Rodolfo Ruocco
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Rodolfo Ruocco

Calenda, nasce una stella

Uno, due, tre. Trasporto aereo, auto, televisioni. Carlo Calenda in pochi giorni ha assestato, uno dopo l’altro, tre micidiali colpi. Il primo è arrivato sull’Alitalia, per l’ennesima volta nell’occhio del ciclone, sull’orlo del collasso, con i conti in profondo rosso e a rischio di altri 1.500 esuberi. Il ministro dello Sviluppo economico è intervenuto sull’esplosiva vicenda chiamando in causa le responsabilità di dirigenti e proprietari: «È inaccettabile che paghino i lavoratori». Ha puntato il dito contro il vertice, i vecchi soci privati italiani e i nuovi arabi di Ethiad: «L’azienda è stata gestita male, serve un piano industriale».
Il secondo colpo. Ha strigliato il governo tedesco che ha sollecitato la commissione europea ad indagare sulla Fiat Chrysler Automobiles: «Berlino, se si occupa di Volkswagen, non fa un soldo di danno». L’agenzia per l’ambiente Usa, infatti, ha messo sotto accusa il gruppo automobilistico italo-americano, denunciando eccessive emissioni di due modelli diesel, ma nel 2015 era toccato alla Volkswagen, incappata quindi in salatissime multe. Il ministro, nel caso di Fiat-Chrysler, come possibile spiegazione delle accuse ha fatto riferimento al cambio della guardia tra Obama e Trump alla presidenza americana: «Le agenzie Usa di solito sono abbastanza indipendenti. Ma ora non so, bisogna vedere le carte».
Il terzo colpo è piombato sull’assalto della francese Vivendi alla proprietà di Mediaset. La scalata alle televisioni di Silvio Berlusconi lo ha lasciato interdetto: «Penso che quella di Vivendi sia un’operazione di mercato condotta in modo opaco perché non chiarisce il punto di caduta. Un investitore deve venire in Italia spiegando cosa fare». Ha chiarito: «Non si tratta della difesa dell’italianità di Mediaset, ma della dignità del Paese perché l’Italia non è un Paese di scorrerie».
Aerei, auto, televisioni: tre settori economici molto diversi, ma tutti rilevanti, di prima grandezza. Tre interventi nei quali Calenda ha superato i confini tecnici per porre problemi politici. Il tecnico è diventato politico chiedendo il rispetto di regole sociali, economiche, di politiche industriali anche in un quadro di rapporti internazionali delle imprese italiane con quelle estere. È l’antico concetto della supremazia della politica sull’economia, degli interessi generali del paese rispetto a quelli personali o di gruppi economici, nazionali o stranieri.
Carlo Calenda, 43 anni, dirigente d’azienda (dalla Ferrari a Sky alla Confindustria), già collaboratore e amico di Luca di Montezemolo, finora era stato più un apprezzato tecnico che un politico. Prima aveva aderito a Italia Futura, l’associazione dell’imprenditore Montezemolo, poi a Scelta Civica, il partito dell’economista Mario Monti, due movimenti nati per rinnovare la politica. Nelle elezioni del 2013 non fu eletto deputato nelle liste di Scelta Civica, ma Enrico Letta lo portò nel suo governo come vice ministro dello Sviluppo economico. Quando nel 2015 si dissolse il partito di Monti passò al Pd di Matteo Renzi. È seguita una folgorante ascesa ricca di risultati: rappresentante italiano presso l’Unione europea, ministro dello Sviluppo negli esecutivi di Matteo Renzi e di Paolo Gentiloni.
Fino a poco tempo fa Calenda era considerato solo un tecnico, un valente tecnico. Adesso c’è stato il salto politico. Renzi, dopo la sconfitta subita nel referendum costituzionale del 4 dicembre, è impegnato a rinnovare il programma e la classe dirigente del Pd. Il segretario democratico sta cercando giovani e “facce nuove” da valorizzare. Forse in politica è nata una nuova stella, quella di Carlo Calenda.

Rodolfo Ruocco

Grillo, voglia avvelenata
di governo

Sembrava tutto fatto, invece l’accordo a sorpresa tra i liberaldemocratici europei e il M5S è clamorosamente saltato, è durato appena poche ore. Il contrordine cinquestelle, lanciato da Beppe Grillo, sembrava funzionare. Il garante del Movimento 5 Stelle, improvvisamente, aveva proposto il cambio di marcia, avallato dagli iscritti con il 78,5% di “sì” in una votazione online.

Grillo aveva chiesto e ottenuto di “ripensare” le alleanze nel Parlamento europeo: disco verde all’alleanza con i liberal-democratici, il gruppo dell’Alde, quello più convintamente europeista tra le forze politiche dell’Unione europea. Addio al gruppo Efdd (Europa della libertà e della democrazia diretta) che aveva formato con l’Ukip, il partito inglese di destra per anni diretto da Nigel Farage, l’artefice del vittorioso referendum dell’anno scorso sull’uscita della Gran Bretagna dalla Ue.

Subito si è capito, però, che qualcosa non andava per il verso giusto. La scelta aveva scosso il M5S. Molti esponenti cinquestelle avevano parlato di “tradimento” delle vecchie battaglie: contro la Ue, contro l’euro, contro l’immigrazione di massa, contro le classi dirigenti e la finanza predatrice dell’Europa a trazione tedesca. I liberali della Ue, con il loro liberismo in economia e il loro credo europeista, finora sono sempre stati in contrapposizione con il M5S, considerato un movimento populista con tratti autoritari.

I cinquestelle per anni avevano lanciato slogan durissimi contro la Ue e, in particolare, contro la moneta unica europea: «Fuori dall’euro», «firma per il referendum», «l’euro uccide le imprese». L’Unione europea e l’euro, pur con i loro difetti da superare, sono ritenuti dei traguardi intangibili dalle forze socialiste, popolari e liberali del vecchio continente.

L’intesa prima ha scricchiolato: anche all’interno dell’Alde c’è stata un’alzata di scudi contro l’adesione dei pentastellati al gruppo parlamentare. Una parte degli europarlamentari liberaldemocratici francesi e tedeschi si opponeva. Marielle de Sarnez, vicecapogruppo dell’Alde, non voleva sentire ragioni: «Farò di tutto per impedire che succeda, sarebbe un’alleanza empia». Alla fine, dopo frenetiche consultazioni, è arrivato un secco no. Guy Verhofstadt ha rinunciato a porre in votazione la scelta. Il capogruppo dell’Alde al Parlamento europeo ha spiegato il no: «Sono arrivato alla conclusione che non ci sono sufficienti garanzie di portare avanti un’agenda comune per riformare l’Europa. Rimangono differenze fondamentali sulle questioni europee chiave». Manca un minimo comune denominatore politico: «Non c’è un terreno comune sufficiente per procedere con la richiesta del Movimento 5 Stelle di far parte del gruppo dell’Alde».

Beppe Grillo non l’ha presa bene. Il blog del leader cinquestelle ha subito contrattaccato: «L’establishment ha deciso di fermare l’ingresso del MoVimento 5 Stelle nel terzo gruppo più grande del Parlamento Europeo». L’accusa è contro i poteri forti europei ed italiani: «Questa posizione ci avrebbe consentito di rendere molto più efficace la realizzazione del nostro programma. Tutte le forze possibili si sono mosse contro di noi. Abbiamo fatto tremare il sistema come mai prima».

Questa volta il capo dei pentastelalti ha fatto un passo falso. L’intesa con i liberaldemocratici non ha retto al momento del varo. L’accordo avrebbe potuto aiutare a superare lo scetticismo e l’avversione delle cancellerie europee verso i cinquestelle, giudicati una forza populista, antieuropea con venature autoritarie.

La marcia del M5S dall’opposizione totale anti sistema verso il governo si fa più difficile. Grillo, dopo i grandi successi elettorali e la conquista dei sindaci di molte città importanti (in testa Roma e Torino) cercava di costruire un programma di governo da proporre in caso di elezioni politiche anticipate, o di fine regolare della legislatura nel 2018. Sembra che Grillo a dicembre abbia invitato i cinquestelle a serrare i ranghi superando i duri contrasti interni: «Ora avanti compatti, niente scherzi, dovete essere uniti. C’è uno spiraglio per andare al governo». Ma la voglia di governo potrebbe rivelarsi una mela avvelenata.

Rodolfo Ruocco

Dal M5 Stelle addio
alla “purezza”

Grillo-Germanwings-RenziLa svolta è arrivata a sorpresa con l’avvio del 2017. Niente sanzioni automatiche del M5S verso un suo eletto inquisito dalla magistratura. La novità è annunciata al punto 4 del “Codice di comportamento del MoVimento 5 Stelle in caso di coinvolgimento in vicende giudiziarie”. Più esattamente: “La ricezione, da parte del portavoce, di ‘informazioni di garanzia’ o di un ‘avviso di conclusione delle indagini’ non comporta alcuna automatica valutazione di gravità dei comportamenti potenzialmente tenuti dal portavoce stesso”. Il “Codice di comportamento” composto da 6 punti è pubblicato dal 2 gennaio sul blog di Beppe Grillo e diverrà operativo quando si concluderanno le votazioni online degli iscritti pentastellati, possibili dal 3 gennaio.

No, dunque, ad autosospensioni, sospensioni ed espulsioni automatiche per un avviso di garanzia giunto a un amministratore locale o a un parlamentare. Se passerà il “sì” alla ratifica del “Codice di comportamento”, come è quasi certo visto l’imprimatur di Grillo, si affermerà una svolta garantista di rilievo. Le leggi italiane e delle democrazie occidentali stabiliscono che ogni imputato è da considerarsi innocente fino all’arrivo di una sentenza di condanna definitiva. Non è raro, infatti, un errore giudiziario o la comparsa di elementi nuovi di giudizio; così una sentenza in Corte di assise di appello o in Corte di cassazione può essere addirittura opposta a quella in primo grado del Tribunale.

Il M5S, e il suo garante Grillo, adesso fanno i conti con gli effetti dello straordinario successo politico ed elettorale. I grillini, a poco più di 7 anni dalla fondazione, possono contare su molti deputati e senatori (nonostante i circa 30 parlamentari espulsi o che hanno detto addio) e tanti sindaci, anche di città importanti come Roma e Torino. Tuttavia la conquista di un rilevante ruolo politico ha portato anche dei guai giudiziari per alcuni sindaci come nel caso di Livorno, Parma e Quarto. Senza il “Codice di comportamento”, il sindaco di Livorno non è stato estromesso dai cinquestelle, mentre gli altri due sì.

Ma una tegola giudiziaria, un avviso di garanzia, potrebbe arrivare anche a Virginia Raggi, dopo la tempesta degli arresti, degli avvisi di garanzia e delle dimissioni a catena piombate sulla sua amministrazione. Per il M5S le dimissioni, la caduta di Virginia Raggi, la perdita della capitale per via giudiziaria sarebbe un bruttissimo colpo. Oltretutto i romani sono infuriati per le carenze del trasporto urbano e della raccolta dei rifiuti. Il fondatore del M5S alcuni giorni fa, pur rimproverando degli “errori”, ha difeso la sua sindaca anche dalle pesanti critiche partite da una parte dei cinquestelle della città: «Roma va avanti con Virginia Raggi sindaco del Movimento 5 stelle». Sarà uno coincidenza, ma il blog  di Grillo, in apertura, pubblica proprio un articolo firmato dalla sindaca di Roma dal titolo “#LaFestaDiRoma unica al mondo: il 2017 inizia alla grande”. E accanto all’articolo della Raggi, in posizione meno evidente, c’è la notizia del varo del “Codice di comportamento”.

La presunzione di innocenza è una norma, un principio fondamentale di uno Stato di diritto e di una democrazia, ma non sempre questa “stella polare” ha retto alle temperie della storia. I venti delle rivoluzioni, che spirano dei momenti di crisi politica, economica e sociale, alle volte hanno messo in discussione le conquiste di civiltà dando spazio alle tendenze forcaiole, alla presunzione di colpevolezza verso classi dirigenti ritenute corrotte e da abbattere. Il “cappio” agitato al posto di tesi politiche contrapposte, alle volte ha azzerato senza tanti complimenti in un clima violento le vecchie classi politiche, arrivando in alcuni casi all’instaurazione di terribili dittature.

Gli esempi di sanguinose dittature di destra, sinistra e teocratiche, artefici di campi di sterminio e di gulag nei quali rinchiudere gli oppositori, purtroppo non mancano nelle storia antica e recente dell’umanità. Anche alcune rivoluzioni nate nei sacri principi di libertà, uguaglianza e democrazia poi hanno subito tragiche involuzioni totalitarie. È successo, in particolare, quando le rivoluzioni hanno alzato la bandiera della moralità in chiave di “purezza” dei comportamenti. La “purezza”, in troppi casi, inciampando anche nel codice penale, ha portato all’orrore dello Stato etico, motore delle peggiori dittature come fascismo e comunismo.

Le vere rivoluzioni sono quelle riformiste, democratiche, rispettose della legalità, che hanno cambiato e cambiano la società, la rendono più giusta ed egualitaria ricorrendo allo strumento delle libere elezioni.

Rodolfo Ruocco

Renzi, rivolta a sinistra.
La partita non è finita

Renzi-riforme-aula«Torno a casa davvero… Qualche commentatore finge di non vedere l’elenco impressionante di riforme che abbiamo realizzato». Matteo Renzi, lasciata la presidenza del Consiglio, l’11 dicembre ha scritto una lettera-confessione su Facebook. Un occhio era rivolto al passato («Sono stati mille giorni di governo fantastici») e uno al futuro («Non ci stancheremo di riprovare a ripartire»).

Il segretario del Pd ha perso la sua scommessa di governo quando il 4 dicembre ha vinto il “no” al referendum sul superamento del bicameralismo paritario: è affondata la riforma centrale del suo esecutivo e si è dimesso da presidente del Consiglio. Tuttavia la partita ancora non è finita. Renzi ha lasciato Palazzo Chigi, però resta segretario del Pd almeno fino al prossimo congresso, previsto alla fine del 2017.

Intende “riprovare a ripartire”. Non sarà semplice. Deve fare i conti con le opposizioni e con le sinistre del Pd galvanizzate, per motivi diversi, dal successo referendario del “no”. Deve affrontare la rivolta della sinistra politica interna, esterna e di quella sociale. Questa volta il tema dello scontro non sarà la riforma costituzionale, ma il lavoro in tutte le sue declinazioni. Il lavoro del resto, storicamente, è una questione fondamentale per una forza di sinistra, sia dal punto di vista del numero degli occupati sia da quello dei diritti. Roberto Speranza si è candidato ufficialmente alle segreteria del partito contro Renzi, chiedendo “un cambio di rotta” e  definendo la sua sfida quella di “Davide contro Golia”. Il leader della minoranza bersaniana del partito ha detto basta a “un uomo solo al comando”, vuole spostare dal centro a sinistra il Pd, rappresentando “le periferie” e “i lavoratori”.

Non solo.  Minaccia di affondare il governo di Paolo Gentiloni, amico e già stretto collaboratore di Renzi, sul tema dell’occupazione. Speranza ha annunciato a sorpresa: «Via i voucher o sfiducia» al ministro del Lavoro Giuliano Poletti. Più esattamente: la minoranza bersaniana voterà in Parlamento in favore della mozione di sfiducia delle opposizioni, presentata contro Poletti, se non verranno cancellati (o fortemente ridimensionati) i voucher, cioè i buoni con i quali si paga il lavoro occasionale. L’ex capogruppo del Pd alla Camera ha precisato: a fine 2016 arriveranno intorno all’astronomica cifra di 150 milioni favorendo “la precarietà” del lavoro.

Ora la parola passa a Poletti, al presidente del Consiglio Gentiloni e a Renzi. Il problema è se e come rivedere i voucher. E non finisce qui. Il lavoro è un pericoloso fronte scoperto a sinistra per il segretario del Pd. L’ex sindaco di Firenze deve fare attenzione ad un altro, possibile e rischioso referendum: quello chiesto dalla Cgil per abolire di fatto il Jobs Act (la confederazione sindacale punta soprattutto a mettere da parte i voucher e a ripristinare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori sulla tutela dai licenziamenti, cancellato per i nuovi assunti). Quella del mercato del lavoro è una riforma centrale del suo esecutivo dei “mille giorni”: la minoranza del partito l’ha attaccata perché “favorisce i licenziamenti”, mentre lui l’ha difesa. Anzi, il segretario del Pd ha respinto l’accusa che sia una riforma liberista di destra e l’ha rivendicata come un provvedimento di “sinistra”, perché combatte il precariato e la disoccupazione con il contratto di lavoro a tutele crescenti in favore dei giovani.

La Corte Costituzionale dovrebbe esaminare l’ammissibilità delle richieste di referendum sul Jobs Act il prossimo 11 gennaio. Paolo Gentiloni e Giuliano Poletti sarebbero intenzionati a correre ai ripari, nel caso del disco verde della Consulta, per evitare il referendum. Il presidente del Consiglio e il ministro del Lavoro, in particolare, starebbero valutando una nuova normativa per combattere l’abuso dei buoni lavoro (da gennaio ad ottobre scorso ne sono stati usati 121 milioni).

Il primo bersaglio del referendum della Cgil sarebbe Renzi, che sembrerebbe favorevole anche a cercare di ottenere le elezioni politiche anticipate entro la prossima primavera, pur di far slittare di un anno il referendum sul mercato del lavoro. La consultazione referendaria è ad alto rischio: la grande maggioranza degli italiani potrebbe votare per l’abrogazione. Un risultato del genere segnerebbe la definitiva disfatta del segretario del Pd.

Rodolfo Ruocco

Gentiloni-Raggi, vuoti
a perdere

1195833 : (Vincenzo Tersigni / EIDON), 2016-06-22 Roma - Virginia Raggi. Primo giorno da sindaco con la fascia tricolore - Virginia Raggi, Maria Elena Boschi

(Vincenzo Tersigni / EIDON) Virginia Raggi e Maria Elena Boschi

Il governo Gentiloni potrebbe durare appena 4-5 mesi o forse meno. Il ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio non ha usato perifrasi: “Penso che la primavera sia la scadenza in cui andremo alle elezioni, ma decide il presidente della Repubblica”. Matteo Renzi, predecessore di Paolo Gentiloni alla presidenza del Consiglio e segretario del Pd, vorrebbe andare a votare in tempi rapidi: tra aprile e giugno del 2017.
Il perché lo ha spiegato bene il ministro del Lavoro Giuliano Poletti: “Mi sembra che l’atteggiamento prevalente sia quello di andare a votare presto, quindi prima del referendum sul Jobs act”. La considerazione, successivamente in parte rettificata, fa emergere la nuova paura di Renzi: perdere il referendum sulla riforma del mercato del lavoro dopo la sconfitta già subita nella consultazione del 4 dicembre sulla revisione della Costituzione.
Il segretario del Pd ha pronta la contromossa. La Consulta dovrebbe decidere l’11 gennaio la data del referendum chiesto dalla Cgil per abolire il Jobs act e Renzi punta sulle elezioni politiche anticipate per far slittare al 2018 il pericoloso appuntamento referendario. Teme il disastro totale e cerca di evitarlo: con il referendum sulla riforma costituzionale è stato sfrattato dalla presidenza del Consiglio, con quello sul Jobs act rischia di perdere anche la segreteria dei democratici. La riforma del mercato del lavoro non piace a molti italiani e una nuova batosta referendaria decreterebbe la sua morte politica.
Gentiloni, amico e già stretto collaboratore di Renzi, è prudente. Il presidente del Consiglio, chiedendo il voto di fiducia alla Camera il 13 dicembre, ha definito il suo governo “di responsabilità” con una vita legata a “fin quando avrà la fiducia del Parlamento”. Già, fino a quando “avrà la fiducia del Parlamento”.
Il conto alla rovescia è già cominciato. Per aprire in tempi rapidi le urne si sta formando un folto schieramento anche se eterogeneo: il Pd renziano, il M5S di Beppe Grillo, la Lega Nord di Matteo Salvini, Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. Forza Italia di Silvio Berlusconi, i vari centristi di maggioranza e di opposizione, le sinistre di Nichi Vendola e Stefano Fassina, le minoranza del Pd sarebbero invece per arrivare alla fine della legislatura all’inizio del 2018.
In una situazione molto difficile, molto più precaria di quella di Gentiloni è Virginia Raggi. La sindaca grillina di Roma, eletta appena sei mesi fa a furor di popolo a guidare il Campidoglio, sta naufragando nel caos amministrativo, politico e giudiziario. Tangenti, arresti per corruzione, dimissioni a catena nella giunta e nelle aziende municipalizzate di servizi pubblici chiave come Atac (trasporto urbano) e Ama (rifiuti), si sono abbattuti sulla testa della prima cittadina della metropoli. Ha perso i più stretti collaboratori, è stata messa sotto accusa da gran parte del M5S della capitale e dallo stesso Grillo.
La Raggi è sotto assedio e il peggio potrebbe presto arrivare sotto forma di una pericolosa tegola giudiziaria. Fino a poco tempo fa assicurava: “Non mollo”. Adesso è cauta: “Se mi arriverà un avviso di garanzia? Valuterò”, Le accuse cinquestelle contro di lei e l’arrivo in giunta di uomini stimati da Davide Casaleggio e da Grillo? Gioca in difesa: “Non sono commissariata e mi sento ancora dentro il M5S”.
Sia Paolo Gentiloni sia Virginia Raggi sono appesi a un filo, sono come due vuoti a perdere. Il primo e la seconda sono due specchi di due diverse crisi: quella del Pd e quella del M5S. Il presidente del Consiglio è il volto della crisi del Pd renziano, la maggiore forza del Parlamento e del governo, il baricentro del sistema politico italiano. La sindaca di Roma è l’emblema della crisi del M5S, la maggiore forza dell’opposizione, la testa d’ariete della protesta anti sistema.

Rodolfo Ruocco

Campidoglio. L’incubo
di Virginia Raggi

Roma-mafia-CampidoglioTangenti, corruzione. Raffaele Marra, fedelissimo di Virginia Raggi, capo del personale del comune di Roma, è stato arrestato ed è finito nel carcere di Regina Coeli. Non è venerdì 17, ma venerdì 16 dicembre quando scattano le manette per Marra, ma anche se non si tratta del numero infausto per antonomasia è un giorno nero per la sindaca grillina della capitale, nerissimo. Anzi, è una settimana da dimenticare per la Raggi. Lunedì 12 dicembre, appena quattro giorni prima, si è dimessa da assessora all’Ambiente Paola Muraro, accusata dalla magistratura romana di gravi reati ambientali. La giunta cinquestelle della città, con alle spalle appena sei mesi di vita, scricchiola.

Per la Raggi è una giornata da incubo. L’assemblea del consiglio comunale di Roma si è trasformata in una bolgia tra accuse, grida ed insulti. I consiglieri del Pd hanno occupato i banchi della giunta reclamando spiegazioni sulla vicenda, ma la prima cittadina di Roma non si è fatta vedere e sono stati espulsi dall’aula. Le opposizioni, tra grida di protesta, hanno alzato cartelli con le scritte “Onestà” e “Trasparenza”, i vecchi motti dei pentastellati. Le opposizioni di centrosinistra e di centrodestra attaccano la sindaca. Soprattutto il centrodestra ha reclamato le dimissioni sue e della giunta.

Virginia Raggi, tesissima, ha replicato con i giornalisti: «Noi andiamo avanti, con serenità». Ha riconosciuto l’errore ed ha cercato di smorzare la valenza politica del caso: «Ci siamo fidati e probabilmente abbiamo sbagliato, ma Marra non è un esponente politico, bensì uno dei 23 mila dipendenti del comune di Roma». Dopo aver difeso ad oltranza il capo del personale dei lavoratori capitolini, adesso però ha chiesto scusa a tutti: «Mi dispiace. Per i romani, per il Movimento e per Beppe Grillo, che aveva avanzato perplessità».

Cosa farà ora? Chi prenderà il posto di Marra? Chi subentrerà alla Muraro nel delicato incarico di assessore all’Ambiente? Come verranno superati i contrasti tra i grillini? Domande inevase. È stata una strana conferenza stampa quella della Raggi. Non ha risposto a nessuna delle domande dei giornalisti, ha rilasciato le sue dichiarazioni alla stampa ed è andata via, come è accaduto molte altre volte in passato nei passaggi più difficili della sua giunta.

Già, però ha riconosciuto di aver sbagliato per sei mesi. Prima aveva nominato Marra vice capo di gabinetto del Campidoglio, poi lo aveva spostato a guidare il dipartimento del personale, dopo pesanti accuse lanciate dall’interno del M5S romano e le riserve espresse dallo stesso Grillo. Marra, ex ufficiale della Guardia di finanza, ex uomo di Gianni Alemanno e di Renata Polverini, nelle amministrazioni di centrodestra del comune di Roma e della regione Lazio, non aveva una grande fama. Aveva spaccato il M5S. Era sommerso dalle critiche da parte di molti esponenti dei cinquestelle. In particolare l’ex presidente dei deputati pentastellati della Camera Roberta Lombardi era durissima: Marra è “il virus che ha infettato il Movimento”. Tuttavia la sindaca continuava a difenderlo e avvertiva: «Se va via Marra, mi dimetto anche io».

La Raggi, nel giugno scorso, vinse in modo trionfale la sfida per il Campidoglio col 67% dei voti, nel ballottaggio contro Roberto Giachetti, Pd. Divenne una delle bandiere del successo del M5S di Grillo contro il Pd di Matteo Renzi. Ma questa bandiera cominciò subito a piegarsi. I guai cominciarono immediatamente: il primo settembre si dimise da assessore al Bilancio Marcello Minenna e da capo di gabinetto Carla Romana Rainieri. Rainieri, magistrata di Corte d’Appello, successivamente precisò: «Ero ‘scomoda’, avvertita come un corpo estraneo, come un nemico da abbattere».

La navigazione della Raggi, con la maggioranza assoluta dei seggi in consiglio comunale, avrebbe potuto essere una tranquilla passeggiata, invece si è tramutata in un incubo. Dimissioni per contrasti politici interni e per guai giudiziari hanno scosso e scuotono la giunta con conseguenze imprevedibili. Dimissioni a catena dei vertici dell’Atac (l’azienda municipalizzata del trasporto pubblico) e dell’Ama (l’azienda comunale della nettezza urbana) hanno messo ulteriormente in crisi le corse degli autobus e la raccolta dei rifiuti, esasperando i cittadini. La sindaca troppe volte è assente o non decide su problemi importanti per lo sviluppo e la stessa sopravvivenza della metropoli. È quasi un fantasma, come accade in svariate conferenza stampa.

Grillo è molto preoccupato. Il garante del M5S ha cancellato il programmato blitz a Siena contro l’ennesimo piano di salvataggio del dissestato Monte dei Paschi ed è piombato a Roma. Ha fatto il punto ricevendo Roberto Fico e Luigi Di Maio all’Hotel Forum, il suo albergo di soggiorno abituale nella capitale. Grillo e i due giovani ex componenti il direttorio cinquestelle cercano di parare i micidiali colpi.

Il M5S, principale vincitore della bocciatura della riforma costituzionale di Renzi nel referendum del 4 dicembre, rischia grosso. Il caos della Raggi a Roma potrebbe danneggiare seriamente i cinquestelle, in forte ascesa a livello nazionale (i sondaggi elettorali gli attribuiscono il podio di primo partito italiano). Il caso Roma produce una doppia ferita: 1) mette in discussione la capacità del M5S di passare da forza di opposizione a forza di governo, 2) fa traballare l’immagine di onestà e di lotta alla corruzione pubblica.

Pare che Grillo abbia telefonato alla Raggi: «Su Marra te lo avevo detto, ora rimedia». Il leader del M5S lo scorso agosto lanciò l’allarme dopo la vittoria del M5S nelle elezioni comunali di giugno: «Stiamo attenti a dirci onesti da soli». Aggiunse: «Bisogna farselo dire ‘sei una persona onesta’». Il fondatore dei cinquestelle fu preveggente. Adesso è il M5S a dover dare una risposta ai problemi della corruzione pubblica.

Rodolfo Ruocco

Spettro Piazze contro Parlamento

gentiloni-uscitaNon sarà facile archiviare in modo indolore Matteo Renzi. Paolo Gentiloni, amico e successore dell’ex presidente del Consiglio, ha tanti fronti aperti, molti problemi da affrontare. Ma il neo presidente del Consiglio, già stretto collaboratore del giovane “rottamatore” di Firenze “rottamato” dalla sconfitta al referendum costituzionale del 4 dicembre, dovrà fare i conti soprattutto con la protesta sociale, causata dalla crisi economica e dall’immigrazione di massa.
Dovrà fare i conti soprattutto con Beppe Grillo, massimo interprete del profondo malessere sociale, provocato dalla Grande crisi finanziaria internazionale scoppiata nel 2008. Il fondatore del M5S è un personaggio straordinario, è per metà comico e metà politico. Da uno spettacolo tenuto al Teatro Politeama di Genova ha dato la linea per combattere Gentiloni: le Piazze contro il Parlamento. Alla folla di spettatori del Politeama ha annunciato: «Tutti i nostri 140 parlamentari usciranno da questo Parlamento finto e antidemocratico e usciremo nelle piazze» per abbattere il governo.
Dal suo potente blog su internet ha precisato la strategia: entro il 24 gennaio verrà organizzata una grande manifestazione dei cinquestelle, «noi compariremo in una piazza d’Italia e terremo lì una seduta parlamentare: sarà un flash mob per la democrazia, dove a parlare e ad essere ascoltati saranno i cittadini». Il Parlamento è snobbato come pure le consultazioni sulla crisi di governo svolte da Gentiloni, perché “riti tristi, triti e ritriti”. L’obiettivo è difendere “la sovranità popolare” stabilita dall’articolo 1 della Costituzione perché Gentiloni, il Pd, il sistema politico, «Il palazzo non vuole prendere atto del no di 20 milioni di italiani» nel referendum contro la riforma costituzionale di Renzi.
È partita la sfida sul rispetto dei principi e delle norme della Costituzione. Gentiloni, chiedendo il voto di fiducia della Camera al governo, ha replicato: è un esecutivo “di responsabilità” che durerà “fin quando avrà la fiducia del Parlamento”. Ha parlato in un’aula in parte vuota, senza i deputati del M5S, della Lega Nord e dei verdiniani di Ala: «La politica è confronto, non odio e post verità. Chi rappresenta i cittadini non deve diffondere paure». Ha contestato le opposizioni assenti e, in particolare, i pentastellati: «Abbiamo i super paladini della centralità del Parlamento che nel momento più importante della vita parlamentare non ci sono». Ha rilanciato la necessità del confronto e di abbassare i toni: «Bisogna farla finita con l’apparentemente inarrestabile escalation di violenza verbale. Il Parlamento non è un social network. Contribuiamo a rasserenare il clima nelle famiglie del nostro Paese».
Gentiloni vuole porre al centro del suo governo l’impegno per il lavoro e rivedere l’Italicum, la riforma elettorale ormai affondata. Tuttavia, dopo il referendum, adesso si annuncia una seconda battaglia campale per chi rispetta la Costituzione. Ognuno prepara la sua lotta.
Le piazze e i comizi sono il sale della democrazia come il Parlamento liberamente eletto dai cittadini. Si tratta di due strumenti essenziali della democrazia come altri, tipo la libertà di stampa. Ma Piazza e Parlamento non vanno messi in contrapposizione, per delegittimare uno dei due. Quando ciò è avvenuto, alcune volte, si sono imposte spaventose dittature.

Rodolfo Ruocco

Scricchiola il Pd renziano

Matteo Renzi è allarmato, allarmatissimo. In poco tempo potrebbe perdere tutto: prima la presidenza del Consiglio e poi la segreteria del Pd. Il trionfo del No al referendum sulla riforma costituzionale del governo con il 59,11%  dei voti è una disfatta micidiale. Renzi deve fronteggiare contemporaneamente l’offensiva delle opposizioni galvanizzate dalla vittoria referendaria e delle minoranze del Pd, anch’esse schierate per il No, alla riscossa contro il presidente del Consiglio-segretario.

Massimo D’Alema prima di tutto ha sollecitato Renzi a cambiare strategia: «Al Pd serve una profonda svolta politica». Poi ha indicato di far rotta verso sinistra: «Un certo disegno neocentrista, il Partito della nazione, è stato battuto insieme alla proposta di riforma costituzionale». L’ex segretario del Pds-Ds, già presidente del Consiglio, non ha rinunciato a una spinosa battuta: «Era lui che voleva rottamare gli altri. Spero che questa passione sia passata a Renzi».

Le sinistre democratiche e il presidente del Consiglio dimissionario si stanno studiando: in ballo c’è il nuovo governo, la segreteria del partito, il candidato premier alle elezioni politiche che, probabilmente, si svolgeranno già l’anno prossimo e non alla scadenza naturale, all’inizio del 2018. Il Pd di Renzi scricchiola: la coabitazione tra la maggioranza renziana e le minoranze, dopo le sanguinose accuse scambiate durante la campagna elettorale, è diventata difficile anche se tutti negano ogni intenzione di scissione.

Anzi, più esattamente, i vari protagonisti assegnano all’avversario la volontà di rottura. Renzi vuol fondare un suo partito? «Può essere», ha detto Pier Luigi Bersani a La7. Anche l’ex segretario del Pd pone un problema di scelte e di identità politica del partito: «Può darsi che c’è l’idea antica che la sinistra sia una zavorra. È un’idea demenziale perché la sinistra va aggiornata».

Sergio Cofferati, Pippo Civati e Stefano Fassina nel 2015 hanno lasciato il Pd accusando il presidente del Consiglio-segretario di essere responsabile di “una svolta neoliberista” e di “una deriva autoritaria”. Tuttavia la loro uscita non ha portato grandi consensi elettorali, in alternative e diverse formazioni di sinistra.

Il presidente del Consiglio dimissionario è sul chi vive e ha promesso battaglia alla direzione del Pd: dopo la soluzione alla crisi di governo «ci sarà un confronto interno duro, molto duro». Renzi non ha digerito che mentre lui si spendeva in comizi ed interviste in favore del Sì al referendum del 4 dicembre, una parte delle sinistre del suo partito facessero il tifo per il No assieme alle opposizioni. Ora sta ragionando su tre obiettivi: 1) mantenere una forte influenza sul futuro esecutivo; 2) essere confermato segretario dal congresso del Pd; 3) gareggiare alle prossime elezioni politiche come il candidato del centrosinistra a Palazzo Chigi.

Guarda con attenzione al 40,89% dei voti ottenuti dal Sì al referendum del 4 dicembre. Spera che questi consensi possano andare, almeno in gran parte, al Pd nelle elezioni politiche. Progetta di pescare voti a sinistra, al centro e anche nella protesta sociale con nuove iniziative sui diritti dei lavoratori. Non solo. Punta ad allargare le alleanze alla costituenda nuova sinistra di Giuliano Pisapia, l’ex sindaco arancione di Milano. Le modifiche all’Italicum potrebbero dare una mano: se, in particolare, il premio di maggioranza venisse assegnato non alla lista ma alla coalizione vincente, il successo potrebbe arrivare alle elezioni.

La strada, però, è piena di ostacoli e di trappole. Anche la maggioranza renziana del Pd non sembra più molto stabile dopo la sconfitta al referendum. Sotto traccia la situazione sarebbe in gran movimento. Il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini potrebbe staccarsi per giocare una partita in proprio come il ministro della Giustizia Andrea Orlando. Il primo ambirebbe ad avere l’incarico di formare il nuovo governo da Sergio Mattarella, mentre il secondo punterebbe ad essere eletto segretario del Pd. Franceschini, leader di una forte corrente in gran parte composta da ex Dc, e Orlando, alla guida di un’altra più piccola formata da ex Ds, potrebbero tentare di costruire  una nuova maggioranza nel Pd con le sinistre democratiche. Il ministro ha respinto con ironia tutte le ipotesi avanzate dai giornali: «Niente male i retroscena. Ieri ho fatto un accordo con Berlusconi, oggi con D’Alema. Anticipo per i giornalisti: domani con Grillo e poi con Salvini».

Il primo giro di boa si avrà quando il presidente della Repubblica conferirà l’incarico di formare il nuovo esecutivo. Se e quando l’uomo incaricato da Mattarella di risolvere la crisi di governo riuscirà a tagliare il traguardo, si potrà tirare un primo bilancio di vincitori e vinti.

Rodolfo Ruocco

Democrazia e voto.
Renzi, la cabala 40.8%

D'Alema-Renzi-UeMassimo D’Alema sembra aver confidato nell’aiuto divino per la vittoria del No al referendum sulla riforma costituzionale del governo. L’esponente della sinistra del Pd, alla vigilia del voto del 4 dicembre, pare abbia assicurato a un amico: «La Madonna è con noi». L’invocazione dell’ex presidente del Consiglio, se c’è stata, ha funzionato.
Matteo Renzi è stato sconfitto al referendum e sonoramente: il 59,11% degli elettori ha votato No al superamento del bicameralismo paritario e solo il 40,89% ha tracciato una croce sul Sì. Ben 19.419.528 cittadini hanno respinto il progetto renziano di modernizzare e semplificare le istituzioni mentre appena 13.432.187 lo hanno promosso.
Gli italiani hanno affollato le urne: i votanti sono arrivati al 65,5%. È stata bocciata la revisione della Costituzione del presidente del Consiglio e segretario del Pd, la riforma centrale del suo governo. Renzi ne ha preso atto e ha immediatamente annunciato le sue dimissioni da presidente del Consiglio. Non ha perso il piacere per le battute: «Volevo tagliare le poltrone della politica e alla fine è saltata la mia».
Ora tutte le decisioni passeranno nelle mani di Sergio Mattarella. Il presidente della Repubblica dovrà valutare la delicata crisi. Sono improbabili le elezioni politiche anticipate chieste dal M5S, dalla Lega Nord e da Fratelli d’Italia. C’è l’urgenza di approvare il disegno di legge di Bilancio (votato dalla Camera e non ancora dal Senato), un provvedimento fondamentale per la finanza pubblica italiana. C’è anche la necessità di varare un nuovo sistema elettorale per le politiche o, comunque, di cambiare in profondità l’Italicum (la legge elettorale voluta da Renzi, legata strettamente alla riforma costituzionale naufragata, prevede solo l’elezione dei deputati e non dei senatori). Mattarella dovrà verificare se esiste una maggioranza in Parlamento per affrontare queste due priorità e a chi affidare l’incarico di guidare il nuovo governo.
È difficile la nascita di un Renzi bis, l’incarico di formare un nuovo esecutivo potrebbe andare ad una figura di carattere istituzionale (tra i papabili c’è il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco e il presidente del Senato Pietro Grasso).
La batosta è pesante. Il voto referendario, di fatto, si è trasformato in un referendum su Renzi, sulle sue riforme strutturali, sui suoi quasi tre anni di governo. Renzi ha personalizzato e politicizzato il voto. Da solo ha sfidato tutti: Beppe Grillo (M5S), Silvio Berlusconi (Forza Italia), Matteo Salvini (Lega Nord), Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia), Nichi Vendola e Stefano Fassina (Sinistra Italiana), Mario Monti (ex presidente del Consiglio del governo tecnico del 2011-2012), Pier Luigi Bersani (sinistra Pd). Negli ultimi giorni ha avuto un aiuto tiepido solo da Romano Prodi, ex presidente del Consiglio e inventore dell’Ulivo e del Pd.
Renzi ha perso clamorosamente la sfida. Ha vinto la protesta sociale. Praticamente tutta Italia (tranne le roccaforti emiliane, toscane e trentine) hanno bocciato la riforma costituzionale. La Grande crisi internazionale del 2008 e la globalizzazione hanno avuto gravissime conseguenze economiche e sociali. La chiusura di molte fabbriche, la disoccupazione, il precariato, la valanga dell’immigrazione, la Ue a trazione tedesca, il forte impoverimento hanno spinto il ceto medio e quello operaio a votare in massa contro la classe dirigente e il governo (come è già avvenuto in Gran Bretagna con il referendum sull’uscita dalla Ue e negli Usa con l’elezione di Donald Trump a presidente, come successore di Barack Obama).
La grande maggioranza degli italiani ha respinto la riforma costituzionale, ha votato Sì solo il 40,89%, un numero strano. C’è una singolare coincidenza. Ancora una volta, nel destino di Renzi, compare il 40,8%: questo per lui è un numero da cabala. Lo stesso numero, in situazioni diverse, ha avuto per lui prima una valenza fortunata e poi infausta. Il presidente del Consiglio nel 2014, appena due anni fa, trionfò nelle elezioni europee proprio con il 40,8% dei voti, sgominando tutte le opposizioni e mettendo nell’angolo tutti gli alleati. Adesso nel referendum, con lo stesso numero, ha conosciuto una disfatta.

Il giovane “rottamatore” di Firenze è finito “rottamato”. Ha commentato: «Mi assumo tutte le responsabilità della sconfitta e dico agli amici del Sì che ho perso io, non voi». Ora si apre una nuova fase politica, con probabili nuovi equilibri.

Rodolfo Ruocco

La politica italiana tra vecchi e nuovi populismi

Grillo-CagliariChi conta davvero nella politica italiana sono i vecchi e i nuovi populisti. Cacciano e ottengono voti su programmi e promesse popolari poi non mantenuti o rispettati solo in parte. Il nuovo scontro tra populismi diversi adesso c’è sul referendum del 4 dicembre. Beppe Grillo, Silvio Berlusconi e Matteo Salvini sono schierati per il “no” alla riforma costituzionale del governo, Matteo Renzi è per il “sì”. Il garante del M5S, il presidente di Forza Italia, il segretario della Lega Nord e il presidente del Consiglio, pur da posizioni e con toni diversi, suonano la tromba del populismo.

La chiusura di molte fabbriche in Italia, causata dalla globalizzazione e dalla Grande recessione internazionale del 2008, ha provocato laceranti ferite sociali. La disoccupazione e il precariato hanno colpito duramente i lavoratori. La disperazione degli operai (sono ancora 8 milioni tra industria e servizi nel nostro paese) e l’impoverimento del ceto medio impaurito non hanno avuto adeguate e convincenti risposte dalla sinistra, così il populismo ha fatto breccia.

Grillo e Salvini sono dei populisti estremisti dai toni aggressivi. Berlusconi e Renzi, invece, si dichiarano riformisti, tuttavia usano tecniche tipicamente populiste. Grillo, fondatore dei cinquestelle per metà di sinistra e per metà di destra, non nasconde di essere un populista, anzi lo ha rivendicato. Due anni fa dichiarò in una conferenza stampa alla Camera: «Sono fiero di essere populista». Attacca la Germania, vorrebbe uscire dall’euro, intende chiudere l’accesso agli immigrati stranieri, propone il reddito di cittadinanza. Giudica “morti” i partiti tradizionali, punta il dito contro “la dittatura dolce” di Renzi, si considera l’unico baluardo contro l’estrema destra e “il nazismo” che sta vincendo in Europa. L’obiettivo è dare una spallata al sistema politico a colpi di “vaffa…” e con una opposizione totale vuole conquistare il governo.

Salvini cerca di ottenere la guida del centro-destra. L’anno scorso in un comizio a piazza del Popolo a Roma ha proclamato: «Io sono un populista». Ha come modello e alleata la post fascista Marine Le Pen in Francia. Rivendica il recupero della piena sovranità dell’Italia dall’Unione europea, lo sganciamento dall’euro, la chiusura delle frontiere agli immigrati, una opposizione con “la ruspa” per abbattere Renzi. Ha iniziato a trasformare la Lega Nord da partito localista delle regioni ricche del settentrione in una forza nazionale di destra.

Berlusconi aborre l’estremismo, non si è mai dichiarato populista, ma è stato prodigo nel promettere a imprenditori, lavoratori autonomi e dipendenti “meno tasse, meno sindacati, meno Stato” e “più sviluppo”. Nel 1994 divenne presidente del Consiglio teorizzando “la rivoluzione liberale”, ergendosi a difensore dei “moderati” e divenendo leader di un centro-destra unito. Fu tra i fondatori della Seconda Repubblica all’insegna del bipolarismo e della “religione” del sistema elettorale maggioritario. Accusa di essere stato vittima di “cinque colpi di Stato” da parte della sinistra e di una parte della magistratura. Attacca il presidente del Consiglio e segretario del Pd perché si muove per essere “un uomo solo al comando”, ma non esclude la possibilità di definire nuove intese istituzionali.

Renzi, da quasi tre anni al governo, si presenta come il campione del riformismo contro il populismo. Si vanta di essere il segretario del “più grande partito riformista dell’Europa”, il Pd. Ha avviato un programma di riforme strutturali attaccando “i gufi”, “i tecnocrati”, “i frenatori” europei ed italiani. Si vanta di aver cominciato a ridurre “le tasse”, di aver conseguito una ripresa economica sia pure debole, di combattere la disoccupazione e la politica di rigore europea voluta dalla Germania. Annuncia nuovi tagli alle imposte nel 2017 per favorire i consumi e la ripresa. Respinge come folli le accuse di essere un dittatore e rivendica, da presidente del Consiglio, di essere l’artefice dello lotta alla “Casta” della politica e della burocrazia. Ora ha confessato a ‘Repubblica tv’: «Sono un populista mite».
In passato lo scontro politico in Italia era tra sinistra e destra, tra riformisti e rivoluzionari, tra populisti e anti populisti. Adesso, invece, la partita si gioca tra populisti estremisti e populisti miti.

Rodolfo Ruocco