Rodolfo Ruocco
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Trump da imprevedibile diventa inaffidabile

FINLAND-US-RUSSIA-POLITICS-DIPLOMACY-SUMMITDietrofront. Donald Trump ha mandato al macero velocemente le strette di mano, i sorrisi, gli ammiccamenti d’intesa con Vladimir Putin. Il pieno accordo proclamato al vertice di Helsinki dal presidente americano con il collega russo è svanito in appena 24 ore. Nell’incontro di lunedì 16 luglio nella capitale finlandese aveva dato ragione a Putin e torto ai magistrati e ai servizi segreti statunitensi: nessuna interferenza del Cremlino nella campagna elettorale americana del 2016, per sostenere lui contro la democratica Hillary Clinton nella corsa alla Casa Bianca.

La marcia indietro del presidente americano, appena tornato a Washington, è stata improvvisa e netta: «Intendevo dire il contrario». Dalla Casa Bianca ha annunciato di «voler fare una precisazione» perché era stato frainteso al summit di Helsinki. Ha aggiunto: «Ho piena fiducia e sostegno nell’intelligence degli Stati Uniti» e «accetto» le conclusioni dei servizi segreti sulle ingerenze russe nelle elezioni presidenziali. Comunque ha ribadito: «Non c’è stata nessuna collusione» con la sua campagna elettorale.

Trump ha capovolto le posizioni espresse ad Helsinki con un acrobatico triplo salto mortale politico. Nella conferenza stampa seguita al vertice con Putin aveva attaccato e scaricato il procuratore speciale Robert Mueller: l’inchiesta «è un disastro per il nostro Paese». Quindi aveva criticato pesantemente l’Fbi e la «corrotta Hillary Clinton», la sua ex avversaria. Aveva martellato: «Io neanche conoscevo Putin. Nessuna collusione». Complimenti a scena aperta, invece, per l’uomo forte del Cremlino: «È bello essere qui con te». E si era augurato una «relazione straordinaria» con l’uomo che governa da venti anni la Russia con un pugno di ferro senza tanti riguardi per le opposizioni e i giornalisti. Aveva appoggiato Vladimir Putin che aveva smentito tutte le accuse di ingerenza e si era solo limitato ad ammettere di aver parteggiato per l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca «perché aveva parlato di normalizzare le nostre relazioni» a differenza di Hillary Clinton.

Il Russiagate, cioè le indagini sull’ipotesi di collusione tra il Cremlino e il comitato elettorale del miliardario americano, è un brutto problema sia per Trump sia per Putin: il primo rischia di restare politicamente azzoppato, il secondo di rimanere sfigurato come un autocrate che regna con le spie. Il procuratore speciale Mueller, ex capo dell’Fbi, ha incriminato 12 agenti del servizio segreto militare russo per aver organizzato e gestito l’hackeraggio dei computer del Comitato nazionale democratico durante la campagna presidenziale del 2016. Nell’operazione è coinvolta, questa è l’ultima novità, anche un’altra funzionaria russa “infiltrata” nel voto di due anni fa, Maria Butina.

Trump, appena rientrato in patria, ha dovuto fare i conti con una gigantesca ondata di critiche corali: dai repubblicani (il suo stesso partito) ai democratici, dagli uffici federali ai giornali. Paul Ryan, speaker repubblicano della Camera, era impietoso: «Non ci sono dubbi che la Russia abbia interferito nella campagna elettorale». Il leader dei democratici al Senato Chuck Schumer attaccava: «Ha creduto al Kgb e non alla Cia». John Brennan, capo della Cia all’epoca del presidente Obama, accusava: è «poco meno di un tradimento…È totalmente succube di Putin».

Trump ha cercato di rompere l’assedio nel quale si era cacciato. Adesso c’è tutta una politica da rivedere. È singolare che Trump attacchi i tradizionali alleati occidentali del G7, della Nato e dell’Unione europea difendendo i governi e i movimenti populisti e vada a braccetto con Mosca, la super potenza antagonista da sempre degli Stati Uniti d’America. È singolare che capovolga le fondamentali scelte della politica estera americana degli ultimi 70 anni basate sull’alleanza e la cooperazione con la Ue, il Regno Unito, il Giappone, la Corea del Sud e il Canada.

L’intesa privilegiata tra Trump e Putin, i due leader populisti e sovranisti affezionati ai toni e alle azioni forti, è durata poco. Il miliardario americano segue un motto: «Voglio essere imprevedibile». Ma questa volta il presidente americano, l’anti Barack Obama, rischia di passare da imprevedibile a inaffidabile sia agli occhi dei vecchi alleati, sia a quelli dei nuovi amici e dei nemici. Il quadro non è confortante.

Adesso sarà arduo affrontare il 25 luglio il vertice a Washington con il presidente della commissione europea Jean-Claude Juncker sui dazi americani imposti alla Ue. Juncker arriverà vittorioso sulle ali dell’accordo del 17 luglio con il Giappone, che azzera o riduce progressivamente i dazi tra Bruxelles e Tokio. Juncker viaggia in rotta di collisione con Trump: «Non c’è protezione nel protezionismo».

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Vitalizi-pensioni d’oro, rivoluzione populista

rivoluzione francese ghigliottinaTutte le rivoluzioni vivono di simboli. La rivoluzione francese decapitò il re Luigi XVI e la moglie Maria Antonietta mentre la rivoluzione russa uccise lo zar Nicola II e tutta la famiglia imperiale: i simboli dell’autocrazia monarchica. La rivoluzione populista grillina taglia i vitalizi dei deputati in pensione e progetta di fare lo stesso per le pensioni d’oro.
Luigi Di Maio è euforico e usa termini da svolta epocale: «È una giornata storica, che gli italiani aspettavano da 60 anni». Giovedì 12 luglio l’ufficio di presidenza della Camera ha approvato la delibera che riduce i vitalizi di poco più di 1.300 ex deputati: dal primo gennaio 2019 molti assegni previdenziali caleranno anche vistosamente perché le pensioni saranno ricalcolate con il sistema contributivo, svantaggioso rispetto al più favorevole meccanismo retributivo usato fino al 2012 (da quell’anno per onorevoli e senatori scattò il nuovo sistema previdenziale adesso reso retroattivo).

È una rivoluzione, pacifica e senza spargimenti di sangue, attuata contro “i privilegi” dei politici della Prima e della Seconda Repubblica a poco più di un mese dal varo del “governo del cambiamento”. Il capo politico del M5S, vice presidente del Consiglio, ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico è soddisfatto per aver mantenuto uno degli impegni della campagna elettorale nelle politiche del 4 marzo: «Siamo arrivati noi e in 100 giorni li abbiamo tagliati» (è previsto un risparmio di 40 milioni di euro l’anno).

Roberto Fico, ala sinistra grillina, suona una musica analoga contro i privilegi: «È stata riparata un’ingiustizia sociale». Il presidente della Camera si è fortemente impegnato per ridurre i vitalizi: ora tocca al Senato che «arriverà ad una conclusione simile».

E non è finita. Secondo Di Maio «c’è ancora molto da fare nella lotta ai privilegi». Il ministro punta a tosare «prima della pausa estiva» anche le cosiddette pensioni d’oro e non saranno colpite solo quelle oltre i 5 mila euro al mese come era stato annunciato all’inizio: saranno tagliate «anche sopra i 4 mila euro, per coloro che non hanno versato i contributi a sufficienza». Sono nel mirino le élite borghesi, circa 100 mila pensionati. Dirigenti d’azienda, magistrati, alti burocrati, brillanti chirurghi, professori universitari, giornalisti blasonati cominciano ad avere gli incubi. Anche in questo caso è previsto un ricalcolo degli assegni previdenziali con il sistema contributivo (il risparmio previsto è di 450-600 milioni di euro l’anno). Di Maio ha spiegato: «L’obiettivo è quello di tagliare le pensioni d’oro per aumentare le pensioni minime».

La battaglia è popolarissima ma non sarà così facile. Maria Elisabetta Casellati, Forza Italia, non è sulla linea rivoluzionaria dei cinquestelle e del collega Fico. La presidente del Senato ha dei dubbi sulla costituzionalità di tagliare le pensioni a persone che le percepiscono da 10, 20 o 30 anni. Le norme non possono essere retroattive smantellando i diritti acquisiti di chi è andato in pensione con il sistema retributivo. Molti ex parlamentari si preparano a fare ricorso per incostituzionalità alla Consulta anche perché c’è una disparità: senatori e consiglieri regionali non subiranno danni. È critica Forza Italia e anche molti nel Pd, in Liberi ed Uguali e in Fratelli d’Italia, che però faticano a dirlo apertamente perché il discorso è impopolare nell’elettorato esasperato per la crisi, le troppe tasse e i tanti disoccupati.

La strada dei tagli ai “privilegi” è tanto popolare quanto pericolosa per diversi milioni di anziani pensionati. Secondo il segretario dell’associazione consumatori Aduc Primo Mastrantoni ben l’82% dei pensionati italiani gode del sistema retributivo, il 16% viaggia con il meccanismo misto e appena il 4% ha il contributivo. Il taglio retroattivo alle pensioni d’oro e ai deputati potrebbe spalancare le porte al “machete” anche per il 96% dei titolari di assegni Inps, certo non di entità principesche.

I deputati, i senatori e i ministri cinquestelle il 12 luglio hanno festeggiato in piazza Montecitorio il taglio dei vitalizi con un lancio di palloncini e brindisi con lo spumante. Campeggiava la scritta «By, by vitalizi». Una militante cinquestelle cinquantenne ha commentato entusiasta con una strana similitudine da Anni di Piombo: «Una prima pallottola finalmente è partita. Ora verranno le altre…».

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

Fiat Punto addio, Jeep vola. Fca cambia pelle

punto«Non ricordo che questa azienda storicamente sia mai stata così bene come oggi». Sui giornali non c’era ancora l’uscita di scena di Fiat Punto. Sergio Marchionne il primo giugno ha cantato il roseo presente e futuro di Fiat Chrysler Automobiles. Ha annunciato 45 miliardi di dollari di investimenti e 28 nuovi modelli per il piano industriale 2018-2022 del gruppo.
Gli utili sono alti, i debiti vanno giù, il titolo fa faville in Borsa a New York e a Milano. L’amministratore delegato della multinazionale a cavallo dell’Atlantico, divisa tra Torino e Detroit, sembra riuscito perfino a schivare i dazi di Donald Trump sulle auto. Ma a rompere l’incanto sono arrivate le cifre delle vendite in Italia. Dopo quattro anni di boom sono giunte cifre da tragedia. Nei primi sei mesi del 2018 le vendite sono calate dell’9% rispetto allo stesso periodo del 2017. I modelli Fiat, in particolare, sono crollati del 18% e addirittura del 30% a giugno, Fiat Punto in testa. Le vendite dell’Alfa, invece, sono aumentate dell’8% (grazie al suv Stelvio e alla Giulia costruite a Cassino) e i fuoristrada Jeep hanno registrato un incremento mozzafiato del 100,8% (merito di Compass e di Renegade).
Trionfo e dramma convivono. Fiat Chrysler Automobiles cambia pelle come aveva anticipato Marchionne all’inizio di quest’anno. Addio alle utilitarie e via a tutta forza verso le auto premium Jeep, Alfa Romeo e Maserati (con maggiori margini di guadagno), le elettriche e a guida autonoma. È una doppia riconversione: produttiva verso le vetture di alta gamma e tecnologica verso le energie pulite. Ma intanto cominciano i problemi seri occupazionali: a luglio viene staccata la spina alla Fiat Punto (25 anni di storia e 9,5 milioni di veicoli venduti), prodotta a Melfi, e all’Alfa Romeo Mito (vettura della vecchia era del Biscione), costruita a Torino Mirafiori.
Non è certo una novità. Sergio Marchionne, illustrando il piano industriale 2018-2022, aveva ufficializzato la scelta di lasciare la produzione delle vetture commerciali, un tempo il punto di forza del Lingotto. La Fiat, fortemente ridimensionata, diventerà un “marchio locale” (produrrà in Polonia praticamente solo la 500 e la Panda) limitato solo all’Europa e a poche altre zone geografiche e così pure la Chrysler rimarrà un brand ristretto solo agli Stati Uniti. L’amministratore delegato della multinazionale italoamericana ha deciso di concentrare gli sforzi «su Jeep, Ram, Maserati e Alfa Romeo che rappresentano la parte più significativa dei nostri ricavi e dei nostri utili». Ma il brand prediletto è la Jeep: è questo il “marchio globale” che tira negli Usa, in America Latina, in Europa e in Cina. La Jeep macina profitti enormi, totalizza quasi due milioni di vetture ogni anno, circa la metà delle vendite totali del colosso automobilistico proprietà della famiglia Agnelli.
Il piano suscita speranze e timori tra i lavoratori. Adesso la paura serpeggia negli stabilimenti italiani di Melfi e di Mirafiori: la fabbrica lucana perderà la Punto, quella piemontese la Mito e solo grazie agli ammortizzatori sociali gli esuberi non diventeranno licenziamenti.
Il manager italo-canadese, operato nei primi giorni di questo mese alla spalla destra in una clinica svizzera, il 25 luglio incontrerà gli analisti finanziari per fare il punto sul bilancio dei primi sei mesi del 2018. Probabilmente confermerà i progetti e darà nuovi particolari sui programmi Fca. Nei mesi scorsi si è parlato di nuovi suv Jeep, Alfa Romeo e Maserati da produrre in Italia, in modo da garantire la piena occupazione negli stabilimenti del Belpaese in gran parte impegnati a costruire utilitarie (a Pomigliano d’Arco c’è la Panda), macchine di massa che stanno perdendo terreno.
Melfi, mentre andrà fuori produzione la Fiat Punto, continuerà a costruire la Jeep Renegade e la 500 X che vanno molto bene (la prima ha incrementato le vendite del 26% e la seconda del 7%) ma senza l’arrivo di un altro suv americano o di una macchina ibrida (si spera nella 500 elettrica) saranno guai per i 7.400 lavoratori. I sindacati dell’impianto lucano hanno sollecitato la continuità produttiva e un nuovo impulso industriale «a partire dallo sviluppo dell’ibrido e della possibile allocazione di una nuova vettura da produrre a Melfi».

Rodolfo Ruocco
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L’ombra del governo sulle nomine Rai

rai 8Scontri e livori. Le nomine Rai sono una mina vagante. Un tempo la Rai univa più che dividere, adesso soprattutto lacera l’Italia. Lacera in primo luogo il governo grilloleghista, alle prese con il rinnovo del direttore generale (Mario Orfeo), del presidente (Monica Maggioni) e del consiglio di amministrazione (ci sono oltre 200 candidati per i 7 posti) dell’azienda radio-televisiva pubblica.
Il mandato del consiglio di amministrazione è scaduto lo scorso 30 giugno, la corsa è a realizzare le nomine prima di Ferragosto, possibilmente entro la fine di luglio. Non sarà facile. Beppe Grillo, fondatore e garante del M5S, tra il serio e il faceto invoca la privatizzazione di due reti. Luigi Di Maio risponde picche perché non c’è nel “contratto di governo” siglato tra leghisti e cinquestelle, però ha scandito: la Rai non va più lottizzata «e quindi la smetteremo con persone di partito». Anzi, il capo politico del M5S, vice presidente del Consiglio, ministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro è andato anche più in là ipotizzando «il censimento di tutti i raccomandati» esistenti nella pubblica amministrazione e nella Rai per «ristabilire il principio della meritocrazia».
Alt alla lottizzazione nelle nomine Rai, invece vanno premiati capacità e meriti professionali. Così la pensa anche Roberto Fico, presidente della Camera, anima della sinistra grillina: la politica «resti fuori» della Rai per dare finalmente «un segnale forte di cambiamento».
Già, però le nomine Rai sono competenza del governo e del Parlamento, il taglio politico delle decisioni è fortissimo. Tra M5S e Lega praticamente non c’è accordo su niente: su chi puntare come direttore generale e presidente, su chi eleggere nel consiglio di amministrazione della Rai. Sembra che non ci sia nemmeno alcuna intesa su chi mandare a dirigere Tg1, Tg2 e Tg3, le tre principali testate giornalistiche del colosso informativo pubblico.
La lottizzazione non è demonizzata da Matteo Salvini, però sulle nomine Rai chiede capacità. Il segretario della Lega, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno ha messo le mani avanti dicendo chiaro e tondo: «I partiti non resteranno fuori» ma «verranno ricercati merito e competenza». Si è lamentato. Vuole farla finita con «un’opera di disinformazione a reti quasi unificate che non ha precedenti in Italia». Ad essere danneggiata, è sottinteso, è la sua Lega che pure fa la parte del leone nei notiziari e nei programmi.
In sintesi: la Rai dovrà aspettare ancora per avere un nuovo vertice. Divampa, per ora sottotraccia, lo scontro sulla spartizione di testate, reti televisive e radiofoniche dopo le elezioni politiche del 4 marzo vinte da Salvini e Di Maio, le due colonne del “governo del cambiamento” guidato da Giuseppe Conte. Si fanno tanti nomi per il vertice e le testate: Enrico Mentana, Milena Gabanelli, Fabrizio Del Noce, Massimo Franco, Gennaro Sangiuliano, Grazia Graziadei, Alberto Matano, Carlo Freccero, Ferruccio De Bortoli, Fabrizio Salini, Luciano Ghelfi. Tutti giornalisti considerati di area leghista o cinquestelle.
Ma nella pentola bollono grandi novità: sembra destinata alla cancellazione l’antica lottizzazione maggioranza-opposizione inventata dalla Prima Repubblica come garanzia di rappresentanza democratica (allora il Tg1 era Dc, il Tg2 laico-socialista, il Tg3 comunista) e finora rispettata anche nella Seconda (il Tg1 al vincitore delle elezioni politiche, il Tg2 al centro-destra, il Tg3 al centro-sinistra).
L’ombra del “governo del cambiamento” si allunga sulla Rai. Lega e M5S sembrano intenzionati a spartirsi tutto tra loro: vertice, testate giornalistiche e direzioni delle reti. Hanno dalla loro la maggioranza alla Camera e al Senato (ai quali compete gran parte delle nomine dei consiglieri di amministrazione) e il ministero del Tesoro (come proprietario della Rai gli spetta la nomina del potente direttore generale). La maggioranza grilloleghista al massimo, secondo le indiscrezioni, potrebbe concedere un posto nel consiglio di amministrazione a Forza Italia, opposizione di centro-destra, ma l’orientamento sarebbe addirittura di lasciare fuori il Pd, opposizione di centro-sinistra. I democratici (dopo il tracollo alle politiche e alle comunali) perderebbero perfino il Tg3, lo storico telegiornale rosso.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

Salvini, l’uomo forte vuole espugnare la Ue

salvini pontidaPugno di ferro con Bruxelles, con i trafficanti di esseri umani nel Mediterraneo, con i mafiosi, con gli assassini e gli stupratori. Matteo Salvini ha assicurato tra le ovazioni all’assemblea della Lega a Pontida: «La pacchia è finita». Promesse latte e miele, invece, per gli aspiranti pensionati: va cancellata la legge Fornero perché è «ingiusta e disumana». L’altolà dell’Unione europea sul deficit dei conti pubblici italiani è respinto con un afflato populista: «Prima viene la felicità dei popoli».

Salvini s’immerge nel bagno di folla di Pontida in una triplice veste: segretario del Carroccio, vice presidente del Consiglio, ministro dell’Interno. L’ha sparata grossa: «Si rassegnino i compagni: l’Italia che noi governeremo per i prossimi 30 anni, è un’Italia che non ha paura di niente». È vero che l’opposizione di centro-sinistra e quella di Forza Italia è muta e irrilevante davanti all’esecutivo Lega-M5S, ma la certezza di Salvini di poter governare per «i prossimi 30 anni» è un po’ troppo avventata. Stesso discorso vale per la confermata promessa di «cancellare» la Fornero, quando basterebbe rispettare almeno la proposta di correggere il provvedimento introducendo anche il pensionamento alla cosiddetta “quota 100” (somma tra età e anni di contributi).

Per ora le popolarissime promesse, determinanti per il successo nelle elezioni politiche, continuano a prosperare, ma non si vedono le realizzazioni concrete. Gli immigrati continuano a sbarcare in gran parte in Italia: con Bruxelles non è stato spuntato alcun risultato sostanziale (se c’è una riduzione dei flussi si deve agli accordi con la Libia dell’ex ministro dell’Interno Marco Minniti). Manca “la cancellazione”, o “il superamento”, o “la correzione” (secondo le varie promesse) della legge Fornero. Non si vede la flat tax. Non c’è traccia del reddito di cittadinanza, mentre questo progetto era al centro della campagna elettorale dei cinquestelle.

Salvini, comunque, viaggia con il vento in poppa. Punta al tris: vuole vincere le elezioni europee del 2019 dopo aver trionfato in quelle politiche di marzo e nelle comunali di giugno. I sondaggi gli danno ragione: la Lega sarebbe schizzata a oltre il 30% dei voti dal 17% ottenuto alle politiche.

Il boom ha tante ragioni. Salvini è abile nella comunicazione, ha saputo cogliere le paure degli italiani verso gli immigrati. La scomparsa delle opposizioni, incapaci di proporre una alternativa credibile, gli ha spianato la strada. Giancarlo Giorgetti, braccio destro di Salvini, l’ha capito e lo ha detto a Pontida. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio ha illustrato una tesi fino a poco tempo fa impensabile: «Non abbiamo più opposizione qui perché il popolo è con noi». Salvini ha vinto in Italia mentre in Francia Emmanuel Macron ha sconfitto l’anno scorso la sua alleata Marine Le Pen.

Adesso, secondo Salvini, la vera opposizione da battere è l’Europa delle multinazionali e della finanza. Ha annunciato: le elezioni europee del 2019 saranno «un referendum fra noi e le élite europee». Il disegno è di portare al successo la destra sovranista e nazionalista europea: «Facciamo cadere il muro di Bruxelles». Ha delineato una grande alleanza delle destre europee: «Io penso a una Lega delle Leghe d’Europa che mette insieme tutti i movimenti liberi e sovrani, che vogliono difendere la propria gente e i propri confini».

È una seria minaccia anche per il Partito popolare europeo di Angela Merkel. Non si sa come andrà a finire. Molto dipenderà dalla capacità delle forze di centro-sinistra e progressiste di dare una risposta alle paure, all’impoverimento del ceto medio e della classe lavoratrice.

Per ora c’è da fare i conti con la politica muscolare, dell’uomo forte, lanciata da Salvini. C’è qualcuno anche nel Carroccio che nutre dei dubbi. Umberto Bossi, critico con Salvini, non si è fatto vedere alla 32° edizione di Pontida. Non è andato all’annuale raduno leghista nemmeno Roberto Maroni. I due ex segretari della Lega hanno dato forfait per la prima volta. Non è un buon segno.

La linea di Salvini per ora paga, ma se non arriveranno i risultati con il reddito di cittadinanza, il taglio delle tasse e la modifica della Fornero, il vento potrebbe cambiare in fretta. Molto in fretta.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Grillo commissaria il giovane Di Maio

grillo-di-maio

«Luigi Di Maio è un grandissimo politico». Sembrano lontanissimi i tempi in cui Beppe Grillo (quasi 70 anni) lodava il suo giovane pupillo Di Maio (quasi 32 anni), eppure era solo quattro mesi fa, subito dopo la trionfale vittoria del M5S nelle elezioni politiche del 4 marzo con il 32% dei voti.

Per molto tempo Grillo ha taciuto, è tornato al mestiere di comico. Si è allontanato dalla politica per tornare a calcare i palcoscenici dei teatri italiani. Poi, da qualche giorno, il garante dei cinquestelle è tornato ad intervenire, suggerendo e dettando in modo surreale le scelte da adottare al governo Conte-Di Maio-Salvini. Dal suo blog su internet, non più del M5S, ha indicato “il sorteggio” per realizzare la riforma elettorale: «Il primo passo sarebbe una seconda camera nel nostro parlamento, piena di persone scelte a caso, un senato dei cittadini, se volete».

Con una mossa ha assestato due colpi: 1) in un attimo ha buttato a mare la regola delle elezioni primarie online su internet tra gli iscritti pentastellati; 2) ha tirato un calcio al «più grande inganno della Politica: farci credere che servano i politici». Uno strano dietrofront. Ha mandato al macero le elezioni primarie online tra gli iscritti pentastellati decantate per anni come un grande strumento di «democrazia diretta della Rete» e per rinnovare con forze nuove e giovani la politica italiana. Proprio con le elezioni online tra gli iscritti al M5S Di Maio è stato eletto capo politico del movimento al posto di Grillo e sempre con questo strumento sono stati scelti i candidati cinquestelle da eleggere in Parlamento.

Dopo la revisione della legge elettorale basata sul sorteggio, è arrivata l’altra sorpresa: la riforma della Rai. Dalla finestra della sua stanza all’Hotel Forum di Roma, senza farsi vedere, ha annunciato ai giornalisti la privatizzazione di gran parte delle reti televisive pubbliche: «Rai Tre, Rai Due e Rai Uno: due saranno messe sul mercato e una senza pubblicità». Sempre con un linguaggio tra il paradossale e il surreale non ha voluto aggiungere altro: «Questo dice l’Elevato e accontentatevi di questo». Forse non è estraneo l’appuntamento per rinnovare il direttore generale, il presidente e il consiglio di amministrazione della Rai.

Ora, c’è il piccolo particolare, che Grillo non fa parte del governo presieduto da Giuseppe Conte. C’è anche un altro piccolo particolare: nel “contratto di governo” elaborato da M5S e Lega non c’è la minima traccia della proposta di eleggere per sorteggio il Senato e di privatizzare gran parte della Rai. Già nelle scorse settimane era emerso un caso analogo. Grillo aveva ipotizzato la chiusura dell’Ilva di Taranto, la più grande acciaieria d’Europa sotto botta per problemi d’inquinamento industriale. Di Maio era intervenuto per stopparlo. Il vice presidente del Consiglio, ministro dello Sviluppo e del Lavoro, capo del M5S si era messo di traverso: sono «opinioni personali».

Grillo non deve averla presa bene. Ora è tornato alla carica con due nuove proposte provocatorie e dirompenti: hanno il carattere di un commissariamento di Di Maio. Grillo non è nel governo, però conta. È il fondatore e garante del M5S e le sue sortite pesano sull’esecutivo e condizionano Di Maio, già in affanno per la concorrenza spietata praticata da Matteo Salvini.

Il segretario della Lega, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno marcia fortissimo con le sue campagne contro l’immigrazione illegale: secondo alcuni sondaggi il Carroccio sarebbe addirittura salito dal 17% al 31% dei voti mentre il M5S sarebbe sceso al 29%. Sarà un caso ma il carismatico Grillo recentemente ha lodato proprio Salvini perché è «uno che sta facendo le cose, per davvero».

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Comico contro attore: Grillo contro Amendola

grillo_amendolaGli attori, come tutti i cittadini, sono immersi nel pentolone bollente della politica. Gli attori, famosi e meno noti, non sono cittadini di serie B. Possono parlare di tutto, se vogliono anche di politica criticando o difendendo, secondo i casi, il governo e le opposizioni.
È quello che ha fatto Claudio Amendola. L’attore, elettore del centro-sinistra uscito piuttosto a pezzi prima dalle elezioni politiche del 4 marzo e poi da quelle per i sindaci di giugno, ha attaccato la politica del governo M5S-Lega contro gli sbarchi degli immigrati in Italia: «Non voglio vivere in un paese che chiude i porti».
Il discorso non è piaciuto ad un altro attore, a Beppe Grillo, corrosivo comico e fondatore del M5S: «Gente che campa pubblicizzando il gioco d’azzardo augura a noi ogni male possibile, non vogliono vivere in un paese con i porti chiusi (forse temono qualche bisca di stato in meno)».
Comico contro attore. Il giudizio di Amendola si può condividere o meno, ma va rispettato. Grillo, metà comico e metà politico, non si è limitato a difendere il governo populista Conte-Salvini-Di Maio per il quale ha tifato e tifa. Il nome di Amendola non compare, ma la critica-sberleffo del garante dei cinquestelle sembra proprio indirizzata al collega attore. In particolare sarebbe nel mirino per uno spot televisivo di Amendola sulle scommesse sportive online.
Comico contro attore. Curioso. Una pubblicità sulle scommesse può piacere o no, ma è un lavoro non un qualcosa simile a un delitto. Un governo può piacere o no, ma è espressione di libere elezioni e soggetto a critiche e lodi. Il fondatore del M5S dovrebbe essere contento perché la sua creature politica ha vinto le elezioni legislative ed è al governo con la Lega. Certo come ha riconosciuto lo stesso Grillo le elezioni comunali sono state vinte dai leghisti più che dai pentastellati. È la democrazia, bellezza!
È la libertà bellezza!, compresa quella di reclamizzare un gioco o di compilare una schedina di nuovo o di vecchio conio. Provi anche Grillo: o a fare uno spot o ad effettuare una giocata! Magari già l’ha fatto!

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

Cure diverse per il Pd da Zingaretti e Calenda

zingaretti calendaL’impensabile è successo. Il Pd ai ballottaggi comunali del 24 giugno ha perso perfino le sue città gioiello in Toscana, in Emilia Romagna e in Umbria. C’è stato un terremoto, le roccaforti rosse non esistono più. Ha ceduto anche “l’alleanza larga” tra i democratici e gli altri partiti del centro-sinistra: Siena, Massa e Pisa in Toscana, la regione dell’ex segretario democratico Matteo Renzi, sono state conquistate dal centro-destra a trazione leghista. Una vera ecatombe: nel 2013 il centro-sinistra in Toscana amministrava ben 10 capoluoghi su 11, ora invece conta appena su 3 sindaci.
Perfino a Siena ha abbassato la bandiera: la crisi e la nazionalizzazione del Monte dei Paschi, un tempo banca onnipotente, ha avuto conseguenze devastanti. Imola, in Emilia Romagna, è stata espugnata dal M5S, nonostante al primo turno del 10 giugno fosse in vantaggio il centro-sinistra con il 10% dei voti. È scattata l’alleanza grillo-leghista, quella del governo nazionale, e non c’è stato niente da fare.
È una disfatta ad alto contenuto simbolico e segue il tracollo al 18% dei voti subito dal Pd nelle elezioni politiche di tre mesi fa. Malissimo anche il tandem Bersani-D’Alema, già alle politiche Liberi e Uguali aveva appena superato il 3%. Il centro-sinistra ai ballottaggi comunali riesce a spuntarla sono in alcune città, come Brindisi ed Ancona, e in due municipi di Roma grazie all’effetto Raggi. Nella capitale il centro-sinistra è riuscito a vincere alla Garbatella e al Nomentano (circa 300 mila abitanti), per la fallimentare amministrazione della sindaca grillina (il M5S non è stato ammesso neppure al ballottaggio).
Ancora è presto per capire dove si sono diretti precisamente gli elettori in fuga dal Pd e dal centro-sinistra, ma certamente si è aperta una nuova fase politica che ha azzerato la Seconda repubblica. Molti cittadini progressistinei ballottaggi comunali si sono ancora rifugiati nell’astensione (i votanti sono stati appena il 47,61% nei ballottaggi comunali, in calo rispetto al già al basso dato del 60,7% del primo turno). Ma tanti elettori di centro-sinistra sembra siano rimasti affascinati perfino dalla destra sovranista e nazionalista di Matteo Salvini, facendo vincere i sindaci del centro-destra non solo nel nord Italia (come a Ivrea e a Sondrio), ma anche nelle regioni per 70 anni con un cuore rosso (è andata all’alleanza Salvini-Berlusconi-Meloni anche Terni, la città umbra dell’acciaio, un simbolo dell’industria siderurgica italiana e della sua crisi).
Già, la chiusura di tante fabbriche determinata dalla globalizzazione economica, ha assestato un nuovo colpo alla sinistra, o meglio alle tante sinistre divise. Nelle elezioni politiche del 4 marzo, il beneficiario della crisi è stato soprattutto il M5S di Luigi Di Maio (nel Sud devastato dalla desertificazione produttiva ha incassato circa il 50% dei voti totali), nei ballottaggi comunali invece è premiato l’attivismo di Salvini, vice presidente del Consiglio, ministro dell’Interno e segretario della Lega.
Hanno fatto breccia le tante promesse populiste giallo-verdi tutte da mantenere: blocco dell’immigrazione in Italia, “pace fiscale” (di fatto un condono), flat tax, superamento della legge Fornero, reddito di cittadinanza, abolizione dei vitalizi ai parlamentari e agli ex onorevoli, taglio delle “pensioni d’oro” e aumento di quelle minime, tutela dei lavoratori precari come i rider (i fattorini per la consegna a domicilio dei pasti), aumento degli investimenti pubblici e dell’occupazione.
La politica seduttiva quotidiana degli annunci verso i ceti popolari e contro le élite ha premiato più il segretario del Carroccio che il capo del M5S. I disoccupati, i precari, i piccoli imprenditori e i professionisti tartassati dalle tasse, il ceto medio impaurito e i lavoratori hanno voltato le spalle al centro-sinistra e hanno dato fiducia nelle elezioni politiche soprattutto ai cinquestelle e, adesso nelle comunali, i loro consensi sono andati in particolare ai leghisti. Lega e M5S hanno inghiottito e distrutto il centro-sinistra.
Ora il Pd e la sinistra rischiano l’estinzione e si è aperta la discussione su cosa fare, come rimediare al disastro. C’è da riflettere sui tanti errori, su come risolvere l’esplosione delle disuguaglianze, la compressione dei diritti e l’immigrazione incontrollata.
Al capezzale del Pd accorrono medici con cure diverse. Maurizio Martina, segretario reggente democratico, è prudente: «C’è bisogno di leadership nuove ma il centrosinistra non può prescindere al Pd». Secondo Nicola Zingaretti, governatore del Lazio, possibile candidato alla segreteria del partito su una impostazione socialdemocratica, «un ciclo storico si è chiuso» e «va ripensata» con coraggio l’intera strategia. C’è chi pensa, invece, a un superamento dello stesso Pd e a una nuova aggregazione liberaldemocratica sul modello di Emmanuel Macron in Francia. L’ex ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda ha indicato la strada di un nuovo inizio: «Andare oltre il Pd subito, verso un fronte repubblicano». Su posizioni analoghe il Psi. Riccardo Nencini ha proposto di rivedere tutto costruendo una alleanza riformista repubblicana «aperta e inclusiva». Certo sarebbe singolare una Italia senza più la sinistra e il centro-sinistra.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

Rom e Rai, incrinata l’intesa Salvini-Di Maio

salvini di maio-2Il “governo del cambiamento” è nato appena un mese fa, ma già non gode di buona salute. Sul censimento rom è incrinato il rapporto tra Lega e M5S, le due colonne dell’esecutivo presieduto da Giuseppe Conte. Il protagonismo di Matteo Salvini, in particolare, su immigrati e rom, ha innescato forti contrasti con Luigi Di Maio.
A far traboccare il vaso è stata la carta del censimento rom, una iniziativa dalla terribile impronta etnica e razzista. Il segretario leghista, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno ha sollecitato il «censimento dei Rom e controllo dei soldi pubblici spesi» con l’obiettivo di realizzare delle espulsioni di massa. Poi, di fronte alla levata di scudi delle opposizioni e dei cinquestelle, Salvini ha fatto marcia indietro parlando di «ricognizione» e comunque «non è una priorità».
Si è sfiorata la rottura. Di Maio si è lanciato in un duro braccio di ferro, il primo con il collega di governo: «I censimenti su base razziale non si possono fare, lo dice la Costituzione». Il capo politico del M5S, vice presidente del Consiglio, ministro dello Sviluppo e del Lavoro ha replicato a muso duro: «Ci sono altri censimenti da fare». E ha lanciato l’idea di un altro censimento: «Per esempio c’è il censimento di tutti i raccomandati che ci sono nella pubblica amministrazione. Dobbiamo cominciare a controllare, anche in Rai, e ristabilire il principio della meritocrazia».
Solo all’apparenza si tratta soltanto di una lotta tra due diversi censimenti populisti, due iniziative propagandistiche, pericolose e inattuabili. Solo all’apparenza Di Maio ha scagliato contro la proposta di un censimento rom, discriminatorio e razzista, l’idea di un censimento sui raccomandati, dal sapore di gogna mediatica. In realtà il capo pentastellato sembra che abbia voluto bloccare l’assalto del Carroccio al vertice della Rai (direttore generale, presidente, consiglio di amministrazione), alle tante testate giornalistiche (Tg1, Tg2, Tg3, Rainews24, Gr) e alle direzioni televisive e radiofoniche. Per ora ha vinto il braccio di ferro. Salvini è stato costretto a derubricare il “censimento” a “ricognizione” sui rom.
Salvini e Di Maio sono due alleati in forte competizione. Il ministro dell’Interno agita il problema degli immigrati e dei nomadi, il collega dello Sviluppo solleva la questione dei privilegi del posto fisso. Sia il tema della sicurezza, sia quello del lavoro tutelato per tutti sono problemi reali, molto sentiti. Sia Salvini sia Di Maio, alla vigilia dei ballottaggi del 24 giugno per i sindaci, sono a caccia di consensi e spingono sul pedale dell’acceleratore. Il primo cerca di far lievitare il 17% dei voti ottenuti nelle elezioni politiche del 4 marzo, il secondo cerca di difendere il suo 32% dall’erosione dell’alleato-competitore leghista (alcuni sondaggi danno addirittura il sorpasso del Carroccio sul M5S).
Tutti e due cercano di cavalcare “la pancia” del ceto medio in crisi ed impoverito: il segretario della Lega sui migranti e sui rom tenta di intercettare le paure e le insicurezze; il capo pentastellato alzando la bandiera dei raccomandati punta a coagulare il rancore sociale.
Così i giornali, le televisioni ed internet sono dominati dalle notizie sullo scontro su migranti, rom e raccomandati. Non si parla quasi più, invece, di reddito di cittadinanza, abolizione della legge Fornero sulle pensioni e flat tax, i tre cavalli di battaglia sui quali Di Maio e Salvini hanno vinto le elezioni politiche. Non si sa quando e come saranno realizzati questi popolarissimi obiettivi dal costo salato per il bilancio pubblico italiano (almeno cento miliardi di euro).
Ma a giugno si voterà per le europee, sia Salvini e sia Di Maio vogliono presentarsi con dei risultati ai rispettivi elettori. Il primo spinge per la flat tax, il secondo per il reddito di cittadinanza mentre la modifica della Fornero è una battaglia comune. Sarà difficile accontentare tutti senza mettere in pericolo i conti pubblici e la permanenza dell’Italia nell’euro. Sono possibili tante, imprevedibili sorprese anche per il governo Conte.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

Macron sfida Salvini a chi vince le europee

emmanuel_macronUn occhio agli immigrati e uno ai ballottaggi per le comunali del 24 giugno. Anzi, due occhi ben aperti verso le elezioni europee della primavera 2019. Matteo Salvini si scatena. Sui migranti è entrato in rotta di collisione con Tunisia, Malta, Spagna e Francia. Lo scontro è stato rovente soprattutto con Parigi, tradizionale alleata dell’Italia: «La Francia ci dice che siamo cinici ma dal 1 gennaio al 31 maggio ha respinto alle frontiere 10.249 persone, comprese donne e bambini disabili». Il ministro dell’Interno, parlando al Senato mercoledì 13 giugno, ha assunto anche i panni di ministro degli Esteri e, un po’, anche quelli di presidente del Consiglio: «Spero che arriveranno le scuse della Francia. Non abbiamo niente da imparare da nessuno in termini di solidarietà».
A far partire il corpo a corpo è stato Emmanuel Macron. Al leader della destra sovranista e nazionalista italiana non è andata giù l’accusa di «cinismo e irresponsabilità» lanciata dal presidente della Repubblica francese contro la sua decisione di rifiutare l’approdo alla motonave Aquarius (decisione “vomitevole” per il partito di Macron), con 629 migranti a bordo provenienti dalla Libia (alla fine il porto spagnolo di Valencia ha accolto l’imbarcazione evitando pericolose conseguenze umane e diplomatiche). Sotto accusa è la decisione del ministro dell’Interno italiano di respingere le navi delle organizzazioni umanitarie internazionali mentre quelle militari continuano a salvare profughi e immigrati economici.
Dal capo dello Stato francese, però, non sono arrivate le scuse e il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, dopo molte incertezze, ha considerato “il caso chiuso” così venerdì 15 giugno ha incontrato a Parigi Macron come da calendario.
Tutti i contrasti sembravano rientrati. Tra Macron e Conte è scattata la convergenza. Il presidente francese ha solidarizzato con l’Italia sia sulle modifiche per l’euro sia sull’impegno comune sui migranti: «Desidero che Italia e Francia lavorino mano nella mano insieme con la Spagna, la Germania e gli altri partner. La risposta giusta è europea ma quella attuale è inadeguata». Conte ha apprezzato e ha messo sul tavolo la proposta di creare dei “centri di protezione europei” nei paesi africani (non solo in Libia ma anche in quelli sahariani come il Niger) per chiudere “la rotta del Mediterraneo” e salvare la vita ai migranti.
Poi, a sorpresa, è ripartito il furibondo scontro. Macron al presidente del Consiglio italiano ha riservato strette di mano e sorrisi all’Eliseo, mentre al suo vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno ha destinato un nuovo attacco da bomba atomica: l’”asse” ipotizzato tra i ministri dell’Interno di Roma, Vienna e Berlino sui migranti «riporta a un triste passato». Il riferimento è stato allo sciagurato “asse Roma-Berlino” realizzato da Benito Mussolini e Adolf Hitler. La replica di Salvini ha rilanciato lo scontro: «Non prendo lezioni dalla Francia» e «abbiamo finito di fare gli zerbini».
La sfida di Macron a Salvini ha un motivo preciso: anche lui pensa alle elezioni europee dell’anno prossimo. In casa, in Francia, ha una temibile antagonista da battere: Marine Le Pen, euroscettica, sovranista e nazionalista come il vice presidente del Consiglio italiano, ministro dell’Interno e segretario della Lega.
Macron lo scorso anno riuscì a sconfiggere la presidente del Front National, amica e alleata di Salvini, nel ballottaggio per le elezioni presidenziali così salvò l’euro e la stessa vita della Unione europea. Adesso vuole replicare quel successo nel voto per il Parlamento europeo ergendosi a campione dell’europeismo contro Salvini, divenuto alfiere del sovranismo. Non sarà facile. I consensi popolari verso il presidente della Repubblica sono in calo per il duro piano di riforme diretto a modernizzare e a rendere più competitiva la Francia.
Non solo. Macron è contestato anche all’interno di En Marche! (In Marcia!), il partito di centro-sinistra da lui fondato dopo aver lasciato il Partito socialista francese. La deputata Sonia Krimi ha accusato il presidente della Repubblica di rimanere in silenzio sui migranti e di praticare «la politica dello struzzo».
Il 28 e 29 giugno si riunirà il Consiglio europeo per cruciali decisioni sull’ immigrazione e sull’euro. La cancelliera tedesca Angela Merkel ha recitato il ‘mea cupa’: gli italiani sono stati lasciati “soli” sui migranti. Il capo dello Stato francese cerca alleati in Europa. Punta all’intesa anche con il presidente del Consiglio italiano, il cinquestelle Conte, mentre il suo vice presidente del Consiglio leghista sarà certamente un avversario. Giuseppe Conte e Matteo Salvini, così vicini sui banchi del governo alla Camera, sono sempre più lontani su come cambiare l’Unione europea.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma