se un partito, di sinistra per giunta, e con ancora in piedi una sua struttura, ha problemi seri di reclutamento, la problematica dovrebbe avere una corsia preferenziale. Perché i partiti, con le loro sezioni, sono sempre stati fondamentali per la crescita della classe dirigente locale e nazionale.
Questa è un’altra sfida fondamentale per il PD del presente e del futuro. Il presidente Mattarella ha detto che:” Un paese che non include i giovani del lavoro si condanna da solo”. Vero, e riguarda anche i partiti.

Bad Godesberg, Pd e identità

Il risultato del referendum costituzionale ha lasciato non pochi problemi all’interno del Partito Democratico. Soprattutto, essendosi particolarmente indebolita la leadership di Renzi, il “correntismo” interno è tornato a muoversi in maniera disordinata e con sussulti tellurici. Tanto da far temere anche una deflagrazione del partito, che non riesce (e non è mai riuscito) a trovare un baricentro stabile.

A tal proposito, e comprensibilmente, qualche giorno fa, in un’intervista all’Huffingtonpost, il ministro Orlando ha parlato della necessità di una sorta “Bad Godesberg” per il PD, prioritaria addirittura rispetto al congresso del partito.

Il richiamo al congresso della SPD tedesca del 1959, fatto da Orlando, è molto evocativo, ma anche indicativo delle condizioni attuali (e forse perduranti) in cui si trova il PD, sempre alla ricerca di una sua chiara identità, pur se in un contesto politico/sociale “liquido”, e difficilmente malleabile con le categorie del ‘900.

Bad Godesberg è stato un passaggio importante per tutta la sinistra socialista e socialdemocratica del tempo, perché in quell’occasione, il principale partito della sinistra democratica continentale, la socialdemocrazia tedesca, ha ufficialmente abbandonato l’ortodossia marxista.

In fondo, l’ortodossia marxista la SPD non l’aveva mai realmente applicata. Il suo è stato sempre un agire riformista; nella sostanza, al di là di quello che c’era scritto nei programmi succedutesi nei vari congressi, il revisionismo di Eduard Bernstein si era ben radicato nel partito già ad inizio ‘900.

A Bad Godesberg si prese atto di ciò, e si passò, anche formalmente, ad un socialismo democratico, con un forte radicamento nell’etica cristiana. E la SPD si dichiarò anche a favore del libero mercato, concependo, così, la proprietà collettiva come “ultima possibilità”, e non come principale obbiettivo politico.

Dal Klassenpartei (partito di classe), si passo al Volkspartei (partito del popolo). Ed il socialismo assunse un volto decisamente più libertario e volontaristico, facendo propri i principi dell’antiautoritarismo. Uscendo dalle secche di un “ufficio” dove si adempivano compiti dogmatici secondo logiche di puro apparato.

Nel programma socialdemocratico, lo stato manteneva un ruolo essenziale in un contesto di economia mista, la quale potesse garantire la ristrutturazione del capitalismo; che, usando le parole di Olaf Palme di qualche anno più tardi, diventava “ufficialmente” una pecora da tosare.

Ruolo dell’individuo, del partito, dello stato e dell’economia di mercato. Questi, con una brutale sintesi, sono alcuni dei punti più importanti della revisione avvenuta a Bad Godesberg. Che non poche critiche, sia inteso, provocò. E non solo in Germania, ma anche in Italia, dove il solo Saragat la salutò con estremo favore. Mentre Nenni e Lombardi ne furono critici (le critiche del PCI le diamo per scontate).

Ma, tornando alle parole di Orlando, si può parlare di “revisione” per quanto riguarda il Partito Democratico? O, forse, più che di una Bad Godesberg tedesca, si accontenterebbero di una Epiny francese, congresso in cui, nel 1971, si arrivò all’unificazione delle varie anime del socialismo d’oltralpe, diviso in tanti rivoli, così come l’attuale Pd “balcanizzato”?

Perché la revisione è applicabile ad una identità che già esiste. Ad un programma, un modello o un progetto. Il Pd ha tutto questo?

E’ un problema dibattuto ormai da anni, che ancora non ha trovato alcuna soluzione. E che si trascina, infondo, dalla svolta occhettiana, che ha dato il maggior apporto quantitativo al PD attuale. Perché, se dal discorso della Bolognina, si “decise di non scegliere” con nettezza un alveolo (il socialismo) in cui identificarsi, con l’approdo al Partito democratico le lassità identitarie sono rimaste le stesse. Anzi, si sono acuite in un contesto in cui è tutta la socialdemocrazia europea a soffrire un cambiamento socio-economico epocale; trovandosi, così, “disarmata” di fronte alle sfide che la globalizzazione ha portato.

Oggi, non esiste un socialismo di stampo europeo con caratteri marcati. Esistono dei partiti socialisti alla perenne ricerca di soluzioni il più possibili accettabili e compatibili con la loro storia e il loro nome. Alle prese con problemi internazionali, che vorrebbero risolvere ancora in un’ottica di stato-nazione. Alla ricerca di una bussola che, fino ad ora, il neocapitalismo gli ha abilmente nascosto e “scombussolato”.

Ma, nonostante i vistosi problemi della sinistra britannica, francese, spagnola e tedesca, per il PD la situazione è ancora più complessa. E potrebbe portarlo ad una crisi irreversibile. Perché, i partiti socialisti sopra citati hanno comunque una loro identità forte, e che gli consente cadute e risalite, come è avvenuto nella storia. Revisioni comprese. O ritorni ad idee e programmi “old fashion”.

Sono partiti radicati, con una storia di oltre un secolo, che un peso ce l’ha, anche come motore/base per un cambiamento. Si pensi, ad esempio, alla decisione di Blair di togliere dallo statuto del Labour la famosa “clausola 4”; la quale impegnava la sinistra britannica a raggiungere l’obiettivo del controllo dello Stato sui mezzi di produzione e di distribuzione. Obbiettivo di per sé già abbandonato, o forse mai veramente perseguito fino in fondo, effettivamente da tempo. Ma, di certo, una decisione di grande impatto. Di revisione ideologica, si potrebbe dire. Ma che non ha impedito, a distanza di anni, di rivedere un Corbyn alla guida dei laburisti.

Al PD tutto questo manca, e potrebbe essere un problema grave.

La nascita del Partito Democratico si fa, in un certo senso, coincidere con il discorso del Lingotto pronunciato da Veltroni. Ma, più che un’idea di partito, ne uscì un programma elettorale.

In esso faceva troppo spesso capolino il rifermento al berlusconismo, come contraltare per la fisionomia e l’identità di un partito che nasceva.  C’era l’indicazione di un programma di governo, condivisibile o meno che sia, non la costruzione di un partito.

Ed anche la “vocazione maggioritaria” sembra riguardare più aspetti “elettoralistici”, che ideali. Trovando il suo conforto più nella tipologia della legge elettorale, che nell’identità del partito.

Veltroni parlò di “riformismo”, ma quasi più come un “contenitore”, che un “contenuto” (socialista/socialdemocratico).

Un partito non si fa dall’oggi al domani, questo è chiaro, soprattutto quando le condizioni politiche, sociali ed economiche sono così complesse come quelle attuali. Tanto da rendere ogni programma sempre incerto. E questo vale anche per il Partito Democratico (che qualcuno avrebbe voluto già della Nazione).

Emanuele Macaluso, in un suo libro, riportaquesto antefatto: “Tanti anni fa Gerardo Chiaromonte partecipò a un congresso dell’Spd. Al suo ritorno gli chiesi notizie sui lavori. Gerardo mi rispose che quel che più d’ogni altra cosa l’aveva colpito era l’addobbo della sala in cui si svolgeva il congresso. Tanti drappi rossi con tante foto: Marx ed Engels, Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, Kautsky, Bernstein e altri. Un partito che da tempo aveva fatto la grande svolta di Bad Godesberg non cancellava il suo passato e il suo a volte drammatico cammino”.

Il problema di (una) identità si pone con grande urgenza. Altrimenti, caduto “l’uomo forte” di turno, si rischia ogni volta la tabula rasa.

Ernesto Rossi, la lezione
e l’attualità di un intellettuale libero

Ernesto RossiQuesto 9 febbraio 2017, saranno passati 50 anni dalla morte di Ernesto Rossi. Persona di cui, rispetto al suo contributo per la lotta al fascismo e per la costruzione della nostra Italia libera, si sa piuttosto poco, ormai.
In questi ultimi mesi, qualche volta il suo nome ha fatto capolino nelle cronache. Soprattutto, quando l’ex premier Renzi ha deciso di tenere a Ventotene un vertice con Germania e Francia post Brexit, per tentare di far ripartire quel progetto di Europa Unita di cui Rossi, insieme a Spinelli, è uno dei principali propugnatori. Infatti, fu proprio nell’isola pontina, che vide la luce il famoso “Manifesto di Ventotene”, scritto da Ernesto Rossi e Altiero Spinelli durante il loro confino in quanto oppositori integerrimi del regime fascista di Mussolini.
Come scritto nella prefazione al testo da Eugenio Colorni, altro oppositore di Mussolini, “Si fece strada (tra noi n.d.r) […] l’idea centrale che la contraddizione essenziale, responsabile della crisi, delle guerre, delle miserie [..] è l’esistenza di stati sovrani, geograficamente, economicamente, militarmente individuali, consideranti gli altri stati come concorrenti e potenziali nemici, viventi gli uni rispetto agli altri in una situazione di perpetuo bellum omnium contra omnes”.
Ogni volta, però, che si tira fuori “dall’oblio” il nome e la figura di Ernesto Rossi, viene da chiedersi, perché utile, se il suo pensiero, le sue idee o anche il suo “metodo” siano ancora attuali e validi.
Appartenendo alla cultura liberal-socialista di questo paese, Rossi è (purtroppo per l’Italia) il componente di una sparuta minoranza. La quale se pur ha inciso molto nel progresso sociale del nostro paese, opponendosi fieramente contro la dittatura fascista non meno di altri, ha di certo scontato l’essere, numericamente, poca cosa rispetto all’egemonia culturale comunista. La quale poteva contare sull’intellettuale “organico”, di fede, al fine di realizzare il “paradiso in terra”. Il “sol dell’avvenire” doveva spuntare per forza, insomma. Al di la di ogni ragionevole dubbio.
Rossi, invece, di dubbi ne aveva molti, perché “pessimista della ragione”. Anzi, amava dire: “Siamo democratici, perché siamo pessimisti nei riguardi dei governanti”. Da anticlericale quale era, faceva corrispondere la linea che separa gli amanti della libertà dai suoi avversari, alla distinzione tra laici e chierici. Ed i chierici non stanno di certo sempre e solo in chiesa, come la storia ci ha insegnato.

Il suo essere intellettuale libero da ogni condizione partitica, in quanto il partito è un mezzo e non un fine, era distante, e in antitesi, con la figura dell’intellettuale gramsciano. Ma corrispondeva di più a quello descritto da Bobbio in un articolo sull’Avanti!, intitolato “Invito al colloquio”. In cui l’ex compagno azionista, ribadendo la superiorità della cultura politica liberal-democratica rispetto a quella delle democrazie popolari, affermava che l’intellettuale avrebbe dovuto essere “dentro” i contrasti della società, per capirne le ragioni. Perché la politica della cultura doveva essere una forza completamente autonoma nell’ambito sociale. Era la libertà che doveva caratterizzarla, non l’appartenenza. In questo modo apparivano una contraddizione negativa il partito “degli intellettuali” e la figura dell’intellettuale di partito, rispetto ad un intellettuale “mediatore”, attrezzato con l’arma del dubbio e, così, capace di libera critica.
Rossi fu soprattutto questo, un intellettuale libero. Il quale non si fermò alla “cattedra”, ma partecipò in prima persona agli eventi più devastanti della nostra storia. Come la Prima Guerra Mondiale, a cui prese parte nello spirito dell’interventismo democratico, appoggiato anche dal suo maestro Gaetano Salvemini; al quale riconosceva il fatto di averlo salvato, appena finita la guerra, quando ha un momento di incertezza. Incertezza con cui, per stessa ammissione di Rossi, “sarei facilmente sdrucciolato nei Fasci di combattimento”.
Si oppose strenuamente alla dittatura fascista, pagandone in prima persona con anni di prigionia e confino.

Aderì e militò in partiti, come il Partito D’Azione e quello Partito Radicale.
Lavorò, giovanissimo, subito dopo la Grande Guerra, presso l’ANIMI, Associazione Nazionale per gli interessi del Mezzogiorno d’Italia, dove conobbe la situazione di tremenda arretratezza del Sud del paese. E si impegnò sia per aiutare i migranti italiani a partire verso terre che potevano dargli un futuro, sia per il miglioramento del sistema scolastico.
Fu manager pubblico come responsabile dell’ARAR (Azienda Rilievo Alienazione Residuati) fino al 1958. Sottosegretario alla ricostruzione del primo governo Parri. E opinionista, sempre scomodo e anticonformista. Analizzando ogni aspetto politico, sociale ed economico che sia, con metodo analitico, e con linguaggio antiretorico.
Come messo in evidenza da Walter Vecellio durante un convegno di qualche anno fa, “dell’Ernesto Rossi giovane, quello dell’antifascismo, per intenderci, bene o male qualcosa si sa, si può sapere. Ma dell’Ernesto Rossi del dopoguerra; delle splendide campagne condotte attraverso le colonne del settimanale ‘Il Mondo’; delle lotte antiregime e antimnopoli; per questo Ernesto Rossi il discorso è diverso”. In fondo, “era il grande accusatore degli abusi e dei privilegi di regime, nonché della politica parolaia delle opposizioni”.
Eppure, al di là del nostro giudizio sull’opera e il pensiero complessivo di Rossi, qualche domanda sulla sua attualità, come sulla bontà di alcune sue battaglie, andrebbe posta. Soprattutto, anche alla luce della situazione econimico-sociale che viviamo. La quale, se da più parti viene descritta come il portato di anni di mala gestione, risulterebbe ancora più importante indagare su chi certe pratiche le ha sempre stigmatizzate. O, anche, riflettere sul modo in cui Rossi è stato effettivamente l’incarnazione del “Quarto Potere”; il cane da guardia e il pungolo del potere, rincorso e rintuzzato attraverso un’opera instancabile di ricerca e studio.
E pur se oggi il suo strenuo anticlericalismo potrebbe risultare troppo legato ad un mondo ormai radicalmente cambiato e secolarizzato, di certo il concetto di “laicità dello stato”, nel nostro paese, non è sempre un fatto acquisito. Perché, usando le parole di Rossi: “Non penso sia mio compito insegnare ai preti a fare il loro mestiere. I preti, purtroppo, sanno fare benissimo il loro mestiere: siamo noi liberali che non sappiamo fare il nostro”.

Con un sistema dell’8 per mille piuttosto “sbilanciato”, e reso opaco da una cattiva informazione. Il problema delle tasse sui presunti luoghi di culto, ma che svolgono, in effetti un’attività commerciale come le altre, e le pressioni esercitate (con successo) nel caso, per esempio, del referendum sulla legge 30, senza contare la difficoltà di approvare leggi su fine vita e testamento biologico, stanno lì a testimoniare che non tutto è al posto giusto nei rapporti tra Vaticano e Stato italiano.
Come trova ancora effettivo riscontro nelle, purtroppo, non esaltanti cronache provenienti dallo stato di salute dell’Unione Europea, il richiamo di Rossi al pericolo insito in ogni nazionalismo. In un contesto dove, oggi, si rinfocola un sovranismo, che ha echi davvero oscuri e populisti. Alla vigilia, tra l’altro, di un anno elettorale che appare essere decisivo per le sorti dell’UE, già menomata, e non poco, dalla Brexit.

Convinto della superiorità del libero mercato, sistema che definiva “individualistico”, non si è mai chiuso in posizioni ideologiche. Tanto da polemizzare con una delle persone che stimava di più: Luigi Einaudi. Nei confronti del quale dice che:” Continuamente Einaudi ragiona come se la libera concorrenza portasse al massimo la produttività di tutti i fattori della produzione e distribuisse automaticamente il prodotto nel modo più corrispondente agl’interessi di tutti i componenti della collettività. Einaudi sa bene che a questa conclusione si arriva solo assumendo come dato di fatto una certa distribuzione della ricchezza e che, quando si passa dalla teoria astratta alla realtà concreta, tutto il castello cade non appena si osserva la differenza fra opportunità che si prospettano alla scelta dei vari individui. Einaudi sa benissimo tutto ciò […] ma non lo tiene mai in evidenza”.
Pur non essendo un keynesiano, anche perché Keynes, in qualche caso, aveva anche elogiato le spese improduttive, purché diminuissero la disoccupazione (costruire, alla bisogna piramidi era meglio di nulla, ha scritto l’economista britannico, pur dopo pentendosene), Rossi fu favorevole alla nazionalizzazione dell’industria elettrica (il suo “chiodo fisso”). Ritenendo necessario lo smantellamento di alcuni centri di potere pericolosi nei confronti delle istituzioni democratiche.
Non riteneva, che il capitalismo, di per se, “fosse una pecora da tosare”, così come sostenuto in seguito da Olalf Palme. Però, riconosceva l’esigenza del fatto che anche il “liberismo richiede la pianificazione”. Perché “nessuna persona di buon senso può pensare seriamente che dal caos degli impulsi individuali nasca spontaneamente un cosmo di ordine sociale. L’economia di mercato dà risultati ottimi o pessimi a seconda dell’ordinamento giuridico. […]. Non basta che il legislatore stabilisca l’oggetto e i limiti del diritto di proprietà […]. Occorre nazionalizzare i servizi pubblici che risultano troppo pericolosi in mano ai privati […]. Occorre redistribuire […] i costi della dinamica economica”.

In questi ragionamenti è insito un problema ancora (e forse ancor più rispetto agli anni ‘50) presente ai nostri giorni: ovvero, il ruolo della politica rispetto all’economia.
Rossi, attraverso la possibilità di intervento dello stato nell’economia, riconosce che il potere politico comunque mantiene una predominanza su quello economico. Perché, come detto, gli animal spirits, lasciati troppo allo stato brado, possono produrre danni, soprattutto ai più deboli; o, se si preferisce, ai più.
Ed infondo, la crisi che stiamo vivendo ci dice proprio che il modello neoliberista produce scompensi profondi, proprio per la mancanza di meccanismi regolativi. Ed ha consentito, come direbbe Rossi, “pratiche predatorie […] che consentono profitti ai privati con danno alla collettività”.

Si pone, quindi, il problema del rapporto tra politica ed economia. Perché siamo passati da una economia ancillare alla politica, durante i “Trenta Gloriosi” del dopo guerra; ad una politica “succube” del potere della finanza globalizzato. La quale, in queste condizioni, prende le sembianze di un “monopolio globale”, rispetto al quale non c’è il contraltare di un potere politico altrettanto globalizzato, o sufficientemente ampio e connesso, da regolarlo secondo logiche meno rapaci.
Era chiaro già allora all’ex giellino che “le crisi economiche hanno conseguenze particolarmente penose nel regime capitalistico, per il fatto che colpiscono in modo sperequatissimo i diversi membri della società, e per il fatto che la gravità del danno non corrisponde alla diversa responsabilità degli interessati”. E che le istituzioni democratiche sono messe in serio pericolo dalla miseria e dalla insicurezza. Tanto da sembrare un veggente rispetto al nostro tempo, affermando che:” [..] il suffragio universale si trasforma in un’arma micidiale per la stessa democrazia nei paesi in cui la miseria impedisce a gran parte della popolazione di acquisire coscienza dei propri doveri verso la collettività, e la rende facile preda dei demagoghi”. Ribadendo la necessità dello stato sociale come “premio di assicurazione verso le crisi rivoluzionarie e le dittature totalitarie”.
L’epoca in cui è vissuto Rossi è totalmente diversa dalla nostra. Le accelerate sono state imperiose, tanto da lasciar sconcertati e impreparati. Quando si parla di “miseria”, si deve tenere ben a mente che non è la stessa, a distanza di anni. Però, i problemi sembrano avere punti di contatto notevoli, nonostante il lasso di tempo che separa i contesti storici.
Ma, la risposta a tutto ciò sta ancora in quel sogno di federalismo europeo (e non solo), che ha animato i confinanti di Ventotene. E non in risposte nazionali, se non nazionalistiche, le quali appaiono oltre che velleitarie, anche miopi e pericolose.
Qualsiasi cosa si possa pensare nel merito delle idee, politiche quanto economiche, di Ernesto Rossi, su un aspetto, però, è difficile dissentire. Ovvero, che ha esercitato sempre il suo ruolo di vera “elite”, nel senso più alto del termine; assumendosene sempre la responsabilità politica e intellettuale.

Nel periodo in cui viviamo, è proprio la sensazione dell’assenza in tutti i settori di una classe dirigente, e per classe dirigente intendo, oltre ai politici, anche chi, come i giornalisti e gli uomini di cultura, sia capace di veicolare, mediare, spiegare la complessità. Senza facili inclinazioni al populismo, buono per un consenso da folla, ma non come guida e per il progresso sociale e civile di un paese.
Volendo usare le parole di Pasquale Villari, ci troviamo in un contesto in cui “la mediocrità (appare ndr) una potenza livellatrice (e) vorrebbe indurre tutti gli uomini alla sua misura, odia il genio che non comprende, detesta l’ingegno che distrugge l’armonia della sua uguaglianza”. Un motivo sufficiente per ricordare sempre la lezione di Ernesto Rossi. Che non erano “Aria Fritta”.

D’Alema, le Fondazioni e l’ennesima “Cosa”

Che la scissione sia “insita” nella sinistra italiana è un dato storico acclarato. E mentre Rosa Luxemburg si domandava, nel suo celebre saggio, “Riforma sociale o Rivoluzione?”, la massa cominciava a dividersi sul “Che fare?”. Fino ad arrivare, spesso, alla scissione dell’atomo.
Quindi, che D’Alema sia arrivato a minacciare di lasciare il PD, non desta molte sorprese. Né, tanto meno, grandi patemi d’animo nelle persone; in quel “popolo della sinistra” che, finite le ideologie, forse non ne capisce neanche sempre le motivazioni di fondo. Conseguenza del mondo liquido.
Ma, come ci hanno insegnato i nostri nonni, i matrimoni non si fanno con i fichi secchi. E, a quanto pare, neanche le separazioni. Le “robe” contano. E pur se si è fatto per lungo tempo guerra al capitalismo, non si è mai arrivati a pensare che il capitale non serva.
Senza voler andare a scomodare i grandi eventi epocali, quelli che indelebilmente hanno segnato il cammino della sinistra, basti qui ricordare che, quando, nel 1964, i “carristi” del PSIUP (Partito Socialista di Unità Proletaria) si staccarono dal PSI, si assicurarono prima che Mosca contribuisse allo “scomodo”.
Dagli archivi dell’ex URSS risulta che il giorno della scissione (9 gennaio 1964) partì da Mosca un “bonifico” di 240.000 dollari.
Anche quando il PDS di Occhetto subì la scissione di Rifondazione, il problema non era solo “disciplinare” l’uso della falce e martello, o della parola “comunista”. Alla divisione “ideologica”, seguiva quella economica.
Dalle rovine del Muro di Berlino, insieme alla libertà, è nato un fiorente commercio di “micro-souvenir”, da vendere ai turisti in piccole scatoline trasparenti. In Italia, invece, abbiamo avuto, tra l’altro, la divisione dei muri di sezioni e stabili del fu PCI. Rifondazione era decisa nel volerne solo a Roma ben 24. E, “simbolicamente”, ne dimostrò tutto l’attaccamento e la convinzione quando alcuni suoi militanti si barricarono dentro la famosa sezione la “Villetta”, a Garbatella.
Quando D’Alema ha rilanciato l’ennesima “Cosa”, era ovvio che non lo facesse senza “rete”. Perché la politica costa, e reperire le risorse è diventato ancora più complesso, con la fine del vecchio, e troppo spesso abusato, finanziamento pubblico ai partiti.
La sicumera dell’ex Presidente del Consiglio nasce, invece, proprio da quel network diessino su cui lui ha ancora un certo ascendente. E che è stato messo a “guardia” del patrimonio del fu PCI-PDS-DS, attraverso la costituzione di 56 Fondazioni che lo gestiscono. E che lo tengono ben lontano dal Pd, il quale non può, in nessun caso, avvalersene direttamente.
Anzi, deve anche “ringraziare” se l’uso delle sezioni viene concesso a prezzi “politici”.
La politica si fa ancillare “all’economia”, si potrebbe dire.
Stiamo parlando di un patrimonio fatto di stabili di vario genere: appartamenti, uffici, bar, capannoni.
Roba pagata e costruita dai compagni, afferma Ugo Sposetti, l’’ex tesoriere DS artefice dell’operazione “cassaforte”. Ed è vero. Ma, lì ci sono anche i soldi del finanziamento pubblico, e questo non è un dato da poco. Se non altro perché esso veniva abbondantemente elargito per far politica, e non per creare fondazioni. Dovevano crearsi “beni di destinazione”, non di “accumulazione”.
Per essere sicuri che tutto filasse sempre liscio, ovvero contro ipotesi di quello che un tempo si sarebbe potuto chiamare “frazionismo”, si è anche badato bene di rendere la carica di presidente delle fondazioni a vita. Fedeli alla linea, insomma, almeno per solidarietà generazionale.
Quindi, pur se non sappiamo affatto quanto sia solida politicamente l’operazione di D’Alema, possiamo dire che una sua solidità la immaginiamo su altri piani.
La politica (in questo caso i Democratici di Sinistra) hanno creato questo sistema. Ma, allo stesso tempo, la stessa politica, ora, ne risulta in un certo senso succube.
Oggi, è il PD renziano ad essere in una situazione di possibile “subalternità”. Domani non si sa, perché quel patrimonio, in termini di “concorrenza” politica, conta e molto.
I beni amministrati dalle fondazioni sono stati acquistati anche con soldi pubblici (oltre che con i finanziamenti provenienti dall’Estero e dalle sottoscrizioni dei militanti). E la loro titolarità era in mano a soggetti, che se pur imperfetti, avevano una “titolarità” politica, mutevole a seconda delle situazioni interne ai partiti. Oggi, svincolati da ogni rapporto formale con i vecchi “titolari”, i beni amministrati dalle fondazioni possono, paradossalmente, condizionare la politica del PD, e di ogni sua maggioranza. Basti pensare cosa succederebbe in caso di (leciti) sfratti ai circoli.
Una sorta di “potere forte”. Perché, il “potere forte” è tale anche in quanto libero da vincoli e “soverchiante”.
È una situazione del tutto legale, per carità…

Raffaele Tedesco

Riforma. 500 anni dopo le tesi di Lutero e la prima forma di ‘protesta’

luteroIl 2017 segna la ricorrenza dei cinquecento anni dall’inizio della Riforma Protestante. Un avvenimento che ha cambiato, non solo il contesto religioso, ma la società nel suo complesso.
Molte saranno le occasioni di discussioni su un argomento intorno al quale la ricerca, lo studio e il dibattito non sono mai finiti. Perché la Riforma non ha inciso solo sul rapporto tra Dio e l’uomo, o tra il fedele e la Chiesa. Ma, la sua potenza si è riversata in tutti i meandri della vita sociale: dalla politica, all’economia. Dalle arti, ai rapporti e all’esercizio del potere. Con la Riforma, insomma, ha inizio il “Mondo Moderno”.
Il Protestantesimo non è, al suo interno, un monolite. Vi troviamo il Luteranesimo, il Calvinismo, l’Anglicanesimo, i Battisti, gli Avventisti, i Metodisti, i Pentecostali, la Chiesa Apostolica ed altri ancora. Le differenze non sono poche tra i vari gruppi. Troeltsch, uno dei più importanti studiosi della materia, nella sua opera “Il Protestantesimo nella formazione del mondo moderno” scrisse che “il luterano sopporta il mondo in croce, sofferenza e martirio, il calvinista lo domina a gloria di Dio in un lavoro senza tregua in vista dell’autodisciplina insita nel lavoro e della prosperità che dà questa disciplina del lavoro alla comunità cristiana”.
Max Weber, il più famoso studioso che ha messo in relazione protestantesimo e mutamento sociale, ci spiega in “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”, quanto, appunto, la Riforma abbia inciso nella formazione dell’economia capitalistica.
Difficile approcciarsi a tale complessità. Soprattutto per chi ha solo una semplice e sana curiosità, e non una specifica preparazione scientifica.
Un punto di partenza potrebbero essere proprio quelle 95 tesi di Martin Lutero, esposte sul portone della cattedrale di Wittenberg il 31 ottobre del 1517. Ed un aiuto potrebbe provenire da un libro edito da Garzanti dal titolo proprio “Le 95 tesi” di Lutero; con un’introduzione dello studioso di protestantesimo Domenico Segna (traduzione dal latino di Giuseppe Alberigo).
Non che leggere direttamente le tesi di Lutero sia cosa facile; ma è l’introduzione di Segna a darci le coordinate, attraverso un racconto semplice. E che si muove tra la biografia del padre della Riforma, il contesto storico e sociale dove si svolgono i fatti, la spiegazione delle tesi più importanti e deflagranti del monaco agostiniano. Con alcuni “agganci” filosofici, resi accessibili da una narrazione che vuole fare dell’ampia divulgazione il suo fine principale.
È ovvio, che il nome di Lutero sia legato alla lotta contro le indulgenze della chiesa cattolica del tempo.
Uno dei ritornelli preferiti dai domenicani era:” Appena la moneta tintinna nella cassa, l’anima dal Purgatorio passa”. Insomma, c’era un “tariffario” per la salvazione. Un “do ut des”, che non poteva, secondo il monaco agostiniano, garantire alcuna salvezza di fronte a Dio.
Lutero “rivoltò” la cristianità, suo malgrado, quando, un giorno si trovava nella torre (Esperienza della Torre) e rifletteva sull’Epistola ai Romani di Paolo. La sua attenzione si focalizzò sul passaggio “Il giusto vivrà solo per fede”. E da lì cambiò, è il caso di dirlo, il corso della storia del mondo, perché è questo il “cuore pulsante della Riforma”, come Segna ci ricorda.
Lutero apparteneva alla corrente “Moderna” della Scolastica Medioevale, e non accettava alcuna giustificazione “pattizia” della salvezza. Come Agostino, riteneva che la salvezza fosse indipendente dalle opere dell’uomo, ma dipendesse solo da Dio.
Da questo momento in poi, dice Segna, “i credenti sono sciolti dal capestro del peccato, possono tornare a vita”. Perché, la “grazia”, sostanza soprannaturale che Dio infonde nell’anima degli uomini, può sempre rendere possibile la redenzione. Anche di un “peccatore”.
È un dono immeritato, gratuito, immotivato da parte Dio. Il quale dono, si giustifica solo per fede.
Lutero non considererà più la “Iustitia Dei” come un attributo divino di imparzialità. Non esiste un “Dio equo e contabile”, che giudica in base a presunti meriti. Dio, per Lutero, dona, ma non giudica.
Nessun uomo può, nonostante opere e comportamenti, essere in grado di salvarsi da solo. Altrimenti, è come se si riconoscesse all’uomo la possibilità di contrattare con Dio, che è onnipotente, perché non ha alcun vincolo con nessuno.
È evidente come questo nuovo approccio teologico sia una rottura totale con le concezioni cattoliche. Il Purgatorio perdeva ogni fondamento biblico. Veniva colpita la pratica delle indulgenze, perché non c’è opera sufficiente a potersi guadagnare la salvezza.
Ma, soprattutto, ne usciva ridimensionato il ruolo della Chiesa. Ruolo, fino a quel punto, di “dispensatrice” di perdono. In un contesto dove i Papi si arrogavano il diritto di concedere l’assoluzione plenaria, tanto da trasformare la sofferenza per l’espiazione del peccato (contritio), in una semplice dazione di denaro.
Nella tesi n. 75 Lutero afferma: “Ritenere che le indulgenze papali siano tanto potenti da poter assolvere un uomo, anche se questi, per un caso impossibile, avesse violato la madre di Dio, è essere passi”.
Nasce una nuova concezione dell’etica (tesi da 45 a 52) da attuarsi in ogni istante della vita cristiana, che sarà tipica del mondo derivato dalla Riforma. Etica con cui si indicherà il compito, anche professionale, che ogni uomo riceve da Dio stesso, e che si esercita nel posto che occupa nella società, negli ordini di creazione (famiglia, lavoro, stato e chiesa).
Lutero non voleva rivoluzionare la chiesa. E, come fa ancora notare Segna, non era di per sé contro le indulgenze. Ma era contro la loro spropositata applicazione; ovvero, contro il loro cattivo uso.
Voleva una Chiesa che tornasse ai piedi della croce. Ma, forse suo malgrado, ha cambiato il mondo.

Raffaele Tedesco