BLOG
Riccardo Celeghini

Bulgaria, il Partito Socialista lancia la sfida al governo

Korneliya Ninova

Korneliya Ninova

Il Partito Socialista Bulgaro ha assunto una decisa linea politica contro il governo di centrodestra del premier Boyko Borissov. Passato un mese dall’elezione del nuovo segretario, Korneliya Ninova, prima donna ad occupare tale carica, il Partito, dal 2014 all’opposizione, sta attuando un cambio di passo, anche in vista delle elezioni presidenziali del prossimo ottobre. Nel suo discorso d’insediamento, il nuovo segretario ha chiaramente preannunciato un rafforzamento del contrasto al governo di centrodestra. Oltre al cambio di leadership, un altro fattore che ha spinto il Partito, membro del Partito Socialista Europeo, a prendere l’iniziativa, è stata la crisi politica dell’esecutivo guidato dall’ex sindaco di Sofia Borissov, la cui coalizione si sta sgretolando. Proprio di fronte a tali difficoltà, il Partito Socialista Bulgaro, primo partito di opposizione, ha lanciato un invito a tutte le forze fuori dalla coalizione di governo per sviluppare azioni congiunte contro l’esecutivo.

Dopo le elezioni del 2014, la Bulgaria è guidata dall’alleanza di centrodestra formata dal partito di Borissov, Cittadini per lo Sviluppo Europeo della Bulgaria, GERB, dal Blocco Riformatore, e dal partito di orientamento socialdemocratico ABV, Alternativa per la rinascita bulgara. Proprio questi ultimi, costola di fuoriusciti dal Partito Socialista che nel 2014 hanno aderito all’alleanza di centrodestra, hanno deciso, nel mese di maggio, di abbandonare la coalizione, a causa di forti dissidi con il GERB, soprattutto in tema di legge elettorale. La perdita degli 11 deputati dell’ABV riduce ancor di più la già debole compagine governativa, che dovrà continuare come governo di minoranza, cercando intese sui singoli provvedimenti, guardando spesso al blocco nazionalista del Fronte Patriottico. E’ proprio in virtù di questa situazione che il segretario Ninova ha lanciato un appello a tutte le forze di opposizione, di sinistra e di destra, perché si lavori congiuntamente al crollo del governo.

Anche se non si dovesse arrivare alla caduta del governo in tempi brevi, i socialisti puntano dritto alle presidenziali di ottobre. La Ninova ha già dichiarato che il Partito sta preparando una candidatura di alto profilo, in grado di convogliare un vasto sostegno tra i cittadini bulgari. Una vittoria del centrosinistra ad ottobre acuirebbe la crisi del centrodestra e aprirebbe la strada alle elezioni anticipate, vero obiettivo del Partito Socialista per tornare al governo.

Riccardo Celeghini

Putin da Tsipras, si rafforza l’asse Mosca-Atene

putin-tsipras-moscu.jpg--644x362Il presidente russo Vladimir Putin ha condotto, nelle giornate del 27 e del 28 maggio, una visita ufficiale in Grecia. Gli incontri con il presidente della Repubblica Prokopis Pavlopoulos e con il premier Alexis Tsipras non hanno fatto che confermare l’esistenza di un rapporto di amicizia e collaborazione tra i due Paesi, che fa della Grecia uno degli Stati membri dell’Unione europea meglio disposti verso la Russia di Putin. Un evento ancora più significativo in rapporto alle tempistiche: tra poco meno di un mese, il 23 giugno, il Consiglio dell’Unione europea dovrà decidere se prorogare o meno le sanzioni economiche e commerciali che Bruxelles ha imposto a Mosca dopo l’annessione della Crimea nel 2014 e il supporto ai ribelli filorussi in Ucraina. Putin, perciò, ha tutto l’interesse ad avere partner europei che possano opporsi alla proroga.

Proprio le sanzioni sono state uno degli argomenti toccati durante il colloquio tra Putin e Tsipras, durato quasi due ore. I due leader hanno concordato sulla necessità di rafforzare l’asse tra Mosca e Atene, da cui entrambi hanno da guadagnare. La Russia ha nella Grecia un partner affidabile in seno all’Unione europea, Atene ha in Mosca una fonte di investimenti esteri che, nella situazione di crisi economica in cui versa lo Stato ellenico, possono essere vitali. In questo senso vanno lette le dichiarazioni del leader di Syriza, che, pur non esponendosi pubblicamente contro le sanzioni, ha fatto capire che va privilegiata la strada del dialogo, essendo la Russia un partner strategico dell’Europa. Si è parlato molto, inoltre, di investimenti e di commercio, anche perché Putin era accompagnato da una folta delegazione di rappresentanti di aziende e compagnie petrolifere ed energetiche. È stato confermato l’interesse russo per il porto di Salonicco e per la compagnia ferroviaria ellenica e sono stati firmati nove protocolli di collaborazione economica. Soprattutto, si è parlato del progetto South Stream, un immenso gasdotto che porterà il gas naturale dalla Russia all’Unione europea. La Grecia è uno dei Paesi di passaggio dell’opera, un ruolo che Tsipras vuole sfruttare per favorire lo sviluppo economico.

La visita ha confermato un rapporto ben saldo tra i due Paesi. Un’amicizia che ha ragioni storico-culturali, a partire dalla comune fede ortodossa. Nel corso della due-giorni, non a caso, Putin ha fatto visita al Monte Athos, per celebrare i mille anni della presenza russa in questo luogo santo gestito dai monaci e strettamente vietato alle donne, dove è stato accolto dal Patriarca di tutte le Russie Kirill. È innegabile che alle ragioni culturali si siano recentemente aggiunte, con la crisi greca e il clima da guerra fredda tra Occidente e Russia, forti motivazioni economiche, che spingono i due leader a rafforzare ulteriormente questa partnership.

Riccardo Celeghini

Varsavia in piazza contro
la deriva autoritaria di Szydlo

varsavia manifestazione

Più di 200.000 persone sono scese in piazza a Varsavia lo scorso 7 maggio, per dire no alla svolta autocratica intrapresa dal governo polacco. L’esecutivo, guidato dopo le elezioni di ottobre dal partito di destra euroscettica “Diritti e Giustizia”, è stato difatti protagonista, negli ultimi mesi, di una serie di iniziative che stanno seriamente avvicinando la Polonia all’Ungheria di Orban. Ultime, in ordine di tempo, sono state l’abolizione del Consiglio antirazzismo e l’approvazione degli emendamenti alla legge sulla polizia, che prevedono l’accesso permanente e diretto di polizia e servizi segreti alle attività online dei polacchi. Proprio le modifiche a questa legge hanno causato la seconda visita in pochi mesi a Varsavia della Commissione di Venezia, l’organo consultivo del Consiglio d’Europa per le questioni di diritto costituzionale, che a marzo aveva espresso preoccupazione per la democrazia e il rispetto dei diritti umani nel Paese.

Oltre ad un atteggiamento di netta chiusura rispetto all’accoglienza dei migranti (una posizione offensiva verso il passato stesso della Polonia, che per anni è stata terra di emigrazione), tra le situazioni più controverse vi è certamente la crisi aperta con la Corte Costituzionale. Il governo, dopo la sua elezione, ha difatti revocato cinque giudici eletti dall’esecutivo precedente, a favore di sostituti più vicini al partito di maggioranza. A questo si è accompagnato un progetto di riforma della Corte, che la rende di fatto imbrigliata alla volontà del governo. Un’azione che la stessa Corte ha definito incostituzionale, palesando il conflitto tra i due poteri. Di pari gravità si è rivelata la legge sui media, approvata a fine anno, che prevede che i vertici dei mezzi d’informazione pubblici siano nominati direttamente dal ministero del tesoro. Il quadro che emerge è quanto più allarmante, tanto che ad aprile il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione in cui si denunciano i pericoli per la democrazia, i diritti dell’uomo e lo stato di diritto, mentre la Commissione europea ha deciso di istituire un’inchiesta, per verificare il rispetto dei principi democratici comunitari.

Le critiche che piovono dall’esterno non sembrano però fermare il primo ministro Beata Szydlo, donna legata a doppio filo all’ex premier, nonché presidente del partito “Diritti e Giustizia”, Jaroslaw Kaczynski. La risoluzione del Parlamento europeo e i pareri della Commissione di Venezia non producono effetti concreti, mentre più grave sarebbe il proseguire della procedura avviata dalla Commissione europea, poiché l’ultimo step di tale processo sarebbe la sospensione del diritto di voto di Varsavia in sede europea. Per decidere serve però l’unanimità dei Paesi membri e l’Ungheria ha già fatto capire che non voterebbe mai a favore. Forse più efficaci potranno dunque essere le mobilitazioni interne. La manifestazione di sabato dimostra che le opposizioni, uscite con le ossa rotte dalla consultazione elettorale, si stanno riorganizzando. E’ di poche settimane fa, inoltre, una lettera pubblica firmata da tre ex capi di stato polacchi, tra cui Lech Walesa, in cui si denunciano la distruzione dell’ordine costituzionale e la deriva verso l’autoritarismo. La speranza è che tali prese di posizione abbiano un effetto concreto, per evitare il pericoloso deragliamento di un Paese importante come la Polonia.

Riccardo Celeghini

Elezioni in Serbia, rivince Vucic ed è sempre più solo

Aleksandar Vucic

Aleksandar Vucic

Le elezioni parlamentari svoltesi in Serbia lo scorso 24 aprile hanno confermato il netto strapotere del premier Aleksandar Vucic e del suo Partito Progressista. Questa forza di centrodestra, difatti, si è aggiudicata ben il 48% dei voti, distanziando di gran lunga gli altri partiti. Secondo è arrivato il Partito Socialista, fino ad oggi stretto alleato di Vucic, fermo all’11%: è bene ricordare che, nonostante il nome, tale partito ha connotati nazionalisti, tanto da vedersi negato da anni l’apparentamento con la famiglia dei Socialisti europei. Al terzo posto è balzato invece il Partito Radicale di Vojislav Seselj, fresco di assoluzione all’Aja dall’accusa di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, che, grazie all’8% dei voti, rientra in parlamento, dove darà battaglia con la sua retorica nazionalista. Superano la soglia di sbarramento del 5% anche altre forze di opposizione, tra cui le due forze di centrosinistra, il Partito Democratico e il Partito Socialdemocratico, ferme al 6 e al 5%.

La netta vittoria di Vucic è però macchiata da diffuse accuse di brogli e irregolarità in diverse aree del Paese, nonché da una campagna elettorale monopolizzata dal partito di maggioranza, che può vantare un vasto controllo sui media. Alle accuse delle opposizioni, che hanno richiesto un nuovo conteggio dei voti, si è aggiunta la presa di posizione del Partito Socialista Europeo, che in una nota ha espresso preoccupazione circa il rispetto degli standard democratici nel processo elettorale. Sicuramente, a fronte di questi risultati, nel Paese balcanico emerge uno scenario di chiaro predominio di un unico partito, fondato sul forte successo personale del suo leader.

Con un noto passato di vicinanza a Slobodan Milosevic e a posizioni nazionaliste, negli ultimi anni, da quando cioè ha abbandonato il Partito Radicale per formare una forza più moderata come i progressisti, Vucic ha scelto di portare la Serbia sul cammino dell’integrazione europea. Senza negare lo stretto rapporto con la Russia, il suo governo ha fino ad ora portato avanti le riforme richieste da Bruxelles e ha spinto per un dialogo costruttivo con il governo del Kosovo, ufficialmente considerato dalla Serbia come una propria Provincia, nonostante l’indipendenza unilaterale di Pristina nel 2008. Queste posizioni apertamente filo-occidentali hanno portato Vucic ad essere osteggiato dai nazionalisti ma, al contempo, lo hanno accreditato come uomo delle riforme e del dialogo presso le cancellerie europee, tanto che, a dispetto delle polemiche sulla trasparenza del processo elettorale, il premier ha incassato i complimenti e il sostegno della Commissione europea e dei leader del vecchio continente.

Era stato lo stesso Vucic, d’altronde, a decidere di anticipare di due anni le elezioni, per trarre vantaggio dai sondaggi favorevoli e dalla debolezza delle opposizioni. In realtà, nonostante la netta vittoria, il Partito Progressista non ha registrato il risultato sperato, quello di superare il 50% dei voti, “fermandosi” a confermare il risultato delle scorse elezioni. Resta ora da capire se il premier deciderà di governare da solo o se stringerà una nuova coalizione, magari con i vecchi alleati del Partito Socialista. In ogni caso, la politica della Serbia sembra totalmente monopolizzata da Vucic e dal suo partito: se da un lato il sostegno dei cittadini serbi alla via europea può essere letto in chiave positiva, dall’altro i risultati riflettono anche un pericoloso accentramento di potere, che rischia di nuocere al sistema democratico serbo.
Riccardo Celeghini

Karadžić e Šešelj, sentenze che scontentano tutti

serbiNell’arco di una settimana, il Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia ha emesso due importanti sentenze, di segno chiaramente opposto. Il Tribunale dell’Aja, istituito dall’ONU nel 1993 per punire i crimini commessi nell’ex-Jugoslavia, ha condannato Radovan Karadžić a 40 anni di reclusione e ha assolto Vojislav Šešelj da ogni accusa.

Radovan Karadžić, leader dei serbo bosniaci e protagonista del conflitto che ha insanguinato la Bosnia Erzegovina tra il 1992 e il 1995 è stato, nella sentenza emessa lo scorso 24 marzo, riconosciuto colpevole di genocidio per il massacro dei musulmani bosniaci a Srebrenica, colpevole di crimini contro l’umanità, quali persecuzioni, stermini, massacri e deportazioni, in altre sette municipalità bosniache, e colpevole di violazione delle leggi e dei costumi di guerra durante l’assedio di Sarajevo e la presa in ostaggio delle truppe ONU. I vertici politici ed istituzionali della Bosnia e le associazioni delle vittime hanno criticato la scelta di riconoscere il genocidio solo a Srebrenica, e non nel resto del Paese, e la mancata assegnazione dell’ergastolo; la Serbia e la Russia hanno parlato di sentenza politica, volta a colpire il percorso di riconciliazione intrapreso da Belgrado.

Vojslav Šešelj è il fondatore del Partito Radicale Serbo ed è considerato il leader dell’ultranazionalismo serbo. Si ritiene che Šešelj, durante la guerra, abbia organizzato milizie paramilitari colpevoli di pulizia etnica ai danni di croati e musulmani bosniaci. Su queste accuse era stato messo sotto processo all’Aja nel 2007, dove è stato detenuto fino al 2014, quando è rientrato in Serbia per motivi di salute. La sentenza del 31 marzo ha dichiarato Šešelj non colpevole di crimini contro l’umanità e crimini di guerra, a causa dell’assenza di prove. I giudici non hanno riscontrato l’evidenza di un legame tra i discorsi nazionalisti di Šešelj e le azioni sul campo, riconoscendogli un ruolo politico ma non criminale. Šešelj ha esultato per la sentenza, pronto a lanciarsi nella campagna elettorale che sarà certamente condita di provocazioni nazionaliste, ma soprattutto il Tribunale presta il fianco alle critiche per averlo detenuto in carcere 7 anni prima di dichiararlo innocente. In Croazia e in Bosnia, le reazioni sono state di grande delusione e irritazione, fino ai più alti livelli istituzionali.

Il Tribunale dell’Aja è ormai in dirittura di arrivo nel suo lungo e complicato lavoro, e quelle di Karadžić e Šešelj erano le sentenze più attese ed importanti. Negli anni, il merito del Tribunale è stato quello di punire alcuni dei responsabili e di documentare le atrocità commesse durante le guerre. Questo è stato fatto non sempre in modo esemplare, lasciando tutte le parti insoddisfatte e alimentando sensi di frustrazione. Considerato che il Tribunale è nato con lo scopo di favorire la riconciliazione tra le parti, ad oggi non sembra aver avuto un pieno successo. Sta ora ai vertici politici scegliere di perseguire la strada della cooperazione, fondata sul riconoscimento delle responsabilità passate e proiettata sulla costruzione del dialogo.

Riccardo Celeghini

Walesa spia comunista: verità o fango dalla destra?

Lech Walesa durante gli scioperi dei cantieri navali di Danzica nel 1980

Lech Walesa durante gli scioperi dei cantieri navali di Danzica nel 1980

Negli ultimi giorni, sui siti di tutto il mondo, è balzata la notizia che Lech Walesa, lo storico leader del sindacato Solidarność, che ebbe il merito di far implodere il regime comunista in Polonia, sarebbe stato un informatore dei servizi segreti comunisti. Le prove sarebbero contenute in alcuni documenti trovati nella casa della vedova del generale Czeslaw Kiszczak, l’ultimo ministro degli interni del regime comunista, morto nel novembre del 2015, e sarebbero ora nelle mani dell’Istituto della Memoria Nazionale, che ha dato la notizia. In particolare, si tratterebbe di un dossier contenente l’impegno scritto del giovane sindacalista a collaborare con i servizi sotto lo pseudonimo di Bolek e una cartella con 279 pagine riguardanti i report di Bolek sui suoi colleghi ai cantieri navali di Gdansk, prodotti tra il 1970 il 1976.

Queste rivelazioni hanno avuto un grande eco nel mondo, dato l’unanime riconoscimento verso un uomo che, insieme al resto del gruppo dirigente di Solidarność, è considerato l’artefice del crollo del regime comunista in Polonia (e non solo). Walesa, proprio nel pieno delle proteste sindacali contro il regime, ricevette il Premio Nobel per la Pace nel 1983 e fu Presidente della Repubblica dal 1990 al 1995, negli anni della transizione alla democrazia. Da allora, ha molto ridotto il suo ruolo politico, anche a seguito della spaccatura di Solidarność in due forze politiche oggi contrapposte, il partito di centrodestra Piattaforma Civica (da cui proviene l’attuale presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk), e il partito ultracattolico di destra Diritto e Giustizia, PiS, fondato dai gemelli Kaczyński e oggi al governo.

Proprio nell’attuale situazione politica del Paese va rintracciato il contesto delle accuse a Walesa. Negli ultimi mesi, il PiS ha instaurato un clima oppressivo, approvando leggi che riducono sensibilmente l’autonomia della Corte costituzionale e della tv pubblica. Walesa ha espresso delle critiche verso il governo e la rivalità tra Walesa e i gemelli Kaczyński è storia vecchia: non stupirebbe, dunque, se dietro queste accuse ci fosse la mano di Jarosław Kaczyński, leader del PiS (il gemello Lech, allora presidente, è morto in un incidente aereo nel 2010). D’altronde, l’Istituto della Memoria Nazionale, che ha in mano i documenti, è molto vicino al governo, un governo che non ha fatto mistero della sua avversità verso chi ha condotto la transizione alla democrazia.

È giusto ricordare che non è la prima volta che Walesa viene accusato di aver avuto rapporti con i servizi segreti comunisti. Anni addietro, l’interessato ha dapprima negato, poi ha ammesso di essere stato costretto a firmare un documento di collaborazione, senza però poi farne seguito con azioni o con report. Non bisogna dimenticare il clima di controllo poliziesco che vigeva negli anni ’70 in Polonia, in cui era frequente essere costretti, sotto minaccia, a firmare documenti e dare sostegno al regime. Alla luce di questo, e premesso che è giusto sapere di più su una figura storica importante come Lech Walesa, è necessario che questo avvenga in modo serio, e non alla stregua di una destra reazionaria che vuole far tacere le voci di dissenso.

Riccardo Celeghini

Il Giorno del Ricordo per non dimenticare le foibe

FoibeIl 10 febbraio si celebra in Italia il Giorno del Ricordo. Secondo la legge n.92 del 30 marzo 2004 tale ricorrenza mira a conservare e rinnovare «la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale». Per anni, dopo l’approvazione, bipartisan, della legge, il Giorno del Ricordo ha spesso fatto discutere, anche se gradualmente è ormai una ricorrenza generalmente accettata e celebrata in tutta Italia, con il culmine a Roma, presso le istituzioni, e a Trieste, alla foiba di Basovizza, poco fuori città.

Detto questo, una tematica così delicata non può essere ingessata in un rituale, senza una reale conoscenza ed analisi degli eventi. Troppo spesso la tragedia degli italiani d’Istria, di Fiume e della Dalmazia subisce due opposti, ma entrambi sbagliati, processi: da un lato, dall’estrema sinistra, si nega o si ridimensionano gli eventi, sfociando in un inaccettabile negazionismo; dall’altro, da destra, si usa una tragedia per scopi nazionalistici, con accenti anti-slavi e con una pericolosa delegittimazione della Resistenza al nazifascismo. Per rifiutare questi estremismi, è bene essere chiari: a partire dal 1943, e ancor più a guerra finita, quando quelle terre passarono alla Jugoslavia, i partigiani agli ordini del Maresciallo Tito si macchiarono di crimini orrendi contro la componente italiana della popolazione, componente, ricordiamo, autoctona, che da secoli viveva in Istria, a Fiume e in molte parti della Dalmazia. Queste violenze, tra cui il lancio delle vittime, vive o morte, nelle foibe, cavità carsiche della regione, ma anche stupri, torture, sevizie e fucilazioni, non colpirono solo le persone colluse con il regime fascista, ma avevano l’intento, ammesso anche da Milovan Djilas, all’epoca molto vicino a Tito, di indurre gli italiani ad andarsene da quelle terre. E difatti, sotto violenze e minacce, circa 300.000 italiani partirono, lasciarono le loro case e arrivarono in Italia. È bene ricordare che molti esuli vennero accolti a sputi e insulti nell’Italia da poco liberata, accusati di essere fascisti in fuga dal paradiso di Tito. Così come non va dimenticato che per decenni, in nome degli equilibri geopolitici della Guerra Fredda, il tema delle foibe e dell’esodo furono volutamente celati dalle istituzioni e dalle maggiori forze politiche.

Ovviamente, l’analisi di tali fatti non può prescindere dal contesto storico, non per giustificare ma per analizzare ogni aspetto. Le violenze nella regione non furono un’invenzione titina: nei due decenni precedenti, il regime fascista italiano aveva imposto una politica di italianizzazione forzata, di segregazione e di razzismo contro la popolazione slava. L’apice di tale politica furono i campi di concentramento italiani, dove morirono in migliaia: tra questi, il tristemente noto campo di Arbe, dove furono internate tra le 10.000 e le 15.000 persone, per lo più sloveni, croati ed ebrei.

Il Giorno del Ricordo, dunque, deve servire, appunto, a ricordare queste violenze e sofferenze. Oggi quelle terre sono parte della Slovenia e della Croazia, Stati membri dell’Unione Europea, come l’Italia. Sempre lì, ancora oggi abita una comunità italiana, che ha saputo mantenere salda un’identità dalle radice profonde. Anche in Italia, in Friuli, per lo strano gioco del destino, che è in realtà gioco politico dei confini, vive una comunità slovena molto radicata. Queste due comunità collaborano oggi attivamente, in modo da rafforzare una memoria condivisa, dimostrando che il Ricordo delle tragedie di ieri deve essere la base per la tolleranza di oggi.
Riccardo Celeghini

Croazia. Il centrodestra
guida il nuovo governo

Tihomir Orešković

Tihomir Orešković

Nella serata del 22 gennaio, il Parlamento della Croazia ha votato la fiducia al nuovo governo, ponendo fine ad una crisi istituzionale durata più di due mesi. Il premier sarà Tihomir Orešković, manager estraneo al mondo politico, che guiderà una coalizione nata dall’alleanza tra due forze, il partito principale del centrodestra, l’Unione Democratica Croata, HDZ, e l’alleanza delle Liste indipendenti, MOST, un partito nuovo di ispirazione liberale che ha avuto un successo inaspettato alle elezioni dello scorso 8 novembre, rompendo il tradizionale bipolarismo tra l’HDZ e i socialdemocratici. Proprio il Partito Socialdemocratico è costretto a tornare all’opposizione, dopo quattro anni di governo con il premier Zoran Milanović.

Di fronte all’aula, il premier ha presentato la sua squadra di governo: ci sono tanti nomi nuovi e giovani, ma si nota subito una chiara sotto-rappresentanza delle donne, che ricoprono solo 3 cariche sui 20 ministeri totali. Il gioco delle poltrone, al centro di lunghe e travagliate trattative politiche tra i due principali partiti, ha fatto sì che proprio i leader di HDZ e MOST, Tomislav Karamarko, ex capo dei servizi segreti, e Božo Petrov, sindaco di un comune della Dalmazia, semisconosciuto alla politica nazionale fino alle ultime elezioni, abbiano assunto le cariche di vicepresidenti del consiglio. Per il resto, MOST ha ottenuto 6 ministeri (interni, giustizia, economia, agricoltura, amministrazione pubblica e ambiente), mentre i restanti 14 posti sono spettati all’HDZ. Tra i nomi provenienti dal principale partito del centrodestra alcuni hanno subito sollevato polemiche, come la scelta al Ministero per i Veterani di Mijo Crnoja, che ha dichiarato la volontà di creare un registro dei “traditori” della Patria, cioè coloro che non sostennero la guerra della Croazia negli anni’90 e, soprattutto, la nomina a Ministro della Cultura di Zlatko Hasanbegović, storico revisionista che aveva definito l’antifascismo un “luogo comune” senza alcun fondamento in Costituzione e che avrebbe fatto parte del Movimento croato di Liberazione, fondato da Ante Pavelić, leader degli Ustascia, il movimento collaborazionista dei nazisti durante la seconda guerra mondiale.

Oltre a queste preoccupanti figure, però, la vera sfida riguarda la capacità di una coalizione così eterogenea, la prima nella storia della Croazia, di affrontare i nodi politici del Paese. I socialdemocratici, dopo anni di recessione, lasciano un Paese in ripresa economica, ma le difficoltà non mancano, a partire dalla crisi dei migranti, specialmente dopo la decisione della Slovenia di aumentare i controlli al confine. Si aspetta di capire, ora, come il centrodestra sarà in grado di rispondere a queste problematiche, nella speranza che rifugga da tentazioni nazionaliste, presenti nel passato dell’HDZ, ma preferisca una strada europea responsabile.

Riccardo Celeghini

Russia-NATO: anno nuovo,
vecchie tensioni

L'omaggio di Putin all'Armata Rossa

L’omaggio di Putin ai reduci dell’Armata Rossa

Iniziato il nuovo anno, la sfida a distanza tra la Nato e la Russia già si arricchisce di nuovi tasselli, che dimostrano come persista il clima di tensione registrato nel 2015. L’ultimo episodio sono le dichiarazioni del Ministro della Difesa della Federazione Russa, Serghej Shoigu, che, martedì 12 gennaio, ha affermato che nel 2016 la Russia realizzerà tre nuove divisioni militari da disporre sul proprio confine occidentale, quello europeo. In aggiunta, lo stesso Shoigu ha annunciato l’entrata in funzione di cinque nuovi reggimenti nucleari strategici, con l’obiettivo di un generale rafforzamento del potenziale militare russo. Il Ministro non cita le ragioni di tali manovre, ma è chiaro che le tensioni con la NATO ne sono la causa principale.

L’anno appena passato è stato segnato da diversi punti di frizione: la crisi ucraina, le imponenti manovre militari da parte delle forze dell’Alleanza Atlantica e delle forze russe, i propositi di costruzione di un sistema antimissilistico americano in Europa, l’intervento diretto di Mosca nella crisi siriana, la crisi tra la Russia e la Turchia e, da ultimo, l’allargamento della NATO al Montenegro, in un’area di tradizionale influenza russa, solo per citare i principali. Tutti passaggi che hanno mostrato come, rispetto agli anni 2000, i rapporti tra le due ex-superpotenze della Guerra Fredda abbiamo subito un chiaro peggioramento. Non che non siano mancate occasioni di confronto e di dialogo, in particolare sul tema della Siria e più in generale della lotta al terrorismo, ma questi sono stati molto spesso alternati a vere e proprie prove muscolari. Le dichiarazioni del Ministro della Difesa lasciano presagire che anche il 2016 sarà un anno di tensioni, acuite ulteriormente dal rinnovo delle sanzioni europee contro Mosca e dalle intenzioni dei vertici della NATO di non fermare l’allargamento verso Est.

Che questo sia il vero punto cruciale lo ha dichiarato apertamente il Presidente russo Vladimir Putin in un’intervista concessa alla Bild, in cui ha ricordato come al crollo dell’Unione Sovietica erano state date garanzie che la NATO non avrebbe toccato la sfera d’influenza del Cremlino. Secondo Putin, tali promesse non sono state rispettate, a causa della volontà americana di sedere sul trono dell’Europa come unica e sola vincitrice, e questo è alla radice delle crisi di oggi. D’altro canto, nell’intervista al giornale tedesco, il Presidente russo ha inviato anche segnali di apertura verso una ripresa del dialogo, dichiarando che la Russia non mira ad alcun ruolo di superpotenza, ma esclusivamente alla difesa dei propri interessi. È stata ribadita la necessità di collaborare con i Paesi occidentali nella lotta al terrorismo, di riprendere il dialogo tra Russia e NATO e di intraprendere un percorso costituzionale in Siria e in Ucraina. Punti di contatto, dunque, ci sono. Sta ora ai principali protagonisti politici dimostrare che le relazioni tra l’Occidente e la Russia possono essere caratterizzate non da tensioni e prove di forza, ma da concreta collaborazione in merito alle tante sfide presenti sullo scenario internazionale.

Riccardo Celeghini

La Nato sfida la Russia con l’invito al Montenegro

nato montenegroMercoledì 2 dicembre la Nato ha ufficialmente invitato il Montenegro ad entrare nell’Alleanza Atlantica. La decisione è stata presa all’unanimità dai ministri degli Esteri dei 28 Paesi membri della Nato, riuniti a Bruxelles. Il Montenegro, Stato indipendente dal 2006, quando un referendum molto combattuto sancì la separazione dalla Serbia, ha da anni intrapreso un percorso di riforme per avvicinarsi agli standard dell’Alleanza Atlantica, obiettivo dichiarato del premier Milo Djukanovic. Djukanovic, di fatto al potere da 24 anni, ha parlato di giornata storica per il suo Paese, la più importante dall’indipendenza.

L’invito formulato mercoledì arriva sei anni dopo l’ultimo allargamento della Nato. L’ultima volta erano entrati altri due Paesi dei Balcani Occidentali, la Croazia e l’Albania. Proprio l’estensione atlantica a quest’area geografica non piace alla Russia, da sempre politicamente e culturalmente vicina ai “fratelli ortodossi” serbi e montenegrini. Alla notizia dell’allargamento al Montenegro la reazione del Cremlino non si è fatta attendere. Il portavoce di Vladimir Putin, Dmitri Peskov, ha dichiarato che non mancheranno azioni di risposta da parte russa per motivi di sicurezza, mentre il capo del Comitato di difesa e sicurezza della Federazione Russa, Viktor Ozerov, ha annunciato la sospensione di tutti i progetti bilaterali esistenti tra Mosca e Podgorica. Per quanto l’adesione non sarà formalizzata prima del 2017 e solo dopo la ratifica dei parlamenti di tutti e 28 i Paesi membri, la prospettiva di un ulteriore allargamento ad Est dell’Alleanza Atlantica mette in agitazione la Russia, anche in virtù delle richieste di adesione che vengono da Bosnia Erzegovina, Macedonia e Georgia.

La scelta di entrare nella Nato, però, non ha ottenuto sostegno unanime tra i cittadini del Montenegro. Il Paese è ormai da più di un mese scosso da forti proteste popolari contro il governo Djukanovic: oltre alla corruzione e all’assenza di elezioni libere, anche l’adesione alla Nato è messa sotto accusa dall’opposizione. Una parte consistente della popolazione del Montenegro è di etnia serba e questa non ha dimenticato i bombardamenti della Nato nel 1999 sull’allora Repubblica Jugoslava, di cui lo stesso Montenegro faceva ancora parte. La società montenegrina è dunque profondamente divisa tra chi guarda al mondo occidentale e chi si sente maggiormente legato al mondo ortodosso. Che la questione sia rilevante lo dimostrano le accuse dello stesso Djukanovic, che ritiene ci sia la mano del Cremlino dietro le proteste popolari, per destabilizzare il processo di avvicinamento all’Alleanza Atlantica.

La questione sollevata da un piccolo Stato come il Montenegro è solo l’ultimo tassello di una sfida ben più ampia, quella relativa alle aree di influenza tra l’alleanza dei Paesi occidentali, guidati dagli Stati Uniti, e la Russia. Una questione che è esplosa con tutta evidenza nel caso dell’Ucraina, ma che propaga il suo eco in tutto il mondo ex-comunista e, dunque, anche nei sempre delicati equilibri vigenti nei Balcani.

Riccardo Celeghini