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Rassegna Stampa

Macron, se un moderato
fa la rivoluzione
di Ugo Intini
Il Mattino

di Ugo Intini

Le rivoluzioni sono sempre state estremiste (di sinistra o di destra) e violente. In Francia abbiamo avuto il caso straordinario di una rivoluzione centrista e democratica. Probabilmente è stato l’effetto imprevedibile della paura per il populismo e della incapacità ad affrontarlo dei due partiti storici: i socialisti e i gollisti, il centro sinistra e il centro destra. Il lepenismo (come da noi il grillismo) costituiva un rischio mortale per la politica tradizionale e rendeva tripolare il sistema un tempo bipolare. Ma i vertici socialisti e gollisti, anziché unirsi contro la minaccia populista, hanno insistito nello scontrarsi secondo il vecchio schema, simile a quello della contrapposizione tra PD e Forza Italia.Visto che i partiti tradizionali non erano capaci di allearsi, Macron li ha scavalcati e ha creato un’alleanza non tra i loro apparati, ma direttamente tra i loro elettori, invitando i francesi a convergere verso il centro. Ha cooptato (lui, ex socialista) dirigenti socialisti e gollisti di esperienza (come si vede innanzitutto dalla composizione del governo) ma soprattutto ha lanciato uomini nuovi nelle elezioni parlamentari dove questa alleanza centrista ha ottenuto oggi il voto plebiscitario dei cittadini. Indicando che non necessariamente il centro, come si direbbe in Italia, è la “palude” degli “inciuci”.

Ciò è avvenuto perché lo schema di Macron era l’unico capace di assicurare la sconfitta del populismo, ma ancor più per il contenuto e i toni della sua compagna elettorale. I due partiti storici (di centro sinistra e di centro destra) si erano mossi sulla difensiva. Anzi, avevano inseguito il populismo sui temi che sembravano più adatti a raccogliere il consenso: dalla rivendicazione degli interessi nazionali contro l’Europa, alla paura per la sicurezza e gli immigrati, alla retorica del “chi sta sotto” contro la politica e le elites che “stanno sopra”. Macron ha preso la bandiera dell’unità europea capovolgendo l’argomento della sovranità caro al populismo di destra. Nel mondo irreversibilmente globalizzato –ha spiegato- di fronte alla Cina o allo strapotere della finanza internazionale, nessun singolo Paese europeo può contare qualcosa e difendere da solo la propria sovranità: l’Europa unita sì. In poche parole, nel suo libro- manifesto, Macron ha liquidato il “sovranismo” con questa semplice impostazione. Quanto all’immigrazione, all’Islam, al terrorismo, la scelta è oggi tra una visione chiusa e una aperto del mondo, tra l’ottimismo e la paura, tra l’andare avanti e il tornare indietro, tra la fiducia nei propri valori e la rinuncia. Anche Macron, come i populisti, si è rivolto in questo modo alla pancia del Paese, ma ne ha tratto il meglio, non il peggio.

Lo ha fatto puntando sul rinnovamento, ma non contro l’establishment, né all’insegna della rottamazione per gli uomini e le idee. Macron è un liberalsocialista, che riconosce come suo padre politico Michel Rocard, il primo ministro riformista di Mitterand. La continuità con il meglio del centro sinistra e del centro destra è scolpita nella sua biografia stessa. La sua carriera e il suo successo nascono infatti quando nel 2007 il presidente gaullista crea per la modernizzazione del Paese una commissione internazionale di personalità bipartisan e la affida alla guida di un socialista, Jaques Attali. C’è bisogno per la commissione di un segretario al tempo stesso svelto e colto. Ecco allora che Attali (l’altro suo padre politico) sceglie Macron non ancora trentenne, il quale da lì comincia la sua fortuna.

Il presidente francese, oggi vincitore totale, supera in questo modo il luogo comune della contrapposizione tra novità e tradizione, tra giovane e vecchio. D’altronde, ha una moglie di 65 anni. Supera anche la contrapposizione tra pubblico e privato, tra povero e ricco. Ha lavorato infatti al vertice della banca privata Rotschild, ma anche al vertice delle istituzioni, come vice segretario generale della Presidenza della Repubblica e come ministro dell’Economia. Ha fatto molti soldi come banchiere, ma proviene da una famiglia modesta e le parole più efficaci (e toccanti) le ha spese sulla necessità di rendere prioritario l’aiuto a chi è rimasto emarginato nelle periferie. Per la verità, non necessariamente i leader giovani, come quelli a cinque stelle in Italia, devono avere un’esperienza a livello zero. Macron, a 39 anni, ha più curriculum di un anziano.

Le democrazie riservano davvero delle sorprese, spesso cancellando i luoghi comuni delle narrazioni comunemente accettate. La rivoluzione centrista in Francia è la sorpresa più clamorosa, ma la lunga tornata di votazioni avvenuta in Occidente ne ha riservate altre. Ad esempio, non è sempre vero che i giovani votano per i giovani, né che i politici di professione sono impopolari, né che i socialisti tradizionali sono finiti. Bernie Sanders, a 76 anni, sindaco dal 1980 e parlamentare dal 1990, è stato la novità di successo nelle elezioni americane a sinistra, come l’altrettanto vecchio Trump lo è stato a destra. Sanders è stato la novità definendosi socialista con gli argomenti più tradizionali del socialismo europeo, così come Trump lo è stato cavalcando i temi conservatori più consueti. Jeremy Corbyn era ininterrottamente deputato da 34 anni, non era precisamente un socialista innovatore e tutti i commentatori politici lo descrivevano come un relitto. Ma lo ha votato il 70 per cento dei giovani ( soprattutto quelli a più alta scolarità). E oggi i sondaggi lo danno vincente nel caso di elezioni anticipate. Forse i media (e soprattutto la politica) hanno qualche problema nel cogliere la realtà.

Ugo Intini

Perché fanno sempre più paura le conquiste dell’Iran
di Ugo Intini
Il Mattino

di Ugo Intini

L’attacco terroristico al Parlamento di Teheran è uscito dalle prime pagine dei giornali ma avrà a lungo conseguenze pesanti sugli equilibri del Medio Oriente e non solo. Nell’immediato, può essere visto come una controffensiva dell’ISIS, i cui miliziani sono incalzati a Rakka, in Siria, da un esercito appoggiato proprio dagli iraniani. Nel più lungo termine, la strage acuisce la già altissima tensione nel Golfo tra sciti e sunniti, tra Qatar e sauditi, tra l’Iran e gli Stati Uniti di Trump, rimproverati di aver armato oltre misura Riyadh e di aver scagliato l’accusa di terrorismo contro chi oggi ne è vittima, esattamente come Londra e Parigi.
Siamo nella fase esplosiva di un conflitto che ha avuto una escalation negli ultimi anni con continui successi dell’Iran, tali da portare i sunniti al livello di allarme rosso. Teheran ha acquisito una capacità nucleare che forse il trattato con Obama ha bloccato, ma solo temporaneamente. A causa del clamoroso autogol degli americani, ha conquistato praticamente l’Iraq dove, votando liberamente (com’è naturale e come si poteva facilmente prevedere) hanno vinto gli sciti, per il semplice motivo che sono la maggioranza del Paese. Attraverso gli sciti libanesi (che sono aumentati di numero a danno dei cristiani e dei sunniti) Teheran pesa sempre di più a Beirut. E la milizia scita libanese degli hezbollah, alleata di Assad e Putin, sta riprendendo il controllo della Siria in chiave anti sunnita. Grazie al solido legame con Hamas, Teheran è penetrata nella striscia di Gaza e insidia la leadership dell’OLP in Palestina. Attraverso la guerriglia degli houti (una setta vicina agli sciti)si espande nello Yemen e minaccia il confine stesso dell’Arabia Saudita, che reagisce mandando soldati e caccia bombardieri, con un impegno costoso e sanguinoso. L’Iran persegue il controllo del Kuwait e soprattutto del Bahrein, dove la maggioranza della popolazione è scita e potrebbe travolgere i governi sunniti. Persino in Arabia Saudita, gli sciti sono sì una piccola minoranza, ma sono concentrati nella provincia orientale di Damman (la più ricca di petrolio), confinante con il Bahrein e vicina all’Iraq, che potrebbe tentare una secessione.

Se nel conflitto si moltiplicano (almeno per il momento) i punti a favore di Teheran, ci si deve domandare naturalmente da dove esso nasca. Tutti conoscono la sua radice, che risale a oltre un millennio fa. Quando morì Maometto, i fedeli si divisero nella successione: da una parte chi voleva procedere per elezione tra i capi e collaboratori del profeta (i sunniti), dall’altra (gli sciti) chi voleva procedere per via ereditaria, scegliendo Alì, il marito di Fatima, l’unica figlia del profeta a dargli un discendente. Tra stragi, battaglie e scomuniche, la disputa si è trascinata per secoli, come quella tra  cattolici e protestanti.

Ma più utile della storia è semplicemente sapere cosa gli sciti dicono dei sunniti e viceversa. Ecco una sintesi degli argomenti ascoltati, in anni di frequentazione, a Teheran. Da noi- sostengono gli iraniani- c’è l’unica vera democrazia del Medio Oriente. In effetti, se ci si affaccia all’aula del loro Parlamento, si sentono le urla di liti vere. Anche se il “supremo consiglio dei guardiani della costituzione”, presieduto dall’ayatollah Khamenei (successore di Khomeini) potrebbe essere paragonato a una sorta di sommatoria tra il consiglio superiore della magistratura italiano e la Corte Costituzionale, dotato però di una milizia (i pasdaran) e di mezzi economici enormi. La nostra – continuano gli iraniani- è l’unica Nazione vera del Golfo (a parte forse l’Arabia Saudita) perché gli altri Stati sono il frutto di quanto hanno disegnato sulla mappa le potenze coloniali.  Si tratta di Stati finti, dove i cittadini costituiscono una esigua minoranza rispetto agli immigrati: i soli che lavorano e producono davvero. In tutto il Medio Oriente, gli sciti (a parte i commercianti di successo) sono i poveri, perché sono sempre stati  oppressi dai governanti sunniti. La loro persecuzione è stata massima in Afghanistan, al punto che quasi tre milioni di rifugiati hanno trovato asilo in Iran. Al di là delle parole, si coglie a Teheran un malcelato disprezzo verso i potenti del Golfo: in fondo, beduini arricchiti per il petrolio, senza storia e cultura alle spalle.
Nel mondo sunnita, proprio da questo disprezzo si parte per la contro arringa. A Riyadh come al Cairo, si afferma che gli iraniani sono arroganti perché non hanno mai accettato psicologicamente la fine del loro antico impero. Ancora una volta, vogliono dominare nel Golfo e oltre. Questo conta più della divisione religiosa tra sciti e sunniti. Che comunque c’è e vede gli sciti nella posizione dei miscredenti, anzi, dei superstiziosi idolatri che hanno subito, con una sorta di sincretismo, l’influenza cristiana. I sunniti sostengono di praticare un dialogo diretto tra gli individui e Dio, mediato e disciplinato soltanto dalla sacre scritture (a ben vedere, se al posto il Corano si cita la Bibbia, i cristiani protestanti dicono qualcosa di simile). Gli sciti invece hanno una gerarchia di preti. Come i cattolici e i pagani, venerano santi e martiri (del martirio poi hanno un culto maniacale). In effetti, la più grande fontana di Teheran sprizza acqua rossa per celebrare il sangue dei caduti e nelle feste popolari ci si flagella come nelle processioni del nostro Mezzogiorno durante il Venerdì Santo. Nel cortile della grande moschea di Damasco, si resta attoniti a vedere i pellegrini sciti che urlano e singhiozzano per celebrare la testa del nipote di Maometto e figlio di Fatima, mozzata dal califfo sunnita nella battaglia di Karbala (680 d.c). Gli iraniani- imperversano i sunniti- adorano gli imam (quasi una specie di Papa). Credono nella futura resurrezione del dodicesimo Imam, scomparso e “occultatosi” oltre mille anni fa per sottrarsi alle persecuzioni. La sua resurrezione (altra somiglianza con il cristianesimo) coinciderà con il riscatto e la giustizia per gli oppressi. Infine – dicono i sunniti- gli sciti sono falsi: per natura e per la elaborazione teologica del concetto di “dissimulazione”. Una dissimulazione consigliata allo scopo di difendere la fede. Può darsi in effetti che in alcune aree i vescovi lasciati in carica come amministratori dopo la conquista da parte musulmana e i popoli cristiani assoggettati si siano convertiti per necessità all’Islam, conservando in modo surrettizio alcune credenze precedenti. Naturalmente, a Teheran, si nega il tutto. E si ritorce che salafismo e wahabismo (le scuole teologiche più rigorose e più diffuse nel Golfo) nulla hanno a che fare con il vero Islam: sono anzi all’origine di al Qaeda, dell’ISIS e del terrorismo.
Ascoltare ciò che si dice dall’una e dall’altra parte è per gli occidentali utile, ma ancor più utile è ricordare che da queste esperienze il nostro vecchio continente è già passato. I luoghi comuni feroci di un tempo contro inglesi o tedeschi, francesi o italiani non hanno fortunatamente impedito l’unità europea. E le furibonde accuse (anzi, gli eccidi) di protestanti e cattolici non hanno impedito al Papa di abbracciare i leader luterani e anglicani. Un giorno forse finirà così anche in Medio Oriente e si deve sperare che nel frattempo scorra molto meno sangue di quanto è stato versato da noi per secoli, sino a ieri. Certo, per il momento, non si deve essere distratti quando si parla del Golfo. Se lo si chiama “persico” in presenza dei sauditi o “arabo” in presenza degli iraniani, ci si crea inevitabilmente dei nemici. E per sempre.

Ugo Intini

 

Crisi coreana, quando
la storia aiuta
a capire il futuro
di Ugo Intini
Il Mattino

Di Ugo Intini

Nella crisi Corea del Nord-Stati Uniti, la storia aiuta a capire, come sempre. Oggi tutti indicano in Pyongyang il male assoluto, ma non è sempre stato così e gli errori da parte occidentale sono stati tanti. Non soltanto da parte dei comunisti. Quando nel 1950 il Nord invase la Corea del Sud (così mi hanno raccontato i vecchi giornalisti dell’Avanti!) il dialogo tra il direttore Sandro Pertini, allora direttore del quotidiano socialista, e i suoi redattori è stato più o meno il seguente. “Da dove viene la notizia che il Nord ha assalito il Sud?”-ha chiesto Pertini. “Ecco l’agenzia Associated Press”. “È un’agenzia americana e sicuramente è vero il contrario”. Il titolo dell’Avanti! dettato da Pertini fu pertanto. “La Repubblica popolare coreana aggredita contrattacca. Stroncata la provocazione dei separatisti della Corea americanizzata”. I comunisti italiani fecero anche peggio, naturalmente. Ma certo Kim Il-sung ha tentato con minore successo quanto era invece riuscito al leader del Vietnam Ho Chi Minh. Come lui, Kim è stato un capo della resistenza ai giapponesi, come lui è giunto a controllare il Nord e come lui ha cercato di riunificare il Paese sotto il suo regime comunista.

Craxi vedeva in Mosca il pericolo principale e guardava perciò con interesse tutti i Paesi comunisti che perseguissero una maggiore o minore autonomia nei confronti dei russi: dalla Cina alla Jugoslavia, dalla Romania appunto alla Corea del Nord che, a partire dagli anni ’60, si era allontanata dal Cremlino. Andai io a Pyongyang, nel 1982, e Kim Il-sung mi diede per l’Avanti! (e riprodusse poi con grande rilievo sui media nazionali) una intervista di due pagine. Anche se non diceva cose sensazionali, fu uno scoop, perché se ne ricordava soltanto un’altra ai giornali occidentali: a Le Monde. Dalla sua teoria cosiddetta dello “juche”, già si capiva che voleva instaurare una sorta di monarchia assolutamente isolata dal mondo e perciò inespugnabile: la Corea del Nord- questa era la sostanza-doveva contare soltanto su se stessa, sulle proprie risorse, sul proprio apparato militare e produttivo. I rapporti con l’Occidente erano tenuti in francese e il nome di Kim Il-sung (altro particolare che la dice lunga) era sempre associato a questa definizione : “Le grand leader, bien aimé e respecté”. A Pyongyang le vie erano larghissime e quasi deserte, perché le automobili private non esistevano. Ma c’era una metropolitana con scale mobili di rapidità incredibile, per portare in tempi ragionevoli i passeggeri a una profondità che sembrava invece assolutamente irragionevole. Perché le stazioni della metropolitana si trovavano nelle viscere della terra? Perché erano anche e forse soprattutto un rifugio antiatomico. Infatti (e qui si arriva al tema del momento) gli Stati Uniti durante la guerra di Corea valutarono seriamente di usare armi atomiche contro Pyongyang e (dopo l’intervento di “volontari” cinesi a fianco di Kim) anche contro la Cina. Per bloccare pericolose avventure volute dai militari (questo ci ricorda la forza della democrazia americana) il presidente Truman destituì il comandante delle Forze Armate che non era un generale qualunque, bensì il mitico eroe nazionale Douglas MacArthur, il vincitore della guerra nel Pacifico.
I coreani del Nord non costruirono soltanto la metropolitana bunker, ma cominciarono anche a progettare un reattore nucleare tale da poter produrre armi atomiche. E qui ho della storia, ormai recente, un ricordo diretto. Nel 2000 il ministro degli esteri Dini andò a Pyongyang (il primo di un Paese del G7) per avviare con Kim Jong-il (il figlio e successore di Kim Il-sung) una mediazione incoraggiata dall’amministrazione Clinton. La conseguenza fu, il 24 maggio 2000, un vertice a Villa Madama tra i negoziatori coreani (guidati dal vice ministro degli Esteri Kim Kye-gwan) e americani (guidati da Charles Kartman). Me ne occupai io, come sottosegretario al ministero degli Esteri incaricato di seguire l’Asia. Aprii i lavori con buone parole generiche e me ne andai, perché gli italiani svolgevano la sola funzione di “facilitators”. Le delegazioni rimasero chiuse per due giorni a Villa Madama e al termine i loro due capi vennero per cortesia (separatamente) a riferirmi. Si sarebbe cercato di rendere operativo il seguente compromesso: i coreani avrebbero sospeso la costruzione della centrale nucleare; gli americani avrebbero fornito loro, in cambio, il petrolio necessario a compensarli per la mancata energia che avrebbe prodotto la centrale. Come sia finita, lo sappiamo. C’è stata malafede sin dall’inizio da parte dei coreani? È prevalsa la sfiducia reciproca? Sono nati intoppi che non conosciamo? Francamente non ho una risposta. Qualche costatazione di buon senso invece mi sento di avanzarla.
Saddam Hussein è stato attaccato e ucciso non perché aveva le armi nucleari, ma perché non le aveva. Se le avesse avute, Washington ci avrebbe pensato due volte prima di invadere l’Iraq. Questa lezione involontaria e “diseducativa” da parte americana ha provocato e provoca in tutti i regimi dittatoriali le scelte peggiori. E probabilmente ha contribuito a spingere la Corea del Nord (forse anche l’Iran) a sviluppare tecnologia nucleare.
Quando l’Occidente minaccia il cambio di regime contro le dittature, le rende più crudeli e paranoiche. Le porta a eliminare chiunque anche lontanamente sia sospettabile di diventare un nostro potenziale interlocutore. In questo modo otteniamo l’effetto opposto: le dittature diventano ancor più impenetrabili.
L’Iran (con le sue possibili armi atomiche) costituisce un problema che interagisce pesantemente con tutti gli equilibri dell’area: su Israele, sui Paesi sunniti avversari di Teheran, sui rapporti di forza tra sciiti e sunniti in ciascuno di loro. Pyongyang non ha invece alcun ascendente al di fuori del suo confine blindato ed è pertanto un problema strategico minore.
La carta cinese (ovvero il tentativo di spingere Pechino a fermare Kim Jong-un) si può certo giocare, ma senza contarci troppo. Perché la teoria dello “juche” (della autosufficienza) vale anche verso la Cina e perché i cinesi e i coreani , nella guerra del 1950-53 hanno pur sempre combattuto uniti, da fraterni alleati, contro gli americani.

Infine e soprattutto, bisogna evitare logiche da guerra fredda. Durante quest’ultima, si soleva dire che la pace era assicurata dalla formula MAD (Mutual Assured Distruction). Si osservava che la formula era al tempo stesso razionale e “pazza” (questo è il significato letterale del termine “mad” in inglese). Il mostruoso e appunto pazzesco arsenale atomico di Washington e Mosca era infatti tale da assicurare la completa distruzione di entrambi i contendenti, rendendo pertanto razionalmente improponibile una guerra. L’equilibrio del terrore funzionava. La formula MAD non si adatta più alla situazione attuale. Perché in caso di conflitto la distruzione della Corea del Nord sarebbe assicurata. Mentre quella dell’Occidente sarebbe invece fortunatamente esclusa. Attenzione però. E’ vero che Kim Jong-un guida un piccolo Paese, ha una modesta tecnologia e poche testate nucleari. Ma anche quelle poche (magari lanciate da un sottomarino non localizzabile) possono provocare milioni di vittime. I 20 mila cannoni, mortai e lanciarazzi puntati su Seul sono inoltre sì armi convenzionali ma nelle prime due ore di fuoco –calcolano gli esperti- prima di essere localizzati e eliminati, possono fare 130 mila morti nella capitale sud coreana (che sta a appena 40 chilometri e ha dieci milioni di abitanti a portata di tiro). Il regime inoltre non è fanatico o suicida come i combattenti dell’ISIS. E’ razionale e ha il solo obbiettivo di sopravvivere, non certo di attaccare per primo. Tuttavia non segue la nostra stessa logica. Si identifica con il Paese: è pertanto disponibile a sacrificarlo e a farlo distruggere con tutti i suoi abitanti pur di non cedere. La fine della sua dinastia e della Corea del Nord, nella testa di Kim Jong-un (come del padre e del nonno) coincidono. Quindi, le esibizioni muscolari e la propaganda non devono varcare la linea rossa al di là della quale un incidente o un fraintendimento sono possibili. Kim Jong-un è un dittatore sanguinario sì, ma con un regime da clowns. E’ nocivo sì, ma soltanto ai suoi sudditi. Sarebbe un “mad leader” (un leader democratico pazzo) un presidente degli Stati Uniti che per eliminarlo rischiasse una catastrofe. Trump ha adesso un interlocutore utile nel nuovo presidente della Corea del Sud: il moderato Moon Jae-in. Farebbe probabilmente bene ad ascoltare innanzitutto i suoi consigli.

Ugo Intini

Perché “l’inciucio” post-elettorale spaventa soltanto l’Italia
di Ugo Intini
Il Mattino

Tra poco si vota in Francia e a settembre in Germania. Le elezioni italiane, che saranno certamente condizionate dal risultato delle prime due, concluderanno nell’arco di un anno una fase decisiva per il futuro dell’Europa, della nostra economia e della stessa democrazia. Non è vero che sia dovunque in atto un’inarrestabile avanzata delle forze antisistema. Non è vero che la ricerca di ragionevoli compromessi e di punti di equilibrio, con la conseguente prevalenza di posizioni centriste, sia ormai fuori moda. Può apparire così in Italia, ma questa percezione sbagliata deriva dal fatto che noi guardiamo gli avvenimenti da un Paese che si trova in una situazione anomala, pericolosa e distante dallo standard politico europeo.
I partiti guidati da leader tradizionali raccolgono infatti nei sondaggi il 90 per cento dei consensi in Germania e il 75 per cento in Francia (dove la Le Pen può forse vincere soltanto se per una sciagurata congiuntura prevarranno divisioni e vendette tra gli altri partiti). Senza contare che in Spagna (grazie al nulla osta dei socialisti) sta ormai al governo, dopo una lunga fase di incertezza, il centrista e democristiano Rajoi. E che in Olanda, dopo ondate di allarme, la destra anti europea si è fermata nelle elezioni di marzo al 14 per cento.
Soltanto in Italia le forze antisistema e anti Europa sfiorano nei sondaggi il 50 per cento (Grillo, più Salvini, più Meloni). Soltanto in Italia addirittura oltre il 60 per cento degli elettori potrebbe votare partiti che in questo momento mettono in discussione l’euro (anche Berlusconi infatti ha appena avanzato la proposta di una doppia moneta lira-euro). La voce degli europeisti sembra scomparsa proprio nella patria dei “Trattati di Roma” e nel Paese che, senza l’ombrello protettivo dell’Unione, farebbe probabilmente la fine dell’Argentina, con il default del suo mostruoso debito pubblico.

Che l’Italia sia oggi anomala in Europa si capisce anche dalla prevalente ostilità (quasi demonizzazione) degli accordi tra partiti e schieramenti diversi.
In Germania, l’estrema destra xenofoba e antieuropeista si è sgonfiata e viene data al 10 per cento. Il socialista Schulz è in rimonta e forse potrebbe anche superare la Merkel, ma difficilmente potrebbe trovare i numeri e la coesione necessaria per una coalizione con i verdi e la sinistra della Linke. La Merkel potrebbe ottenere un exploit, ma probabilmente non riuscirebbe comunque a ricostruire l’alleanza di governo terminata nel 2009 con i liberali (ormai troppo deboli). Saranno cancellieri o Schulz o la Merkel (entrambi dati intorno al 30- 35 per cento) ma probabilmente governeranno ricostruendo una grande coalizione democristiana- socialista di quasi il 70 per cento: esattamente quella che ha assicurato progresso e stabilità sino a oggi e che in Italia sarebbe bollata come il più colossale degli “inciuci”.
In Francia il compromesso verso il centro lo stanno già realizzando gli elettori perché Macron (ex socialista e ministro con Hollande), sponsorizzato sia dal leader centrista Bayrou che dall’ex primo ministro socialista Valls, è dato dei sondaggi, come la Le Pen, intorno al 25 per cento: una percentuale raccolta tra elettori sia di sinistra che di destra. Probabilmente il ballottaggio si svolgerà tra i due. Anche se sorprende la risalita di Malenchon, candidato della estrema sinistra, che tuttavia non è un giovane rivoluzionario anti sistema, bensì un vecchio politico di professione, senatore socialista dal lontano 1986 e membro del governo Jospin nel 2000. Comunque, se per caso vincesse la Le Pen, pochi hanno ricordato che persino in questo caso un “inciucio” avverrà certamente. Subito dopo le elezioni presidenziali ci saranno infatti quelle legislative e la destra lepenista non otterrà la maggioranza in Parlamento. Il capo del Governo sarà pertanto o un centrista o un gollista moderato e si avrà la “coabitazione” tra un presidente della Repubblica e un Primo Ministro di schieramenti politici sino al giorno prima contrapposti. Era già successo quando presidenti della Repubblica erano il socialista Mitterrand e il gollista Chirac.
E l’Italia? Tra polemiche che per la loro violenza ricordano più Caracas che Berlino, ci si avvia al voto fuori dalla logica prevalente in Europa e fuori anche dalla logica in sé. Poichè l’impianto elettorale sarà quasi certamente proporzionale e poiché i contendenti sono sostanzialmente tre, ciascuno intorno al 30 per cento, è chiarissimo che nessuno avrà la maggioranza parlamentare. Ciò non di meno, tutti e tre non vogliono sentir parlare di accordi o compromessi con uno degli altri due, forse perché li paralizza il timore di essere accusati di “inciucio” (termine come si sa inventato dal famoso politologo Antonio Di Pietro). Tutti si muovono come se esistesse ancora il sistema maggioritario dell’Italicum.

Renzi giura di puntare al 40 per cento che attualmente (ma per la sola Camera) assicura un premio di maggioranza alla lista più votata. Grillo giura lo stesso. Berlusconi spera in una legge elettorale che dia il premio non alla lista ma alla coalizione. E pertanto cerca di ricostruire l’alleanza con la Lega. Senza considerare che tra il suo Tajani (presidente del Parlamento europeo) e Salvini c’è la stessa distanza esistente tra Macron e la Le Pen: un abisso. E senza considerare che il 40 per cento è comunque irraggiungibile.
Se da Parigi e Berlino (dopo che da Madrid e Amsterdam) verranno segnali positivi, forse la situazione cambierà. Ma certamente, oggi, nessuno sembra vedere la realtà dei numeri. Poiché nessuno è cieco o insipiente, si deve immaginare che ciò derivi da un eccesso di tatticismo e furbizia. Ma come si sa tutte le volpi finiscono dal pellicciaio e quanto prima la furbizia sarà sostituito dal realismo tanto meglio sarà. Anche perché a fare la fine delle volpi potrebbero incolpevolmente essere i cittadini italiani. Se la percezione di imprevedibilità e instabilità del Paese si aggraverà, è infatti certo che i mercati ci aggrediranno, facendo salire il costo del denaro. E dobbiamo ricordare che ogni punto in più di tasso di interesse, se e quando si ripercuoterà sull’intero debito pubblico di 2.200 miliardi, significherà una mazzata di 22 miliardi all’anno. Questa è la mazzata che si può evitare e che sarebbe mortale. Anche perché si aggiungerebbe ad altre mazzate purtroppo non evitabili. Non ci si deve infatti chiedere se, ma quando i tassi di interesse aumenteranno (e di molto) per cause irrimediabili: per il cambiamento della congiuntura internazionale e prima ancora per la fine delle elargizioni da parte della Banca Centrale Europea.

Ugo Intini

 

Giustizia: l’arma impropria
di Gian Antonio Stella
– Corriere della Sera

«È mejo del Duce».  È passato quasi  un quarto di secolo da quando Maurizio Gasparri trovò ridendo la sintesi  della sua cotta per Antonio Di Pietro. Cotta condivisa («Lo consideravamo  il nostro referente nel pool di Mani pulite», dirà ai giudici Cesare Previti) da un po’ tutto il centrodestra.  «Di Pietro vada avanti a tutta manetta», tuonava Umberto Bossi. «Le mie tivù sono al suo servizio», incoraggiava Silvio Berlusconi. «Ha fatto bene il poliziotto, ha fatto bene il giudice, potrebbe fare altrettanto bene  anche il politico», omaggiava Pier Ferdinando Casini. E via così…

Come sia finita si sa. Raffreddati gli entusiasmi che avevano spinto la destra a offrirgli il Viminale, vinse infine il corteggiamento di Massimo D’Alema («Conosco Di Pietro per una strana coincidenza: ci siamo simpatici») e sull’ex pm «traditore» si rovesciarono anni di insulti. Sintetizzati in uno sfogo del Senatur («Un terun che voleva fare un processo etnico al Nord») e uno del Cavaliere: «È il leader dei forcaioli».

Eppure, un quarto di secolo dopo, buona parte dei politici, quale che sia la tessera in tasca, sembra non essersi ancora liberata dalla tentazione di leggere ogni inchiesta giudiziaria, ogni avviso di garanzia, ogni fuga di notizie, ogni spiffero sortito dalle intercettazioni, con gli occhiali della bottega partitica cui appartengono. Chi aiuta? Chi danneggia? Dove può portare?

«Un’altra macchinazione! Mio papà sta piangendo», ha detto Matteo Renzi dopo aver saputo del rapporto taroccato su suo padre, ribadendo «la piena fiducia nei giudici». «Non possiamo non rilevare come in nessun passo della predetta sentenza si sostenga che la Cassimatis è la candidata sindaco del Movimento 5 Stelle», ha spiegato Beppe Grillo. Ma in ogni caso «la stessa non è né sarà candidata con il Movimento 5 Stelle a Genova». Perché anche la magistratura, ogni giorno invocata, può bene sbagliare!

Diranno i grillini che loro no, non hanno mai indugiato in questo gioco. E non hanno mai affermato come Berlusconi che ci son «giudici che si sono fatti braccio armato della sinistra per spianare a questa la conquista del potere». Né hanno messo in discussione il lavoro dei magistrati come la sinistra in varie inchieste come sui rapporti con Raul Gardini (e la famosa valigetta…), su Filippo Penati e «il sistema Sesto», sulla scalata Unipol e altre ancora…

I due pesi e le due misure usati nei confronti di vari esponenti del M5S, a partire da Federico Pizzarotti rispetto a Filippo Nogarin che solo «dopo» ha riconosciuto l’esistenza di indagini su di lui liquidate dal blog grillino col titolo «Falso!» (per non dire della campagna «Non comprate il Tirreno: non finanziate la disinformazione di regime!») dicono però che la tentazione di gonfiare o sgonfiare ogni mossa dei giudici a seconda di chi è nel mirino è ben presente anche nel Movimento.

Dice tutto il confronto sulla gravità di due fatti rinfacciati agli ultimi sindaci di Roma. Di qua l’invettiva («#MarinoDimettiti e Roma subito al voto!») contro Ignazio Marino reo di «avere mentito non solo ai cittadini romani, bensì all’istituzione del Campidoglio» dichiarando «il falso, ovvero di aver pagato il 26 ottobre 2013 una cena al ristorante “Sapore di Mare” ad alcuni rappresentanti della Comunità Sant’Egidio». Cena smentita. Di là la scelta di sdrammatizzare le polizze vita sottoscritte da Salvatore Romeo o le bugie sull’assessore Paola Muraro «non indagata» (lo era: e lei lo sapeva) o sulla promozione («feci tutto io»: falso) di Renato Marra, fratello del potentissimo Raffaele. Cosa sarebbe successo se il protagonista fosse stato un sindaco di destra o di sinistra?

«A nostro avviso l’onestà deve essere il faro ma attenzione che non venga utilizzato strumentalmente per colpire una forza politica che sta tentando di riportare pulizia e legalità», spiegò un anno fa la non ancora sindaca a CorriereLive. Di più: «Attenzione che gli avvisi di garanzia non vengano utilizzati come dei manganelli».

Giustissimo. Ma questo è il nodo. Lei stessa fu infatti la prima a liquidare come un appestato, dopo la scoperta che aveva un «avviso», il nuovo assessore al bilancio Raffaele De Dominicis, lodato il giorno prima come «persona di primissimo piano e di alto profilo» da sempre impegnata «per la legalità e la trasparenza». Un trattamento già riservato dal blogbeppegrillo.it a Bruno Valentini, sindaco Pd di Siena, «avvisato» e subito incitato a sloggiare (#ValentiniDimettiti) col contorno del solito refrain («nessun telegiornale di regime riportò la notizia») e destinato poi a Luca Lotti, Tiziano Renzi e così via. Tutti colpevoli prima ancora non solo di una sentenza, fosse pure di primo grado, ma di un processo. Esattamente come Ilaria Capua, coperta di insulti e poi prosciolta. Senza scuse.

Come la mettiamo: ci sono giudici buoni e giudici cattivi? Avvisi di garanzia pesanti come incudini e leggeri come piume? Carabinieri affidabili e carabinieri inaffidabili a seconda degli inquisiti, come quello indagato per aver falsato l’inchiesta Consip dando origine, tra l’altro, a una frattura tra le stesse Procure di Napoli e di Roma?

Certo, succede anche all’estero che le notizie giudiziarie finiscano nel frullatore della politica. Ovvio. Ma non con la frequenza che registriamo noi. Non con gli stessi toni. Non con l’immediato dispiegamento di partigiani sull’una e l’altra trincea a prescindere, troppe volte, dai fatti. Eppure dopo tanti anni dovremmo avere imparato qualcosa. È indispensabile vigilare sì, sempre, sul lavoro della magistratura e gli eventuali abusi. Ne abbiamo già visti. Basta. Il buon senso, però, suggerisce di lasciare anche che i magistrati lavorino. O c’è chi pensa che possa essere la politica, rovesciando le parti, a esercitare le funzioni di supplenza e magari a scegliersi i giudici volta per volta?

Gian Antonio Stella

Perché i russi hanno capito prima e meglio la sfida islamica
di Ugo Intini
– Il Mattino

L’attacco terrorista a San Pietroburgo ci ricorda che Russia e Occidente hanno un nemico comune (infatti, sia pure separatamente, con molte contraddizioni e silenzi, lo stanno combattendo insieme in questo momento in Medio Oriente). Ci ricorda anche che il fondamentalismo islamico è nato in Afganistan, che lì è stato contrastato per decenni (prima dai russi e poi dagli americani) senza a tutt’oggi una vittoria definitiva. E che Mosca ha capito forse meglio e prima dell’Occidente la natura della minaccia.

Andiamo con ordine. Mentre gli americani aiutano il governo iraqeno a cancellare gli ultimi brandelli di Stato islamico a Mosul, per la prima volta nella storia, una portaerei russa, la “ammiraglio Kuznetsov” (la sola della flotta) , è entrata davvero in combattimento: è scesa da San Pietroburgo nel Mediterraneo e dal largo di Aleppo sta lanciando ondate di caccia bombardieri e missili. Questo è quanto hanno pagato i morti nella metropolitana.

La guerra della Russia contro il fondamentalismo islamico ha radici ben più profonde e antiche di quella dell’Occidente. Non foss’altro perché l’Islam è stato per secoli all’interno dell’impero zarista come delle repubbliche ex sovietiche. E lo ha circondato da Est (con l’Afganistan) a Sud ( con l’impero ottomano).

Più che un ragionamento astratto, è il racconto di una esperienza diretta che può spiegare come i russi abbiano capito prima e meglio di noi la sfida islamica. Non ne avevo mai sentito parlare sino a quando, nel 1989, ho incontrato a Mosca Valentin Falin, il successore del mitico Suslov nella carica di responsabile esteri del partito. Da pochi mesi, Gorbaciov aveva ritirato l’Armata Rossa dall’Afganistan, dopo una guerra di quasi dieci anni che era costata ai russi 26 mila morti. Per giustificarla (e per contestare l’impegno degli americani a sostegno dei talebani) Falin mi espose una tesi per me assolutamente nuova (che mi sembrò inaccettabile). Secondo lui, Mosca aveva combattuto contro il fanatismo islamico in Afghanistan per evitare che si estendesse come un veleno micidiale alle vicine repubbliche sovietiche (dall’Uzbekistan al Tagikistan). Noi non avevamo capito la gravità della minaccia creata dal possibile futuro conflitto tra razionalità e Islam. Pensavamo e agivamo ancora –insisteva- secondo la logica del conflitto precedente (Occidente- comunismo) e sbagliavamo.
In effetti Bin Laden (fratello del più importante costruttore del Medio Oriente e uno dei più grandi del mondo) combatteva accanto ai talebani in Afghanistan, ma era una creatura degli americani e dei pakistani loro alleati. Per colpire Mosca, Washington si era allevata in seno il serpente che avrebbe distrutto le torri gemelle.
Il secondo e più forte segnale dell’impegno russo (ma non americano) contro la sfida islamica lo ebbi nel 2001, quando servivo nel governo Amato al ministero degli Esteri come sottosegretario responsabile per l’Asia. Cacciati i russi, era esplosa la guerra tra i vincitori, ovvero tra il generale Massud (capo della Alleanza del Nord) e il governo talebano di Kabul. Il re in esilio dell’Afganistan, Zahir Shah, abitava da anni all’Olgiata in una villetta, con un vecchio generale che gli faceva da maggiordomo, aveva ancora un forte ascendente sulle tribù e quando lo andavo a trovare suggeriva la grande assemblea tribale tradizionale, la cosiddetta Loya Jirga, per avviare una trattativa di pace. Organizzammo persino una piccola Loya Jirga con lui a Roma.
Il nostro Gino Strada aveva in Afganistan due ospedali di Emergency International (uno nell’area controllata dal generale Massud e uno a Kabul): potevamo perciò chiedere come italiani alle due parti in guerra di aprire un “corridoio umanitario” tra i due ospedali e cominciare così a dialogare. Il laico Massud era immensamente popolare per avere combattuto da eroe i russi e veniva chiamato il “leone del Panshir”: una specie di Garibaldi afgano. Il Mullah Omar guidava il governo di Kabul e i “talebani”, un termine che significa testualmente “allievi delle scuole religiose”: i giovani cioè che nei villaggi miserabili imparavano a leggere il Corano e a scrivere in rudimentali scuole definite “madrasse”. Il prete o parroco (così noi lo chiameremmo ) nella madrassa di un villaggio era proprio Mullah Omar. Un poveretto corse a denunciare che il colonnello del governo filo russo aveva preso sua figlia e la stava violentando nella caserma. Mullah Omar radunò i giovani del suo “oratorio”, li incitò all’assalto, espugnò la caserma e impiccò il colonnello al cannone di un carro armato, che fu poi fatto girare a monito per il villaggio. Così nacque il suo mito.
Incontrai il generale Massud a Duchambè (la capitale del Tagikistan che confinava con il territorio da lui controllato). Ricordava che, quando studiava ingegneria a Kabul, le ragazze andavano all’università in minigonna. Sosteneva che i governativi erano armati dal Pakistan e che addirittura soldati pakistani di etnia pashtun (come la maggioranza degli afgani) combattevano contro di lui travestiti da talebani. Ma accettava il “corridoio umanitario” attraverso i due ospedali come premessa al dialogo. Incontrai subito dopo a Kabul il ministro degli Esteri talebano Muttawakil. Anche lui accettava il “corridoio” e il possibile dialogo. D’altronde, i talebani non erano tutti uguali e qualche influenza indiretta sul loro governo non mancava agli occidentali, perché noi non lo riconoscevamo e non avevamo diplomatici a Kabul, ma nella capitale afghana c’erano ancora, potentissime, le ambasciata dell’Arabia Saudita e del Pakistan.

Gli americani, sia pure informalmente, si interessavano agli sforzi italiani. Mi veniva infatti a trovare al Ministero a Roma Zalmay Khalilzad, un professore americano della Rand Corporation (un istituto di studi vicino ai repubblicani), nato in Afghanistan, che parlava perfettamente pashtun. Io insistevo che la trattativa tra Massud e i talebani era possibile ma soltanto se si armava e aiutava il generale, perché il governo di Kabul poteva accettare il negoziato, sì, ma soltanto dopo aver toccato con mano che una vittoria militare gli era preclusa. Anche gli americani dovevano dunque sostenere Massud (esattamente come i russi, che pure lo avevano combattuto quando il “Garibaldi afgano” era il più temuto capo della resistenza contro la loro occupazione). Khalilzad ascoltava, non commentava, ma capivo che ne sapeva molto più di me e che non era soltanto un professore.
Non se ne fece nulla, forse non ce ne fu il tempo. Bin Laden aveva un grande ascendente sul capo dei talebani Mullah Omar e ne aveva addirittura sposato la sorella. Aveva già ucciso 17 marinai americani con un attentato al cacciatorpediniere “Cole” al largo dello Yemen. Continuò a organizzarsi indisturbato dall’Afganistan, sino alla distruzione delle torri gemelle.

Ma gli altri interlocutori di questo fallito (forse impossibile) tentativo di mediazione come sono finiti?Il generale Massud, pochi mesi dopo il nostro incontro a Duchambè, fu assassinato proprio da Bin Laden, alla vigilia del suo attacco contro New York. Era per lui il principale pericolo, l’ostacolo da eliminare in via preventiva per evitare che potesse fare da sponda agli americani quando, dopo la strage di New York, avrebbero presumibilmente invaso l’Afganistan. Una troupe televisiva andò a intervistarlo, ma era un commando suicida e all’interno della telecamera si trovava nascosta una bomba.

E il ministro degli Esteri talebano Muttawakil? All’arrivo dei marines a Kabul, riuscì a fuggire nel Waziriland (il territorio di montagna conteso al confine tra Pakistan e Afghanistan). Avevo ragione a considerarlo un possibile interlocutore. La CIA lo individuò come tale attraverso mediatori e lo invitò riservatamente a Washington per una trattativa di pace che ponesse fine alla guerriglia. Lui accettò, ma la FBI litigava con la CIA: lo arrestò appena arrivato all’aeroporto per traffico di droga e finì per anni a Guantanamo prima di tornare come un rispettato capo tribale a Kabul.

E Khalizdad? Ne sapeva davvero molto più di me. L’amministrazione Bush infatti lo nominò ambasciatore prima in Afghanistan e poi in Iraq durante l’occupazione militare americana: veniva chiamato “il viceré”. Infine divenne ambasciatore degli Stati Uniti all’Onu (ed è stato tra i candidati per fare il segretario di Stato con Trump).

E il re Zahir Shah? È rientrato in patria dove è morto molto anziano ancora circondato dall’affetto degli afghani, che rimpiangono il suo regno come una “età dell’oro”. Persino il talebano Muttawakil, salutandomi, mi disse :”quando torna a Roma, porti i miei omaggi a sua maestà”. Ha sempre rispettato gli italiani. Nel 1940, c’erano centinaia di nostri tecnici a Kabul per modernizzare il Paese. Quando entrammo in guerra, gli inglesi, che controllavano tutta l’area, volevano internarli in un campo di concentramento. L’allora giovane re disse. “Mai, sono miei ospiti e non consentirò per nessuna ragione che siano toccati”. Se ne ritornarono in Italia nei modi più avventurosi, ma salvi.
Resta l’interrogativo più importante. E l’Afganistan? Se ne parla meno, ma ancora una volta si è dimostrato che la guerra non risolve i problemi. Il governo di Kabul controlla infatti soltanto il 57 per cento del territorio, il suo esercito, pur addestrato con enormi spese, dall’inizio del 2016 al novembre, ha avuto 6.785 morti e 11.777 feriti. Ci sarebbe bisogno di mediatori come il malcapitato Muttawakil, ma si può dubitare, dopo quello che gli è successo, che qualcuno si fidi ancora degli americani. La storia pesa. Alla fine dell’Ottocento, l’Afganistan era al centro del conflitto tra le grandi potenze ma già i diplomatici chiamavano tale conflitto “la danza degli spettri”, indicando con la macabra definizione che il lieto fine era escluso.
Tutta la vicenda contribuisce a far pensare che, se una sola buona cosa Trump ha promesso, questa è l’aspirazione a normalizzare i rapporti con Putin. Innanzitutto, si può sperare, per combattere insieme il fondamentalismo islamico. La tragedia di San Pietroburgo spingerà certamente in questa direzione.

Ugo Intini

L’unità europea e i pericoli del post fascismo
di Ugo Intini – Il Mattino

Europa. Il MattinoNei giorni in cui si celebra il 60° anniversario dei trattati che diedero il via al processo di unità europea, tutti ricordano il famoso “Manifesto di Ventotene”, che ne è stato la base ideologica. La prima edizione (introvabile e p
reziosa) è conservata alla Fondazione Nenni e ci ricorda molte cose: una straordinaria storia di lungimiranza e coraggio, la posta oggi in gioco, le scelte sul tavolo.

Nell’isola di Ventotene, i detenuti politici hanno sognato e discusso per mesi l’Europa unita. Altiero Spinelli e Ernesto Rossi del Partito d’Azione, con Eugenio Colorni del Partito Socialista, hanno infine sintetizzato e scritto il frutto di questo “lavoro collettivo”, come essi stessi lo definiscono. Colorni è stato incaricato di diffonderlo. E infatti il 22 gennaio 1944, nella Roma occupata dai nazisti (mentre contribuiva a organizzare la resistenza e confezionava, come capo redattore, l’Avanti! clandestino) , in una tipografia nascosta di Monte Mario, ha fatto stampare 500 copie di un libriccino di 125 pagine intitolato “PROBLEMI DELLA FEDERAZIONE EUROPEA: il “Manifesto di Ventotene”, appunto.
Accanto alla evidente lungimiranza, è meno noto lo straordinario coraggio di chi nel pieno della guerra e della repressione nazista preparava il futuro. Colorni lo ha pagato con la vita perché non ha visto l’Europa unita e neppure l’Italia libera: il giorno prima dell’arrivo delle truppe americane nella capitale, è stato infatti riconosciuto da una pattuglia di fascisti che gli ha sparato per strada e lo ha ucciso.
Il volumetto clandestino naturalmente non ha firme. C’è una prefazione che è opera di Colorni ed è siglata “Il M.F.E” (Movimento Federalista Europeo). Seguono gli scritti centrali: di Spinelli e Rossi.
Quale sia stata (dichiaratamente) la spinta alla costruzione dell’Europa unita ci deve far riflettere ancora oggi. Colorni sostiene che le tragedie del continente sono nate tutte dai nazionalismi e dagli egoismi dei singoli Stati sovrani. L’unità europea significava dunque innanzitutto: “mai più guerra”. Anche se la dissoluzione della ex Jugoslavia, che pure era uno Stato vero, ha provocato conflitti sanguinosi, oggi la fine dell’Unione porterebbe probabilmente soltanto guerre commerciali (che già si temono con la Brexit) ma il loro effetto ci renderebbe comunque tutti più poveri. Così come il ritorno alla lira taglierebbe del 30 per cento, dall’oggi al domani, i risparmi degli italiani.

Dietro il Manifesto, si intravede il padre fondatore del partito socialista, Filippo Turati, che già nel 1896, nel suo primo discorso alla Camera, chiedeva gli “Stati Uniti d’Europa” e li vedeva come tappa (in un giorno lontano) verso gli “Stati Uniti del mondo”. Colorni indica esplicitamente anche quest’ultimo obiettivo: “l’ideale di una federazione europea –scrive- come preludio di una federazione mondiale”. È un visionario, certo. Ma anche Turati lo era quando nel 1896 sognava l’Europa unita. E tuttavia, sia pure dopo un secolo, il sogno è diventato in gran parte realtà. Per questo, il nuovo Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, anche lui socialista, cita spesso Turati e il suo ideale di unità mondiale come l’obiettivo ultimo, per le generazioni future, delle Nazioni che siedono al palazzo di vetro di New York.

La prefazione di Colorni elenca uno per uno gli obiettivi dell’Unione Europea derivanti dai principi generali del Manifesto. “Tali principi-scrive-si possono riassumere nei seguenti punti: esercito unico federale, unità monetaria, abolizione delle barriere doganali e delle limitazioni all’emigrazione tra gli Stati appartenenti alla federazione, rappresentanza diretta dei cittadini ai consessi federali, politica estera unica”. Molti di questi obbiettivi sono stati raggiunti. Mancano l’esercito e la politica estera unica. Il Parlamento europeo è sì un “consesso federale” a elezione diretta, ma con scarsi poteri. Ciò che si è conseguito tuttavia non è poco. E proprio su difesa e politica estera il vertice di Roma avrà molto da dire. Abbiamo infatti pagato a caro prezzo l’assenza (o gli interventi scoordinati) dei Paesi europei in Libia e Siria. E il rifiuto di Trump a finanziare la NATO senza un più cospicuo contributo degli alleati europei si spinge sino alla messa in discussione della NATO stessa. Cosicché a Bruxelles si cominciano a porre domande di buon senso. Non sarebbe preziosa una forza europea (anche piccola) di pronto intervento in caso di crisi (ad esempio nel Medio Oriente)? La sola omogeneizzazione e standardizzazione dei sistemi d’arma non farebbe risparmiare miliardi di euro nei bilanci per la difesa? E infine (la domanda più delicata e importante) che senso ha nel 21º secolo la capacità nucleare (missili, bombe e sottomarini) della sola Francia? La force de frappe (forza d’urto) cara soprattutto a De Gaulle non potrebbe diventare uno strumento dell’intera Unione Europea?

Nel 1954, la CED (Comunità Europea di Difesa) arrivò a un soffio dall’essere realizzata. E l’argomento, anche attraverso tappe successive, può tornare sul tavolo. D’altronde, Colorni stesso spiega che proprio l’isolamento di Ventotene e la forzata inattività ha consentito ai padri del Manifesto di non farsi distrarre dai fatti contingenti, concentrando l’attenzione sulla sostanza. Vogliamo riprovare a guardare i dati più clamorosi senza lasciarci distrarre? Nel 1900, l’Europa aveva la metà della popolazione mondiale; adesso, si avvia ad averne il 5. Gran Bretagna, Francia e Germania, da sole, producevano il 35 per cento della ricchezza. Oggi ne producono il 12. Qualcuno può pensare seriamente che i singoli Paesi europei, senza unire le loro forze, possano contare qualcosa nel mondo? Certo, ci si può domandare se valga davvero la pena che l’Europa conti e se abbia qualcosa da dire. Ma anche qui, spesso perdiamo di vista l’essenziale. Scherzando (ma non troppo) si suol ricordare che “gli europei hanno in tasca non la pistola, come gli americani, ma la tessera sanitaria”. Fuori di metafora, non abbiamo la pena di morte ma il Welfare State. Questo da solo basterebbe per rendere, nonostante tutto, l’Europa un modello di civilizzazione per il mondo. E infatti, anche se spesso non ce ne accorgiamo, come tale l’Europa è vista soprattutto nei Paesi in via di sviluppo.

La storia, e il buon senso, spesso colgono l’essenziale. Al vertice di Roma si polemizzerà sulla “Europa a più velocità”. Ma a Ventotene, alla Lettonia (tanto per fare un esempio), ceto neppure si pensava. Alcuni Paesi (innanzitutto Francia, Germania e Italia) camminano insieme da 60 anni; altri, come la Bulgaria, sono arrivati da dieci. E’ naturale che i più vecchi e sperimentati amici vogliano fare insieme un tratto di strada in più e che gli ultimi arrivati li raggiungano dopo, se lo vorranno. Al vertice di Roma, si discuterà delle technicalities per difendere l’Euro. Ma subito dopo la sua creazione, più di quindici anni fa, alla Camera, dicevo. “Mai nella storia si è vista una moneta reggere rimanendo appesa al nulla. Dobbiamo pertanto appendere l’euro alla bilancia di una giustizia comune, alla spada di una difesa comune, ad una politica economica ed estera comune”.

Il piccolo, ingiallito volumetto conservato alla Fondazione Nenni ci insegna un’ultima cosa, questa volta non grazie al testo stampato. Il vecchio leader socialista lo ha infatti sottolineato a penna e in quel lontano 1944 gli ha anche infilato all’interno (cosa davvero strana) un “pizzino”, scritto di suo pugno e incredibilmente riemerso dopo 73 anni. Vi si legge: “quando si farà il governo non deve restare né il colore, né l’odore del fascismo”. Filippo Turati, proprio mentre chiedeva l’Europa unita, insisteva che questo obiettivo sarebbe stato impossibile fino a che non fosse stato estirpato il “cancro” del fascismo che “per sua stessa confessione, è e si vanta di essere l’anti Europa”. Ecco, se non il fascismo, il post fascismo è ritornato. Con il suo nazionalismo, razzismo e intolleranza, nuovamente è e si vanta di essere l’anti Europa. E’ per questo, come ancora una volta avevano intuito i padri fondatori, che la costruzione europea si trova oggi in pericolo.

Ugo Intini