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Roberto Fronzuti

La laurea non ti fa diventare statista

Il teatrino della politica è in pieno svolgimento. Una situazione che fa rimpiangere la “prima Repubblica” quando la politica aveva la parvenza di una cosa seria.

Le varie delegazioni sono state ricevute per due volte dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ma le consultazioni non sono approdate ad una soluzione per la costituzione di una maggioranza nei due rami del Parlamento, capace di dar vita a un nuovo governo.

Ai margini della trattativa, fra una dichiarazione e l’altra, Silvio Berlusconi ha rubato la scena a Matteo Salvini all’uscita del colloquio con Mattarella, prendendo la parola prima del leader della Lega e poi avviandolo all’uscita insieme alla Meloni di Fratelli d’Italia; ha rivolto ai giornalisti presenti la raccomandazione di fare i bravi.

E non è tutto: recentemente ha tirato di nuovo fuori il discorso che Luigi Di Maio non ha la laurea, cadendo nel risibile. E che i grillini non sono democratici.

Benedetto Croce, il più grande filosofo del Novecento non aveva la laurea. E così dicasi della poetessa Grazia Deledda (premio Nobel), di Salvatore Quasimodo (premio Nobel) ed Eugenio Montale (anche lui premio Nobel), per non parlare dei numerosi statisti senza laurea. Quando ci sono le condizioni è bene conseguire una laurea, ma non è la sola strada che porta alla conoscenza. Per rendere meglio il concetto, vale la pena di ricordare l’assunto di un filosofo pre socratico, che teorizzava che la “erudizione di una singola materia, non è garanzia, né di cultura e né che la persona sia intelligente”. Berlusconi dovrebbe comprendere che è finita l’epoca delle barzellette, a lui tanto care.

I nostri lettori conoscono la nostra posizione riguardo ai partiti e movimenti nati sul nulla. Noi siamo per i partiti delle idee, con radici storiche, con persone che si incontrano e dibattono, ma attaccare un giovane – come Luigi Di Maio – solo perché non ha la laurea è puerile.

Nelle ultime tornate elettorali Silvio Berlusconi ha perso qualcosa come 8 milioni di voti. È un dato che dovrebbe far riflettere il fondatore di Mediaset, al quale anche gli avversari politici, riconoscono i meriti imprenditoriali.

Silvio Berlusconi, da primo partito a quarta forza (dopo M5S, Pd, e Lega). Noi non siamo fra coloro che pensano che l’ex presidente del Consiglio debba ritirarsi dalla politica per l’età (Napolitano ha dieci anni in più dell’ex cavaliere ed è lucidissimo) ma dovrebbe evitare di salire in cattedra, perché i fatti non gli danno ragione (la vicenda giudiziaria che ha comportato la decadenza da senatore non è una questione da poco).

I veti incrociati dei grillini che non vogliono Berlusconi e del Pd che non prende in considerazione l’alleanza con il M5S determinano una situazione di stallo, che completa il teatrino e che con tutta probabilità porterà a nuove elezioni. È plausibile che il Pd rimanga all’opposizione. Tocca ai nuovi padroni del vapore (Lega e M5S) fare in fretta a dare un governo al Paese. Una situazione di stallo e ricorrere a nuove elezioni, potrebbe provocare un’onda di ritorno verso il Pd, all’insegna del motto “si stava meglio quando si stava peggio”.

Roberto Fronzuti

 

Scrive Roberto Fronzuti:
Municipalizzate fallite. Chi sono i responsabili?

Si contano a centinaia le cosiddette municipalizzate (aziende a partecipazione pubblica; volute dai comuni) che sono in stato di insolvenza. Il caso più clamoroso è Roma, dove l’azienda che si occupa dei trasporti ha accumulato decine di miliardi di debito. Ma basta fare due passi è andare nella vicina San Giuliano Milanese, dove Genia, approdata al fallimento con un passivo di 47.625.426,30 euro svolgeva tutti i servizi per conto del Comune (immondizie, gas, manutenzioni ed eccetera). Ci spostiamo un po’ più a ovest, a Rozzano e ci troviamo di fronte il caso della società Api che si occupava di teleriscaldamento. Anche in questo caso si parla di decine di milioni di passivo; addirittura sarebbero stati inseriti nel passivo debiti per di 53 milioni nei confronti della sua partecipata Api; debito contestato dal Tribunale di Milano è passato in silenzio agli occhi dell’amministrazione comunale. Negli ultimi tre anni, lo Stato italiano ha versato 84miliardi nelle casse delle aziende a capitale pubblico (comuni, province e Regioni), buttandoli letteralmente dalle finestra. Le municipalizzate erano 8.000 nel nostro Paese e tante sono rimaste, anche se Renzi aveva promesso di ridurle a 1000. Impiegano capitali per 110 miliardi ed erogano servizi per appena 43miliardi.
Ma il fatto grave è che nella maggior parte dei casi generano disservizi. La verità è che, per eludere i concorsi che sono obbligatori negli enti pubblici, i partiti, attraverso gli amministratori comunali, hanno gonfiato le società partecipate di assunzioni clientelari e appalti di favore. Il risultato è disastroso, con le conseguenze che a San Giuliano le utenze passano da un gestore all’altro, più volte, senza che venga chiesto il permesso al cittadino.
La mala politica ha generato un vero disastro.
Ma sei voi chiedete ai vari sindaci e amministratori di turno; nessuno ha colpa. Ci troviamo di fronte a un delitto perfetto. Noi abbiamo narrato i fatti di casa nostra (San Giuliano e Rozzano) in Italia è un continuo verificarsi di aziende comunali che hanno lasciato in mezzo alla strada centinaia di lavoratori. Il tutto, senza che si trovino i colpevoli.

Roberto Fronzuti

Salvini e Di Maio auto-candidati premier, senza averne i titoli

La campagna elettorale, che si avvia alla conclusione, passerà alla storia per la mancanza del dibattito politico. Con l’accantonamento della politica vera, che partiva dal basso, dalle sezioni dei partiti, e dai movimenti dei lavoratori, i discorsi hanno riguardato per lo più gli scandali delle candidature. Il tempo a disposizione è stato impiegato per parlare delle espulsioni dei 5 Stelle e dei pettegolezzi che scaturiscono dalle accuse reciproche. Tutto tempo perso; si è discusso sul nulla, al di là dalle promesse di grandi provvedimenti di legge, privi di copertura di spesa. Per non parlare di Salvini, Di Maio e della loro presuntuosa auto candidatura a presidente del Consiglio, senza averne i titoli.

E che dire di Berlusconi che ha dato del pluri pregiudicato a Beppe Grillo, lui che è stato condannato in via definitiva per frode fiscale ed è stato dichiarato decaduto da senatore. E cosa pensare di Matteo Renzi che continua ad attaccare i grillini per i rimborsi e per i candidati impresentabili. Noi diciamo che non si edificano le proprie fortune sulle disgrazie altrui; Renzi farebbe bene a pensare a tutti gli indagati che ha nel Pd.

Alla vigilia della campagna elettorale, tutti si dimenticano che l’Italia ha il terzo debito pubblico più grande del mondo.

Ugo La Malfa, il leader storico del Partito repubblicano, ministro del Tesoro e vice presidente del Consiglio con il governo Moro (1974-76), era solito dire: prima parliamo dei contenuti, poi degli schieramenti. Tradotto: prima discutiamo del programma delle cose da farsi e poi parliamo della composizione del Governo. Ben quarant’anni fa La Malfa parlava della politica dei redditi; le regole politiche ed economiche per migliorare il nostro sistema produttivo, nella direzione della creazione di nuova occupazione. Era uno dei grandi temi di discussione. In sintesi, la politica dei redditi è la verifica della compatibilità fra le giuste aspettative dei dipendenti e la redditività dell’azienda.

In questo momento il concetto potrebbe apparire secondario, ma negli anni ‘70 i sindacati pretendevano aumenti salariali dalle imprese, anche quando l’azienda aveva un cattivo andamento commerciale.

Di fronte al deserto dell’attuale panorama politico, ci piace pensare ai grandi riformatori: al socialista Giacomo Brodolini (padre dello statuto dei lavoratori mutilato da Renzi in materia di tutela dei dipendenti) della battaglia per il divorzio di Marco Pannella e Loris Fortuna, quest’ultimo estensore di una legge sul fine vita nel 1984; solo recentemente il nostro Paese ha legiferato in materia adeguandosi al resto d’Europa. Ed ancora il varo della legge Basaglia del 1978 (universalmente giudicata all’avanguardia) che ha abolito i manicomi e regolato in chiave moderna la materia delle malattie mentali. Fra le conquiste civili va ricordato anche il divorzio.

In ‘70 anni, l’Italia ha subìto una profonda trasformazione. Da Paese arretrato, distrutto dalla guerra, con forte tasso di analfabetismo è diventata negli anni ‘80 una delle prime economie mondiali. La seconda nazione manifatturiera d’Europa.

Siamo eredi di grande passato iniziato con la Costituente, ma recentemente siamo stati contagiati dal ‘’nanismo’’ che ha caratterizzato la politica italiana, a far data dalla caduta dei partiti tradizionali (1992-94).

Dopo le elezioni del 4 marzo, ci auguriamo che le cose cambino; che ritorni il dibattito politico e che si ripensi allo stato sociale, gradualmente demolito negli ultimi lustri. Quest’Italia, dove i cittadini non riescono più a pagare i cosiddetti ticket, è un Paese vergognoso. Questo è il punto di ripartenza per gli eletti in Parlamento il 4 marzo: la ricostruzione dello stato sociale.

Roberto Fronzuti

Giacomo Mancini,
il meridionalista

Il Parlamento italiano ha dato alle stampe un libro che raccoglie i discorsi di Giacomo Mancini, deputato, ministro, sindaco di Cosenza e segretario nazionale del Psi negli anni ’70. Ma anzitutto è stato un grande meridionalista. Deputato dal 1948, Giacomo Mancini è stato l’artefice dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria e dell’istituzione dell’Università di Calabria. Ma anzitutto, nel 1963, come ministro della Sanità rese obbligatoria la vaccinazione antipolio. Abbiamo colto l’occasione del riconoscimento postumo a Giacomo Mancini per parlare della cosiddetta questione meridionale. Sono lontani i tempi di Giustino Fortunato e di Gaetano Salvemini e di altri illustri meridionalisti. Il Sud è sempre più abbandonato a sé stesso. La marginalità del Sud, nel peso della nazione, è testimoniato non solo dall’uscita di scena di studiosi dei problemi del Mezzogiorno. Negli anni della prima Repubblica, l’Italia era diventata la quarta potenza mondiale in termini di Pil: la scena politica vedeva i parlamentari del Sud protagonisti della realtà italiana. Primi fra tutti Aldo Moro e Ugo La Malfa. E poi una lunga lista, da Emilio Colombo e Ciriaco De Mita, entrambi presidenti del Consiglio; da Francesco De Martino, Rino Formica, Claudio Signorile, ministri di primo piano. E poi Mannino e Lima in Sicilia, ed altri politici di alto livello sui quali non ci dilunghiamo. In questo momento, nel governo Renzi c’è solo Alfano, che non si può definire un meridionalista. Il ministro Alfano è da 15 anni al governo; avrebbe potuto portare almeno l’alta velocità in Calabria e Sicilia. Non è stato così; per andare in treno da Roma a Palermo si impiegano più di dieci ore. Dopo l’era dei milanesi caratterizzata dalla ventennale presenza di Silvio Berlusconi e Romano Prodi al governo, con Renzi siamo entrati nel ciclo dei fiorentini. Il Sud non esiste più in politica, così come non c’è una prospettiva in favore di quest’area importante della nazione. Non ci si rende conto che senza un piano di sviluppo per il Sud, anche il Nord è condannato alla non crescita, che contraddistingue l’andamento asfittico della nostra economia. La Germania è ritornata grande, finanziando la rinascita dell’ex Ddr (Repubblica democratica tedesca) rimasta fortemente arretrata, dopo 40anni di comunismo.

Roberto Fronzuti

I 5 Stelle e la monarchia ereditaria

Noi poveri cittadini siamo sempre pronti a dar credito a chi promette di cambiare, di risolvere i nostri problemi. È stato così anche per il Movimento 5 Stelle, quando sette anni fa i suoi fondatori si sono affacciati nell’agone politico. La storia del Dopoguerra di Napoli è un esempio di come il popolo sia sempre andato alla ricerca della soluzione che non arriva mai. Napoli è stata amministrata dal Partito monarchico e dal Movimento sociale con Achille Lauro, sindaco negli anni ’50. Poi è stata la volta della Democrazia cristiana a trazione del leader Silvio Gava negli anni ’60. Successivamente arriva la lunga stagione di Pci-Pds-Pd con Valenzi, Iervolino e Bassolino. E per ultimo è arrivato il primo cittadino ”arancione” De Magistris. Il popolo le prova tutte.

La prossima tornata elettorale potrebbe essere la volta dei 5 Stelle, ma staremo a vedere. Intanto ci preoccupa che i 5 Stelle, un movimento che si è presentato come campione di democrazia diretta, si stia trasformando in una monarchia ereditaria. Diamo per acquisito che il fondatore Grillo sia legittimato come capo del partito, anche se al di là dell’essere il fondatore, non si è mai sottoposto al voto di un’assemblea congressuale. Nomina un direttorio e fa un passo di lato, rispetto alla conduzione del suo partito. Poi, di fatto, mette da parte il direttorio dei Di Maio e compagni e assume nuovamente il comando politico del Movimento.

Davide, il figlio di Gianroberto Casaleggio che succede al padre, senza una votazione è l’esempio classico di come avvengono gli avvicendamenti delle cariche nelle monarchie ereditarie: dal genitore al figlio. Si possono comprendere tante anomalie del Movimento 5 Stelle; vanno bene le consultazioni attraverso la rete, ma poi il tutto dovrebbe essere approvato da congressi nazionali, provinciali, regionali e comunali, con il compito di dibattere, confrontarsi e ratificare l’operato della classe dirigente, che prende gli ordini dal blog di Beppe Grillo. Molti fra di noi hanno sperato nel cambiamento dei 5 Stelle per risolvere i problemi di uno Stato che rappresenta la vera palla al piede della nostra nazione. Ma di fronte agli ultimi avvenimenti vengono spontanei molti interrogativi su Beppe Grillo e la Casaleggio associati. I sondaggi vedono i 5 Stelle al secondo posto, ad un’incollatura dal Pd. Ma i grillini -sempre in base ai sondaggi- vincerebbero al ballottaggio contro il Pd alle prossime elezioni politiche? Così stando le cose, dobbiamo augurarci che i 5 Stelle abbandonino le pratiche indubbie e scelgano la strada della Democrazia con la “d” maiuscola.

Roberto Fronzuti