Rodolfo Ruocco
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Rodolfo Ruocco

Il Pantheon e le sue storie. Lo strumento dell’egemonia di Augusto

Pantheon-RomaIl Pantheon: miti, misteri, grandi fatti storici. Il tempio voluto da Cesare Ottaviano Augusto e dedicato a tutti gli dèi ne ha di storie da raccontare, in oltre duemila anni di travagliata vita ha visto di tutto. Già il luogo dell’edificazione è legato a un mito straordinario: in quel punto del Campo Marzio Romolo, fondatore e primo re di Roma, sarebbe asceso al cielo durante un rito religioso.

Una leggenda medioevale, particolarmente affascinante, riguarda invece la cosiddetta cacciata dei diavoli. Quando nel 609 dopo Cristo l’antico tempio pagano fu trasformato in chiesa consacrata a Santa Maria ad Martyres, i demoni fuggirono dall’edificio facendo saltare una gigantesca pigna di bronzo, che ostruiva il foro circolare di 9 metri posto sulla sommità della cupola, il cosiddetto “oculus”, occhio. Dei diavoli fuggiti non c’è traccia, ma una enorme pigna di bronzo, detta Pignone, esiste davvero. È alta quasi 4 metri, è opera dello scultore dell’antica urbe Publio Cincio Savio, si trovava nelle Terme di Agrippa e ora è in uno dei cortili dei Musei Vaticani.

La trasformazione del Pantheon, da tempio pagano a chiesa, salvò dalla distruzione un autentico capolavoro dell’architettura dell’antica Roma, uno dei pochi sopravvissuti quasi intatti fino ad oggi. L’imperatore bizantino Foca nel 608 dopo Cristo donò a Bonifacio IV il Pantheon e il papa l’anno seguente lo trasformò in una chiesa. Sarebbero arrivati dalle catacombe cristiane della città ben 28 carri pieni di ossa per essere tumulate nella chiesa. L’incisore di stampe romane Giovanni Vasi scrisse nel 1763: Bonifacio IV «fece trasportare da varj cimitari di ossa di ss. Martiri, e fecele collocare sotto l’altare maggiore; onde fu detto s. Maria ad Martyres».

Anche in questo caso mito e storia si intrecciano. Per la storia il Pantheon fu costruito, come è precisato da una iscrizione sul frontone, tra il 27 e 25 avanti Cristo dal console Marco Vipsanio Agrippa, generale vittorioso, amico, collaboratore e genero di Ottaviano. Il tempio fu edificato a spese di Agrippa dopo la sua vittoria contro la Persia: fu dedicato a tutti gli dèi del mondo antico, romano e delle province conquistate in Europa, Asia e Africa. Fu lo strumento architettonico di una politica universalistica e di inclusione di popoli, culture e religioni diverse. L’architetto ed ingegnere di origini cumane Lucio Cocceio Aucto ideò e realizzò l’opera d’arte.

Era uno dei simboli di Roma Caput Mundi, centro del mondo. L’obiettivo era di sostenere anche sul piano urbanistico e culturale l’ascesa politica di Augusto, il primo imperatore romano, l’uomo che pose fine a 100 anni di guerre civili e trasformò la Repubblica in Impero.  Fu un tassello della più generale politica del consenso per dare vita alla nuova istituzione dell’Impero romano. Non a caso nel tempio, assieme alle effigi di tutti gli dèi, furono poste le statue di Augusto, del padre adottivo Gaio Giulio Cesare e dello stesso Agrippa. I primi segni, di matrice orientale, di divinizzazione del capo, dell’imperatore. Agrippa fu la mano e il Pantheon fu l’”occhio” della politica di egemonia culturale di Augusto per conquistare classe dirigente e popolo romano alla svolta istituzionale dell’Impero.

Leggenda nella leggenda: l’ispirazione religiosa dell’opera è attribuita alla dea Cibele, la Grande Madre. Il professor Umberto Cardier spiega: Agrippa fu ispirato «da un’apparizione della dea Cibele che gli promise aiuto in una guerra contro la Persia in cambio della costruzione di un tempio magnifico, di cui gli mostrò l’immagine».

Traversie e disastri non sono mancati. Il Pantheon più volte è andato a fuoco, ma è sempre stato restaurato: prima dall’imperatore Domiziano, poi da Traiano, Adriano, Antonino Pio e Settimio Severo. La meraviglia che ammiriamo ancora oggi è sostanzialmente merito di Adriano. Qui aleggia un mistero. Per alcuni fu lo stesso imperatore architetto, oltre che filosofo, a rifare dalle fondamenta il tempio costruito da Augusto e poi andato distrutto dal fuoco. Per altri la paternità di questo capolavoro va invece attribuita ad Apollodoro di Damasco, un geniale architetto ed ingegnere greco famosissimo già all’epoca di Traiano. Adriano, però, sull’architrave del Pantheon lasciò l’iscrizione con l’attribuzione dell’edificazione ad Agrippa.

Ha sfiorato altre volte la distruzione. Dopo la caduta dell’Impero romano d’occidente ha seguito la triste sorte della città. È stato ripetutamente depredato dai barbari invasori come tutta l’urbe. L’imperatore bizantino Costante II fece anche peggio di vandali e goti: entrò nella città eterna accolto con entusiasmo dalla popolazione, invece saccheggiò palazzi e chiese compreso il Pantheon: s’impossessò perfino delle tegole di bronzo dorate della cupola. Il bronzo era un magnete, attirò anche papa Urbano VIII. Il pontefice Maffeo Barberini, che pure era un colto mecenate, fece asportare nel 1625 le travi di bronzo del porticato del Pantheon. Utilizzò il bronzo ricavato, assieme ad altro metallo, per costruire nella basilica di San Pietro il grandioso baldacchino (opera di Gianlorenzo Bernini) sulla tomba del primo papa della chiesa cristiana e per fondere 80 cannoni di Castel Sant’Angelo. Una spoliazione divenuta tristemente famosa. Pasquino, la “statua parlante” posta dietro piazza Navona (ancora adesso ospita fogli di protesta del popolo contro il potere), attaccò Urbano VIII: «Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini».

Il Pantheon, però, ha resistito a tutti i disastri. Ha una forma sferica e proporzioni perfette: 43,44 metri di altezza per 43,44 di diametro. È un capolavoro artistico e d’ingegneria. È affascinante. Ancora oggi possiede la più grande cupola in muratura del mondo. L’enorme cupola perfettamente sferica, come la cella, è costituita di colate di calcestruzzo utilizzando laterizi diversi: alla base materiali più pesanti e poi via via più leggeri verso l’alto per garantire la stabilità (prima pezzi di travertino, quindi pietre, mattoni, tufo fino ad arrivare alla pomice posta in cima).

L’imponenza e l’armonia danno i brividi al visitatore, oggi come nell’urbe capitale dell’Impero. Nello spazio enorme della cella ci si sente minuscoli. È senza finestre, lo spazio è delimitato da gigantesche colonne monolite di travertino grigio e rosso. L’”oculus” di 9 metri di diametro sulla sommità della cupola fa entrare un fascio di luce: crea un’atmosfera rarefatta e sacrale, per gli antichi romani rappresentava il legame tra gli dèi e gli uomini. Il 21 di giugno si ripete ogni anno un suggestivo fenomeno astronomico: la luce del sole entra dall’”oculus” e a mezzogiorno colpisce il centro del grande portale d’ingresso alto ben 7 metri. Da foro della cupola entra la pioggia, ma non causa alcun allagamento, perché il pavimento è leggermente convesso e l’acqua viene smaltita da 22 griglie di scarico.

Sorseggiando un caffè seduti al bar Tempio lo spettacolo è affascinante. In primo piano si vede la fontana progettata nel Rinascimento dall’architetto Giacomo della Porta, l’obelisco egizio e dietro si staglia il Pantheon. Sull’architrave c’è inciso il nome dell’edificatore: «Marco Agrippa, figlio di Lucio, al terzo consolato, costruì». Il visitatore è emozionato già al primo impatto visivo. Il porticato d’ingresso è imponente: è composto da 16 colonne monolitiche di travertino, alte oltre 14 metri, poste su due file. I turisti rimangono a bocca aperta mentre i romani, abituati al magnifico spettacolo, passano e guardano distratti quella meraviglia.

Il Pantheon ha conquistato artisti e potenti. Raffaello Sanzio, il geniale pittore del Rinascimento, si è fatto seppellire in questa chiesa. Il re Vittorio Emanuele II di Savoia, artefice dell’unità d’Italia con Cavour, Garibaldi e Mazzini, riposa qui. Nella chiesa c’è la tomba del re Umberto I, ucciso nel 1900 dall’anarchico Gaetano Bresci, e della moglie Margherita. Un’altra leggenda parla del fantasma inquieto di Umberto I. Si aggirerebbe dentro e fuori l’edificio. Si è parlato molto di un’apparizione del fantasma negli anni Trenta del secolo scorso e del colloquio misterioso con una guardia. Ma il contenuto dell’incontro è sempre rimasto segreto.

Come si dice in gergo il Pantheon “tira”. Ogni anno è visitato da ben 7 milioni di persone, i turisti vengono da ogni parte d’Italia e del mondo attirati dalla sua bellezza. Alle volte, anche sotto il sole infuocato di questo agosto rovente, si formano file interminabili di persone all’ingresso, tanto che da un po’ di tempo sono comparse delle transenne, dei custodi e dei poliziotti sorvegliano il flusso per motivi di sicurezza. Brutte novità sono in arrivo. Presto le transenne potrebbero trasformarsi in tornelli a pagamento. Il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini ha annunciato l’arrivo del “pagamento del biglietto” anche basso per far fronte alle spese di manutenzione. È circolata la cifra di 5 euro da dividere tra l’Italia e il Vaticano. Il deficit nei conti pubblici ci fa varcare sempre nuovi traguardi, certo non belli. Tuttavia, per adesso, l’ingresso resta gratuito.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Carta stampata italiana
in scena l’ultimo atto

Editoria-finanziamentiIl crollo è rapido, verticale, drammatico, inarrestabile. Carta stampata ultimo atto: le copie vendute di giornali in dieci anni, in media, si sono più che dimezzate. Molti quotidiani e settimanali è inutile cercarli nelle edicole: hanno chiuso (l’ultima vittima è “l’Unità”, la testata legata al Pd, un tempo la potente voce del Pci).

Vanno malissimo i grandi e medi quotidiani nazionali, reggono un po’ meglio la “botta” quelli regionali e locali. I dati Ads (Accertamento diffusione stampa) danno il quadro impietoso della tragedia nei primi mesi di quest’anno. ‘Il Corriere della Sera’ ha dimezzato le vendite rispetto allo stesso periodo del 2007: poco più di 200 mila copie al giorno contro le quasi 430 mila del 2007.

E’ appena sopra la soglia delle 200 mila copie pur restando il maggiore giornale italiano. Chi sta peggio è ‘la Repubblica’: ha dimezzato e naviga a quota 180 mila. “La Stampa” viaggia sulle 120 mila copie, sempre la metà rispetto a dieci anni fa. “Il Sole 24 Ore” ha addirittura ha perso i due terzi delle vendite: è sceso a 58 mila da 180 mila. Nel baratro sono finiti “Il Giornale” e “Libero”: il primo è sotto le 60 mila copie contro quasi 160 mila, il secondo è calato a meno di 25 mila rispetto a oltre 100 mila. “Il Fatto Quotidiano”, inesistente nel 2007, è a circa 35 mila copie ma in discesa rispetto agli anni scorsi.

La carta stampata è in picchiata. Calano sia i giornali di centrosinistra, sia di sinistra, sia di centrodestra, sia di destra, sia cinquestelle. Scendono quelli prossimi all’area della maggioranza di governo e anche quelli vicini alle varie opposizioni. Vanno giù anche le testate economiche (di recente “Il Sole 24 Ore” di proprietà della Confindustria è inciampato in un brutto scandalo). Le agenzie di stampa hanno subito un terribile contraccolpo: alcune hanno chiuso i battenti, altre si sono fuse, praticamente tutte convivono con una crisi permanente (i contratti di solidarietà, per evitare i licenziamenti, sono quasi divenuti una regola).

I giornali online, soprattutto quelli emanazione dei grandi quotidiani della carta stampata, come il Corriere.it e Repubblica.it, vanno bene, ma non riescono a compensare le perdite. Sia gli abbonamenti dei quotidiani digitali sia la pubblicità su internet salgono ma non bastano ancora a riequilibrare il tracollo delle vendite nelle edicole.

Le conseguenze negative sono a cascata: la pubblicità si è squagliata;l’occupazione dei giornalisti e dei poligrafici (quei pochi sopravvissuti alle nuove tecnologie d’impaginazione digitale) è in picchiata; la disoccupazione e la cassa integrazione sono pane quotidiano; il deficit dell’Inpgi (l’istituto di previdenza dei giornalisti) è da collasso per i costi dell’assistenza fornita a chi ha perso il lavoro e per le spese conseguenti alle migliaia di prepensionamenti realizzati dagli editori che hanno dichiarato lo stato di crisi aziendale.

Carta stampata ultimo atto. È tutto un mondo che va in frantumi. Le edicole sono decimate, chiudono cinque chioschi al giorno. Delle 40 mila dei tempi d’oro ne restano circa la metà, le altre sono scomparse o aprono solo mezza giornata. A Roma, in particolare, la crisi è forte. Hanno chiuso i battenti circa 200 edicole. I motivi? Vado dal mio giornalaio di via Gregorio VII e domando se si vendono i giornali. Mi guarda stupito per la domanda: “Pochi, vendiamo pochi giornali. Sempre di meno. E’ tutta colpa di internet”. I giovani comprano i giornali, o in edicola vengono solo gli anziani? La risposta è immediata: “E chi li vede i giovani! Zero giovani comprano i giornali! Vanno su internet. Leggono lì le notizie!”. Per la crisi delle vendite molte edicole hanno chiuso… Annuisce: “E’ vero. La situazione è difficile. Noi resistiamo”.

Questa edicola è una delle poche che non ha chiuso ed ha mantenuto il vecchio meccanismo: apertura dalla mattina presto alla sera, due persone fisse e altre due di aiuto, due famiglie impegnate nell’impresa. Gli introiti da giornali sono calati, ma altri servizi introdotti (lotterie istantanee, ricariche telefoniche, pagamento delle bollette domestiche e delle multe, vendita dei libri e dei biglietti dell’autobus) hanno un po’ compensato i conti.

Carta stampata ultimo atto. In altri posti non è andata così. L’edicola di piazza Antonio Mancini sul Lungotevere Flaminio, nella quale andavo ogni tanto a comprare i giornali, ha chiuso l’anno scorso. Ora è in vendita. Eppure era in una buona posizione: al capolinea degli autobus dell’Atac, uno dei più importanti di Roma. La ragazza che cominciava a lavorare alle 7 di mattina si lamentava che non ce la faceva a reggere, e alla fine ha mollato! In molti altri casi gli edicolanti hanno venduto l’attività ad extra comunitari, in gran parte bengalesi, che hanno ritmi di lavoro estenuanti e si contentano di margini economici più ridotti (per motivi analoghi sono stati i protagonisti della rinascita dei negozi di frutta e verdura, un tempo scomparsi nella città eterna).

I giornali online gratuiti su internet, la crisi economica, l’abbassamento della qualità dei quotidiani di carta è stata la miscela esplosiva della devastante crisi dell’informazione. La concentrazione dei giornali sempre più forte nelle mani di pochi editori sta accentuando problemi e danni. Gli oligopoli editoriali fanno il bello e il cattivo tempo. Finora, però, hanno causato tempo brutto, grandinate terribili e ben poco sole sull’informazione.

Il gruppo Espresso sta allargando il suo impero: al settimanale, a ‘Repubblica’, ai giornali regionali e alle radio locali, ultimamente ha aggiunto ‘La Stampa’ e ‘Il Secolo XIX’. Carlo De Benedetti è riuscito ad acquisire le due testate della famiglia Agnelli (in ritirata dall’Italia si è disfatta anche del ‘Corriere della Sera’ comprato da Urbano Cairo). L’Ingegnere, un tempo proprietario della fallita Olivetti, ha dato vita a una concentrazione editoriale formidabile, cedendo solo poche testate locali per non superare i livelli di concentrazione vietati dalle leggi sulla stampa.

Non ha fatto mistero sull’obiettivo del “contenimento dei costi”, prima già ridotti tagliando pesantemente gli organici dei redattori ricorrendo ai prepensionamenti finanziati dallo Stato, e ora da realizzare con l’operazione fusione. Ridurre i costi è un traguardo rispettabile, ma insufficiente a rilanciare i giornali se manca un progetto per migliorare la qualità del prodotto e per potenziare gli investimenti non solo sulle tecnologie digitali. In seriosi convegni gli editori continuano a ripetere: non si salvano i giornali senza l’aumento della qualità del prodotto ma poi non arrivano scelte conseguenti.

E la carta stampata continua a inabissarsi. La spiegazione c’è. Troppo spesso gli editori utilizzano le testate per difendere i propri interessi collaterali imprenditoriali, industriali, finanziari, politici. Oppure i giornali danno spazio ad avvenimenti ad effetto, ma poco rilevanti rispetto al altri sottovalutati o ignorati. I lettori sfiduciati così, in gran parte, non comprano più i giornali accontentandosi di ascoltare le notizie dai telegiornali o di leggerle su internet. La prima vittima è l’occupazione. Gli amministratori dei giornali si limitano a tagliare fortemente gli organici, a centralizzare e concentrare i servizi, ad assumere pochissimi giovani dopo una lungo lavoro da precari.

La parola d’ordine è flessibilità. I giornalisti, davanti alla grave crisi e alle innovazione tecnologiche, hanno accettato d’impaginare direttamente i propri articoli e di scrivere un pezzo sia per il quotidiano su carta sia uno praticamente in tempo reale per la versione web della testata. Alle volte confezionano anche dei servizi televisivi per la web tv del quotidiano online. In alcuni casi c’è stato un arricchimento della professionalità dei redattori, in molti altri un impoverimento per gli scadenti contenuti dovuto al lavoro multiplo (soprattutto quando si scrivono più articoli anche per le diverse piaffaforme).

Carta stampata ultimo atto. Serve una svolta, dei progetti con al centro la qualità e l’innovazione dell’informazione per immaginare e realizzare un rilancio. Ma restano nel limbo i contenuti di questi sacri principi per la rinascita della stampa. Si parla poco delle capacità dei giornalisti e della loro autonomia professionale, la base di un giornale di successo. Si va imponendo una ricetta distruttiva: pochi giornalisti legati in redazione alla “cucina”, un’impostazione sempre più accentrata e omologata dei quotidiani, e una miriade di collaboratori esterni mal pagati e sotto ricatto (in molti casi un articolo viene compensato con 10 euro lordi). E’ come se si volessero fare dei giornali senza giornalisti, ma con dei comunicatori ubbidienti impaginatori di notizie selezionate secondo gli interessi di chi comanda.

Eppure si è aperta una grande occasione da cogliere per rilanciare l’informazione. Si tratta della “nuova frontiera” dei giornali online in forte espansione, con immense potenzialità di penetrazione per la capacità d’informare in tempo reale i lettori sugli avvenimenti italiani ed internazionali. I quotidiani sul web e quelli di carta stampata possono offrire una considerevole complementarietà: i primi possono dare in maniera sintetica ed immediata le notizie, i secondi possono approfondire i temi e fornire le chiavi di lettura a una valanga d’informazioni altrimenti confuse e poco comprensibili.

Carta stampata ultimo atto. Nel consiglio di amministrazione di fine luglio della Gedi (la nuova società editoriale nata dalla fusione del gruppo Espresso con ‘La Stampa’ e il ‘Secolo XIX’) si è parlato degli utili prodotti dall’accorpamento dei giornali di De Benedetti con quelli ex Agnelli, ma non dei piani editoriali per il futuro. Carlo, 82 anni, ha passato le consegne al figlio Marco De Benedetti, 54 anni, nominato presidente della Gedi. L’Ingegnere rimarrà unicamente presidente onorario: ma questa è soltanto un’altra successione dinastica in una proprietà di famiglia che, in questo caso, è un grande impero multimediale. Le precedenti incoronazioni dinastiche nei grandi gruppi imprenditoriali italiani, in genere, non hanno portato bene.

Rodolfo Ruocco

I misteri dell’Ara Pacis, il libro sulla trasformazione della Città Eterna

ara pacisUn triangolo magico segna la Roma di Ottaviano Cesare Augusto: l’Ara Pacis, il Mausoleo del fondatore dell’Impero romano e il Pantheon. I tre monumenti, tra i pochi intatti o quasi della città eterna, hanno attraversato due millenni di storia. Tutti e tre, collocati a poca distanza l’uno dall’altro nel Campo Marzio, hanno un profondo significato religioso, culturale e politico: raccontano e tramandano come Ottaviano trasformò la Repubblica in Impero, lasciando formalmente intatte, ma svuotate di significato, le antiche cariche come quelle dei consoli.

È un capolavoro politico realizzato senza bagni di sangue, ma nella pace e col consenso del Senato, della borghesia e del popolo romano usciti stremati da un secolo di terribili guerre civili. Segreti e misteri hanno segnato la storia di questi tre monumenti augustei, soprattutto del primo, l’Ara Pacis, costruito dopo la sconfitta di Marco Antonio e della sua alleata-amante Cleopatra, la regina d’Egitto. Paolo Biondi ne parla ne i misteri dell’ara pacis, 156 pagine, edizioni di pagina, 14 euro il prezzo di copertina.

Ara Pacis. Il libro elenca misteri piccoli e grandi. L’inaugurazione dell’opera, decisa nel XIII avanti Cristo dal Senato romano per celebrare le vittorie di Ottaviano in Germania, Francia e Spagna, avvenne il 30 gennaio del IX avanti Cristo, il giorno del cinquantesimo compleanno di Livia Drusilla, l’amata moglie del figlio adottivo di Gaio Giulio Cesare.

Scienza e misteri si mescolano. Biondi racconta la storia dell’obelisco-orologio «di Facondo Novio, il matematico egiziano che studiava le ombre del sole e l’asse della terra per fare diventare meridiane i suoi obelischi». Bene, l’ombra di quell’obelisco egizio «dedicato al dio Sole, meridiana di quell’orologio, sarebbe caduta a fecondare la terra alle porte di quell’Ara ogni anno al tramonto del 23 settembre, giorno di nascita del principe Augusto, portatore di prosperità e di pace nel mondo».

Ma c’è di più. Ara Pacis e misteri. L’obelisco egizio sembra che collegasse, in qualche modo, l’Ara Pacis e il colle del Vaticano, dove pochi anni dopo fu ucciso San Pietro. L’autore descrive i risultati delle sue ardite ricerche: «Ma dove calava quel giorno il sole nell’altra direzione della retta che univa altare e obelisco? Tornai a casa –scrive nel libro- e cominciai a sfogliare le carte con la ricostruzione della Roma di quegli anni per tracciare percorsi celesti del sole e sue proiezioni terrene: quella retta indica che il sole va a tramontare proprio dietro il monte Vaticano ogni 23 di settembre, esattamente dove appressandosi lo scadere del secolo aureo venne levata la croce con Pietro ad agonizzare e a morire a testa in giù e dove ora si trova la cupola michelangiolesca sulla tomba di quel santo e primo papa, pontefice massimo, come pontefice massimo di altri dèi era stato Augusto». Vero, verosimile, fantasie? Biondi commenta: «Suggestioni e contaminazioni».

Lo statista Ottaviano Augusto era un uomo coraggioso, determinato ma cauto. Riuscì nell’impresa storica di edificare l’Impero romano inventando una nuova struttura istituzionale di potere monocratico, inviso ai romani, basata su raffinate elaborazioni culturali e politiche (la discendenza della famiglia Giulio Claudia da Enea fuggito da Troia in fiamme) ed evitò accuratamente gli errori di arroganza del padre adottivo. Il libro illustra la prudenza di Ottaviano soprattutto quando rientrava a Roma dopo vittoriose campagne militari: «Amava ed era solito rientrare lontano da occhi indiscreti, senza i crepitii del giorno nei quali ogni avviso di allerta si sarebbe potuto confondere, senza resse che avrebbero potuto celare qualsiasi pugnale, senza baraonde ululanti e querule, senza celebrazioni immodeste e false». Non dimenticò mai la fine di Cesare: ucciso a pugnalate in Senato da una congiura di aristocratici repubblicani contro “il dittatore”, “il nemico delle libertà del popolo romano”.

Statista, amante del potere, coraggioso, bello, uomo sobrio, abile nel tessere alleanze. Con un punto debole: la cagionevole salute. Fortunato nell’amore perché sposò in seconde nozze l’amata Livia, donna intelligente e abile a districarsi nei meandri della politica dell’urbe. Livia era un pilastro della politica augustea nella transizione dalla Repubblica all’Impero. La giovane discendente della aristocratica famiglia dei Livii in politica ebbe un ruolo rilevante, ebbe una grandissima influenza sul marito, analoga a quella di Marco Vipsanio Agrippa e di Gaio Cilnio Mecenate, gli uomini chiave nella costruzione dell’Impero dal punto di vista militare, politico e culturale. Biondi descrive così Augusto e il rapporto strettissimo con Livia: «Il suo corpo era elegante e il suo aspetto faceva impazzire le matrone dell’urbe, oltre a quelle di ogni paese e città che attraversasse. Lo sguardo ammaliava, la perfezione del viso era quella di un dio. Eppure celava sotto la tunica un segreto: la pelle era coperta di piaghe e i malanni erano il vero tallone d’Achille di Augusto. E l’unica matrona che voleva partecipe di questo segreto era Livia, la sua Livia che lo amava appassionata come un’amante e lo accudiva come si accudisce un figlio».

Il fondatore dell’Impero, che amava definirsi semplicemente “princeps”, il primo tra pari, si contornò di intellettuali come Virgilio ed Orazio, ma per evitare problemi con la storia e i posteri si scrisse da solo come e perché conquistò il potere. Lasciò le Res Gestae, l’autobiografia che avrebbe dovuto contornare su lastre di bronzo il suo Mausoleo, ma che oggi troviamo sui fianchi dell’Ara Pacis. Ara Pacis, l’incipit è famoso: «All’età di diciannove anni, con mia personale decisione e a mie spese personali, costituii un esercito con il quale restituii a libertà la repubblica oppressa da una fazione». Ottaviano combattè e sconfisse prima Bruto e Cassio, i capi della congiura contro Cesare, e poi l’ex alleato Marco Antonio, uno dei luogotenenti più brillanti del padre adottivo.

Ara Pacis, il mistero divenne totale, addirittura scomparve. Del monumento si persero perfino le tracce già all’epoca dell’imperatore Adriano per le alluvioni del Tevere. Dei reperti furono recuperati nel 1500 in epoca papale e poi alla fine del 1800 nell’era del Regno d’Italia di casa Savoia. Ma il ripescaggio dalle valanghe di fango fu realizzato all’inizio del 1900 ad opera, soprattutto, dell’appassionato ed emozionatissimo ingegnere Mariano Edoardo Cannizzaro. La ricostruzione dell’Ara Pacis, invece, avvenne nel 1938, per festeggiare il bi millenario della nascita di Augusto, su ordine di Benito Mussolini. Il dittatore utilizzò l’iniziativa, inserita nella ristrutturazione urbanistica della zona di piazza Augusto Imperatore, per propagandare “il nuovo impero fascista” nato con la conquista dell’Etiopia.

L’ultimo mistero si chiama Fausto Delle Chiaie, il pittore che dagli anni ’80 espone i suoi quadri davanti all’Ara Pacis, nella strada tra questo monumento e il Mausoleo di Augusto. L’autore del Manifesto Infrazionista pubblicato trent’anni fa, ogni tanto viene “sfrattato” dal muretto del Mausoleo, in eterno restauro, sul quale poggia le sue opere, ma puntualmente torna. Il mistero è su chi resisterà più a lungo nella lotta tra l’artista-custode e gli autori degli “sfratti”.

Augusto nelle Res Gestae motiva e giustifica la sua svolta politica all’inizio invisa a una parte dell’aristocrazia romana. Ha voluto lasciare la sua versione dei fatti a scanso di brutte sorprese. La stessa scelta l’ha fatta duemila anni dopo Winston Churchill. Il primo ministro britannico, il vincitore del nazismo e del fascismo, scrisse di proprio pugno una storia della Seconda guerra mondiale proprio per evitare brutte sorprese.

Rodolfo Ruocco

SfogliaRoma

Estate Romana scialba. Manca il turbolento
Renato Nicolini

nicolini 12L’Estate Romana festeggia i 40 anni in sordina. Nel 1977 Roma fu segnata da due avvenimenti: vide nascere l’Estate Romana, l’invenzione del geniale Renato Nicolini, e scrutò lo spuntare degli Indiani Metropolitani, la costola creativa e dissacrante del Movimento rivoluzionario degli studenti e degli operai.
L’Estate Romana spiccò il volo dal Campidoglio, artefice Nicolini assessore alla Cultura; gli Indiani Metropolitani presero forma e nome alla facoltà di Lettere occupata dell’università La Sapienza. Uno studente in quegli anni turbolenti ha dato il clima di quel gruppo parlando di uno dei leader degli Indiani Metropolitani romani, ‘Beccofino’. Accadeva di tutto. Ha raccontato: quando ‘Beccofino’ interveniva «alle assemblee di Lettere sfoggiava un gladiolo ed invocava ‘il potere dromedario’ ed ‘il godimento studentesco’».
Però allora non predominava l’ironia e la goliardia, ma la paura e le pallottole. Autonomia Operaia predicava e praticava la violenza e le Brigate Rosse avevano cominciato a sparare per realizzare la rivoluzione. Erano i terribili Anni di Piombo, quelli del terrorismo di sinistra.
Nicolini, inventando l’Estate Romana, spezzò il clima di paura spingendo la gente ad uscire la sera per godere la città: cinema, teatri, concerti, musica, balli. C’erano i film nella Basilica di Massenzio, gli spettacoli nei parchi, i poeti che si esibivano a Castelporziano, attori di avanspettacolo usavano gli autobus come teatri. Recuperò alle manifestazioni Cinecittà e lo Stadio dei Marmi al Foro Italico, due strutture costruite dal fascismo. L’idea era di utilizzare i ruderi della Roma dei Cesari come sede di attività culturali, per portare i ragazzi delle periferie al di fuori dei propri ghetti. L’obiettivo era divertirsi in compagnia anche per una sola sera, per una sola notte.
Di qui il nome di “cultura dell’Effimero” e Nicolini fu definito il “re dell’Effimero”. Ma il suo regno non fu effimero, generò cultura e consapevolezza, s’ingrandì e divenne sempre più importante. Estate Romana, il successo di pubblico fu strepitoso, l’invenzione fu esportata in altre città italiane ed europee. Era l’epoca delle giunte di sinistra al Campidoglio. Nicolini fu assessore del comune di Roma alla Cultura dal 1976 al 1985. Fu chiamato all’incarico dal sindaco professore di storia dell’arte Giulio Carlo Argan, quindi da Luigi Petroselli e da Ugo Vetere. Lui architetto, professore universitario, comunista eterodosso, scatenò un uragano culturale, sociale, economico rivitalizzando la città eterna. Ma vinse contro i tabù, tanto da essere eletto deputato nelle liste del Pci.
Pubblicità dell’Estate Romana
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Effervescente, simpatico, imprevedibile sembrava non prendere nulla sul serio, ma in testa aveva un’idea politica della cultura: «In fondo sono stati anni di gioco. Mi piaceva far sentire i giovani e gli abitanti delle periferie più degradate parti integranti della città. Così entravano nella Basilica di Massenzio da protagonisti e non da esclusi, come accadeva per l’Auditorium di Santa Cecilia». Raccontò perché si perdeva a Roma: «Non guido la macchina, giro molto a piedi ed è una città che sollecita il mio lato surrealista. Arrivo sempre tardi agli appuntamenti perché lungo il cammino trovo sempre qualcosa che mi incuriosisce».
Estate Romana 2017: dopo 40 anni, c’è ancora ma non suscita entusiasmi. Il sito internet del comune di Roma dice: «Fino al 30 settembre la 40° edizione dell’Estate Romana conquista l’intera città. In tutti i Municipi iniziative e appuntamenti accompagnano la bella stagione di chi vive e visita la Capitale». C’è un lungo elenco di film, concerti, musica, spettacoli teatrali, mostre, danza, visite guidate ai musei. Manca però un’idea forza, un filo conduttore che riesca a legare le molteplici iniziative. Sembra mancare un progetto culturale per rinnovare ed unire la città.
Eppure anche ora servirebbe un progetto culturale per accendere una luce nel buio di una città sbandata, attonita davanti a Mafia Capitale, angustiata per i rifiuti nelle strade e per gli autobus in perenne ritardo, incredula per gli incendi che divorano Castel Fusano e per il rischio del razionamento dell’acqua potabile di casa.
Ci manca l’Estate Romana di Nicolini e il suo genio scanzonato. Ci manca l’intellettuale stralunato morto nel 2012 a 70 anni. Fino all’ultimo non rinunciò alla cultura e alla politica, come quando si oppose alla costruzione di una discarica di rifiuti vicino a Villa Adriana, la residenza fuori Roma dell’imperatore filosofo amante dell’arte.
Pubblicità dell’Estate Romana a piazza Vittorio
Pubblicità dell’Estate Romana a piazza Vittorio
Adesso l’Estate Romana è sbiadita, ripetitiva, priva di una identità e di un progetto. Luca Bergamo, vice sindaco con la delega alla Crescita culturale nella giunta grillina di Virginia Raggi, cerca semplicemente di gestire la normale amministrazione. Certo è difficile avere un’Estate Romana che indichi un profilo culturale di società se la politica è in crisi. Il degrado che ha colpito la politica e i servizi pubblici capitolini sembra aver azzoppato anche l’Estate Romana. Del resto Virginia Raggi guida una giunta cinquestelle che, per dissensi politici o per guai giudiziari, perde pezzi continuamente. La stessa sindaca della capitale, del resto, è indagata per abuso d’ufficio e falso.
Tuttavia la crisi è più profonda, è generale. Lidia Ravera, scrittrice fuoriclasse, non riesce a fare molto meglio come assessora alla Cultura nella giunta di centrosinistra della regione Lazio. Nel 1976 sfondò a soli 25 anni scrivendo ‘Porci con le ali’, un libro simbolo della contestazione studentesca di quell’epoca. Ora però non riesce a lanciare un’idea originale come quella di Nicolini o a descrivere i fermenti in ebollizione nella società come fece in ‘Porci con le ali’. È un segno dei tempi. Non può nascere un altro “re dell’Effimero” se manca l’humus culturale e politico.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

Rubinetti a secco. Manca l’acqua ma Roma la butta

nasoneIncubo rubinetti a secco. I romani guardano con apprensione ai rubinetti di casa: tra una settimana l’acqua potabile potrebbe arrivare ad intermittenza o addirittura mancare. Tanto fuoco e niente acqua. Sono tempi bui per la capitale. Per la grave siccità e l’azione criminale di piromani, Roma già da settimane deve fare i conti con spaventosi incendi che hanno addirittura causato la chiusura dell’Autostrada del Sole e la distruzione di buona parte della pineta di Castel Fusano. Ora alle fiamme si aggiunge anche il pericolo di restare all’asciutto per la sparizione dell’acqua.

Il presidente della regione Lazio Nicola Zingaretti, Pd, ieri ha annunciato allarmato: «Purtroppo è una tragedia. Sta finendo l’acqua a Roma». Il lago di Bracciano, una delle riserve idriche della metropoli, è ridotto ai minimi termini. Così una direttiva della regione Lazio ha vietato l’altro ieri all’Acea (l’azienda comunale per l’acqua, la luce e il gas) di prelevare l’acqua dal lago di Bracciano a partire dal 28 luglio. Zingaretti vuole evitare il rischio di “catastrofe ambientale” perché il livello del bacino è calato paurosamente negli ultimi mesi.

Il governatore del Lazio ha fornito dati da brividi: il lago già un mese e mezzo fa «era sotto la soglia minima di un metro e mezzo. Nel frattempo con la pioggia che non arriva, il livello è continuato a scendere di un centimetro al giorno». Il problema è grave, ma è possibile trovare una soluzione che assicuri l’acqua alle case e riduca i disagi anche perché, è il ragionamento, l’apporto di Bracciano rappresenta «solo l’8%» del flusso complessivo.

Lo scontro esplode con l’Acea e con il Campidoglio. L’azienda comunale multi utility paventa il peggio. Lo stop ai prelievi avrà gravi conseguenze: «Ci costringerà a mettere in atto una rigida turnazione della fornitura che riguarderà circa 1.500.000 romani». Paolo Saccani ha attaccato «l’atto abnorme e illegittimo». Secondo il presidente dell’Acea si tratta di «un atto irresponsabile» che comporterà il razionamento dell’acqua «alle attività produttive, turistiche, ai palazzi delle istituzioni, al Vaticano». Praticamente a tutti o quasi: acqua col contagocce o per niente.

La situazione se non fosse drammatica sarebbe ridicola. La crisi era cominciata a metà giugno alla chetichella con la soluzione di togliere l’acqua temporaneamente e progressivamente alle 2.800 Nasone, le storiche fontanelle pubbliche in ghisa della città. Adesso siamo arrivati all’ipotesi del razionamento di massa, un paradosso. Manca l’acqua, ma Roma la butta. I circa 5.400 chilometri di tubature per la distribuzione dell’acqua nella capitale (in gran parte risalenti a dopo la Seconda guerra mondiale) sono un colabrodo: addirittura il 45% del prezioso liquido va perso per i guasti, le perdite e le cento cause di dispersione. Quasi la metà dei 18 mila litri al secondo, che scorrono nelle condutture dell’Acea, va perso. Se la rete idrica funzionasse bene, non ci sarebbero problemi di carenza di acqua anche in un periodo, come questo, di forte siccità.

Il problema delle tubature colabrodo c’è, lo riconoscono sia l’Acea sia Virginia Raggi. Saccani, però, giustifica la società: «L’azienda su mandato dei sindaci ha investito negli anni scorsi in fognature e depurazione, perché era lì l’emergenza, non è una responsabilità dell’Acea».

La sindaca grillina di Roma è allarmatissima. Ha ricordato di aver denunciato per prima la situazione drammatica del lago di Bracciano e ha rinviato la palla ai due contendenti: «Spero che soluzioni siano trovate quanto prima da Regione e Acea». La Raggi, però, riconosce l’esistenza del problema annoso delle condutture fatiscenti e dà man forte all’Acea: la società «sta monitorando e riparando la rete idrica per mettere fine alle dispersioni. Insomma un bel cambiamento rispetto al passato».

Il passato, il riferimento è ancora una volta alle responsabilità delle precedenti giunte di centro-sinistra e di centro-destra. Certo le condutture colabrodo sono un male antico, come il disastroso funzionamento dei trasporti pubblici e della raccolta dei rifiuti. Adesso Roma però, per la prima volta nella sua lunga storia, soffre anche per la penuria d’acqua. Un fatto mai successo. Il Campidoglio per salvaguardare questo bene pubblico primario forse si sarebbe dovuto muovere immediatamente. Non ci si può muovere solo all’ultimo momento. Se i lavori di riparazione, ammodernamento e potenziamento della rete idrica fossero partiti un anno fa, forse non saremmo a questo livello di emergenza.

Il governo è pronto a formalizzare lo stato di calamità naturale nazionale per la siccità. Il ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina ha annunciato: «Siamo pronti a collaborare con le Regioni nel censimento dei danni e nella verifica delle condizioni per dichiarare lo stato di eccezionale avversità atmosferica».

È una corsa all’ultimo minuto per l’acqua. Ma adesso solo l’arrivo di forti piogge ci può salvare. Il tifo per i temporali estivi è corale ed appassionato: per avere l’acqua e per combattere la soffocante afa con temperature sahariane attorno ai 40 gradi. Al posto di Caronte (come i meteorologi chiamano, scomodando la mitologia greca, lo stato di sole accecante e di alta pressione atmosferica) ci vorrebbe Zeus pluvio. Scrutiamo il cielo, come facevano i popoli antichi, nella speranza di provvidenziali nubi nere cariche di pioggia.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Raggi lavora alla magia:
far risorgere i sesterzi

I marziani arriveranno a Roma? Quasi certamente no, ma probabilmente potrebbero spuntare i sesterzi, quasi dei marziani. Sì, potrebbe ricomparire proprio l’antica moneta mai vista dai contemporanei, ma usata duemila e duecento anni fa, prima nella Repubblica e poi nell’Impero romano dei Cesari. Una specie di resurrezione, dunque.

Non è una “bufala”, come dicono i romani. Per magia i sesterzi potrebbero risorgere. Sono scomparsi circa 1.500 anni fa con la morte dell’Impero romano d’occidente assieme ai centurioni, ma potrebbero ricomparire nella città eterna entro l’anno. Con una bella differenza: una volta il sesterzio, assieme al denario, era la principale moneta circolante a Roma, in Italia, in buona parte d’Europa, nel Medio oriente e nell’Africa del nord. In sintesi: nello sterminato Impero romano. Era coniata a Roma e a Lione in Gallia, valeva circa 6 euro di oggi.

Bene, non è uno scherzo, il sesterzio potrebbe rinascere in autunno. Almeno questo è il progetto di Virginia Raggi. Sia l’amministrazione grillina di Roma sia quella di Torino pensano al varo di una “moneta complementare” da affiancare all’euro. Nella capitale potrebbe essere solo uno strumento di baratto tra il comune e i cittadini per una serie di servizi pubblici (uno sconto sulle tariffe, ad esempio, se c’è un impegno speciale nella differenziazione dei rifiuti urbani), oppure una moneta sperimentale da spendere nei mercati rionali di Montesacro e Appio-Tuscolano, due tra i quartieri più popolosi della metropoli. E la moneta comunale sperimentale si potrebbe chiamare, appunto, sesterzio. Varrebbe un euro.

La sindaca cinquestelle di Roma aveva parlato dell’ipotesi ardita già durante la campagna elettorale di un anno fa. Ma adesso è diventata qualcosa più di una idea avventurosa, potrebbe germogliare da ‘Fabbrica Roma’, il piano per rilanciare l’economia e l’occupazione nella città eterna all’esame del Campidoglio, dopo l’accordo raggiunto a giugno tra la Raggi e Cgil-Cisl-Uil della capitale.

L’assessore al Bilancio al comune di Roma, Andrea Mazzillo, è entrato nei dettagli: «Stiamo studiando all’interno del progetto ‘Fabbrica Roma’ di favorire le economie locali». Ha precisato: «È il funzionamento delle monete complementari, sostanzialmente non utilizzo la moneta, l’euro, ma una moneta che non è neanche elettronica ma alternativa. Può essere chiamata in tanti modi: in Sardegna c’è il Sardex, oppure il Tibex nel Lazio». Circolano vari nomi per battezzare la nuova valuta, tuttavia molti parteggiano, appunto, per la scelta di sesterzio, la moneta prediletta da Augusto, Nerone, Traiano, Aureliano.

Una doppia moneta. Da tempo Silvio Berlusconi ha lanciato l’idea di introdurre una doppia valuta da utilizzare a livello nazionale. Il presidente di Forza Italia ha proposto la resurrezione della lira, da affiancare all’euro per aiutare la crescita economica e dell’occupazione. Tuttavia l’ipotesi ha raccolto scarsi consensi ed è stata, almeno per ora, accantonata. Del resto le esperienze di una doppia circolazione monetaria, una divisa forte per gli scambi con l’estero e una debole per i consumi interni, ha sempre dato esisti oltremodo negativi. La Cuba di Fidel Castro ha tentato anche questa strada contro la crisi economica, ma ha fatto marcia indietro dopo gli esiti disastrosi.

Ora ci vuole provare il Campidoglio. È una sfida improba. Il primo requisito di una moneta perché funzioni è la credibilità del soggetto emittente. E la credibilità del comune di Roma, oberato dai debiti, è ai minimi termini. La giunta grillina perde continuamente pezzi a causa dei contrasti interni e dei guai giudiziari. La stessa Raggi è inquisita per falso ed abuso di ufficio.

Non solo. Le aziende comunali dei servizi pubblici essenziali sono un disastro. L’Atac (trasporto pubblico) e l’Ama (nettezza urbana) producono disservizi pesantissimi oltre a giganteschi deficit. L’Acea (luce, acqua e gas) sta attraversando un periodo nero: in parecchie zone centrali e delle periferie ogni tanto manca perfino la corrente elettrica e l’acqua potabile. Del progetto del nuovo stadio della Roma a Tor di Valle, alla fine approvato con delle modifiche dal Campidoglio, si sono perse le tracce.

Il degrado della città è forte. Gli autobus passano con grandi ritardi, la spazzatura ingombra le strade. I corvi imperversano all’Eur, attirati dai capelli lunghi hanno beccato la testa e mandato all’ospedale diverse donne. I topi infestano il centro e i parchi mordendo i malcapitati. I cinghiali affamati sono usciti dai parchi e dalle campagne a nord della città attirati dai rifiuti e hanno perfino speronato e ucciso un centauro. I piccioni e i gabbiani, come in un film horror di Alfred Hitchcock, hanno occupato i quartieri di quasi tutta la città, sporcando e portando malattie. Le buche, altro problema non certo marginale, costellano quasi tutte le strade provocando incidenti, feriti e anche morti. La sindaca all’inizio dell’anno ha recitato il mea culpa: «Mi scuso con i romani per le buche, ci stiamo lavorando». Ma da allora non è cambiato molto.

Ecco, forse prima di pensare d’introdurre “una moneta complementare” accanto all’euro, chiamata sesterzio o con un nome diverso, sarebbe opportuno risolvere i problemi più gravi e immediati dei cittadini. Quei problemi per i quali si elegge un sindaco e una giunta comunale. La Raggi ama ripetere: «Stiamo lavorando». L’assicurazione alle volte è incomprensibile. Il ponte sul Tevere Principe Amedeo Savoia Aosta dall’aprile 2016 è vietato al traffico pesante, compresi gli autobus, perché va messo in sicurezza. Ma dei lavori non c’è alcuna traccia e gli autobus che collegano il Vaticano con il centro storico sono costretti ad una tortuosa gimkana sul Lungotevere intasato di macchine.

Virginia Raggi, oberata dagli impegni della cosiddetta normale amministrazione, ama le sfide sempre più difficili, epiche. Dopo un anno dalla sua trionfale elezione è impegnata nella magia di far risorgere i sesterzi ed ha confermato il progetto di una funivia urbana a Casalotti, una zona della periferia nord. Chissà cosa ne pensa Beppe Grillo. Il capo del M5S ogni tanto dalla sua Genova viene a Roma per discutere con la Raggi dei problemi più gravi della città. Potrebbe indire un referendum online tra i cinquestelle sul sì o il no alla rinascita dei sesterzi.

La sindaca come voto dopo un anno di lavoro si è data “7 e mezzo”, ma se riuscisse a far risorgere i sesterzi meriterebbe 10 e lode. Buche, autobus, immondizia permettendo. Tutto è possibile. Del resto i falsi centurioni ricompaiono spesso accanto al Colosseo e ai Fori Imperiali, nonostante i ripetuti divieti.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

 

Berlusconi come Crono divora i successori

BerlusconiSaltano uno dopo l’altro i candidati alla successione di Silvio Berlusconi. Sergio Marchionne domenica scorsa con cortesia ha respinto l’idea, lanciato dal presidente di Forza Italia, di essere lui il nuovo leader del centro-destra. L’amministratore delegato della Fiat-Chrysler e della Ferrari è stato netto nel rifiuto: “Berlusconi è un grande, ha spiazzato tutti. Ma io non ci penso per niente, neppure di notte”. Il Cavaliere qualche giorno fa, parlando con ‘Il Tempo’, aveva avanzato a sorpresa la proposta: “Per il centrodestra punto su Sergio Marchionne. Tra non molto gli scade il contratto negli Stati Uniti, e se ci pensate sarebbe l’ideale…”.

L’ex presidente del Consiglio, da quando scese in politica nel lontano 1994, ha più volte ipotizzato un nome per la sua successione e la proposta alle volte “galleggiò” nel mare della politica italiana per mesi ed anni prima di affondare. I guai giudiziari e l’età non più giovanile (il Cavaliere ha compiuto 80 anni) lo hanno spinto a pensare ad un passaggio di mano. Questa volta l’ipotesi di successione con Marchionne, però è nata e morta nel giro di pochi giorni. Il Cavaliere ha proposto negli anni le candidature di politici e di tecnici, imprenditori come lui, tutte iniziative dissoltesi per un motivo o per l’altro.

L’idea di lasciare lo “scettro” del centro-destra cadde prima sugli alleati Pier Ferdinando Casini (Udc) e poi su Gianfranco Fini (An); ma con il primo ruppe nel 2008 e con il secondo nel 2010. Poi la scelta cadde su Angelino Alfano, segretario del Pdl (partito fondato sempre da Berlusconi), ma anche in questo caso arrivò un divorzio traumatico nel 2013. Poi si parlò dell’investitura del giovane Raffaele Fitto, ex governatore della Puglia ed ex ministro per gli Affari regionali, ma anche in questo caso si consumò una divisione nel 2015. In maniera analoga andò con il giornalista Giovanni Toti. Il presidente di Forza Italia lo nominò suo consigliere politico, si parlò di successione e fu eletto nel 2015 governatore della Liguria. Ma poi Toti si avvicinò un po’ troppo alle posizioni dell’alleato leghista Matteo Salvini e tutto finì lì.

Quindi è seguita l’era dei tecnici. L’anno scorso è emersa l’idea di affidare la guida del centro-destra al manager Stefano Parisi (Confindustria, Fastweb, Royal Bank of Scotland, Chili Tv). Nel 2016 solo per una manciata di voti è stato sconfitto da Giuseppe Sala nella sfida a sindaco di Milano. La sintonia tra Berlusconi e Parisi, però, si è raffreddata. Il manager non è entrato in Forza Italia e ha fondato un suo movimento con grandi ambizioni: Energie per l’Italia. Ora sembra anche possibile un riavvicinamento.

Tuttavia l’attività del fondatore della Fininvest, del Pdl e di Forza Italia gira sempre “a mille”. Negli ultimi mesi si è mobilitato su tre diversi fronti: 1) ha venduto il Milan ai cinesi ricavando consistenti risorse finanziarie (740 milioni di euro); 2) sta fronteggiando il tentativo di scalata del francese Vincent Bollorè (Vivendi) alle tv Mediaset; 3) sta restaurando la sua autorità sul centro-destra contestata dal leghista Matteo Salvini (ha vinto le elezioni comunali dello scorso giugno e i sondaggi lo danno con il vento in poppa).

Di qui il rinnovato attivismo in politica. La ricerca di volti giovani per rinnovare Forza Italia e la selezione di nomi da candidare eventualmente alla presidenza del Consiglio nelle elezioni politiche. C’è stata l’uscita a sorpresa sull’uomo che ha salvato la Fiat, ma potrebbero seguire iniziative più mirare, sempre calibrate nell’area dei tecnici. Ci potrebbe essere il corteggiamento dell’economista Carlo Calenda, ex uomo di Luca di Montezemolo e di Mario Monti, ora ministro dello Sviluppo economico nel governo diretto da Paolo Gentiloni. Ma la vera mossa a sorpresa della quale si parla è Emma Marcegaglia, imprenditrice, tassello italiano della cordata in corsa per comprare l’Ilva, ex presidente della Confindustria.

Può accadere di tutto. Berlusconi alle volte si è definito “un vecchietto” ma altre volte ha confermato la volontà di non mollare. Dopo aver lanciato il nome di Marchionne ma ribadito ai microfoni del Tg1: “Io sono in campo e ci resto. Farò il padre nobile quando avrò l’età adeguata. Ora sono un giovanotto piuttosto vivace”. Un fatto è certo: finora tutti i successori designati sono stati “divorati” dal Cavaliere. E’ quello che, secondo la mitologia greca, faceva Crono con i suoi figli. Ma Zeus riuscì a non essere divorato, si salvò e detronizzò il padre.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

L’estate rovente 
di papa Francesco

papa-francescoCase, lavoro, scuole e ospedali. Papa Francesco in quattro anni di pontificato ha ripetuto mille volte queste parole. Le stesse pronunciate ossessivamente negli anni Cinquanta e Sessanta da Giuseppe Saragat e Pietro Nenni. Per i due leader del socialismo italiano erano la spina dorsale del programma di riforme, del governo di coalizione con la Dc per cambiare la società, per rendere più giusta e democratica l’Italia. Case, lavoro, scuole, ospedali sono divenute le parole chiave di Jorge Mario Bergoglio assieme a pace, ambiente, diritti umani, accoglienza degli immigrati.

Si capì subito il profilo del nuovo papa eletto dopo le traumatiche dimissioni di Benedetto XVI. La sera del 13 marzo 2013 si affacciò dalla loggia di San Pietro subito dopo l’elezione e conquistò immediatamente il cuore dell’enorme folla di fedeli con parole semplici: «Fratelli e sorelle buona sera». Li invitò a pregare per lui, il papa scelto dai «miei fratelli cardinali» in Argentina, «quasi alla fine del mondo».

Colpì la scelta del nome Francesco, il santo dedito ai poveri, l’artefice del rinnovamento morale della Chiesa. Colpì il semplice abito bianco senza stola e il crocifisso di ferro. Colpì la decisione di non alloggiare nella sontuose sale dei Palazzi Apostolici ma a Casa Santa Marta, il semplice pensionato che in Vaticano ospita i cardinali riuniti per il conclave. Francesco stupì per i suoi comportamenti: da vescovo di Buenos Aires girava in autobus e in bicicletta, a Roma ha accettato di viaggiare su un’auto del Vaticano, ma non si trattiene dall’infrangere l’etichetta scendendo improvvisamente dalla macchina per comprarsi un paio di occhiali.

A 80 anni ha una buona fibra, regge bene alle fatiche e alle tensioni del pontificato. Viaggia molto in Italia e all’estero. Difende i giovani senza lavoro, i vecchi abbandonati, punta il dito contro il profitto senza scrupoli del capitalismo, critica lo scempio dell’ambiente. Insiste sul dialogo tra le religioni, la messa al bando della guerra, i pericoli della «terza guerra mondiale a pezzi».

La lotta alla povertà, la pace tra i popoli, la riunificazione delle Chiese cristiane, il dialogo con l’Islam sono il costante riferimento del suo pontificato. In questi anni il suo prestigio, il suo carisma sono cresciuti enormemente in Italia e a livello internazionale, con un ruolo geopolitico sempre più importante soprattutto in America Latina, in Medio ed Estremo Oriente. Il papa gesuita che si chiama Francesco ha riscosso grandi successi, ma nella Curia romana, in Vaticano, fa fatica ad affermarsi il suo rinnovamento.

Questa estate è appare particolarmente difficile, è rovente per il papa argentino non solo per le alte temperature climatiche. Ne parla Massimo Franco in un articolo sul ‘Corriere della Sera’ dal titolo: “Fra trame di potere e veleni. Il percorso ad ostacoli di Francesco”. Il notista politico del quotidiano milanese, attento analista delle vicende vaticane, scrive: «Dopo dimissioni e nuove nomine si intravede l’affanno delle riforme di Bergoglio».

Spiccano tre casi. Il Primo. Libero Milone il 20 giugno si è dimesso dal ruolo di Revisore Generale del Vaticano (con tre anni di anticipo sul previsto). Era stato nominato il 9 maggio 2015, qualche mese dopo il suo computer fu violato. Secondo caso. Georghe Pell, il ministro dell’Economia della Santa Sede, ha lasciato il Vaticano. Pell è stato accusato di reati sessuali in Australia ed è partito «per difendersi». Terzo caso. Il primo luglio il papa ha deciso di non confermare Gerhard Ludwig Muller alla guida della Congregazione per la Dottrina della Fede, l’ex Sant’Uffizio. Il cardinale tedesco aveva completato la sua direzione quinquennale, ma avrebbe potuto essere confermato.

Da anni si parla di uno scontro in Vaticano tra cardinali conservatori e progressisti, tra innovatori e restauratori. Sono comparsi anche dei “corvi” che hanno sottratto e divulgato delle carte riservate di papa Francesco. Le tensioni sono fortissime, soprattutto nelle scelte dottrinarie e in quelle economiche. È quasi una “guerra interna” tra porporati.

Sarà un caso, ma Bergoglio ha accennato a una sua possibile uscita di scena. Nell’agosto 2014, ad appena un anno dalla sua elezione a successore di San Pietro, usò parole criptiche: «Ancora due o tre anni e via, si torna alla casa del Padre». Nel marzo 2015 è tornato sull’argomento: «Ho la sensazione che il mio pontificato sarà breve. Quatto o cinque anni. Non so, o due, tre. Ben due sono passati da allora». Perché? «È come un piccolo, vago sentimento». La Curia vaticana? «Vivo nell’ultima corte che rimane in Europa» perché «le altre si sono democratizzate».

Gli intrighi vaticani sono di vecchia data. Erano forti anche durante il lungo pontificato di Karol Wojtyla. Di tanti segreti era a conoscenza Joaquin Navarro-Valls, direttore della sala stampa vaticana dal 1984 al 2006. Ma il “portavoce” ed uomo di fiducia di Giovanni Paolo II è morto ieri, non potrà più dire nulla.

Il papa polacco, di tempra morale e fisica fortissima, era molto popolare come papa Francesco. Bergoglio, come il predecessore, va avanti come un treno, stimato ed ascoltato a livello internazionale. Sa curare l’immagine ma può vantare contenuti di spessore. Si arriva anche ai paradossi. A sinistra è divenuto addirittura un mito Da alcuni esponenti della sinistra, in grave crisi, è indicato come il vero leader mondiale dei progressisti. Fausto Bertinotti fu il primo nel 2015 ad apprezzare il pontefice argentino: «Non mi pare che ci siano cose più interessanti di quelle che dice Papa Francesco, nel desolante panorama politico europeo». L’ex segretario di Rifondazione comunista fu netto: la sinistra «o è morta o è ininfluente».

Fancis X. Rocca, in un editoriale sul “The Wall Street Journal”, scrisse nel dicembre 2016: «Quando Francesco diffonderà il suo tradizionale messaggio natalizio, questo fine settimana, non lo farà solo da Capo della Chiesa cattolica, ma anche da improbabile portabandiera di tanti progressisti in tutto il mondo».

Massimo D’Alema guarda con interesse a Bergoglio. L’ex segretario del Pds-Ds ora esponente del Mpd dopo aver lasciato il Pd, lo scorso maggio ha sollecitato la sinistra a trarre ispirazione “da Francesco” su come lottare contro i conflitti e i frutti avvelenati della globalizzazione.

Qualcuno ha accusato papa Francesco perfino di essere un comunista. Il pontefice ha replicato: «Per quanto riguarda l’essere comunista: sono certo di non aver detto nulla di più rispetto a quanto insegna la Dottrina sociale della Chiesa. Sono io a seguire la Chiesa, e su questo credo di non sbagliare». Non mancano gli illustri precedenti di interventi papali sulla dottrina sociale della Chiesa. Papa Paolo VI scrisse nel 1966 la “Populorum Progressio”, l’enciclica sulla questione sociale e morale. Giovanni Paolo II, il papa polacco che sconfisse il comunismo, nel 1991 promulgò la “Centesimus Annus”, l’enciclica sull’uguaglianza e il rispetto dei lavoratori.

Bergoglio sta conducendo la sua battaglia di rinnovamento con decisione fuori e dentro il Vaticano. Per qualcuno, però, potrebbe anche gettare la spugna come ha fatto Benedetto XVI. Rifacendosi alla parole sibilline di papa Francesco c’è chi vede le sue dimissioni tra la fine del 2017 e il 2018. Il pontefice gesuita agisce con impegno, ma è sempre più in allerta. Nel ristorante di Casa Santa Marta c’è stata una novità negli ultimi mesi. Prima mangiava in un tavolo al centro della sala. Adesso è in un tavolo in un angolo. Si accompagna a pochi selezionati commensali e volta le spalle al resto della sala.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

La sinistra di Roma
contro la sinistra di Milano

Si predica l’unità e si pratica lo scontro. La sinistra di Roma contro la sinistra di Milano. La fotografia delle due sinistre è emersa con forza sabato primo luglio. La sinistra di Renzi contro quella di Pisapia-Bersani. A Milano si è riunita la sinistra renziana, a Roma quella antirenziana.

Ad aprire il match è stato in mattinata Matteo Renzi, seduto tra Maurizio Martina e Matteo Orfini, due ex Ds suoi decisi sostenitori nel Pd. All’assemblea nazionale dei circoli democratici nel capoluogo lombardo ha fatto un discorso tutto all’attacco: «Sono pronto a ragionare con tutti, ad ascoltare chiunque, ma sui temi del futuro dell’Italia non ci fermiamo davanti a nessuno». I suoi strali sono rivolti soprattutto a chi ha lasciato il Pd: Bersani, D’Alema, Speranza, Fassina, Civati (gli ex esponenti della sinistra del partito che avevano votato “no” al referendum sulla riforma costituzionale del suo governo). Ma non risparmia nemmeno Giuliano Pisapia, con il quale era in sintonia, che pure aveva incoraggiato a creare Campo progressista, una nuova aggregazione di forze di centrosinistra.

Il segretario del Pd ed ex presidente del Consiglio vinse trionfalmente le elezioni europee del 2014 con il 40,08% dei voti, ma poi ha perso le altre competizioni elettorali (comunali del 2016 e di giugno 2017, referendum costituzionale del 4 dicembre). E sono cominciati i guai. È scattata una serie di scissioni a catena.

Adesso pesano le accuse della sinistra di Roma di essere il responsabile delle sconfitte del centrosinistra e i ‘no’ a una ricandidatura alla presidenza del Consiglio in nome di una “forte discontinuità” politica. Il segretario dei democratici sprona i suoi a Milano: «Non è un attacco contro di me, ma è un attacco contro il Pd. Ma così attaccano l’unica diga che c’è in Italia contro i populisti». Basta con lo sguardo rivolto al “passato” e con la “nostalgia” di ciò che è stato. Conclusione svolta davanti alla sinistra di Milano: fuori del Pd «non c’è la rivoluzione socialista, marxista, leninista» ma «la sconfitta della sinistra» e la vittoria del M5S e della Lega Nord.

Il discorso meno teso della sinistra di Roma verso Renzi lo fa Pisapia. L’ex sindaco di Milano lancia “Insieme”, parlando a Roma in piazza Santi Apostoli, un tempo la piazza dei comizi di Romano Prodi e dell’Ulivo. È un inno all’unità: «Uscire dai problemi da soli è avarizia, assieme è politica. Da soli non si va da nessuna parte». Lo slogan della manifestazione è: «Nessuno è escluso».

Sono presenti Bersani, D’Alema, Speranza (Mdp). Civati (Possibile), Fratoianni e Fassina (Sinistra Italiana), Bonelli (Verdi), Tabacci (Centro democratico), i redattori dell’”Unità” che ha chiuso i battenti. Delinea il traguardo: «Oggi nasce la nuova casa comune del centrosinistra. Senza dimenticare il passato, ma radicalmente innovativo». Insiste sulla necessità di superare i laceranti contrasti: «Non c’è altra strada insieme. L’altra strada della divisione, di non essere ancorati a principi rischia di dare il nostro Paese alla destra, al populismo, alla demagogia». Ma insieme con Renzi è un’impresa difficile: c’è una “mancanza di autocritica”, anche dopo “la sonora sconfitta” nelle elezioni comunali di giugno.

Chi attacca frontalmente Renzi a piazza Santi Apostoli, applaudito dai militanti, è Bersani. L’ex segretario democratico chiede una «radicale discontinuità» e «non per rancore, nostalgia, antipatia ma perché abbiamo un pensiero radicalmente diverso». Boccia la gestione leaderista del partito e le scelte politiche del governo soprattutto sul lavoro. Usa parole pesanti come pietre: «Basta camarille, gigli magici, arroganza. Non se ne può più».

La sinistra di Roma e la sinistra di Milano parlano lingue diverse, le distanze aumentano, viaggiano ormai in rotta di collisione. È difficile immaginare, per ora, una collaborazione. Sarà arduo, forse impossibile costruire una intesa elettorale per le politiche.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Le rottamazioni incrociate
del centro sinistra

prodirenzi.jpgAvanti con la coalizione di centrosinistra. Basta coalizione. Rottamazioni incrociate. Proviamo una nuova coalizione o “larga” o “stretta”. La sconfitta elettorale ai ballottaggi di domenica 25 giugno brucia la pelle e i polmoni delle sinistre e del Pd. Le sinistre e i democratici respirano a fatica, con l’affanno, alla ricerca di una medicina efficace.

Per Prodi, Bersani, D’Alema, Pisapia, Nencini (sinistre riformiste esterne al Pd) la medicina è l’unità, la coalizione di centrosinistra: è questa la strada, ma diversamente modulata, per tornare a vincere sconfiggendo il centrodestra e i cinquestelle. Pier Luigi Bersani, però, ha chiesto “discontinuità” chiudendo la porta a una ricandidatura di Matteo Renzi a Palazzo Chigi. Andrea Orlando e Gianni Cuperlo (sinistra interna Pd) sollecitano Renzi a un immediato cambio di linea imboccando la strada della coalizione.

Sinistra Italiana, invece, non vuole più accordi con Renzi e con il Pd. Secondo Nicola Fratoianni e Stefano Fassina è ormai su posizioni neo centriste. La nuova sinistra radicale nemmeno vuol sentire parlare del segretario democratico. Tomaso Montanari e Anna Falcone, nell’assemblea del 18 giugno al Teatro Brancaccio a Roma, sono stati durissimi. Montanari ha tuonato: ormai Renzi «fa parte della destra».

Coalizione no, coalizione sì. Un caos post sconfitta elettorale. Renzi è per il no: «Il dibattito sulla coalizione addormenta gli elettori e non serve». Il segretario del Pd ha indicato un’altra strada, quella della leadership, dei risultati, dei progetti e dei contenuti: «Agli italiani interessa cosa facciamo sulle tasse…Trovatemene uno interessato alle coalizioni e gli diamo un premio fedeltà».

Renzi sembra intenzionato a rottamare la coalizione di centrosinistra puntando le sue carte sull’autosufficienza del Pd. Nelle elezioni comunali il segretario democratico ha scelto le coalizioni, ma ha perso anche a Genova nella quale il centrosinistra era unito. Così sindaco della città, storica roccaforte “rossa”, è divenuto un uomo del centrodestra, anche grazie all’aiuto dei voti targati cinquestelle.

Una “legnata” sulla testa di Romano Prodi. Va in rotta di collisione con Renzi. L’inventore dell’Ulivo, dell’Unione di centrosinistra e del Pd si era mostrato pronto a spendersi come “federatore” per ricomporre le tante divisioni del centrosinistra. La polemica con Renzi è dura: «Leggo che il segretario del Partito democratico mi invita a spostare un po’ lontano la tenda. Lo farò senza difficoltà, la mia tenda è molto leggera. Intanto l’ho messa nello zaino».

Sembra che Prodi si sia infuriato soprattutto dopo aver letto l’affermazione di Renzi al ‘Quotidiano Nazionale’: «I migliori amici di Berlusca sono i suoi nemici, che invocano coalizioni più larghe…». Secondo quel ragionamento, ha pensato Prodi, Renzi imputava la sconfitta del Pd a tutti i sostenitori della coalizione di centrosinistra, compreso l’inventore dell’Ulivo. Poi un post di Matteo Orfini su Twitter ha fatto deflagrare lo scontro. Il presidente del Pd aveva messo su Twitter un’immagine di un vertice dell’Unione ai tempi di Prodi. Si vedeva un enorme tavolo con l’allora presidente del Consiglio, alcuni ministri e una miriade di esponenti di partiti, partitini e micro partiti (in tutto 33 persone). L’immagine era accompagnata da un commento di Orfini dal sapore ironico: «La nuova linea è ‘Renzi convochi subito il tavolo del centrosinistra!’. Favoriamo l’immagine per facilitare il lavoro».

Non l’ha presa bene nemmeno Bersani. L’ex segretario del Pd, da febbraio nel Mdp, ha considerato atti di ingenerosità” o perfino “canaglieschi” addossare agli scissionisti e alla sinistra in genere la responsabilità della “botta” alle comunali.

Ma la stessa maggioranza renziana è in fibrillazione. Dario Franceschini, uomo forte della maggioranza del partito, critica il segretario e il no alla coalizione: «Il Pd è nato per unire, non per dividere». I renziani di stretta osservanza sono in allarme. Temono un attacco concentrico contro il segretario, appena rieletto dal congresso a grande maggioranza di voti nelle primarie. Il primo passo dei critici sarebbe di candidare non Renzi, ma un altro nome a presidente del Consiglio tipo Enrico Letta o Carlo Calenda.

Tiene banco un caotico scontro. Il progetto di coalizione di fatto è archiviato. Sono arrivate rottamazioni incrociate, operate in modo corale e con obiettivi contrapposti dai diversi protagonisti.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)