Rodolfo Ruocco
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Le cento sinistre rischiano l’irrilevanza politica

Renzi_dalema_bersaniLe sinistre si fanno forza e scommettono su se stesse. L’impresa è trovare uno spazio politico alla sinistra del Pd, il partito egemone del centro-sinistra italiano. Ci hanno provato e ci stanno provando in molti. Sergio Cofferati, Pippo Civati e Stefano Fassina hanno abbandonato il Pd di Matteo Renzi nel 2015. All’inizio del 2017 se ne sono andati Roberto Speranza, Enrico Rossi, Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema.

Si sono susseguite scissioni e abbandoni basati su due accuse centrali rivolte all’ex presidente del Consiglio ed ex segretario del Pd: la gestione personalistica dell’”uomo solo al comando” con la creazione del Pdr (Partito di Renzi) e “la deriva di destra”. Il progetto è di costruire una sinistra di governo, ma dalle scelte radicali. Bersani ha parlato di una sinistra larga, dialogante. ulivista e di “combattimento”.

Nelle prossime elezioni comunali di giugno si avrà la verifica del consenso popolare. In molte città italiane la sfida per i sindaci dirà se esiste o no uno spazio alla sinistra del Pd. Finora le competizioni elettorali degli ultimi due anni nelle amministrative, regionali e comunali sono state deludenti per i tanti partiti e partitini di sinistra.

L’incubo è l’irrilevanza, la marginalità. I sondaggi elettorali non incoraggiano certo all’ottimismo. L’ultima rilevazione dell’Ixè su cosa farebbero gli italiani se si votasse adesso per le politiche, non sono confortanti. Il Movimento democratici e progressisti (Mdp) fondato da Bersani, Speranza, Rossi e D’Alema raccoglierebbe solo il 4,3% dei voti. Sinistra italiana (ex Sel ed ex Pd come Fassina), guidata da Nicola Fratonianni, prenderebbe appena il 2,6%. Le altre formazioni di sinistra il 2,2%. Poco, molto poco rispetto ai tre grandi antagonisti: il M5S incasserebbe il 28,7%, il Pd 26,6% e oltre il 30% un eventuale centrodestra ricompattato (Forza Italia, Lega Nord, Fratelli d’Italia).

Sembra profilarsi la profezia di Bersani, quando a metà dello scorso dicembre invitava tutti ad evitare una scissione del Pd perché avrebbe rotto le ossa sia all’anima centrista sia a quella di sinistra del partito: «Ne sono sicuro. Perché la cosa di là, di origine democristiana, finisce come Kadima, cui pensò Rutelli. Quella di qua finisce per essere una sinistra minoritaria».

La scissione della “Ditta”, come Bersani chiamava con affetto il Pd, invece c’è stata. La disfatta di Renzi al referendum del 4 dicembre 2016 sulla riforma costituzionale del governo, ha aperto le porte alla rottura del Pd, il partito nato nel 2007 dalla fusione tra i centristi ex Dc e la sinistra post comunista.

Ora il tentativo è di voltare pagina, di costruire un centro-sinistra di governo competitivo con il Pd. La bussola sono i diritti e l’uguaglianza sociale. I campi d’azione sono soprattutto tre: lavoro, ambiente, immigrazione. E qui arrivano i problemi. I partiti e i partitini di sinistra sono tanti, divisi da ricette diverse. Alcuni sono dialoganti e altri alternativi al Pd (questo ora è impegnato nel congresso e Renzi dovrebbe riconquistare la segreteria).

Giuliano Pisapia, pur tra gli uomini più dialoganti con il Pd, chiede «una forte discontinuità nel metodo e nel merito» delle scelte politiche passate. Il fondatore di Campo progressista, ad esempio, punta il dito contro la sintonia di Renzi con l’amministratore della Fiat-Chrysler Marchionne e lo scontro con la Fiom di Landini: se il Pd «si definisce di sinistra deve avere come riferimento iniziale il lavoratore, e non il datore di lavoro, altrimenti non è sinistra». Ancora più netto è Speranza: il Mdp “vuole unire”. La critica è sempre a Renzi: «Vogliamo ricostruire un nuovo centrosinistra nel Paese, libero da smanie autoreferenziali».

Poi ci sono tutti gli altri partiti, partitini e micro partiti: Psi (Riccardo Nencini), Possibile (Pippo Civati), Rifondazione comunista (Paolo Ferrero), Partito comunista (Marco Rizzo). Inoltre ci sono i lavori in corso per il varo di altre formazioni politiche. È il caso di DemA, Democrazia e autonomia, fondata dal sindaco di Napoli Luigi De Magistris (sta preparandosi per le elezioni regionali in Campania, per ora esclude di partecipare alle politiche).

I toni, in genere, sono durissimi, di contrapposizione al Pd. Fassina sollecita a prendere con passione un’altra strada rispetto a quella dell’ex sindaco di Firenze: «Lui il cuore ce l’ha messo ma batteva a destra». Il problema è “la sua subalternità” alle politiche della destra, liberiste in economia e plebiscitarie nelle istituzioni.

Sono pesanti anche le critiche di Civati. Il segretario di Possibile, alleato di una parte dei dissidenti cinquestelle, accusa: «Renzi ha riutilizzato le ricette della destra». Propone di varare «una Costituente delle idee prima del diluvio». Cita in modo poetico l’ex presidente americano Barack Obama: «Bisogna allacciarsi le scarpe e partire».

Certo è difficile camminare insieme per tante sinistre così differenti e con ai piedi “scarpe” tanto diverse. Il rischio è una disastrosa frammentazione e l’irrilevanza. Per ora non si intravede nemmeno la convergenza su un programma sul quale contrapporsi o, invece, dialogare con Renzi, che ribadisce la bontà della linea di una sinistra moderna, non conservatrice, capace di affrontare l’innovazione e i nuovi problemi della società.

Poi c’è il macigno del M5S. Il movimento di Beppe Grillo, definito di centro da Bersani, rifiuta ogni vecchia catalogazione, nega di essere di destra o di sinistra. Ma con una politica di opposizione totale e anti sistema ha dato rappresentanza alla protesta di larghe fette di imprenditori, di ceto medio e di lavoratori colpiti dalla crisi economica. Con la proposta del reddito di cittadinanza pesca voti a sinistra, con lo stop all’immigrazione e all’euro raccoglie consensi a destra.

È complicato per le sinistre trovare spazio tra Renzi e Grillo. È ancora più difficile se restano divise, se non si uniscono, se non trovano un programma comune e un leader condiviso. La prima prova del fuoco ci sarà a giugno, nelle elezioni comunali.

Rodolfo Ruocco
(Fogliaroma.it)

Grillo, sindaco supplente, chiede l’aumento

Grillo-Germanwings-RenziBeppe Grillo si trasforma in sindaco supplente di Roma e bussa a cassa verso il centenario Ordine dei Cavalieri di Malta. Chiede l’aumento dell’affitto per uno stabile utilizzato in via Alessandria a Roma che ospita “una vostra rappresentanza”. Il garante del M5S, con una lettera aperta pubblicata nel suo blog su internet, invita i discendenti dei cavalieri crociati in Terra santa a mettere mano al portafogli: “Sono qui a chiedervi un piccolo aumento della pigione che versate al comune”.

Il comico genovese indossa i panni del sindaco di Roma per reclamare l’aumento: “Possiamo fare il 20%? Capisco che è una percentuale elevata ma l’enorme debito accumulato da Roma Capitale negli ultimi decenni mi fa essere agguerrito sino a vincere questa timidezza ancestrale”. Grillo usa un linguaggio provocatorio ed ironico: “A conti fatti si tratterebbe del venti per cento di 12, cioè 2,4 in più…euro…all’anno. Su base mensile 2,4 euro diviso dodici mensilità sarebbero 20 centesimi in più al mese”.

E’ una incursione davvero strana quella di Grillo. Lui stesso mette in berlina l’esiguità della pigione e degli aumento richiesto per “Palazzo Grillo”, lo stabile della capitale che porta il suo stesso nome concesso in affitto ai Cavalieri di Malta. E’ singolare che il leader carismatico del lanciatissimo M5S (da tutti i sondaggi è dato come il primo partito italiano) si soffermi su una questione così particolare di Roma. La città eterna ha mille problemi molto più importanti: dalla corruzione pubblica alla traballante giunta cinquestelle, al caos nel viaggiano il trasporto pubblico e la nettezza urbana provocando le proteste dei cittadini e dei turisti.

Invece il capo dei pentastellati si mette la fascia tricolore di sindaco di Roma per “punzecchiare” i Cavalieri di Malta sull’aumento della pigione, una competenza di Virginia Raggi. La sindaca grillina della capitale tace. Da dieci mesi non ha pace. Da quando lo scorso giugno è stata eletta in modo trionfale alla guida del Campidoglio ne ha viste di tutti i colori: stretti collaboratori arrestati, dimissioni a catene degli assessori, la giunta in affanno che rischia di cadere nell’immobilismo. Ora la grana maggiore all’orizzonte è quella del nuovo stadio della Roma da costruire a Tor di Valle. Il travagliato accordo raggiunto tra la sindaca e la squadra giallorossa, raggiunto a fine febbraio, rischia di saltare, perché il Campidoglio ancora non ha dato il disco verde al nuovo progetto che modifica quello approvato da Ignazio Marino, il precedente sindaco. I cinquestelle capitolini sono ancora divisi sulla necessità del nuovo stadio e sulla bontà del progetto avanzato da James Pallotta, il presidente della Roma.

Sembra quasi un commissariamento della Raggi da parte di Grillo, sembra quasi la stessa aria che si respirava qualche mese fa. A dicembre quando erano scoppiati gli scandali che avevano coinvolto la giunta comunale, si parlava di commissariamento della sindaca e di sue possibili dimissioni. Virginia Raggi smentì innervosita: “Non sono commissariata e mi sento ancora dentro il M5S”. Davanti ai mille problemi della città assicurava: “Stiamo lavorando”. Però adesso da Grillo arriva un nuovo segnale. E’ un intervento che, per ora, ha il sapore di una supplenza politica su un problema estremamente minore di Roma.

Rodolfo Ruocco
(sfogliaroma.it)

Berlusconi lascia il Milan ma non molla la politica

milanSilvio Berlusconi alla fine lascia il Milan. È finita un’era per il pallone. L’americano James Pallotta ha comprato alcuni anni fa la Roma, i cinesi dopo l’Inter di Moratti, acquistano il Milan del Cavaliere. La società di calcio rosso-nera va a una cordata cinese guidata dall’uomo di affari Yonghongh Li. La Fininvest, la finanziaria della famiglia Berlusconi, incassa 740 milioni di euro (compresi 220 milioni di debiti).

Cambia il panorama calcistico italiano. Silvio Berlusconi, dopo 31 anni, cede la proprietà del Milan, uno dei più prestigiosi club calcistici italiani, europei e mondiali. I motivi sono finanziari: «Lascio e lo faccio con dolore e commozione, ma ho la consapevolezza che il calcio moderno, per competere ai massimi livelli europei e mondiali, necessita di investimenti e risorse che una singola famiglia non è più in grado di sostenere».

Cambia un mondo. Dopo 31 anni Berlusconi lascia il Milan, la squadra che consacrò la sua ascesa tra i grandi imprenditori italiani. Allora tutti i maggiori nomi dell’industria e della finanza del Bel paese possedevano un club: il calcio, il più popolare sport nazionale, produceva e produce consenso e funge da traino alle varie attività produttive.

Poi è arrivata la Grande crisi internazionale che ha colpito con particolare virulenza l’Italia e la “tigre” cinese, la nuova potenza economica mondiale, si è mossa aprendo generosamente il portafogli. Ha cominciato a fare incetta prima di calciatori e allenatori europei (in particolare italiani) e poi dei più blasonati club.

Berlusconi, dopo un anno di dure trattative sull’orlo della rottura, ha deciso di vendere anche perché ha spuntato un ottimo prezzo ed ha bisogno di liquidità. La francese Vivendi ha fatto incetta di azioni Mediaset puntando al 30% dell’azienda televisiva, la perla del gruppo Fininvest. Ma se Berlusconi alla fine ha lasciato il Milan, tuttavia non vuole mollare né il suo impero imprenditoriale nè la politica. Anzi, il fondatore della Fininvest, del Pdl e di Forza Italia sta riflettendo su come rilanciare sia sul fronte imprenditoriale sia su quello politico.

A 80 anni di età è ancora pimpante e si prepara alle elezioni politiche previste all’inizio del 2018, ma possibili anche prima. Si contrappone a Matteo Renzi e si pone come l’unico uomo capace di battere il populismo in ascesa di Beppe Grillo. Vuole allearsi al leghista Matteo Salvini, ma gli nega la leadership del centrodestra. Ha già abbozzato un programma elettorale. Il presupposto è che «non si può uscire dall’euro perché ci costerebbe caro». Vuole rassicurare il ceto medio impaurito e combattere la povertà. Rilancia vecchi cavalli di battaglia e ne inventa di nuovi. L’obiettivo è tagliare le tasse e rilanciare l’economia: 1) punta a una doppia circolazione monetaria, l’euro assieme a “una nuova lira”; 2) pensioni minime a mille euro per tutti, “pensione alle nostre mamme”; 3) “nessuna tassa sulla prima casa, sulla prima auto, sulle successioni”; 4) aliquota fiscale sui redditi tra il 22% e il 24%, la flat tax.

Anche se non riuscirà a vincere le elezioni, punta ad avere una forza parlamentare consistente nelle future Camere. C’è chi non esclude un governo di grande coalizione con il Pd se dalle urne dovesse uscire una situazione di ingovernabilità. Intanto loda “lo stile” di Paolo Gentiloni, successore di Renzi alla presidenza del Consiglio, e pratica la strategia di “una opposizione responsabile” che ha aiutato il governo in momenti difficili.

Rodolfo Ruocco
(sfogliaroma)

Campo dall’Orto prepara un “uovo di Pasqua” alla Rai

Rai: conferenza stampa di consegna degli attestati di frequeLa Rai, nel bene e nel male, è una delle principali aziende di Roma e d’Italia. Quando gli automobilisti percorrono la via Flaminia molte volte si irritano alla vista di Saxa Rubra e dell’enorme antenna dell’azienda radio-televisiva pubblica. Il pensiero va immancabilmente all’inviso canone, dall’anno scorso pagato obbligatoriamente nella bolletta della corrente elettrica. E scattano anche dei gesti di nervosismo poco eleganti.

Sui giornali si sono letti i conti esatti del 2016: 1.793 milioni di euro contro i 1.537 incassati nel 2015 da viale Mazzini, quando il canone era ancora pagato su base volontaria. Ben 256 milioni di euro in più. Però gli introiti supplementari non sono riusciti ad evitare l’anno scorso alla Rai un deficit di 25,6 milioni. Gli scontenti sono tanti: oltre agli evasori, che finalmente hanno compiuto il loro dovere, c’è la maggioranza degli “abbonati obbligati” che lamentano la scarsa qualità dei programmi, dei telegiornali e dei giornali radio.

Antonio Campo Dall’Orto aveva fatto grandi promesse di rinnovamento quando si insediò due anni fa. Ma da allora si sono viste ben poche novità tra quelle promesse dal direttore generale della Rai. È prevalso l’immobilismo. In sostanza è rimasto inalterato il vecchio schema di gioco basato su Tg1, Tg2, Tg3 e su Rai Uno, Rai Due e Rai Tre, la tripartizione dell’era Dc, Psi, Pci. La riorganizzazione dell’informazione è rimasta al palo, non si è fatto niente dopo i tentativi, affidati a Carlo Verdelli, e falliti prima ancora del varo.

Ora, però, sembra essere scoccata l’ora X. La Rai ha convocato l’Usigrai (il sindacato dei giornalisti radio-televisivi) per parlare del piano industriale per l’informazione. L’incontro è fissato per il 20 aprile. L’attesa è grande, ma c’è il riserbo più stretto sul progetto. Non si sa come Campo Dall’Orto immagina i nuovi giornali televisivi, radiofonici e web. Non si sa se il progetto preveda l’unificazione delle testate giornalistiche (come stabiliva il piano, poi naufragato, dell’ex direttore generale Luigi Gubitosi) o delle nuove iniziative (tempo fa si parlava della nascita di una specifica testata web al posto di quella collocata all’interno di Rainews).

Viale Mazzini prepara “un uovo di Pasqua”, ma non filtra un’indiscrezione sul progetto. C’è il massimo riserbo sia sull’”uovo di Pasqua” sia sulla possibile “sorpresa”. Occorrerà vedere se sarà “brutta” o “bella”. Negli ultimi tempi Campo Dall’Orto si è mosso con grande prudenza. Si è limitato a dire: la Rai deve offrire «contenuti e modalità di fruizione adeguate ai tempi che viviamo». Ha indicato l’obiettivo di trasformare l’azienda «in una moderna ed efficiente media company».

L’Usigrai si aspetta la valorizzazione delle professionalità interne, l’ammodernamento tecnologico dei sistemi di produzione, il potenziamento delle iniziative soprattutto di servizio pubblico, il motivo per il quale i cittadini pagano il canone. Del resto i numeri parlano da soli: dal canone la Rai incassa 1.793 milioni di euro contro i circa 800 milioni provenienti dalla pubblicità e da altre voci minori. Il rapporto tra canone e pubblicità è di oltre 2 a 1 in favore del primo. Anche la preponderanza finanziaria del canone sulla pubblicità deve avere una ricaduta sui contenuti dei programmi e dell’informazione.

Campo Dall’Orto deve aver preso atto del problema, così ha annunciato per la fine di aprile una nuova tv dei ragazzi, immaginata con criteri di servizio pubblico. Tuttavia i problemi per il direttore generale della Rai non mancano: sembra che debba fronteggiare, oltre alla battaglia con l’Usigrai, le ire di Matteo Renzi, insoddisfatto della gestione. Non a caso Michele Anzaldi, deputato iper renziano, componente della commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai, ha più volte attaccato Campo Dall’Orto, un tempo gradito all’ex presidente del Consiglio ed ex segretario del Pd.

Non a caso si è perfino parlato di un’uscita del direttore generale dall’azienda. Dagospia ai primi di marzo ha scritto: «Camposanto Dall’Orto pensa alle dimissioni». Solo due dati sono certi:1) la Rai è una delle poche aziende pubbliche ancora saldamente in piedi, indenne da bancarotte e da svendite a privati; 2) è stata capace di reggere e di vincere sul mercato la concorrenza di colossi come Mediaset, Sky e La7.

Rodolfo Ruocco
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La foresta pietrificata
delle pensioni

Pensioni-InpsPensioni? Gli aspiranti pensionati si aggirano invano in una “foresta pietrificata”: tutto è bloccato, tutto è rinviato. Sono andate deluse soprattutto le attese dei giovani (ansiosi di trovare un lavoro lasciato libero dagli anziani) e delle donne (interessate a lasciare in anticipo fabbriche e uffici). Sono fermi i decreti attuativi dei pensionamenti anticipati previsti dalla legge di Bilancio 2017, la cosiddetta “Fase uno” della riforma delle pensioni decisa dal governo guidato da Matteo Renzi.

Sono ancora confinate in un cantiere tutto da inventare, invece, le misure della cosiddetta “Fase due” della riforma delle pensioni, quella indicata dall’esecutivo di Paolo Gentiloni, il presidente del Consiglio che lo scorso dicembre ha preso il posto di Renzi a Palazzo Chigi.

L’incontro tra il governo e Cgil-Cisl-Uil è stato un colpo a vuoto. Giuliano Poletti non ha avuto nulla da dire a Susanna Camusso, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo. L’unica certezza è la data del nuovo match: il 4 maggio “in sede tecnica”. Dalla riunione del 6 aprile è arrivata una decisa “frenata” alla possibilità di modificare o di ammorbidire la legge Fornero, il provvedimento stabilito 5 anni fa dal governo Monti sotto l’emergenza di tagliare la spesa pubblica per ridurre il deficit dello Stato. La ministra del Lavoro Elsa Fornero nel 2012 alzò improvvisamente e consistentemente gli anni di contributi e dell’età anagrafica necessari per lasciare il lavoro.

Si potrà cambiare la legge Fornero? Poletti sembra molto scettico. Il ministro del Lavoro, dopo l’incontro con i sindacati del 6 aprile, è stato molto prudente: «Abbiamo l’esigenza di valutare come affrontare questo tema». Ha molto circoscritto il senso del confronto: «È stata una riunione utile per definire il perimetro della discussione». Niente altro.

Nessuna novità nemmeno sui decreti attuativi delle misure approvate con la legge di Bilancio, ancora all’esame del Consiglio di Stato.  Nessuna novità sull’anticipo della pensione (Ape sociale e volontaria) e sulla cosiddetta “quota 41” per i lavoratori precoci (riguarda quelli disoccupati, inabili o che assistono familiari non più autonomi). Nessuna novità sulla possibilità di prorogare Opzione donna, le misure che permettono al gentil sesso di lasciare prima il lavoro al prezzo di una penalizzazione economica.

Nessuna novità sull’esigenza, di carattere generale, di rivedere la legge Fornero. Negli ultimi anni e anche nei mesi scorsi si sono susseguite le dichiarazioni di principio sulla necessità di modificare la rigida normativa varata nel 2012, ma i diversi esecutivi alla fine hanno sempre ripiegato inseguendo l’emergenza. Così si sono succedute ben 8 “tutele” per gli esodati. In sintesi: per circa 100 mila persone, rimaste senza lavoro e senza pensione, sono state applicate le regole previdenziali precedenti alla riforma voluta dal governo presieduto dal tecnico Mario Monti.

Un modifica generale della legge Fornero, però, non c’è stata. È tutto rinviato, bloccato, pietrificato. Le pensioni ricordano un po’ Medusa: questo orribile mostro della mitologia greca aveva il potere di pietrificare per la paura chiunque osasse guardarla.

Rodolfo Ruocco
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La democrazia diretta: quella web fa cilecca

grillo_casaleggio

È quasi un calcio alla democrazia rappresentativa in favore della democrazia diretta formato internet. I cinquestelle del Campidoglio vogliono esportare a Roma Capitale “la democrazia della Rete” realizzata per il M5S da Gianroberto e Davide Casaleggio. L’obiettivo è introdurre la possibilità di petizioni online e sperimentare il voto elettronico per i referendum comunali. La proposta di delibera per modificare lo statuto di Roma Capitale viene dalla maggioranza cinquestelle in Campidoglio. Il traguardo è di passare in cinque anni “da Mafia Capitale alla capitale della democrazia diretta”.

L’idea è presentata in una conferenza stampa, che ha visto la presenza della sindaca di Roma Virginia Raggi. Flavia Marzano, assessora alla Roma Semplice, Angelo Stumi, presidente della commissione Roma Capitale, Riccardo Fraccaro, deputato del M5S, hanno portato ad esempio gli strumenti di azione pentastellati su internet: «Noi usiamo una piattaforma rivoluzionaria, la Rousseau, e vogliamo avviare questo modello anche dentro il sito di Roma Capitale».

Ancora una volta è scontro frontale con i democratici impegnati nel congresso nazionale. Il progetto non piace per niente al Pd, alla guida del governo nazionale e all’opposizione della giunta Raggi a Roma. Stefano Esposito, Pd, ha evocato “un pesce di aprile in ritardo”. Ha avanzato tre contestazioni: 1) quando i risultati della democrazia diretta sul web non piacciono a Beppe Grillo vengono cancellati, come è successo a Genova con la rimozione di Marika Cassimatis vincitrice del voto online per correre da sindaco; 2) il mito della “trasparenza” nella città eterna è stato infranto dai tanti scandali (come l’arresto del capo del personale comunale Raffaele Marra e le imputazioni per reati ambientali dell’assessora Paola Muraro); 3) c’è il bilancio fallimentare della giunta Raggi (dal trasporto pubblico alla nettezza urbana i servizi pubblici essenziali fanno acqua).

La “democrazia della Rete” ha suscitato grandi speranze, ma non ha dato grandi risultati. Grillo è un leader carismatico che, più di una volta, non ha esitato a cancellare i risultati delle elezioni online svolte tra i militanti cinquestelle, imponendo le sue scelte. Ai critici e ai dubbiosi ha risposto: “Fidatevi di me”. Ma il dissenso tra i cinquestelle è forte. Molti militanti usciti o espulsi hanno accusato Grillo di autoritarismo e il M5S di sopportare un deficit di democrazia interna. È il caso di Federico Pizzarotti, il primo sindaco cinquestelle di una città importante come Parma. Il sindaco della città emiliana è ormai in rotta di collisione con Grillo e si presenterà alle prossime elezioni comunali di giugno alla guida di una lista chiamata “Effetto Parma” forse in diverse località nazionali.

È difficile per i pentastellati esportare il loro modello di “democrazia della rete” perché fa cilecca. La democrazia è un meccanismo prezioso e delicato. La democrazia, basata sul Parlamento libero e indipendente dai poteri del re non più assoluti ma costituzionali, nacque a metà del 1600 in Inghilterra. Da allora il processo democratico si è faticosamente affermato prima in Europa, poi in Occidente e quindi a macchia d’olio un po’ in tutto il mondo anche in modo contraddittorio. Certo non mancano problemi e resipiscenze autoritarie, ma la democrazia va avanti. È il modello della democrazia rappresentativa integrata da elementi di democrazia diretta come i referendum popolari. Il Parlamento ha una funzione centrale e i cittadini vengono consultati con i referendum su grandi questioni.

In alcuni casi si sono sperimentate strade diverse, ma con risultati deludenti. Già nell’antica Atene di Clistene e di Pericle, quando nacque il primo esempio storico di democrazia, emersero problemi seri. Per percorrere la via della democrazia diretta dei cittadini nelle assemblee, senza rappresentanti eletti, sorsero gravi ostacoli. Si tentò anche la carta del sorteggio per gli incarichi di governo, ma senza risultati positivi. La democrazia rappresentativa, degli eletti, allora e quindi dall’Inghilterra di John Locke, si è affermata come il modello vincente per garantire libertà, diritti civili e umani. La socialdemocrazia nel 1900 ha arricchito la democrazia liberale, coniugando libertà con eguaglianza economica, portando le masse dei lavoratori all’interno del sistema democratico.

Winston Churchill, il pragmatico premier britannico, deciso avversario del comunismo, che lottò contro nazismo e fascismo, amava ripetere: «La democrazia non è un buon sistema di governo, tuttavia l’esperienza non ce ne ha fornito uno migliore».

Rodolfo Ruocco
(sfogliaroma.it)

Ue, manca la cura
contro il rigetto

exit from the eurozone: golden star fallen from a blue wall

Poche persone nelle strade del centro di Roma e molte saracinesche di negozi abbassate. La paura sabato scorso era tanta. Invece è andata bene, niente morti e feriti. Dei tafferugli tra manifestanti e polizia, ma nessun incidente grave. Alle fine della giornata 122 fermati. La festa nella città eterna per i 60 anni dell’unità europea è andata bene, almeno sul fronte dell’ordine pubblico. Sono state pacifiche le contestazioni di destra e di sinistra dell’euro e sono filate lisce quelle in favore dell’Unione europea. Fortunatamente sono stati smentiti i timori della vigilia per le incursioni violente dei black bloc e per i possibili attentati dei terroristi islamici.
I capi di stato e di governo dei 27 paesi dell’Unione europea sono saliti sul Campidoglio e hanno firmato nella sala degli Orazi e dei Curiazi la “nuova dichiarazione di Roma”. La cerimonia è avvenuta nella stessa sala e con la stessa penna usata proprio 60 anni fa dai premier delle 6 nazioni pioniere dell’unità del vecchio continente. Il 25 marzo 1957 diedero vita al Mec (Mercato comune europeo), poi divenuto Cee (Comunità economica europea) e quindi Ue. Si aprì una stagione di pace, di libertà, di benessere dopo la tragedia fratricida della Seconda Guerra Mondiale.
È stata una festa solenne ma triste quella del 25 marzo. Triste perché la Gran Bretagna ha abbandonato la Ue lo scorso 23 giugno con un referendum, infrangendo il mito dell’unità. Triste perché le spinte disgregative dell’Unione europea sono fortissime. L’elenco è lungo: l’invasione di centinaia di migliaia di immigrati dal Medio Oriente e dall’Africa, la disoccupazione di massa e la chiusura delle fabbriche, l’impoverimento e la precarizzazione del ceto medio, l’austerità finanziaria imposta dalla nascita dell’euro, gli egoismi nazionali. Il disagio sociale tra gli europei è altissimo, come la paura del futuro. Così i movimenti nazionalistici e populisti rischiano di causare, più o meno velocemente, la disgregazione della Ue.
Jan Claude Juncker, forse per esorcizzare il pericolo dello sfaldamento, ha proclamato: «Ci sarà un centesimo anniversario della Ue». Il presidente della commissione europea ha cercato d’infondere fiducia nel futuro: «Dobbiamo essere orgogliosi di ciò che siamo riusciti a raggiungere. Abbiamo dotato questo continente di una pace durevole e di una moneta unica. Non pensavamo di essere in grado».
Anche Paolo Gentiloni ha cercato di infondere ottimismo: «Eravamo in 6, ora siamo in 27». Il presidente del Consiglio italiano ha tentato di mettere benzina nel motore dell’unità europea: «Abbiamo imparato la lezione: l’Unione riparte. E ha un orizzonte per farlo nei prossimi dieci anni».
Gli obiettivi sono belli, ma restano un po’ sospesi nel nulla. Non si è parlato dei duri contrasti tra i paesi forti dell’Europa del nord, guidati dalla Germania, e quelli deboli del sud (a Grecia, Italia e Spagna rischia di aggiungersi anche la Francia). Non si è parlato della necessità di mettere da parte l’austerità finanziaria in favore degli investimenti per l’occupazione, non si è discusso di una soluzione all’immigrazione (ora gravante su pochi paesi come l’Italia).
Si è molto parlato del “sogno” dell’Europa unita perseguito e realizzato 60 anni fa da De Gasperi, Schuman e Adenauer, ma senza l’entusiasmo e la concretezza dei tre statisti europei del dopo guerra. Anche Virginia Raggi ha citato “il sogno” dei tre statisti, pronunciando un discorso molto istituzionale. La sindaca cinquestelle della capitale, appena rientrata da una breve e contestata vacanza sulle nevi dell’Alto Adige, ha svolto un intervento molto istituzionale definendo “una avventura straordinaria” l’impresa dell’unità europea. Non ha fatto riferimento alle dure critiche del M5S alla Ue né all’intenzione di Beppe Grillo di varare un referendum contro l’euro.
Scorrendo la “nuova dichiarazione di Roma” firmata dai 27 paesi della Ue, si leggono principi molto giusti come la pace, la sicurezza e il benessere da perseguire a livello europeo ed internazionale, ma non si indica come. Si sottolineano quattro obiettivi di marcia verso questi traguardi. La strada è precisa: «L’Europa è il nostro futuro comune».
Bene, benissimo. Ma occorre anche lavorare per restituire fiducia agli europei nell’unità europea, rigettando ogni ipotesi di divisione e di disgregazione. Se si pensasse di meno al giudizio dei mercati finanziari e di più ai bisogni dei cittadini europei colpiti dalla crisi economica forse sarebbe meglio. Se ad esempio, si realizzasse un grande piano europeo per sostenere la ripresa e l’occupazione, forse i Palazzi di Bruxelles verrebbero guardati come meno ostilità. Se ad esempio venisse realizzato lo Scudo europeo contro la disoccupazione, il progetto lanciato oltre 30 anni fa dall’economista Ezio Tarantelli, forse la situazione migliorerebbe.
Ma per ora non si vede una “grande idea” che possa rilanciare l’unità europea scaldando i cuori dei cittadini del vecchio continente. Non ci resta che incrociare le dita: il voto di aprile per eleggere il presidente della Repubblica francese sarà cruciale. Se vincerà Marine Le Pen saranno guai. La presidente del Fronte nazionale, un partito di estrema destra nazionalista, ha annunciato ai primi di febbraio: chiederà l’uscita della Francia dalla Ue, dall’euro e dalla Nato in caso di vittoria. In tempi rapidi serve una cura contro la crisi di rigetto che rischia di travolgere l’Europa.

Rodolfo Ruocco

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Grillo a Roma e Raggi nella bufera… della neve

grillo romaBeppe Grillo da Genova arriva a Roma “blindata” per il vertice Ue del 25 marzo. Virginia Raggi dalla capitale a sorpresa va sulle Dolomiti. Il garante del M5S ha partecipato a un convegno alla Camera sull’acqua pubblica e ha giocato a tutto campo sulla scena politica nazionale e su quella romana. La sindaca della città è andata in vacanza sulle Alpi di Siusi in Alto Adige per riposarsi: sci, neve, aria pulita e boschi per combattere la stanchezza e lo stress di lunghi e travagliati mesi di lavoro. Non ha avuto un attimo di tregua da quando è stata eletta sindaca di Roma lo scorso giugno: scandali giudiziari piovuti sulla giunta cinquestelle, dimissioni a catena degli assessori, funzionamento a singhiozzo del trasporto pubblico e della nettezza urbana.
È stata una partenza repentina. Lunedì mattina prima una rapida apparizione all’”Edicola” di Fiorello, una foto guancia a guancia assieme al comico, quindi via di corsa verso l’Alto Adige. Ha staccato la “spina” lasciando al vice sindaco Luca Bergamo la complicata incombenza di affrontare una settimana molto impegnativa in Campidoglio: le nomine, la discussione sul cambio della guardia all’assessorato all’Urbanistica dopo le dimissioni di Paolo Berdini, il nuovo progetto per lo stadio della Roma a Tor di Valle.
L’assenza ha fatto scalpore. Gli attacchi delle opposizioni sono arrivati a valanga, duri soprattutto quelli del Pd capitolino. La sindaca grillina della capitale ha replicato su Facebook: «Sarò fuori di città per qualche giorno di riposo con la famiglia». Un mese fa aveva avuto un leggero malore ed era stata curata all’ospedale San Filippo Neri: «Ho dato ascolto ai medici che mi avevano prescritto di staccare un po’ dopo sette mesi di lavoro senza pausa». È stata immortalata in una foto mentre in treno, assieme al figlio piccolo, era in viaggio. Quella fotografia, intrusiva della sua vita privata, proprio non le è piaciuta: «Non è politica» ma «è sciacallaggio». Non ha partecipato nemmeno alla commemorazione dell’eccidio nazista delle Fosse Ardeatine. Il Pd capitolino ha attaccato: per la prima volta un sindaco è assente. Lei dalle Dolomiti ha replicato sempre con lo stesso termine: «Sciacallaggio».
Virginia Raggi conta di rientrare a Roma per partecipare domani alle celebrazioni dei 60 anni di vita dell’unità europea. Ci saranno i capi di Stato e di governo di 27 nazioni per ricordare la nascita della Cee il 25 marzo del 1957 proprio nella città eterna. La sindaca non vuole e non può mancare a questo rilevante appuntamento.
Tuttavia mentre la prima cittadina dell’urbe scia sulle nevi delle Dolomiti, la tensione sale vorticosamente in Campidoglio. Il problema più urgente è il pronunciamento del consiglio comunale straordinario sul nuovo impianto di calcio. L’accordo di un mese fa ha dimezzato le cubature da costruire attorno allo stadio di Tor di Valle e adesso c’è la necessità di modificare con una nuova delibera quella originaria approvata da Ignazio Marino, il precedente sindaco.
Torna a soffiare il pessimismo. Si parla di uno slittamento dei lavori. L’assessore all’Urbanistica Luca Montuori è fiducioso: «Staremo nei tempi». La Roma, però, che ha consegnato in Campidoglio le carte del nuovo progetto, non vede rosa. James Pallotta, che aveva previsto la posa della prima pietra quest’anno e la conclusione dei lavori entro il 2020, è pessimista. Il presidente della società giallorosa è sconfortato: «Lo stadio avrà sfortunatamente un anno di ritardo».
Assente la Raggi, presentissimo Grillo. Il capo del M5S non è venuto a Roma solo per partecipare al convegno sull’acqua pubblica. C’è sul tappeto il problema della travagliata navigazione della sindaca della capitale e quello delle critiche dall’interno dei pentastellati al deficit di democrazia interna. Il comico-leader politico, che in passato ha ammesso gli errori della Raggi, è tornato a difendere la prima cittadina in una intervista al ‘Corriere del Ticino’: «Roma è così complicata che ha un urgentissimo bisogno di soluzioni semplici. E Virginia Raggi si sta impegnando per trovarle». Ha anche usato il pugno di ferro con i dissidenti interni: «Chi non è d’accordo si faccia un altro partito». Comunque «la democrazia non se la canta e se la suona da solo nessuno, tantomeno io».
Grillo, con il vento in poppa dei sondaggi elettorali dopo la scissione del Pd, fa il mattatore in politica come in teatro. Non può permettersi il crollo della giunta Raggi nella città eterna, proprio adesso che potrebbe essere a portata di mano il sogno di conquistare il governo dell’Italia nelle prossime elezioni politiche, all’inizio del 2018 o anche prima.

Rodolfo Ruocco

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Vertice Ue, ora lo Scudo
di Tarantelli per il lavoro

«Hanno ucciso Tarantelli!». Dal salone delle telescriventi dell’’Avanti!’, dove un tempo arrivavano le agenzie stampa su carta, partì un grido lacerante. Mi si gelò il sangue. Dissi dentro di me: «Non è possibile!». Invece era vero. Le Brigate Rosse avevano ucciso Ezio Tarantelli all’Università di Roma. Stava partendo con la sua macchina parcheggiata accanto alla facoltà di Economia, in quelle aule insegnava politica economica. Una domanda improvvisa: «È lei il professor Tarantelli?». Venti proiettili di una mitraglietta Skorpion, l’arma preferita dai brigatisti rossi, lo falciò in un attimo. Aveva appena 43 anni, lasciava una moglie, un figlio piccolo di 13 anni, tanti amici e le sue idee di incisivo riformista.
Era il 27 marzo 1985, una bellissima giornata di sole, un cielo blu illuminava Roma. Nella redazione dell’’Avanti!’ in via Tomacelli era in corso la consueta riunione di redazione con il direttore Ugo Intini per impostare il giornale. Quasi tutta la prima pagina fu dedicata a Tarantelli. Io ero un giovane redattore di 30 anni, lavoravo al servizio sindacale guidato da Giorgio Lauzi e Sandro Sabbatini, due giornalisti fuoriclasse. Proposi di scrivere un pezzo sul lavoro e sull’uomo Tarantelli. Mi dissero subito sì.
Conoscevo molto bene Ezio, era un mio amico. Era una persona simpatica, mite e determinata, mi affascinava. Era un coraggioso riformista che voleva cambiare il mondo, non sopportava le ipocrisie e le comode convenienze. Aveva proposto il Patto anti inflazione, il meccanismo per combattere l’inflazione che in Italia viaggiava ad un ritmo di oltre il 20% l’anno, divorando il potere d’acquisto dei salari e mettendo fuori mercato i prodotti italiani. L’idea geniale gli venne mentre tornava in aereo a Roma da Boston, dove aveva tenuto un corso di economia. Era la vigilia di Natale del 1980 e in aereo si stava arrovellando sul problema. Raccontò: «Improvvisamente a metà viaggio mi si accese la lampadina. Il rebus era risolto: per far sì che i salari seguissero i prezzi nel loro cammino in discesa bastava collegare la scala mobile all’inflazione futura invece che a quella passata».
Inventò il sistema per impedire la rincorsa tra prezzi e salari causa di travolgente inflazione. In sintesi: gli scatti della scala mobile erano pagati in base all’”inflazione programmata” per ogni anno. Le tariffe pubbliche erano congelate e se l’inflazione avesse superato quella fissata, era previsto un conguaglio salariale. I sindacati, in un primo tempo, appoggiarono compattamente il progetto. Anche Luciano Lama, comunista, segretario generale della Cgil, la giudicò “una proposta sensata”. Ma poi il segretario del Pci Enrico Berlinguer alzò le barricate. Lama fece marcia indietro. Il Patto anti inflazione spaccò il sindacato. Alla fine fu siglato solo da Pierre Carniti, Cisl, Giorgio Benvenuto, Uil, Ottaviano Del Turco, socialista, numero due della Cgil, che era succeduto ad Agostino Marianetti (tra i più convinti sostenitori del progetto).
Così arrivò il cosiddetto “decreto di San Valentino”. Il governo Craxi il 14 febbraio 1984 accolse i contenuti dell’accordo sindacale in un decreto legge approvato poi dal Parlamento dopo una durissima battaglia con l’opposizione comunista. Berlinguer propose un referendum contro il decreto e contro il presidente del Consiglio socialista Bettino Craxi. Ma perse la battaglia: il 10 giugno 1985 i “sì” prevalsero sui “no” nel referendum.
Tarantelli non vide mai la vittoria del referendum. Fu assassinato il 27 marzo 1985, 32 anni fa. Morì perché aveva osato infrangere il tabù dell’intangibilità della scala mobile. Per i brigatisti rossi, e per tanti a sinistra, era un traditore perché era un deciso riformista.
Sapeva di rischiare la vita. Io andavo spesso a trovarlo in via dei Villini, nella sede del centro studi della Cisl di Pierre Carniti che dirigeva. Pochi giorni prima di essere ucciso, mi disse: «È possibile che qualche ragazzotto mi spari». Qualche mese prima le Br avevano già gambizzato Gino Giugni, socialista, professore di diritto del lavoro all’Università di Roma, uno dei padri dello Statuto dei lavoratori. Quando io lo esortavo alla prudenza, Ezio mi rispondeva: «Noi riformisti dobbiamo avere il coraggio del riformismo se vogliamo cambiare la società».
Ezio era una mente vulcanica. Dopo il Patto anti inflazione, lanciò anche un’altra proposta rivoluzionaria: lo Scudo europeo contro la disoccupazione. Gli feci anche una intervista per l’’Avanti!’. Il suo ragionamento era semplice ed affascinante: se l’Europa vuole avere un futuro non deve essere solo una comunità della finanza e dell’economia, deve occuparsi del problema del lavoro. Così lanciò la proposta di varare un fondo comune europeo in Ecu (l’allora l’unità di conto monetaria) per investire nell’innovazione, nella formazione e in attività ad alto tasso di occupazione. Ma l’idea rimase lettera morta.
Tarantelli fu incredibilmente preveggente: oggi il problema dell’Unione europea, a trent’anni dalla sua morte, non è più l’inflazione, ma proprio la disoccupazione oltre alla deflazione. Il 25 marzo si festeggiano i 60 anni dei trattati di Roma, firmati in Campidoglio nel 1957 per dare vita alla Cee (Comunità economica europea) tra i sei paesi pionieri dell’unità del vecchio continente. Sarebbe bello, sarebbe una scelta vincente se si riprendesse la proposta di Ezio Tarantelli dello Scudo europeo contro la disoccupazione.
Si darebbe battaglia a un tragico problema reale, a una gravissima piaga sociale. Si restituirebbe fiducia agli europei delusi dall’euro, impoveriti dalla Grande recessione internazionale del 2008 e dalla globalizzazione. Questa è una strada per combattere pericolosi razzismi, nazionalismi, populismi di destra e di sinistra. La proposta la mettiamo sul tavolo del vertice dei 27 paesi componenti la Ue, che proprio nella riunione celebrativa nella capitale italiana cercano di rilanciare l’ideale di unità, dopo il drammatico addio della Gran Bretagna pronunciato con il referendum del 23 giugno 2016. Speriamo che non si parli ancora una volta solo di finanza e si rinvii la discussione sull’occupazione.

Rodolfo Ruocco

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Sfida tra il populismo del Nord e quello del Sud

salvini napoliMolotov, petardi, sassaiole, pali stradali e cassonetti usati come proiettili. Solo per un miracolo non c’è scappato il morto. È successo di tutto: un blindato dei carabinieri incendiato, molte auto andate a fuoco nelle strade, vetrine dei negozi infrante. Cinque fermati dalla polizia tra i manifestanti. Sabato scorso Napoli è stata sconvolta dalla guerriglia urbana. Un corteo di manifestanti, formato soprattutto da componenti dei centri sociali e dalla Rete anti razzista, ha tentato d’impedire con la violenza il comizio nella città partenopea del leghista Matteo Salvini.
Poi alla fine il segretario della Lega Nord ha potuto parlare, sia pure con un’ora di ritardo a causa degli scontri, ma l’operazione di conquista del Sud appare tutta in salita. Pesano quasi trent’anni d’insulti razzisti del Carroccio ai meridionali. E pesano anche le offese lanciate dallo stesso Salvini quasi 7 anni fa. In un coro intonato a Pontida nel 2009 cantava con altri leghisti: «Senti che puzza scappano anche i cani, stanno arrivando i napoletani». Per quel coro Salvini ha chiesto scusa “in ginocchio” poco prima di andare a Napoli, ma i violenti hanno fatto leva anche su quel mefitico coro leghista per le loro sciagurate imprese.
È un colpo anche alla linea della conversione del Carroccio da localista a nazionale, da separatista a “sovranista” sulla scia dell’estrema destra lepenista francese. Salvini nel travagliato comizio di Napoli ha confermato la nuova impostazione leghista in versione nazionale: «Oggi abbiamo tracciato un percorso» per “la federazione Prima gli italiani”. Ha rilanciato l’attenzione verso il Mezzogiorno: «Oggi ho provato un’emozione vera» per la partecipazione di tante persone, «è venuto pure Peppino Di Capri e mi ha regalato due cd». Lo slogan è “l’autonomia, il federalismo, le identità specifiche di un’Italia unita nelle sue diversità”.
Si è scagliato contro Luigi De Magistris. Ha accusato il sindaco di Napoli di aver provocato le violenze: «L’atteggiamento di De Magistris è pazzesco». Perciò «lo porto in tribunale, dovrà rispondere di tutto ciò che ha detto e fatto».
De Magistris ha condannato le violenze: «Oggi, come sempre, prendo le distanze da ogni forma di violenza». Però ha confermato tutte le critiche alla politica “nazionalista” e “razzista” di Salvini: «Mi dispiace, ma non puoi fare l’amico dei napoletani un giorno all’improvviso». Ha ribadito di essere lui il campione di Napoli e del Sud: «Sto con la mia città che amo e che difenderò sempre e con i napoletani, popolo difficile ma ricco di pace ed amore».
De Magistris, sindaco di Napoli dal 2011, ha grandi ambizioni. Progetta di conquistare la regione Campania nelle elezioni del 2020 e, forse, anche Palazzo Chigi. Non a caso sta costruendo il movimento Democrazia e Autonomia (DemA). Punta a rastrellare i voti del Mezzogiorno impoverito ed emarginato: «Vogliamo far convergere in un luogo tanti movimenti autonomi che da Sud a Nord stanno provando a dimostrare con i fatti che esiste un altro modo di far politica». L’ex pubblico ministero si fa alfiere del “popolo tradito dai poteri forti con le mani sporche di sangue” per evitare il rischio del “regime”. Mette sullo stesso piano Matteo Renzi e Matteo Salvini. Di qui gli slogan: Napoli “derenzizzata” e Palazzo San Giacomo “desalinizzato”.
I napoletani tra il serio e il faceto hanno soprannominato l’ex pm “Giggino ‘a manetta”, per la facilità con la quale mandava le persone in carcere. Ma De Magistris ha saputo conquistare il cuore di una Napoli disperata e devastata dalla crisi e per due volte, consecutivamente, è stato eletto trionfalmente sindaco della città.
Il duello è tra due populismi: quello di Salvini contro quello di De Magistris, l’uomo del Settentrione contro l’uomo del Mezzogiorno. E l’uomo del Sud vuole sbarrare la strada alla discesa dell’uomo del Nord a Napoli, nelle terre del sole e del mare.

Rodolfo Ruocco