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Roberto Sajeva

Bonino, attacco all’acqua e la fame di Moloch

Esiste un ormai consolidato complesso d’inferiorità socialista verso i radicali.
I radicali sono spesso vissuti come dei…socialisti compiuti…affrancati dal totem della giustizia sociale e dal tabù sul libero mercato (quello vero, the jungle). Privati dunque dei feticci storici e ideologici che (Proudhon o non Proudhon) ci incatenerebbero ancora a un massimalismo totalitario, per quanto temperato o solo dissimulato dal riformismo. All’interno di quest’ottica i radicali ci appaiono come dei Supersocialisti al di là del Sociale e del Liberale. Ovviamente è un’assurdità. Un equivoco.
A mio parere, più in generale, la radice di questo complesso sta tutta nel trauma di essere sopravvissuti al Diluvio, di essere una civiltà atlantidea sommersa, sopravvissuta in ridotte roccaforti azteche alla periferia del mondo.
Mondo, quello secondorepubblicano, in cui i radicali, checché ne dicano, sguazzano (fin troppo) bene, lodati dalle (decadenti) élite giornalistiche e industriali, sofferti dai nostri (intimiditi) assassini e vituperati dai nostri nemici della (cosiddetta e residuata) Reazione. Li guardiamo e sogniamo di essere accettati e temuti come loro.
È un fenomeno parallelo, e complementare, a ‘sta storia ormai ridicola del socialismo europeo, mera espressione geografica che fa da lavanderia per diessini e da foglia di fico per i nostri complessi.
La Crisi dei ceti medi, dei quali estensione e forza furon frutto del lavoro di Nenni e di Craxi, ha scompaginato tutto, non basta più l’appello “Laicità über alles” ed è proprio perché c’è stata la Crisi che molti giovani socialisti hanno abbandonato l’innamoramento rosapugnista. “Ah, de’ verd’anni miei sogni e bugiarde larve, se troppo vi credei l’incanto ora disparve.”
Era avvenuta un torsione del socialismo italiano, i punti di Fiuggi dell’anno Uno avanti Crisi son divenuti, nell’insieme, pericolosi. Servirà una revisione, e i radicali potranno essere ancora compagni di viaggio quando smetteremo di caricarli dei nostri complessi.
La lista Insieme, o almeno il PSI, deve allora riuscire a farsi credibile opportunità culturale per la restaurazione della sinistra, non solo nell’opposizione ai “barbari”, ma anche in alternativa agli equivoci interni della coalizione.

+Europa non rappresenta i radicali. Non metterò bocca sulle guerre stellari della Galassia Radicale né voglio (in questo articolo) far troppe digressioni sulle torsioni boniniste del pannellanesimo; vorrei però iniziare un ragionamento da un vecchio comizio di Pannella (lo trovate su radioradicale.it).
In quel comizio, partendo sì dalle baby pensioni ma arrivando (già nell’87) ai settantenni, Pannella urlò alla folla “la pensione che era una battaglia di liberazione, sessant’anni fa, oggi rischia di essere una condanna alla morte civile di donne e uomini che hanno il diritto e la fierezza e la capacità di lavorare”. Non mi fa venire i brividi. Perché nella sua oratoria…evangelico-leninista(?), Pannella non compiva così una resa all’evidenza di una realtà antiumana, né all’esigenza di disumanizzazione del lavoro; era un appello, per quanto paradossale e discutibile, proprio a una nuova dimensione di responsabilità, all’interno di un pensiero molto maturo, che sfidava gli elettori puntando sulle intelligenze, provando a convincerli, convincerli a convertirsi a quella nuova e matura dimensione. Bonino (specularmente a Grillo) intima invece una resa all’evidenza e all’esigenza: arrendetevi, siete circondati. Circondati dal debito pubblico, dallo spread, dalla disoccupazione, dalle potenze emergenti, dagli immigrati e via cantando.
Bisogna arrendersi al blocco della spesa pubblica (gli stati son come famiglie, e allora di metafora in metafora perché non aziende, trop berlusconesque? Tristi tropi), arrendersi alle speculazioni finanziarie (that’s the freedom, baby!), arrendersi alla concorrenza sleale degli emergenti (al limite, se l’incanalamento capitalista s’inceppa nel cammino civilizzatore, ci sono le rivoluzioni colorate)…sei intelligente se ti arrendi, se cerchi altre soluzioni sei stupido e resistance is futile, come dicono i Borg, alieni cibernetici di Star Trek. Non è questa una sfida alle intelligenze, è cinismo e bullismo.
Cinismo, ma anche fiera delle banalità (come notava giustamente il compagno Pierini). A cominciare dal discorso boniniano sulla scuola, l’ennesimo consiglio ai giovani a dedicarsi a studi funzionali, l’ennesima triviale messa in contrapposizione fra ingegneria e latino, l’ennesimo consiglio ad arrendersi agli automatismi, altra declinazione della resa all’evidenza e all’esigenza. Sei intelligente, nel senso di accorto, se studi, anzi ti formi, per lavorare; se studi per vagheggiamenti fuori mercato e non brevettabili allora sei uno stupido, nel senso di illuso.
Addentrandoci nei cardini della proposta +europea, la questione fiscale. Una dichiarazione di guerra ai soliti ceti medi e ai proverbiali sconfitti dalla globalizzazione.
Riduzione IRPEF e IRES, la cui copertura è trovata in buona parte nella soppressione dell’aliquota IVA al 10% per portare al 22%, oltre alcune riqualificazioni edilizie e molti servizi di hotel, ristoranti, eccetera, anche merci vitali per consumi interni e aziende italiane, quali carni, pesce, uova, miele, conserve di frutta, il luppolo per fare la birra, le barbabietole da zucchero, certe tipologie di latte e derivati, buona parte dell’industria del legno, tabacchi greggi o non lavorati, l’uva da vino e persino l’ACQUA, che verrebbe equiparata alle minerali.
Insomma, abbassare le imposte dirette, proporzionate all’imponibile, per liberare i redditi, e alzare quelle indirette, uguali per tutti, sui consumi. Roba intollerabile. Meno ardita della flat tax ma appartenente alla stessa mentalità.
Questa immensa razzia comunque non basterebbe a coprire la manovra, e il bollino blu della ragioneria di stato, ovvero l’Ottimo sulla pagella in matematica, è fondamentale per far passare il messaggio “siamo gli unici seri”. E allora via quindici miliardi di sussidi alle imprese e aumenti sui combustibili fossili (tra l’altro il combustibile per uso agricolo è pure tra i prodotti portati all’aliquota IVA 22%…).
Insomma una manovra evidentemente recessiva e ingiusta. Allora tanto vale fare come dicono i qualunquisti, affidiamo tutto a un ragioniere col computer…a cosa serve allora la politica?
C’è poi un dato di poco conto nei conti, ma che manifesta l’adesione culturale al grande revival in corso di attacco al patrimonio: reintroduzione dell’IMU sulla prima casa. Lasciando stare i dettagli tecnici (ovvero di quanto sia già tartassata questa prima casa, anche senza IMU), questa proposta è figlia del mantra “libera il reddito e attacca il patrimonio”.
Detto così, un uomo di sinistra potrebbe anche dire “il proletario non ha patrimonio ma solo il suo salario, quindi ben venga!” ma è una sciocchezza.
La casa, e altre componenti patrimoniali come i titoli di stato al 10% targati CAF, non si chiamano beni rifugio senza motivo. L’aver portato oltre l’80% delle famiglie italiane a possedere la propria abitazione è stato uno dei più sottovalutati e contemporaneamente più avanzati successi socialdemocratici, una vera conquista socialista liberale. Lo Stato deve considerare il valore economico della prima casa come qualcosa di estraneo, dirò di più: la collettività non deve pensare neanche un momento che le abitazioni dei singoli possano servire a far cassa. Il piccolo borghese che si compra la propria casuccia si è comprato una finestra sul futuro con vista sulla Sociocrazia.
Chiaramente ciò è impensabile per chi aspira al modello gotico delle società nordeuropee: affitti bassissimi in distretti-dormitori proprietà di compagnie assicurative arredati con mobili Ikea perché tanto i figli si emanciperanno ed estranieranno così velocemente e così radicalmente che l’appartamento e la cassapanca di nonna non potranno essergli che d’intralcio. Circondarsi dunque di roba che durerà meno della propria vita, altro che quelle cose che durano più vite, che fanno tradizione e cultura, che fanno valore. Mi si conceda il conradiano “the horror! The horror!”
Mattone? Risparmio? Tutta roba che si sedimenta, che si stratifica, che non è liquida, che non asseconda la Mano Invisibile. Bisogna dare un tot di soldi all’anno a un padrone di casa o allo Stato, bisogna rifare i mobili ogni cinque anni, bisogna nutrire Moloch.
Pensare poi di risolvere il dramma degli schiavi a partita IVA sempre e solo in senso tributario è ancor parte della stessa ideologia miope: attaccare la sicurezza (e la solidarietà) ma fornire un po’ di risorse per affrontare l’Apocalisse, da soli. Il problema principale sta nell’estensione delle tutele. Il problema del reddito lo si risolve, per loro come per gli altri, rimettendo in moto consumi, fiducia e prestazioni, e non lo si può fare agilmente se non garantendo le piccole e medie imprese, che con questo programma verrebbero masticate.
Radere al suolo ogni rifugio, eliminare ogni tutela, gettare l’uomo in mezzo al campo di battaglia, costringerlo a rischiare. Per Bonino lo Stato Italiano è come una famiglia indebitata che deve risparmiare, ma la famiglia italiana non deve avere sicurezza. Non è solo pretta ragioneria, è anche ideologia.

Il piccolo borghese che si lamenta della Crisi è da sprezzare, da biasimare e rimproverare, deve accettare l’infame realtà e arrendersi. Stesso discorso contro il piccolo borghese è latente anche nell’europeismo di questa lista.
Il mio problema con l’europeismo non è tanto l’Europa (anche se io sono sulla placca africana, comprendetemi) quanto l’ismo. Il suffisso -ismo universalizza una parola, la porta al suo pensiero limite ne fa un’ideologia e allora no. Non carico l’Unione Europea di significati salvifici.
L’Unione Europea deve essere solo un compromesso razionale per un continente che, dopo aver conquistato culturalmente il Mondo, deve sopravvivergli.
Bonino dice di volere una “federazione leggera” ma le sue proposte negano ciò. Promette centralismo fiscale (affiancato al già pericolo centralismo bancario senza eurobond), loda Juncker per il suo libro bianco della governance, si intestardisce sui parametri, avanza l’euroiva sulle importazioni extracomunitarie, lancia la nuova agenzia (o funzione) per la valutazione annuale della libertà e della democrazia negli stati membri (roba da distopia fantatotalitaria). Un superstato, un Super Leviatano famelico.
Tutto questo zelo per la costruzione del popolo europeo, questa retorica che non fa altro che ricalcare tutto il peggior repertorio patriottardo che si vorrebbe superare (eppure non un De Amicis, non un Carducci!), costruisce solo l’equivoca aspettativa di qualcosa che l’Europa (così come ogni Istituzione umana) non potrà mai dare: il senso della vita. Il suffismo -ismo vuol dire questo, trasforma l’obbiettivo Europa (mero obbiettivo pratico) in Missione Europa, ovvero Europa-Universo, Europa-Messia.
Nessuna Istituzione può risultare alla lunga credibile in questa maniera. È solo ideologia. E infatti il disprezzato popolino, che si lamenta che il Regno dei Cieli tarda a venire, viene redarguito dai chierici di questa religione: “vile profano, cosa pensi d’aver capito? Pensi che la tua infima casa, che la tua miserabile vita pagata a rate valga qualcosa rispetto al successo comunitario?”

La Reazione allora riemerge come istinto, come attaccamento alla vita. Ben venga la Reazione. Purtroppo per ora è in mano all’altro -ismo, il populismo.
Questi barbari sono usati da Bonino alla stessa maniera con cui Salvini usa i rifugiati: semina di terrore. Anche Bonino si fa forte della paura, e in più corteggia i suoi con la vanità di credersi un nucleo di risvegliati, al pari ancora dei grillini. E così via coi meme, con l’ironia dozzinale, sbertucciando gli altri e facendo concessioni al nichilismo, passando da “Nessuno tocchi Caino” a “Nessuno tocchi Soros”. È davvero la versione corazzata del montismo, questa +Europa, pura tecnocrazia, politica ridotta a ragioneria ma con la spinta ipocrita di un’ideologia equivoca.
La verità è che questi barbari non arriveranno mai, come nella poesia di Kavafis.
Si passa con +Europa dall’ossimoro socialismo liberale al paradosso ordoliberalismo statale.
Se la mia prospettiva può destare sospetti, ci sono compagni al di sopra di ogni sospetto come Iorio e Simona Russo, che coltivano dubbi a me simili. Proprio Simona poco tempo fa:
“Tutta questa campagna piena di forzature sull´Europa, quasi fosse il paradiso. Senza mai toccare pero´questioni di fondo, ovvero, verso quale Europa stiamo approdando. […] Ora il punto è semplice, o l´Italia è cosi idiota e voglio sperare di no, oppure l´Europa cosi com´è, ha qualche problemino. Utilizzare il tema europeo come la differenza tra destra e sinistra è di una superficialità rispetto alla questione che invece è seria ed è francamente controproducente. Voglio sottolineare che questa mia opinione non fa di me una non-europeista. E´ solo una questione di onestà intellettuale che negli ultimi tempi si vede sempre meno. Perchè vi ricordo che io come tantissimi, lavorando a Bruxelles, grazie all´Europa ci campo. #VogliamolEuropamaunEuropamigliorediquesta”

Ce lo diciamo continuamente che il PSI è la chiave per salvare i cavoli della classe media e le capre dell’Europa.
Il socialismo tricolore e mediterraneo, craxiano e umanitario, ha molto da insegnare a tutta l’Internazionale Socialista, travolta dal politicamente corretto, dall’equivoco progressista e dalla burocratizzazione.
Così come penso che l’Italia sia l’unica possibile guida morale e politica per l’Europa.
Ai famosi modelli gotici, decadenti nazioni efficientiste e vecchie società alienatissime, dal soglio il più oblioso, di sale e scoglio che è la mia Peña Pobre di Sicilia, non invidio nulla se non la maggior forza contrattuale.
Per questo mi è piaciuto campagnare per la nostra lista, in giro con Vizzini e Oddo, il cui nome completo (Italia Europa Insieme) è un bel segnale, così come lo è la fascia tricolore che Nencini ha voluto mettere, già anni fa, sotto al nostro simbolo.
Almeno ho una casa (parva sed apta mihi), perché per il resto vedo orrore.

Invecchiando, vivo come sempre più evidenti i segni dell’Apocalisse e, scorrendo televisore e facebook, ho visioni di una Fine del Mondo che sarà di disperazione pazzamente scomposta, di dolore morale ma soprattutto di dolore fisico, di supplizi tutt’altro che metaforici, per future esistenze strozzate da spasimi e angosce.
Non ingannatevi, compagni: non cercate ombre d’ironia nelle mie parole, sono tristemente serio.
“Salvini giura sul vangelo”, “Di Maio porta a Mattarella la sua lista di ministri prima delle elezioni”, “la seconda carica dello Stato fa campagna da leader di partito”, “si sono presentati due, tre, quattro partiti comunisti”, “c’è la lista-start up”, “Salvini ha lo spin doctor craxiano”, “neonazisti e centri sociali si ammazzano per strada”…è tutto un panorama d’abiezione, ma non si tratta ancora, forse, di roba preoccupante, come sarebbe invece una donna che partorisce una testa di lupo…

Sento avversari e alleati (oltre ai soliti disfattisti) parlare ancora di nostra imminente morte. A cominciare da +Europa che ha più volte manifestato snobbismo verso di noi. Ma non lo credo, siamo maledetti compagni, non moriremo mai, anche se alla fine saremo ridotti al nosferatismo continueremo sempre e per sempre a esistere, dobbiamo rassegnarci a ciò e abbracciare la maledizione, perché solo assecondando le maledizioni si rientra nel senso che esse hanno dalla Provvidenza; volesse questa finanche fare di noi la mollica che strozzerà il Sistema o l’Apocalisse Zombie che infesterà il Mondo.
Dopo le elezioni, qualsiasi sia il risultato, non dovremo demoralizzarci né tanto meno entusiasmarci (l’entusiasmo è una possessione pericolosa), e in ogni caso riaprire la lungimirante problematica di Nencini sulla nostra Ragione Sociale.
Per affrontare l’Apocalisse Insieme, io propongo di farci Ordine Cavalleresco.

Hare Craxi

La morte di Antonio Craxi mi dà il pretesto per scrivere questo pezzo che avevo in mente da tanto tempo; la vicinanza con l’anniversario del fratello mi permette di ricordare anche Bettino, ma con un pretesto tutt’altro che retorico e da un’angolazione, penso, ancora poco battuta.

Antonio Craxi era una persona meravigliosa, famoso per la sua devozione verso Sai Baba, uno dei più celebri e interessanti guru indiani. Attorno alla sua opera di apostolato c’era un grande dolore personale, vissuto con le tinte della sua splendida umanità, un tenero amore per la moglie Sylvie e tanti tanti aneddoti che danno la cifra non solo di una personalità affascinante ma anche di un angolo poco studiato della grande epopea degli anni ’80.

Iolanda era un’amica dei miei genitori, ogni tanto badava a me e mia sorella. Una donna, come si suol dire, di carattere. Occhi chiari nostalgici del cielo ma un cipiglio tutto concreto sulla pelle abbronzata. Ci parlava dei suo viaggi e ricordo bene quando tornò da uno lunghissimo in India. Ci parlò, piena di affettuosa stima, di questo vecchio con il volto di bambino, dai ricci incantati, che faceva comparire una strana polvere magica dalle dita. Tornò spesso ivi.

Sentii presto parlare ancora di quell’uomo, Sai Baba, dai compagni di mio padre (anche Iolanda era compagna); loro parlavano di materializzazioni di gioielli, di levitazione e altri prodigi ma lo facevano con macha ironia.
Erano gli anni appena successivi al Diluvio che fece del PSI l’Atlantide e noi, bambini di razza socialista, i figli delle Catacombe.
Se ne parlava insieme a tanti altri aneddoti sulle frange mistiche del socialismo, ed io ne ero molto interessato, specialmente quando mi venne raccontato il bellissimo aneddoto sull’arrivo di Bettino all’aeroporto militare di Kinisia (leggendario teatro della Gladio siciliana, in una zona di resistenza della Sicania ancestrale, ancora pre-fichi-d’India tutta lentischi, oleandri e rovi), accolto da centinaia di arancioni della comunità Saman di Rostagno. Aiuto a visualizzare: Bettino Craxi scende dall’aereo e viene salutato da una vasta folla di splendidi ragazzi vestiti con larghe tuniche di lino arancione, tamburi e flauti intonanti dei mantra indiani. Che scena epica.

Finiti gli anni ’70 (quelli “nati dal fracasso”), nel 1980 er signo’ Brega, comunista cosiiiiiiì ma imborghesito, invitava uomini de chiesa co du cosi così (oddio quanto odio il romanesco…), a redimere il figlio fricchettone, che aveva scoperto l’amour libre in una setta.
Un anno dopo, in un’Italia in cui gli arancioni di Osho, gli Hare Krishna e gli ultimi residui di tarda cultura hippy erano additati come “tossici finocchi”, Rostagno, Cardella e Chicca Rovere davano vita a quella comunità di arancioni, poi centro di recupero di tossicodipendenti: Saman, una realtà mal vista dai professionisti dell’antidroga, accusata di essere, eufemisticamente, eclettica ed eretica, due parole che a noi dicono molto.
Non fu dunque un caso se Bettino Craxi trovò in quel trio degli amici e degli interlocutori, coerentemente con la sua strenua battaglia contro le droghe.
Anche se il nostro Grande Eroe non è che abbia mai dimostrato grande stima verso Sai Baba, Osho e tutto quel mondo, detto sottoculturale, che tra New Age e rinnovate tradizioni aveva attecchito in Italia trasversalmente a tutte le classi sociali.
Quella sottocultura aveva trovato il proverbiale “humus” soprattutto in seno a quella famosa nuova Italia che Berlinguer, tra Roma e Torino, non vedeva; mentre lui, noi, tra Milano e la Sicilia, vedevamo benissimo.
Quel mondo, che Antonio cercò di interpretare come socialismo spirituale, invece non vedeva male Bettino ed il suo supereretico e supereclettico PSI delle autonomie individuale, partitica e nazionale.
Del resto, chi voleva cercare qualcosa oltre le austerità ed il piombo del decennio precedente, fosse questo qualcosa la gran vita degli yuppies o un’esotica spiritualità, non poteva certo riconoscersi in democristiani e comunisti, e neanche negli altri nostri fratelli laici ma più tradizionalmente borghesi (repubblicani e liberali), insomma ci volevano le sahariane e le coreane di Craxi per interpretare la Nuova Italia.
Una Nuova Italia che ovviamente non era fatta solo di fricchettoni, ma il valore sociale (e politico) di questi è stato poco ricordato fino ad ora, sarebbe giusto approfondire la cosa in maniera seria, perché le nuove sensibilità religiose sono figlie delle nuove classi sociali, di quel ceto medio che era il nostro punto di riferimento e che ora la Controriforma del Capitale sta distruggendo (e per farlo non poteva non distruggere noi per primi).

Insomma non solo discoteche e tv private, le nuove classi sociali avevano anche delle vocazioni spirituali trattate troppo male e non di certo scomparse.
Nel Socialismo Umanista Tricolore Mediterraneo (e spirituale?), al netto di qualche attrito, c’era spazio sia per la Milano da Bere (un mondo diverso ma fatto di sesso con il transocialista Giannagianna) sia per la crociata di Antonio contro la pornografia, una realtà (editoriale) vicinissima a noi (basta ricordare Le Ore e gli esordi del mitico Panseca, il compagno Schicchi, la bellissima campagna di Milly D’Abbraccio per le liste socialiste in provincia di Roma, e persino il leggendario Jackal Boselli).

Tante sono le associazioni, formali e informali, figlie della New Age, della teosofia, delle correnti orientali, della medicina alternativa, delle terapie olistiche e via cantando, e anche queste sono un patrimonio delle nuove classi sociali che sta passando tutto, con una coerenza che deve farci pensare insieme a tante altre espressioni di chi era nostro punto riferimento socioculturale, in seno ai grillini, corrompendosi nelle pseudoscienze, nelle ciarlatanerie e nelle paranoie da qualche tempo entrate nell’orbita nichilista dello sfottò (una grande forma di oppressione che fa crescere latenti le peggiori infezioni).
Quel bellissimo mondo delle nuove classi sociali (avanguardia della Sociocrazia?), che abbiamo teneramente carezzato tra nuovi diritti, Proudhon, abbattimento dell’inflazione, San Valentino, riordinamenti urbanistici, titoli di stato, eccetera è stato poi per anni ignorato e disprezzato dal diessineggiamento; oggi sta passando lì, ai grillini, frustrato dalla delusione e corrotto dalle energie negative delle tendenze totalitarie del casaleggianesimo.

Chi mi conosce sa che Qabalah e Scienze Ermetiche fan parte della mia vita tanto quanto il Socialismo, questo mi ha inevitabilmente portato a contatto con quest’altro mondo che personalmente non condivido al 100% perché l’Asia…mmmh…e poi il “potenziale umano”, detto così…spesso puzza un po’ di zolfo.
Trovo comunque le nuove sensibilità religiose più sane delle demagogie di Papa Francesco I, che ne insegue le incoerenze ed i disordini con malizia smaliziata, trascinando la Chiesa sempre più lontana dal Sacro, verso un ecumenismo balordo assai più disorientante dei peggiori sincretismi.
Questo mondo, questo mondo delle nuove religioni, delle nuove spiritualità è però pieno di persone belle che hanno ancora il nostro stesso sentire, non sono totalmente inquinate dalla rabbia e dall’invidia sociale, dalla vendetta statalista, dalla mentalità colonizzata di quell’americanissima impostazione successo/fallimento: proprio perché queste cosiddette “sottoculture” proteggono dalle zozzerie mediatiche molto più dell’Einaudi e di rai3.

Bettino voleva utilizzare la fattoria mistica del fratello, appena fuori Milano, come scuola di partito. Sarebbe stato bellissimo. Il dispiacere per come certe cose siano finite non è grande quanto quello per ciò che non è stato possibile fare, per le occasioni perdute.
La FGS ha organizzato tre scuole di formazione, due a Nepi e una a San Demetrio Corone, due veri e propri ritiri spirituali in cui ho voluto far conoscere ai compagni nuovi mondi, proprio nello spirito di una scuola di formazione magica lontana dalle miserie del quotidiano.
Ne ho pronta già una che spero di concretizzare velocemente (sui nostri “nemici”, a cominciare da noi stessi), ma ne ho anche un’altra in mente adesso e sarà dedicata ad Antonio Craxi, al socialismo spirituale, alla formazione di leader umani…e non mancherò di invitare Filippo Panseca che da sempre accosta all’arte la sensibilità ambientale e la biodinamica. Tutto in nome dell’Eresia e dell’Eclettismo. Gradite un po’ di Steiner? Io preferisco lo Schuré pre-Steiner però va bene, va bene. Compagni: va bene.

Non sono più compagni

Cossiga, che il Cielo l’abbia in Gloria, paragonava efficacemente la politica al Palio di Siena.
Niente come quella corsa piena di ferocia faziosa, interessi nascosti e scorrettezze efferate rappresenta meglio il mondo assetato di sangue (quando non affamato d’oro) nel quale noi tutti ci siamo infilati. Chi legge, probabilmente condivide questa febbre per la Politica. Sangue e merda, no? A me fa impazzire, penso anche a voi.
Ebbene io ho iniziato nel 2003 nello SDI, ma fu il 2005 l’anno in cui decisi di dedicarmi (ventenne) totalmente al Socialismo e, da poco segretario provinciale della FGS Palermo, organizzai la mia prima iniziativa: unioni civili. La proposta socialista di allora era a firma Roberto Biscardini, venne anche a Palermo. Ebbi poi molto a che fare con Gerardo Labellarte, il Grande Commissariatore che, tra le perdite subite, è certamente quella che fa sentire di più il suo peso di impareggiabile tessitore. Sollazzo fu tra i primi a sostenere la FGS nella dolorosa crisi 2008-2009, per chi se la ricorda. Con Ciucchi e Potenza non ho mai avuto a che fare ma questo poco importa. Quel che voglio dire è che facevamo parte di una comunità in cui spezzavamo il pane politico insieme, eravamo appunto Compagni.
Essere compagni non vuol dire mica idillio, magari ci tiriamo pure le briciole fra di noi o ci freghiamo la fetta del vicino, a volte qualcuno insulta quell’altro che del pane ne ha fatto bruschette con l’olio Craxi mentre il primo voleva inzupparlo nel brodo Lombardi. Addirittura è potuto capitare che qualcuno si sia fatto una tavolata a parte con vista sull’Atlantico invece che nello scomodo tavolo sociale coi comunisti a menù fisso. Ad ogni modo in tutti questi casi si rimaneva comunque compagni e, anche se con difficoltà, si poteva anche tornare allo stesso tavolo.
Questa però è un’altra storia, non mi sento più di far loro posto neanche nella metafora della tavolata…come si potrà mai, anche nel futuro, riconciliarsi con chi ha voluto portare una questione politica in pasto allo zelo della magistratura e ai giochi della stampa? Non mi sto mettendo nei panni di Nencini, perché anche se quelli là pensano solo a Nencini, non è solo al nostro segretario che che han voluto far danno, lo han fatto a tutti noi. Loro che, retoricamente e non sinceramente, accusano il segretario di voler svendere la secolare storia socialista al PD, oggi provano a disfare questo nostro retaggio nell’ignominia delle aule di tribunale. Hanno affidato la loro marginalizzazione politica nelle mani della Legge (quella che fa piangere, non “chella ca fa ridere”, di Filomena Marturano) ed eccoci qua a dover affrontare sto casino come se non ci fossero cose più importanti cui pensare.
Questi signori, ricordava il Segretario, non sono mica fantini campioni del Royal Meeting all’ippodromo di Ascot…fino all’altro ieri facevano il palio di Siena con noi e più di noi nella polvere, nel sudore, nel sangue e nella merda. Vengono a dire, loro, che ci son tesseramenti e delegazioni irregolari…eppure nelle città dei massimi dirigenti di questo partito (la Firenze di Nencini, la Perugia di Rometti, la Palermo di Vizzini, la Frosinone di Schietroma, la Rieti di Pastorelli, la Trapani di Oddo e via cantando) quando il partito si riunisce si va a centinaia! Loro quando han da fare i grandi assembramenti regionali o nazionali neanche fan circolare le foto per la vergogna.
Guardatevi intorno compagni, nelle vostre federazioni e nelle federazioni a voi vicini, quanti sono questi oppositori schiacciati dalla presunta tirannide nenciniana? Questi fantomatici esiliati, epurati, non contati…tutta fuffa, fabbrica del dissenso.
Oggi hanno pure il coraggio di appellarsi ai compagni…Potenza chiede che tutti i compagni si mobilitino per chiedere chiarezza! Presentando una misura cautelare del giudice come una condanna definitiva, come i peggiori mozzorecchi giustizialisti! Ulteriore prova…ma con chi abbiamo lottato fino ad ora? Chi sono questi estranei? Che battaglie hanno combattuto negli ultimi decenni? Ma hanno un’idea vaga di come i socialisti vivono la politica? Chi mai, compagno, se non sprovveduto o in malafede, potrebbe oggi mettere il dito nella piaga insieme a loro? Piaga aperta da loro. E han pure il coraggio di dire che, se verremo coperti dalle risate generali, questa è solo colpa di Nencini.
Due mesi fa io ed il resto della giovanile eravamo nel pieno dello YES Summer Camp, il più grande evento politico europeo degli ultimi anni, organizzato da FGS e PSI (senza il PD!). L’anno scorso erano quattrocento, quest’anno da noi mille in più! Lo abbiamo portato in Italia, questo evento, per la prima volta, certificando la credibilità politica e la capacità organizzativa del Socialismo Italiano.
Cosa dovremmo pensare noi della giovanile di chi ha aperto un vaso di Pandora troppo grande anche per loro, un processo che non possono controllare e che rischia di disfare il grande lavoro non velleitario ma di valore non solo dei nostri parlamentari ma anche della giovanile come già citato, o della nostra portavoce che ha conquistato anche la massima rappresentanza delle istituzioni giovanili italiane, il Forum dei Giovani, per non parlare poi dei territori in cui i nostri compagni hanno ancora a che fare con le ubbie degli alleati sul nostro passato…
Stavolta, questi, hanno sferrato un colpo vigliacchissimo a tutti noi: giovani e vecchi, nenciniani e antinenciniani, filo PD e autonomisti, frontisti e liberalsocialisti, dirigenti e militanti. Se questa roba, che per la semplice aritmetica non potrà che risolversi giuridicamente nel nulla, avrà effetti ambientali negativi non saranno ai danni dei vertici ma di tutto ciò che resta della nostra comunità. Ma a loro che importa? Se ne fregano di noi che ci rompiamo il culo nei territori, nelle istituzioni e nel resto del Mondo, un Mondo che non capiscono più, delle istituzioni che possono solo sognare, dei territori che li rigettano e un culo che…bocca mia taci.
Non sono più compagni.
Non è un fatto di panni sporchi che si lavano in famiglia.
Non è questione di patenti, né di ortodossie ed eresie né di adesione al PSE o all’Internazionale.
Non è una scomunica religiosa da parte di un tribunale dell’Inquisizione.
È una squalifica umana.

Dai giovani un potenziale esplosivo
di Roberto Sajeva

Winter is coming

Tra apophasis e aposiopesis di Mineo (“Qui lo dico e qui lo nego, signora mia, ma boccaccia mia taci, mmmh!”), garofanati dediti a pantomime parlamentari non più metaforiche, ma tragicamente letterali, e bandoleri stanchi (senza capinere e con vecchioni moralisti senza Susanne) non più  boleri ostinati à la Ravel, sembra svanire ogni possibilità di pedagogie anche à la Colette come per L’enfant et les sortilèges

#Cambiando

Noi siamo stati gli ultimi romantici

da W.B. Yeats, Coole Park and Ballylee

Noialtri, che non agitiamo bandiere di indignazione facili da consumare, a differenza dei Vendola, dei Fassina, dei Landini, dei Civati e via cantando, profeti senza visione, apostoli senza missione, a sinistra ci stiamo per superare la crisi (di Missione) dell’Italia (dell’Umanità), senza dover rincorrere una meteora greca (che come è noto non brillano e non volano neanche, stan solo ferme e inaccessibili se non per qualche monaco).

Abbiamo una conferenza programmatica alle spalle ed un bel po’ di roba fra le mani.
I territori si sono incontrati, han discusso, han scritto e infine relazionato alla plenaria.
Abbiamo del materiale grezzo da raffinare, tutto un ribollire di idee finalmente modulate che andranno a disegnare, da qui ai prossimi appuntamenti riflessivi, la rinnovata offerta socialista al Paese.

Dai tavoli di lavoro è emerso quanto vasto sia lo spazio politico lasciato libero a sinistra quanto a destra, una pampa sconfinata per cavalcate romantiche, purtroppo è però apparso ancora più chiaro quanto questa pampa politica sia poco adatta tanto a coltivazioni elettorali quanto a pascoli culturali.

Ordine senza potere

..affinché, tra le vicissitudini mondane,
là siano fissati i nostri cuori,
dove vere sono le gioie.

Ad Vesp. Dom. IV post Pascha

Nella mia relazione ho posto l’accento proprio su quanto la società italiana sia isterica, fissata su pochi punti ideologici o del tutto immaginari, i primi da sinistra viziati da equivoci stratificatisi in decenni di fanfaluche, i secondi da destra nevrotizzati in campagne di paura. Alla base di tutto una vomitevole cultura del sospetto, alimentata da una totale mancanza di controllo sulla propria vita.

A destra rispondono con la pistola, a sinistra rispondono con l’indignazione, mentre l’antipolitica non risponde, si unisce ai brontolii viscerali, pensando di poter raccogliere questo seminato.
Ciò che manca a tutte le offerte politiche è la Responsabilità, motore del nostro sociocratico ordine senza potere.

L’Ordine (altro punto del mio intervento) che va perseguito nell’elaborare i frutti della conferenza programmatica deve essere proprio un regime di Responsabilità, una società dove la solidarietà sia organica, e non calata dall’alto, e dove la libertà sia l’emancipazione individuale, non il privilegio di corporazione.

Gioventù libera

L’arido legno
facilmente s’accende,
e più che i verdi rami,
avvampa e splende.
Dall’Asilo d’Amore di Metastasio

Grande successo dei giovani socialisti è stato vedere alcuni nostri spunti di riflessione (come l’abolizione della validità legale del titolo di studio) ma soprattutto la nostra campagna nazionale sul lavoro, Disordine Professionale, accolta sia nei preparati dei direttori di Avanti e Mondoperaio, Del Bue e Covatta (l’Impaginazione al potere!), che nei tavoli di lavoro e infine nelle relazioni finali.

Abolizione degli Ordini Professionali, parità retributiva, estensione delle tutele dei lavoratori autonomi, persino il difficile da vendere punto sulla demonopolizzazione della SIAE.

Ci sono tante generazioni di giovani del partito, sotto i quarant’anni l’adolescenza lunga occidentale ha creato, invece che solo omologazioni, anche differenze peculiari di annata in annata.

Avendo il privilegio di osservare, dall’alto dei miei millenni, le maturazioni di compagni dai quattordici anni in su, in contesti sociali e culturali diversissimi, mi sento sicuro di dire che abbiamo un potenziale esplosivo.
Non c’è quasi traccia di normalità, la gioventù socialista è un caravanserraglio di teste brillanti sempre più estranee dalle batterie per pollame in cui il mondo vorrebbe inquadrare la Gioventù Libera.
Queste gabbie si chiamano ignoranza ma anche falsa cultura dei Moloch scolastico e universitario, si chiamano disoccupazione ma anche assistenzialismo castratore, si chiamano disorientamento e solitudine ma anche stratificazione sociale e familismo (se non famiglia tout court), si chiamano raccomandazione ma anche graduatoria, eccetera eccetera eccetera.

Noi giovani socialisti, proprio perché politicamente cresciuti nelle catacombe, incapaci di respirare a destra, mal visti a sinistra, non calcolati dall’antipolitica se non per la grande Storia che ci nobilita e ci appesantisce, abbiamo maturato un pensiero autonomo e originale, ragione per la quale (come da tradizione per la nostra comunità) è sempre difficile coinvolgere una militanza organizzata che, per quanto sterile, può risultare comoda ed efficace per prove muscolari che, nella loro volgarità, sono comunque una parte a volte necessaria della politica.

Questa originalità e questo individualismo vengono visti come debolezza da molti compagni “adulti”che, al di là dei ricordi (spesso fasulli) di cortei chilometrici, non riescono

a leggere il nostro vantaggio rispetto alle organizzazioni giovanili di altri partiti, più simili ai loro vecchi modelli di militanti come spicciafaccende. Oggi la militanza politica è altro e, per quanto la FGS sia sempre in prima fila con scope e colla, dobbiamo confrontare le proverbiali ragioni del Socialismo con la nuova ragione sociale del Partito, un dibattito che stiamo rimandando troppo ma che è stato comunque coraggioso sollevare.
Nonostante i nostri recenti successi nelle piattaforme studentesche, nelle organizzazioni internazionali, le nostre riflessioni, realiste perché non viziate dalla memoria (lente distorcente per eccellenza), vengono quindi accolte spesso con diffidenza dai più vecchi, specialmente quelli che vedono il ruolo del Socialismo come quello del classico vecchio pazzo sull’autobus che si lamenta di tutto, si fa forte di qualche cenno del capo, e ignora (o disprezza) il silenzio generale (imbarazzo generale) con cui il resto dell’autobus lo accoglie.
La vitalità giovanile sta tutta nel crescere seguendo la Luce, come il virgulto ancora succoso che resiste agli incendi, a differenza del legno vecchio che prende fuoco subito e subito si spegne.

I giovani socialisti devono stare lontanissimi da tutta la vegetazione secca pronta a incendiare il bosco.

L’Estate del nostro scontento

Winter is coming
Motto della Famiglia Stark di Winterfell

Viviamo una torrida estate della democrazia, una stagione luminosa più per l’illusione dell’innaturale ora legale, visto che i falò di San Giovanni (Tangentopoli) hanno annunciato il progressivo accorciarsi delle ore di luce.

Viviamo una torrida estate della democrazia, stagione che cuoce i corpi dello Stato di cattiva cottura, una stagione di sudore e consunzione.
In questa stagione le elezioni appaiono un momento sempre meno cruciale per l’indirizzo della Nazione, quindi i partiti devono fare i conti con ciò, un ciò che non si risolve nell’affannarsi dietro leggi elettorali “giuste”, qualsiasi cosa voglia dire, o riforme costituzionali “socialiste”, come se un bicameralismo perfetto o imperfetto sia più o meno socialista di una camera unica, l’importante è fare sistemi ordinati in tensione tra libertà e giustizia e questo punto è stato bene e ampiamente esposto nelle introduzioni di Vizzini, Covatta e Del Bue così come nelle conclusioni di Nencini.
I politici devono quindi fare i conti con una società che, al di là dei megafoni televisivi, non si risolve più nelle elezioni e bisogna quindi soffermarci sulla ragione sociale dei partiti, poiché alla Sinistra (intesa non solo come coalizione ma soprattutto come area culturale) non serve una lista o un candidato in più per raccattare il metro se non il centimetro decisivo al conseguimento del premio di maggioranza, oramai questa visione è stata superata col fallimento del prodismo nel 2008. Alla Sinistra non servono neanche le idee, ce ne stanno troppe anzi. Alla Sinistra servono un Ordine ed una Missione.
All’interno di questo cammino di elaborazione ci vorrebbe un patto generazionale in seno alla comunità socialista, con una FGS che si propone come canale formativo per l’élite culturale della Sinistra, anzi parlerei proprio di élite intellettuale, perché la questione è quella di mettere ordine, ordine, ordine a tutto il macello della sinistra italiana. È sempre più evidente che le sfide muscolari e le tattiche comunicative di Renzi servono solo a drenare consenso da destra ed a cauterizzare ciò le emorragie a sinistra. Benissimo, qui però si deve Governare il Cambiamento, si deve dare un indirizzo a tutto questo perché vincere le elezioni è ormai una piccola parte della politica.
La democrazia va salvata ridandole senso, perché (sembra oramai condiviso) le minacce non vengono più dal confronto con altri valori.
La minaccia della democrazia è lo sfinimento. Di sfinimento in sfinimento, di retorica in retorica ogni istituzione va perdendo il proprio contenuto di valori. Vecchie mitologie totalitarie (come la legalità) e nuovi equivoci demagogici (come la trasparenza) sviliscono le forme e gli spazi delle architetture sociali nei formalismi e nelle strutture delle ingegnerie sociali.

Non si illudano, ancora una volta, gli antagonisti di professione di aver trovato nel Governo Renzi la Balena Bianca (intesa come Moby Dick, ça va sans dire) perché l’inverno che sta arrivando non è il renzismo, né il berluconismo, né la P2, né la P3, nemmanco la P38, né il sovranismo, né l’europeismo, né “una bella donna”. L’inverno che sta arrivando è la fame di vento del Qohélet, come i lupi dell’inverno di Villon che vivono di vento sono i laureati disoccupati, i precari cinquantenni, gli esodati esondati, le donne al margine, gli immigrati disperati, chi vive l’amore liberamente rispetto a decrepiti canoni disumani. Tutte queste masse che un tempo sarebbero potute essere delle forze storiche oggi sono tutte castrate nel postmodernismo, nella società liquida, sono oggi (paradosso) quelli nell’impianto marxista sarebbero i marginali. Alla faccia e alla gloria di Marcuse.

Sta arrivando il regno dell’Insignificanza e una piccola legione di giovani socialisti, la roba più stramba e assurda, per questo mondo di equivoci e ubbie alla ricerca di vile normalità, è l’ultima speranza per ridar senso e significato al percorso verso la Nazione Umana.

 

Roberto Sajeva
Segretario Nazionale FGS

Negritudine Socialista

E voi sapete il resto
che due e due fanno cinque
che la foresta fa miao
che l’albero cava le castagne dal fuoco
che il cielo si liscia la barba
ecc, ecc ….
Chi siamo, che cosa siamo? Una questione davvero importante!
Da Aimé Césaire, Cahier d’un retour au pays natal

Il problema dell’Italia non è mai stato quello di evitarsi l’etichetta di Repubblica delle Banane, nonostante il bollino blu dei radical-chiquita ed il “come Mister tally man, tally me banana” ascaro-sindacale. Noi siamo sempre rimasti la Repubblica delle Melanzane (alla parmigiana), ovvero Repubblica fondata sulle benpensanti casalinghe di Voghera e sulle esterofile casalinghe di Guevara, per non parlare delle torme di casalinghe di Medjugorje. Con “casalinghe” mi riferisco a tutti i sessi di un popolo che, anche quando mantiene il lavoro, non vanta più alcuna professione (in senso lato). I dibattenti d’oggi non riescono a dibattere seriamente ché le prime si inquietano e le seconde si indignano. Le terze non han bisogno di repubbliche, son già al Nirvana e quindi, per quelli lì del “dibattito”, nevermind, ça va sans dire. I dibattenti d’oggi che si rivolgono alle prime si votano alla Commedia dell’Arte, ognuno con la propria maschera banale e prevedibile in ogni sortita, quindi innocua. Quelli che si rivolgono invece alle seconde fanno i Grilli Parlanti, sono zelanti e quindi non migliori dei primi (“Surtout pas trop de zèle”, Talleyrand). L’innocuità e lo zelo non sono certo le uniche scelte possibili, sono quelle più comode per mantenere il proprio ruolo di guru, per quanto svilito. Anche questa vigliaccheria però non rende immuni alla realtà, ed ecco che gli innocui e gli zelanti vengono travolti dai nocivi e dagli zeloti, l’antipolitica che artiglia i ventri come la dissenteria. Il riformismo vero e immune alle fiacchezze, alle impotenze e alle sterilità odierne, sarebbe l’unica alternativa costruttiva ai seduttori, ai tentatori ed ai convertitori. Noi scegliamo di convincere, parliamo alle intelligenze, perché abbiamo fiducia negli uomini. Questo distinguerà la prossima conferenza programmatica dai vari cantieri del resto della sinistra italiana.

Due culture sembrano fondersi in un affascinante, ambiguo
abbraccio, soltanto perché l’una possa infliggere all’altra una
più evidente negazione.
Da Michel Leiris, Frêle bruit

Smisi di leggere ‘Il Riformista’ appena iniziai a far politica (2003), proprio perché mi pareva che l’autorevole ma zelante quotidiano arancione avesse come unico scopo quello di parlare all’orecchio sordo (l’orecchio del socialismo) dei diessini e finì inevitabilmente schiacciato tempo dopo. Perché mai avrei dovuto leggere ogni giorno appelli inascoltati ai manovratori della grande Nave Ammiraglia del Centro Sinistra? Molto meglio divertirsi a seguire il Foglio, così nebuloso di incenso e zolfo, per mettere in discussione ogni giorno i miei valori, senza farmi cullare da miglioristi che, troppo tardivamente, avevano iniziato a rivendicare il proprio ruolo storico, con distinguo e rivalutazioni sul PSI, un meccanismo mentale troppo simile ai pietrificanti sensi di colpa occidentali sul colonialismo per stuzzicarmi. Che cosa poteva importarmi se la coerentissima periferia culturale dell’Egemonia postgramsciana veniva a dirmi che Craxi aveva ragione (per poi finire con Macaluso che osa chiamare “riformismo” il truce realismo di Togliatti)? Di tutti i traumi che Tangentopoli ha impresso sul Socialismo Italiano non ho ereditato né la sindrome di Stoccolma, né il vittimismo, né il millenarismo, né i complessi di inferiorità.

Non avendo alcun problema con la storia del mio Partito non mi sono mai nascosto dietro gli equivoci che hanno troppo rallentato la riconciliazione dei socialisti italiani col proprio ruolo storico nel Paese. Come ad esempio il Socialismo Europeo che, già nel 2009, al congresso dell’ECOSY, da neomembro del Bureau, definii metternichianamente mera espressione geografica, mentre la vulgata della Crisi come sistemica del capitalismo si rafforzava tralasciando la critica al centralismo bancario, all’espansione del credito, all’Euro stesso. Come al solito eravamo già avanti, ma approfondirò la questione nel prossimo contributo. Al chiagne e fotte delle excolonie col piattino in mano ho sempre preferito il tema di Alì dalla Battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo, al politicamente corretto multiculti ho sempre favorito la negritudine del Cèsaire e del Senghor, pur coi loro equivoci ideologici. La negritudine socialista è il rivendicazionismo orgoglioso anche degli stereotipi subiti, sbattendoli in faccia ai detrattori che, incapaci di fare i conti con la propria storia, rinfacciano scioccamente tangenti, mariuoli, nani, ballerine e tutto il repertorio di una cultura politica priva di ogni fantasia.

Devo ammettere che sono molto ansioso di partecipare alla prossima conferenza programmatica proprio perché sarà la prima dopo la caduta del feticcio PSE, con la rivalutazione ufficiale da parte di Nencini del Socialismo Mediterraneo. Roba che già covava da Montecatini, pur dovendo dare un’ultima chance alla nostra famiglia ma l’ingresso del PD nella famiglia europea non ha risolto la Questione Socialista in Italia, con buona pace di chi ci ha lasciati negli ultimi anni per andare a dissolversi. Questo non vuol certo dire che la federazione tra noi ed il PD sia un errore, anzi è proprio la strada che va percorsa per far pace tra il nuovo sistema partitico e le necessità autonomiste. Il punto è che il PSI ha ancora una Missione che non può esaurirsi negli obbiettivi del PD. La nuova Ammiraglia del Centrosinistra ha dalla sua una leadership funzionale ed i numeri necessari per fare massa critica elettoralmente e parlamentariamente.

L’accoppiata di Direttori Del Bue-Covatta (l’impaginazione al potere) promette bene per questa Conferenza che muove dal lavoro che hanno entrambi svolto rispettivamente sull’Avanti! e su Mondoperaio. Visto che siamo sull’Avanti!, come promesso nel mio scorso contributo, ho intenzione di soffermarmi sulle questioni poste dal Direttore Del Bue: democrazia, lavoro, sicurezza e libertà. Lavoro e libertà già affrontate (è in corso la campagna FGS Disordine Professionale), Sicurezza ne parlerò nel prossimo contributo.

«[…] allora vi dirò che è vano drizzare contro lo stato delle barriere di cartapesta,
perché la Storia passa e passerà malgrado il testo della Costituzione,
che vale oggi ma non per l’eternità.»
Pietro Nenni

Non ho molto da scrivere in materia di democrazia perché avrei troppo da dire. Questo perché alla fine dei conti socialisti non importa molto se si viva nel bicameralismo (perfetto o imperfetto che sia) o nell’unicameralismo, nel federalismo o nel centralismo e via cantando. La questione non è ideologica ma metodologica, e proprio perché metodologica la questione è rifor-mistica, l’importante per noi è quindi che l’esito sia il più ordinato possibile. E sull’Ordine ho già detto qualcosa altrove ma ci tornerò più approfonditamente.
Del Bue parla di Bundesrat, e ben venga. Nella mozione FGS già ne parlavamo (capitolo sulle Riforme Istituzionali scritto dal compagno Matteo Pugliese), così come del presidenzialismo. Interessanti i punti che verranno sviluppati a partire dagli appunti del Direttore: ristabilire la compatibilità tra consiglieri e assessori (perché i governatori ed i sindaci se ne fregano troppo delle assemblee che vengono morfinizzate da certe dosi di tolleranza al malaffare quando non mortificate, tutto allo scopo di limitarne le funzioni democratiche), riesame della legge Bassanini e di tutto l’impianto che ha sostituito la politica con la burocrazia aumentando lo storico immobilismo italiano e persino la corruzione.

In attesa, tenete sempre d’occhio la nostra mozione
Roberto Sajeva
Segretario Nazionale FGS

Verso la conferenza
programmatica del Psi

FgsTre miei contributi per il quotidiano Avanti! in vista della conferenza programmatica. Questo è sull’Azione già programmata della FGS, ma mi permetterò anche di mettere in evidenza il contorno e gli avanzi del dibattito interno alla giovanile.

“Esterina i vent’anni ti minacciano”, scriveva Montale. La minaccia del terzo decennio era, in quella poesia, tutta una corrusca e fumida atmosfera infernale, tra venti ustionanti, ceneri e ombre. Eccoci novantanni dopo Ossi di seppia, pubblicata dal Gobetti è giusto ricordarlo (dato chi mi ospita) almeno come nota parentetica, ed è superfluo menarla su come mai i vent’anni di ieri siano i trenta, se non i quaranta, d’oggi: l’adolescenza lunga, stiracchiata fino a dinoccolare le articolazioni psico-socio-crono-infomeccaniche (ay!) e tauto-gastrologiche (ay!) dell’Essere Umano, è una materia fin troppo nota e sviscerata dai salonnier di qualsivoglia cercle. Per quanto riguarda l’analisi mi permetto, ancora ed ancora, a rimandarvi (cocciutamente) alla mozione  ed in particolare al Preambolo ed al lungo capitolo su Lavoro ed Istruzione: senza dilungarmi troppo in dottrina, ribadisco che voglio solo parlarvi dell’azione della FGS per il prossimo autunno.

Lavoro e istruzione – Partiamo non con da punto del programma ma con un asterisco, anzi con un obelisco (tipografico †, s’intende) dal meglio della tradizione piduista: l’abolizione della validità legale del titolo di studio. Non ne faremo una campagna, il sistema educativo italiano, fra ambiti già riformati, campi da riformare e latebre irriformabili non offre in questo momento spazio per azioni politiche puntuali, organiche e serie sull’argomento. Pensiamo però che scardinare l’automatismo titolo-lavoro sarà il passo nodale per la realizzazione di una Scuola dell’Uomo, a compimento felice d’un percorso iniziato con la risorgimentale Scuola di Patria e proseguito poi con la gentiliana Scuola di Classe e la sessantottina Scuola del Cittadino.

Dal confronto su questo tema ci si potrà muovere poi su altri feticci delle illusioni democratiche, a partire dalla Graduatoria, grande equivoco in cui persino la meritocrazia appare mortificante per intere generazioni lì stratificate che, aspettando Godot, continuano a “formarsi” in una folle corsa al titoloichio per accaparrarsi l’utile punticino per scalare qualche chilometro verso la vetta. Un perverso sistema di speranza disperante in cui lo Stato, ingombro e ingombrante, tiene i giovani in sospeso. Da qui si apre un mondo: da meriti e bisogni a bisogno di talenti, per salvare una democrazia che, non per dare ragione a Guénon e Spengler, sembra salvaguardare sempre più la mediocrità e ci circonda di brutto, facendo quasi rimpiangere i principati le cui vestigia non grondano più sangue e veleno e ci appaiono così dannatamente superiori.

Ci sarà a novembre un seminario che organizzeremo a Roma con Mondoperaio e la RUN, la grande rete nazionale di studenti universitari di cui la FGS è fondatrice. Sarà l’occasione per parlare di avanguardismi tematici (la roba di cui ho sproloquiato poc’anzi) ma anche per fare il punto sulla ‘Buona Scuola’ proprio tra le organizzazioni giovanili, politiche e studentesche, che fan parte dell’evergure governativa (si ride), senza gli equivoci ideologici dell’antagonismo ed i rilanci farseschi dei populismi. Non c’è stato alcun dialogo tra queste organizzazioni durante il dibattito sulla Buona Scuola, ed è evidente che il percorso riformatore ha sofferto di questa mancanza di dialogo tra chi ne è direttamente interessato; ma anche se l’attenzione mediatica è passata oltre, adesso c’è la parte più delicata, quella dei decreti attuativi e lì, senza le telecamere puntate sul ministero con gli inneschi terribili di vanità e oltranzismo che esse generano, avremo l’occasione di svolgere un lavoro decisamente produttivo al fianco dei nostri parlamentari.

Una campagna già pronta invece è quella sulla liberalizzazione degli Ordini Professionali, la riforma della SIAE, la tutela dei lavoratori a partita IVA e la parità di retribuzione: Disordine Professionale la abbiamo chiamata. Sarà il vessillo della FGS all’interno del patto generazionale che vogliamo stringere all’interno del Partito, insieme agli over 30 iscritti al PSI, tasselli nuovi nel mosaico delle politiche FGS sul lavoro, dopo le nostre campagne a sostegno di Garanzia Giovani (†) e contro il precariato. La campagna informativa sulla rete partirà a fine mese mentre ad ottobre cominceremo il lavoro su embrioni d’azione legislativa da proporre alla pattuglia parlamentare del PSI.

Diritti civili – Difenderci da chi ci accusa di voler distruggere la Famiglia Tradizionale dicendo “non è vero” sarebbe troppo facile e forse anche vigliacco. La famiglia deve essere una scelta privata e non un modello disciplinato dalla giurisprudenza, l’affettività è una realtà privata che lo Stato deve tutelare e non istituzionalizzare. Le istituzionalizzazioni dei sentimenti, scusate la Sehnsucht libertaria, sono orrori. Mentre qualcuno fa proposte aberranti, sia eticamente che lessicalmente, in materia di unioni di fatto, nella mozione noi siamo andati al nucleo del problema: abolizione del Matrimonio Civile. Questo negozio giuridico era un tempo una necessità, erano tempi in cui ogni convivenza fuori dalla Grazia di Dio era considerata concubinaggio, causando gravi conseguenze per la vita sociale, persino lavorativa, della coppia. Oggi lo Stato può tutelare una convivenza senza fare la parodia giacobina dei riti cristiani, non è più quindi questione di disciplinare dei ghetti giuridici per le coppie di fatto (eterosessuali od omosessuali che siano) ma di rendere le unioni civili l’unica norma, da incasellare, all’occorrenza, nelle celebrazioni religiose.

Chiaramente, e gradualisticamente, la prima necessità è l’eguaglianza, continuerà quindi il nostro impegno affinché, oltre al riconoscimento delle coppie di fatto, ci sia anche la possibilità per gli omosessuali di sposarsi finché questo istituto sarà previsto per gli eterosessuali. Chiudendo qui, momentaneamente, la porta dell’Amour Libre, prima ch’io mi perda sulla controversa recente riemersione delle istanze poligamiche, veniamo alla seconda ormai storica battaglia della FGS in materia di diritti civili: Ius Soli. È giunto il momento che la FGS faccia una dimostrazione e sventoli letteralmente le proprie bandiere. L’esplosione dell’immigrazione in Europa, il riaccendersi delle contraddizioni sociali e della xenofobia, per non parlare della crisi del multiculturalismo, mettono nuova luce su questa istanza che rivendichiamo come fondamentalmente nostra e che oggi ampliamo anche all’ambito delle naturalizzazioni. Da qui a dicembre faremo sentire, puntualmente e costantemente, la nostra voce ai fratelli che subiscono umiliazioni non tanto dallo Stato quanto dalla Società stessa. Non più nemici non più frontiere sono i confini rosse bandiere. Per il resto, prima della conferenza programmatica, c’è da discutere delle quattro proposte di dibattito sintetizzate in agosto dal Direttore. Una volta fatto ciò, nel mio ultimo contributo della serie mi concederò a qualche mio capriccio personale, zero pathos ma viel zu viel bathos.

Roberto Sajeva

Pourparler

Mentre il Segretario continua il suo lavoro, moltiplica le attenzioni e olia gli ingranaggi, nonostante il Direttore provi a indirizzare il metadibattito interno lasciando stare metafore, metatesi, metabasi e metaplasmi, il ribollire della rete si fissa sulla feccia e sulla schiuma, ignorando la sostanza. Saranno passati dieci giorni ormai da quando mi ero ripromesso di scrivere anche io qualcosa su feccia e schiuma. Tra gli aspri lidi tirreni, così lungi dal winter of our discontent, sotto questo sole di York, con troppe evidenti letture e riletture arbasiniane, non riuscivo ad andare oltre qualche aposiopesis (es. “bocca mia taci, mmmh…” con una mano sulle labbra e l’altra che fa i suoi gesti) o, italianissimamente, qualche apophasis (es. “qui lo dico e qui lo nego” ma continuando a dire).

Immerso invece nella mia domestica penombra, tra i miei cattivi maestri, ho prodotto molta carta che terrò da parte per il mio primo grimorio.

Mi manca proprio l’ispirazione per addentrarmi nel dibattito interno che possiamo ridurre a:

  • Marco Di Lello, superato da Tsipras nell’egemonizzare SEL (si scherza, ça va sans dire), ha deciso di entrare nel PD;
  • Bartolomei trasforma la sua corrente in movimento;

Se resto sul lido,
se sciolgo le vele,
infido, crudele
mi sento chiamar;
e intanto confuso
nel dubbio funesto,
non parto, non resto,
ma provo il martire
che avrei nel partire,
che avrei nel restar.
Metastasio, Didone abbandonata (atto I, scena XVIII)

Marco ha rilasciato l’ormai nota intervista, i suoi storici amici hanno applaudito insieme dimostrando che come solisti facevano più impressione che come coro, ci ha detto che il PSI non può non sciogliersi nel PD e intanto ha detto che comunque vada lui va ma, ad oggi, ancora non è andato ed è ancora capo delegazione dei deputati socialisti alla Camera. Probabilmente la cosa gli è sfuggita di mano. L’intervista l’ha rilasciata troppo presto (e probabilmente non voleva essere così netta, ma lei sì che è una donna, e che donna), la lettera seguente evidentemente tardiva, aggiungiamo poi che l’estate scuoce qualsiasi operazione politica ed eccoci qui sul lido. Si fosse limitato a dire la sua negli organismi!, non ci sarebbe stato nulla di male. La fuga in avanti è una mossa squalificante che di certo non gli serviva per ottenere consensi all’interno del partito. Leader è colui che guida, dopo aver discusso una via, ma lui, dopo l’abortita sua candidatura allo scorso congresso, ha dimostrato (innanzitutto a sé) che non ha il polso del Partito.
Quindi non dico preparare una mozione congressuale, ma almeno un giro d’Italia fatto in treno, in stile whistle stop, e invece? Hip-hop? Allez-hop? Agit-prop? Spinning top? Cometa Hale-Bopp?

L’arido legno
facilmente s’accende,
e, più che i verdi rami,
avvampa e splende
Metastasio

Non so se l’umore di Marco Di Lello sia lo stesso di Enea prima di abbandonare Didone, so però che l’umore di Bartolomei è quello di Tersite.
Fra le schiere luminose dei coturnati Achei, c’era quel brutto ceffo di Tersite che insultò Agamennone e sobillò i soldati greci a rimpatriare. Rispondendogli per le rime, e colpendolo col proprio scettro, Ulisse al pianto lo ridusse.
Negli ultimi decenni qualcuno ha provato a riabilitarlo come uomo del popolo, esausto dei capricci del potere e delle guerre dei re, ma questi illustri commentatori (tra cui l’onorevole comunista Concetto Marchesi) dimenticano non solo che Ulisse fu tra i più riluttanti a partire, ma che Tersite era un mascalzone, macchiatosi a casa propria di concorso in usurpazione di trono.

Oggi abbiamo in Bartolomei un Tersite del PSI, un confusionario che insulta chi “comanda” ma che, come spesso dimostra nella gestione del dibattito interno alla propria corrente, non sarebbe certo migliore di coloro i quali addita come antidemocratici e venduti a potenze “straniere”.
Non si può accusare Nencini di preferire le concave navi del parlamentarismo post-tangentopoli ad Itaca pietrosa. Quelle concavi navi sono però fatte del legno della nostra patria e non possiamo sentirci fuori luogo. Questo Parlamento è una guerra di Troia, una guerra fatta perché spinti da capricci altrui e dal Destino (cinico e baro, ça va sans dire). Sicuramente se torneremo vincitori avremo comunque la nostra bella Odissea, ma i bartolomeiani non possono pensare di fare i Proci col culo degli altri.

Se si fonda un movimento, prospettandone anche una vita autonoma dal Partito, non si può certo pretendere che il Partito lasci fare, tolleri l’anarcoidismo di queste province, per quanto povere e periferiche.

La civiltà Occidentale non è stata fondata sulle elezioni. Le elezioni sono pratica comune a qualsiasi tribù di ottentotti.
La civiltà Occidentale è stata fondata sull’Ostracismo.

La Commissione di Garanzia, non il Segretario badate bene, ha già iniziato a mettere in discussione la legittimità (inesistente) della mossa di Bartolomei.
Bartolomei sa benissimo che l’unico modo che ha per uscire facendo un minimo di confusione è essere buttato fuori. Personalmente non vorrei dargli questa soddisfazione ma, dopo tutti questi anni di festival del complottismo e del disfattismo non credo meriti ancora tolleranza.
Tra mozioni e documenti prontamente ritirati o integrati o corretti, in generale privati poi di qualsiasi vera conseguenza e coerenza (la congruenza mancava sempre dal principio) politica, ha sempre intascato posti in Consiglio Nazionale e Direzione nettamente superiori alla sua reale capacità all’interno del PSI. Ha uno squadrone di urlatori da social network e nulla più.

Del resto, non lo ripeterò mai abbastanza, perderlo non ci farebbe perdere davvero nulla. Ci regalerebbe anzi una maggiore agilità. Non mi illudo certo che non avremo più a che fare con lui e con tutta la sua pletora di cose inutili, antropologicamente e politicamente più simili ai parabolani grillini che ai giganti lombardiani della polemica più ’70s.
Purtroppo non è la prima volta che qualcuno di questi straccia platealmente la sua tessera (quando ce l’hanno) ma poi restano tutti attorno alle mura, ululando come cani affamati perché in altri lidi non trovano la stessa tolleranza che trovano qua da noi.
Oltre a questi abbaiatori di professione ci stanno anche le famose figure folkloristiche, in genere vecchietti o pazzerelli, che ci rendono così caratteristici e lungi da me l’idea di chiederne l’espulsione. La mitica biodiversità socialista ne soffrirebbe, del resto “banish plump Jack and banish all the world”.

Due teste (contate) le hanno, ma non farò nomi per evitar loro inquisizioni.

So bene che un giovane che parla di espulsioni può essere visto con orrore, soprattutto se già mal visto perché ha la colpa di essere un Vizzini boy nenciandelbuista tendenza Pecheux come il sottoscritto.

Una brutta retorica vorrebbe i giovani come degli invasati. I giovani socialisti antidiluviani son stati spesso tali.

L’entusiasmo è il peggior danno per le passioni. Badate bene, compagni, che dovete lasciare nello scaffale il dizionario dei sinonimi e dei contrari e gettarvi sul pelo delle più superficiali suggestioni dell’etimo.

Noi giovani socialisti postdiluviani, cresciuti nelle catacombe, possiamo vantare, almeno, la liberazione delle nostre passioni da quell’equivoca possessione nota come entusiasmo.

Come ho scritto nel mio piccolo contributo su Mondoperaio di Aprile, siamo rami verdi, virgulti ancora pieni di liquidi vitali e quindi più difficili da consumare, il fuoco ci morde con più difficoltà.
I rami che bruciano più rapidamente, ferocemente e luminosamente sono invece quelli secchi, in genere vecchi, più in generale quelli morti dentro, quelli del retoricamente brutale e folle “mi spezzo ma non mi piego”, pas du tout turatienne.

Io, con gran vanto, con orgoglio guerriero, rivendico che non voglio farmi consumare violentemente e vanamente dal fuoco. Io da bravo virgulto ancora pieno di vita la Luce la seguo per nutrirmene, non per farmene consumare, e mi avventuro fuori dalle catacombe, in qualsiasi parete, fra gli anditi e le crepe, piegandomi e ripiegandomi, abbracciando, stritolando e integrando l’ambiente che vorrebbe rendermi difficile il percorso verso l’aria aperta e la Luce.

Turati ci invitava a non prendere d’assalto la Natura, bensì a vincerla obbedendo alle sue leggi.

Seguendo ciò, lo scorso inverno la FGS si è rinnovata votando la mozione “L’ora del Lupo” che potete sfogliare a questo link, e siamo già pronti a continuare lo studio del “che fare” con le proposte già messe sul tavolo da Nencini all’inizio di quest’estate e da Del Bue dopo l’uscita di Di Lello.
Vi diamo appuntamento alla festa nazionale dell’Avanti!, ma soprattutto alla Conferenza Programmatica del prossimo autunno e alla serie di eventi formativi che abbiamo messo in cantiere.

Fraternamente,

Roberto Sajeva
Segretario Nazionale FGS