Rodolfo Ruocco
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Fca. Dietrofront Marchionne che si converte all’elettrico

epa06443633 CEO of Fiat Chrysler Automobiles Sergio Marchionne responds to questions from reporters during the introduction of the 2019 Jeep Cherokee SUV at the 2018 North American International Auto Show in Detroit, Michigan, USA, 16 January 2018. The automobile show opens to the public 20 January and runs through 28 January 2018 where visitors can get up-close to technologies and vehicles of the future. EPA/TANNEN MAURY

 CEO of Fiat Chrysler Automobiles Sergio Marchionne . EPA/TANNEN MAURY

«Questo business non è mai stato adatto per i deboli di cuore». Sergio Marchionne non credeva molto nell’auto elettrica, ma è stato costretto a un brusco dietrofront. Gli automobilisti sono sempre di più attratti dalle nuove vetture ad energia pulita, perfino il “contratto di governo” discusso a metà maggio dal M5S e dalla Lega (e assunto dal presidente del Consiglio incaricato Giuseppe Conte) stabilisce incentivi «per favorire l’acquisto di un nuovo veicolo ibrido ed elettrico».
Così l’amministratore delegato di Fiat Chrysler Automobiles ha preso atto delle nuove tendenze del mercato mondiale (la Cina ci punta molto) ed italiano. La svolta dovrà arrivare il primo di giugno: i progetti per l’auto elettrica saranno uno dei perni del piano industriale 2018-2022. Marchionne esporrà al centro prove del gruppo a Balocco come procedere. Dovrà indicare modelli, marchi, investimenti, fabbriche per affrontare l’imponente sfida dei cambiamenti tecnologici: come passare dagli inquinanti motori a benzina e diesel a quelli elettrici puliti, a “zero emissioni” di gas di scarico. Il cambio di rotta è stato annunciato lo scorso 15 gennaio al Salone dell’auto di Detroit: «La metà delle auto prodotte al mondo entro il 2025 sarà ibrida, elettrica o a celle a combustibile» e «le case automobilistiche hanno meno di un decennio per reinventarsi» se non vogliono essere cancellate.
È una marcia indietro niente male per il manager in maglione nero, certamente lui non è tra “i deboli di cuore”. Fca è in ritardo e non vuole essere cancellata, anzi vuole rinnovare i successi degli ultimi dieci anni. Marchionne fino a poco tempo fa aveva snobbato l’auto elettrica ritenendola una novità non utilizzabile in tempi brevi, così si era limitato solo a delle sperimentazioni. I motivi del rinvio ai tempi lunghi erano due: 1) gli alti costi degli investimenti, 2) il mercato ancora molto ristretto per le vetture elettrificate. Poi però è arrivato il calo delle vendite delle vetture Fiat e Chrysler, con l’eccezione di Jeep, Alfa Romeo e Maserati (su questi tre marchi premium, che assicureranno il lavoro alle fabbriche italiane, si sono concentrati gli investimenti). Così c’è stato il ripensamento sull’auto elettrica. La concorrenza da affrontare è temibile.
Non solo l’americana Tesla ha già cominciato a produrre auto elettriche di alta gamma ma anche la giapponese Toyota da anni ha avviato l’”onda gialla” di macchine commerciali di massa a trazione ibrida, metà elettrica e metà benzina. E adesso stanno arrivando sul mercato una valanga di modelli Bmw e Mercedes ricaricabili attaccando una spina alla presa della corrente elettrica. La Volvo (proprietà della cinese Geely) ha addirittura annunciato che dal 2019 tutti i suoi modelli avranno anche una trazione elettrica o ibrida oltre a quella a benzina. Il colosso Volkswagen è in corsa per la supremazia nei veicoli ad energia pulita: il gruppo tedesco produrrà ben 80 modelli di auto elettriche o ibride entro il 2025 e investirà 34 miliardi di euro in questo settore e in quello delle vetture a guida autonoma.
Così l’amministratore delegato del gruppo italo-americano ha deciso la svolta. Per dimostrare che si tratta di progetti seri e non solo di idee da collocare in un lontano futuro, ha fatto qualche anticipazione sorprendente. Anche la Ferrari produrrà un’auto elettrica sfatando il mito che potenza e velocità sono garantite solo da motori a benzina: «Se qualcuno fa la supercar elettrica, la fa la Ferrari. Saremo i primi a realizzarla: direi che è un atto dovuto. E non importa se poi la vendiamo o meno». Più in dettaglio: nel 2019 verrà costruita la prima Ferrari ibrida e nel 2020 arriverà la Jeep Wrangler ibrida, un fuoristrada in testa tra i modelli più venduti di Fca.
L’impegno nelle nuove tecnologie non si ferma qui: c’è anche la nuova frontiera delle auto a guida autonoma, senza un uomo ai comandi. Fca fornirà “migliaia” di Chrysler Pacifica a Waymo, la divisione di Google impegnata nel lancio del servizio di taxi senza guidatore.
La strada è segnata, lo impongono le ferree regole della concorrenza globale. Il senatore del Regno d’Italia Giovanni Agnelli, il nonno di Gianni, l’Avvocato, era un grande sostenitore delle nuove tecnologie. Il fondatore della Fiat sollecitava a cogliere tutte le opportunità dell’innovazione: «Dobbiamo sempre guardare al futuro. Prevedere il futuro delle nuove invenzioni. Non avere paura del nuovo. Cancellare dal nostro vocabolario la parola impossibile». Ecco, la vettura elettrica e senza conducente è il prossimo futuro del mercato dell’auto. Anzi è quasi il presente.

Rodolfo Ruocco
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I Due forni di Salvini. Piano B con Berlusconi

matteo salvini«Gli accordi un tanto al chilo non fanno per me». I due forni si riaffacciano sulla scena politica. Matteo Salvini è allarmato dallo stallo: l’intesa con Luigi Di Maio che sembrava a portata di mano si allontana, i contrasti invece di essere superati si allargano. Così il segretario della Lega lunedì 14 maggio, dopo aver parlato con Sergio Mattarella al Quirinale sul difficile tentativo di dar vita a un nuovo esecutivo politico, ha indurito i toni verso il M5S.
Punta sempre sul “governo del cambiamento” con i cinquestelle, ma si prepara un’uscita di sicurezza in caso di rottura e di elezioni politiche anticipate, una sorta di Piano B. I due forni ricompaiono su iniziativa di Salvini. A sorpresa ha riaperto i canali di collegamento con Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni, i tradizionali alleati di centro-destra collocati all’opposizione di un eventuale esecutivo M5S-Lega. Salvini, uscendo dal colloquio con il presidente della Repubblica, ha destato stupore tra i giornalisti dichiarando: «Continuo a far riferimento» alla coalizione di centro-destra, ha precisato di parlare anche «in questa veste, non solo di segretario della Lega». Non a caso ha sempre fatto di tutto per non rompere l’alleanza di centro-destra che ha raccolto il 37% dei voti nelle elezioni del 4 marzo.
I due forni, fino a un mese fa, erano teorizzati e praticati da Di Maio, era la strategia di cercare di fare il governo percorrendo due strade alternative: l’accordo con la Lega o quello con il Pd. Fallito il tentativo con i democratici, ha puntato a realizzare una intesa con i leghisti. Ora è il segretario del Carroccio ad attuare, senza citarla, la linea dei “due forni”: l’intesa con i cinquestelle per il governo, l’accordo con Forza Italia e Fratelli d’Italia per le eventuali elezioni anticipate.
Salvini su vari temi (immigrazione, giustizia, sicurezza, adozioni gay, grandi opere, flat tax) è molto più vicino a Berlusconi che a Di Maio. Non solo. La somma delle popolari promesse elettorali della Lega e del M5S (reddito di cittadinanza, flat tax, abolizione della legge Fornero, nuove assunzioni nelle forze di polizia) ha un costo alto che può arrivare a 70-100 miliardi di euro. Per reperire le necessarie risorse finanziarie si parla di un condono fiscale (che non piace ai grillini) e di «ridiscutere i vincoli europei» per l’euro sulla riduzione del deficit pubblico (l’ipotesi è guardata con preoccupazione da Mattarella).
Salvini ha mostrato di non temere uno scontro con l’Unione europea. Norme sull’euro, immigrati, lavoro, investimenti, agricoltura. Il segretario della Lega si è spinto sull’orlo dello strappo: «O riesco a dare vita a un governo che ridiscute i vincoli esterni con l’Europa oppure è un libro dei sogni». I rapporti con la commissione europea sono diventati roventi. Da Bruxelles la replica è stata immediata: le regole vanno rispettate. Tuttavia Salvini ha gettato altra benzina sul fuoco sui moniti ricevuti sugli immigrati: «Dall’Europa ennesima, inaccettabile interferenza di non eletti».
Anche Di Maio usa toni accesi, da Piano B, da campagna elettorale: «Contro di noi eurocrati non eletti da nessuno». Secondo il capo politico grillino “vanno rivisti” i vincoli europei anti deficit alla base dell’euro, comunque è fiducioso sulla nascita del “governo del cambiamento”.
Le trattative sul governo populista, iniziate il 9 maggio, proseguiranno ad oltranza, l’impegno è di risolvere tutti i contrasti. Sul tavolo c’è anche un problema non marginale: Lega e M5S non sono riusciti ancora a trovare un accordo su chi indicare come presidente del Consiglio al capo dello Stato.
L’obiettivo è di ritornare da Mattarella entro il 21 maggio per far il punto. Il segretario della Lega, dopo il colloquio con il presidente della Repubblica del 14 maggio, ha lasciato aperta ogni ipotesi con i giornalisti: «Ci rivedremo qui o perché si comincia o perché ci si saluta».

Rodolfo Ruocco
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L’Italia laboratorio del governo populista

Il governo M5S-Lega è stato ripescato all’ultimo minuto, quando ormai era dato per morto. La giornata cruciale è stata mercoledì 9 maggio. Matteo Salvini ha annunciato a sorpresa: ”Ci provo fino all’ultimo”. Il segretario leghista e Luigi Di Maio si sono incontrati in mattinata alla Camera e hanno chiesto a Sergio Mattarella altre 24 ore di tempo prima di archiviare l’esecutivo tra le due forze populiste. Il presidente della Repubblica ha risposto positivamente alla richiesta e subito il capo politico dei cinquestelle ha fatto un passo avanti decisivo per svelenire lo scontro con Silvio Berlusconi: l’obiettivo è “un governo del cambiamento” solo con la Lega, “non è un veto su Berlusconi”.

A quel punto il presidente di Forza Italia, ha messo da parte la sua ostilità totale in risposta ai veti dei grillini ai suoi danni; ha dato il disco verde in serata con un comunicato stampa: non voterà la fiducia all’esecutivo grillo-leghista ma attuerà una opposizione costruttiva, praticherà una “critica benevolenza. Una specie di astensione benevola”, come ha precisato il forzista Giovanni Toti. Probabilmente deciderà volta per volta se votare sì o no a una legge.

Di Maio e Salvini hanno brindato al matrimonio di governo tra i due populismi in opposizione radicale tra loro fino alle elezioni politiche del 4 marzo. Salvini ha evitato la rottura con Berlusconi anche se è stata minata l’unità del centro-destra. Il Cavaliere è con un piede fuori e uno dentro (e potrà tutelare le sue aziende), non è più per i cinquestelle “il male assoluto” né “un traditore” del popolo. Mattarella ha messo da parte la sua proposta di “un governo di servizio” composto da tecnici, pronta a scattare perché dopo due mesi di incontri e di consultazioni non era emersa nessuna maggioranza politica in Parlamento per sostenere un esecutivo. La legislatura, per ora, è salva. Ma solo per ora.

Non sarà facile l’intesa. Di Maio e Salvini hanno cominciato a discutere di Palazzo Chigi (due candidati per un solo posto), di divisione dei ministeri (il leghista potrebbe andare all’Interno e il cinquestelle agli Esteri) e di programmi. Ci sono alcuni punti di intesa come sull’abolizione della legge Fornero (probabilmente ci sarà un ammorbidimento delle regole per andare prima in pensione), ma i contrasti sono forti su molti punti: il segretario del Carroccio vuole introdurre la flat tax (una unica imposta sul reddito del 15%) invece il capo del M5S intende ridurre le aliquote Irpef, Di Maio ha come cavallo di battaglia il reddito di cittadinanza mentre Salvini ha trionfato chiedendo l’espulsione degli immigrati illegali dall’Italia. Non sarà facile: entro lunedì 14 maggio dovranno illustrare a Mattarella i contenuti del “contratto alla tedesca” per formare il nuovo governo.

Un nodo cruciale è l’atteggiamento verso l’Unione europea e la Nato. Mattarella vigila sull’ancoraggio dell’Italia alle sue tradizionali alleanze occidentali contro le tentazioni di pericolosi strappi. Il presidente della Repubblica ha invitato a mettere da parte le teorie cosiddette “sovraniste” (il nuovo nazionalismo contro l’Europa e l’Alleanza militare atlantica basata sugli Usa) perché sono pronte “a proporre soluzioni tanto seducenti quanto inattuabili”.

I mercati finanziari internazionali e l’Europa, timorosi per l’arrivo di un esecutivo M5S-Lega, vegliano da lontano e da vicino sul laboratorio politico italiano. Le due forze populiste anti sistema, pronte ad entrare nel sistema, fino a poco tempo fa chiedevano un referendum sull’euro e si spingevano fino a reclamare l’uscita dell’Italia dalla Ue e dalla Nato. Da mercoledì la Borsa di Milano perde colpi mentre lo spread (il differenziale tra i buoni del Tesoro decennali italiani e gli analoghi tedeschi) è repentinamente salito fino quasi a quota 140, il livello più alto degli ultimi tre mesi. Non c’è panico, ma cresce la tensione in attesa di esaminare la composizione e i contenuti del programma dell’esecutivo giallo-verde (si temono le ripercussioni sul debito pubblico per i forti aumenti di spesa e per cospicui tagli delle imposte). Per ora i tassi d’interesse sui titoli del debito pubblico della Penisola sono aumentati poco e non sono esplosi come nel novembre del 2011 (Berlusconi fu costretto a dimettersi da presidente del Consiglio per fare largo al tecnico Mario Monti). I mercati e l’Unione europea aspettano di vedere il comportamento sul campo del governo targato M5S-Lega.

L’Italia è il primo importante paese della Ue nel quale stanno per andare al governo due partiti populisti euroscettici: il tandem M5S-Lega. Ora occorrerà vedere i risultati: se saranno positivi o negativi. In tutti e due i casi potrebbero costituire una indicazione per l’Europa, in un senso o nell’altro, adesso e nelle future elezioni.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Governo. Il Centrodestra ricomincia ‘da tre’

centrodestra2Il centro-destra ricomincia “da 3” come diceva Massimo Troisi, anzi da 37. Salvini, Berlusconi e Meloni lunedì 7 maggio cercheranno di convincere Sergio Mattarella a partire dal 37% dei voti del centro-destra per formare il nuovo governo.
Per ottenere una maggioranza in Parlamento il segretario della Lega ha rilanciato la proposta di affidare l’incarico di presiedere il nuovo governo a lui stesso o a un uomo del centro-destra, a «chi ha vinto le elezioni, escludo qualsiasi tecnico alla Monti». Ha quindi ribadito «l’invito al M5S» a collaborare insieme per formare «un governo a tempo per fare poche cose e bene». La durata sarebbe molto breve: la vita del governo finirebbe “entro dicembre”. Salvini, da subito dopo le elezioni del 4 marzo, aveva puntato su un esecutivo con i cinquestelle instaurando un rapporto di fiducia con Di Maio. Nelle consultazioni al Quirinale confermerà al presidente della Repubblica un secco no ad ogni ipotesi di un esecutivo istituzionale, tecnico o di intesa con il Pd.

Silvio Berlusconi, invece, parte sempre dal centro-destra ma con l’obiettivo di raccogliere i voti di fiducia al governo in Parlamento, facendo appello ai deputati e ai senatori “responsabili”. Anna Maria Bernini ha espresso formalmente il disegno. La capogruppo di Forza Italia al Senato, fedelissima del Cavaliere, ha chiarito: serve «un governo di centrodestra, votato dagli italiani e sostenuto in Parlamento da voti responsabili, per rispondere presto e bene a bisogni e esigenze del Paese».

C’è il problema, non marginale, che tutte e due le ipotesi si siano rivelate irrealizzabili nelle consultazioni degli ultimi due mesi. Come, del resto, è stata bocciata sia l’idea di un governo Lega-M5S sia quella di un esecutivo tra cinquestelle e democratici: il primo progetto è naufragato sul veto di Luigi Di Maio a Berlusconi, il secondo sul no del Pd (da Renzi a Martina, da Franceschini a Orlando) ai grillini. L’esperienza passata poi, non depone, bene. Berlusconi nel 2010, dopo la rottura con Gianfranco Fini, riuscì ad ottenere la fiducia della Camera con appena tre voti di margine grazie ai “deputati responsabili”, ma poi il suo esecutivo cadde un anno dopo. L’ipotesi delle elezioni politiche anticipate, per gli opposti veti, si fa sempre più concreta. Sarà un caso, ma sia Salvini sia Di Maio hanno rispolverato i toni populisti da campagna elettorale.

Qualcosa, però, potrebbe cambiare. Salvini da una parte e Berlusconi dall’altra, potrebbero trovare delle novità, miscelando le loro due proposte, in modo da arrivare ad una maggioranza in Parlamento. Mattarella sembra voler evitare lo scioglimento delle Camere elette appena due mesi fa e punterebbe, in mancanza di altre soluzioni, su “un governo di transizione” per approvare la legge di bilancio a fine anno in modo da evitare i previsti aumenti dell’Iva e per realizzare una modifica della legge elettorale introducendo un premio di maggioranza.

Gli orologi scandiscono le ultime ore per cercare una mediazione all’interno del centro-destra e tra quest’ultimo e il M5S. C’è poi il serbatoio di voti dei dissidenti grillini e dei centristi finiti nei Gruppi Misti della Camera e del Senato per un possibile confronto, come del resto un eventuale interlocutore, anche se difficile, resta il Pd ancora scosso da una profonda crisi per la disfatta elettorale alle politiche del 4 marzo.

Un fatto è certo: l’incertezza è grande e nel clima di scontro di tutti contro tutti, il centro-destra a trazione leghista sta guadagnando terreno: ad aprile ha vinto nelle elezioni regionali in Friuli Venezia Giulia e in Molise; i sondaggi lo danno in crescita dal 37% al 39% dei voti mentre il M5S e il Pd restano stabili (il primo al 32-33% e il secondo al 18%). Secondo molti esperti di legislazione elettorale chi ottenesse il 39% dei voti con il Rosatellum potrebbe anche incassare la maggioranza dei seggi.

Perciò a Salvini non dispiacerebbero per niente nuove elezioni. Prima di Di Maio ha chiesto il ritorno immediato alle urne. Il segretario della Lega precedendo Di Maio ha proposto di indire a giugno le elezioni politiche anticipate.

Il capo del M5S prima ha proposto un governo con la Lega e poi con il Pd, ma sono falliti tutti e due i progetti. Così Di Maio ha smesso i panni istituzionali e ha rimesso quelli populisti: ha chiesto di andare a votare subito, «anche il 24 giugno»; ha respinto il progetto di “un governo di tregua” perché «non esiste tregua per i traditori del popolo».

Rodolfo Ruocco
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Di Maio “i due forni” e i veti incrociati

renzi di maioLuigi Di Maio ha acceso e spento i “due forni” aperti con la Lega e il Pd, ma una fiammella brilla ancora in quello del Carroccio. Giulio Andreotti inventò l’immagine dei “due forni” attraverso i quali la Dc poteva acquistare a buon mercato “il pane” necessario per formare i governi. Lo scudocrociato aveva circa il 40% dei voti, ma non la maggioranza assoluta dei consensi popolari e dei seggi in Parlamento. Così il cavallo di razza della Democrazia Cristiana riuscì a guidare sia governi di centro-sinistra con il Psi sia esecutivi di unità nazionale con il Pci, mitigando le pretese dei due partiti di sinistra messi l’uno contro l’altro.
Anche Di Maio ha aperto “due forni” proponendo alternativamente sia alla Lega e sia al Pd un’intesa di governo. Ma il capo politico del M5S, forte del 32% dei voti dopo le elezioni politiche del 4 marzo, non è riuscito ad attivare nessuno dei “due forni”: prima è fallito il tentativo con il Carroccio («Dopo 50 giorni il forno della Lega è chiuso») e adesso quello con i democratici («Il Pd ha detto no ai temi per i cittadini e la pagheranno»).
Tuttavia Di Maio, dopo il flop del dialogo avviato con il Pd per lo stop dell’ex segretario Matteo Renzi messo sotto accusa da una fetta del partito, ha riacceso una fiammella con la Lega, quella delle elezioni politiche anticipate: «Io dico a Salvini, andiamo insieme a chiedere di votare» per aprire le urne “a giugno”. Dopo i toni moderati usati nelle consultazioni sul governo, ha riabbracciato la linea movimentista: «Facciamo scegliere i cittadini tra rivoluzione e restaurazione». Ovviamente cinquestelle e leghisti sono la “rivoluzione” mentre tutti gli altri partiti, in testa Pd e Forza Italia, sono la “restaurazione”.
La richiesta, strana coincidenza, collima con quella della Lega. Matteo Salvini per primo aveva proposto di tornare alle urne «subito, entro l’estate» (leggi giugno) se fosse saltato «l’accordo contro natura» del forno con il Pd. Non solo. Il segretario leghista adesso si dice pronto ad assumere un pre-incarico per il governo e rilancia la proposta di un esecutivo del centro-destra con i grillini: «Si ragiona con i 5 Stelle o altrimenti c’è il voto».
L’asse per andare a votare di nuovo a giugno, si somma con quello di riprovare a dare vita a un governo M5S-Lega. Le altre ipotesi di governo sono cancellate: sia Di Maio sia Salvini hanno bocciato come una “ammucchiata” un eventuale esecutivo del “presidente” o tecnico, di larghe intese per rivedere l’attuale legge elettorale, il cosiddetto Rosatellum, con l’innesto di un premio di maggioranza. I due leader populisti si sono scambiati reciproci attestati di stima e dopo le politiche hanno realizzato una rapida intesa istituzionale con la quale si sono spartiti i vertici della Camera e del Senato.
L’approdo al “governo del cambiamento” finora è fallito per due motivi: 1) sia Di Maio sia Salvini vogliono fare il presidente del Consiglio, 2) il secondo ha respinto la richiesta del primo di mollare Silvio Berlusconi ed ha ribadito la volontà di non rompere l’unità del centro-destra (la coalizione conta sul 37% dei voti mentre il segretario della Lega da solo ha poco più del 17%).
All’apparenza sembrano due ostacoli insuperabili al varo del “governo del cambiamento” Lega-M5S, ma l’inventiva della politica italiana riesce sempre a stupire tutti. Uno dei due leader potrebbe farsi da parte per Palazzo Chigi ottenendo in cambio dei ministeri importanti. Berlusconi, sul quale pesa il veto dei pentastellati, potrebbe far parte della maggioranza ma non dell’esecutivo. Comunque vada a finire, un fatto è certo: Di Maio ha riacceso la fiammella del “forno leghista”. Ma la partita è ancora tutta aperta. Sergio Mattarella fino all’ultimo cercherà di verificare nelle sue consultazioni se esiste una maggioranza in Parlamento per sostenere un “governo del cambiamento”, o un esecutivo “del presidente”, o istituzionale, o di natura diversa (Berlusconi sarebbe favorevole a un ministero di centro-destra che cerchi i voti mancanti in Parlamento). Un fatto è sicuro: non ci sono più i tempi tecnici per riaprire le urne a giugno.
Certo non c’è più tempo da perdere. A due mesi dalle politiche l’Italia ancora non ha un governo mentre i gravi problemi economici, sociali, internazionali si aggravano. Agli elettori grillini non sembra essere piaciuta la politica dei “due forni”, mentre Salvini sta marciando come un treno: il centro-destra ad aprile ha vinto sia le elezioni regionali in Friuli Venezia Giulia sia in Molise, i leghisti hanno trionfato mentre i pentastellati hanno perso un mare di voti rispetto alle politiche.

Rodolfo Ruocco
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Sergio Marchionne lancia la Jeep e molla la Fiat

marchionne

La metamorfosi della Fiat Chrysler Automobiles si avvicina. Anzi è già cominciata. Alti profitti, debito ridotto, azioni sugli scudi in Borsa. Sergio Marchionne decanta i successi ottenuti dal gruppo automobilistico italo-americano nel 2017 e scommette sul bis nel 2018. L’amministratore delegato del gruppo automobilistico di proprietà della famiglia Agnelli il 13 aprile è stato prodigo di promesse all’assemblea degli azionisti tenuta ad Amsterdam: «Il futuro è roseo. Fca ha chiuso un altro anno di risultati straordinari». Su come realizzare questo “futuro roseo” ha dato appuntamento al primo giugno, quando illustrerà il piano industriale 2018-2022 della multinazionale al centro di Balocco, uno dei principali circuiti di collaudo del gruppo in provincia di Vercelli.

Ma arrivano le “gelate” a raffreddare gli entusiasmi: dopo anni di boom, a marzo le vendite di auto di Fca in Italia sono calate del 12,9% rispetto a un anno fa, un dato ben peggiore di quello generale di meno 5,75%. Brutta aria anche in Europa: meno 8% rispetto a un calo del 5,2% accusato dall’insieme delle case automobilistiche. E non è una novità: il trend negativo in Italia e in Europa è iniziato già lo scorso autunno per la multinazionale a cavallo dell’oceano Atlantico. Sono crollate le vendite del marchio Fiat, un tempo la testa e il cuore del gruppo, mentre sono aumentate quelle di Jeep e di Alfa Romeo.

Marcia bene, invece, il mercato degli Stati Uniti. Fca nel paese nord americano ha registrato a marzo una crescita del 13,6%, al di sopra delle previsioni, trainata soprattutto da Jeep e anche qui Fiat va male. Nel gruppo, in sintesi, viaggiano a pieno ritmo i marchi premium e arretrano quelli commerciali, i modelli delle vetture di massa. Marchionne, del resto, da anni è convinto della necessità di puntare sui brand di qualità sui quali i profitti sono maggiori, non a caso gli investimenti sono andati soprattutto su Jeep, Ferrari, Maserati e Alfa Romeo.

Si profila una profonda metamorfosi del gruppo: la Fca in futuro sarà a predominio Jeep mentre la Fiat sarà fortemente ridimensionata. Marchionne ha anticipato il ruolo centrale del marchio americano, simbolo dei fuoristrada per antonomasia, previsto nel prossimo piano industriale. Ha spiegato i motivi: ha un fascino globale, «diventerà il più grande brand del gruppo. È un marchio eccezionale su cui dobbiamo puntare». Invece «la Fiat sarà meno importante in Europa». Praticamente resteranno solo i modelli 500 e Panda che avranno delle nuove versioni entro il 2020. L’amministratore delegato italo-canadese ha messo da parte i sentimenti: «Abbiamo bisogno di fare spazio ai marchi più potenti. Non sto uccidendo la Fiat, credo che abbia un grande futuro in America Latina, e che in Europa possa contare sulla forza della 500. Ma non dobbiamo essere emotivi: la rilevanza di Fiat per il pubblico è diminuita».

È una svolta clamorosa. La Fiat, fino a qualche anno fa, era stata al centro dell’impero automobilistico degli Agnelli. Le vetture Fiat progressivamente usciranno dalla produzione senza essere rimpiazzate, probabilmente i nuovi modelli della 500 e della Panda saranno prodotti in Polonia. C’è chi teme per la sorte di Pomigliano D’Arco, Melfi, Cassino, Grugliasco, Mirafiori. Marchionne, però, conferma il progetto della “piena occupazione” negli stabilimenti italiani entro il 2018. Punta a produrre in Italia solo auto di alta gamma: Alfa, Maserati, Jeep oltre alle Ferrari. Ha annunciato: «Per la piena occupazione in Italia dobbiamo completare lo sviluppo dell’Alfa Romeo e della Maserati. È un atto dovuto, fa parte del piano da presentare a giugno». Certo mancano all’appello i nuovi modelli della casa del Biscione e di quella del Tridente. Finora l’Alfa ha avuto due sole nuove vetture su cui puntare: la Stelvio e la Giulia, macchine che stanno andando bene. L’uomo in maglione nero ha riconosciuto il problema: «Alfa è un lavoro incompiuto, nonostante il successo avuto con i due modelli, ma resta ancora un grande impegno ed altri prodotti da fare». Si parla, in particolare, del lancio di altri due suv da affiancare a Stelvio.

Si vedrà in giugno a Balocco. Sarà la prova di appello. Marchionne è riuscito nel capolavoro di fondere Fiat e Chrysler, due case sull’orlo del fallimento, e dalla somma di due debolezze è nato un gruppo in salute e competitivo. Però la capitale della multinazionale non è più Torino, il baricentro delle decisioni e della produzione si é spostato a Detroit, la sede legale è stata trasferita ad Amsterdam e quella fiscale a Londra, le azioni sono quotate a New York e a Milano. Molti lavoratori in Italia sono ancora in cassa integrazione, i pochi futuri modelli Fiat, le 500 e Panda, finiranno probabilmente in Polonia. La Lancia, un tempo un marchio prestigioso di auto di alta qualità (il mito della spider B24 Aurelia è stato immortalato da Vittorio Gassman nel film “Il sorpasso”) è ora su un binario morto e produce una sola macchina: la Ypsilon, un modello che tira forte.

L’Alfa Romeo viaggia forte: nel 2017 ha venduto oltre 150 mila auto, il 62% in più rispetto all’anno precedente. Ma siamo ancora lontani dall’obiettivo di 400 mila vetture programmato da Marchionne per dare lavoro e certezze ai lavoratori e alle fabbriche italiane. Se il quadrilatero Alfa, Maserati, Ferrari e Jeep non avrà un robusto insediamento di progettazione e produttivo in Italia sarà la fine. John Elkann, il nipote di Gianni Agnelli, loda Sergio Marchionne e lo appoggia incondizionatamente. Il presidente del gruppo nel 2010, subito dopo l’acquisto della Chrysler, disse a ‘Repubblica’: «Sogno una Fiat grande in Italia e nel mondo». Assicurò di volere «una Fiat più grande, di una grandezza che non sarà mai a scapito dell’Italia, con il cuore e la testa a Torino». Non è andata esattamente così: Torino non è più “il cuore” e “la testa” di Fca. Ma senza investimenti e nuovi modelli Alfa, Maserati, Ferrari e Jeep né Torino né il Belpaese avranno più l’industria dell’auto, né in versione utilitarie né in quella fuoriserie.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Gli strani vignaioli Brunetta e D’Alema

brunetta e d'alemaBrunetta e D’Alema una volta si sfidavano sulle leggi e sul governo alla Camera, ora la battaglia si è allargata alle bottiglie di vino. Vino e politica: due passioni alle volte lontane, alle volte vicine, vicinissime. Al Vinitaly, quasi uno accanto all’altro, hanno detto la loro Brunetta e D’Alema, due nomi noti della politica italiana, da qualche anno viticoltori. La sfida è stata sulle bontà delle rispettive bottiglie nell’importante Fiera di Verona, ognuno ha decantato i propri prodotti. I due vignaioli, distanti in politica, hanno parecchio in comune nel vino: tutti e due hanno delle tenute a gestione famigliare, entrambe puntano su bottiglie di qualità, su vitigni anche difficili e su tecniche enologiche innovative.
Renato Brunetta si è detto entusiasta con ‘Il Corriere della Sera’: «Mi sono indebitato fino ai capelli. Un atto di incoscienza, ma sono felice. Ho iniziato nel 2013, raggiungeremo il pareggio nel 2020». L’azienda del deputato di Forza Italia, bellicoso sostenitore di Silvio Berlusconi, è alle porte di Roma e il suo sconosciuto impegno è nato quasi per caso: «Sono da sempre un appassionato di vino. Sono andato ad abitare a Roma Sud, vicino al santuario del Divino Amore. Uno dei proprietari dell’azienda mi ha venduto un ettaro di terra. Subito dopo i suoi cugini mi hanno offerto 28 ettari abbandonati».
L’azienda, già proprietà di una famiglia patrizia romana, è curata dai famigliari e ha grandi progetti: «Ci lavorano i figli di mia moglie Titti, Dario e Serena Diana. Sono in produzione 12 dei 25 ettari a vigneto. Centomila bottiglie. Il rosso è un uvaggio di Montepulciano e Cabernet Sauvignon, affinato anche in botti di rovere usate per l’Amarone. Fra due anni sarà pronta una bollicina, assieme ad altri 5 vini». L’ex ministro e ex capogruppo alla Camera, mentre il nuovo governo resta un rebus, ha fatto solo un accenno alla politica: «Vendo vino e non mi occupo dei teatrini della politica come Di Maio e Salvini». Ha confessato: «Una passeggiata al tramonto, tra i filari, ripaga di tante fatiche e amarezze». Ha rispetto per D’Alema, doppio concorrente, in politica e nel vino: «Anche lui è uno serio e non ho dubbi sul livello del suo vino».
L’ex presidente del Consiglio, ex segretario del Pds-Ds, ha un’azienda di 15 ettari, 6,5 coltivati a vigneto, tra Narni e Otricoli, in provincia di Terni. La sua passione per le vigne è venuta dopo quella per la vela: cedette la sua barca, Ikarus, e acquistò nel 2008 la tenuta in Umbria. Si estende tra le colline a circa 300 metri di altezza. Disse: questa terra «la voglio vivere». L’azienda è gestita da Massimo D’Alema e dalla moglie Linda, ed è intestata ai figli Giulia e Francesco. Con accanto la moglie ha confessato ad una tv privata presente al Vinitaly: «Abbiamo intrapreso questa attività con una certa dose di incoscienza…Si regge molto sull’attività di Linda». È un appassionato di vini di qualità, ha sottolineato le difficoltà di competere con Parigi: «I francesi hanno protetto i loro marchi di qualità, noi non sempre l’abbiamo fatto: fatichiamo a riconoscere le eccellenze. I nostri produttori dovrebbero restare più uniti».
Il vino per lui non è un semplice hobby. Ha un superconsulente: Riccardo Cotarella, “re” degli enologhi italiani, già uomo di fiducia di Silvio Berlusconi e della famiglia Moratti. I vitigni li ha scelti personalmente: Pinot nero, Cabernet Franc, Marselan, Tannat. Ha commentato soddisfatto: «Mai così a Sud dei vitigni così del Nord». I suoi vini più importanti sono tre rossi: Pinot Nero, Sfide e NarnOt (il nome è un omaggio a Narni e a Otricoli).
Vino e politica si sono intrecciati negli ultimi anni. Nel 2014 D’Alema sottolineò l’importanza delle cantine italiane, sembrò una metafora e un monito alla sinistra italiana allora al governo con Matteo Renzi: «Il vino è un pezzo importante della nostra civiltà, della nostra cultura, della nostra economia. Siamo tra i maggiori esportatori del mondo». Però sollevò un problema: «Siamo disuniti, non siamo mai riusciti a fare sistema, questo individualismo italiano è un ostacolo alla valorizzazione dei nostri prodotti».
La divisione, la frammentazione. È la malattia che ha disfatto il centro-sinistra e la sinistra italiana. Nelle elezioni politiche del 4 marzo il Pd è crollato al 18% dei voti; Liberi e Uguali, la lista di D’Alema, ha superato appena il 3%; Potere al popolo ha di poco varcato l’1%; Il Psi, alleato dei Verdi e dei prodiani, ha appena superato il mezzo punto percentuale. Un clamoroso flop. Lo stesso ex presidente del Consiglio non è stato rieletto nel suo tradizionale collegio pugliese.
Ha riconosciuto la sonora sconfitta. Ha annunciato al ‘Corriere della Sera’: «È stata l’ultima battaglia in prima linea…È finita una stagione, ora è il tempo di dedicarsi allo studio e alla formazione». Tempo fa, quando già non era più un protagonista, si definì un «pensionato di campagna». Ma una completa ritirata tra le viti sarà impossibile perché «la politica è una passione e da una passione non ci si può dimettere».
Brunetta e D’Alema sono due strani vignaioli: per metà politici e per metà contadini. Nelle elezioni entrambi sono stati battuti sonoramente dal populismo del M5S e della Lega, la batosta è stata riconosciuta ma ancora manca una strategia di rilancio correggendo i vecchi errori. Ricordano un po’ i ricchi commercianti della Repubblica di Venezia che, a fine carriera, lasciavano il mare e compravano tenute e ville nell’entroterra veneto.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

Attrazione fatale tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini

di maio e salviniAttrazione fatale sì, attrazione fatale no. Luigi Di Maio e Matteo Salvini, i due vincitori a metà delle elezioni politiche del 4 marzo, s’incontrano e si scontrano. Concordano e si dividono.
Si scontrano su quale governo formare. Tutti e due rivendicano per sé la presidenza del Consiglio (ma il segretario del Carroccio non ne fa una questione personale e lascia spazio anche a un altro premier leghista); il capo politico del M5S vuole la Lega nel governo ma non Silvio Berlusconi, al quale (almeno finora) non vuole rinunciare Salvini; entrambi si dichiarano i vincitori delle elezioni ma nessuno ha conquistato né la maggioranza assoluta dei voti né quella dei seggi in Parlamento; i cinquestelle propongono, in alternativa, una intesa per il nuovo esecutivo al Pd mentre i leghisti la bocciano.
Altri contrasti esistono sui programmi. Sono difficilmente compatibili, ad esempio, due cavalli di battaglia delle rispettive campagne elettorali: il drastico taglio delle imposte proposto da Salvini con l’introduzione della flat tax (la tassa unica al 15%) con il varo del reddito di cittadinanza di 780 euro al mese progettato da Di Maio. I costi per le casse dello Stato dei due provvedimenti sarebbero altissimi, insostenibili per i già malandati conti pubblici italiani. C’è anche una divisione territoriale. Il Carroccio ha mietuto voti soprattutto nelle ricche regioni del nord Italia in cui c’è un po’ di ripresa economica, i pentastellati hanno trionfato in particolare in quelle del sud sempre più impoverite e depresse.
Tuttavia le convergenze non mancano e sono tante. Il M5S e la Lega sono due movimenti populisti anti sistema (populista progressista il primo, populista nazionalista il secondo), al primo posto mettono l’occupazione e gli investimenti, entrambi sono ostili all’euro e alle élite (ma Di Maio ha smorzato molto la carica anti moneta unica europea e anti gruppi dirigenti), all’unisono cercano di rassicurare gli Usa sulla fedeltà alle alleanze occidentali messe in forse dalle lodi a Vladimir Putin (sia il capo cinquestelle sia il segretario della Lega hanno chiesto di vedere e si sono incontrati con l’ambasciatore americano a Roma dopo le elezioni). Molti punti dei loro programmi elettorali sono identici: in testa la richiesta di abolire la legge Fornero sull’aumento dell’età pensionabile (anche qui il costo è molto salato) e la necessità di controllare l’immigrazione illegale (il Carroccio ha una posizione più dura perché vuole rapide espulsioni).
Attrazione fatale sì, attrazione fatale no. Sulla bilancia sembra prevalere il sì. In Parlamento è scattata una ferrea e vincente intesa tra Di Maio e Salvini sulla spartizione degli incarichi di vertice alla Camera e al Senato. Il capo politico pentastellato ha commentato: «Con la Lega c’è una sinergia istituzionale». L’attrazione fatale è ben simboleggiata dall’appassionato bacio sulla bocca tra il capo dei cinquestelle e il segretario leghista, dipinto a fine marzo in un murale in via del Collegio Capranica a Roma, una strada nei pressi di Montecitorio.
Le distanze però restano. Di Maio ha sollecitato la Lega a tagliare i ponti con Forza Italia: deve decidere «se contribuire al cambiamento o se invece rimanere ancorata al passato e a Silvio Berlusconi». Tuttavia Salvini ha confermato la sua posizione: «L’unico governo possibile è quello del centrodestra unito insieme al Movimento cinquestelle».
I contrasti emersi davanti a Sergio Mattarella sono molti nelle consultazioni sul governo al Quirinale. Il presidente della Repubblica sta riflettendo sullo stallo e su a chi affidare nei prossimi giorni l’incarico e per quale esecutivo. I bombardamenti di Usa, Gran Bretagna e Francia in Siria danno una accelerata ai tempi. Girano diverse ipotesi. Si profila un pre incarico a Salvini o a Di Maio (obiettivo un esecutivo Lega-M5S con l’appoggio esterno di Berlusconi) oppure “un governo istituzionale” guidato dal presidente della Camera Roberto Fico (cinquestelle) o del Senato Maria Elisabetta Casellati (Forza Italia).
“Attrazione fatale”: nel film del lontano 1987 Michael Douglas cedeva alle lusinghe sessuali dell’avvenente Glenn Close, ma la storia con l’aggressiva amante si trasformò in un inferno per lui e la sua famiglia.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

Metamorfosi di Salvini in paladino del Sud

salvini“Salvini”. Percorrendo la via Cassia da Roma verso Viterbo si sente il tifo per la Lega. L’automobilista, subito dopo Monterosi, sgrana gli occhi per la sorpresa: il nome del segretario leghista è scritto con vernice nera, a caratteri cubitali, su un cartellone pubblicitario. E non siamo nel profondo Nord, ma nella Tuscia del Lazio, nettamente fuori zona rispetto alla cosiddetta Padania. Pensandoci bene, però, più che una sorpresa quella scritta è una conferma: Matteo Salvini nelle elezioni politiche del 4 marzo ha conquistato a Viterbo quasi il 20% dei voti mentre nel 2013 il Carroccio era a percentuali irrilevanti, da prefisso telefonico.
Matteo Salvini ha ottenuto oltre il 17% dei voti a livello nazionale, ha superato Forza Italia di Silvio Berlusconi, è divenuto il partito egemone del centro-destra al 37%. Il trionfo c’è stato al Nord: in Lombardia e Veneto la Lega salviniana ha triplicato i voti salendo a quota 30%, ma i risultati sono stati più che soddisfacenti anche al Centro e al Sud, dove un tempo il Carroccio era inesistente. È andato bene perfino nella stessa capitale, un tempo la vituperata “Roma ladrona”. Nella città eterna il Carroccio è schizzato ad oltre l’11% contro appena lo 0,12% avuto nel 2013. Non solo. Salvini, 45 anni, milanese, è stato addirittura eletto senatore in Calabria. A stento ha contenuto l’euforia: «Il voto del Centro e del Sud è la mia soddisfazione più grande».
Alle volte avvengono i miracoli in politica. In questo caso la Lega è stata miracolata e l’autore del miracolo si chiama Salvini. Ha avuto successo la metamorfosi decisa e attuata dal segretario del Carroccio: ha trasformato la Lega da forza localistica del Nord in un partito della destra nazionalista italiana. Ha rotto con il Carroccio fondato da Umberto Bossi, prima secessionista e poi federalista, ma comunque posizionato solo come il difensore degli interessi delle ricche regioni settentrionali, dei piccoli imprenditori, del ceto produttivo. Non solo: da impostazioni liberiste ha spostato il partito su posizioni stataliste e sovraniste.
Italia, lavoro, sicurezza. La conversione politica ha fatto breccia al Centro e nel Mezzogiorno, oltre che sfondare al Nord. Il populismo in chiave nazionalista ha sbancato, contrapponendosi al populismo progressista del M5S, l’altro grande vincitore delle elezioni. Hanno mietuto successi a macchia d’olio le popolari promesse leghiste: lo sganciamento dall’euro, il drastico taglio delle imposte tramite la flat tax al 15%, la cancellazione della legge Fornero sulle pensioni, il rimpatrio degli immigrati illegali. Le consonanze con il M5S potrebbero prevalere sulle dissonanze, alla fine Salvini potrebbe formare un governo con Luigi Di Maio anche a spese dell’alleato Berlusconi.
La Lega ha avuto un inaspettato risultato positivo al Sud e, in particolare, in Calabria: il 5,6% dei voti alla Camera, il 6% al Senato rispetto ad appena lo 0,25% ricevuto nel 2013. Salvini a metà marzo è andato a Lametia Terme e a Rosarno (13% dei consensi) per ringraziare i suoi elettori calabresi: «Sono sorpreso dal risultato elettorale, non me l’aspettavo così bello… Onorato del voto in Calabria. Sono qui per servire e non per servirmi». Ha tuonato richiamando uno slogan di Donald Trump, un suo punto di riferimento assieme a Vladimir Putin: «Prima gli italiani, prima il lavoro». Ha promesso lavoro soprattutto nei servizi pubblici e si è impegnato per il controllo dell’immigrazione, annunciando battaglia contro l’attività dei lavoratori africani impiegati in condizioni disumane nei campi, soprattutto nella raccolta delle arance. Ha promesso grandi successi: «Voglio tornare qui da presidente del Consiglio». Non solo: «Il nostro prossimo obiettivo è governare la Calabria. Ci prepariamo a governare questa regione da qui a un anno».
Applausi, cori, ovazioni. Un cambiamento totale. Fino a qualche anno fa, le prime incursioni di Salvini nel meridione in cerca di consensi erano accolte con manifestazioni di protesta, fischi, grida. Nel 2014 proprio a Lametia Terme il segretario della Lega era stato ricevuto da cartelli ostili: «Salvini fuori dal Sud». Nel 2015 fu contestato ancora a Lametia Terme: «I terroni non dimenticano». Anche le elezioni comunali dello scorso giugno erano state un flop nel meridione. I passati insulti leghisti, razzisti e non, erano stati pesanti. Poi è arrivata la marcia indietro: «Noi non siamo mai stati contro il Sud». La Lega ha addirittura cambiato nome: dal simbolo ha levato Nord, ha inserito “Noi con Salvini”, ha cancellato il colore verde padano di Bossi sostituito dal blu, forse un riferimento al Front National di Marine Le Pen, il partito dell’estrema destra nazionalista francese preso a modello da Salvini per la sua metamorfosi politica.
Dal federalismo in chiave di supremazia padana e dei ceti produttivi del Nord, Salvini è passato all’autonomia declinata in chiave paritaria in tutta Italia. Punta a grandi cambiamenti: «Voglio che un ragazzo abbia lo stesso futuro a Milano e a Rosarno». Incredibile: è diventato un paladino del Mezzogiorno; ha abbracciato la questione meridionale; vuole azzerare la forbice tra lo sviluppo del Nord e quello del Sud, un divario divenuto enorme negli ultimi 25 anni.
Adesso il segretario della Lega, da vincitore, raccoglie elogi anche da vari attori di sinistra come Claudio Amendola, Antonio Albanese e Alba Parietti. La intemperante e trasgressiva show-girl, che un tempo lo definiva un “bullo ignorante” da schiaffeggiare pubblicamente, ora ha cambiato rotta: «Salvini è uno capace di fare politica, è un politico vero, uno bravo, ha fatto quello che è stata incapace di fare la sinistra, cioè stare vicina ai bisogni della gente». Comunque non lo voterà, almeno per ora. Diceva Charlie Chaplin: «Il successo rende simpatici».

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

Vitalizi, trofeo del M5S per andare a votare

Salvini-e-Di-MaioPrima tappa l’immediato taglio dei vitalizi dei parlamentari, poi o il governo o le elezioni politiche anticipate. Il M5S ha preparato il piano con cura. Luigi Di Maio è stato chiaro: «Con Fico alla presidenza e Fraccaro questore per i vitalizi non c’è più scampo». Il capo politico cinquestelle e candidato alla presidenza del Consiglio si riferisce alla battaglia trionfale vinta a fine marzo per la conquista dei vertici della Camera: Roberto Fico è stato eletto presidente, Riccardo Fraccaro questore anziano, in tutto ben 7 componenti su 15 dell’ufficio di presidenza di Montecitorio sono pentastellati, quasi la maggioranza assoluta. In modo analogo è andata al Senato.

Ora tutto è pronto per la battaglia in tre punti sui costi della politica: 1) ridurre i compensi dei deputati, 2) diminuire le pensioni degli ex onorevoli, 3) abbassare le spese per i dipendenti di Montecitorio e di Palazzo Madama. Nei prossimi giorni una delibera dell’ufficio di presidenza della Camera dovrebbe mettere nero su bianco i due punti cardini del ridimensionamento: i deputati neoeletti non matureranno più una pensione a 65 anni di età anche dopo cinque anni di legislatura, i vecchi parlamentari avranno un sistema contributivo e non più retributivo (così gli onorevoli pensionati dovrebbero vedere scendere i loro assegni previdenziali perché ricalcolati a posteriori con il primo meccanismo meno favorevole).

Non servirà una legge per varare questa rivoluzione, ma basterà una delibera dell’ufficio di presidenza di Montecitorio, come è già accaduto dal 2012 quando iniziarono le “strette” sulle retribuzioni dei deputati e dei dipendenti della Camera. Riccardo Fraccaro ha anticipato il piano al ‘Sole24 Ore’: «Ad oggi sono in pagamento 2.600 vitalizi per un totale di 190 milioni l’anno. Come questore anziano sottoporrò da subito al collegio la necessità di intervenire di concerto con l’Ufficio di presidenza». Il questore anziano pentastellato è ottimista sui risultati: «Tutte le forze politiche si sono impegnate in tal senso: confidiamo che si passi subito ai fatti».

In sintesi: contro i vitalizi scatterà ancora una volta l’alleanza populista con la Lega che ha già funzionato per l’accaparramento degli incarichi ai vertici della Camera. Gli altri partiti, in particolare Pd, Forza Italia e Liberi e Uguali difficilmente avranno il coraggio di contrastare una battaglia popolare tra i cittadini come il taglio dei vitalizi ai parlamentari.

L’abolizione o la riduzione dei vitalizi è “un trofeo” magico da offrire agli italiani colpiti e incattiviti dalla crisi economica, ubriacati dall’oppio populista di questi ultimi anni, infuriati contro i politici delegittimati dagli scandali e dall’incompetenza. La tentazione di abbattere questo “totem” dalle modeste dimensioni economiche non considera, però, le pericolose conseguenze: si sminuirebbe ancora di più la figura del parlamentare senza affrontare i problemi strutturali dell’Italia, aprirebbe il varco addirittura al ricalcolo delle pensioni di milioni di persone che hanno usufruito del sistema retributivo. I rischi sarebbero forti: il ricalcolo a posteriori aprirebbe un problema d’incostituzionalità; la possibile riduzione delle pensioni a milioni di anziani (molte intorno o sotto i 1.000 euro al mese) diverrebbe una questione dirompente sul piano economico, sociale e politico.

Al posto della scorciatoia populista è urgente, invece, affrontare le riforme strutturali: ridare slancio all’occupazione e alla ripresa economica, ridurre le tasse, proteggere disoccupati ed anziani, controllare l’immigrazione, restituire credibilità alla politica e al Parlamento espressione della sovranità popolare e della democrazia rappresentativa.

Il piano del M5S è ben congegnato. Se Di Maio riuscirà a trovare e ad indicare a Sergio Mattarella una maggioranza parlamentare per sostenere la sua candidatura alla presidenza del Consiglio, il taglio dei vitalizi sarà la prima “medaglia” del suo governo. Comunque, a stretto giro di posta, la potrà spendere nella campagna elettorale per le regionali del Molise e Friuli Venezia Giulia (22 e 29 aprile), per le comunali del 10 giugno (sfida per 800 sindaci) e per le europee nel 2019. Se, invece, le difficili consultazioni aperte dal capo dello Stato il 4 aprile al Quirinale si concluderanno con un buco nell’acqua, il capo cinquestelle potrà centrare la campagna elettorale per il voto politico anticipato sul classico “trofeo” anti Casta: i vitalizi tagliati. Avanti tutta, frutti avvelenati permettendo.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)