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Riccardo Galetti

Riccardo Galetti
Prendere le distanze da Bolsonaro

Lettera aperta al Segretario Nazionale, alla Responsabile Esteri e Vice Presidente dell’Internazionale Socialista, alla Segreteria Nazionale del PSI e all’On. Fausto Guilherme Longo.

“Caro Riccardo, cara Pia, cari compagni e care compagne,

chi vi scrive queste poche righe non è uso a polemiche pubbliche sul Partito, nella stragrande maggioranza dei casi inutili, pretestuose, autoreferenziali.

Non posso però oggi astenermi dall’intervenire sulle posizioni dell’On. Fausto Longo circa le elezioni federali e statali che si terranno in Brasile domenica 7 ottobre.
Da Responsabile (con la r maiuscola non a caso) esteri della Federazione dei Giovani Socialisti, sempre in prima fila nel denunciare l’infame golpe giudiziario brasiliano del 2016, ho finto di non notare l’insopportabile silenzio dell’On. Longo, membro del PMDB di Michel Temer, sul colpo di mano di cui il suo partito è stato indiscutibilmente protagonista.

Ho finto di non notarlo per evitare di unirmi a chi spara sempre sul quartier generale, cosa di cui certamente non abbiamo bisogno. Ho fatto finta di ignorare, cosa che non ha fatto il Direttore del TG La7 Mentana, anche l’assurda candidatura di Longo alla camera federale brasiliana, sempre per il para-golpista PMDB, una manciata di settimane dopo l’elezione a Montecitorio.

Non posso e non possiamo però ignorare le notizie che ci sono giunte ieri dal Brasile, che si avvia ad una tornata elettorale particolarmente delicata per la tenuta democratica del Paese e del continente.

Paulo Skaf, padrino politico dell’On. Longo e candidato alla carica di Governatore dello Stato di San Paolo per il PMDB, ha dichiarato, nella stessa giornata in cui ha visitato l’onorevole candidato italo-brasiliano nella sua natia Piracicaba, che in caso di secondo turno alle elezioni Presidenziali tra Haddad, candidato del PT, e Bolsonaro, candidato dell’estrema destra, avrebbe scelto quest’ultimo.

Skaf si è spinto anche più in là, dichiarando che anche una vittoria al primo turno di Bolsonaro sarebbe “un bene per il Brasile”.
Bolsonaro rappresenta il peggio che il disordine e la confusione politica del nostro tempo possa rappresentare: populista di estrema destra, volgarmente sessista, nostalgico della dittatura militare, sostenitore della tortura, razzista ed omofobo (nella foto, un comizio di Bolsonaro durante il quale ha proposto di fucilare i petisti).

I socialisti, di qualunque latitudine essi siano, non possono che essere i nemici giurati di tutti i Bolsonaro e non possono certo tollerare una presa di posizione del genere. Non si chiede a nessuno un esame del sangue, ma non possiamo tollerare che un onorevole del Partito sposi simili tesi.

Per questo motivo chiedo all’On. Longo di prendere esplicitamente ed immediatamente le distanze da quanto dichiarato ieri da Paulo Skaf e di esprimere pubblicamente il proprio voto contro la candidatura a Presidente di Jair Bolsonaro. Chiedo inoltre al Partito di esprimere il proprio, ancorché scontato, sostegno ai candidati della sinistra socialdemocratica, progressista e riformista, nelle figure di Fernando Haddad, del PT, e di Ciro Gomes, candidato del nostro partito fratello nell’internazionale, il PDT.

In caso contrario, chiedo alla Segreteria Nazionale di prendere atto delle gravissime posizioni politiche dell’On. Longo in Brasile e di agire di conseguenza.

Fraterni saluti,

Riccardo Galetti
Responsabile Esteri della Federazione dei Giovani Socialisti

Chi ha compagni non muore mai

“Rio de Janeiro è una città “maravilhosa”, ma straordinariamente ingiusta e violenta. Una città fatta di lusso sfrenato, feste, carnevale, miseria, narcotraffico, morte. Una città particolarmente crudele con gli ultimi: nel 2017 a Rio de Janeiro sono state assassinate più di 2000 persone, 527 per mano della polizia. Nella stragrande maggioranza le vittime erano giovani, neri e residenti nelle favelas.

Rio de Janeiro è una città in cui fare politica, specialmente tra gli ultimi, vuol dire mettere la propria vita nella linea di fuoco. E così ha fatto la compagna Marielle Franco, nera venuta dalla favela, emancipatasi con lo studio, L’attivismo e la Politica. Eletta nell’assemblea municipale di Rio con più di 46.000 preferenze, era la voce di chi per colore della pelle e condizione economica non ha possibilità nel progetto elitista di Temer.

Era la voce di chi si opponeva all’intervento militare ed alla sospensione di alcune garanzie costituzionali a Rio de Janeiro voluta dal governo golpista. È stata seguita per quattro chilometri, è stata giustiziata insieme all’autista Anderson Gomes. Cara Marielle, sappi che ha compagni non muore mai.

Marielle Franco, Presente.”

Riccardo Galetti,
responsabile esteri FGS

#MariellePresente

Riccardo Galetti
Lo spirito del 2006, per una sinistra riformista e di governo

L’entusiasmo e la passione dell’esperienza della Rosa nel Pugno sono sempre ricordati con nostalgia dai socialisti, giovani e non. Eravamo, dopo tanti anni, al centro del dibattito politico, avevamo un voto d’opinione importante (nostra drammatica lacuna negli ultimi vent’anni), avevamo finalmente una prospettiva di medio periodo che ci avrebbe permesso di diventare quel piccolo ma determinante polo laico che rincorriamo da tutta una vita. Al netto di come e perché quell’esperienza sia declinata e fallita in pochi mesi, è stato l’unico momento della nostra storia recente nel quale all’entusiasmo e allo slancio dei compagni si sia accompagnato un risultato elettorale considerevole, seppur inferiore alle grandi attese (alzi la mano chi di noi non sogna ad occhi aperti un milione di voti e 18 deputati).
Di quello spirito, di quell’entusiasmo, avremo bisogno per affrontare le sfide del futuro ed arrivare pronti al prossimo, imminente, appuntamento elettorale.

L’ex Sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, ha teorizzato nelle ultime settimane un progetto interessante. Le condizioni per aggregare una forza di sinistra riformista, concreta, responsabile e che collabori con il Partito Democratico esistono, non approfittarne potrebbe rappresentare la definitiva condanna per la nostra comunità ultracentenaria. Lo stesso Direttore Del Bue, in un articolo dello scorso settembre, aveva individuato in Pisapia la personalità giusta per riunire in un area “liberal-socialista” noi, i radicali, i laici, alcune esperienze civiche e quei pezzi di ecologismo e di sinistra che si sono finalmente convinti della pragmatica necessità di collaborare con gli amici del PD per riformare il Paese, non in un domani immaginifico ma nel presente e nel quotidiano.

Pisapia ha la visibilità e l’autorevolezza per fare da collettore e da leader di questa Rosa nel Pugno rivista, aggiornata ed allargata, ma dovrebbe sempre tenere a mente che le elezioni non si vincono solo nelle grandi città, a Milano e a Roma, dove è forte il voto d’opinione. Se l’ambizione è quella di costruire una forza che non sia una lista civetta per sottrare voti alla babilonia PRC-SI-Possibile, ma un progetto stabile, diffuso e autenticamente riformista, la nostra presenza strutturata non sarebbe solo auspicabile ma quasi necessaria.

La strada è impervia e gli ostacoli sono molti, ma se così non fosse non sarebbe entusiasmante fare Politica.
I giovani socialisti, oggi come nel 2006, ci sono e sono pronti.

Riccardo Galetti
Responsabile Esteri – Segreteria Nazionale Federazione dei Giovani Socialisti

Brasile. L’ex Presidente Lula ‘scalda i motori’

Il Senato Federale del Brasile ha approvato per 61 voti a 20 l’impeachment del Presidente Rousseff, prima donna eletta a capo dello Stato carioca. Dilma ha dichiarato che il processo di impeachment l’avrebbe condannata “per il quadro d’insieme”. Con questa frase sibillina, l’ormai ex-presidente intendeva sottolineare che veniva cacciata non per aver commesso un reato, ma perdeva il suo incarico a causa di una manovra di palazzo, un complotto politico ordito dal suo vice, Michel Temer, che assume ora il comando del Brasile.


dilma-e-lulaRio de Janeiro, 2 settembre 2016 – L’impeachment di Dilma Rousseff, eletta solo due anni fa da decine di milioni di brasiliani, è stato approvato come previsto. Chi si aspettava scene di giubilo e manifestazioni oceaniche in favore della defenestrazione della Presidenta, però, è rimasto deluso. Il voto definitivo è arrivato alla fine di un lunghissimo ed estenuante processo, che ha reso palese l’inconsistenza giuridica del procedimento (definito “ridicolo” dall’ex Presidente della corte suprema, Joaquim Barbosa, mai tenero con il Pt) ed ha evidenziato l’inettitudine della classe politica chiamata a sostituire il partito di Lula e Dilma alla guida del gigante sudamericano. La sbornia post-olimpica, poi, ha fatto il resto, e così il Paese ha accolto piuttosto tiepidamente un verdetto scontato. L’indifferenza della società brasiliana, soprattutto nei settori contrari ai governi petisti, si deve anche alla scarsissima fiducia in Temer, alla guida di un governo debole, non legittimato da alcun mandato popolare (in Brasile vige un sistema presidenziale), accusato a livello nazionale ed internazionale di essere un governo golpista, e che, come se non bastasse, dovrà affrontare una delle peggiori crisi economiche mai conosciute a quelle latitudini. Per il Brasile si prospettano almeno un paio d’anni politicamente complicati, almeno fino alle prossime elezioni, previste teoricamente per il 2018. Lula, sempre sotto la lente della “talvolta curiosamente solerte” magistratura brasiliana, scalda i motori per una campagna elettorale che si prevede infinita e senza esclusione di colpi, soprattutto se saranno confermate le promesse del nuovo governo: tagli, “iniezioni shock di capitalismo” e privatizzazioni.

Riccardo Galetti

Brasile. Governo Temer, ritorno al passato

temerIl governo del Presidente ad interim Michel Temer (PMDB), insediato da meno di 24 ore, vanta già un triste primato: è il primo esecutivo totalmente maschile da quello del generale Garrastazu Médici, Presidente tra il ‘69 ed il ’74, in piena dittatura militare. Il primo in assoluto dal ritorno della democrazia. Il leader del PMDB non è riuscito ad individuare neanche una candidatura femminile per uno dei 23 dicasteri che compongono il suo esecutivo. Assenti dalla compagine governativa anche ministri di origine afro-brasiliana, che pure rappresentano una fetta importante della popolazione, più di 14 milioni di cittadini. Ma la scarsa rappresentatività della società brasiliana non è l’unico problema dell’esecutivo provvisorio.

Un terzo dei membri del governo (7 su 23) sono indagati o sono sospettati di aver avuto un ruolo nel maxi-scandalo Lava-Jato, la celebre indagine che ha contribuito a logorare la Presidente eletta Dilma Rousseff, mai sfiorata dalle inchieste. Il nome dello stesso Temer ha fatto capolino più volte in diverse indagini della magistratura brasiliana per finanziamenti irregolari o illegali ricevuti a partire dal 1996. Sul Presidente ad interim, inoltre, pende una condanna in secondo grado per aver violato la normativa sulle donazioni elettorali, e rischia pertanto di diventare ineleggibile per i prossimi 8 anni. Non male per un governo nato sull’onda della reazione alla corruzione imperante.

Anche la legittimità politica del governo è messa in dubbio da più parti. Tralasciando per il momento l’inesistente sostegno popolare per Temer, la coalizione di governo non è legittimata da alcun mandato elettorale, e addirittura 11 dei 23 ministri del nuovo esecutivo avevano sostenuto il candidato sconfitto, Aecio Neves (PSDB), in occasione delle ultime presidenziali. Il Ministro degli Esteri José Serra (PSDB), di origini italiane, oltre ad aver sostenuto la candidatura delle opposizioni nel 2014, vanta una lunga storia di disfatte elettorali: è stato per due volte candidato alla presidenza e per due volte sconfitto (nel 2002 da Lula e nel 2010 da Rousseff) oltre ad aver perso nel 2012 anche la corsa per la poltrona di Sindaco di São Paulo (anche in questo caso contro un candidato del PT, Fernando Haddad).

Insomma, l’esecutivo del Presidente ad interim non sembra poter vantare credenziali etiche e politiche più solide di quello che l’ha preceduto.

Eppure, nonostante si tratti di un governo temporaneo, non mancano i primi annunci epocali, come quelli del Ministro dei Trasporti Mauricio Quintella Lessa (PR, già condannato per appropriazione indebita) che prevede massicce privatizzazioni, a partire da porti ed aeroporti. Sono invece attese per oggi le prime importanti dichiarazioni sulla politica economica di Henrique Meirelles (PSD), ex Presidente del Banco Central e nuovo Ministro delle Finanze.

Riccardo Galetti
Responsabile Esteri della Federazione dei Giovani Socialisti

Dilma sospesa, Temer nuovo Presidente del Brasile

Dilma RoussefCon 55 voti favorevoli e 22 contrari il Senato Federale ha approvato l’apertura del processo di impeachment nei confronti della Presidente Dilma Rousseff, che ora sarà sospesa dall’incarico per 180 giorni, durante i quali si svolgerà il processo vero e proprio. Assume l’incarico di Presidente il vice di Dilma, Michel Temer (PMDB), da molti indicato come uno degli orchestratori degli attacchi al governo petista. Il nuovo Presidente del Brasile sarà ora chiamato a formare un governo, che prevedibilmente vedrà le opposizioni, ed in particolare il PSDB sconfitto alle elezioni, sostituire il Partido dos Trabalhadores nella maggioranza, con un ribaltone quantomeno inusuale per un sistema presidenziale.

La sospensione di Rousseff e l’arrivo di Temer al Palacio de Planalto rappresentano uno snodo importante dell’evoluzione della crisi politica che sta sconvolgendo il Brasile, ma non ne segnano certamente la fine. Il nuovo Presidente gode di un sostegno popolare inesistente (circa il 2% secondo diversi sondaggi) ed è a sua volta oggetto di indagini e richieste di messa in stato d’accusa. Ad indebolire la posizione di Temer si aggiungono le richieste di elezioni anticipate e i dubbi sulla legittimità di un governo contrario a quello indicato dal risultato elettorale, in un sistema che non è parlamentare ed in cui non esiste il rapporto di fiducia tra capo del governo, eletto direttamente, e parlamento.

L’allontanamento di Dilma inoltre, non fermerà il selvaggio  assalto politico, mediatico e giudiziario, se non pianificato almeno coordinato, al sistema di potere costruito dal PT in 13 anni di governo. Una buona parte dell’élite e delle oligarchie economiche e finanziarie brasiliane, che hanno sempre covato un profondo disprezzo per il PT e per quello che ha rappresentato, sono finalmente rientrate nella stanza dei bottoni, e non la abbandoneranno facilmente. L’occasione per ritornare a controllare la settima economia mondiale, e magari per svenderne i pezzi migliori come Petrobras, è troppo importante per rischiare un ritorno trionfale di Lula nel 2018 o in caso di elezioni anticipate. In quest’ottica si collocano anche le forzature del giudice Sergio Moro nei confronti dell’ex Presidente Lula, con l’accompagnamento in questura per la deposizione e la pubblicazione di intercettazioni illegali di conversazioni con Rousseff.

Nel frattempo Dilma promette di tornare trionfalmente a Planalto tra 180 giorni, quando avrà dimostrato al paese e al mondo la sua innocenza e la “trama golpista” delle opposizioni.

L’esperienza governativa di Rousseff e del PT è sospesa, ma la fine della guerra per bande per il controllo del Brasile è lungi da una conclusione.

Riccardo Galetti
(Responsabile Esteri Federazione dei Giovani Socialisti)

Rousseff crolla. Aperto il processo di impeachment

rousseffLa strenua difesa dell’esecutivo petista, coordinata dall’ex-Presidente Lula nel bunker dell’Hotel Golden Tulip di Brasilia, di fronte alla residenza presidenziale, non ha dato i risultati sperati: la Camara dos Deputados ha approvato nella notte l’apertura del processo di impeachment nei confronti della Presidente Dilma Rousseff.
Dopo una guerriglia parlamentare lunga e logorante, fatta di negoziazioni infinite, pressioni psicologiche e continui ribaltoni, il PT ha subito infatti una sconfitta durissima: all’opposizione bastava il voto favorevole di 342 deputati federali, ne ha ottenuti 367. A sostegno della Presidente sono rimasti solo i deputati di sinistra: il suo Partido dos Trabalhadores, gli alleati del Partido Democratico Trabalhista (membro dell’Internazionale Socialista) e del Partido Comunista do Brasil e quelli del PSOL, Partido Socialismo e Liberdade, oppositori da sinistra del governo ma contrari ad un impeachment dalle forti tinte “golpiste”.
Le preoccupazioni sulla tenuta democratica del Brasile, la terza democrazia al mondo per numero di elettori, esplicitate non solo dalle forze governative ma anche dalla stampa internazionale, dall’Organizzazione degli Stati Americani e dalle Nazioni Unite, sono uscite rafforzate dalla drammatica seduta parlamentare di ieri. Jair Bolsonaro, notissimo parlamentare di destra, ha dedicato il proprio voto ai militari golpisti del 1964 ed in particolare a Carlos Brilhante Ustra, colonnello responsabile delle repressione negli anni della dittatura e riconosciuto colpevole del reato di tortura, di cui anche la giovane Rousseff fu vittima.
Secondo la procedura stabilita dal Supremo Tribunal Federal la parola passa ora al Senato, che dovrà a sua volta esprimersi, prevedibilmente entro metà maggio, sull’opportunità dell’apertura del processo vero e proprio. Questo voto sarà, però, poco più che una formalità: è infatti sufficiente che la maggioranza semplice degli 81 senatori esprima un voto favorevole all’impeachment perché Rousseff sia sospesa dall’incarico per 180 giorni, durata prevista del processo.
Con la battaglia del Senato persa in partenza, l’ultima flebile speranza dell’esecutivo, eletto solo 2 anni fa da 54 milioni di brasiliani, è nei ricorsi che saranno presentati nelle prossime ore al Supremo Tribunal Federal.
Il capogruppo del PT alla Camera, José Guimarães, ha riconosciuto la sconfitta ma ha annunciato che non ci saranno arretramenti da parate del governo “I golpisti hanno vinto qui alla Camera, ma la lotta continua”.
Anche Dilma Rousseff, che ha seguito il voto dalla residenza presidenziale, assicura che non lascerà l’incarico senza lottare.

Riccardo Galetti,
Responsabile Esteri FGS

Dilma verso l’impeachment, resa dei conti a Brasilia

Dilma Rousseff

Quella che agli osservatori internazionali potrebbe sembrare una sofisticata partita a scacchi per l’impeachment di Dilma Rousseff è in realtà da tempo degenerata in una guerra per bande, senza quartiere e senza prigionieri, che ha un solo obiettivo: il controllo della settima economia mondiale, un gigante da 200 milioni di persone distribuite su 8,5 milioni di chilometri quadrati, abbondantissime risorse naturali e strabilianti potenzialità economiche. Una guerra che ha origini profonde e lontane nel tempo, nonostante abbia guadagnato la distratta considerazione della stampa italiana solo in occasione dello spettacolare interrogatorio dell’ex-Presidente Lula.

Il Brasile, inizialmente risparmiato dalla crisi finanziaria che ha messo in ginocchio l’Europa e gli U.S.A., ne ha subito le conseguenze nel lungo periodo. Il colpo di coda della crisi economica internazionale ha infatti colpito Brasilia solo con il relativamente recente rallentamento delle principali economie industriali (e della Cina in particolare) e con il conseguente crollo del prezzo delle commodities, permettendo lo sfogo di spinte e pulsioni a lungo anestetizzate dai travolgenti successi ottenuti dei governi petisti (Partido dos Trabalhadores, PT), che fino al 2010 hanno veleggiato su inattaccabili tassi di approvazione (87% il tasso di approvazione, più che bulgaro, di Lula nel 2010). Quando nel 2013 il consenso nei confronti delle politiche del PT ha cominciato a vacillare, un po’ per la recessione ed i problemi contingenti dell’economia ed un po’ per l’esasperazione di una cittadinanza non più disposta ad accettare i costi di una corruzione endemica da almeno un trentennio, è cominciato un assalto politico, mediatico e giudiziario, se non pianificato almeno coordinato, al sistema di potere costruito dal PT in 12 anni di governo.

Brasilia . I lavori per la coostruzione della barriera metallica destinata a separare i manifestanti pro e contro Dilma, davanti alla sede del Congresso nella Esplanada dos Ministerios

Brasilia . I lavori per la coostruzione della barriera metallica per separare i manifestanti pro e contro Dilma, davanti alla sede del Congresso nella Esplanada dos Ministerios

Il profondo disprezzo che una buona parte dell’elite brasiliana ha sempre covato nei confronti del PT, di Lula (l’ex Presidente e Professore Fernando Henrique Cardoso diceva, poco meno di un mese fa “il Paese non può essere governato da un analfabeta”) e delle masse che questi rappresentano, ha potuto finalmente trovare libero sfogo, mentre pezzi di classe dirigente, a lungo esclusi dalla stanza dei bottoni, hanno fiutato l’occasione unica per appropriarsi dello Stato o di pezzi dello Stato (Petrobras) facendo piazza pulita della compagine governativa e senza dover attendere le lontane elezioni del 2018.

Il pretestuoso ed inconsistente processo di impeachment intentato contro Dilma Rousseff per lo stratagemma contabile delle pedaladas fiscais si inserisce in questo clima di selvaggio assalto alla diligenza. Per le opposizioni, termine da intendere in senso lato, non è stato più sufficiente ostacolare o criticare democraticamente le politiche del governo, ma ne andava assolutamente impedita con tutti i mezzi la durata fino a naturale scadenza. Le 27, ventisette, richieste di impeachment presentate alla Camera contro la Presidente eletta (con l’1,64% e 3 milioni di voti in più dell’avversario Aécio Neves, PSDB) sono la plastica rappresentazione della volontà paragolpista di logorare l’esecutivo fino a sfinirlo ed affossarlo.

Le spettacolari inchieste giudiziarie, che hanno sfiorato con grande clamore mediatico Lula, che non è nemmeno indagato, e cui Rousseff è, ad oggi, totalmente estranea, sono l’ultimo tassello dell’assedio al Palacio de Planalto (sede del Presidente della Repubblica).

In questo clima convulso ed incendiario la Camera dei Deputati si avvicina ad una settimana decisiva per il processo di impeachment a Rousseff, ed è qui che la guerra per bande sta trovando il suo terreno più fertile. La scarsissima fedeltà partitica e l’ambiguità ideologica di tanti deputati, da sempre disposti a cambiare fazione e partito con straordinaria disinvoltura, sono il campo di battaglia su cui combattono la compagine governativa, coordinata da un Lula alla febbrile ricerca di alleati, e le opposizioni allineate dietro al vice-Presidente Michel Temer (PMDB) ed ai maggiorenti del PSDB. Entrambe le parti cercano disperatamente di convincere il maggior numero possibile di deputati offrendo posti di sottogoverno (in un rimpasto dell’esecutivo Rousseff o in un ipotetico governo Temer) ed alleanze elettorali. I numeri (ad oggi, secondo il quotidiano Estadão, i favorevoli all’impeachment sono 332, a soli 10 voti da quelli necessari , mentre i contrari sono 124 e i, decisivi, indecisi 57) favoriscono nettamente le opposizioni mentre Rousseff punta tutto sull’“effetto Cunha-Temer”, sulla riscossa della base petista e sull’appoggio dei parlamentari del Nord e Nord-Est. Cunha e Temer (entrambi del PMDB), rispettivamente Presidente della Camera e Vice-Presidente della Repubblica, sono ritenuti, non a torto, i principali incoraggiatori del processo di destituzione della Presidente, ma nel Paese sta crescendo la disapprovazione verso il loro operato. Cunha è pluri-indagato (tra le altre cose per corruzione e riciclaggio) ed il suo nome è spuntato anche nei documenti dello scandalo Panama Papers, mentre Temer emerge sempre più come un personaggio squallidamente machiavellico, a lungo considerato un vice “decorativo” e pronto a prendere in mano le redini del Brasile con un consenso insignificante (2% stando ai più recenti sondaggi). Il PT spera di convincere più deputati possibili a non salire su un tanto traballante carro dei vincitori, mentre con le manifestazioni di massa i militanti stanno ritrovando l’orgoglio smarrito. Un evento oceanico contro il “golpe”, tenuto da Lula a Rio de Janeiro con la presenza di artisti e intellettuali come Chico Buarque, ha risollevato il morale dei sostenitori del governo, e il tasso di disapprovazione nei confronti della Presidente è rapidamente sceso dal 68 al 61%, livelli comunque ancora estremamente alti. Infine i petisti puntano sul blocco granitico dei deputati delle regioni del Nord e Nord-Est, le zone più povere del Brasile, che si prevede voteranno in massa contro l’impeachment.

Sono ore decisive per l’assetto partitico e democratico del più grande stato sudamericano. Il futuro è reso incerto dall’indeterminatezza e dall’imprevedibilità dei giorni che seguiranno a domenica 17, quando ci sarà la votazione definitiva alla Camera che, prevedibilmente, porterà alla sospensione di Dilma Rousseff.

Nel frattempo i dati che arrivano dai sondaggi raccontano di un Brasile diviso, in cui Lula riesce ancora a farla da padrone, anche se con percentuali ben lontane dai gloriosi giorni della Presidenza, seguito dalla sua Ex-Ministra ed ex-compagna di partito, Marina Silva, al margine delle vicende degli ultimi mesi. Sarebbero ben più lontante le opposizioni registe di questo tentativo di impeachment, che non riescono a convincere gli elettori brasiliani nonostante i continui attacchi di magistratura e mass-media alla coppia Dilma-Lula.

Il futuro del Brasile è nelle mani dei 513 deputati della Camera, che nei prossimi giorni scriveranno una pagina importante di questo grande Paese.

Riccardo Galetti
Responsabile Esteri FGS

Brasile: Dilma pericolosamente vicina all’impeachment

Dilma RousseffCon 38 voti a favore, 27 contrari e nessun astenuto, la commissione parlamentare speciale incaricata di valutare il possibile impeachment di Dilma Rousseff ha approvato il documento del relatore, Jovair Arantes (PTB, Partido Trabalhista Brasileiro) , che consigliava  l’apertura del processo di  destituzione della Presidente.
Affinché il procedimento sia formalmente instaurato, la relazione del deputato dell’opposizione dovrà ora essere approvata da almeno due terzi dei componenti dalla Camera, riuniti in sessione plenaria. Secondo il regolamento della Camara dos Deputados le discussioni dovrebbero iniziare entro le prossime 48 ore e concludersi entro domenica 15 Aprile. Se almeno 342 dei 513 deputati voteranno a favore della relazione, Dilma sarà sospesa dall’incarico per un periodo di 180 giorni, durante i quali sarà il Senato a giudicare la posizione della vincitrice delle elezioni del 2010 e 2014.

La vittoria delle opposizioni favorevoli all’impeachment in commissione era ampiamente prevista (anche se ci si aspettava un risultato più equilibrato) e la vera battaglia si combatterà nella sessione plenaria, dove i numeri lasciano pensare ad un risultato tutto da  scrivere.
Ad oggi, secondo le proiezioni del quotidiano paulista Estadão, la camera sarebbe divisa tra 299 favorevoli all’impeachment, 123 contrari e 91 indecisi. La lettura dei numeri è resa particolarmente difficile dalla scarsa disciplina partitica, caratteristica storica della politica brasiliana, dall’ambiguità ideologica di tante formazioni politiche e dal fatto che diversi partiti abbiano lasciato libertà di voto ai propri eletti.
Alcuni mezzi di informazione raccontano inoltre di una febbrile attività intorno all’Hotel Golden Tulip, a Brasilia, dove l’Ex Presidente Lula, tornato al centro dell’azione politica nelle ultime settimane, starebbe coordinando gli sforzi del PT per convincere almeno altri 49 deputati a sostenere il governo Rousseff.

Lula starebbe offrendo ai deputati indecisi posti di governo e appoggio per la rielezione in occasione delle elezioni del 2018, quando l’ex-Presidente potrebbe essere di nuovo candidato. Secondo un sondaggio diffuso domenica, infatti, lo storico leader del PT risulta ancora il candidato preferito dai brasiliani, almeno al primo turno, tallonato da vicino dalla ex-Ministra di Lula ed ex petista Marina Silva.
Lo stesso sondaggio ha fornito dati sconfortanti per Michel Temer (PMDB), vero manovratore degli attacchi a Rousseff e primo in linea di successione in caso di caduta della Presidente, che è dato, nel più ottimista dei casi, al 2%.

La richiesta di impeachment, dalle traballanti basi legali secondo diversi giuristi, riguarderebbe l’utilizzo delle “pedaladas fiscais” (letteralmente “pedalate fiscali”) nella redazione del bilancio dello stato durante il primo mandato dell’erede di Lula. L’esecutivo, secondo i presentatori della denuncia, avrebbe utilizzato strumenti fiscali irregolari (sostanzialmente ritardando dei pagamenti destinati ad istituti bancari) per ottenere un saldo primario maggiore e trovare quindi finanziamenti per diversi programmi sociali, tra i quali il famoso e colossale piano per l’edilizia popolare “Minha Casa, Minha Vida”. Secondo il governo quella delle pedaladas è una pratica comune, utilizzata in diverse occasioni da Presidenti e Governatori statali (tra i quali, sempre secondo il PT, anche Aécio Neves quando era Governatore dello stato di Minas Gerais). Al di la delle basi giuridiche della richiesta di impeachment, appare comunque chiaro che la vicenda rientra nel logorante clima politico generale, in linea con i continui assalti al governo di Brasilia.

Riccardo Galetti

Rousseff. La lunga marcia dell’impeachment

Dilma Rousseff  Presidente del Brasilie

Dilma Rousseff Presidente del Brasilie

Le schizofreniche convulsioni politico-giudiziarie che stanno segnando il secondo mandato di Dilma Rousseff si arricchiranno nelle prossime settimane di un nuovo elemento: il processo di impeachment intentato contro la Presidente petista.

L’esecutivo guidato da Rousseff è sottoposto da tempo ad un asfissiante assedio mediatico, giudiziario e parlamentare e, dopo la netta conferma elettorale del 2014 (51,64% e 3 milioni di voti in più dell’avversario Aécio Neves, PSDB), sono state presentate alla camera ben 27 richieste di messa in stato di accusa.

Una di queste richieste è stata accettata nello scorso dicembre dal Presidente della Camera, Eduardo Cunha, esponente del PMDB e attualmente indagato dal Supremo Tribunal Federal per riciclaggio e corruzione e sotto inchiesta del Consiglio Etico della Camera per dei conti esteri intestati a lui e a familiari. La richiesta di impeachment, dalle traballanti basi legali secondo diversi giuristi, riguarderebbe l’utilizzo delle “pedaladas fiscais” (letteralmente “pedalate fiscali”) nella redazione del bilancio dello stato durante il primo mandato dell’erede di Lula. L’esecutivo, secondo i presentatori della denuncia, avrebbe utilizzato strumenti fiscali irregolari (sostanzialmente ritardando dei pagamenti destinati ad istituti bancari) per ottenere un saldo primario maggiore e trovare quindi finanziamenti per diversi programmi sociali, tra i quali il famoso e colossale piano per l’edilizia popolare “Minha Casa, Minha Vida”. Secondo il governo quella delle pedaladas è una pratica comune, utilizzata in diverse occasioni da Presidenti e Governatori statali (tra i quali, sempre secondo il PT, anche Aécio Neves quando era Governatore dello stato di Minas Gerais). Al di la delle basi giuridiche della richiesta di impeachment, appare comunque chiaro che la vicenda rientra nel logorante clima politico generale, in linea con i continui assalti al governo di Brasilia.

La procedura della messa in stato di accusa avviata alla Camera è regolata da una legge del 1950 ed è già stata utilizzata negli anni ’90 per la destituzione dell’allora Presidente Collor (oggi Deputato Federale dell’opposizione). L’avanzare del processo ha segnato un importante passo in avanti lo scorso 16 marzo, quando è stata eletta la Commissione responsabile dell’istruttoria. A far parte della Commissione sono 65 deputati, rappresentati di tutti i partiti dell’arco parlamentare, di cui almeno la metà con varie pendenze nei confronti della giustizia.

Il prossimo passo della vicenda vedrà Dilma Rousseff presentare la propria difesa presso la Commissione (dove i supporter dell’impeachment dovrebbero essere, salvo sorprese, la maggioranza). Dopo la deposizione di Dilma la Commissione avrà la facoltà di decidere a maggioranza semplice se accettare o meno la richiesta di impeachment. In caso di risposta positiva, la palla passerà dunque alla Camera, riunita in sessione plenaria, dove almeno 2/3 (342 su 513) dei membri dovranno votare affinché venga considerato formalmente instaurato il processo di destituzione (notizia di oggi è che il comitato pro-impeachment sostiene di avere già a disposizione 346 voti). La decisione passerà quindi al Senato Federale che aprirà a sua volta un’inchiesta. Dilma sarà definitivamente destituita da Presidente se anche 2/3 dei senatori (54 su 81) approverà la richiesta di impeachment. Il processo dovrebbe concludersi, secondo le previsioni, entro la fine del 2016.

Il governo ed i partiti che lo sostengono sono già al lavoro per cercare di raggiungere un numero sufficiente di voti contrari alla messa in stato di accusa, soprattutto tramite l’offerta, più volte riportata dalla stampa brasiliana, di posti di governo e sottogoverno.

La riuscita della procedura di impeachment, inizialmente non osteggiata dal Governo, che all’epoca poteva contare su altri numeri, potrebbe dar luogo a risultati decisamente kafkiani. Dilma, che oltre a non essere indagata non è mai stata direttamente citata in nessuna indagine, rischia di perdere l’incarico in favore degli apparati di PMDB e PSDB, largamente coinvolti in tutti gli scandali degli ultimi 20 anni, compresa l’inchiesta “Lava Jato”.

Riccardo Galetti