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Rassegna Stampa

Guerra fredda, cosa accadeva in Italia nella seconda Repubblica
Ugo Intini 
Il Mattino

di Ugo Intini

Negli Stati Uniti, gli inquirenti sul Russiagate puntano direttamente contro Trump e accusano di reati gravissimi alcuni suoi collaboratori: falso, cospirazione e tradimento per aver tenuto rapporti con Mosca allo scopo di avvantaggiarsi nella campagna elettorale. In Europa e nel mondo si moltiplicano gli scandali per veri o presunti rapporti di partiti e leader politici con il Cremlino. Una guerra di spie ha portato alla cacciata dei diplomatici russi dalle capitali occidentali e viceversa.

Siamo a una nuova guerra fredda? Si potrebbe temere quasi di sì, ma è stupefacente come sembra venuta meno la memoria storica su cosa faceva Mosca durante la guerra fredda vera. Sarebbe interessante ricordarlo soprattutto per quanto riguarda l’Italia: perché siamo italiani ma anche perché le ingerenze della Russia (e le complicità con la Russia stessa) hanno avuto da noi manifestazioni più gravi e clamorose che in qualunque altro Paese del mondo non comunista. La sostanza è sempre stata conosciuta, ma adesso emergono dagli archivi di Mosca documenti che nella loro precisione e inconfutabilità fanno una certa impressione.

Da sempre, addirittura dalla fondazione stessa del partito comunista, i russi lo hanno finanziato regolarmente con denaro contante (e pertanto non tracciabile). Il buon Cossiga (grande esperto della materia) mi raccontava ridacchiando che i servizi segreti italiani lo sapevano benissimo ma si preoccupavano soltanto che i dollari (questa era la moneta per i pagamenti) non fossero falsi.

Da un certo momento in poi, i rapporti tra PCI e URSS si sono fatti però più sofisticati e i comunisti italiani più ricchi, grazie all’ingresso sulla scena di un terzo attore: l’industria italiana, a sua volta assolutamente partecipe nella spartizione. Nel 1967, da tempo il meccanismo “trilaterale” funzionava evidentemente molto bene con Mosca. I comunisti italiani lo volevano pertanto introdurre anche negli altri Paesi dell’Est e in particolare in Cecoslovacchia. Ecco dunque come viene descritta la triangolazione, che segna un salto di qualità (e quantità). Informativa dell’ambasciata dell’URSS in Cecoslovacchia al CC del PCUS. 28 febbraio 1967. Segreto. “Il PCI ritiene che una delle fonti di ricerca dei fondi sia la sua attiva partecipazione agli scambi commerciali tra l’Italia e la Repubblica di Cecoslovacchia. Se la Repubblica cecoslovacca decidesse di firmare un accordo con ditte italiane, sarebbe preferibile che l’intenzione fosse comunicata prima al PCI il quale, preservando la massima segretezza, riceverebbe un compenso materiale per l’attività di mediazione a favore della positiva conclusione delle trattative”.

Vogliamo parlare dell’ENI? Ecco come i russi descrivevano un esempio virtuoso da imitare. “L’ENI si era accordata con l’URSS per la costruzione del gasdotto URSS-Italia ma non era stato risolto il problema del prezzo di vendita del gas. L’ENI si è rivolta al PCI chiedendo al partito di mediare e, durante la permanenza di Cossutta a Mosca, la questione è andata in porto: come ricompensa il PCI, per i prossimi dieci anni, riceverà grosse commissioni“.

Vogliamo parlare della FIAT e della sua fabbrica di Togliattigrad? Ecco un altro caso virtuoso. “Per esempio, durante la conclusione del noto accordo con l’URSS, la FIAT ha discusso con la controparte sovietica di alcune questioni concrete attraverso il PCI, ritenendo che esso avesse un accesso diretto alla dirigenza del PCUS“.

A proposito di Cecoslovacchia, cui si riferisce il documento segreto appena citato, emerge anche una ennesima dimostrazione di come il denaro influenzi sempre la politica (e viceversa). Il PCI com’è noto irritò i sovietici sostenendo la “primavera di Praga” e condannando persino a metà (ovvero con molta prudenza) l’intervento repressivo dei carri armati sovietici nell’agosto 1968. La condanna a metà provocò una riduzione (pertanto altrettanto a metà) del denaro diretto dal Cremlino a via delle Botteghe Oscure. Il Politburo decise di dimezzare nel 1969 il contributo del 1968 al PCI: da 6,7 milioni di dollari a 3,7 milioni, ai quali si aggiunsero i 700.000 dollari per il PSIUP. Non poco. Perché un milione di dollari dell’epoca equivaleva a oltre 40 milioni di euro oggi.

La penuria fu comunque di breve durata. Le “fraterne relazioni” (così si chiamavano nel linguaggio di rito) tra PCI e PCUS ritornarono infatti normali già un anno dopo, così come i finanziamenti: soprattutto quelli (ormai i più importanti) legati agli affari delle nostre aziende a Mosca. Come continuamente si legge nei documenti, i dirigenti comunisti italiani piangevano per i costi dell’Unità e delle campagne elettorali (e i russi si commuovevano). Si trattava di bassa cucina riservata agli amministratori, delle quali i vertici politici potevano non sapere? Non esattamente. Enrico Berlinguer nel 1970 era di fatto il segretario del partito (vice segretario di Pietro Longo colpito da un ictus). Era sì impegnato nella elaborazione della “questione morale“, ma ciò non gli impediva di mettere a frutto la ritrovata armonia con Mosca dopo lo strappo per i carri armati a Praga. Lettera dell’Incaricato di Affari provvisorio dell’URSS in Italia S. Kuznecov al segretario del CC del PCUS B.N. Ponomarev. 20 agosto 1970. Rigorosamente segreto. “Egregio Boris Nikolaevic, inviamo una lettera del compagno Enrico Berlinguer indirizzata al CC del PCUS. Nella missiva Berlinguer comunica che la dirigenza del PCI ha di recente analizzato la questione delle relazioni commerciali tra le ditte legate al partito e le organizzazioni del commercio estero sovietico. Gli amici valutano positivamente i risultati raggiunti in questo settore e ritengono che ora ci siano le condizioni favorevoli per allargare ulteriormente gli affari con varie ditte che producono strumenti agricoli, prodotti chimici, macchine automatiche ed elettroniche, macchinari e pezzi di ricambio, beni di consumo di massa e domestico. Nell’allegato alla lettera di Berlinguer vi è una lista di queste ditte e alcuni consigli pratici degli amici su tale questione”.

Non vorrei annoiare con conti pignoli. Ma certo, sulla base di quanto emerge dagli archivi sovietici, il fiume di denaro proveniente dal Cremlino è stato, nell’arco della prima Repubblica, tra cash e tangenti sugli affari, di molti miliardi di euro attuali. Senza contare gli aspetti trasparenti: le migliaia di giornate di vacanza e cure mediche gratuite per i dirigenti comunisti. E senza contare gli aspetti oscuri. A proposito dei quali sarebbe interessante riflettere su questa frase lasciata cadere recentemente da Eugenio Scalfari in uno dei suoi fondi domenicali sulla Repubblica. “I brigatisti rossi naturalmente erano sostenuti e in parte anche finanziati dai servizi di sicurezza sovietici”.

Gli inquirenti che a Washington stanno attaccando lo staff di Trump certo condannerebbero a decine di anni di galera, se fossero americani, tutti i protagonisti (politici e imprenditori) citati nei documenti appena emersi. E la guerra diplomatica con Mosca diverrebbe esplosiva. Per la verità le condanne arriverebbero forse anche dagli inquirenti italiani di oggi. Stanno accusando infatti l’amministratore delegato dell’ENI per i presunti fondi neri ai politici nigeriani, ma i fondi neri, sempre dell’ENI, ai politici italiani degli anni ‘70 non erano diversi. Come si deduce dal documento segreto prima citato sulle “grosse commissioni per dieci anni” quali “ricompensa” al PCI.

Ma (e qui si arriva all’oggi) l’esperienza italiana della prima Repubblica dovrebbe far riflettere. La minaccia del Cremlino era allora immensamente più grave. Era sistemica, perché l’impero sovietico voleva estendersi a tutti i Paesi del mondo portandovi al potere i partiti comunisti. Oggi non ci sono più né l’impero, né il comunismo: la minaccia è episodica e le ingerenze di Putin sono inezie rispetto a quelle dei suoi predecessori. Di fronte una montagna, i partiti democratici italiani hanno evitato reazioni traumatiche per prudenza, realismo e ragion di Stato. Hanno scongiurato una guerra civile, hanno assicurato decenni di libertà e progresso, hanno sviluppato la democrazia. E alla fine la guerra fredda tre Est e Ovest è stata vinta comunque. Di fronte a un topolino, Washington e i governi occidentali di oggi, probabilmente, dovrebbero seguire la stessa prudenza.

Certo, resta una considerazione politica e morale. I dirigenti del PCI nella prima Repubblica, mentre incassavano miliardi di euro, hanno goduto della tolleranza manifestata dai partiti democratici. I loro successori, caduto il muro di Berlino e esplosa Tangentopoli, non hanno usato la stessa tolleranza nei confronti di quegli stessi partiti democratici. Ma questa è storia della seconda Repubblica (e forse della terza che si affaccia).

Ugo Intini

Il macigno sugli entusiasmi di Di Maio e Salvini
Il Mattino
Ugo Intini

di Ugo Intini

Di Maio e Salvini si dichiarano i trionfatori delle elezioni e pretendono pertanto la guida del governo. Certamente hanno vinto se si considera che hanno largamente superato il risultato precedente e tutte le previsioni. Ma, quanto al trionfo, le cifre e i fatti sollevano seri dubbi: le cifre e i fatti che ci vengono dall’esperienza storica e anche dalle democrazie normali.

Di Maio sostiene che con il suo 32,66 per cento sarebbe un insulto se gli fosse negata la presidenza del Consiglio. Eppure, se ci si guarda indietro nel tempo (o intorno in Europa) si trovano esempi innumerevoli che suggeriscono il contrario.

Nel 1992, la DC di Forlani prese una percentuale un po’ inferiore ma quasi un milione di voti in più di M5S (perché, nonostante il minor numero di cittadini elettori, la percentuale dei votanti fu molto più alta di oggi). Tuttavia, il leader democristiano fu da tutti dichiarato sconfitto per il calo netto del suo partito e dovette lasciare la presidenza del Consiglio al socialista Giuliano Amato.

Il partito comunista, pur avendo ottenuto in molte elezioni una percentuale di consensi (rispetto agli aventi diritto al voto) superiore a quella di M5S, fu sempre escluso dal governo e cionondimeno mai gridò allo scandalo. C’era la guerra fredda, è vero. Ma i suoi capi storici erano pur sempre tra i padri della Costituzione e mai avevano delegittimato il Parlamento o le istituzioni come Grillo.

La Merkel ha avuto una percentuale maggiore di Di Maio (e ha fatto sì il governo). Ma non dopo aver criminalizzato e svillaneggiato i suoi potenziali alleati. Bensì dopo aver rispettosamente e pazientemente negoziato i programmi e i ministeri (quelli che da noi si chiamano “poltrone”) con tutti: prima (senza successo) con verdi e liberali, poi, finalmente, con i socialdemocratici. Se avesse mostrato una aggressività pari a un decimo di quella di Di Maio, nonostante il suo curriculum (non esattamente uguale) avrebbe fallito.
Altre epoche? Altre realtà nazionali? Certo. Ma la normalità è questa: nella nostra storia come nell’Europa di oggi. Resta, e pesa sugli entusiasmi di Di Maio e Salvini, il macigno che non si può nascondere. M5S ha preso il voto di un italiano su quattro. La Lega di poco più di un italiano su otto (perché –non bisogna mai dimenticarlo-ha votato soltanto il 72,93 per cento).
Sulla base di questi semplici dati, sorprende che al trionfalismo di di Maio e Salvini non venga rimproverato l’eccesso (e persino il ridicolo). Ma la spiegazione sta anche nel fatto che troppo a lungo si sono trascurate le cifre (e con esse il senso delle proporzioni). Il PD ad esempio ha governato sino a ieri con una larga maggioranza assoluta dei deputati, ma avendo ottenuto alle elezioni del 2013 il consenso di meno di un italiano su cinque. Il che ha probabilmente contribuito a una reazione di rigetto.
Nessuno ricorda che il quadripartito Forlani- Craxi (considerato travolto e delegittimato dalle elezioni politiche del 1992 prima ancora che da Mani Pulite) ottenne la maggioranza assoluta dei seggi e il 49 per cento (non il 37 come l’attuale centro destra). Prese due milioni di voti più della coalizione che (con Berlusconi nel 2008) realizzò il successo più grande nella storia della seconda Repubblica.
La mitizzazione del maggioritario e del bipolarismo, con la connessa demonizzazione del proporzionale e del multipartitismo, ha consolidato in questa seconda Repubblica (in contrapposizione alla prima) una mentalità che ha esaltato il valore della governabilità e trascurato quello della rappresentatività. Al di là di ogni limite (e del rispetto per i numeri). Sino a che la Corte Costituzionale ha dovuto intervenire. Anche per questo sono state ignorate tanto a lungo le cifre sui voti veri.

Adesso non c’è più il bipolarismo, il sistema maggioritario si è ridotto a un terzo dei seggi, ma la mentalità è dura a morire. Molti leader politici continuano nei proclami muscolari del “noi“ contro “loro” e nel definire “inciucio“ la ricerca (normale nelle democrazie proporzionali) di punti di equilibrio e compromesso. Come ad esempio quelli che hanno portato alla presidenza del Consiglio Spadolini (con il 3,03 per cento dei voti repubblicani) e Craxi (con l’11,44 per cento dei voti socialisti).

Non si vede neppure che quel terzo di uninominale rimasto non ha garantito affatto il vantaggio tipico del sistema e cioè la possibilità di scegliere persone rispettate e radicate nel territorio. I candidati nei collegi uninominali sono risultati infatti per lo più sconosciuti e il voto è stato dato non ai tanti “signori nessuno”, bensì ai simboli di partito. Il sistema (pur ridotto a un terzo dei seggi) ha prodotto invece danni ulteriori. Il primo danno è stato l’instabilità, perché l’uninominale si è mosso come un elefante nella fragile barca della nostra democrazia, destabilizzandola con spostamenti rapidi e imprevisti. Come in Sicilia, dove il centro destra ha vinto nettamente le elezioni regionali creando l’aspettativa di un cappotto a vantaggio di Berlusconi (simile a quello del 2008). E invece, dopo soli quattro mesi, M5S ha fatto l’ en plein. Il secondo danno (e più grave) è stato l’effetto moltiplicatore nella divisione dell’Italia. Perché ad esempio il Veneto ha eletto nei collegi uninominali di Camera e Senato 28 parlamentari su 28 della destra, mentre la Sicilia ne ha eletti 28 su 28 di M5S. Come se le due regioni si trovassero su pianeti diversi e come se tutti gli altri partiti non esistessero.

La mentalità maggioritaria crea l’insofferenza alla mediazione e anche la propensione a cercare come giocatori di poker la conquista dell’intero piatto rischiando il tutto per tutto (magari ripetendo la partita, ad esempio con immediate nuove elezioni). Senza il suo superamento, sarà difficile trovare soluzioni. Anche perché molti degli attuali leader politici sono cresciuti con questa mentalità e con essa hanno conquistato la leadership di partiti ormai disabituati al paziente dibattito (o addirittura completamente privi di democrazia interna).Hanno sostituito la propaganda da talk show alla cultura di governo e alla politica (che è l’arte del possibile, non del picchiare i pugni sul tavolo). Hanno preferito la costruzione dell’immagine a quella della realtà.

“Italy votes for iresponsability”- ha sintetizzato nel suo titolo l’Economist. Ma l’irresponsabilità è stata alimentata dai leader politici stessi. Non solo, come è stato ampiamente ricordato, con le promesse più mirabolanti. Ma anche con una contraddizione clamorosa: quella di cavalcare l’antipolitica pur essendo politici di professione, che non hanno mai avuto in vita loro nessuna altra occupazione se non la politica stessa (da Renzi a Di Maio e Salvini). Forse, per uscirne, bisognerebbe tornare alla razionalità e pertanto alle cifre. Quelle dei voti veri, che sarebbero un antidoto all’arroganza megalomane. E ancor più quelle dell’economia, che sarebbero un antidoto alla politica dei regali per tutti (per i disoccupati del Sud come per gli evasori fiscali del Nord).

Ugo Intini

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Perché la sinistra ha perso da Bagnoli a Ponticelli
Il Mattino
Luigi Covatta

Ma davvero l’Italia ha votato con la mano sul portafoglio, premiando al Nord chi prometteva la “flat tax” ed al Sud chi offriva il reddito di cittadinanza? E davvero è significativa la tenuta della sinistra nei quartieri alti (a Chiaia e a Posillipo a Napoli, ma anche all’interno della cerchia dei Navigli a Milano)? In fondo non c’è molto di nuovo. Già quarant’anni fa a Roma Argan e Petroselli venivano eletti col voto dei Parioli, mentre le borgate erano saldamente in mano al Movimento sociale. E quando nel 1983 il leader della sinistra socialista Riccardo Lombardi si candidò nel collegio più popolare di Milano non venne eletto.

L’interpretazione del voto del 4 marzo dovrebbe tenersi lontana da certi esercizi di sociologia spicciola, e scavare invece nella cultura politica degli italiani: i quali, magari partendo dalla pulsione antipolitica alimentata dalle più diverse fonti nell’ultimo quarto di secolo, sono ormai giunti all’iperpoliticismo, saltando a piè pari la fase della politica vera e propria. Questa esige di misurare la compatibilità dei propri progetti con la realtà e di implementarli di conseguenza. L’iperpoliticismo invece misura solo i rapporti di forza, e si riduce all’alternativa fra “noi” e “loro”: dove “loro” sono i potenti di turno, nel caso quella sinistra che negli ultimi vent’anni ha governato quasi ininterrottamente le regioni del Mezzogiorno continentale senza apprezzabili risultati.

Ovviamente si può escludere che gli elettori di Barra e Ponticelli abbiano letto tutti Carl Schmitt. Ma si può escludere anche che abbiano letto il programma dei Cinque stelle e siano andati a votare per mettersi in tasca 800 euro al mese esentasse. Hanno piuttosto espresso la frustrazione di chi avrebbe una gran voglia di partecipare ma si vede preclusi tutti i canali di partecipazione. Quelli organizzativi, innanzitutto: sfido chiunque a partecipare alla vita del Pd a Napoli, per esempio. Senza dimenticare che quando il Pd venne fondato Grillo avanzò la propria candidatura alle primarie, ma le burocrazie di partito la respinsero (insieme con quella di Pannella): e magari sarebbe stata l’occasione per seppellire un comico con una risata.

Ma sono occlusi anche i canali culturali: i codici linguistici di chi governa (e magari avvia anche riforme utili) non combaciano con quelli di chi è governato (e magari di quelle riforme è beneficiario). Servirebbe quella che adesso si chiama una “narrazione”, e che più semplicemente potrebbe essere definita una visione politica senza scomodare le infauste ideologie del ‘900 (e senza scomodare neanche i dinosauri postcomunisti che adesso si aggirano col loro 3% nel Jurassic Park della vita pubblica). La sinistra, insomma, ha perso il popolo non perché non lo ha ascoltato, ma perché non gli ha detto niente: quando non lo ha addirittura irriso, insistendo sull’incompetenza degli avversari e sul curriculum di Di Maio, mentre il governo dei “competenti” lasciava l’Italia divisa in due per cinque centimetri di neve senza torcere neanche un capello all’amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato: e come se nel 1994 Berlusconi non avesse riempito le aule parlamentari di funzionari di Publitalia e Bossi non si fosse vantato di aver fatto eleggere gli attacchini, mentre associava Gianfranco Miglio a flatulenze universali.

Incompetenti, del resto, erano anche i deputati che il 18 aprile 1948 “emergevano dalle parrocchie e dai salottini della piccola borghesia di provincia, dai circoli ricreativi e dai consigli d’amministrazione delle casse rurali”: i quali, secondo Enzo Forcella, provocarono nella “maggior parte degli italiani colti dell’epoca” una “reazione di sorpresa e di incredulità”. Gli italiani colti di oggi, invece, dovrebbero preoccuparsi di ben altro: della deriva antiparlamentare che i Cinque stelle hanno avviato proponendo il vincolo di mandato, per esempio; o dell’opacità delle procedure con cui sono stati scelti i candidati; o infine del legame che vincola gli eletti alla Casaleggio Associati. Dovrebbero, ma non lo hanno finora fatto. Forse perché a suo tempo hanno coltivato a loro volta la mala pianta dell’iperpoliticismo che costringeva a schierarsi “o di qua o di là”, e da cui è nato il bipolarismo muscolare della seconda Repubblica: ed ora che i poli sono tre rimangono solo i muscoli.

Luigi Covatta

Italia Germania, due mondi politici capovolti
Ugo Intini
Il Mattino

di Ugo Intini

Il partito socialdemocratico di Schultz è nel caos e la suspense sul nuovo governo tedesco di grande coalizione durerà sino al 2 marzo, quando si saprà se il referendum con voto postale tra i 460 mila iscritti confermerà il voto del congresso che ha accettato l’accordo con la Merkel. E tuttavia ciò che accade in Germania deve far riflettere anche da noi. Non soltanto per l’alleanza decisa (almeno sino a oggi) tra i democristiani (aderenti al partito popolare europeo come Forza Italia) e i socialdemocratici (membri del partito socialista europeo come il PD). Non soltanto per il contenuto dell’accordo di governo. Ma anche per il modo di fare politica, che sembra fare della Germania un mondo capovolto rispetto all’Italia (e viceversa).

A Berlino tutti si allarmano perché la maggioranza parlamentare di governo ha ottenuto soltanto il 53,5 per cento dei voti e quindi una fragile legittimazione popolare. Sarebbe impensabile in Germania governare, come ha fatto il PD in Italia sino oggi, dopo aver raccolto il 25,43 per cento dei voti.
Sapere chi governa la sera stessa delle elezioni non è per i tedeschi un obiettivo. Un governo (se ci sarà) arriverà dopo oltre quattro mesi di trattative. Lente e pazienti, perché l’importante non è fare in fretta, ma fare.
Nessuno ha definito “inciucio” la negoziazione della Merkel prima con verdi e liberali, poi con i socialdemocratici. E nessuno ha cercato il consenso dell’opinione pubblica mostrando i muscoli. Perché la virtù dei politici è considerata non l’intransigenza, bensì il senso di responsabilità e della misura, la capacità di trovare compromessi tra posizioni diverse o addirittura contrastanti. La politica in Germania è ancora “l’arte del possibile”, non di battere i pugni sul tavolo. Un’arte che va lasciata alla discrezione e abilità dei parlamentari i quali non tradiscono la fiducia del popolo, ma anzi fanno il loro dovere se, dopo essere stati eletti, cercano faticosamente di assicurare la governabilità.

I politici hanno trattato per mesi con la professionalità, appunto, dei politici. Sul programma, che è così preciso da occupare 177 pagine. Ma anche, giorno e notte, su quelle che da noi si chiamano “poltrone“. Che nelle democrazie sono soprattutto il segnale esterno degli equilibri raggiunti e la garanzia che il programma sarà davvero messo in pratica. L’ultima parola è stata e sarà dei partiti. Ed è stata affidata non a un capo, bensì a un faticoso, a tratti drammatico (per la SPD) processo di democrazia interna. Quelli che decidono sono soltanto gli iscritti e i loro delegati (non chi passa per la strada, paga qualche monetina e vota, né chi fa un click sul computer). Nel congresso della SPD, la conta sul sì e il no all’accordo con la CDU è stata traumatica. Si è dovuto letteralmente, appunto, “contare“ con il dito, una per una, le centinaia di mani alzate a mostrare la delega, affidando a ciascun scrutatore un certo numero di file e le relative sedie (con un risultato di 362 si su 642 votanti, in un clima rovente, mentre tutti si agitavano, era materialmente difficile contare e poteva finire a sediate sulla testa). Nessuno della minoranza ha minacciato scissioni. Nessuno della maggioranza ha demonizzato le correnti e le divisioni. Nessuno ha contrapposto i giovani ai vecchi, anche se la Federazione giovanile è stata ed è compattamente contraria all’accordo di governo.

L’esperienza politica non è considerato la premessa per la rottamazione. Specialmente per le cariche di maggiore responsabilità. L’ex ministro delle finanze Schauble ad esempio è stato nominato presidente del Parlamento con generale consenso non perché neo eletto e quindi “nuovo” (come Grasso o la Boldrini), ma perché deputato dal 1972 e ministro dal 1984 (figlio addirittura di un deputato democristiano).

La Merkel è una grande personalità, ma mai avrebbe osato mettere il suo nome sul simbolo del partito. Perché i partiti (in Germania con la P maiuscola) hanno un simbolo immutabile da oltre mezzo secolo e solide radici piantate da oltre un secolo. Loro restano e i leader passano. Anche se tra i leader valgono la continuità e il passaggio del testimone. Nella sede della CDU, incombono i ritratti di Adenauer e di Kohl, che si è allevato “la ragazza“ (così la chiamava), ovvero la Merkel. In quella della SPD, dominano le fotografie di Ebert, Ollenhauer, Brandt e Schmidt.

Se Adenauer è il padre della democrazia e della patria, Kohl è il padre dell’unità della patria, ovvero della riunificazione tra le due Germanie. E ha avuto al suo funerale l’omaggio dell’intera Nazione. Anche se era stato travolto alla fine degli anni ’90 dal clamoroso scandalo dei fondi neri (tangenti) al suo partito. Anche se non ha voluto funerali di Stato perché sapeva che l’orazione funebre sarebbe stata pronunciata in tal caso dal presidente della Repubblica Stainmaier, il quale come leader socialdemocratico avave cavalcato lo scandalo dei fondi neri per cacciarlo.

La storia dei due grandi partiti democratici e dei loro leader è vista come la base della storia nazionale. Adenauer è il De Gasperi tedesco. Willy Brandt è “il più amato”, come Pertini. E infatti a duecento metri dalla porta di Brandeburgo e dal muro dove si inginocchiò con Kennedy, sul viale Unterdenlinden, si apre direttamente sul marciapiede, come un negozio dalle molte vetrine, addirittura un museo a lui dedicato. Dove si celebra anche ciò che in altri Paesi qualcuno criticherebbe. Ad esempio il fatto che ha combattuto con i partigiani norvegesi contro i soldati dell’esercito regolare tedesco.

I corpi intermedi, a cominciare dai sindacati e dalla Confindustria, hanno in Germania organizzazioni elefantiache, ma costituiscono anche un cemento della società e nessuno tenta con fastidio di scavalcarli. I rappresentanti del sindacato siedono nei consigli di amministrazione delle grandi aziende e condizionano il partito socialdemocratico. La Confindustria pesa sulle scelte della CDU e dei liberali. Si scontrano da sempre, ma alla fine si accordano. E mentre si scontrano, insieme ai partiti pur concorrenziali e conflittuali, fanno “sistema Paese”. Anzi, difendono gli interessi dell’economia tedesca al limite del lecito. La fondazione socialdemocratica Friedrich Ebert (intitolata al leader ancora marxista del partito all’inizio del ‘900) e la fondazione democristiana Konrad Adenauer hanno ciascuna più di cento sedi in altrettanti Paesi del mondo. Hanno quartier generali imponenti. Pubblicano libri e giornali in tutte le lingue, organizzano convegni internazionali con generosi inviti, distribuiscono borse di studio all’estero, acquisiscono in tal modo influenza sui politici socialisti e democristiani di tutti continenti. Fanno lobby per l’industria tedesca e la aiutano ad assicurarsi commesse. Ottenendo in cambio ricche donazioni, che da noi qualche magistrato chiamerebbe tangenti.

Naturalmente, la democrazia, come diceva Churchill, “è il peggior regime possibile, peccato che non se ne sia ancora trovato uno migliore“. I suoi protagonisti, anche in Germania, non sono considerati santi e neppure infallibili. Vogliamo parlare del Pertini tedesco, Brandt? I socialisti stessi ammettono che il vecchio Willy beveva troppo e sbeffeggiano ricordando la sua famosa scomparsa a un congresso dell’Internazionale socialista (di cui era presidente) a Lisbona. Si temeva che fosse stato rapito, ma era sparito in una camera d’albergo con una ragazza conosciuta per caso. Brandt era un gigante politico, ma sbagliava spesso, anche con i meno fortunati socialisti italiani. Mi è rimasta impressa la scena in cui strapazzava il povero Craxi perché aveva fatto eleggere parlamentare europeo per l’Italia Jiri Pelikan, leader dell’opposizione ai comunisti cecoslovacchi. “La devi smettere di appoggiare i nemici dei partiti comunisti dell’Europa orientale! Noi- diceva – dobbiamo appoggiare non chi si scontra frontalmente con loro, ma chi all’interno dei partiti comunisti stessi ha posizioni più moderate“. Brandt è passato alla storia, ma aveva torto.

Germania e Italia sono due mondi politici capovolti, dunque. Né da noi, né da loro tutto è perfetto o completamente da buttare. Ma certo bisognerebbe domandarsi in quale dei due mondi si stia con i piedi per terra.

La malinconia degli elettori italiani
Trentino
Nicola Zoller

E’ un tempo malinconico per gli elettori italiani, indotti – a causa dei “criteri” assunti dai più potenti capipartito nella formazione delle liste – ad abbandonare il voto, astenendosi. Tra le riflessioni emerse in queste giornate c’è quella di Aldo Cazzullo, che mercoledì scorso 31 gennaio 2018 ha ospitato sul Corriere della Sera una lettera molto critica sulla vigente legge elettorale, nella quale si sostiene che con il sistema proporzionale “senza preferenze” e poi con i collegi uninominali “i futuri onorevoli siano scelti dai segretari di partito”.

Nel rispondere, Cazzullo conviene sulla considerazione che “il proporzionale consente davvero ai leader di designare i propri deputati”; sostiene poi che se non ci fosse stato il proporzionale ma fossero stati introdotti “soltanto collegi uninominali, i partiti sarebbero stati costretti a schierare i migliori, proprio per conquistare il seggio”.

Queste due valutazioni, meritano delle precisazioni: perché non sempre, anzi…, il proporzionale è stato ed è “senza preferenze”: nella vituperata Prima repubblica, quando per l’elezione della Camera vigeva il sistema proporzionale, gli elettori potevano esprimere le proprie preferenze scegliendo da un lungo elenco di candidati che ogni partito proponeva, dopo votazioni interne e discussioni che non duravano una notte o mezza giornata e non si risolvevano in un blitz dell’ultima ora,  ma coinvolgevano tanti iscritti e militanti, i quali – non sempre ma di solito – premiavano chi aveva più provata capacità ed esperienza. Non era il segretario di partito a decretare dispoticamente l’elezione dei parlamentari, ma neanche le assemblee di partito: l’ultima parola spettava ai cittadini. Certo, sotto le preferenze potevano nascondersi le cordate opache, i voti di scambio ed altro ancora: ma non c’è sistema elettorale che sia immune da usi distorti… quando si vuol fare il male.

Sempre nella diffamata Prima repubblica tutti i candidati per il Senato venivano proposti in collegi uninominali, quindi i partiti erano “costretti schierare i migliori”, per usare le parole di Cazzullo.

Dunque esisteva nel vecchio sistema elettorale proprio un mix – possiamo dirlo? – “virtuoso” che univa proporzionale “con preferenze” per la Camera (non “senza preferenze” come ora) e uninominale con “costrizione” a schierare i migliori per il Senato. Eppure, come accennato, le preferenze – oggi tanto rimpiante – furono demonizzate come fonte di intrigo con gli elettori, mentre l’uninominale al Senato non venne più di tanto decantato.

In questa stagione, ricorrendo i 40 della morte di Aldo Moro, lo storico Guido Formigoni ha ricordato che quel leader “prendeva in Puglia 200 mila preferenze, girando per tutti i paesi con i contadini che accorrevano ai suoi discorsi”. E’ un esempio dei più fulgidi, di come andava allora. Avevamo un sistema che, imperniato sui partiti – come previsto dai padri della Costituzione repubblicana, “la più bella del mondo” – restava parimenti aperto alle scelte e valutazioni degli elettori. Era una repubblica dei partiti e dei cittadini, con tanti vizi ma probabilmente migliore di quella attuale: negli scorsi anni Novanta si è abbattuta, a che pro?

Nicola Zoller

Parole di sinistra per cose di destra
Il sasso nello stagno
Claudio Martelli

L’8 novembre 1917 Lenin e i suoi compagni bolscevichi presero il potere in Russia buttando nella spazzatura della storia i liberali e i socialdemocratici che otto mesi prima avevano rovesciatoil regime zarista. Da quel momento e per settant’anni la Russia fu dominata da un’implacabile dittatura. Quasi un secolo dopo, l’8 novembre del 2016, Donald Trump è stato eletto presidente degli USA.

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