Rodolfo Ruocco
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Rodolfo Ruocco

Uòlter esce dall’ombra
Si fa alternativa a Renzi

EVIDENZA - Veltroni

Si può perdere tutto in un attimo. Walter Veltroni nel 2008 ci riuscì. Perse contemporaneamente contro Silvio Berlusconi le elezioni politiche, le regionali sarde, il Campidoglio dal quale si era dimesso da sindaco aprendo la strada all’era di Gianni Alemanno. Non solo. Negò nel 2008 un’alleanza elettorale alla sinistra radicale dell’Arcobaleno e a quella riformista del Psi in nome dell’autosufficienza del Pd, perse la segreteria dei democratici.

Un disastro. Nel febbraio del 2009 si dimise da segretario del Pd: «Me ne vado senza sbattere la porta…Non è il partito che sognavo. Ce l’ho messa tutta ma non ce l’ho fatta. Chiedo scusa».

Veltroni si fece da parte ma restò in pista, continuò a fare il deputato e a contare nel Pd fino a quando non fu “rottamato” da Matteo Renzi, il giovane ex sindaco di Firenze, divenuto prima segretario del Pd dalla fine del 2013 e poi presidente del Consiglio dall’inizio del 2014. L’ex segretario dei democratici cambiò vita: uscì dalla scena politica, si dedicò a scrivere libri, a firmare documentari televisivi e a fare il giornalista sportivo.

Sembrava scomparso dall’orizzonte politico come tanti altri finiti sotto il rullo compressore renziano della “rottamazione”, del ricambio generazionale: ma non è stato così. Sorpresa: è ricomparso il 14 ottobre al Teatro Eliseo per festeggiare i 10 anni del Pd. A Roma è salito sul palco con Renzi e il presidente del Consiglio Gentiloni e tra gli applausi ha annunciato un cauto ritorno. Ha sollecitato l’unità condannando divisioni e scissioni, ha invitato a costruire una sinistra riformista capace di tessere alleanze non spurie di centro-sinistra. Ha assicurato: «La mia vita è e sarà diversa, ma non sarà altrove».

Lui era presente all’Eliseo mentre gli altri padri fondatori del Pd del 2007 erano assenti: o si sono allontanati dal partito dedicandosi agli studi (Romano Prodi, Arturo Parisi, Enrico Letta) o si sono separati con dolorose scissioni (Bersani, D’Alema, Fassina, Civati, Cofferati, Speranza, Enrico Rossi).

Adesso c’è una nuova sorpresa: il cauto ritorno si è trasformato in un boato politico contro Renzi. L’ex segretario ha tuonato contro l’attuale segretario del Pd bocciando la mozione presentata alla Camera contro la conferma di Ignazio Visco a governatore della Banca d’Italia. La dichiarazione di ieri 18 ottobre all’Ansa è stata lapidaria: il no a Visco è «incomprensibile e ingiustificabile» perché «da sempre la Banca d’Italia è un patrimonio di indipendenza e di autonomia per l’intero paese».

È scoppiato lo scontro “fratricida”. Renzi ha confermato le critiche a Bankitalia per le carenze nella sorveglianza sui malandati conti di alcune banche italiane: in questi anni «è successo di tutto nelle banche…È mancata una vigilanza efficace. C’è bisogno di scrivere una pagina nuova».

Ulteriore sorpresa: buona parte del Pd e della maggioranza di governo si è schierata con Veltroni. Il ministro dello Sviluppo economico Calenda, il capogruppo democratico al Senato Zanda, l’ex presidente del Consiglio Monti e l’ex presidente della Repubblica Napolitano hanno dato ragione all’ex segretario del Pd. Ma al di là dei contenuti, la contestazione fa ritornare Veltroni protagonista, di fatto diventa una possibile alternativa al giovane segretario.

Uòlter, soprannome dato a Veltroni anni fa dai comici satirici Ficarra e Picone, è rimasto scolpito nel linguaggio comune. L’ex sindaco di Roma, ribattezzato così per il suo “buonismo”, sa tirare delle feroci zampate quando vuole. Da anni ha invitato a fare una politica col “cuore”, a mettere da parte le “ideologie”,  ad abbandonare l’”odio” anche contro Silvio Berlusconi. Ha indicato una strada da seguire: «Siamo uomini e boyscout». Ha sollecitato ad aiutare i “poveri” e le “popolazioni povere” dell’Africa. Anzi, ha annunciato più volte l’intenzione di voler andare in Africa dopo aver lasciato la politica. Dopo le dimissioni da segretario del Pd nel 2009 confermò la promessa:  «Dopo 33 anni di scena politica quello che ritrovo è il tempo, anche per andare in Africa, cosa che tante ironie ha suscitato».

Tuttavia l’impegno è stato disatteso, non è andato in Africa. Veltroni, 62 anni, ha una lunghissima carriera politica alle spalle che ha attraversato la Prima e la Seconda Repubblica. Ha accumulato una grandissima esperienza politica: consigliere comunale del Pci a Roma nel 1976, per la prima volta deputato nel 1987, segretario dei Ds e del Pd, due volte sindaco della capitale, vice presidente del Consiglio nel governo Prodi, ministro della Cultura.Nicola Rossi, economista, ex Ds, già deputato dell’Ulivo, stimava Veltroni e lo volle segretario del Pd perché sa «suscitare emozioni». Spiegava: somiglia a «una Vespa, quella di Vacanze romane. Elegante, leggera e facile nei cambi di direzione».

Uòlter è abile nelle elaborazioni e nei repentini cambi di marcia. Nel dicembre del 2008, dopo la sconfitta elettorale, esortava: «Meno dirigenti a vita. Serve un ricambio». Adesso è il solo uomo del vecchio gruppo dirigente del Pci-Pds-Ds-Pd rimasto in piedi, ha saputo resistere a Renzi e si scava uno spazio di sinistra.

Di fatto è una alternativa a Renzi traballante che ha subito la pesante scissione di Bersani-D’Alema-Speranza dopo la disastrosa sconfitta nel referendum sulla sua riforma costituzionale. Certo Uòlter non può essere annoverato tra i giovani e il suo medagliere è piuttosto ammaccato. Ha cercato di conciliare impossibili contrasti come il comunismo e il liberalismo. Non a caso nel suo studio di segretario del Pd aveva sia la foto di Berlinguer e sia quella di Kennedy. Si è dichiarato un liberal kennediano. Alle volte è riuscito nell’impresa, spesso le contraddizioni sono deflagrate. Ora si è aperta una partita nuova, può succedere di tutto nel Pd.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Legge elettorale, 
una tira l’altra

elezioni-scrutatoreMattarellum, Porcellum, Italicum. La legge elettorale domina la scena. La Seconda Repubblica batte ogni primato: giù l’occupazione, il sistema industriale, la produttività, il reddito dei cittadini, la qualità e la quantità dei servizi sociali erogati, su le leggi elettorali. Tante: il Mattarellum approvato nel 1993, il Porcellum nel 2005, l’Italicum nel 2015.

Tre diversi sistemi elettorali, fatti approvare dal Parlamento o dal centro-sinistra o dal centro-destra, tramontati in appena pochi anni. L’ultimo, l’Italicum, primato nel primato, non è mai stato usato nemmeno in una consultazione perché prima bocciato in alcuni punti per incostituzionalità dalla Consulta e poi definitivamente affondato, dopo il no al referendum del 4 dicembre 2016 sulla riforma costituzionale proposta da Matteo Renzi.

Così tutto è ricominciato da capo. A giugno sembrava fatta per la nuova legge elettorale. Pd, M5S, Forza Italia e Lega Nord rimisero mano alla riforma elettorale e proposero il Germanellum, un sistema proporzionale con sbarramento al 5% ispirato al modello tedesco. Ma la larghissima intesa tra una forza della maggioranza, il Pd di Renzi, e le opposizioni di Beppe Grillo, Silvio Berlusconi e Matteo Salvini, non approdò a nulla: il progetto fu silurato nei voti segreti in Parlamento.

Adesso ci risiamo. Dal nome del capogruppo Pd alla Camera, Ettore Rosato, è il turno del Rosatellum bis (la prima versione è stata affossata nei mesi scorsi). Una nuova maggioranza, formata da Renzi, Berlusconi, Salvini ed Angelino Alfano (Alternativa popolare) sta cercando di far passare un sistema elettorale misto, per un terzo maggioritario e per due terzi proporzionale. Alla Camera, nell’aula e in piazza Montecitorio, lo scontro è stato furibondo anche perché il governo Gentiloni ha chiesto tre voti di fiducia sul testo. Cinquestelle, Mdp e Sinistra italiana sono perfino arrivati alle accuse di “Fascistellum”, gli altri hanno replicato agli “Agitatores” dandogli degli irresponsabili.

La lotta è anche a colpi di latino maccheronico. Fu il professor Giovanni Sartori ad utilizzare per primo la lingua di Marco Tullio Cicerone. Per semplificare la spiegazione di sistemi elettorali complicati, ricorse al latino maccheronico. Nei suoi editoriali sul ‘Corriere della Sera’, s’inventò prima il nome di Mattarellum (perché il proponente fu Sergio Mattarella, allora capogruppo dei popolari alla Camera) e poi quello di Porcellum (riferendosi alla definizione di “porcata” affibbiata alla legge elettorale dal suo stesso elaboratore, il leghista Roberto Calderoli).

Mattarellum e Porcellum per combattere la frammentazione dei partiti e garantire governabilità adottarono meccanismi maggioritari, ma fu un fallimento. L’instabilità dei governi crebbe e aumentarono il numero dei partiti e dei partitini. Sartori, morto lo scorso aprile a 92 anni, fin dall’inizio fu critico, pronosticò la “moltiplicazione” dei partiti perché si trattava di sistemi misti e non pienamente maggioritari. Il meccanismo ha scatenato una micidiale pioggia acida.

Non solo. I sistemi elettorali per le amministrative, sempre maggioritari, sono ancora diversi. L’Italia va a votare alle regionali con il Tatarellum (dal nome di Giuseppe Tatarella, braccio destro di Gianfranco Fini nel Msi e in An, inventore di quel meccanismo elettorale maggioritario di tipo presidenziale), anche se poi le varie regioni hanno adottato particolari modifiche. Poi si va alle urne per le province con il Provincellum e alle comunali con il Comunellum.

La politica non sopporta supplenze. L’ingegneria elettorale da sola non può supplire alle carenze della politica. La Prima Repubblica, per quasi cinquant’anni, ha avuto un unico sistema elettorale pienamente proporzionale e in Parlamento, in genere, erano rappresentati solo 8 partiti. Nella Seconda Repubblica siamo arrivati invece fino ad oltre quota 40, tra partiti, partitini e micro partiti. Dal 1945 al 1994 la Dc, al centro del sistema politico italiano, garantì la stabilità politica alleandosi o con i partiti laici (centrismo), o con il Psi (centro-sinistra) o con il Pci (unità nazionale).

La Camera la sera di giovedì 12 ottobre, dopo il disco verde a tre voti di fiducia, ha approvato il testo a scrutinio segreto con 375 sì e 215 no, ma alla maggioranza pro Rosatellum bis sono mancati 66 sì nel segreto dell’urna. E’ una pesante ipoteca sul futuro. Al Senato i numeri della maggioranza sono più risicati e i “franchi tiratori” potrebbero affossare la legge elettorale, l’esecutivo Gentiloni e la legislatura ormai agli sgoccioli.

C’è il rischio, se naufragherà anche il Rosatellum bis, di andare a votare alle politiche all’inizio del 2018 con due diversi sistemi elettorali, uno per la Camera e l’altro per il Senato (l’Italicum non concedeva potestà legislativa a palazzo Madama). Negli altri paesi europei i sistemi elettorali durano decenni, in alcuni casi secoli. Invece in Italia le leggi elettorali sono come le ciliegie: una tira l’altra.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

La strana intesa 
Berlusconi-Putin

beluputinLe mani strette, i volti sorridenti, gli occhi dell’uno fissi in quelli dell’altro, i vestiti eleganti. La foto riprodotta sul copriletto d’autore (realizzato da Michele Cascavilla), regalato da Silvio Berlusconi a Vladimir Putin per il suo compleanno, è una bandiera degli strettissimi rapporti politici e umani tra il presidente di Forza Italia e il presidente della Repubblica Russa.

Berlusconi e Putin sembrano lontani in tutto: per l’età (il primo ha 81 anni e il secondo 65), per le radici (l’uno imprenditore, l’altro ufficiale del Kgb sovietico), per il carattere (gioviale l’italiano, gelido il russo). Eppure, nonostante le tante differenze, è nata una stranissima intesa politica ed una saldissima amicizia. Berlusconi appena festeggiato il suo 81° compleanno (il 29 settembre) ha preso l’aereo ed è volato a Sochi, la calda città russa sul Mar Nero, ed ha brindato ai 65 anni di Putin (compiuti il 7 ottobre).

La simpatia scoccò al vertice del G8 di Genova del 2001, ben 16 anni fa, e da allora via via si è rafforzata. Il capolavoro di Berlusconi andò in buca nel 2002 quando trasformò americani e russi da avversari in alleati. L’allora presidente del Consiglio propose e ottenne nel vertice di Pratica di Mare l’allargamento della Nato alla Russia. Commentò: «È un importante matrimonio tra Oriente ed Occidente». Nacque “il Consiglio a 20”, i 19 paesi dell’Alleanza Atlantica più Mosca, con l’obiettivo di un’ampia collaborazione internazionale, cominciando dalla lotta al terrorismo.

Le relazioni politiche ed umane da allora sono diventate sempre più strette. Gli incontri ufficiali e personali (alle volte allargati a moglie e figli) si sono succeduti a ripetizione a Roma, a Milano, a Mosca, a San Pietroburgo, a villa Certosa (la lussuosa residenza del Cavaliere in Sardegna), nella dacia di Zavidovo (la casa del presidente russo in una foresta vicino a Mosca).

Il fondatore di Forza Italia, del Pdl, della Fininvest ha sempre cercato di comprendere le ragioni del potente Putin, puntando a saldare la Russia in una forte alleanza con gli Stati Uniti d’America e con l’Unione Europea. In una prima fase la difficile impresa è riuscita, poi è fallita. Putin si è lanciato in una politica sempre più interventista: in Crimea, in Siria, in Libia.

Tuttavia, anche se Mosca è ridiventata un avversario, quasi un nemico della Nato, nulla è cambiato tra Berlusconi e Putin. Anzi, la solidarietà reciproca è emersa anche nei momenti più difficili. Anche dopo i guai giudiziari dell’uomo che riuscì ad aggregare il centro-destra italiano, nulla è cambiato. Il presidente russo ha continuato a sostenerlo: «Silvio è una persona franca, brillante, avrà un grande posto nella storia italiana». Berlusconi ha ricambiato. Dopo il successo del referendum per l’annessione della Crimea alla Russia (contestato dall’Ucraina) e le sanzioni europee contro il Cremlino, il presidente di Forza Italia sostenne le ragioni di Mosca. Volò in Crimea da Putin, sfidando tutte le critiche occidentali, e chiese la fine delle sanzioni economiche contro la Russia.

Molte volte le visite private, gli incontri tra i due, sono stati a porte chiuse. Nessuna dichiarazione, nessun commento alla stampa. Politica, economia, energia, nuovi equilibri internazionali sembrano essere stati i temi al centro dei colloqui. Questa volta a Sochi i discorsi potrebbero aver riguardato più strettamente l’Italia. Il presidente di Forza Italia, secondo un articolo di Luigi Bisignani pubblicato sul ‘Tempo’, sarebbe andato dal presidente russo guardando alle elezioni politiche all’inizio del 2018: l’obiettivo sarebbe di “convincere Putin a non finanziare la Lega di Salvini e il Movimento 5 Stelle alle prossime elezioni”. La Lega Nord e il M5S, partiti all’opposizione come Forza Italia, sono da tempo decisi sostenitori dello zar Putin e temibili concorrenti elettorali.

Putin è un personaggio da prendere con le molle. Secondo i democratici americani gli hacker russi, con le loro incursioni informatiche, sarebbero stati determinanti per la vittoria di Donald Trump contro Hillary Clinton nelle elezioni per la Casa Bianca.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Sinistra, Pisapia molla D’Alema perché divide

MASSIMO D'ALEMA POLITICO  PIERLUIGI BERSANI POLITICO GIULIANO PISAPIA POLITICO

MASSIMO D’ALEMA, PIERLUIGI BERSANI 
e GIULIANO PISAPIA

I malumori tra Giuliano Pisapia e Massimo D’Alema prima erano sommersi, ora esplodono in aperto scontro politico. E sono scintille tra le due sinistre che pure cercano di costruire un unico partito. Risultato: sono ai ferri corti Campo Progressista e Artitolo 1 Movimento democratico e progressista, più semplicemente Mdp.
Lo scontro è sui rapporti con Matteo Renzi, con il governo guidato da Paolo Gentiloni e sul rinnovamento generazionale. Tutte e due le sinistre sono per “una netta discontinuità” con la politica del segretario del Pd e con quella del governo per combattere le aumentate disuguaglianze sociali, ma sul come realizzarla si aprono forti divaricazioni. Pisapia, leader di Campo Progressista, vuole “sfidare” Renzi ma non lo considera “alternativo”. La stessa impostazione vale per l’esecutivo presieduto da Gentiloni ora alle prese con due importanti scadenze: la legge di Bilancio e quella per rivedere il sistema elettorale. Ma D’Alema boccia ogni tipo d’intesa e di alleanza elettorale con il segretario del Pd.
Altro che unità, i rapporti tra Pisapia e D’Alema sono arrivati addirittura al punto di rottura. L’ex sindaco di Milano ha sollecitato l’ex segretario del Pds-Ds a farsi da parte: «D’Alema? Deve fare un passo di lato» perché «anche lui, come Renzi, è divisivo». Ha sottolineato: «D’Alema sa perfettamente che io sono a disposizione di un progetto unitario e invece lui continua a fare dichiarazioni che dividono». L’occasione dello scontro è stata la decisione se e a quali condizioni votare in Parlamento la manovra economica del governo.
Il problema, per ora, è stato superato perché alla fine sia i senatori di Campo Progressista sia quelli di Mdp hanno votato a favore ai primi passi delle legge di Bilancio, ma la spaccatura politica resta. La ferita tra le due sinistre sanguina. Pisapia, che aveva già sollecitato un ricambio generazionale nelle candidature alle prossime elezioni politiche, adesso ha mollato ufficialmente D’Alema. Ha attaccato: «Lui era favorevole» a votare contro lo scostamento di bilancio, ma un no avrebbe portato all’aumento dell’Iva.
D’Alema per ora non ha replicato, la tensione è altissima. L’ex presidente del Consiglio in una intervista al ‘Corriere della Sera’ di qualche giorno fa non aveva risparmiato delle frecciatine a Pisapia: «Dovrebbe essere più coraggioso». La sollecitazione era a candidarsi per un seggio in Parlamento ripensando al suo no, ma a prescindere dal tema l’invito ad “essere più coraggioso” non è un bel viatico per chi dovrebbe guidare il futuro partito unitario della sinistra italiana (la costituente è prevista a novembre). E poi D’Alema non ha molta intenzione di seguire l’invito di Pisapia a farsi da parte. Non a caso aveva precisato: si ricandiderebbe alla Camera se la richiesta “venisse dai cittadini”.
Ma ora sembra essere stata messa in discussione la stessa leadership di Pisapia, già al centro di contestazioni. Lo scorso primo luglio nella manifestazione a piazza Santi Apostoli a Roma era stato investito, presente Pier Luigi Bersani, del mandato di riunificare le sinistre e di ricostruire “un nuovo centrosinistra”. Bersani lo ha più volte incoraggiato: «Giuliano Pisapia è perfettamente in grado di fare il federatore» della sinistra. Lo slogan della manifestazione romana era: “Insieme”. Tuttavia adesso quello slogan suona fortemente stonato.

Rodolfo Ruocco

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Sinistre irrilevanti
l’incubo incombe

Roberto Speranza e Pier Luigi Bersani

Roberto Speranza e Pier Luigi Bersani

È il momento dei sudori freddi per chi aveva scommesso sulla nascita di una sinistra alla sinistra del Pd. Sinistre irrilevanti, appare lo spettro. I sondaggi elettorali degli ultimi giorni danno risultati da incubo per le tre sinistre pronte a dare battaglia nelle politiche all’inizio del 2018. Articolo 1- Movimento Democratico e Progressista, più semplicemente Mdp (Bersani-D’Alema-Speranza), viaggerebbe attorno al 3-4% dei voti. Sinistra Italiana (Fratoianni e Fassina) oscillerebbe intorno al 2%. Campo Progressista (Pisapia) a stento potrebbe arrivare all’1%.

Sinistre irrilevanti, cresce l’allarme. Certo si tratta solo di sondaggi, molte volte si sono rivelati sbagliati. Ma possono indicare una tendenza. La delusione è forte. Da quando a febbraio Bersani, D’Alema e Speranza, dicendo addio al Pd, hanno fondato il Mdp, la corsa è diventata sempre più difficile. Il progetto iniziale di raccogliere il 10-15% dei voti, recuperando consensi dal M5S e dal bacino dell’astensione, si va sempre di più appannando.

Non va meglio a Sinistra Italiana che stazionerebbe attorno al 2% dei voti: meno del 3,2% ottenuto nel 2013 quando si chiamava ancora Sel, prima di accogliere uomini usciti dal Pd come Stefano Fassina. Infine Campo Progressista fondato pochi mesi fa da Giuliano Pisapia fatica a raggiungere l’1%. Per ora stentano a vedersi i successi ottenuti cinque anni fa a Milano quando trionfò come sindaco di un centro-sinistra unito.

E qui sta il problema centrale. Le tre sinistre sono divise tra di loro e anche al loro interno sul tema cruciale del rapporto con Matteo Renzi. Solo Pisapia, a certe condizioni (se ci saranno delle primarie di coalizione per scegliere il candidato premier), è pronto ad allearsi con il segretario democratico: lo vuole sfidare ma non si considera alternativo. Gli altri, nella stragrande maggioranza, neppure vogliono sentire parlare di un’intesa, anche solo elettorale, con l’ex presidente del Consiglio.

Dopo la scissione, punteggiata da scambi di accuse pesanti sul piano politico e personale, è difficile riaprire il dialogo nella variegata famiglia del centro-sinistra. A Renzi gli scissionisti hanno rimproverato l’”arroganza”, di essere “un uomo solo al comando”, la “deriva di centro” o “di destra” nella politica economica e sociale. Il segretario del Pd li ha accusati di fomentare le divisioni per “odio” verso di lui o per l’impostazione di “una sinistra conservatrice”. Massimo D’Alema ha detto no ad ogni tipo di alleanza perché «Renzi alla sinistra è totalmente estraneo».

Frammentazioni, sinistre irrilevanti. Le distanze sono forti, quasi siderali. I contrasti sono difficilmente colmabili sia secondo Renzi sia secondo le tre sinistre lanciate in un difficile progetto di riunificazione. Sia il primo sia gli altri vogliono combattere le aumentate disuguaglianze sociali e realizzare una politica espansiva per combattere la disoccupazione e aiutare la ripresa economica. Tutti vogliono mettere in piedi una forza di governo e non di opposizione, ma gli strumenti che vogliono utilizzare sono diversi.

C’è anche una quarta sinistra radicale emersa a giugno, quando si riunì al Teatro Brancaccio a Roma, di questa però si sono perse le tracce. In quella assemblea romana Anna Falcone e Tomaso Montanari attaccarono sia Renzi sia le tre sinistre tradizionali, delineando un programma di scelte sociali, economiche ed istituzionali intransigenti. Tuttavia non c’è stato un seguito a quella iniziativa.

Sinistre irrilevanti sì o no? La domanda drammatica ritorna martellante: esiste uno spazio alla sinistra del Pd? Oppure le sinistre sono condannate ad una micro presenza di tipo residuale. Bersani non si rassegna. L’ex segretario del Partito democratico prima ha invocato “un nuovo Prodi” e poi ha indicato Pisapia come l’uomo giusto per dare vita a un nuovo centro-sinistra perché «è perfettamente in grado di fare il federatore».

Già, il federatore. Gran parte delle sinistre contesta a Pisapia proprio la capacità di essere “un federatore”. La partita è aperta e tutta da giocare. Gira anche il nome di Pietro Grasso come possibile leader di Mdp se la candidatura di Pisapia dovesse naufragare. Il presidente del Senato è stato molto applaudito alla Festa dei bersaniani. Si candiderà alle elezioni e con chi? La risposta di Grasso è elusiva: «Il mio futuro non lo conosco».

Certo è difficile immaginare un centro-sinistra senza il Pd, il partito al quale i sondaggi attribuiscono il 27-28% dei voti, in lotta con il M5S per essere la maggiore forza politica italiana e con il centro-destra in fase di rilancio che cerca di ricostruire la sua unità.

Sinistre irrilevanti votate alla sconfitta? Bersani ha indicato il pericolo di una terribile disfatta della sinistra. Dopo la sconfitta dei socialdemocratici e della sinistra radicale in Germania ha commentato: la sinistra in Italia rischia di fare «la fine del coniglio davanti al leone». È una delle sue simpatiche metafore per farsi capire meglio.

Certo in Germania Spd e Die Linke hanno perso, però complessivamente hanno ottenuto il 30% dei voti mentre in Italia le sinistre rischiano percentuali microscopiche, irrilevanti. C’è perfino il pericolo di non riuscire ad entrare in Parlamento. Strana sorte sarebbe per D’Alema sempre sulle barricate contro una sinistra minoritaria.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Germania raffreddata, 
Italia a rischio polmonite

Angela Merkel_Martin Schulz

L’avvio dell’autunno non promette niente di buono per l’Unione europea. Quando la Germania ha un raffreddore, i paesi deboli dell’Europa, in testa l’Italia, rischiano di prendersi una bronchite e perfino una polmonite. E ora la Repubblica federale tedesca si è presa un brutto raffreddore nelle elezioni politiche di domenica 24 settembre.

I cristiano democratici-cristiano sociali di Angela Merkel hanno vinto a caro prezzo: hanno ottenuto il 32,9% dei voti, perdendo oltre l’8% rispetto alle elezioni del 2013. Per i socialdemocratici della Spd è stato un disastro: appena il 20,5%, meno 4% rispetto a quattro anni fa, il peggiore risultato di sempre. Martin Schulz ha preso atto della sonora sconfitta ed ha annunciato il passaggio all’opposizione dei socialdemocratici. Non è andata meglio alla sinistra radicale che era all’opposizione: Die Linke ha raccolto appena il 9,1% dei consensi.

Una parte degli elettori tedeschi ha bocciato il governo di grande coalizione tra la Cdu-Csu della Merkel e la Spd di Schulz. È stata premiata la Afd, Alternative fur Deutschland, un partito di estrema destra populista anti islamico, anti euro e favorevole al ritorno del marco. Per la prima volta nella storia nella Repubblica federale tedesca entra nel Bundestag (la Camera dei deputati di Berlino) con il 12,6% dei voti, una forza con elementi razzisti e neo nazisti. La paura dell’immigrazione islamica e della riconversione produttiva tedesca ha fatto presa sull’elettorato più conservatore di Angela Merkel, ed ora i democristiani per la prima volta nella loro storia, devono fare i conti con un forte partito alla loro destra.

Il governo di grande coalizione tra democristiani e socialdemocratici, che pure ha garantito alla Germania un lungo periodo di pace e di benessere, è andato definitivamente in tilt. Centristi democristiani e sinistra socialdemocratica devono interrogarsi sui motivi del peggiore risultato elettorale dello loro storia post Seconda guerra mondiale. La Merkel cercherà di recuperare dal governo, Schulz dall’opposizione.

Angela Merkel ha già fatto capire quale sarà la strategia del suo quarto mandato di cancelliera. Ha annunciato l’intenzione di affrontare “le paure” e “le preoccupazioni” degli elettori che le hanno voltato le spalle votando per l’estrema destra: «Vogliamo riguadagnarci gli elettori che hanno votato Afd». Probabilmente darà vita a un esecutivo di coalizione con l’Fdp (i liberali hanno incassato il 10,8% dei voti) e con i Grunen (i Verdi hanno avuto l’8,9%).

A Berlino si profila un esecutivo della Merkel più debole dei precedenti tre per due motivi: 1) la ristretta maggioranza parlamentare; 2) la diversità dei programmi dei tre possibili alleati. Il governo cosiddetto “giamaica” (dai colori dei democristiani, liberali e verdi) dovrà affrontare notevoli difficoltà per far andare d’accordo i tre partiti con scelte, impostazioni e valori differenti.

I contraccolpi, in particolare, arriveranno sulla Ue e sui paesi europei più deboli che già in passato hanno contestato la politica teutonica di rigore finanziario. Si prevedono scintille, in particolare, tra il futuro governo tedesco e Mario Draghi. Il presidente della Bce (Banca centrale europea) già negli ultimi sette anni ha faticato non poco per salvare l’euro dal naufragio. La politica delle misure “non convenzionali” adottata da Draghi, con tassi d’interesse europei zero e con l’acquisto di titoli del debito pubblico dei diversi paesi, ha permesso di sconfiggere la Grande crisi economica internazionale e di far partire la ripresa, ma è stata pesantemente criticata dalla destra politica e finanziaria tedesca.

Il presidente della Bce è stato accusato da vari esponenti conservatori tedeschi di favorire i paesi più deboli della Ue, quelli con un maggiore debito pubblico come l’Italia, e di danneggiare la Germania. Tuttavia Draghi è andato avanti con la sua politica finanziaria espansiva grazie all’aiuto discreto ma decisivo della Merkel. A fine anno terminerà il programma, ora già ridotto, di acquisti di titoli e potrebbero cominciare seri problemi per nazioni come l’Italia. Se le banche e i grandi gruppi finanziari internazionali cominciassero a vendere in massa Bot e titoli poliennali del Tesoro (lo abbiano visto già nel 2010-2012) potrebbe essere l’inizio del crack per l’Italia, senza un intervento anti speculativo della Bce. Potrebbero aumentare a dismisura i tassi d’interesse pagati dal Tesoro con conseguenze imprevedibili sulla stabilità finanziaria del Belpaese. Angela Merkel, indebolita dal voto di domenica scorsa, avrebbe meno forza per sostenere la politica espansiva di Draghi che pure tanto bene ha fatto anche all’economia tedesca.

A quel punto l’Italia rischierebbe una polmonite politica, oltre che economica. I partiti attratti da tempo dal progetto di uscire dall’euro, come il M5S e la Lega Nord, acquisterebbero nuovo slancio. I cinquestelle e i leghisti, che negli ultimi mesi hanno messo la sordina alla battaglia anti moneta unica europea, potrebbero rialzare la bandiera di uscita dall’euro già nelle elezioni politiche all’inizio del 2018.

Rodolfo Ruocco

Primarie, 
Pisapia spariglia

Pisapia-unioni civiliLe elezioni politiche di inizio 2018 si avvicinano e tutti cercano di non restare “scottati” dal decisivo appuntamento con le urne. Giuliano Pisapia ha un problema enorme da affrontare: vuole costruire “un nuovo centro-sinistra” con il Pd e con le sinistre, ma il primo e le seconde sono in rotta di collisione tra di loro. Eppure in teoria sia il Pd di Matteo Renzi sia le tre sinistre (Campo progressista di Pisapia, Mdp di Speranza-Bersani-D’Alema e Sinistra italiana di Fratoianni-Fassina) avrebbero un forte interesse a un accordo.

I motivi per superare i duri contrasti sono evidenti: il Pd ha bisogno di alleati perché il M5S di Beppe Grillo gli insidia il primato di maggiore partito italiano e Silvio Berlusconi può ricomporre un concorrenziale centro-destra; le tre sinistre divise stentano a superare lo sbarramento del 3% dei voti previsto dall’attuale legge elettorale per accedere alla Camera (al Senato la soglia minima è addirittura dell’8%). Tuttavia, nonostante il grande interesse all’unità o comunque a raggiungere un’intesa elettorale, la lotta fratricida continua. Lo scontro è permanente tra il Pd, da una parte, e il Mdp e Sinistra italiana, dall’altra.

Pisapia, corteggiato da tutti i contendenti, ha cercato di costruire “un centro-sinistra largo” ma finora con scarsi risultati. Le sinistre rimproverano a Renzi una “deriva di destra” e il segretario del Pd controbatte con l’accusa di “sinistra conservatrice”. Lo stallo dura da tempo e la contesa si è inasprita con la scissione del Pd, realizzata lo scorso febbraio dal trio Speranza-Bersani-D’Alema. È difficile se non impossibile dialogare dopo una scissione.

Così tutte le speranze sono riposte su Pisapia apprezzato da tutti. L’ex sindaco di Milano ha cercato di riunire le sinistre e di dialogare con Renzi, ma lo stop è arrivato ogni volta puntuale. Poi è seguita la svolta. Ha lanciato un colpo a Renzi. Ha sparigliato giocando la carta delle primarie di coalizione, ha sollecitato il Pd a seguire questa strada per scegliere il candidato premier: «Dica apertamente che non è autosufficiente e che il candidato non sarà il segretario del Pd».

È una stoccata dura per l’ex presidente del Consiglio, che punta a ritornare a Palazzo Chigi dopo le elezioni politiche. Ed è una mossa che aggrega le tre sinistre sul piede di guerra contro Renzi, sinistre sicure di raccogliere i voti di protesta finiti ai cinquestelle o nell’astensione se si presenteranno come forze alternative al segretario democratico.

Ma è una mossa che, a sorpresa, alla fine può risultare vincente. Le primarie di coalizione sono una carta importante giocata dal leader di Campo progressista. Tutti alla fine potrebbero approvare la proposta. Pisapia potrebbe vantare la “discontinuità” ottenuta dal Pd con le primarie di coalizione per votare il candidato premier, le sinistre rientrerebbero in gioco riacquistando un ruolo, Renzi potrebbe vincere anche questa nuova sfida elettorale interna dopo quella per il secondo mandato da segretario del Pd.

Tutto può cambiare. Pisapia potrebbe tagliare il traguardo di “un centro-sinistra largo”. Il leader di Campo progressista invita “a stare insieme” per combattere le aumentate disuguaglianze sociali. Vuole un centro-sinistra unito: «I miei avversari sono il populismo, la destra e il centrodestra, il mio nemico è il nazifascismo». E qualcosa si muove: nel Pd hanno apprezzato l’abbraccio di Pisapia a Maria Elena Boschi, la sottosegretaria alla presidenza del Consiglio contestatissima a sinistra.

Dalla sinistra arriva un’apertura alla proposta. Pier Luigi Bersani, a sorpresa, ha aperto la porta al dialogo con Renzi e alle primarie di coalizione: «Fosse per me le farei». L’ex segretario del Pd ha alzato il disco verde a una sfida tra Renzi e Pisapia per la premiership ad una cena di autofinanziamento del Mdp a Pontelagoscuro vicino Ferrara. Ma ha posto delle condizioni e, in particolare di andare a votare alle politiche con il Mattarellum mettendo da parte il cosiddetto Rosatellum, ora all’esame della Camera: le primarie di coalizione si devono realizzare con «il Mattarellum, che prevede vere coalizioni, non con questa legge che stanno discutendo. E con un’intesa su un programma in discontinuità con i governi di questi anni». Adesso, anche se è scettico, aspetta la risposta del segretario del Pd: «Noi non siamo la sinistra settaria, non siamo la Cosa rossa. Se c’è un centrosinistra unito senza Alfano, come nel Lazio e in Lombardia, noi ci sediamo al tavolo. Ma non credo che Renzi vorrà allearsi con noi. Non ci ha neppure invitato alle Feste dell’Unità».

La situazione è in movimento. Giuliano Pisapia è riuscito a sparigliare. Si è aperto uno spiraglio per un accordo tra il segretario e l’ex segretario del Pd, tra Renzi e chi ha lasciato il partito sbattendo la porta. Bersani è sceso in campo per dare una mano a Pisapia.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Radio Rai affonda, 
Orfeo resta in silenzio

mario orfeo

Le radio private fioriscono, le reti Rai deperiscono. Entrando in un barbiere, in una tintoria o in un supermercato, se c’è una radio accesa in genere è privata e non della Rai. Il direttore generale dell’azienda radio-televisiva pubblica, Mario Orfeo, dovrebbe riflettere e uscire urgentemente dall’inerzia.

Mentre il barbiere taglia i capelli si ascoltano musica e notizie. Tanta musica, giornali radio rapidi, informazioni sul tempo e la viabilità in pillole, due conduttori guidano “il traffico” e danno anche la parola brevemente agli ascoltatori.

Chi dava per morta la radio, considerandola uno strumento vecchio e superato, è stato smentito dai fatti. I privati l’hanno capito e macinano ascolti e profitti, la Rai no. Musica e notizie, su questa semplice formula, le radio private hanno costruito la loro fortuna, collezionando valanghe di ascoltatori, soprattutto giovani, e una pioggia di pubblicità. Per Radio Rai, invece, è una continua emorragia.

Gli ultimi dati a disposizione diffusi da Eurisko Radio Monitor, relativi al 2016, sono un disastro per il servizio pubblico: Rtl 102,5 guida la classifica in solitaria con quasi 7 milioni di ascoltatori al giorno, più esattamente 6.957.000. Seguono quasi appaiate con oltre 4.700.000 ascoltatori altre tre emittenti private: Radio Deejay, Radio 105, Rds. Al quinto posto si piazza Radio Italia con quasi 4.400.000 affezionati. Radio Rai 1 si colloca solo al sesto posto con 4.127.000 ascoltatori, seguita da Radio Rai 2 a quota 2.968.000. Radio Rai 3 è solo in quattordicesima posizione a quota 1.436.000.

La radio italiana, quella dell’editoria privata, al contrario di altri strumenti informativi, gode ottima salute. Gli ascolti sono in continuo aumento: oltre 35,5 milioni di persone sentono ogni giorno il mezzo inventato da Guglielmo Marconi.

Alle radio va il 4,7% dell’intera torta pubblicitaria. Non a caso i grandi gruppi editoriali (forti nella carta stampata, nei giornali online e nelle tv) sono ben piazzati. Il gruppo Repubblica-La Stampa possiede una squadra di radio, così come Mediaset e Il Sole 24 Ore. L’ultimo a fare un altro shopping nel settore è stato Silvio Berlusconi. Radio Mediaset lo scorso agosto ha comprato per 25 milioni di euro Radio Subasio, una delle emittenti più importanti del centro Italia.

Da anni la Rai, che pure ha mantenuto il suo primato televisivo, ha perso quello radiofonico. Cosa farà Mario Orfeo? Per ora è un mistero. Di sicuro c’è un fatto: entro i primi giorni di ottobre ha promesso di disegnare la sua nuova Rai. Tra breve il direttore generale dell’azienda radio-televisiva pubblica illustrerà le nuove strategie industriali, le linee dei programmi e le scelte per l’informazione. A quattro mesi dal suo insediamento sul ponte di comando di viale Mazzini, dopo il brusco addio anticipato di Antonio Campo Dall’Orto, trapela poco sui suoi progetti.

Le poche indicazioni sono venute da una sua intervista a ‘Repubblica’ alla fine di agosto. Ha annunciato «un nuovo Contratto di servizio» propedeutico a «un piano per l’informazione». L’ex direttore del Tg1, del Tg2, del ‘Mattino’ e del ‘Messaggero’, ha usato un linguaggio piuttosto contorto: «Faremo un altro passo in avanti verso un nuovo assetto della tv pubblica, con un numero diverso di canali e un’identità più marcata per ciascuno di essi». Il giornale proprietà di Carlo De Benedetti ha fatto chiarezza con il titolo: “Così cambierà la Rai, nuovi canali e meno testate, certezza sulle risorse”. Dunque, questo è uno dei punti delicati: caleranno le testate giornalistiche, il perno del piano dell’ex direttore generale Luigi Gubitosi, pesantemente criticato dall’Usigrai, il sindacato dei giornalisti Rai.

Ma per la radio, e su come rilanciarla, silenzio. Non c’è alcuna indicazione su come fronteggiare e battere l’agguerrita concorrenza. Radio Rai, una volta un gioiello che penetrava in ogni casa e allevava i migliori giornalisti sportivi e politici, è in coma profondo. Il Giornale Radio Rai, oltre 200 giornalisti e 56 edizioni, ai tempi d’oro articolato su Gr1, Gr2, Gr3, è una imponente nave malandata che rischia di affondare sugli scogli. I programmi radiofonici, tranne qualche eccezione, forse soffrono di malanni anche peggiori. Sembra che nel 2017 siano addirittura peggiorati i già terrificanti dati di ascolto dell’anno scorso. Però nessuno ne parla. Nessuno indica una terapia per guarire la malattia. Orfeo resta in silenzio: batta un colpo, e in fretta.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Cernobbio, Grillo tace su Luigi Di Maio

grillo e di maioIl M5S si interroga e si divide sulla svolta di Cernobbio. Davide Casaleggio approva e Beppe Grillo tace. Alla vigilia delle primarie online per scegliere il candidato premier per le elezioni politiche, le discussioni ufficiali e ufficiose sono accese. Cernobbio sì, Cernobbio no, Cernobbio non pervenuto. La svolta governativa di Luigi Di Maio a Cernobbio è piaciuta soprattutto a Casaleggio junior.
C’è grande sintonia tra i due. Casaleggio, in una intervista al ‘Corriere della Sera’, ha promosso a pieni voti la sortita del giovane vice presidente della Camera nel pensatoio lacustre dei grandi imprenditori italiani ed europei con l’obiettivo di Palazzo Chigi: il M5S “oggi è la prima forza politica italiana e ha tutte le carte in regola per andare al governo del Paese”.
Basta, dunque, con la linea dell’opposizione ad oltranza e totale. Il giovane imprenditore specialista di internet, il secondo uomo forte dei cinquestelle dopo Grillo, non vede dissensi interni sull’abbandono della tradizionale impostazione dell’opposizione populista e anti-sistema: “Ho letto molte ricostruzioni fatte sui giornali, basate sul nulla”. Il presidente della Casaleggio Associati approva anche il dialogo con i banchieri e i grandi imprenditori italiani e stranieri incontrati al seminario di Cernobbio da Di Maio; un tempo visti invece come i grandi nemici, gli oligarchi capitalisti sfruttatori di lavoratori e proletari. Dà una spiegazione interclassista: “Le persone oneste e di buona volontà che vogliono cambiare il Paese si trovano in tutti gli strati sociali e in tutte le categorie”.
E’ un chiaro segnale: il figlio di Gianroberto, cofondatore del M5S con Grillo, appoggerà Di Maio nelle elezioni primarie online (il risultato sarà annunciato nella manifestazione del 22-24 settembre a Rimini). Probabilmente Di Maio sarà incoronato candidato dei cinquestelle a presidente del Consiglio. Per ora in pista c’è solo lui. Roberto Fico e Nicola Morra, esponenti dell’ala ortodossa contraria alla svolta di Cernobbio: finora non hanno deciso di gareggiare e non è detto che lo facciano per i rapporti di forza sfavorevoli. Alessandro Di Battista, invece, non ha escluso di candidarsi, ma è un amico di Di Maio e vicino alla sua linea dialogante con i grandi imprenditori, sull’Unione europea e sull’euro. Si profila il possibile rischio di una corsa in solitaria per l’uomo della svolta di Cernobbio.
Il vice presidente della Camera ha capovolto la tradizionale linea populista e anti-sistema di Grillo, inaugurata trionfalmente giusto dieci anni fa con il primo Vaffa…Day a Bologna. Di Maio a Cernobbio ha assicurato: “Non vogliamo un’Italia populista, estremista e anti-europeista. Il nostro obiettivo è creare e non distruggere”. L’obiettivo è uguale a quello di Davide Casaleggio: “Vogliamo governare questo Paese”.
Grillo, al contrario di Casaleggio, è sibillino. Il garante del M5S, ricordando sul suo blog la protesta del 2007 a Bologna, dieci anni di difficoltà e di successi travolgenti, di fatto ha dato il disco verde alla svolta governativa: “Siamo ancora qua, più forti di prima e forse a un passo da un altro traguardo storico”. Tuttavia il comico genovese non ha mai pronunciato la parola Cernobbio, il simbolo dei detestati “poteri forti” italiani ed europei, né ha rinnegato le sue accuse ai grandi gruppi industriali e finanziari. Non ha rettificato i suoi attacchi alla Ue, né la richiesta di un referendum per far uscire l’Italia dall’euro, né ha messo in soffitta le sue fiere rivendicazioni di essere “un populista”.
Una dimenticanza? Forse. Ma sarebbe una dimenticanza che il capo carismatico dei cinquestelle potrebbe recuperare velocemente mentre si avvicinano due appuntamenti importanti: il 5 novembre ci saranno le elezioni regionali siciliane e in primavera è previsto il voto per le politiche. Se la scelta moderata, quella di non mettere paura all’elettorato dovesse fallire, allora riprenderebbe vigore la linea di sfondamento a colpi di “Vaffa…”, quella degli sberleffi e delle invettive di “tutti a casa! Arrendetevi!”. In più c’è l’incognita delle tante città amministrate dal M5S. Molti sindaci grillini, anche in città importanti come Roma e Torino, non stanno mietendo grandi successi e i consensi calano.
Ma situazione si è complicata anche in Sicilia. Una ordinanza del tribunale di Palermo ha sospeso le “Regionarie” del M5S, dopo le contestazioni di Mauro Giulini, l’ex attivista escluso dal voto online sulle candidature siciliane dei pentastellati. Il vertice del M5S si è detto sicuro di partecipare “al voto come previsto” seguendo le decisioni dei magistrati. Certo è politicamente insostenibile escludere dalle elezioni regionali siciliane una forza importante come i cinquestelle, tuttavia quando si intromettono le carte bollate ogni sorpresa è possibile. Nelle elezioni comunali di Genova dello scorso giugno scoppiò un caso analogo e alla fine fu eletto sindaco un uomo del centro-destra.

Rodolfo Ruocco
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Sicilia. Angelino Alfano galleggia nella tempesta

Alfano-Pdl-Berlusconi-scissione

Sì, no, forse. Alla fine Angelino Alfano ha rotto gli indugi ed ha annunciato l’intesa con il Pd sulla candidatura del rettore Fabrizio Micari a presidente della regione Sicilia. Il leader di Alternativa popolare, in una conferenza stampa a Palermo, ha annunciato il 9 settembre: «Il sostegno a Micari è la carta migliore contro i 5 Stelle, la competenza contro il dilettantismo». Il centrista Giovanni La Via affiancherà il rettore dell’Università di Palermo come candidato vice presidente. Adesso il problema sarà la formazione delle liste elettorali.Il tira e molla è durato due mesi. Prima Alfano, tra luglio ed agosto, ha cercato di recuperare l’antico rapporto con Silvio Berlusconi proprio sulla Sicilia e poi la sua strada ha incrociato nuovamente quella di Matteo Renzi. Quasi in zona Cesarini il ministro degli Esteri e leader di Alternativa popolare ha dato il disco verde a Micari per correre come governatore regionale nel voto del 5 novembre in tandem con La Via. Ora il candidato del Pd avrà non pochi problemi con le sinistre all’interno e all’esterno del partito, ma Alfano ha di nuovo scongiurato la sua morte politica. Angelino Alfano, siciliano di Agrigento, non può permettersi l’isolamento proprio nell’Isola, la sua terra, la regione nella quale è più forte Alternativa popolare, la sua ultima e gracile creatura politica.
La sua è una storia di record travagliati. Prima nel centro-destra, stretto collaboratore di Berlusconi; poi alleato del centro-sinistra e di Renzi. Prima ministro della Giustizia nell’ultimo governo Berlusconi e poi ministro dell’Interno e degli Esteri con gli esecutivi di Enrico Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, tre uomini del Pd. Prima segretario del Pdl, il partito di centro-destra fondato dal Cavaliere e poi leader del Nuovo centrodestra e di Alternativa popolare, due formazioni moderate al governo con il centro-sinistra. Un po’ qui e un po’ lì.
Alfano, avvocato, quasi 47 anni, ex democristiano, ex Forza Italia, già Pdl, sembrava un centrista destinato a un grande successo politico. Berlusconi lo aveva scelto come suo successore, era lanciatissimo anche se il leader del centro-destra aveva avuto qualche perplessità sulla sua candidatura a Palazzo Chigi. In una celebre conversazione informale riportata da alcuni giornali disse nel marzo 2012: «Gli vogliono tutti bene, però gli manca un quid…». Il commento poco lusinghiero suscitò un putiferio e fu poi smentito con una nota stampa dall’ex presidente del Consiglio, tuttavia in molti rimasero scettici sulla rettifica.
Le strade tra Berlusconi e Alfano si separarono nel novembre 2013, quando Berlusconi uscì dal secondo governo Letta mentre Alfano restò. Volarono parole grosse: sembra che il presidente di Forza Italia parlò di “tradimento” e di “parricidio”. Il ministro dell’Interno accusò di estremismo gli anti governativi: «Io sarò diversamente berlusconiano». Forza Italia subì una grave scissione, Alfano fondò il Nuovo centrodestra con l’ambizione di subentrare alla leadership del Cavaliere.
La stella di Berlusconi invece tornò a brillare mentre quella di Alfano calò nella coalizione di governo con il Pd. Calò al punto che Alfano sciolse il Nuovo centrodestra e fondò Alleanza popolare, con l’obiettivo di intercettare solo gli elettori più moderati, quelli centristi ma non più quelli di destra. Tuttavia anche Ap ha deluso: nelle elezioni comunali di giugno ha raccolto appena il 3-4% dei voti. Di qui un’emorragia sempre più forte di parlamentari, richiamati nuovamente dalla sirena di Berlusconi. In tanti hanno detto addio all’attuale ministro degli Esteri: Schifani, Quagliariello, Giovanardi, Nunzia Di Girolamo, Enrico Costa.
Un po’ qui e un po’ lì. Per Alfano non è stato possibile il ritorno alle origini. Berlusconi prima aveva socchiuso la porta al suo ex delfino su “intese locali” come in Sicilia mentre «alleanze nazionali sono impossibili, con chi fino ad oggi ha sostenuto la sinistra». Poi alla fine sembra sia saltato l’accordo pure per la Sicilia anche per il no degli alleati di centro-destra; in testa il leghista Matteo Salvini continuava a tuonare: «Via i traditori come Alfano».
La coabitazione con Renzi resta ma subisce continui scossoni. A maggio volarono parole grosse. Il segretario del Pd attaccò “i veti dei piccoli partiti” sulla nuova legge elettorale e sfidò il leader di Ap a far cadere il governo Gentiloni: «Quelli del partito di Alfano la parola dimissioni, lasciare la poltrona, non la conoscono benissimo».
Alfano, sballottato come un vaso di coccio tra quelli di ferro, ha rischiato grosso; ma ha evitato il peggio: si è salvato, galleggia come un tappo di sughero in un mare in tempesta. Ha definito Berlusconi “irriconoscibile” perché pieno di “rabbia” e di “rancore”. Ha attaccato Renzi: «La nostra fedeltà è stata mal ripagata». Ha anche annunciato a luglio: «La collaborazione con il Pd si è ormai conclusa». Ma poi ha detto sì, salvo sorprese, al candidato governatore siciliano del Pd Fabrizio Micari. Superato lo scoglio della Sicilia si vedrà. Dovrà decidere se affrontare da solo le elezioni politiche o se cercare delle alleanze all’inizio del 2018.

Rodolfo Ruocco

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