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Roberto Biscardini

La risposta di ‘Socialisti in movimento’ agli appelli del Psi

Nel giro di pochi giorni il Segretario del Psi ha rivolto due appelli, uno rivolto a tutti i socialisti per un impegno comune al confronto, il secondo ancora più impegnativo rivolto a tutte le forze politiche del cosiddetto centrosinistra per dar vita ad una “concentrazione repubblicana” contro il populismo.

In proposito vogliamo precisare.

Socialisti in Movimento fin dalla sua nascita si è posto il problema di ricostruire l’unità più larga possibile dei socialisti, intorno ad una politica di forte identità socialista, capace di difendere i valori della nostra tradizione e reagire allo sfarinamento delle politiche socialiste nel paese.

Abbiamo proposto e avviato la riunire in un’unica area socialista di iscritti e non iscritti al Psi sul terreno di una nuova politica economica, sociale e democratica diversa “dall’impronta dei governi dell’ultima legislatura”, e in particolare dal governo Renzi. L’esatto contrario di quello che ancora oggi sembra proporre la segreteria del Psi anche con quell’appello. E cioè riconoscere a Renzi un’impronta di governo riformista e giustificare ancora, nonostante i risultati elettorali del 4 marzo, il sostegno del Psi al Job Acts, alla legge sulla buona scuola, alle leggi elettorali incostituzionali e al disegno di revisione costituzionale del 2016. Questa è per noi la reiterazione di un errore politico grave, che ha minato alla radice l’identità del partito distruggendo di fatto la pur consistente comunità socialista di soli dieci anni fa. Inoltre non aver ancora voluto analizzare le ragioni della sconfitta del Pd, del Psi, nonché la morte del centrosinistra è il segno che l’attuale segreteria del Psi, anche con lo zero per cento, vuole proseguire con i paraocchi e perpetuare gli errori degli ultimi anni. Per questo è giusto pensare di poter far “pesare di più il patrimonio politico-culturale dei socialisti”, ma non sembra assolutamente possibile che sia l’attuale segreteria del Psi, peraltro non più depositaria di quel patrimonio, a poterlo fare. I risultati disastrosi che sono alle sue spalle sono lì a dimostrarlo.

Sull’appello rivolto alle altre forze politiche del cosiddetto centrosinistra riteniamo che l’idea di dar vita ad un fronte comune democratico, una sorta di “concentrazione repubblicana” contro la destra e il populismo, cercando di nascondere la propria pochezza annegandola in un alleanza ibrida solo più grande contro un nuovo nemico (una volta il Caimano adesso il populismo) rappresenta un altro errore di prospettiva. Può servire se l’obiettivo è ancora una volta quello di garantire la candidatura di qualcuno nella lista del “fronte impopolare” alle prossime elezioni europee. Ma assolutamente inutile sul piano politico, perché il problema non è la nascita del “fronte” contro il nemico fascista, ma la rinascita di una forza autenticamente socialista per affrontare da socialisti i problemi emergenti a scala nazionale e internazionale in Italia e in Europa. Per preparasi a governare in futuro in ragione di un consenso popolare tutto da ricostruire su programmi e proposte concrete. Gli equilibrismi politicisti, oggi come in passato, non portano linfa alle ragioni del socialismo. Garantiscono solo il galleggiamento del gruppo dirigente, ciò di cui i socialisti in senso lato non hanno assolutamente bisogno.

Roberto Biscardini

Sulla democrazia civica

L’esperienza di questi anni a Palazzo Marino è stata illuminante. Ho potuto toccare con mano come l’appartenenza ai partiti non basti più e come sia sempre più necessario, in questo particolare momento, riscoprire il valore della buona politica nel concreto, dal basso, e promuovere aggregazioni e alleanze di ispirazione civica. Non liste civiche colorate, arancioni o arcobaleno, o liste civiche di comodo, del sindaco, da affiancare a quelle dei partiti, in nome di una certa verginità (antipolitica). Liste che poi vengono solitamente schiacciate dalla logica di coalizione e dal peso dei partiti maggiori, e che faticano a svolgere qualsiasi ruolo, politico, propositivo e persino civico.

No, liste civiche invece espressione soprattutto di una vera democrazia municipale, che si misurano concretamente nella partecipazione allargata sulle cose da fare, sui progetti e sull’idea di città, prima ancora che sul numero dei propri rappresentanti, nell’esercizio appunto di una democrazia tanto necessaria e quanto in crisi.

Milano, e figuriamoci altrove. Se la democrazia rappresentativa si esercita nel rispetto delle istituzioni, basta andare a vedere quante volte il sindaco o gli assessori hanno partecipato alle discussioni del consiglio comunale, o quante volte il Sindaco ha coinvolto il consiglio sulle grandi questioni che riguardano l’indirizzo politico dell’amministrazione comunale (che peraltro al consiglio competono per legge), per rendersi conto che ormai nelle istituzioni queste forme di democrazia sono assolutamente assenti. Sono sostituite da soggetti esterni che con gli eletti, quindi con gli elettori, non hanno nulla a che fare. La trasparenza è uno slogan, uno oggetto misterioso anche quando la si invoca per piccole cose. Se neppure i consiglieri comunali sono messi nelle condizioni di sapere e di conoscere ciò che avviene nel palazzo, figuriamoci i cittadini. Infine la partecipazione, ridotta all’ascolto di qualche comitato (che sono cosa diversa dai cittadini), di solito comitati del no, per assecondarli o meno indipendentemente dagli interessi generali che dovrebbero essere difesi o dagli interessi della maggioranza di cittadini che non protestano. Una farsa a targhe alterne tra ascolto e finzione.

Quello che è rimasta fuori dalla porta é la democrazia vera, intesa come diritto di parola e di ascolto, diritto al confronto e persino alla partecipazione reale dei processi decisionali. Per condividere decisioni con regole democratiche sufficientemente certe e con i necessari tempi di elaborazione. L’esatto contrario del fare in fretta, ma solo quando conviene ai governanti. Un percorso democratico non per sostituire i partiti, anzi; non  per fare antipolitica, ma per sostituire quella falsa  politica che non sa ormai né decidere, né  ascoltare, né interpretare le esigenze della collettività. Liste civiche quindi per ridare corpo e spessore alla buona politica, non per tenere fuori tutti i politici, ma per riunire tutti coloro che credono con tenacia nella necessità di stare sulle cose. Espressione di un alto e qualificato impegno civile, appunto.

Certo un processo difficile ma con risultati assolutamente efficaci, contrario alla logica che sia sempre meglio decidere in fretta anche a scapito del bene, sia meglio rottamare che perfezionare e rinnovare, sia meglio sostituire che riformare, consentendo a chi ha le carte in regola, perché eletto, di esercitare il proprio ruolo nel modo migliore. Con la responsabilità della responsabilità.

Oggi in tutto il paese gli esecutivi (tutti) comprimono le assemblee elettive (dal Parlamento ai piccoli comuni), e ciò avviene anche nelle forme più virulente, sostituendo le loro prerogative con poteri esterni, forti, autoritari, personalistici, tecnocratici e aziendali. Nella svariate forme di centralismo e accentramento possibile. Da qui, le riforme istituzionali senza quadro di riferimento costituzionale. Le provincie mezze vive e mezzo morte, ma intanto togliendo il voto ai cittadini. Persino i sindaci che eletti direttamente non si sentono in dovere di rispondere a nessuno; per non parlare delle giunte, organi collegiali impropri (meglio che gli assessori siano consulenti del sindaco e basta, licenziabili come lo sono già). Le aziende pubbliche sottratte al controllo delle amministrazioni pubbliche; le aziende pubbliche privatizzate anche per l’esercizio di servizi fondamentali e primari. E ancora, istituire Città metropolitane che sono dei mostri istituzionali, fondere comuni e abolire quelli piccoli e via di questo passo, contro il senso della libertà, questa è l’aria che tira, in nome, senza riscontro, della tanto strombazzata efficienza e riduzione dei costi.

E poi commissari per ogni cosa, per sottrarre decisioni delicate a qualsiasi forma di controllo pubblico e democratico (dai commissari della sanità, a quelli ospedalieri, allo smaltimento dei rifiuti, commissari ovunque dalla corruzione a Expo), in una logica sostitutiva dei poteri, non molto diversa dai tanto discutibili provvedimenti di scioglimento dei comuni meridionali accusati (anche ingiustamente) di infiltrazione mafiosa. Questione delicata ma assolutamente controversa.

Insomma contro ogni forma di sostegno e difesa dell’autogoverno delle comunità, bisogna avere il coraggio di riscoprire il senso migliore del municipalismo democratico, anche attraverso la formazione di liste civiche, il più unitarie, perché si deve partire dalle cose, non solo dai nomi dei candidati sindaci, che di solito si misurano più sull’appeal verso poteri esterni che non verso i cittadini, e non solo dai i partiti e dai loro ormai insopportabili e anacronistici schieramenti nazionali (quante volte mi sono sentito dire, “bello il tuo progetto, ma non possiamo, abbiamo dei doveri nazionali da rispettare, con Roma”).

Ma ritorniamo a noi, a Milano,  con un piccolo esempio. In un consueto giro della città, sono stato accompagnato un giorno in un quartiere delle periferia nord. Il comitato che mi ha ricevuto mi ha perorato la causa (naturalmente non ero il primo consigliere comunale ad essere passato di lì) affinché si prolungasse il tragitto di un autobus, poco più di 800 metri. Due fermate in tutto. Con  molteplici effetti positivi, particolari e generali. Che a quei cittadini erano ben chiari. Si garantirebbe a due quartieri, più periferici ancora, di aver un normale servizio che oggi non hanno, si eviterebbe soprattutto di sera a quei cittadini di fare a piedi un tratto di strada per altro abbastanza pericoloso (il tema della sicurezza messo sul piatto concreto), si offrirebbe a tutta la città la possibilità di accedere  ad un importante parco urbano, già molto frequentato, con un mezzo pubblico anziché con le solo auto private (questione generale).

Dopo aver illustrato pubblicamente questa esigenza in consiglio comunale, cosa è successo? Niente. Il sindaco e gli assessori competenti (sicurezza, trasporti, parchi e giardini) erano assenti, potrebbero avere seguito i lavori d’aula via streaming (chi lo sa), qualche funzionario avrebbe avuto l’obbligo di informarli. I partiti e i grandi gruppi consiliari? Niente. Pensano alle grandi cose, alle loro primarie e a Roma. I rappresentati di quel quartiere hanno avuto in qualche modo il diritto di parola ma adesso avrebbero anche il diritto di essere rappresentati da chi un’idea non sclerotizzata della politica la più esprimere.

Roberto Biscardini

In segreteria un dissenso politico

Rispetto al resoconto ufficiale del Partito sulla segreteria di giovedi scorso (assolutamente non veritiero), occorre ripetere qualche considerazione non di poco conto. In segreteria si è votato sull’elezione diretta del Senato e tra i non molti presenti, io insieme a Franco Bartolomei e a Bobo Craxi (Cefisi non ha diritto di voto, Angelo Sollazzo era assente per problemi familiari) abbiamo votato a favore del Senato eletto direttamente e contro la proposta del segretario così motivata: “ Non possiamo votare come ci chiedono Biscardini, Craxi e Bartalomei perché questo vorrebbe dire andare all’opposizione.” Come dire, dal giorno che siamo andati al governo con un viceministro non possiamo più esprimere una posizione autonoma del partito rispetto alla politica di Renzi a meno di passare all’opposizione e di perdere il posto. Non abbiamo più il diritto alla dialettica interna alla maggioranza, come per altro dimostrano di avere Chiti, i dissidenti interni al PD e l’NCD.

Abbiamo le mani legate. E ciò nonostante la segreteria con l’intervento di Crema abbia ben discusso di come questa proposta di riforma sia fuori da qualsiasi quadro di riferimento sostenuto negli anni scorsi dal partito socialista, e di come il quadro di riforme istituzionali proposte da Renzi: Senato, Italicum e innalzamento a 800.000 firme per l’indizione di un referendum, dimostrino quanta distanza ci sia tra questa idea della democrazia e quella della tradizione politica liberale e democratica. E ciò nonostante la segreteria abbia discusso di come sui principi il partito non possa abdicare, salvo non essere più un partito libero. E di come le questioni istituzionali per un partito della nostra tradizione siano prima che tecniche assolutamente politiche.

E’ emersa quindi più ampia dei nostri stessi voti contrari una posizione critica su una condotta della segreteria che condanna il partito alla totale afasia, alla non politica e alla rinuncia ad esprimere in autonomia qualsiasi posizione distinta rispetto a quella del governo. Per il PSI dovrebbe esserci ormai solo il governo. Posizione criticata di fatto anche dai compagni Buemi e Lello Di Gioia. Altri interventi, oltre quello di Cefisi in totale assenso con noi, non ci sono stati.

Una sintesi da questo dibattito emerge chiara: c’è nel partito un forte dissenso (ancora non organizzato in ribellione) e un malessere rispetto alla non linea del segretario, una linea che rischia di portarci nel PD anche senza bisogno di confermare alcun Patto federativo, anzi dichiarato morto e inesistente, senza meraviglia di alcuno.

Si è manifestato un dissenso e un malessere che in positivo ha rimosso lo schema del congresso di Venezia, oggi definitivamente superato. Superate le logiche di corrente e la tradizionale divisione tra maggioranza e opposizioni. Un dissenso che va al cuore del problema: la rinuncia a qualsiasi politica, che Nencini ci propone, condanna il partito a non essere più un partito libero. Ma solo un partito asservito di volta in volta a piccoli interessi personali. Che sta sempre con il comandante di turno, prima Monti, poi Bersani, Letta e adesso Renzi, per lucrare qualcosa che incomincia ad essere umiliante. Un partito che rinuncia ad ogni posizione politica autonoma senza più legittimità democratica. Un partito ormai in liquidazione che dovremmo porci il problema di salvaguardare per sa lvare almeno la sua storia. Da questo voto di dissenso espresso insieme, da me, da Bartolemei e Craxi, intercettando umori ben più larghi, si potrebbe ripartire ma senza aspettare o aspettare che la ripresa possa ripartire da questa segreteria. Un iniziativa da prendere in fretta, prima che l’assetto democratico del paese sia definitivamente stravolto. E prima che la sinistra scompaia sotto i nostri occhi.

Se i compagni hanno ancora interesse a salvare l’anima del socialismo (la quotidianità è già da tempo nelle loro mani) si devono fare sentire. Una cosa è certa, non sarà Renzi o il PD, né una politica populista, a dare ai socialisti una nuova prospettiva. Solo nella nostra autonomia possiamo trovare delle risposte.

Roberto Biscardini

 

Il silenzio dei socialisti sulla riforma del Senato e dintorni

In altri tempi anche il piccolo PSI aveva l’ambizione di essere un partito in cui gli organi politici, segreteria, direzione, consiglio nazionale, godevano del diritto di dibattito e di decisione. Oggi no.

Come la pensa il partito sul nuovo Senato? Che significato attribuisce il partito e il suo segretario a questa riforma? Come la pensano i nostri deputati? E i senatori? Certo Nencini, per la sua carica di governo, può avere le mani legate, ma Enrico Buemi potrebbe farsi sentire, facendo valere la nostra concezione della democrazia.

Renzi sta realizzando il miracolo di utilizzare l’avversione dell’opinione pubblica nei confronti dei partiti e di questo ceto politico, quello che doveva essere rottamato, per attribuire proprio a questi partiti e a questo ceto politico il massimo del potere politico possibile, sottraendolo a qualunque forma di espressione diretta della volontà popolare.

L’aumento a 800.0 00 del numero delle firme per la presentazione di un referendum abrogativo ne è la riprova più evidente. Ma anche sul resto non si scherza. E in attesa che un giorno sia salutata con entusiasmo la nascita di governi senza bisogno di elezioni popolari, abbiamo le riforme di oggi. Il tripudio delle elezioni di secondo grado e la vergogna di questo nuovo Senato.

Certo esistono al mondo “senati” di garanzia non eletti direttamente dai cittadini, ma non sono l’imbroglio che abbiamo di fronte. Un Senato falsamente federale in uno Stato non federale (altro che l’espressione dei Land del Bundesrat tedesco espressione dei governi regionali) nel quale siederanno consiglieri regionali e sindaci eletti su liste bloccate definite dai partiti. Così recita testualmente la norma. E questo che volevano i cittadini sposando la politica della rottamazione?

E lo stesso accade per le cosiddette ‘città metropolitane’ e le nuove province. Assolutamente non abolite, ma trasformate nella forma di elezione dei suoi organismi. Con la riduzione del numero dei partiti e con la trasformazione dei partiti in partiti monocratici tutto sarà deciso da un numero di persone sempre più ristretto e da un ceto politico di soli nominati. L’ipotesi circolata a Milano in questi giorni che per l’elezione del nuovo consiglio metropolitano si potesse presentare una sola lista decisa da tutti i partiti (a tavolino) composta da tanti candidati quanto sarebbero stati gli eletti (un modo fantastico per annullare il valore delle preferenze), è la prova di quanto rispetto alla cosiddetta deriva democratica siamo già oltre.

E il PSI liberale e democratico che dice? E tutti gli altri “sinceri democratici”, quelli che hanno fatto la resistenza e poi costruito l’Italia repubblicana che dicono? E i cittadini che volevano contare di più?

Roberto Biscardini

Ecco perché
lascio il gruppo del PD

Intervento di Roberto Biscardini nella seduta del consiglio comunale di Milano del 30 giugno 2014 in occasione dell’uscita dal gruppo del PD “Grazie Presidente. Mi sembra doveroso nei confronti dei colleghi dare un breve chiarimento sulla scelta presa in questi giorni, poi formalizzata questa mattina, riguardante la mia uscita dal gruppo del Partito Democratico per passare al gruppo misto. La scelta è assolutamente di carattere politico, valutando che quella che io chiamo la “cultura socialista, riformista, liberale e civica” di Milano, debba potersi esprimere meglio all’interno di questo Consiglio Comunale e all’interno della maggioranza con una posizione più autonoma rispetto a quella che pur ho rappresentato in questi tre anni. Non ho nessun sentimento e men che meno risentimento nei confronti del gruppo del Partito Democratico, con il quale abbiamo condiviso in questi tre anni successi, fatiche ed anche delusioni. Devo dare atto di un rappor to che è stato, sia sul piano politico che personale, molto positivo. Quindi la scelta di oggi è una scelta della ragione, non dei sentimenti. Ritenendo in aggiunta che questa scelta possa persino essere utile alla maggioranza, rispetto alla quale confermo il mio impegno e il mio sostegno, non solo perché non ci sono altre alternative, ma perché l’abbiamo voluta. Ritenendo inoltre che anche una maggioranza di centrosinistra si possa rafforzare non nella riduzione ad una cosa sola, ad un’unica forza politica, ma nell’articolazione delle diverse sensibilità, delle diverse componenti, delle proposte e delle idee. Nel merito confermo che ciò che ho avuto modo di scrivere e dire in questi anni in Consiglio rappresentano ancora le idee forza di una politica che come maggioranza non siamo riusciti, a mio parere, ad esprimere a pieno. Se queste idee non riusciranno a trasf ormarsi in realizzazioni concrete da qui al 2016, mi auguro almeno che possano trasformarsi in atti così forti da rendere irreversibili i processi decisionali futuri. Ho sempre sostenuto tre grandi questioni, tre o quattro battaglie dei socialisti che voglio ricordare qua: la riorganizzazione della macchina comunale; una certa politica di investimenti su grandi opere pubbliche; grandi politiche di investimenti nel settore sociale della casa, ritenendola una questione di drammatica realtà sociale; infine sul versante delle entrate ho sempre sostenuto la necessità di una battaglia più vigorosa nei confronti dell’evasione fiscale alla quale aggiungere la capacità di recupero di tributi non riscossi. Un’iniziativa che il Comune di Milano deve condurre con assoluta determinazione, affinché sia anche di insegnamento al resto dei Comuni d’Italia. Detto questo il mio impegn o rimane quello di una grande collaborazione con tutti, nell’interesse della città, auspicando anche un rafforzamento del dibattito e della dialettica interna alla maggioranza. Poi ognuno farà la sua parte, forte delle proprie idee, cercando di portare nel migliore dei modi il proprio contributo al successo di una coalizione di centrosinistra che dovrà ripresentarsi in modo articolato alle prossime elezioni del 2016. Colgo infine l’occasione di parlare di una questione concreta, che mi sta a cuore, partendo da un articolo apparso ieri su un quotidiano milanese, relativo a una questione che l’assessore Maran conosce bene e sa quanto mi è cara. Mi riferisco al tema dei trasporti e del pendolarismo. Fuori dei confini del nostro Comune c’è quotidianamente la pressione dei pendolari che si muovono per entrare, uscire o attraversare la nostra città. I dati riportati ancor a ieri sono drammatici, se 670 mila pendolari usano il treno nella nostra area urbana, una quota ancora maggiore usa l’automobile. Più del 60% dei pendolari infatti usano la propria macchina. Si tratta di tutti coloro che il treno non ce l’hanno o hanno mezzi di trasporto carenti. Sono i nostri nuovi poveri, che spendono molte risorse proprie per lavorare, pagano la benzina, pagano le accise, che poi paradossalmente vanno a favore del finanziamento dei trasporti pubblici, per coloro che i trasporti pubblici li hanno. Ripropongo l’attenzione a questa idea forte di una Milano che va oltre i suoi confini, proprio in un momento in cui si incomincia a discutere di Città Metropolitana. Abbiamo il dovere di guardare i problemi veri della gente, indipendentemente che siano dentro o fuori dai confini della nostra città. Questa è il compito di una giunta di centrosinistra. Questa è sempre stata la mia idea, di una Milano grande e ch e fa politica anche fuori di se stessa e persino alla scala regionale. Questo è ciò che intendo per riformismo e per cultura socialista di questa città. Grazie”.