Rodolfo Ruocco
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Governo e Pd. Gentiloni naviga a vista

gentiloni-uscitaPaolo Gentiloni parla poco, anzi pochissimo. La riservatezza è un tratto peculiare del suo carattere, ma c’è anche un’esigenza politica. Il presidente del Consiglio, da quando a dicembre ha sostituito Matteo Renzi a Palazzo Chigi, guida un governo di transizione che deve evitare sempre nuovi scogli pericolosi. È una navigazione sempre più difficile, a vista.
L’ultimo scoglio, solo in ordine di tempo, è la scissione del Pd. Roberto Speranza, Enrico Rossi, Pier Luigi Bersani, Vasco Errani, Guglielmo Epifani, Massimo D’Alema, hanno lasciato il partito dopo un lungo travaglio, aprendo la strada alla nascita dei gruppi parlamentari della “nuova formazione politica” di sinistra.
Il colpo è duro. Il Pd perderà una ventina di deputati e quasi quindici senatori, così calerà la maggioranza sulla quale può contare Gentiloni in Parlamento. Cresce il rischio di naufragio del governo. I fuoriusciti al Senato (nel quale l’esecutivo conta su una maggioranza risicata) sembrano orientati a votare anche la fiducia al governo, cosa che non farebbero alla Camera (nella quale il ministero ha un ampio margine). Tuttavia per Gentiloni aumentano i motivi per non dormire sonni tranquilli.
Il presidente del Consiglio a dicembre, nella conferenza stampa di fine anno, ha confermato l’intenzione di muoversi con cautela: «Il governo c’è finché c’è la fiducia della sua maggioranza». Ora però la maggioranza si è ridotta, è mutata sia dal punto di vista numerico sia dal punto di vista dell’identità e delle scelte politiche. Speranza e Bersani hanno già anticipato che chiederanno al governo delle “correzioni di rotta” per affrontare “il disagio sociale” e per tutelare giovani, lavoratori, pensionati e Sud colpiti dalla crisi economica.
È voluminoso il fascicolo dei problemi aperti per il presidente del Consiglio. Sul fronte politico la Lega Nord e il M5S, dall’opposizione, chiedono immediate elezioni politiche anticipate mentre il Pd sta preparando un suo turbolento congresso (Michele Emiliano ed Andrea Orlando sfideranno Renzi per la segreteria). Sul fronte economico ci sono da affrontare tanti temi delicati: l’anemica crescita, la debolezza finanziaria delle banche per i crediti deteriorati, le pressanti richieste della commissione europea di una manovra economica correttiva per ridurre il deficit pubblico. Infine c’è la questione esplosiva ed eterna della riforma elettorale, dopo la bocciatura di parte dell’Italicum ad opera della Corte costituzionale.
L’economia rischia di essere il tema più insidioso. La Ue ha chiesto una manovra aggiuntiva di 3,4 miliardi di euro, lo 0,2% del reddito nazionale, altrimenti scatteranno pericolose sanzioni per l’Italia. Si è parlato di taglio delle spese, di recupero dell’evasione fiscale, dell’aumento delle imposte indirette sulla benzina e sulle sigarette. L’estenuante trattativa tra Roma e Bruxelles per raggiungere un’intesa ancora è in corso. Gentiloni si è limitato a dire: «Faremo la correzione di conti senza manovrine depressive».
Il governo, dopo il colpo della scissione del Pd, cerca di tenere la rotta. Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera al “decreto correttivo” al codice degli appalti per assicurare trasparenza e rapidità delle procedure e ha approvato cinque decreti attuativi della riforma Madia della pubblica amministrazione. Gentiloni ha difeso l’esecutivo respingendo le critiche: «Al di là delle discussioni sulla velocità delle riforme, il governo prosegue nel suo cammino. Lo ha fatto con decisioni molto rilevanti, dalla tutela del risparmio alla sicurezza urbana fino all’immigrazione».
Il presidente del Consiglio deve fare i conti soprattutto con Renzi, suo amico, suo sponsor per Palazzo Chigi. L’ex presidente del Consiglio in corsa per riconquistare la segreteria del Pd non vuole sentire parlare di nuove tasse, anche perché a giugno si voterà per rinnovare i sindaci di alcune importanti città: «I 3,4 miliardi si recuperano non aumentando le accise, ma con un disegno che permetta all’Italia nei prossimi mesi di continuare a sostenere la crescita».
Non solo. Renzi preferirebbe aprire le urne per le politiche il prima possibile, senza aspettare la fine della legislatura tra un anno. Al ‘Corriere della Sera’ l’ha messa così: «Il punto è se votare a giugno o a febbraio del 2018…Si vuole andare avanti? Siamo pronti, se si riterrà che serva».
Rischia di prodursi una incredibilmente anomala politica: Renzi assieme a M5S e Lega Nord per le elezioni anticipate; scissionisti del Pd, Sinistra Italiana, Forza Italia, centristi della maggioranza favorevoli alle urne nel 2018. Instabilità politica e crisi economica possono costituire due scogli invalicabili per l’ex sindaco di Firenze.

Rodolfo Ruocco

Pd, si è rotto il patto di via Barberini

barberiniVia Barberini, scissione, atto uno. Il 15 febbraio Michele Emiliano, Enrico Rossi e Roberto Speranza, in un incontro riservato in via Barberini 36, gli uffici romani della regione Puglia,  innescano il processo della scissione del Pd. Il presidente della regione Puglia, il governatore della Toscana e l’ex capogruppo del Pd alla Camera pongono le basi dell’addio al Pd renziano. È il cosiddetto patto di via Barberini.

Le accuse a Matteo Renzi sono quelle ufficializzate tre giorni dopo, il 18 febbraio, nell’assemblea delle sinistre democratiche al Teatro Vittoria: la gestione leaderistica del partito; il congresso “cotto e mangiato” senza i tempi per discutere; lo spostamento delle scelte sociali ed economiche su posizioni neo centriste, dimenticando le radici di sinistra, la difesa dei lavoratori.

I “tre tenori”, come sono battezzati da un deputato della sinistra del partito, tutti e tre già in procinto di candidarsi al congresso per la segreteria in contrapposizione a Renzi, chiedono un radicale cambio di rotta al Teatro Vittoria (sul palco loro tre mentre in platea, in posizione più defilata, i veterani Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema). Il presidente della regione Puglia accusa il segretario del Pd  di “arroganza”, il governatore della regione Toscana gli rimprovera di essere espressione dell’“establishment”. L’ex capogruppo alla Camera, invece, attacca Renzi per il disegno di un congresso-plebiscito di rivincita «del capo arrabbiato che ha perso il plebiscito vero», quello del referendum costituzionale.

La replica delle accuse a Renzi c’è il 19 febbraio, il giorno dell’infuocata assemblea nazionale del Pd tenuta all’Hotel Parco dei Principi, davanti al parco di villa Borghese. I dissidenti della minoranza lasciano poco spazio ad una ricomposizione dello scontro: dal segretario arriva “un muro”: no alla trasformazione del Pd “nel PdR”, il Partito di Renzi; è possibile la nascita di “una nuova forza”.  Emiliano, però, oscilla. Alterna parole di rottura ad aperture di riconciliazione: «Non cerchiamo un capo» e «siamo a un passo dall’evitare la scissione».

Renzi si dimette da segretario e dà il via alla svolgimento del congresso su linea di contrattacco: la sinistra deve fare i conti con la realtà, no alla scissione, congresso in primavera, dialogo con le minoranza ma “niente ricatti”. Le mediazioni per evitare la spaccatura del partito tentate dai ministri Franceschini, Delrio e Orlando sembrano naufragare. Così anche gli sforzi unitari dell’ex segretario Ds Piero Fassino: «Resrate. Possiamo superare i contrasti. Le scissioni si fanno solo quando si hanno visioni diverse del mondo! ».

Via Barberini atto secondo. I tre alfieri della minoranza, insoddisfatti, si rivedono sempre il 19 febbraio negli uffici romani della regione Puglia per tirare il bilancio dell’assemblea nazionale del Pd. Emiliano, Rossi e Speranza formalizzano la levata di scudi in un bellicoso comunicato stampa comune.  Addossano il peso della rottura al segretario dimissionario: «È ormai chiaro che è Renzi ad andarsene, ad aver scelto la strada della scissione assumendo così una responsabilità gravissima». Tuttavia, dietro la durezza della nota stampa comune sembrano emergere delle divergenze. La scissione è sospesa.

Si susseguono colloqui e contatti tra renziani e minoranze e all’interno di quest’ultime. Si infittiscono le indiscrezioni sull’intenzione di Emiliano di non rompere, di restare nel Pd e di candidarsi alla segreteria in opposizione a Renzi. Lo “sceriffo”, come si è definito più volte il governatore pugliese, sembrerebbe contrario a una “cosa rossa”, una nuova formazione politica di sinistra radicale. L’incertezza è forte.

Via Barberini atto terzo. Si parla di una nuova riunione tra Emiliano, Rossi e Speranza negli uffici romani della regione Puglia. Sono frenetici gli incontri e i contatti informali. Alla fine arriva la notizia: l’ex pubblico ministero rimane del Pd e si candida alla segreteria. Parla alla direzione del Pd del 21 febbraio polemizzando duramente con Renzi: «Questa è la mia casa, nessuno mi può cacciare. Mi candido alla segreteria del Pd nonostante  l’intenzione evidente del segretario uscente di vincere  il congresso in ogni modo e con ogni mezzo…Renzi vuole il conflitto per il conflitto». Ricorda la battaglia comune con Rossi e Speranza: «Enrico e Roberto sono due persone perbene, di grande spessore umano che sono state offese e bastonate dal cocciuto rifiuto di ogni mediazione. Renzi è il più soddisfatto per ogni possibile scissione».

Speranza e Rossi, invece, non vanno alla riunione. È rotto il patto di via Barberini. Una parte della sinistra, disertando la direzione convocata nelle sede di Sant’Andrea delle Fratte, di fatto fa scattare la scissione.

Manca solo la formalizzazione dell’addio.Venerdì prossimo potrebbero nascere i gruppi parlamentari dei dissidenti al Senato e alla Camera. Ai primi di marzo potrebbe nascere il “nuovo soggetto politico” degli scissionisti. Ma c’è chi non si rassegna e spera ancora di evitare la scissione. In testa c’è Romano Prodi. L’inventore dell’Ulivo e del Partito democratico fa decine di telefonate per scongiurare la frattura: E’ “angosciato” perché «nella patologia umana c’è anche il suicidio».

Le conseguenze politiche del divorzio dei ribelli di sinistra da Renzi saranno a pioggia. Probabilmente la spaccatura del Pd farà traballare il governo Gentiloni, accentuerà la frammentazione del centrodestra allontanando Berlusconi da Salvini e incoronerà il M5S di Grillo primo partito italiano. Questi, però, sono i capitoli di un libro ancora tutto da scrivere. Gli imprevisti sono sempre in agguato.

Rodolfo Ruocco

La forza della minoranza. La scissione Pd dietro l’angolo

pd renziLa scissione del Pd? È «una parola da incubo… Dopo la scissione sarebbero tutti più deboli». L’appello di Walter Veltroni contro la rottura del Pd sembra caduto nel vuoto. Il primo segretario del Partito democratico, nato nel 2007 dalla fusione tra Ds e Margherita, non sembra aver convinto chi vuole dire addio a Matteo Renzi.
Sembra ormai tutto deciso; una parte della sinistra del partito taglierebbe i ponti entro pochi giorni. Michele Emiliano, Enrico Rossi e Roberto Speranza in un incontro a tre avrebbero deciso di far partire la scissione, contestando Renzi su tutti i fronti: dalla gestione leaderistica del partito alla svolta neo centrista nelle scelte economiche e sociali. Lo “strappo”, da tempo nell’aria, ha subito una improvvisa accelerazione: fino a qualche settimana fa i governatori della regione Puglia e Toscana e l’ex capogruppo alla Camera pensavano ancora ad una battaglia interna da realizzare al congresso, candidandosi alla segreteria in contrapposizione a Renzi.
Poi il piano sarebbe cambiato e la scissione appare dietro l’angolo. Sabato le minoranze anti Renzi si riunirebbero al Teatro Vittoria a Roma, poi domenica il match finale all’assemblea nazionale del Pd. Il progetto sarebbe di varare una “costituente” di sinistra e di attuare “una separazione consensuale e non conflittuale”. Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema sarebbero della partita, tuttavia resterebbero un “passo indietro” rispetto ad Emiliano, Rossi e Speranza. Dunque facce e volti nuovi di una generazione più giovane per favorire il ricambio del gruppo dirigente.
Bersani lancia un ultimo appello: «Fermativi». L’ex segretario del Pd in una lettera all’Huffington Post invita a «una riflessione comune» e a sostenere il governo Gentiloni fino alla conclusione della legislatura, all’inizio del 2018. Aggiunge: «Non date seguito alle infauste decisioni dell’ultima direzione. Prima il Paese, poi il partito, poi le esigenze di ciascuno». Se «non teniamo ferma questa sequenza non siamo più il Pd».
Bersani alcuni giorni fa non ha escluso la frattura: «La scissione è già avvenuta tra la nostra gente. E io mi chiedo come possiamo recuperare quella gente lì». L’ex segretario del Pd ha lanciato un appello al “buon senso” al gruppo dirigente renziano perché «io da Renzi non mi aspetto nulla». È tornato ad attaccare la gestione personalistica del partito: «Qui il problema è se siamo il Pd o il Pdr, il Partito di Renzi».
Il primo segnale è arrivato da D’Alema. L’ex presidente del Consiglio, già segretario del Pds-Ds, ha suonato la carica lo scorso 28 gennaio in una riunione nazionale dei dissidenti di sinistra: «Dobbiamo tenerci pronti ad ogni evenienza… Dobbiamo farci trovare forti e organizzati». Ha esortato tutti “i riservisti” del Pd, come ha definito se stesso e i dirigenti più anziani, ad impegnarsi per costruire «un centrosinistra largo e aperto alla società civile».
La “costituente” prevede un dialogo con il nascente Campo progressista di Giuliano Pisapia, con Sinistra italiana di Nichi Vendola e di Stefano Fassina, con altre forze ecologiste. È tutta aperta la scelta del leader. Qualcuno indica Emiliano. Il presidente della regione Puglia, ex pubblico ministero, ha commentato:«Non c’è questa ansia di chi deve fare il leader. L’ansia del leader uccide la politica».
Se l’iniziativa avesse successo cambierebbe tutta la geografia politica italiana: ci sarebbe una nuova formazione di sinistra e il Pd verrebbe sospinto su posizioni più centriste. Tornerebbe indietro l’orologio della politica italiana, a quando c’erano i Ds e la Margherita alleati nelle coalizioni di centrosinistra. Di fatto verrebbe smontato il Pd inventato da Romano Prodi e fortemente voluto da lui e da Veltroni.

Rodolfo Ruocco

Il mito renziano del 40% e il caos seguente

renzi 7Non un miraggio ma un traguardo a portata di mano. Matteo Renzi quasi tre anni fa lavorava ad incassare il 40% dei voti nelle elezioni politiche. Riteneva che ci fossero le premesse. Il Pd nelle elezioni europee del maggio 2014 aveva ottenuto un trionfale 40,82%. Aveva seminato il M5S al 21,16% e Forza Italia al 16,83%; e così tutti gli altri avversari impigliati in livelli ancora più bassi. In questo clima Renzi, allora presidente del Consiglio e segretario del Pd, impostò l’Italicum, la  nuova legge elettorale che, tra l’altro, assegnava un premio di maggioranza al partito che avesse incassato almeno il 40% dei voti.

Però poi tutto è cambiato rapidamente: sono arrivate le disfatte. Renzi prima ha perso colpi nelle elezioni regionali del 2015, quindi è stato sconfitto nelle comunali del 2016 e infine è arrivata la batosta nel referendum del 4 dicembre scorso sulla riforma costituzionale del governo: respinta con il 59,11% di “no” contro il 40,89% di “sì”. A gennaio la Corte costituzionale ha bocciato alcuni punti dell’Italicum, ma non il premio di maggioranza di seggi al partito più forte, con almeno il 40% dei consensi.

Così non svanisce, resta, anzi si rafforza il mito del 40%. Renzi, con l’obiettivo del voto anticipato in tempi rapidi, prima della fine naturale della legislatura all’inizio del 2018, ne ha parlato più volte dopo la sconfitta al referendum col 40% di sì: «Ripartiamo da qui». Ha indicato degli esempi storici: «Il Pd ha preso il 40,8% alle Europee, miglior risultato di un partito politico in Italia dalla Dc del 1959. Sono convinto che se il 4 dicembre si fosse votato per i partiti, saremmo risultati nettamente primi». È scoppiata una rissa. La tesi è stata contestata sia dalle minoranze del Pd sul piede di guerra contro Renzi sia dalle opposizioni dei cinquestelle, del centrodestra, di Sinistra italiana. Tuttavia l’ex presidente del Consiglio insiste, nonostante i venti di scissione che soffiano nelle sinistre del partito.

Il 40%, però, è una cifra che affascina un po’ tutti. Giuliano Pisapia, impegnato per dare vita al Campo Progressista, ritiene che sia un traguardo possibile per un centrosinistra rinnovato ed unito. L’ex sindaco di Milano ha lanciato un preciso messaggio a Renzi invitandolo a mettere da parte la linea dell’autosufficienza: «Penso che l’alleanza tra il Pd, noi, le liste civiche, gli ecologisti possa arrivare al 40%».

Il 40%  è un numero che ipnotizza.  Beppe Grillo ha chiesto di andare a votare subito, applicando il Legalicum, come ha battezzato il testo dell’Italicum rivisto dalla Consulta. Vede la vittoria e Palazzo Chigi a portata di mano: «La Corte costituzionale ha tolto il ballottaggio, ma ha lasciato il premio di maggioranza alla lista al 40%. Questo è il nostro obiettivo per poter governare». Tuttavia l’ascesa trionfale del M5S, dopo tante vittorie, è ostacolata dal caos nel quale naviga la giunta comunale di Roma, la metropoli guidata dalla sindaca grillina Virginia Raggi. È un caos pagato con la discesa dei cinquestelle nei sondaggi elettorali.

Anche Giorgia Meloni, alleata della Lega Nord di Matteo Salvini, ha chiesto immediate elezioni per portare un centrodestra unito al traguardo del 40%. La presidente di Fratelli d’Italia è fiduciosa sulla riunificazione del centrodestra:«Chiederemo agli italiani di darci il 40% per ottenere la maggioranza in Parlamento».

Silvio Berlusconi è attratto dal 40%, tuttavia esistono dei ma. Il presidente di Forza Italia un anno fa diceva: «Solo con questo vecchietto» il centrodestra unito «può raggiungere il 40%, vincere le elezioni  e governare il Paese». Non ha cambiato idea, però il centrodestra resta diviso perché “questo vecchietto” non vuol cedere a Salvini o a un leader populista la leadership. Niccolò Ghedini vede un futuro in rosa. L’avvocato di Berlusconi e senatore di Forza Italia con ‘Libero’ dà per scontata l’intesa con la Lega: «Solo Silvio può tenere insieme Salvini e Alfano. I sondaggi ci danno al 35%, con il Cav in campo arriveremo al 40%». La complicata partita del 40% è appena cominciata ed è tutta da giocare.

Rodolfo Ruocco

Sale la stella di Hamon riscoprendo le radici socialiste

Un po’ di utopia e grande attenzione agli emarginati. Chi dà per finiti i socialisti e la sinistra in Europa dovrà fare attenzione. La sorpresa arriva dalla Francia. Benoit Hamon, 49 anni, 30 anni di militanza nel Partito socialista alle spalle, potrebbe diventare il nuovo inquilino dell’Eliseo. Hamon sale, sale sempre di più nei sondaggi per le elezioni presidenziali francesi fissate ad aprile. Da fanalino di coda conquista le prime posizioni, ora si piazzerebbe per consensi subito dopo Marine Le Pen, la leader del Front Nationale, la lanciatissima candidata dell’estrema destra nazionalista e razzista, in favore dell’uscita della Francia dall’euro, dall’Unione europea e dalla Nato.

Mentre quasi tutti parlano solo contro, lui parla a favore: alle critiche fa seguire il progetto di una nuova società. Contro chi indica un futuro di disastri, illustra un programma su un “futuro desiderabile”.  Va controcorrente, rivaluta l’identità politica e i programmi del socialismo radicale. Fa i comizi nelle periferie proletarie ed operaie di Parigi e gli battono le mani. Recupera al Ps le simpatie e i consensi di lavoratori, precari ed emarginati in fuga verso altri lidi. Propone il reddito universale di esistenza (750 euro al mese), la diminuzione dell’orario di lavoro, la riconversione ecologica dell’economia, maggiore partecipazione popolare alle istituzioni, l’integrazione degli immigrati, la fine dello stato di emergenza contro il terrorismo islamico. Vuole una Francia nella Ue e nell’euro, anzi punta su un’Europa più forte, che dica basta all’austerità finanziaria alla base dell’euro e vari una difesa comune.

La “ricetta” sembra funzionare. Con oltre il 58% dei voti ha battuto, al secondo turno delle primarie dei socialisti francesi per l’Eliseo, l’ex primo ministro Manuel Valls (che ha ottenuto il 41%). L’outsider, il socialista in eterna minoranza ha vinto la prima partita per la presidenza della Repubblica francese. Nel 2014 si era dimesso da ministro protestando contro la svolta moderata impressa al governo dal presidente François Hollande, con la nomina di Valls a primo ministro.

Ha rilanciato l’identità politica radicale dei socialisti francesi contro quella liberalsocialista di Hollande e Valls. Ha rivitalizzato il Ps, visto poco tempo fa come un esercito in rotta che i sondaggi escludevano persino dal ballottaggio per l’Eliseo. Proporrà agli altri candidati della sinistra «di costruire insieme una maggioranza di governo coerente e sostenibile per il progresso sociale, ecologico e democratico». Alla sua sinistra dovrà vedersela con Jean-Luc Mélenchon (un ex socialista che si pone come alternativo al Ps) e alla sua destra, con Emmanuel Macron (un ex banchiere d’affari astro nascente del centrosinistra).

Ma la partita decisiva l’ex segretario dei giovani socialisti francesi se la giocherà con Marine le Pen e con François Fillon, ex primo ministro, candidato del centrodestra gollista a presidente della Repubblica. Sarà molto difficile sconfiggere la candidata populista dell’estrema destra e il candidato del centrodestra espressione delle èlite. Se vincerà Hamon la Francia impedirà la disgregazione dell’euro e dell’Unione europea e chiederà di rivedere i trattati mettendo al centro l’uguaglianza e un nuovo sviluppo ecologico dell’economia. Non solo, indicherà ai socialisti e ai socialdemocratici europei la strada per il rilancio e per evitare il baratro. Tuttavia siamo appena all’inizio della corsa, tutto può succedere.

Rodolfo Ruocco

Draghi “vota” per l’euro

Tira una brutta aria per l’euro e per l’Unione europea. La moneta unica traballa e vacilla la stessa Ue. Quest’anno si voterà in Francia, in Germania e, forse, in Italia, se ci saranno le elezioni politiche anticipate. La Gran Bretagna lo scorso anno ha detto addio alla Ue con un referendum.

Le spinte anti europee sono fortissime, la sorte dell’euro è appesa a un filo. Marine Le Penn ha avviato la sua campagna elettorale per le elezioni presidenziali francesi con toni infuocati. Ha pronunciato un triplo no all’euro, alla Ue e alla Nato (l’alleanza militare tra gli Usa e gli altri paesi di democrazia occidentale). Se la candidata della destra nazionalistica, euroscettica e anti immigrati sarà eletta all’Eliseo, la Francia uscirà sia dall’euro, sia dall’Europa, sia dall’Alleanza atlantica.

L’incertezza non piace ai mercati finanziari internazionali. L’affondo della Le Pen ha causato una discesa della moneta comune europea sul dollaro e sulle altre divise di riserva mondiali e la flessione delle Borse europee. In difesa della moneta unica, nel silenzio della politica europeista, è sceso in campo ancora una volta Mario Draghi: «L’euro è irrevocabile». Il presidente della Bce (Banca centrale europea), intervenendo al Parlamento europeo, ha lanciato un allarme e svolto un’analisi più da politico che da tecnico: l’euro «ci tiene uniti» e se affondasse anche «il mercato unico non sopravviverebbe».

L’unità europea ha pagato. La nascita prima della Comunità e poi dell’Unione europea ha determinato la sconfitta dei nazionalismi, ha garantito 70 anni di pace, di libertà e di prosperità al vecchio continente, prima flagellato da sanguinosissime guerre fratricide. Certo la gravissima crisi economica internazionale, la peggiore dopo quella devastante del 1929, ha flagellato e continua a colpire la Ue e, in particolare, i paesi più deboli dell’Unione come l’Italia. La ripresa economica è debole così pure quella dell’occupazione, ma la bancarotta per ora è stata evitata grazie proprio a Draghi.

Il presidente della Bce ha difeso la politica monetaria espansiva, criticata dalla Germania e ora anche dal nuovo presidente Usa Donald Trump. Per Draghi è una linea nell’interesse di tutti, Berlino compresa. La scelta attuata negli ultimi anni è stata presa dal presidente della Bce per sostenere la ripresa, gli investimenti e l’occupazione. Ha avvertito: la scelta monetaria espansiva proseguirà «sino e oltre il 2017 se necessario». Quindi continuerà la politica della Banca centrale europea, del costo del denaro zero e degli acquisti mensili di stock di titoli del debito pubblico dei paesi di eurolandia.

La preoccupazione è forte. Potrebbe ripetersi una crisi simile a quella dell’estate del 2012, quando la speculazione internazionale attaccò i paesi più deboli e lo spread dell’Italia (il differenziale dei tassi d’interesse tra i titoli del Tesoro decennali e quelli equivalenti tedeschi) arrivò a oltre 500 punti, una quota da collasso finanziario. Draghi nel luglio del 2012 intervenne e riuscì a placare la tempesta affermando: «Nell’ambito del nostro mandato la Bce è pronta a fare tutto il necessario per preservare l’euro. E credetemi: sarà abbastanza». E il miracolo riuscì. Lo spread gradatamente ridiscese. L’euro fu salvo. Draghi fu battezzato SuperMario dalla stampa internazionale.

Quasi due anni fa lo spread calò fino a scendere sotto quota 100 punti, con notevoli risparmi sulle spese per i tassi d’interesse pagati dall’Italia sul proprio enorme debito pubblico. Lo scorso 23 giugno, con l’uscita di Londra dalla Ue, la crisi ricominciò. Anche allora intervenne Draghi per cercare di calmare i mercati: «La Bce è pronta a qualsiasi evento in seguito al referendum britannico sull’Unione europea». Ma questa volta il miracolo non si è ripetuto.

Lo spread è una “tigre” temibile, fa anche cadere i governi. In Italia è successo nel 2011. Nell’autunno di quell’anno la crisi finanziaria divampò fino a far schizzare lo spread a 575 punti: Silvio Berlusconi si dimise da presidente del Consiglio e al suo posto subentrò il professor Mario Monti, un tecnico alla guida di un esecutivo tecnico. Ma anche Monti non brillò: i pesanti tagli alle spese, come a quelle per le pensioni, fecero piombare l’Italia in una grave recessione economica.

Ora la parola va agli elettori europei. Draghi “vota” in favore dell’euro e dell’unità europea cercando di combattere la crisi e la disoccupazione. SuperMario, scontrandosi anche con la Germania di Angela Merkel e l’America di Donald Trump, difende le sue misure monetarie espansive e critica le scelte protezionistiche. Da tecnico cerca di dare delle risposte anche politiche. Ma tocca soprattutto ai governi europei, ai grandi partiti popolari e di sinistra, dare una risposta politica alla crisi economica e al disagio sociale, cambiando ciò che non funziona nei trattati europei e in quelli sull’euro. Se non si farà nulla c’è il pericolo di una vittoria dei partiti populisti di destra e di sinistra, anti euro e anti Europa. Romano Prodi, convinto europeista, ex presidente del Consiglio, inventore dell’Ulivo e del Pd molti anni fa definì “stupidi” i parametri a fondamento della moneta unica.

Rodolfo Ruocco

Guerra di sinistra. Renzi accusato d’avventurismo

Renzi-DAlemaScissione. La parola proibita a sinistra continua ad essere formalmente bandita, ma è tornata ad emergere nel Pd come una ipotesi concreta. Massimo D’Alema ha chiesto “il cambio di rotta” e della “leadership” di Matteo Renzi. Il “Rottamato” sessantasettenne è pronto alla battaglia finale con il “Rottamatore” quarantaduenne. Renzi è indebolito: da dicembre non è più presidente del Consiglio, si è dimesso dopo la sconfitta patita nel referendum sulla riforma costituzionale e ora potrebbe perdere anche la segreteria del Pd. D’Alema ha chiamato alla mobilitazione la minoranza del Pd in un’assemblea nazionale tenuta a Roma: «Dobbiamo tenerci pronti per ogni evenienza». Ha incitato “i comitati del no”, costituiti per votare contro la riforma costituzionale del governo Renzi, a muoversi in caso di elezioni politiche anticipate: «I nostri comitati devono iniziare a raccogliere fondi, aprire sedi in tutta Italia. Perché se Renzi porterà il Paese all’avventura delle elezioni, senza un congresso e cercando di ridurre il partito all’obbedienza, ognuno di noi si sentirà libero».
Non ha pronunciato la parola scissione, ma ne ha delineato contenuti, tempi e modi se non ci sarà un congresso per cambiare segretario, prima delle elezioni politiche previste all’inizio del 2018. Il disegno «è quello di un centrosinistra largo e aperto alla società civile» contro il progetto neocentrista del “Rottamatore” di Firenze, basato sul Partito della nazione e sull’intesa con Silvio Berlusconi. È pronto anche il nome del nuovo partito: “Ricostruzione del centrosinistra”. Lo slogan è “Consenso”.
L’ex presidente del Consiglio, già segretario del Pds-Ds, è alla ricerca di alleati nella sinistra interna del Pd e in quella esterna (Sinistra Italiana, liste civiche, socialisti). All’assemblea di Roma c’erano, in particolare, due esponenti di Sinistra Italiana: Arturo Scotto e Nicola Fratoianni e il socialista Valdo Spini. C’erano anche due candidati alla segreteria alternativi a Renzi: Roberto Speranza ed Enrico Rossi, entrambi esponenti delle minoranze democratiche (il primo bersaniano, il secondo presidente della regione toscana).
Alla riunione, però, mancava Pier Luigi Bersani. Il Lìder Maximo, come era chiamato un tempo D’Alema, sembra lanciare un messaggio in particolare proprio a Bersani, pur senza nominarlo: «Alcuni di noi non sarebbero solo liberi, ma avrebbero il dovere di farlo, per responsabilità che portano verso la storia della sinistra italiana».
Bersani è un personaggio chiave nella geografia politica dei democratici: è il più autorevole esponente delle sinistre del partito, è un fiero avversario del “giovane Rottamatore”, ma finora si è sempre espresso contro ogni ipotesi di scissione perché, come spiegò con una espressione efficace e surreale, vuole combattere contro il renzismo “con tutte e tre le gambe” dentro il Pd.
L’ex segretario democratico è cauto, continua a muoversi in modo autonomo contro Renzi. Prima ha lanciato l’idea di “un nuovo Prodi” per combattere le disuguaglianze sociali e per riavviare la crescita dell’Italia. Poi ha aperto alla possibilità di andare al voto anticipatamente, ipotesi cara al segretario del Pd, ma a patto di modificare la legge elettorale eliminando “i capilista bloccati”. Ha avvertito: «Fuori di questa logica c’è solo l’avventura».
L’ex segretario del Pd ha indicato il pericolo dell’”avventura”, ha evocato lo stesso termine usato da D’Alema contro Renzi. Oltre a D’Alema e a Bersani, ha adoperato questo sostantivo politicamente contundente a sinistra anche Speranza. Strana coincidenza. L’ex capogruppo del Pd alla Camera ha lanciato l’allarme: «D’Alema e Renzi? Io lavoro perché non diventino due partiti diversi, ma Matteo deve evitare l’avventura elettorale a giugno». Ancora una volta il rischio avventura. Nel Pci si parlava, in termini sprezzanti, di “scelta avventuristica” e di “avventurismo” quando estrema sinistra o destra mettevano in discussione le conquiste della classe operaia, oppure la stessa democrazia. “Avventurista”, invece, era l’autore dell’azione avventata e irresponsabile. Renzi è avvertito.

Rodolfo Ruocco

Grillo, democrazia intermittente

I guai giudiziari-politici di Roma governata da Virginia Raggi (l’ultimo problema solo in ordine di tempo sono le accuse dei magistrati arrivate alla sindaca cinquestelle) e i dissidenti nel M5S sono i due tormenti di Beppe Grillo.

Sui contrasti interni il fondatore dei cinquestelle è intervenuto nel suo potente blog su internet. La ricetta è questa: tutto il potere agli iscritti . In particolare tutto il potere alla democrazia del web, alla “democrazia diretta”, alle votazioni online per decidere linea politica, candidature e programmi elettorali. Il garante del M5S torna a ripetere: «Sono gli iscritti a dettare la linea politica del MoVimento, i portavoce devono semplicemente attuarla».

Per i dissidenti, compresi i parlamentari e gli amministratori locali, praticamente si delinea una sola soluzione: fuori dal Movimento 5 Stelle. Il capo pentastelalto avvisa: «Chi non sarà d’accordo con il programma definito dagli iscritti, potrà perseguire (se riuscirà ad essere rieletto) il suo programma in un’altra forza politica».

In sintesi: va sempre rispettata la volontà degli iscritti espressa nelle votazioni online. Ma non sempre va così. Alcune volte, come è successo qualche giorno fa, la democrazia del web è ignorata o stravolta. L’8 gennaio gli iscritti pentastellati, su proposta di Grillo, hanno detto sì con una maggioranza schiacciante del 78,5% dei voti per far passare gli eurodeputati del M5S dal gruppo degli euroscettici di Nigel Farage (Efdd) al gruppo liberale (Alde) di Guy Verhofstadt. Ma dopo l’altolà di Verhofstadt all’adesione (soprattutto per le critiche degli europarlamentari francesi e tedeschi), c’è stato il dietrofront di Grillo.

Il comico genovese, sempre sul suo potente blog, prima ha accusato le classi dirigenti europee: «L’establishment ha deciso di fermare l’ingresso del MoVimento 5 Stelle nel terzo gruppo più grande del Parlamento Europeo», cioè l’Alde. Poi ha annunciato la marcia indietro: ha rinnovato l’adesione al gruppo di Farage «rinunciando alla carica della co-presidenza che fino ad oggi è stata occupata da David Borrelli». Ha quindi spiegato: «Fallito l’accordo con il gruppo Alde, abbiamo rispettato la volontà espressa dalla rete applicando la seconda scelta più votata dai certificati: rimanere nel gruppo Efdd».

Già, ha ripiegato sulla “seconda scelta”. Ma mentre per entrare nell’Alde, su 40.654 votanti, si erano espressi 31.914 iscritti, la larga maggioranza, per restare nell’Efdd si erano pronunciati solo 6.444. I liberali del Parlamento europeo hanno motivato il disco rosso all’ingresso dei cinquestelle per i programmi molto diversi, in qualche caso contrapposti. L’Alde, infatti, è tra i gruppi parlamentari più filo europei, è tra i più decisi sostenitori dell’euro. Il M5S, invece, è molto critico con la moneta unica europea e progetta un referendum per far uscire l’Italia dall’euro.

Di qui la rottura. Di fronte al fallito accordo con l’Alde, però, forse era preferibile aprire ancora le urne su internet e far pronunciare di nuovo gli iscritti. Non c’è stato, invece, il ricorso alla “democrazia diretta”. Grillo ha preferito ripescare “la seconda scelta”. Le critiche a questa decisione sono state molte. Alcuni deputati europei, per protesta, hanno lasciato il M5S. La democrazia diretta è una regola fissa, non funziona ad intermittenza.

Rodolfo Ruocco

Renzi sotto attacco nel Pd. Il ritorno dei rottamati

D'Alema-Renzi-UeUn nuovo segretario e un altro presidente del Consiglio. Le minoranze del Pd ribollono, l’obiettivo è disarcionare Matteo Renzi. Massimo D’Alema ha rotto il silenzio con ‘Il Corriere della Sera’: «Nessuno è insostituibile». L’ex presidente del Consiglio, già segretario del Pds-Ds, pensa alle prossime elezioni politiche: «Con Renzi non vinceremo mai». Con chi sostituire Renzi? D’Alema, uno dei maggiori “rottamati” dal segretario del Pd, si limita a dire: serve «una personalità per rimettere insieme i riformisti».
Niente nomi né per la segreteria del Pd né per la presidenza del Consiglio. Ma nomi e programmi potrebbero uscire a fine gennaio. Sono mobilitati “300 comitati”, già al lavoro contro il referendum costituzionale di Renzi del 4 dicembre: «Sabato 28 gennaio ci riuniremo in assemblea, e proporremo di trasformare questi comitati per ricostruire il campo del centrosinistra».

Il guanto di sfida lo ha lanciato anche Pier Luigi Bersani. L’ex segretario del Pd ha annunciato a ‘Repubblica’: «Qualcuno può escludere che in giro ci sia un giovane Prodi?». Anche in questo caso nessun nome, ma poi è arrivata una precisazione: va cercato «un nuovo Prodi più che un giovane Prodi». Occorre, cioè, un personaggio di spessore culturale e politico, non necessariamente anagraficamente giovane, ancorato a sinistra ma capace di rappresentare anche gli elettori di centro, liberali e cattolici.
Un fatto è sicuro: per correre da segretario del Pd, da eleggere nel congresso di fine anno, sono già in pista Roberto Speranza ed Enrico Rossi, due esponenti delle sinistre del partito. Il primo, ex giovane capogruppo alla Camera, è un fedelissimo di Bersani; il secondo è il presidente della regione Toscana. Poi, per Palazzo Chigi, impazzano tanti nomi: l’ex direttrice del Tg3 Bianca Berlinguer (la figlia di Enrico, amato segretario del Pci), l’ex ministro dei Beni culturali Massimo Bray, l’ex presidente del Consiglio Enrico Letta, il presidente della regione Puglia Michele Emiliano. Tra i papabili ci sarebbe anche il giovane ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda.
Sia D’Alema sia Bersani, che hanno votato ‘no’ al referendum sulla riforma costituzionale di Renzi, lamentano: il segretario del Pd “non ha cambiato rotta” dopo la sconfitta subita. I problemi centrali dell’Italia sono l’aumento delle “disuguaglianze” e della “povertà”, il populismo è una conseguenza della protesta sociale, il voto del popolo va capito. Il Pd ha perso voti tra i lavoratori, nelle periferie, al Sud, tra i giovani. Ora c’è la necessità di rappresentare “il disagio sociale”.
È cominciato un durissimo scontro tra la maggioranza renziana e la “vecchia guardia” del partito: prima per la segreteria e poi per Palazzo Chigi, sia se ci saranno le elezioni politiche anticipate sia se la legislatura finirà regolarmente all’inizio dell’anno prossimo. Renzi riflette sugli errori commessi e si prepara “a ripartire” rinnovando il vertice del partito e il programma.

Le analisi sono contrapposte. Il segretario democratico, in una intervista a ‘Repubblica’ di alcuni giorni fa, ha attaccato le minoranze: «Sono stato circondato nel Pd da un vero e proprio pregiudizio, secondo cui non ero degno di rappresentare la sinistra». Ha obiettato: «Nonostante le leggende nere abbiamo perso a destra, non tra i compagni». Ha rivendicato i caratteri di una sinistra diversa: «Per me essere di sinistra è anche innovare, essere garantisti sulla giustizia, abbassare le tasse, non essere necessariamente a rimorchio del sindacato che contesta ideologicamente i voucher e poi li usa».

Rodolfo Ruocco

Calenda, nasce una stella

Uno, due, tre. Trasporto aereo, auto, televisioni. Carlo Calenda in pochi giorni ha assestato, uno dopo l’altro, tre micidiali colpi. Il primo è arrivato sull’Alitalia, per l’ennesima volta nell’occhio del ciclone, sull’orlo del collasso, con i conti in profondo rosso e a rischio di altri 1.500 esuberi. Il ministro dello Sviluppo economico è intervenuto sull’esplosiva vicenda chiamando in causa le responsabilità di dirigenti e proprietari: «È inaccettabile che paghino i lavoratori». Ha puntato il dito contro il vertice, i vecchi soci privati italiani e i nuovi arabi di Ethiad: «L’azienda è stata gestita male, serve un piano industriale».
Il secondo colpo. Ha strigliato il governo tedesco che ha sollecitato la commissione europea ad indagare sulla Fiat Chrysler Automobiles: «Berlino, se si occupa di Volkswagen, non fa un soldo di danno». L’agenzia per l’ambiente Usa, infatti, ha messo sotto accusa il gruppo automobilistico italo-americano, denunciando eccessive emissioni di due modelli diesel, ma nel 2015 era toccato alla Volkswagen, incappata quindi in salatissime multe. Il ministro, nel caso di Fiat-Chrysler, come possibile spiegazione delle accuse ha fatto riferimento al cambio della guardia tra Obama e Trump alla presidenza americana: «Le agenzie Usa di solito sono abbastanza indipendenti. Ma ora non so, bisogna vedere le carte».
Il terzo colpo è piombato sull’assalto della francese Vivendi alla proprietà di Mediaset. La scalata alle televisioni di Silvio Berlusconi lo ha lasciato interdetto: «Penso che quella di Vivendi sia un’operazione di mercato condotta in modo opaco perché non chiarisce il punto di caduta. Un investitore deve venire in Italia spiegando cosa fare». Ha chiarito: «Non si tratta della difesa dell’italianità di Mediaset, ma della dignità del Paese perché l’Italia non è un Paese di scorrerie».
Aerei, auto, televisioni: tre settori economici molto diversi, ma tutti rilevanti, di prima grandezza. Tre interventi nei quali Calenda ha superato i confini tecnici per porre problemi politici. Il tecnico è diventato politico chiedendo il rispetto di regole sociali, economiche, di politiche industriali anche in un quadro di rapporti internazionali delle imprese italiane con quelle estere. È l’antico concetto della supremazia della politica sull’economia, degli interessi generali del paese rispetto a quelli personali o di gruppi economici, nazionali o stranieri.
Carlo Calenda, 43 anni, dirigente d’azienda (dalla Ferrari a Sky alla Confindustria), già collaboratore e amico di Luca di Montezemolo, finora era stato più un apprezzato tecnico che un politico. Prima aveva aderito a Italia Futura, l’associazione dell’imprenditore Montezemolo, poi a Scelta Civica, il partito dell’economista Mario Monti, due movimenti nati per rinnovare la politica. Nelle elezioni del 2013 non fu eletto deputato nelle liste di Scelta Civica, ma Enrico Letta lo portò nel suo governo come vice ministro dello Sviluppo economico. Quando nel 2015 si dissolse il partito di Monti passò al Pd di Matteo Renzi. È seguita una folgorante ascesa ricca di risultati: rappresentante italiano presso l’Unione europea, ministro dello Sviluppo negli esecutivi di Matteo Renzi e di Paolo Gentiloni.
Fino a poco tempo fa Calenda era considerato solo un tecnico, un valente tecnico. Adesso c’è stato il salto politico. Renzi, dopo la sconfitta subita nel referendum costituzionale del 4 dicembre, è impegnato a rinnovare il programma e la classe dirigente del Pd. Il segretario democratico sta cercando giovani e “facce nuove” da valorizzare. Forse in politica è nata una nuova stella, quella di Carlo Calenda.

Rodolfo Ruocco