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Roca

I referendum in lombardo-veneto e i no desaparecidos!

I due commenti contrapposti rispetto ai due referendum in Lombardia e Veneto si possono così riassumere: a) posizione contro: miliardi buttati al vento per esiti inesistenti con vie da percorrere sancite costituzionalmente e perseguite da altre regioni come l’Emilia-Romagna; b) posizione a favore: richiedere il conforto popolare necessario a dare forza alla richiesta al Governo ed al Parlamento nazionali di nuove competenze e (opportuno sottolineare) relative risorse aggiuntive, pallida eco della richiesta della Padania di un tempo “La ricchezza che produciamo deve essere reinvestita in loco”. Quali le ragioni vere di questo revival forzista vecchia maniera, istanza con vista sulle prossime elezioni politiche e regionali? La ragione prima fondamentale è che nelle due regioni più importanti a guida leghista occorre tamponare le possibili conseguenze della svolta politica del Segretario nazionale Salvini che ha optato per una dimensione nazionale della Lega che sappia diventare interlocutrice delle forze di destra europee ed internazionali oltre che candidarsi ad una parte cospicua della prossima eredità berlusconiana, peraltro proponendosi come guida del centrodestra se si conferma il trend prevalente nei sondaggi della Lega su FI. I due Presidenti regionali temono che questa nuova strategia intacchi la fedeltà dell’elettorato del nord oltre che proporsi come alleati affidabili di FI qualora la dimensione nazionale di Salvini dovesse risolversi in un flop come si augura un indomito ancorché disarcionato Bossi. Una mossa ad uso interno della Lega e di tutto il centrodestra in previsione di nuovi equilibri e di nuovi aspiranti leader. Inutile dire che in tutto il centrodestra ci sono ferme smentite che i referendum promossi abbiano niente a che vedere con quello secessionista della Catalogna ma è sempre vero il vecchio detto: ”In politica mai dire mai ed ancora l’appetito vien mangiando!”.

Unica voce discordante nel centrodestra la Meloni che in nome della patria italiana si dissocia, peraltro con poco seguito in loco, con il chiaro intento di confermare la sua quota di elettorato specie nel centro sud. La vera sorpresa di questa vigilia elettorale referendaria è la scomparsa dei “No” veri e propri desaparecidos! Fuori dai proponenti le forze politiche principali si destreggiano non volendo lasciare ad altri la bandiera delle rivendicazioni regionaliste specie dopo lo scampato pericolo di un riequilibrio delle competenze tra Stato e Regioni, parte integrante del referendum bocciato.

Berlusconi impegnato a tenere unito il centrodestra per le prossime politiche finirà per schierarsi per il sì di pura facciata temendo l’effetto di trascinamento sulle politiche di un forte successo della Lega mentre il PD balbetta nell’assenza dell’unica proposta seria di una contestuale serrata contestazione del neocentralismo regionale, grossa remora che può far rimpiangere il tanto vituperato centralismo nazionale. I no desparesidos si rifuggiranno nell’astensione, nelle schede bianche e nulle con quest’ultime essenziali nel Veneto per raggiungere il 50%,1 richiesto per la validità del referendum consultivo.

Ultima considerazione che coinvolge la nuova Europa da costruire per competere con le nuove superpotenze internazionali, quali sono negli stati nazionali e nella UE i bilanciamenti possibili per consentire la sopravvivenza delle piccole patrie. Non è un caso, anche se appare oggi una linea di fuga dalle proprie responsabilità costituzionali, l’appello degli indipendentisti catalani all’Europa proclamando la loro fedeltà europea contro i supposti arbitrii di una patria-matrigna. Come non pensare al velleitario disegno dell’impero Europa e ad pulviscolo di stati che le ruotano intorno?Con i rigurgiti sovranisti in agguato un autentico suicidio dell’Europa prima e delle piccole patrie poi!

Roca

Camere con svista d’incostituzionalità!

Il PD è uscito dal bunker forte di una scelta essenziale: non restare soli!
Non restare soli è una necessità vitale per chi si prefigge di essere l’asse portante del sistema politico, a maggior ragione dopo la nuova configurazione tripolare, per di più con la scelta del M5stelle di non fare scelte preelettorali. Una posizione centrale che postula e sollecita alleanze sia sulla sua sinistra che sulla destra previa verifica della convergenza su di un programma condiviso. S’impone con forza la strada maestra delle coalizioni dopo la bocciatura dell’Italicum che portava a casa il ballottaggio per sapere la sera stessa dello scrutinio chi avrebbe governato, leader e maggioranza. Cancellata questa ipotesi dalla Consulta è rimasta in vita il traguardo del 40% necessario per assicurarsi il premio di maggioranza e poter governare. Finalmente si va in questa direzione ed un processo di decantazione è già in atto accantonando posizioni personalistiche senza futuro se non quello di favorire gli schieramenti alternativi pur di fare dispetto agli ex compagni di cordata. Il rosatellum 2 ha il pregio di sbloccare la via verso le coalizioni e ridurre al massimo i trasformismi post elettorali invocando tra l’altro il voto utile per poter governare, un richiamo questo che potrebbe far breccia tra gli astensionisti.
Nota dolente è la scelta dei candidati che riproduce i nominati, grazie alle liste rigide del proporzionale non a caso prevalente rispetto al Mattarellum. Si potrà obbiettare che anche i candidati dei collegi uninominali sono imposti dalle oligarchie dei partiti ma sono scelte che per andare in porto dovranno riscuotere il voto popolare e gli errori possono essere pagati a caro prezzo. Il punto dolente di effettiva incostituzionalità nasce dal vincolo di schieramento tra l’uninominale ed i candidati a liste rigide del proporzionale, una vera e propria camicia di forza che vanifica la ratio su cui poggia l’uninominale, la fiducia personale sulla maggiore o minore idoneità a rappresentare la porzione di territorio a cui sono preposti, la qualcosa può prescindere dalla affiliazione politica. Si potrebbe prefigurare una violenza a voler far scaturire da una libera scelta di un candidato ritenuto affidabile nell’uninominale l’imposizione di un listino bloccato senza concorrenza. Solo il voto disgiunto, non solo per motivi di opportunità sollevati da Cuperlo, può evitare una impugnativa di incostituzionalità che minerebbe la credibilità delle nuove Assemblee.
È di un’assoluta evidenza che il collegamento forzato risponde alla mancanza di reciproca fiducia tra alleati e getta ombre oscure sull’omogeneità delle coalizioni. Di minore rilevanza sono le obbiezioni mosse alle pluricandidature, particolarmente utili alle formazioni minori ma per evitare il mercato delle vacche più fedeli alle oligarchie basterebbe fissare che il pluricandidato è eletto nel collegio dove ha conseguito la percentuale più alta.

Più che l’amor patrio potè il digiuno!

Il Rosatellum 2 pare avere qualche speranza di essere approvato. Intanto si fa carico della sollecitazione del Presidente della Repubblica per un allineamento tra Camera e Senato. Altro elemento innovativo quello che presuppone, invece del tutti contro tutti, il ritorno alle coalizioni, una pura illusione per l’eterogeneità delle stesse. La prova provata? Il voto è lo stesso bloccato a Camera e Senato per paura d’essere fregati dall’alleato. Capovolti i rapporti tra il maggioritario ed il proporzionale rispetto al Mattarellum emerge con solare evidenza che lo stare insieme in una coalizione rinvia a dopo i problemi degli equilibri interni e quello del leader in cui riconoscersi. Nello stesso M5stelle, naturalmente contrario alla coalizione la corsa solitaria di Di Maio sa più di capro espiatorio di un ridimensionamento annunziato, Questa è la ratio che privilegia la conta interna delle coalizioni trasformando la parte predominante del promozionale in una sorta di primarie legittimanti il futuro partner e la strategia prevalente. Senza misure maggioritarie in grado di garantire la governabilità, tutto diventa aleatorio subordinato al futuro stato di necessità ed in ultima analisi al male minore, unica alternativa com’è successo in Spagna, il rinvio alle urne. Cadono nel vuoto tutte le sollecitazioni a dare la priorità alla governabilità mentre l’unica preoccupazione diventa il digiuno a cui andrebbero incontro i parlamentari uscenti se si dovesse tornare al regime degli eletti e non più a quello dei nominati e cooptati come nei collegi uninominali. Non ho nessuna nostalgia del voto di preferenza manipolabile e costoso ma l’uninominale del 75% del Mattarellum avrebbe evitato il prevalere delle liste rigide, limitatolo strapotere delle oligarchie e con l’appello al voto utile qualche possibilità in più di avvicinarci a possibili alleanze. C’è chi come Alimonte ai fini dell’assicurare il bene essenziale di scegliere un governo per il Paese reclama la reintroduzione di una qualche forma di doppio turno, che la sera del secondo ci assicuri chi governerà. Nessuno che, prendendo atto di un sistema tripolare …finora, se convinto delle proprie ragioni, proponga l’abbassamento della soglia per il premio di maggioranza non dico al 33% ma almeno al 35% per accreditare la necessità di andare a votare e scuotere gli astensionisti se non altro per scegliere il male minore.So l’obiezione che sarebbe un azzardo ma mi pare già di sentire ripetere la frase di finiana memoria :” Che fai mi cacci?”e le maggioranze bulgare andare in frantumi.

Gli abbracci di Pisapia personali e politici

I contestati abbracci di Pisapia a Maria Elena Boschi si sono ripetuti, certo meno calorosi, col vice-segretario PD Martina e Delrio,questo a testimoniare che s’era montato un caso che faceva riferimento allo stile personale di Pisapia di rapportarsi con le persone con cui ha avuto frequentazioni. Un’indegna gazzarra dimenticando una classica avvertenza, che tutto fa brodo in politica ma che la politica non è tutto. Da qui a dire che si tratti di un dato strettamente personale e non coglierne anche il valore politico ce ne passa. Per quanto riguarda Maria Elena Boschi e la motivazione dell’abbraccio balza evidente l’affinità politica tra due esponenti impegnati entrambi per il sì al referendum istituzionale, niente affatto pentiti ma solidali verso un obbiettivo mancato, la cui bontà,se fosse stato approvato, sarebbe andato a vantaggio in primo luogo dei tre maggiori concorrenti alla guida del Paese e non solo del PD, come strumentalmente e talora in mala fede è stato affermato. Vale la pena ricordare due pregi su tutti: la fine del bicameralismo paritario, unico rimasto in tutta Europa, e il riordino di competenze tra Stato e Regioni. C’è già chi si morde e si rimorde per aver propagandato e scritto quel no che avrebbe ridotto le distanze tra noi e gli altri paesi europei .Se poi si pensa al naturale collegamento con punti essenziali dell’Italicum il pentimento è destinato a crescere. Vale la pena ricordare che di fronte alla richiesta irrinunciabile del Cavaliere di avere un pacchetto di mischia a sua completa disposizione in difesa di interessi politi ci e personali con l’introduzione dei capilista. Renzi, per scongiurare futuri e necessitati inciuci, tenne duro e portò a casa il ballottaggio, quel secondo turno vero tabù per la destra che si perdeva voti d’opinione per strada in favore del centrosinistra i cui elettori erano stati fino ad allora più motivati a rivotare. Magari con le primarie per legge anche se non obbligatorie sarebbe stato possibile ridurre il potere di designazione-cooptazione da parte di tutte le oligarchie dei partiti e indurre la base penta stellata ad affrancarsi dal burka della rete. Più passano i giorni e più crescono i lamenti contro un ritorno alla frammentazione ed all’instabilità della I Repubblica ma sono lacrime di coccodrillo dopo aver consumato la preda. Indubbio che l’abbraccio di Pisapia alla Boschi avesse un valore politico e non solo personale perché gli obbiettivi principali allora come oggi sono condivisi e la differenziazione è sul come .Altrettanto politico oltre che personale l’abbraccio con Martina, vicesegretario del PD scelto da Renzi per le chiare ascendenze di sinistra democratica e quindi col compito difficile di essere riferimento per un elettorato orientato verso una sinistra democratica ed evitare ulteriori slittamenti fuori dal PD propenso a mantenere aperto il dialogo anche con gli scissionisti con l’aiuto determinante di Pisapia. Il quale non a caso ha prospettato le primarie di coalizione ritenendo inaccettabile che per il ritorno dei figliol prodighi si possa pretendere che il vitello grasso da sacrificare sia proprio Renzi. Ma l’azione di Pisapia consapevole dei contraccolpi che potrebbero derivarne non a caso punta su convergenze nelle prossime regionali. Dulcis in fundo l’intento di Pisapia è favorire la tenuta del governo Gentiloni per portare in porto provvedimenti cari alla sinistra ed al mondo cattolico più vicino a Papa Francesco, quel ius soli che per opportunità politica Renzi adombra di rinviare a tempi migliori ma che inevitabilmente ne sminuirebbe il profilo riformatore. Infine per quanto riguarda il rapporto Pisapia-MDP c’è da dire che rassomiglia ad un elastico pro o contro Renzi ed il PD, ai cui estremi ci sono Pisapia e D’Alema. Un elastico destinato a spezzarsi specie se il PD avrà la saggezza di guardare agli interessi generali del Paese ed alla sua governabilità per tenere il passo con l’Europa che accelererà dopo le elezioni in Germania, il che implica la ricerca di coalizioni da sottoporre al giudizio popolare e non dopo diventando ostaggio di un trasformismo paralizzante.

Renzi, vivere in rimonta come la Pellegrini

“Vivere in rimonta” che ho usato nel titolo è una perla espressiva tra le tante coniate da Gramellini, prendendo spunto dalla prodigiosa rimonta della Pellegrini ancora d’oro ai mondiali. Certo che il riferimento a Renzi è un auspicio per lui e per il Paese ma la condizione per la rimonta è un far tesoro del passato, anche degli errori del passato. Ho già avuto modo di dire che certe scelte di Renzi mi inducevano a definirlo “un barbaro, intuitivo quanto irriflessivo”.
Un barbaro quando intuisce che è venuto il tempo della spallata per dissestare i vecchi equilibri. Il sintomo più rilevante, da lui colto al volo, quella doppia bocciatura alla Presidenza della Repubblica di Marini prima e di Prodi poi. Tra le tante motivazioni quella per me più convincente è che ambedue avrebbero ribadita l’autoreferenzialità della vecchia classe dirigente responsabile di due gravissimi errori. In primo luogo non aver disciplinato un devastante conflitto di interessi, non solo di Berlusconi, per beneficiare della demonizzazione dell’avversario, ed a seguire essersi preoccupati solo della spartizione del potere, riconquistato di stretta misura,invece di rimuovere immediatamente una legge come il Porcellum che rendeva il Senato ingovernabile (due soli voti di scarto) ai più che probabili vincitori, introducendo altresì i nominati al posto degli eletti, recidendo il legame diretto con gli elettori, causa prima del successo grillino. Un’incostituzionalità talmente eclatante da finire per iniziativa di privati cittadini sotto la ghigliottina della Corte costituzionale con i risultati che sappiamo e a cui occorre opporre rimedio. Come non dare atto a Renzi di aver tentato di porre riparo a questa situazione con le forze disponibili in primis FI? Va a suo merito di aver tentato la difficile coniugazione tra riforme costituzionali (in primo luogo la fine del bicameralismo paritario ed il riordino di competenze tra stato e regioni) ed elettorali accedendo alla irrinunciabile richiesta di Berlusconi di poter disporre del pacchetto di mischia a tutela dei suoi interessi patrimoniali con l’introduzione dei capilista bloccati (una fuoriuscita graduale dal sistema dei nominati, molto a cuore a tutte le oligarchie dei partiti) ma chiedendo ed ottenendo che cadesse un tabù della destra, quel secondo turno di ballottaggio, espressa ripulsa di una prospettiva di alleanza postelettorale.

Nessun cedimento sostanziale a Berlusconi, il cui ritiro dal sostegno alle leggi votate era motivato dal non aver ottenuto in cambio il salvacondotto sperato, richiesta reiterata e schivata da Renzi con la nomina in piena autonomia di Mattarella alla Presidenza della Repubblica. È sul piano politico personale che Renzi si è mosso come un barbaro. Quale necessità politica c’era di richiedere negli incarichi europei quello degli esteri sapendo che la sua consistenza rappresentativa è quella esemplarmente riassunta dalla battuta di Kissinger “Chiamare l’Europa? Non c’è un numero telefonico”! per dire tanti quanti sono gli stati membri. Nelle condizioni in cui versa l’Italia molto più proficuo un incarico economico anche per non consentire l’asso-pigliatutto alla Merkel e ai suoi alleati. Un triplo schiaffo insensato, all’interesse del Paese in primo luogo, a D’Alema, da lasciare lui sì tranquillo in ritiro politico-spirituale tra le fondazioni europee, peraltro preferendogli una Mogherini alle prime armi in Italia ed infine con imperdonabile ingratitudine privando di un giusto riconoscimento Enrico Letta,non solo per le apprezzate competenze economiche quanto per avergli reso disponibile una maggioranza autonoma da Berlusconi grazie al distacco di Alfano perseguito con tenacia da Letta proprio nella direzione favorita da Renzi di attrazione verso il centrodestra con un leader alla Kronos che divora i suoi figli.
Questi e tanti altri i passi falsi di Renzi ed il perché è costretto alla rimonta che non può non ripartire dal porre rimedio alla miccia innescata alla scissione identitaria recuperando il potere di coalizione l’unico che può rendere ancora concorrenziale il centrosinistra per il governo del Paese. Lo ripeto, nonostante le molte affinità, con le nostre regole costituzionali ed elettorali da noi non si possono partorire dei Macron ma solo dei Micron.

Roca

Come disinnescare lo sfascio
del centrosinistra

Prendo lo spunto dall’editoriale del direttore dell’Avanti on line, l’amico Mauro Del Bue, ruotando intorno all’esemplare sintesi del titolo: “Perché tra Pisapia e PD dobbiamo stare noi”. Lo schieramento annunciato, che potrebbe essere uno dei tanti e purtroppo mutevoli secondo le circostanze e le convenienze, si sottrae a questa aleatorietà di collocazioni spesso strumentali o di pura sopravvivenza poiché introduce nella voce “dobbiamo” il concetto di un obbligo morale e non solo politico. In primo luogo a me preme sottolineare la dimensione di questo obbligo che è quella europea nell’ambito della famiglia socialista, ancora uno dei due pilastri su cui si è costruita l’Europa democratica che ha superato vittoriosamente i pericoli della guerra fredda ridando slancio al cammino dell’Europa senza indugiare su terze vie perseguite per non perdere legittimazione verso una base ancora fedele ai vecchi dogmi. Solidarietà che importa delle scelte continue non indolori nel nostro Paese come quella che finora ha precluso ai socialisti tedeschi di inseguire gli scissionisti della Link, scelta che in maniera aggravata si ripropone come necessaria in Italia se dovesse fallire il tentativo di Pisapia con inevitabili conseguenze sulla legge elettorale e sui successivi risultati, dall’ingovernabilità alla vittoria di uno dei due altri possibili vincitori il centrodestra o i grillini. Da quel “dobbiamo” scaturisce il dovere di fare da ponte, contro velleità annessionistiche tra Pisapia ed il PD, avendo cura della necessità di farsi carico del loro reciproco rafforzamento (che fine farebbe il ponte?) mirato a salvaguardare il Paese da salti nel buio. Rafforzamento di Pisapia contro una doppia tentazione che viene dalla sinistra scissionista di prefigurare un riabbraccio tra il figliol prodigo ed il padre in cui la condizione più o meno manifesta( D’Alema) è che il ruolo del vitello grasso da sacrificare sia lo stesso padre. L’altra di ipotizzare l’attrazione fatale, necessitata dalla soglia del 5%% se non di più al Senato, per una sinistra alternativa al PD la cui motivazione profonda è la stessa già enunciata della fine politica di Renzi. Dall’altra parte il ruolo determinante del Psi verso il PD è nella direzione di far maturare nel PD un corrispondente dovere verso il Paese per assicurarne la governabilità per il futuro facendo tutto il possibile per battere gli altri due competitori grazie al potere di coalizione sia verso la sinistra di governo che verso il centro riformatore su cui si è retta l’intera legislatura. Non ci possono essere subordinate verso il ritorno prioritario al premio alla coalizione e non più alla lista, condizione per richiedere su di un programma condiviso con vista Europa rinnovata il voto utile agli elettori contro salti nel buio. Chi indugia su un appello diretto ai cittadini senza tener conto delle regole del gioco vaneggia impossibili rivincite nell’attuale situazione socio-economica del Paese, peraltro con un ordinamento istituzionale ed elettorale che non consente i salti con l’asta alla Macron.

Due pulsioni a perdere: annessione e scissione!

Parlo di pulsioni a perdere perché, nell’area del centrosinistra e segnatamente in quella che era il PD, prevale l’irrazionalità delle strategie perseguite, annessione e scissione, che si alimentano e si elidono vicendevolmente. L’annessione dopo la sbornia europea, come la punta di un iceberg, è emersa in una forma da ballo in maschera, nella formulazione renziana del partito della nazione. Altro non era che la riproposizione della vocazione maggioritaria in salsa veltroniana, la velleità di accelerazione del processo unitario del centrosinistra comprimendo le forze minori attraverso gli sbarramenti elettorali, il famoso 8% auspicato quando ancora c’era in piedi il governo Prodi accelerando il processo di disgregazione di una maggioranza composita ed eterogenea.

La lezione non è bastata anzi dopo la sbornia europea si è teorizzato col partito della nazione che c’erano le condizioni per procedere per annessioni così come avvenne per l’unità d’Italia. Eppure in quella formulazione c’era l’intuizione di una risposta da dare ad una situazione nuova in grado di rimescolare le carte politiche ed istituzionali, l’essere in presenza di una composizione tripolare, con tre possibili vincitori e quindi con la necessità di un nuovo leader, novello Mosè, che avrebbe portato, con una forza intermedia del 40%, ad essere il cuneo vincente tra centrodestra da una parte e i grillini dall’altra.

Era naturale che l’asse del PD guardasse come area di ampliamento dei consensi in direzione dell’elettorato di centrodestra proprio per evitare depotenziandola il ricorso all’alleanza col centrodestra. Ne è la riprova che in cambio dei capilista bloccati (il pacchetto di mischia dei fedelissimi a tutela dei propri interessi) Renzi impose a Berlusconi di introdurre il secondo turno con relativo ballottaggio, una misura prima sempre respinta dal centrodestra perché controproducente sul piano elettorale. Nella situazione data e l’ostracismo dei grillini verso qualunque alleanza l’unica strada percorribile era quella che salvaguardava dall’inciucio con Berlusconi temuto dalla sinistra poi scissionista del PD. Che questa non avesse elaborato il lutto della fine di una pretesa egemonia degli eredi del PCI sul PD è apparso ancora più evidente dal non aver appreso anche lei, oltre Renzi, la lezione del referendum. L’esito infatti è stato disastroso anche per loro perché si aspettavano di essere determinanti per la vittoria del no mentre la sommatoria degli altri due poli, in funzione di indebolimento del governo e del PD, il possibile cuneo vincente, ha dimostrato nella contesa a tre, l’assoluta marginalità del loro peso elettorale, utile solo a dimagrire il PD e a fargli perdere la corsa a tre.

Ebbene nel momento in cui potevano essere determinanti nel PD e condizionare Renzi sia sul piano programmatico che della rappresentanza alle politiche, la pulsione distruttiva contro Renzi è prevalsa sugli interessi del Paese e del PD attraverso una sciagurata scissione. Come non ricordare la frase di Lenin che definì l’estremismo la malattia infantile del comunismo? La coazione a ripetere lo stesso errore è diventata una maledizione, altro che figli di un dio minore! E Renzi cosa ha fatto per mantenere unito quel 40% il cuneo vincente nel sistema tripolare perché fa scattare il premio di maggioranza che assicura la governabilità del Paese? Non si è reso conto che le molte analogie politiche col Macron francese, con le nostre regole del gioco possono solo produrre dei Micron italiani e che l’unica strada percorribile è quella delle coalizioni ed ancora ci sono le condizioni se si parte dal basso ricostituendo quel tessuto connettivo lesionato dal regime dei nominati cooptati dall’alto, dalla cui logica tutte le oligarchie dei partiti non riescono ad uscire. Eppure l’unica eredità ulivista che potrebbe soccorrerci contro la cooptazione sarebbe il ricorso alle primarie anche per legge, sia pure non obbligatorie, liberando anche la base grillina dal burka della rete.

Roca

Pausa di riflessione sì, menopausa no!

Ancora una pausa di riflessione, dopo la tornata elettorale ed i suoi esiti e la disposizione delle forze in campo che ne è derivata ma non conclusa nei suoi approcci contradditori, è consentita al PD ed a Renzi (l’ordine non è casuale) purchè le direttrici di marcia risultino ben chiare onde evitare che la loro assenza prefiguri il sintomo di una prematura menopausa. Non è il ritorno alla prima Repubblica da debellare come male estremo ma le condizioni che la portarono alla sua fine ingloriosa e tra queste la sua frammentarietà oltre che lo tsunami di tangentopoli. Ed a questo andremmo incontro con un ritorno al proporzionale ispirato da ciascuno contro tutti tra e dentro i partiti. Come può fare un figlio della maturità della prima Repubblica non evocare il testimone che ci ha consegnato Aldo Moro pagando con la vita di traguardare ad una democrazia matura fondata sull’alternanza, indicazione profetica 10 anni prima della caduta di Berlino? Nel 1976 all’Assemblea dei gruppi DC congiunti Aldo Moro prese atto della fine dell’egemonia DC con un’espressione lapidaria che c’erano stati due vincitori e che bisognava adeguare gli assetti istituzionali e quelli politici perché la nuova sfida non presentasse rischi per il Paese e per la vita democratica. Di qui la proposta dei governi di solidarietà nazionale nel quadro ancora più necessario delle solidarietà internazionali che aveva fatto dire a Berlinguer che si sentiva più protetto sotto l’ombrello della Nato rispetto al patto di Varsavia. Orbene abbiamo sentito nulla di simile per fronteggiare al meglio l’odierna composizione tripolare dei possibili vincitori? La competizione è bene chiarirlo a chi le idee confuse è tra chi ha una coerenza ed un’0mogeneità al suo interno e chi per aspirazione al potere camuffa le sue intime divisioni che finiranno per esplodere durante il cammino con esiti incontrollabili. Per semplificare al lettore è un errore madornale mettere in sequenza orizzontale sinistra centro destra mentre le composizioni dei tre poli sono sempre più a spicchio con l’aspirazione a sfondare al centro perché percepito come disomogeneo e senza tenuta l’incontro tra estreme peraltro tra di loro competitive, come sarebbe un’alleanza tra grillini e leghisti. Se quest’incontro dovesse verificarsi sarà escluso nella fase preelettorale e proposto solo dopo in regime di necessità. Mentre sulla destra si tratterà alla fine di ripetere lo schema iniziale di un’alleanza col solo cemento del potere, quando esordirono con FI Lega e Movimento sociale che nemmeno si parlavano. Peraltro fermo restando il limite impostosi dai grillini di non allearsi con nessuno, risulta con assoluta evidenza che solo il PD può consentirsi alleanze alla luce del sole in grado di dare garanzie di governabilità in questa fase con governi di coalizione omogenei per convergenza su di un programma condiviso. L’espressione di Renzi” le alleanze non interessano a nessuno” possono essere giustificate solo nel contesto della priorità sulle cose da fare insieme per poi scegliere le forze affini. Se prese a se stanti più che ad alleanze improbabili, tra l’altro perché insufficienti stando ai sondaggi, dietro al tenersi le mani libere per un dopo improbabile sarebbe la rinuncia a due valori irrinunciabili: rafforzare e far crescere dovunque siano le forze che fanno la scelta di fondo “Con l’Europa per cambiarla”. Ne consegue che per perseguire l’obbiettivo primario è necessario garantire la governabilità anche abbassando la soglia per il premio di maggioranza al 35% ralla portata dei 3 competitori con l’appello al voto utile. Non essendoci le condizioni istituzionali che partoriscano da noi un Macron, la linea più indicata, anche per recuperare l’astensione di chi teme il salto nel buio e l’ambiguità dei concorrenti, è quella che affida la scelta al Paese avendogli offerto la via d’uscita dal caos dell’ingovernabilità.

Roca

Prodi il confessore non fa né dà penitenze

Dal Corriere della sera e non solo apprendiamo che quasi tutti i rappresentanti del centrosinistra allargato, fino al punto di disperdersi, si sono confessati dal Professore padre dell’Ulivo, due volte vincitore nello scontro col centrodestra del padre-padrone Berlusconi e due volte detronizzato dai suoi. Per non dire poi della bocciatura alla Presidenza della Repubblica dopo l’indicazione unanime per acclamazione della sua creatura il PD. Un politico per necessità ed abnegazione verso il Paese che non demorde dal tessere la sua rete per giungere ad un minimo denominatore comune. Solo che come politico è a dir poco una delusione per peccati comuni di omissione di fronte ad attentati alla vita democratica del Paese. Cito quello che per me è il più grave di tutti, quando Berlusconi fece terra bruciata dell’agibilità parlamentare verso il nuovo governo che si annuncia di centrosinistra a guida Prodi, approvando a tamburo battente il Porcellum con una legge per il Senato, una vera e propria legge truffa incostituzionale come riconosciuta dalla Consulta. Prodi vince seppure di misura e non resiste agli appetiti scatenatisi da ultima spiaggia, non mette come priorità assoluta oltre alla tanto auspicata disciplina del conflitto d’interessi, il tallone d’Achille di Berlusconi, l’altrettanta urgente armonizzazione della legge elettorale tra Camera e Senato, minacciando di ricorrere a nuove elezioni se il governo dovesse essere soggetto ad imboscaste. Nulla di tutto questo che un politico previgente avrebbe dovuto mettere in cantiere in via prioritaria tanto più che la maggioranza è di due soli voti, ridotti ad uno per esigenze di equilibri interni che portano Marini a Presidente del Senato. Certo che molti altri erano i punti deboli della composita coalizione ma, quando non si percepisce che in certe condizioni basta una goccia a far travasare il vaso l’inadeguatezza è accertata e sarà clamorosamente dimostrata. Tra i tanti motivi dell’incertezza democratica che stiamo attraversando non trovo adeguato rilievo ai costi che sta comportando il rientro della navicella democratica dal regime dei nominati a quello degli eletti, un rientro con immense difficoltà perché la logica di escludere i propri avversari specie gli ex prevale su quella strategica della governabilità e stabilità del Paese. Ai suoi penitenti Prodi non dà una penitenza vera che giustifichi l’assoluzione, si limita a spalmare i dissensi in più strati indigesti gli uni agli altri sicchè, anche non avendo velleità personali, in un mondo di troppi leader senza esercito e perciò senza alcun leader all’altezza della situazione, grande è la tentazione di ricorrere ad un super partes, all’usato sicuro. Chi più di lui? E Renzi? Ormai appare evidente dopo i risultati delle amministrative, che il PD finora non ha fatto nulla per essere inclusivo a partire da quel partito plurale reclamizzato nel passaggio dall’io al noi, figuriamoci se in grado di coagulare anche altre forze. La verità è che il PD un segretario legittimato ce l’ha ma manca di uno statista che, come Moro a suo tempo, riconoscendo che c’erano due vincitori e finita l’indispensabilità della DC, ne trasse le conseguenze traguardando alla democrazia matura (pagando con la vita) attraverso i governi di solidarietà nazionale. Ditemi se ce n’è uno che si faccia carico oggi di un sistema tripolare, mettendo in prima fila la governabilità del Paese per chiunque vinca, sicuro delle proprie ragioni sapendo che i nodi dell’etereogeneità degli altri poli alla prova del fuoco delle responsabilità impiegheranno ben poco a venire alla luce e che l’ago della bilancia sarà chi ha giocato guardando agli interessi generali del Paese più che al proprio ombelico.

Roca

Partiti in declino, vince chi perde meno

Premesso che per un giudizio attendibile sulle amministrative e sulle conseguenze da trarne è bene attendere lo svolgimento del secondo turno, si può sin d’ora registrare a livello europeo un andamento del sistema politico e partitico lontano da quello tradizionale, riassunto nel titolo e che mi pare trovi conferma anche nel nostro Paese. Partiti in declino. Dopo i risultati francesi in forza dei quali si può parlare di disfacimento del vecchio sistema dei partiti con l’incognita se ci saranno maggioranze coese o si andrà incontro a governi impossibili o a rischio come in Spagna. Anche nella Gran Bretagna si è avvertita la grande scossa.
Gli opinionisti sono avvertiti “Non dire mai vince May”, specie se è lei a dirlo dall’alto dei 20 punti percentuali in più attribuiti dai sondaggi una diecina di giorni prima del voto. Intanto perché può accadere di tutto, sia di nuovissimo come gli attacchi terroristici sia di novità invecchiate rapidamente come la vittoria della Brexit e la compagnia tutt’altro rassicurante di un imprevedibile e sempre più discusso Trump nella stessa America. La sorpresa degli attacchi terroristici ha scosso profondamente la fiducia nella May, reduce dalla più lunga permanenza, ben sei anni, al Ministero degli interni, settore nel quale aveva confidato per accreditarsi come la nuova lady di ferro. L’attacco terroristico poteva rappresentare un incentivo in più per scegliere la May ma è balzato evidente che l’America è lontana e che l’argine a cui affidarsi è una stretta cooperazione europea, nel cui ambito si sta facendo strada il salto di qualità di una difesa comune dal terrorismo come dalle tentazioni espansionistiche russe verso gli ex satelliti dell’URSS. Da questi motivi urgenti di sicurezza e di prossimità territoriale per farvi fronte si è fatto strada il ripensamento sulle conseguenze della Brexit e su di una vulnerabilità che non consente di fare la voce grossa nei confronti della UE, così come auspicava la May in previsione di un grande successo elettorale venuto meno. Né nella tradizione britannica c’è mai stata una tradizione di ricorrere nei momenti di difficoltà alle grandi coalizioni come accade in Germania. È così che l’exploi di Corbyn è molto più occasionale di quanto appaia, in primo luogo per demeriti dell’avversaria, ma soprattutto poiché l’intervento pubblico ad ampio raggio da lui auspicato mal si addice ad un momento di compressione del prodotto interno lordo frutto dell’autarchia indotta dalla Brexit.
L’indubbio successo di Corbyn è da registrare tra le nuove generazioni che hanno avvertito la premura del capo laburista per le problematiche di emarginazione che affliggono i giovani e tra queste, colta felicemente, quella del blocco dell’ascensore sociale per colpa dell’onere eccessivo gravante sui meno abbienti al fine di completare gli studi fino al compimento di quelli universitari. Questo esempio conferma che singoli meritevoli punti di programma per vedere la luce presuppongono un quadro di compatibilità generali finora non convincenti da parte della gestione Corbyn. L’ora della verità a questo punto slitta per l’Italia a fine mandato con buona pace di chi pensava di meritarsi elezioni anticipate perché prossimi al varo della nuova legge elettorale che sembrava blindata in forza dell’accordo tra i partiti più forti. Ma più forte, sempre in agguato, c’è sempre il partito trasversale di chi non solo vuole portare a casa il vitalizio finalmente maturato ma anche capire quale futuro li attende.
Com’è già successo col referendum istituzionale vince l’istinto di sopravvivenza tanto più avvertito dall’esercito dei nominati dall’alto in attesa di un salvagente credibile. Finora l’ottica prevalente nell’accordo a quattro era garantire alle oligarchie il pacchetto di mischia per comprimere le minoranze esterne ed interne facendo leva sul partito personale del leader. Distratti e/o noncuranti del problema più assillante quello della governabilità, che postula dosi di maggioritario su cui non s’era raggiunto nessuno accordo. La speranza è che la pausa di riflessione faccia superare l’ottica del particolare pro domo sua e traguardare, pur con qualche rischio ben distribuito, verso l’interesse generale alla governabilità.