martedì, 11 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 
Roberto Capocelli
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Roberto Capocelli
@robbocap

Peppe Provenzano:
“La sinistra persa”

provenzano

Siciliano e appassionato meridionalista, vicedirettore dello Svimez e membro della direzione del PD, Giuseppe “Peppe” Provenzano analizza le sfide del futuro con la competenza e il metodo di chi conosce bene il passato. Un rappresentante di un’idea di classe dirigente sopravvissuta, nonostante tutto, alla deriva del personalismo e dell’improvvisazione che, anche a sinistra, si è imposta nel ceto politico con la crisi dei partiti tradizionali.

Dopo aver rinunciato alla propria candidatura, lo scorso gennaio, in polemica contro le logiche con cui il PD dell’allora segretario Renzi aveva preparato le liste, Provenzano ha dato vita a Sinistra Anno Zero, un’area di dibattito e confronto che mira a ricucire la frattura “definitiva tra la sinistra e il mondo del lavoro” creatasi negli ultimi anni.

Pochi giorni fa, Matteo Renzi ha detto che ora si sono fatte troppe autocritiche ed è il momento di passare a fare l’opposizione. Condividi questa impostazione?

Per la verità, di autocritica non ne ho sentita alcuna. Penso invece che dobbiamo discutere a fondo su quello che è successo perché il 4 marzo non rappresenta solo una sconfitta elettorale. Si tratta di una vera e propria sconfitta storica: non siamo riusciti ad impedire che, nel cuore dell’Europa, perché questo è l’Italia, si affacciasse lo spettro della nuova destra. Le ragioni sono molte e vengono da lontano. Bisogna scavare a fondo. Nel momento esatto in cui esplodevano intorno a noi le più grandi diseguaglianze, e questo ci faceva scivolare nella crisi peggiore della nostra storia, noi dicevamo, alla fondazione del Pd, che non c’era più il conflitto tra capitale e lavoro, tutti uniti in nome di un’innovazione astratta come fosse un valore in sé che perdeva ogni qualificazione o connotazione sociale. Già negli anni Novanta ci siamo dimenticati che esistessero gli operai o rassegnati al fatto che potessero votare tutti la Lega. Quando il Partito Socialista con Claudio Martelli, a Rimini, nel 1982, proponeva “l’alleanza tra merito e bisogno” dicendo che la base della sinistra non potesse fermarsi alla rappresentanza del lavoro operaio e dipendente, non si era mai sognato di dire che il mondo del lavoro dipendente e gli operai non esistessero più. Negli ultimi anni, quelli del renzismo, si è compiuto un processo degenerativo, si è consumato un divorzio definitivo tra la sinistra e il mondo del lavoro, prim’ancora che per le scelte di governo, per il messaggio di fondo che abbiamo dato: per esempio che Marchionne, pace all’anima sua, fosse meglio dei sindacalisti. La sinistra non ha perso, si è persa.

Di fronte a questo scenario cosa si può salvare oggi?

Penso che per salvare un’ispirazione, non tanto una tradizione, bisogna far vivere i valori e i principi del socialismo nel tempo nuovo in questa epoca di “grande trasformazione”. E penso che questo sia il compito di una nuova classe dirigente, perché chi ci ha preceduto ha dilapidato un patrimonio secolare. Bisogna tornare a cogliere la radice delle questioni, i nostri temi, la libertà e l’uguaglianza, si ripropongono in forme nuove e urgenti con l’evoluzione del capitalismo nella globalizzazione, con la finanziarizzazione e la rivoluzione digitale. E dobbiamo cogliere la sfida fondamentale: non rassegnarci alla fine del lavoro. Sono convinto che il lavoro non esaurisca ormai da tempo lo spettro di sviluppo e affermazione della personalità, ma combatto l’idea che si affermi un’umanità di serie A, che studia nelle migliori università private, cosmopolita, inserita nei processi produttivi, che possiede gli algoritmi e governa l’intelligenza artificiale, e un’umanità di serie B, la stragrande maggioranza, che partecipa attraverso forme di lavoro degradato o peggio si limita a consumare perché generosamente assistita dal capitale, magari attraverso un reddito di cittadinanza per tutti. Piuttosto, investiamo in conoscenza e redistribuiamo il lavoro. Nella storia dell’umanità, i salti tecnologici sono sempre serviti a liberare tempi di vita, luoghi e tempi per vivere la felicità pubblica, come la chiamavano i nostri illuministi. E poi, non è un paradosso che debba essere il Papa a ricordarci, qualche giorno fa, in un’intervista al «Sole 24 Ore» che il lavoro è dignità, è genio creativo per un nuovo ordine economico?

Come siamo arrivati a questa deriva culturale?

Nel corso di questi venticinque anni la sinistra ha perso e si è persa perché era diventata centro, ma il centro sociale in questo Paese, e in tutto l’Occidente, si è andato assottigliandosi sempre più per l’impoverimento della nostra classe media connessa ai processi di globalizzazione non controllati. Storture che il processo di integrazione europea non ha corretto, civilizzato, come volevamo, ma per molti aspetti amplificato. Con la crisi, poi, il ceto medio ha subito un impoverimento reale ed è nata la paura per le prospettive di reddito proprie e soprattutto dei propri figli. Noi cosa dicevamo? Non abbiate paura. Senza mai precisare quali strumenti di governo avremmo messo in campo per offrire protezione sociale e opportunità uguali e reali a chi le aveva perse. Così ci siamo allontanati dai bisogni e siamo apparsi disarmati di fronte all’ingiustizia. Una dinamica che riguarda le cosiddette forze riformiste e quelle radicali, lacerate da divisioni che, agli occhi del popolo, sono apparse invece prive di valore. E’ questa stessa distinzione ad essere forse ormai priva di senso, sicuramente di interesse. Se guardiamo alle dinamiche elettorali si scopre un parallelismo tra PD e LeU (e persino Potere al Popolo) che vanno meglio nei centri urbani, nelle zone altamente scolarizzate, e invece perdono nei luoghi dell’emarginazione e della sofferenza sociale, proprio dove ci sono quei soggetti che vorresti rappresentare e che sommariamente possiamo chiamare esclusi. Per includerli serve una sinistra di governo. Ma la sinistra di governo inseguiva i “moderati”: peccato chei moderati dal 1992-93, uno spartiacque per molte ragioni nazionali e internazionali, erano sempre meno, quasi non c’erano più.

Le dinamiche a cui fai riferimento hanno innescato, dunque, un processo di radicalizzazione?

Ovviamente. Torniamo al passaggio storico della fine della Prima Repubblica. Stragi di mafia, Tangentopoli: è lì che matura una crisi nel rapporto tra opinione pubblica ed élite politiche che non si è mai più risanata anche per un errore della politica, e della sinistra in particolare, nella capacità di riformarsi e difendere il proprio ruolo. Perché il 1992-93 è anche e soprattutto Maastricht, un processo che modifica le leve di governo dell’economia e della società e i meccanismi di costruzione del consenso. Il tema non è la partecipazione al processo di integrazione europea, ma la “minorità” politica e culturale con cui le nostre classi dirigenti l’hanno affrontato, in qualche caso anche a sinistra, assecondando nei fatti lo smantellamento dello Stato, la rinuncia alla leva pubblica di intervento nell’economia, che ha allargato le fratture sociali e territoriali. Se poi guardiamo alla dinamica politica, il tema della radicalizzazione è evidente. La discesa in campo di Berlusconi e la nascita di Forza Italia hanno segnato la fine del centro “politico”, e con la scomparsa della DC si è sdoganato quel demone della destra che invece il partito centrista, come ha spiegato una volta Marco Follini, nella sua complessità e nella sua saggezza, era sempre riuscito a contenere e nascondere.
Da lì inizia proprio un processo di radicalizzazione dell’elettorato italiano che ha raggiunto il suo culmine nelle elezioni del 2018, con oltre il 50% dei voti, 17 milioni di elettori, che vanno a forze che si collocano ai margini estremi del sistema politico, per intercettare il voto di chi si colloca ai margini del vecchio patto sociale.

Eppure, più che forza di trasformazione della realtà, la sinistra italiana negli ultimi anni sembrava essere una certificatrice dell’ineluttabilità del presente…

La sinistra, in questi lunghi anni, che risposta ha dato alle domande, alle inquietudini crescenti tra le fasce popolari? C’è la globalizzazione e le delocalizzazioni? Quelle sono le regole, adattiamoci, concentriamoci a esportare, chi se ne frega della domanda interna. C’è la rivoluzione digitale che distruggerà posti di lavoro? Arrangiatevi, mandate i figli all’estero. C’è l’esplosione demografica in Africa e che cosa ci vuoi fare? Arriveranno a milioni, è così. E non un discorso sull’insostenibilità della crescita demografica, sulla guerra e sulla pace, sul modello di sviluppo di Nord e Sud del mondo. E nemmeno sul degrado dei servizi nelle nostre città, nelle periferie dove la mancanza di uno stato sociale in grado di includere davvero, di garantire sicurezza, ha reso l’appello all’accoglienza spesso solo come un richiamo moralistico. Noi, in sostanza, abbiamo detto al popolo che “tutto ciò che è reale è razionale”, ma la sinistra nasce esattamente per fare l’opposto. Questo atteggiamento ha raggiunto il parossismo rispetto al tema dell’Europa; che, intendiamoci, continua ad essere per noi un orizzonte irrinunciabile, a patto di non difendere l’Europa così com’è. Un organismo che qualche volta ha compiuto scelte che allontanano da un obiettivo di crescita intelligente e giustizia sociale su scala sovranazionale. Pensiamo alla subalternità con cui (non) abbiamo affrontato i fenomeni più innovativi. Le piattaforme che estraggono profitti dal lavoro su cui, nello stesso tempo, scaricano anche la proprietà dei mezzi di produzione e il rischio di impresa. Penso ai rider senza tutele, o ad Uber. Oppure ad Airbnb a cui non abbiamo nemmeno applicato la cedolare secca che avrebbe consentito almeno di recuperare qualcosa da un fenomeno che sta stravolgendo i centri storici delle nostre città provocando un turismo estrattivo, specie nel Mezzogiorno, senza una logica di vera valorizzazione. E, di fatto, consentendo un’evasione fiscale enorme. Oggi il tema è ricostruire, sia a livello nazionale che europeo, la statualità: c’è da affrontare il problema della sovranità democratica ed economica. Disegno economico e disegno istituzionale si tengono. Il crollo del ponte a Genova segna persino sul piano simbolico lo sgretolamento dello Stato. Il nostro Paese è stato fatto grande dal Genio Civile, e noi cosa abbiamo fatto? Abbiamo smantellato tutti i corpi tecnici dello Stato. Ricostruiamoli, perché la nazionalizzazione dei monopoli non può essere una bestemmia, non è il Venezuela come qualcuno ha detto, è ancora un pezzo d’Europa. E questo vale ancor più per le sfide dell’innovazione. Il sovranismo è “retrotopia”, una nostalgia pericolosa che scivola inevitabilmente nel nazionalismo. Ma noi dobbiamo riconquistare una sovranità economica, lo ripeto, quella a cui abbiamo rinunciato in questi anni, spesso per un eccesso di zelo, anche a sinistra, o per accreditarci nei salotti buoni. Perché, come una volta ha spiegato Luigi Ferrajoli, se allo Stato è sottratta la sovranità economica e sociale, non resta che la sovranità penale. E passiamo a uno Stato che reprime e rinchiude ciò che non riesce a promuovere e integrare. Forse questa è una delle ragioni di fondo, strutturali, per cui anche a sinistra abbiamo sostituito la giustizia sociale con il giustizialismo.

Come invertire la rotta?

Partendo dalla realtà della questione sociale, dai fallimenti del neoliberismo, certificati dal FMI non certo dai No global. L’Italia viene da un ventennio prima di crescita debole, poi di recessione; a questi ritmi, con le prospettive di rallentamento dell’economia dovute alle chiusure protezionistiche e all’instabilità globale, recupereremo livelli pre-crisi chissà quando. Alla fine avremo un tempo lunghissimo di sostanziale stagnazione. La cosa più drammatica è che la ripresa non solo è troppo debole per fronteggiare le emergenze sociali esplose con la crisi, ma continua ad allargare i divari. Non solo tra i cittadini, con i poveri che hanno continuato a crescere, ma anche tra le imprese, e di questo non parla mai nessuno. Cresce la distanza tra una quota sempre minore che è inserita nelle catene globali del valore, che esporta e tiene in attivo la bilancia commerciale e la stragrande maggioranza che attua strategie difensive al ribasso, o che scivola nel sommerso per non essere espulsa completamente dal mercato. Dobbiamo smetterla con la retorica delle eccellenze e avere una politica che non si limitati ad interventi tipo Industria 4.0 che si rivolge a chi ce la può già fare; invece al di là degli incentivi, bisogna intervenire per consentire alle aziende più deboli e tecnologicamente più arretrate di cogliere le sfide competitive. Si deve smetterla con la retorica del merito, contraddetta costantemente dai fatti, e mettere tutti, indipendentemente dalla provenienza familiare e geografica, nelle condizioni di sviluppare le proprie capacità. Dobbiamo invertire la priorità. Non crescere per redistribuire, ma ridurre i divari economici, sociali e territoriali per tornare ad avere uno sviluppo robusto, durevole, equilibrato e sostenibile. Bisogna dotarsi di strumenti e la priorità, ripeto, a mio avviso è ricostruire uno Stato che sia intelligente, innovatore e che intervenga nell’economia. L’Europa deve cambiare, smetterla di far “trionfare le idee fallite”, ma c’è un tema tutto italiano, legato anche ai nostri feticci ideologici. Non è colpa dell’integrazione europea se abbiamo rinunciato a quella grande intuizione, socialista, della programmazione economica (che ha fatto la fortuna dei paesi emergenti, per la verità già emersi). Non è colpa della Germania se abbiamo per lungo tempo rinunciato alla politica industriale (che gli USA non hanno mi abbandonato). Non è colpa di Bruxelles se negli ultimi anni abbiamo raggiunto il livello di investimenti pubblici più basso di sempre (quando l’Ocse ci dice che sono esattamente quello di cui avremmo bisogno). Abbiamo ottenuto la flessibilità per cosa? Per tagliare le tasse sulla casa anche ai ricchi? Ci siamo fatti scavalcare a sinistra perfino dalla Commissione europea e dal FMI. No, non è la “vecchia” sinistra, questa. È il vecchio blairismo, specie quello con vent’anni di ritardo.

La crisi delle forze socialiste e di sinistra non è solo un fenomeno nazionale, anche in Europa c’è un affanno evidente e i recenti risultati svedesi lo dimostrano.

Per la verità i socialdemocratici, alla guida del governo rosso-verde, hanno tenuto confermandosi il primo partito, e solo lo sdoganamento dei nazionalisti da parte dei centristi potrebbe ribaltare il risultato. Questo è il tema decisivo in Europa oggi, impedire la saldatura tra popolari e nazionalisti, come sembra suggerire il bavarese Weber, candidato alla Presidenza della Commissione per il PPE. La Merkel è d’accordo su questa linea? Contraddizioni. Ma c’è una involuzione evidente dei popolari, a cui non si risponde, a mio avviso, con un fronte europeista indistinto. Bisogna riportare nell’area europea la dialettica tra destra e sinistra, e da questo conflitto far avanzare il processo di integrazione, una prospettiva irrinunciabile per perseguire la giustizia sociale contro il “potere dei giganti”. Chiudere con la stagione delle grandi coalizioni, su cui i socialisti si sono quasi suicidati. Non mi sfugge la difficoltà di fondo della sinistra europea. Rilevo però troppe volte che nella storia abbiamo assistito all’ansia di decretare la morte del socialismo, che invece sembra vivere una nuova vita negli Stati Uniti. Ma in Portogallo una sinistra plurale guidata dai socialisti governa con successo e guadagna consensi. In Spagna il socialista Sanchez è al governo, con i voti di Podemos, dopo uno scontro nel partito asprissimo proprio sulla grande coalizione. In Grecia, Tsipras governa tra mille difficoltà in un Paese piegato dalla miopia dell’Europa tedesca con la complicità di tutti e con un programma socialdemocratico. La mia idea è proprio questa: un’alleanza delle sinistre euromediterranea, che condividano gli stessi interessi su tutti i principali dossier, dalla riforma economica dell’Eurozona ai migranti, al riorientamento geopolitico verso il Mediterraneo. Ma, tornando ai nostri problemi, bisogna notare che in Europa, laddove declinano i riformisti, si affermano forze più radicali, spesso nuove: nella comune sconfitta di riformisti e radicali, invece, c’è la specificità italiana. Ma prendiamo Corbyn che ha portato il Labour alla percentuale più ampia di consensi, e che per certi versi ha già vinto dettando l’agenda politica su questioni rilevantissime come le ri-nazionalizzazioni. Insomma, se la sinistra torna a fare il suo mestiere non è finita. Ma deve fare il suo mestiere fino in fondo. Willy Brandt diceva che la socialdemocrazia non può diventare l’officina dove si riparano i guasti del capitalismo. E questo vale tanto più oggi, che quella macchina è cambiata profondamente, e non basta aggiustare un singolo pezzo. Se invece dici che non ci sono alternative, accetti il “pilota automatico” e, in definitiva, non riesci a compiere scelte di fondo, per quale motivo un cittadino, magari un giovane precario, dovrebbe appassionarsi alla politica e alla sinistra, immaginarla come il luogo dove può forgiare il suo destino?

Questo è un messaggio disperato o di speranza?

Un verso di Antonio Machado dice “desperados esparamos todavia”. Però no, io non sono affatto disperato. Vedo una grande voglia di reagire, ma la sfida è difficile, e passa per una questione fondamentale: la ri-politicizzazione della società. Che diventa una sfida enorme, al tempo dell’algoritmo. La sfida sui social è la trasparenza, è ridare una gerarchia sociale alle notizie. L’opposizione non può farsi convocare da Salvini sulla sua agenda se vuole diventare alternativa. Io credo che esista un mondo vasto, dentro e fuori, non il Pd, ma tutte le forze politiche della sinistra attuale che fa cose buone e giuste, che esprime un bisogno di sinistra spesso malgrado noi e qualche volta persino contro di noi. Cambia la forma del politico, e deve cambiare in tutti gli ambiti reali e virtuali dove si forma il consenso. Non tessi una tela se inviti i cittadini a votare alle primarie del Pd, ma solo se riconosci il loro protagonismo sociale. Soprattutto, solo se diventi riconoscibile. Devi essere riconoscibile sulla base non solo di un programma di governo, che pure è essenziale nella sue linee fondamentali, ma di qualcosa di più. Di una cornice ideale dentro cui la pluralità di chi oggi esprime politica si possa sentire rappresentata. Questo è il compito di una nuova generazione di donne e uomini politici. No, non è un fatto solo anagrafico. Ma bisogna prendere atto che, persino al di là dei meriti o delle responsabilità, chi ha guidato fin qui ha interrotto un rapporto di fiducia con la società. Se vogliamo salvare un’ispirazione, far vivere un nucleo di principi nel tempo nuovo, abbiamo bisogno di una radicale discontinuità di idee e di volti. Perché serve una grande credibilità, oggi, per farsi promotori di giustizia sociale. Di una nuova idea di società, se non un’idea di socialismo.

Roberto Capocelli

Salvare l’Europa, intervista con Massimo Cacciari

Massimo_CacciariParla con voce carica di una rabbia calma e consapevole: “E’ in ballo il destino non solo della sinistra, ma soprattutto quello del progetto europeo” dice, al telefono, Massimo Cacciari, filosofo, veneziano, ex sindaco della Serenissima, osservatore attento e critico delle vicende italiane e punto di riferimento culturale delle sinistra nel nostro paese. Spesso voce eretica, fuori dal coro all’interno del PD, Cacciari ad agosto aveva lanciato, insieme ad altri, un appello per una “Nuova Europa”: “Io credo che ci si debba mettere in cammino perché mi pare evidente che si sia chiusa una fase storica, non solo in Italia ma un po’ in tutta Europa” e non si intravede la luce alla fine del tunnel.

Cacciari, insieme ad altri ha lanciato un appello per una Nuova Europa. A sinistra di moltiplicano gli inviti all’unita’ dalla “concentrazione repubblicana” di Nencini al “fronte repubblicano” di Calenda. Le proposte concrete sembrano pero’ mancare…

Io credo che ci si debba mettere in cammino perché mi pare evidente che si sia chiusa una fase storica, non solo in Italia ma un po’ in tutta Europa. Una fase che vedeva protagoniste le grandi forze che poi hanno dato vita alla stessa Unione Europea; penso alla tradizione social-democratica, alla tradizione popolare. Queste forze sono in crisi dappertutto e sono impegnate in una sorta di ricostruzione che deve presupporre la capacita’ di riconsiderare tutti i propri fondamentali. Quindi si tratta di aprire una discussione ovunque ci sia la buona volontà per farlo; nelle associazioni, nei movimenti, negli stessi partiti anche tradizionali che se non si metteranno in radicale discussione sono destinati a scomparire.

Quali sono i soggetti che possono animare una trasformazione cosi’ profonda?

E’ un lavoro collettivo non ci sono dei soggetti specifici, tutti noi e nessuno di noi.
L’appello per una Nuova Europa ha questo significato; è un invito a moltiplicare le iniziative perché qui non si tratta di raccogliere firme. Si tratta di mobilitarsi affinché in ogni sede, in ogni ufficio, in ogni scuola, in ogni territorio, in ogni partito si apra una discussione intorno alla rifondazione dell’Europa che, certo, può avere come soggetti soltanto forze che hanno una tradizione democratica, social-democratica, popolare perché le altre forze che ormai si agitano in Europa hanno una visione opposta cioè quella di andare a ricostruire sovranità statali e quindi disfare l’unione.

Va molto di moda a sinistra dire “ripartiamo dai territori” salvo poi smantellare tutte le strutture che permetterebbero di esserci davvero su quei territori. Ma, se per miracolo, fossimo capaci di tornare ad essere presenti sui territori cosa andremmo a raccontare?

Raccontiamo quello che sta avvenendo, cioè che siamo in una situazione nella quale crescono le diseguaglianze, e questo problema non si affronta con promesse più o meno demagogiche e tanto meno sfasciando l’Europa perché la possibilità di affrontare una nuova stagione di progresso anche dal punto di vista del benessere si fonda su una ripresa dell’unione politica europea. E’ evidente che gli staterelli singoli saranno travolti dagli interessi economico-finanziari dei grandi imperi, è inevitabile. Quindi si fa un discorso di verità che cessi di avere quella totale subalternità’ culturale che la cosiddetta sinistra negli ultimi 30 anni ha avuto nei confronti dei processi di globalizzazione di finanziarizzazione. Non si va più ad applaudire Marchionne; certo si dice Marchionne ha incarnato il capitalismo contemporaneo che pero’ non ha al suo interno i servo-meccanismi, gli automatismi che permettano una redistribuzione più equa della ricchezza. Dobbiamo pensare a meccanismi che permettano di rilanciare il welfare che, certo, va tutto riconsiderato e non può più avere i caratteri astrattamente universalistici che aveva nel secondo dopoguerra, nei decenni d’oro dell’egemonia anche culturale socialdemocratica. E’ un discorso difficile che parte da una riorganizzazione del movimento perché se, appunto, non hai come è stato negli ultimi anni i privilegi o i meccanismi della cooptazione e della salvaguardia del gruppo dirigente dato, e non formi una classe politica a partire da ciò’ che ciascuno conta effettivamente nel suo lavoro nel suo territorio, nella sua professione. se non parti dalla rappresentatività reale della classe politica e non la formi mettendo alla prova tutti quelli che vogliono far politica su questo punto (della loro effettiva rappresentatività) finisci con l’avere appunto le persone che attualmente compongono la classe politica del PD che dovunque si presentano perdono. E’ una situazione assurda

L’idea che Moro potesse perdere a Bari, o Andreotti a Frosinone o De Mita in Campania era non contemplata, non passava per al testa di nessuno. la forza dei grandi partiti di massa del passato era che ogni leader era stato messo alla prova, era rappresentativo in toto del proprio territorio e della propria regione e questo è un elemento che si è perso totalmente. Oggi abbiamo movimenti di opinione, ma l’opinione è ballerina un anno ti da il 40% e tre anni dopo ti da il 15 e questo accadrà anche con i nostri 5 stelle. certamente se le persone non intendono che la democrazia possa essere senza partiti organizzati, che il consenso si debba ottenere direttamente dal popolo, questa è una prospettiva possibile e che, tra parentesi, è la prospettiva che è stata praticata in Italia negli ultimi 30 anni: si pensa che non ci sia più bisogno di avere questa rappresentatività territorialmente radicata, basta un leader che sia telegenico e che convinca attraverso il blog. e quindi andiamo a caccia di questo leader: è stato cosi per il Centrodestra come per il Centrosinistra a noi sembrano cose diverse, ma in realtà c’è una continuità assoluta tra Berlusconi, Renzi e i nostri Salvini e Di Maio. tutti si sono appellati al popolo direttamente, tutti hanno visto le forme della rappresentanza con grande fastidio, tutti hanno detto che rottamavano e hanno preso i voti promettendo innovazioni fantastiche, tutti sono bulimici di potere. E d’altra parte è inevitabile che sia cosi perché laddove non trovano alcuna forma di contraddizione anche culturale, laddove sopratutto la stampa negli ultimi 30 anni è andata avanti esattamente cosi’, con la casta etc, distruggendo dovunque fosse possibile ogni forma di legittimità a cominciare dai partiti, l’effetto è questo. E’ stata una deriva culturale nel nostro Paese, una deriva culturale che dura da 30 anni, inarrestabile

Cosa pensa della rete come strumento di democrazia diretta?

Be quella della rete infatti non è altro se non un’ideologia; la rete permetterebbe finalmente la democrazia diretta. E’ una palla colossale. Si tratta di fare una vecchia e sana critica dell’ideologia, come Marx fece la critica della filosofia del diritto di Hegel. In questa benedetta rete siete totalmente soli come quei personaggi individuati meravigliosamente da Crozza: la rete, infatti, individua e traccia. E basta. Ci vorrebbero far credere che schiacciando un bottone si possa decidere qualcosa e non ci accorgiamo, innanzitutto, che le domande che divengono formulate sono formulate da qualcuno anonimo e segreto, un potere davvero occulto. Poi come viene combinato e trattato il risultato del nostro voto ci è altrettanto misterioso. Quindi siamo non solo individui impotenti, ma siamo anche nell’assoluta ignoranza, nella mancanza più totale di trasparenza sul meccanismo di formulazione della domanda e sul meccanismo per cui si giunge a definire un risultato. Lo ripeto si tratta di una perfetta ideologia: la democrazia diretta non esiste, non è mai propriamente esistita, malgrado chiacchiere di vario tipo. La democrazia è democrazia rappresentativa. Si tratta di decidere se è una democrazia davvero partecipata oppure se è una democrazia autoritaria. I meccanismi e l’ideologia della rete conducono, alla fine, diritti dritti ai Putin o addirittura al Partito Comunista cinese.

Come si rende partecipata la democrazia?

Si rende partecipata la democrazia creando organizzazioni e forme di associazione e organismi sindacali, sia operai che padronali; strutture che sono tutte in crisi. E’ in crisi la Coldiretti, la Confcommercio è in crisi la Confindustria, tutte le forme di intermediazione sono saltate e una democrazia che no aha questi corpi intermedi cessa di essere una democrazia perché questa è fatta di corpi intermedi, è fatta di rappresentanze autonome, è fatta di sindacati e di partiti e sono tutti in crisi. Non a caso la partecipazione è una vuota parola perché questa non si è mai espressa come partecipazione individuale, ma è sempre stata un processo collettivo, non è mai solitaria con il tuo computer da solo in casa. Questo è il punto fondamentale. Se non reagiamo culturalmente a questo andazzo finiremo con forme di democrazia autoritaria o di nessuna democrazia. E’ pacifico, niente di scandaloso: la democrazia è nata e la democrazia crepa come tutte le cose di questo mondo, ma rendiamocene conto e smettiamo di fare delle sciocche ideologie indegne di persone che ragionano.

Eppure se un’ideologia prende cosi’ tanto piede deve esserci un vuoto. Quale?

Nella storia ci sono ideologie tremende che hanno avuto un successo di massa anche attraverso le elezioni più legittime, più democratiche. Le ideologie possono avere un successo travolgente quando fanno leva su situazioni di crisi, di difficolta, su situazioni di miseria e quando sopratutto quelli che dovrebbero fare i democratici le sbagliano tutte, non capiscono niente della situazione e della composizione sociale e perdono ogni rapporto con i bisogni, con i problemi. Propri allora le ideologie più tremende si impongono. E’ folle pensare che perché un’ideologia è un’ideologia sgangherata non possa affermarsi. Dipende dalle condizioni di contesto, dipende chi si oppone a quell’ideologia. Siamo in un paese in cui le sinistre in tutte le sue componenti le hanno sbagliate tutte, sa com’è. Quindi o si crea un momento di grande discontinuità e di denunciano tutti gli errori commessi, tutte le incomprensioni e tutte le ignoranze, i peccati di negligenza e di ignoranza messi insieme, o non parte una nuova fase che abbia come obiettivo l’Unione Europea. Ciascuno parte con le proprie caratteristiche ma con l’idea poi di stringere un accordo. Alle prossime elezioni europee ci può essere una componente socialdemocratica anche tradizionale e va bene, e poi tutte queste forze che secondo me socialdemocratiche non sono come il PD, Macron, Tzipras devono trovare un’intesa. E’ l’unico modo perché non ci sia domani dentro il Parlamento Europeo una maggioranza di destra con dentro magari prigioniera la Merkel, una grosse coalition tra l’area socialdemocratica e quella popolare. Ma perché questo avvenga, se noi ci presentiamo con le vesti tradizionali, il PD in Italia, il PS in Francia, non so chi sia sopravvissuto di socialista in Spagna, ma prendiamo il 5% e allora la Merkel a quel punto sarà costretta all’alleanza con gli Orban, costretta anche all’interno del suo partito e l’Europa è finita, e ce lo meriteremmo.

Quali priorità deve avere un progetto politico per salvare l’Unione Europea?

Ovviamente la riforma delle istituzioni europee, poi la revisione di tutte le politiche sociali. E il pilastro della solidarietà perché non può esserci un pilastro soltanto di stabilità. Ma questo progetto politico non viene messo in piedi perché si vuole difenderle proprie azioni del passato. E se non si va in questa direzione non c’è niente da fare vinceranno Salvini, Orban, la Le Pen. E’ evidente. Se si continua ad andare avanti dicendo che si è fatto bene e la gente non capisce e vabbè e allora si faranno capire mandandoci a remengo completamente. Il problema non e’ andare a remengo noi, il problema e che dopo di noi c’è Salvini e Orban, auguri.

Roberto Capocelli

Prima di reinventare
la Nato, tocca reinventare l’Europa – Roberto Capocelli
su Newsday

To reinvent NATO, Europe needs to reinvent itself
NewsdayBy Roberto Capocelli
roberto.capocelli@newsday.com

Barak ObamaThe 28th NATO summit in Warsaw is the first of the post-Brexit era. President Barack Obama and other European leaders must address simmering problems, such as tensions with Russia that could further escalate by the expected deployment of NATO troops in Estonia, Latvia, Lithuania and Poland.

NATO members also will address the threat posed by the Islamic State and the instability caused by mass migrations; and they will talk about how to spend their money, as there is an increasing political reluctance to military expenditures.

The alliance was created in the Cold War. Despite the numerous claims of a “new Cold War” in the wake of the crisis in Ukraine, the 2016 scenario is rather different. Moscow is no longer promoting an alternative socio-economic system to compete with the West. Besides, the kleptocracy managed by Russian President Vladimir Putin cannot sustain a military machine capable of any comparison with NATO.The alliance and Obama are now dealing with the consequences of a more fragmented world and a more fragmented Europe. And there is no easy fix in the absence of a common vision.

NATO and the European Union are the two pillars that support the European continent. The two became more and more intertwined in recent years — best demonstrated by their joint mission in the Aegean Sea to stem the flow of migrants from the Middle East in cooperation with the EU Frontex agency.

“Neither NATO nor the EU are entirely equipped with the tools to tackle the unprecedented security challenges we face. But, together, we are a formidable partnership,” NATO Secretary General Jens Stoltenberg said in a recent interview.

Brexit, however, can undermine the partnership. A weaker EU risks enhancing the political divisions that emerged during the invasion of Iraq and the intervention in Libya.

Two crucial passages that highlighted the absence of a common European foreign policy.

The findings of the Chilcot report released on Wednesday after a seven-year investigation left no doubts about a truth we all knew. The British public inquiry into the UK role in the Iraq war made clear that the decision to invade Iraq was based on misleading, inaccurate and fabricated information. Former UK Prime Minister Tony Blair and President George W. Bush knew it.

In the run up to the invasion in 2003, Europe was divided in response to the U.S. plans. Germany and France, on the one hand, opposed the invasion without UN authorization and an extensive investigation on Saddam Hussein alleged weapons of mass destruction. Blair, on the other, was pushing for the invasion without further diplomatic action. The rest of Europe was busy calculating the individual advantages of backing the war plans.

We know how it ended up.

Would a stronger cohesion within Europe have made a difference? Would it have stopped the invasion? No doubts it would have helped shape a different debate. In response to the report, Blair said that “there was no middle way” and “no room for negotiation.” In fact, there was room for negotiation, but not a strong enough political actor to promote it.

The necessity of “reinventing” NATO is a popular refrain since the end of the Cold War and, recently, the presumptive Republican presidential nominee Donald Trump defined the alliance as “obsolete.”

As a matter of fact, NATO remains the most advanced military alliance on the planet, but it will be difficult for Obama, or any leader, to reinvent NATO if Europe doesn’t reinvent itself.

Roberto Capocelli is an intern in Newsday Opinion

Renzi e i rischi di Facebook

Forse il presidente del Consiglio Renzi non ci ha pensato, ma consegnare a Facebook la funzione di veicolo di comunicazioni istituzionali, oltre ad essere un po’ avvilente, è pericoloso per la sovranità e la serietà delle Istituzioni. Non ci si lamenti poi del populismo.

Renzi forse non si preoccupa di assomigliare all’ex sindaco di Taranto Giancarlo Cito o a Hugo Chavez, con le loro rispettive “Dillo a Cito” e “Alo’ Presidente”, ma se non si fosse circondato di yes men, come ha lucidamente illustrato Ernesto Galli della Loggia, forse qualcuno avrebbe potuto farglielo notare. Invece no. Almeno Cito e Chavez usavano, il primo, la sua TV privata e, il secondo, una TV di Stato.

Probabilmente Renzi, che al pari del suo predecessore Berlusconi sembra un po’ in imbarazzo in contesti internazionali, non sa che esiste un dibattito in corso sulla sovranità cibernetica di cui i francesi sono pionieri.

Capisco che sedersi sulla poltrona di palazzo Chigi senza essersi guadagnato nemmeno un voto possa dare alla testa, ma almeno si dovrebbe avere la decenza di non distruggere una casa in prestito.

Roberto Capocelli

Primarie USA. Così Trump conquista i lavoratori

Donald TrumpNew York, 22 – In un recente articolo apparso sul New York Times, l’editorialista Eduardo Porter descrive la “rabbia e frustrazione dell’elettorato” statunitense come il risultato del vertiginoso declino di posti di lavoro nel settore manifatturiero. Solo per fare un esempio, nel periodo tra il 1990 e il 2011 gli addetti del settore dell’abbigliamento sono passati da circa 900mila a poco meno di 152mila.

Porter sottolinea che, finalmente, nel dibattito pubblico si riconosce apertamente che quella vera e propria emorragia di posti di lavoro è stata causata dalle politiche di liberalizzazione commerciale adottate negli ultimi due decenni. Il titolo dell’articolo è eloquente: “Sul commercio, gli elettori arrabbiati hanno ragione”.
Piaccia o no, Porter implicitamente ammette qualcosa che suona scomoda a molte orecchie: politicamente, Donald Trump ha puntato su un nervo scoperto che altri avevano voluto ignorare.

Non è un caso che Hillary Clinton, spinta anche dalla pressione “a sinistra” di Sanders abbia rivisto la propria posizione su molti dei trattati di libero commercio ancora in fase di negoziazione. Proprio lei, che porta sulle spalle l’eredità scomoda delle scelte dell’amministrazione di suo marito. Firmando il NAFTA, Il presidente Bill Clinton  dichiarò: “Il NAFTA significa posti di lavoro. Posti di lavoro per americani, e posti di lavoro americani ben pagati. Se non fossi convinto che è così, non sosterrei questo accordo”.

Lavoratori nel settore dell'abbigliamento negli USA Fonte: Bureau of Labor Statistics

Lavoratori nel settore dell’abbigliamento negli USA Fonte: Bureau of Labor Statistics

E, a guardare da vicino, Trump ha anche un merito, quello di aver messo in cima all’agenda della campagna presidenziale 2016 la necessità di una riflessione, dovuta da molto tempo, di cosa sia stata – e di come sia stata gestita – la cosiddetta globalizzazione dei mercati. La grande ristrutturazione del commercio mondiale, iniziata nel 1986 con l’Uruguay Round – e proseguita con la nascita del WTO – nacque con una promessa precisa, celebrata con grandi fasti da tutto l’establishment: “la marea, alzandosi, porta con se’ tutte le barche”.
A a distanza di vent’anni non è esattamente quello che è accaduto negli Stati Uniti come in Europa.
Trump ha preso atto di questa enorme linea di faglia e ci si è tuffato capitalizzando il malessere e trasformandolo in consenso politico. È la democrazia, bellezza.
“Tutta la realtà che si ignora prepara la sua vendetta”, diceva il filosofo spagnolo José Ortega y Gasset. Per capire dove la vendetta in questa storia sta covando, la si deve cercare in quei luoghi dove la ferita è aperta e sanguinante.
Il
garment district di New York City è proprio uno di questi luoghi dove una realtà ignorata si è incarnata in un sentimento.
Nel cuore di Midtown, al numero 270 della 39esima, un edificio un tempo bianco, divenuto nerastro per lo smog, sembra la perfetta
location di un film anni ’70, uno di quelli attraverso i quali tutto il mondo ha conosciuto la Grande Mela, anche quelli che non ci hanno mai messo piede. Il contrasto con il luccichio dei nuovissimi edifici della vicina Times Square è stridente.
Anche il vecchio ascensore marroncino ha un sapore antico: entrandoci sembra di essere inghiottiti in un labirinto che porta nell’intestino della città.

Al 17 ° piano, in una fabbrica piena di lavoratori cinesi tra statuette di Confucio dorate e un enorme acquario popolato da pesci rossi, avvolto in un odore di noodles c’è, seduta nel suo ufficio, Karen Sadaka con un pizzico di tristezza negli occhi.
“Questa fabbrica è qui dal 1949 e non è mai cambiata. Se scatti una foto del laboratorio e la confronti con una di 50 anni fa, l’unica differenza è tra il bianco e nero e il colore”, dice Sadaka, co-CEO di
Apparel Production Inc., una società di produzione di abbigliamento.
“È un disastro, tra 5 anni non credo che ci sarà più industria dell’abbigliamento. Abbiamo perso il nostro lavoro. È andato in Asia”. Sadaka descrive la storia di un mondo che svanisce e parlando dell’industria dell’abbigliamento, ripercorre le tappe della storia recente della città, la storia recente degli Stati Uniti.
“Abbiamo perso non solo il nostro lavoro, ma il nostro know-how”, dice ricordando il valore che gli immigrati provenienti dall’Europa, “italiani ed ebrei”, portavano al settore: “Loro sapevano cosa fosse un taglio”.
“Pensate a questo: chi vorrebbe i propri figli in questo business?”
Quando le chiedo di Trump le si accendono un po’ gli occhi: “Senti, lui sa bene cosa sta succedendo qui, lui è un uomo d’affari ed è di New York. Pensi che Hillary lo sappia? Non le importa niente. A Sanders non importa niente. Il governo non può permettersi di pagare per il welfare. Si deve creare lavoro”.
Trump probabilmente conosce il problema, ma è lui la soluzione? “Lui non è stupido, farà qualcosa, deve”, risponde.
Trump non può riportare indietro i posti di lavoro perduti, né può riportare indietro il livello dei salari legati a quei lavori. Ma tutta la realtà che si ignora prepara la sua vendetta, e spesso la vendetta è il prezzo da pagare quando un sentimento di opposizione si diffonde tra chi è rimasto indietro. A novembre sapremo quanto è alto questo prezzo.
Roberto Capocelli

Primarie Usa. Trump e Sanders, due schiacciasassi

Donald Trump Bernie Sanders

Donald Trump e Bernie Sanders

New York, 22 – Nelle primarie del New Hampshire Donald Trump e Bernie Sanders superano nettamente i loro rispettivi rivali principali: il miliardario repubblicano stravince su Ted Cruz e Marco Rubio (33,5% contro rispettivamente il 10,7% e l’11,7%) mentre il “socialista” democratico stacca di oltre 20 punti Hillary Clinton. I due ‘favoriti’ nell’establishment dei Repubblicani e dei Democratici continuano dunque ad arrancare dietro ai due beniamini della base.

Trump continua a sparare ogni giorno una sciocchezza facendo conto in questo modo di non spendere un dollaro in pubblicità facendosela fare gratis dai media. Ieri si era pronunciato a favore della tortura, oggi per il boicottaggio della Apple che non apre una back door del suo I-phone 6 come gli chiede l’Fbi per trovare qualche traccia nel cellulare della coppia di terroristi di San Bernardino. Sanders continua a spiegare cosa non funziona nel turbocapitalismo e perché bisogna mettere delle regole. L’attenzione si concentra ora sul risultato del cosidetto super-martedì, quando in 14 Stati si vota per il candidato alla casa Bianca.

Questa a oggi la situazione come la riassume il sito uspresidentialelectionnews.com:
Democratici: delegati alla convention 4.763, delegati già assegnati 572 (oltre il 12%), delegati da assegnare 4.191, maggioranza necessaria 2.382. Hillary Clinton s’è finora assicurata 51 delegati popolari e 451 super delegati ed è quindi a 502, quasi a un quarto del cammino; Bernie Sanders s’è conquistato lo stesso numero di delegati popolari (51), ma ha solo 19 super delegati ed è solo a 70. La Clinton ha vinto in Iowa e Nevada; Sanders in New Hampshire.

Repubblicani: delegati alla convention 2.464, delegati già assegnati 94 (meno del 4%), delegati da assegnare 2.370, maggioranza necessaria 1.237. Donald Trump ne ha 61 (non è neanche al 5%), Ted Cruz 11, Marco Rubio 10, John Kasich 5, Jeb Bush 4 (andranno al candidato che lui deciderà di appoggiare), Ben Carson 3.
Trump ha vinto in Neh Hampshire e South Carolina, Cruz in Iowa.


Il voodoo americano
di Roberto Capocelli

New York, 22 – In un recente editoriale apparso sul New York Times, il premio Nobel Paul Krugman ha descritto il programma economico di Bernie Sanders come una declinazione politica del “voodoo”.

Prendendo spunto da una lettera aperta critica verso il programma di Sanders – firmata da un gruppo di economisti di spessore del circolo dei Democratici che hanno lavorato come consiglieri di Bill Clinton di Obama – Krugman ha invitato Sanders “a reprimere il suo istinto a scatenarsi” in campagna elettorale con affermazioni fuori luogo.
C’è un detto ben noto ad Haiti: “gli haitiani sono 70% cattolici, 30% protestanti, e 100% voodoo”. Anni fa un operatore di diritti umani, con anni di esperienza nell’isola caraibica disse che, per poter fare un buon lavoro, aveva dovuto prendere il voodoo molto seriamente.
È un dato di fatto, l’avversario nella corsa alla nomination democratica per la presidenza degli Stati Uniti è un socialista. I quattro punti che separano Sanders da Hillary Clinton nei caucus del Nevada – una storica roccaforte della Clinton –sono una sconfitta per il socialista, ma anche una conferma della posizione politica guadagnata da Sanders. Nel 2008 Clinton, proprio in Nevada, aveva distanziato Obama di sei punti.
In un paese ben noto per la sua “eccezionalità” tra le democrazie occidentali, quando si tratta di cosiddetti diritti economici – gli Stati Uniti sono l’unica democrazia occidentale che non ha ratificato ad oggi il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali – oggi riecheggiando slogan che richiamano l’idea di un sistema di assistenza sanitaria universale e istruzione gratuita per tutti. Solo due passaggi separano questi slogan e la Casa Bianca.
Siamo forse di fronte all’esplosione di un’epidemia di voodoo nella unica superpotenza rimasta in piedi tra le ceneri della Guerra Fredda?
Forse. Forse i dubbi che Krugman solleva sulla praticabilità del piano economico di Sanders sono più che legittimi. Se questo è il caso però allora l’America ha un problema serio, un problema politico. Un grande problema politico se si considera che Krugman definisce anche i Repubblicani come espressione di un programma basato sul “voodoo spinto”.
A quel punto, la domanda legittima che dovrebbe porsi una democrazia sarebbe quella sul perché sono così tante persone si rifugiano nella superstizion.

Krugman limita la sua opinione ad un senso di “inorridimento” che richiama quello della sinistra italiana ai tempi dell’ascesa di Berlusconi. Ma non si sforza di spiegarci il perché ricette economiche – e slogan come quelli di Trump- guadagnano terreno.

“Il punto centrale della mia intera campagna elettorale riguarda […] la questione di includere sempre più persone nel processo politico”, ha detto Sanders riconoscendo la sua sconfitta nei caucus del Nevada.
Partecipazione è la parola chiave.
Cos’è il voodoo se non un tentativo di influenzare la propria vita in assenza di mezzi più efficaci? Non è forse una volontà di essere protagonista degli eventi?
Non è una novità che i candidati tendono a lanciare slogan un po’ troppo roboanti durante le campagna elettorali. Sul sito web di Hillary Clinton si legge in uno dei punti del programma: “Se si lavora duro, si merita di andare avanti ed essere premiati”. Sarà forse una ricetta del buon calvinismo, ma sappiamo benissimo che non è così che gira l’economia: in un mondo globalizzato, un lavoratore con basse competenze, non importa quanto lavori duramente, è condannato ad una vita molto dura a causa della competizione globale. È lì che si trova l’elettorato di Sanders ed anche di Trump.

Fattibile o meno nei termini illustrati, Sanders sta portando sul tavolo una visione politica, interpretando bisogni e problematiche reali e dandogli espressione.
Una parte dell’elettorato democratico “sente il Bernie”, come dice il loro slogan: c’è una rinegoziazione delle regole che avvengono su scala mondiale per quanto riguarda il lavoro, il commercio, l’immigrazione e la geopolitica. Quell’elettorato vuole avere una voce. Questa voce ha un accento di Brooklyn, e gracchia dalle labbra di un uomo di 74 anni, che indossa delle giacche che sembrano sempre troppo grandi per sua schiena un po’ gobba.

Roberto Capocelli

Burundi, lotta per il potere
dietro le tre suore trucidate

Burundi-Suore trucidatePer le autorità locali e la comunità internazionale il caso era chiuso. C’è un colpevole in prigione e un movente, anzi due; «L’odio verso i bianchi» e un’antica disputa terriera. Una tesi semplice che, però, convinceva pochi. Sicuramente non il direttore della Radio Popolare Africana (RPA), la più conosciuta delle radio del Burundi, Bob Rugurika. Pochi giorni fa, il 20 gennaio, improvvisamente, proprio Rugurika viene prima convocato e poi arrestato dalle forze di sicurezza di Bujumbura, la capitale del Burundi, dopo aver diffuso la registrazione di un uomo che rivendica di essere uno degli esecutori materiali del triplice omicidio delle missionarie italiane, uccise lo scorso settembre. L’anonimo tira in causa il generale Adolphe Nshimirimana, ex direttore dei servizi burundesi e amico personale del presidente Pierre Nkurunziza. L’agenzia MISNA ha fatto sapere che il direttore di Radio Publique Africaine si sarebbe rifiutato di rivelare ai magistrati l’identità della fonte.

Secondo la testimonianza trasmessa da RPA, Nshimirimana sarebbe il mandante della strage: le tre sorelle, secondo la fonte, sarebbero state sul punto di denunciare pubblicamente i traffici del generale, proprietario di un ospedale nel quartiere dove sorge la missione. L’ex capo dello spionaggio, infatti, avrebbe importato dei farmaci spacciandoli come destinati alla parrocchia, ed evitando così le tasse doganali. Tra i farmaci, trasportati a bordo di veicoli della parrocchia, Nshimirimana avrebbe nascosto anche minerali contrabbandati illegalmente dalla vicina Repubblica Democratica del Congo facendoli passare come aiuti umanitari.

Ben 4 i capi d’accusa contro il giornalista che sin dall’inizio di questa storia aveva lanciato una campagna contro la versione ufficiale della polizia: «Concorso in omicidio», «tradimento della solidarietà nazionale», «violazione del segreto istruttorio», e «occultamento di un reo». Si ammette, dunque, che possa esserci un reo che non sia il condannato.

Suor_Olga_Raschietti

Suor Olga Raschietti

Era il 7 settembre scorso quando nella periferia nord di Bujumbura, Lucia Pulici, 73 anni e Olga Raschietti, 80, due missionarie saveriane italiane, vengono barbaramente assassinate nella parrocchia della missione. La macabra scoperta viene fatta intorno alle 16 dalla sorella Bernadette Boggian ignara che, di lì a poco, sarebbe toccata anche a lei a stessa sorte.

Di ritorno dall’aeroporto, Bernadette si insospettisce del silenzio in cui è avvolto il convento. Chiama il responsabile, padre Mario Pulcini, che trova tutte le porte chiuse; bussano, ma nessuno risponde. Poi entrano da un ingresso laterale e trovano lo scempio.

Arriva la polizia e cominciano i primi rilievi e gli interrogatori. I missionari accompagnano le salme delle due sorelle assassinate all’ospedale e rientrano nel compound intorno alla mezzanotte. Alle 2 del mattino dell’8 settembre, nella stessa parrocchia ormai presidiata dalle forze di sicurezza, si sentono delle urla: una terza suora missionaria, Bernadette Boggian, appunto, viene ritrovata morta in un lago di sangue nella sua stanza. Decapitata.

Le porte del convento e delle stanze delle sorelle uccise non hanno segni di effrazione. Non è stato portato via nulla se non un cellulare. Nonostante questo gli investigatori parlano subito di rapina.

Un triplice omicidio che lascia sgomenti per la brutalità e interdetti per la dinamica degli eventi.

Christian Claude Butoyi

Christian Claude Butoyi

A poche ore dai fatti, la polizia arresta Christian Claude Butoyi di 33 anni: il giovane, si dice, viene identificato per aver cercato di vendere il telefono di Olga ad un residente del quartiere che ha avvertito le autorità, insospettitosi dopo aver notato degli sms in italiano salvati in memoria. La polizia ha fatto sapere di aver ritrovato nella casa del giovane addirittura il sasso con cui l’assassino ha infierito su almeno 2 delle vittime. E la chiave del convento.

La confessione di Butoyi arriva subito dopo: il giovane si attribuisce non solo l’eccidio, ma anche lo stupro delle vittime. Una tesi che, del resto, coincide proprio con la versione rilasciata dalla stessa polizia immediatamente dopo il ritrovamento dei corpi: si era detto, infatti, che l’assassino aveva violentato le vittime. Una versione, però, smentita dalla parrocchia, per bocca dello stesso padre Mario, e dalle perizie dei medici dell’ospedale dove sono state analizzate le salme. Smentita così come la teoria della disputa sulla terra: il giovane, interrogato dalla polizia, avrebbe detto che il terreno sul quale è edificata la parrocchia apparteneva alla sua famiglia. Una pura invenzione. Solo due delle tante, troppe, incongruenze di una storia sulla quale, come riferiscono le stesse missionarie saveriane, «i dubbi sono più delle certezze».

Subito dopo l’arresto, infatti, la comunità del quartiere popolare di Kamenge, storicamente molto legata alla missione, è infuriata e vorrebbe linciare il colpevole. Ma poi, quando il nome del fermato comincia a circolare, sulla rabbia prevale lo spaesamento. Christian Claude Butoyi è una persona ben conosciuta dagli abitanti del quartiere, così come dai religiosi saveriani: non un folle omicida, piuttosto, spiegano, una sorta di «scemo del villaggio», da tutti considerato incapace fisicamente, caratterialmente e mentalmente di concepire e di mettere in opera un gesto così efferato. Insomma, un soggetto perfetto per essere usato come capro espiatorio, si mormora, soprattutto perché non in grado di difendersi dalle accuse e fare fronte ad una situazione troppo più grande di lui.

Bob close-up Jan 2015

Bob Rugurika, direttore della Radio Pubblica Africana

Dal momento del suo arresto il giovane è comparso in pubblico una sola volta, brevemente mostrato dalla polizia ai fotografi. Non una sola parola è uscita dalla sua bocca; silenzio assoluto. Dal momento del suo arresto nessuno ha più avuto accesso all’imputato. «Siamo esterrefatti. C’è un silenzio totale da parte della comunità internazionale, incluso da parte del governo italiano e della Comunità Europea rispetto al caso delle tre sorelle. Un caso sul quale, nonostante quello che vorrebbero farci credere, la verità non è stata nemmeno sfiorata. Questo silenzio irrita la comunità locale e chi, in Burundi, lotta perché sia fatta giustizia su questo come su altri casi», ha detto proprio Bob Rugurika, conosciuto difensore dei diritti umani, direttore della Radio Pubblica Africana, arrestato nei giorni scorsi dalle forze di sicurezza. Per la sua liberazione si è mossa Amnesty International così come altre organizzazioni internazionali. Questa intervista precede di alcuni giorni l’arresto.

Direttore, lei sostiene con forza che la versione ufficiale fornita dalla polizia sull’omicidio delle tre missionarie non stia in piedi. Perché?
Lo sostengo io e lo sostiene la comunità. Si vorrebbe far credere che un giovane conosciuto come lo scemo del quartiere sia stato responsabile di un omicidio efferato, compiuto all’interno di una struttura controllata da guardiani e realizzato in due tempi, a distanza di ore, e con la polizia che presidia il convento in forze. Semplicemente non sta in piedi. Tutti conoscono Christian a Kamenge, e nessuno crede che possa essere capace di compiere un gesto del genere, non solo dal punto di vista morale, ma anche pratico.

Perché la polizia avrebbe interesse a mettere in piedi un montaggio?
Per coprire delle complicità.

Si spieghi, per favore…
Non è la prima volta che nel nostro Paese si verificano omicidi di religiosi o di persone che con la loro opera erano venuti a conoscenza di particolari scomodi. Le sorelle, come missionarie, lavoravano in mezzo alla gente, le persone si fidavano di loro e raccontavano quello che sta avvenendo.

Cosa sta avvenendo, qual è il contesto nel quale è maturato il delitto?
L’anno prossimo in Burundi si terranno le elezioni. Come sempre, a ridosso dell’appuntamento con le urne, la situazione in Burundi diventa particolarmente delicata. Soprattutto dopo il boicottaggio dell’opposizione dell’ultima tornata elettorale e con il presidente che vorrebbe un terzo mandato. Si parla della formazione di milizie giovanili da parte del partito di governo per controllare il voto.

Cosa c’entra questo con le missionarie?
Loro lavoravano in un ospedale a Luvungi, nella Repubblica Democratica del Congo, al di là della frontiera. Erano state lì recentemente. Proprio in quella zona è segnalata da tempo la presenza di militari burundesi che, da qualche mese, starebbero addestrando giovani civili provenienti da tutto il Burundi, ma soprattutto da Bujumbura, per la formazione di gruppi paramilitari. Si chiamano Imbonerakure.  Olga, Lucia e Bernadette sicuramente sapevano e avevano anche delle prove.

Questo è bastato per ucciderle?
Non solo, ma diciamo che è bastato per mettere in moto una macchina. Oltre alla questione delle milizie ci sono anche altri problemi di natura economica, legati a vari traffici. Ho avuto modo di parlare direttamente con persone che hanno rivelato di essere coinvolte nel massacro, gente legata all’apparato di sicurezza che avrebbe agito per soldi.

Lei ha parlato con un reo confesso, dunque. Chi?
Per il momento sto ancora investigando e preferisco fermarmi qui. Diciamo che potrebbe esserci una coincidenza di interessi di diversi attori.

Roberto Capocelli

 

Uno Stato palestinese per salvare Israele

Alon1Il prossimo venerdì verrà votata alla Camera – salvo imprevisti – la mozione, per il riconoscimento dello Stato Palestinese presentata dai parlamentari socialisti, prima firmataria Pia Locatelli, e sottoscritta da decine di altri parlamentari di tutti i gruppi. In caso di approvazione, l’Italia si sommerebbe ad una lista di 9 paesi, tra cui la Francia e la Gran Bretagna ad aver riconosciuto lo Stato Palestinese.

Il riconoscimento dello Stato Palestinese è forse una delle ultime occasioni che abbiamo per garantire ad Israele il suo futuro come Stato allo stesso tempo democratico ed ebraico“, ha detto all’Avanti! Alon Liel, già ambasciatore di Israele e ideatore dell’appello dei mille intellettuali per il riconoscimento della Palestina, uno degli invitati presenti al convegno sul processo di Pace promosso dai parlamentari socialisti.

In previsione del voto, infatti, nella giornata di giovedì, alla camera dei Deputati, alle ore 12, presso la Sala del Mappamondo, avrà luogo un dibattito tra le due parti in causa, israeliani e palestinesi. Alla discussione, introdotta da Pia Locatelli, coordinata dall’ex direttore del Tg2, Alberto La Volpe, e chiusa dal capogruppo del PSI, Marco Di Lello, partecipano, oltre allo stesso Liel, il presidente del comitato politico dell’assemblea legislativa palestinese, Abdullah Abdullah; Shaath Nabil, capo negoziatore ai colloqui di pace ed Ester Levanon Mordoch, dell’esecutivo del Meretz.

Ambasciatore Liel, lei è l’ideatore dell’appello firmato da mille intellettuali per il riconoscimento della Palestina. Cosa l’ha portata a prendere questa posizione?

Semplicemente ritengo che battersi adesso per il riconoscimento dello Stato Palestinese è forse una delle ultime occasioni che abbiamo per garantire ad Israele il suo futuro come Stato allo stesso tempo democratico ed ebraico. Ribadisco, bisogna farlo adesso, soprattutto dopo l’impulso dato dalle risoluzioni sul riconoscimento da parte di 8 paesi membri dell’Unione e dello stesso Parlamento Europeo.

Un bel passaggio dopo un’intera carriera diplomatica a servizio dello Stato di Israele…

Vede, non molto tempo fa mi trovai ad una conferenza in cui si affrontava il problema dei due Stati e mi resi conto che molte persone erano pronte ad accettare anche la soluzione dello Stato unico. A quel punto ho capito che bisognava fare qualcosa.

Secondo lei cosa mette davvero a rischio la doppia natura di Israele, quella di Stato ebraico e democratico?

Lo Stato unico con due nazionalità ha delle implicazioni ineludibili: data la situazione attuale, se dichiarassimo un’entità unica che comprende West Bank e Gaza ci troveremmo ad avere 6 milioni di cittadini ebrei e 5 milioni e mezzo di arabi di cui già un milione e mezzo cittadini israeliani. A quel punto dovremmo scegliere, appunto, se rimanere uno stato ebraico, creando una situazione di apartheid e discriminazione verso 4 milioni di persone, oppure se rimanere democratici perdendo la caratteristica di Stato degli Ebrei, cosa che non sarebbe permessa. Io non voglio vivere in uno stato di apartheid: io sono israeliano ed ebreo, ma sono anche un democratico. Di più: io non pratico l’ebraismo, non sono religioso, ma pratico la democrazia in ogni momento. Io sono un democratico praticante, non un ebreo praticante. Sono nato in Israele e i miei genitori hanno creato uno Stato che è democratico oltre che ebraico. Se perdessimo una di queste due componenti non saremmo più Israele.

Se gli israeliani fossero costretti a scegliere per cosa opterebbero?

La maggioranza sceglierebbe di rimanere uno Stato Ebraico. Ma, in ogni sondaggio, almeno il 25-30 per cento sceglie la democrazia: data la particolare situazione che viviamo, e le ragioni stesse che hanno portato alla nascita di Israele, questo è un dato importantissimo. Io non lascerei mai Israele, per niente al mondo, e naturalmente voglio che sia uno Stato ebraico. Ma, se vivessi in un Paese che nega diritti a 4 milioni di persone combatterei il mio Stato, in maniera democratica, ogni giorno, e non potrei identificarmi con esso.  

Lei ha ricordato la centralità del tema demografico. Crede davvero che la nascita di uno Stato Palestinese possa arginare un’onda umana che cresce, anche tenendo conto delle problematicità oggettive a cui andrebbe incontro lo Stato Palestinese, verosimilmente privato di una parte importante del territorio e, magari, delle riserve acquifere?

Sì, perché a quel punto, con dei confini stabiliti e riconosciuti da entrambi, e un numero di persone che passano sotto l’autorità dello Stato Palestinese, avremo un alleggerimento della pressione demografica. La popolazione ebraica cresce ad un tasso del 2.5 per cento annuo, mentre quella palestinese almeno al 5. Si rende conto che tra un po’ questo trend diventa difficilmente gestibile e potrebbe determinarsi una situazione per la quale la stessa opzione dei due Stati diventa impraticabile. Con la nascita di uno Stato Palestinese in tempi brevi la responsabilità di risolvere questi problemi sarebbe della neonata autorità statuale che avrebbero gli strumenti per farlo. Penso che, quella dei due Stati, sia una soluzione auspicabile anche nel caso in cui la Palestina dovesse essere uno Stato non amico e problematico.

Lei afferma, dunque, che la soluzione dei due Stati, di fatto, preserva Israele. Immaginiamo che debba convincere non un israeliano, ma un palestinese oltranzista ad appoggiare le sue posizioni. Cosa gli direbbe?

Gli direi che non ci sono alternative da un punto di vista realistico. La via militare contro Israele non è praticabile, ovviamente. C’è troppa sproporzione anche da punto di vista economico. La via diplomatica è  l’unica praticabile. Ripeto, io lo faccio principalmente per il mio Paese, ma sono convinto che questa soluzione porti anche giustizia per il palestinesi e per me è  importante anche questo aspetto per il valore che do’ alla democrazia.

Insiste molto sulla necessità che sia l’Europa a farsi promotrice del riconoscimento. Perché crede che sia proprio l’Europa a poter fare la differenza rispetto ad un negoziato di pace ormai fermo da anni e che il governo di Netanyhau sembra aver definitivamente affossato?

Perché, in questo momento, gli USA sono deboli e troppo legati ad Israele sia da un punto di vista politico che economico, oltre che emotivo: sono paralizzati. Gli Israeliani, autonomamente, non prenderanno mai l’iniziativa; ci sono troppe paure in gioco, soprattutto quando hai un primo ministro che oggi giorno gioca su queste paure. I palestinesi non hanno potere negoziale per portare avanti le loro posizioni in questo momento. L’Europa, oggi, può salvare entrambi, israeliani e palestinesi, permettendo ad Israele di mantenere la sua natura e alla Palestina di avere uno Stato.

Venerdì il Parlamento italiano dovrebbe votare una mozione dei parlamentari socialisti per il riconoscimento della Palestina. Cosa si aspetta?

Non lo so, ma sono sicuro che l’Italia può giocare un ruolo di primo piano nel raggiungimento della pace. Approvare la risoluzione sarebbe, da pare italiana, un gesto di amicizia nei confronti di Israele e un gesto di appoggio ad uno Stato palestinese finalmente in grado di gestire il proprio futuro. Al contrario si appoggerebbe la posizione di Netanhyau, offrendogli una carta in più per un suo ritorno al governo nelle elezioni di marzo, ma soprattutto si danneggerebbe la democrazia israeliana.

Roberto Capocelli

La piaga irachena. I jihadisti avanzano su Bagdad

Prigionieri-Iraq-uccisi

Sono arrivati alle porte di Baquba, capitale della provincia di Diyala. Solo 60 chilometri da Baghdad. Fanno paura i ribelli dell’ISIS, lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante; tanto che USA e Iran hanno deciso di discutere a quattr’occhi della crisi che preoccupa tanto Washington che Teheran. Nonostante la possibile collaborazione militare tra i due storici nemici sia stata smentita, è verosimile che le rispettive diplomazie stiano scambiando informazioni utili ad arrestare l’avanzata dei jihadisti sunniti. Del resto c’è un segnale abbastanza chiaro: proprio poco dopo l’annuncio dei colloqui, il ministro degli Esteri britannico, William Hague, ha affermato che ci sono le condizioni perché «la Gran Bretagna riapra la sua ambasciata a Teheran», chiusa dal novembre 2011. Continua a leggere

VOTO VIRTUALE

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Volevano andare in Europa. Ora che ci sono andati dovranno decidere anche cosa farci nella fredda Bruxelles. E con chi allearsi. Per farlo, i penta-stellati alle prese con la campagna “d’Europa” si affidano all’oracolo preferito; quello 2.0, la Rete. Il M5S dovrà decidere a quale gruppo del Parlamento europeo dovranno aderire i 17 “grillini” che rappresenteranno l’Italia. “Sono aperte le votazioni” annuncia il leader Beppe Grillo che offre tre scelte agli elettori virtuali: il gruppo di Farage, l’Efd (Europa per la libertà e la democrazia), il gruppo Ecr (Conservatori e Riformisti europei) e il gruppo misto che, però, come ammonisce lo stesso Grillo “comporta un’influenza limitata se non nulla sull’attività legislativa del Parlamento europeo”. Non iscritti a parte, la scelta riguarda quei “gruppi politici europei che hanno ufficialmente manifestato interesse per la delegazione italiana del M5S”. Tre scelte, anzi due. Sì, perché alla fine delle istruzioni c’è un post scriptum: “Nel caso la soluzione più votata non sia praticabile, sarà perseguita la successiva più votata”. Continua a leggere