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Roca

Casaleggio dileggia il Parlamento e il Presidente Fico

“Il superamento della democrazia rappresentativa è inevitabile” questo il giudizio di uno dei vertici del Movimento%stelle, Davide Casaleggio, in una dichiarazione resa alla “Verità”testata ideale per proclamare la sua verità di vita(un tarlo da tempo operante indisturbato nelle istituzioni) non solo di previsione come qualcuno cercherà di ridimensionarla. Ad essa mi verrebbe la voglia di rispondere con una previsione ravvicinata:”la divisione dei M5stelle è inevitabile!” E’ il cuneo su cui occorre lavorare per ammissione di un diretto interessato. “Non è voce dal sen fuggita”perché preceduta da una opzione sostanzialmente analoga di svuotamento del ruolo del Parlamento quando il suo socio fondatore Grillo qualche settimana prima aveva ipotizzato contro il Parlamento espresso dal popolo il ricorso alla scelta dei parlamentari con il sorteggio, tanto un cittadino vale l’altro perché la decisione è altrove. Espressivo di questa concezione “usa e getta” è il limite previsto dei due mandati. Motivazione evidente: quando questi avranno imparato qualcosa possono essere d’intralcio al nucleo dirigente inamovibile, da far rimpiangere perfino il centralismo democratico del PCI. La mancanza di pudore di uno che si considera padre-padrone arriva a smentire clamorosamente un suo rappresentante il Presidente della Camera Fico che all’atto dell’insediamento aveva solennemente richiamato la centralità del Parlamento contro lo svuotamento operato dai governi coi voti di fiducia. Casaleggio aveva messo in conto, vero abuso di potere, che non ci sarebbe stata una ferma messa a punto e smentita da parte di Fico, che a mio avviso coverà sotto la cenere finchè non sarà finito il collante della spartizione del potere e prenderà il via tra gli alleati ed al loro interno la competizione a fare da soli, il potere tutto a noi. La difesa dell’opposizione o assente o senza mordente perché o non ci si arriva ad una severa autocritica o la si evita per non darsi la zappa tra i piedi. Com’è possibile che non si levi una voce che metta in conto le proprie responsabilità a cominciare dal più grosso attentato alla democrazia rappresentativa dell’epoca repubblicana che è stato il passaggio dagli eletti ai nominati tagliando le radici di fiducia e di rapporto diretto tra eletti ed elettori che è l’anima della democrazia rappresentativa? Si dirà fu il centrodestra ad approvare “la porcata” ma chi si è adagiato come fosse un’amaca e non un attentato alla vita democratica, un’omissione ancora più grave della non disciplina del conflitto d’interessi di un Berlusconi, grande anticipatore del sorteggio ipotizzato oggi da Grillo per la nomina dei parlamentari, quando auspicò che il voto sulle leggi fosse affidato ai soli capigruppo con voto ponderale?Lo stesso senso di fastidio per il Parlamento e la deriva autoritaria che lo sottende. A nulla è servito averlo denunziato appena Prodi vinse per la seconda volta con soli due voti in più al Senato e la chiara volontà di fare terra bruciata al suo avvento alla guida del Paese. Prevalse anche allora la logica della spartizione del potere rispetto all’esigenza di restituire l’anima democratica al Paese e la sua governabilità. E’ da allora che è montata la rabbia contro la casta, espressione delle oligarchie dei partiti e non più del popolo, una vera e propria autostrada alle forze antisistema, anche quando assumono la responsabilità del potere perché il futuro che vogliono costruire è quello anticipato da Casaleggio senza pudore nemmeno una foglia di Fico.

Casaleggio dileggia il Parlamento e il Presidente Fico

“Il superamento della democrazia rappresentativa è inevitabile” questo il giudizio di uno dei vertici del Movimento%stelle, Davide Casaleggio, in una dichiarazione resa alla “Verità”testata ideale per proclamare la sua verità di vita(un tarlo da tempo operante indisturbato nelle istituzioni) non solo di previsione come qualcuno cercherà di ridimensionarla. Ad essa mi verrebbe la voglia di rispondere con una previsione ravvicinata:”la divisione dei M5stelle è inevitabile!” E’ il cuneo su cui occorre lavorare per ammissione di un diretto interessato. “Non è voce dal sen fuggita”perché preceduta da una opzione sostanzialmente analoga di svuotamento del ruolo del Parlamento quando il suo socio fondatore Grillo qualche settimana prima aveva ipotizzato contro il Parlamento espresso dal popolo il ricorso alla scelta dei parlamentari con il sorteggio, tanto un cittadino vale l’altro perché la decisione è altrove. Espressivo di questa concezione “usa e getta” è il limite previsto dei due mandati. Motivazione evidente: quando questi avranno imparato qualcosa possono essere d’intralcio al nucleo dirigente inamovibile, da far rimpiangere perfino il centralismo democratico del PCI. La mancanza di pudore di uno che si considera padre-padrone arriva a smentire clamorosamente un suo rappresentante il Presidente della Camera Fico che all’atto dell’insediamento aveva solennemente richiamato la centralità del Parlamento contro lo svuotamento operato dai governi coi voti di fiducia. Casaleggio aveva messo in conto, vero abuso di potere, che non ci sarebbe stata una ferma messa a punto e smentita da parte di Fico, che a mio avviso coverà sotto la cenere finchè non sarà finito il collante della spartizione del potere e prenderà il via tra gli alleati ed al loro interno la competizione a fare da soli, il potere tutto a noi. La difesa dell’opposizione o assente o senza mordente perché o non ci si arriva ad una severa autocritica o la si evita per non darsi la zappa tra i piedi. Com’è possibile che non si levi una voce che metta in conto le proprie responsabilità a cominciare dal più grosso attentato alla democrazia rappresentativa dell’epoca repubblicana che è stato il passaggio dagli eletti ai nominati tagliando le radici di fiducia e di rapporto diretto tra eletti ed elettori che è l’anima della democrazia rappresentativa? Si dirà fu il centrodestra ad approvare “la porcata” ma chi si è adagiato come fosse un’amaca e non un attentato alla vita democratica, un’omissione ancora più grave della non disciplina del conflitto d’interessi di un Berlusconi, grande anticipatore del sorteggio ipotizzato oggi da Grillo per la nomina dei parlamentari, quando auspicò che il voto sulle leggi fosse affidato ai soli capigruppo con voto ponderale?Lo stesso senso di fastidio per il Parlamento e la deriva autoritaria che lo sottende. A nulla è servito averlo denunziato appena Prodi vinse per la seconda volta con soli due voti in più al Senato e la chiara volontà di fare terra bruciata al suo avvento alla guida del Paese. Prevalse anche allora la logica della spartizione del potere rispetto all’esigenza di restituire l’anima democratica al Paese e la sua governabilità. E’ da allora che è montata la rabbia contro la casta, espressione delle oligarchie dei partiti e non più del popolo, una vera e propria autostrada alle forze antisistema, anche quando assumono la responsabilità del potere perché il futuro che vogliono costruire è quello anticipato da Casaleggio senza pudore nemmeno una foglia di Fico.

I testa-coda non giovano né a Renzi né al PD

Regola aurea specie nei cavalli di razza politica è saper trasformare una difficoltà in opportunità e in questo finora Renzi è bocciato. E di occasione ne ha avute e da lui stesso ispirate. Se un uomo si sente nudo senza potere e rinuncia a combattere per le proprie idee delle due l’una: o le idee sono da niente, occasionali o chi le sostiene è da niente. Queste amare considerazioni sono dettate dalla speranza che il suo percorso sia analogo a quello di Paolo di Tarso sulla strada di Damasco e porti ad una conversione ad U. Tre esempi su tutti su come Renzi dissipa per il presente e soprattutto per il futuro un patrimonio di scelte a suo indubbio merito. Due prove di uomo-assist quello per Mattarella Presidente della Repubblica evitandogli qualunque ipoteca di un Berlusconi ossessionato come aveva già fatto con Napolitano che col suo apporto tornasse alla carica per un salvacondotto che lo mettesse al riparo dai suoi guai giudiziari. Secondo assist quello per Gentiloni che quando ha potuto ha messo in risalto la continuità di governo e di meriti con Renzi. Ebbene l’attacco a Gentiloni ha generato tre errori che non potrà non pagare:

a) avere rotta una solidarietà che gli evitava un ulteriore isolamento qualunque fosse il merito degli addebiti mossi:

b) mi sarei aspettato che di fronte alle preoccupazioni dell’opinione pubblica verso la validità ed omogeneità politica dei nuovi e spesso sprovveduti governanti si creasse un riferimento puntuale e costante in controtendenza come un governo ombra che facesse perno intorno a Gentiloni ed alcuni membri di governo che hanno saputo conquistarsi un indubbio prestigio nazionale ed internazionale a partire da Mnniti sul tema più scottante quello dello tsunami contenuto ma sempre incombente dei migranti;

c) che in merito ad alcuni provvedimenti abbandonati per strada per evitare il pericolo di delegittimare il governo-Gentiloni per un futuro ignoto, è stato evidente il concorso e la corresponsabilità di un Mattarella chiamato in causa anche se non citato. Ma l’omissione più grande,prova di mancanza di coraggio nel tener fede alle sue intuizioni migliori si è avuto prima durante e dopo l’intervento al Senato. .

Pensate ad un Renzi che interviene al Senato non per confermare una abilità polemica, ma per condividere le sue vive preoccupazioni per le sorti del Paese, che lo avevano portato a preannunciare il suo ritiro dalla politica se la riforma costituzionale e la connessa elettorale non fossero passate. Mi sarebbe piaciuto sentirgli dire: “Cari colleghi che avete gridato alla vittoria senza avere da soli i voti per governare, avete riflettuto sulla circostanza che se fosse rimasto il ballottaggio, magari riformulato per rimuovere le remore della Consulta, a quest’ora c’era una maggioranza legittimata a governare senza i compromessi pasticciati e di breve durata a cui siete stati costretti per quello spirito anticasta a cui finirete di appartenere dopo una legislatura di promesse mancate perché gonfiate a dismisura? Ed ancora per tenere il passo con l’Europa per la sfida globale sempre più accelerata, sareste stati facilitati dal rapporto del Governo con una sola Camera evitando quel ping-pong estenuante e paralizzante (ultimo rimasto in vita in Europa), aggirato dai voti di fiducia a raffica che mettono fuori gioco non solo le minoranze ma anche le istanze migliorative della maggioranza? Non che tutto fosse condivisibile ma avete l’onestà di riconoscere che con l’acqua sporca (?) avete buttato via due creature necessarie per il rinnovamento dalla repubblica? Se preliminarmente possiamo convergere su questa priorità istituzionale per passare al terzo stadio della Repubblica parlamentare, come opportunamente richiamato dal Presidente Fico,non avremmo difficoltà a confrontarci con quelle forze che intenzionalmente riteniamo più affini. E’ per questo che riteniamo che un governo del Presidente a temi limitati e tempo determinato avrebbe consentito, senza vuoti di potere e compromessi abborracciati, di fare quel confronto serrato per l’orizzonte necessario di un governo di legislatura”. Perciò auspico che il PD vada oltre Renzi senza rinnegare quanto di buono ha tentato e fatto, specie come uomo-assist nella scelta di Mattarella, di Gentiloni e del suo governo che, nonostante la sua breve durata, ha saputo guadagnarsi la stima internazionale ed in primo luogo quella europea, ambito nel quale la nostra ambizione è di essere all’altezza dei nostri padri costituenti e non i rissosi fanalini di coda

Roca

Grillo Salvini Berlusconi campioni dell’antidemocrazia

L’assunto di questo articolo è motivato da un giudizio molto amaro sull’atteggiamento tenuto dal PD col suo rifiuto del confronto con i grillini a riprova che a fronte dei pericoli che corre il Paese si è insistito a fissare l’attenzione sul proprio ombelico quasi fosse il centro del mondo politico. Non è degno di considerazione il pericolo di una contaminazione con una forza per molti versi antitetica né tantomeno che potesse prevalere un senso opportunistico a discapito della propria identità ideale. In parole povere il peccato del rifiuto del confronto non sta nel non aver esercitato l’opportunità di essere l’ago della bilancia tra due piatti equivalenti secondo la teoria dei due forni nella versione Di Maio, ma di non aver scrollato l’albero delle radicali contraddizioni esistenti nella base grillina prima ancora che nella nomenclatura che ne è una copia fedele,a far coppia con la Lega con unico cemento iniziale strappare il potere alla Casta dopo averla battuta ed umiliata.

Nulla a che vedere con la lezione di Moro di anteporre gli interessi del Paese a qualunque altro anche a prezzo, pagato, della propria vita. Ben più profondo del ruolo di ago della bilancia è in gioco il potere di come indirizzare il pericoloso scambio all’uscita dalla crisi agonica del secondo stadio della Repubblica (improprio parlare di II o III Repubblica a costituzione invariata). In gioco è l’ abbandono con le necessarie e tentate correzioni la natura parlamentare della Costituzione vigente in favore di una presidenziale per somma di poteri in una sola persona senza alcun bilanciamento. Il trio di nomi citato nel titolo dell’articolo come campioni dell’antidemocrazia non è una scelta arbitraria ma trova corrispondenza in altrettante dichiarazioni rese dinnanzi ad una quota di popolo plaudente a prescindere. In ordine temporale più vicino a noi, solo una comicità tragica degna del suo interprete, Grillo, poteva sponsorizzare come innovativa la scelta dei senatori con l’estrazione a sorte.

Chiara la connessione con la democrazia diretta, non affidata nemmeno al proprio popolo ma al caso, che fa la pari col limite dei due mandati, che non venga a nessuno il prurito di intralciare con la competenza acquisita il centro motore di tutta la giostra,la Casaleggio ed associati, primus inter pares Grillo.Non è un caso che un illustre predecessore del potere ad personam Berlusconi avesse espresso, pur con maggioranza bulgara, l’innovazione di far votare le leggi attraverso la dichiarazione resa dai capigruppo con voto ponderale corrispondente ai propri seggi conquistati evitando l’incognita insita nella libertà dei parlamentari.

Che non siano battute estemporanee di cui sorridere, spesso con incosciente ironia è stato dimostrato quando fu varato il capolavoro del Porcellum, col passaggio al regime dei nominati dal padre padrone o dall’oligarchie dei partiti, con nessuno specie nel centrosinistra che si sia impegnato, divenuto maggioranza, a mettere come priorità assoluta il restituire al popolo il diritto di scegliere i propri rappresentanti. Rotto il legame di fiducia tra eletti ed elettori, svuotata del suo cuore pulsante la democrazia rappresentativa, non meraviglia affatto che si sia aperta un’autostrada alle forze antisistema e non solo anticasta delegittimata. Figlio di questa incultura è Salvini che non a caso ha dichiarate propensioni per regimi alla Putin e alla Orban oltre che per tutti i sovranisti europei dalla Le Pen in poi. E questo contro gli interessi del Paese poiché respingono con sdegno ogni solidarietà nell’affrontare quest’autentico tsunami umano che è l’immigrazione di massa. L’alternativa è trasformare il Mediterraneo da mare nostrum in Monstrum affidandogli il compito di fare da barriera e da tomba.

Roca

Centrosinistra oltre Renzi senza fughe in avanti

I commentatori si sbizzarriscono sui risultati elettorali e più voci consigliano di ripartire azzerando il PD non mettendo in conto le potenzialità smarrite per strada per l’incapacità finora dimostrata di una severa autocritica sulle occasioni perdute e su quelle che s’aprono a breve a partire dalle europee. Ho un’idiosincrasia per chi cancella la storia e suppone di aprirne una nuova a prescindere. Sarà perché dai 19 anni vivo a Sabaudia contrassegnata dagli anni dell’era fascista scolpita anche sui tombini non epurati e come tanti analoghi inizi sappiamo come sono finiti. Mi limito a dei flash di cui non ho trovato traccia incominciando da quell’autentico patrimonio messo in comune alla nascita del PD, quella classe dirigente locale, la migliore d’Italia che negli anni della guerra fredda ha consentito il ricambio democratico negli enti locali, la grande ed insuperata scuola di nuova classe dirigente, la cui osmosi verso l’alto è stata la base di quell’ascensore politico legittimato dalle prove date e non dalla fedeltà a quelle oligarchie che si sono spinte, purtroppo unanimi dopo gli iniziatori, a bloccare l’ascensore politico e sociale insieme passando dagli eletti al regime dei nominati. Un vero e proprio attentato al rapporto essenziale e diretto tra eletti ed elettori che è alla base della democrazia rappresentativa.

Quanti di quelli che ancora oggi si atteggiano a salvatori della Patria si sono resi conto che le loro omissioni sono state gravi e molteplici oltre quella conclamata della non disciplina del conflitto d’interessi con la farisaica intenzione di poter più facilmente battere un avversario demonizzato? Ma veniamo a tempi vicini a noi ed affrontiamo il problema Renzi che ci ha costretto finora ad uno stallo grave di cui dobbiamo sentirci responsabili, anche una base schierata nelle conte interne ed assente nelle proposte di linea politica e programmatica. Il paradosso è che Renzi ha rimosso quanto di meglio aveva perseguito in condizioni proibitive con gli unici interlocutori disponibili. Pensate ad un Renzi che interviene al Senato non per confermare una abilità polemica, ma per condividere le sue vive preoccupazioni per le sorti del Paese, che lo avevano portato a preannunciare il suo ritiro dalla politica se la riforma costituzionale e la connessa elettorale non fossero passate. Mi sarebbe piaciuto sentirgli dire: “Cari colleghi che avete gridato alla vittoria senza avere da soli i voti per governare, avete riflettuto sulla circostanza che se fosse rimasto il ballottaggio, magari riformulato per rimuovere le remore della Consulta, a quest’ora c’era una maggioranza legittimata a governare senza i compromessi pasticciati e di breve durata a cui siete stati costretti per quello spirito anticasta a cui finirete di appartenere dopo una legislatura di promesse mancate perché gonfiate a dismisura? Ed ancora per tenere il passo con l’Europa per la sfida globale sempre più accelerata, sareste stati facilitati dal rapporto del Governo con una sola Camera evitando quel ping-pong estenuante e paralizzante (ultimo rimasto in vita in Europa), aggirato dai voti di fiducia a raffica che mettono fuori gioco non solo le minoranze ma anche le istanze migliorative della maggioranza? Non che tutto fosse condivisibile ma avete l’onestà di riconoscere che con l’acqua sporca (?) avete buttato via due creature necessarie per il rinnovamento dalla repubblica? Se preliminarmente possiamo convergere su questa priorità istituzionale per passare al terzo stadio della Repubblica parlamentare, come opportunamente richiamato dal Presidente Fico,non abbiamo difficoltà a confrontarci con quelle forze che intenzionalmente riteniamo più affini. E’ per questo che riteniamo che un governo del Presidente a temi limitati e tempo determinato avrebbe consentito, senza vuoti di potere e compromessi abborracciati, di fare quel confronto serrato per l’orizzonte necessario di un governo di legislatura”.

Perciò auspico che il PD vada oltre Renzi senza rinnegare quanto di buono ha tentato e fatto, specie come uomo-assist nella scelta di Mattarella, di Gentiloni e del suo governo che, nonostante la sua breve durata, ha saputo guadagnarsi la stima internazionale ed in primo luogo quella europea, ambito nel quale la nostra ambizione è di essere all’altezza dei nostri padri costituenti e non i rissosi fanalini di coda.

Roca

Vacatio romane e peccati Capitali

A Roma vacatio tante, nobili quelle legis et memoriae e più volgari fossi e buche. La vacatio legis ad onta dei proclami prevede per i grillini parlanti la tolleranza zero per gli avversari e uno sfumato accertare per gli amici prima di giudicare rimettendosi al finale giudiziario. Ma quello più eclatante, nonostante il sorriso mesto ma accattivante della Raggi (poveretta chi gliel’ha fatto fare? Certo l’ideale!) è la vacatio memoriae della Sindaco, un minicolosseo di non so di non ricordo fino all’ammissione a cuore aperto che il prodigio Lanzalone era stata una benevole concessione della coppia Di Maio in Buonafede.

Questa volta la responsabilità è chiaramente d’altri nulla a che vedere con Marra suo braccio destro finito agli arresti per corruzione con un codicillo tutto familiare dell’assunzione anche del fratello. Si dà il caso che in ambedue i casi la responsabilità in qualità di sindaco ricada sulla Raggi. Per molto meno altri furono invitati a lasciare. Ma l’opportunità politica non ha nulla a che vedere con la bilancia della giustizia politica chiamata a scegliere il male minore almeno a breve termine: evitare che con la Raggi venga giù anche il sole del potere su Roma ed arrivi il commissario. Ma c’è un peccato capitale in tutto questo affare che rimanda ad uno più grande, veramente capitale di tutto l’ordinamento ed è quello che faceva dire a un maestro come Sartori che le “cariche ingessate (senza possibilità di ricambio altrimenti viene giù tutto, nel nostro caso l’Assemblea capitolina con quel che ne consegue) favoriscono gli incapaci e/o i corrotti. ”Un giudizio su misura sulla vicenda romana, che in un arco di tempo più ampio non risparmia nessuno dei concorrenti in campo.

Da anni mi domando: possibile che nessuno, in nessuna forza politica compreso il PD pur continuando ad avere riserve sempre espresse e sempre inascoltate, si sia posto il problema di rimuovere una vera e propria barriera istituzionale sotto un duplice profilo. Il primo, di cui abbiamo parlato riferendoci alla vicenda romana, per cui un vertice inadeguato al compito non può essere rimosso senza far cadere anche l’Assemblea ed il secondo a mio avviso ancora più grave, vera barriera istituzionale, è che, se dalla scuola degli enti locali emergono personalità di rilievo ed affidamento, s’inceppa l’ascensore politico, carica natural durante, adducendo per l’esclusione l’inopportunità politica di impegnare ad altri livelli chi creerebbe un vuoto di potere a caro prezzo. Ebbene se a questa valutazione aggiungiamo un contesto ancora più anomalo ed immorale per una democrazia rappresentativa qual è quello del permanere per i 2/3 dei parlamentari il vecchio e corruttorio regime dei nominati al posto degli eletti, non dobbiamo meravigliarci che la cooptazione dall’alto svuoti completamente la democrazia rappresentativa e prepari una svolta autoritaria verso l’uomo forte per somma di poteri, alla Orban alla Putin per intenderci che incantano i Salvini di tutta Europa, piuttosto che una democrazia forte per istituzioni governanti e governabili.

Giacchè siamo nel Lazio possibile che nel PD, nonostante i miei richiami rivolti anche personalmente a Zingaretti, non ci si preoccupi che la barriera istituzionale del commissariamento che conseguirebbe a segretario del PD, non venga rimossa attraverso l’istituzione a tutti i livelli della sfiducia costruttiva che ha dato buona prova di sé negli stati federali consentendo in ogni momento utile l’osmosi di classe dirigente dal basso verso l’alto, ultimo esempio probante quello della Spagna. L’omissione nel Lazio è tanto più grave perché le norme statutarie consentono di provarci, al limite ricorrendo ad una iniziava condivisa anche a livello nazionale. Non troverebbe l’adesione anche dei Grillini poter avvicendare la Raggi o chi come lei si dimostri inadeguata senza far venire giù tutto?

Ecco perché ripeto che la regione-Lazio potrebbe fare da battistrada di un rinnovamento istituzionale dal basso, dopo quelli miseramente falliti perché calati dall’alto.

Roca

Miopia l’opposizione senza alternativa!

Opposizione dura e pura, anche d’effetto come negli interventi di Renzi e Del Rioma senza costrutto se non disegna e si batte per l’alternativa. Non per quella di là da venire per poi giudicare i vivi e i morti perché la vivisezione avverrebbe sul corpo del nostro Paese ed anche l’opposizione ne pagherebbe le spese. Che l’alternativa sia possibile nel corso della legislatura è più che un’ipotesi di lavoro, l’occasione c’è stata già nella fase preliminare della formazione del governo e non è stata colta per dare la prima scrollata all’attuale maggioranza determinata ad assicurarsi il massimo nella spartizione del Governo e nel sottogoverno.

Simmetricamente ha agito la Lega per egemonizzare in via definita tutto il centrodestra .Il contratto per dichiarazione espressa dei suoi maggiori interlocutori non è un’alleanza politica ma occasionale dettata dalla dall’assenza di alternative agibili. Risolta la spartizione resta in piedi e come l’accumulazione delle posizioni e risorse occorrenti per la competizione, oggi interpretata da Di Maio e Salvini con Conte a far da ponte su due pilastri competitivi con l’incognita su chi si sfilerà per primo per governare da solo. La ragion pratica suggerisce di tener vive le differenze per legittimare l’uscita dal contratto con reciproche accuse di averlo tradito per accreditarsi come le forze alternative per eccellenza.

L’accreditamento di questo scenario per l’oggi e per il domani presuppone un’accelerazione per la ricerca di una nuova legge elettorale appena passata la sbornia governativa e la credibilità si farà sentire come requisito necessario per arginare la diffidenza dei mercati che traguardano almeno al ventennio necessario a remunerare i soldi investiti. Non è con le montagne russe delle contrapposizioni e delle dichiarazioni, rivelatisi esiziali per i precedenti protagonisti della scena pubblica, che la conduzione governativa apparirà più affidabile e stabile per gli alleati e i mercati ed è in questo percorso accidentato che l’opposizione deve essere unita nel prospettare un’alternativa agibile accreditandosi come un secondo forno alternativo nei contenuti e non solo nella spartizione del potere. Sotto questo dirimente profilo i due interventi di maggior rilievo del PD, Renzi e del Rio, hanno dimostrato l’assenza di una proposta alternativa e di una severa autocritica degli errori compiuti e spesso condivisi.

L’occasione per un’inversione di rotta è certo l’esito dell’europee del prossimo anno in cui scadrà, come a novembre in America, il primo esame popolare sul percorso seguito da tutte le forze in campo e delle prospettive di agibili alternative che sappiano coniugare il conforto degli elettori e i conti della serva dei creditori registrati dal termometro dei mercati.

Roca

Conte, il ponte a rischio su Di Maio e Salvini

I talloni d’Achille del nuovo governo sono tanti e tutti nel programma ma il più vulnerabile è: Ce la farà Conte a far da ponte tra Di Maio e Salvini? Chi dei due si sfilerà per primo? Tutto lascia supporre che sarà Salvini. Infatti Di Maio ha teorizzato, quasi fossero sullo stesso piano, la scelta tra un doppio forno, Lega o PD, un errore enorme, che la vecchi DC non ha mai fatto, che ci sia un uomo buono per tutte le stagioni e se alla fine, senza dialettica interni con altrettanti interpreti, il M5stelle finirà per scindersi .Diverso l’errore di Salvini: avere scelto di tenere il piede in due staffe,ai primi passi specie in Europa, inciampa e cade. A meno che non scelga di rinunciare all’egemonia su tutta la destra e di mettersi in proprio favorendo la fusione con la Meloni. In questa vera e propria schizofrenia che fine fanno le istituzioni, oggetto del più grave tentativo di spallata dall’avvento della Repubblica?

La ricetta che ha in testa Salvini non lascia dubbi di sorta è un regime alla Orban, autoritario da costruire assommando i poteri. Non è un caso che, cercando di farsi spazio di sopravvivenza, la Meloni abbia giocato allo sfascio aderendo all’improvvido tentativo di impeachment da parte di Maio, insieme con la proposta di optare per una Repubblica presidenziale, abbandonando lo schema di raccordo tra Lega e FI, considerando ormai cotto Berlusconi.

Il tentativo di Di Maio, senza drastiche correzioni di rotta, ne segnerà la fine politica perchè sulla linea oltranzista ultra-leghista il testimone andrebbe a Di Battista, più tribuno di lui. Qualcuno dirà che ha già cominciato a farlo andando a Canossa da Mattarella ma quanto questo coraggio di ravvedersi prelude ad un cambiamento di rotta verso il rispetto del dettato costituzionale e dell’equilibrio dei poteri? L’andata a Canossa da Mattarella tra l’altro lascia supporre che l’accoppiata Grillo- Casaleggio Associati non gli avrebbe mai perdonato di perdersi la spartizione della torta di ben 350 cariche di sottogoverno scadute o in scadenza, così come la colpa grave di aver lanciato l’azzardo dell’attacco a Mattarella senza il preventivo accordo con Salvini, certamente pressato da Berlusconi a tenersi in disparte pena la fine clamorosa del centrodestra unito, l’unico idoneo al momento a raggiungere la soglia del 40% per governare da soli.

Con questa divaricazione di linee e di obbiettivi è inutile nascondersi che il ponte Conte rischia di crollare alla prima occasione utile per Salvini di sfilarsi e puntare alla maggioranza assoluta con lui leader indiscusso con tutto quel che segue nella direzione già citata. Per nostra fortuna nel governo c’è un cuneo quirinalista che, a partire dal Presidente del Consiglio, sa che con Mattarella non si scherza e che la moral suasion presidenziale non si esercita solo a livello nazionale ma anche internazione, specie in Europa avendo conquistato su un campo minato ancora più credito che in passato. Il discrimine sarà sempre più sulle sorti delle nostre istituzioni, adeguate o superate con salti nel buio e di pari passo con analoga sorte per quelle europee.

Rispetto a questo terreno di sfide incrociate quello che non si vede finora è il ruolo, decisivo se propositivo e non puramente oppositivo, del terzo incomodo attore, il PD, del sistema tripolare fermo all’ultimo appello ad un fronte repubblicano da parte di Calenda, scelta emergenziale destinata a sfumare con ulteriori dilazioni dopo la formazione del nuovo governo. Se si perviene ad un’indicazione unitaria del centrosinistra approfondita e rapportata sin da ora alle prossime europee, l’ esito darà la scossa comunque agli equilibri politici dentro e fuori Italia.

Roca

Salvini: sorpasso a sinistra e sterzata a destra

Decisamente vien da dire: Salvini scarpe grosse cervello fino! Riporto integralmente un brano del precedente articolo smentito solo dalla tempistica accelerata di Salvini. Per mantenere unito di fronte al Paese il Movimento uno e trino viene scelto Conte che tutt’al più potrà resistere per un po’ di tempo se diventerà il Giano bifronte essendo Di Maio incollato agli altri due finché sono insieme. Questi i conti dentro il Movimento e fuori deve farli con Salvini, che per svuotare il suo vecchio alleato Berlusconi consoliderà il primato all’europee sfidando il M5 stelle a chi è più euroscettico e poi,facendosi carico della roba cara a Berlusconi, farà la pace col centrodestra per lanciare il guanto di sfida ai 5 stelle (Di Maio?), una vera e propria frana che si abbatterà sul ponte di Conte, che non sarà certo, stretto com’è, quello di Cavour. Il contratto ha dentro di sé tutte le contraddizioni per motivare la messa in mora dell’uno all’altro con reciproche accuse di tradimento. Un contratto che per non avvalorare le preoccupazioni di Mattarella ha parole rassicuranti mentre le scelte sono deflagranti nei confronti della nuova Europa da costruire e della sua autonomia nei confronti delle altre potenze mondiali. Un futuro che preannunzia il ritratto di Dante: ”Nave senza nocchiero in gran tempesta”. Intanto il gran nocchiero in questo passaggio decisivo c’è stato e passerà comunque alla storia per aver affrontato da solo, senza il partito di appartenenza ideale in cui si riconosce quel PD che ha tradito la lezione storica di Moro ed in particolare da Renzi che aveva avuto il merito di due assist formidabili come Mattarella e Gentiloni per restare in Europa da protagonisti insieme con Francia e Germania. Parlo come grande nocchiero, con i limiti costituzionali del suo incarico, di Sergio Mattarella e della destrezza e fermezza esercitate salvando in questo frangente l’onore dell’Italia agli occhi dell’Europa e del mondo. I telegiornali hanno parlato della circostanza che al Quirinale sono rimasti di stucco di fronte al rifiuto da parte di Salvini della disponibilità di Mattarella ad un’alternativa a Savona nella persona del suo più fidato collaboratore Giorgetti, a cui nessuno avrebbe impedito di trattare in Europa come si fa normalmente fissando i punti su cui confrontarsi rinviando ciascuno di essi ad un tavolo tecnico dove poter disporre di tutti i maggiori esperti a sostegno delle proprie tesi a cominciare da Savona. Non è un retro pensiero ma un avanti-pensiero, messo sull’avviso dalla Meloni quando gli aveva rimproverato di essere caduto nella trappola dei 5stelle.Il ragionamento prevalso è stato: perché confortati dal consenso crescente della Lega e del centrodestra di fronte all’arretramento dei 55stelle andare a spartire con loro il potere a partire dalla tavola imbandita del sottogoverno di tutti i rinnovi ed ingrossarli poiché nella trattativa Salvini da solo sarebbe penalizzato? Così si spiega il braccio di ferro col Quirinale e la sterzata a destra dopo il sorpasso a sinistra. Siamo solo agli inizi ed è bene ricordarsi il vecchio detto popolare: “Il diavolo fa le pentole ma no sempre il coperchio!” Se l’opposizione non continua a fare il morto a galla e si rimette a nuotare in direzione di un’Europa più solidale, che ci ha lasciati soli di fronte a tsunami epocali come l’immigrazione con tutti i rigetti cha suscitato, la fermezza di Mattarella avrà mantenuto il treno Italia sui binari tracciati dai padri nobili che hanno assicurato all’Europa settant’anni di pace vaccinandola dai tentativi disgregatori, esterni ed interni, questi sì da evitare per salvaguardare l’autonomia e la sicurezza nostra e di tutt’Europa.

M5S, uno e trino

Salvo ripensamenti o suggerimenti del Colle dell’ultimo minuto il Governo è varato. Su chi poggia il contratto? Il M5stelle e la Lega di Salvini. Il Movimento per ora, non è dato sapere domani, è uno ma trino, capo provvisorio Di Maio, ondulatorio Grillo, permanente la Casaleggio-associati. Incominciamo da Di Maio, la sua debolezza deriva dal farsi prendere dall’ansia“dell’ora o mai più”, che gli fa dire “per me Lega o PD pari sono purchè il leader sia io!”e sappiamo com’è andata a finire. I poteri forti nel Movimento sono altri a partire da Grillo, il padre fondatore che se ne infischia del suo dichiarato capo politico al punto che mentre Di Maio cerca di accreditarsi in Europa e bussa alla porta di Macron, il più europeista di tutti i capi europei, Grillo rilancia il referendum pro o contro la permanenza nell’euro non senza una ragione: contendere al futuro concorrente Salvini l’elettorato sovranista che hanno in comune. Di Maio non fa una grinza e non resta nemmeno allineato e coperto, va alla carica di Macron per contestare la Lione-Torino, come a dire, altro che europeista, i patti già fatti, pur di acquisire i voti dei NO-TAVe dei centri sociali, sono carta straccia.

Altro potere forte, strettamente legato a Grillo, la Casaleggio-Associati accantona per ora Di Maio perché mai rinuncerebbe a mettere le mani sulla torta dei rinnovi da fare, il tanto vituperato sottogoverno. Per mantenere unito di fronte al Paese il Movimento uno e trino viene scelto Conte che tutt’al più potrà resistere per un po’ di tempo se diventerà il Giano bifronte essendo Di Maio incollato agli altri due finché sono insieme. Questi i conti dentro il Movimento e fuori deve farli con Salvini, che per svuotare il suo vecchio alleato Berlusconi consoliderà il primato all’europee sfidando il M5 stelle a chi è più euroscettico e poi,facendosi carico della roba cara a Berlusconi, farà la pace col centrodestra per lanciare il guanto di sfida ai 5 stelle (Di Maio?), una vera e propria frana che si abbatterà sul ponte di Conte, che non sarà certo, stretto com’è, quello di Cavour.

Il contratto ha dentro di sé tutte le contraddizioni per motivare la messa in mora dell’uno all’altro con reciproche accuse di tradimento. Un contratto che per non avvalorare le preoccupazioni di Mattarella ha parole rassicuranti mentre le scelte sono deflagranti nei confronti della nuova Europa da costruire e della sua autonomia nei confronti delle altre potenze mondiali. Un futuro che preannunzia il ritratto di Dante :”Nave senza nocchiero in gran tempesta”. E le opposizioni? Berlusconi si morde le mani per aver dato via libera a Salvini pur avendo il deterrente delle amministrazioni locali da far pesare, attendendosi almeno un disarmo del fronte giustizialista. Messo nel conto che il contratto potesse essere ondivago, per poter di volta in volta attraverso Salvini fungere da timoniere, non si aspettava certo un contratto onDavigo un arretramento tale che fa dire a un garantista come Facci che è un insulto a due glorie patrie come Beccaria e Filangieri.

E le opposizioni? Degli errori di Berlusconi abbiamo già accennato ma quello più grande di cui non vuole rendersi conto è di non decidersi a passare ad una monarchia costituzionale e di chiamare Taiani a fare il leader a tempo pieno col nobile intento di tornare in patria a difendere la frontiera di quell’Europa del cui Parlamento è Presidente, ostinandosi a riproporsi per l’ennesima sconfitta. Del PD non ripeto la mia tesi di aver tradito l’eredità politica di Moro, di giocare le proprie supposte fortune sulla pelle del Paese, la cui frontiera più avanzata oggi è proprio l’Europa, radicandola nelle sue istituzioni democratiche.

Nessuno dei riformatori che si fosse chiesto com’è potuto accadere che, dopo la insulare Gran Bretagna, solo in Italia la maggioranza assoluta sia andata alle forze antisistema e degli euroscettici. La causa prevalente di questa patologia va ricercata nel fatto che in un Paese a democrazia parlamentare rappresentativa c’è stato il passaggio dagli eletti ai nominati dalle oligarchie dei partitino tagliando le radici del rapporto vitale tra eletti ed elettori. Si parla sempre dell’omissione grave del non disciplinare il conflitto di interessi ma ancor più grave essersi accomodati sull’amaca del Porcellum dei nominati sottraendoli alla scelta popolare. Di qui gli attacchi alla casta e la legittimazione politica a chi diceva: Basta!

Roca