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Roca

Nel PD un dialogo tra sordi
ed i possibili rimedi

Dopo la direzione nazionale bisogna prendere atto che il PD potrà uscire fuori dal guado se indicherà la direzione di marcia e le condizioni essenziali perché sia perseguita in unità d’intenti. Viene legittimo il dubbio che con i suoi ultimatum a ripetizione la sinistra dem abbia l’intento di provocare la scissione a destra per scaricarne la responsabilità su Renzi ed accreditarsi come l’erede di quanto rimane del PD. E’ bene chiarire che è legittima aspirazione di ogni partito diventare forza maggioritaria per la sua proposta, altra cosa prefiggersi di raggiungere l’obbiettivo a colpi di sbarramenti, tipo l’8% di marca veltroniana che accelerò la caduta del governo Prodi a destra come a sinistra della composita coalizione prefigurando il taglio dei rami minori e, così facendo, decretando la fine del tronco.

Nonostante la bocciatura la vocazione maggioritaria è rispuntata anche con Renzi che avrebbe dovuto prenfere atto di un’altra lezione esemplare come l’implosione della maggioranza bulgara di Berlusconi. Ho riepilogato la storia di una direzione di marcia sbagliata per dire che la strada maestra di veri maestri come De Gasperi è quella delle coalizioni più ampie ed omogenee possibili cementate da una strategia condivisa per un obiettivo comune, che oggi prioritario e discriminante per le alleanze è restare in Europa per cambiarla dal di dentro. Questo criterio della inclusività per orientare ed aggregare altre forze esterne deve essere perseguita in primo luogo all’interno della forza politica che aspira alla guida del processo aggregativo. La prima doverosa mossa di Renzi è quella di liberare il partito dalla sensazione-tentazione di voler egemonizzare la rappresentanza, ma questo non può avvenire a trattativa privata con chi sta con un piede dentro ed uno fuori dal partito minacciando scissioni come un lassativo. Sarebbe l’inizio della disgregazione mentre la strada maestra ispirata dall’esperienza dell’Ulivo è quella di un partito aperto all’apporto della base anche fuori dal perimetro del partito estendendo le primarie a tutte le candidature specie se comprendono figure come i capolista sottratti al voto popolare, promuovendo primarie generali dei candidati in ogni collegio con il primo eletto indicato a capolista, evitando un duplicato del capolista in seconda battuta, assicurando così la pluralità degli apporti assolutamente vitale per chi si prefigge di superare la soglia del 40%.

In poche parole si tiene unito un partito facendosi carico per ogni componente del principio del “Primum vivere deinde philosophari”. Giusta la preoccupazione di chi ritiene che si moltiplicherebbe con il premio alla coalizione la frantumazione ed il ricatto delle forze minori ma il premio al partito di maggior consistenza può anche essere perseguito, incentivando l’unità di forze omogenee, escludendo dal riparto del premio le forze che non abbiano raggiunto un minimo di consenso popolare. Così come, per le candidature multiple, si evita l’arbitrarietà della scelta da parte delle oligarchie di partito risultando il candidato eletto laddove ha conseguito la percentuale maggiore. Mi fermo a queste prime indicazioni rispettose, dentro e fuori del partito, della pluralità degli apporti dentro possibili maggioranze e fuori a tutela delle minoranze prevedendo sin da ora, per favorire gli accorpamenti, che per le liste singole e non coalizzate la soglia minima sia fissata al 5% secondo il modello tedesco.

PD, la banalità del farsi del male

Parafrasando Hannah Arendt viene spontaneo, rispetto allo scontro sulla porta di casa (dentro o fuori?) del Pd, definire la condotta morale della sinistra dem come “la banalità di farsi del male”. Parlerò in seguito di Renzi e della sua autocritica che è solo agli inizi e che potrebbe essere accelerata se non incombesse ripetutamente la minaccia di scissione da parte delle minoranze del PD.

Partirei di qui, dalle proposte delle minoranze, uso il plurale per quanti sono i personaggi in cerca di fare il leader con sfumature diverse per ritagliarsi di volta in volta una propria autorevolezza saltando a piè pari una collegialità di ricerca che sola potrebbe far scaturire per capacità di analisi, oltre che per esperienza vissuta e riconosciuta, una reale leadership. Partiamo da chi ancora ha una taratura riconosciuta nel partito e nel Paese ma che sta facendo di tutto per dissiparla. Alludo a Bersani ed all’ultimo aut-aut, quello che senza garanzie di rappresentanza nei prossimi gruppi parlamentari, prospetta la scissione con una nuova formazione politica, bontà sua nobilitata come un nuovo ulivo, con tutti i rami disponibili nel centrosinistra e verso sinistra, il cui auspicio sarebbe di includere nuovi rami mentre minaccia di segare il tronco imprescindibile per tenerli uniti. Un’enormità che mi ha dettato il titolo di questo intervento “La banalità del farsi del male!”.

Come ci si può accreditare e proporsi alternativi in un partito se ad ogni divergenza la minaccia è quella di uscirne, o di votare di volta in volta come battitori liberi o di votare contro la fiducia al Governo? Un modo di proporsi che fece dire nel lontano 1920 ad un certo Lenin per averlo sperimentato che “l’estremismo è la malattia infantile del comunismo”. Non ho sentito una sola parola di autocritica da parte di alcun esponente della sinistra dem sulla constatazione dell’assoluta marginalità del proprio apporto ai no straripanti quando l’intento conclamato era di essere determinanti per non far vincere il sì, quindi credibile non solo per Renzi, che avrebbe consacrato un uomo solo al comando con esclusione successiva degli avversari interni grazie ai capilista nominati. Ed ancora nessuna correzione di rotta dopo il valore aggiunto che la vittoria di Trump potrebbe apportare agli antieuropeisti. Ma per tornare al tasto dolente di una marginalizzazione nella rappresentanza parlamentare, poiché ci si rifà all’ulivo perché non avanzare la classica proposta che sottrae la scelta alle oligarchie e cioè che qualunque incarico sottratto al voto popolare deve essere rimesso alle primarie? La natura composita della maggioranza di Renzi dà garanzie che nessun gruppo è in grado di farne un monopolio. D’altra parte come potrebbe Renzi aspirare a superare il fatidico 40% se non si assicura in partenza il pieno del suo partito per aggregare i possibili alleati e i simpatizzanti?

Roca