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Il Macron francese
e il Micron italiano

Verrebbe da dire, con un po’ di strabismo, un occhio alla Francia ed uno all’Italia, che ogni pronostico ricavato dai risultati francesi del primo turno ai fini dello scenario italiano è un azzardo privo di fondamento costituzionale. La vittoria di Macron al secondo turno è resa possibile, come già accadde con Chirac contro Le Pen padre, perché il sistema semipresidenziale si fa carico di ricondurre su di una persona le scelte di fondo, mettendole intanto al riparo da possibili distorsioni. E questa volta in gioco è un rigurgito nazionalista che comporterebbe la solitudine della Francia nel far fronte a problemi globali dalla sicurezza all’immigrazione allo sviluppo che reclamano più Europa seppure da riformare in punti cruciali. Un sistema quello francese per mettere in cassaforte alcune scelte prioritarie per il Paese. Questo non vuol dire affatto che il governo futuro sia garantito mettendo a dura prova il regime di convivenza tra maggioranze diverse com’è già accaduto in passato e che non esclude scenari di ingovernabilità come quelli verificatisi in Spagna. Il riferimento ai risultati francesi senza tenere in debito conto la struttura istituzionale può risultare fuorviante tranne che su di un punto qualificante ed unificante, se confermato al secondo turno, ed è quello di una ferma e chiara adesione alla UE. L’ambiguità di Renzi su questo punto sarebbe un errore fatale non solo per la tenuta generale del fronte europeo contro i populisti ma anche per il venir meno di una bussola essenziale per fare scelte ineludibili come quella elettorale e relative alleanze. Per andare al sodo non può lasciare indifferenti il chiaro tentativo di FI di smarcarsi dalla tenaglia sovranista dell’accoppiata Salvini-Meloni ma questo comporta una scelta non ambigua, il passaggio in qualunque contesto dal premio alla lista a quello alla coalizione. Peraltro questa necessaria scelta è motivata da almeno altre due ragioni essenziali: il più abile a formare una lista con dentro tutti ed il loro contrario è stato Berlusconi e lo ha dimostrato al suo esordio col mettere insieme la Lega ed Alleanza nazionale, per coprire rispettivamente il nord ed il sud del Paese, Lega ed Alleanza Nazionale che nemmeno si parlavano. Altro motivo essenziale è che a seguito della scissione il PD, deve ancor più valorizzare la posizione centrale, di centrosinistra senza trattino, aperta alle alleanze strategiche necessarie, incentivando in primo luogo il tentativo di Pisapia che potrebbe costituire una riedizione aggiornata dell’Ulivo di tutte le forze progressiste disponibili. Fermo restando che il più rilevante terreno di cultura del grillismo è stato lo scollamento tra eletti ed elettori, il passaggio ai nominati cooptati dalle oligarchie dei partiti, è evidente che l’eliminazione dei capilista bloccati andrebbe nella giusta direzione. Su queste soluzioni ci sono ancora posizioni altalenanti dei vertici del PD anche se la giustificazione di un attendismo tattico vorrebbe stanare le altre forze per capire quali sono le più affini. Ma altrettanto certo è che, se non si mettono i paletti, chi è l’azionista di maggioranza nella situazione data si assumerebbe le responsabilità della paralisi. Ammesso e non concesso che le oligarchie dei partiti non sono disponibili a cedere il loro potere di nomina dei capilista, il loro pacchetto di mischia tra e dentro i rispettivi partiti, per uscire dal vicolo cieco dei nominati si potrebbe far ricorso alle primarie per scegliere la lista ed anche i nomi per i collegi più ridotti, tipo quelli introdotti dal Mattarellum per Camera e Senato. Con un rapporto più stretto tra eletti ed elettori e primarie per legge, anche se non obbligatorie, potrebbe esserci un effetto molto importante quello di liberare in primo luogo la base pentastellata dal burka della rete. Primarie low cost perché limitate alle spese vive, potendo contare sul volontariato, ed in contemporanea nello stesso giorno ed ore, riducendo drasticamente l’impiego delle truppe cammellate spostate da un seggio all’altro o da un contenente all’altro. D’altra parte della disciplina dei partiti non si farà niente anche in questa legislatura nonostante le vistose anomalie da mettere a nudo dei pentastellati. Questo fa capire che ognuno ha le sue e ci tiene a nasconderle. Per tutte queste ragioni, il contesto generale che nessuno osa né s’impegna a correggere, non potrà che tarpare le ali sul nascere e produrre dei contendenti decisamente Micron rispetto ad un Macron che in Francia, grazie al sistema, si può permettere senza ambiguità di scommettere sull’Europa come unico antidoto per sconfiggere quelle paure che i populisti di destra come di sinistra cercano di cavalcare con rimedi peggiori dei mali.

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L’imperdonabile omissione
di Renzi e Berlusconi

Mi riferisco, a proposito di imperdonabile omissione, in primo luogo a Renzi. Come si fa ad attraversare i lavori parlamentari e l’attenzione dell’intero Paese per oltre due anni varando una riforma costituzionale ritenuta indispensabile per poter competere con gli altri Paesi europei nel processo legislativo e decisionale, superando il bicameralismo paritario, unico sopravvissuto in tutta Europa e poi abbandonare il campo di una grande battaglia come fosse un dolente incidente di percorso dopo la sconfitta, da cui prendere le distanze con una vera e propria rimozione? Quale coerenza può riscontrare l’opinione pubblica in generale e quelli che hanno votato sì, tra l’altro potenziali elettori determinanti per il raggiungimento di quel 40% necessario per assicurarsi il premio di maggioranza? Quello che ambisce a ripresentarsi come leader del centrosinistra non è forse quello stesso Renzi che, consapevole della posta in gioco non solo per il PD ma per tutto il Paese, aveva pubblicamente affermato che in caso di sconfitta avrebbe abbandonato la politica,salvo poi aver capito l’enormità della scommessa e fare a parole di circostanza marcia indietro? Possibile che di fronte ad uno schieramento di forze, comprese quella parte interna che poi è arrivata alla scissione, un leader degno di questo nome, non presumendo troppo delle sue forze, non abbia disponibile un piano B per richiamare tutte le forze al senso di responsabilità verso il Paese fuoriuscendo dalla logica perversa di un referendum sulla sua persona? Dal modesto mio personale punto di osservazione mi sono fatto carico di rappresentare questa necessità alla ristretta cerchia dei suoi collaboratori molto prima del referendum come replica immediata di coinvolgimento di tutti alle loro responsabilità appena dopo il prevedibile esito negativo della consultazione. La soluzione da me anticipatamente prospettata era quella di chiudere la legislatura, legittimandone la prosecuzione fino alla scadenza naturale, varando un’Assemblea costituente, da eleggere insieme alle politiche (tra l’altro evitando costi aggiuntivi), ma limitata sui punti di revisione, non oltre un anno di durata e con l’incompatibilità tra i suoi membri e quelli delle assemblee elettive, avendo verificato che il duplice impegno a livello parlamentare aveva visto sempre prevalere gli equilibri di governo sugli intenti riformatori. E’ a questo punto che all’imperdonabile omissione di Renzi bisogna associare le responsabilità di Berlusconi. In una mia lettera aperta pubblicata sulla Stampa e rivolta alla designata vittima di turno di Berlusconi dopo averla indicata come possibile successore, Stefano Parisi, esprimevo il mio consenso alla proposta da lui avanzata, tra gli intenti di rinnovamento, di addivenire ad un’Assemblea costituente con le stesse caratteristiche da me prima indicate. Le ragioni, a tutt’oggi ancora valide,erano di coinvolgere tutte le forze politiche ad una piena assunzione di responsabilità verso il Paese se vuole meritarsi di rimanere nel gruppo di testa della nuova UE, senza che ci siano mercanteggiamenti su altri livelli specie se di governo. L’iniziativa congiunta di PD e FI, oltre a ribadire la bontà del lavoro compiuto, sottolineando il pregio della gradualità del processo riformatore nel contesto delle forze resesi disponibili, allontanava da Berlusconi la penosa impressione che l’abbandono del processo riformatore non fosse motivato dall’inesaudita attesa di un salvacondotto che lo sottraesse alla decadenza da senatore in applicazione della legge Severino votata anche da FI. Un ripensamento nel senso auspicato sarebbe ancora possibile ed allontanerebbe l’accusa al Parlamento di arrivare a fine legislatura solo per far scattare il regime residuale dei vitalizi.

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Continua la perversione del Porcellum

E’ incredibile di come il Porcellum continui ad avvelenare il confronto democratico. Non si passa, senza pagare un prezzo anche alto, dai nominati agli eletti con tutto quello che comporta per i singoli, per i partiti e per l’elettorato. Il Porcellum è stato devastante su più versanti: 1) l’aver divaricato il sistema elettorale tra Camera e Senato per rendere ingovernabile il Paese nel momento in cui si dava per scontata la vittoria dell’Ulivo; 2) l’aver creato le condizioni ideali per il successo dei grillini, una denominazione che sta per andare in pensione, meglio dire pentastellati.

Ancora non c’è consapevolezza della priorità di affrontare gli effetti devastanti provocati dal Porcellum: 1) l’aver reciso il rapporto costante e sinergico tra eletti ed elettori attraverso i nominati, la sottrazione dei parlamentari al rapporto diretto e simbiotico con gli elettori, sicchè a goderne sono stati i movimenti più integralisti che hanno avuto il bersaglio grosso ed indistinto di battersi contro la casta dei nominati a qualunque gruppo appartengano, ragione non ultima dei cambi di casacca in favore di chi pare assicurare la sopravvivenza. Così si spiega come un movimento di protesta raccolga adesioni in tutta la gamma dello schieramento politico e del perché gli ammiccamenti di un Bersani siano stati di nuovo respinti al mittente: perché rappresentano una minaccia al monolite (fino a quando?) del tenere insieme tutto e il contrario di tutto. Abbattere la rendita di posizione della casta interpartitica dei nominati è il nodo non sciolto per ridimensionare i grillini. Un ultimo episodio è lo scontro polemico tra Orlando che chiede la cancellazione dei capilista anch’essi nominati e Renzi che oppone l’indisponibilità di una maggioranza parlamentare per conseguire il risultato. Ammesso e non concesso che l’affermazione di Renzi sia attendibile e che non ci siano contropartite da offrire per trovare una maggioranza per vincere la rendita di posizione delle oligarchie dominanti in ogni partito, è lecito chiedersi se non ci siano altre modalità per aggirare almeno in parte l’ostacolo.

L’errore più volte da me denunziato è quello di aver fatto temere, attraverso i capilista, di poter cedere da parte di Renzi alla tentazione di un partito omologato a sua immagine e somiglianza. La garanzia per tutti è un ritorno allo spirito ed alla prassi aggiornata dell’Ulivo per un partito effettivamente plurale, che non concede alibi ai rigurgiti identitari. Basterebbe che nello statuto fosse stabilito che ogni indicazione di candidatura singola, specie se sottratta al voto popolare, come accadrebbe con i capilista o nei collegi uninominali, va rimessa alle primarie, insieme all’intera lista, risultando capolista il più votato. Il precedente della regione Toscana dovrebbe costituire una lezione preziosa. Nessun cedimento ma condizione essenziale per un riassorbimento graduale della base dei dissidenti e del possibile raggiungimento del 40% per ottenere il premio di maggioranza è dare voce e rappresentanza a quella base sempre più avvertita in quale vicolo cieco hanno cacciato il PD e l’intero Paese gli scissionisti. La ciliegina sulla torta sarebbe l’introduzione delle primarie per legge, ma facoltative ed in contemporanea, e ciò per limitare lo spostamento di truppe cammellate. L’effetto più rilevante sarebbe liberare i pentastellati dal burka della rete. Esigui i costi delle primarie limitati alle spese vive potendo contare sul volontariato. Ristabilite le condizioni per coalizioni anche alternative (il doppio forno di andreottiana memoria) che facciano perno sul PD, il confronto serrato sarebbe sulla scelta agibile e sul leader più idoneo a rappresentarla mettendo fine ad un uomo per tutte le stagioni.

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Renzi, se volesse passare alla storia…

Quando la Storia, con la s maiuscola bussa, alla porta è necessario aprirsi e non pensare prima a se stessi. La decisiva sfida che contiene e condiziona tutte le altre, e non viceversa, è il futuro dell’Europa, quella di restare in Europa per cambiarla in meglio come si fa in ogni famiglia che si rispetti. Il valore di questa scelta ha un’aggettivazione, che si può definire “degasperiana”, cioè di tenere insieme tutte le forze che vi si riconoscono senza ambiguità. Il riferimento alla scelta degasperiana è più di un riferimento storico, è una palpitante eredità nel momento in cui, e bene ha fatto Prodi a ricordarlo, una difesa comune europea (il sogno di De Gasperi del 1954 fatto fallire da De Gaulle) e relativo esercito s’impone per far fronte ai disimpegni di Trump. E’ la linea che caratterizza Macron in Francia, e che dovrebbe battere la Le Pen, è quella che, pur in forma competitiva tra loro, contrassegna la gara elettorale in Germania. In Italia ne discende che bisogna concretamente aiutare FI a sottrarsi alla morsa tra Lega e Fratelli d’Italia, riconoscere quanti la scelta l’hanno già fatta e pertanto battersi per il ritorno alle coalizioni, pur se in competizione tra loro, anzi proprio per questo il miglior antidoto all’integralismo ed all’isolamento grillino. Solo dopo vengono le legittime preoccupazioni sulla frammentazione del sistema politico e sulle misure per farvi fronte.

In questo quadro Renzi deve farsi carico di un errore che ha concorso alla frammentazione, impropriamente chiamata scissione, e che potrebbe ripetersi (principale indiziato Emiliano tentato dal populismo alla De Magistris). L’errore più volte da me denunziato è quello di aver fatto temere, attraverso i capilista, di poter cedere da parte di Renzi alla tentazione di un partito omologato a sua immagine e somiglianza. La garanzia per tutti è un ritorno allo spirito ed alla prassi aggiornata dell’Ulivo per un partito effettivamente plurale. Basterebbe che nello statuto fosse stabilito che ogni indicazione di candidatura singola, specie se sottratta al voto popolare, come accadrebbe con i capilista, va rimessa alle primarie, insieme all’intera lista, risultando capolista il più votato. Nessun cedimento, ma condizione essenziale per un riassorbimento graduale della base dei dissidenti e del possibile raggiungimento del 40% per ottenere il premio di maggioranza. La ciliegina sulla torta sarebbe l’introduzione delle primarie per legge ma facoltative ed in contemporanea per limitare lo spostamento di truppe cammellate. L’effetto più rilevante sarebbe liberare i pentastellati dal burka della rete. Esigui i costi limitati alle spese vive potendo contare sul volontariato. Ristabilite le condizioni di una coalizione che faccia perno sul PD, coraggiosamente secondo la lezione morotea (ci sono due vincitori e propose il governo di solidarietà nazionale), prenderei atto che il sistema è prevalentemente tripolare e che pertanto per garantire la governabilità e la stabilità, una volta soppresso il ballottaggio, la soglia dal 40% va portata se non al 33 al 35% con l’incentivo del richiamo al voto utile per garantire la governabilità del Paese.

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Bersani sulla strada di Damasco, torna e ricasca!

Decisamente il tentativo di Bersani, di stabilire un contatto con i grillini in una situazione aggravata e più distante del primo tentativo (per una avversione all’Europa ed all’euro ribadita senza tentennamenti in competizione con la Lega di Salvini) più che di conversione ha il sapore amaro di un’avversione verso Renzi ed il suo PD che sa dell’ossessione, di una rivincita costi quel che costi. Non si può spiegare razionalmente, stante il suo sicuro ancoraggio alla famiglia socialista e progressista europea, che non fa mistero di battersi per l’unità del vecchio continente, come elemento indispensabile nella sfida con vecchie e nuove potenze mondiali. Questa autentica fuga in avanti richiama alla mente uno scenario ben noto nella sinistra dem: la concorrenza tra i compagni di cordata per una primazia che conferma il detto:” troppi leader nessun leader!”. Ma c’è di più, bontà sua. Bersani accredita il M5stelle come una forza di centro che sposandosi con i secessionisti concorrerebbe ad un inedito centro-sinistra in concorrenza con quello renziano ancor più ricacciato al centro.

La risposta a questa brillante prospettiva non si è fatta attendere anche se da una figura minore del M5stelle: “Un vade retro Satana tentatore” perché Bersani rappresenterebbe una sorta di cavallo di Troia che attenterebbe all’integrità del movimento, che se si sposta a destra o a sinistra si spacca. Se ci sarà bisogno di alleanze, perché nessuno raggiunge il 40% per aggiudicarsi il premio di maggioranza, per i pentastellati meno compromettenti e più affini sarebbero gli euroscettici di Salvini e della Meloni. E’ lecito chiedersi da che cosa scappi Bersani per liquidare l’attaccamento alla ditta e ai suoi valori? Mi sembra che non ci siano dubbi poiché l’altra scelta sul tappeto, che richiede umiltà e coraggio a chi volesse aderirvi, è quella di Pisapia federatore di un nuovo Ulivo che postula l’accordo con il PD, socio di maggioranza, magari con un passo indietro di Renzi ed uno davanti di Orlando o tirando la corda al massimo a guida Pisapia, comunque con Renzi ancora segretario del partito e pars magna della nuova alleanza. Non stupisce che gli scissionisti si schierino contro il Mattarellum o l’uninominale all’inglese e che portino acqua al proporzionale, per contarsi e poi si vedrà alla faccia della governabilità…

Schulz contro Merkel
antidoto ai populismi

E’ ricorrente contro gli attacchi terroristici in Europa l’affermazione “Guai a farsi prendere dalla sindrome della paralisi, occorre intervenire e prendere le misure necessarie per ritornare ad una vita normale, migliore antidoto contro chi vorrebbe trascinarci in una spirale di violenza e di paralisi” Mi pare che un’analoga condotta dovrebbe essere adottata contro i populismi che per via democratica, in un crescendo contenuto com’è accaduto in Olanda, tentano l’assalto al potere per realizzare i loro devastanti obbiettivi.

Ebbene è proprio la dialettica democratica e la salvaguardia delle istituzioni a rappresentare la strada maestra per il riassorbimento dei conati antidemocratici ed antisistema. La discesa in campo di Schulz contro la Merkel, nonostante la grande coalizione che governa la Germania, obbedisce in pieno alla logica della fisiologia del ricambio democratico e riduce lo spazio alle forze più estreme specie se antisistema. Chi rischia di più in questo scontro è certamente la Merkel perché insidiata a destra, su quella destra che vittoriosamente fino ad oggi era riuscita quasi ovunque a tenere sotto la soglia del 5% che dà accesso alle istituzioni. Che l’aria fosse cambiata è apparso chiaro nelle elezioni nei lender, anche in quelli in cui la situazione economica non offriva alibi a dissociazioni, prova provata che soffiava un vento che prescindeva dal giudizio sul governo locale. Tanto per intenderci soffiava il vento trumpiano che già inaspettatamente aveva fatto perdere ad Obama la maggioranza al Senato pur avendo registrato evidenti successi sul piano degli investimenti e del lavoro. E’ il grande tsunami delle migrazioni di massa destinate a durare ed accrescersi a far temere il peggio e la destabilizzazione degli equilibri raggiunti in ogni singolo Paese. Non meraviglia che la ricetta nel breve più accattivante è quella della chiusura nazionalista (“Prima gli americani! Coniugata poi secondo i diversi Paesi in preda agli stessi fenomeni).

Tornando a Schulz ed alla sua sfida alla Merkel c’è da notare, con onore per i socialisti francesi, che la scelta europeista non è affatto messa in discussione quanto piuttosto le misure da mettere inatto laddove il disagio sociale è più forte e proprio per questo potrebbero aprirsi ulteriori varchi alle forze euroscettiche ed antieuropeiste per rifugiarsi nelle autarchie nazionali con una perdita certa nell’agone globale inarrestabile ma che solo entità sovranazionali possono essere in grado di contenere e governare. Gli obbiettivi enunciati da Schulz vanno da maggiori investimenti verso le fasce più deboli, in particolare per le pensioni, per l’assistenza e per l’istruzione. Come coprire i costi relativi non è dato ancora sapere e lo stesso Schulz ha rimandato al programma vero e proprio in corso di definizione. Le tre linee maestre indicate per caratterizzare la sfida socialista si riassumono in più giustizia sociale, più rispetto e dignità per ciascun cittadino. Basterà questa dialettica contrapposizione elettorale a frenare e riassorbire i populismi sulla cresta dell’onda? Un dato è certo che lo scontro in Germania avviene come in passato con la rete di protezione della grande coalizione anche se gli equilibri interni potrebbero mutare e verificarsi il sorpasso di Schulz sulla MerKel e questa a sua vota rifarsi a livello europeo. Inutile dire che da noi è tutto più complicato e difficile e che fino ad ora, a partire dalla legge elettorale navighiamo a vista… corta.

Quando l’ombelico è al centro
e sfugge il resto del mondo

Quando l’ombelico è al centro dell’attenzione e sfugge il resto del mondo,la prima misura, se sei alla guida, è fermarti, raccogliere idee e forze e ripartire, altrimenti scendere. Lo sgomento dei militanti di base del PD nasce da una nuova luce in cui vanno riconsiderati gli avvenimenti interni al PD degli ultimi mesi. In primo luogo la fretta di Renzi di andare ad elezioni anticipate che poteva apparire seriamente motivata dal fare leva sulle forze che reclamavano elezioni subito perché sulla carta le più disponibili a pervenire ad un accordo. Su tutto  l’omogeneizzazione per quanto possibile delle leggi elettorali tra Camera e Senato, come espressamente richiesto dal Presidente della Repubblica per evitare una pericolosissima ingovernabilità futura ed una instabilità  con effetti negativi immediati sulle Borse e sulla situazione finanziaria ed economica del Paese con i riflessi politici interni che ne conseguirebbero. Un obbiettivo talmente alto che il prezzo di elezioni anticipate poteva ragionevolmente essere pagato. Invece no, la minoranza dem, senza se e senza ma, si è messa subito di traverso lavorando in concreto al di là di qualche rassicurazione per sfociare pur di garantirsi  verso il proporzionale e comunque con esiti diversi tra Camera e Senato verso l’instabilità istituzionale. E’ lecito nel militante di base, alla luce delle docce fredde giudiziarie di questi giorni,  che le due fughe in avanti della maggioranza e della minoranza, quest’ultima perfino fuori dal partito, fossero dettate anche da qualche anticipazione? Eppure da questo epicentro, da questo ombelico del partito-perno del sistema politico, sfugge il resto del mondo che ci ruota intorno con forti accelerazioni per gli esiti elettorali della Brexit e degli USA e di quelli in arrivo nei Paesi più importanti d’Europa. Non si rischia in quest’ottica un altro cupio dissolvi? Quali i punti fermi per risalire la china? Non perdere d’occhio la linea dell’orizzonte europeista ed opporre un’effettiva solidarietà interna ed internazionale a tutto ciò che attenta a quanto costruito finora e da cui ripartire con tutte le correzioni di rotta necessarie. Stare in Europa per cambiarla è la nuova demarcazione di ascendenza degasperiana  tra e dentro le forze politiche sicchè, per intenderci, se e come verrà assegnato un premio di maggioranza questo va alla coalizione e non ad una lista come previsto nell’Italicum. Inoltre  contro la parcellizzazione e i condizionamenti dei partiti minori occorre che oltre la soglia minima per il diritto di tribuna sia introdotta la soglia non minore al 5% per partecipare al premio di maggioranza,  incentivando così la fusione tra forze omogenee. Va tutelato perciò quanto si muove in direzione di una rinnovata solidarietà europea specie dopo la chiara scelta che il PPE ha fatto di eleggere a Presidente del Parlamento europeo il forzista Tajiani, contro l’opa che vorrebbero mettere in atto gli antieuropeisti  Salvini e Meloni. Il PD in particolare deve riaffermare col suo apporto qualitativo e non più solo numerico  la sua appartenenza all’area socialista e progressista, sede ideale in cui si possono porre le basi per una ricomposizione ideale prima che negoziale della frammentazione subita dal PD in Italia.

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Renzi, un “barbaro intuitivo” ma irriflessivo

Dovrò procedere per flash per riuscire nello spazio di un articolo a motivare l’assunto del titolo. Partiamo dal “barbaro intuitivo” per il fiuto con cui partì, come i barbari con Roma, alla conquista del partito nazionale, appunto a Roma. I segnali che lo confortavano, tanti, dal tentativo fallito di Bersani con i penta stellati, al venir meno di un sostegno esterno per aver ragione della dissidenza interna, dissidenza manifestatasi, clamorosamente e trasversalmente, nella bocciatura a presidente della Repubblica di Marini prima e soprattutto di Prodi, indicato per acclamazione. Il dato in comune delle due bocciature era la repulsione verso personalità percepite come difesa ad oltranza della vecchia nomenclatura, definita da un barbaro come Renzi col termine dispregiativo di “rottamazione”.

Un Renzi altrettanto intuitivo diede il segnale degli 80 euro a fasce intermedie che temevano il declino verso soglie di povertà, sicchè in un elettorato sempre più liquido fuori da vecchie appartenenze, con l’affidamento ad un leader di fresca nomina, giunse il premio alle Europee di quel 40,8 %, cifra mai conosciuta da una forza di sinistra, più vicina a quelle della vecchia DC. Da qui ha inizio un abbaglio che partorisce accenni tipo quello del partito della Nazione, che presuppone lo sfondamento progressivo sulla destra di un leader in declino inarrestabile che divora i suoi figli senza successori. Si configura un leader solo al comando con scelte simul Berlusconi, dall’esonero dell’Imu sulla prima casa al ponte sullo stretto e tutto questo in piena recessione in Europa ed ancora più accentuata in Italia. Non solo doveva renderlo più riflessivo il fatto che nelle elezioni di mezzo termine, locali nazionali o referendarie che siano, la gente coglie al volo l’occasione per esprimere il disagio in cui versa. Non gli è bastato nemmeno che il suo amico Obama, dopo aver superato la recessione e ricuperato milioni di posti di lavoro, perdesse la maggioranza al Senato, un anticipo della marea trumpiana. E lui che fa, pur col più nobile intento di rendere competitivo il Paese, lo mette in secondo piano e si gioca tutto sul sì al referendum ed ancorché poi mitigata, ci scommette la stessa permanenza in politica.

Trattene le conseguenze con le dimissioni da Presidente del Consiglio, incomincia ad inanellare errori in quel partito da riportare ad unità perché essenziale a fare da massa critica per giocarsi la carta del voto utile per raggiungere quel 40 per cento necessario per riscuotere il premio di maggioranza e poter governare senza condizionamenti esterni, specie di FI, di cui veniva accusato dalla minoranza. Minoranza, caduta nello stesso abbaglio di Renzi, mobilitatasi per far perdere Renzi, ma con la presa d’atto della propria incidenza, senza preoccuparsi del fatto che il pericolo montante era all’esterno del Pd in uno tsunami dalla destra, dalla Brexit alla vittoria di Trump. All’interno del PD ha fatto ancora di peggio. Preavvertito che il sostegno al referendum era condizionato a modifiche all’Italicum, in primis dei capilista bloccati, in preda ancora alla sbornia europea, Renzi non tiene in debito conto il timore della minoranza di essere tagliata fuori dalla rappresentanza. Infatti nei collegi piccoli, una volta assicuratisi i capilista, sarebbe stato un gioco concentrare i voti e prenotare anche il secondo eletto, graziando i meno ostili con una manciata di posti. Da parte sua la minoranza si è distinta per una gamma di ritorsioni, a partire dalla scissione minacciata e realizzata dai più impazienti, alla votazione di volta in volta e perfino al voto contrario sulle fiducie. Uno stillicidio di stile anarchico, nemmeno sfiorata di far dipendere la rottura definitiva al congresso, questa sì di chiara ascendenza ulivista e plurale, nel caso di mancata approvazione di una norma statutaria che imponesse nei collegi le primarie di lista in modo tale che risultasse capolista il primo eletto e nell’ordine tutti gli altri, una norma altrettanto valida se si dovesse tornare ai collegi uninominali. In sostanza un dialogo tra sordi senza fantasia e lungimiranza con vistosi rigurgiti identitari a cui non sono estranee nostalgie proporzionaliste vecchie e nuove pur di contare qualcosa con la condanna del Paese all’instabilità. E poi qualcuno lamenta il complotto dell’esclusione dell’Italia dal gruppo di testa nell’Europa a più velocità…

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Nel PD un dialogo tra sordi
ed i possibili rimedi

Dopo la direzione nazionale bisogna prendere atto che il PD potrà uscire fuori dal guado se indicherà la direzione di marcia e le condizioni essenziali perché sia perseguita in unità d’intenti. Viene legittimo il dubbio che con i suoi ultimatum a ripetizione la sinistra dem abbia l’intento di provocare la scissione a destra per scaricarne la responsabilità su Renzi ed accreditarsi come l’erede di quanto rimane del PD. E’ bene chiarire che è legittima aspirazione di ogni partito diventare forza maggioritaria per la sua proposta, altra cosa prefiggersi di raggiungere l’obbiettivo a colpi di sbarramenti, tipo l’8% di marca veltroniana che accelerò la caduta del governo Prodi a destra come a sinistra della composita coalizione prefigurando il taglio dei rami minori e, così facendo, decretando la fine del tronco.

Nonostante la bocciatura la vocazione maggioritaria è rispuntata anche con Renzi che avrebbe dovuto prenfere atto di un’altra lezione esemplare come l’implosione della maggioranza bulgara di Berlusconi. Ho riepilogato la storia di una direzione di marcia sbagliata per dire che la strada maestra di veri maestri come De Gasperi è quella delle coalizioni più ampie ed omogenee possibili cementate da una strategia condivisa per un obiettivo comune, che oggi prioritario e discriminante per le alleanze è restare in Europa per cambiarla dal di dentro. Questo criterio della inclusività per orientare ed aggregare altre forze esterne deve essere perseguita in primo luogo all’interno della forza politica che aspira alla guida del processo aggregativo. La prima doverosa mossa di Renzi è quella di liberare il partito dalla sensazione-tentazione di voler egemonizzare la rappresentanza, ma questo non può avvenire a trattativa privata con chi sta con un piede dentro ed uno fuori dal partito minacciando scissioni come un lassativo. Sarebbe l’inizio della disgregazione mentre la strada maestra ispirata dall’esperienza dell’Ulivo è quella di un partito aperto all’apporto della base anche fuori dal perimetro del partito estendendo le primarie a tutte le candidature specie se comprendono figure come i capolista sottratti al voto popolare, promuovendo primarie generali dei candidati in ogni collegio con il primo eletto indicato a capolista, evitando un duplicato del capolista in seconda battuta, assicurando così la pluralità degli apporti assolutamente vitale per chi si prefigge di superare la soglia del 40%.

In poche parole si tiene unito un partito facendosi carico per ogni componente del principio del “Primum vivere deinde philosophari”. Giusta la preoccupazione di chi ritiene che si moltiplicherebbe con il premio alla coalizione la frantumazione ed il ricatto delle forze minori ma il premio al partito di maggior consistenza può anche essere perseguito, incentivando l’unità di forze omogenee, escludendo dal riparto del premio le forze che non abbiano raggiunto un minimo di consenso popolare. Così come, per le candidature multiple, si evita l’arbitrarietà della scelta da parte delle oligarchie di partito risultando il candidato eletto laddove ha conseguito la percentuale maggiore. Mi fermo a queste prime indicazioni rispettose, dentro e fuori del partito, della pluralità degli apporti dentro possibili maggioranze e fuori a tutela delle minoranze prevedendo sin da ora, per favorire gli accorpamenti, che per le liste singole e non coalizzate la soglia minima sia fissata al 5% secondo il modello tedesco.

PD, la banalità del farsi del male

Parafrasando Hannah Arendt viene spontaneo, rispetto allo scontro sulla porta di casa (dentro o fuori?) del Pd, definire la condotta morale della sinistra dem come “la banalità di farsi del male”. Parlerò in seguito di Renzi e della sua autocritica che è solo agli inizi e che potrebbe essere accelerata se non incombesse ripetutamente la minaccia di scissione da parte delle minoranze del PD.

Partirei di qui, dalle proposte delle minoranze, uso il plurale per quanti sono i personaggi in cerca di fare il leader con sfumature diverse per ritagliarsi di volta in volta una propria autorevolezza saltando a piè pari una collegialità di ricerca che sola potrebbe far scaturire per capacità di analisi, oltre che per esperienza vissuta e riconosciuta, una reale leadership. Partiamo da chi ancora ha una taratura riconosciuta nel partito e nel Paese ma che sta facendo di tutto per dissiparla. Alludo a Bersani ed all’ultimo aut-aut, quello che senza garanzie di rappresentanza nei prossimi gruppi parlamentari, prospetta la scissione con una nuova formazione politica, bontà sua nobilitata come un nuovo ulivo, con tutti i rami disponibili nel centrosinistra e verso sinistra, il cui auspicio sarebbe di includere nuovi rami mentre minaccia di segare il tronco imprescindibile per tenerli uniti. Un’enormità che mi ha dettato il titolo di questo intervento “La banalità del farsi del male!”.

Come ci si può accreditare e proporsi alternativi in un partito se ad ogni divergenza la minaccia è quella di uscirne, o di votare di volta in volta come battitori liberi o di votare contro la fiducia al Governo? Un modo di proporsi che fece dire nel lontano 1920 ad un certo Lenin per averlo sperimentato che “l’estremismo è la malattia infantile del comunismo”. Non ho sentito una sola parola di autocritica da parte di alcun esponente della sinistra dem sulla constatazione dell’assoluta marginalità del proprio apporto ai no straripanti quando l’intento conclamato era di essere determinanti per non far vincere il sì, quindi credibile non solo per Renzi, che avrebbe consacrato un uomo solo al comando con esclusione successiva degli avversari interni grazie ai capilista nominati. Ed ancora nessuna correzione di rotta dopo il valore aggiunto che la vittoria di Trump potrebbe apportare agli antieuropeisti. Ma per tornare al tasto dolente di una marginalizzazione nella rappresentanza parlamentare, poiché ci si rifà all’ulivo perché non avanzare la classica proposta che sottrae la scelta alle oligarchie e cioè che qualunque incarico sottratto al voto popolare deve essere rimesso alle primarie? La natura composita della maggioranza di Renzi dà garanzie che nessun gruppo è in grado di farne un monopolio. D’altra parte come potrebbe Renzi aspirare a superare il fatidico 40% se non si assicura in partenza il pieno del suo partito per aggregare i possibili alleati e i simpatizzanti?

Roca