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Di Battista Pisapia Alfano… ritiri per ritorni eccellenti?

Un motivo di fondo sottostante ai ritiri dalla scena politica è la certezza di una fase di instabilità che tutti i protagonisti mettono in conto con la segreta speranza che gli avvenimenti diano loro ragione e tornino ad essere punti di riferimento per i recalcitranti sicchè siano richiamati a gran voce a tessere la loro tela. In ordine di tempo e di futuro il primo per un ritorno eccellente è quello di Di Battista dei 5stelle. Viene in mente la famosa battuta: “Vai avanti tu (Di Maio) che a me viene da ridere!” se non vado errato in un film con un gruppo di scassinatori buontemponi. Anche qui di scassinatori si tratta ma non di una cassaforte ma del sistema. Di Battista non solo ha la consapevolezza di essere impari al compito ma pensa altrettanto di Di Maio certo che il grimaldello fallimentare è la pretesa di fare tutto da soli con la conseguenza di andare a sbattere. Sarà da questa presa d’atto che potrà iniziare un nuovo corso accantonando la pretesa di autosufficienza ed idiozie come il limite dei 2 mandati quasi si trattasse di un club per dare visibilità a tutti con la rotazione.

I motivi familiari addotti da Di Maio per giustificare la sua scelta contingente sono più che attendibili ma in un politico di razza rapprentano solo la goccia che fa traboccare un vaso ormai colmo. Altro caso di tutt’altra natura quello del ritiro di Pisapia, per fedeltà profonda e dichiarata alla sua missione prioritaria di perseguire l’unità di tutto il centrosinistra. Un doppio fallimento quello di Pisapia perché gli è fallita anche l’opzione B di raccordare il massimo possibile di forze, mantenendo ben visibile e credibile la sua autonomia. Questo obbiettivo non poteva prescindere dal PD ed in tal senso veniva confortato dai padri nobili del PD, da Prodi a Veltroni. Purtroppo la maggioranza degli aderenti al suo gruppo non ha resistito a restare unito e ad investire sul futuro prossimo facendo mancare la priorità che motivava il tentativo di Pisapia.

Anche per lui potrebbe esserci un ritorno eccellente per ricucire quello che improvvidamente è stato strappato a tutto vantaggio degli avventurosi concorrenti alla guida del Paese. Un caso a parte ma anch’esso suscettibile di un ritorno eccellente è quello di Alfano, una volta preso atto che, come successo a Pisapia, il gruppo ormai era spaccato in due verso opposte direzioni. La Lorenzin per una formazione di centro alleata col PD in continuità con l’esperienza di governo sulla base di un dato unificante qual è quello di un sentito europeismo contro ogni compromesso con i sovranisti vecchi e nuovi ed in direzione opposta verso Berlusconi un Lupi capogruppo che non ha fatto mai mistero di un ritorno alle origini a FI.

Una divisione consensuale perché ben accetta ad Alfano che, se da una parte ha tenuto fede alle scelte di Governo dall’altra con sottile soddisfazione vede una parte dei suoi andare a rafforzare Berlusconi nello scontro interno con Salvini il primo ad opporsi ad un suo possibile rientro. Anche per Alfano un possibile rientro eccellente se dovesse esserci quella che molti commentatori ritengono una plausibile soluzione postelettorale che tagli fuori le estreme e veda di nuovo un asse PD-FI.

Roca

Il dado è tratto:
la rinuncia di Grasso!

Al lettore, preso in contropiede dal titolo proprio mentre il Presidente Grasso per acclamazione diventa leader di “Liberi ed eguali” la forza di sinistra alternativa al PD, debbo immediatamente la spiegazione del titolo “La rinuncia di Grasso”! Rinuncia a cosa?

Con la massima sintesi direi a rappresentare il futuro Cincinnato chiamato a salvare il dopo elezioni. Il Presidente del Senato, ancorchè uscente ma con la continuità della Presidenza della Repubblica poteva essere uno dei più papabili per un sempre più probabile governo del Presidente. Già seconda carica dello stato, caratterizzato da una sostanziale terzietà ed autonomia a cui si è attenuto durante il suo mandato (fino all’ultimo lo si spera) era una delle personalità più spendibili da parte del Capo dello Stato per possibili convergenze onde dare un governo al Paese in attesa di un chiarimento tra le forze politiche del ciascuno contro tutti fuori ed anche dentro le coalizioni. Non ci vuole un mago, a meno di un miracolo, per prevedere che il tanto auspicato proclamato vincitore allo spoglio subito dopo l’elezioni allo stato attuale è un miraggio che sarà fatto balenare dai tre maggiori concorrenti alla competizione elettore con la logica del voto utile. Più realistico è che se ci sarà un vincitore sarà quello che avrà perso di meno rispetto alle previsioni e che per non aggravare le sorti del Paese si ricorrerà anzi si invocherà un governo del Presidente con la raccomandazione che non sia un tecnico tipo Monti che potrebbe essere accusato di sudditanza almeno psicologica di fronte agli eurocrati di Bruxelles. Tutto sembrerebbe congiurare per convergere su di una personalità come Grasso, ormai fuori gioco dopo la scelta fatta.

Quand’anche si andasse ad un alleanza tra 5stelle e la neoformazione di Grasso è fuori logica che il capo del Governo possa essere il leader della forza minore, si guarderà fuori ed oltre. Né può essere accusato Grasso di averlo fatto per assicurarsi un seggio sicuro al Senato perché come da lui stesso ammesso gli è stato offerto anche dal PD se non altro per sfilarlo ai suoi concorrenti a sinistra.

Né il ruolo di Grasso nella nuova formazione troppo composita pare possa assumere il carisma di una leadership riconosciuta dopo essere servita ad ampliare il consenso intorno ai dissidenti ex PD. Comunque la si giri e rigiri la scelta di Grasso appare la rinuncia ad un ruolo alla Cincinnato, più congeniale al personaggio, tenendo presente come già accaduto con Monti che Mattarella avrebbe potuto senza opposizioni di sorta nominarlo Senatore a vita.

Il salto di qualità necessario da leader a statista

Il lettore mi perdonerà se procederò per squarci come quando in un cielo aggrottato da nubi nere di un temporale incombente si aprono varchi d’azzurro che subito si richiudono, ma senza perdere la speranza come esemplarmente sintetizzato nell’espressione napoletana “Addà passà a’ nuttata!”. A nuttata, manco a dirlo, è il tramonto della seconda Repubblica clamorosamente fallita nella sua attesa messianica di uno stato liberale moderno, anche in versione conservatrice alla Thatcher o alla Reagan per intenderci, col merito di aver segnato la loro epoca. Un fallimento contrassegnato da quello parallelo di chi era chiamato ad esserne l’alternativa, quella sinistra frustrata che è mancata in due impegni essenziali: quello di uno stato liberale moderno capace di scuotersi di dosso le rendite parassitarie a partire da quella più evidente e corrosiva del conflitto d’interessi col corollario corruttivo delle leggi ad personam. Un compito mancato dalla sinistra che si credeva di governo e che ha ceduto alla tentazione di un ipocrita moralismo per l’attesa che bastasse scuotere la pianta dell’opinione pubblica con le proprie condanne per vedersi cadere tra le braccia il governo del Paese. Basterebbe solo questo passaggio mancato per mettere fuorigioco con cartellino rosso (unica consolazione identitaria) i reduci più anziani dell’MDP. Altra omissione non meno colpevole e troppo spesso sorvolata è quella di Prodi e Veltroni di non aver subito reagito, a tutela della vita democratica del Paese, per bocciare e cambiare immediatamente il Porcellum invece di sedersi a tavola e spartirsi un potere effimero con due soli voti di maggioranza ed uno ceduto mettendo Marini a Presidente del Senato. Infatti la modifica della legge elettorale al Senato lo rendeva ingovernabile dalla prevedibile nuova maggioranza di centrosinistra facendo terra bruciata al suo arrivo, consegnando altresì alle oligarchie dei partiti la nomina degli eletti (la porcata di Calderoli), sottrazione in toto agli elettori del loro potere sovrano di scegliersi i rappresentanti senza che scattasse immediatamente l’impugnativa di incostituzionalità, rivelatasi completamente fondata su iniziativa di privati cittadini.
Due peccati mortali che sono al fondo anche di quelle due clamorose bocciature di Marini e Prodi alla Presidenza della Repubblica con tutto quello che n’è seguito a partire dall’abbandono della guida del Pd da parte di Bersani anche per il fallimento dell’aggancio dei pentastellati. Tutto si può dire tranne che Renzi non abbia tentato con l’unica forza disponibile FI di arrivare a mettere i binari per istituzioni governanti e governabili. Sul piano elettorale sapendo che l’obbiettivo principe di Berlusconi era di assicurarsi il più ampio pacchetto di mischia a tutela dei suoi interessi politici e personali, ha imposto la scelta più indigesta alla destra, quella di accedere al secondo turno al ballottaggio evitando ogni necessità o tentazione di governi di larghe intese condizionate dalla destra. Qualunque inciucio era sopportabile pur di evitare l’inciucio permanente delle larghe intese. Sul piano istituzionale poi bastava per tollerare tutto il resto la rimozione del macigno, unico rimasto in Europa, di un paralizzante bicameralismo paritario con tempi di scelte politicamente accelerate dal dinamismo imposto dalla globalizzazione. A ben vedere una politica dei piccoli passi date le forze disponibili, che sarebbe tornata più che utile necessaria in un sistema politico ormai tripolare a cui mancava un solo tocco di appetibilità (il voto utile) corrispondente alle percentuali delle tre maggiori forze o coalizioni in campo, la soglia del 35% per ottenere il premio di maggioranza. La somma degli errori in buona ed in mala fede compiuti nella vicenda non esimeva in primo luogo Renzi da un obbligo morale prima che politico. Chi consapevole della posta in gioco aveva annunziato perfino il suo ritiro dalla politica, se c’è rimasto, doveva presidiare le scelte fatte e riformulare in altro modo le sue richieste essenziali. Sul piano delle riforme istituzionali e sarebbe ancora in tempo sfidare tutti gli altri a promuovere un Assemblea costituente su pochi punti in tempi brevi e con l’incompatibilità con incarichi parlamentari avendo constatato l’impossibilità di assolvere da parte del Parlamento il doppio compito degli indirizzi per il governo del Paese e delle riforme costituzionali anche per rilevanti conflitti di interesse tra i componenti delle presenti camere e di quelle future.
Elezioni per l’Assemblea costituente da tenersi congiuntamente con le prossime europee senza oneri aggiuntivi e con lo stesso sistema elettorale proporzionale senza esclusioni pregiudiziali trattandosi della casa comune di tutti gli italiani. Questa proposta con le stesse modalità l’ho avanzata a Veltroni segretario del PD, certo che saremmo finiti in un vicolo cieco. Nelle nobili esortazioni che i padri del PD rivolgono per l’unità necessaria del centro sinistra come argine ai populismi non trovo una sola indicazione che faccia tesoro dei fallimenti prima richiamati e tutto alla fine rischia d’essere condizionato da contrapposizioni personali con qualche terzo invocato per fare il paciere. Poca o nulla capacità autocritica e strategica e quel che manca è il salto di qualità da leader a statista pensoso delle sorti del Paese prima che del suo orticello di guerra di ciascuno contro tutti.

Banca d’Italia, un tempio profanato o sconsacrato?

Ho riassunto nel titolo i due filoni principali di commento alla vicenda di riconferma o meno del Governatore Visco. La prima del tempio profanato si fonda su di una presunta autonomia sacrale della Banca d’Italia non a caso sottratta al Parlamento, per cui ogni pronuncia dello stesso è giudicata un’invasione di campo fuori dai canoni costituzionali, un vulnus all’autonomia del Presidente del Consiglio nel fare la proposta acquisiti i pareri richiesti nonché del Presidente della Repubblica nel sancire la scelta definitiva. Renzi, a mio avviso ha difeso giustamente la necessità del suo intervento come risposta alla iniziativa dei pentastellati pur con modalità dubbie nel loro svolgimento, improvvidamente scaricandone la responsabilità sulla Presidenza della Camera che avrebbe dovuto far dichiarare l’inammissibilità. La Presidente ha indicato i precedenti respingendo l’accusa al mittente. Una mossa quella di Renzi rivolta ad accreditare la legittima difesa del PD e distensiva verso Gentiloni e Mattarella. Lasciamo da parte tutti i retroscena e torniamo al tema iniziale se si sia trattato di profanazione dell’autonomia della Banca d’Italia, uno dei pilastri per il bilanciamento dei poteri. Ebbene un rapido sguardo alla storia d’Italia ci rende avvertiti che già in altre occasioni ci furono accese polemiche anche parlamentari sull’idoneità di Banca d’Italia e del suo titolare nello svolgimento del suo compito, un esempio per tutti quello sull’operato di Fazio ma uno sguardo più internazione, mentre difende la nomina da invadenze parlamentari, non ne sottrae la responsabilità a chi ne è l’artefice finale con pronunce critiche anche parlamentari come accade in America con la Federal reserve. Detto questo, in favore del parere opposto che non si tratti di un attentato-profanazione verso la Banca d’Italia ma di una sconsacrazione di un tempio che non è più tale ci sono le considerazioni di chi sostiene che il vecchio modello è tramontato e finirà per essere completamente sepolto poiché quasi tutti i poteri si sono concentrati sulla Banca europea per poter competere con gli altri colossi mondiali. Sicché la Banca d’Italia non è ormai che un terminal di quella europea, poiché non muove più la leva di nuova moneta, non agisce sul tasso d’interesse, non decide sul controllo di inflazione e dei prezzi né sugli strumenti monetari per la crescita dell’economia. Il problema che ormai è indilazionabile è sapere chi sarà scelto dagli organi competenti. Una soluzione che parrebbe più logica è quella che non vedrebbe né vinti né vincitori e precisamente la riconferma a Visco a termine per 2 anni col doppio intento di non sconfessarlo nel momento in cui si accinge a difendere il suo operato dinnanzi al’apposita Commissione presieduta da Casini ed attenderne gli esiti anche per una riconferma di più lungo periodo. Altra soluzione è quella di un successore nell’ambito dello staff di Banca d’Italia, tra i più papabili Rossi, che ugualmente alla prima non smentirebbe l’affermazione di Gentiloni di operare a piena tutela dell’autonomia della Banca d’Italia.

Roca

I referendum in lombardo-veneto e i no desaparecidos!

I due commenti contrapposti rispetto ai due referendum in Lombardia e Veneto si possono così riassumere: a) posizione contro: miliardi buttati al vento per esiti inesistenti con vie da percorrere sancite costituzionalmente e perseguite da altre regioni come l’Emilia-Romagna; b) posizione a favore: richiedere il conforto popolare necessario a dare forza alla richiesta al Governo ed al Parlamento nazionali di nuove competenze e (opportuno sottolineare) relative risorse aggiuntive, pallida eco della richiesta della Padania di un tempo “La ricchezza che produciamo deve essere reinvestita in loco”. Quali le ragioni vere di questo revival forzista vecchia maniera, istanza con vista sulle prossime elezioni politiche e regionali? La ragione prima fondamentale è che nelle due regioni più importanti a guida leghista occorre tamponare le possibili conseguenze della svolta politica del Segretario nazionale Salvini che ha optato per una dimensione nazionale della Lega che sappia diventare interlocutrice delle forze di destra europee ed internazionali oltre che candidarsi ad una parte cospicua della prossima eredità berlusconiana, peraltro proponendosi come guida del centrodestra se si conferma il trend prevalente nei sondaggi della Lega su FI. I due Presidenti regionali temono che questa nuova strategia intacchi la fedeltà dell’elettorato del nord oltre che proporsi come alleati affidabili di FI qualora la dimensione nazionale di Salvini dovesse risolversi in un flop come si augura un indomito ancorché disarcionato Bossi. Una mossa ad uso interno della Lega e di tutto il centrodestra in previsione di nuovi equilibri e di nuovi aspiranti leader. Inutile dire che in tutto il centrodestra ci sono ferme smentite che i referendum promossi abbiano niente a che vedere con quello secessionista della Catalogna ma è sempre vero il vecchio detto: ”In politica mai dire mai ed ancora l’appetito vien mangiando!”.

Unica voce discordante nel centrodestra la Meloni che in nome della patria italiana si dissocia, peraltro con poco seguito in loco, con il chiaro intento di confermare la sua quota di elettorato specie nel centro sud. La vera sorpresa di questa vigilia elettorale referendaria è la scomparsa dei “No” veri e propri desaparecidos! Fuori dai proponenti le forze politiche principali si destreggiano non volendo lasciare ad altri la bandiera delle rivendicazioni regionaliste specie dopo lo scampato pericolo di un riequilibrio delle competenze tra Stato e Regioni, parte integrante del referendum bocciato.

Berlusconi impegnato a tenere unito il centrodestra per le prossime politiche finirà per schierarsi per il sì di pura facciata temendo l’effetto di trascinamento sulle politiche di un forte successo della Lega mentre il PD balbetta nell’assenza dell’unica proposta seria di una contestuale serrata contestazione del neocentralismo regionale, grossa remora che può far rimpiangere il tanto vituperato centralismo nazionale. I no desparesidos si rifuggiranno nell’astensione, nelle schede bianche e nulle con quest’ultime essenziali nel Veneto per raggiungere il 50%,1 richiesto per la validità del referendum consultivo.

Ultima considerazione che coinvolge la nuova Europa da costruire per competere con le nuove superpotenze internazionali, quali sono negli stati nazionali e nella UE i bilanciamenti possibili per consentire la sopravvivenza delle piccole patrie. Non è un caso, anche se appare oggi una linea di fuga dalle proprie responsabilità costituzionali, l’appello degli indipendentisti catalani all’Europa proclamando la loro fedeltà europea contro i supposti arbitrii di una patria-matrigna. Come non pensare al velleitario disegno dell’impero Europa e ad pulviscolo di stati che le ruotano intorno?Con i rigurgiti sovranisti in agguato un autentico suicidio dell’Europa prima e delle piccole patrie poi!

Roca

Camere con svista d’incostituzionalità!

Il PD è uscito dal bunker forte di una scelta essenziale: non restare soli!
Non restare soli è una necessità vitale per chi si prefigge di essere l’asse portante del sistema politico, a maggior ragione dopo la nuova configurazione tripolare, per di più con la scelta del M5stelle di non fare scelte preelettorali. Una posizione centrale che postula e sollecita alleanze sia sulla sua sinistra che sulla destra previa verifica della convergenza su di un programma condiviso. S’impone con forza la strada maestra delle coalizioni dopo la bocciatura dell’Italicum che portava a casa il ballottaggio per sapere la sera stessa dello scrutinio chi avrebbe governato, leader e maggioranza. Cancellata questa ipotesi dalla Consulta è rimasta in vita il traguardo del 40% necessario per assicurarsi il premio di maggioranza e poter governare. Finalmente si va in questa direzione ed un processo di decantazione è già in atto accantonando posizioni personalistiche senza futuro se non quello di favorire gli schieramenti alternativi pur di fare dispetto agli ex compagni di cordata. Il rosatellum 2 ha il pregio di sbloccare la via verso le coalizioni e ridurre al massimo i trasformismi post elettorali invocando tra l’altro il voto utile per poter governare, un richiamo questo che potrebbe far breccia tra gli astensionisti.
Nota dolente è la scelta dei candidati che riproduce i nominati, grazie alle liste rigide del proporzionale non a caso prevalente rispetto al Mattarellum. Si potrà obbiettare che anche i candidati dei collegi uninominali sono imposti dalle oligarchie dei partiti ma sono scelte che per andare in porto dovranno riscuotere il voto popolare e gli errori possono essere pagati a caro prezzo. Il punto dolente di effettiva incostituzionalità nasce dal vincolo di schieramento tra l’uninominale ed i candidati a liste rigide del proporzionale, una vera e propria camicia di forza che vanifica la ratio su cui poggia l’uninominale, la fiducia personale sulla maggiore o minore idoneità a rappresentare la porzione di territorio a cui sono preposti, la qualcosa può prescindere dalla affiliazione politica. Si potrebbe prefigurare una violenza a voler far scaturire da una libera scelta di un candidato ritenuto affidabile nell’uninominale l’imposizione di un listino bloccato senza concorrenza. Solo il voto disgiunto, non solo per motivi di opportunità sollevati da Cuperlo, può evitare una impugnativa di incostituzionalità che minerebbe la credibilità delle nuove Assemblee.
È di un’assoluta evidenza che il collegamento forzato risponde alla mancanza di reciproca fiducia tra alleati e getta ombre oscure sull’omogeneità delle coalizioni. Di minore rilevanza sono le obbiezioni mosse alle pluricandidature, particolarmente utili alle formazioni minori ma per evitare il mercato delle vacche più fedeli alle oligarchie basterebbe fissare che il pluricandidato è eletto nel collegio dove ha conseguito la percentuale più alta.

Più che l’amor patrio potè il digiuno!

Il Rosatellum 2 pare avere qualche speranza di essere approvato. Intanto si fa carico della sollecitazione del Presidente della Repubblica per un allineamento tra Camera e Senato. Altro elemento innovativo quello che presuppone, invece del tutti contro tutti, il ritorno alle coalizioni, una pura illusione per l’eterogeneità delle stesse. La prova provata? Il voto è lo stesso bloccato a Camera e Senato per paura d’essere fregati dall’alleato. Capovolti i rapporti tra il maggioritario ed il proporzionale rispetto al Mattarellum emerge con solare evidenza che lo stare insieme in una coalizione rinvia a dopo i problemi degli equilibri interni e quello del leader in cui riconoscersi. Nello stesso M5stelle, naturalmente contrario alla coalizione la corsa solitaria di Di Maio sa più di capro espiatorio di un ridimensionamento annunziato, Questa è la ratio che privilegia la conta interna delle coalizioni trasformando la parte predominante del promozionale in una sorta di primarie legittimanti il futuro partner e la strategia prevalente. Senza misure maggioritarie in grado di garantire la governabilità, tutto diventa aleatorio subordinato al futuro stato di necessità ed in ultima analisi al male minore, unica alternativa com’è successo in Spagna, il rinvio alle urne. Cadono nel vuoto tutte le sollecitazioni a dare la priorità alla governabilità mentre l’unica preoccupazione diventa il digiuno a cui andrebbero incontro i parlamentari uscenti se si dovesse tornare al regime degli eletti e non più a quello dei nominati e cooptati come nei collegi uninominali. Non ho nessuna nostalgia del voto di preferenza manipolabile e costoso ma l’uninominale del 75% del Mattarellum avrebbe evitato il prevalere delle liste rigide, limitatolo strapotere delle oligarchie e con l’appello al voto utile qualche possibilità in più di avvicinarci a possibili alleanze. C’è chi come Alimonte ai fini dell’assicurare il bene essenziale di scegliere un governo per il Paese reclama la reintroduzione di una qualche forma di doppio turno, che la sera del secondo ci assicuri chi governerà. Nessuno che, prendendo atto di un sistema tripolare …finora, se convinto delle proprie ragioni, proponga l’abbassamento della soglia per il premio di maggioranza non dico al 33% ma almeno al 35% per accreditare la necessità di andare a votare e scuotere gli astensionisti se non altro per scegliere il male minore.So l’obiezione che sarebbe un azzardo ma mi pare già di sentire ripetere la frase di finiana memoria :” Che fai mi cacci?”e le maggioranze bulgare andare in frantumi.

Gli abbracci di Pisapia personali e politici

I contestati abbracci di Pisapia a Maria Elena Boschi si sono ripetuti, certo meno calorosi, col vice-segretario PD Martina e Delrio,questo a testimoniare che s’era montato un caso che faceva riferimento allo stile personale di Pisapia di rapportarsi con le persone con cui ha avuto frequentazioni. Un’indegna gazzarra dimenticando una classica avvertenza, che tutto fa brodo in politica ma che la politica non è tutto. Da qui a dire che si tratti di un dato strettamente personale e non coglierne anche il valore politico ce ne passa. Per quanto riguarda Maria Elena Boschi e la motivazione dell’abbraccio balza evidente l’affinità politica tra due esponenti impegnati entrambi per il sì al referendum istituzionale, niente affatto pentiti ma solidali verso un obbiettivo mancato, la cui bontà,se fosse stato approvato, sarebbe andato a vantaggio in primo luogo dei tre maggiori concorrenti alla guida del Paese e non solo del PD, come strumentalmente e talora in mala fede è stato affermato. Vale la pena ricordare due pregi su tutti: la fine del bicameralismo paritario, unico rimasto in tutta Europa, e il riordino di competenze tra Stato e Regioni. C’è già chi si morde e si rimorde per aver propagandato e scritto quel no che avrebbe ridotto le distanze tra noi e gli altri paesi europei .Se poi si pensa al naturale collegamento con punti essenziali dell’Italicum il pentimento è destinato a crescere. Vale la pena ricordare che di fronte alla richiesta irrinunciabile del Cavaliere di avere un pacchetto di mischia a sua completa disposizione in difesa di interessi politi ci e personali con l’introduzione dei capilista. Renzi, per scongiurare futuri e necessitati inciuci, tenne duro e portò a casa il ballottaggio, quel secondo turno vero tabù per la destra che si perdeva voti d’opinione per strada in favore del centrosinistra i cui elettori erano stati fino ad allora più motivati a rivotare. Magari con le primarie per legge anche se non obbligatorie sarebbe stato possibile ridurre il potere di designazione-cooptazione da parte di tutte le oligarchie dei partiti e indurre la base penta stellata ad affrancarsi dal burka della rete. Più passano i giorni e più crescono i lamenti contro un ritorno alla frammentazione ed all’instabilità della I Repubblica ma sono lacrime di coccodrillo dopo aver consumato la preda. Indubbio che l’abbraccio di Pisapia alla Boschi avesse un valore politico e non solo personale perché gli obbiettivi principali allora come oggi sono condivisi e la differenziazione è sul come .Altrettanto politico oltre che personale l’abbraccio con Martina, vicesegretario del PD scelto da Renzi per le chiare ascendenze di sinistra democratica e quindi col compito difficile di essere riferimento per un elettorato orientato verso una sinistra democratica ed evitare ulteriori slittamenti fuori dal PD propenso a mantenere aperto il dialogo anche con gli scissionisti con l’aiuto determinante di Pisapia. Il quale non a caso ha prospettato le primarie di coalizione ritenendo inaccettabile che per il ritorno dei figliol prodighi si possa pretendere che il vitello grasso da sacrificare sia proprio Renzi. Ma l’azione di Pisapia consapevole dei contraccolpi che potrebbero derivarne non a caso punta su convergenze nelle prossime regionali. Dulcis in fundo l’intento di Pisapia è favorire la tenuta del governo Gentiloni per portare in porto provvedimenti cari alla sinistra ed al mondo cattolico più vicino a Papa Francesco, quel ius soli che per opportunità politica Renzi adombra di rinviare a tempi migliori ma che inevitabilmente ne sminuirebbe il profilo riformatore. Infine per quanto riguarda il rapporto Pisapia-MDP c’è da dire che rassomiglia ad un elastico pro o contro Renzi ed il PD, ai cui estremi ci sono Pisapia e D’Alema. Un elastico destinato a spezzarsi specie se il PD avrà la saggezza di guardare agli interessi generali del Paese ed alla sua governabilità per tenere il passo con l’Europa che accelererà dopo le elezioni in Germania, il che implica la ricerca di coalizioni da sottoporre al giudizio popolare e non dopo diventando ostaggio di un trasformismo paralizzante.

Renzi, vivere in rimonta come la Pellegrini

“Vivere in rimonta” che ho usato nel titolo è una perla espressiva tra le tante coniate da Gramellini, prendendo spunto dalla prodigiosa rimonta della Pellegrini ancora d’oro ai mondiali. Certo che il riferimento a Renzi è un auspicio per lui e per il Paese ma la condizione per la rimonta è un far tesoro del passato, anche degli errori del passato. Ho già avuto modo di dire che certe scelte di Renzi mi inducevano a definirlo “un barbaro, intuitivo quanto irriflessivo”.
Un barbaro quando intuisce che è venuto il tempo della spallata per dissestare i vecchi equilibri. Il sintomo più rilevante, da lui colto al volo, quella doppia bocciatura alla Presidenza della Repubblica di Marini prima e di Prodi poi. Tra le tante motivazioni quella per me più convincente è che ambedue avrebbero ribadita l’autoreferenzialità della vecchia classe dirigente responsabile di due gravissimi errori. In primo luogo non aver disciplinato un devastante conflitto di interessi, non solo di Berlusconi, per beneficiare della demonizzazione dell’avversario, ed a seguire essersi preoccupati solo della spartizione del potere, riconquistato di stretta misura,invece di rimuovere immediatamente una legge come il Porcellum che rendeva il Senato ingovernabile (due soli voti di scarto) ai più che probabili vincitori, introducendo altresì i nominati al posto degli eletti, recidendo il legame diretto con gli elettori, causa prima del successo grillino. Un’incostituzionalità talmente eclatante da finire per iniziativa di privati cittadini sotto la ghigliottina della Corte costituzionale con i risultati che sappiamo e a cui occorre opporre rimedio. Come non dare atto a Renzi di aver tentato di porre riparo a questa situazione con le forze disponibili in primis FI? Va a suo merito di aver tentato la difficile coniugazione tra riforme costituzionali (in primo luogo la fine del bicameralismo paritario ed il riordino di competenze tra stato e regioni) ed elettorali accedendo alla irrinunciabile richiesta di Berlusconi di poter disporre del pacchetto di mischia a tutela dei suoi interessi patrimoniali con l’introduzione dei capilista bloccati (una fuoriuscita graduale dal sistema dei nominati, molto a cuore a tutte le oligarchie dei partiti) ma chiedendo ed ottenendo che cadesse un tabù della destra, quel secondo turno di ballottaggio, espressa ripulsa di una prospettiva di alleanza postelettorale.

Nessun cedimento sostanziale a Berlusconi, il cui ritiro dal sostegno alle leggi votate era motivato dal non aver ottenuto in cambio il salvacondotto sperato, richiesta reiterata e schivata da Renzi con la nomina in piena autonomia di Mattarella alla Presidenza della Repubblica. È sul piano politico personale che Renzi si è mosso come un barbaro. Quale necessità politica c’era di richiedere negli incarichi europei quello degli esteri sapendo che la sua consistenza rappresentativa è quella esemplarmente riassunta dalla battuta di Kissinger “Chiamare l’Europa? Non c’è un numero telefonico”! per dire tanti quanti sono gli stati membri. Nelle condizioni in cui versa l’Italia molto più proficuo un incarico economico anche per non consentire l’asso-pigliatutto alla Merkel e ai suoi alleati. Un triplo schiaffo insensato, all’interesse del Paese in primo luogo, a D’Alema, da lasciare lui sì tranquillo in ritiro politico-spirituale tra le fondazioni europee, peraltro preferendogli una Mogherini alle prime armi in Italia ed infine con imperdonabile ingratitudine privando di un giusto riconoscimento Enrico Letta,non solo per le apprezzate competenze economiche quanto per avergli reso disponibile una maggioranza autonoma da Berlusconi grazie al distacco di Alfano perseguito con tenacia da Letta proprio nella direzione favorita da Renzi di attrazione verso il centrodestra con un leader alla Kronos che divora i suoi figli.
Questi e tanti altri i passi falsi di Renzi ed il perché è costretto alla rimonta che non può non ripartire dal porre rimedio alla miccia innescata alla scissione identitaria recuperando il potere di coalizione l’unico che può rendere ancora concorrenziale il centrosinistra per il governo del Paese. Lo ripeto, nonostante le molte affinità, con le nostre regole costituzionali ed elettorali da noi non si possono partorire dei Macron ma solo dei Micron.

Roca

Come disinnescare lo sfascio
del centrosinistra

Prendo lo spunto dall’editoriale del direttore dell’Avanti on line, l’amico Mauro Del Bue, ruotando intorno all’esemplare sintesi del titolo: “Perché tra Pisapia e PD dobbiamo stare noi”. Lo schieramento annunciato, che potrebbe essere uno dei tanti e purtroppo mutevoli secondo le circostanze e le convenienze, si sottrae a questa aleatorietà di collocazioni spesso strumentali o di pura sopravvivenza poiché introduce nella voce “dobbiamo” il concetto di un obbligo morale e non solo politico. In primo luogo a me preme sottolineare la dimensione di questo obbligo che è quella europea nell’ambito della famiglia socialista, ancora uno dei due pilastri su cui si è costruita l’Europa democratica che ha superato vittoriosamente i pericoli della guerra fredda ridando slancio al cammino dell’Europa senza indugiare su terze vie perseguite per non perdere legittimazione verso una base ancora fedele ai vecchi dogmi. Solidarietà che importa delle scelte continue non indolori nel nostro Paese come quella che finora ha precluso ai socialisti tedeschi di inseguire gli scissionisti della Link, scelta che in maniera aggravata si ripropone come necessaria in Italia se dovesse fallire il tentativo di Pisapia con inevitabili conseguenze sulla legge elettorale e sui successivi risultati, dall’ingovernabilità alla vittoria di uno dei due altri possibili vincitori il centrodestra o i grillini. Da quel “dobbiamo” scaturisce il dovere di fare da ponte, contro velleità annessionistiche tra Pisapia ed il PD, avendo cura della necessità di farsi carico del loro reciproco rafforzamento (che fine farebbe il ponte?) mirato a salvaguardare il Paese da salti nel buio. Rafforzamento di Pisapia contro una doppia tentazione che viene dalla sinistra scissionista di prefigurare un riabbraccio tra il figliol prodigo ed il padre in cui la condizione più o meno manifesta( D’Alema) è che il ruolo del vitello grasso da sacrificare sia lo stesso padre. L’altra di ipotizzare l’attrazione fatale, necessitata dalla soglia del 5%% se non di più al Senato, per una sinistra alternativa al PD la cui motivazione profonda è la stessa già enunciata della fine politica di Renzi. Dall’altra parte il ruolo determinante del Psi verso il PD è nella direzione di far maturare nel PD un corrispondente dovere verso il Paese per assicurarne la governabilità per il futuro facendo tutto il possibile per battere gli altri due competitori grazie al potere di coalizione sia verso la sinistra di governo che verso il centro riformatore su cui si è retta l’intera legislatura. Non ci possono essere subordinate verso il ritorno prioritario al premio alla coalizione e non più alla lista, condizione per richiedere su di un programma condiviso con vista Europa rinnovata il voto utile agli elettori contro salti nel buio. Chi indugia su un appello diretto ai cittadini senza tener conto delle regole del gioco vaneggia impossibili rivincite nell’attuale situazione socio-economica del Paese, peraltro con un ordinamento istituzionale ed elettorale che non consente i salti con l’asta alla Macron.