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Rassegna Stampa

Italia Germania, due mondi politici capovolti
Ugo Intini
Il Mattino

di Ugo Intini

Il partito socialdemocratico di Schultz è nel caos e la suspense sul nuovo governo tedesco di grande coalizione durerà sino al 2 marzo, quando si saprà se il referendum con voto postale tra i 460 mila iscritti confermerà il voto del congresso che ha accettato l’accordo con la Merkel. E tuttavia ciò che accade in Germania deve far riflettere anche da noi. Non soltanto per l’alleanza decisa (almeno sino a oggi) tra i democristiani (aderenti al partito popolare europeo come Forza Italia) e i socialdemocratici (membri del partito socialista europeo come il PD). Non soltanto per il contenuto dell’accordo di governo. Ma anche per il modo di fare politica, che sembra fare della Germania un mondo capovolto rispetto all’Italia (e viceversa).

A Berlino tutti si allarmano perché la maggioranza parlamentare di governo ha ottenuto soltanto il 53,5 per cento dei voti e quindi una fragile legittimazione popolare. Sarebbe impensabile in Germania governare, come ha fatto il PD in Italia sino oggi, dopo aver raccolto il 25,43 per cento dei voti.
Sapere chi governa la sera stessa delle elezioni non è per i tedeschi un obiettivo. Un governo (se ci sarà) arriverà dopo oltre quattro mesi di trattative. Lente e pazienti, perché l’importante non è fare in fretta, ma fare.
Nessuno ha definito “inciucio” la negoziazione della Merkel prima con verdi e liberali, poi con i socialdemocratici. E nessuno ha cercato il consenso dell’opinione pubblica mostrando i muscoli. Perché la virtù dei politici è considerata non l’intransigenza, bensì il senso di responsabilità e della misura, la capacità di trovare compromessi tra posizioni diverse o addirittura contrastanti. La politica in Germania è ancora “l’arte del possibile”, non di battere i pugni sul tavolo. Un’arte che va lasciata alla discrezione e abilità dei parlamentari i quali non tradiscono la fiducia del popolo, ma anzi fanno il loro dovere se, dopo essere stati eletti, cercano faticosamente di assicurare la governabilità.

I politici hanno trattato per mesi con la professionalità, appunto, dei politici. Sul programma, che è così preciso da occupare 177 pagine. Ma anche, giorno e notte, su quelle che da noi si chiamano “poltrone“. Che nelle democrazie sono soprattutto il segnale esterno degli equilibri raggiunti e la garanzia che il programma sarà davvero messo in pratica. L’ultima parola è stata e sarà dei partiti. Ed è stata affidata non a un capo, bensì a un faticoso, a tratti drammatico (per la SPD) processo di democrazia interna. Quelli che decidono sono soltanto gli iscritti e i loro delegati (non chi passa per la strada, paga qualche monetina e vota, né chi fa un click sul computer). Nel congresso della SPD, la conta sul sì e il no all’accordo con la CDU è stata traumatica. Si è dovuto letteralmente, appunto, “contare“ con il dito, una per una, le centinaia di mani alzate a mostrare la delega, affidando a ciascun scrutatore un certo numero di file e le relative sedie (con un risultato di 362 si su 642 votanti, in un clima rovente, mentre tutti si agitavano, era materialmente difficile contare e poteva finire a sediate sulla testa). Nessuno della minoranza ha minacciato scissioni. Nessuno della maggioranza ha demonizzato le correnti e le divisioni. Nessuno ha contrapposto i giovani ai vecchi, anche se la Federazione giovanile è stata ed è compattamente contraria all’accordo di governo.

L’esperienza politica non è considerato la premessa per la rottamazione. Specialmente per le cariche di maggiore responsabilità. L’ex ministro delle finanze Schauble ad esempio è stato nominato presidente del Parlamento con generale consenso non perché neo eletto e quindi “nuovo” (come Grasso o la Boldrini), ma perché deputato dal 1972 e ministro dal 1984 (figlio addirittura di un deputato democristiano).

La Merkel è una grande personalità, ma mai avrebbe osato mettere il suo nome sul simbolo del partito. Perché i partiti (in Germania con la P maiuscola) hanno un simbolo immutabile da oltre mezzo secolo e solide radici piantate da oltre un secolo. Loro restano e i leader passano. Anche se tra i leader valgono la continuità e il passaggio del testimone. Nella sede della CDU, incombono i ritratti di Adenauer e di Kohl, che si è allevato “la ragazza“ (così la chiamava), ovvero la Merkel. In quella della SPD, dominano le fotografie di Ebert, Ollenhauer, Brandt e Schmidt.

Se Adenauer è il padre della democrazia e della patria, Kohl è il padre dell’unità della patria, ovvero della riunificazione tra le due Germanie. E ha avuto al suo funerale l’omaggio dell’intera Nazione. Anche se era stato travolto alla fine degli anni ’90 dal clamoroso scandalo dei fondi neri (tangenti) al suo partito. Anche se non ha voluto funerali di Stato perché sapeva che l’orazione funebre sarebbe stata pronunciata in tal caso dal presidente della Repubblica Stainmaier, il quale come leader socialdemocratico avave cavalcato lo scandalo dei fondi neri per cacciarlo.

La storia dei due grandi partiti democratici e dei loro leader è vista come la base della storia nazionale. Adenauer è il De Gasperi tedesco. Willy Brandt è “il più amato”, come Pertini. E infatti a duecento metri dalla porta di Brandeburgo e dal muro dove si inginocchiò con Kennedy, sul viale Unterdenlinden, si apre direttamente sul marciapiede, come un negozio dalle molte vetrine, addirittura un museo a lui dedicato. Dove si celebra anche ciò che in altri Paesi qualcuno criticherebbe. Ad esempio il fatto che ha combattuto con i partigiani norvegesi contro i soldati dell’esercito regolare tedesco.

I corpi intermedi, a cominciare dai sindacati e dalla Confindustria, hanno in Germania organizzazioni elefantiache, ma costituiscono anche un cemento della società e nessuno tenta con fastidio di scavalcarli. I rappresentanti del sindacato siedono nei consigli di amministrazione delle grandi aziende e condizionano il partito socialdemocratico. La Confindustria pesa sulle scelte della CDU e dei liberali. Si scontrano da sempre, ma alla fine si accordano. E mentre si scontrano, insieme ai partiti pur concorrenziali e conflittuali, fanno “sistema Paese”. Anzi, difendono gli interessi dell’economia tedesca al limite del lecito. La fondazione socialdemocratica Friedrich Ebert (intitolata al leader ancora marxista del partito all’inizio del ‘900) e la fondazione democristiana Konrad Adenauer hanno ciascuna più di cento sedi in altrettanti Paesi del mondo. Hanno quartier generali imponenti. Pubblicano libri e giornali in tutte le lingue, organizzano convegni internazionali con generosi inviti, distribuiscono borse di studio all’estero, acquisiscono in tal modo influenza sui politici socialisti e democristiani di tutti continenti. Fanno lobby per l’industria tedesca e la aiutano ad assicurarsi commesse. Ottenendo in cambio ricche donazioni, che da noi qualche magistrato chiamerebbe tangenti.

Naturalmente, la democrazia, come diceva Churchill, “è il peggior regime possibile, peccato che non se ne sia ancora trovato uno migliore“. I suoi protagonisti, anche in Germania, non sono considerati santi e neppure infallibili. Vogliamo parlare del Pertini tedesco, Brandt? I socialisti stessi ammettono che il vecchio Willy beveva troppo e sbeffeggiano ricordando la sua famosa scomparsa a un congresso dell’Internazionale socialista (di cui era presidente) a Lisbona. Si temeva che fosse stato rapito, ma era sparito in una camera d’albergo con una ragazza conosciuta per caso. Brandt era un gigante politico, ma sbagliava spesso, anche con i meno fortunati socialisti italiani. Mi è rimasta impressa la scena in cui strapazzava il povero Craxi perché aveva fatto eleggere parlamentare europeo per l’Italia Jiri Pelikan, leader dell’opposizione ai comunisti cecoslovacchi. “La devi smettere di appoggiare i nemici dei partiti comunisti dell’Europa orientale! Noi- diceva – dobbiamo appoggiare non chi si scontra frontalmente con loro, ma chi all’interno dei partiti comunisti stessi ha posizioni più moderate“. Brandt è passato alla storia, ma aveva torto.

Germania e Italia sono due mondi politici capovolti, dunque. Né da noi, né da loro tutto è perfetto o completamente da buttare. Ma certo bisognerebbe domandarsi in quale dei due mondi si stia con i piedi per terra.

La malinconia degli elettori italiani
Trentino
Nicola Zoller

E’ un tempo malinconico per gli elettori italiani, indotti – a causa dei “criteri” assunti dai più potenti capipartito nella formazione delle liste – ad abbandonare il voto, astenendosi. Tra le riflessioni emerse in queste giornate c’è quella di Aldo Cazzullo, che mercoledì scorso 31 gennaio 2018 ha ospitato sul Corriere della Sera una lettera molto critica sulla vigente legge elettorale, nella quale si sostiene che con il sistema proporzionale “senza preferenze” e poi con i collegi uninominali “i futuri onorevoli siano scelti dai segretari di partito”.

Nel rispondere, Cazzullo conviene sulla considerazione che “il proporzionale consente davvero ai leader di designare i propri deputati”; sostiene poi che se non ci fosse stato il proporzionale ma fossero stati introdotti “soltanto collegi uninominali, i partiti sarebbero stati costretti a schierare i migliori, proprio per conquistare il seggio”.

Queste due valutazioni, meritano delle precisazioni: perché non sempre, anzi…, il proporzionale è stato ed è “senza preferenze”: nella vituperata Prima repubblica, quando per l’elezione della Camera vigeva il sistema proporzionale, gli elettori potevano esprimere le proprie preferenze scegliendo da un lungo elenco di candidati che ogni partito proponeva, dopo votazioni interne e discussioni che non duravano una notte o mezza giornata e non si risolvevano in un blitz dell’ultima ora,  ma coinvolgevano tanti iscritti e militanti, i quali – non sempre ma di solito – premiavano chi aveva più provata capacità ed esperienza. Non era il segretario di partito a decretare dispoticamente l’elezione dei parlamentari, ma neanche le assemblee di partito: l’ultima parola spettava ai cittadini. Certo, sotto le preferenze potevano nascondersi le cordate opache, i voti di scambio ed altro ancora: ma non c’è sistema elettorale che sia immune da usi distorti… quando si vuol fare il male.

Sempre nella diffamata Prima repubblica tutti i candidati per il Senato venivano proposti in collegi uninominali, quindi i partiti erano “costretti schierare i migliori”, per usare le parole di Cazzullo.

Dunque esisteva nel vecchio sistema elettorale proprio un mix – possiamo dirlo? – “virtuoso” che univa proporzionale “con preferenze” per la Camera (non “senza preferenze” come ora) e uninominale con “costrizione” a schierare i migliori per il Senato. Eppure, come accennato, le preferenze – oggi tanto rimpiante – furono demonizzate come fonte di intrigo con gli elettori, mentre l’uninominale al Senato non venne più di tanto decantato.

In questa stagione, ricorrendo i 40 della morte di Aldo Moro, lo storico Guido Formigoni ha ricordato che quel leader “prendeva in Puglia 200 mila preferenze, girando per tutti i paesi con i contadini che accorrevano ai suoi discorsi”. E’ un esempio dei più fulgidi, di come andava allora. Avevamo un sistema che, imperniato sui partiti – come previsto dai padri della Costituzione repubblicana, “la più bella del mondo” – restava parimenti aperto alle scelte e valutazioni degli elettori. Era una repubblica dei partiti e dei cittadini, con tanti vizi ma probabilmente migliore di quella attuale: negli scorsi anni Novanta si è abbattuta, a che pro?

Nicola Zoller

Parole di sinistra per cose di destra
Il sasso nello stagno
Claudio Martelli

L’8 novembre 1917 Lenin e i suoi compagni bolscevichi presero il potere in Russia buttando nella spazzatura della storia i liberali e i socialdemocratici che otto mesi prima avevano rovesciatoil regime zarista. Da quel momento e per settant’anni la Russia fu dominata da un’implacabile dittatura. Quasi un secolo dopo, l’8 novembre del 2016, Donald Trump è stato eletto presidente degli USA.

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Il realismo delle grandi coalizioni
Il Mattino
Ugo Intini

di Ugo Intini

Sia pure dopo una certa suspense, luce verde. Il congresso della SPD ha aperto definitivamente in Germania la strada per la riedizione della grande coalizione con la Merkel (a meno che la prevista consultazione con voto postale dei 400mila iscritti capovolga la decisione). In questo modo si consolida, con l’ultimo tassello (il più importante) il quadro politico europeo nel quale presto si inserirà il voto degli italiani.
Il quadro è per tutti i grandi Paesi dell’area Euro sostanzialmente quello tedesco. Di una alleanza cioè dei democristiani (o del centro destra moderato) con i socialisti. E così, come si è visto, in Germania, dove la cancelliera (appartenente al partito popolare europeo come Forza Italia) si appresta a governare con la SPD (appartenente al partito socialista europeo come il PD).

Lo schema si ripete in Spagna, dove Rajoy (democristiano e popolare europeo come la Merkel ) governa grazie all’astensione e quindi in pratica all’appoggio esterno dei socialisti. Un appoggio che è diventato più esplicito e diretto di fronte alla minaccia della secessione catalana.

A ben vedere, è così anche in Francia, dove l’equilibrio al centro è prevalso esattamente come in Germania e Spagna, ancorché in modo inedito. Di fronte al rischio di una vittoria della Le Pen (e di fronte al successo nel primo turno elettorale dell’estrema sinistra guidata da Malenchon) il centro destra gollista moderato e il partito socialista avrebbero infatti dovuto allearsi. Non lo hanno fatto ma, con mossa fortunata e abile, è entrato a questo punto in campo Macron. Ha chiesto di realizzare questa alleanza direttamente agli elettori socialisti e gollisti, scavalcando i vertici dei rispettivi partiti. E ha vinto. Sostenuto inizialmente (tra i partiti tradizionali) dal solo centrista Bayreau, ha creato un governo che già nella sua composizione rende evidente l’alleanza tra socialisti e gollisti. I ministri infatti provengono esattamente da questi partiti. Macron stesso è nato come braccio destro del presidente della commissione bipartisan per la riforma dello Stato, l’intellettuale socialista Jaques Attali: una specie (si potrebbe dire con una forzatura, tanto per capire, di Giuliano Amato). Ed è poi diventato ministro delle Finanze di Hollande: una specie (con una forzatura anche maggiore) di D’Alema o Prodi. Il suo primo ministro Edouard Philippe è un ex sindaco di Le Havre e deputato del centro destra, diventato gollista moderato dopo aver esordito in politica come socialista.

Germania, Spagna e Francia, con un quadro politico omogeneo, sono più che sufficienti a definire quale sia l’equilibrio europeo. Tra i Paesi minori ma politicamente significativi, la Svezia si regge su un governo minoritario socialdemocratico. Mentre Finlandia, Belgio, Olanda e Danimarca sono guidati da un primo ministro centrista. A parte la Grecia (sulla quale è meglio stendere un velo pietoso) e l’Irlanda, che ha caratteristiche particolari ma è comunque fortemente europeista, soltanto il Portogallo e l’Austria hanno una situazione sbilanciata verso sinistra o destra. A Lisbona con un governo a egemonia socialista alleato con la sinistra di tradizione comunista (che tuttavia si dimostra rispettosissimo della rigorosa disciplina finanziaria suggerita da Bruxelles). A Vienna l’anomalia si manifesta con una coalizione che per la prima volta comprende un forte partito sovranista e anti immigrati (come la Lega). Ma è pur sempre guidata da un partito democristiano che ha sei punti percentuali in più e che appartiene al partito popolare europeo, come la Merkel, Rajoy e Berlusconi.

Per restare ai cittadini europei con in tasca l’euro (il cuore dell’Unione Europea), la stragrande maggioranza ha in questo momento delle leadership assolutamente omogenee, che emarginano i populismi di estrema destra e di estrema sinistra esattamente come la coalizione riemersa adesso, pur dopo un lungo travaglio, a Berlino. Di fronte alle crisi e ai rischi gravissimi che hanno attraversato tutta l’area dell’euro, le forze democratiche tradizionali non si sono scontrate secondo il principio dell’alternanza caro ai teorici del bipolarismo, ma si sono prevalentemente unite (volenti o nolenti) per scongiurare il peggio.

E l’Italia? Il bipolarismo non c’è più. Ma il tripolarismo, dove a maggior ragione si dovrebbero cercare alleanze, vede ciascuno dei tre poli furiosamente polemico con gli altri due. Roma sta sulla Luna, mentre Berlino, Parigi e Madrid stanno in Europa? Oppure (ed è anche plausibile alla luce degli ultimi sondaggi) il centro destra si sente così rafforzato da pensare di poter governare da solo (come nella piccola Austria che, con i suoi 10 milioni di abitanti, avrebbe perciò aperto la strada)? Oppure tutti i leader dei tre poli dicono agli elettori di voler fare ciò che in verità non vogliono (o non possono) fare? O ci troviamo più semplicemente di fronte contemporaneamente a tutte e tre queste situazioni? Con un mix tra distacco provinciale dalla realtà europea, ipocrisia e ostentazione muscolare di ottimismo? Lo sapremo, ma probabilmente non il 5 marzo. Perché un punto di equilibrio, almeno a Berlino e Madrid, si è trovato sì, ma dopo una lunga e tormentata fase di incertezza. Che da noi potrebbe comportare scomposizioni e ricomposizioni delle coalizioni o addirittura dei partiti, con crisi interne peggiori di quella che ha investito il partito socialista spagnolo quando ha infine deciso di appoggiare il democristiano Rajoy.
Aldilà dell’equilibrio politico raggiunto, ciò che accade a Berlino fa riflettere anche per il modo di procedere, che è stato quello della pazienza, del senso di responsabilità e quindi del compromesso (quello che da noi si chiama “inciucio”). Soprattutto è interessante osservare il contenuto programmatico, che si basa sulla individuazione delle priorità essenziali.

La Germania rischia di diventare un Paese di vecchi, esattamente come l’Italia. Dunque, si investiranno (entro il 2021) 12 miliardi per la famiglia e la natalità, soprattutto in asili nido e sostegno alle mamme che lavorano. Non basta a evitare il calo della popolazione? Gli immigrati sono visti di conseguenza come una necessità. Ma senza pretendere di salvare i poveri del mondo. Quindi, si è deciso un tetto massimo di 200 mila all’anno, anziché i 700 mila arrivati nel 2016 (in Italia è nata una tragedia per 120 mila). Ma da selezionare e inquadrare con regole di ferro, senza la possibilità di bighellonare o delinquere. Da inserire ed educare rigorosamente, addirittura con il richiamo in massa di insegnanti in pensione. Un Paese vecchio deve investire sui pochi giovani il massimo, considerandoli la risorsa più preziosa. La Germania ha un numero di laureati già altissimo (non è al 33º e ultimo posto tra i Paesi dell’OCSE, come l’Italia). Ma investirà 5,95 miliardi in più (sempre entro il 2021) in istruzione, ricerca e digitalizzazione. Considerando che in Italia la spesa per l’istruzione è scesa dal 2000 al 2015 quasi del 20 per cento, c’è da riflettere.

Natalità, immigrazione, istruzione: il realismo ha individuato i tre punti chiave e su questi sono state concentrate le risorse con razionalità. E con una rigorosa programmazione di lungo termine garantita dalla stabilità politica, che a Berlino viene considerata di per sé una risorsa anche economica. Qui si, forse, la nostra campagna elettorale, con le sue confuse promesse a pioggia, porta Roma sulla Luna anziché in Europa.

Ugo Intini

L’Italia dei «casi unici» che non piace a Bruxelles
Il Mattino
Ugo Intini

di Ugo Intini

A ogni scacco subito in sede europea, si scatenano le invettive contro Bruxelles. Ciò è avvenuto recentemente per fatti episodici, come la perdita dell’agenzia del farmaco a Milano e la mancata nomina di Padoan a commissario europeo. E avviene da anni per il continuo veto di Bruxelles a politiche di bilancio più elastiche in Italia. Si protesta contro i “burocrati europei”, dimenticando che essi null’altro fanno che eseguire le decisioni prese dai rappresentanti politici: anche di quelli italiani. Forse sarebbe utile mettersi per un momento nei panni di chi ci osserva e riconoscere che, pur essendo un grande Paese europeo e occidentale, soffriamo di una impressionante serie di casi unici per gli standard dell’Europa e dell’Occidente. Vogliamo elencarli in modo fotografico e crudo?
Cominciamo dei casi unici che, visti da Berlino o Parigi, appaiono pericolosi per la stabilità e credibilità della democrazia.
Non c’è da noi concordia nazionale neppure sulle regole del gioco, che ovunque hanno una immutabilità pluridecennale o addirittura plurisecolare. Negli ultimi 25 anni, abbiamo infatti prodotto quattro leggi elettorali diverse. Una è stata dichiarata incostituzionale dalla suprema corte. Tutte, a torto o a ragione, sono state e sono condannate dagli oppositori come strumento creato furbescamente dalla maggioranza di turno per vincere fraudolentemente le elezioni.
Il partito che ha una larga maggioranza assoluta alla Camera e che pertanto governa ha avuto il voto di meno di un italiano su cinque: fare i conti (anche degli astenuti) per credere. Ciò significa nove milioni di voti in meno rispetto a quelli ottenuti dal quadripartito della prima Repubblica nelle elezioni del 1992, ovvero alla vigilia del crollo.

Le forze sospettate in Europa di essere anti sistema (come la Le Pen) sfiorano nei sondaggi il 50 per cento (M5,più Salvini e gli ex fascisti della Meloni). Un ex presidente del Consiglio ( e un capo dell’opposizione) non può candidarsi alle elezioni e ha pertanto chiesto l’intervento della Corte di giustizia europea. Un comico diventato leader politico otterrà secondi i sondaggi quasi un terzo dei voti, guidando un movimento che non è dato sapere cosa voglia, né con quali garanzie di trasparenza decida cosa vuole, né soprattutto se sia favorevole o contrario all’Euro. Il potere giudiziario da una parte, quello legislativo ed esecutivo dall’altra (ovvero la magistratura e la politica) sono in clamoroso conflitto da almeno un quarto di secolo. La giustizia (e cioè una funzione essenziale e primario della Stato) è considerata inaffidabile. Gli investitori esteri pertanto vengono disincentivati (vedi per ultimo il caso ILVA) dal timore che in Italia manchi, come nel terzo mondo, la certezza del diritto. In aree intere del Paese il controllo dello Stato è messo in forse dal radicamento del crimine organizzato.

Dai casi unici che riguardano la tenuta delle istituzioni, si passa (in parte come conseguenza) a quelli che riguardano la tenuta dell’economia. Il Paese ha un debito pubblico pari al 132% del prodotto nazionale lordo, che nonostante le promesse non scende. Anzi, continua a salire, pur in presenza di circostanze fortunate e irrimediabilmente destinate a finire: tassi di interesse a zero, denaro a palate dalla Banca centrale europea, prezzo del petrolio ai minimi storici. Mentre la stabilità delle banche preoccupa, la massima autorità di garanzia, la Banca d’Italia, è messa sotto accusa dal partito di governo come da gran parte dell’opposizione ( M5 e Lega). Abbiamo un’evasione fiscale da Paese sudamericano anziché europeo: almeno 120 miliardi all’anno. Cui si aggiunge una evasione contributiva enorme: per gli inadeguati accertamenti e addirittura per l’incapacità da parte dell’INPS a recuperare i crediti accertati ma non riscossi, che nel 2016 ammontavano addirittura a 104 miliardi.

Ci sono poi le cause strutturali, ancora più gravi e di fondo, che contribuiscono alla crisi e che non vengono neppure scalfite (anzi, non interessano il dibattito politico). Siamo tra i Paesi più vecchi del mondo (e la vecchiaia non è mai stata un motore per lo sviluppo). I giovani sono pochi, ma sono anche i meno istruiti tra quelli dei Paesi avanzati perché, quanto a percentuale di laureati, ci troviamo al 33º e ultimo posto tra le Nazioni dell’OCSE. E anche a diplomati non stiamo bene: sul totale degli occupati ce ne sono infatti il 16 per cento contro il 33 per cento della media europea. Tutto ciò non è estraneo alla causa principale del nostro insufficiente sviluppo. La indica spietatamente nel suo ultimo libro l’economista Bini Smaghi: “è la produttività, stupido”. La nostra produttività pro capite è inferiore a quella di vent’anni fa (nonostante i progressi della tecnologia). Mentre tale produttività, dal 2011 a oggi, cresceva ogni anno in Europa dello 0,4 per cento e negli Stati Uniti dello 0,5, in Italia scendeva (sempre ogni anno) dello 0,3 per cento.

Quasi tutti i leader politici dicono che per farsi valere bisogna battere i pugni sul tavolo a Bruxelles, ma i nostri partner europei pensano piuttosto che i pugni si debbano battere in Italia, per cancellare i casi unici sopra elencati. E quanto ai pugni battuti a Bruxelles, non mancano i sarcasmi. È rimasta famosa la vicenda dell’ambasciatore italiano presso l’UE (ritenuto troppo diplomatico) clamorosamente sostituito da un politico (Carlo Calenda) per sottolineare che si cambiava registro. Anche questo è stato un caso unico, dal momento che mai, in Europa, si è usato nominare ambasciatori non di carriera. E mai lo si è fatto, dall’immediato dopoguerra in poi, neppure in Italia (l’unico caso che si ricorda è quello del futuro presidente della Repubblica Saragat, ambasciatore a Parigi nel 1945-46). Si è suscitato grande clamore e polemiche, ma poi Calenda è rimasto a Bruxelles meno di due mesi.

Alla fragilità italiana contribuisce il proliferare di sortite propagandistiche che durano poco, ma possono lasciare il segno. Un esempio è il recente referendum lombardo veneto. Siamo rimasti colpiti dal voltafaccia della Spagna, che ha votato per Amsterdam anziché per Milano ed è stata decisiva pertanto nel farci perdere l’agenzia del farmaco. Tra la Spagna e l’Italia ha sempre funzionato la “solidarietà mediterranea”. Sempre abbiamo votato insieme e sostenuto le stesse tesi. Come stato possibile? La Germania propendeva per Amsterdam e probabilmente il legame del primo ministro Rajoy con la cancelliera Merkel è stato determinante. Ma a Madrid si lascia filtrare che, almeno psicologicamente, ha influito anche la concomitanza tra la decisione su Milano, la crisi catalana e il referendum lombardo. Nei giorni cruciali, il governatore della Lombardia Maroni sosteneva infatti nella sua campagna referendaria non la secessione del Nord, ma certo argomenti simili a quelli della Catalogna. L’origine del suo partito è separatista. La parte dei media che si era scatenata a sostegno del referendum lombardo ha appoggiato con entusiasmo anche la Giunta di Barcellona contro lo Stato centrale. E infatti ha avuto grande spazio sulla stampa separatista catalana. Il governo spagnolo era in quel momento ferito e furioso come un toro nell’arena. Nella retorica lombarda contro Roma, ha creduto di vedere l’ombra del drappo rosso agitato da Barcellona contro Madrid. E questa spinta di pancia (insieme a quella di cervello a favore della Merkel) ha contribuito a fargli incornare Milano. O almeno a giustificare l’inusitato voto contro l’Italia.

Ugo Intini

Avanti Popolo, c’è una vita online
Il Venerdì
Marco Bracconi

E alcuni audaci in tasca il cellulare: la traduzione 2017 dell’eskimo gucciniano, quello dal quale spuntava identitaria l’Unità, è scritta in caratteri digitali e si scarica in Pdf nel tardo pomeriggio. Nella morìa generalizzata della stampa di partito anche il Pd ha gettato la spugna (e la testata) sostituendo il giornale fondato da Antonio Gramsci con Democratica, redazione al secondo piano del Nazareno, dieci giornalisti diretti da Andrea Romano e l’ambizione di diventare una specie di hub dove far confluire la comunicazione dem nella prossima campagna elettorale.

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Gli opposti estremismi che puntano solo sul futuro
Ugo Intini
Il Mattino

Frequento Gerusalemme, i dirigenti israeliani e quelli palestinesi da cinquant’anni: tutto è cambiato, ma tutto può ancora cambiare. Non vedete – si dice oggi – che Trump sta aiutando gli estremisti dell’una e dell’altra parte? Vero. Ma quelli che erano estremisti ieri hanno conquistato oggi la centralità e la maggioranza. Perché nella storia e in politica tutto si muove (non sempre nella stessa direzione e in quella giusta). Gli estremisti (o ex estremisti) si trovano avvantaggiati nei loro interessi immediati, ma anche nelle loro strategie a lungo termine, che non sono affatto irragionevoli.

Il premier israeliano Netanyahu si trovava investito dagli scandali e da un’inchiesta per corruzione potenzialmente devastante. Con i morti per le strade e i razzi lanciati da Gaza, il Paese sarà costretto a fare quadrato intorno a lui. Gli estremisti palestinesi di Hamas e tutti quelli del mondo arabo possono tirare un sospiro di sollievo e gridare che i moderati filo occidentali sono degli illusi ingenui, o dei traditori, o entrambe le cose.
Gli opposti muri di intransigenza, mentre si rafforzano nel presente, possono coltivare le rispettive strategie per il futuro di lungo termine.
I palestinesi sono fiduciosi. Pensano che gli israeliani faranno nella loro stessa patria attuale la fine dei razzisti afrikaner (di origine olandese) in Sudafrica: diventeranno una minoranza, perché hanno inglobato troppi territori palestinesi, con una natalità troppo più alta della loro. Diventati minoranza, o negheranno in eterno il diritto di voto e la libertà ai palestinesi, o perderanno il potere. Stato autoritario israeliano come quello degli afrikaner oppure resa alla maggioranza democratica espressa dai palestinesi (come quella avvenuta a Città del Capo di fronte ai neri e a Mandela): ecco il dilemma del futuro. Passeranno decenni, ma il tempo non giocherà a favore degli israeliani. L’Olocausto e il conseguente senso di colpa occidentale diventerà un ricordo sbiadito. Il gap economico, tecnico e culturale tra Israele e mondo arabo sarà ridotto. Il loro grande alleato, gli Stati Uniti, avrà un ruolo mondiale ridimensionato e non soltanto gli ebrei, ma i bianchi in generale, a cominciare dalla California, saranno sommersi dalla marea montante dei cittadini di origine ispanica.

Anche gli estremisti israeliani sono fiduciosi. Pensano che il mondo arabo continui a esprimere solidarietà per i palestinesi soltanto a parole e ipocritamente. Perché l’agenda della regione è cambiata: più della piccola Palestina, contano il conflitto tra sciti e sunniti, l’Isis, la sfida geopolitica tra Iran e Arabia Saudita, le stragi in Yemen, Siria e Iraq. La risoluzione Onu del 1967, che impone a Israele la restituzione dei territori occupati attraverso guerre successive, diventerà archeologia politica. I rapporti di forza sono e resteranno a favore di Israele e il fatto compiuto diventerà definitivo. Gli stessi egiziani e sauditi, d’altronde, abbaiano ma non mordono: anzi, sono di fatto, sotto sotto, alleati del governo israeliano. Più i palestinesi saranno ignorati nelle loro rivendicazioni, più diventeranno fanatici. Più diventeranno fanatici e più si troveranno isolati nella comunità internazionale.

Non si sa chi tra gli opposti estremisti abbia ragione, ma è certo che concordano su un punto: non vogliono trattative di pace, non vogliono concedere nulla oggi perché pensano di ottenere tutto domani. Si può temere che si sbaglino e che il domani riservi una catastrofe dalle conseguenze mondiali. Per chi punta al dialogo, il pessimismo più nero può sembrare giustificato. Ma non necessariamente. Perché l’esperienza ci dice che quanto oggi appare scontato, in passato non lo era affatto. E in futuro potrebbe non esserlo più.

Gerusalemme sembra avere un valore religioso che la rende intoccabile sia per gli israeliani che per i palestinesi. Ma non è sempre stato così. I padri fondatori dello Stato israeliano erano di religione ebraica come un comunista degli anni ‘60 era di religione cattolica.  Ci portavano a vedere i quartieri di Gerusalemme abitati dagli ebrei ortodossi con le lunghe barbe come si fa con per le zone folcloristiche e le riserve indiane. Li guardavano con disprezzo, perché non perdonavano loro di essere stati contrari all’ideale sionista e allo Stato israeliano stesso. E il disprezzo veniva ricambiato. “Attenti -dicevano- non li guardate troppo da vicino perché vi tirano le pietre “. Oggi i discendenti di quegli ebrei ortodossi sono al governo, dopo aver costruito gli insediamenti abusivi nei territori palestinesi occupati. Ma il vento può cambiare. I padri fondatori amavano i campi e i kibbutz, perché pensavano che lavorare la terra formasse l’identità nazionale. Erano degli europei metropolitani e si trovavano a disagio nelle viuzze di Gerusalemme, da suck orientale. “A Haifa si lavora- ripetevano- a Tel Aviv ci si diverte, a Gerusalemme si prega”. Ma si capiva che la preghiera non era in cima alle loro aspirazioni.

I padri fondatori palestinesi erano altrettanto laici. Arafat a sera tardi ti chiedeva di salire nella sua suite di albergo per fare quattro chiacchere e bere  un whisky. Il figlio di un suo stretto collaboratore e amico, Nehmer Hammad, gestisce un ristorante a Roma, a Campo dei Fiori. Adesso le distanze sembrano incolmabili, ma non è sempre stato così. I socialisti norvegesi  chiusero segretamente nel 1993 per mesi in un appartamento alla periferia di Oslo i negoziatori israeliani e palestinesi. È l’intesa fu trovata. Ricordo come un flash il congresso dell’Internazionale socialista, non per caso a Oslo, dove Arafat e il futuro presidente della Repubblica israeliana Shimon Peres si abbracciarono sul palco (freschi di premio Nobel per la pace) mentre li sommergeva l’ovazione dei delegati, con gli occhi lucidi, provenienti da tutto il mondo.

Anche le vicende personali di personaggi che-loro e le loro famiglie-hanno fatto la storia ci dicono che tutto può cambiare. Adnan Hussein, ministro per gli affari di Gerusalemme della Autorità Palestinese, è appena andato dal Papa per coltivare il dialogo interreligioso e lavorare per la pace. Ma il suo antenato, il Gran Muftì di Gerusalemme, era così amico di Hitler da viaggiare su una Mercedes bianca corazzata che il fuhrer gli aveva regalato e ha costituito una brigata palestinese per combattere in Africa del nord contro gli inglesi a fianco del generale Rommel.

Ricordate il mitico film Exodus, nel quale Paul Newman impersona il capitano israeliano che conduce i profughi ebrei provenienti dai campi di sterminio tedeschi nel porto di Hifa, dove gli inglesi li bombardano per non farli attraccare? Il capitano Yitzhak Ahronovitch è diventato comandante della marina israeliana e dei servizi segreti. Si è trasformato in uomo di affari cosmopolita, sua figlia ha sposato prima il futuro Primo Ministro britannico Gordon Brown e poi un banchiere della City. Quando ho scoperto che era ancora vivo e che la Exodus partì nel 1947 da La Spezia, l’ho invitato a una grande festa in un teatro cittadino. A molto più di 80 anni, è arrivato a Pisa con un aereo personale, ha abbracciato i vecchi operai che lo avevano aiutato a riassestare la Exodus e ha fatto dal palco un grande discorso da sionista, ma per la pace. Come a Oslo, chi applaudiva aveva gli occhi lucidi. Il presente ci dice che erano tutti degli illusi. Il futuro chissà.

Ugo Intini