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Rassegna Stampa

La Grande Guerra e quei socialisti troppo in anticipo sui tempi
Ugo Intini
Il Mattino

Nel centenario di Caporetto, si moltiplicano gli articoli, i libri e le trasmissioni televisive. La resistenza (e la successiva vittoria sul Piave) sono l’orgoglio degli italiani e si devono anche alla riconquistata unità nazionale tra le forze politiche. I socialisti erano infatti contrari alla guerra, ma il loro padre storico, Filippo Turati, nel momento del pericolo, pronunciò alla Camera il suo discorso forse più famoso chiamando al combattimento. “Allorché la morte pulsa al nostro uscio –scandì nel silenzio più teso- affetti si ridestano che parevano sopiti, ire si smorzano. Che ciascuno, uomo o partito, interroghi la coscienza profonda che è in lui e a questa sola obbedisca. Onorevoli colleghi, oggi la nostra città, il nostro borgo, il nostro collegio sono diventati la nostra trincea. Nessuna gragnuola di proiettili o tempesta di gas asfissianti e brucianti ce la farà disertare, finché duri la minaccia di un pericolo”. E fu il ritorno dell’unità nazionale, come ci dice, pur nel suo linguaggio burocratico, il resoconto ufficiale della Camera. “I deputati sorgono in piedi e prorompono vivissimi, unanimi applausi che si rinnovano a più riprese. Moltissimi colleghi si recano a congratularsi con l’oratore. Alcuni di essi, tra cui il ministro Bissolati, lo abbracciano”.

Oggi si discute sulle crudeltà dei generali e sulle fucilazioni di massa. Il capo di Stato maggiore della Difesa Graziano, in un’intervista sul Corriere della Sera, ha usato parole equilibrate. Ma colpisce il silenzio assoluto della politica: soltanto di quella italiana, perché le fucilazioni sono avvenute in tutti i Paesi belligeranti e altrove il silenzio non c’è stato. In Francia, ad esempio, un presidente della Repubblica di destra e nazionalista, Nicolas Sarkozy, ha trovato i toni giusti per rendere giustizia anche ai soldati morti sotto il fuoco ordinato dai loro stessi ufficiali. Celebrando il novantesimo anniversario della vittoria, nel 2008, ha detto. “La Francia non dimenticherà mai i suoi figli che sono morti per lei. Penso anche a quegli uomini ai quali troppo è stato chiesto, che troppo sono stati esposti, che sono stati mandati talvolta al massacro per errori dei loro comandanti e che un giorno non hanno più avuto la forza di combattere”.

In Italia si potrebbe dire molto di più di fronte a fucilazioni ordinate non per diserzione, ma addirittura per futili motivi. Il quotidiano socialista l’Avanti!, terminata la guerra, fece una campagna contro il “militarismo caporettista di Luigi Cadorna”. Il caporettismo diventò un termine famoso. Il giornale arrivò a vendere milioni di copie in pochi giorni, con titoli a tutta pagina che denunciavano sempre nuovi misfatti dei “generali fucilatori”. La campagna partì con la clamorosa denuncia di quanto rilevava addirittura un rapporto ufficiale rinvenuto da un cronista. “Noventa di Padova, 3/11/1917, ore 16,30 circa. Il generale Graziani di passaggio vede sfilare una colonna di artiglieria da montagna. Un soldato, certo Ruffini di Castelfidardo, lo saluta tenendo la pipa in bocca. Il generale lo redarguisce e riscaldandosi inveisce e lo bastona. Il soldato non si muove. Molte donne e parecchi borghesi sono presenti. Un borghese interviene e osserva al generale che quello non è il modo di trattare i nostri soldati. Il generale infuriato risponde: ‘dei soldati io faccio quello che mi piace’. E per provarlo fa buttare contro un muricciuolo Ruffini e lo fa fucilare immediatamente tra le urla delle povere donne inorridite. Tutti gli ufficiali del 28° artiglieria campale possono testimoniare il fatto”. Come spesso avviene, lo scandalo fu sostanzialmente insabbiato.
Oggi è certo inutile discutere se avessero ragione i sostenitori o gli oppositori della guerra, che portò a morire 9 milioni di soldati (680 mila gli italiani). Forse ragionavano con intelligente realismo quelli che consideravano inevitabile partecipare al conflitto ormai esploso. Forse era giusto invece il pacifismo della maggioranza socialista, del liberale Giolitti, e di Papa Benedetto XV che denunciava “l’inutile strage”. Certamente anche le singole famiglie politiche si divisero. Perché Nenni e Pertini (destinati a diventare leader del socialismo democratico) da una parte, Mussolini (futuro capo del fascismo) dall’altra, partirono volontari per il fronte.

Proprio Giolitti temeva che per Paesi ancora arretrati come l’Italia la guerra fosse un trauma insostenibile. In effetti essa portò il bolscevismo in Russia e il fascismo in Italia. Semplificando all’estremo, qui si ritorna al tema dei generali “fucilatori”. In Russia, i soldati spararono non contro i disertori, ma contro gli ufficiali che ordinavano il fuoco: e fu la rivoluzione comunista. In Italia, le sinistre spararono non materialmente, ma idealmente, contro gli ufficiali. Giungendo, con eccessi e generalizzazioni, quasi a criminalizzare il patriottismo: e fu il fascismo.

Caporetto solleverà a lungo riflessioni contrastanti. Una cosa sola è certa. E colpisce. Se si viaggia sul treno ad alta velocità tra Francia e Germania, si attraversa in pochi secondi l’intero terreno che nelle battaglie più sanguinose della prima guerra mondiale fu conteso palmo a palmo tra francesi e tedeschi, ingoiando centinaia di migliaia di morti. In quei pochi secondi, ci si accorge di aver sorpassato la frontiera soltanto perché sul display del cellulare la scritta France Telecom viene sostituita da quella Deutsche Telecom. E viceversa. Forse, un secolo fa, i favorevoli alla guerra hanno guardato troppo al passato e al presente. Gli oppositori hanno guardato troppo al futuro e sono stati troppo in anticipo sui tempi.

Ugo Intini

L’Islam e la corretta interpretazione
Ugo Intini
Il Mattino

Islam e terrorismo. Il Mattino 1

di Ugo Intini

Anche dopo il nuovo, terribile attentato di New York, molti commenti diranno che la religione islamica produce inevitabilmente l’odio fanatico verso i costumi occidentali. La realtà è però del tutto diversa. Guardiamo ad esempio all’Egitto, che raccoglie la metà del mondo arabo. E che spiega con la sua storia le posizioni appena espresse dal presidente Gentiloni nella visita di questi giorni alle capitali del Golfo.

Il legame tra il Re dell’Egitto e il nostro era il simbolo di un rapporto assolutamente simpatetico con l’Occidente in generale e con il nostro Paese in particolare. Non per caso l’ambasciata dell’Egitto a Roma si trova nella villa reale (quella dove Vittorio Emanuele arrestò Mussolini) e lo stesso Vittorio Emanuele nel 1943 riparò in esilio ad ‘Alessandria d’Egitto, dove morì. Nell’800, un patriota Mazziniano livornese sveglio (Pietro Avoscani), sedicente architetto, costruì i teatri dell’opera di Alessandria d’Egitto e del Cairo. Quest’ultimo si trovava in una piazza accanto al più grande albergo della città, assomigliava alla Scala e le dame egiziane scollate in gran soirée passavano da un cocktail direttamente al teatro. È stato distrutto da un incendio nel 1971 e la ministra della Cooperazione di Mubarak, Fawzia Abul Naga, aveva chiesto nel 2009 agli italiani di ricostruirlo. Perché? Perché era un simbolo e si voleva ricreare un moderno stile di vita occidentale nello splendido quartiere liberty, oggi degradato, che lo circonda. Ricordando a tutti che Il Cairo era storicamente la città del sofisticato liberty europeo, non del fondamentalismo islamico. Abul Naga adesso è diventata il consigliere del presidente Al Sisi per la sicurezza, una lady di ferro alla guida della lotta contro i terroristi, che recentemente hanno ucciso 18 poliziotti egiziani nel Sinai.

Cacciato l’ultimo re Faruk (più felice nella via Veneto della Dolce Vita che al Cairo), arrivò al potere il colonnello Nasser, che godeva di un assoluto consenso popolare. Ma guardava non più alle teste coronate europee e al capitalismo occidentale, bensì al marxismo. Esattamente come nelle nostre università del tempo. Lo faceva sulla base dell’ideologia ma anche della realpolitik anticolonialista. Quanto alla ideologia, traeva ispirazione dal cosiddetto “socialismo arabo”: una rivisitazione del marxismo occidentale adattata alle tradizioni locali, che è stata elaborata da intellettuali musulmani, cristiani e atei. E che ha ispirato i primi passi verso il potere di Saddam Hussein a Baghdad e di Hafiz Assad (il padre dell’attuale presidente) a Damasco. Costruttori di regimi spietati, sì, ma assolutamente laici, che facevano sfilare le donne perfettamente vestite da soldato e a capo scoperto come simbolo dell’emancipazione femminile.

A parte la politica, per avere un’idea sulla occidentalizzazione del costume nel secolo scorso, d’altronde, basta guardare i film dell’epoca, prodotti spesso a Beirut, che era considerata la Hollywood araba, dove i cristiani e i musulmani appartenenti alle classi dirigenti (tutti religiosi osservanti) andavano insieme al night e mandavano a scuola le figlie (anche quelle musulmane) dalle suore francesi del Sacro Cuore (cristiane sì, ma ottime educatrici, anche oggi, di fanciulle da marito nella buona società).

Quanto alla realpolitik, il Nasserismo (come il “socialismo arabo” in Iraq e Siria) cercava una sponda anticolonialista nella Russia non solo laica ma antireligiosa, dalla quale comperava i Mig da combattimento e i carri armati (molti dei quali ancora in funzione).
Caduto l’impero sovietico, finì la moda marxista, ma non quello occidentale (sempre conciliata con l’osservanza musulmana). Il successore di Nasser (il suo vicepresidente Anwar Sadat) aveva il tipico bozzo sulla fronte (formatosi premendola infinite volte sul pavimento per pregare). Ma era passato dall’alleanza con Mosca a quella con Washington e, pur religiosissimo, aveva continuato a combattere implacabilmente (come Nasser) il fondamentalismo islamico, rappresentato dal partito della Fratellanza Musulmana, dichiarato fuori legge. Che infatti nel 1981 lo fece assassinare. Una camionetta carica di congiurati travestiti da soldati aprì il fuoco sulla tribuna delle autorità durante la tradizionale sfilata militare. Il più alto in grado a salvarsi passando tra una pallottola e l’altra (Hosni Mubarak) diventò presidente al posto di Sadat, continuando esattamente la sua politica. Con particolare enfasi per i diritti delle donne, dei quali era grande paladina la moglie Susanna, che si presentava elegante e disinvolta come una signora dei Parioli a Roma o di via Montenapoleone a Milano. E collezionava lauree honoris causa nelle università europee.

La primavera araba (iniziata al Cairo) portò al potere con regolari elezioni proprio il leader dei Fratelli Musulmani, Mohamed Morsi. Ma con il consenso di soli 13 milioni di elettori nel ballottaggio (e di 6 al primo turno) su 50 milioni di aventi diritto al voto. E con l’immediata dimostrazione che i fondamentalisti islamici predicavano sì la democrazia, ma subito si organizzavano per creare regimi autoritari, che cancellassero la laicità, la libertà delle donne e il rispetto per le altre religioni. Il capo delle forze armate Al Sisi, sostenuto proprio da queste elites filo occidentali, ha fatto un colpo di Stato non dissimile da quello condotto nel 1992 dai militari algerini dopo la vittoria nel primo turno elettorale del partito islamico. E’ riuscito poi a farsi legittimare da elezioni simili a quelle vinte da Morsi e ha evitato (sino a oggi) l’aperta guerra civile (con oltre centomila morti) che ha devastato l’Algeria dopo la defenestrazione dei dirigenti islamici.

Anche Al Sisi è religiosissimo: benedetto dalla grande imam dell’università coranica Al Azhar ( la più prestigiosa del mondo islamico) e sostenuto dal re saudita, ovvero dal “Custode delle Sacre Moschee della Mecca e di Medina” (considerato come tale al vertice dell’autorevolezza tra i religiosi sunniti). Che i militari egiziani, come quelli algerini, siano il baluardo contro il fondamentalismo islamico non può stupire. In mancanza di solide tradizioni democratiche, rappresentano una tecnocrazia efficiente, disciplinata e meritocratica. Svolgono il ruolo modernizzatore che fu della borghesia in Europa e costituiscono l’ossatura delle rispettive Nazioni. Per questo la loro guerra contro il fanatismo religioso è all’ultimo sangue. La combattono proprio in nome della Nazione, che da sempre –non lo si deve dimenticare- tutela in Egitto una minoranza cristiana copta di oltre il 10 per cento della popolazione.
Quello del Cairo e un caso eccezionale? Niente affatto. Ad esempio il re del Marocco non accetta lezioni in tema di religione, perché è un discendente diretto di Maometto. Ma ricorda con orgoglio che la Francia filonazista del regime di Vichi tentò nel 1941 di imporre la persecuzione degli ebrei a Rabat come a Parigi. E fu bloccata dalla intransigente opposizione di suo nonno Maometto V che li mise sotto la sua personale protezione e li invitò addirittura solennemente alla festa del trono, sfidando i francesi.

La tolleranza nei tempi più recenti è nel mondo musulmano una parentesi anomala? Niente affatto. L’impero ottomano assoggettò sì popoli cristiani, come i bulgari o i serbi, ma senza problemi li lasciò coltivare la loro fede. E nello stesso Medio Oriente garantì parità di diritti a una minoranza cristiana che raggiungeva il 20 per cento della popolazione.

Tutti i fatti elencati ce li siamo sognati? La verità è che vengono cancellati da due minoranze (di demagoghi irresponsabili quella di tradizione occidentale e di mentecatti sanguinari quella musulmana). Due minoranze le quali di fatto, inconsapevolmente, per raggiungere lo stesso obbiettivo: far credere che intolleranza e fanatismo siano la caratteristica naturale dell’Islam.

Ugo Intini

Il cemento di una nazione non può essere
solo l’economia
Ugo Intini
Il Mattino

di Ugo Intini

In Catalogna è in atto un secessionismo ideologico: “vogliamo l’indipendenza nazionale”. In Veneto un secessionismo pragmatico. Alla vigilia del referendum scrivevo che il suo spirito era: “siamo stufi di pagare le tasse per mantenere quei parassiti del Mezzogiorno”. E infatti, il giorno dopo la vittoria, Zaia è stato chiaro: ha chiesto di trattenere in Veneto i nove decimi delle imposte versate. Se avesse preteso i dieci decimi, ci troveremmo di fronte a una volontà di secessione totale. Ma Zaia è disponibile, per salvare la forma, a “dare a Cesare”, ovvero allo Stato centrale, qualche briciola: un decimo, appunto.

Il problema sono i soldi, come è naturale. Ma agli elettori non lo si è detto apertamente (anche perché altrimenti il referendum sarebbe stato dichiarato illegittimo). Sulla scheda referendaria si parlava soltanto vagamente di “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia”. Vinta la partita, Zaia ha potuto esplicitare finalmente quello che per la verità tutti sapevano e che rende impossibile (se questa continuerà ad essere la posizione del Veneto) un accordo con qualunque governo nazionale. Esattamente come non è possibile un accordo tra Puigdemont e Madrid. Su questo punto si deve essere precisi. Il Veneto vuole attribuirsi tutte le ulteriori competenze consentite dalla legge del 2001? Bene. Vuole trattenersi i fondi attualmente impiegati dello Stato centrale per svolgerle? Bene. Ma il trasferimento di competenze deve essere a somma zero. E su questo non si può transigere. Mentre alla somma zero Zaia neppure pensa (e per la verità neppure troppo alle competenze). Vuole i soldi che chiama (ma è tutto da dimostrare) “surplus fiscale”. E basta. Bisognerà negoziare con lui in modo serio e rispettoso degli elettori veneti, senza però dimenticarlo.

Il referendum apre la strada a uno scontro tra il Nord e lo Stato centrale ed è incredibile come di fronte a questa prospettiva gravissima il sistema politico ha affrontato la campagna elettorale: con un mix di furbizia, inettitudine e cinismo, senza contrastare frontalmente la spinta demagogica della Lega e senza spiegare con chiarezza la situazione agli elettori. Per furbizia, si è pensato di parlare del referendum il meno possibile, sperando di ridurre l’affluenza. Per inettitudine, non si è capito l’enorme impatto della vicenda. Per cinismo, si è cavalcata la protesta leghista, esattamente come si è fatto e si fa con quella di M5 quando si condivide la sua retorica anti politica.
Berlusconi è stato abile, saltando all’ultimo momento sul carro vincente. Ma, come ha osservato su queste colonne Biagio De Giovanni, gli altri sono stati desolanti. Il PD si è diviso ed è stato in parte per il sì, in parte per l’astensionismo, in parte silenzioso (a cominciare da Renzi al quale, per la verità, le parole normalmente non mancano). M5 si è dimostrato inconsistente. Salvini grida come è naturale al trionfo, ma è ineffabile. Dopo essersi trasformato da secessionista (come il padre fondatore Bossi) in nazionalista, sovranista e patriota (come i suoi alleati ex fascisti), adesso ritorna alle origini nordiste, tentando però un clamoroso imbroglio. Indica a tutte le regioni italiane e anche a quelle del Sud la strada del Veneto. Zaia si vuole tenere i nove decimi delle imposte? Persino i bambini capiscono che, se Veneto, Lombardia e le aree con cosiddetto “surplus fiscale” si tengono i soldi del surplus stesso, le regioni più povere perderanno una enorme quantità di denaro. Ma lui invita tutti a imitare Zaia, come se la retorica contro lo Stato nazionale, da Vicenza a Trapani, potesse moltiplicare il pane e pesci. L’imbroglio è clamoroso, ma potrebbe persino riuscire. In fondo, nelle elezioni politiche del 1994, Berlusconi si è alleato al Nord con i secessionisti della Lega; al Sud con gli ex fascisti e patrioti di Fini. E ha vinto.

Può dunque accadere di tutto, anche se per il momento due conseguenze sono certe. Nel già disastrato panorama politico italiano, si inserisce un nuovo elemento di divisione: ci mancava una grana “alla spagnola” e adesso ce l’abbiamo. Un partito come il PD con ambizione “nazionale” ne soffrirà più degli altri. Anche perché (seconda, più pratica e immediata conseguenza) mentre il suo governo preme al Senato per approvare la nuova legge elettorale con i collegi uninominali, diventa chiaro che di quei collegi uninominali, in Veneto, il partito di Renzi non ne conquisterà probabilmente neanche uno.

Nel generale trionfalismo leghista, viene sottovalutato il fatto che, se l’esultanza di Zaia è legittima, quella di Maroni appare forzata. Lasciamo da parte il ridicolo per il suo flop sul terreno “tecnologico”: con lo spoglio delle schede manuale in Veneto arrivato un giorno prima di quello elettronico in Lombardia. Il problema è il depotenziamento della richiesta lombarda di autonomia. Che non viene di suoi nemici politici. Ma, involontariamente, da Zaia stesso. Il governatore del Veneto sottolinea infatti che l’aver superato il 50 per cento dell’affluenza legittima le sue richieste (tale era, non a caso, la soglia da lui stesso disposta perché il referendum fosse valido). In questo modo, implicitamente, Zaia ci dice che il magro 38,3 per cento dell’affluenza in Lombardia delegittima le richieste di Maroni. Che non per caso infatti si vanno diversificando dalle sue. Perché affiorano le prime vistose crepe tra i due governatori, così come tra Veneto e Lombardia.
Quanto ai dati sull’affluenza, un’ultima osservazione appare inevitabile. Venezia è stata l’unica area della regione dove non si è raggiunto il 50 per cento e ci si è fermati al 44,9. A Milano i seggi erano deserti e infatti l‘affluenza è finita a un misero 26,4 per cento. Dovunque, le città hanno registrato una spinta leghista molto più debole della provincia. Anche Londra, a differenza del resto della Gran Bretagna, ha votato contro la Brexit. E tutto ciò non è casuale.

Curioso è anche, in Lombardia, il 3,9% di voti per il no (che riduce a meno di un terzo dei cittadini il consenso all’autonomismo di Maroni). Che senso aveva andare a votare per respingere la proposta autonomista, mentre il fronte del no puntava sull’astensione? Il quotidiano Libero titolava domenica a tutta pagina con un quasi intimidatorio: “chi non va a votare o è un ladro o una spia”. Forse qualcuno, in qualche paesino, ha preferito andare a votare per evitare la riprovazione degli amici al bar, esprimendosi poi silenziosamente per il no?
Certo, si parlerà a lungo di questo referendum e le riflessioni saranno molto più ampie. Si può cominciare con l’osservazione che da tempo è di moda la definizione di “azienda Italia”, dimenticando che una Nazione non ha come cemento soltanto l’economia. Si cancella o si relativizza la storia. Sì discredita l’autorità delle istituzioni, a cominciare dal Parlamento. Si considera “politica” quasi una parolaccia. Se poi, come è accaduto domenica, prevale la logica localista del “ciascuno per sé”, non c’è da stupirsi. Un’intera generazione è ormai cresciuta in questo contesto. E a proposito di generazioni, il problema delle radici perdute non è soltanto italiano. Al referendum in Scozia del 2014, ha vinto l’unità nazionale con il 55 per cento. Ma, se avessero votato soltanto i ragazzi dai 16 ai 17 anni, la secessione avrebbe trionfato con il 71 per cento.

L’inefficienza di molte regioni e soprattutto dello Stato centrale (per non parlare delle altre patologie nazionali) naturalmente ha avuto un peso decisivo nella spinta nordista. Insieme alla passività nel tollerare situazioni obsolete. L’autonomia speciale della regione siciliana, ad esempio, è stata decisa dai costituenti quando il banditismo e il separatismo costituivano un’emergenza nazionale. Il Trentino Alto Adige era rimasto all’Italia con fatica e infatti la forte presenza tedesca avrebbe provocato un insidioso terrorismo secessionista. Il generale de Gaulle voleva annettere la Valle d’Aosta alla Savoia francese. Oggi di tutto ciò non resta neppure il ricordo, ma le autonomie speciali resistono. E specialmente in Sicilia (dove i consiglieri regionali vengono chiamati “onorevoli”) danno luogo a sprechi clamorosi. Di fronte ai quali il Veneto può ben domandare una autonomia speciale “virtuosa”, a differenza di quella di Palermo.

Ugo Intini

La Lombardia
sulla via catalana
Ugo Intini
Il Mattino

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di Ugo Intini

Il referendum catalano era incostituzionale e devastante. Quello lombardo veneto del 22 ottobre è costituzionalissimo, legale, non chiede la secessione ma semplicemente una maggiore autonomia. Tutto bene dunque? Siamo sicuri che i capi i casi della Catalogna e della Lombardia non abbiano avuto e non avranno mai niente in comune? Qualche dubbio può venire, anche se il parallelismo è da tutti esorcizzato.
Quarant’anni fa, né a Barcellona, né a Milano si parlava di indipendentismo e nessuno avrebbe potuto neppure lontanamente immaginare un conflitto con lo Stato centrale. Anche se il dualismo Barcellona-Madrid e Milano-Roma ha radici antiche.

“Siamo stufi di pagare le tasse per mantenere quei fascisti di Madrid”. “Siamo stufi di pagare le tasse per mantenere quei parassiti del Mezzogiorno”. L’idea (si fa per dire) originaria degli indipendentisti catalani e della Lega è stata esattamente la stessa. Accompagnata dai calcoli indignati sul cosiddetto “surplus” costituito dal denaro versato allo Stato ma non restituito alle comunità locali (o direttamente o attraverso i servizi forniti dal governo nazionale). In Lombardia Maroni propaganda un surplus di 54 miliardi all’anno. Ma non si capisce come faccia i conti (che in effetti sono impossibili). L’Expo o la linea ferroviaria ad alta velocità, per esempio, a chi hanno giovato se non a Milano? E chi li ha pagati se non lo Stato centrale?

Si è cominciato con il portafoglio, poi si è arrivati ai simboli e ai miti. A Barcellona, la Estelada (la bandiera con le stelle) e Els Segadors (l’inno nazionale). In Lombardia, le bandiere e camice verdi, i celti, il culto della Padania, l’ampolla di acqua del Po e Pontida.

La lingua è sempre stata per i nascenti nazionalismi localisti parte essenziale della narrazione. A Milano ci si è limitati alle insegne stradali in lombardo e in italiano. A Barcellona si è partiti così. Sino a fare del catalano (che per la verità assomiglia a un simpatico dialetto ligure- piemontese) la prima lingua di insegnamento nelle scuole dell’obbligo. E sino al grottesco. Come quando, dopo la strage sulla Rambla, duecento giornalisti di tutto il mondo si sono sentiti tenere la conferenza stampa in catalano. La Vanguardia, il secondo quotidiano del Paese e il primo di Barcellona, d’altronde, ha due edizioni identiche: una in catalano e una in spagnolo.

Leader politici furbi e spregiudicati hanno alimentato e cavalcato l’ostilità allo Stato centrale sia a Barcellona che a Milano. In entrambi le città si sono trovati nei guai con la giustizia e in entrambe si sono dichiarati perseguitati dalla magistratura nemica del popolo. Il padre padrone dell’indipendentismo catalano Jordi Pujol, per decenni presidente della Regione, ha collezionato (lui e la sua famiglia) processi e condanne perché accusato di aver fatto sparire all’estero centinaia di milioni di euro accumulati in nero. Bossi e la Lega, al confronto, sono stati processati per noccioline (oltre a qualche piccolo diamante). Ma la reazione è stata la stessa. Pujol si definisce una vittima politica e il governo centrale insinua che l’accelerazione verso l’indipendentismo a Barcellona nasca anche dal tentativo di sfuggire alla giustizia nazionale, creando una magistratura dipendente dal potere politico catalano. E infatti Umberto Bossi, motivando le sue lotte per l’indipendenza della Lombardia, ha dichiarato. “L’indipendenza ti permette di avere tutti i poteri, anche quello giudiziario: essenziale quando come è successo a me e alla Lega la giustizia ti perseguita per farti sparire”.

Il separatismo lanciato da Bossi a Pontida ormai decenni fa ha fortunatamente avuto sviluppi ben diversi da quelli catalani. Lui e Maroni hanno preferito anziché lottare contro il governo nazionale diventarne comodamente ministri all’ombra di Berlusconi. Salvini, il rottamatore di Bossi, ha preferito abbandonare la bandiera verde separatista per abbracciare il tricolore insieme agli ex fascisti della Meloni. Pensando che si potesse cambiare in corsa (e vantaggiosamente) i nemici da additare al popolo: Bruxelles al posto di Roma ladrona, gli immigrati al posto dei “terroni”.
Meglio così. Ma attenzione. La Lega può ritornare alle origini. Oppure, dopo Grillo, un nuovo clown può trasformarsi in capo popolo riprendendo la bandiera del separatismo, potenzialmente molto più pericolosa in un Paese che (ipotesi non irrealistica) dovesse ritrovarsi nella ingovernabilità e nella crisi economica.

D’altronde, la bandiera verde è stata accantonata, non ammainata definitivamente. Ancora Bossi, pochi giorni fa, in una intervista al Corriere della Sera sul referendum del 22 ottobre, dichiarava infatti. “Se ho cambiato idea sull’indipendenza e sostengo in ogni modo questo referendum per l’autonomia è perché il primo processo prevederebbe tempi troppo lunghi. E noi non li abbiamo”. Solo una questione di opportunità e di tempi, dunque: non la rinuncia all’ideale separatista. D’altronde, basta un’occhiata ai titoli sulla Catalogna dei quotidiani filo leghisti del Nord per vedere dove batte il cuore.
Tra i commentatori, per il momento prevale la lettura tattica del referendum lombardo veneto. Che è in effetti uno spot elettorale per la Lega a spese della collettività e forse anche un abile tentativo di Maroni per mettere in difficoltà Salvini: sottolineando la contraddizione tra Nordismo e nazionalismo “sovranista” (e ponendo un cuneo tra lui e la Meloni).

La strumentalità nella tempistica del referendum è confermata dall’esperienza più recente. Si osserva infatti che Maroni è stato ministro dell’Interno per anni, sorretto da una larga maggioranza parlamentare esattamente uguale a quello della Regione Lombardia. Il ministro competente era lui, il presidente della Regione Lombarda era il suo amico e alleato Formigoni. Perché mai non hanno fatto insieme ciò che era in quel momento facilissimo ( ovvero un bell’accordo Stato- Regione che aumentasse i poteri autonomi della Lombardia, esattamente come si chiede adesso con il referendum)? Tutto vero. Siamo nelle furbizia di bottega e nella tattica politichese. Non nella devastante situazione catalana. Ma anche a Barcellona si è cominciato così. Poi i furbi hanno perso il controllo o sono stati sostituiti dei fanatici. Come avviene spesso, magari a distanza di anni, quando per piccoli giochi di potere gli aspiranti capi popolo accendono le passioni e evocano fantasmi.

Ugo Intini

Libia, storia di un regime feroce e grottesco
di Ugo Intini
Il Mattino

 di Ugo Intini

Le crisi libica (che contribuisce a gettare sulle coste italiane migliaia di migranti non più trattenuti dal filtro un tempo costituito dallo Stato poliziesco di  Gheddafi) ci ricorda cos’è la “etica della responsabilità”. Suggerisce agli uomini di Stato- come insegnava Max Weber- che un bel gesto si può fare, specialmente quando è espressione di un principio di giustizia, apprezzato come tale dall’opinione pubblica, ma prima ci si deve domandare quali saranno le sue conseguenze: “e poi?”.

Un bel gesto è stato liquidare l’infame dittatore Saddam Hussein (e anche Gheddafi, pur molto meno sanguinario del Rais iracheno). Ma non si è pensato al dopo e le conseguenze sono state catastrofiche: non centinaia di morti (come quelli provocati dai regimi abbattuti) , bensì centinaia di migliaia di morti nel Medio Oriente (oltre che l’esplosione del terrorismo islamico a casa nostra).

Gheddafi è oggi spesso rimpianto sia in Occidente che in Libia (dove d’altronde gli attuali leader sono quasi tutti suoi ex collaboratori). Si rimproverano i principali responsabili dell’avventura militare a Tripoli: il presidente francese Sarkozy e quello britannico Cameron. Berlusconi, per la verità, cercò di fermarli, ma non osò opporsi frontalmente, anche perché indebolito dalle inchieste giudiziarie. In fondo, continuava esattamente la politica di tutti i governi precedenti, a cominciare da quelli di Craxi e Prodi. A dimostrazione del fatto che i nostri interessi nazionali nel Mediterraneo non sono mai cambiati e che i governi di destra e sinistra spesso hanno fatto esattamente le stesse cose, pur tra polemiche destinate a impressionare l’elettorato interno.

Oggi anche sulla Libia siamo ormai messi ai margini (è stata infatti Parigi a prendere l’iniziativa per la pacificazione del Paese) ma abbiamo alle spalle una lunga storia che può ancora insegnare qualcosa.

Nell’aprile 1986, Reagan decise di uccidere Gheddafi. Il dittatore libico lo sapeva, viveva in una tenda e si spostava continuamente. Un giorno, l’intelligence individuò esattamente dov’era. I caccia bombardieri americani si levarono da una base in Gran Bretagna (l’unico alleato disponibile ad appoggiare l’impresa) e sorvolarono lo spazio marittimo spagnolo(senza avvertire Madrid) per piombare sulla Libia. Il primo ministro Felipe Gonzales, informato dai militari, capì al volo. Era giovane e scosso. Telefonò sull’istante al suo “fratello maggiore” e compagno di partito nell’Internazionale socialista Craxi, allora presidente del Consiglio. Che non esitò un attimo, perché i jet bisonici avrebbero raggiunto il bersaglio in pochi minuti. Chiamò Gheddafi che scappò di corsa appena in tempo. Meno veloce fu una bambina figlia del dittatore, che rimase, tra gli altri,  uccisa nel bombardamento. Gheddafi non l’avrebbe dimenticato mai. E neppure l’apparato militare americano, furente con Craxi ancor più che per la crisi di  Sigonella un anno prima.

Il dittatore libico era un megalomane e non tollerava potenziali antagonisti neppure tra i suoi fedelissimi. Ma non li uccideva come Stalin. Il generale Jalloud, suo capo del Governo e alleato della prima ora, veniva continuamente a Roma, perché aveva stretti rapporti con l’Italia (e soprattutto perché aveva qui una amante). Faceva ombra al leader, che lo destituì e lo fece sparire dalla scena pubblica. Ma ha continuato ad abitare libero (e ricco) nel centro di Tripoli.

All’inizio, Gheddafi sollevò l’entusiasmo della sinistra radicale occidentale. Ricordo una celebrazione dell’anniversario della rivoluzione a Bengasi, con una Vanessa Redgrave adorante. C’era anche il fratello del presidente Carter, Billy, che però cercava soltanto di fare affari e per questo fu coinvolto nello scandalo “Billygate”, montato proprio in Italia dal giornalista Michel Ledeen (che sarebbe diventato consulente vicino all’amministrazione Reagan prima e a quella Trump poi).

Come tutte le potenze coloniali, l’Italia sa più degli altri sui Paesi un tempo controllati. Abbiamo sempre saputo, ad esempio, che la Libia è uno Stato finto: la Cirenaica (confinante con l’Egitto) e la Tripolitania hanno identità distanti e sono tenute insieme forzatamente. Non per caso, le due aree hanno oggi governi contrapposti (il generale Haftar a Bengasi e il presidente Serraj a Tripoli).

Il rapporto dei popoli diventati indipendenti con gli ex colonialisti è in genere di “amore-odio”. L’orgoglio nazionale li porta (anche giustamente) a celebrare la propria lotta contro gli oppressori europei. Gheddafi ha infatti realizzato un kolossal sulla guerra di liberazione guidata dall’eroe nazionale al-Mukhtar contro gli italiani, che lo impiccarono nel 1931. Il film (protagonista Anthony Quinn) è stato visto in tutto il mondo meno che in Italia, perché a noi non piace trovarci sullo schermo nella parte normalmente attribuita ai “nazisti cattivi”. Nella sua ultima visita del 2010 a Roma, il povero Berlusconi e il ministro degli Interni Maroni dovettero ascoltare la reprimenda del dittatore contro gli abominevoli campi di concentramento italiani in Sicilia, dove furono internati i patrioti libici. Lo show del dittatore durò un’ora, allo stadio di Tor di Quinto, davanti ai carabinieri a cavallo sull’attenti che attendevano di esibirsi con il loro Carosello.

La nuova classe dirigente di Tripoli gonfiava la retorica anti italiana, ma poi veniva a fare shopping in via Condotti e a curarsi nelle nostre cliniche. Molti erano probabilmente ladri, ma nessuno pensava di farsi esplodere in mezzo alla folla. Il figlio del ministro degli Esteri era un ragazzetto obeso con la maglia giallorossa e con forte accento romano, perché cresciuto ai Parioli quando suo papà era ambasciatore in Italia. Con il ministro, mi occupavo io nel 2007 di una trattativa esasperante. Gheddafi pretendeva che, per pagare i presunti danni provocati dal nostro regime coloniale, costruissimo un’autostrada da Tripoli al Cairo. Troppo lunga e costosa? Niente affatto-strepitava- gli antichi romani fecero 2000 anni fa strade ben più lunghe. La trattativa sembrava disperata, ma poi capìi che al regime interessava soprattutto l’aspetto propagandistico. Dietro l’apparenza, ci si poteva mettere d’accordo alla romana (quelli di oggi) ovvero “aum, aum”. Ad esempio, Tripoli poteva ridare all’ENI con una mano (petrolio super scontato) quello che prendeva dello Stato italiano con l’altra mano. Inoltre, le autostrade moltiplicano come si sa il valore dei terreni circostanti e l’Italia, zitta zitta, li poteva comprare per tempo mentre ancora erano valutati come deserto.

Il regime libico era poliziesco, ma dietro la faccia feroce si intravedeva il grottesco. Gheddafi aveva sempre intorno a sé la sua guardia personale: un corpo speciale costituito soltanto da donne. Qualcuna era carina di viso, ma le forme non erano precisamente slanciate. Era un gesto simbolico per sottolineare il valore dell’emancipazione femminile? Era un corpo di amazzoni davvero temibile perché organizzato (così si diceva) nella Germania dell’Est? Mistero. E’ certo che il grottesco (sarà forse stata l’influenza italiana?) scivolava spesso nella farsa. Nel film su al-Mukhtar, le scene nel comando italiano a Bengasi furono girate all’hotel Plaza di Roma, dove io abitavo: un Gastone Moschin sempre ghignante faceva la parte del perfido federale fascista, seviziatore di  poveri guerriglieri a piedi nudi. Un mattino, mi imbatto in uno di loro, scalzo, e lo riconosco: era un maggiore dell’esercito che mi aveva accompagnato a Bengasi. Sudava e tentava di negare, ma invano: il regime lo aveva introdotto sul set come comparsa per controllare il tutto.

La farsa, come si è visto, è finita in tragedia. Al di là dei limiti. Anche se purtroppo, sin dall’inizio (sin dalla deposizione cioè del buon re Idris da parte di un gruppo di militari fanatici) elementi di tragedia non sono mancati. Le conseguenze le paga soprattutto l’Italia con le orde di migranti. Per colpa di Sarkozy e Cameron e della loro apparente inettitudine. O peggio. Perché a Francia e Gran Bretagna poteva anche dare noia l’eccessiva influenza economica dell’Italia e dell’ENI nella Libia di Gheddafi.

La nostra storia “socialista”
di Nicola Zoller
Trentino

Qui in Trentino avremmo una storia epurata, carente, una povera storia se non comprendesse anche le vicende e gli uomini del socialismo: questa considerazione di Walter Micheli, ricordata dal  direttore della Fondazione Museo storico del Trentino Ferrandi, introduce il libro “I personaggi socialisti del Trentino” per le Edizioni U.C.T., presentato recentemente a Trento con gli autori della ricerca, tra i quali troviamo Vincenzo Calì, Luca Rizzonelli, Nicola Zoller, Renato Ballardini, Mariapia Bigaran, Sergio De Carneri, Fabrizio Rasera. Ma la presentazione non si è limitata a ricordare le figure di spicco del socialismo e del mondo progressista trentino, a partire dal fondatore Cesare Battisti, per poi andare alla sua compagna Ernesta Bittanti, agli altri protagonisti di inizio ‘900 Antonio Piscel con la moglie Enrica Sant’Ambrogio, Augusto Avancini, Edoardo Costanzi, Patrizio Bosetti, passando per Giacomo Matteotti la cui famiglia era di origine solandra; proseguendo con Giuliano Piscel, gli antifascisti Angelo Bettini e Giannantonio Manci e i primi deputati dell’Italia repubblicana Gigino Battisti e Giuseppe Ferrandi e concludendo con due personalità come Livia Battisti e Renato Ballardini. Proprio da quest’ultimo, su sollecitazione di Sergio Bernardi coordinatore delle Edizioni U.C.T., è venuto il quesito d’attualità su cosa ha fatto e cosa può fare ancora la sinistra su scala generale, se i suoi valori siano attuali e se siano sostenuti con coerenza. La risposta per l’Italia e a livello internazionale resta problematica. Eppure nel libro è segnalato un percorso, nell’allegata scheda conclusiva dedicata ad “Un futuro per la cultura socialista”. Sì, perché anche in una rassegna dedicata alle vicende trentine, non potevano mancare riferimenti più generali, proposti alla redazione di U.C.T proprio dai socialisti trentini, a testimonianza delle relazioni che da sempre hanno sostenuto la visione globale del loro pensiero declinato poi nelle azioni locali quotidiane del passato e più prossime.

Da dove partire? Ecco, per superare ogni localismo viene citata l’opera lungimirante di un pensatore americano: “Un futuro per il socialismo” di John E. Roemer. Innanzitutto viene chiarito subito di quale socialismo si stia parlando: si tratta di “socialismo orwelliano”, in nome di chi, sostenendo un ideale dì socialismo anti – totalitario (v. George Orwell in “La fattoria degli animali” e “1984”) di quello totalitario ha saputo denunciare tutti i pericoli. Insomma,”un socialismo dal forte sapore liberale, basato su una riflessione attenta sulle ragioni del fallimento delle economie statalizzate”. Quest’ultime, spiega Roemer, è bene che siano collassate, perché con esse sono falliti dei regimi tirannici. Tali esperienze tragiche riconfermano la bontà dell’idea di un socialismo democratico che ponga attenzione alla uguaglianza delle opportunità e delle basi di partenza e quindi alla necessità di “creazione di un sistema educativo in grado di offrire ai più svantaggiati reali opportunità di accesso ad una formazione pienamente spendibile sui mercati del lavoro, compresi quelli più sofisticati e competitivi”. Inoltre occorre che la proprietà delle azioni aziendali sia distribuita molto diffusamente, per meglio ripartire la ricchezza prodotta; ma anche per limitare i “mali” dell’organizzazione produttiva, come l’inquinamento: l’azionariato diffuso – non la proprietà statalizzata, che ha tollerato livelli di inquinamento orripilanti nei paesi dell’orbita ex sovietica – può frenare efficacemente questo male che si riverbera sulla generalità degli azionisti. Segnaliamo al proposito anche il saggio di Giorgio Ruffolo, “Lo sviluppo dei limiti”: la biforcazione di fronte alla quale ci troviamo ci pone non il dilemma tra crescere e non crescere, ma quello tra due tipi di ‘sviluppo’, lo sviluppo della potenza e lo sviluppo della coscienza.

C’è dunque un futuro per il socialismo. Ed è un futuro auspicabile non solo per i socialisti ma complessivamente per le nostre società. Un futuro che è stato coltivato da una schiera di pensatori, che generalmente si ostinano a non ritenere “disparati e inconciliabili l’ideale della libertà politica e quello della giustizia sociale” ed infine a raccomandare con Bertrand Russel: “Se le vostre speranze e i vostri desideri sono limitati a voi stessi o alla vostra famiglia, o alla vostra nazione, o alla vostra classe, o agli aderenti alla vostra credenza religiosa troverete che tutti i vostri sentimenti generosi sono accompagnati in modo parallelo da antipatie e da sentimenti ostili. Da una simile dualità di sentimenti si originano quasi tutti i mali peggiori della vita umana, le crudeltà, le oppressioni, le persecuzioni, le guerre. Se il nostro mondo vuole sfuggire ai disastri che lo minacciano gli uomini devono imparare a essere meno circoscritti nei loro sentimenti di solidarietà”.

Nicola Zoller
Segretario regionale Psi del Trentino-Alto Adige

Migranti, perché attiriamo i meno istruiti
di Ugo Intini
il Mattino

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di Ugo Intini

Nei giorni scorsi, il Corriere della Sera ha lanciato l’allarme nel titolo più importante di prima pagina: “in Italia i migranti con meno istruzione”. Ha ragione, perché in effetti le cifre sono impressionanti: abbiamo la minor percentuale di immigrati laureati e la maggiore di quelli con la sola licenza elementare. I dislivelli rispetto a Nazioni come la Gran Bretagna e la Germania sono abissali. La spiegazione è quasi ovvia. Una famiglia di un Paese arretrato, povera sì, ma dotata di buon senso, sulla base di ciò che legge sui media (e purtroppo anche della realtà obiettiva) manda se può i figli (che già parlano inglese o francese o spagnolo) non in un’area considerata in crisi come l’Italia, dove per di più devono imparare una lingua poco diffusa. Sono prevalentemente i disperati quelli che tendono a restare da noi. Il Corriere della Sera grida in un altro titolo sull’argomento: “ecco la vera emergenza”. Ha ancora ragione. E giustamente sottolinea che, mentre arrivano gli immigrati meno istruiti, gli italiani più preparati se ne vanno a lavorare all’estero. In effetti, 5 milioni sono gli italiani residenti all’estero e altrettanti 5 milioni sono gli stranieri in Italia. Ma il saldo è sostanzialmente zero soltanto sul piano quantitativo: sul piano qualitativo, detto brutalmente, esportiamo i migliori e importiamo i peggiori.
Che i nostri immigrati siano i meno istruiti è un problema reso ancora più grave dal fatto che per l’invecchiamento della popolazione e il calo demografico ne abbiamo assolutamente bisogno. Il governo tedesco, ad esempio, che lo sa bene, ne ha tratto le conseguenze con un piano organico: ha accolto in un solo anno 800.000 siriani (considerando che sono ad alta scolarità) e in più ha investito nel prossimo quinquennio 93 miliardi di euro per integrarli. Ha persino richiamato con forti incentivi i maestri di scuola pensionati più di recente per utilizzarli nell’insegnamento del tedesco.
Che si cominci a lanciare l’allarme sull’ignoranza degli immigrati è giustissimo, ma è stupefacente che nessuno lanci l’allarme su un problema immensamente più grave, addirittura disastroso. Non soltanto gli immigrati in Italia, ma anche gli italiani stessi sono i meno istruiti. Vogliamo dirlo provocatoriamente? L’ignoranza attira gli ignoranti e l’istruzione attira gli istruiti. Ho da poco scritto, con il consiglio e la prefazione di Giuseppe De Rita, un libro che fotografa questa realtà poco conosciuta e, “fresco di studi”, posso essere preciso. In dieci anni, abbiamo avuto un calo delle immatricolazioni all’università del 17 per cento, accompagnato da quello (22 per cento in sei anni) dei docenti. Siamo ormai al 34º posto e ultimo posto tra i Paesi dell’OCSE per la percentuale dei laureati tra i giovani. Ci troviamo dietro alcuni Paesi che siamo abituati a classificare nel terzo mondo. Abbiamo ad esempio meno di un terzo degli studenti universitari dell’Iran (che non raggiunge gli 80 milioni di abitanti). Siamo gli ultimi in Europa anche per la percentuale di diplomati. Nella fascia di età tra i 25 e i 54 anni, i tedeschi che non hanno ottenuto almeno un diploma di scuola secondaria sono infatti soltanto il 13,1 per cento, i britannici il 21,4, i francesi il 23,8, mentre gli italiani salgono purtroppo al 39,5 per cento.

Non soltanto i laureati sono pochi: hanno anche studiato materie che rendono difficile trovare un lavoro e che poco concorrono allo sviluppo tecnologico del Paese. Abbiamo tanti laureati in lettere come in ingegneria. I soli laureati in giurisprudenza pesano come quelli in tutte le discipline scientifiche messi insieme. Che sono infatti soltanto il 20 per cento del totale. Contro il 31 per cento della Germania, il 35 dell’India e addirittura il 40 della Cina. In Europa, soltanto Ungheria, Cipro e Malta stanno peggio di noi. Fa meglio il Messico e la Turchia sta per raggiungerci.
L’attenzione all’istruzione scientifica non soltanto è agli ultimi livelli nel mondo: è inferiore persino a quella di un tempo nell’Italia stessa. Vent’anni fa infatti stavamo all’incirca come oggi, intorno al 20 per cento. Ma nel 1930 eravamo al 28,2, nel 1950 al 31, nel 1960 al 28,5. Anche così si capisce come e da chi sia stato creato il miracolo economico. C’è di più. Sembra incredibile, ma le cose andavano meglio addirittura agli albori della rivoluzione industriale italiana. Nel decennio 1881-1890 infatti gli studenti di materie scientifiche erano i 32,8 per cento del totale, contro l’attuale 20 per cento prima ricordato.

Le conseguenze sono ben illustrate dagli addetti ai lavori. Il rettore della Bocconi ha denunciato che i ricercatori pubblici e privati in Italia sono 150.000, contro i 510.000 della Germania, i 430.000 della Gran Bretagna, i 340.000 della Francia, i 220.000 della Spagna. Il presidente della Assolombarda ha spiegato che il problema non riguarda soltanto il top ma, scendendo a cascata, anche i semplici tecnici: ne mancano a suo parere 100.000, cosicché non sono coperti i profili professionali specialistici indispensabili (come e più dei laureati) al funzionamento delle aziende. Su tutto ciò (purtroppo si tratta di crude e inoppugnabili cifre) il silenzio è assoluto. Il dibattito politico italiano insegue le pagliuzze e non vede la trave. Che in estrema sintesi è presto descritta. Insieme al Giappone e alla Germania, siamo tra i Paesi più vecchi del mondo. E mai si è visto che la vecchiaia sia un motore per lo sviluppo. I giovani, per di più, non soltanto sono pochi: quei pochi sono anche i meno istruiti fra i Paesi moderni. Non si capisce che, se la crescita dell’economia italiana continua ad essere la metà di quella (pur asfittica) europea, qui sta la ragione di fondo? Di fronte a questa vera e propria emergenza nazionale, vogliamo concentrare gli sforzi per lanciare una grande politica demografica e dell’istruzione (oltre che per tentare un’immigrazione selettiva)? Sono temi vitali che non sembrano in cima all’agenda. Anzi. Neppure se ne parla, anche perché l’opinione pubblica neppure viene informata dei dati che li rendono esplosivi.

Dopo 125 anni. La linea
del Psi è sempre attuale
di Alessandro Pietracci
– Trentino

Pochi giorni fa il PSI era in piazza con i suoi gazebo per l’iniziativa denominata “le primarie delle idee”. Anche a Trento alcuni militanti incontravano i cittadini in una frequentata via del centro. Ebbene la gente si fermava oltre ogni previsione, interessata per i contenuti ma forse, inutile negarlo, per una certa sorpresa nell’accorgersi che i socialisti ci sono ancora. “Esiste il PSI?” – questa la domanda ricorrente. Un interrogativo legittimo visto che questo nostro piccolo partito (comunque presente alla Camera, al Senato e al governo) è letteralmente sparito, salvo cortesi eccezioni, dagli schermi radar dell’informazione politica, nazionale e locale. Eppure continua ad incontrarsi in tutti i territori del Paese, elabora idee, propone soluzioni, favorisce la partecipazione e contribuisce al dibattito democratico, ma soprattutto è presente agli appuntamenti elettorali eleggendo Sindaci e Consiglieri. Tant’è che il centro sinistra alle elezioni di domenica scorsa era di fatto composto da PD e PSI. Spiegare questo trattamento discriminatorio è abbastanza facile: il PSI sopravvive ancora nonostante l’ostracismo e la maledizione di Tangentopoli. Non si può dire che i socialisti non abbiano pagato per i loro errori, che pure ci furono. Quanto ancora durerà quest’esilio?

Ma la maledizione non è scesa solo su di noi, ma come una cappa pesa sull’Italia. È il macigno del mai risolto conflitto tra politica e magistratura – che oggi trova nuove espressioni nel caso Consip, nella difficoltà da parte di qualsiasi governo di varare qualsiasi riforma della giustizia o ancora nel protagonismo dei magistrati che parlano non con le sentenze, ma con i romanzi e le interviste. Potremmo sorridere nel leggere i commenti dei “quattro amici al bar” su Virginia Raggi oppure alla notizia degli indagati 5 Stelle per firme false. Adesso i manettari diventano garantisti perché conviene loro. I socialisti lo sono stati sempre. Non per difendere se stessi, ma per un’idea precisa di politica, secondo cui lo Stato non deve essere censore a priori della libertà dei cittadini, non può comminare pene attraverso processi mediatici, salvo poi non garantire la certezza del diritto. L’efficienza della giustizia, dalle carceri fino alle intercettazioni (per non dimenticare i tempi ragionevoli per arrivare a una sentenza!), è un punto cardine della democrazia moderna.

Da sempre i socialisti hanno cercato di favorire l’emancipazione degli individui – dapprima con le lotte operaie poi con la partecipazione alle competizioni elettorali – siano essi lavoratori o borghesi. Il PSI aveva ed ha l’ambizione di rappresentare tutti i cittadini che credono in un approccio riformista e realista alla politica consci che non esistono bacchette magiche o ricette semplici. Riformismo vuol dire attenzione all’insieme, giustizia sociale e competitività economica, sicurezza e inclusione, Europa e dimensione locale, assetto istituzionale fatto di “pesi e contrappesi” ma anche possibilità dell’esecutivo di realizzare la propria agenda senza finire impantanato nei veti contrapposti. Spesso è la fragilità del Governo a generare spinte autoritarie o populiste, più ancora del ribellismo fascistoide, dell’allarme sociale e della paura per la crisi economica, senza precedenti.

Oggi e domani il PSI festeggia a Bari i suoi 125 anni, ci sarà anche una pattuglia trentina. Una storia di luci ed ombre ma il cui bilancio complessivo è senz’altro positivo. Abbiamo raggiunto moltissimi traguardi. L’Italia è progredita con il PSI, si è rialzata dalla devastazione bellica, è diventata una nazione ricca in cui si vive bene. I socialisti hanno accompagnato questo percorso. Guarda caso gli ultimi 25 anni – da quando il PSI occupa un posto marginale nello scenario politico italiano – hanno segnato un preoccupante arretramento del Paese. Forse il rafforzamento dei socialisti potrebbe essere un elemento di ripresa anche per l’Italia?

Non possiamo però guardare al passato, alla storia e alle gloriose figure del socialismo italiano: Matteotti, Nenni, Saragat, Pertini. Siamo collocati in un periodo storico preciso, il tempo della velocità e dell’insicurezza. La politica arranca. Se non sa rinnovarsi, muore. Cinque anni fa il PSI festeggiava i suoi 120 anni dopo il primo turno delle elezioni presidenziali francesi. Hollande si apprestava a conquistare l’Eliseo. Si era aperta una possibilità di rinascita per i socialisti. Cinque anni dopo il presidente uscente non si ripresenta (prima volta in assoluto) e il candidato del PS Benoît Hamon ottiene il 6,36% dei voti, un terzo di quelli della sinistra radicale di Jean-Luc Mélenchon. In compenso Emmanuel Macron – le cui idee non sono così lontane da una sinistra riformista – diventa la speranza dell’Europa. Staremo a vedere, ma oggi più di ieri, la storia corre in fretta.

Corre anche per il Trentino. Ricordiamo che fu nel 1889 (tre anni prima della fondazione del Partito dei Lavoratori italiani di Turati) che Victor Adler, leader dei socialisti austriaci, raccolse in un unico partito i vari movimenti “nazionali” dei molteplici gruppi linguistici che componevano l’Impero austroungarico. Ma ancora in precedenza Cesare Battisti cominciava la sua battaglia politica in Trentino. Questa storia è dimenticata dai più… eppure bisogna partire da lì per dare una scossa necessaria a un Trentino troppo sonnolento, troppo titubante, troppo diffidente.

Alessandro Pietracci
segretario provinciale PSI