sabato, 18 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 
Roberto Capocelli
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Roberto Capocelli
@robbocap

Prima di reinventare
la Nato, tocca reinventare l’Europa – Roberto Capocelli
su Newsday

To reinvent NATO, Europe needs to reinvent itself
NewsdayBy Roberto Capocelli
roberto.capocelli@newsday.com

Barak ObamaThe 28th NATO summit in Warsaw is the first of the post-Brexit era. President Barack Obama and other European leaders must address simmering problems, such as tensions with Russia that could further escalate by the expected deployment of NATO troops in Estonia, Latvia, Lithuania and Poland.

NATO members also will address the threat posed by the Islamic State and the instability caused by mass migrations; and they will talk about how to spend their money, as there is an increasing political reluctance to military expenditures.

The alliance was created in the Cold War. Despite the numerous claims of a “new Cold War” in the wake of the crisis in Ukraine, the 2016 scenario is rather different. Moscow is no longer promoting an alternative socio-economic system to compete with the West. Besides, the kleptocracy managed by Russian President Vladimir Putin cannot sustain a military machine capable of any comparison with NATO.The alliance and Obama are now dealing with the consequences of a more fragmented world and a more fragmented Europe. And there is no easy fix in the absence of a common vision.

NATO and the European Union are the two pillars that support the European continent. The two became more and more intertwined in recent years — best demonstrated by their joint mission in the Aegean Sea to stem the flow of migrants from the Middle East in cooperation with the EU Frontex agency.

“Neither NATO nor the EU are entirely equipped with the tools to tackle the unprecedented security challenges we face. But, together, we are a formidable partnership,” NATO Secretary General Jens Stoltenberg said in a recent interview.

Brexit, however, can undermine the partnership. A weaker EU risks enhancing the political divisions that emerged during the invasion of Iraq and the intervention in Libya.

Two crucial passages that highlighted the absence of a common European foreign policy.

The findings of the Chilcot report released on Wednesday after a seven-year investigation left no doubts about a truth we all knew. The British public inquiry into the UK role in the Iraq war made clear that the decision to invade Iraq was based on misleading, inaccurate and fabricated information. Former UK Prime Minister Tony Blair and President George W. Bush knew it.

In the run up to the invasion in 2003, Europe was divided in response to the U.S. plans. Germany and France, on the one hand, opposed the invasion without UN authorization and an extensive investigation on Saddam Hussein alleged weapons of mass destruction. Blair, on the other, was pushing for the invasion without further diplomatic action. The rest of Europe was busy calculating the individual advantages of backing the war plans.

We know how it ended up.

Would a stronger cohesion within Europe have made a difference? Would it have stopped the invasion? No doubts it would have helped shape a different debate. In response to the report, Blair said that “there was no middle way” and “no room for negotiation.” In fact, there was room for negotiation, but not a strong enough political actor to promote it.

The necessity of “reinventing” NATO is a popular refrain since the end of the Cold War and, recently, the presumptive Republican presidential nominee Donald Trump defined the alliance as “obsolete.”

As a matter of fact, NATO remains the most advanced military alliance on the planet, but it will be difficult for Obama, or any leader, to reinvent NATO if Europe doesn’t reinvent itself.

Roberto Capocelli is an intern in Newsday Opinion

Renzi e i rischi di Facebook

Forse il presidente del Consiglio Renzi non ci ha pensato, ma consegnare a Facebook la funzione di veicolo di comunicazioni istituzionali, oltre ad essere un po’ avvilente, è pericoloso per la sovranità e la serietà delle Istituzioni. Non ci si lamenti poi del populismo.

Renzi forse non si preoccupa di assomigliare all’ex sindaco di Taranto Giancarlo Cito o a Hugo Chavez, con le loro rispettive “Dillo a Cito” e “Alo’ Presidente”, ma se non si fosse circondato di yes men, come ha lucidamente illustrato Ernesto Galli della Loggia, forse qualcuno avrebbe potuto farglielo notare. Invece no. Almeno Cito e Chavez usavano, il primo, la sua TV privata e, il secondo, una TV di Stato.

Probabilmente Renzi, che al pari del suo predecessore Berlusconi sembra un po’ in imbarazzo in contesti internazionali, non sa che esiste un dibattito in corso sulla sovranità cibernetica di cui i francesi sono pionieri.

Capisco che sedersi sulla poltrona di palazzo Chigi senza essersi guadagnato nemmeno un voto possa dare alla testa, ma almeno si dovrebbe avere la decenza di non distruggere una casa in prestito.

Roberto Capocelli

Primarie USA. Così Trump conquista i lavoratori

Donald TrumpNew York, 22 – In un recente articolo apparso sul New York Times, l’editorialista Eduardo Porter descrive la “rabbia e frustrazione dell’elettorato” statunitense come il risultato del vertiginoso declino di posti di lavoro nel settore manifatturiero. Solo per fare un esempio, nel periodo tra il 1990 e il 2011 gli addetti del settore dell’abbigliamento sono passati da circa 900mila a poco meno di 152mila.

Porter sottolinea che, finalmente, nel dibattito pubblico si riconosce apertamente che quella vera e propria emorragia di posti di lavoro è stata causata dalle politiche di liberalizzazione commerciale adottate negli ultimi due decenni. Il titolo dell’articolo è eloquente: “Sul commercio, gli elettori arrabbiati hanno ragione”.
Piaccia o no, Porter implicitamente ammette qualcosa che suona scomoda a molte orecchie: politicamente, Donald Trump ha puntato su un nervo scoperto che altri avevano voluto ignorare.

Non è un caso che Hillary Clinton, spinta anche dalla pressione “a sinistra” di Sanders abbia rivisto la propria posizione su molti dei trattati di libero commercio ancora in fase di negoziazione. Proprio lei, che porta sulle spalle l’eredità scomoda delle scelte dell’amministrazione di suo marito. Firmando il NAFTA, Il presidente Bill Clinton  dichiarò: “Il NAFTA significa posti di lavoro. Posti di lavoro per americani, e posti di lavoro americani ben pagati. Se non fossi convinto che è così, non sosterrei questo accordo”.

Lavoratori nel settore dell'abbigliamento negli USA Fonte: Bureau of Labor Statistics

Lavoratori nel settore dell’abbigliamento negli USA Fonte: Bureau of Labor Statistics

E, a guardare da vicino, Trump ha anche un merito, quello di aver messo in cima all’agenda della campagna presidenziale 2016 la necessità di una riflessione, dovuta da molto tempo, di cosa sia stata – e di come sia stata gestita – la cosiddetta globalizzazione dei mercati. La grande ristrutturazione del commercio mondiale, iniziata nel 1986 con l’Uruguay Round – e proseguita con la nascita del WTO – nacque con una promessa precisa, celebrata con grandi fasti da tutto l’establishment: “la marea, alzandosi, porta con se’ tutte le barche”.
A a distanza di vent’anni non è esattamente quello che è accaduto negli Stati Uniti come in Europa.
Trump ha preso atto di questa enorme linea di faglia e ci si è tuffato capitalizzando il malessere e trasformandolo in consenso politico. È la democrazia, bellezza.
“Tutta la realtà che si ignora prepara la sua vendetta”, diceva il filosofo spagnolo José Ortega y Gasset. Per capire dove la vendetta in questa storia sta covando, la si deve cercare in quei luoghi dove la ferita è aperta e sanguinante.
Il
garment district di New York City è proprio uno di questi luoghi dove una realtà ignorata si è incarnata in un sentimento.
Nel cuore di Midtown, al numero 270 della 39esima, un edificio un tempo bianco, divenuto nerastro per lo smog, sembra la perfetta
location di un film anni ’70, uno di quelli attraverso i quali tutto il mondo ha conosciuto la Grande Mela, anche quelli che non ci hanno mai messo piede. Il contrasto con il luccichio dei nuovissimi edifici della vicina Times Square è stridente.
Anche il vecchio ascensore marroncino ha un sapore antico: entrandoci sembra di essere inghiottiti in un labirinto che porta nell’intestino della città.

Al 17 ° piano, in una fabbrica piena di lavoratori cinesi tra statuette di Confucio dorate e un enorme acquario popolato da pesci rossi, avvolto in un odore di noodles c’è, seduta nel suo ufficio, Karen Sadaka con un pizzico di tristezza negli occhi.
“Questa fabbrica è qui dal 1949 e non è mai cambiata. Se scatti una foto del laboratorio e la confronti con una di 50 anni fa, l’unica differenza è tra il bianco e nero e il colore”, dice Sadaka, co-CEO di
Apparel Production Inc., una società di produzione di abbigliamento.
“È un disastro, tra 5 anni non credo che ci sarà più industria dell’abbigliamento. Abbiamo perso il nostro lavoro. È andato in Asia”. Sadaka descrive la storia di un mondo che svanisce e parlando dell’industria dell’abbigliamento, ripercorre le tappe della storia recente della città, la storia recente degli Stati Uniti.
“Abbiamo perso non solo il nostro lavoro, ma il nostro know-how”, dice ricordando il valore che gli immigrati provenienti dall’Europa, “italiani ed ebrei”, portavano al settore: “Loro sapevano cosa fosse un taglio”.
“Pensate a questo: chi vorrebbe i propri figli in questo business?”
Quando le chiedo di Trump le si accendono un po’ gli occhi: “Senti, lui sa bene cosa sta succedendo qui, lui è un uomo d’affari ed è di New York. Pensi che Hillary lo sappia? Non le importa niente. A Sanders non importa niente. Il governo non può permettersi di pagare per il welfare. Si deve creare lavoro”.
Trump probabilmente conosce il problema, ma è lui la soluzione? “Lui non è stupido, farà qualcosa, deve”, risponde.
Trump non può riportare indietro i posti di lavoro perduti, né può riportare indietro il livello dei salari legati a quei lavori. Ma tutta la realtà che si ignora prepara la sua vendetta, e spesso la vendetta è il prezzo da pagare quando un sentimento di opposizione si diffonde tra chi è rimasto indietro. A novembre sapremo quanto è alto questo prezzo.
Roberto Capocelli

Primarie Usa. Trump e Sanders, due schiacciasassi

Donald Trump Bernie Sanders

Donald Trump e Bernie Sanders

New York, 22 – Nelle primarie del New Hampshire Donald Trump e Bernie Sanders superano nettamente i loro rispettivi rivali principali: il miliardario repubblicano stravince su Ted Cruz e Marco Rubio (33,5% contro rispettivamente il 10,7% e l’11,7%) mentre il “socialista” democratico stacca di oltre 20 punti Hillary Clinton. I due ‘favoriti’ nell’establishment dei Repubblicani e dei Democratici continuano dunque ad arrancare dietro ai due beniamini della base.

Trump continua a sparare ogni giorno una sciocchezza facendo conto in questo modo di non spendere un dollaro in pubblicità facendosela fare gratis dai media. Ieri si era pronunciato a favore della tortura, oggi per il boicottaggio della Apple che non apre una back door del suo I-phone 6 come gli chiede l’Fbi per trovare qualche traccia nel cellulare della coppia di terroristi di San Bernardino. Sanders continua a spiegare cosa non funziona nel turbocapitalismo e perché bisogna mettere delle regole. L’attenzione si concentra ora sul risultato del cosidetto super-martedì, quando in 14 Stati si vota per il candidato alla casa Bianca.

Questa a oggi la situazione come la riassume il sito uspresidentialelectionnews.com:
Democratici: delegati alla convention 4.763, delegati già assegnati 572 (oltre il 12%), delegati da assegnare 4.191, maggioranza necessaria 2.382. Hillary Clinton s’è finora assicurata 51 delegati popolari e 451 super delegati ed è quindi a 502, quasi a un quarto del cammino; Bernie Sanders s’è conquistato lo stesso numero di delegati popolari (51), ma ha solo 19 super delegati ed è solo a 70. La Clinton ha vinto in Iowa e Nevada; Sanders in New Hampshire.

Repubblicani: delegati alla convention 2.464, delegati già assegnati 94 (meno del 4%), delegati da assegnare 2.370, maggioranza necessaria 1.237. Donald Trump ne ha 61 (non è neanche al 5%), Ted Cruz 11, Marco Rubio 10, John Kasich 5, Jeb Bush 4 (andranno al candidato che lui deciderà di appoggiare), Ben Carson 3.
Trump ha vinto in Neh Hampshire e South Carolina, Cruz in Iowa.


Il voodoo americano
di Roberto Capocelli

New York, 22 – In un recente editoriale apparso sul New York Times, il premio Nobel Paul Krugman ha descritto il programma economico di Bernie Sanders come una declinazione politica del “voodoo”.

Prendendo spunto da una lettera aperta critica verso il programma di Sanders – firmata da un gruppo di economisti di spessore del circolo dei Democratici che hanno lavorato come consiglieri di Bill Clinton di Obama – Krugman ha invitato Sanders “a reprimere il suo istinto a scatenarsi” in campagna elettorale con affermazioni fuori luogo.
C’è un detto ben noto ad Haiti: “gli haitiani sono 70% cattolici, 30% protestanti, e 100% voodoo”. Anni fa un operatore di diritti umani, con anni di esperienza nell’isola caraibica disse che, per poter fare un buon lavoro, aveva dovuto prendere il voodoo molto seriamente.
È un dato di fatto, l’avversario nella corsa alla nomination democratica per la presidenza degli Stati Uniti è un socialista. I quattro punti che separano Sanders da Hillary Clinton nei caucus del Nevada – una storica roccaforte della Clinton –sono una sconfitta per il socialista, ma anche una conferma della posizione politica guadagnata da Sanders. Nel 2008 Clinton, proprio in Nevada, aveva distanziato Obama di sei punti.
In un paese ben noto per la sua “eccezionalità” tra le democrazie occidentali, quando si tratta di cosiddetti diritti economici – gli Stati Uniti sono l’unica democrazia occidentale che non ha ratificato ad oggi il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali – oggi riecheggiando slogan che richiamano l’idea di un sistema di assistenza sanitaria universale e istruzione gratuita per tutti. Solo due passaggi separano questi slogan e la Casa Bianca.
Siamo forse di fronte all’esplosione di un’epidemia di voodoo nella unica superpotenza rimasta in piedi tra le ceneri della Guerra Fredda?
Forse. Forse i dubbi che Krugman solleva sulla praticabilità del piano economico di Sanders sono più che legittimi. Se questo è il caso però allora l’America ha un problema serio, un problema politico. Un grande problema politico se si considera che Krugman definisce anche i Repubblicani come espressione di un programma basato sul “voodoo spinto”.
A quel punto, la domanda legittima che dovrebbe porsi una democrazia sarebbe quella sul perché sono così tante persone si rifugiano nella superstizion.

Krugman limita la sua opinione ad un senso di “inorridimento” che richiama quello della sinistra italiana ai tempi dell’ascesa di Berlusconi. Ma non si sforza di spiegarci il perché ricette economiche – e slogan come quelli di Trump- guadagnano terreno.

“Il punto centrale della mia intera campagna elettorale riguarda […] la questione di includere sempre più persone nel processo politico”, ha detto Sanders riconoscendo la sua sconfitta nei caucus del Nevada.
Partecipazione è la parola chiave.
Cos’è il voodoo se non un tentativo di influenzare la propria vita in assenza di mezzi più efficaci? Non è forse una volontà di essere protagonista degli eventi?
Non è una novità che i candidati tendono a lanciare slogan un po’ troppo roboanti durante le campagna elettorali. Sul sito web di Hillary Clinton si legge in uno dei punti del programma: “Se si lavora duro, si merita di andare avanti ed essere premiati”. Sarà forse una ricetta del buon calvinismo, ma sappiamo benissimo che non è così che gira l’economia: in un mondo globalizzato, un lavoratore con basse competenze, non importa quanto lavori duramente, è condannato ad una vita molto dura a causa della competizione globale. È lì che si trova l’elettorato di Sanders ed anche di Trump.

Fattibile o meno nei termini illustrati, Sanders sta portando sul tavolo una visione politica, interpretando bisogni e problematiche reali e dandogli espressione.
Una parte dell’elettorato democratico “sente il Bernie”, come dice il loro slogan: c’è una rinegoziazione delle regole che avvengono su scala mondiale per quanto riguarda il lavoro, il commercio, l’immigrazione e la geopolitica. Quell’elettorato vuole avere una voce. Questa voce ha un accento di Brooklyn, e gracchia dalle labbra di un uomo di 74 anni, che indossa delle giacche che sembrano sempre troppo grandi per sua schiena un po’ gobba.

Roberto Capocelli

Burundi, lotta per il potere
dietro le tre suore trucidate

Burundi-Suore trucidatePer le autorità locali e la comunità internazionale il caso era chiuso. C’è un colpevole in prigione e un movente, anzi due; «L’odio verso i bianchi» e un’antica disputa terriera. Una tesi semplice che, però, convinceva pochi. Sicuramente non il direttore della Radio Popolare Africana (RPA), la più conosciuta delle radio del Burundi, Bob Rugurika. Pochi giorni fa, il 20 gennaio, improvvisamente, proprio Rugurika viene prima convocato e poi arrestato dalle forze di sicurezza di Bujumbura, la capitale del Burundi, dopo aver diffuso la registrazione di un uomo che rivendica di essere uno degli esecutori materiali del triplice omicidio delle missionarie italiane, uccise lo scorso settembre. L’anonimo tira in causa il generale Adolphe Nshimirimana, ex direttore dei servizi burundesi e amico personale del presidente Pierre Nkurunziza. L’agenzia MISNA ha fatto sapere che il direttore di Radio Publique Africaine si sarebbe rifiutato di rivelare ai magistrati l’identità della fonte.

Secondo la testimonianza trasmessa da RPA, Nshimirimana sarebbe il mandante della strage: le tre sorelle, secondo la fonte, sarebbero state sul punto di denunciare pubblicamente i traffici del generale, proprietario di un ospedale nel quartiere dove sorge la missione. L’ex capo dello spionaggio, infatti, avrebbe importato dei farmaci spacciandoli come destinati alla parrocchia, ed evitando così le tasse doganali. Tra i farmaci, trasportati a bordo di veicoli della parrocchia, Nshimirimana avrebbe nascosto anche minerali contrabbandati illegalmente dalla vicina Repubblica Democratica del Congo facendoli passare come aiuti umanitari.

Ben 4 i capi d’accusa contro il giornalista che sin dall’inizio di questa storia aveva lanciato una campagna contro la versione ufficiale della polizia: «Concorso in omicidio», «tradimento della solidarietà nazionale», «violazione del segreto istruttorio», e «occultamento di un reo». Si ammette, dunque, che possa esserci un reo che non sia il condannato.

Suor_Olga_Raschietti

Suor Olga Raschietti

Era il 7 settembre scorso quando nella periferia nord di Bujumbura, Lucia Pulici, 73 anni e Olga Raschietti, 80, due missionarie saveriane italiane, vengono barbaramente assassinate nella parrocchia della missione. La macabra scoperta viene fatta intorno alle 16 dalla sorella Bernadette Boggian ignara che, di lì a poco, sarebbe toccata anche a lei a stessa sorte.

Di ritorno dall’aeroporto, Bernadette si insospettisce del silenzio in cui è avvolto il convento. Chiama il responsabile, padre Mario Pulcini, che trova tutte le porte chiuse; bussano, ma nessuno risponde. Poi entrano da un ingresso laterale e trovano lo scempio.

Arriva la polizia e cominciano i primi rilievi e gli interrogatori. I missionari accompagnano le salme delle due sorelle assassinate all’ospedale e rientrano nel compound intorno alla mezzanotte. Alle 2 del mattino dell’8 settembre, nella stessa parrocchia ormai presidiata dalle forze di sicurezza, si sentono delle urla: una terza suora missionaria, Bernadette Boggian, appunto, viene ritrovata morta in un lago di sangue nella sua stanza. Decapitata.

Le porte del convento e delle stanze delle sorelle uccise non hanno segni di effrazione. Non è stato portato via nulla se non un cellulare. Nonostante questo gli investigatori parlano subito di rapina.

Un triplice omicidio che lascia sgomenti per la brutalità e interdetti per la dinamica degli eventi.

Christian Claude Butoyi

Christian Claude Butoyi

A poche ore dai fatti, la polizia arresta Christian Claude Butoyi di 33 anni: il giovane, si dice, viene identificato per aver cercato di vendere il telefono di Olga ad un residente del quartiere che ha avvertito le autorità, insospettitosi dopo aver notato degli sms in italiano salvati in memoria. La polizia ha fatto sapere di aver ritrovato nella casa del giovane addirittura il sasso con cui l’assassino ha infierito su almeno 2 delle vittime. E la chiave del convento.

La confessione di Butoyi arriva subito dopo: il giovane si attribuisce non solo l’eccidio, ma anche lo stupro delle vittime. Una tesi che, del resto, coincide proprio con la versione rilasciata dalla stessa polizia immediatamente dopo il ritrovamento dei corpi: si era detto, infatti, che l’assassino aveva violentato le vittime. Una versione, però, smentita dalla parrocchia, per bocca dello stesso padre Mario, e dalle perizie dei medici dell’ospedale dove sono state analizzate le salme. Smentita così come la teoria della disputa sulla terra: il giovane, interrogato dalla polizia, avrebbe detto che il terreno sul quale è edificata la parrocchia apparteneva alla sua famiglia. Una pura invenzione. Solo due delle tante, troppe, incongruenze di una storia sulla quale, come riferiscono le stesse missionarie saveriane, «i dubbi sono più delle certezze».

Subito dopo l’arresto, infatti, la comunità del quartiere popolare di Kamenge, storicamente molto legata alla missione, è infuriata e vorrebbe linciare il colpevole. Ma poi, quando il nome del fermato comincia a circolare, sulla rabbia prevale lo spaesamento. Christian Claude Butoyi è una persona ben conosciuta dagli abitanti del quartiere, così come dai religiosi saveriani: non un folle omicida, piuttosto, spiegano, una sorta di «scemo del villaggio», da tutti considerato incapace fisicamente, caratterialmente e mentalmente di concepire e di mettere in opera un gesto così efferato. Insomma, un soggetto perfetto per essere usato come capro espiatorio, si mormora, soprattutto perché non in grado di difendersi dalle accuse e fare fronte ad una situazione troppo più grande di lui.

Bob close-up Jan 2015

Bob Rugurika, direttore della Radio Pubblica Africana

Dal momento del suo arresto il giovane è comparso in pubblico una sola volta, brevemente mostrato dalla polizia ai fotografi. Non una sola parola è uscita dalla sua bocca; silenzio assoluto. Dal momento del suo arresto nessuno ha più avuto accesso all’imputato. «Siamo esterrefatti. C’è un silenzio totale da parte della comunità internazionale, incluso da parte del governo italiano e della Comunità Europea rispetto al caso delle tre sorelle. Un caso sul quale, nonostante quello che vorrebbero farci credere, la verità non è stata nemmeno sfiorata. Questo silenzio irrita la comunità locale e chi, in Burundi, lotta perché sia fatta giustizia su questo come su altri casi», ha detto proprio Bob Rugurika, conosciuto difensore dei diritti umani, direttore della Radio Pubblica Africana, arrestato nei giorni scorsi dalle forze di sicurezza. Per la sua liberazione si è mossa Amnesty International così come altre organizzazioni internazionali. Questa intervista precede di alcuni giorni l’arresto.

Direttore, lei sostiene con forza che la versione ufficiale fornita dalla polizia sull’omicidio delle tre missionarie non stia in piedi. Perché?
Lo sostengo io e lo sostiene la comunità. Si vorrebbe far credere che un giovane conosciuto come lo scemo del quartiere sia stato responsabile di un omicidio efferato, compiuto all’interno di una struttura controllata da guardiani e realizzato in due tempi, a distanza di ore, e con la polizia che presidia il convento in forze. Semplicemente non sta in piedi. Tutti conoscono Christian a Kamenge, e nessuno crede che possa essere capace di compiere un gesto del genere, non solo dal punto di vista morale, ma anche pratico.

Perché la polizia avrebbe interesse a mettere in piedi un montaggio?
Per coprire delle complicità.

Si spieghi, per favore…
Non è la prima volta che nel nostro Paese si verificano omicidi di religiosi o di persone che con la loro opera erano venuti a conoscenza di particolari scomodi. Le sorelle, come missionarie, lavoravano in mezzo alla gente, le persone si fidavano di loro e raccontavano quello che sta avvenendo.

Cosa sta avvenendo, qual è il contesto nel quale è maturato il delitto?
L’anno prossimo in Burundi si terranno le elezioni. Come sempre, a ridosso dell’appuntamento con le urne, la situazione in Burundi diventa particolarmente delicata. Soprattutto dopo il boicottaggio dell’opposizione dell’ultima tornata elettorale e con il presidente che vorrebbe un terzo mandato. Si parla della formazione di milizie giovanili da parte del partito di governo per controllare il voto.

Cosa c’entra questo con le missionarie?
Loro lavoravano in un ospedale a Luvungi, nella Repubblica Democratica del Congo, al di là della frontiera. Erano state lì recentemente. Proprio in quella zona è segnalata da tempo la presenza di militari burundesi che, da qualche mese, starebbero addestrando giovani civili provenienti da tutto il Burundi, ma soprattutto da Bujumbura, per la formazione di gruppi paramilitari. Si chiamano Imbonerakure.  Olga, Lucia e Bernadette sicuramente sapevano e avevano anche delle prove.

Questo è bastato per ucciderle?
Non solo, ma diciamo che è bastato per mettere in moto una macchina. Oltre alla questione delle milizie ci sono anche altri problemi di natura economica, legati a vari traffici. Ho avuto modo di parlare direttamente con persone che hanno rivelato di essere coinvolte nel massacro, gente legata all’apparato di sicurezza che avrebbe agito per soldi.

Lei ha parlato con un reo confesso, dunque. Chi?
Per il momento sto ancora investigando e preferisco fermarmi qui. Diciamo che potrebbe esserci una coincidenza di interessi di diversi attori.

Roberto Capocelli

 

Uno Stato palestinese per salvare Israele

Alon1Il prossimo venerdì verrà votata alla Camera – salvo imprevisti – la mozione, per il riconoscimento dello Stato Palestinese presentata dai parlamentari socialisti, prima firmataria Pia Locatelli, e sottoscritta da decine di altri parlamentari di tutti i gruppi. In caso di approvazione, l’Italia si sommerebbe ad una lista di 9 paesi, tra cui la Francia e la Gran Bretagna ad aver riconosciuto lo Stato Palestinese.

Il riconoscimento dello Stato Palestinese è forse una delle ultime occasioni che abbiamo per garantire ad Israele il suo futuro come Stato allo stesso tempo democratico ed ebraico“, ha detto all’Avanti! Alon Liel, già ambasciatore di Israele e ideatore dell’appello dei mille intellettuali per il riconoscimento della Palestina, uno degli invitati presenti al convegno sul processo di Pace promosso dai parlamentari socialisti.

In previsione del voto, infatti, nella giornata di giovedì, alla camera dei Deputati, alle ore 12, presso la Sala del Mappamondo, avrà luogo un dibattito tra le due parti in causa, israeliani e palestinesi. Alla discussione, introdotta da Pia Locatelli, coordinata dall’ex direttore del Tg2, Alberto La Volpe, e chiusa dal capogruppo del PSI, Marco Di Lello, partecipano, oltre allo stesso Liel, il presidente del comitato politico dell’assemblea legislativa palestinese, Abdullah Abdullah; Shaath Nabil, capo negoziatore ai colloqui di pace ed Ester Levanon Mordoch, dell’esecutivo del Meretz.

Ambasciatore Liel, lei è l’ideatore dell’appello firmato da mille intellettuali per il riconoscimento della Palestina. Cosa l’ha portata a prendere questa posizione?

Semplicemente ritengo che battersi adesso per il riconoscimento dello Stato Palestinese è forse una delle ultime occasioni che abbiamo per garantire ad Israele il suo futuro come Stato allo stesso tempo democratico ed ebraico. Ribadisco, bisogna farlo adesso, soprattutto dopo l’impulso dato dalle risoluzioni sul riconoscimento da parte di 8 paesi membri dell’Unione e dello stesso Parlamento Europeo.

Un bel passaggio dopo un’intera carriera diplomatica a servizio dello Stato di Israele…

Vede, non molto tempo fa mi trovai ad una conferenza in cui si affrontava il problema dei due Stati e mi resi conto che molte persone erano pronte ad accettare anche la soluzione dello Stato unico. A quel punto ho capito che bisognava fare qualcosa.

Secondo lei cosa mette davvero a rischio la doppia natura di Israele, quella di Stato ebraico e democratico?

Lo Stato unico con due nazionalità ha delle implicazioni ineludibili: data la situazione attuale, se dichiarassimo un’entità unica che comprende West Bank e Gaza ci troveremmo ad avere 6 milioni di cittadini ebrei e 5 milioni e mezzo di arabi di cui già un milione e mezzo cittadini israeliani. A quel punto dovremmo scegliere, appunto, se rimanere uno stato ebraico, creando una situazione di apartheid e discriminazione verso 4 milioni di persone, oppure se rimanere democratici perdendo la caratteristica di Stato degli Ebrei, cosa che non sarebbe permessa. Io non voglio vivere in uno stato di apartheid: io sono israeliano ed ebreo, ma sono anche un democratico. Di più: io non pratico l’ebraismo, non sono religioso, ma pratico la democrazia in ogni momento. Io sono un democratico praticante, non un ebreo praticante. Sono nato in Israele e i miei genitori hanno creato uno Stato che è democratico oltre che ebraico. Se perdessimo una di queste due componenti non saremmo più Israele.

Se gli israeliani fossero costretti a scegliere per cosa opterebbero?

La maggioranza sceglierebbe di rimanere uno Stato Ebraico. Ma, in ogni sondaggio, almeno il 25-30 per cento sceglie la democrazia: data la particolare situazione che viviamo, e le ragioni stesse che hanno portato alla nascita di Israele, questo è un dato importantissimo. Io non lascerei mai Israele, per niente al mondo, e naturalmente voglio che sia uno Stato ebraico. Ma, se vivessi in un Paese che nega diritti a 4 milioni di persone combatterei il mio Stato, in maniera democratica, ogni giorno, e non potrei identificarmi con esso.  

Lei ha ricordato la centralità del tema demografico. Crede davvero che la nascita di uno Stato Palestinese possa arginare un’onda umana che cresce, anche tenendo conto delle problematicità oggettive a cui andrebbe incontro lo Stato Palestinese, verosimilmente privato di una parte importante del territorio e, magari, delle riserve acquifere?

Sì, perché a quel punto, con dei confini stabiliti e riconosciuti da entrambi, e un numero di persone che passano sotto l’autorità dello Stato Palestinese, avremo un alleggerimento della pressione demografica. La popolazione ebraica cresce ad un tasso del 2.5 per cento annuo, mentre quella palestinese almeno al 5. Si rende conto che tra un po’ questo trend diventa difficilmente gestibile e potrebbe determinarsi una situazione per la quale la stessa opzione dei due Stati diventa impraticabile. Con la nascita di uno Stato Palestinese in tempi brevi la responsabilità di risolvere questi problemi sarebbe della neonata autorità statuale che avrebbero gli strumenti per farlo. Penso che, quella dei due Stati, sia una soluzione auspicabile anche nel caso in cui la Palestina dovesse essere uno Stato non amico e problematico.

Lei afferma, dunque, che la soluzione dei due Stati, di fatto, preserva Israele. Immaginiamo che debba convincere non un israeliano, ma un palestinese oltranzista ad appoggiare le sue posizioni. Cosa gli direbbe?

Gli direi che non ci sono alternative da un punto di vista realistico. La via militare contro Israele non è praticabile, ovviamente. C’è troppa sproporzione anche da punto di vista economico. La via diplomatica è  l’unica praticabile. Ripeto, io lo faccio principalmente per il mio Paese, ma sono convinto che questa soluzione porti anche giustizia per il palestinesi e per me è  importante anche questo aspetto per il valore che do’ alla democrazia.

Insiste molto sulla necessità che sia l’Europa a farsi promotrice del riconoscimento. Perché crede che sia proprio l’Europa a poter fare la differenza rispetto ad un negoziato di pace ormai fermo da anni e che il governo di Netanyhau sembra aver definitivamente affossato?

Perché, in questo momento, gli USA sono deboli e troppo legati ad Israele sia da un punto di vista politico che economico, oltre che emotivo: sono paralizzati. Gli Israeliani, autonomamente, non prenderanno mai l’iniziativa; ci sono troppe paure in gioco, soprattutto quando hai un primo ministro che oggi giorno gioca su queste paure. I palestinesi non hanno potere negoziale per portare avanti le loro posizioni in questo momento. L’Europa, oggi, può salvare entrambi, israeliani e palestinesi, permettendo ad Israele di mantenere la sua natura e alla Palestina di avere uno Stato.

Venerdì il Parlamento italiano dovrebbe votare una mozione dei parlamentari socialisti per il riconoscimento della Palestina. Cosa si aspetta?

Non lo so, ma sono sicuro che l’Italia può giocare un ruolo di primo piano nel raggiungimento della pace. Approvare la risoluzione sarebbe, da pare italiana, un gesto di amicizia nei confronti di Israele e un gesto di appoggio ad uno Stato palestinese finalmente in grado di gestire il proprio futuro. Al contrario si appoggerebbe la posizione di Netanhyau, offrendogli una carta in più per un suo ritorno al governo nelle elezioni di marzo, ma soprattutto si danneggerebbe la democrazia israeliana.

Roberto Capocelli

La piaga irachena. I jihadisti avanzano su Bagdad

Prigionieri-Iraq-uccisi

Sono arrivati alle porte di Baquba, capitale della provincia di Diyala. Solo 60 chilometri da Baghdad. Fanno paura i ribelli dell’ISIS, lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante; tanto che USA e Iran hanno deciso di discutere a quattr’occhi della crisi che preoccupa tanto Washington che Teheran. Nonostante la possibile collaborazione militare tra i due storici nemici sia stata smentita, è verosimile che le rispettive diplomazie stiano scambiando informazioni utili ad arrestare l’avanzata dei jihadisti sunniti. Del resto c’è un segnale abbastanza chiaro: proprio poco dopo l’annuncio dei colloqui, il ministro degli Esteri britannico, William Hague, ha affermato che ci sono le condizioni perché «la Gran Bretagna riapra la sua ambasciata a Teheran», chiusa dal novembre 2011. Continua a leggere

VOTO VIRTUALE

M5S-Voto-Gruppo-EU

Volevano andare in Europa. Ora che ci sono andati dovranno decidere anche cosa farci nella fredda Bruxelles. E con chi allearsi. Per farlo, i penta-stellati alle prese con la campagna “d’Europa” si affidano all’oracolo preferito; quello 2.0, la Rete. Il M5S dovrà decidere a quale gruppo del Parlamento europeo dovranno aderire i 17 “grillini” che rappresenteranno l’Italia. “Sono aperte le votazioni” annuncia il leader Beppe Grillo che offre tre scelte agli elettori virtuali: il gruppo di Farage, l’Efd (Europa per la libertà e la democrazia), il gruppo Ecr (Conservatori e Riformisti europei) e il gruppo misto che, però, come ammonisce lo stesso Grillo “comporta un’influenza limitata se non nulla sull’attività legislativa del Parlamento europeo”. Non iscritti a parte, la scelta riguarda quei “gruppi politici europei che hanno ufficialmente manifestato interesse per la delegazione italiana del M5S”. Tre scelte, anzi due. Sì, perché alla fine delle istruzioni c’è un post scriptum: “Nel caso la soluzione più votata non sia praticabile, sarà perseguita la successiva più votata”. Continua a leggere

Magistrati e responsabilità civile, governo KO

Tribunale

Per l’Associazione nazionale dei magistrati si tratta di un “fatto grave”. Il governo e la maggioranza, alla Camera, sono andati sotto: 187 sì e 180 no con voto a scrutinio segreto. Sette voti hanno fatto passare un emendamento della Lega sulla legge in merito alla responsabilità civile dei magistrati: modificato l’articolo 2 della legge del 1988 sul risarcimento dei danni causati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie e sulla responsabilità civile dei magistrati con un inasprimento delle pene nei confronti dei giudici. Una tematica su cui, a più riprese, era intervenuta l’UE a sanzionare il nostro Paese. Continua a leggere

ELETTORATO LIQUIDO

Amministrative

Il PD vince, ma la politica soffre. L’astensionismo sale alle stelle e segna il più alto tasso mai registratosi: l’affluenza è crollata sotto il 50% per cento ai ballottaggi alle elezioni comunali contro il quasi 71 del primo turno. Un dato politico che deve far riflettere, che segnala un mutamento profondo che caratterizza le scelte del corpo elettorale, non più ‘anelastico’, come si soleva definire fino alle ultime elezioni politiche, ma ‘liquido’, cioè connotato da una marcata mobilità.

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