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Roberto Pagano

Camporini, in politica estera nulla di nuovo

Vincenzo-Camporini

Trascorse pochissime settimane dalla entrata in carica del nuovo governo italiano giallo-verde e dopo la Ministeriale dell’Alleanza Atlantica dell’inizio del mese scorso, ed il successivo lunedì 9 in cui si è svolta la visita in Italia del Segretario Generale della Nato, Jens Stoltenberg, possono essere messi in evidenza alcuni punti in un settore cruciale dell’azione dellesecutivo.

In particolare, i rapporti tra lItalia e la Nato. Qui, dopo aver assistito ad una campagna elettorale frizzante ma aspra, con dichiarazioni anche sorprendenti ed azzardate da parte di alcuni esponenti della nuova coalizione riguardo la politica estera e di difesa del nostro Paese, questa appare, invece, essere in piena continuità con i precedenti e tradizionali orientamenti.

Riesaminando l’incontro, definito eccellente, tra Conte e il Segretario Generale Nato, anzi svoltosi in un clima di grande amicalità reciproca, in realtà, accanto ad una evidente continuità erano emersi dei sottotesti ed echi della battaglia per le Politiche: ad esempio il ventilato disimpegno dalla missione ‘Resolute Support’ in Afghanistan e anche dall’Iraq; la revisione dei rapporti o quantomeno la riduzione delle sanzioni alla Federazione Russa; la richiesta di un maggiore impegno sul fronte Sud del Mediterraneo e più intensi rapporti Nato-Ue, in funzione di sostegno alle azioni più risolute anti-tratta umana del nuovo esecutivo italiano.

Ne abbiamo parlato con il Generale Vincenzo Camporini, Vice Presidente dello IAI, l’Istituto Affari Internazionali, e già Capo di Stato Maggiore della Difesa.

Quale la sua valutazione di questi primi passi, Generale Camporini?
Partendo dai questi primi contatti tra nuovo governo e Nato sottolineo che, nei giorni della visita di Stoltenberg in Italia, mi trovavo all’estero ma ho letto alcuni resoconti giornalistici, da cui posso dire di essere rimasto piacevolmente sorpreso, perché ho riscontrato una assoluta continuità nelle politiche seguite fin qui nei confronti dell’Alleanza Atlantica con la conferma degli impegni assunti. La disponibilità italiana rimane inalterata e non sono stati sollevati particolari contenziosi. La stessa questione dei rapporti con la Russia è rimasta la consueta: il rigetto delle azioni compiute da Mosca nel recente passato, in Ucraina ma non solo, e contemporaneamente la volontà di dialogo per ritrovare un punto di intesa. Mi pare che Stoltenberg sia ripartito da Roma soddisfatto. Mi sembra che nulla di quel che veniva paventato, vista la campagna elettorale e quel che era scritto nel programma di governo, è stato delineato in modo tale da dispiacere e all’ospite e alla Nato.

Quindi una sostanziale conferma della politica estera italiana, tranne qualche accenno riguardo la questione dei rapporti con la Russia con la doppia chiave: fermezza nei principi e rispetto degli standard democratici, ma dialogo in tutti i settori?
Sì, anche perché il rapporto con la Russia deve essere sicuramente rimesso sui binari. Il comportamento del Presidente Putin nei confronti dell’Ucraina oggettivamente non può essere accettato. Si potrebbe discutere a lungo su quello che è accaduto e sta accadendo nel Donbass e l’attribuzione delle responsabilità all’uno o all’altro, però è un dato di fatto che se c’è una resistenza in quell’area, se è in atto una guerra civile, è anche perché ci sono alcuni attori che godono – diciamo – come minimo delle simpatie di Mosca. Qualcosa di non accettabile.

Ricordiamo, infatti, il punto di scontro fondamentale avvenuto nel 2014, con l’annessione ed il successivo referendum sullo status della Crimea…
Sì, certo, ed è chiaro, peraltro, che il rapporto con la Russia è da ripristinare e recuperare. Le sfide che aspettano nel futuro il mondo occidentale, con le spinte che vengono dal Sud con le migrazioni, o l’attivismo cinese, o altri elementi ancora, non possono essere affrontate se non c’è un rapporto di collaborazione tra Russia e Occidente, cosa che è nell’interesse di entrambi. E non è in questo che qualcuno ci guadagna di più ed altri meno. La Russia da sola è destinata a soccombere e l’Europa da sola non conta più nulla.

Erano state messe in evidenza l’esigenza e la speranza che nei prossimi giorni, prima del vertice Nato dei Capi di stato e di Governo, di Bruxelles dell’11-12 luglio fosse pronto il cosiddetto hub di Napoli. Una attenzione – a quanto è sembrato – molto sollecitata sia dall’M5S che dalla Lega, unitamente ad una maggiore e più intensa cooperazione tra Nato e Unione Europea, che dovrebbe rappresentare un simbolico impegno e supporto alla linea del governo italiano per una intensificazione della lotta alla tratta di esseri umani. Si tratta di una attenzione al Mediterraneo molto più marcata, più ‘Mediterraneocentrica’, diremmo. Lei che ne pensa?
Bene, anche qui direi: nulla di nuovo. Se andiamo a vedere il documento conclusivo, il comunicato finale del vertice di Varsavia si parla di una Nato che deve essere pronta a operare a 360°, non soltanto verso l’Est, ma anche verso il Sud e con un controllo attivo di quello che accade nell’Atlantico, elemento chiave nella strategia dell’Alleanza. Per quanto concerne l’attenzione verso il Sud, la costituzione di questo ente nuovo con il comando di Lago Patria, presso Napoli, era già stato sollecitato in modo molto determinato dall’Italia, anche dal governo precedente. Questo hub ha il compito di stimolare e monitorare la collaborazione con i Paesi della sponda Sud del Mediterraneo. Ripeto, è una politica che è in atto da tempo, in cui – se vogliamo – ci sono veramente solo delle sfumature, perché la Nato ha preso atto di questa esigenza. Alcuni paesi la avvertono con meno intensità, come i paesi del Nord-Est, così come noi avvertiamo, invece, con minore preoccupazione il rafforzamento della Nato verso quell’area.

Soprattutto alla zona dei paesi Baltici, che sono particolarmente sensibili alla presenza confinante…
Nel passato abbiamo dato prove di attenzione e disponibilità, schierando anche le nostre forze e partecipando per due volte al pattugliamento dei cieli nel Baltico con i nostri velivoli da combattimento. Per cui possiamo dire che c’è una continuità tra passato e presente che tranquillizza, per certi versi. Mi auguro che questa continuità non sia soltanto nelle parole dei colloqui in cui si cerca di non dispiacere l’interlocutore.

Roberto Pagano

Nato-Italia. Dietro la facciata restano i nodi al pettine

Visit by the NATO Secretary General to Italy

Un giro di orizzonte molto interessante, un incontro “eccellente”. Queste le parole del Segretario Generale della Nato dopo il faccia a faccia con il nuovo Premier italiano, Giuseppe Conte.

La visita di due giorni in Italia di Jens Stoltenberg, domenica e lunedì appena trascorsi, ha così registrato il primo contatto diretto tra Bruxelles ed i massimi esponenti del nuovo esecutivo M5S-Lega, che diverse preoccupazioni, specie per estemporanee sortite di alcuni dirigenti politici in campagna elettorale, aveva, non soltanto sotterraneamente, suscitato nel quartier generale di Bruxelles, come anche oltreoceano.

A Palazzo Chigi, nelle dichiarazioni alla stampa, si sono, invece, ascoltati molti, reciproci complimenti. Dal Segretario della Nato a Conte per l’alto incarico ricevuto, e per essere stato rassicurato sulla conferma da parte italiana del significativo ruolo di Roma nell’Alleanza Atlantica, con soprattutto la riaffermazione degli obblighi assunti.

Dal Presidente del Consiglio a Stoltenberg per l’attenzione ed il riconoscimento da parte Nato della professionalità dei nostri militari protagonisti nei diversi teatri e missioni, specie in Kosovo, così come per l’impegno di Roma, in via di puntualizzazione, ad adeguare il contributo finanziario all’organizzazione. Una sollecitazione, quest’ultima, peraltro giunta nuovamente ed in forma frizzante quanto ruvida, via Twitter e non solo, dopo il burrascoso G-7 canadese, a tutti i 28 alleati dal Presidente statunitense, Donald Trump.

Nelle dichiarazioni alla stampa, però, emergeva naturalmente una serie di sottotesti, ben oltre la riaffermazione di una efficace difesa alleata rispetto alle minacce globali del terrorismo internazionale e l’auspicio concorde che l’’hub’ regionale Nato per il Fronte Sud, il JFC di Napoli, possa essere pienamente operativo prima del prossimo vertice dell’Alleanza, fissato l’11-12 luglio nella nuova sede brussellese.

In effetti, le questioni reali da affrontare tra le due parti, verificando il grado di comprensione ed eventuali dissensi, erano sostanzialmente tre: la questione di un eventuale disimpegno italiano dall’Afghanistan, così come adombrato in vari momenti pre-elettorali da alcuni militanti grillini di alto rango (una poco chiara “revisione” di ‘Resolute Support’, ma anche della nostra presenza in Iraq).

In secondo luogo, la ripetuta richiesta di Lega e Cinque stelle di una riduzione, più o meno selettiva fino al superamento, delle sanzioni imposte alla Federazione Russa – esplicitata in modo soft nelle dichiarazioni programmatiche in Parlamento del Premier Conte, ma ben più nettamente nel ‘Contratto di governo’ tra i due partner governativi.

Ancora, la esigenza di porre la massima attenzione al bacino del Mediterraneo, con l’auspicio pressante – a quanto si registra – del nuovo governo giallo-verde di una piena assunzione di responsabilità ed un più alto grado di cooperazione tra Nato ed Unione europea, in direzione della lotta al traffico di esseri umani e, dunque, di solidarietà e supporto alle difficoltà di Roma nel dissuadere al massimo l’attività migratoria, specie nei mesi estivi, dal Nord Africa verso le coste italiane.

Stoltenberg ha mostrato apertura e disponibilità sui temi proposti, ma riguardo i rapporti Nato-Mosca, deterioratisi grandemente a partire dalla vicenda dello status della Crimea del 2014, ha puntualizzato di voler sempre operare in direzione dell’approccio stabilito a suo tempo. Quindi, dosando opportunamente la doppia chiave comune per riaprire ed intensificare il dialogo con il Cremlino, ricordata ed apprezzata anche dal Presidente del Consiglio italiano: rigore e “fermezza” nella difesa dei principii essenziali degli standard democratici non rispettati – secondo gli alleati occidentali – da Mosca, e contemporanea apertura di tutti i canali di comunicazione e dialogo per migliorare le relazioni bilaterali (e segnatamente quelle commerciali – e della “società civile” per Conte – a cui i due alleati del governo di Roma tengono molto) e multilaterali dei 29 con la Russia.

Il Segretario Generale della Nato, nel suo giro di colloqui nella Penisola, si era incontrato con il nuovo titolare degli Esteri, il tecnico ben conosciuto a livello internazionale e già agli Affari Europei con il governo Monti, Enzo Moavero Milanesi, e dopo il vertice con Conte, a Via XX Settembre, con la neo Ministro della Difesa, Elisabetta Trenta ed il Capo di Stato Maggiore, Generale Claudio Graziano, ed i vertici militari, peraltro già visti in ‘prima assoluta’ alla Ministeriale dell’Alleanza dello scorso venerdì 8, in Belgio. Per comprendere quali tra le issues particolarmente care al nuovo esecutivo di Roma avranno un concreto seguito, al momento, bisognerà soltanto attendere la riunione di luglio dei Capi di Stato e di Governo della Nato.

Roberto Pagano

Steven Forti: in Catalogna gioco pericoloso

Catalogna

Steven Forti risiede da diversi anni a Barcellona, è ricercatore presso l’Instituto de Història Contemporânea dell’Universidade Nova a Lisbona, ed insegna Storia contemporanea all’Universitat Autònoma di Barcellona. Si è occupato del massimalismo socialista e di Nicola Bombacci, e, tra gli altri, ha firmato insieme a Giacomo Russo Spena, un volume su Ada Colau. Scrive per diverse testate e conduce un programma in una storica radio libera barceloneta. Lo abbiamo incontrato per valutare alcuni aspetti del profondo dissidio Madrid-Barcellona.

Steven Forti, il gioco delle parti tra governo centrale spagnolo e quello catalano di Carles Puigdemont sta evolvendo nelle ultime settimane verso sviluppi imprevedibili. Una china molto seria, con l’avvio della procedura di applicazione dell’articolo 155 della Costituzione spagnola, che sarà votata venerdì in Senato, e che potrebbe portare alla sospensione più o meno integrale dell’autonomia di Barcellona. Quali le prospettive nell’immediato?
Era ovvio che il Premier Rajoy pensasse ad un’unica strada obbligata, ed arrivare ad applicare l’articolo 155. E quindi, risolversi a portare la questione in Consiglio dei Ministri era qualcosa di risaputo e non sorprendente. Lo si era capito nelle ultime settimane. Inoltre, vi è stato anche uno scambio di lettere tra governo regionale e quello centrale sulla questione che è apparso un po’ ottocentesco, dove però si lasciava intendere verso quale direzione il Presidente del Governo potesse andare.
Dal momento che il capo dell’esecutivo, Puigdemont, in due occasioni ha risposto in modo non chiaro su quello che era realmente accaduto il 10 ottobre nel Parlamento catalano, si rendeva evidente che, a quel punto, il Partido Popular al potere non poteva fare altrimenti. E questo, a causa delle posizioni su cui i due governi sono ambedue arroccati da tempo, del tutto schiavi delle loro – chiamiamole così – strategie.

Una vicenda di specchi, giochi e contromosse dove ancora non si ha chiarezza sullo sbocco finale, in cui si inseriscono due discorsi di Felipe VI, forse inevitabilmente, ma nettamente sbilanciati sulla posizione del “centro”, di Madrid.
I discorsi del Re sono molto rilevanti. E credo sia interessante tenere presenti insieme due cose: innanzitutto il recentissimo discorso del 19 ottobre in occasione della consegna dei premi Principe de Asturias, in cui il sovrano ha ribadito che la Catalogna è e sarà sempre parte della Spagna. Ciò si ricollega a quanto Felipe VI aveva affermato nell’altro discorso del 3 ottobre. Questo naturalmente rafforza il governo dei Popolari, legandoli strettamente l’uno all’altro.
Peraltro, pur essendo un esecutivo di minoranza, Rajoy ha la maggioranza assoluta al Senato. In più ha l’appoggio al cento per cento di Ciudadanos ed anche il sicuro sostegno dei Socialisti di Pedro Sánchez, per quanto vi siano alcune divergenze al loro interno su come applicare l’articolo 155. Infatti, la federazione catalana e quella delle Baleari sono molto critiche della linea della dirigenza del Psoe e vorrebbero che non ci fosse il “sì” all’articolo 155. Comunque sia, Sánchez e i socialisti su questo hanno posizioni coincidenti con i Popolari, non intendendo mettere in discussione l’unità della Spagna. Altra cosa importante: l’articolo 155 non è applicabile fino al momento del voto dell’aula del Senato di venerdì. Ma il discorso del Re, soprattutto quello del 3 ottobre, è stato importante anche per un’altra cosa: ha chiuso la strada a qualunque possibilità di intervento o mediazione internazionale. Ed ha avuto successo in questo.

Il Premier ha assunto una posizione nettamente di chiusura, una linea “spagnolista” a tutto tondo, dopo una opaca gestione della vicenda fino alle rudezze ai seggi da parte della Guardia Civil, il giorno del voto referendario. Un punto di non ritorno da parte del governo centrale che avocherà a sé tutte le competenze o Rajoy poi graduerà le opzioni – nonostante la bozza presentata sia estremamente rigida, cosa che ha spiazzato i socialisti – con una linea più soft?
Il discorso di Rajoy dell’altro giorno è stato molto duro e le conseguenze saranno serie: sebbene non si sospenderà formalmente l’autonomia catalana, salteranno le competenze locali sulla polizia, sulla tv pubblica catalana, poi si sospenderebbe il Presidente e gli assessori catalani, con l’intervento, di fatto, di una serie di commissari governativi, fino alla convocazione di nuove elezioni nella regione nel giro di sei mesi.  Il testo appena uscito è molto più pesante di quanto ci si attendesse.
Adesso c’è un margine di tempo di alcuni giorni per discutere, sebbene la bozza di mozione si collochi su una linea severa.  In Senato non ci saranno problemi: il Partido Popular ha la maggioranza assoluta e la mozione passerà senza problemi, con il sostegno aperto di Ciudadanos e socialisti, pur con i loro settori dubbiosi.

Un gioco estremamente pericoloso, dove ognuno fa le sue mosse.
Sì, tutto appare come una partita di poker, quasi una roulette russa. Il conflitto tra Barcellona e il centro madrileno si è andato intensificando moltissimo negli ultimi cinque anni e ancor di più nelle ultime settimane. Avviare la procedura dell’articolo 155 la vedo come una strategia del governo di Rajoy per obbligare il governo Puigdemont a fare comunque una mossa.
Ossia, a Madrid si vorrebbe che l’esecutivo catalano convocasse immediatamente nuove elezioni, il che vorrebbe dire convocare e svolgere legali elezioni regionali in Catalogna. Questo sarebbe come ritornare implicitamente dentro la legalità spagnola, dal momento che per convocarle ci si deve basare sulla legge nazionale spagnola, e non sulla legge approvata il mese scorso dal Parlamento catalano sul Referendum e la cosiddetta Transitorietà giuridica.
Questa ipotesi sarebbe e potrebbe essere perlomeno la soluzione per uscire da una incredibile impasse, che veramente potrebbe condurre verso il peggio. Purtroppo che accada ciò appare molto difficile: ci sono tensioni molto forti nella eterogenea compagine indipendentista, che comprende il governo di minoranza della coalizione Junts pel Sí, formato dai Democratici catalani (aderenti ai Liberali europei dell’Alde, dopo la rottura della alleanza con i democristiani e il crack di Convergencia i Unió, NdR) e da Esquerra Republicana de Catalunya, e che è appoggiato dalla Cup (il cartello anticapitalista di sinistra radicale).

Quale valutazione, invece, sulla condotta del Presidente regionale di Barcellona? Il leader ed i catalanisti pro indipendenza sono ormai prigionieri della retorica?
Bisognerà capire cosa accadrà nei prossimi giorni. Il governo catalano pare non abbia alcuna volontà di orientarsi verso nuove elezioni. Qui giocano a questa tattica suicida di azione/reazione: ossia provocare una reazione dello Stato spagnolo per poi cercare di avere un appoggio maggiore e più esteso da parte della società catalana al loro progetto.
Così come abbiamo visto il 1° ottobre, quando è sceso in strada non solo lo zoccolo duro indipendentista, o anche nella manifestazione dell’altro giorno per la libertà dei due dirigenti indipendentisti incarcerati lunedì scorso, Jordi Cuixart e Jordi Sànchez. Infatti, appoggiano queste manifestazioni persone che sono del tutto contrarie al governo del PP e, comunque gente che vuole difendere l’autonomia catalana, ma che non è direttamente pro-indipedenza.
Dunque, ripeto, il governo catalano di fatto ha una strategia suicida, dove dietro non c’è un vero progetto. Si vede che non ha chiaro né cosa fare, né come farlo. Sono degli irresponsabili.
D’alta parte il governo conservatore di Madrid sta facendo degli errori di calcolo molto gravi. La mozione è pesante, e la cosa contribuirà a far peggiorare le cose.
Tornando alla strategia del governo catalano, ci potrebbe essere la volontà – e vedremo in che termini e se poi accadrà davvero nelle prossime ore e giorni – di dichiarare unilateralmente l’indipendenza. Adesso c’è un dibattito interno, anche se non traspare chiaramente nella compagine indipendentista sul se e come farlo: con una dichiarazione in Parlamento regionale prima dell’applicazione dell’articolo 155? Con una dichiarazione istituzionale? Con un voto parlamentare? Questo scenario provocherebbe evidentemente un’altra reazione da parte del governo di Madrid, che poi alimenterebbe questo circolo improduttivo, dove le cose peggiorano sempre più.

Ormai non c’è più spazio per un recupero meditato di alcuni elementi delle miniriforme del tempo precedente all’agitazione indipendentista, per un diverso assetto statale, insieme a semplici modifiche dello Statuto regionale, non è così? La crescente spinta separatista e il nazionalismo madrileno hanno vanificato le tappe precedenti?
Sulla possibilità di avvio di una riforma istituzionale e dello Statuto, non credo vi sarà spazio in questi pochi giorni per una ipotesi che richiede dinamiche e tempi più rallentati.
Posso sbagliarmi, perché tutto cambia molto rapidamente, ma ritengo che, adesso, centrale è capire se in tutto questo ‘gioco’ il governo catalano intende muovere lui il primo passo, e dichiarare l’indipendenza e, se sì come; oppure orientarsi a convocare elezioni regionali e di che tipo, magari definendole “costituenti” o “plebiscitarie”.
Oppure dichiarando esplicitamente: “No, noi ora convochiamo elezioni costituenti perché non vogliamo essere più dentro la Costituzione e lo Stato spagnolo, ma seguiamo le leggi che abbiamo varato a settembre, le leggi di Transitorietà giuridica e di indizione del Referendum di autodeterminazione”. E peraltro sempre accettando come dati per buoni i risultati di questa consultazione. A questo punto, si vedrà che cosa farà il governo centrale e quale sarà la gradualità che deciderà di adottare nell’applicazione pratica dell’articolo 155.

La sindaca di Barcellona, Ada Colau, che proviene dai movimenti popolari dal basso, ha una posizione equilibrata e ragionevole. Quali i punti rilevanti di Barcelona en Comú e quelli di Pablo Iglesias con Podemos, peraltro sempre stabili ad un terzo posto nei sondaggi nazionali?
La Colau spinge per un vero dialogo. La sua posizione è: no al 155, no alla dichiarazione unilaterale di indipendenza; sì al dialogo reale ed ad una riforma vera e profonda del sistema spagnolo; ancora, un sì ad un referendum legale e vincolante concordato con lo Stato centrale.
La sindaca è favorevole, poi, a nuove elezioni in Catalogna ma a certe condizioni. Ha chiesto a tutti la massima calma, di cercare di ragionare politicamente. Aggiungendo che, in ogni caso, non dovranno essere elezioni convocate dallo Stato dopo l’applicazione dell’articolo 155, né portate avanti in un clima di così grande tensione. Anche Podemos è, sostanzialmente, sulla stessa linea d’onda.

Inés Arrimadas, la leader di Ciudadanos, i giovani liberal-centristi di C’s, ha ancora oggi sostenuto una alleanza trasversale antindipendentista.
Sì, la Arrimadas, in realtà, da tempo ripete la necessità di una sorta di fronte unionista, che più propriamente definirei il gruppo dei partiti non indipendentisti: PP, Psoe e Ciudadanos. Per lei, è poi molto conveniente farlo, perché il suo partito è il più forte in Catalogna, avendo più voti, e, anche se dovranno discutere, è la candidata naturale a guidarlo. Peraltro, i sondaggi di oggi la confortano: in Catalogna, con la sua linea molto dura verso i separatisti, C’s perderebbe solo qualche seggio a favore dei socialisti, mentre a livello nazionale ne guadagnerebbe molti a spese dei Popolari.

Intanto, si va precisando il calendario e si corre in direzione di un terreno inesplorato. E tutto accadrà questa settimana…
Sì, sono oramai giorni chiave per la Catalogna e la Spagna: martedì si forma la Commissione senatoriale per l’esame della proposta governativa, giovedì questa sarà votata, tra mercoledì e giovedì si vocifera della possibile apparizione del leader Puigdemont in Commissione. Il quale medita addirittura di presentarsi a in aula a Madrid venerdì, durante il voto in Senato. Giovedì peraltro, ci sarà soprattutto la incognita totale: la sessione del Parlamento di Barcellona, in cui forse si proclamerà la dichiarazione unilaterale di indipendenza.
Le ultime notizie, infine, sono che il PP nelle scorse ore, pur riconfermando di voler sottoporre alla Commissione un testo molto duro per l’applicazione dell’articolo 155, ha però lasciato una porta aperta: i Popolari potrebbero addivenire ad un 155 “light” qualora non vi fosse la dichiarazione di indipendenza e, forse, nemmeno la sua applicazione pratica. Ma solo, però, se Puigdemont decidesse di indire le nuove elezioni catalane in un quadro legale.

Roberto Pagano

Elezioni in Germania, parla l’Ambasciatore in Italia

bandiera tedesca votoUn panorama politico-parlamentare del tutto inedito in Germania. Tra l’altro, a parte i sorprendenti risultati che vedono la presenza contemporanea di ben sei robusti gruppi parlamentari e la conferma della primazia, seppur indebolita, di Angela Merkel, si può sottolineare come il nuovo Bundestag, per il meccanismo di rappresentanza “mobile” tra mandati diretti e non, ha raggiunto questo 24 settembre il suo massimo numero di seggi: ben 706.

Mentre si profilava il clamoroso debutto di Alternative für Deutschland – e per di più come nuovo terzo gruppo parlamentare con circa il 13% e oltre 60 deputati – , e andava confermandosi la discesa elettorale parallela dei grandi partiti della Grosse Koalition, l’Unione democristiana Cdu/Csu della Cancelliera Merkel (-8%) e dei socialdemocratici di Martin Schulz – che registrano il peggior risultato dal dopoguerra con il 20,5% e soli 146 seggi – abbiamo ascoltato l’opinione della Ambasciatrice della Repubblica federale in Italia, signora Susanne Wasum-Rainer, in precedenza con lo stesso incarico a Parigi e, da settembre 2015, nel nostro Paese.

ambasciatore tedesca

Susanne Wasum-Rainer

Ambasciatore Susanne Wasum-Rainer, non le chiederò ovviamente delle valutazioni strettamente politiche ma una sua impressione a caldo, sui primi risultati e sulla variopinta ed inedita, nuova composizione del Bundestag.
“Probabilmente ci saranno molti cambiamenti, ed anche dei momenti difficili. Nel nostro Parlamento, nel Bundestag, arrivano dei nuovi partiti. Aspettiamo i risultati finali e poi che si aprano i negoziati tra le forze politiche. Vedremo solo allora che tipo di governo nascerà. Vedo, personalmente, dal mio punto di vista, una situazione complessa e sicuramente nelle trattative non semplici. Noto, peraltro, diversi aspetti complicati della situazione.”

Debutta con queste elezioni nell’assemblea parlamentare di Berlino un nuovo partito, per la prima volta con caratteri nettamente nazionalistici e populisti. A parte, la presenza, in passato, dell’Npd che rischiò già nel 1969 di entrare al Bundestag, e dei Republikaner in alcuni parlamenti regionali. Cosa ne pensa?
“Certamente non era pensabile che la Germania potesse essere immune da questi nuovi fenomeni politici, da questi movimenti e partiti populisti, mentre ogni altro paese ne è variamente affetto. Gli elettori tedeschi hanno comunque deciso e la partecipazione al voto è stata buona. Posso dire che abbiamo questo risultato. Dobbiamo riconoscerlo e conviverci. Avremo forse momenti difficili, ma confido che sapremo superarli”.

Roberto Pagano