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Scrive “Cittadini stanchi di subire”: le responsabilità di Acea

Se ACEA viola le leggi e prende i giro i cittadini

Già il nome dà un’idea precisa della situazione. Il comitato “cittadini Stanchi di subire”, costituito presso Upter Solidarietà, nell’arco dei primi due mesi di attività si è limitato a raccogliere le tante proteste e segnalazioni che arrivano ogni giorno. Decine e decine di segnalazioni sono la riprova di un diffusissimo stato d’animo di malcontento e di insoddisfazione per una qualità della vita che viene considerata sempre peggiore dagli interessati. Nel mirino c’è l’ACEA, la partecipata del comune di Roma che gestisce la erte di distribuzione energetica. Storie di diritti negati: questo emerge dalle denuncie dei cittadini, un sistematico calpestare diritti chiaramente fissati dalla leggi, dalle circolari e dalle carte dei diritti.

E, di giorno in giorno, si allunga la lista delle lamentele e delle denunce che riguardano ACEA. Esiste un problema contatori che non funzionano. Per molti è addirittura ancora impossibile sapere a chi debbano realmente rivolgersi, se ad ACEA, o se all’azienda che ha provveduto alla loro installazione. A noi sembra assolutamente ridicolo che l’ACEA non si assuma fino in fondo la responsabilità del funzionamento di tutto quanto serve alla erogazione e alla misurazione del servizio. Altrettanta imprecisione esiste per quanto riguarda i contratti per la erogazione.

La libera concorrenza va bene, il casino no. Ci sono cittadini che si dichiarano ormai stressati da dover rispondere quasi ogni giorno a telefonate con le quali si promette un qualche miracoloso risparmio con un cambio di contratto. Va aggiunto infine che coloro che sentono l’esigenza di capirne di più rivolgendosi alla fonte, denunciano una situazione ambientale che possiamo considerare addirittura incredibile. Non pochi dicono di essersi recati allo sportello per chiedere chiarimenti di varia natura e di essersi imbattuti in operatori non sempre bene informati e, molto spesso, sbrigativi e arroganti. Una lamentela questa che viene in particolare dalle persone più anziane, ma non solo da esse. Segno evidente che esistono operatori poco consapevoli del valore sociale del loro ruolo e che non hanno ancora capito che scaricare le proprie frustrazioni sull’utente in quanto soggetto più debole significa compiere una scelta assolutamente inaccettabile. Proprio a partire da quanto viene raccontato e denunciato sull’ACEA e, non volendo trasformare il comitato “cittadini stanchi di subire” in una sorta di ufficio dove ci si rammarica alla vecchia maniera, abbiamo deciso di iniziare a partire dal mese di giugno alcune azioni concrete. Nel caso di ACEA chiamando in causa la legge sulle class action, l’ authority di vigilanza sui servizi e la direzione dell’ACEA. Tutti coloro che in modo concreto intendono partecipare, essendo direttamente interessati a questa azione concreta sono pregati di prendere contatto con il comitato “cittadini stanchi di subire” presso Upter Solidarietà.

Comitato “Cittadini stanchi di subire”

Scrive Angelo Izzi:
Ignorato dai politici

LETTERA ALL’I.N.P.S .
Spett. INPS,
alla cortese attenzione di tutti i dirigenti di questo ENTE.

Dopo aver lavorato come un mulo per 60 anni e dopo aver subìto alcuni furti e fregature, perché in questo paese i ladri e gli imbroglioni ce ne sono in abbondanza di tutti i tipi e calibri come si sente parlare in questi giorni, ma quello che non capisco e non mi entra nel cervello come fanno certi dirigenti a dare pensioni d’oro a coloro che hanno pagato contributi per soli 5 anni e se qualcuno si permette di dimezzargliela, come hanno fatto con me, basta un ricorso, che gli dovranno ridare tutto, ma dai!! Io ho lavorato 11 anni con contributi versati e quando compii 65 anni, feci la domanda di pensione dove mi accordarono una pensione sociale di 350,56 € al mese ma nel 2009 mi fu dimezzata a 200 € circa, il che mi recai immediatamente all’INPS chiedendo il perché di questa riduzione, il motivo per cui mi era stata dimezzata, era: facendo il cumulo con mia moglie, anche per lei un assegno sociale, erano troppi. Mia moglie ha lavorato 14 anni, sempre con contributi a posto, ma il cumulo tra me e lei non è possibile farlo, il cumulo si può fare solo per persone di serie “A” noi siamo di serie “Z”.  Nel  2011 mi avete scritto che per un errore commesso da voi, volevate indietro 700 € non ho nemmeno risposto, dovendo affrontare un periodo bruttissimo, purtroppo soffro di diabete. Nel 2014 immaginavo fosse risolto tutto, invece no, ricevo una raccomandata con RR. Dal’ INPS dove mi si chiede un rimborso di 34 € per un altro  errore  commesso. A questo punto mi son recato nei vostri uffici  chiedendo spiegazione di questa ridicola pagliacciata che mi avete mandato, e li, molto gentilmente, me le avete abbonati, 34 €, ma non è ancora finita, due settimane dopo mi arriva un’altra raccomandata RR con dentro 4 bollettini da pagare di 40,74 € più atre 8 che manderanno, fino che il debito di 488,87 €, sarà estinto, tutto questo asserite di essere d’accordo con me. Ma quando….. dove è stato fatto questo accordo? Io  non so nulla. Forse non mi sono spiegato bene, io di soldi non ne ho nemmeno per mangiare e pagare bollette di luce, gas, acqua, spazzatura e molte altre cose che non ricordo perché a 78 anni diabetico si fa fatica anche a ricordarsele certe cose. Comunque se avete un po’ di umanità, per piacere, ridatemi quello che vi siete trattenuto fino ad ora, anziché pagare pensioni d’oro a chi non ha fame, perché io non ce la faccio più, sono malato e non riesco nemmeno a muovermi.

In fede.

Angelo Maria Izzi

QUESTA E’ LA RISPOSTA DELL’ I.N.P.S.

La sua pensione non è calcolata su contributi da lavoro, ma è una prestazione assistenziale riservata ai cittadini in possesso di requisiti anagrafici (65 anni) e reddituali e la legge prevede che il cumulo tra familiari in possesso di AS non debba superare determinati limiti. La raccomandata ricevuta è un sollecito a una precedente comunicazione del 17/2/2012 a cui non abbiamo avuto risposta e quindi la rateizzazione viene decisa in automatico, se lei vuole diluire in più rate questo debito, che purtroppo è corretto, siamo disponibili ad accogliere la richiesta tenendo conto anche delle difficoltà che ha manifestato.

Cordiali saluti

Lavoratori sardi in mobilità: una delegazione incontra Inps e Regione

Lavoratori sardi in mobilità:In Sardegna continua l’odissea degli oltre 12 mila disoccupati in mobilità in deroga da oltre un anno in attesai sussidi dall’Inps e dalla Regione. Questa mattina una delegazione ha incontrato i responsabili dell’Inps e dell’assessorato. Di seguito il comunicato diffuso ai media:

Rendiamo noto che, questa mattina tre portavoce del comitato spontaneo hannoincontrato le parti interessate, Inps e Regione Sardegna, nelle persone del Presidente del Comitato provinciale Cagliari, Pier Luigi Vargiu e Virginia Mura, Assessore al Lavoro.Il primo incontro ha portato a una più chiara visione del problema che ha determinato il blocco dei pagamenti.Vargiu siè subito attivato per contattare i dirigenti degli uffici regionali e l’onorevole Lello DiGioia, presidente della Commissione  Parlamentare di controllosull’attività degli enti gestori di forme obbligatorie di Previdenza e Assistenza Sociale – e componente della V commissioneBilancio, Tesoro e Programmazione – informandolo che: “la situazione di estrema criticità vissuta, in ambito regionale sardo,da circa 12.000 persone che, da oltre sedici mesi, non percepiscono i proventi derivanti dagli ammortizzatori sociali in deroga relativi all’anno 2013. Allo scopo di alleviare le sofferenze esistenziali delle famiglie, lo scorso anno, a seguito di numerose manifestazioni sindacali, il Consiglio Regionale destinò, con apposita legge, la somma di 52 milioni di euro per far fronte al pagamento degli ammortizzatori sociali in deroga 2013. La Regione Sardegna,a seguito di un’apposita convenzione RAS-INPS del 7 marzo u.s., si è impegnata a trasferire tali risorse all’Istituto, il quale dovràerogarle ai lavoratori interessati come anticipazione. Purtroppo, ad oggi, la RAS non ha potuto trasferire all’INPS le risorse in quanto trattandosi di somme residue relative al 2013,  ricadono nel blocco imposto dal Patto di Stabilità.

Al fine di evitare che la situazione diventi ingestibile, chiedo un suo autorevole intervento nei confronti del governo al fine di permettere alla RAS di poter utilizzare le risorse economiche messe a disposizione per il pagamento degli ammortizzatori sociali in deroga”.Da Roma, l’onorevole Di Gioiasi è prontamente attivato, assicurando un rapido intervento conoscitivo in merito.All’incontro con Vargiuè seguito quello con l’Assessore Mura che, dopo aver espresso viva costernazioneper la vicendaha tenuto a precisare che:  “I soldi c’erano, e ci sono, ma è successo cheper via del Patto di Stabilità non sono spendibili. In altre parole quelli che erano spendibili prima dell’approvazione di bilancio da parte della nuova giunta sono stati impiegati per altre priorità dalla vecchia perché non vincolati per la mobilità.”  L’errore  in tutta questa vicenda sta dunque a monte e quando la nuova  giunta siè insediata era convinta che i soldifossero  disponibili, ma  – dopo  un’analisi del  bilancio – è emerso che i  52 milioni di euro era già statiimpiegati e utilizzare altriavrebbe comportatolo sforamento del patto di stabilità. Da sottolinearel’aspettocontradditoriodelle recentidichiarazione dell’ex Assessore allavoro, Mariano Contusecondo il qualei  soldi c’erano, ed erano spendibili dallo scorso 9 marzo -come mai, allora, visto che a quella data era ancora lui in carica, non ha provvedutoa trasferire la somma all’Inps per consentire i pagamenti?

Detto ciò, l’Assessore Mura, siè impegnata con tutto il personale del suo staff, compreso ildirigente Corda a rimanere per tutta la giornata di oggi in stretto contatto con Roma anche in virtù del fatto che era in corso proprio nel momento un incontro tra l’Assessore al Bilancio della Regione Sardegna, Raffaele Paci, e il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti. “L’Assessore Paci – ha reso noto Mura -è a Roma proprio per chiedereche i 52 milionidi euro – che hanno determinato la firmadella convenzionetra Regione e Inps – sianoresi immediatamente disponibili anche in virtù del fatto che si tratta di  fondiche un domanidovranno esser sopperiti da fondi nazionali”.L’incontro  tra i  delegati del comitato e l’Assessore siè concluso con l’impegnoda parte degli uffici di comunicare tempestivamenteanche nella serata ogninotizia proveniente da Roma e cosi è avvenuto pochi minuti fa quando a Stefania Zorco, componente del “Comitato lavoratori in mobilità in deroga della Sardegna” è giunta la chiamata dalfunzionario incaricato, su richiesta dell’Assessore Murache la informavadel sopraggiunto “ok” definitivo da Roma per il trasferimento.

Ne consegue chei pagamenti delle prime pratiche lavorate avverranno in tempi brevissimi. Già nel pomeriggio di oggi si avrannopertanto ulteriori  maggiori  ragguagli, e al massimo lunedì o martedì avremo maggiori  notizie  sulle tempistiche. Nel  frattempo, sempre in mattinata il presidente della conferenza delle regioni Vasco Errani aveva un incontro con Poletti per sistemare tutta la faccenda della mobilità 2013 a tutte le Regioni e avere una soluzione immediata; è possibile che a breve si riesca a sbloccare tutta la mobilità dello scorso anno. Siamo sicuri chetutto si stia sbloccando. Ci premeva avere una risposta sui sussidi in compensazione che  per fortuna siè rivelata  positiva, ma non abbiamoesitato di sottolineare all’Assessore e all’Inpsl’imminente pericolo  di ordine sociale  in Sardegna.  

Comitato lavoratori in mobilità in deroga Sardegna
Antonella Soddu
Stefania Zorco

Manfredi Villani scrive:
Addio al posto fisso. Il futuro
è nelle libere professioni

Sembrava ieri. La legge 300/1970, lo statuto dei lavoratori, ideata e voluta dal Sindacalista Giacomo Brodolini e dal giuslavorista Gino Giugni (purtroppo entrambi scomparsi), introdusse il riconoscimento del sindacato in fabbrica, il diritto di assemblea nei luoghi di lavoro, l’eliminazione del medico fiscale dell’azienda, il divieto di licenziamento senza “giusta causa”. E sembrava naturale fare per tutta la vita lo stesso lavoro nello stesso posto. Oggi, invece tutto è flessibile. E anche in questo caso è una legge a ricordarcelo: la legge Biagi. E’ un effetto e una causa insieme alla globalizzazione. Poi c’è un regio decreto dell’11 febbraio 1929. Una cosa tanto antica quanto ancora attuale, con la quale viene riconosciuta la professione di perito industriale. E come è noto le libere professioni tecniche di ingegnere, architetto, chimico, commercialista, attuario, agronomo, ragioniere, geometra, perito agrario e perito industriale vengono esercitate previa iscrizione all’Albo professionale, in base a norme contenute nel decreto legislativo luogotenenziale 23 novembre 1944, n. 382.

Le premesse giuridiche sono sempre noiose, ma spesso necessarie per inquadrare il mondo della libera professione di perito industriale. Un mondo che – è mia netta convinzione – è assolutamente attrezzato  per sopravvivere sulle montagne russe della globalizzazione. Le prestazioni dei periti industriali vanno dal progetto di opere al disegno costruttivo passando per la redazione di capitolati e contratti d’appalto, direzione tecnica dei lavori, prove di officina, collaudo e liquidazione lavori, perizie estimative e pareri tecnici, consulenze tecniche, applicazione della legge 46/90, valutazione di impatto ambientale strategico. Insomma tutte cose assolutamente indispensabili per far marciare un mercato della produzione così complesso e articolato quale quello attuale. Il professionista poi non smette mai di acquisire nuove conoscenze e riesce a penetrare nei moderni aspetti dell’evoluzione tecnologica aprendosi a nuove attività quali: la conduzione aziendale, la normazione, il controllo di qualità, l’organizzazione del lavoro, l’accreditamento laboratori, il Tutor quality management, la valutazione di impatto ambientale

E allora la libera professione può rappresentare davvero un’alternativa valida che è bene far esplorare ai giovani periti industriali forniti di diploma e/o laurea. C’è tutto un filone di attività che non mortificano le aspirazioni dei giovani, bensì costituiscono uno straordinario stimolo a fare sempre meglio il proprio mestiere. Di recente la rivista OPIFICIUM, edita dal consiglio Nazionale dei Periti Industriali e dei Periti Industriali Laureati, di’intesa con l’Ente di Previdenza EPPI ha pubblicato una interessante “ricognizione” con il titolo: Politica, un pasticcio legislativo. In essa Benedetta Pacelli evidenzia che nel Paese delle “scorciatoie” è stata proposta nel mondo delle associazioni una legge, all’inizio del 2013, approvata dal Parlamento (Legge 4/2013). Con essa vengono esplicitati due universi paralleli delle libere professioni. Accanto a quello degli ordini professionali, risalente al 23 novembre 1944 (D.L.L. n° 382), che si avvale di 2.108.230 iscritti suddivisi in ben 27 tipologie di Albi Professionali; sono stati “legalizzati” professionisti del mondo delle associazioni (oltre 4 milioni e mezzo) fra coloro che operano individualmente e quelli iscritti ad una molteplicità di bel 196 associazioni censite nella banca dati  CNEL.

La nuova normativa di legge dota questi soggetti di un riconoscimento pubblico spendibile sul mercato professionale senza bilanciamento in termini di vigilanza sul loro comportamento deontologico e di procedimento disciplinare. Di certo non avvertiamo la necessità di questo pericoloso passo verso nuove confusioni tra uguaglianza dei diritti ma non dei doveri. Intanto per “andare oltre” c’è un Paese e una categoria professionale alla ricerca di un nuovo equilibrio. La categoria dei Periti Industriali e dei Periti Industriali Laureati, titolare di libere professioni ordinistiche che si avvalgono di 45.427 iscritti nell’Albo Professionale, si confronterà, entro il corrente anno, nel Congresso Straordinario di Roma nei giorni 13-14-15 novembre, presso il “Marriott Hotel” per promuovere ed incrementare lavoro e welfare.

Manfredi Villani

Giovanni Alvaro scrive:
Se Commissario Ue per D’Alema
diventa essenziale

La sortita di Massimo D’Alema a Porta a Porta contro la sentenza del Tribunale di Sorveglianza di Milano che ha deciso di applicare al Cavaliere la misura dell’affidamento in prova al servizio sociale, previsto dalla legislazione italiana (art. 47 dell’ordinamento penitenziario) e concesso agli ultrasettantenni, condannati a pene detentive non superiori ai tre anni, sembrerebbe la conferma di quanto sia vero il detto popolare sul lupo che normalmente perde il pelo ma non il vizio.

Ma la sortita di ‘baffino’, ex leader maximo del fu partito comunista, rottamato da parlamentare alle ultime elezioni politiche, in crisi depressiva per il suo accantonamento che considera ingiusto essendo certo d’essere uno ‘statista’ (sic!) senza eguali, ma dimentico che fu semplicemente utilizzato da Francesco Cossiga, come capo del governo, perché bisognava bombardare l’ex Jugoslavia e tenere a freno i pacifisti italiani dalla doppia morale, quella sortita non sembra essere frutto solo del tradizionale odio per l’avversario, che il nostro esprimeva a piene mani solo quando non aveva bisogno, per i suoi obiettivi personali, del sostegno del Cavaliere.

C’è dell’altro, pensiamo. Conoscendo il popolo della sinistra che, anche lui, ha contribuito a formare e fatto crescere a pane e odio, ha teso a parlare a quella pancia, sempre non sazia, per ripresentarsi sulla scena come l’interprete delle volontà di un partito che non deve e non può piegarsi a ‘concordare’ col nemico le riforme da fare anche se esse servono a modernizzare il Paese dando ad esso una struttura capace di permettere a chi vince le elezioni di poter realmente governare. In altre parole ‘baffino’ col serrare le fila dei malumori democrat punta a far capire a Renzi che non può prescindere dalla sua augusta persona che, pur non intendendo creargli alcun problema, non può accettare d’essere emarginato alla sua età.

Si tratta del classico parlare alla  suocera perché nuora intenda. D’Alema infatti non si è curato di documentarsi sull’ordinamento penitenziario né si è documentato su quanti condannati usufruiscano della misura dell’affidamento in prova. A lui bastava lanciare il messaggio e far sapere che non sarebbe rimasto con le mani in mano. Se il destinatario era Renzi e ciò che lui si attende dal premier ragazzino (una nomina europea tra i Commissari) non era necessario che si documentasse pur se c’era il rischio, come poi è avvenuto, di passare per un emerito ignorante.

Gli rinfreschiamo noi la memoria. La legge sulle misure alternative al carcere (arresti domiciliari e affidamento ai servizi sociali), n. 354, risale addirittura al 1975 quando Silvio Berlusconi era lontano da qualsiasi ipotesi di ‘salire’, montianamente, in politica. La misura dell’affidamento ai servizi sociali è attualmente applicata ad oltre 10.000 condannati un terzo dei quali è rappresentato da tossicodipendenti. Il dato più preciso si riferisce al 2009 che registra 5908 condannati per reati vari che sono stati affidati ai servizi sociali e 2283 condannati per tossicodipendenza. Tralasciando i tossicodipendenti è impensabile, anche se l’Istat non ci informa in merito, che i beneficiari dell’affidamento siano solo potenti e miliardari. Stavolta, come detto abbondantemente in questi giorni, il trattamento subìto da Berlusconi è uguale a quello usato per i condannati normali.

Dato però che, per ottenere il riconoscimento a cui aspira, il signor D’Alema ha riacceso il clima della guerra dei vent’anni, pur essendo spinti a rispondere per le rime lo evitiamo e gli diamo un consiglio non richiesto: non anteponga gli interessi personali agli interessi dell’Italia che ha bisogno di normalità per uscire dalla crisi e sfuggire alle conseguenze dei disastri provocati dal qualunquismo imperante. La politica del tanto peggio tanto meglio è alquanto inopportuna perché  “dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur”. Non capire la gravità del pericolo del comico genovese significa che non solo baffino non è uno statista, ma non è nemmeno un politico di livello. E’ solo un mediocre mestierante della politica.

Giovanni Alvaro

Ernesto Calluori scrive:
Siamo di fronte alla più grande
crisi economica e sociale

A partire dal gennaio 1993 l’Europa senza frontiera è diventata realtà, almeno per quanto riguarda la completa realizzazione dei mercati, in virtù della quale tanto le persone e i capitali, quanto le merci, possono ora muoversi e circolare liberamente all’interno degli Stati membri. Il bisogno dell’Europa unita di credere in se stessa, riscoprendone le ragioni e motivazioni, rappresenta al tempo stesso il bisogno di rendere più partecipi i cittadini nella costruzione di una Unione che li veda quali destinatari e protagonisti. Il disegno istituzionale di Unione che assume rilievo nella prospettiva di impegno politico, sociale e culturale, ruotano intorno all’esigenza della formazione di un cittadino europeo. Dettare tale cambiamento, costituisce la chiave attraverso la quale la politica promuove un nuovo corso, allo scopo di ricomporre quel dialogo interrotto con svariate fasce della società. Il Consiglio dell’Unione Europea, detto comunemente Consiglio UE, è l’istituzione in seno al quale i ministri di tutti i paesi dell’UE, si riuniscono per adottare le normative e coordinare le politiche. Di cosa si occupa?   

– Approva le legislazione dell’UE

– Coordina le politiche economiche dei paesi membri

– Firma accordi tra l’UE e gli altri paesi

– Firma accordi tra UE e gli altri paesi

– Approva il bilancio annuale dell’UE

– Quali sono i Gruppi dei Paesi Europei ?

– Partito popolare europeo

– Socialisti e democratici

– Liberali

– Verdi

– Conservatori e riformisti

Vogliamo una Europa che non sia soltanto un grande e libero mercato ma una vera comunità politica solidale, forti dei propri valori che sia fattore di pace, di giustizia, di eguaglianza. Una Europa che conosca la solidarietà sociale, una Europa vivibile aperta al mondo. Come non ricordare il costante impegno di Sandro Pertini, Presidente della Repubblica, che non mancò di manifestare non solo la sua fede nella costruzione dell’Europa che superasse le antiche barriere erette dalla guerra fredda, ma che fosse portatrice dei valori della democrazia, libertà e giustizia ? Lungo queste direttrici, il Presidente Giorgio Napolitano, ha ribadito, recentemente, “la necessità di una Europa unita, Italia compresa, denunciando i rischi che provengono dall’euro-scetticismo che può frenare il cammino della UE. Inoltre, ha aggiunto che l’Europa non è soltanto la politica di austerità ma serve in primo luogo a garantire la pace nel cuore dell’Europa”. In questo momento abbiamo bisogno di dare una speranza concreta ai nostri giovani che non trovano lavoro. La crisi che stiamo attraversando è di natura politica. Ecco, perchè, abbiamo bisogno di approfondire l’Unione Europea che abbia una sua collocazione internazionale.

Ernesto Calluori                                                                                                                                                                                                                                              

                                                                                                                                                                                                                                                                   

 

Linfedema, un male ancora non riconosciuto dallo Stato

linfedemaUn male oscuro di cui si parla poco, ma che continua a colpire, inesorabile. Il linfedema è un accumulo anormale di linfa dovuto ad un’anomalia a livello del sistema linfatico. Nonostante le decine di migliaia di persone colpite, soprattutto pazienti oncologici, ancora oggi il linfedema, pur essendo una malattia cronica causata da un difetto linfatico che deforma in modo invalidante gli arti, senza possibilità di cura definitiva, viene considerato un semplice problema estetico dal Sistema Sanitario Nazionale che, di conseguenza, rimborsa soltanto una piccola parte delle costosissime cure che i pazienti sono costretti ad effettuare periodicamente.

Per questo, le associazioni che si occupano della patologia non si stancano di lanciare il grido di allarme, ancora troppo spesso ignorato: non dall’onorevole del Partito Socialista, Oreste Pastorelli, che ha incontrato i rappresentati dell’Associazione Sos Linfedema, Sandro Michelini – anche Responsabile del reparto di riabilitazione dell’ospedale San Giovanni Battista di Roma, Presidente della società europea di Linfologia e membro del comitato esecutivo della Società Internazionale di Linfologia – e Nunzia Tramparulo, referente del Lazio.

«Le linee guida sulla regolamentazione del Linfedema sono in attesa di approvazione da parte del Ministero della Salute dal mese di gennaio» ha affermato Pastorelli sottolineando che «solo il sì al testo, che dovrà poi essere recepito dalle Regioni, potrà ridare dignità alle migliaia di pazienti che si stanno vedendo negato un diritto fondamentale: quello alla cura».

L’attuale normativa, infatti, comporta costi aggiuntivi per il nostro sistema sanitario perchè, per i casi più gravi, si rimborsano le cure all’estero. «Permettere le cure in tutto il territorio nazionale», fa notare l’esponente socialista «comporterebbe, non solo un notevole risparmio, ma migliorerebbe la qualità della vita dei malati che attraverso le costanti cure avrebbero un risultato efficace ed immediato sul proprio corpo».

L’incontro, è stato organizzato dalla responsabile del Terzo Settore del Partito Socialista, Barbara La Rosa, al fine di attivare iniziative concrete per l’approvazione “dell’Atto d’indirizzo del Ministero della Salute sul Linfedema e Lipedema”.

Rileggere Berlinguer

Sarebbe istruttivo rimandare Veltroni e i compagni plaudenti il suo filmato “C’era una volta Berlinguer” alla lettura del libro di Miriam Mafai “Dimenticare Berlinguer – La sinistra italiana e la tradizione comunista” edito da Donzelli nel 1996.

Dicesi “istruttivo” perché come noto non è stato scritto da un fazioso avversario ma da una personalità della sinistra come Mafai (1926 – 2012), che è stata una giornalista, scrittrice e parlamentare, tra i fondatori de la Repubblica e per trent’anni compagna di Giancarlo Pajetta, storico esponente del PCI.

Il libro – si legge nella presentazione – “pone come ineludibile una radicale presa di distanza critica dalla concezione della politica e dalla visione della società che furono alla base della teoria berlingueriana del «compromesso storico». Col passare degli anni quella opzione strategica appare sempre più chiaramente come uno dei fattori – se non addirittura come una delle cause principali – delle difficoltà della sinistra italiana e della grande crisi politica e istituzionale che ancora travaglia il nostro Paese”.

Nicola Zoller

Davide contro Golia,
FGS contro la legge elettorale BR

socialI giovani socialisti della FGS dell’Emilia Romagna in piazza della Libertà,  a Bologna, contro la legge elettorale proposta da Matteo Renzi. Un’iniziativa di volantinaggio e informazione organizzata da giovani militanti socialisti per porre l’accento sugli accenti “fortemente antidemocratici” del progetto di legge elettorale in discussione in Parlamento, approvato in prima istanza alla Camera, e poi passato al Senato.

Tre almeno le ragione per cui i giovani socialisti emiliani rilevano rischi di antidemocraticita’: la prima  è che manca  il voto di preferenza  e i parlamentari sono scelti dagli apparati dei partiti, incoraggiando così la già diffusa sfiducia dei cittadini nei partiti e nella stessa motivazione di voto.

La seconda è che la maggioranza dei seggi non viene attribuita a chi ottiene la maggioranza dei voti ma è assegnata alla coalizione che arriva al 37 per cento che però è solo un terzo dei voti complessivi, penalizzando la rappresentatività elettorale dei partiti.

La terza ragione è che, con lo sbarramento all’ 8 per cento per i partiti in una coalizione e al 4,5 per i partiti che si presentano da soli,  si lasciano senza rappresentanza milioni di elettori.

Nel caso infatti  in cui un piccolo partito contribuisse a far vincere una coalizione potrebbe però rischiare di non ottenere alcun seggio.

La principale organizzatrice dell’evento, Federica Gullotta , che fa  parte del direttivo regionale  dell’Emilia Romagna, ha poi sottolineato, in un’intervista rilasciata nell’occasione, come occorra cambiare  radicalmente questa legge in nome di una sistema proporzionale più adatto alla tradizione politica italiana rispetto alla forzatura di un bipolarismo perfetto all’americana che favorisce solo chi vota i due gradi partiti di Renzi e Berlusconi a discapito di chi sceglie di votare le altre formazioni. In questo secondo caso infatti  non  verrebbe tutelata la pluralità di opinione che comunque è una libertà fondamentale dell’individuo.

– Federica, com’è nata la vostra iniziativa politica?

La nostra iniziativa politica è nata come conseguenza della situazione politica italiana che si è vista negli ultimi mesi, nelle ultime settimane e in particolare è stata una reazione alla nuova legge elettorale derivata dall’accordo Renzi-Berlusconi e che prevede dei punti che noi abbiamo esposto nel nostro volantino della  campagna “Tu sei per la democrazia? Noi Psi” .

Questa campagna è rivolta contro la  legge elettorale che non ci soddisfa perché questa, com’è attualmente, è secondo noi fortemente antidemocratica visti anche gli ultimi sviluppi, per esempio il rifiuto delle quote rosa , della parità di genere e soprattutto dell’alternanza di genere all’interno delle liste elettorali. Riguardo a quest’ultimo punto volevo anche aggiungere una cosa; sii sa che le quote rosa esistono già da tempo e il PD, in particolare Matteo Renzi,  ha scritto  su Twitter che comunque all’interno delle liste PD l’alternanza di genere è sempre stata rispettata e continuerà ad esser rispettata. Beh, questo non vuol  dire assolutamente  nulla perché io credo che in una democrazia si debba dare la possibilità a tutti i partiti,  sia di destra che di sinistra,  di avere l’alternanza di genere  anche nei casi in cui magari i segretari o coloro che guidano i partiti non vogliano consentire quest’alternanza. Quindi ovviamente io sono felice che nel PD ci sia l’alternanza di genere, però il PD non è l’unico partito e questo dovrebbe essere un diritto per tutti.

– In che senso ritenete che la  legge elettorale di Renzi possa essere antidemocratica?

Allora, i punti fondamentali  sono tre: il primo è che nella legge elettorale di Renzi  non c’è voto di preferenza  e i parlamentari sono scelti dagli apparati dei partiti.

Siccome sappiamo che attualmente c’è  molta sfiducia da parte dei cittadini  nei confronti degli apparati dei partiti, mi sembra  che in questo modo si possa solo continuare ad alimentare questa sfiducia  e ad aumentare anche l’astensionismo, cioè le persone che  non vogliono più votare.

Secondo punto è che la maggioranza dei seggi non va a chi ha preso la maggioranza dei voti ma è assegnata alla coalizione che arriva al 35 per cento che però è solo un terzo dei voti, quindi  non sarebbe rappresentativo a sufficienza.

Inoltre c’è  un ultimo punto molto importante, ovvero con lo sbarramento all’8 per cento e al 4,5 per cento per i partiti non in coalizione, solo 3-4 partiti  si ripartiscono i seggi, lasciando quindi senza rappresentanza milioni di elettori. Quindi possiamo dire che un partito che si unisca ad una coalizione pur facendo vincere questa coalizione con il suo apporto di voti, con il suo bacino elettorale, magari potrebbe comunque non avere rappresentanti in parlamento.

Per esempio se noi come socialisti  entrassimo nella coalizione del PD e comunque coi nostri voti un minimo determinassimo la sua vittoria, il PD avrebbe i seggi ma a noi non toccherebbe nessun seggio e quindi  i nostri elettori non si sentirebbero rappresentati.

– Tenendo conto del fatto che la legge elettorale è stata approvata in prima istanza alla Camera ed è passata al Senato,  quali sono i vostri obiettivi  nell’immediato  e quali le proposte?

Allora,  visto che non sono stati approvati gli emendamenti che noi come socialisti volevamo assolutamente che fossero approvati come per esempio,  dicevo prima, l’alternanza di genere,  sicuramente  al Senato le donne del nostro partito che ci rappresentano, per esempio la deputata Pia Locatelli, spingeranno i nostri senatori  a fare una lotta per ottenere l’alternanza di genere , al Senato perché purtroppo alla Camera è stata bocciata e così anche la nostra rappresentante  nazionale delle Pari Opportunità Rita Cinti Luciani che già sta facendo una campagna in questo senso insieme alla Federazione di Ferrara. Inoltre certamente ci sforzeremo per far sì che questi emendamenti vengano approvati  e anche l’emendamento riguardante le preferenze e poi cercheremo di modificare  la legge in modo tale da essere più democratica e più accettabile dalla popolazione, da tutti, anche da coloro che vogliono votare  diversamente.

Per quanto riguarda il mio parere personale,  io ritengo che questa legge  vada cambiata radicalmente perché secondo me in Italia  non è possibile il bipolarismo perfetto all’americana  o comunque sul modello degli altri paesi europei  ma sarebbe preferibile il proporzionale o comunque non certamente il bipolarismo perfetto  perché comunque  gli elettori potrebbero  non riconoscersi nell’elettorato berlusconiano o nell’elettorato  renziano e quindi dovrebbero  esserci anche delle vie d’uscita  perché altrimenti non  viene tutelata la pluralità di opinione che comunque è una libertà fondamentale dell’individuo.

– Lotterete per innalzare lo sbarramento percentuale  e la quota minima per avere il premio di maggioranza?

Si, lo faremo sicuramente , adesso in Senato ci sarà un’ulteriore mobilitazione dei nostri rappresentanti, i nostri senatori, fra cui anche il nostro segretario Riccardo Nencini,  che sicuramente faranno si , come abbiamo detto prima,  che questa legge ottenga  uno  sbarramento più basso e che quindi ci sia una maggiore possibilità di rappresentanza non solo per noi  ma anche per tutti gli altri partiti piccoli. Noi infatti non parliamo solo per il partito socialista, parliamo anche per tutti gli altri partiti sia di destra che di sinistra  che hanno una percentuale  più bassa rispetto ai partiti dominanti ma che hanno  lo stesso diritto degli altri partiti maggioritari di essere rappresentati; quindi la nostra è una battaglia non solo per il nostro partito ma è di respiro molto più ampio. La nostra è una battaglia per la democrazia.

A cura di M. Goldoni

 

 

 

 

 

L’Ucraina non è la Cecoslovacchia

La crisi ucraina sta volgendo lentamente, ma inesorabilmente verso l’epilogo annunciato : una secessione della Crimea da Kiev per aderire alla Federazione Russa di Putin. Questa Repubblica ex-sovietica, è già tristemente famosa per essere divenuta, con il suo seggio “autonomo” (di nomina moscovita) alle Nazioni Unite, uno degli emblemi degli Stati a sovranità limitata, mesta creatura di quel “socialismo reale” spazzato via dall’impietoso giudizio della Storia.

In questi tempi di difficoltà economiche è facile, e molto, cadere nel tranello di snobbare la politica estera al suono ed al pensiero del vecchio adagio “ma a noi che ce ne viene? Pensiamo a casa nostra”.

Una metodologia di ragionamento antiquata propria di chi non vuole tener conto che, con la globalizzazione, oggi più che mai, l’effetto del sasso lanciato contro una vetrina ad Odessa piuttosto che a Sebastopoli, si propaga anche da noi.

La tematica del gas, certo non prodotto, ma trasportato attraverso l’Ucraina, non può far dormire sonni tranquilli a noi occidentali. Soprattutto a chi non si accontenta dell’insana dichiarazione apparsa sui “media” recitante l’inconsulto “tanto andiamo incontro all’estate”.

Perchè se questo è vero, lo è altrettanto il fatto che la crisi si prospetta triste e così dirompente da giungere e, forse, oltrapassare il prossimo autunno/inverno.

Senza contare, oltre a ciò, che al di là degli interessi economici, ci sono quelli legati al prestigio internazionale ed alla strategia militare messì lì sul piatto dalla storia e dalla geografia, e tutti volti a rendere la crisi ucraina di non facile soluzione.

Quest’ultima,poi, non è detto che sia incruenta e pacifica.

Ho sentito e letto auspici perchè ciò avvenga, che la risoluzione del “nodo” ucraino sia di tipo cecoslovacco del 1993 e non di quello jugoslavo.

Ora, a parte alcuni episodi che potrei ricordare e che dimostrerebbero come la “velvet revoluce” non fu priva di vittime nell’immediato e nella consegunze (come dimenticare il quanto meno insolito incidente d’auto che costò la vita a Dubcek ), però ci sono alcune cose che mi fanno dissentire da tale auspicio.

Per prima cosa la Cecoslovacchia era un’entità federale dai confini ben definiti.

E questo, riguardo al territorio, sin dall’epoca dell’Impero Asburgico, con la Slovacchia inserita nel Regno d’Ungheria e la Cechia nella parte austriaca.

La forma federale, poi, ha continuato ad esistere durante i periodi totalitari sia nella sua declinazione nazista ( Protettorato di Boemia-Moravia e Repubblica Nazional-fascista), che in quella comunista (due Repubbliche a “socialismo reale”).

La Crimea, è vero, è un’entita autonoma all’interno dell’attuale ordinamento ucraino, ma non è la sola zona russofona.

Perciò, mancheranno le enclaves, ma le premesse per una riuscita non pacifica del conflitto, ci sono tutte. Spero, da socialista democratico di sbagliarmi, ma ripeto, le basi per una “quasi Jugoslavia”sono molto presenti. E di che tinta.

FABRIZIO MANETTI