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Roca

Agli uomini di buona volontà… democratica

Dalla stampa apprendiamo che finalmente qualcosa di nuovo si muove nel mondo cattolico per un’assunzione di responsabilità verso i pericoli a cui è soggetto il Paese per la rottura della solidarietà europea sotto l’attacco dei risorgenti nazionalismi, sovranismi e populismi. Nel ripiegamento su se stesso di ogni Paese si ricade nella tentazione autarchica strettamente connessa con tentazioni autoritarie che minano dall’interno a demolire le istituzioni democratiche. Finalmente si sente riemergere il richiamo all’insegnamento sturziano ed” all’appello ai liberi forti” con una spinta dal basso che nacque dalla partecipazione agli enti locali, scuola unica oggi rimasta di democrazia dopo i fallimenti delle batterie d’indottrinamento ideologico di stampo novecentesco.

Ebbene il rinnovato appello” ai liberi e forti” va riattualizzato nel contesto d’oggi altrimenti rischia il naufragio prima ancora di provarci sul serio. Gli accorati appelli del Presidente della CEI alla partecipazione dei cattolici alla vita pubblica anche a quella politica ha raggiunto un livello di intensità tale corrispondente all’altissima posta in gioco a cui abbiamo accennato: la partita Italia-Europa a cui è strettamente legata la sorte della democrazia rappresentativa. Non si tratta solo dei conati autoritari verso un uomo solo al comando ma della convergenza verso lo stesso esito dei teorici da strapazzo della maggiore forza di governo. Anche se in calo, il Mstelle attraverso il suo garante(?)Grillo auspica il sorteggio per la nomina dei deputati nel più assoluto disprezzo della democrazia liberale rappresentativa o con Casaleggio profetizza a breve il superamento del Parlamento, in aperto dispregio del suo stesso rappresentante istituzionale, il Presidente del Parlamento Fico, che all’atto dell’insediamento si impegnò a restituire centralità al Parlamento rispetto agli straripamenti del governo a partire dall’abuso dei voti di fiducia.

A mantenere stimolare e sostenere questo solenne impegno di Fico non c’è stata una presenza attiva e dialogante della maggiore opposizione, di quel PD che nei suoi candidati alla segreteria, nessuno escluso,si compiace di ribadire l’incomunicabilità con i grillini invece di farne esplodere le contraddizioni che stanno procurando dissociazioni e permanenti mal di pancia verso la sudditanza sempre più evidente verso l’azionista, ormai di maggioranza nei sondaggi, quel Salvini che sogna un ruolo da leader europeo che dall’interno sfascia l’Unione alleandosi con i regimi autoritari più ostili agli interessi italiani che pretende di tutelare e difendere. Su fa questa scelta è legittimo pensare che per lui è prevalente l’affinità sovranista nazionalista autoritaria e che per arrivarci il più grosso ostacolo è l’Unione da disintegrare. La posta in gioco è così alta e drammatica che giustamente i cattolici si sentano spronati ad impegnarsi prima che la situazione precipiti. Ma il come riveste un ruolo decisivo. Sintetizzo al massimo il mio parere in proposito. Quel “liberi” va coniugato oggi come libertà di fare le proprie scelte, compresa quella di un movimento di ispirazione cristiana che sollecita una doppia adesione come processo di maturazione senza distacchi traumatici ed alternativi mentre il “forti” fa riferimento a valori condivisi e irrinunciabili, questi sì da testimoniare e promuovere in qualunque sede.

Uno di questi è certamente la difesa della democrazia rappresentativa nelle diverse forme e per quanto ci riguarda com’è strutturata nelle sue linee essenziali (a partire dallo Stato delle autonomie) nella Costituzione, rivendicata come patrimonio comune da sviluppare e non disintegrare come si tenta di fare in modo strisciante. Bisogna avere l’ambizione di parlare a tutti e richiamarli alle proprie responsabilità immunizzati dai pifferai magici con le loro pulsioni autodistruttive.

Roca

Corsa ad ostacoli nel PD

Formalizzata la discesa in campo di Minniti, parte la corsa ad ostacoli nel PD per la guida del partito. Non vi è dubbio che i due maggiori protagonisti siano Minniti e Zingaretti. Per inciso vale la pena ricordare che la discesa in campo di Martina, proprio perché in extremis, ci rende avvertiti che le previsioni sono per il mancato traguardo della maggioranza assoluta alle primarie rinviando la scelta del segretario-leader all’assemblea nazionale. In ordine cronologico primo a scendere in campo è stato Zingaretti.

Più volte in passato il suo nome faceva parte della rosa dei papabili ma non se ne era fatto niente per il suo diniego a mettersi in gioco. La situazione ora è stata ritenuta matura e dobbiamo riconoscere che è un gesto di grande disponibilità per un partito in enormi difficoltà. La carta per eccellenza di accreditamento per Zingaretti è che è un vincente più volte in controcorrente. Si badi bene non è che lui si misuri e prevalga grazie ad un’oasi elettorale privilegiata. No, lui vince quando nello stesso ambito elettorale in contemporanea, seppure a diversi livelli, i suoi compagni di partito perdono. Tanto di cappello per la fiducia in lui riposta ma questo non basta, tutt’al più lo classifica tra i migliori amministratori locali e possibile riferimento virtuoso per tutti gli altri. Scherzosamente in un precedente articolo auspicavo per lui e per noi la metamorfosi necessaria per il salto a responsabilità di vertice nazionale, il passaggio da cozza aggrappato all’istituzione a gabbiano capace di guardare ed andare lontano.

Altro motivo di accreditamento per Zingaretti aver perseguito e tenuto in vita in regione quell’ampio fronte di centrosinistra aperto a tutti senza esclusioni pregiudiziali in un sapiente dosaggio con le nuove forze civiche emergenti nella regione specie negli enti locali. Con la discesa in campo di Minniti i requisiti citati non bastano più. Minniti infatti può vantare il merito di aver ridotto l’afflusso dei migranti nell’ultimo anno del suo governo dell’87% qualificandosi come il più valido concorrente per popolarità con lo straripante dichiaratore d’intenti anti-immigrazioni che è Salvini, debitore nei confronti del suo predecessore della linea aperturista verso i Paesi mediterranei coinvolti in un fenomeno epocale di lunga durata. Per battere Minniti a Zingaretti occorre una marcia in più di cui non c’è traccia nel suo programma, così come in tutti gli altri contendenti. Ed è la consapevolezza che le due bocciature referendarie di altrettante riforme istituzionali, necessarie per tenere il passo con l’Europa nell’accelerazione continua che caratterizza la globalizzazione, non consentono di gettare la spugna,come ha fatto Renzi col suo patrimonio migliore di governo del Paese, tanto da far pensare che più che per il Paese le riforme fossero sentite come stabilizzatrici del suo potere.

Un dato di fatto che avrebbe dovuto rinfacciare al fronte dei no è che con il ballottaggio del tanto vituperato Italicum, avremmo saputo al secondo turno chi doveva governare il Paese senza ricorrere all’alibi “Non me l’hanno consentito”, implicitamente escludendo l’accusa di volere l’inciucio con la destra. Di altrettanta portata storica l’innovazione del rapporto, fondante il reciproco rispetto senza l’esasperazione-esclusione dei voti di fiducia, del Governo con la fiducia di una sola Camera e la riduzione del Senato a soli 100 membri .Almeno di questi meriti storici, tra tanti altri rilievi da poter muovere a Renzi, non c’è traccia né in Zingaretti né in altri se è vero che si vuole perseguire la dichiarata volontà unitaria del partito. Questa lacuna nella base desta lo stesso moto di rigetto generato dalla rottamazione. Il valore aggiunto di Zingaretti dovrebbe essere la consapevolezza che il riordino ed il rilancio degli enti locali, trascurati ed avviliti nella quotidianità della gestione, dovrebbe trovare proprio nella regione,grazie alla sua autonomia statutaria, il rilancio dal basso del processo costituente fallito perché calato dall’alto.

Basti pensare a quella barriera istituzionale che per il venir meno del vertice (sindaco o presidente)comporta automaticamente l’azzeramento delle assemblee elettive. Zingaretti, già in predicato in passato per la guida del partito, possibile che non si sia posto il problema di come garantire la continuità della regione nel caso di assunzione di responsabilità a più alto livello? Non ha valutato che questa poteva diventare una palla al piede nella sua corsa motivando il rischio di nuove elezioni anticipate peraltro senza di lui?Possibile che chi è dentro questa problematica fino al collo non avverta che questo è un problema generale (favorire l’osmosi di classe dirigente dal basso verso l’alto e non ripiegare su degli sprovveduti improvvisati)e non se ne faccia carico ignorandolo del tutto nei suoi propositi?Mi pare di sentire la richiesta: quale soluzione? C’è solo la difficoltà della scelta ma ne accenno due su cui tutti potrebbero sollecitamente convergere:introdurre a tutti i livelli, compreso quello nazionale, la sfiducia costruttiva come in Germania. Oppure ricorrere al modello americano per l’esecutivo: l’introduzione di un ticket, meglio se uomo-donna o viceversa, già previsto dal 2015 in un disegno di legge del mio amico senatore Moscardelli. In tempi di imperanti violenze sulle donne fino ai femminicidi sarebbe una testimonianza esemplare dell’apprezzamento dell’intera nazione in controtendenza rispetto alla violenza sulle donne.

Roca

Corsa ad ostacoli nel PD

Formalizzata la discesa in campo di Minniti, parte la corsa ad ostacoli nel PD per la guida del partito. Non vi è dubbio che i due maggiori protagonisti siano Minniti e Zingaretti. In ordine cronologico primo a scendere in campo è stato Zingaretti. Più volte in passato il suo nome faceva parte della rosa dei papabili ma non se ne era fatto niente per il suo diniego a mettersi in gioco. La situazione ora è stata ritenuta matura e dobbiamo riconoscere che è un gesto di grande disponibilità per un partito in grande difficoltà. La carta per eccellenza di accreditamento per Zingaretti è che è un vincente più volte in controcorrente. Si badi bene non è che lui si misuri e prevalga grazie ad un’oasi elettorale privilegiata. No lui vince quando nello stesso ambito elettorale in contemporanea, seppure a diversi livelli, i suoi compagni di partito perdono. Tanto di cappello per la fiducia in lui riposta ma questo non basta, tuttalpiù lo classifica tra i migliori amministratori locali e possibile riferimento virtuoso per tutti gli altri. Scherzosamente in un precedente articolo auspicavo la metamorfosi necessaria per il salto a responsabilità di vertice nazionale, il passaggio da cozza aggrappato all’istituzione a gabbiano capace di guardare ed andare lontano Altro motivo di accreditamento per Zingaretti aver perseguito e tenuto in vita in regione quell’ampio fronte di centrosinistra aperto a tutti senza esclusioni pregiudiziali in un sapiente dosaggio con le nuove forze civiche emergenti nella regione specie negli enti locali. Con la discesa in campo di Minniti i requisiti citati non bastano più. Minniti infatti può vantare il merito di aver ridotto l’afflusso dei migranti nell’ultimo anno del suo governo dell’87% qualificandosi come il più valido concorrente per popolarità con lo straripante dichiaratore d’intenti anti-immigrazioni che è Salvini debitore nei confronti del suo predecessore della linea aperturista verso i Paesi mediterranei coinvolti in un fenomeno epocale di lunga durata.
Per battere Minniti a Zingaretti occorre una marcia in più di cui non c’è traccia nel suo programma, così come in tutti gli altri contendenti. Ed è la consapevolezza che le due bocciature referendarie di altrettante riforme istituzionali, necessarie per tenere il passo con l’Europa nell’accelerazione continua che caratterizza la globalizzazione, non consentono di gettare la spugna,come ha fatto Renzi col suo patrimonio migliore di governo del Paese, tanto da far pensare che più che per il Paese le riforme fossero stabilizzatrici del suo potere. Un dato di fatto che avrebbe dovuto rinfacciare al fronte dei no è che con il ballottaggio del tanto vituperato Italicum, avremmo saputo dopo al secondo turno chi doveva governare il Paese senza ricorrere all’alibi “Non me l’hanno consentito”, implicitamente escludendo l’accusa di inciucio con la destra. Di altrettanta portata storica l’innovazione del rapporto, fondante il reciproco rispetto senza l’esasperazione-esclusione dei voti di fiducia, del Governo con la fiducia di una sola Camera e la riduzione del Senato a soli 100 membri .Almeno di questi meriti storici tra tanti altri rilievi da poter muovere a Renzi non c’è traccia in Zingaretti per perseguire la dichiarata volontà unitaria del partito,sottolineando il mantra dell’assoluta discontinuità che desta lo stesso moto di rigetto generato dalla rottamazione. Il valore aggiunto di Zingaretti dovrebbe essere la consapevolezza che il riordino ed il rilancio degli enti locali, trascurati ed avviliti nella quotidianità della gestione, dovrebbe trovare proprio nella regione,grazie alla sua autonomia statutaria, il rilancio dal basso del processo costituente fallito perché calato dall’alto. Basti pensare a quella barriera istituzionale che per il venir meno del vertice (sindaco o presidente)comporta automaticamente l’azzeramento delle assemblee elettive.
Zingaretti, già in predicato in passato per la guida del partito, possibile che non si sia posto il problema di come garantire la continuità della regione nel caso di assunzione di responsabilità a più alto livello? Non ha valutato che questa poteva diventare una palla al piede nella sua corsa motivando il rischio di nuove elezioni anticipate peraltro senza di lui?Possibile che chi è dentro questa problematica fino al collo non avverta che questo è un problema generale (favorire l’osmosi di classe dirigente dal basso verso l’alto e non ripiegare su degli sprovveduti improvvisati)e non se ne faccia carico ignorandolo del tutto nei suoi propositi?Mi pare di sentire la richiesta: quale soluzione? C’è solo la difficoltà della scelta ma ne accenno due su cui tutti potrebbero sollecitamente convergere:introdurre a tutti i livelli, compreso quello nazionale, la sfiducia costruttiva come in Germania. Oppure ricorrere al modello americano per l’esecutivo: l’introduzione di un ticket, meglio se uomo-donna o viceversa, già previsto dal 2015 in un disegno di legge del mio amico senatore Moscardelli.

La cittadinanza attiva

Dalla tristemente famosa Marcia su Roma dove il su equivale ad assoggettamento di qualunque altro potere a quello proprio accreditato di attese messianiche,venendo ai nostri giorni assistiamo a marce per, come quelle di Torino e di Roma che riportano alla luce una parte di società civile stanca di pregiudizi ideologici calati dall’alto sopra la testa delle popolazioni interessate. Varrà la pena ricordare la logica che ha presieduto a molte delle scelte caratterizzanti i programmi elettorali, spesso un collage delle posizioni più esasperate ritenute fertili per fare del proselitismo a buon mercato.

E’ mancata la visione d’insieme, l’attitudine democratica all’ascolto delle ragioni degli altri e conseguentemente la ricerca di soluzioni condivise .La sensazione di poter fare e disfare a proprio piacimento tanto la società ormai polarizzata contro uno o più nemici aspettava solo gli ordini dall’alto. Avallava questa ipotesi di subordinazione fatalistica il vistoso indebolimento della dialettica democratica nelle sedi istituzionali, l’incapacità finora di andare oltre il commento critico delle posizioni della maggioranza (la correzione delle bozze altrui) ed impegnarsi nella di individuazione di un’alternativa per cui lavorare facendo leva sulle vistose contraddizioni di fondo mascherate con accordi improvvisati e spesso per prendere tempo. Il collante della convivenza sempre più difficile durerà il tempo necessario per spartirsi gli incarichi di sottogoverno e fare il pieno primo dello scontro definitivo.

Nel frattempo è in atto uno slalom tra i programmi nati come alternativi ed il braccio di ferro a che resiste di più e piega l’alleato alle proprie convenienze. Ma il mondo ed in primo luogo l’Europa di cui siamo parte integrante non stanno a guardare e la situazione può sempre precipitare. Questa incertezza di fondo, il più grosso danno procurato dall’attuale maggioranza di governo, è vivamente percepita dall’opinione pubblica più avvertita, che noncurante delle liturgie logoranti delle forze politiche, si organizza in piena autonomia e sollecita non una decisione purchessia ma, come ha fatto a Torino, ha rotto gli indugi e si è pronunciato per scelte non autarchiche ma di integrazione tra i Paesi europei a partire dalle grandi infrastrutture. Di minor rilievo rispetto alla grande assemblea di Torino, quella promossa a Roma contro il degrado crescente della capitale, con una partecipazione molto più limitata a riprova di una struttura sociale, specie produttiva, molto più fragile di quella di Torino.

La riprova si è avuta in occasione del referendum sull’Atac, promosso dai radicali, che ha mancato il quorum del terzo di elettori per essere valido. Eppure non era previsto come obbligatoria l’esclusione del pubblico anche in compartecipazione con i privati purché, ed era l’unico punto fermo del referendum, si tagliasse il cordone ombelicale tra controllato e controllore, fonte prima delle clientele elettorali. In conclusione sia a Torino che a Roma abbiamo assistito al fenomeno dell’emergere di una cittadinanza non più passiva ma attiva, organizzatasi senza infeudamenti partitici con i prima fila le donne, un invito affinché anche altrove, se si vuole riuscire nella mobilitazione, non si può prescindere dall’altra metà del cielo.

Roca

Disastro sicurezza

Già era prematuro il parto di governo giallo-verde ora rischia di soffocare ancora in fasce. La stessa formula del contratto per legittimare l’accordo era una pezza a colori giallo-verde per nascondere un dato di fatto che i due partiti nel presentarsi agli elettori si erano dichiarati alternativi ed erano sinceri. Ammesso e non concesso che non ci fossero alternative da verificare, la fretta nell’arrivare ad un accordo promette male e prelude, come sta avvenendo, a contraddizioni a non finire.

Eppure l’esempio dell’accordo tedesco, lungo e laborioso, peraltro tra due ex alleati di governo, avrebbe dovuto mettere sull’avviso che per durare non si può di volta in volta improvvisare. Secondo la massima di Giulio Andreotti: “A pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca!” l’unico vero collante era sgombrare il campo della vecchia classe dirigente e fare incetta di tutto il potere possibile. Tanto è forte questa vocazione a subentrare in tutto che la crisi si trascinerà fino a quando i gruppi di potere dei due alleati non avranno fatto piazza pulita di tutti i posti di sottogoverno. Allora apparirà chiaro che i motivi di differenziazione prevarranno e tutto sarà messo in discussione fino all’estreme conseguenze di elezioni anticipate. Se sul piano interno la dicotomia è destinata a rafforzarsi, i rapporti internazionali, in primis con l’UE, vanno verso il precipizio, in un braccio di ferro che ha per fondamento un patto di governo distorto per la pretesa di assommare, per le spese che comporta, i punti caratterizzanti dei due programmi elettorali.

Per salvarsi la faccia in Europa ed in Italia, invece dell’inutile braccio di ferro e delle proclamazioni esasperate occorrerebbe una prova di maturità e di concretezza. Eppure a una classe dirigente accorta non dovrebbe sfuggire che con l’Europa si è aperto un nuovo fronte di auspicabili convergenze, quello relativo alla solidarietà in caso di disastri ecologici di oggi e a quelli pregressi accertati, altrettante mine per la messa in sicurezza del territorio. Una scelta decisa in questa direzione invece delle bandierine di propaganda agitate in campagna elettorale ci consentirebbe un piano credibile di risanamento e di ottenere il massimo di disponibilità in sede europea, ricordando che le elezioni europee richiedono a tutti i governi interessati linee di condotta condivise.

Se ci fosse vera autorevolezza i due alleati di governo dovrebbero sottoporre ai loro elettori l’emergenza intervenuta e la necessità di priorità di salvaguardia di vite umane in tutto il Paese dal nord alla Sicilia. Con un beneficio in più che, per fare l’esempio più calzante, i centri per impiego associati, con un grande piano di interventi pubblici e privati avrebbero l’effetto di essere operativi sul lato più carente, specie al sud, di concrete offerte di lavoro. Una revisione in corso d’opera all’insegna della solidarietà nazionale riporterebbe con i piedi a terra troppi piani campati in aria.

Roca

Opposizione senza alternativa?

Un’opposizione dura e pura senza individuare un’agibile alternativa lascia andare il Paese alla deriva in una fase in cui la conta alle europee vede indissolubilmente associati i destini dell’Italia e dell’Europa. Giusto e sacrosanto l’impegno a mobilitare le forze omogenee nel perseguire un’Europa più solidale, oggi in mezzo al guado più insidioso di una competitività tra grandi potenze che vorrebbe disfarsi di un’Europa appetibile come alleata, meglio se vulnerabile al suo interno con risorgenti nazionalismi (o sovranismi che dir si voglia),con l’illusione di una slalom di alleanze su convenienze di breve respiro ma in grado di minare la fiducia reciproca.

In questa operazione ai fianchi si distingue non solo Putin con i suoi appetiti da orso redivivo ma anche Trump, il cui sodalizio con l’ispiratore Bannon è tanto più pericoloso quanto più funge da grimaldello senza apparire. Deve essere chiaro che l’Europa solidale con il rispetto delle reciproche autonomie al suo interno è un modello in grado di scardinare gli stati accentrati, tanto che il Dalai Lama ne ha fatto la sua bandiera di rivendicazione dell’autonomia del Tibet all’interno del colosso cinese. Non meravigli se nell’ottica di un nazionalismo esasperato, ogni Paese alla deriva potrà diventare satellite, una pedina di Putin o di Trump. Per quest’ultimo c’è da sperare che alle elezioni di medio termine una delle due Camere si ribalti la maggioranza trumpiana e lo costringa a più miti consigli.

Per l’opposizione di centrosinistra, senza trattini di striscianti dissociazioni, si tratta di supportare con coerenza la linea europeista e di chiedersi in quale direzione e con quali forze avviare un confronto a cui non possono sfuggire pena la deriva del Paese in una posizione di sudditanza. Nell’alternatività di fondo tra le due forze di governo il cuneo della scelta europea non può ma deve essere discriminante. Il sorpasso già avvenuto nei sondaggi della Lega sul M5stelle, spinge inesorabilmente quest’ultimo a cercare in Europa uno schieramento alternativo a quello di Salvini ed alla divaricazione per le scelte che comporta sia in Europa che in Italia. Ma c’è un altro punto dirimente tutt’interno al M5stelle ed è quello tra chi come il Presidente Fico solennemente nel momento dell’investitura asserisce che il suo mandato sarà finalizzato a ribadire la centralità del Parlamento come dire di impedirne l’esautorazione in primo luogo dal governo riducendo il più possibile quei voti di fiducia che mettono fuori gioco non solo la minoranza ma anche la maggioranza.

Affermazione solenne ed impegnativa che non è sta ripresa dall’opposizione con la dovuta forza a fronte delle dichiarazioni, non contraddette in seno al M5stelle, di un Grillo che invece dell’elezione popolare auspica la semplificazione antidemocratica dell’estrazione a sorte dei parlamentari ed a maggior ragione di un Casaleggio che preannuncia e si compiace della fine imminente del Parlamento col ricorso alla democrazia diretta (da Chi? Un’auto investitura con l’ausilio della sua piattaforma?) Infine altro punto di confronto che può mettere a nudo la divaricazione incompatibile con la Lega è la sorte del Mezzogiorno a cui non può bastare il diversivo ad alto rischio del reddito di cittadinanza e per l’esiguità delle risorse disponibili e per una permanente esiguità dei posti di lavoro che richiederebbe appositi strumenti legislativi e risorse tali da risanare le tante Grecie al nostro interno che frenano l’allineamento al ritmo di crescita degli altri Paesi europei. Un Sud, giova ricordarlo, che dovrebbe diventare il ponte della solidarietà europea verso l’Africa. Altro che inciucio di governo da cui mettersi il riparo rifuggendo dal confronto in tutte le sedi possibili!

Ormai il processo correntizio nel M5stelle è avviato su temi di fondo che mettono in forse la stessa unità del movimento. E’ lontano il tempo in cui Di Maio ipotizzava il ricorso ai due forni disponibili e lui come unico interlocutore. Dalla vecchia DC avrebbe dover appreso che l’unità del partito e la scelta dell’interlocutore non tollera un solo uomo per tutte le stagioni.

Roca

Più che l’onor potè il digiuno

La vicenda del condono, abusivo perché introdotto ad insaputa di Di Maio, nel testo licenziato dal Consiglio dei Ministri e mai arrivato alla Presidenza della Repubblica è più di una spia delle contraddizioni in seno al Governo giallo-verde che il contratto è riuscito solo a mascherare senza dare soluzioni condivise. Se si pensa che in Germania sono occorsi più di 6 mesi per mettere a punto il programma tra socialisti e popolari, peraltro reduci da una gestione comune, risulta evidente che la voglia di prendere le reti del governo è prevalsa sul compito di governare e che la fretta su troppi temi ha partorito gattini ciechi, soluzioni provvisorie ed accomodanti solo sulla carta. Alla prova delle scelte di governo e non solo della prosecuzione del confronto e delle promesse elettorali, la divaricazione è stata clamorosa tanto da mettere in dubbio la parola data, al punto non nuovo per Di Maio di evocare in una trasmissione televisiva la denuncia alla Procura della Repubblica per indagare quale fosse stata la “manina” del misfatto e risalire al mandante. Nello stesso momento dell’alzata d’ingegno di Di Maio Il Presidente del Consiglio Conte era impegnato con i suoi colleghi europei a chiedere il sostegno alla manovra come espressione della collegialità ed unità di Governo. Di Maio non è nuovo a questo protagonismo malato col chiaro intento di rincorrere Salvini.

Varrà la pena ricordare quando è diventato proponente, a mia memoria il primo in assoluto, della messa sotto accusa del Capo dello Stato per poi scusarsi e riallacciare i contatti favorito dalla piena disponibilità del Capo dello Stato, pensoso in ogni suo atto delle sorti del Paese. Questo precedente non ha insegnato niente a Grillo che nell’assise romana dei 5stelle ha attaccato la figura di garante del Capo dello Stato, a suo dire per i troppi poteri che gli conferisce la Costituzione. Non gli passa nemmeno per la testa che senza poteri non si garantisce un bel niente né si armonizzano i poteri sello Stato specie quando sono in rotta tra loro. Per uno come Grillo che è arrivato a ipotizzare l’estrazione a sorte dei parlamentari l’uscita è tanto più intempestiva ed improvvida tanto che dal Movimento è venuta una dichiarazione di dissociazione ed il riconoscimento dell’opera del Capo dello Stato per ricercare una maggiore comprensione reciproca tra il governo italiano e l’UE.

Tornando a Di Maio bisogna riconoscere la difficoltà dello slalom a cui è costretto tra una base esigente, che mal tollera il protagonismo della Lega e di Salvini pur con una rappresentanza minore che nei sondaggi ha già compiuto il sorpasso, e la necessaria duttilità per tenere unito il Governo. Sullo sfondo c’è un problema in più per Di Maio la consapevolezza che Casaleggio e Grillo non sentono ragioni per un dissenso che metta in crisi il Governo prima che non sia terminata l’operazione della spartizione degli oltre trecento posti di sottogoverno arrivati a scadenza. Parafrasando Dante, non andiamo lontano dal vero sostenendo:”che più dell’onor potè il digiuno”

Roca

Salvini si stringe il cappio al collo

Salvini è venuto anche a Latina con prevedibile successo. L’anima nostalgica della destra pontina ha da tempo bisogno di gettarsi alle spalle i suoi investimenti di fiducia malriposti ma quello in Salvini è il più recente e il più spericolato. Chi può disconoscere che a Salvini stia a pennello il detto “Scarpe grosse e cervello fino”? Si è chiesto: come faccio a prendere la leadership del centrodestra con un Cavaliere ostinato a restare al comando in consunzione di forze sempre più evidente? Si è risposto da cervello fino: devo abbandonare il connotato localistico nordista e diventare un leader nazionale perciò basta con la denominazione Lega Nord e cavalcare tutto lo scontento ovunque sia possibile. Operazione riuscita grazie al suicidio politico di Berlusconi ed all’impietoso ed impari confronto fisico tra i due.

Chiunque avesse il senso della misura si sarebbe speso per consolidare la posizione acquisita tentando di fare sintesi politica tra il patrimonio autonomistico della Lega e quanto di buono di accreditamento politico rimaneva del Cavaliere: l’appartenenza al PPE e rapporto privilegiato con Taiani Presidente del Parlamento europeo, un ponte privilegiato nei rapporti difficili con l’UE per ridisegnare i trattati ed i limiti di compatibilità con le regole vigenti. L’errore che già ora si rivela un macigno è stato di assommare le promesse elettorali, ciascuna delle quali oltrepassava le disponibilità di bilancio. Fretta di acquisizione del potere (gli oltre 350 posti di sottogoverno da spartirsi), supponenza ed inesperienza hanno generato un mostro di governo Salvinidimaio, l’esatto opposto del salvadanaio protetto dove gli italiani accantonano i loro risparmi contro un domani oscuro. L’operazione spregiudicata che ha consentito il sorpasso della Lega sui grillini aveva ed ha ancora uno sbocco politico coerente: sorpasso a sinistra (l’alleanza coi glillini)ed alla prima occasione rientro sulla destra, prima (se c’è un pretesto credibile) o subito dopo le elezioni europee.

Ebbene no, nella sua megalomania accecante lui, che reclama giustamente la solidarietà europea per non lasciare l’Italia con il temuto tsunami dei migranti, ricerca l’alleanza con Orban e i suoi seguaci indisponibili a qualunque forma di aiuto e di solidarietà. Che significa questa scelta così contraddittoria che indispone la maggioranza europea che finora, Germania in testa, ha fatto il possibile per attutire i contraccolpi dello tsunami che potrebbe ripresentarsi con virulenza se la Siria non avrà pace e cresce la desertificazione? Per inseguire la sua megalomania Salvini ha scelto come suoi alleati in Europa non quelli che ci possono aiutare ma quelli che stanno dando vita nei loro Paesi ad una democrazia illiberale, di facciata col potere accentrato in una sola persona, gli emuli per capirci di Putin che si annette la Crimea con un atto di forza, che destabilizza i vecchi alleati della guerra fredda come sta facendo in Ucraina, che insegue i non allineati al suo interno fino all’avvelenamento in stati sovrani.

Sintesi della mia riflessione: se Salvini, seguace della vulgata macchiavellica, è ancora intento a tesaurizzare al massimo il sorpasso a sinistra, nella sua ebbrezza di potere, contemporaneamente si accredita in Europa come amico dell’estrema destra e quindi tenta il sorpasso a destra, non è sfiorato dal timore che con i due sorpassi contrapposti sta intrecciando un cappio intorno al collo, di cui non solo lui ma soprattutto l’Italia pagherà il prezzo?

Leader di sana e robusta Costituzione

Partiamo da una constatazione di tipo dantesco:”L’Italia è nave senza nocchiero in gran tempesta” C’è la domanda in tutte le forze politiche e sociali in gioco da dove cominciare a dipanare l’aggrovigliato gomitolo che rischia di mandarci a fondo. Di fronte alla rilevanza e complessità dei problemi c’è chi è convinto di aver trovato in una scorciatoia la pietra filosofale in grado di risolverli.

Sottesa a questa improvvisazione cresce la consapevolezza tra i più responsabili che una condizione di successo richiede una sostanziale unità di fondo su valori condivisi, su un patrimonio comune da difendere. Di qui l’impellente necessità di un salto di qualità della classe dirigente individuando i valori condivisi, salvaguardandoli dagli attacchi a cui stanno andando incontro ed entro i quali sono legittime le diverse opzioni in campo. I valori condivisi in dinamiche molto aspre richiedono prioritariamente la individuazione del campo di gioco sul quale deve avvenire il confronto e la condivisione delle regole del gioco possibilmente condivise ben oltre le maggioranze, meglio se unanimi.

Perché si eviti il pericolo di accreditare rifiuti disgreganti rispetto alle conquiste effettuate dall’unità del Paese ad oggi e dal suo ancoraggio al molo europeo che ha fatto tesoro di due guerre mondiali disastrose con livelli di pace e collaborazioni crescenti seppure con alterne vicende, non ci si può sbagliare. I leader che ci possono salvare devono avere come requisito primario quello che comunemente si dice di una persona affidabile, di essere cioè di SANA E ROBUSTA COSTITUZIONE chiedendosi quali errori sono stati commessi perché, pur richiedendo la nostra Costituzione alcuni aggiustamenti, per ben due volte i tentativi messi in atto da fronti diversi dello schieramento politico sono andati incontro a due bocciature popolari referendarie.

E’ necessario prendere consapevolezza che i tentativi in atto dichiarati e perseguiti dalle forze di governo colpiscono il cuore pulsante della nostra democrazia parlamentare. Non sono supposizioni quelle che richiamo ma realtà pubblicamente dichiarate e mai smentite. Partiamo dai leader nazionali grillini,Casaleggio e Grillo, i soci di maggioranza di un arcipelago tenuto insieme dalla individuazione dei nemici comuni e dal loro annientamento in radice piuttosto che dalle soluzioni da dare ai problemi sul tappeto, soluzioni che richiedono per le difficoltà che incontrano il massimo della condivisione e non solo le sommatorie numeriche. Quando parlo di leader di sana e robusta Costituzione il pensiero va all’argine prioritario da costruire contro derive autoritarie tipo quelle ipotizzate da Casaleggio della morte a breve del Parlamento avvicendandolo con la democrazia diretta in realtà etero diretta ad uso e consumo delle sue o analoghe piattaforme o peggio ancora nell’anonimato di una nomina per sorteggio come auspicato da Grillo, spezzando ogni raccordo tra eletti ed elettori, la base di ogni democrazia degna di questo nome. Nelle affermazioni dei due vertici grillini e nel parallelo rapporto di Salvini con i sovranisti di tutta Europa dalla Le Pen ad Orban si scopre la radice profonda ed eversiva dell’alleanza di governo innaturale giallo-verde oltre che nella spartizione degli oltre 300 incarichi di sottogoverno con personale improvvisato purchè fedele così come accaduto con la scelta del Presidente del Consiglio.

Perciò nulla può essere trascurato perché si facciano esplodere le contraddizioni negli avversari con cui bisogna dialogare consapevoli che non prevalgono logiche di potere ma le ragioni ideali della legittimazione a governare. Riguardo al centrodestra è di un’assoluta evidenza che i comportamenti contraddittori e suicidi per FI del Cavaliere nascono dalla bussola dei suoi interessi in gioco che prevalgono su tutto a partire dalla sua conclamata appartenenza al PPE con lo stridente contrasto con la lealtà di Taiani, tenuto in seconda fila quando avrebbe potuto tamponare quella parte di elettorato che, dovendo si riconoscere in un leader, di fronte all’eclissi anche fisica del Cavaliere, è stata spinta in braccio a Salvini. Sul versante dei grillini dialogando è possibile mettere alla prova la tenuta di Fico, presidente della Camera, che nel discorso d’investitura tenne a ribadire di credere nella centralità del Parlamento ed in uno scontro interno avrebbe dalla sua parte certamente la maggioranza dei parlamentari. Perciò ho sottolineato nel titolo che occorrono leader di sana e robusta Costituzione contro derive autoritarie.

Roca

Un Duo al comando

È la domanda più gettonata sui media: Il Duo Salvini-Di Maio saldamente al comando e Tria che c’entra più dopo aver tentato di tutto per ridurre a più miti consigli i due capipopolo? Si è accennato e poi smentito che ci sia stata una telefonata da Mattarella a Tria perché soprassedesse alle sue dimissioni ma ce lo vedete il corrugato Tria difendere il pastrocchio giallo-verde davanti agli organi europei per giunta con i suoi compagni di governo diffidenti? Conoscendo la prudenza di Mattarella le dimissioni di Tria, a meno di conversioni miracolose, sono solo rimandate anche per il decoro politico di Tria, che non verrà ringraziato ma accusato di restare incollato alla poltrona. La ratio di questa apparente contraddizione va ricercata nella prudenza di tenere a cuore il bene della Nazione.

Chi avrebbe potuto negare che le dimissioni immediate fossero state la causa prima della deflagrazione a livello di Borsa e dello spread? Allontanata l’infamante accusa le dimissioni dipenderanno dalla piega degli avvenimenti non dimenticando che fino a tutto il 2018 resta la copertura della BCE a guida Draghi e che l’acqua alla gola dei mercati procederà lentamente ma inesorabilmente. Piuttosto è da sottolineare la trovata giustificativa di Tria di una clausola di salvaguardia in caso di assalto dei mercati, di cui lui solo fa cenno. La dinamica prevalente di questa situazione piena di incognite vede delle concause di particolare gravità. In linea logica chi nelle dichiarazioni, a partire da Conte, giura e spergiura che non esiste alcuna intenzione nel Governo di fuoriuscire dall’euro, mette nel conto che alla vigilia delle elezioni europee, una rigorosa fermezza sui patti sottoscritti e quindi l’applicazione di misure di infrazione costituirebbero l’esca dei sovranisti per tentare di destabilizzare gli attuali equilibri politici europei. Una riprova è la manovra francese di sforare il tetto concordato anche se ci si tiene a ribadire che il debito della Francia è molto più contenuto di quello italiano ma resta evidente che anche altre nazioni ricorreranno alle stesse misure di sforamento pur di accattivarsi l’elettorato.

Ma la situazione italiana ha ben altra gravità perché una ripulsa europea delle misure adottate dall’Italia si presta all’autodifesa :” Se non abbiamo potuto attuare il nostro programma in tutto o in parte è colpa dell’Europa e della sua soffocante mania di austerità”. Se a quest’alibi si aggiunge la competizione crescente tra i due gruppi di maggioranza, con i grillini all’inseguimento dei leghisti dati in sorpasso crescente ed in testa dai sondaggi, emerge la posta in gioco molto più rischiosa per Di Maio e per la sua leadership. Nasce da questa condizione d’incertezza la ricerca di un linguaggio e di una gestualità concorrenziale ad alto rischio democratico.

Nasce di qui l’immagine ostentata dell’invasione del balcone di palazzo Chigi dalla rappresentanza dei grillini al governo insieme col loro capo, evocativa di un ben più drammatico balcone a palazzo Venezia con la dichiarazione di guerra di cui oggi si intuisce la possibile destinataria l’Europa. Come si è potuto cadere così in basso e non temere il peggio? La spiegazione può apparire banale come sempre accade con un male che acceca. I due maggiori azionisti del governo , ognuno per suo conto, aveva dato fondo a tutte le risorse disponibili ed oltre per realizzare i propri caratterizzanti obbiettivi. Un’evidente alternatività che la sete di potere, sottesa alla lotta alla casta, ha trasformata in una sorta di moltiplicazione dei pani e dei pesci assommando i tratti caratterizzanti i due programmi e di qui lo sballo di efficacia e fattibilità. Come ha fatto a resistere il collante tra due strategie così antitetiche a partire dal conflitto profondo tra le attese del nord ricco e del sud che sprofonda, una sorta di grande Grecia che ci impedisce di tenere il passo col resto d’Europa?

La risposta è che il collante è lì in quei 350 posti da distribuirsi di sottogoverno, a cui figurarsi la Lega, coi guai che sta passando, e Casaleggio, per il controllo sulle truppe e l’inseguimento dei leghisti, non possono certo rinunziare. Chi avverte la pericolosità della posta in gioco e vuole metterci riparo invoca un’opposizione rigorosa, a partire dalla consapevolezza degli errori commessi, in grado di offrire un’alternativa al Paese stanando le forze politiche e sociali rimaste senza interlocutori credibili ed affidabili.

Roca