Rodolfo Ruocco
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Rodolfo Ruocco

Quotidiani a picco, la Rete un missile pericoloso

edicola

La Rete fa boom, i quotidiani flop. La mia edicola si è salvata, quella sul marciapiede di fronte no: ha chiuso i battenti per mancanza di clienti. Ha subito la sorte di tante altre edicole a Roma e in tutta Italia: i conti vanno in rosso e le serrande non si rialzano più. Anche via Gregorio VII, a cinquecento metri da San Pietro, non fa eccezione alla regola: si vendono sempre meno giornali, anche in zone come questa densa di centri universitari, scuole, attività commerciali e professionali.
Una crisi strutturale sta divorando i quotidiani e le riviste.
Il Censis (Centro studi investimento sociali), con il 51° “Rapporto sulla situazione sociale del Paese”, aiuta a capire meglio la malattia della carta stampata: gli italiani che leggono regolarmente i quotidiani per informarsi durante la settimana si sono ridotti nel 2017 ad appena il 14,2%. E sono solo il 5,6% tra i giovani. Un disastro.
Gli ultimi lustri sono stati una Caporetto. In 15 anni le copie vendute dei quotidiani si sono dimezzate: dai quasi 6 milioni al giorno del 2000 sono crollate a meno di 3 milioni nel 2016. I periodici, settimanali e mensili, hanno fatto registrare una piccola ripresa dopo essersi ridotti al lumicino.
Crollano le copie e sprofonda la pubblicità. Il fenomeno si è ripetuto negli ultimi mesi. Secondo l’Osservatorio Stampa Fcp (Federazione concessionarie pubblicità) il fatturato pubblicitario dei quotidiani è calato del 9,1% nel periodo gennaio-ottobre 2017 rispetto agli stessi mesi del 2016. I settimanali hanno accusato un colpo leggermente inferiore (meno 5,5%) come i mensili (meno 7,8%).
Sempre di più gli italiani preferiscono la televisione ed internet per informarsi. In particolare: la tv tradizionale regge negli ascolti (grazie soprattutto agli anziani) mentre il web è in fortissima espansione (è usatissimo dai giovani). Il Censis dà un’indicazione sulle scelte: la televisione conserva il primo posto nelle preferenze degli intervistati con il 28,5%, segue internet con il 26,6% e i social network con il 27,1%. Però sommando i due dati del web, la comunicazione online arriva alla maggioranza assoluta con il 53,7%. Il missile che va fortissimo è la Rete. Per gli altri media restano le briciole (il cinema si ferma al 2,1%).
Cos’è che non funziona? Perché la carta stampata sprofonda, la televisione regge e internet fa boom? Secondo il Censis i giornali su carta continuano a soffrire la mancata integrazione con il mondo della comunicazione digitale. Ma la malattia solo in parte si spiega con questa causa. I giornali tradizionali negli ultimi anni hanno conquistato importanti posizioni sulla Rete grazie alle rispettive versioni sul web (Corriere.it, Repubblica.it, La Stampa.it e via di seguito). I quotidiani su carta e su internet, fortemente integrati (gli stessi giornalisti confezionano gli articoli per le diverse versioni), danno un’informazione differenziata secondo le esigenze delle diverse piattaforme editoriali. Le differenti caratteristiche degli strumenti di comunicazione hanno tracciato i rispettivi spazi. L’informazione su internet è immediata, a ciclo continuo e sintetica; quella sulla carta stampata cade ogni 24 ore, è approfondita e ricca di analisi.
L’integrazione funziona. La credibilità giornalistica dei quotidiani su carta ancora tiene: così marciano bene i giornali online espressione dei quotidiani tradizionali mentre praticamente hanno pochissimo spazio le testate pensate e presenti solo sul web. Tuttavia il buon andamento dei quotidiani online (in parte gratis e in parte in abbonamento) non riesce a compensare la crisi di quelli su carta (la pubblicità cresce per i primi e sprofonda per i secondi).
La Rete, poi, è piene di trappole. Agli italiani piace internet ma sono in allarme per le false notizie, le cosiddette fake news usando un termine inglese molto di moda. A più della metà degli utenti di internet è capitato di dare credito a notizie false circolate in Rete: la percentuale scende di poco per le persone più istruite (51,9%), ma sale fino al 58,8% tra i più giovani. Il Censis spiega: «Per il 77,8% degli italiani, inoltre, quello delle fake news è un fenomeno pericoloso. Soprattutto le persone più istruite ritengono che le bugie sul web vengono create ad arte per inquinare il dibattito pubblico (74,1%) e che favoriscono il populismo (69,4%)».
Internet corre come un missile, è in ottima salute, è una enorme galassia in continua espansione ma insidiata da micidiali trappole. Il suo futuro, e soprattutto quello del corretto funzionamento della democrazia è legato alla cura (ancora tutta da scoprire) su come estirpare le false notizie, le bufale che danno una informazione sbagliata della realtà politica, economica, sociale.
Strettamente connesso è il problema del Far west del web. La Rete è uno sconfinato impero globale che non conosce frontiere governato da poche, potentissime multinazionali come Facebook, Twitter, Google, YouTube. In mancanza di una regolamentazione nazionale e, soprattutto, internazionale i giganti statunitensi del web, nati a cavallo del 2000 dall’inventiva dei dinamici ex giovani imprenditori della Silicon Valley, fanno il bello e il cattivo tempo. Dettano le regole agli utenti-consumatori e agli stessi Stati eludendo ed evadendo le tasse. Per ora solo le nazioni a regime autoritario, quelle più potenti, sono riuscite a porre dei paletti. Ecco, anche in questo campo, le democrazie rischiano di restare indietro e devono recuperare il terreno perduto.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Primo articolo – Segue

Liberi e Uguali. La sinistra cancella “sinistra” dalla lista

Il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso a Firenze in una foto del 2010 ANSA/MAURIZIO DEGL' INNOCENTI

Il nome in politica, come nella vita, è importante: indica un programma, una identità, un profilo di società. La sinistra alla sinistra del Pd alla fine ha scelto il nome con cui presentarsi alle elezioni politiche: “Liberi e uguali”. La decisione, non scontata, è stata ufficializzata da Pietro Grasso. Il presidente del Senato ha accettato ieri, tra gli applausi dei 1.500 delegati e militanti di sinistra, di correre come candidato presidente del Consiglio: «Io ci sono, noi riaccenderemo la speranza». E ha ufficializzato la scelta del nome della lista elettorale: la battaglia sarà perché tutti «siano liberi e uguali, liberi e uguali». Così ha indicato il nome della lista elettorale, Liberi e uguali, appunto.
Le tre sinistre, che hanno proposto la candidatura a Grasso e organizzato l’assemblea all’Atlantico Live a Roma, hanno tirato un sospiro di sollievo, forse tra non troppo entusiasmo. Movimento democratico e progressista, Mdp in sigla (Speranza, Bersani, D’Alema), Sinistra italiana, acronimo Si (Fratoianni e Fassina) e Possibile (Civati), alla fine sono riusciti a trovare una soluzione in tempo utile: una manciata di mesi prima delle elezioni politiche della prossima primavera, appena 4 mesi prima del possibile appuntamento con le urne da molti atteso a marzo.
All’inizio il candidato premier prescelto era stato Giuliano Pisapia, “il federatore” come l’aveva definito Pier Luigi Bersani, alfiere di «un nuovo centrosinistra largo». Ma i tanti “no” pronunciati da Fratoianni, Fassina e Civati, hanno ostacolato la marcia dell’ex sindaco di Milano, cammino bloccato infine dallo scontro con Massimo D’Alema e dallo scoglio su una possibile alleanza con Matteo Renzi.
Di qui il ricorso alla carta di Grasso, uscito poco tempo fa dal Pd dichiarando: «Ero, e sono rimasto, un ragazzo di sinistra». Le scelte di sinistra sul lavoro, sui diritti civili, sugli immigrati, sul rinnovamento dell’Italia hanno determinato una forte sintonia. Sia l’ex magistrato, sia la sinistra radicale, sia gli ex Pd hanno contestato Renzi per la “subalternità” alle proposte sociali, economiche ed istituzionali della destra.
Così era naturale aspettarsi un nome della lista caratterizzato dalla parola sinistra o socialista, invece non è avvenuto. Sembra che la discussione su quale nome scegliere sia stata dura, ma alla fine è prevalsa la decisione di adottare Liberi e uguali.
È prevalso l’orientamento di corteggiare il ceto medio allergico alla parola sinistra e, tanto più, a quella socialista. Sulla scomparsa della parola sinistra D’Alema ha dato una spiegazione ai giornalisti:«Vogliamo rivolgerci a tutti gli italiani. Non vogliamo rinchiuderci nel recinto della sinistra». I rapporti con il Pd si profilano concorrenziali e di sfida. Renzi si è domandato «se comanderà Grasso o D’Alema». Ritiene «che un elettore di sinistra farà fatica» a votare per la sinistra radicale in un collegio perché ci sarebbe il rischio di far vincere Berlusconi e Salvini.

Anche Riccardo Nencini ha indicato il pericolo di “un danno” per “l’intero centrosinistra”. In questo modo “il rischio in alcuni collegi del Sud e del Nord per la vittoria del centrosinistra proviene da casa sua, non da fuori”, e anche in Toscana “certo non è un aiuto”. Nencini non si dice stupito del fatto che sul nuovo movimento ci sia “l’ombra” di D’Alema e Bersani ma è convinto che Liberi e Uguali non danneggerà “un tentativo che proprio questa settimana metteremo in campo, Socialisti, Verdi e Pisapia, quanto alla costruzione di una sinistra riformista alleata del Pd e non solo per le prossime elezioni politiche”.

Adesso la parola passerà agli elettori. Alle urne si vedrà quanti elettori di sinistra e progressisti delusi, Liberi e uguali riuscirà a raccogliere. D’Alema si aspetta «un risultato a due cifre». Gli ultimi sondaggi elettorali, però, danno solo il 5-6% dei voti alla lista unitaria delle tre sinistre. Il Pd, invece, sarebbe testa a testa con il M5S intorno al 25-26%, mentre il centro-destra otterrebbe il 35%. Ma da ora al voto molto potrebbe cambiare.

Rodolfo Rucco

Di Maio e Di Battista, 
M5S a due normalità

di-battista-di-maioBasta urla. Non incutere più paura. Il M5S normale. Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista, in modi diversi, lanciano in pista un Movimento rassicurante, tranquillo, di governo, non più rivoluzionario e anti sistema.

I giovani Di Maio, 31 anni, e Di Battista, 39 anni, hanno fatto partire la strategia di corteggiamento dei ceti moderati, sia pure con stili molto diversi. Il traguardo sono le elezioni politiche della prossima primavera. Con qualche mese di anticipo è scattato Di Maio. L’attività è frenetica, all’estero e in Italia, tra gli imprenditori nazionali e quelli internazionali.

Ha puntato sul presidente della Repubblica Francese, Emmanuel Macron, il più europeista tra i capi di Stato della Ue. In una lettera aperta ha paragonato i cinquestelle alla sua “formazione giovanissima” che ha sconfitto i partiti tradizionali francesi. Ha assicurato: “Il Movimento 5 Stelle non ha nulla a che fare con certe formazioni xenofobe e antagoniste che crescono un po’ ovunque in Europa”.

Di Maio ha messo da parte le più importanti e vittoriose battaglie populiste d’opposizione realizzate da Beppe Grillo negli ultimi anni a colpi di “vaff..” e di sberleffi: l’addio all’euro e alla stessa Unione europea, gli attacchi alle banche e alle grandi imprese multinazionali, il no all’”invasione” dell’Italia da parte degli immigrati.

Alla convention del M5S di Milano ha teorizzato: “Nessuno ci crede più che siamo il male dell’Italia”. Ha attaccato i partiti tradizionali usando i loro stessi slogan: il M5S è “l’unica forza politica che può assicurare la stabilità al Paese”. I cinquestelle sono diventati una grande forza politica con cui fare i conti: hanno conquistato i sindaci di molti importanti città italiane come Roma e Torino (in queste metropoli, però, i risultati non sono certo entusiasmanti) e i sondaggi elettorali li danno testa a testa con il Pd nella sfida a primo partito italiano con circa il 27% dei voti.

Di Maio e Di Battista, la rivoluzione liberale non riuscita a Berlusconi sembra essere riproposta in chiave pentastellata. Sulla forte ascesa del M5S Di Maio, al di là di errori e gaffe, tenta di sfondare con la doppia qualifica di candidato premier e di “capo politico” dei cinquestelle.

Due diverse normalità: istituzionale quella del vice presidente della Camera, movimentista quella di Di Battista. Dibbà, com’è chiamato affettuosamente da amici e compagni, ha annunciato che non si ricandiderà alla Camera per motivi personali: “Voglio dedicarmi a mio figlio”. A La7 ha parlato del percorso, piuttosto intimo, di terapia di coppia intrapreso con la compagna Sahra per affrontare meglio la gravidanza improvvisa: “E’ stato un viaggio bellissimo”. Roba da confessione da diario serale.

Spiega l’addio alla Camera in un libro appena dato alle stampe con la Rizzoli: “Meglio liberi. Lettera a mio figlio sul coraggio di cambiare”. Parla delle battaglie in piazza (anche nel suo caso non mancano errori e gaffe) e soprattutto del figlio Andrea nato da poco. Racconta molti episodi intimi come questo: “L’ho pulito con cura; i suoi angelici escrementi erano piuttosto appiccicosi la prima settimana ma era roba di mio figlio, sangue del mio sangue e non ho provato disgusto”. E’ un gesto di padre affettuoso ma certamente non si tratta di un’impresa eroica. Ma questi comportamenti personalissimi, apparentemente lontani dalla politica, sono un aspetto della nuova normalità del M5S, vogliono fare breccia sui lettori e su gli elettori.

Di Maio e Di Battista, il M5S cambia pelle. Le urla di “tutti a casa!” di Grillo, i suoi insulti (Berlusconi “psiconano”, Renzi “ebetino di Firenze”, Napolitano “salma”, Bersani “Gargamella”) sembrano il passato populista archiviato. Ma su queste “spallate”, facendo leva sulla protesta dei disoccupati, dei precari e delle vittime della crisi economica, il comico genovese ha fondato e portato al trionfo il M5S. Quando a settembre ha ceduto a Di Maio lo scettro di “capo” dei cinquestelle ha avvertito: “Vado in pensione ma starò sempre con voi”.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Tra Renzi e Bersani 
il muro è invalicabile

bersani renzi

Piero Fassino avrebbe potuto proporre anche la Luna, ma senza alcun risultato. Non avrebbe mai potuto ricomporre la frattura con Bersani, D’Alema e Speranza. Renzi-Bersani, il muro è invalicabile. L’ex sindaco di Torino, il mediatore messo in pista da Matteo Renzi, si è scontrato con una infinita serie di “no”. Rancori personali e contrasti politici sono diventati un muro invalicabile dopo la traumatica scissione del Pd dello scorso febbraio e la fondazione del Movimento democratico progressista (Mdp in sigla).

È impossibile ricomporre i dissensi sul mercato del lavoro, sulle tasse, sulle pensioni, sulla scuola, sulla legge elettorale se viene messa in discussione la stessa identità di sinistra del Pd renziano. Sul segretario democratico pendono tre sanguinose accuse: 1) la trasformazione del Pd in un partito personale, 2) lo sradicamento delle radici di sinistra, 3) l’adozione di politiche di destra. Roberto Speranza ha motivato il “no” ad una intesa elettorale per le politiche proposta da Fassino con parole senza appello: «Io ho rotto con Renzi perché Renzi ha rotto con il suo popolo, lo ha tradito». Massimo D’Alema è stato tra i più decisi oppositori ad ogni tipo di accordo: «Tutta l’ispirazione politica renziana è contraria ai valori della sinistra». Pier Luigi Bersani ha fatto riferimento alla vecchia base elettorale: «C’è un pezzo di popolo di centrosinistra che non ne vuol sapere di Renzi e della sua arroganza».

La chiave di lettura della frattura emerge dalla famosa, strampalata ma efficace metafora bersaniana sulla “mucca” della destra entrata indisturbata nella casa del Pd. L’ex segretario democratico nel giugno del 2016 avvertì: «Chi sottovaluta le potenzialità della destra, non vede la mucca nel corridoio». A novembre dell’anno scorso rincarò: «La mucca nel corridoio sta bussando alla porta». Poi arrivò la scissione e la fondazione di Mdp come risposta alla “mucca” della destra che scorrazzava dentro la casa del Pd.

Renzi-Bersani, regna l’incomunicabilità. Fassino, nei suoi incontri per costruire un nuovo centro-sinistra, ha insistito sulla strategia di “uniti si vince”. Bersani, invece, ha replicato con “uniti si perde”, perché «abbiamo visto da tre anni che si può perdere tutte le volte».

Adesso è impossibile siglare una alleanza con Renzi, accusato di aver abbracciato i valori e i programmi della destra sul piano sociale, economico ed istituzionale. Anzi, la sinistra alla sinistra del Pd non la considera conveniente. Se l’obiettivo è raccogliere alle politiche i voti degli elettori delusi di sinistra finiti nel M5S, nell’astensione e rimasti solo con un piede nel Pd, la contrapposizione con Renzi resterà frontale.

La linea è chiara. Il 3 dicembre una assemblea nazionale a Roma di Mdp, Sinistra italiana (Fratoianni e Fassina) e Possibile (Civati) lancerebbe una lista elettorale unitaria per le politiche. Dovrebbe essere acclamato leader il presidente del Senato, Pietro Grasso, uscito recentemente dal Pd. Sei mesi fa l’obiettivo era ambizioso: raccogliere il 10-15% dei voti, ma adesso il clima non è dei migliori. I sondaggi elettorali assegnano appena il 3% dei voti a Mdp (rischia di non superare nemmeno lo sbarramento elettorale) e solo il 2% a Si, mentre Possibile non è nemmeno segnalato.

Renzi-Bersani, i ponti sono rotti. Il segretario del Pd nella riunione alla ex Stazione Leopolda di Firenze ha preso atto del ‘no’ a un’intesa: «Ci è stato detto non ci interessa e rispettiamo questa volontà». Per chi esce c’è “rispetto” e “non rancore”. Ha evitato polemiche ma si è rammaricato: «Secondo me è un’occasione persa per costruire un progetto unitario e non consegnare il Paese all’irresponsabilità». Adesso sta lavorando a un accordo con Giuliano Pisapia (Campo Progressista), Angelino Alfano (Alternativa popolare), Emma Bonino (radicali), Riccardo Nencini (socialisti), Angelo Bonelli (verdi), Lorenzo Dellai (Democrazia solidale).

Ora si corre velocemente verso le elezioni politiche della prossima primavera. Per la sinistra è arduo risalire la china e farsi strada tra concorrenti colossi. I sondaggi danno il centro-destra di Silvio Berlusconi al 35% dei voti, il M5S di Beppe Grillo al 27% e il Pd al 25%. I cinquestelle raccolgono i voti di protesta sia di destra e sia di sinistra e si ergono a campioni dell’opposizione a Renzi. Nelle elezioni politiche non sarà semplice fargli concorrenza sul piano dell’opposizione ragionata contro quella populista.

Non sarà semplice nemmeno la sfida con Renzi. La lotta sarà tra irriducibili avversari, un tempo nello stesso partito. Dopo le elezioni, molto probabilmente nessuno avrà una maggioranza per governare e si aprirà un capitolo nuovo. Bersani si è già posto il problema: «Non vince nessuno, ci si ritrova comunque in Parlamento». Tuttavia ha aggiunto: «Però non metto limiti alla Provvidenza». Renzi-Bersani, c’è un muro invalicabile, almeno per ora.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Giuliano Pisapia “copre” 
a sinistra Matteo Renzi

COMUNE, INCONTRO PISAPIA- RENZI - FOTO 9

Matteo Renzi schiva l’isolamento a sinistra. Quando la missione di Piero Fassino per costruire “un centrosinistra ampio” cominciava a volgere al brutto, è arrivata una schiarita. L’ex sindaco di Torino ha posto le premesse per una intesa con Giuliano Pisapia. Fassino ha avuto un colloquio importante con l’ex sindaco di Milano. Un comunicato stampa congiunto è andato al nocciolo: “L’incontro è stato positivo”.

Ancora non c’è l’accordo, ma la strada è segnata. Nei prossimi giorni ci saranno altri incontri e riunioni per discutere un programma comune tra il Pd di Renzi e Campo Progressista di Pisapia. L’obiettivo è avviare «una nuova stagione del centrosinistra». Se tutto andrà bene Pd e Campo Progressista daranno vita ad una coalizione nelle difficili elezioni politiche della prossima primavera (il centrodestra di Berlusconi e i cinquestelle di Grillo volano nei sondaggi).

Fassino da una settimana si sta spendendo molto per ricomporre le forti divisioni scoppiate dopo le scissioni del Pd: nel 2015 se ne sono andati Civati, Cofferati e Fassina; all’inizio di quest’anno Bersani, D’Alema e Speranza. Tutte le scissioni sono avvenute da sinistra, hanno contestato le “scelte di destra” del segretario del Pd in economia e nelle istituzioni.

Fassino, su mandato di Renzi, sta cercando di superare i contrasti per recuperare l’unità. Una impresa difficile. In una settimana di incontri e contatti, l’ex segretario Ds ha collazionato una serie di pesanti no. Un pesante no, anche se non definitivo, è arrivato dal Mdp (Bersani, D’Alema, Speranza). Bersani è stato duro: gli incontri di Fassino sono «un teatro», non è possibile una alleanza perché «c’è un pezzo di popolo di centrosinistra che non ne vuol sapere di Renzi e della sua arroganza».

Mentre per l’ultimo segretario dei Ds «divisi di perde», secondo l’ex segretario del Pd è vero il contrario: «Uniti si perde» perché le differenze sono troppo forti. Fratoianni e Fassina (Sinistra Italiana), Civati (Possibile) hanno posizioni ancora più radicali contro Renzi. Dal presidente del Senato Pietro Grasso e dalla presidente della Camera Laura Boldrini (probabilmente politicamente impegnati con Bersani) sono giunti altri due perentori “no”, anche se imbastiti in una garbata “confezione istituzionale”.

Tuttavia tra tanti “niet” sono arrivati anche dei “sì” ad aprire un dialogo. Il colloquio con Romano Prodi a Bologna «è stato un incontro molto positivo». L’inventore dell’Ulivo e del Pd, che pure ha un rapporto aspro con il giovane segretario democratico, si è mostrato disponibile con Fassino a ricucire i contrasti. Sono andati bene anche i colloqui con i radicali di Emma Bonino, con i socialisti di Riccardo Nencini, con i Verdi di Angelo Bonelli, con l’Idv di Ignazio Messina e con Democrazia Solidale di Andrea Olivero.

Si è aperto un varco per rompere l’isolamento di Renzi, reduce da tante sconfitte: le elezioni regionali del 2015, quelle comunali del 2016, il referendum sulla riforma costituzionale del 4 dicembre dello scorso anno, le regionali siciliane all’inizio di novembre. È importante soprattutto il sì di Pisapia, ex sindaco di Milano molto stimato, l’uomo indicato come “il federatore” del centrosinistra dal tandem Bersani-D’Alema prima che sopraggiungesse una clamorosa rottura. L’aggancio di Pisapia sarebbe un colpaccio per Fassino: alle elezioni politiche coprirebbe a sinistra Renzi.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

L’Italia nel pallone. Una sconfitta che lascia il segno. Ora rinnovarsi

ventura tavecchioGigi Buffon ha pianto a dirotto a fine partita: «Dispiace, abbiamo fallito…». L’Italia nel pallone. Il portiere della Nazionale di calcio esprime un sentimento diffuso tra gli italiani, grandi appassionati del pallone e degli azzurri. L’Italia battuta dalla Svezia (0-1 a Stoccolma e 0-0 a Milano) è una bruttissima notizia: non parteciperà al Campionato mondiale di calcio del 2018, non andrà a giocare in Russia.

Una disfatta. Non succedeva dal 1958, da 60 anni. Subito è scattata la caccia alle responsabilità. L’allenatore della nazionale Giampiero Ventura è il primo a pagare il conto. Il presidente della Federcalcio lo ha esonerato dall’incarico. Carlo Tavecchio ieri sera ha annunciato: «Ho parlato con Ventura e gli ho comunicato che non abbiamo più necessità della sua collaborazione». Ha indicato il prossimo appuntamento per lunedì: «Abbiamo pensato a profili di allenatori importanti e vedremo di portare possibilmente a termine una di queste ipotesi». Ora è caccia al nuovo grande allenatore della nazionale. Girano tanti nomi: Allegri, Ancelotti, Conte, Di Francesco, Mancini, Maldini, Montella, Ranieri. Tuttavia i nomi più gettonati sono Ancelotti e Maldini. Ventura era consapevole di essere la prima vittima («E’ un risultato pesantissimo…Chiedo scusa agli italiani»), invano ha cercato di temporeggiare ma pur perdendo il posto sembra che abbia salvato il suo super compenso.

L’Italia nel pallone. Sotto accusa è tutto il mondo del calcio. Il presidente del Coni, Giovanni Malagò, chiede le dimissioni del presidente della Federcalcio. Carlo Tavecchio però temporeggia tra polemiche e accuse infuocate. Una parte della Federcalcio è in rivolta. Damiano Tommasi, Assocalciatori, ieri ha chiesto invano l’azzeramento delle cariche e nuove elezioni.

L’Italia nel pallone. La sconfitta di lunedì 13 novembre nello stadio San Siro a Milano lascia il segno. E’ il segnale che il glorioso pallone italiano si è sgonfiato. Il ministro per il Turismo Luca Lotti sollecita soluzioni radicali: «Il mondo del calcio va rifondato». Manca un disegno complessivo, dice a sorpresa Walter Veltroni, ex segretario del Pd, appassionato ed esperto di calcio, intervistato da Fabio Martini per ‘La Stampa’. Veltroni presidente della Federcalcio? La risposta non è né sì né no: «Nessuno me lo chiede». Ridisegna l’impero del pallone. Per la Federcalcio «andrebbero valorizzati personaggi capaci di incarnare valori come la competenza, l’autorevolezza e la terzietà rispetto ai poteri consolidati». Cita «Del Piero, Maldini, Costacurda, Vialli, Tardelli, Cabrini,Buffon…». Fa anche i nomi di possibili allenatori ritenuti persone serie e preparate come «Montella, Inzaghi, Di Francesco, Giampaolo, Gasperini».

L’Italia nel pallone. Per comprendere le dimensioni del disastro basta una notizia: sia la Lega calcio di serie A sia quella di serie B sono commissariate. Certo in queste condizioni è molto difficile combinare qualcosa di buono.

Eppure i club italiani (dalla Juve al Milan, all’Inter) sono famosi e contano tifosi in tutto il mondo, l’Italia è da sempre un nome celebre nel firmamento del calcio internazionale. Ora, però, è meglio prendere atto che l’Italia è una ex potenza calcistica. La Nazionale azzurra ha vinto quattro volte la Coppa del mondo: nel 1934, nel 1938, nel 1982, nel 2006. Due volte durante il regime fascista (1934 e 1938) con Benito Mussolini duce e capo del governo, una volta nella Prima Repubblica (1982, presidente della Repubblica Sandro Pertini e presidente del Consiglio Giovanni Spadolini), e una volta nella Seconda Repubblica (capo dello Stato Giorgio Napolitano e premier Romano Prodi). Una strana coincidenza: sia Mussolini, sia Spadolini, sia Prodi hanno avuto poca fortuna: il primo fu ucciso dopo la caduta del fascismo, il secondo scomparve assieme al Pri con la fine della Prima Repubblica, il terzo cadde per il disfacimento della sua coalizione di centro-sinistra.

Il calcio è una importante realtà dagli aspetti multiformi: è un fortissimo elemento di aggregazione sociale per ragazzi ed adulti su campi e campetti di tutti i tipi, è un affinatore di tecniche del pallone, costruisce fuoriclasse e squadre mito, cadenza le giornate degli italiani tra anticipi e posticipi del sabato e della domenica. E’ una grande passione degli italiani che non solo modella tendenze ma produce un gigantesco giro di affari e di interessi tra partite, diritti televisivi, pubblicità, fabbriche che sfornano magliette e scarpini. L’esclusione dell’Italia dai mondiali di calcio, solo per dirne una, porterebbe ad un danno complessivo di circa 100 milioni di euro (una media di 12 milioni di connazionali guarda una partita degli azzurri in televisione durante i Mondiali). Qualcuno arriva a mettere in conto la perdita dell’1% del reddito nazionale dopo l’esclusione dell’Italia dai Mondiali.

Il colpo è fortissimo per il “marchio” del calcio italiano e anche per la stessa immagine dell’Italia nel mondo. E’ un declino sportivo legato a quello politico: manca una strategia per lo sport come per gli altri settori della società. Se non ci sarà un rinnovamento tutto il mondo del calcio rischia di schiantarsi. Il primo segnale c’è stato a Milano lunedì 13 novembre.

La disfatta di San Siro e di Ventura rischia di restare immortalata nei libri di storia da studiare sui banchi di scuola, come il disastro di Lissa e dell’ammiraglio Persano, la clamorosa sconfitta subìta nel 1866 dall’allora moderna flotta italiana per mano delle vecchie navi da guerra austriache. Ma l’Italia monarchica e liberale seppe superare quel disastro, recuperò il terreno perduto e poi nel 1918 arrivò la vittoria contro l’Impero asburgico nella Prima Guerra Mondiale.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Italiani in fuga. Emigrano “braccia” e non solo “cervelli”

Mezzogiorno_lavoro_giovani_ferrovieEmigrati, emigrazione sono due spaventose parole che parevano abolite dalla lingua italiana con gli anni del boom economico. Invece sono riemerse con drammatica durezza: i disperati africani e mediorientali sbarcano in Italia, ma gli italiani emigrano verso tutti i continenti.
Lo spartiacque è il 2008, l’anno dell’inizio della Grande crisi internazionale che ha colpito in particolare il Belpaese. Enrico Pugliese lo ha argomentato al convegno “Emigrare in tempo di crisi”: la svolta è avvenuta «a partire dagli anni della crisi e della recessione». Dalla discussione svoltasi venerdì 10 novembre nella sala Zuccari a Palazzo Giustiniani, sede del presidente del Senato, organizzata dal Faim (Forum associazioni italiane nel mondo), sono emersi dati clamorosi: soltanto negli ultimi due anni (2015-2016) sarebbero emigrate circa 600 mila persone, in molti casi intere famiglie. I dati del cambio di residenza non sono realistici, molte persone lasciano l’Italia senza formalizzare l’espatrio all’anagrafe.
È sfatato il mito della fuga targata “giovani” e “cervelli”. In realtà la fuga coinvolge tutti: persone giovani, mature, anziane; lavoratori con alte e basse qualifiche; “cervelli” e “braccia”. Espatriano ricercatori, ingegneri, tecnici, architetti, biologi, medici ma anche operai, muratori, camerieri, addetti alle pulizie. La fuga è verso la Germania, la Francia, l’Inghilterra, la Spagna, la Svizzera. Ma le destinazioni sono anche l’Australia, gli Stati Uniti e il Sud America. Sono i tradizionali paesi dell’emigrazione italiana dei nostri nonni e padri. Fu un enorme esodo da brivido: sembra che oggi all’estero vivano circa 60 milioni di persone di origine italiana, la stessa cifra degli italiani abitanti nella Penisola.
Si capisce meglio tutto se si guarda al paradosso della Lombardia. La regione più sviluppata e più ricca d’Italia è quella dalla quale parte il maggior numero di persone e di giovani. L’Italia si impoverisce ulteriormente per la partenza di giovani e lavoratori con alte e diverse competenze professionali. Partono sia i laureati qualificati, che vanno ad insegnare in prestigiose università europee ed americane, sia gli operai rimasti disoccupati per la chiusura di tante fabbriche, grandi e piccole. I meridionali espatriano di meno anche perché, in gran parte, si trasferiscono nelle regioni settentrionali italiane.
Ci sono tante differenze tra chi emigrava alla fine del 1800 e nella prima metà del 1900 e chi abbandona oggi l’Italia, ma tra i due fenomeni c’è una sostanziale “continuità”. Disoccupazione, precariato, sotto occupazione, povertà spingono ad emigrare oggi come allora. Certo non si parte più con la valigia di cartone ma con il trolley, non si sale più su navi e treni ma sugli aerei, tuttavia le caratteristiche sono molto simili. In molti non usano il termine “emigrazione” per definire il fenomeno, ma “mobilità internazionale” quasi per attenuare l’impatto di un antico, drammatico termine. Ma di emigrazione si tratta perché la mobilità prevede una libera scelta di trasferimento mentre in genere l’espatrio è determinato dalla necessità di trovare un lavoro.
Le condizioni degli emigrati in cerca di occupazione spesso sono pesanti, di sfruttamento e di lavoro nero. Spesso i proletari espatriati non parlano la lingua né conoscono gli usi dei paesi ospitanti e molte volte anche i lavoratori intellettuali non fanno fortuna. Franco Narducci ha parlato di storie «di clandestini italiani a New York, di camerieri e pizzaioli laureati a Londra, Berlino, Hannover». Ha aggiunto: in Germania «nel marzo 2017 il tasso i disoccupazione tra i tedeschi era il 5,9%, tra gli stranieri era del 15,5%». Di qui la necessità di rafforzare i patronati all’estero per garantire «più tutele, più diritti».
Nella sala Zuccari già soffia aria di elezioni in vista del voto per le politiche della prossima primavera. Il senatore Claudio Micheloni, Pd, eletto nella circoscrizione estera europea, ha indicato alcuni emendamenti alla manovra economica del governo all’esame di Palazzo Madama ed ha invitato «a non farsi strumentalizzare dalle tante false promesse da campagna elettorale».
Rino Giuliani è soddisfatto dei risultati del convegno. Il vicepresidente dell’Istituto Fernando Santi e portavoce del Faim prima ha tirato un sospiro di sollievo: «La sala è piena nonostante lo sciopero degli autobus!». Poi ha indicato due obiettivi: «Vanno aiutati e tutelati gli italiani all’estero e deve ripartire una politica di sviluppo e di rilancio dell’occupazione in Italia».

Rodolfo Ruocco
Sfoglia Roma

Due nuovi centro-sinistra Renzi contro Bersani

renzi bersani

Per Matteo Renzi non c’è pace. Lo scontro è su due centro-sinistra che ancora devono formarsi. Il terremoto post elettorale è cominciato. La catena di sconfitte è lunga: nel 2015 perse la Liguria; nel giugno 2016 i sindaci di Roma e Torino; a dicembre dell’anno scorso il referendum sulla riforma costituzionale; adesso c’è stata la “botta” delle elezioni regionali in Sicilia. Il Pd nell’isola è arrivato terzo dopo il centro-destra e i cinquestelle.

Mezzo Pd è in rivolta. È in discussione perfino la leadership di Renzi. Dario Franceschini, ex Dc-Ppi-Margherita, potente capo corrente del Pd, è sul piede di guerra. Pronto a dare battaglia è anche Andrea Orlando, ex Pci-Pds-Ds, capo della corrente di sinistra del partito.

Così Renzi gioca d’anticipo. Prima rilancia la sua leadership: «Sono mesi che cercano di mettermi da parte, ma non ci riusciranno nemmeno stavolta». Poi apre la strada alla costruzione di un nuovo centro-sinistra, mettendo la parte la linea dell’autosufficienza del Pd: «Siamo pronti ad allargare ancora al centro e alla nostra sinistra. Condivido a questo proposito le riflessioni di Dario Franceschini». E annuncia: «Possiamo raggiungere, insieme ai nostri compagni di viaggio» il 40% dei voti già ottenuti nelle elezioni europee del 2014 e nel referendum sulla riforma costituzionale, perso proprio con questa soglia.

Su Palazzo Chigi è prudente, non rilancia la sua candidatura: sceglie il Parlamento. Ma anche qui si muove qualcosa. Il capogruppo democratico alla Camera, Ettore Rosato, ha considerato “spendibile” il nome di Paolo Gentiloni, anche se poco dopo non esclude una ricandidatura di Renzi a presidente del Consiglio. Del resto può succedere di tutto. Sono gettonati anche due ministri come possibili candidati premier: Marco Minniti (Interno) e Carlo Calenda (Sviluppo Economico).

Due centro-sinistra: scelte diverse sul programma e su Palazzo Chigi, la partita è aperta. Bersani e D’Alema, usciti dal Pd a febbraio contestando da sinistra Renzi per fondare il Mdp, hanno idee diverse. Pensano a Pietro Grasso, presidente del Senato, fresco di divorzio dal Pd, come candidato premier. Pier Luigi Bersani non nasconde l’entusiasmo per Grasso candidato presidente del Consiglio: «Per il nostro profilo civico e di sinistra ci starebbe da Dio…». Il parere di Massimo D’Alema è analogo: «La presenza di Grasso sarebbe fondamentale». La contrapposizione con Renzi è totale: «Io uso le parole di Pisapia: ‘La ricostruzione del centrosinistra richiede una discontinuità di leadership e di contenuti’. E io sono d’accordo con lui».

Si profilano due centro-sinistra in contrapposizione e una violenta battaglia tra le sinistre. Anche le altre forze della sinistra critica e riformista studiano strategie ed alleanze in vista delle elezioni politiche. Nicola Fratoianni, totalmente critico con il Pd, ha annunciato per il 19 novembre a Roma un’assemblea nazionale di Sinistra Italiana «per presentare alle prossime elezioni un’unica lista di sinistra autonoma e alternativa». Giuliano Pisapia, artefice di Campo Progressista, si considera diverso ma non alternativo a Renzi. L’ex sindaco di Milano potrebbe formare una lista elettorale con la radicale Emma Bonino, i socialisti di Riccardo Nencini e i verdi di Angelo Bonelli. Pisapia il 12 novembre, mell’assemblea organizzata a Roma, esporrà il suo progetto e probabilmente riproporrà le primarie di coalizione per Palazzo Chigi.

Le molteplici e frammentate forze di centro-sinistra si muovono in modo contrapposto, le divisioni aumentano. Un brutto viatico per le elezioni politiche previste in primavera. In Sicilia la spaccatura c’è stata su due liste, quella centrata sul Pd e guidata da Fabrizio Micari e quella basata su Mdp capeggiata da Claudio Fava. È stato un disastro: Micari è arrivato terzo e Fava quarto. Dalle urne delle politiche potrebbe uscire l’ingovernabilità che aprirebbe le porte ad un esecutivo di “larghe intese” con Silvio Berlusconi.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Sorpresa Sicilia, torna Berlusconi

berlusconiLa Sicilia è la terra delle sorprese, può succedere di tutto. Può anche essere il palcoscenico del ritorno alla ribalta politica di Silvio Berlusconi, il fondatore di Forza Italia, del Pdl e della Fininvest. L’imprenditore che nel lontano 1994, contro ogni previsione, vinse le elezioni politiche, divenne presidente del Consiglio e fu tra i fondatori della poco brillante Seconda Repubblica.
Adesso gli occhi sono puntati sulla Sicilia: ieri si è votato per le regionali e oggi c’è lo scrutinio. La Trinacria è la terra delle sorprese e dell’assurdo. Pietrangelo Buttafuoco ha rivelato al Corriere della Sera: la Regione siciliana, in barba ai suoi giganteschi debiti, può permettersi perfino il lusso di comprare una feroce orca marina e metterla a pensione nei mari del nord Europa. Il giornalista catanese tra il serio e l’ironico ha commentato: «Non si ha idea di quanto costi allevare un’orca». Buttafuoco non ha precisato le caratteristiche dell’aggressivo predatore degli oceani (i maschi possono arrivare fino a una lunghezza di 9 metri e a 10 tonnellate di peso) battente bandiera della Trinacria, ma sembra che l’orca sia destinata al parco marino di Sciacca finora mai realizzato.
Chiunque vincerà le elezioni regionali siciliane, centro-destra o cinquestelle (secondo le proiezioni è un testa a testa), dovrà fare i conti con problemi enormi e surreali, di tutti i tipi. C’è anche il costosissimo paradosso delle guardie forestali: sono circa 25 mila i dipendenti (a tempo pieno o parziale) della regione Sicilia più gli 800 con poteri di pubblica sicurezza e di polizia giudiziaria inquadrati nei ranghi dell’arma dei carabinieri. Un esercito se si pensa alle guardie forestali delle altre regioni: il Piemonte, ad esempio, ne ha appena 400 con una superficie boschiva certo non inferiore alla Sicilia.
In realtà la regione di Archimede anche in questo modo cerca di dare una risposta all’altissima e perenne disoccupazione, una risposta più di tipo assistenziale che economica. Non solo. Puntualmente ogni estate le fiamme riducono in cenere buona parte dei boschi siciliani e, più di una volta, i piromani arrestati erano delle guardie forestali in cerca di un nuovo incarico o di poter effettuare degli straordinari per guadagnare qualcosa in più.
Povertà, malessere sociale e illegalità (in molti casi guidata dalla mafia) costituiscono una miscela esplosiva, pericolosa. Con il voto di ieri gli elettori siciliani hanno premiato le opposizioni e punito il centro-sinistra che ha guidato negli ultimi cinque anni Palazzo dei Normanni a Palermo. Il centro-sinistra ha pagato anche l’autogol della divisione: da una parte una lista centrata sul Pd e dall’altra quella basata sul tandem Mdp-Si. Soprattutto Matteo Renzi è il grande sconfitto, forse non a caso il segretario del Pd ha tenuto un basso profilo nelle elezioni siciliane.
Silvio Berlusconi ha smentito tutte le previsioni. Dato per morto sul piano politico per le tante sconfitte, per i pesanti guai giudiziari e per la seria malattia al cuore, è invece ritornato in campo da trionfatore. Il presidente di Forza Italia, 81 anni suonati, ha battuto in lungo e in largo la Sicilia ed è riuscito e ricomporre i contrasti con Matteo Salvini (Lega) e con Giorgia Meloni (FdI), riunificando il centro-destra.
Beppe Grillo può essere soddisfatto. Ha raddoppiato i voti raccolti cinque anni fa quando superò a nuoto lo Stretto di Messina e la sua voce nella campagna elettorale nell’isola è stata molto più forte e decisiva di quella del giovane Luigi Di Maio, eletto nelle primarie online “capo” del M5S e candidato premier nelle elezioni politiche dell’anno prossimo.
Certo ci sono due “piccoli problemi” (si fa per dire) da risolvere. Primo problema: il già basso numero dei votanti cala ancora al 46,76% degli elettori rispetto al 47,41% delle regionali del 2012. La maggioranza degli elettori, ben il 53,23% ha disertato le urne. Secondo problema: è probabile che il vincitore (centro-destra o cinquestelle) non avrà la maggioranza dei 70 consiglieri regionali e dovrà ricorrere ad una alleanza per governare. Sarebbe un bel rebus. Stamattina è cominciato lo scrutinio dei voti ed entro stasera si dovrebbe sapere chi ha vinto, con quanti consensi e se sarà in grado di formare una giunta autonoma o dovrà cercare alleanze per governare.

Rodolfo Ruocco

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Nel voto in Sicilia sparito
il dramma Sud

arsStrane elezioni quelle siciliane. Domenica 5 novembre è una giornata importante, serve ad eleggere il nuovo governatore della Sicilia e a rinnovare il consiglio regionale a Palazzo dei Normanni. Il voto, in qualche modo, influirà anche sugli equilibri politici nazionali.

Centro-sinistra, centro-destra, cinquestelle si sono scontrati in una battaglia campale per due mesi di campagna elettorale. Matteo Renzi (Pd), Beppe Grillo (M5S), Silvio Berlusconi (Forza Italia), Matteo Salvini (Lega)  hanno percorso in lungo e in largo la Sicilia a caccia di voti. Altrettanto ha fatto Claudio Fava, schierato dalle sinistre (Mdp e Sinistra Italiana) come candidato alla presidenza della regione siciliana.

Si è parlato di tutto: autonomia regionale, tasse, lavoro, immigrati asiatici ed africani, burocrazia, opere pubbliche, ambiente, mafia. Ma non si è parlato del dramma del Sud. Più esattamente: qualcuno all’inizio ha annunciato un piano per il rilancio del Mezzogiorno, ma nessuno alla fine ha elaborato ed illustrato un progetto di sviluppo, insieme economico, civile e sociale. Eppure il Sud, in testa la Sicilia, è la parte più povera e più sofferente dell’Italia, quella che ha subìto il colpo più duro della Grande crisi economica internazionale cominciata nel 2008, la più grave dopo quella causata dalla Seconda guerra mondiale.

Il Mezzogiorno è stato devastato. È ripartita l’emigrazione di massa conosciuta alla fine del 1800 e nella prima metà del 1900. Dal 2008 al 2015 più di 380.000 meridionali si sono trasferiti, secondo l’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro, dalle regioni del Sud a quelle del Centro-Nord. E oltre 500.000 italiani, in gran parte del Mezzogiorno, hanno varcato le Alpi per andare a lavorare, in particolare, in Germania, Regno Unito e Francia. Partono tutti: soprattutto i giovani e i lavoratori più qualificati.

La fragile struttura produttiva del Mezzogiorno ha subìto un colpo micidiale. Hanno chiuso molte grandi fabbriche come la Fiat di Termini Imerese e tante piccole e medie aziende manifatturiere e dei servizi. Perfino l’Ilva di Taranto, il più grande centro siderurgico d’Europa un tempo dell’Iri e poi privatizzato, ha rischiato di chiudere i battenti per ragioni ambientali e tecnologiche ed ora la sua salvezza è legata ad una multinazionale che ha annunciato un taglio all’occupazione e alla produzione.

La Sicilia, cinque milioni di abitanti, una delle più importanti regioni italiane e del Mezzogiorno, potrebbe avere un ruolo trainante nel rilancio del Sud. È una delle cinque regioni a statuto speciale con un’ampia autonomia decisionale su tutte le materie più importanti. La Sicilia, ponte di cultura tra l’Europa, il Medio Oriente e l’Africa, avrebbe tutte le carte da giocare in campi come l’industria digitale, il turismo, la cultura, la ricerca, l’ambiente. Invece niente, dalla campagna elettorale non è emerso alcun disegno di sviluppo per l’isola e per il Mezzogiorno.

Non è venuta fuori nemmeno un’idea sulla quale lavorare. Anzi, un’idea è rifiorita: costruire il ponte sullo Stretto di Messina. Berlusconi ha rilanciato la proposta già avanzata prima nel 1994 e poi nel 2001 e mai decollata: la realizzazione del ponte “è un impegno preciso nei confronti della Sicilia e dei siciliani” insieme a “un piano Marshall” per la regione.

Più o meno nello stesso modo la pensa il candidato del centro-sinistra (versione Pd) a presidente della regione siciliana Fabrizio Micari: “E’ un’opera fondamentale e strategica”. Del resto lo stesso Renzi disse sì al ponte un anno fa, un’opera sempre bocciata prima di allora dal centro-sinistra. Il ponte per collegare la Sicilia al resto dell’Italia, del quale si parla da oltre cento anni, può piacere o no, è una scelta scollegata da un progetto di sviluppo complessivo ma almeno ha il pregio di rimettere al centro dell’attenzione nazionale il depresso Sud.

Il problema del Mezzogiorno è stato semplicemente accantonato, azzerato: non suscita né la solidarietà né l’interesse economico per un’azione di sistema della collettività nazionale. Dominano gli interessi e le ragioni del Nord. Anche la parte settentrionale del Paese è uscita malconcia dalla Grande crisi e dalle sfide della globalizzazione economica, ma resta sempre tra le zone più ricche dell’Europa e ha saputo reagire curando le tante “ferite” forse anche a spese del Mezzogiorno. Anche ora la ripresa economica è treno che porta quasi sempre nelle regioni settentrionali.

Ma o si affrontano e si risolvono i gravi problemi del Sud o c’è il rischio di una travolgente vittoria della protesta populista, di destra o di sinistra. C’è anche il pericolo di una rivolta violenta, spinta dalla precarietà, dall’insicurezza e dalla “mancanza del pane”.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)