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Roca

Renzi, vivere in rimonta come la Pellegrini

“Vivere in rimonta” che ho usato nel titolo è una perla espressiva tra le tante coniate da Gramellini, prendendo spunto dalla prodigiosa rimonta della Pellegrini ancora d’oro ai mondiali. Certo che il riferimento a Renzi è un auspicio per lui e per il Paese ma la condizione per la rimonta è un far tesoro del passato, anche degli errori del passato. Ho già avuto modo di dire che certe scelte di Renzi mi inducevano a definirlo “un barbaro, intuitivo quanto irriflessivo”.
Un barbaro quando intuisce che è venuto il tempo della spallata per dissestare i vecchi equilibri. Il sintomo più rilevante, da lui colto al volo, quella doppia bocciatura alla Presidenza della Repubblica di Marini prima e di Prodi poi. Tra le tante motivazioni quella per me più convincente è che ambedue avrebbero ribadita l’autoreferenzialità della vecchia classe dirigente responsabile di due gravissimi errori. In primo luogo non aver disciplinato un devastante conflitto di interessi, non solo di Berlusconi, per beneficiare della demonizzazione dell’avversario, ed a seguire essersi preoccupati solo della spartizione del potere, riconquistato di stretta misura,invece di rimuovere immediatamente una legge come il Porcellum che rendeva il Senato ingovernabile (due soli voti di scarto) ai più che probabili vincitori, introducendo altresì i nominati al posto degli eletti, recidendo il legame diretto con gli elettori, causa prima del successo grillino. Un’incostituzionalità talmente eclatante da finire per iniziativa di privati cittadini sotto la ghigliottina della Corte costituzionale con i risultati che sappiamo e a cui occorre opporre rimedio. Come non dare atto a Renzi di aver tentato di porre riparo a questa situazione con le forze disponibili in primis FI? Va a suo merito di aver tentato la difficile coniugazione tra riforme costituzionali (in primo luogo la fine del bicameralismo paritario ed il riordino di competenze tra stato e regioni) ed elettorali accedendo alla irrinunciabile richiesta di Berlusconi di poter disporre del pacchetto di mischia a tutela dei suoi interessi patrimoniali con l’introduzione dei capilista bloccati (una fuoriuscita graduale dal sistema dei nominati, molto a cuore a tutte le oligarchie dei partiti) ma chiedendo ed ottenendo che cadesse un tabù della destra, quel secondo turno di ballottaggio, espressa ripulsa di una prospettiva di alleanza postelettorale.

Nessun cedimento sostanziale a Berlusconi, il cui ritiro dal sostegno alle leggi votate era motivato dal non aver ottenuto in cambio il salvacondotto sperato, richiesta reiterata e schivata da Renzi con la nomina in piena autonomia di Mattarella alla Presidenza della Repubblica. È sul piano politico personale che Renzi si è mosso come un barbaro. Quale necessità politica c’era di richiedere negli incarichi europei quello degli esteri sapendo che la sua consistenza rappresentativa è quella esemplarmente riassunta dalla battuta di Kissinger “Chiamare l’Europa? Non c’è un numero telefonico”! per dire tanti quanti sono gli stati membri. Nelle condizioni in cui versa l’Italia molto più proficuo un incarico economico anche per non consentire l’asso-pigliatutto alla Merkel e ai suoi alleati. Un triplo schiaffo insensato, all’interesse del Paese in primo luogo, a D’Alema, da lasciare lui sì tranquillo in ritiro politico-spirituale tra le fondazioni europee, peraltro preferendogli una Mogherini alle prime armi in Italia ed infine con imperdonabile ingratitudine privando di un giusto riconoscimento Enrico Letta,non solo per le apprezzate competenze economiche quanto per avergli reso disponibile una maggioranza autonoma da Berlusconi grazie al distacco di Alfano perseguito con tenacia da Letta proprio nella direzione favorita da Renzi di attrazione verso il centrodestra con un leader alla Kronos che divora i suoi figli.
Questi e tanti altri i passi falsi di Renzi ed il perché è costretto alla rimonta che non può non ripartire dal porre rimedio alla miccia innescata alla scissione identitaria recuperando il potere di coalizione l’unico che può rendere ancora concorrenziale il centrosinistra per il governo del Paese. Lo ripeto, nonostante le molte affinità, con le nostre regole costituzionali ed elettorali da noi non si possono partorire dei Macron ma solo dei Micron.

Roca

Come disinnescare lo sfascio
del centrosinistra

Prendo lo spunto dall’editoriale del direttore dell’Avanti on line, l’amico Mauro Del Bue, ruotando intorno all’esemplare sintesi del titolo: “Perché tra Pisapia e PD dobbiamo stare noi”. Lo schieramento annunciato, che potrebbe essere uno dei tanti e purtroppo mutevoli secondo le circostanze e le convenienze, si sottrae a questa aleatorietà di collocazioni spesso strumentali o di pura sopravvivenza poiché introduce nella voce “dobbiamo” il concetto di un obbligo morale e non solo politico. In primo luogo a me preme sottolineare la dimensione di questo obbligo che è quella europea nell’ambito della famiglia socialista, ancora uno dei due pilastri su cui si è costruita l’Europa democratica che ha superato vittoriosamente i pericoli della guerra fredda ridando slancio al cammino dell’Europa senza indugiare su terze vie perseguite per non perdere legittimazione verso una base ancora fedele ai vecchi dogmi. Solidarietà che importa delle scelte continue non indolori nel nostro Paese come quella che finora ha precluso ai socialisti tedeschi di inseguire gli scissionisti della Link, scelta che in maniera aggravata si ripropone come necessaria in Italia se dovesse fallire il tentativo di Pisapia con inevitabili conseguenze sulla legge elettorale e sui successivi risultati, dall’ingovernabilità alla vittoria di uno dei due altri possibili vincitori il centrodestra o i grillini. Da quel “dobbiamo” scaturisce il dovere di fare da ponte, contro velleità annessionistiche tra Pisapia ed il PD, avendo cura della necessità di farsi carico del loro reciproco rafforzamento (che fine farebbe il ponte?) mirato a salvaguardare il Paese da salti nel buio. Rafforzamento di Pisapia contro una doppia tentazione che viene dalla sinistra scissionista di prefigurare un riabbraccio tra il figliol prodigo ed il padre in cui la condizione più o meno manifesta( D’Alema) è che il ruolo del vitello grasso da sacrificare sia lo stesso padre. L’altra di ipotizzare l’attrazione fatale, necessitata dalla soglia del 5%% se non di più al Senato, per una sinistra alternativa al PD la cui motivazione profonda è la stessa già enunciata della fine politica di Renzi. Dall’altra parte il ruolo determinante del Psi verso il PD è nella direzione di far maturare nel PD un corrispondente dovere verso il Paese per assicurarne la governabilità per il futuro facendo tutto il possibile per battere gli altri due competitori grazie al potere di coalizione sia verso la sinistra di governo che verso il centro riformatore su cui si è retta l’intera legislatura. Non ci possono essere subordinate verso il ritorno prioritario al premio alla coalizione e non più alla lista, condizione per richiedere su di un programma condiviso con vista Europa rinnovata il voto utile agli elettori contro salti nel buio. Chi indugia su un appello diretto ai cittadini senza tener conto delle regole del gioco vaneggia impossibili rivincite nell’attuale situazione socio-economica del Paese, peraltro con un ordinamento istituzionale ed elettorale che non consente i salti con l’asta alla Macron.

Due pulsioni a perdere: annessione e scissione!

Parlo di pulsioni a perdere perché, nell’area del centrosinistra e segnatamente in quella che era il PD, prevale l’irrazionalità delle strategie perseguite, annessione e scissione, che si alimentano e si elidono vicendevolmente. L’annessione dopo la sbornia europea, come la punta di un iceberg, è emersa in una forma da ballo in maschera, nella formulazione renziana del partito della nazione. Altro non era che la riproposizione della vocazione maggioritaria in salsa veltroniana, la velleità di accelerazione del processo unitario del centrosinistra comprimendo le forze minori attraverso gli sbarramenti elettorali, il famoso 8% auspicato quando ancora c’era in piedi il governo Prodi accelerando il processo di disgregazione di una maggioranza composita ed eterogenea.

La lezione non è bastata anzi dopo la sbornia europea si è teorizzato col partito della nazione che c’erano le condizioni per procedere per annessioni così come avvenne per l’unità d’Italia. Eppure in quella formulazione c’era l’intuizione di una risposta da dare ad una situazione nuova in grado di rimescolare le carte politiche ed istituzionali, l’essere in presenza di una composizione tripolare, con tre possibili vincitori e quindi con la necessità di un nuovo leader, novello Mosè, che avrebbe portato, con una forza intermedia del 40%, ad essere il cuneo vincente tra centrodestra da una parte e i grillini dall’altra.

Era naturale che l’asse del PD guardasse come area di ampliamento dei consensi in direzione dell’elettorato di centrodestra proprio per evitare depotenziandola il ricorso all’alleanza col centrodestra. Ne è la riprova che in cambio dei capilista bloccati (il pacchetto di mischia dei fedelissimi a tutela dei propri interessi) Renzi impose a Berlusconi di introdurre il secondo turno con relativo ballottaggio, una misura prima sempre respinta dal centrodestra perché controproducente sul piano elettorale. Nella situazione data e l’ostracismo dei grillini verso qualunque alleanza l’unica strada percorribile era quella che salvaguardava dall’inciucio con Berlusconi temuto dalla sinistra poi scissionista del PD. Che questa non avesse elaborato il lutto della fine di una pretesa egemonia degli eredi del PCI sul PD è apparso ancora più evidente dal non aver appreso anche lei, oltre Renzi, la lezione del referendum. L’esito infatti è stato disastroso anche per loro perché si aspettavano di essere determinanti per la vittoria del no mentre la sommatoria degli altri due poli, in funzione di indebolimento del governo e del PD, il possibile cuneo vincente, ha dimostrato nella contesa a tre, l’assoluta marginalità del loro peso elettorale, utile solo a dimagrire il PD e a fargli perdere la corsa a tre.

Ebbene nel momento in cui potevano essere determinanti nel PD e condizionare Renzi sia sul piano programmatico che della rappresentanza alle politiche, la pulsione distruttiva contro Renzi è prevalsa sugli interessi del Paese e del PD attraverso una sciagurata scissione. Come non ricordare la frase di Lenin che definì l’estremismo la malattia infantile del comunismo? La coazione a ripetere lo stesso errore è diventata una maledizione, altro che figli di un dio minore! E Renzi cosa ha fatto per mantenere unito quel 40% il cuneo vincente nel sistema tripolare perché fa scattare il premio di maggioranza che assicura la governabilità del Paese? Non si è reso conto che le molte analogie politiche col Macron francese, con le nostre regole del gioco possono solo produrre dei Micron italiani e che l’unica strada percorribile è quella delle coalizioni ed ancora ci sono le condizioni se si parte dal basso ricostituendo quel tessuto connettivo lesionato dal regime dei nominati cooptati dall’alto, dalla cui logica tutte le oligarchie dei partiti non riescono ad uscire. Eppure l’unica eredità ulivista che potrebbe soccorrerci contro la cooptazione sarebbe il ricorso alle primarie anche per legge, sia pure non obbligatorie, liberando anche la base grillina dal burka della rete.

Roca

Pausa di riflessione sì, menopausa no!

Ancora una pausa di riflessione, dopo la tornata elettorale ed i suoi esiti e la disposizione delle forze in campo che ne è derivata ma non conclusa nei suoi approcci contradditori, è consentita al PD ed a Renzi (l’ordine non è casuale) purchè le direttrici di marcia risultino ben chiare onde evitare che la loro assenza prefiguri il sintomo di una prematura menopausa. Non è il ritorno alla prima Repubblica da debellare come male estremo ma le condizioni che la portarono alla sua fine ingloriosa e tra queste la sua frammentarietà oltre che lo tsunami di tangentopoli. Ed a questo andremmo incontro con un ritorno al proporzionale ispirato da ciascuno contro tutti tra e dentro i partiti. Come può fare un figlio della maturità della prima Repubblica non evocare il testimone che ci ha consegnato Aldo Moro pagando con la vita di traguardare ad una democrazia matura fondata sull’alternanza, indicazione profetica 10 anni prima della caduta di Berlino? Nel 1976 all’Assemblea dei gruppi DC congiunti Aldo Moro prese atto della fine dell’egemonia DC con un’espressione lapidaria che c’erano stati due vincitori e che bisognava adeguare gli assetti istituzionali e quelli politici perché la nuova sfida non presentasse rischi per il Paese e per la vita democratica. Di qui la proposta dei governi di solidarietà nazionale nel quadro ancora più necessario delle solidarietà internazionali che aveva fatto dire a Berlinguer che si sentiva più protetto sotto l’ombrello della Nato rispetto al patto di Varsavia. Orbene abbiamo sentito nulla di simile per fronteggiare al meglio l’odierna composizione tripolare dei possibili vincitori? La competizione è bene chiarirlo a chi le idee confuse è tra chi ha una coerenza ed un’0mogeneità al suo interno e chi per aspirazione al potere camuffa le sue intime divisioni che finiranno per esplodere durante il cammino con esiti incontrollabili. Per semplificare al lettore è un errore madornale mettere in sequenza orizzontale sinistra centro destra mentre le composizioni dei tre poli sono sempre più a spicchio con l’aspirazione a sfondare al centro perché percepito come disomogeneo e senza tenuta l’incontro tra estreme peraltro tra di loro competitive, come sarebbe un’alleanza tra grillini e leghisti. Se quest’incontro dovesse verificarsi sarà escluso nella fase preelettorale e proposto solo dopo in regime di necessità. Mentre sulla destra si tratterà alla fine di ripetere lo schema iniziale di un’alleanza col solo cemento del potere, quando esordirono con FI Lega e Movimento sociale che nemmeno si parlavano. Peraltro fermo restando il limite impostosi dai grillini di non allearsi con nessuno, risulta con assoluta evidenza che solo il PD può consentirsi alleanze alla luce del sole in grado di dare garanzie di governabilità in questa fase con governi di coalizione omogenei per convergenza su di un programma condiviso. L’espressione di Renzi” le alleanze non interessano a nessuno” possono essere giustificate solo nel contesto della priorità sulle cose da fare insieme per poi scegliere le forze affini. Se prese a se stanti più che ad alleanze improbabili, tra l’altro perché insufficienti stando ai sondaggi, dietro al tenersi le mani libere per un dopo improbabile sarebbe la rinuncia a due valori irrinunciabili: rafforzare e far crescere dovunque siano le forze che fanno la scelta di fondo “Con l’Europa per cambiarla”. Ne consegue che per perseguire l’obbiettivo primario è necessario garantire la governabilità anche abbassando la soglia per il premio di maggioranza al 35% ralla portata dei 3 competitori con l’appello al voto utile. Non essendoci le condizioni istituzionali che partoriscano da noi un Macron, la linea più indicata, anche per recuperare l’astensione di chi teme il salto nel buio e l’ambiguità dei concorrenti, è quella che affida la scelta al Paese avendogli offerto la via d’uscita dal caos dell’ingovernabilità.

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Prodi il confessore non fa né dà penitenze

Dal Corriere della sera e non solo apprendiamo che quasi tutti i rappresentanti del centrosinistra allargato, fino al punto di disperdersi, si sono confessati dal Professore padre dell’Ulivo, due volte vincitore nello scontro col centrodestra del padre-padrone Berlusconi e due volte detronizzato dai suoi. Per non dire poi della bocciatura alla Presidenza della Repubblica dopo l’indicazione unanime per acclamazione della sua creatura il PD. Un politico per necessità ed abnegazione verso il Paese che non demorde dal tessere la sua rete per giungere ad un minimo denominatore comune. Solo che come politico è a dir poco una delusione per peccati comuni di omissione di fronte ad attentati alla vita democratica del Paese. Cito quello che per me è il più grave di tutti, quando Berlusconi fece terra bruciata dell’agibilità parlamentare verso il nuovo governo che si annuncia di centrosinistra a guida Prodi, approvando a tamburo battente il Porcellum con una legge per il Senato, una vera e propria legge truffa incostituzionale come riconosciuta dalla Consulta. Prodi vince seppure di misura e non resiste agli appetiti scatenatisi da ultima spiaggia, non mette come priorità assoluta oltre alla tanto auspicata disciplina del conflitto d’interessi, il tallone d’Achille di Berlusconi, l’altrettanta urgente armonizzazione della legge elettorale tra Camera e Senato, minacciando di ricorrere a nuove elezioni se il governo dovesse essere soggetto ad imboscaste. Nulla di tutto questo che un politico previgente avrebbe dovuto mettere in cantiere in via prioritaria tanto più che la maggioranza è di due soli voti, ridotti ad uno per esigenze di equilibri interni che portano Marini a Presidente del Senato. Certo che molti altri erano i punti deboli della composita coalizione ma, quando non si percepisce che in certe condizioni basta una goccia a far travasare il vaso l’inadeguatezza è accertata e sarà clamorosamente dimostrata. Tra i tanti motivi dell’incertezza democratica che stiamo attraversando non trovo adeguato rilievo ai costi che sta comportando il rientro della navicella democratica dal regime dei nominati a quello degli eletti, un rientro con immense difficoltà perché la logica di escludere i propri avversari specie gli ex prevale su quella strategica della governabilità e stabilità del Paese. Ai suoi penitenti Prodi non dà una penitenza vera che giustifichi l’assoluzione, si limita a spalmare i dissensi in più strati indigesti gli uni agli altri sicchè, anche non avendo velleità personali, in un mondo di troppi leader senza esercito e perciò senza alcun leader all’altezza della situazione, grande è la tentazione di ricorrere ad un super partes, all’usato sicuro. Chi più di lui? E Renzi? Ormai appare evidente dopo i risultati delle amministrative, che il PD finora non ha fatto nulla per essere inclusivo a partire da quel partito plurale reclamizzato nel passaggio dall’io al noi, figuriamoci se in grado di coagulare anche altre forze. La verità è che il PD un segretario legittimato ce l’ha ma manca di uno statista che, come Moro a suo tempo, riconoscendo che c’erano due vincitori e finita l’indispensabilità della DC, ne trasse le conseguenze traguardando alla democrazia matura (pagando con la vita) attraverso i governi di solidarietà nazionale. Ditemi se ce n’è uno che si faccia carico oggi di un sistema tripolare, mettendo in prima fila la governabilità del Paese per chiunque vinca, sicuro delle proprie ragioni sapendo che i nodi dell’etereogeneità degli altri poli alla prova del fuoco delle responsabilità impiegheranno ben poco a venire alla luce e che l’ago della bilancia sarà chi ha giocato guardando agli interessi generali del Paese più che al proprio ombelico.

Roca

Partiti in declino, vince chi perde meno

Premesso che per un giudizio attendibile sulle amministrative e sulle conseguenze da trarne è bene attendere lo svolgimento del secondo turno, si può sin d’ora registrare a livello europeo un andamento del sistema politico e partitico lontano da quello tradizionale, riassunto nel titolo e che mi pare trovi conferma anche nel nostro Paese. Partiti in declino. Dopo i risultati francesi in forza dei quali si può parlare di disfacimento del vecchio sistema dei partiti con l’incognita se ci saranno maggioranze coese o si andrà incontro a governi impossibili o a rischio come in Spagna. Anche nella Gran Bretagna si è avvertita la grande scossa.
Gli opinionisti sono avvertiti “Non dire mai vince May”, specie se è lei a dirlo dall’alto dei 20 punti percentuali in più attribuiti dai sondaggi una diecina di giorni prima del voto. Intanto perché può accadere di tutto, sia di nuovissimo come gli attacchi terroristici sia di novità invecchiate rapidamente come la vittoria della Brexit e la compagnia tutt’altro rassicurante di un imprevedibile e sempre più discusso Trump nella stessa America. La sorpresa degli attacchi terroristici ha scosso profondamente la fiducia nella May, reduce dalla più lunga permanenza, ben sei anni, al Ministero degli interni, settore nel quale aveva confidato per accreditarsi come la nuova lady di ferro. L’attacco terroristico poteva rappresentare un incentivo in più per scegliere la May ma è balzato evidente che l’America è lontana e che l’argine a cui affidarsi è una stretta cooperazione europea, nel cui ambito si sta facendo strada il salto di qualità di una difesa comune dal terrorismo come dalle tentazioni espansionistiche russe verso gli ex satelliti dell’URSS. Da questi motivi urgenti di sicurezza e di prossimità territoriale per farvi fronte si è fatto strada il ripensamento sulle conseguenze della Brexit e su di una vulnerabilità che non consente di fare la voce grossa nei confronti della UE, così come auspicava la May in previsione di un grande successo elettorale venuto meno. Né nella tradizione britannica c’è mai stata una tradizione di ricorrere nei momenti di difficoltà alle grandi coalizioni come accade in Germania. È così che l’exploi di Corbyn è molto più occasionale di quanto appaia, in primo luogo per demeriti dell’avversaria, ma soprattutto poiché l’intervento pubblico ad ampio raggio da lui auspicato mal si addice ad un momento di compressione del prodotto interno lordo frutto dell’autarchia indotta dalla Brexit.
L’indubbio successo di Corbyn è da registrare tra le nuove generazioni che hanno avvertito la premura del capo laburista per le problematiche di emarginazione che affliggono i giovani e tra queste, colta felicemente, quella del blocco dell’ascensore sociale per colpa dell’onere eccessivo gravante sui meno abbienti al fine di completare gli studi fino al compimento di quelli universitari. Questo esempio conferma che singoli meritevoli punti di programma per vedere la luce presuppongono un quadro di compatibilità generali finora non convincenti da parte della gestione Corbyn. L’ora della verità a questo punto slitta per l’Italia a fine mandato con buona pace di chi pensava di meritarsi elezioni anticipate perché prossimi al varo della nuova legge elettorale che sembrava blindata in forza dell’accordo tra i partiti più forti. Ma più forte, sempre in agguato, c’è sempre il partito trasversale di chi non solo vuole portare a casa il vitalizio finalmente maturato ma anche capire quale futuro li attende.
Com’è già successo col referendum istituzionale vince l’istinto di sopravvivenza tanto più avvertito dall’esercito dei nominati dall’alto in attesa di un salvagente credibile. Finora l’ottica prevalente nell’accordo a quattro era garantire alle oligarchie il pacchetto di mischia per comprimere le minoranze esterne ed interne facendo leva sul partito personale del leader. Distratti e/o noncuranti del problema più assillante quello della governabilità, che postula dosi di maggioritario su cui non s’era raggiunto nessuno accordo. La speranza è che la pausa di riflessione faccia superare l’ottica del particolare pro domo sua e traguardare, pur con qualche rischio ben distribuito, verso l’interesse generale alla governabilità.

Allacciarsi alla cintura Merkel-Macron!

Non c’è che dire, dopo l’elezione di Macron col suo atto di fede, premiato, nella missione dell’Europa con tutti gli adeguamenti necessari, intanto per far fronte ai duri colpi della Brexit prima e dell’elezione di Trump poi, dopo le pronunce inequivocabili della Merkel di accettare la sfida del disimpegno di Trump dalla Nato e, non potendo più contare sugli alleati di sempre, mettersi alla testa del riscatto europeo invocando una comune solidarietà, l’Italia deve accelerare la soluzione dei problemi strutturali interni ed allacciarsi con la cintura Merkel-Macron perchè si avverte che l’Europa sta per decollare. Macron riceve imperialmente Putin senza fare sconti sulla politica espansiva ad est e sulle condizioni di garanzie democratiche specie nell’informazione e nella tutela dell’autonomia dei singoli stati da ingerenze informatiche devastanti già verificatesi durante la campagna elettorale americana, mettendo in evidenza che solo un clima di reciproca fiducia può consentire di battere ovunque il comune nemico del terrorismo di qualunque matrice. Non solo ma la Merkel è andata già oltre e, rispetto al preannunziato disimpegno di Trump dagli accordi di Parigi sull’ambiente, risponde chiamando la Cina vitalmente interessata a risanare le sue metropoli invivibili per smog e gas tossici con costi immensi di vite umane e di risorse impiegate. Sotto questo profilo bisogna riconoscere che l’Italia ha la convenienza e la necessità di fare presto e bene. In quest’ottica ha ragioni da vendere Renzi a volere anticipare le elezioni e non solo perché il rinvio darebbe un enorme contributo all’opposizione nel sottolineare le ricadute di una manovra tutta lacrime e sangue, che può essere ammortizzata e dare i suoi frutti nell’arco di una legislatura ma perché senza la forza ed il tempo necessari per le riforme strutturali, istituzionali comprese, l’Italia se lo sogna di essere nel gruppo di testa chiamato a rilanciare l’Europa a livello mondiale. I critici sprovveduti che temono il nuovo asse franco-tedesco si guardano bene dall’indicare alternative ad una cerniera che può tenere insieme l’Europa contro i rischi di disintegrazione, purchè Macron sia portavoce ed interprete dell’Europa mediterranea e la Merkel faccia altrettanto con quella del nord e dell’est. Intanto è necessario resistere i primi due anni della gestione Trump perché al loro termine molto se non tutto può cambiare in America dove, grazie a Dio, c’è una sorta di termometro che misura la bontà o meno dell’amministrazione in carica. Mi riferisco all’elezioni senatoriali di medio termine che confortano o penalizzano l’amministrazione in carica, come è già successo ad Obama che ha visto arrivare lo tsnunami trumpiano perdendo la maggioranza e quindi fortemente condizionato nei suoi programmi. Trump se prosegue nel suo isolazionismo pagherà i prezzi della destabilizzazione che sta provocando in tutto il mondo e dovrà venire a più miti consigli come quelli europei. Tornando in Italia la fretta di Renzi può essere salutare ma le scelte specie in materia elettorale, messo ormai alle strette, dimostrano che l’uomo solo non tanto al comando quanto nelle strategie di lungo periodo non può diventare prigioniero del cerchio magico degli yes men o women e che il PD plurale, promesso col passaggio dall’io al noi, è ben lontano dall’essere avviato.

Roca

Nuova legge elettorale
e il PD plurale, dall’io al noi?

L’ultimo giro di valzer con cambio di dama vede l’accoppiata Renzi-Berlusconi uniti dall’ossessione di una conventio ad escludendum da introdurre con lo sbarramento alla tedesca del 5%. Se a Berlusconi il 5% consente di incentivare l’operazione già in atto del riassorbimento dei centristi senza Alfano indigesto a Salvini, la misura per Renzi per tentare di escludere gli scissionisti ha non poche controindicazioni.

Un 5% che spingerebbe alla saldatura tra Pisapia e gli scissionisti per pura sopravvivenza oltre che spingere in braccio a Berlusconi gli alleati centristi. L’ottica con cui cerco di prenderle in esame è quella del promesso PD plurale, del passaggio dall’io al noi, nemmeno tentato sotto forma di una gestione unitaria dopo la riconferma alle primarie. Né poteva essere altrimenti senza la disponibilità,peraltro nemmeno richiesta, verso l’opposizione a quelle riforme statutarie che possano nell’interesse del partito consentire ad esse di esercitare il ruolo di attrazione verso la base scissionista e di evitare che altre scissioni silenziose si verifichino. Un partito plurale ma unito nella traversata, della nuova legge elettorale prima, e delle elezioni dopo, presuppone precise garanzie di rappresentanze acquisite democraticamente con il consenso e non per graziosa concessione sulla base di un redivivo manuale Cencelli.

La cura più urgente è di una dose più forte di Ulivo, animata dal tenere insieme le forze più affini di un centrosinistra senza trattino il più ampio possibile. Sulla base di questa strategia, prioritari erano un programma condiviso ed un leader espresso dal basso da parte dell’intera coalizione. Ogni forzatura tendente alla semplificazione nel nome della vocazione maggioritaria, come l’8% di sbarramento ipotizzato da Veltroni, sopravvivente il Governo Prodi, ha provocato il distacco dei minori, l’esatto opposto di quanto auspicato. La maggiore dose d’Ulivo è quella di un’estensione a livello parlamentare delle primarie, l’investitura popolare dal basso ogni qualvolta ci sia in ballo una carica unica, specie se sottratta alla scelta come nel caso dei capilista, avendo cura nel caso dell’applicazione dell’Italicum, di richiedere il consenso per tutta la lista dei possibili candidati risultando capolista il più votato. Una misura meno suscettibile di valutazioni discriminatorie strettamente personali e di gruppo, che se prospettate in tempo dagli scissionisti come condizioni di permanenza nel partito ci avrebbero evitato la scissione a danno del PD e dell’intero Paese.

Eppure il referendum aveva detto chiaramente ai futuri scissionisti che non erano stati affatto determinanti e che gli avversari da battere erano fuori del PD e che, se uniti, quel 40% conseguito ci consentiva tranquillamente di essere il cuneo vincente tra destra e grillini. Come sono lontani i tempi in cui un vero statista chiuse la stagione politica dell’indispensabilità della DC asserendo dinnanzi ai gruppi parlamentari che nelle elezioni del 1976 (quando entrai alla Camera sull’onda zaccagniniana) c’erano stati due vincitori delineando la strategia della solidarietà nazionale non fine a se stessa ma finalizzata alla “democrazia matura” dell’alternanza pagandone il prezzo con la vita.

Chi salverà la soldatessa Boschi se non se stessa?

Che il bersaglio sia la Boschi ed il suo centro Renzi è di una lapalissiana evidenza, Altrettanto evidente è che se c’era una sola possibilità che Banca Etruria potesse essere salvata la sola esposizione della Boschi come autorevole componente del Governo, avesse o meno messo in atto una qualche pressione, diventava un caso politico ed un bersaglio grosso da dover essere, ancorché valutata tecnicamente,necessariamente esclusa. Ma la radice dell’accanimento è a monte di questi incidenti di percorso ed è nella mancata tutela della dignità politica e personale della Boschi da parte di Renzi. Dopo aver trasformato improvvidamente il referendum del 4 dicembre in un voto sulla sua persona ed averne tratto le conseguenze con le dimissioni da Presidente del consiglio, pari tutela andava riservata alla dignità e coerenza della Boschi protagonista appassionata del processo di riforma senza costringerla a rientrare nel Governo, per giunta con la sgradita impressione di fare da cane da guardia sulla lealtà del Governo Gentiloni fino a suggerirle l’improvvida circolare di una preventiva visione dei provvedimenti da proporre al Consiglio dei Ministri, che piuttosto che a un necessario coordinamento secondo prassi è suonata come censura preventiva e giustamente respinta al mittente. Chi avesse voluto salvare la soldatessa Boschi come aveva fatto per se stesso, avrebbe ora potuto averla al suo fianco come vice-segretaria del partito con le carte un regola di un lavoro esemplarmente svolto con passione e con dei risultati da difendere e rilanciare. Sì perché io ritengo un’imperdonabile omissione non aver rilanciato la necessità di sgombrare il campo almeno dal bicameralismo paritario attraverso un’Assemblea costituente, limitata negli obbiettivi e nei tempi, con i suoi componenti incompatibili con incarichi parlamentari da eleggere in contemporanea con le politiche senza più dirette interferenze con gli equilibri di Governo, causa prima del fallimento di tutti i tentativi messi in atto. Ora che i possibili vincitori sono tre, non dovrebbe essere un dovere di tutti rendere alla luce del sole e col concorso di tutti, senza patti del Nazzareno, governabili e governanti le istituzioni?

Roca

Macron vince, ossigeno
per l’Europa!

La vittoria di Macron è ossigeno per un’Europa boccheggiante sull’orlo della deriva sovranista. E’ stato giustamente detto che Macron ha vinto ed ora resta il compito più difficile convincere i francesi e l’intera Europa. Le premesse programmatiche ci sono, enunciate con chiarezza senza ambiguità specie per quanto riguarda la fede nell’Europa e nella sua volontà di rinnovarsi nelle istituzioni e nei suoi obbiettivi. Nelle istituzioni per far sentire cittadini europei tutti i suoi abitanti ed accorciare le distanze che li separano dagli organi comunitari; negli obbiettivi a cominciare dalla sicurezza interna ed esterna che postula tra l’altro una comune difesa europea, il sogno di De Gasperi che se lo vide nel 1954 bocciare proprio dalla Francia gollista. Strettamente connesso l’impegno europeista per fronteggiare un fenomeno di lungo periodo come lo tsunami migratorio. A questo punto entra in gioco una valutazione dell’esaltato asse franco-tedesco che Macron ha rilanciato con forza come portante per un rilancio del ruolo dell’Europa. Nessun rilievo ha dato la stampa al ruolo strategico che la Francia è chiamata ad assolvere nei confronti del ruolo potenziamente disgregatore che può

Ma precisare le priorità di indirizzo generale serve per parlare anche al Paese e non passare per opportunisti che privilegiano la propria supposta convenienza rispetto alle esigenze del Paese. Il minor male può essere giustificato se si è perseguito anche a costo di sacrifici il bene comune. Vogliamo provare ad indicarlo? Per chi sa che lo tsunami migratorio è destinato a durare a lungo e che non c’è argine o disciplina possibile senza uno sforzo comune a partire dall’Europa se non vuole sparire dalla mappa mondiale, bisogna salvaguardare l’elettorato e le forze in cui si esprime il sentimento di solidarietà e di accoglienza sottraendolo all’OPA, solo per fare un esempio, che stanno a tenaglia tentando Salvini-Meloni su FI. Ne discende una conseguenza immediata: il passaggio del premio dalla lista alla coalizione. Peraltro lo stesso Renzi non può tarpare le ali al PD, che lo si voglia o meno, è, già nelle componenti del governo attuale, il perno centrale dello schieramento. Pienamente legittimo ed auspicabile che si possa preferire per il futuro l’ipotesi Pisapia di un nuovo Ulivo che tenga tutto insieme il centro sinistra e vedremo come si può costruirlo dentro e fuori del PD, ma se il tentativo fallisse non si manda il Paese allo sbaraglio e bisogna avere un piano B delle forze più affini e disponibili ad evitare avventure devastanti per il Paese. Se è vero che si intende dar vita ad un nuovo inizio senza spirito di rivincita l’obbiettivo prioritario è la costruzione di un partito plurale senza più cooptazione verticistiche. Ci sono alcune misure che esulano dalla trattativa con gli altri partiti e di cui possiamo essere l’avanguardia com’è avvenuto con le primarie incominciandoci a chiedere perché non le discipliniamo per legge pur senza essere obbligatorie. Per non ripetere quanto più volte espresso, basterebbe fissare intanto per statuto che ogni volta che una carica è unica, come quella di Sindaco o Presidente, o è sottratta alla scelta popolare come accadrebbe con i capilista, se non è possibile evitarli, si procede alla scelta dei candidati per l’intera lista risultando a capo il primo più votato. Ed ancora se c’è il ricorso ad una coalizione non si può, in caso di mancata convergenza, non ricorrere a primarie di coalizione. Chi nel PD volesse assimilare la figura di Renzi a quella polivalente di un Macron, che cercherà di pescare dappertutto, trascura un particolare decisivo il diverso contesto istituzionale, che favorisce non solo la scelta del migliore ma in assenza al secondo turno il meno peggio pur di sbarrare il passo ad un candidato assolutamente non gradito.

Roca