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Rassegna Stampa

L’unità europea e i pericoli del post fascismo
di Ugo Intini – Il Mattino

Europa. Il MattinoNei giorni in cui si celebra il 60° anniversario dei trattati che diedero il via al processo di unità europea, tutti ricordano il famoso “Manifesto di Ventotene”, che ne è stato la base ideologica. La prima edizione (introvabile e p
reziosa) è conservata alla Fondazione Nenni e ci ricorda molte cose: una straordinaria storia di lungimiranza e coraggio, la posta oggi in gioco, le scelte sul tavolo.

Nell’isola di Ventotene, i detenuti politici hanno sognato e discusso per mesi l’Europa unita. Altiero Spinelli e Ernesto Rossi del Partito d’Azione, con Eugenio Colorni del Partito Socialista, hanno infine sintetizzato e scritto il frutto di questo “lavoro collettivo”, come essi stessi lo definiscono. Colorni è stato incaricato di diffonderlo. E infatti il 22 gennaio 1944, nella Roma occupata dai nazisti (mentre contribuiva a organizzare la resistenza e confezionava, come capo redattore, l’Avanti! clandestino) , in una tipografia nascosta di Monte Mario, ha fatto stampare 500 copie di un libriccino di 125 pagine intitolato “PROBLEMI DELLA FEDERAZIONE EUROPEA: il “Manifesto di Ventotene”, appunto.
Accanto alla evidente lungimiranza, è meno noto lo straordinario coraggio di chi nel pieno della guerra e della repressione nazista preparava il futuro. Colorni lo ha pagato con la vita perché non ha visto l’Europa unita e neppure l’Italia libera: il giorno prima dell’arrivo delle truppe americane nella capitale, è stato infatti riconosciuto da una pattuglia di fascisti che gli ha sparato per strada e lo ha ucciso.
Il volumetto clandestino naturalmente non ha firme. C’è una prefazione che è opera di Colorni ed è siglata “Il M.F.E” (Movimento Federalista Europeo). Seguono gli scritti centrali: di Spinelli e Rossi.
Quale sia stata (dichiaratamente) la spinta alla costruzione dell’Europa unita ci deve far riflettere ancora oggi. Colorni sostiene che le tragedie del continente sono nate tutte dai nazionalismi e dagli egoismi dei singoli Stati sovrani. L’unità europea significava dunque innanzitutto: “mai più guerra”. Anche se la dissoluzione della ex Jugoslavia, che pure era uno Stato vero, ha provocato conflitti sanguinosi, oggi la fine dell’Unione porterebbe probabilmente soltanto guerre commerciali (che già si temono con la Brexit) ma il loro effetto ci renderebbe comunque tutti più poveri. Così come il ritorno alla lira taglierebbe del 30 per cento, dall’oggi al domani, i risparmi degli italiani.

Dietro il Manifesto, si intravede il padre fondatore del partito socialista, Filippo Turati, che già nel 1896, nel suo primo discorso alla Camera, chiedeva gli “Stati Uniti d’Europa” e li vedeva come tappa (in un giorno lontano) verso gli “Stati Uniti del mondo”. Colorni indica esplicitamente anche quest’ultimo obiettivo: “l’ideale di una federazione europea –scrive- come preludio di una federazione mondiale”. È un visionario, certo. Ma anche Turati lo era quando nel 1896 sognava l’Europa unita. E tuttavia, sia pure dopo un secolo, il sogno è diventato in gran parte realtà. Per questo, il nuovo Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, anche lui socialista, cita spesso Turati e il suo ideale di unità mondiale come l’obiettivo ultimo, per le generazioni future, delle Nazioni che siedono al palazzo di vetro di New York.

La prefazione di Colorni elenca uno per uno gli obiettivi dell’Unione Europea derivanti dai principi generali del Manifesto. “Tali principi-scrive-si possono riassumere nei seguenti punti: esercito unico federale, unità monetaria, abolizione delle barriere doganali e delle limitazioni all’emigrazione tra gli Stati appartenenti alla federazione, rappresentanza diretta dei cittadini ai consessi federali, politica estera unica”. Molti di questi obbiettivi sono stati raggiunti. Mancano l’esercito e la politica estera unica. Il Parlamento europeo è sì un “consesso federale” a elezione diretta, ma con scarsi poteri. Ciò che si è conseguito tuttavia non è poco. E proprio su difesa e politica estera il vertice di Roma avrà molto da dire. Abbiamo infatti pagato a caro prezzo l’assenza (o gli interventi scoordinati) dei Paesi europei in Libia e Siria. E il rifiuto di Trump a finanziare la NATO senza un più cospicuo contributo degli alleati europei si spinge sino alla messa in discussione della NATO stessa. Cosicché a Bruxelles si cominciano a porre domande di buon senso. Non sarebbe preziosa una forza europea (anche piccola) di pronto intervento in caso di crisi (ad esempio nel Medio Oriente)? La sola omogeneizzazione e standardizzazione dei sistemi d’arma non farebbe risparmiare miliardi di euro nei bilanci per la difesa? E infine (la domanda più delicata e importante) che senso ha nel 21º secolo la capacità nucleare (missili, bombe e sottomarini) della sola Francia? La force de frappe (forza d’urto) cara soprattutto a De Gaulle non potrebbe diventare uno strumento dell’intera Unione Europea?

Nel 1954, la CED (Comunità Europea di Difesa) arrivò a un soffio dall’essere realizzata. E l’argomento, anche attraverso tappe successive, può tornare sul tavolo. D’altronde, Colorni stesso spiega che proprio l’isolamento di Ventotene e la forzata inattività ha consentito ai padri del Manifesto di non farsi distrarre dai fatti contingenti, concentrando l’attenzione sulla sostanza. Vogliamo riprovare a guardare i dati più clamorosi senza lasciarci distrarre? Nel 1900, l’Europa aveva la metà della popolazione mondiale; adesso, si avvia ad averne il 5. Gran Bretagna, Francia e Germania, da sole, producevano il 35 per cento della ricchezza. Oggi ne producono il 12. Qualcuno può pensare seriamente che i singoli Paesi europei, senza unire le loro forze, possano contare qualcosa nel mondo? Certo, ci si può domandare se valga davvero la pena che l’Europa conti e se abbia qualcosa da dire. Ma anche qui, spesso perdiamo di vista l’essenziale. Scherzando (ma non troppo) si suol ricordare che “gli europei hanno in tasca non la pistola, come gli americani, ma la tessera sanitaria”. Fuori di metafora, non abbiamo la pena di morte ma il Welfare State. Questo da solo basterebbe per rendere, nonostante tutto, l’Europa un modello di civilizzazione per il mondo. E infatti, anche se spesso non ce ne accorgiamo, come tale l’Europa è vista soprattutto nei Paesi in via di sviluppo.

La storia, e il buon senso, spesso colgono l’essenziale. Al vertice di Roma si polemizzerà sulla “Europa a più velocità”. Ma a Ventotene, alla Lettonia (tanto per fare un esempio), ceto neppure si pensava. Alcuni Paesi (innanzitutto Francia, Germania e Italia) camminano insieme da 60 anni; altri, come la Bulgaria, sono arrivati da dieci. E’ naturale che i più vecchi e sperimentati amici vogliano fare insieme un tratto di strada in più e che gli ultimi arrivati li raggiungano dopo, se lo vorranno. Al vertice di Roma, si discuterà delle technicalities per difendere l’Euro. Ma subito dopo la sua creazione, più di quindici anni fa, alla Camera, dicevo. “Mai nella storia si è vista una moneta reggere rimanendo appesa al nulla. Dobbiamo pertanto appendere l’euro alla bilancia di una giustizia comune, alla spada di una difesa comune, ad una politica economica ed estera comune”.

Il piccolo, ingiallito volumetto conservato alla Fondazione Nenni ci insegna un’ultima cosa, questa volta non grazie al testo stampato. Il vecchio leader socialista lo ha infatti sottolineato a penna e in quel lontano 1944 gli ha anche infilato all’interno (cosa davvero strana) un “pizzino”, scritto di suo pugno e incredibilmente riemerso dopo 73 anni. Vi si legge: “quando si farà il governo non deve restare né il colore, né l’odore del fascismo”. Filippo Turati, proprio mentre chiedeva l’Europa unita, insisteva che questo obiettivo sarebbe stato impossibile fino a che non fosse stato estirpato il “cancro” del fascismo che “per sua stessa confessione, è e si vanta di essere l’anti Europa”. Ecco, se non il fascismo, il post fascismo è ritornato. Con il suo nazionalismo, razzismo e intolleranza, nuovamente è e si vanta di essere l’anti Europa. E’ per questo, come ancora una volta avevano intuito i padri fondatori, che la costruzione europea si trova oggi in pericolo.

Ugo Intini

«Norme obsolete, servono tutele ma più concorrenza»
Corriere della Sera
Intervista a Riccardo Nencini

Oggi pomeriggio il governo incontrerà le associazioni dei tassisti, ma intanto lo sciopero dei taxi va avanti da quasi una settimana con pesanti conseguenze sulla mobilità nelle grandi città, senza contare la pessima figura che il Paese sta facendo agli occhi dei turisti che arrivano da ogni parte del mondo.

Senatore Nencini, che cosa pensa di questa protesta ad oltranza?
«Penso che i tassisti svolgono un servizio pubblico – dice il viceministro dei Trasporti, Riccardo Nencini, che oggi, insieme col ministro Graziano Delrio, incontrerà le associazioni di categoria -. Per questo voglio, ancora una volta, fare un appello a bloccare la protesta, avendo il governo accettato rapidissimamente di incontrare le associazioni».

I tassisti replicano che sono pronti al confronto con voi a patto che venga ritirato l’emendamento Lanzillotta al decreto Milleproroghe che, secondo loro, aprirebbe la porta a una liberalizzazione selvaggia.
«Innanzitutto osservo che ci sono posizioni disparate nel mondo delle associazioni dei tassisti, con alcune importanti che non scioperano. Il tavolo di confronto serve proprio per discutere delle questioni di merito e cercare un punto di equilibrio, premesso che una regolamentazione risoluta del settore è indispensabile».

Perché?
«Perché le norme che regolano il sistema risalgono a una ventina di anni fa mentre nel frattempo è cambiato il mondo della mobilità. Adesso è indispensabile la riforma, senza penalizzare i tassisti che hanno fatto un investimento sulla loro professione e mettendo un argine forte all’abusivismo. Come ha detto il ministro Delrio, è una buona occasione per una riforma complessiva».

Ma non ci potevate pensare prima, anziché prorogare di anno in anno le vecchie norme?
«Non c’è dubbio che le proroghe siano state utilizzate in eccesso».

Il Garante per gli scioperi nei servizi pubblici ha detto che il fermo a oltranza dei taxi viola la legge. Perché il governo non interviene per far rispettare le norme?
«Il mio reiterato appello a sospendere la protesta non è casuale. E al tavolo di confronto parleremo anche delle modalità della protesta».

Come pensate di convincere i tassisti?
«Partiamo dal fatto che la riforma non è più rinviabile. Sia l’autorità per la concorrenza sia quella per i trasporti hanno affermato che non possono più esserci norme lesive della concorrenza. Detto questo, il governo vuole impostare la riforma anche su altri due capisaldi: la tutela di chi ha investito denaro nell’attività di tassista; l’innovazione per tener conto di quanto sia cambiata la mobilità alla luce dei progressi della tecnologia».

Se non facciamo nulla, rischiamo anche una censura da parte della commissione europea?
«Il punto non è questo. In Italia la riforma va fatta, indipendentemente da quello che dice l’Europa».

Con l’apertura alla concorrenza si potranno creare opportunità di lavoro per i giovani?
«il mercato in parte si è già aperto, ma in maniera diatonica rispetto alle norme in vigore e questo dimostra che c’è bisogno di una nuova regolamentazione, che possa sì favorire la creazione di posti di lavoro, ma regolari e non abusivi».

Uber è una minaccia o una opportunità?
«Consentire al cittadino la migliore mobilità possibile al costo più basso è una opportunità, a patto che avvenga dentro un sistema regolamentato che offra garanzie sia agli utenti sia alle imprese».

Enrico Marro

I socialisti onesti c’erano. E io sono uno di quelli
Venerdì di Repubblica
Intervista a Ugo Intini

Rivisitata con l’occhio della memoria, la stagione di Mani Pulite che segnò il turbolento passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica nel vento della revanche popolare (non si usava ancora il termine populista), accompagnata dal tintinnio di manette più qualche suicidio, un quarto di secolo dopo come la vede uno che ci è passato dentro senza danni e sempre con la convinzione che «quel sottosopra si sarebbe potuto evita re»? Ugo Intini non sembra avere dubbi: «Penso ancora che fu fatto un uso illiberale della giustizia nel contesto di una campagna mediatica che portò alla fine della Prima repubblica senza che fosse stata costruita la Seconda».

Classe 194l, politico, giornalista,saggista, esponente storico del Psi, sottosegretario agli Esteri nel governo Amato e viceministro in quello Prodi, Intini rifiuta la definizione di “socialista pentito”. «Non mi piace» dice.

E quella di “socialista onesto”? Vorrà mica dire che tutti erano senza colpe.

«La stragrande maggioranza dei socialisti era onesta. Per loro come per altri c’era stato un periodo borderline durato 40 anni, un sistema che poi è degenerato. Oggi il finanziamento alla politica ai margini della legalità continua e per giunta riguarda poco i partiti, che peraltro non ci sono più, e molto i singoli. Non mi sembra un miglioramento”.

Ha avuto occasione di incontrare negli anni i compagni dipartito di allora?

«Ouasi tutti».

Anche quelli che hanno subito condanne?

«Ho incontrato sia quelli con i quali sono stato in sintonia sia quelli con i quali ci sono state polemiche. Alcuni di più altri di meno».

E avete parlato di quel 1992?

«Non sempre, e solo con alcuni. Con il tempo accade con minore frequenza. Anche perché oggi non faccio più politica attiva. Scrivo libri e articoli».

Il suo ultimo libro, “Lotta di classi” è dedicato al rovesciamento della piramide che vede l’Italia trasformata in un Paese con molti vecchi e pochi giovani,

«È un argomento che merita grande attenzione. Anche questo è un modo di fare politica, sapendo che un Paese con sempre meno giovani e sempre meno istruiti è un Paese che corre seri rischi».

Lei è stato vicino a Bettino Craxi anche quando fuggì a Hammamet per evitare l’arresto. Che ricordo ne conserva?

«Craxi viveva nel culto di Pietro Nenni, il leader storico del partito socialista, e come lui, era convinto che la politica venisse prima di tutto. Questo spiega molte delle sue scelte. Oggi invece la politica non viene prima di tutto, anzi rischia proprio di sparire. Siamo alla privatizzazione della politica».

Craxi era considerato un duro, un tratto del carattere che, quando era premier si tradusse nel suo decisionismo. Ma a Hammamet è apparso fragile.

«Era un uomo di partito e, in quanto tale, non poteva non essere amareggiato da quella che lui giudicava un’azione che avrebbe portato alla distruzione non solo del Psi ma anche di altre forze politiche. È stato il suo cruccio nella solitudine di Hammamet».

Lei è andato a trovarlo qualche volta in Tunisia?

«Una sola. Se ricordo bene era il 2008. Era già molto malato. Parlammo prevalentemente di politica. Per lui era come se non si potesse parlare d’altro».

Pensa ancora, venticinque anni dopo, che si poteva evitare “tutto quel sottosopra”?

«Diciamo che era giunto il momento di pensate a un cambio: lo si poteva fare in senso riformista e non violento. Si poteva e si doveva fare allora. E credo che si dovrebbe fare a maggior ragione oggi»

Salvatore Tropea

L’Europa nel limbo
– Il Quotidiano Nazionale – Claudio Martelli

Nella vita di ciascuno e in quella dei popoli capita di ringraziare il cielo per una disavventura che si rivela benefica. Purtroppo succede anche che una speranza esaudita si rigiri in una grande delusione. Temo che il Trattato di Maastricht appartenga al secondo caso. Tra quanti lo accolsero con entusiasmo spiccava la Lega Nord che poche settimane dopo avrebbe conquistato il centro della scena con una spettacolare avanzata elettorale. Quella della Lega non era un’infatuazione, era l’essenza della sua vocazione e del suo programma, pronta com’era a secedere dall’Italia pur di raggiungere l’Europa e magari fondersi con la Baviera. Quant’acqua è passata lungo il Po! Oggi la stessa Lega fattasi nazionalista vuol portare tutta l’Italia fuori dall’euro!  Di tutt’altro avviso Bettino Craxi, che profetizzò: «Si parla dell’Europa come di un paradiso terrestre: ci arriveremo al paradiso .. nella migliore delle ipotesi sarà un limbo, nella peggiore un inferno».

Ancor più pessimista Raul Gardini ancora a capo dell’impero Ferruzzi e Montedison immaginava: «Verranno giù, qui, nella nostra pianura, i carolingi con le loro merci, le loro banche, il loro ordine teutonico e per noi non ce ne sarà più per nessuno». Ma Craxi e Gardini erano voci fuori del coro. Gli altri politici e gli altri industriali ancorché spaventati non fiatarono riserve né richieste di rinvii. Alcuni, allineati con Guido Carli, scommisero che i nuovi vincoli europei avrebbero costretto l’Italia a riformarsi, a mettere in regola bilanci e comportamenti. «Bisogna rifare lo Stato da cima a fondo», tuonava Cesare Romiti. Gli stessi e altri scommettevano di far tornare i conti approfittando dell’ondata di liberalizzazioni e di privatizzazioni in arrivo. Cosa che puntualmente avvenne. A spese dello Stato che non fu rifatto, ma spogliato.

Intendiamoci, l’Unione era e rimane necessaria perché è la sola possibilità per le nazioni europee di reggere nella globalizzazione la competizione con giganti continentali come gli Usa, la Cina, l’India. Ma il modo sin qui seguito, con e soprattutto dopo Maastricht, ha provocato un inferno di squilibri, accentuato diseguaglianze, imposto minacciosi deficit democratici. Maastricht fu pensata in fretta dopo il crollo dei muri e a cavallo dell’unificazione tedesca per assecondarla, diluendone l’immane potenza nell’unità europea. Si sarebbe dovuto cominciare dall’unione politica – frontiere, difesa, politica estera comuni – invece si cominciò dai mercati, dalla moneta e da uno smisurato allargamento. Il risultato è il limbo previsto da Craxi: le nazioni hanno perso la vecchia sovranità, l’Europa non ne ha costituita una nuova. Il vuoto non è stato colmato dall’ipertrofia burocratica e delle regole che, anzi, hanno disaffezionato e alienato l’Europa dai suoi popoli. Alla fine se n’è avvantaggiata la nazione più forte, ma un’Europa tedesca è proprio ciò che Mitterrand paventava e che anche Kohl voleva evitare. Quando un disegno devia dalla traiettoria originaria bisogna tornare alle origini e riplasmare il disegno.

Claudio Martelli

Pertini e i misteri dell’arresto del duce
– ll Mattino –
Fabrizio Coscia

C’è una foto che ritrae Benito Mussolini insieme a un gruppo di soldati tedeschi, sorridenti e festanti a Campo Imperatore, sul Gran Sasso. Accanto al duce posano i due ufficiali artefici della cosiddetta Operazione Quercia, nome in codice dell’intervento militare che il 12 settembre1943 portò alla liberazione di Mus solini, imprigionato per ordine di Badoglio, dopo l’Armistizio. Quel che colpisce, in questa foto, è l’espressione del duce, che contrasta con la generale atmosfera di giubilo per il successo dell’operazione: in abito scuro e cappello, Mussolini appare rigido, il volto terreo, il sorriso forzato, lo sguardo smarrito. Cos’erasuccesso? In un libro di alcuni anni fa, Storia segreta del 25 luglio 1943 (Mursia), Fulvio e Gianfranco Bellini ipotizzavano che il Re, quel 25 luglio a Villa Ada, fece sparire di scena Mussolini con l’obiettivo di prevenire un attentato dei militari e soprattutto per evitare un imminente intervento di Hitler contro il duce.

Un’ipotesi – questa delle segrete intenzioni di Hitler – storica – mente inverosimile e perfino incongrua. E tuttavia, sulla possibilità di un «arresto» cautelativo e concordato getta nuova luce (o nuove ombre) un’intervista inedita rilasciata da Sandro Pertini nel 1976, pubblicata adesso in un dvd allegato alla nuova edizione del libro di Ugo Intini, “Avanti! Un giornale,un’epoca” (PonteSisto, pagine700, 25euro). Pertini – all’epoca presidente della Camera in procinto di salire al Quirinale – parlando della svolta di Salerno dell’aprile del ’44, si lascia scappare qualcosa di nuovo: «Nessuno mi leva dalla testa – dice – che Mussolini andò dal re, al momento dell’arresto, consapevole che sarebbe stato tolto di mezzo dalla scena politica».

L’arresto del duce, sostiene Pertini, era una soluzione concordata: Mussolini aveva capito perfettamente che la guerra era perduta, che il fascismo era finito e che tutto attorno a sé stava crollando. Quale soluzione migliore,dunque,di quell’uscita di scena dignitosa, perfino da «vittima», che allo stesso tempo gli avrebbe salvato la faccia e la vita? «D’altra parte è impossibile che Mussolini non fosse stato avvertito delle vere intenzioni del re quando si recò dal lui – sottolinea Pertini- così come è altrettanto impossibile che non abbia dato ordine alla Milizia di mobilitarsi. Non ci funulla, invece, nessun atto di reazione contro il Gran Fascismo».

Pertini, nell’intervista inedita rilasciata a Intini – che in questo dvd ha raccolto anche testimonianze storiche di altri padri del socialismo, come Nenni, Jacometti, Lelio Basso e Riccardo Lombardi – sostiene che anche il generale dei carabinieri Angelo Cerica, organizzatore dell’arresto del duce, gli abbia confidato di condividere questa sua supposizione. Ma la Storia, si sa, non si scrive con le ipotesi, i sospetti, o le convinzioni. E tuttavia, il dubbio a volte può diventare un fiume carsico, che scorre anche senza venir mai alla luce.

Proviamo, allora, a seguire il suo corso: innanzitutto, vero è che il re non parlò mai di arresto, ma di una misura presa per garantire la sicurezza di Mussolini. Lo stesso Badoglio, in una lettera al duce (pubblicata da Renzo De Felice nel suo monumentale lavoro su Mussolini) lo conferma, quando scrive: «Il sottoscritto capo del governo tiene a far sapere a S.V. che quanto è stato eseguito nei vostri riguardi è unicamente dovuto al vostro personale interesse essendo giunte da più parti precise segnalazioni di un serio complotto verso la vostra persona».

Mussolini risponde: «Desidero ringraziare il maresciallo d’Italia Badoglio per le attenzioni che ha voluto riservare alla mia persona. (…) Desidero assicurare il maresciallo Badoglio, anche in ricordo del lavoro comune svolto in altri tempi, che da parte mia non solo non gli verranno create difficoltà di sorta, ma sarà data ogni possibile collaborazione».

Uno scambio di cordialità che potrebbe rientrare, certo, in un rituale e diplomatico rispetto delle forme, ma potrebbe anche confermare, da un lato, la mancata reazione del duce all’arresto, e dall’altro l’espressione stravolta di Mussolini appena liberato dai tedeschi. La Storia per lui prendeva una nuova piega, forse non prevista: in quello sguardo obliquo, in quel sorriso forzato, forse il duce già intuiva che nel nuovo ruolo affidatogli da Hitler non era più al sicuro e sarebbe andato probabilmente incontro alla morte.

Fabrizio Coscia

La giornata della memoria – Una città – Vittorio Foa

UNA CITTÀ n. 109 / 2002 Dicembre-Gennaio
Intervista a Vittorio Foa
realizzata da Gianni Saporetti, Massimo Tesei

foaVittorio Foa – Nacque da una famiglia ebraica piemontese, è stato un politico e sindacalista italiano (Torino 1910 – Formia 2008). Antifascista, tra i personaggi di maggiore rilievo della sinistra italiana ed europea, partecipò attivamente alla Resistenza nelle file del Partito d’azione a Torino e a Milano; deputato alla Costituente, è stato in seguito dirigente della CGIL. Nel 1964, per effetto di una scissione a sinistra del PSI, nacque il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP), di cui Foa fu dirigente nazionale. Sostenne la trasformazione del PCI in Partito Democratico della Sinistra (PDS) e in seguito partecipò alla fondazione del Partito Democratico nel 2007. Morì a Formia il 20 ottobre 2008.


Cosa pensi dell’istituzione di questa giornata europea della Memoria. Non si corre il rischio di avere l’ennesima ricorrenza ammantata di retorica?
Più che sui rischi della retorica io ho avuto qualche dubbio all’inizio sul fatto di dover chiedere a un ragazzo, a data fissa, di ricordare qualcosa. A me pareva una specie di compito scolastico, che non corrispondeva al valore del ricordo, che è un altro; il valore del ricordo è la riflessione sul fatto. Non è solo il ricordare il fatto, ma è il lavorarci sopra. Comunque penso che questa giornata possa essere un’occasione.
Forse bisogna pensare al modo di avvicinarsi a questa memoria. La domanda che mi pongo, voglio dirlo apertamente, riguarda il modo di vivere il ricordo in una situazione in cui la tendenza è l’oblio. Cosa significa ricordare quando il trascorrere del tempo attenua fortemente il vigore delle immagini? Io poi non dimentico che l’oblio, a volte, può sembrare un elemento provvidenziale. Si può pensare che, a volte, certi conflitti umani e sociali possano essere superati soltanto attraverso l’oblio, attraverso la dimenticanza di determinati avvenimenti. E’ un’osservazione, mi pare, che Renan fece alla fine dell’800, quando disse che la nazione francese aveva potuto nascere in quanto era stata dimenticata la Notte di San Bartolomeo. Così era stata evitata la contrapposizione delle vittime di San Bartolomeo alla monarchia francese, che altrimenti avrebbe impedito di fare la Francia.
Questa domanda sull’oblio io me la pongo. Non c’è niente di male che si attenui il vigore di una memoria, la drammaticità di una memoria.
Io sono convinto che una storia atroce come Srebrenica non potrà essere cancellata neanche fra cento anni, però fra cento anni, quando saranno morti tutti quelli che possono ricordarla, o che ci hanno pianto sopra, il racconto di quella storia provocherà sentimenti comunque diversi da adesso. Che certe memorie si attenuino, si raddolciscano, non mi preoccupa. Mi preoccupa altro. Mi preoccupa innanzitutto che sorga l’occasione della negazione dei fatti, che con il passare del tempo si buttino via i fatti. Questo è intollerabile. I fatti non possono essere annullati, i fatti devono essere sempre richiamati. Su questo non c’è il minimo dubbio.
In secondo luogo mi preoccupa il modo in cui i fatti vengono detti. Ora, io mi rendo conto che si possano ricordare i fatti in modo diverso, però quando con ipocrisia il fatto viene già presentato in modo da essere, per così dire, raccontato in modi diversi, siamo di fronte a un’inaccettabile banalizzazione che credo sia anche molto pericolosa.
Faccio una digressione. Voglio cogliere questa occasione per dire l’originalità del modo in cui voi avete risuscitato una memoria. Non avete soltanto riprodotto una memoria, l’avete fatta rinascere facendo emergere anche gli affetti a essa collegati, e che potevano essere sopiti, rimossi dal tempo e anche dall’opera infame degli uomini che avevano collaborato col tempo nell’opera di rimozione. Questo mi fa venire in mente un aspetto della vostra esperienza che ha a che fare, in qualche modo, con il problema del ricordo, ed è il vostro modo di fare delle lunghe interviste. Ecco, è questo che mi colpisce: la lunghezza non è solo una caratteristica fra altre di un un modo di fare interviste, è un’altra cosa, è la richiesta di una valutazione nei tempi lunghi. Si chiede a qualcuno non soltanto di dire quello che pensa, ma di pensarlo in tempi lunghi.
Ora, a mio giudizio, il sollecitare i tempi lunghi è decisivo. Noi siamo tutti inchiodati al tempo immediato in un modo addirittura brutale, ma quando possiamo portare il nostro pensiero su dei tempi diversi, noi sentiamo che i problemi cambiano. I problemi diventano diversi.
Voglio tornare sulla memoria. Come fare allora a vincere l’oblio? L’oblio si può vincere, secondo me, solo se il ricordo è legato non solo al fatto che viene richiamato, e che si ritiene di dover richiamare, ma a qualcos’altro, alla ragione, cioè, che ci spinge a ricordare, che non può non aver a che fare con problemi nuovi che oggi vengono avanti. Bisogna pensare che ci sono delle domande di oggi. La memoria non è soltanto la ripetizione delle domande di ieri. La memoria è soprattutto il proporre delle domande nuove.
Faccio un esempio scontato: il problema dell’unicità dell’esperienza, problema sollevato così profondamente dalla Shoah. Vorrei dire che oggi lo sento molto acutamente perché vedo che vi è un problema di unicità ma vi è, contemporaneamente, anche un problema di non unicità.
L’unicità nasce dal fatto che la Shoah è una vicenda indissociabile dal suo rapporto con l’Europa e col mondo cristiano, così come non la si può separare dal carattere della diaspora ebraica europea, che aveva ed ha l’enorme pregio di una grande capacità, sia pure attraverso sofferenze, di vivere assieme agli altri; che è la cosa decisiva della vicenda ebraica e che la rende così diversa tanto dalla diaspora americana, come si è formata adesso, quanto dallo Stato di Israele. E però, nello stesso momento in cui affermo la sua unicità, devo capire che quello dello sterminio è un valore che va al di là, e che tocca il male di ciascuno. Fin da quando ero ragazzo ho potuto leggere le vicende degli armeni dispersi nel deserto siriano e mi ha sempre colpito vedere che da un certo punto in poi l’impossibilità di trovare una qualsiasi soluzione al problema della sopravvivenza diventa assoluta. Questo problema si è riprodotto per gli ebrei nel modo più drammatico e acuto col dramma generale della Shoah, in tutte le sue forme. Ma penso anche alla morte dei ruandesi nel ’94, quando sentirono suonare la Radio delle Cento Colline: “Quando suonerà la Radio delle Cento Colline, voi dovete sapere che sarete tutti morti”, questo era l’annuncio. Ecco, questo vuol dire che nell’organizzazione della morte di massa vi è qualcosa che va al di là del singolo evento. C’è l’unicità del problema e, contemporaneamente, c’è il bisogno di sentire delle radici più profonde del male, che sono radici che ci toccano tutti.
Il ricordo della Shoah deve restare a fondamento dell’unità stessa dell’Europa; nello stesso tempo, però, in particolare per la Germania, non c’è anche un problema di superare quel marchio di infamia che l’accompagna ovunque? Che problema si pone qui tra oblio e memoria? Un nostro amico, un professore tedesco, proponeva di cominciare a dimenticare i carnefici e continuare a ricordare solo le vittime…
Io non so se è possibile farlo, ma questo richiama un po’ il pensiero di Renan: dimenticare per poter convivere. Ora, ogni volta che si afferma il bisogno della convivenza bisogna tenerne conto. Mi rendo conto che non è facile però in quello che dice il vostro amico tedesco c’è qualcosa di profondamente vero: l’inaccettabilità delle condanne inesorabili al popolo tedesco. C’è questo libro che colpevolizza tutto il popolo tedesco -credo si chiami I volenterosi carnefici di Hitler- che ha avuto un successo a mio avviso del tutto indebito, mentre altri libri americani hanno ricostruito con grande serietà proprio la nascita dei carnefici. Io credo che tutto quello che rappresenta la condanna di un paese debba essere abolito.
Detto questo, però, voglio dire qualcosa sull’Italia. In Italia c’è stata una campagna razziale, e non è stata cosa da poco: sono stati cacciati dalle scuole tutti i bambini, sono stati cacciati tutti gli insegnanti, sono state cacciate dal lavoro tantissime persone. Per questo la mia famiglia è stata costretta all’emigrazione.
Ebbene, come hanno reagito gli italiani? Qui vi è stato veramente un silenzio colpevole. Io ho vissuto l’esperienza del giuramento dei professori universitari. Alcuni professori universitari hanno rifiutato di giurare, altri hanno accettato di giurare in condizioni di disperazione. Lo ricordo ancora, frequentavo la loro casa. Ma non vi è stato allora su questo alcun commento. Quando hanno cacciato via i professori dalle università e dalle scuole, non vi è stata una sola parola di solidarietà. Ma quello che più mi ha colpito è stato vedere, nel 1945, quando cioè tutto era tornato normale, l’incredibile quantità di gente antifascista che c’era in giro, professori, persone dotte, comunisti, socialisti, azionisti, gente di tutti i tipi, e che, di nuovo, non ci sia stato uno solo di loro che abbia detto una parola per un amico o per un collega costretto a partire. Perché?
C’è qualcosa che forse va più in là. Forse voi ne avete parlato una volta, della tentazione italica a sentirsi sempre vittime in qualunque circostanza: la colpa è sempre degli altri, noi siamo sempre “puliti”. Un po’ è così.
Qui c’è un punto riguardo alla memoria che a me pare assolutamente imprescindibile: la memoria richiede il riconoscimento. Se il riconoscimento non c’è o è manchevole, la memoria non funziona e non è possibile alcuna riconciliazione. Credo, invece, che una riconciliazione possa partire dal riconoscimento. Su questo l’esempio di Mandela è stato abbastanza chiaro. Ma il fenomeno è più profondo e riguarda tutti. E’ grave che l’Italia non abbia riconosciuto l’uso dei gas in Etiopia, né la rapina di oggetti sacri del culto copto. Ecco, il non riconoscere le responsabilità, le colpe, significa bloccare qualunque processo positivo della convivenza. Per questo chiederei che nella memoria si dia il primato assoluto al riconoscimento. Una volta che c’è il riconoscimento si può cominciare ad andare avanti, si può cominciare a lavorare. E vorrei dire ancora qualcosa… Io riconosco il nesso profondo che esiste tra lo Stato di Israele e tutta la vicenda della Shoah, però non si può ignorare qualcosa… Io non posso credere che al mio avversario interessi solo la forza e non la ragione. Ci dobbiamo abituare a pensare che tutti possono comprendere anche la ragione. Contare solo sulla forza, come fosse l’unico argomento valido, alla fine non porterà da nessuna parte.
Ecco, allora, due idee che marciano insieme: il riconoscimento del fatto, che, certo, non è ancora la risoluzione di tutti i problemi aperti, ma è il primo passo, indispensabile; e poi l’idea che la forza non è l’unico rimedio praticabile, che c’è anche altro.
Il momento della Liberazione fu una grande gioia per la maggioranza delle persone: si tornava a vivere. Nello stesso tempo per tanti ebrei iniziava un periodo di angoscia per la ricerca dei cari e per quello che era successo. Sono stati lasciati soli anche in quei momenti?
Su questo fatto ho qualche dubbio. E’ stato recentemente imputato da varie parti che vi sia stata un’insensibilità per molto tempo rispetto alla Shoah, anche da parte degli ebrei italiani. Vi sono stati degli episodi abbastanza singolari. Ad esempio in un libro di Alessandro Stille, di memorie di famiglie ebraiche, tra cui anche la mia famiglia, c’è una lettera di mia madre scritta subito dopo la Liberazione a mia sorella emigrata negli Stati Uniti. In questa lettera c’è una quantità di notizie di familiari, chi è vivo, chi è morto, chi è scomparso, chi non si è più ritrovato, eccetera, e a un certo momento c’è una breve frase: “Il giovane Primo è tornato”. Mia figlia legge questa lettera e dice: “Ma allora voi non avevate capito niente se avete scritto: ‘Il giovane Primo è tornato’”. Sì, certo che non avevamo capito, c’erano delle cose che non avevamo capito. Forse nelle parole stesse che usò mia madre -il giovane che ritorna- c’era l’immagine della guerra che prevaleva sul resto. E credo che proprio questo sia stato uno degli elementi che ha consentito il ritardo della comprensione della Shoah. La mia stessa formazione era avvenuta nella prima guerra mondiale. Io mi sento completamente formato nella prima guerra mondiale: nella sua violenza, nella sua capacità distruttiva. E la prima guerra mondiale dura fino alla Resistenza, e solo nella Resistenza c’è il passaggio a un’idea di “seconda guerra mondiale”, nella quale non c’è più soltanto, come nella prima, l’essere “sì o no”. Allora, forse, l’essere ancora nell’ottica della prima guerra mondiale faceva vedere la Shoah come legata alla guerra, non come un episodio suo proprio. Per questo siamo arrivati in ritardo. Al di fuori di questo, io non so se si può parlare di una mancanza di solidarietà degli italiani nel momento della Liberazione. La Liberazione era un fenomeno di gioia tale, in tutti i campi… Cosa voleva dire la Liberazione? La Liberazione voleva dire questo: “La guerra è finita. E nel momento in cui la guerra è finita, dovunque sia -mio marito, mio figlio, la persona che amo- se è ancora viva, continuerà a vivere”. Ecco, la fine della guerra voleva dire questo. E questo dava a tutti un senso di felicità.

Palestina, l’ultima partita per la pace – Ugo Intini –
Il Mattino

Articolo uscito su Il Mattino del 3 gennaio 2017, dopo la delibera del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite

La Palestina è di nuovo al centro dell’attenzione. Dopo 40 votazioni in cui ha sempre messo il veto, il rappresentante degli Stati Uniti nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si è astenuto: Israele è stata pertanto condannata per i suoi nuovi insediamenti in Cisgiordania. Obama non deve più preoccuparsi per il peso elettorale degli ebrei americani . Pertanto per la prima volta si è sentito libero di fare ciò che gli appariva giusto, allineandosi alla posizione tradizionale degli altri quattro membri del Consiglio : non soltanto Russia e Cina, ma anche i più stretti alleati di Washington, ovvero Gran Bretagna e Francia. La condanna è quasi una ovvietà, perché è la logica conseguenza della posizione da decenni assunta dalle Nazioni Unite: Israele deve restituire i territori occupati con la guerra del 1967 per consentire la creazione di uno Stato palestinese accanto al suo. Quindi, non può occupare stabilmente nuove aree costruendo quartieri residenziali ebraici.
Con la conferenza internazionale prevista a Parigi per il 15 gennaio, l’attenzione alla questione palestinese si moltiplicherà. Vogliamo riassumere quello che è diventato un rompicapo della diplomazia internazionale (e che presto potrebbe aprire una nuova crisi)?
Con una procedura abbastanza consueta per i Paesi che vogliono acquisire un minimo di influenza, abbiamo a suo tempo ospitato a Roma in un grande albergo una quindicina di prestigiosi opinion leaders israeliani e palestinesi (di centro, destra e sinistra). Li abbiamo fatti “socializzare” tra loro con cene e visite da turisti vip. Poi li abbiamo chiusi in una stanza e, prima di lasciarli soli, abbiamo chiesto loro di cercare una soluzione di pace. Gli addetti ai lavori la chiamano “simulazione”: la sperimentazione cioè di quella che potrebbe essere un trattativa intergovernativa vera. Ecco i risultati.
Con un lavoro di taglia e cuci, Israele si può ritirare da quasi tutti i territori occupati (secondo la logica “terra in cambio di pace”) e i confini si possono ridisegnare. Anche se sarà penoso sloggiare i coloni israeliani (soprattutto fondamentalisti religiosi) che vi hanno creato i nuovi insediamenti.
E il centro storico di Gerusalemme (anch’ esso occupato con la guerra del 1967)? Ha un immenso impatto emotivo per tutte e tre le religioni del libro. Ci sono le rovine del tempio di re Salomone, distrutto dai romani, sul cui “muro del pianto “ancora oggi gli ebrei si lamentano e picchiano la testa a ricordo di quel disastro che aprì la strada a 2000 anni di diaspora. C’è la via Crucis percorsa da Gesù e la basilica del suo Santo Sepolcro. C’è la moschea di Al Aqsa, sorta dove Maometto si riunì con Abramo, Mosè e Gesù prima di salire al cielo accompagnato dall’arcangelo Gabriele, per ricevere ordini direttamente da Dio.
La storia ha un peso che può schiacciare, ma con buona volontà e fantasia lo si può reggere, anche perché alla fine, nell’area che costituisce il cuore delle tre religioni, abitano pur sempre poche decine di migliaia di persone. In questo “cuore” , la sovranità può essere “spacchettata”. I rappresentanti delle tre religioni possono esercitare congiuntamente la sovranità sull’area, rendendola extra territoriale rispetto sia allo Stato israeliano che a quello palestinese. Una sorta di “Stato vaticano”: che è extraterritoriale, appunto, rispetto all’Italia. La sovranità sulle persone non è un problema: gli israeliani avranno passaporto e leggi israeliane, gli arabi li avranno palestinesi. Bisognerà puoi raccogliere la spazzatura e regolare il traffico, ma si tratta pur sempre di problemi pratici non insormontabili. Gli abitanti del piccolo “Stato Vaticano” inter religioso avrebbero d’altronde grandi privilegi e un fiume di denaro proveniente dal turismo. E’ girata anche l’idea di trasferirvi da Ginevra, Vienna o New York una o più agenzie delle Nazioni Unite, con il personale internazionale che farebbe da cuscinetto tra arabi e israeliani, le opportunità di lavoro e i finanziamenti connessi, la natura cosmopolita e di “capitale spirituale del mondo” che ne deriverebbe.
Resta quello che i palestinesi chiamano il “diritto al ritorno”. Il diritto cioè dei cittadini arabi cacciati dalle loro case e dalla loro terra dai soldati israeliani di riprendersele. Ma il buon senso e il pragmatismo ci dicono che in Israele non possono tornare e pertanto dovranno accontentarsi di un indennizzo. Tel Aviv non metterà la mano al portafoglio, ma la comunità internazionale lo potrà fare. Chirac diceva che, se lo si fosse fatto per tempo, con i soldi spesi nei decenni per armi, guerre, caschi blu “peace keeping” e campi profughi, avremmo comprato un appartamento sui campi Elisi a tutti i rifugiati palestinesi.
È impossibile trasformare in realtà questa o altre “simulazioni”? Rabin e Arafat si erano avvicinati a compiere un passo avanti decisivo ma il primo è stato assassinato e il secondo (si sospetta fondatamente) anche. Abbiamo vissuto momenti di speranza. Come quando a Oslo, in un appartamento della periferia, i negoziatori israeliani e palestinesi restarono chiusi per mesi in segreto e partorirono una intesa. Che procurò a Arafat e Shimon Peres il premio Nobel per la pace.
Adesso, perso il momento felice, prevale chi rema (e ragiona) contro. A Tel Aviv, i falchi pensano che l’interesse per la crisi palestinese sia allentato dal terrorismo e da emergenze più gravi. Gli israeliani hanno la forza per continuare a imporre il fatto compiuto e il mondo arabo è pronto ad aiutare i palestinesi soltanto a chiacchiere. Inoltre, la vecchia logica “terra in cambio di pace” non è più valida di fronte al fanatismo terrorista: per quanta terra si ceda ai palestinesi, la pace definitiva non arriverà, perché sempre vi si opporrà un arabo più estremista.
In Palestina, i falchi pensano che la demografia e il tempo giochino a loro favore. Gli israeliani si troveranno in minoranza come i bianchi in Sudafrica. Dovranno dominare con la apartheid e nell’isolamento internazionale; i giovani cominceranno a preoccuparsi per il loro futuro e ad andarsene. Alla fine, la Palestina troverà il suo Mandela. Anche perché il ricordo dell’Olocausto e il complesso di colpa dell’Occidente che aiuta Israele dal 1945 può durare per molte generazioni, ma non più di un secolo.
Le voci razionali (anche quelle dei falchi) sono però sempre più sovrastate dal fanatismo religioso, ovvero dal fondamentalismo: da parte araba, come è evidente, ma non solo. Un tempo, il segretario generale del ministero degli Esteri israeliano (il diplomatico numero uno) era un signore nato e cresciuto a Roma. Ci si poteva anche litigare, ma come si fa a Trastevere. Adesso, il nuovo segretario generale ha così interrotto un ragionamento puramente logico . “Alt, scusi se la fermo. Mio papà è venuto qui a Gerusalemme dalla Russia per esservi seppellito, perché sa che il giorno del Giudizio Universale risorgerà prima degli altri”. C’è anche il fondamentalismo cristiano, che avvicina molti protestanti americani ai fondamentalisti ebrei. Dio stesso, dal monte Nebo, indicò la Cisgiordania a Mosé come la terra promessa al popolo israeliano. Quindi, cederla ai palestinesi sarebbe, oltre che oneroso, sacrilego. Fortunatamente, proprio nella quindicina di opinion leaders citata all’inizio, il più destra degli israeliani, un famoso rabbino, mi ha tranquillizzato. “Non esageriamo-ha spiegato-Dio ha dato una indicazione non così precisa e un pezzetto di Cisgiordania si può cedere”.
D’altronde, qual è l’alternativa? Se non la guerra tradizionale, una guerra strisciante. E sulla guerra Shimon Peres, un padre di Israele (e della sua arma atomica) aveva le idee chiare. In uno di quei momenti fortunati che potrebbero tornare, venne a Roma con Arafat per la “partita della pace” tra israeliani e palestinesi allo stadio Olimpico. Ricevuto al Quirinale da Ciampi, si sedette accanto a lui e gli disse. “Presidente, sa qual è la differenza tra il calcio e la guerra? Nel calcio si vince senza uccidere. Nella guerra, si uccide senza vincere”.

Ugo Intini

“I fondi?” Più tasse sull’azzardo” – Intervista a Riccardo Nencini – Avvenire

Siamo davanti a una «terribile urgenza» con «numeri decisamente preoccupanti». Per contrastare la diffusione della povertà non basta quindi limitarsi a riavviare l’iter legislativo del reddito di inclusione. Servono subito più risorse, già da quest’anno, perché i fondi stanziati non bastano. «Dove trovarli? Aumentando la tassazione sui giochi si possono reperire facilmente 1,5 miliardi. E poi bisogna cominciare a pensare a una patrimoniale sulle grandi ricchezze» così come «alla tassazione dei big dell’informatica, che fanno profitti straordinari ma oggi godono di condizioni di favore». Riccardo Nencini, viceministro alle Infrastrutture con Renzi e ora riconfermato con Gentiloni, è il segretario del Partito socialista italiano. «La sinistra riformista ha saputo governare la società industriale spiega ma oggi non ha un canone per governare la rivoluzione tecnologica e la globalizzazione. E questo è un problema perché in Italia le misure per l’uguaglianza sono sempre state frutto dell’azione del solidarismo cattolico e della sinistra».

Da dove nasce l’urgenza di intervenire?
I numeri della povertà sono sempre più preoccupanti e riguardano non solo l’estensione del fenomeno ma anche la natura dei soggetti coinvolti. Le iscrizioni all’università nel Sud sono crollate, segno di un disagio sempre più forte delle famiglie. C’è un impoverimento progressivo del ceto medio. Anche tra i professionisti, fino a non molti anni fa un’area di benessere diffuso, oggi c’è sofferenza. C’è una piramide sociale con una base sempre più larga e un vertice sempre più ristretto, i poveri aumentano e molti ricchi continuano ad arricchirsi.

Eppure tra le diverse riforme avviate negli ultimi tre anni quella per costruire una misura universale di tutela dalla povertà è forse quella che ha fatto meno strada, non trova?
Forse ci voleva maggiore urgenza perché il cratere del disagio si è molto allargato. Però va detto che il racconto è stato ottimista ma gli interventi messi in campo non hanno avuto lo stesso segno perché di misure per muovere il mercato del lavoro e favorire gli investimenti ce ne sono stati eccome.

Ora come si può procedere? Il ministro Martina propone un decreto legge.
Se si trova un accordo tra il ministro del Welfare e la Commissione del Senato per accelerare con un disegno di legge, bene. Ma se questa strada si dimostra inefficace meglio puntare sul decreto.

Cosa propone?
L’introduzione del salario di inclusione, ma non soltanto. Penso anche a un maggior controllo sulle tariffe. Non dobbiamo dare per scontati aumenti che incidono sul portafoglio delle famiglie. Poi c’è da mettere attenzione a tutto quello che riguarda il binomio merito-bisogno. Se uno studente merita di studiare deve aere il sostegno forte dallo Stato, dai libri agli affitti. Non possiamo permetterci di disperdere energie. Infine va rivista la tassazione dei big dell’informatica.

Quest’ultima misura serve a finanziare gli altri interventi?
Per un intervento strutturale contro la povertà ci vogliono 7-8 miliardi l’anno. Oggi ne abbiamo a disposizione poco più di uno. Bisogna studiare una patrimoniale una tantum sulle grandi ricchezze con l’obiettivo di ridurre il debito pubblico e fare investimenti contro il disagio sociale. Poi va aumentata la tassazione sul gioco d’azzardo che ha un giro d’affari da 90 miliardi e che con un moderato aumento delle aliquote può facilmente dare 1,5 miliardi l’ anno. È una proposta che sosteniamo da tre anni.

Nicola Pini

Guterres, un socialista nel Palazzo di Vetro
– Ugo Intini – Il Mattino

Il 1° gennaio 2017, Antonio Guterres, 67 anni, si siederà al vertice del Palazzo di Vetro:il nuovo segretario generale delle Nazioni Unite. La sua elezione è stata una sorpresa e chi lo conosce di persona sa che darà delle sorprese, perché Guterres, a differenza dei suoi precedessori dell’ultimo messo secolo, no è un funzionario o un diplomatico. Le Nazioni Unite sono potenzialmente una macchina di pace e progresso: dipende molto di chi sta al volante.

La sorpresa di Guterres è controcorrente. In tempi di antipolitica e antipartitocrazia, è un politico puro. Anzi, un politico di professione e un uomo di partito. Militante socialista portoghese dal giorno della rivoluzione dei garofani (il 25 aprile 1974), deputato dal 1976, poi capogruppo alla Camera, poi Primo Ministro.

In tempi bui per il socialismo democratico, ne rappresenta addirittura un simbolo, perché è stato presidente dell’Internazionale socialista (pochi anni dopo Willy Brandt) dal 1990 al 2004. In tempi di antieuropeismo, è un europeista convinto. Anzi. È per l’unità politica dell’Europa. Commemorando a Roma Pietro Nenni, ha voluto ricordare che il padre fondatore del socialismo italiano Filippo Turati, lanciò oltre un secolo fa l’obiettivo degli Stati Uniti d’Europa.

In tempi in cui le sinistre tendono a trovare la propria identità più sui temi di costume che su quelli sociali, Guterres è un socialista cattolico, anzi, terziario francescano ed è cattolico tradizionalista. Al punto da accettare sì, per disciplina di partito, per il matrimonio gay, ma da manifestare nel contempo la sua contrarietà personale.

In tempi in cui nessun leader europeo osa opporsi frontalmente all’ondata popolare di rigetto contro l’immigrazione, da direttore dell’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), dove ha lavorato fino a ieri, Guterres non si è stancato di ricordare un paradosso. In Europa i Paesi più grandi e ricchi si disperano per poche centinaia di miglia di rifugiati. E lo si può comprendere, considerando lo choc continui, mostruosi attacchi terroristici. Ma in Turchia Libano e Giordania ce ne sono 4 milioni e 300mila. Nei miseri sobborghi dei Beirut, ne sono arrivati dalla Siria più che una intera Europa. Una volta, Guterres ha spiegato in un minuto, con tre semplici domande e risposte qual è il problema epocale che abbiamo di fronte. “Un istituto specializzato ha posto le seguenti domande a un campione di cittadini europei. Volete diventare una società di vecchi? La maggioranza ha ovviamente risposto di no. Progettate di aver più figli? Ancora no. Volete avere più immigrati? Sempre, ovviamente, no. Ma tutti e tre i no, come è evidente, non reggono”. A uno – fa osservare Guterres con normale buon senso – è giocoforza rinunciare.

La sua elezione nasce da una “congiuntura astrale” irripetibile perché, come è noto, un Segretario Generale non più riuscire se si oppone uno solo dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza. È per questo che le scelte degli ultimi decenni sono state sempre “al ribasso”: alla ricerca cioè del minimo comune denominatore accettabile contestualmente da Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna.

La prima spinta a favore di Guterres è venuta dai continenti emergenti. Come presidente di una Internazionale socialista con quasi 200 partiti membri (molti in Africa, Asia e America latina) aveva coltivato negli anni amicizie che hanno influenzato i Paesi in via di sviluppo.

E nel terzo gli ha giovato probabilmente anche l’influenza del Vaticano, dove certo non si è dimenticata la sua militanza cattolica.

Obama è accusato dai suoi nemici di essere “sotto sotto” un “socialista europeo” e lo ha certamente appoggiato (con Trump, dopo pochi mesi, avrebbe avuto “possibilità zero”). Guterres è un politico assolutamente “occidentale”, da sempre leale con la Nato. E questo piace agli occidentali. Ma in Russia e in Cina si apprezza che Guterres critichi lo strapotere della finanza internazionale anglosassone: è pur sempre un socialista. Mosca e Pechino sono inoltre protagonisti di un’organizzazione in ascesa che coltiva legami solidi con i Paesi poveri grandi sostenitori di Guterres: il BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica), che si è riunito a Goa (guarda caso ex colonia portoghese) poco prima del via libera al nuovo Segretario Generale. Il presidente francese Hollande era segretario del partito socialista quando lui era a capo dell’Internazionale e lo ha sempre chiamato “caro compagno Antonio”. La Gran Bretagna del Brexit aveva altro a cui pensare.

Ed ecco Guterres alla guida delle Nazioni Unite. È al tempo stesso un pragmatico pignolo e un idealista. Laureato in fisica, di solida preparazione scientifica, cittadino del mondo e entusiasta della modernità, improvvisa discorsi a braccio indifferentemente in portoghese, spagnolo, inglese e francese (parlicchia anche italiano). Ma sogna come un vecchio socialista e non a caso ama citare Turati e Nenni.

Sogna cosa, esattamente? Ho ricordato come Guterres abbia citato Turati e la sua profezia sull’unità europea. Giurerei che gli piacerebbe citare un’altra profezia di Turati: gli “Stati Uniti del mondo”. Il padre del socialismo italiano infatti ha sempre visto l’unità europea come una tappa intermedia verso questo obiettivo finale dell’umanità.

Certo, Turati vedeva lontano di secoli. Troppo lontano. Certo Turati era un sognatore. Ma attenzione. Anche i padri fondatori delle Nazioni Unite, nel 1945, a San Francisco, lo erano. A cominciare dal loro vero architetto: Franklin D. Roosevelt, spentosi poco prima che si concretasse il suo disegno. E dalla vedova Eleanor, che ha scritto nel 1948 (lei, una donna) la famosa “Dichiarazione dei diritti dell’uomo”. La carta fondante delle Nazioni Unite comincia infatti solennemente con queste parole: “ We the people…”. Esattamente, non a caso, le stesse parole con le quali comincia la carta fondamentale degli Stati Uniti d’America.

Guterres è ancora sconosciuto all’opinione pubblica, ma presto diventerà famoso in tutto il mondo, come i suoi precedessori: interlocutori e mediatori tra i grandi della terra. Le Nazioni Unite hanno un peso economico enorme (Banca mondiale, Fondo Monetario Internazionale, istituzioni finanziarie e di investimento). Un peso militare (oltre 100mila soldati con il casco blu in azione. Un peso organizzativo quasi proibitivo da gestire. Sessantamila funzionari nella sede centrale, decine e decine di agenzie in tutto il mondo: dall’Unesco (cultura) all’Unicef (infanzia); dall’Iaes (energia atomica) all’Unodc (droga e crimine); dalla Fao (alimentazione) all’Oms (sanità). Ma si può prevedere che questo straordinario potere non cambierà la semplicità di Guterres. Dopo essere stato Primo Ministro, ha ripreso da cattolico militante, a fare volontariato. A modo suo e con un messaggio implicito (credo) su quale sia oggi la chiave dello sviluppo economico: dando lezioni di matematica agli studenti poveri di Lisbona. Ho di lui nella memoria un flash fotografico più nitido degli altri. Consiglio generale dell’Internazionale socialista, non ricordo in quale continente. Deserto per pausa pranzo. Restano soltanto le ragazze che lavorano come hostess a mangiare un panino. E io in un angolo a scrivermi il discorso. Sento gemere e sbuffare. Trovo sulle scale, piccoletto, grassotello, paonazzo per lo sforzo, Guterres, che trasporta un tavolo. “Ma che fai?”. “Mancavano tavoli”. “E li trasporti tu?”. Mica posso chiederlo alle ragazze”.

Come definirebbe Guterres, usando solo due righe, la socialdemocrazia in cui crede? Il nuovo segretario generale delle Nazioni Unite vede in Olof Palme (il mito del socialismo scandinavo) il suo punto di riferimento e spesso ripete le sue parole. “La socialdemocrazia – insisteva Palme – non deve abbandonare l’utopia, perché l’antagonismo tra gli ideali e la realtà certamente le pone un problema, ma è anche la sua affascinante forza motrice”.

Ugo Intini