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Rassegna Stampa

La parola che serve contro la gara di rutti tra Salvini e Di Maio
il Foglio
Claudio Cerasa

C’è un fatto politico sconvolgente, diventato purtroppo ordinario, che da qualche mese a questa parte scandisce le giornate del governo del cambiamento. E’ un fatto politico che per una volta, almeno apparentemente, prescinde dalle pazzie economiche, dagli istinti antieuropeisti, dalle velleità sfasciste e che riguarda un terreno difficile da affrontare senza una chiave di lettura di carattere moralista: il linguaggio della paura. Oggi vi descriviamo il tema provando a mettere insieme alcuni messaggi inviati ai propri elettori da Matteo Salvini e da Luigi Di Maio. Messaggi che ci dimostrano ancora una volta, e da una prospettiva differente, che la romanizzazione dei barbari, e la trasformazione in moderati dei populisti, è un qualcosa che semplicemente non sta avvenendo, perché la competizione tra due populismi, purtroppo per l’Italia, sta producendo un’escalation di estremismo. L’estremismo, almeno per il momento, lo si trova al livello del linguaggio. Ma se è vero, come diceva Ludwig Wittgenstein, che “i limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo”, il mondo disegnato dal linguaggio populista è un mondo che comincia a fare paura. Prendete carta e penna e segnatevi queste frasi. La prima frase che ci ha colpito è quella usata dal portavoce del presidente del Consiglio, Rocco Casalino.

E’ il 22 settembre e alcuni giornali, tra cui il Foglio, danno conto ai propri lettori di una frase choc consegnata dal portavoce del premier ad alcuni cronisti: i tecnici del Mef, “o ci trovano i 10 miliardi per il reddito di cittadinanza o dedicheremo il 2019 a far fuori tutti questi pezzi merda”. Pezzi di merda. Piuttosto che scusarsi, cospargendosi il capo di cenere, il partito di riferimento di Rocco Casalino, il Movimento 5 stelle, sceglie invece di difendere le parole di Casalino pubblicando il seguente post: “Siamo assolutamente convinti (ed è sotto gli occhi di tutti) che nei ministeri c’è chi ci rema pesantemente contro… La spalla di questi uomini del sistema sono i giornali del sistema. Difendono tutti gli stessi interessi: i loro. Il MoVimento 5 Stelle difende quelli dei cittadini”.

Passano pochi giorni e arriviamo al 25 settembre. Stavolta a parlare è direttamente Luigi Di Maio: “Sia dannato il giorno in cui venne fatto il Jobs Act. Chi lo ha fatto non deve essere chiamato statista ma assassino politico”. In un paese dove chi ha provato a riformare il mercato del lavoro ha spesso pagato con il sangue il prezzo delle proprie idee – Di Maio dovrebbe conoscere le storie di Ezio Tarantelli, Antonio Da Empoli, Marco Biagi, Gino Giugni e Massimo D’Antona – il ministro del Lavoro arriva invece a criminalizzare i suoi avversari politici, e a legittimare questo metodo, dando esplicitamente a uno di questi, Matteo Renzi, dell’assassino. Niente male. Ma andiamo ancora avanti. Arriviamo al 27 settembre. Stavolta tocca a Matteo Salvini. Nel casertano, la polizia arresta il quarto componente di una banda che ha rapinato e aggredito due coniugi in una villa a Lanciano, in provincia di Chieti, e di fronte alla notizia che l’arrestato, come il resto della banda, è di nazionalità romena il ministro dell’Interno scrive su Twitter le seguenti parole. “Preso anche il quarto rapinatore straniero infame”. Un ministro dell’Interno, che gioca con gli stranieri con la stessa disinvoltura con cui gioca con i conti dell’Italia, sceglie di mettere una accanto all’altra due parole chiave. Straniero. Infame. Tutto normale? Passano pochi giorni, il governo trova un accordo sullo sforamento del deficit, Di Maio, insieme con i ministri del Movimento 5 stelle, sale sul balcone di Palazzo Chigi e poche ore dopo, in diretta tv, dirà che “da lì, da quel balcone, per tanti e tanti anni, si sono affacciati gli aguzzini del popolo italiano”.

Aguzzini. Cioè boia. Cioè oppressori. Cioè esecutori di condanne a morte. Tutto normale? Passano poche ore e Di Maio alza ancora di più l’asticella della sua creatività sfascista. La manovra non piace, la credibilità dell’Italia va in sofferenza, i mercati sono in movimento, lo spread schizza e il vicepremier non si tiene più. Prima dice che il Pd e Forza Italia “con i loro giornali creano terrorismo mediatico per far schizzare lo spread”. Poi insiste dicendo che “qualche istituzione europea gioca con le sue dichiarazioni a fare terrorismo sui mercati”. Passano ancora poche ore e Salvini, per rincorrere il suo vicino di banco a Palazzo Chigi, sceglie di dare dell’ubriaco al presidente della Commissione europea, dicendo, non si sa se con un mojito in mano, di voler parlare “solo con persone sobrie”. Non soddisfatto, il 2 ottobre il ministro dell’Interno, una volta venuto a conoscenza dell’arresto del sindaco di Riace per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, sceglie di non ripetere le frasi oscene già usate contro i magistrati nel giorno in cui è stato indagato per il caso Diciotti (“Io sono stato eletto, i pm no”) ed esulta sui social network diffondendo ovunque immagini del sindaco Lucano con Roberto Saviano e dando di gomito così ai suoi elettori: “Accidenti, chissà cosa diranno adesso Saviano e tutti i buonisti che vorrebbero riempire l’Italia di immigrati”. Poche ore dopo l’arresto, tre quarti dei capi di imputazione vengono smontati dal giudice per le indagini preliminari ma a quel punto il garantista Salvini è impegnato a insultare ancora la Commissione europea e tra un tweet e un altro si dimentica di commentare la condanna a dodici anni di carcere per strage, porto abusivo d’armi, danneggiamenti con l’aggravante dell’odio razziale inflitta in primo grado a un militante della Lega di nome Luca Traini. Un ministro dell’Interno che esulta per l’arresto senza prove di un suo avversario politico e che non condanna esplicitamente un militante del suo partito condannato in primo grado per tentata strage con l’aggravante di odio razziale. Tutto normale? Tutto normale.

Ci sarebbe molto altro da raccontare sul delirio populista se volessimo andare di qualche altro giorno indietro nel tempo. Ma ci limitiamo a commentare solo questo flusso di parole per provare a mettere insieme un piccolo commento. Che cosa si può dire sulla gara di rutti tra Salvini e Di Maio? Si può dire che chi pensava che i populisti al governo sarebbero diventati moderati, a oggi ha già perso la sua scommessa. Si può dire che chi pensava che Salvini e Di Maio avrebbero scelto dai banchi di governo un approccio diverso rispetto a quello scelto dai concorrenti dei reality show per vincere il televoto, a oggi ha già perso la sua scommessa. Si può dire che giocare con gli insulti e con il turpiloquio è preoccupante non per questioni di carattere educativo ma per problemi di carattere politico, perché è la spia di una tendenza a giocare costantemente con gli alibi (gli stranieri infami, gli assassini politici, i terroristi europei) per nascondere la propria incapacità a risolvere i problemi del proprio paese. Si può dire questo e molto altro, e si potrebbe dire che la ricerca costante dell’alibi è una caratteristica del “presentismo”, di chi si concentra cioè solo sul televoto del presente dimenticando la storia del proprio paese e rinunciando a occuparsi del futuro della propria nazione. Ma di fronte alla forza delle male parole usate dai populisti, e di fronte al rischio di alimentare ogni giorno un’idea estremista, esiste anche un altro problema che riguarda coloro che dovrebbero provare a opporsi al linguaggio dello sfascio sovranista. E qui il problema potrebbe essere così sintetizzabile: l’egemonia esercitata dai populisti sul linguaggio della politica ha la forza di lasciare gli avversari senza parole. Si può ironizzare quanto si vuole sulle modalità truci del governo ma il fatto su cui occorrerebbe riflettere è che i populisti hanno dei messaggi tanto pericolosi quanto chiari che riescono a imporre. Hanno dei sogni che hanno scelto di difendere con i denti. Per chi invece considera quei sogni come degli incubi il problema è esattamente quello che abbiamo descritto: essere senza parole. Prima ancora di riflettere su chi dovrà essere un giorno a guidare il fronte antisfascista vale dunque la pena ripartire da qui. Dalle parole giuste per inquadrare il problema e dalle parole giuste per dimostrare che quello che i populisti considerano un sogno, distruggere l’Europa, sfasciare i conti del paese, far saltare l’Euro, rimettere in discussione la scienza, stravolgere la natura della nostra democrazia, per noi invece è un incubo. Per noi la parola giusta da contrapporre all’oscurantismo populista è una ed è libertà.

Claudio Cerasa

Lotta di classi (di età) e pensioni
Ugo Intini
Il Foglio

di Ugo Intini

Purtroppo è possibile una lettura particolarmente cruda del problema economico che ci sta di fronte.

I gialloverdi hanno bisogno di un fiume di soldi per mantenere le loro promesse elettorali. Potrebbero tentare di trovarli innanzitutto promuovendo uno nuovo e robusto sviluppo. Ma l’Italia è su questo punto la maglia nera d’Europa (da oltre un decennio) non certo per caso. Le cause sono tante, continuamente e giustamente sottolineate, ma si trascurano spesso le due più importanti. Anzi, si guardano le pagliuzze ignorando le travi. La prima trave è che siamo un Paese di vecchi e che mai (ovviamente) la vecchiaia è stata un motore per lo sviluppo. La seconda trave è stranamente poco nota all’opinione pubblica. I giovani sono pochi, troppi di loro (i più preparati) vanno all’estero, ma soprattutto -questo è il punto- sono i meno istruiti tra quelli dei Paesi avanzati. Per numero di laureati in percentuale rispetto alla popolazione, siamo infatti intorno al 34º e ultimo posto tra i Paesi dell’OCSE. Sembra incredibile, ma è così.

Se siamo un Paese di vecchi, se i pochi giovani sono i meno istruiti e se conseguentemente la nostra competitività declina continuamente, occorrerebbe una straordinaria mobilitazione nazionale per le nascite, per la scuola e l’università. Ma a parte le chiacchiere (poche persino queste) la mobilitazione non si vede. E non c’è da stupirsi. Anche se si prendessero decisioni immediate ed efficacissime, i risultati si otterrebbero a lunghissimo termine, non foss’altro perché un neonato impiega vent’anni a diventare adulto. I politici, come si sa, hanno bisogno di risultati subito, prima delle elezioni (sempre imminenti) e quindi parlano d’altro.

E allora? Dove si trova il fiume di denaro? Si potrebbe lanciare una grande campagna contro l’evasione fiscale, che è a livello non europeo ma sudamericano e sottrae molto più di 100 miliardi all’anno alle casse dello Stato. Per non parlare dei 104 miliardi di contributi evasi (accertate ma non riscossi) dall’INPS. Tema che non sembra appassionare il presidente Boeri. Ma i risultati sarebbero difficili da conseguire, la campagna sarebbe disastrosamente impopolare ed è diffuso il sospetto che molte piccole aziende, se pagassero davvero correttamente le imposte, fallirebbero.

Ecco allora l’alternativa possibile, che sembra la preferita dai Grillini: cercare i soldi nelle tasche dei pensionati. Con la campagna sui vitalizi degli ex parlamentari, già hanno creato un precedente aggredendo la più impopolare delle categorie e già sono riusciti a etichettare come un furto le quote di pensione percepite dai cittadini ma non coperte dai contributi versati. Per gli anni dal 1969 (data della riforma pensionistica Brodolini che ha perfezionato il metodo “retributivo”), sino al 1996 (data dell’entrata in vigore della riforma Dini) mai i contributi hanno costituito una copertura sufficiente per le pensioni erogate. Dai militari ai poliziotti, dagli elettrici ai ferrovieri, sono milioni i pensionati particolarmente privilegiati, cui si aggiungono tutti i rimanenti (comunque privilegiati rispetto a oggi) che hanno goduto tra il 1969 e il 1996 della riforma Brodolini e dei successivi ulteriori vantaggi erogati. Nel 2001 ad esempio (è il caso più clamoroso) 531.752 dipendenti statali prendevano la pensione dopo essersi ritirati dal lavoro tra i trenta e i quarant’anni, con 15 anni (le donne) e 20 anni (gli uomini) di contributi versati. Il tutto grazie a una legge del 1973. Il risultato finale è che, tra i contributi versati e le pensioni percepite, esiste a favore degli anziani uno sbilancio complessivo di circa 46 miliardi all’anno. Si tratta di una grossa torta, che fa immensamente gola ai Grillini. Sdoganata la teoria che i 46 miliardi sono il frutto di un furto, messe in stato di colpa alcune generazioni di anziani, possono predicare che va ottenuta la restituzione del maltolto per proteggere i più deboli. Possono cominciare a saggiare la capacità di reazione delle categorie colpite (e soprattutto la determinazione della Corte Costituzionale nel difendere il principio di non retroattività delle leggi) tagliando come assaggio qualche fetta della torta. Adesso attaccano i redditi netti sopra i 4mila euro. Poi si vedrà. Magari, quando incalzeranno situazioni eccezionali di bisogno, si potrà scendere a 3mila, o a 2mila, oppure inventare qualche abile forma di prelievo più fantasiosa e propagandisticamente spendibile.

Due anni fa, ho scritto un libro, con la prefazione di Giuseppe De Rita, intitolato “Lotta di classi tra giovani e vecchi?“.  Vedevo, sulla spinta del Grillismo nascente e della “rottamazione” cara a Renzi, la prospettiva che dalla vecchia “lotta di classe” si passasse alla “lotta di classi” di età. E’ quello che sta avvenendo. Il movimento 5 Stelle, agli anziani, cerca di togliere la pensione, con il sostegno anche di una propaganda pauperista e rancorosa nei confronti delle vecchie classi dirigenti (specialmente della prima Repubblica), meritevoli di una punizione per aver tolto ai giovani (questa è la tesi esplicita di Di Maio) una dignitosa prospettiva per il futuro. L’obbiettivo pratico e finale, neppure nascosto, è una operazione Robin Hood consistente nel togliere ai vecchi “privilegiati” per dare alle loro presunte vittime, ovvero ai giovani disoccupati.

Questa narrazione è ormai in fase avanzata e i politici della prima Repubblica che hanno costruito il generoso sistema pensionistico oggi contestato vengono ormai da tutti (non dai soli Grillini) dipinti come degli irresponsabili. Il ministro socialista Brodolini, padre della riforma pensionistica approvata nel 1969, potrebbe sembrare il primo colpevole. Certo (specialmente negli anni ‘70) sono stati commessi gravi errori e leggerezze. Ma si dimentica che, nei tre anni precedenti la riforma Brodolini, il prodotto nazionale lordo era salito non dello “zero virgola qualcosa” (come oggi siamo abituati) bensì complessivamente del 20 per cento: a livelli più che cinesi. Si dimentica che nel 1970 il sistema previdenziale spendeva 100 ma incassava 105,3 ed era pertanto largamente in attivo. Potevano immaginare i governanti di allora che, per la catastrofica crisi delle nascite e per la disoccupazione, nella seconda Repubblica, ad esempio nel 2002, lo stesso sistema previdenziale avrebbe speso 100 e incassato 72,7?

La “lotta di classi” ormai evidente ha certo per i proponenti delle difficoltà. La prima è ovvia. Purtroppo gli anziani, con le loro pensioni, mantengono spesso figli e nipoti. La seconda è facilmente intuibile. La paura e l’incertezza che si introduce nella vita dei pensionati diminuirà i loro consumi, abbattendo ulteriormente la domanda e quindi aggravando il ristagno economico. La terza difficoltà è forse troppo sofisticata per essere percepita dai nuovi governanti pentastellati. I mercati e gli investitori sono scoraggiati dall’incertezza del diritto. Già essa è alta in Italia per la tradizionale lentezza e inefficienza della giustizia. Adesso, si aggiungono scelte allarmanti. Da Londra a New York, da Parigi a Berlino, si ragiona con il vecchio buon senso popolare. Oggi rimettete in discussione i diritti acquisiti e togliete i soldi ai vostri stessi pensionati? Oggi minacciate di stracciare i contratti internazionali per TAV e TAP? Oggi ridiscutete gli accordi siglati per l’ILVA? Domani potreste dichiarare default sul debito pubblico e prendere una deriva “argentina”. Gli Stati sono come le persone: quando cominciano a non rispettare gli impegni presi anche su un solo punto, perdono completamente credibilità e affidabilità su tutti gli altri.

Ugo Intini

Da Mani Pulite alla “Casta”, l’antipolitica ha finito per avvantaggiare i reazionari
Sofia Ventura
L’Espresso

«Se vince il No, vincono il sistema e la nomenklatura che vogliamo sconfiggere». Era il 13 aprile 1993, erano le parole di Mario Segni. Il 18 aprile quasi 29 milioni di cittadini dissero sì all’abolizione di un passaggio della legge elettorale per il Senato che l’avrebbe trasformata in una legge maggioritaria. Un plebiscito per scuotere un sistema politico percepito come immobile e incancrenito; il maggioritario come arma, e speranza, per un rinnovamento della politica. Sostenendo la necessità del referendum, scriveva Leo Valiani sulla prima pagina del Corriere della Sera del 12 gennaio 1993: «Una politica senza ideali conduce invariabilmente alla corruttela. A sua volta, la corruttela finisce con lo sbocco nel vicolo cieco della paralisi. Non ne siamo lontani».

Intanto nel 1992, annus horribilis, l’anno dei tragici attentati a Falcone e Borsellino, si apriva Mani Pulite. La nemesi per un ceto politico corrotto, la via giudiziaria al rinnovamento del paese. Probabilmente, per alcuni degli stessi magistrati si trattava di compiere una missione salvifica. Comunque, vi era la consapevolezza di star partecipando a ben altro che una semplice serie di inchieste giudiziarie, pur rilevanti: nel 2011, Francesco Saverio Borrelli, che guidò il Pool Mani Pulite, amaramente ammise «Non valeva la pena di buttare all’aria il mondo precedente per cascare poi in quello attuale».

Il vento della rivoluzione fu alimentato dai media e soffiò potente sull’opinione pubblica. Mani pulite divenne la «serie» più seguita. La drammatizzazione mediatica di quegli eventi prese forma oltre che attraverso la stampa, attraverso le immagini televisive: le dirette dal Palazzo di Giustizia di Milano, i volti di uomini sino a quel momento potentissimi che entravano improvvisamente nelle case degli italiani, attraverso le immagini dei TG, seduti al banco degli imputati, spesso impauriti e confusi.

Chi ha l’età per farlo, ricorda Arnaldo Forlani, intimorito, con la bocca secca, con lo sguardo a tratti spaesato, di fronte ad un agguerrito Antonio di Pietro. Di Pietro e gli altri. Accanto ai potenti nella polvere, sottoposti a quelli che Giglioli, Cavicchioli e Fele, in un volume del 1997, definirono «riti di degradazione mediatica», spiccavano gli eroi del pool, i buoni, i magistrati.

La loro enorme popolarità fu registrata dai primi sondaggi dell’epoca e il sentimento antipartitico fu confermato dal risultato di uno dei referendum che si tennero nel ’93 insieme a quello elettorale, quello per l’eliminazione del finanziamento pubblico ai partiti: più di 31 milioni di sì. Pochi, come hanno osservato Colarizi e Gervasoni (La Tela di Penelope, Laterza, 2012), si sforzarono di spiegare agli italiani che le difficoltà del Paese, i suoi conti pubblici in dissesto trovavano le proprie ragioni anche nel fatto che a lungo il paese stesso aveva vissuto al di sopra delle proprie possibilità.

Molto più semplice era trovare un capro espiatorio nella corruzione dei partiti. Dimenticando che l’esplosione della spesa pubblica si era accompagnata a pratiche del consenso, distributive e clientelari, delle quali gli stessi cittadini avevano usufruito. E che la stessa corruzione era un fenomeno che poneva in relazione la politica con quella società civile che si voleva monda da ogni colpa.

Da questo contesto nacque la Seconda Repubblica. Da un profondo sentimento antipolitico. Per Mauro Calise la mobilitazione referendaria ebbe il merito di canalizzare la profonda sfiducia verso i tradizionali circuiti rappresentativi (La Terza Repubblica, Laterza, 2006). Anche la riorganizzazione del sistema politico attorno ai due poli del centrodestra e del centrosinistra ha rappresentato un nuovo tipo di offerta politica in grado di mobilitare gli elettori dopo il crollo del precedente sistema. Ma nell’uno e nell’altro caso, un confuso sentimento di avversione ha continuato, pur canalizzato, a perpetuarsi.

Nel 1993 l’ondata per il maggioritario si accompagna all’ondata contro il finanziamento ai partiti. La differenza «antropologica», rimarcata sin dagli esordi da Berlusconi, dell’imprenditore homo faber rispetto alla precedente politica «di chiacchiere inutili, di stupide baruffe e di politicanti senza mestiere», nonostante il passare degli anni e lunghe esperienze di governo non scompare mai e si ripropone, ad esempio, ogni volta che il leader della coalizione denuncia i politicanti alleati che frenano l’homo faber. E si confonde e parzialmente si sovrappone all’altra dicotomia: «noi», i liberali, «loro», i comunisti.

Dal canto suo, la sinistra, anche nella sua reincarnazione nel Partito democratico, e intesa anche in senso lato, come universo culturale, per lungo tempo non rinuncia alla speranza di una via giudiziaria che possa mettere fuori gioco il potente «nemico», corruttore del costume e dell’immaginario degli italiani (e non solo).

Sopravvissuta senza troppi danni al ciclone di Tangentopoli, si fregia della pretesa di una superiorità morale. Una pretesa che riprende, o perpetua, quello scartamento dalla politica all’etica del Pci berlingueriano, riproponendone i gravi limiti. « La sinistra di tutte le sfumature ha trovato nella denuncia morale un comodo surrogato dell’iniziativa politica – notava alcuni anni fa Claudia Mancina (Berlinguer in questione) – E proprio come Berlinguer (…) non coglieva la necessità di intervenire su nodi istituzionali come la definizione giuridica dei partiti, le forme del finanziamento pubblico, i regolamenti parlamentari, ecc., così i Ds prima, e poi il Pd non hanno saputo sviluppare iniziative coerenti su questi temi, muovendosi sempre di rimessa, sempre in ritardo».

Le elezioni del 2008 creano l’illusione di un sistema che si consolida su due grandi partiti, il Pdl e il Pd. Ma entrambi continuano a privilegiare il messaggio del nemico da abbattere, del «noi» e «loro», sottovalutando la necessità di intervenire sui meccanismi della cosa pubblica e sui nessi perversi tra politica, economia e amministrazione (o forse non trovando conveniente farlo), così come sui propri meccanismi di funzionamento, dalla formazione e reclutamento del proprio personale politico al raccordo tra centro e periferia. E la corruzione, il malcostume, l’uso partigiano delle istituzioni, a livello nazionale e soprattutto locale, insomma, una pessima politica, continuano ad essere lo stigma del «caso italiano», nonostante l’illusione purificatrice di Tangentopoli.

La nuova politica non è migliore della vecchia, anzi, come qualcuno ha osservato, se prima si rubava per fare politica, sempre più nuovi arrivati, dentro a partiti sempre più liquefatti e al tempo stesso abbarbicati alle risorse del potere, fanno politica per rubare. Semmai, l’eredità della quasi-tabula rasa di Tangentopoli è la casualità delle carriere, l’incompetenza, la mediocrità. E nessuno interviene, nessuno guarda dentro di sé, perché il messaggio è sempre che «è colpa loro».

E così il pessimo spettacolo che la politica offre di sé, amplificato da pratiche trasformistiche che il cinismo italiano trasforma in linguaggio comune («come uno Scilipoti qualunque») e in maschere come il Razzi di Maurizio Crozza, nutre di nuovo una reazione che utilizza l’unico vero linguaggio egemone della politica italiana, l’antipolitica.

Alimentato dagli stessi partiti che avrebbero dovuto consolidare una nuova Repubblica (ma che, in modi diversi, hanno le loro radici nella «rivoluzione giudiziaria» degli anni Novanta), ora si trasforma nella cifra di una nuova forza politica, il Movimento Cinque Stelle, che a lungo su questo piano non avrà rivali. E ancora una volta i media forniscono un contributo fondamentale. Il pluriennale racconto di una società corrotta a causa di una politica corrotta (che assolve i cittadini e identifica facili colpevoli) si trasforma nel frame dominante della «casta» – alla quale opporre una politica anti-casta – con il travolgente successo (un milione e settecentomila copie in sette mesi) del libro di Stella e Rizzo, La Casta, appunto, pubblicato nel 2007, che rappresenterà un modello vincente per il racconto della politica.

Modello fatto proprio anche da diverse trasmissioni televisive e talk show, sino ad oggi. Anche il tentativo di rinnovamento del Partito democratico, e poi dell’Italia, messo in campo da Matteo Renzi non riesce a sfuggire alla gabbia dell’antipolitica, dall’idea della rottamazione della vecchia guardia del partito a, soprattutto, una legittimazione del proprio agire attraverso la costruzione di continui nemici «dell’Italia» più o meno immaginari, sino alla messa a punto di una riforma costituzionale costruita alla bell’e meglio per potersi rappresentare come il grande innovatore che ha sconfitto, ancora una volta, anche lui, la vecchia politica: «questa riforma (…) è contro la Casta, contro il sistema vigente: non a caso la proponevamo dai tempi della Leopolda» (QN, 22 novembre 2016). Alla fine la strada è stata aperta a chi dell’antipolitica è risultato maestro, perché privo di ogni vincolo culturale o tabù. Il M5S, si è detto, e ora anche la Lega di Salvini, che ha trasformato l’originaria Lega Nord di Umberto Bossi, che già aveva contribuito al surriscaldamento del discorso politico e al clima anti-politico della Seconda Repubblica, in una estrema destra populista.

Tra i maggiori responsabili del fallimento della Seconda Repubblica, i grandi partiti (con la corresponsabilità di un sistema mediatico troppo invischiato nel confronto politico e al tempo stesso sedotto dal racconto facile e popolare da somministrare ad una opinione pubblica sempre più resa irresponsabile) hanno soprattutto proiettato fuori di sé ogni problema e cercato consenso nella demonizzazione dell’avversario, inibendo ogni seria progettualità per sé e per il paese. Oggi osservano, come pugili suonati, il populismo, l’antipolitica al potere. E quel che è peggio è che pensano di combatterla semplicemente facendo dell’anti-anti-politica, che però, di fronte al messaggio cinico e potente dei nuovi governanti, appare nulla più che un lontano balbettio, un rumore di sottofondo. Per la pars construens, se qualcosa di loro sopravvivrà,dovremo forse aspettare la Quarta Repubblica.

Sofia Ventura

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Europa, i timori politici sull’Italia e il rischio del contagio
Ugo Intini
Il Mattino

Ugo Intini

L’allarme dell’Europa sulla svolta in Italia è politico prima che economico. Nasce dalla storia prima che dalle cifre, non riguarda soltanto il tema dell’euro e dell’Unione. Lasciamo da parte le vignette della stampa tedesca e i luoghi comuni. Può non piacere, ma nel nostro Paese, dall’inizio del secolo scorso, si è manifestata una catena di casi assolutamente unici.

Al sorgere del ‘900, in tutto l’Occidente, si sviluppò un movimento dei lavoratori ispirati alla lotta di classe e al marxismo. Ovunque prese la strada del socialismo democratico. Soltanto in Italia hanno prevalso le pulsioni anarcoidi, massimaliste, infine filo bolsceviche. E soltanto da noi-sempre-il riformismo è stato in minoranza.

Dopo la prima guerra mondiale, conclusa con otto milioni di morti e venti di feriti, i sacrifici immani provocarono dovunque tensioni drammatiche. Ma soltanto in Italia, all’inizio degli anni ’20, questi portarono al fascismo. Che come una malattia contagiosa da Roma si estese poi in forme più o meno virulente a Germania, Spagna, Portogallo, Ungheria, Romania. Che ebbe un seguito importante in Francia e Gran Bretagna. Che ispirò il peronismo in Argentina e America latina. Che affascinò nel terzo mondo i fondatori dell’attuale partito di governo indiano e quelli del socialismo nazionalista arabo (destinato a trionfare nel secondo dopo guerra: dall’Egitto, alla Siria, all’Iraq).

Il 68, partendo dalla California e da Parigi, ha cambiato il costume e ha contribuito a rinnovare la politica in tutto il mondo. Soltanto in Italia (forse qualcosa di simile si può dire per Argentina e Uruguay) la sua componente violenta ha prevalso e si è consolidata negli anni, portando migliaia di giovani a fiancheggiare negli anni di piombo il cupo fanatismo leninista delle Brigate Rosse. Mentre altri bruciavano la propria e la altrui vita con il terrorismo neofascista.

Dopo la caduta del muro di Berlino, tutti i grandi partiti democratici europei ebbero la necessità di rinnovarsi e riposizionarsi. Molti furono scossi da scandali finanziari. A cominciare dalla CDU tedesca (che vide inquisito il suo capo storico Kohl) e dal partito socialista francese dove, per la sua attività di tesoriere, fu incriminato il leader storico e presidente del Parlamento Henry Emanuelli. Ma soltanto in Italia le inchieste giudiziarie, trasformandosi in “rivoluzione” distrussero l’intero sistema istituzionale e cancellarono completamente i partiti democratici attraverso una ondata di antipolitica da allora mai rifluita.

Dopo il crollo dei mercati finanziari e l’interminabile recessione seguita, la politica tradizionale è stata contestata ovunque da movimenti cosiddetti populisti. In tutto il nostro continente la costruzione europeista è stata presa bersaglio. Ma-e qui veniamo all’oggi-in nessun grande Paese dell’area euro il populismo ha prevalso, né si è creata una rottura di continuità rispetto ai gruppi dirigenti o all’establishment consolidato. C’è stato qualche brivido in Francia, dove per un istante la Le Pen, legata a Salvini da una grande e reciproca ammirazione, è sembrata poter prevalere. Ma la destra populista non si è saldata con l’estrema sinistra di Malenchon. Soprattutto, l’establishment europeista e democratico ha trovato un leader di grande esperienza politica e professionale come Macron, in grado di prendere il timone.

Massimalismo rivoluzionario nel movimento dei lavoratori, fascismo, eversione rossa e nera degli anni ’70, distruzione per via giudiziaria dei partiti democratici storici e infine l’attuale trionfo populista sono dunque i casi unici dell’Italia. Evidentemente collegati tra loro per ragioni che, se si volesse approfondirle, richiederebbero la lettura non di un mio articolo, ma di molti libri di autorevoli cattedratici.

La catena delle unicità italiane è incontestabile, nota a tutti i dirigenti democratici europei e per tutti ovviamente inquietante. Il problema dei conti è grave e ben presente, certo. Ma quello storico e politico è anche più grave. L’Italia è infatti troppo importante e le malattie della sua democrazia, in un’Europa oggi molto più interconnessa, possono provocare un contagio difficile da circoscrivere. Questo è il punto e questa è la posta in gioco.

Gli interlocutori soprattutto francesi e tedeschi, continuatori dei partiti storici che hanno costruito l’Europa e che nel nostro Paese sono spariti, cominciano a dire riservatamente che i contabili e i banchieri hanno da mettersi le mani nei capelli leggendo il programma del governo giallo verde. Ma che una soluzione sui bilanci si può sempre trovare e che ormai il problema è anche più grave. Si dividono tra ottimisti e pessimisti. I primi partono da una considerazione non lusinghiera per noi. Osservano infatti che il nostro è pur sempre il Paese della Commedia dell’Arte: di Pulcinella e Arlecchino. In fondo, il perno della rivoluzione politica italiano è stato un comico e magari tutto finirà perciò senza serie conseguenze: in una risata o meglio in uno sberleffo.

I pessimisti osservano che quanto succede in Italia è unico non soltanto in Europa, ma nel mondo. E che non ci si trova di fronte a un sistema distrutto da un movimento populista, con la sua ideologia e i suoi programmi, magari sbagliati ma precisi, costruiti con coerenza nel tempo. Ci troviamo di fronte, a loro parere, al collasso su se stesso del sistema. Crollato da solo e persino incapace di opporsi a quelli che, sommando estremismi inconciliabili, appare caos puro, che travolge i principi elementari non soltanto delle istituzioni, ma anche delle burocrazie, dei corpi dello Stato e delle organizzazioni in generale. A cominciare dai principi del merito, dell’esperienza, della competenza e della trasparenza nelle nomine (oggi al centro dell’attenzione). Secondo i pessimisti, non è soltanto l’antieuropeismo, ma la dissoluzione di uno Stato fondatore a mettere in pericolo gli altri Paesi del continente. Ai loro occhi, il simbolo del nuovo caso unico italiano, che si aggiunge a una lunga catena, è la persona stessa del presidente del Consiglio proposto. Mai al mondo si è infatti visto affidare il governo a quello che il New York Times ha definito “uno sconosciuto”.

Ugo Intini

La politica che fu e la generazione dell’antipolitica
Ugo Intini
Il Mattino

di Ugo Intini

Non si sa bene se e su quali nuove basi sia davvero nata una seconda Repubblica dopo la “rivoluzione” del 1992-94. E’ certo però che nell’ultimo ventennio, mentre si demonizzava la prima Repubblica, il reddito degli italiani ha avuto una crescita vicina a zero (mentre il reddito medio dell’area euro è cresciuto del 30 per cento). Adesso i Grillini annunciano trionfalmente la nascita della terza Repubblica, demonizzando la prima e la seconda. Speriamo che i numeri sul reddito non vadano in futuro anche peggio. Ma in tal caso saremo consolati dagli economisti del Movimento i quali hanno già spiegato che questi numeri sono parametri ormai antiquati, del tutto inadatti a misurare la felicità vera dei cittadini.

Di fronte alla performance dei nuovi dirigenti (di tutti gli schieramenti) qualcuno comincia a osservare che al loro confronto i politici della prima Repubblica erano dei giganti. Si tratta però di un giudizio frettoloso (non è d’altronde così importante che i singoli parlamentari attuali siano meglio o peggio dei precedenti). Il problema vero, gravissimo, è infatti un altro: la sparizione dei partiti. Perché da qui nasce la crisi della democrazia e della sua credibilità, non dalla qualità delle persone fisiche.

I padri fondatori della prima Repubblica avevano certo molti difetti. Ma nessuno poteva pensare che non credessero profondamente nelle cose che dicevano. Perché per le loro idee avevano rischiato o perso la vita e la libertà (propria o dei propri familiari). Questa loro autorevolezza si è riflessa (almeno sino a tutti gli anni ‘80) sui successori che essi stessi avevano scelto e che si ponevano in una condizione di continuità e rispetto: con una staffetta tra le generazioni e non con la contrapposizione oggi sempre più evidente.

In tutto il mondo (e nell’Italia della prima Repubblica) i partiti veri hanno, come le persone fisiche, una “reputazione”, ovvero una coerenza di comportamenti e valori che per i partiti stessi va molto aldilà dell’arco di una vita. Si rinnovano, evolvono, cambiano, certo. Ma il passato li rende affidabili: si sa cos’hanno fatto e si prevede perciò cosa faranno. Il trasformismo dei comportamenti, il sostenere improvvisamente tutto il contrario di tutto nasce per le formazioni politiche attuali anche dalla loro mancanza di radici. E giustifica il trasformismo individuale dei loro singoli rappresentanti, che nessun “contratto” o legge potrà impedire.

I partiti veri sono ovunque delle comunità. A livello locale e nazionale, I loro militanti si frequentano da anni e ciò fa emergere in modo quasi naturale le leadership. Le comunità della prima Repubblica, a livello di sezione, nuclei aziendali, circoli, si riunivano e discutevano continuamente. Cosicché i dirigenti conoscevano a fondo il Paese reale, senza le semplificazioni dei sondaggi. Dialogando con persone vere, non con una telecamera circondati da giovani figuranti che applaudono a comando o con i click del computer. Le comunità, sulla base dell’esperienza, elaboravano e aggiornavano proposte e programmi attraverso un lavoro collettivo. Di intellettuale collettivo parlava d’altronde Gramsci a proposito del suo partito. Il parlamentare o l’amministratore poteva anche essere di capacità limitate. Ma gli errori gravi gli erano evitati, perché a livello nazionale e locale i partiti avevano strutture, commissioni specializzate, uffici studi ad alto livello. Chi non sapeva, chiedeva e veniva guidato.

Il rappresentante poteva avere un curriculum professionale e scolastico scarso, ma sul piano dei comportamenti, del carattere, delle capacità di relazione, aveva subito una selezione durissima. Si cominciava infatti come consiglieri comunali e sindaci di un piccolo centro, poi come consiglieri e assessori di una città, infine, chissà, si diventava parlamentari o ministri. Perché ciascun militante, come i soldati di Napoleone, aveva nello zaino il bastone di generale.

Nelle riunioni interminabili di partito, di sindacato o di consiglio, si imparavano il confronto, la mediazione, il rispetto per i pareri opposti e anche l’umiltà, perché nel dibattito di sezione il manovale o il grande professionista si confrontavano (e magari scontravano) senza alcun timore riverenziale. Anzi.

C’è di più: la “grazia di Stato”, ovvero un concetto elaborato dai teologi cattolici che si potrebbe applicare a tutte le istituzioni, compresi i partiti. Per “Stato”, non si intende quello nazionale, con la “S” maiuscola, bensì lo “status“, ovvero il ruolo e la funzione. Può darsi-spiegavano un tempo i preti-che la persona fisica chiamata a diventare vescovo o cardinale sia troppo modesta. Ma, nel momento in cui lo diventa, acquista anche le capacità necessarie. Perché mai? Perché lo Spirito Santo gli fa questa grazia: “grazia di stato“, appunto. Per chi dubita degli interventi ultra terreni, la constatazione dei vecchi teologi conserva comunque una spiegazione logica. Il carisma della Chiesa e così forte da riflettersi sul prelato il quale, ancorché modesto, assume autorevolezza e credibilità, brillando di luce riflessa.

Fuor di metafora, è ingiusto prendersela con i politici attuali come persone. Semplicemente, un parlamentare modesto, nella prima Repubblica (almeno agli occhi dei suoi elettori) era ammantato dal prestigio del partito. Un parlamentare modesto, oggi, appare nudo e indifeso nella sua modestia.

I partiti e di conseguenza le democrazie sono in crisi o in affanno in tutto il mondo. Ma in Italia la loro distruzione è più totale e definitiva perché è cominciata non adesso, come ad esempio in Francia, ma 25 anni fa, nel 1992-94. In fondo, ha una parte di ragione il movimento Cinque Stelle quando parla di “terza Repubblica”. Siamo a una nuova e definitiva spallata dopo quella di Mani Pulite, ovvero alla liquidazione totale dei partiti.

Ciò che è peggio, la distruzione dei partiti è più grave in Italia che in ogni altro Paese moderno. Storicamente infatti noi non abbiamo mai avuto una solida borghesia degna di questo nome, non un corpo di gran commis e servitori dello Stato (con o senza divisa) capaci di diventare un pilastro della Nazione. Più che altrove, la “alfabetizzazione politica” degli italiani è stata opera dei partiti (persino, seppure con le sue aberrazioni propagandistiche, del partito fascista). Anche la maturazione dell’unità nazionale e avvenuta grazie al cemento dei partiti. Perché un comunista veneto o siciliano, ad esempio, si sentiva prima comunista, poi veneto o siciliano. Infatti l’unità nazionale si sta disgregando. Lo stesso sviluppo dell’unità europea è stato opera dei partiti e del loro legame con gli altri partiti europei appartenenti alla stessa famiglia. E anche per questo l’ideale europeista appare svanire.

Lo ha scritto con autorevolezza e concisione anche Sabino Cassese nel suo libro “La democrazia e i suoi limiti“ (Mondadori, 2017). “L’indebolimento dei corpi politici produce un vuoto di educazione civica e di selezione della classe dirigente“. E ancora decenni fa, il grande sociologo americano Lester Thurow osservava che l’indebolimento dei partiti politici porta con sé “tre grandi mali: localismo, lobbismo, corporativismo“. Mali che infatti in Italia si sono ingigantiti in modo canceroso.

Una intera generazione, dal 1992 a oggi, è cresciuta nella antipolitica o comunque nell’ignoranza di cosa è stato davvero la politica democratica. E a questa generazione appartengono non per caso (come osservava nei giorni scorsi Galli della Loggia ) tutti e tre i leader del momento: Di Maio, Salvini e Renzi. Ci sono tra loro molti altri tratti comuni, come ancora ha scritto Galli della Loggia, e il rapporto tra i primi due nasce anche (forse soprattutto) proprio dall’appartenenza a una nuova generazione contrapposta alla “vecchia politica”. La crisi italiana viene alimentata in tal modo da un nuovo conflitto, quello dei giovani contro gli anziani: la “lotta di classi” di età” (è il titolo di un mio libro) si sostituisce alla “lotta di classe” un tempo cara ai comunisti. E diventa una tra le chiavi di lettura principali per interpretare quanto sta accadendo. Si tratta di un altro caso unico tra le democrazie, che per di più contrappone ai “vecchi” non giovani dalla preparazione eccezionale (come Macron), né in continuità con l’establishment (ancora come Macron o come il nuovo premier austriaco Kunz), ma di scarsa cultura, di nessuna esperienza al di fuori della politica e in una posizione di rottura con il passato. A ben vedere, la comune insofferenza di Salvini e Di Maio verso Berlusconi è anche un simbolo di questa contrapposizione.

I partiti di una volta non potranno più tornare. L’ultimo erede di uno di essi, ovvero il PD (nato dal PCI) ha tagliato tutte le sue radici e cancellato la sua storia (quella buona insieme a quella cattiva) per seguire la moda “anti partitocratica” e “anti casta”, contribuendo così al suo suicidio. Adesso è tardi. Costruire partiti moderni adatti all’oggi, ammesso che sia possibile, richiederebbe molto tempo e il tempo non c’è. Si può temere un crollo traumatico delle istituzioni o un degrado simile a quello dell’ultimo ventennio: il ventennio perduto” che, come si osservava all’inizio, ci ha declassato del 30 per cento rispetto all’Europa (e immensamente di più rispetto al resto del mondo).

Ugo Intini

Il “Veglione del Primo Maggio” a New York: maratona di interventi
Michela Demelas e Ilaria Maroni
La voce di New York

Il Primo Maggio è stato celebrato con 4 ore di dialogo ininterrotto sul lavoro, sulla storia, sulla nascita delle proteste e sui risultati di queste. Qualcuno che dormiva c’era, ma la maggior parte dei presenti é rimasta ammaliata da un’atmosfera surreale che parlava di ieri come se fosse un domani, e delle problematiche di oggi, comprensibili solo attraverso la grande lente della memoria.
Il Primo Maggio è arrivato anche quest’anno, per la 120esima volta, e gli italiani di New York hanno deciso di accoglierlo all’Istituto italiano di cultura nel modo migliore, con un Convegno di studi. Ieri, 30 aprile, la comunità italo americana ha infatti aspettato la festa dei lavoratori con ansia, assistendo ad una lunghissima maratona di interventi – durata 4 ore – riguardo alla storia, la cultura e le possibili sfaccettature che ha incarnato, e potrà incarnare in futuro, il lavoro.
Ma non è finita qui, stamattina la Rassegna Cinematografica al John D. Calandra Italian American Institute e la Liturgia di san Giuseppe Artigiano. A seguire, il reading e il canto In Memoria, al Museo di Ellis Island e tanto altro ancora.
“O vivremo del lavoro, o pugnando si morrà”, scriveva Filippo Turati nel suo Canto dei Lavoratori, e, il 30 aprile, una sessantina di persone sono state sedute, ininterrottamente, ad ascoltare la memoria di quella lotta, che appartenesse ad un secolo fa o agli incubi peggiori del mondo contemporaneo. Qualcuno che dormiva c’era, come da prassi in una veglia degna di tale nome, ma la maggior parte dei presenti é rimasta ammaliata da un’atmosfera surreale che parlava di ieri come se fosse un domani, e soprattutto parlava da New York all’Italia con grande dimestichezza.

Icona del Primo Maggio, 1898.
“Ci troviamo tra Scilla e Cariddi”, ha detto Luigi Bobba, Sottosegretario di Stato al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali del governo uscente ed ex presidente delle Acli, riferendosi alla piega che sta prendendo il mondo dei lavoratori nell’età moderna, che da una parte persiste nell’assenza di impiego e d’occasioni e, dall’altra, rischia di essere totalizzante e di non lasciare spazio a nient’altro.
Lo spessore del resto del Convegno di studi non è stato da meno. In ordine, sono intervenuti Francesco Genuardi, Console Generale a New York; Giorgio Benvenuto, presidente della Fondazione Bruno Buozzi; Tiziano Treu, Presidente del Cnel; Anthony Tamburri, Dean del John D. Calandra Italian American Institute; Luigi Troiani, professore universitario e columnist de La Voce di New York; Marco Zeppieri, della Fondazione Bruno Buozzi; Marcella Bencivenni, professoressa di Storia e direttrice dell’Italian American Review; Ugo Intini, ex direttore dell’Avanti! (leggi l’intervento integrale); Luigi Bobba; e Mario Mignone, direttore del Centro di Studi Italiani di Stony Brook…

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La crisi siriana e la revisione delle alleanze
Ugo Intini
Il Mattino

di Ugo Intini

Gli eserciti di Assad padre e di Saddam Hussein erano inquadrati e armati da Mosca. Già questo indica che la storia aiuta a capire quanto sta accadendo in Siria. Filippo Turati, a Gramsci e ai comunisti che se ne andavano dal partito socialista nel 1921, diceva. “Col tempo il mito russo sarà evaporato. Avrete capito allora che la forza del bolscevismo russo è nel peculiare nazionalismo che vi sta sotto e che è pur sempre una forma di imperialismo. Noi non possiamo seguirlo perché diventeremmo per l’appunto lo strumento di un imperialismo eminentemente orientale”.

Già allora, chi aveva “vision” capiva l’essenziale. Che Mosca guidava (chiunque la governasse) un impero. Che quello unificato dalla falce martello era la continuazione dell’impero zarista con l’aquila “bicipite”. Che si trattava di un impero strutturalmente non democratico. Perché sin dal tempo degli zar una testa dell’aquila guardava a Ovest (verso la modernità e la tecnologia) ma l’altra guardava a Est, verso l’imperialismo e quindi il dispotismo “orientale”.

Mosca, conquistato tutto ciò che si poteva a Oriente, sino a Vladivostok, pensava di espandersi a Sud, nel Mediterraneo, per una esigenza imperialista ma anche per difendersi con confini più sicuri. La grande Caterina (imperatrice dal 1762 al 1796) teorizzava la penetrazione nei “mari caldi“ e mandò il suo amante e ammiraglio Potemkin (sì, quello che ha dato il nome alla corazzata) a occupare la Crimea (tornata da poco, con la crisi Ucraina, di scottante attualità). Sconfisse per ottenerla l’impero ottomano, con il quale la Russia si scontrò di nuovo durante la guerra di Crimea (1853 -1856) e durante la prima guerra mondiale.

Lenin e Stalin continuarono a preoccuparsi del pericolo proveniente da Sud, anche perché temevano la destabilizzazione delle repubbliche sovietiche di popolazione musulmana (dall’Uzbekistan al Kazakistan). Sradicarono perciò spietatamente ogni traccia di religione islamica, deportarono milioni di persone. Eppure non bastò. Perché, quando nel 1941 arrivò l’armata nazista, un esercito di volontari di quelle repubbliche andò ad affiancarli. Ce lo ricordiamo anche in Italia dove, con i tedeschi, combatterono contro i partigiani quelli che chiamavamo “mongoli“, ma erano in verità proprio questi volontari passati con la Wermacht per odio verso i comunisti sovietici

Dopo la seconda guerra mondiale, Mosca usò l’ideologia per allargare a Sud la sua sfera di influenza (e il suo cuscinetto di protezione). Contrastando nello stesso tempo il neocolonialismo occidentale e l’islamismo. I militari siriani e iracheni (Assad e Saddam) erano laici, anti occidentali e ispirati dal Baas-Baat (il partito socialista arabo). Erano alleati ideali, come si è ricordato all’inizio, da armare e proteggere. Assad padre era addirittura un alleato naturale, perché apparteneva a una setta minoritaria sciita (gli alauiti) e quindi era il nemico giurato del mondo religioso sunnita (quello che poteva insidiare le repubbliche musulmane sovietiche e poteva creare un vasto fronte coeso ai confini meridionali dell’Urss).

Proprio questo possibile fronte era l’incubo di Mosca e spiega in parte la guerra in Afghanistan. Nel 1989, andai a trovare Vladimir Falin, il successore del mitico Suslov nella carica di responsabile esteri del partito comunista sovietico. Aveva appena gestito la fine della guerra in Afganistan e la ritirata dell’Armata Rossa. Ma ancora difendeva la scelta di invadere Kabul. Mi disegnò un quadro che a quei tempi in Occidente era sconosciuto. Mi spiegò che i generali laici (e appoggiati da Mosca) dell’Afganistan erano minacciati dal fondamentalismo islamico. Che, se il fondamentalismo conquistava Kabul, poteva innestare con un effetto domino la crisi nelle repubbliche sovietiche di tradizione islamica. Che anche noi occidentali avremmo dovuto preoccuparci per il resto del Medio Oriente e quindi per la sicurezza nel Mediterraneo.

Nel 2001, pochi mesi prima che fosse assassinato da Bin Laden, ho incontrato al confini tra Afganistan e Tagikistan il generale Massud (che certo filo sovietico non era, perché aveva guidato la vittoriosa guerra di liberazione contro i russi). Mi ricordava con rimpianto che, quando a Kabul dominava Mosca, lui studiava ingegneria al Politecnico e le sue compagne di corso portavano la minigonna.

In effetti, ancora oggi, se si guardano le manifestazioni di sostegno a Assad (vere o inscenate dalla propaganda del regime siriano) si nota che le donne velate non esistono. Perché il cristianesimo ortodosso degli zar prima, l’ateismo comunista poi (e un mix tra i due oggi con Putin) sono ancora il nemico numero uno del fondamentalismo islamico. Il quale d’altronde, con l’Isis, ha ricominciato a sognare qualcosa di simile all’impero ottomano: una mezzaluna sunnita che vada dalla costa atlantica del Marocco all’Afghanistan, tenuta insieme non da un imperatore corrotto a Istanbul, ma dalla purezza del Corano.

Questo è il pericolo mortale per la Russia, che non occupa più le repubbliche ex sovietiche, ma vede pur sempre in esse un’area di influenza vitale, dove quasi 60 milioni di persone che parlano russo sono minacciate dall’estremismo islamico. E in parte lo alimentano. Perché in Siria e in Iraq molti combattenti dell’Isis sono fanatici provenienti dall’Uzbekistan e dalle Repubbliche circostanti.

Questo pericolo è mortale per la Russia e anche per noi. Ci ricorda che abbiamo certo a che fare, a Mosca, con un imperialismo e con un dispotismo orientale (come diceva Turati), ma dovremmo ciò non di meno tener presente il nostro interesse. Cercando (almeno come Unione Europea) di avere una strategia coerente e priorità precise. Così come (giuste o sbagliate che siano) le ha la Russia.

Nella guerra di Crimea, insieme ai francesi e agli inglesi, i bersaglieri combatterono contro i russi a fianco degli ottomani. Per questo hanno ancor oggi il berretto rosso con il fiocco blue: era un fez prestato dagli alleati ottomani (i sunniti del tempo) al quale avevano tolto l’imbottitura. Oggi, forse, nello scontro tra i sunniti e Putin, le nostre alleanze dovrebbero cambiare.

Ugo Intini