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Roberto Pagano

Steven Forti: in Catalogna gioco pericoloso

Catalogna

Steven Forti risiede da diversi anni a Barcellona, è ricercatore presso l’Instituto de Història Contemporânea dell’Universidade Nova a Lisbona, ed insegna Storia contemporanea all’Universitat Autònoma di Barcellona. Si è occupato del massimalismo socialista e di Nicola Bombacci, e, tra gli altri, ha firmato insieme a Giacomo Russo Spena, un volume su Ada Colau. Scrive per diverse testate e conduce un programma in una storica radio libera barceloneta. Lo abbiamo incontrato per valutare alcuni aspetti del profondo dissidio Madrid-Barcellona.

Steven Forti, il gioco delle parti tra governo centrale spagnolo e quello catalano di Carles Puigdemont sta evolvendo nelle ultime settimane verso sviluppi imprevedibili. Una china molto seria, con l’avvio della procedura di applicazione dell’articolo 155 della Costituzione spagnola, che sarà votata venerdì in Senato, e che potrebbe portare alla sospensione più o meno integrale dell’autonomia di Barcellona. Quali le prospettive nell’immediato?
Era ovvio che il Premier Rajoy pensasse ad un’unica strada obbligata, ed arrivare ad applicare l’articolo 155. E quindi, risolversi a portare la questione in Consiglio dei Ministri era qualcosa di risaputo e non sorprendente. Lo si era capito nelle ultime settimane. Inoltre, vi è stato anche uno scambio di lettere tra governo regionale e quello centrale sulla questione che è apparso un po’ ottocentesco, dove però si lasciava intendere verso quale direzione il Presidente del Governo potesse andare.
Dal momento che il capo dell’esecutivo, Puigdemont, in due occasioni ha risposto in modo non chiaro su quello che era realmente accaduto il 10 ottobre nel Parlamento catalano, si rendeva evidente che, a quel punto, il Partido Popular al potere non poteva fare altrimenti. E questo, a causa delle posizioni su cui i due governi sono ambedue arroccati da tempo, del tutto schiavi delle loro – chiamiamole così – strategie.

Una vicenda di specchi, giochi e contromosse dove ancora non si ha chiarezza sullo sbocco finale, in cui si inseriscono due discorsi di Felipe VI, forse inevitabilmente, ma nettamente sbilanciati sulla posizione del “centro”, di Madrid.
I discorsi del Re sono molto rilevanti. E credo sia interessante tenere presenti insieme due cose: innanzitutto il recentissimo discorso del 19 ottobre in occasione della consegna dei premi Principe de Asturias, in cui il sovrano ha ribadito che la Catalogna è e sarà sempre parte della Spagna. Ciò si ricollega a quanto Felipe VI aveva affermato nell’altro discorso del 3 ottobre. Questo naturalmente rafforza il governo dei Popolari, legandoli strettamente l’uno all’altro.
Peraltro, pur essendo un esecutivo di minoranza, Rajoy ha la maggioranza assoluta al Senato. In più ha l’appoggio al cento per cento di Ciudadanos ed anche il sicuro sostegno dei Socialisti di Pedro Sánchez, per quanto vi siano alcune divergenze al loro interno su come applicare l’articolo 155. Infatti, la federazione catalana e quella delle Baleari sono molto critiche della linea della dirigenza del Psoe e vorrebbero che non ci fosse il “sì” all’articolo 155. Comunque sia, Sánchez e i socialisti su questo hanno posizioni coincidenti con i Popolari, non intendendo mettere in discussione l’unità della Spagna. Altra cosa importante: l’articolo 155 non è applicabile fino al momento del voto dell’aula del Senato di venerdì. Ma il discorso del Re, soprattutto quello del 3 ottobre, è stato importante anche per un’altra cosa: ha chiuso la strada a qualunque possibilità di intervento o mediazione internazionale. Ed ha avuto successo in questo.

Il Premier ha assunto una posizione nettamente di chiusura, una linea “spagnolista” a tutto tondo, dopo una opaca gestione della vicenda fino alle rudezze ai seggi da parte della Guardia Civil, il giorno del voto referendario. Un punto di non ritorno da parte del governo centrale che avocherà a sé tutte le competenze o Rajoy poi graduerà le opzioni – nonostante la bozza presentata sia estremamente rigida, cosa che ha spiazzato i socialisti – con una linea più soft?
Il discorso di Rajoy dell’altro giorno è stato molto duro e le conseguenze saranno serie: sebbene non si sospenderà formalmente l’autonomia catalana, salteranno le competenze locali sulla polizia, sulla tv pubblica catalana, poi si sospenderebbe il Presidente e gli assessori catalani, con l’intervento, di fatto, di una serie di commissari governativi, fino alla convocazione di nuove elezioni nella regione nel giro di sei mesi.  Il testo appena uscito è molto più pesante di quanto ci si attendesse.
Adesso c’è un margine di tempo di alcuni giorni per discutere, sebbene la bozza di mozione si collochi su una linea severa.  In Senato non ci saranno problemi: il Partido Popular ha la maggioranza assoluta e la mozione passerà senza problemi, con il sostegno aperto di Ciudadanos e socialisti, pur con i loro settori dubbiosi.

Un gioco estremamente pericoloso, dove ognuno fa le sue mosse.
Sì, tutto appare come una partita di poker, quasi una roulette russa. Il conflitto tra Barcellona e il centro madrileno si è andato intensificando moltissimo negli ultimi cinque anni e ancor di più nelle ultime settimane. Avviare la procedura dell’articolo 155 la vedo come una strategia del governo di Rajoy per obbligare il governo Puigdemont a fare comunque una mossa.
Ossia, a Madrid si vorrebbe che l’esecutivo catalano convocasse immediatamente nuove elezioni, il che vorrebbe dire convocare e svolgere legali elezioni regionali in Catalogna. Questo sarebbe come ritornare implicitamente dentro la legalità spagnola, dal momento che per convocarle ci si deve basare sulla legge nazionale spagnola, e non sulla legge approvata il mese scorso dal Parlamento catalano sul Referendum e la cosiddetta Transitorietà giuridica.
Questa ipotesi sarebbe e potrebbe essere perlomeno la soluzione per uscire da una incredibile impasse, che veramente potrebbe condurre verso il peggio. Purtroppo che accada ciò appare molto difficile: ci sono tensioni molto forti nella eterogenea compagine indipendentista, che comprende il governo di minoranza della coalizione Junts pel Sí, formato dai Democratici catalani (aderenti ai Liberali europei dell’Alde, dopo la rottura della alleanza con i democristiani e il crack di Convergencia i Unió, NdR) e da Esquerra Republicana de Catalunya, e che è appoggiato dalla Cup (il cartello anticapitalista di sinistra radicale).

Quale valutazione, invece, sulla condotta del Presidente regionale di Barcellona? Il leader ed i catalanisti pro indipendenza sono ormai prigionieri della retorica?
Bisognerà capire cosa accadrà nei prossimi giorni. Il governo catalano pare non abbia alcuna volontà di orientarsi verso nuove elezioni. Qui giocano a questa tattica suicida di azione/reazione: ossia provocare una reazione dello Stato spagnolo per poi cercare di avere un appoggio maggiore e più esteso da parte della società catalana al loro progetto.
Così come abbiamo visto il 1° ottobre, quando è sceso in strada non solo lo zoccolo duro indipendentista, o anche nella manifestazione dell’altro giorno per la libertà dei due dirigenti indipendentisti incarcerati lunedì scorso, Jordi Cuixart e Jordi Sànchez. Infatti, appoggiano queste manifestazioni persone che sono del tutto contrarie al governo del PP e, comunque gente che vuole difendere l’autonomia catalana, ma che non è direttamente pro-indipedenza.
Dunque, ripeto, il governo catalano di fatto ha una strategia suicida, dove dietro non c’è un vero progetto. Si vede che non ha chiaro né cosa fare, né come farlo. Sono degli irresponsabili.
D’alta parte il governo conservatore di Madrid sta facendo degli errori di calcolo molto gravi. La mozione è pesante, e la cosa contribuirà a far peggiorare le cose.
Tornando alla strategia del governo catalano, ci potrebbe essere la volontà – e vedremo in che termini e se poi accadrà davvero nelle prossime ore e giorni – di dichiarare unilateralmente l’indipendenza. Adesso c’è un dibattito interno, anche se non traspare chiaramente nella compagine indipendentista sul se e come farlo: con una dichiarazione in Parlamento regionale prima dell’applicazione dell’articolo 155? Con una dichiarazione istituzionale? Con un voto parlamentare? Questo scenario provocherebbe evidentemente un’altra reazione da parte del governo di Madrid, che poi alimenterebbe questo circolo improduttivo, dove le cose peggiorano sempre più.

Ormai non c’è più spazio per un recupero meditato di alcuni elementi delle miniriforme del tempo precedente all’agitazione indipendentista, per un diverso assetto statale, insieme a semplici modifiche dello Statuto regionale, non è così? La crescente spinta separatista e il nazionalismo madrileno hanno vanificato le tappe precedenti?
Sulla possibilità di avvio di una riforma istituzionale e dello Statuto, non credo vi sarà spazio in questi pochi giorni per una ipotesi che richiede dinamiche e tempi più rallentati.
Posso sbagliarmi, perché tutto cambia molto rapidamente, ma ritengo che, adesso, centrale è capire se in tutto questo ‘gioco’ il governo catalano intende muovere lui il primo passo, e dichiarare l’indipendenza e, se sì come; oppure orientarsi a convocare elezioni regionali e di che tipo, magari definendole “costituenti” o “plebiscitarie”.
Oppure dichiarando esplicitamente: “No, noi ora convochiamo elezioni costituenti perché non vogliamo essere più dentro la Costituzione e lo Stato spagnolo, ma seguiamo le leggi che abbiamo varato a settembre, le leggi di Transitorietà giuridica e di indizione del Referendum di autodeterminazione”. E peraltro sempre accettando come dati per buoni i risultati di questa consultazione. A questo punto, si vedrà che cosa farà il governo centrale e quale sarà la gradualità che deciderà di adottare nell’applicazione pratica dell’articolo 155.

La sindaca di Barcellona, Ada Colau, che proviene dai movimenti popolari dal basso, ha una posizione equilibrata e ragionevole. Quali i punti rilevanti di Barcelona en Comú e quelli di Pablo Iglesias con Podemos, peraltro sempre stabili ad un terzo posto nei sondaggi nazionali?
La Colau spinge per un vero dialogo. La sua posizione è: no al 155, no alla dichiarazione unilaterale di indipendenza; sì al dialogo reale ed ad una riforma vera e profonda del sistema spagnolo; ancora, un sì ad un referendum legale e vincolante concordato con lo Stato centrale.
La sindaca è favorevole, poi, a nuove elezioni in Catalogna ma a certe condizioni. Ha chiesto a tutti la massima calma, di cercare di ragionare politicamente. Aggiungendo che, in ogni caso, non dovranno essere elezioni convocate dallo Stato dopo l’applicazione dell’articolo 155, né portate avanti in un clima di così grande tensione. Anche Podemos è, sostanzialmente, sulla stessa linea d’onda.

Inés Arrimadas, la leader di Ciudadanos, i giovani liberal-centristi di C’s, ha ancora oggi sostenuto una alleanza trasversale antindipendentista.
Sì, la Arrimadas, in realtà, da tempo ripete la necessità di una sorta di fronte unionista, che più propriamente definirei il gruppo dei partiti non indipendentisti: PP, Psoe e Ciudadanos. Per lei, è poi molto conveniente farlo, perché il suo partito è il più forte in Catalogna, avendo più voti, e, anche se dovranno discutere, è la candidata naturale a guidarlo. Peraltro, i sondaggi di oggi la confortano: in Catalogna, con la sua linea molto dura verso i separatisti, C’s perderebbe solo qualche seggio a favore dei socialisti, mentre a livello nazionale ne guadagnerebbe molti a spese dei Popolari.

Intanto, si va precisando il calendario e si corre in direzione di un terreno inesplorato. E tutto accadrà questa settimana…
Sì, sono oramai giorni chiave per la Catalogna e la Spagna: martedì si forma la Commissione senatoriale per l’esame della proposta governativa, giovedì questa sarà votata, tra mercoledì e giovedì si vocifera della possibile apparizione del leader Puigdemont in Commissione. Il quale medita addirittura di presentarsi a in aula a Madrid venerdì, durante il voto in Senato. Giovedì peraltro, ci sarà soprattutto la incognita totale: la sessione del Parlamento di Barcellona, in cui forse si proclamerà la dichiarazione unilaterale di indipendenza.
Le ultime notizie, infine, sono che il PP nelle scorse ore, pur riconfermando di voler sottoporre alla Commissione un testo molto duro per l’applicazione dell’articolo 155, ha però lasciato una porta aperta: i Popolari potrebbero addivenire ad un 155 “light” qualora non vi fosse la dichiarazione di indipendenza e, forse, nemmeno la sua applicazione pratica. Ma solo, però, se Puigdemont decidesse di indire le nuove elezioni catalane in un quadro legale.

Roberto Pagano

Elezioni in Germania, parla l’Ambasciatore in Italia

bandiera tedesca votoUn panorama politico-parlamentare del tutto inedito in Germania. Tra l’altro, a parte i sorprendenti risultati che vedono la presenza contemporanea di ben sei robusti gruppi parlamentari e la conferma della primazia, seppur indebolita, di Angela Merkel, si può sottolineare come il nuovo Bundestag, per il meccanismo di rappresentanza “mobile” tra mandati diretti e non, ha raggiunto questo 24 settembre il suo massimo numero di seggi: ben 706.

Mentre si profilava il clamoroso debutto di Alternative für Deutschland – e per di più come nuovo terzo gruppo parlamentare con circa il 13% e oltre 60 deputati – , e andava confermandosi la discesa elettorale parallela dei grandi partiti della Grosse Koalition, l’Unione democristiana Cdu/Csu della Cancelliera Merkel (-8%) e dei socialdemocratici di Martin Schulz – che registrano il peggior risultato dal dopoguerra con il 20,5% e soli 146 seggi – abbiamo ascoltato l’opinione della Ambasciatrice della Repubblica federale in Italia, signora Susanne Wasum-Rainer, in precedenza con lo stesso incarico a Parigi e, da settembre 2015, nel nostro Paese.

ambasciatore tedesca

Susanne Wasum-Rainer

Ambasciatore Susanne Wasum-Rainer, non le chiederò ovviamente delle valutazioni strettamente politiche ma una sua impressione a caldo, sui primi risultati e sulla variopinta ed inedita, nuova composizione del Bundestag.
“Probabilmente ci saranno molti cambiamenti, ed anche dei momenti difficili. Nel nostro Parlamento, nel Bundestag, arrivano dei nuovi partiti. Aspettiamo i risultati finali e poi che si aprano i negoziati tra le forze politiche. Vedremo solo allora che tipo di governo nascerà. Vedo, personalmente, dal mio punto di vista, una situazione complessa e sicuramente nelle trattative non semplici. Noto, peraltro, diversi aspetti complicati della situazione.”

Debutta con queste elezioni nell’assemblea parlamentare di Berlino un nuovo partito, per la prima volta con caratteri nettamente nazionalistici e populisti. A parte, la presenza, in passato, dell’Npd che rischiò già nel 1969 di entrare al Bundestag, e dei Republikaner in alcuni parlamenti regionali. Cosa ne pensa?
“Certamente non era pensabile che la Germania potesse essere immune da questi nuovi fenomeni politici, da questi movimenti e partiti populisti, mentre ogni altro paese ne è variamente affetto. Gli elettori tedeschi hanno comunque deciso e la partecipazione al voto è stata buona. Posso dire che abbiamo questo risultato. Dobbiamo riconoscerlo e conviverci. Avremo forse momenti difficili, ma confido che sapremo superarli”.

Roberto Pagano