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Rassegna Stampa

Perché “l’inciucio” post-elettorale spaventa soltanto l’Italia
di Ugo Intini
Il Mattino

Tra poco si vota in Francia e a settembre in Germania. Le elezioni italiane, che saranno certamente condizionate dal risultato delle prime due, concluderanno nell’arco di un anno una fase decisiva per il futuro dell’Europa, della nostra economia e della stessa democrazia. Non è vero che sia dovunque in atto un’inarrestabile avanzata delle forze antisistema. Non è vero che la ricerca di ragionevoli compromessi e di punti di equilibrio, con la conseguente prevalenza di posizioni centriste, sia ormai fuori moda. Può apparire così in Italia, ma questa percezione sbagliata deriva dal fatto che noi guardiamo gli avvenimenti da un Paese che si trova in una situazione anomala, pericolosa e distante dallo standard politico europeo.
I partiti guidati da leader tradizionali raccolgono infatti nei sondaggi il 90 per cento dei consensi in Germania e il 75 per cento in Francia (dove la Le Pen può forse vincere soltanto se per una sciagurata congiuntura prevarranno divisioni e vendette tra gli altri partiti). Senza contare che in Spagna (grazie al nulla osta dei socialisti) sta ormai al governo, dopo una lunga fase di incertezza, il centrista e democristiano Rajoi. E che in Olanda, dopo ondate di allarme, la destra anti europea si è fermata nelle elezioni di marzo al 14 per cento.
Soltanto in Italia le forze antisistema e anti Europa sfiorano nei sondaggi il 50 per cento (Grillo, più Salvini, più Meloni). Soltanto in Italia addirittura oltre il 60 per cento degli elettori potrebbe votare partiti che in questo momento mettono in discussione l’euro (anche Berlusconi infatti ha appena avanzato la proposta di una doppia moneta lira-euro). La voce degli europeisti sembra scomparsa proprio nella patria dei “Trattati di Roma” e nel Paese che, senza l’ombrello protettivo dell’Unione, farebbe probabilmente la fine dell’Argentina, con il default del suo mostruoso debito pubblico.

Che l’Italia sia oggi anomala in Europa si capisce anche dalla prevalente ostilità (quasi demonizzazione) degli accordi tra partiti e schieramenti diversi.
In Germania, l’estrema destra xenofoba e antieuropeista si è sgonfiata e viene data al 10 per cento. Il socialista Schulz è in rimonta e forse potrebbe anche superare la Merkel, ma difficilmente potrebbe trovare i numeri e la coesione necessaria per una coalizione con i verdi e la sinistra della Linke. La Merkel potrebbe ottenere un exploit, ma probabilmente non riuscirebbe comunque a ricostruire l’alleanza di governo terminata nel 2009 con i liberali (ormai troppo deboli). Saranno cancellieri o Schulz o la Merkel (entrambi dati intorno al 30- 35 per cento) ma probabilmente governeranno ricostruendo una grande coalizione democristiana- socialista di quasi il 70 per cento: esattamente quella che ha assicurato progresso e stabilità sino a oggi e che in Italia sarebbe bollata come il più colossale degli “inciuci”.
In Francia il compromesso verso il centro lo stanno già realizzando gli elettori perché Macron (ex socialista e ministro con Hollande), sponsorizzato sia dal leader centrista Bayrou che dall’ex primo ministro socialista Valls, è dato dei sondaggi, come la Le Pen, intorno al 25 per cento: una percentuale raccolta tra elettori sia di sinistra che di destra. Probabilmente il ballottaggio si svolgerà tra i due. Anche se sorprende la risalita di Malenchon, candidato della estrema sinistra, che tuttavia non è un giovane rivoluzionario anti sistema, bensì un vecchio politico di professione, senatore socialista dal lontano 1986 e membro del governo Jospin nel 2000. Comunque, se per caso vincesse la Le Pen, pochi hanno ricordato che persino in questo caso un “inciucio” avverrà certamente. Subito dopo le elezioni presidenziali ci saranno infatti quelle legislative e la destra lepenista non otterrà la maggioranza in Parlamento. Il capo del Governo sarà pertanto o un centrista o un gollista moderato e si avrà la “coabitazione” tra un presidente della Repubblica e un Primo Ministro di schieramenti politici sino al giorno prima contrapposti. Era già successo quando presidenti della Repubblica erano il socialista Mitterrand e il gollista Chirac.
E l’Italia? Tra polemiche che per la loro violenza ricordano più Caracas che Berlino, ci si avvia al voto fuori dalla logica prevalente in Europa e fuori anche dalla logica in sé. Poichè l’impianto elettorale sarà quasi certamente proporzionale e poiché i contendenti sono sostanzialmente tre, ciascuno intorno al 30 per cento, è chiarissimo che nessuno avrà la maggioranza parlamentare. Ciò non di meno, tutti e tre non vogliono sentir parlare di accordi o compromessi con uno degli altri due, forse perché li paralizza il timore di essere accusati di “inciucio” (termine come si sa inventato dal famoso politologo Antonio Di Pietro). Tutti si muovono come se esistesse ancora il sistema maggioritario dell’Italicum.

Renzi giura di puntare al 40 per cento che attualmente (ma per la sola Camera) assicura un premio di maggioranza alla lista più votata. Grillo giura lo stesso. Berlusconi spera in una legge elettorale che dia il premio non alla lista ma alla coalizione. E pertanto cerca di ricostruire l’alleanza con la Lega. Senza considerare che tra il suo Tajani (presidente del Parlamento europeo) e Salvini c’è la stessa distanza esistente tra Macron e la Le Pen: un abisso. E senza considerare che il 40 per cento è comunque irraggiungibile.
Se da Parigi e Berlino (dopo che da Madrid e Amsterdam) verranno segnali positivi, forse la situazione cambierà. Ma certamente, oggi, nessuno sembra vedere la realtà dei numeri. Poiché nessuno è cieco o insipiente, si deve immaginare che ciò derivi da un eccesso di tatticismo e furbizia. Ma come si sa tutte le volpi finiscono dal pellicciaio e quanto prima la furbizia sarà sostituito dal realismo tanto meglio sarà. Anche perché a fare la fine delle volpi potrebbero incolpevolmente essere i cittadini italiani. Se la percezione di imprevedibilità e instabilità del Paese si aggraverà, è infatti certo che i mercati ci aggrediranno, facendo salire il costo del denaro. E dobbiamo ricordare che ogni punto in più di tasso di interesse, se e quando si ripercuoterà sull’intero debito pubblico di 2.200 miliardi, significherà una mazzata di 22 miliardi all’anno. Questa è la mazzata che si può evitare e che sarebbe mortale. Anche perché si aggiungerebbe ad altre mazzate purtroppo non evitabili. Non ci si deve infatti chiedere se, ma quando i tassi di interesse aumenteranno (e di molto) per cause irrimediabili: per il cambiamento della congiuntura internazionale e prima ancora per la fine delle elargizioni da parte della Banca Centrale Europea.

Ugo Intini

 

Giustizia: l’arma impropria
di Gian Antonio Stella
– Corriere della Sera

«È mejo del Duce».  È passato quasi  un quarto di secolo da quando Maurizio Gasparri trovò ridendo la sintesi  della sua cotta per Antonio Di Pietro. Cotta condivisa («Lo consideravamo  il nostro referente nel pool di Mani pulite», dirà ai giudici Cesare Previti) da un po’ tutto il centrodestra.  «Di Pietro vada avanti a tutta manetta», tuonava Umberto Bossi. «Le mie tivù sono al suo servizio», incoraggiava Silvio Berlusconi. «Ha fatto bene il poliziotto, ha fatto bene il giudice, potrebbe fare altrettanto bene  anche il politico», omaggiava Pier Ferdinando Casini. E via così…

Come sia finita si sa. Raffreddati gli entusiasmi che avevano spinto la destra a offrirgli il Viminale, vinse infine il corteggiamento di Massimo D’Alema («Conosco Di Pietro per una strana coincidenza: ci siamo simpatici») e sull’ex pm «traditore» si rovesciarono anni di insulti. Sintetizzati in uno sfogo del Senatur («Un terun che voleva fare un processo etnico al Nord») e uno del Cavaliere: «È il leader dei forcaioli».

Eppure, un quarto di secolo dopo, buona parte dei politici, quale che sia la tessera in tasca, sembra non essersi ancora liberata dalla tentazione di leggere ogni inchiesta giudiziaria, ogni avviso di garanzia, ogni fuga di notizie, ogni spiffero sortito dalle intercettazioni, con gli occhiali della bottega partitica cui appartengono. Chi aiuta? Chi danneggia? Dove può portare?

«Un’altra macchinazione! Mio papà sta piangendo», ha detto Matteo Renzi dopo aver saputo del rapporto taroccato su suo padre, ribadendo «la piena fiducia nei giudici». «Non possiamo non rilevare come in nessun passo della predetta sentenza si sostenga che la Cassimatis è la candidata sindaco del Movimento 5 Stelle», ha spiegato Beppe Grillo. Ma in ogni caso «la stessa non è né sarà candidata con il Movimento 5 Stelle a Genova». Perché anche la magistratura, ogni giorno invocata, può bene sbagliare!

Diranno i grillini che loro no, non hanno mai indugiato in questo gioco. E non hanno mai affermato come Berlusconi che ci son «giudici che si sono fatti braccio armato della sinistra per spianare a questa la conquista del potere». Né hanno messo in discussione il lavoro dei magistrati come la sinistra in varie inchieste come sui rapporti con Raul Gardini (e la famosa valigetta…), su Filippo Penati e «il sistema Sesto», sulla scalata Unipol e altre ancora…

I due pesi e le due misure usati nei confronti di vari esponenti del M5S, a partire da Federico Pizzarotti rispetto a Filippo Nogarin che solo «dopo» ha riconosciuto l’esistenza di indagini su di lui liquidate dal blog grillino col titolo «Falso!» (per non dire della campagna «Non comprate il Tirreno: non finanziate la disinformazione di regime!») dicono però che la tentazione di gonfiare o sgonfiare ogni mossa dei giudici a seconda di chi è nel mirino è ben presente anche nel Movimento.

Dice tutto il confronto sulla gravità di due fatti rinfacciati agli ultimi sindaci di Roma. Di qua l’invettiva («#MarinoDimettiti e Roma subito al voto!») contro Ignazio Marino reo di «avere mentito non solo ai cittadini romani, bensì all’istituzione del Campidoglio» dichiarando «il falso, ovvero di aver pagato il 26 ottobre 2013 una cena al ristorante “Sapore di Mare” ad alcuni rappresentanti della Comunità Sant’Egidio». Cena smentita. Di là la scelta di sdrammatizzare le polizze vita sottoscritte da Salvatore Romeo o le bugie sull’assessore Paola Muraro «non indagata» (lo era: e lei lo sapeva) o sulla promozione («feci tutto io»: falso) di Renato Marra, fratello del potentissimo Raffaele. Cosa sarebbe successo se il protagonista fosse stato un sindaco di destra o di sinistra?

«A nostro avviso l’onestà deve essere il faro ma attenzione che non venga utilizzato strumentalmente per colpire una forza politica che sta tentando di riportare pulizia e legalità», spiegò un anno fa la non ancora sindaca a CorriereLive. Di più: «Attenzione che gli avvisi di garanzia non vengano utilizzati come dei manganelli».

Giustissimo. Ma questo è il nodo. Lei stessa fu infatti la prima a liquidare come un appestato, dopo la scoperta che aveva un «avviso», il nuovo assessore al bilancio Raffaele De Dominicis, lodato il giorno prima come «persona di primissimo piano e di alto profilo» da sempre impegnata «per la legalità e la trasparenza». Un trattamento già riservato dal blogbeppegrillo.it a Bruno Valentini, sindaco Pd di Siena, «avvisato» e subito incitato a sloggiare (#ValentiniDimettiti) col contorno del solito refrain («nessun telegiornale di regime riportò la notizia») e destinato poi a Luca Lotti, Tiziano Renzi e così via. Tutti colpevoli prima ancora non solo di una sentenza, fosse pure di primo grado, ma di un processo. Esattamente come Ilaria Capua, coperta di insulti e poi prosciolta. Senza scuse.

Come la mettiamo: ci sono giudici buoni e giudici cattivi? Avvisi di garanzia pesanti come incudini e leggeri come piume? Carabinieri affidabili e carabinieri inaffidabili a seconda degli inquisiti, come quello indagato per aver falsato l’inchiesta Consip dando origine, tra l’altro, a una frattura tra le stesse Procure di Napoli e di Roma?

Certo, succede anche all’estero che le notizie giudiziarie finiscano nel frullatore della politica. Ovvio. Ma non con la frequenza che registriamo noi. Non con gli stessi toni. Non con l’immediato dispiegamento di partigiani sull’una e l’altra trincea a prescindere, troppe volte, dai fatti. Eppure dopo tanti anni dovremmo avere imparato qualcosa. È indispensabile vigilare sì, sempre, sul lavoro della magistratura e gli eventuali abusi. Ne abbiamo già visti. Basta. Il buon senso, però, suggerisce di lasciare anche che i magistrati lavorino. O c’è chi pensa che possa essere la politica, rovesciando le parti, a esercitare le funzioni di supplenza e magari a scegliersi i giudici volta per volta?

Gian Antonio Stella

Perché i russi hanno capito prima e meglio la sfida islamica
di Ugo Intini
– Il Mattino

L’attacco terrorista a San Pietroburgo ci ricorda che Russia e Occidente hanno un nemico comune (infatti, sia pure separatamente, con molte contraddizioni e silenzi, lo stanno combattendo insieme in questo momento in Medio Oriente). Ci ricorda anche che il fondamentalismo islamico è nato in Afganistan, che lì è stato contrastato per decenni (prima dai russi e poi dagli americani) senza a tutt’oggi una vittoria definitiva. E che Mosca ha capito forse meglio e prima dell’Occidente la natura della minaccia.

Andiamo con ordine. Mentre gli americani aiutano il governo iraqeno a cancellare gli ultimi brandelli di Stato islamico a Mosul, per la prima volta nella storia, una portaerei russa, la “ammiraglio Kuznetsov” (la sola della flotta) , è entrata davvero in combattimento: è scesa da San Pietroburgo nel Mediterraneo e dal largo di Aleppo sta lanciando ondate di caccia bombardieri e missili. Questo è quanto hanno pagato i morti nella metropolitana.

La guerra della Russia contro il fondamentalismo islamico ha radici ben più profonde e antiche di quella dell’Occidente. Non foss’altro perché l’Islam è stato per secoli all’interno dell’impero zarista come delle repubbliche ex sovietiche. E lo ha circondato da Est (con l’Afganistan) a Sud ( con l’impero ottomano).

Più che un ragionamento astratto, è il racconto di una esperienza diretta che può spiegare come i russi abbiano capito prima e meglio di noi la sfida islamica. Non ne avevo mai sentito parlare sino a quando, nel 1989, ho incontrato a Mosca Valentin Falin, il successore del mitico Suslov nella carica di responsabile esteri del partito. Da pochi mesi, Gorbaciov aveva ritirato l’Armata Rossa dall’Afganistan, dopo una guerra di quasi dieci anni che era costata ai russi 26 mila morti. Per giustificarla (e per contestare l’impegno degli americani a sostegno dei talebani) Falin mi espose una tesi per me assolutamente nuova (che mi sembrò inaccettabile). Secondo lui, Mosca aveva combattuto contro il fanatismo islamico in Afghanistan per evitare che si estendesse come un veleno micidiale alle vicine repubbliche sovietiche (dall’Uzbekistan al Tagikistan). Noi non avevamo capito la gravità della minaccia creata dal possibile futuro conflitto tra razionalità e Islam. Pensavamo e agivamo ancora –insisteva- secondo la logica del conflitto precedente (Occidente- comunismo) e sbagliavamo.
In effetti Bin Laden (fratello del più importante costruttore del Medio Oriente e uno dei più grandi del mondo) combatteva accanto ai talebani in Afghanistan, ma era una creatura degli americani e dei pakistani loro alleati. Per colpire Mosca, Washington si era allevata in seno il serpente che avrebbe distrutto le torri gemelle.
Il secondo e più forte segnale dell’impegno russo (ma non americano) contro la sfida islamica lo ebbi nel 2001, quando servivo nel governo Amato al ministero degli Esteri come sottosegretario responsabile per l’Asia. Cacciati i russi, era esplosa la guerra tra i vincitori, ovvero tra il generale Massud (capo della Alleanza del Nord) e il governo talebano di Kabul. Il re in esilio dell’Afganistan, Zahir Shah, abitava da anni all’Olgiata in una villetta, con un vecchio generale che gli faceva da maggiordomo, aveva ancora un forte ascendente sulle tribù e quando lo andavo a trovare suggeriva la grande assemblea tribale tradizionale, la cosiddetta Loya Jirga, per avviare una trattativa di pace. Organizzammo persino una piccola Loya Jirga con lui a Roma.
Il nostro Gino Strada aveva in Afganistan due ospedali di Emergency International (uno nell’area controllata dal generale Massud e uno a Kabul): potevamo perciò chiedere come italiani alle due parti in guerra di aprire un “corridoio umanitario” tra i due ospedali e cominciare così a dialogare. Il laico Massud era immensamente popolare per avere combattuto da eroe i russi e veniva chiamato il “leone del Panshir”: una specie di Garibaldi afgano. Il Mullah Omar guidava il governo di Kabul e i “talebani”, un termine che significa testualmente “allievi delle scuole religiose”: i giovani cioè che nei villaggi miserabili imparavano a leggere il Corano e a scrivere in rudimentali scuole definite “madrasse”. Il prete o parroco (così noi lo chiameremmo ) nella madrassa di un villaggio era proprio Mullah Omar. Un poveretto corse a denunciare che il colonnello del governo filo russo aveva preso sua figlia e la stava violentando nella caserma. Mullah Omar radunò i giovani del suo “oratorio”, li incitò all’assalto, espugnò la caserma e impiccò il colonnello al cannone di un carro armato, che fu poi fatto girare a monito per il villaggio. Così nacque il suo mito.
Incontrai il generale Massud a Duchambè (la capitale del Tagikistan che confinava con il territorio da lui controllato). Ricordava che, quando studiava ingegneria a Kabul, le ragazze andavano all’università in minigonna. Sosteneva che i governativi erano armati dal Pakistan e che addirittura soldati pakistani di etnia pashtun (come la maggioranza degli afgani) combattevano contro di lui travestiti da talebani. Ma accettava il “corridoio umanitario” attraverso i due ospedali come premessa al dialogo. Incontrai subito dopo a Kabul il ministro degli Esteri talebano Muttawakil. Anche lui accettava il “corridoio” e il possibile dialogo. D’altronde, i talebani non erano tutti uguali e qualche influenza indiretta sul loro governo non mancava agli occidentali, perché noi non lo riconoscevamo e non avevamo diplomatici a Kabul, ma nella capitale afghana c’erano ancora, potentissime, le ambasciata dell’Arabia Saudita e del Pakistan.

Gli americani, sia pure informalmente, si interessavano agli sforzi italiani. Mi veniva infatti a trovare al Ministero a Roma Zalmay Khalilzad, un professore americano della Rand Corporation (un istituto di studi vicino ai repubblicani), nato in Afghanistan, che parlava perfettamente pashtun. Io insistevo che la trattativa tra Massud e i talebani era possibile ma soltanto se si armava e aiutava il generale, perché il governo di Kabul poteva accettare il negoziato, sì, ma soltanto dopo aver toccato con mano che una vittoria militare gli era preclusa. Anche gli americani dovevano dunque sostenere Massud (esattamente come i russi, che pure lo avevano combattuto quando il “Garibaldi afgano” era il più temuto capo della resistenza contro la loro occupazione). Khalilzad ascoltava, non commentava, ma capivo che ne sapeva molto più di me e che non era soltanto un professore.
Non se ne fece nulla, forse non ce ne fu il tempo. Bin Laden aveva un grande ascendente sul capo dei talebani Mullah Omar e ne aveva addirittura sposato la sorella. Aveva già ucciso 17 marinai americani con un attentato al cacciatorpediniere “Cole” al largo dello Yemen. Continuò a organizzarsi indisturbato dall’Afganistan, sino alla distruzione delle torri gemelle.

Ma gli altri interlocutori di questo fallito (forse impossibile) tentativo di mediazione come sono finiti?Il generale Massud, pochi mesi dopo il nostro incontro a Duchambè, fu assassinato proprio da Bin Laden, alla vigilia del suo attacco contro New York. Era per lui il principale pericolo, l’ostacolo da eliminare in via preventiva per evitare che potesse fare da sponda agli americani quando, dopo la strage di New York, avrebbero presumibilmente invaso l’Afganistan. Una troupe televisiva andò a intervistarlo, ma era un commando suicida e all’interno della telecamera si trovava nascosta una bomba.

E il ministro degli Esteri talebano Muttawakil? All’arrivo dei marines a Kabul, riuscì a fuggire nel Waziriland (il territorio di montagna conteso al confine tra Pakistan e Afghanistan). Avevo ragione a considerarlo un possibile interlocutore. La CIA lo individuò come tale attraverso mediatori e lo invitò riservatamente a Washington per una trattativa di pace che ponesse fine alla guerriglia. Lui accettò, ma la FBI litigava con la CIA: lo arrestò appena arrivato all’aeroporto per traffico di droga e finì per anni a Guantanamo prima di tornare come un rispettato capo tribale a Kabul.

E Khalizdad? Ne sapeva davvero molto più di me. L’amministrazione Bush infatti lo nominò ambasciatore prima in Afghanistan e poi in Iraq durante l’occupazione militare americana: veniva chiamato “il viceré”. Infine divenne ambasciatore degli Stati Uniti all’Onu (ed è stato tra i candidati per fare il segretario di Stato con Trump).

E il re Zahir Shah? È rientrato in patria dove è morto molto anziano ancora circondato dall’affetto degli afghani, che rimpiangono il suo regno come una “età dell’oro”. Persino il talebano Muttawakil, salutandomi, mi disse :”quando torna a Roma, porti i miei omaggi a sua maestà”. Ha sempre rispettato gli italiani. Nel 1940, c’erano centinaia di nostri tecnici a Kabul per modernizzare il Paese. Quando entrammo in guerra, gli inglesi, che controllavano tutta l’area, volevano internarli in un campo di concentramento. L’allora giovane re disse. “Mai, sono miei ospiti e non consentirò per nessuna ragione che siano toccati”. Se ne ritornarono in Italia nei modi più avventurosi, ma salvi.
Resta l’interrogativo più importante. E l’Afganistan? Se ne parla meno, ma ancora una volta si è dimostrato che la guerra non risolve i problemi. Il governo di Kabul controlla infatti soltanto il 57 per cento del territorio, il suo esercito, pur addestrato con enormi spese, dall’inizio del 2016 al novembre, ha avuto 6.785 morti e 11.777 feriti. Ci sarebbe bisogno di mediatori come il malcapitato Muttawakil, ma si può dubitare, dopo quello che gli è successo, che qualcuno si fidi ancora degli americani. La storia pesa. Alla fine dell’Ottocento, l’Afganistan era al centro del conflitto tra le grandi potenze ma già i diplomatici chiamavano tale conflitto “la danza degli spettri”, indicando con la macabra definizione che il lieto fine era escluso.
Tutta la vicenda contribuisce a far pensare che, se una sola buona cosa Trump ha promesso, questa è l’aspirazione a normalizzare i rapporti con Putin. Innanzitutto, si può sperare, per combattere insieme il fondamentalismo islamico. La tragedia di San Pietroburgo spingerà certamente in questa direzione.

Ugo Intini

L’unità europea e i pericoli del post fascismo
di Ugo Intini – Il Mattino

Europa. Il MattinoNei giorni in cui si celebra il 60° anniversario dei trattati che diedero il via al processo di unità europea, tutti ricordano il famoso “Manifesto di Ventotene”, che ne è stato la base ideologica. La prima edizione (introvabile e p
reziosa) è conservata alla Fondazione Nenni e ci ricorda molte cose: una straordinaria storia di lungimiranza e coraggio, la posta oggi in gioco, le scelte sul tavolo.

Nell’isola di Ventotene, i detenuti politici hanno sognato e discusso per mesi l’Europa unita. Altiero Spinelli e Ernesto Rossi del Partito d’Azione, con Eugenio Colorni del Partito Socialista, hanno infine sintetizzato e scritto il frutto di questo “lavoro collettivo”, come essi stessi lo definiscono. Colorni è stato incaricato di diffonderlo. E infatti il 22 gennaio 1944, nella Roma occupata dai nazisti (mentre contribuiva a organizzare la resistenza e confezionava, come capo redattore, l’Avanti! clandestino) , in una tipografia nascosta di Monte Mario, ha fatto stampare 500 copie di un libriccino di 125 pagine intitolato “PROBLEMI DELLA FEDERAZIONE EUROPEA: il “Manifesto di Ventotene”, appunto.
Accanto alla evidente lungimiranza, è meno noto lo straordinario coraggio di chi nel pieno della guerra e della repressione nazista preparava il futuro. Colorni lo ha pagato con la vita perché non ha visto l’Europa unita e neppure l’Italia libera: il giorno prima dell’arrivo delle truppe americane nella capitale, è stato infatti riconosciuto da una pattuglia di fascisti che gli ha sparato per strada e lo ha ucciso.
Il volumetto clandestino naturalmente non ha firme. C’è una prefazione che è opera di Colorni ed è siglata “Il M.F.E” (Movimento Federalista Europeo). Seguono gli scritti centrali: di Spinelli e Rossi.
Quale sia stata (dichiaratamente) la spinta alla costruzione dell’Europa unita ci deve far riflettere ancora oggi. Colorni sostiene che le tragedie del continente sono nate tutte dai nazionalismi e dagli egoismi dei singoli Stati sovrani. L’unità europea significava dunque innanzitutto: “mai più guerra”. Anche se la dissoluzione della ex Jugoslavia, che pure era uno Stato vero, ha provocato conflitti sanguinosi, oggi la fine dell’Unione porterebbe probabilmente soltanto guerre commerciali (che già si temono con la Brexit) ma il loro effetto ci renderebbe comunque tutti più poveri. Così come il ritorno alla lira taglierebbe del 30 per cento, dall’oggi al domani, i risparmi degli italiani.

Dietro il Manifesto, si intravede il padre fondatore del partito socialista, Filippo Turati, che già nel 1896, nel suo primo discorso alla Camera, chiedeva gli “Stati Uniti d’Europa” e li vedeva come tappa (in un giorno lontano) verso gli “Stati Uniti del mondo”. Colorni indica esplicitamente anche quest’ultimo obiettivo: “l’ideale di una federazione europea –scrive- come preludio di una federazione mondiale”. È un visionario, certo. Ma anche Turati lo era quando nel 1896 sognava l’Europa unita. E tuttavia, sia pure dopo un secolo, il sogno è diventato in gran parte realtà. Per questo, il nuovo Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, anche lui socialista, cita spesso Turati e il suo ideale di unità mondiale come l’obiettivo ultimo, per le generazioni future, delle Nazioni che siedono al palazzo di vetro di New York.

La prefazione di Colorni elenca uno per uno gli obiettivi dell’Unione Europea derivanti dai principi generali del Manifesto. “Tali principi-scrive-si possono riassumere nei seguenti punti: esercito unico federale, unità monetaria, abolizione delle barriere doganali e delle limitazioni all’emigrazione tra gli Stati appartenenti alla federazione, rappresentanza diretta dei cittadini ai consessi federali, politica estera unica”. Molti di questi obbiettivi sono stati raggiunti. Mancano l’esercito e la politica estera unica. Il Parlamento europeo è sì un “consesso federale” a elezione diretta, ma con scarsi poteri. Ciò che si è conseguito tuttavia non è poco. E proprio su difesa e politica estera il vertice di Roma avrà molto da dire. Abbiamo infatti pagato a caro prezzo l’assenza (o gli interventi scoordinati) dei Paesi europei in Libia e Siria. E il rifiuto di Trump a finanziare la NATO senza un più cospicuo contributo degli alleati europei si spinge sino alla messa in discussione della NATO stessa. Cosicché a Bruxelles si cominciano a porre domande di buon senso. Non sarebbe preziosa una forza europea (anche piccola) di pronto intervento in caso di crisi (ad esempio nel Medio Oriente)? La sola omogeneizzazione e standardizzazione dei sistemi d’arma non farebbe risparmiare miliardi di euro nei bilanci per la difesa? E infine (la domanda più delicata e importante) che senso ha nel 21º secolo la capacità nucleare (missili, bombe e sottomarini) della sola Francia? La force de frappe (forza d’urto) cara soprattutto a De Gaulle non potrebbe diventare uno strumento dell’intera Unione Europea?

Nel 1954, la CED (Comunità Europea di Difesa) arrivò a un soffio dall’essere realizzata. E l’argomento, anche attraverso tappe successive, può tornare sul tavolo. D’altronde, Colorni stesso spiega che proprio l’isolamento di Ventotene e la forzata inattività ha consentito ai padri del Manifesto di non farsi distrarre dai fatti contingenti, concentrando l’attenzione sulla sostanza. Vogliamo riprovare a guardare i dati più clamorosi senza lasciarci distrarre? Nel 1900, l’Europa aveva la metà della popolazione mondiale; adesso, si avvia ad averne il 5. Gran Bretagna, Francia e Germania, da sole, producevano il 35 per cento della ricchezza. Oggi ne producono il 12. Qualcuno può pensare seriamente che i singoli Paesi europei, senza unire le loro forze, possano contare qualcosa nel mondo? Certo, ci si può domandare se valga davvero la pena che l’Europa conti e se abbia qualcosa da dire. Ma anche qui, spesso perdiamo di vista l’essenziale. Scherzando (ma non troppo) si suol ricordare che “gli europei hanno in tasca non la pistola, come gli americani, ma la tessera sanitaria”. Fuori di metafora, non abbiamo la pena di morte ma il Welfare State. Questo da solo basterebbe per rendere, nonostante tutto, l’Europa un modello di civilizzazione per il mondo. E infatti, anche se spesso non ce ne accorgiamo, come tale l’Europa è vista soprattutto nei Paesi in via di sviluppo.

La storia, e il buon senso, spesso colgono l’essenziale. Al vertice di Roma si polemizzerà sulla “Europa a più velocità”. Ma a Ventotene, alla Lettonia (tanto per fare un esempio), ceto neppure si pensava. Alcuni Paesi (innanzitutto Francia, Germania e Italia) camminano insieme da 60 anni; altri, come la Bulgaria, sono arrivati da dieci. E’ naturale che i più vecchi e sperimentati amici vogliano fare insieme un tratto di strada in più e che gli ultimi arrivati li raggiungano dopo, se lo vorranno. Al vertice di Roma, si discuterà delle technicalities per difendere l’Euro. Ma subito dopo la sua creazione, più di quindici anni fa, alla Camera, dicevo. “Mai nella storia si è vista una moneta reggere rimanendo appesa al nulla. Dobbiamo pertanto appendere l’euro alla bilancia di una giustizia comune, alla spada di una difesa comune, ad una politica economica ed estera comune”.

Il piccolo, ingiallito volumetto conservato alla Fondazione Nenni ci insegna un’ultima cosa, questa volta non grazie al testo stampato. Il vecchio leader socialista lo ha infatti sottolineato a penna e in quel lontano 1944 gli ha anche infilato all’interno (cosa davvero strana) un “pizzino”, scritto di suo pugno e incredibilmente riemerso dopo 73 anni. Vi si legge: “quando si farà il governo non deve restare né il colore, né l’odore del fascismo”. Filippo Turati, proprio mentre chiedeva l’Europa unita, insisteva che questo obiettivo sarebbe stato impossibile fino a che non fosse stato estirpato il “cancro” del fascismo che “per sua stessa confessione, è e si vanta di essere l’anti Europa”. Ecco, se non il fascismo, il post fascismo è ritornato. Con il suo nazionalismo, razzismo e intolleranza, nuovamente è e si vanta di essere l’anti Europa. E’ per questo, come ancora una volta avevano intuito i padri fondatori, che la costruzione europea si trova oggi in pericolo.

Ugo Intini

«Norme obsolete, servono tutele ma più concorrenza»
Corriere della Sera
Intervista a Riccardo Nencini

Oggi pomeriggio il governo incontrerà le associazioni dei tassisti, ma intanto lo sciopero dei taxi va avanti da quasi una settimana con pesanti conseguenze sulla mobilità nelle grandi città, senza contare la pessima figura che il Paese sta facendo agli occhi dei turisti che arrivano da ogni parte del mondo.

Senatore Nencini, che cosa pensa di questa protesta ad oltranza?
«Penso che i tassisti svolgono un servizio pubblico – dice il viceministro dei Trasporti, Riccardo Nencini, che oggi, insieme col ministro Graziano Delrio, incontrerà le associazioni di categoria -. Per questo voglio, ancora una volta, fare un appello a bloccare la protesta, avendo il governo accettato rapidissimamente di incontrare le associazioni».

I tassisti replicano che sono pronti al confronto con voi a patto che venga ritirato l’emendamento Lanzillotta al decreto Milleproroghe che, secondo loro, aprirebbe la porta a una liberalizzazione selvaggia.
«Innanzitutto osservo che ci sono posizioni disparate nel mondo delle associazioni dei tassisti, con alcune importanti che non scioperano. Il tavolo di confronto serve proprio per discutere delle questioni di merito e cercare un punto di equilibrio, premesso che una regolamentazione risoluta del settore è indispensabile».

Perché?
«Perché le norme che regolano il sistema risalgono a una ventina di anni fa mentre nel frattempo è cambiato il mondo della mobilità. Adesso è indispensabile la riforma, senza penalizzare i tassisti che hanno fatto un investimento sulla loro professione e mettendo un argine forte all’abusivismo. Come ha detto il ministro Delrio, è una buona occasione per una riforma complessiva».

Ma non ci potevate pensare prima, anziché prorogare di anno in anno le vecchie norme?
«Non c’è dubbio che le proroghe siano state utilizzate in eccesso».

Il Garante per gli scioperi nei servizi pubblici ha detto che il fermo a oltranza dei taxi viola la legge. Perché il governo non interviene per far rispettare le norme?
«Il mio reiterato appello a sospendere la protesta non è casuale. E al tavolo di confronto parleremo anche delle modalità della protesta».

Come pensate di convincere i tassisti?
«Partiamo dal fatto che la riforma non è più rinviabile. Sia l’autorità per la concorrenza sia quella per i trasporti hanno affermato che non possono più esserci norme lesive della concorrenza. Detto questo, il governo vuole impostare la riforma anche su altri due capisaldi: la tutela di chi ha investito denaro nell’attività di tassista; l’innovazione per tener conto di quanto sia cambiata la mobilità alla luce dei progressi della tecnologia».

Se non facciamo nulla, rischiamo anche una censura da parte della commissione europea?
«Il punto non è questo. In Italia la riforma va fatta, indipendentemente da quello che dice l’Europa».

Con l’apertura alla concorrenza si potranno creare opportunità di lavoro per i giovani?
«il mercato in parte si è già aperto, ma in maniera diatonica rispetto alle norme in vigore e questo dimostra che c’è bisogno di una nuova regolamentazione, che possa sì favorire la creazione di posti di lavoro, ma regolari e non abusivi».

Uber è una minaccia o una opportunità?
«Consentire al cittadino la migliore mobilità possibile al costo più basso è una opportunità, a patto che avvenga dentro un sistema regolamentato che offra garanzie sia agli utenti sia alle imprese».

Enrico Marro

I socialisti onesti c’erano. E io sono uno di quelli
Venerdì di Repubblica
Intervista a Ugo Intini

Rivisitata con l’occhio della memoria, la stagione di Mani Pulite che segnò il turbolento passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica nel vento della revanche popolare (non si usava ancora il termine populista), accompagnata dal tintinnio di manette più qualche suicidio, un quarto di secolo dopo come la vede uno che ci è passato dentro senza danni e sempre con la convinzione che «quel sottosopra si sarebbe potuto evita re»? Ugo Intini non sembra avere dubbi: «Penso ancora che fu fatto un uso illiberale della giustizia nel contesto di una campagna mediatica che portò alla fine della Prima repubblica senza che fosse stata costruita la Seconda».

Classe 194l, politico, giornalista,saggista, esponente storico del Psi, sottosegretario agli Esteri nel governo Amato e viceministro in quello Prodi, Intini rifiuta la definizione di “socialista pentito”. «Non mi piace» dice.

E quella di “socialista onesto”? Vorrà mica dire che tutti erano senza colpe.

«La stragrande maggioranza dei socialisti era onesta. Per loro come per altri c’era stato un periodo borderline durato 40 anni, un sistema che poi è degenerato. Oggi il finanziamento alla politica ai margini della legalità continua e per giunta riguarda poco i partiti, che peraltro non ci sono più, e molto i singoli. Non mi sembra un miglioramento”.

Ha avuto occasione di incontrare negli anni i compagni dipartito di allora?

«Ouasi tutti».

Anche quelli che hanno subito condanne?

«Ho incontrato sia quelli con i quali sono stato in sintonia sia quelli con i quali ci sono state polemiche. Alcuni di più altri di meno».

E avete parlato di quel 1992?

«Non sempre, e solo con alcuni. Con il tempo accade con minore frequenza. Anche perché oggi non faccio più politica attiva. Scrivo libri e articoli».

Il suo ultimo libro, “Lotta di classi” è dedicato al rovesciamento della piramide che vede l’Italia trasformata in un Paese con molti vecchi e pochi giovani,

«È un argomento che merita grande attenzione. Anche questo è un modo di fare politica, sapendo che un Paese con sempre meno giovani e sempre meno istruiti è un Paese che corre seri rischi».

Lei è stato vicino a Bettino Craxi anche quando fuggì a Hammamet per evitare l’arresto. Che ricordo ne conserva?

«Craxi viveva nel culto di Pietro Nenni, il leader storico del partito socialista, e come lui, era convinto che la politica venisse prima di tutto. Questo spiega molte delle sue scelte. Oggi invece la politica non viene prima di tutto, anzi rischia proprio di sparire. Siamo alla privatizzazione della politica».

Craxi era considerato un duro, un tratto del carattere che, quando era premier si tradusse nel suo decisionismo. Ma a Hammamet è apparso fragile.

«Era un uomo di partito e, in quanto tale, non poteva non essere amareggiato da quella che lui giudicava un’azione che avrebbe portato alla distruzione non solo del Psi ma anche di altre forze politiche. È stato il suo cruccio nella solitudine di Hammamet».

Lei è andato a trovarlo qualche volta in Tunisia?

«Una sola. Se ricordo bene era il 2008. Era già molto malato. Parlammo prevalentemente di politica. Per lui era come se non si potesse parlare d’altro».

Pensa ancora, venticinque anni dopo, che si poteva evitare “tutto quel sottosopra”?

«Diciamo che era giunto il momento di pensate a un cambio: lo si poteva fare in senso riformista e non violento. Si poteva e si doveva fare allora. E credo che si dovrebbe fare a maggior ragione oggi»

Salvatore Tropea

L’Europa nel limbo
– Il Quotidiano Nazionale – Claudio Martelli

Nella vita di ciascuno e in quella dei popoli capita di ringraziare il cielo per una disavventura che si rivela benefica. Purtroppo succede anche che una speranza esaudita si rigiri in una grande delusione. Temo che il Trattato di Maastricht appartenga al secondo caso. Tra quanti lo accolsero con entusiasmo spiccava la Lega Nord che poche settimane dopo avrebbe conquistato il centro della scena con una spettacolare avanzata elettorale. Quella della Lega non era un’infatuazione, era l’essenza della sua vocazione e del suo programma, pronta com’era a secedere dall’Italia pur di raggiungere l’Europa e magari fondersi con la Baviera. Quant’acqua è passata lungo il Po! Oggi la stessa Lega fattasi nazionalista vuol portare tutta l’Italia fuori dall’euro!  Di tutt’altro avviso Bettino Craxi, che profetizzò: «Si parla dell’Europa come di un paradiso terrestre: ci arriveremo al paradiso .. nella migliore delle ipotesi sarà un limbo, nella peggiore un inferno».

Ancor più pessimista Raul Gardini ancora a capo dell’impero Ferruzzi e Montedison immaginava: «Verranno giù, qui, nella nostra pianura, i carolingi con le loro merci, le loro banche, il loro ordine teutonico e per noi non ce ne sarà più per nessuno». Ma Craxi e Gardini erano voci fuori del coro. Gli altri politici e gli altri industriali ancorché spaventati non fiatarono riserve né richieste di rinvii. Alcuni, allineati con Guido Carli, scommisero che i nuovi vincoli europei avrebbero costretto l’Italia a riformarsi, a mettere in regola bilanci e comportamenti. «Bisogna rifare lo Stato da cima a fondo», tuonava Cesare Romiti. Gli stessi e altri scommettevano di far tornare i conti approfittando dell’ondata di liberalizzazioni e di privatizzazioni in arrivo. Cosa che puntualmente avvenne. A spese dello Stato che non fu rifatto, ma spogliato.

Intendiamoci, l’Unione era e rimane necessaria perché è la sola possibilità per le nazioni europee di reggere nella globalizzazione la competizione con giganti continentali come gli Usa, la Cina, l’India. Ma il modo sin qui seguito, con e soprattutto dopo Maastricht, ha provocato un inferno di squilibri, accentuato diseguaglianze, imposto minacciosi deficit democratici. Maastricht fu pensata in fretta dopo il crollo dei muri e a cavallo dell’unificazione tedesca per assecondarla, diluendone l’immane potenza nell’unità europea. Si sarebbe dovuto cominciare dall’unione politica – frontiere, difesa, politica estera comuni – invece si cominciò dai mercati, dalla moneta e da uno smisurato allargamento. Il risultato è il limbo previsto da Craxi: le nazioni hanno perso la vecchia sovranità, l’Europa non ne ha costituita una nuova. Il vuoto non è stato colmato dall’ipertrofia burocratica e delle regole che, anzi, hanno disaffezionato e alienato l’Europa dai suoi popoli. Alla fine se n’è avvantaggiata la nazione più forte, ma un’Europa tedesca è proprio ciò che Mitterrand paventava e che anche Kohl voleva evitare. Quando un disegno devia dalla traiettoria originaria bisogna tornare alle origini e riplasmare il disegno.

Claudio Martelli

Pertini e i misteri dell’arresto del duce
– ll Mattino –
Fabrizio Coscia

C’è una foto che ritrae Benito Mussolini insieme a un gruppo di soldati tedeschi, sorridenti e festanti a Campo Imperatore, sul Gran Sasso. Accanto al duce posano i due ufficiali artefici della cosiddetta Operazione Quercia, nome in codice dell’intervento militare che il 12 settembre1943 portò alla liberazione di Mus solini, imprigionato per ordine di Badoglio, dopo l’Armistizio. Quel che colpisce, in questa foto, è l’espressione del duce, che contrasta con la generale atmosfera di giubilo per il successo dell’operazione: in abito scuro e cappello, Mussolini appare rigido, il volto terreo, il sorriso forzato, lo sguardo smarrito. Cos’erasuccesso? In un libro di alcuni anni fa, Storia segreta del 25 luglio 1943 (Mursia), Fulvio e Gianfranco Bellini ipotizzavano che il Re, quel 25 luglio a Villa Ada, fece sparire di scena Mussolini con l’obiettivo di prevenire un attentato dei militari e soprattutto per evitare un imminente intervento di Hitler contro il duce.

Un’ipotesi – questa delle segrete intenzioni di Hitler – storica – mente inverosimile e perfino incongrua. E tuttavia, sulla possibilità di un «arresto» cautelativo e concordato getta nuova luce (o nuove ombre) un’intervista inedita rilasciata da Sandro Pertini nel 1976, pubblicata adesso in un dvd allegato alla nuova edizione del libro di Ugo Intini, “Avanti! Un giornale,un’epoca” (PonteSisto, pagine700, 25euro). Pertini – all’epoca presidente della Camera in procinto di salire al Quirinale – parlando della svolta di Salerno dell’aprile del ’44, si lascia scappare qualcosa di nuovo: «Nessuno mi leva dalla testa – dice – che Mussolini andò dal re, al momento dell’arresto, consapevole che sarebbe stato tolto di mezzo dalla scena politica».

L’arresto del duce, sostiene Pertini, era una soluzione concordata: Mussolini aveva capito perfettamente che la guerra era perduta, che il fascismo era finito e che tutto attorno a sé stava crollando. Quale soluzione migliore,dunque,di quell’uscita di scena dignitosa, perfino da «vittima», che allo stesso tempo gli avrebbe salvato la faccia e la vita? «D’altra parte è impossibile che Mussolini non fosse stato avvertito delle vere intenzioni del re quando si recò dal lui – sottolinea Pertini- così come è altrettanto impossibile che non abbia dato ordine alla Milizia di mobilitarsi. Non ci funulla, invece, nessun atto di reazione contro il Gran Fascismo».

Pertini, nell’intervista inedita rilasciata a Intini – che in questo dvd ha raccolto anche testimonianze storiche di altri padri del socialismo, come Nenni, Jacometti, Lelio Basso e Riccardo Lombardi – sostiene che anche il generale dei carabinieri Angelo Cerica, organizzatore dell’arresto del duce, gli abbia confidato di condividere questa sua supposizione. Ma la Storia, si sa, non si scrive con le ipotesi, i sospetti, o le convinzioni. E tuttavia, il dubbio a volte può diventare un fiume carsico, che scorre anche senza venir mai alla luce.

Proviamo, allora, a seguire il suo corso: innanzitutto, vero è che il re non parlò mai di arresto, ma di una misura presa per garantire la sicurezza di Mussolini. Lo stesso Badoglio, in una lettera al duce (pubblicata da Renzo De Felice nel suo monumentale lavoro su Mussolini) lo conferma, quando scrive: «Il sottoscritto capo del governo tiene a far sapere a S.V. che quanto è stato eseguito nei vostri riguardi è unicamente dovuto al vostro personale interesse essendo giunte da più parti precise segnalazioni di un serio complotto verso la vostra persona».

Mussolini risponde: «Desidero ringraziare il maresciallo d’Italia Badoglio per le attenzioni che ha voluto riservare alla mia persona. (…) Desidero assicurare il maresciallo Badoglio, anche in ricordo del lavoro comune svolto in altri tempi, che da parte mia non solo non gli verranno create difficoltà di sorta, ma sarà data ogni possibile collaborazione».

Uno scambio di cordialità che potrebbe rientrare, certo, in un rituale e diplomatico rispetto delle forme, ma potrebbe anche confermare, da un lato, la mancata reazione del duce all’arresto, e dall’altro l’espressione stravolta di Mussolini appena liberato dai tedeschi. La Storia per lui prendeva una nuova piega, forse non prevista: in quello sguardo obliquo, in quel sorriso forzato, forse il duce già intuiva che nel nuovo ruolo affidatogli da Hitler non era più al sicuro e sarebbe andato probabilmente incontro alla morte.

Fabrizio Coscia

La giornata della memoria – Una città – Vittorio Foa

UNA CITTÀ n. 109 / 2002 Dicembre-Gennaio
Intervista a Vittorio Foa
realizzata da Gianni Saporetti, Massimo Tesei

foaVittorio Foa – Nacque da una famiglia ebraica piemontese, è stato un politico e sindacalista italiano (Torino 1910 – Formia 2008). Antifascista, tra i personaggi di maggiore rilievo della sinistra italiana ed europea, partecipò attivamente alla Resistenza nelle file del Partito d’azione a Torino e a Milano; deputato alla Costituente, è stato in seguito dirigente della CGIL. Nel 1964, per effetto di una scissione a sinistra del PSI, nacque il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP), di cui Foa fu dirigente nazionale. Sostenne la trasformazione del PCI in Partito Democratico della Sinistra (PDS) e in seguito partecipò alla fondazione del Partito Democratico nel 2007. Morì a Formia il 20 ottobre 2008.


Cosa pensi dell’istituzione di questa giornata europea della Memoria. Non si corre il rischio di avere l’ennesima ricorrenza ammantata di retorica?
Più che sui rischi della retorica io ho avuto qualche dubbio all’inizio sul fatto di dover chiedere a un ragazzo, a data fissa, di ricordare qualcosa. A me pareva una specie di compito scolastico, che non corrispondeva al valore del ricordo, che è un altro; il valore del ricordo è la riflessione sul fatto. Non è solo il ricordare il fatto, ma è il lavorarci sopra. Comunque penso che questa giornata possa essere un’occasione.
Forse bisogna pensare al modo di avvicinarsi a questa memoria. La domanda che mi pongo, voglio dirlo apertamente, riguarda il modo di vivere il ricordo in una situazione in cui la tendenza è l’oblio. Cosa significa ricordare quando il trascorrere del tempo attenua fortemente il vigore delle immagini? Io poi non dimentico che l’oblio, a volte, può sembrare un elemento provvidenziale. Si può pensare che, a volte, certi conflitti umani e sociali possano essere superati soltanto attraverso l’oblio, attraverso la dimenticanza di determinati avvenimenti. E’ un’osservazione, mi pare, che Renan fece alla fine dell’800, quando disse che la nazione francese aveva potuto nascere in quanto era stata dimenticata la Notte di San Bartolomeo. Così era stata evitata la contrapposizione delle vittime di San Bartolomeo alla monarchia francese, che altrimenti avrebbe impedito di fare la Francia.
Questa domanda sull’oblio io me la pongo. Non c’è niente di male che si attenui il vigore di una memoria, la drammaticità di una memoria.
Io sono convinto che una storia atroce come Srebrenica non potrà essere cancellata neanche fra cento anni, però fra cento anni, quando saranno morti tutti quelli che possono ricordarla, o che ci hanno pianto sopra, il racconto di quella storia provocherà sentimenti comunque diversi da adesso. Che certe memorie si attenuino, si raddolciscano, non mi preoccupa. Mi preoccupa altro. Mi preoccupa innanzitutto che sorga l’occasione della negazione dei fatti, che con il passare del tempo si buttino via i fatti. Questo è intollerabile. I fatti non possono essere annullati, i fatti devono essere sempre richiamati. Su questo non c’è il minimo dubbio.
In secondo luogo mi preoccupa il modo in cui i fatti vengono detti. Ora, io mi rendo conto che si possano ricordare i fatti in modo diverso, però quando con ipocrisia il fatto viene già presentato in modo da essere, per così dire, raccontato in modi diversi, siamo di fronte a un’inaccettabile banalizzazione che credo sia anche molto pericolosa.
Faccio una digressione. Voglio cogliere questa occasione per dire l’originalità del modo in cui voi avete risuscitato una memoria. Non avete soltanto riprodotto una memoria, l’avete fatta rinascere facendo emergere anche gli affetti a essa collegati, e che potevano essere sopiti, rimossi dal tempo e anche dall’opera infame degli uomini che avevano collaborato col tempo nell’opera di rimozione. Questo mi fa venire in mente un aspetto della vostra esperienza che ha a che fare, in qualche modo, con il problema del ricordo, ed è il vostro modo di fare delle lunghe interviste. Ecco, è questo che mi colpisce: la lunghezza non è solo una caratteristica fra altre di un un modo di fare interviste, è un’altra cosa, è la richiesta di una valutazione nei tempi lunghi. Si chiede a qualcuno non soltanto di dire quello che pensa, ma di pensarlo in tempi lunghi.
Ora, a mio giudizio, il sollecitare i tempi lunghi è decisivo. Noi siamo tutti inchiodati al tempo immediato in un modo addirittura brutale, ma quando possiamo portare il nostro pensiero su dei tempi diversi, noi sentiamo che i problemi cambiano. I problemi diventano diversi.
Voglio tornare sulla memoria. Come fare allora a vincere l’oblio? L’oblio si può vincere, secondo me, solo se il ricordo è legato non solo al fatto che viene richiamato, e che si ritiene di dover richiamare, ma a qualcos’altro, alla ragione, cioè, che ci spinge a ricordare, che non può non aver a che fare con problemi nuovi che oggi vengono avanti. Bisogna pensare che ci sono delle domande di oggi. La memoria non è soltanto la ripetizione delle domande di ieri. La memoria è soprattutto il proporre delle domande nuove.
Faccio un esempio scontato: il problema dell’unicità dell’esperienza, problema sollevato così profondamente dalla Shoah. Vorrei dire che oggi lo sento molto acutamente perché vedo che vi è un problema di unicità ma vi è, contemporaneamente, anche un problema di non unicità.
L’unicità nasce dal fatto che la Shoah è una vicenda indissociabile dal suo rapporto con l’Europa e col mondo cristiano, così come non la si può separare dal carattere della diaspora ebraica europea, che aveva ed ha l’enorme pregio di una grande capacità, sia pure attraverso sofferenze, di vivere assieme agli altri; che è la cosa decisiva della vicenda ebraica e che la rende così diversa tanto dalla diaspora americana, come si è formata adesso, quanto dallo Stato di Israele. E però, nello stesso momento in cui affermo la sua unicità, devo capire che quello dello sterminio è un valore che va al di là, e che tocca il male di ciascuno. Fin da quando ero ragazzo ho potuto leggere le vicende degli armeni dispersi nel deserto siriano e mi ha sempre colpito vedere che da un certo punto in poi l’impossibilità di trovare una qualsiasi soluzione al problema della sopravvivenza diventa assoluta. Questo problema si è riprodotto per gli ebrei nel modo più drammatico e acuto col dramma generale della Shoah, in tutte le sue forme. Ma penso anche alla morte dei ruandesi nel ’94, quando sentirono suonare la Radio delle Cento Colline: “Quando suonerà la Radio delle Cento Colline, voi dovete sapere che sarete tutti morti”, questo era l’annuncio. Ecco, questo vuol dire che nell’organizzazione della morte di massa vi è qualcosa che va al di là del singolo evento. C’è l’unicità del problema e, contemporaneamente, c’è il bisogno di sentire delle radici più profonde del male, che sono radici che ci toccano tutti.
Il ricordo della Shoah deve restare a fondamento dell’unità stessa dell’Europa; nello stesso tempo, però, in particolare per la Germania, non c’è anche un problema di superare quel marchio di infamia che l’accompagna ovunque? Che problema si pone qui tra oblio e memoria? Un nostro amico, un professore tedesco, proponeva di cominciare a dimenticare i carnefici e continuare a ricordare solo le vittime…
Io non so se è possibile farlo, ma questo richiama un po’ il pensiero di Renan: dimenticare per poter convivere. Ora, ogni volta che si afferma il bisogno della convivenza bisogna tenerne conto. Mi rendo conto che non è facile però in quello che dice il vostro amico tedesco c’è qualcosa di profondamente vero: l’inaccettabilità delle condanne inesorabili al popolo tedesco. C’è questo libro che colpevolizza tutto il popolo tedesco -credo si chiami I volenterosi carnefici di Hitler- che ha avuto un successo a mio avviso del tutto indebito, mentre altri libri americani hanno ricostruito con grande serietà proprio la nascita dei carnefici. Io credo che tutto quello che rappresenta la condanna di un paese debba essere abolito.
Detto questo, però, voglio dire qualcosa sull’Italia. In Italia c’è stata una campagna razziale, e non è stata cosa da poco: sono stati cacciati dalle scuole tutti i bambini, sono stati cacciati tutti gli insegnanti, sono state cacciate dal lavoro tantissime persone. Per questo la mia famiglia è stata costretta all’emigrazione.
Ebbene, come hanno reagito gli italiani? Qui vi è stato veramente un silenzio colpevole. Io ho vissuto l’esperienza del giuramento dei professori universitari. Alcuni professori universitari hanno rifiutato di giurare, altri hanno accettato di giurare in condizioni di disperazione. Lo ricordo ancora, frequentavo la loro casa. Ma non vi è stato allora su questo alcun commento. Quando hanno cacciato via i professori dalle università e dalle scuole, non vi è stata una sola parola di solidarietà. Ma quello che più mi ha colpito è stato vedere, nel 1945, quando cioè tutto era tornato normale, l’incredibile quantità di gente antifascista che c’era in giro, professori, persone dotte, comunisti, socialisti, azionisti, gente di tutti i tipi, e che, di nuovo, non ci sia stato uno solo di loro che abbia detto una parola per un amico o per un collega costretto a partire. Perché?
C’è qualcosa che forse va più in là. Forse voi ne avete parlato una volta, della tentazione italica a sentirsi sempre vittime in qualunque circostanza: la colpa è sempre degli altri, noi siamo sempre “puliti”. Un po’ è così.
Qui c’è un punto riguardo alla memoria che a me pare assolutamente imprescindibile: la memoria richiede il riconoscimento. Se il riconoscimento non c’è o è manchevole, la memoria non funziona e non è possibile alcuna riconciliazione. Credo, invece, che una riconciliazione possa partire dal riconoscimento. Su questo l’esempio di Mandela è stato abbastanza chiaro. Ma il fenomeno è più profondo e riguarda tutti. E’ grave che l’Italia non abbia riconosciuto l’uso dei gas in Etiopia, né la rapina di oggetti sacri del culto copto. Ecco, il non riconoscere le responsabilità, le colpe, significa bloccare qualunque processo positivo della convivenza. Per questo chiederei che nella memoria si dia il primato assoluto al riconoscimento. Una volta che c’è il riconoscimento si può cominciare ad andare avanti, si può cominciare a lavorare. E vorrei dire ancora qualcosa… Io riconosco il nesso profondo che esiste tra lo Stato di Israele e tutta la vicenda della Shoah, però non si può ignorare qualcosa… Io non posso credere che al mio avversario interessi solo la forza e non la ragione. Ci dobbiamo abituare a pensare che tutti possono comprendere anche la ragione. Contare solo sulla forza, come fosse l’unico argomento valido, alla fine non porterà da nessuna parte.
Ecco, allora, due idee che marciano insieme: il riconoscimento del fatto, che, certo, non è ancora la risoluzione di tutti i problemi aperti, ma è il primo passo, indispensabile; e poi l’idea che la forza non è l’unico rimedio praticabile, che c’è anche altro.
Il momento della Liberazione fu una grande gioia per la maggioranza delle persone: si tornava a vivere. Nello stesso tempo per tanti ebrei iniziava un periodo di angoscia per la ricerca dei cari e per quello che era successo. Sono stati lasciati soli anche in quei momenti?
Su questo fatto ho qualche dubbio. E’ stato recentemente imputato da varie parti che vi sia stata un’insensibilità per molto tempo rispetto alla Shoah, anche da parte degli ebrei italiani. Vi sono stati degli episodi abbastanza singolari. Ad esempio in un libro di Alessandro Stille, di memorie di famiglie ebraiche, tra cui anche la mia famiglia, c’è una lettera di mia madre scritta subito dopo la Liberazione a mia sorella emigrata negli Stati Uniti. In questa lettera c’è una quantità di notizie di familiari, chi è vivo, chi è morto, chi è scomparso, chi non si è più ritrovato, eccetera, e a un certo momento c’è una breve frase: “Il giovane Primo è tornato”. Mia figlia legge questa lettera e dice: “Ma allora voi non avevate capito niente se avete scritto: ‘Il giovane Primo è tornato’”. Sì, certo che non avevamo capito, c’erano delle cose che non avevamo capito. Forse nelle parole stesse che usò mia madre -il giovane che ritorna- c’era l’immagine della guerra che prevaleva sul resto. E credo che proprio questo sia stato uno degli elementi che ha consentito il ritardo della comprensione della Shoah. La mia stessa formazione era avvenuta nella prima guerra mondiale. Io mi sento completamente formato nella prima guerra mondiale: nella sua violenza, nella sua capacità distruttiva. E la prima guerra mondiale dura fino alla Resistenza, e solo nella Resistenza c’è il passaggio a un’idea di “seconda guerra mondiale”, nella quale non c’è più soltanto, come nella prima, l’essere “sì o no”. Allora, forse, l’essere ancora nell’ottica della prima guerra mondiale faceva vedere la Shoah come legata alla guerra, non come un episodio suo proprio. Per questo siamo arrivati in ritardo. Al di fuori di questo, io non so se si può parlare di una mancanza di solidarietà degli italiani nel momento della Liberazione. La Liberazione era un fenomeno di gioia tale, in tutti i campi… Cosa voleva dire la Liberazione? La Liberazione voleva dire questo: “La guerra è finita. E nel momento in cui la guerra è finita, dovunque sia -mio marito, mio figlio, la persona che amo- se è ancora viva, continuerà a vivere”. Ecco, la fine della guerra voleva dire questo. E questo dava a tutti un senso di felicità.

Palestina, l’ultima partita per la pace – Ugo Intini –
Il Mattino

Articolo uscito su Il Mattino del 3 gennaio 2017, dopo la delibera del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite

La Palestina è di nuovo al centro dell’attenzione. Dopo 40 votazioni in cui ha sempre messo il veto, il rappresentante degli Stati Uniti nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si è astenuto: Israele è stata pertanto condannata per i suoi nuovi insediamenti in Cisgiordania. Obama non deve più preoccuparsi per il peso elettorale degli ebrei americani . Pertanto per la prima volta si è sentito libero di fare ciò che gli appariva giusto, allineandosi alla posizione tradizionale degli altri quattro membri del Consiglio : non soltanto Russia e Cina, ma anche i più stretti alleati di Washington, ovvero Gran Bretagna e Francia. La condanna è quasi una ovvietà, perché è la logica conseguenza della posizione da decenni assunta dalle Nazioni Unite: Israele deve restituire i territori occupati con la guerra del 1967 per consentire la creazione di uno Stato palestinese accanto al suo. Quindi, non può occupare stabilmente nuove aree costruendo quartieri residenziali ebraici.
Con la conferenza internazionale prevista a Parigi per il 15 gennaio, l’attenzione alla questione palestinese si moltiplicherà. Vogliamo riassumere quello che è diventato un rompicapo della diplomazia internazionale (e che presto potrebbe aprire una nuova crisi)?
Con una procedura abbastanza consueta per i Paesi che vogliono acquisire un minimo di influenza, abbiamo a suo tempo ospitato a Roma in un grande albergo una quindicina di prestigiosi opinion leaders israeliani e palestinesi (di centro, destra e sinistra). Li abbiamo fatti “socializzare” tra loro con cene e visite da turisti vip. Poi li abbiamo chiusi in una stanza e, prima di lasciarli soli, abbiamo chiesto loro di cercare una soluzione di pace. Gli addetti ai lavori la chiamano “simulazione”: la sperimentazione cioè di quella che potrebbe essere un trattativa intergovernativa vera. Ecco i risultati.
Con un lavoro di taglia e cuci, Israele si può ritirare da quasi tutti i territori occupati (secondo la logica “terra in cambio di pace”) e i confini si possono ridisegnare. Anche se sarà penoso sloggiare i coloni israeliani (soprattutto fondamentalisti religiosi) che vi hanno creato i nuovi insediamenti.
E il centro storico di Gerusalemme (anch’ esso occupato con la guerra del 1967)? Ha un immenso impatto emotivo per tutte e tre le religioni del libro. Ci sono le rovine del tempio di re Salomone, distrutto dai romani, sul cui “muro del pianto “ancora oggi gli ebrei si lamentano e picchiano la testa a ricordo di quel disastro che aprì la strada a 2000 anni di diaspora. C’è la via Crucis percorsa da Gesù e la basilica del suo Santo Sepolcro. C’è la moschea di Al Aqsa, sorta dove Maometto si riunì con Abramo, Mosè e Gesù prima di salire al cielo accompagnato dall’arcangelo Gabriele, per ricevere ordini direttamente da Dio.
La storia ha un peso che può schiacciare, ma con buona volontà e fantasia lo si può reggere, anche perché alla fine, nell’area che costituisce il cuore delle tre religioni, abitano pur sempre poche decine di migliaia di persone. In questo “cuore” , la sovranità può essere “spacchettata”. I rappresentanti delle tre religioni possono esercitare congiuntamente la sovranità sull’area, rendendola extra territoriale rispetto sia allo Stato israeliano che a quello palestinese. Una sorta di “Stato vaticano”: che è extraterritoriale, appunto, rispetto all’Italia. La sovranità sulle persone non è un problema: gli israeliani avranno passaporto e leggi israeliane, gli arabi li avranno palestinesi. Bisognerà puoi raccogliere la spazzatura e regolare il traffico, ma si tratta pur sempre di problemi pratici non insormontabili. Gli abitanti del piccolo “Stato Vaticano” inter religioso avrebbero d’altronde grandi privilegi e un fiume di denaro proveniente dal turismo. E’ girata anche l’idea di trasferirvi da Ginevra, Vienna o New York una o più agenzie delle Nazioni Unite, con il personale internazionale che farebbe da cuscinetto tra arabi e israeliani, le opportunità di lavoro e i finanziamenti connessi, la natura cosmopolita e di “capitale spirituale del mondo” che ne deriverebbe.
Resta quello che i palestinesi chiamano il “diritto al ritorno”. Il diritto cioè dei cittadini arabi cacciati dalle loro case e dalla loro terra dai soldati israeliani di riprendersele. Ma il buon senso e il pragmatismo ci dicono che in Israele non possono tornare e pertanto dovranno accontentarsi di un indennizzo. Tel Aviv non metterà la mano al portafoglio, ma la comunità internazionale lo potrà fare. Chirac diceva che, se lo si fosse fatto per tempo, con i soldi spesi nei decenni per armi, guerre, caschi blu “peace keeping” e campi profughi, avremmo comprato un appartamento sui campi Elisi a tutti i rifugiati palestinesi.
È impossibile trasformare in realtà questa o altre “simulazioni”? Rabin e Arafat si erano avvicinati a compiere un passo avanti decisivo ma il primo è stato assassinato e il secondo (si sospetta fondatamente) anche. Abbiamo vissuto momenti di speranza. Come quando a Oslo, in un appartamento della periferia, i negoziatori israeliani e palestinesi restarono chiusi per mesi in segreto e partorirono una intesa. Che procurò a Arafat e Shimon Peres il premio Nobel per la pace.
Adesso, perso il momento felice, prevale chi rema (e ragiona) contro. A Tel Aviv, i falchi pensano che l’interesse per la crisi palestinese sia allentato dal terrorismo e da emergenze più gravi. Gli israeliani hanno la forza per continuare a imporre il fatto compiuto e il mondo arabo è pronto ad aiutare i palestinesi soltanto a chiacchiere. Inoltre, la vecchia logica “terra in cambio di pace” non è più valida di fronte al fanatismo terrorista: per quanta terra si ceda ai palestinesi, la pace definitiva non arriverà, perché sempre vi si opporrà un arabo più estremista.
In Palestina, i falchi pensano che la demografia e il tempo giochino a loro favore. Gli israeliani si troveranno in minoranza come i bianchi in Sudafrica. Dovranno dominare con la apartheid e nell’isolamento internazionale; i giovani cominceranno a preoccuparsi per il loro futuro e ad andarsene. Alla fine, la Palestina troverà il suo Mandela. Anche perché il ricordo dell’Olocausto e il complesso di colpa dell’Occidente che aiuta Israele dal 1945 può durare per molte generazioni, ma non più di un secolo.
Le voci razionali (anche quelle dei falchi) sono però sempre più sovrastate dal fanatismo religioso, ovvero dal fondamentalismo: da parte araba, come è evidente, ma non solo. Un tempo, il segretario generale del ministero degli Esteri israeliano (il diplomatico numero uno) era un signore nato e cresciuto a Roma. Ci si poteva anche litigare, ma come si fa a Trastevere. Adesso, il nuovo segretario generale ha così interrotto un ragionamento puramente logico . “Alt, scusi se la fermo. Mio papà è venuto qui a Gerusalemme dalla Russia per esservi seppellito, perché sa che il giorno del Giudizio Universale risorgerà prima degli altri”. C’è anche il fondamentalismo cristiano, che avvicina molti protestanti americani ai fondamentalisti ebrei. Dio stesso, dal monte Nebo, indicò la Cisgiordania a Mosé come la terra promessa al popolo israeliano. Quindi, cederla ai palestinesi sarebbe, oltre che oneroso, sacrilego. Fortunatamente, proprio nella quindicina di opinion leaders citata all’inizio, il più destra degli israeliani, un famoso rabbino, mi ha tranquillizzato. “Non esageriamo-ha spiegato-Dio ha dato una indicazione non così precisa e un pezzetto di Cisgiordania si può cedere”.
D’altronde, qual è l’alternativa? Se non la guerra tradizionale, una guerra strisciante. E sulla guerra Shimon Peres, un padre di Israele (e della sua arma atomica) aveva le idee chiare. In uno di quei momenti fortunati che potrebbero tornare, venne a Roma con Arafat per la “partita della pace” tra israeliani e palestinesi allo stadio Olimpico. Ricevuto al Quirinale da Ciampi, si sedette accanto a lui e gli disse. “Presidente, sa qual è la differenza tra il calcio e la guerra? Nel calcio si vince senza uccidere. Nella guerra, si uccide senza vincere”.

Ugo Intini