Rodolfo Ruocco
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I populisti infuriati? È la stampa, bellezza

Federica Angeli, giornalista antimafia sotto scorta e minacciata dal clan degli Spada

Federica Angeli, giornalista antimafia minacciata dal clan degli Spada

Offese, ingiurie, invettive. Tempi cupi per l’informazione. I populisti hanno un bruttissimo rapporto con la stampa, guardano con fastidio i giornalisti. Il M5S, da quando era all’opposizione, ha avuto un pessimo rapporto con i giornali e la situazione non è di molto cambiata da quando il movimento fondato da Beppe Grillo è andato al governo.

Luigi Di Maio ha sentenziato su Facebook: la stragrande maggioranza dei giornalisti «sono solo degli infimi sciacalli». Il capo politico dei cinquestelle, vice presidente del Consiglio, ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico se l’è presa con i giornalisti come se l’assoluzione del 10 novembre di Virginia Raggi, per falso ideologico in atto pubblico da parte del tribunale di Roma, fosse una condanna dell’informazione.

Di Maio, giornalista pubblicista, non è un caso isolato: tra i populisti grillini c’è il tiro a segno contro i cronisti. Alessandro Di Battista, impegnato in una vacanza con la famiglia di sei mesi negli Stati Uniti e in America Latina, è intervenuto anche sulla vicenda della sindaca di Roma. Sempre su Facebook ha rincarato con mano pesantissima: «Le uniche puttane» sono i giornalisti, «sono pennivendoli». L’ex deputato grillino, punto di riferimento dell’ala movimentista pentastellata, non è uno qualunque: è considerato il numero due del M5S, un possibile candidato a succedere a Di Maio nell’incarico di capo politico.

Di sicuro gli attacchi e le offese ai giornalisti non offuscano il grande scontento dei romani per il degrado nel quale sprofonda la capitale: dagli autobus quasi sempre in ritardo cronico (è fallito per mancato quorum il referendum consultivo dell’11 novembre sulla messa a gara del trasporto pubblico) ai cassonetti stracolmi di rifiuti maleodoranti, dalla paralizzante burocrazia capitolina alle grandi aziende in fuga verso Milano.

Non funziona così. Un articolo o una critica possono piacere o non piacere ma vanno rispettati. Un pezzo si può criticare, si può contestare se contiene errori o notizie sballate. Ma gli insulti sono inaccettabili soprattutto se arrivano dall’interno del governo, perché così si ferisce uno dei beni più importanti di una democrazia: la libertà di stampa. Certo i giornali non sono perfetti. Se negli ultimi dieci anni hanno dimezzato le copie vendute ci sono tante ragioni, compresi i difetti della caduta della qualità, della concentrazione e centralizzazione dell’informazione.

I giornalisti, comunque, sono sempre stati tra i bersagli preferiti di Grillo. Basta un nulla a far scattare la sua ira. Lo scorso anno, quando il Movimento 5 Stelle era ancora all’opposizione, non prese bene l’assalto dei cronisti davanti all’Hotel Forum a Roma: «Questo è sequestro di persona, vi mangerei tutti per il gusto di rivomitarvi». Insulti pesantissimi conditi con l’ironia graffiante del grande comico.

In genere i leader populisti guardano con ostilità ai giornalisti. Donald Trump si cimenta perfino in combattimenti corpo a corpo con singoli reporter. Nella conferenza stampa dopo le elezioni di medio termine negli Stati Uniti del 6 novembre, ha picchiato duro contro Jim Acosta: «Tu sei un maleducato, un nemico del popolo». Al presidente americano non era per niente piaciuta una domanda del cronista della Cnn sulla carovana dei migranti ispanici in Marcia verso gli Usa. Poi è arrivata la mannaia: la Casa Bianca ha sospeso l’accredito stampa al corrispondente della Cnn.

Subito dopo, prima di partire per il viaggio in Europa, ha avuto un altro scontro con Abby Phillip: «Ma che domanda stupida. Ti guardo spesso, fai un sacco di domande stupide!». La giornalista afroamericana della Cnn aveva chiesto al presidente se volesse fermare le indagini del procuratore Robert Muller sul Russiagate.

Trump ha minacciato di togliere le credenziali anche ad altri corrispondenti presso la Casa Bianca: «Quelli che non mostrano rispetto verso il presidente». Insomma, a quei giornalisti «nemici del popolo» in quanto critici verso il presidente degli Stati Uniti eletto dal popolo. Ma l’eletto dal popolo può comportarsi bene o male, può sbagliare e infrangere la legge per motivi personali o politici. La stampa deve fare il suo lavoro, il suo dovere: informare e, secondo i casi, apprezzare o criticare senza avere riguardi per i potenti, anche se eletti dal popolo.

Negli Stati Uniti d’America la libertà di stampa ha una grande tradizione. Nel 1972 l’inchiesta di Bob Woodard e Carl Bernstein, due reporter del Washington Post, fece scoppiare lo scandalo del Watergate su alcune intercettazioni illegali effettuate ai danni del Partito Democratico da parte di alcuni uomini del Partito Repubblicano. Gli articoli dei due giornalisti portarono alla messa in stato di accusa e alle dimissioni del presidente Richard Nixon. Humphrey Bogart diceva: «È la stampa, bellezza». Se l’intento dei populisti è di intimidire i giornalisti, fallirà.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

Pensioni, svanite le promesse per il Sud

Pensioni-InpsApparse, scomparse, riapparse, dissolte. Svanita esenzione delle tasse per i pensionati al Sud. Neppure un accenno al sogno fatto balenare agli italiani: le pensioni esentasse nel Mezzogiorno.

Del progetto non c’è traccia nel disegno di legge di Bilancio 2019 del governo penta-leghista all’esame del Parlamento. Eppure c’è di tutto: reddito e pensione di cittadinanza, modifica della legge Fornero per anticipare il pensionamento dei lavoratori, flat tax per i piccoli imprenditori e i lavoratori autonomi a partita Iva, risarcimento dei risparmiatori danneggiati dal crac delle banche, pace o condono fiscale (secondo le varie definizioni), incentivi agli investimenti e alle nuove assunzioni. È previsto perfino l’affidamento in concessione gratuita per 20 anni dei terreni incolti alle famiglie che possano vantare la nascita di un terzo figlio nei prossimi tre anni, ma delle pensioni esentasse al Sud nessuna traccia. Nessun riferimento alla proposta lanciata da Salvini a metà agosto: svanita esenzione nella manovra economica.

Matteo Salvini, senatore eletto in Calabria, aveva avanzato l’ipotesi seducente in un tweet su internet: «Proporrò una zona di esenzione fiscale» in alcune delle più belle zone d’Italia perché «ci sono migliaia si pensionati italiani che vanno in Spagna e Portogallo per non pagare la tassa sulle pensioni». Il segretario della Lega, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno in un comizio in Calabria, come aveva rivelato il ‘Corriere della Sera’, già in precedenza aveva delineato l’idea: creare «una zona di esenzione fiscale per i pensionati italiani e stranieri» in «alcune zone del Sud».

Alberto Brambilla, consigliere di Salvini, aveva messo a punto uno studio illustrato da ‘Repubblica’: esenzione decennale delle tasse per i pensionati italiani e stranieri che trasferiscono la propria residenza per almeno sei mesi e un giorno. Le regioni pilota scelte dal progetto erano la Calabria, la Sardegna e la Sicilia. Il piano fa felici insieme i pensionati e il Mezzogiorno: i primi non pagherebbero più un euro di tasse come in Portogallo (in Spagna e, in genere in diversi paesi europei, le imposte sono tagliate ma in parte restano) mentre le disastrate e belle regioni del Sud incasserebbero un fiume di denaro delle “pantere grigie” che creerebbe sviluppo e occupazione.

Brambilla aveva anche quantificato i vantaggi: «Calcoliamo in 600 mila le presenze aggiuntive in 3-4 anni nelle tre regioni per effetto dello sgravio. E un impatto quasi di uno a uno sull’occupazione locale».

In sintesi: per ogni pensionato trasferito “al sole” del Sud ci sarebbe un nuovo occupato, in genere giovane, principalmente nei servizi. Brambilla, però, aveva fissato delle condizioni stringenti: i comuni che potranno aderire all’iniziativa dovranno avere meno di 4 mila abitanti e dimostrare uno spopolamento del 20% negli ultimi 10 anni. Inoltre andranno garantiti una serie di servizi ritenuti imprescindibili come la raccolta differenziata e un livello sanitario in linea con quelli «di Emilia Romagna, Veneto e Lombardia».

La sirena degli assegni previdenziali esentasse è suonata come una melodia per l’esercito di circa 60 mila pensionati italiani che sono emigrati all’estero (7 mila in Portogallo) o con un reddito basso (per vivere dignitosamente) o con un reddito alto (per migliorare le condizioni di vita). E’ suonata come una melodia anche per i pensionati stranieri e per gli aspiranti a staccare la spina dal lavoro, in Italia e all’estero.

Però è seguita la bruciante delusione, alle parole non sono seguiti i fatti: svanita esenzione. Una prima delusione era arrivata dal governo Conte-Salvini-Di Maio la notte del 27 settembre quando, suonando la grancassa mediatica, aveva approvato l’ossatura del disegno di legge di Bilancio decidendo i contenuti del Def (Documento di economica e finanza).

Ai primi di ottobre l’idea, invece, era riapparsa. Salvini aveva precisato ad Agorà, Rai3: «Ci stiamo lavorando…L’ipotesi in campo riguarda detassare le pensioni per alcune regioni del Sud dell’Italia a chi volesse portare la residenza in queste zone».

Poi niente, svanita esenzione. Certo c’è ancora un po’ di tempo per recuperare: il segretario della Lega, tra uno scontro e l’altro con la Ue e l’opposizione, per lo spread che sale vertiginosamente zavorrando pericolosamente la già difficile manovra economica, potrebbe ripescare il progetto della pensione senza imposte entro la fine dell’anno, termine per votare in Parlamento la legge di Bilancio (sempre che il governo sopravviva agli scontri tra Lega e M5S). Ma non c’è alcun segnale della volontà di rispettare l’impegno proclamato su Twitter e poi ad Agorà. Resta solo la speranza.

Per ora non c’è una parola, una sola parola né nel disegno di legge legge di Bilancio né in un provvedimento collegato. Salvini deve fare i conti con le sue troppe, roboanti e costosissime promesse acchiappa voti. Promesse in competizione con quelle, sempre costosissime di Luigi Di Maio, collega cinquestelle di governo e concorrente nelle elezioni europee di maggio.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Il M5S perde la piazza a Roma, Torino, Salento

grillo-dimaio

Non era mai successo: il M5S perde la piazza. A Roma, a Torino e nel Salento, per motivi diversi, la protesta di piazza si è diretta per la prima volta contro il Movimento 5 stelle e non contro “i partiti”, “l’establishment”, “il sistema”. Per Di Maio, Grillo e Davide Casaleggio è uno shock.

Il M5S perde la piazza a Roma. Migliaia di persone hanno manifestato contro Virginia Raggi in piazza del Campidoglio. Uno dei cartelli più garbati ma perentori contro la sindaca della capitale è stato: “Raggi dimettiti”. Tantissime le critiche alla Raggi: strade impraticabili per le buche, autobus in perenne ritardo e che vanno a fuoco, code perenni in auto, vie sporche e cassonetti stracolmi di rifiuti, anche un mese di attesa per avere una carta d’identità dagli uffici comunali, negozi chiusi per la crisi, illegalità e criminalità sempre più diffuse. Il carico da undici sono i guai giudiziari che hanno sconvolto la giunta grillina e hanno colpito la stessa prima cittadina.

La sindaca, eletta trionfalmente nel 2016 sullo slogan “Il vento è cambiato!”, adesso deve fare i conti con la protesta contro il forte degrado della città eterna. Lei non molla e attacca i vecchi partiti in una intervista al ‘Messaggero’: «Il Pd, mascherato e orfano di Mafia capitale, ha provato a strumentalizzare i cittadini, camuffando una manifestazione di partito in una sollevazione». Ma il vero avversario dal quale deve guardarsi è la Lega, compagna del M5S nel governo nazionale. Matteo Salvini, con caute critiche, prende le distanze e si prepara ad espugnare il Campidoglio alla prima occasione con un candidato sindaco leghista.

Il M5S perde la piazza a Torino. Chiara Appendino, sindaca cinquestelle del capoluogo piemontese, non sta molto meglio. L’antica capitale d’Italia e delle automobili Fiat è in rivolta. Il tema dello scontro è la Tav e l’impoverimento della città. La linea ferroviaria dell’alta velocità Torino-Lione da sempre è attaccata dai militanti grillini e la giunta cinquestelle alla fine ha deciso la sospensione della costruzione dell’opera in attesa di uno studio costi-benefici del governo nazionale.

La sindaca, anch’essa eletta trionfalmente due anni fa battendo un pezzo da novanta del Pd come Piero Fassino (già sindaco, segretario dei Ds, ministro nei governi di centro-sinistra), non è stata presente quando è stato congelato il progetto perché in missione a Dubai in cerca di investimenti arabi nella città. L’assenza ha scontentato tutti. Davanti alla sede del comune di Torino i sostenitori “Sì Tav” sono scesi in piazza contrapponendosi ai “No Tav”. Gli imprenditori, i sindacati e tutte le associazioni torinesi hanno contestato alla sindaca il progressivo isolamento e declassamento della metropoli: una delle ultime sconfitte è stata la perdita dell’organizzazione delle Olimpiadi invernali.

Le grandi opere pubbliche sono uno dei talloni di Achille dei cinquestelle: scatta un secco “no” immediato ed identitario per paura della corruzione e per salvaguardare l’ambiente. È anche il caso della Tap, il metanodotto che, attraversando il mare Adriatico, ha per meta la Puglia. Alla fine Luigi Di Maio ha dato il via libera dell’esecutivo penta-leghista alla costruzione per non pagare delle salate penali, ma è scoppiato il finimondo. Il M5S perde la piazza nel Salento. Alcuni sindaci e dei gruppi di militanti grillini della provincia di Lecce sono scesi in piazza: hanno protestato contro la decisione del loro governo, del loro vice presidente del Consiglio e capo politico, bruciando anche delle bandiere cinquestelle.

Sono lontani i tempi di quando Beppe Grillo predicava a colpi di “Vaffa” la rivoluzione contro “i partiti” e “le élite” italiane ed europee, contro le banche e le multinazionali monopolizzando la rete internet e le piazze. Il comico populista con piglio carismatico dominava la piazza: era in piena sintonia con il suo popolo. L’agognata conquista di Palazzo Chigi e di tante giunte comunali, anche di metropoli importanti come Roma e Torino, ha rotto l’incantesimo. Il fondatore dei cinquestelle non deve averla presa bene: è sempre più silenzioso e distaccato dalla sua creatura politica.

Il populismo ha funzionato trionfalmente quando il M5S era all’opposizione antagonista, ma quando di Maio e i sindaci hanno dovuto fare i conti con l’impegno del governo il meccanismo è andato in tilt. Quando i grillini “anti sistema” sono entrati “nel sistema” qualcosa si è spezzato nel rapporto con il loro popolo. Si è riprodotto lo scollamento tra il vertice e la base della società sul quale Grillo aveva scatenato la rivoluzione populista della “decrescita felice”. Adesso la scommessa è di far marciare insieme progresso e rispetto per l’ambiente, sviluppo ed uguaglianza sociale, concorrenzialità e lavoro non precario. Non sarà facile.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Soccorso populista da Trump e Putin

giuseppe conte 2Cala un po’ la paura, spunta il soccorso populista. I titoli del debito pubblico italiano e la Borsa di Milano, dopo un mese disastroso, risalgono la china: il 29 ottobre è stato un lunedì di speranza. Lo spread è ridisceso sotto quota 300, chiudendo la seduta a 295 punti dai 311di venerdì. A gonfie vele Piazza Affari che ha guadagnato l’1,91%.
Qualcuno nei mercati internazionali non ha più venduto ma invece ha comprato Bpt, Bot, titoli ed azioni italiani. Il governo Lega-M5S, in allarme rosso, ha tirato un sospiro di sollievo. Probabilmente alcuni grandi fondi d’investimento americani hanno comprato a piene mani. Giuseppe Conte aveva scommesso sull’aiuto di Donald Trump dopo l’amichevole incontro del 30 luglio alla Casa Bianca. Il presidente del Consiglio ai primi di agosto aveva fatto riferimento a possibili investimenti americani: «Steven Mnuchin, segretario al Tesoro Usa, ha dichiarato che l’Italia non rappresenta un fattore di rischio. Stesso concetto lo ha espresso anche Jp Morgan. In mezzo a tante voci che alimentano un dannoso allarmismo, queste invece confermano la solidità dei fondamentali dell’economia italiana».
Soccorso populista. Il presidente statunitense con un tweet aveva rincuorato Conte: «Sta lavorando molto duramente sull’economia italiana. Avrà successo». Trump aveva elogiato Conte prima al vertice del G7 tenuto a giugno in Canada («Ha ragione al 100% Giuseppe» sull’ingresso della Russia nel G8) e poi nei colloqui alla Casa Bianca: «Io e Conte siamo entrambi due outsider della politica». Il presidente del Consiglio concordava: «Siamo due leader estranei all’establishment».
Sarà un caso ma la sera di venerdì 26 ottobre Standard & Poor’s, al contrario di Moody’s, non ha declassato l’Italia. L’agenzia di rating americana, pur criticando le linee della manovra economica 2019 grillo-leghista, per ora non ha abbassato l’affidabilità dei titoli del debito pubblico. Così l’incubo della bancarotta si è allontanato.
Il governo giallo-verde è mobilitato a caccia di tutti i possibili, impavidi acquirenti di Btp e Bot. Le simpatie politiche dei populisti Vladimir Putin e Donald Trump per l’esecutivo populista italiano, ampiamente ricambiate, possono essere una soluzione.
Soccorso populista. Putin è ancora più pronto di Trump ad aprire il portafogli. Il 24 ottobre, nell’incontro a Mosca con Giuseppe Conte ha annunciato la sua disponibilità: «Non c’è nessuna remora politica all’acquisto dei vostri titoli di Stato» perché «l’Italia ha basi economiche molto solide». Il presidente del Consiglio ha aperto la porta all’offerta: se la Russia «volesse comprarli farebbe un affare. Visto che la nostra economia è solida».
Il presidente della Federazione russa apprezza soprattutto un fatto: il governo penta-leghista è l’esecutivo che più si è speso e si spende per l’abolizione delle sanzioni economiche occidentali contro Mosca causate dall’annessione della Crimea, una delle regioni dell’Ucraina. Il capo del Cremlino è molto apprezzato dai cinquestelle e, soprattutto, dai leghisti. Matteo Salvini non ne fa mistero. Quando il segretario della Lega, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno a metà ottobre è andato a Mosca ha proclamato: «In Russia mi sento a casa mentre in alcuni Paesi europei no». Quindi, tra il serio e il faceto, ha invitato ad acquistare Btp e Bot: «Se avete titoli di Stato da comprare, noi abbiamo bisogno di venderne per qualche miliardo alle prossime aste». Soccorso populista.
Lo spread fa paura. La commissione europea ad ottobre ha bocciato la bozza di manovra economica del governo Conte-Salvini-Di Maio sollecitando “una revisione” perché è una deviazione “senza precedenti” delle regole sull’euro: e lo spread, già in aumento da maggio, è esploso fino a 340 punti (il livello più alto dal 2013). Anche se smentita dal “governo del cambiamento” riemerge l’ipotesi di una patrimoniale. Karsten Wenddorff, economista della Bundesbank, ha proposto un investimento forzoso: i risparmiatori italiani dovrebbero usare il 20% del loro patrimonio finanziario per comprare titoli di Stato “di solidarietà”. Sarebbe un investimento forzoso, con un rendimento, che dimezzerebbe il debito pubblico.
Lo scontro con Bruxelles è rovente, il dialogo per una mediazione è appeso a un filo. Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno rispedito al mittente le critiche con toni bellicosi: intendono realizzare le costose promesse elettorali che «aspettano 60 milioni di italiani». Il capo politico cinquestelle ha attaccato il presidente della Bce Mario Draghi: «Avvelena il clima ulteriormente». Il segretario leghista se l’è presa con la commissione europea: «Non attaccano un governo, ma un popolo».
L’Italia rischia il crac finanziario se lo spread varcherà quota 400-500. I populisti Putin e Trump hanno interesse a trasformare l’Italia populista, isolata in Europa, in un loro alleato subalterno. L’Italia, l’Unione europea e l’euro rischiano.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

L’esordio di Manley è la vendita di Marelli

Magneti-MarelliStrano. La prima mossa importante dell’era Manley è stata una dismissione, la cessione di una brillante azienda italiana. L’amministratore delegato di Fiat Chrysler Automobiles ha venduto ai giapponesi la Magneti Marelli: il gioiello del gruppo italo-americano specializzato in accessori e componenti per auto passa al 100% alla nipponica Calsonic Kansey per circa 6,2 miliardi di euro.

La notizia per molti aspetti è una sorpresa. Sergio Marchionne aveva più volte parlato di uno “scorporo” della Marelli per creare valore, come del resto è avvenuto per la Ferrari e per la Cnh Industrial (macchine agricole, macchine movimento a terra, autocarri ed autobus). Infatti sia per la Ferrari sia per la Cnh Industrial è stata una scelta vincente sia sul piano finanziario (le quotazioni azionarie sono andate bene) sia sul piano produttivo ed occupazionale. Invece per la Marelli non c’è stato, come si prevedeva, lo scorporo ma l’acquisto da parte della società nata l’anno scorso da uno spin-off della casa automobilistica Nissan ed ora di proprietà del fondo Usa Kkr.

La Marelli è una realtà produttiva molto importante. Ha fabbriche di alta qualità tecnologica in tutto il mondo. In Italia l’azienda dà lavoro a circa 10 mila dipendenti distribuiti in 20 stabilimenti, molti contigui agli impianti Fiat-Chrysler. Solo poche case automobilistiche possono contare su un supporto industriale così prezioso.

Perché la vendita? Mike Manley il 22 ottobre ha motivato l’annuncio della decisione con delle lunghe perifrasi: «L’operazione riconosce il pieno valore strategico di Magneti Marelli», consente all’azienda «di esprimere tutto il suo potenziale nella prossima fase del suo sviluppo». Ma la vendita è soprattutto «un altro importante passo nel nostro continuo focus sulla creazione di valore». Ed è questa la principale ragione della vendita: la “creazione di valore”, il denaro, Fca incasserà oltre 6 miliardi di euro dallo smobilizzo.

La somma è rilevante. La perdita della Marelli è forte, almeno speriam che l’incasso della cessione venga destinato agli investimenti, nei nuovi modelli di auto ibride, elettriche e a guida autonoma. Ne ha bisogno il gruppo nato oltre 100 anni fa a Torino ed ora con sede legale in Olanda, domicilio fiscale nel Regno Unito ed interessi produttivi prevalenti negli Stati Uniti d’America. Ne hanno bisogno soprattutto le fabbriche italiane di Fca. Il piano industriale 2018-2022 illustrato da Sergio Marchionne lo scorso primo giugno, poco prima di morire il 25 luglio, stabiliva grandi programmi nell’innovazione tecnologica, produttiva e nella difesa dell’occupazione soprattutto in Italia.

Ma i nuovi modelli di vetture da fabbricare nel Belpaese ancora non si vedono mentre crescono gli ammortizzatori sociali per evitare gli esuberi tra i lavoratori. Marchionne, l’artefice della fusione della Fiat con la Chrysler (impianti in Europa, Nord e Sud America e Asia), autore del salvataggio delle due case automobilistiche sull’orlo del fallimento, per l’Italia aveva fatto una promessa su una scommessa di riconversione produttiva: la piena occupazione negli stabilimenti producendo solo veicoli di qualità Alfa Romeo, Maserati e Jeep (con maggiori margini di profitto) e mettendo da parte quelli commerciali Fiat. Gradualmente sono andate fuori produzione le vetture di massa della Fiat (la Punto è stato l’ultimo modello a dire addio alla catena di montaggio nei primi giorni di agosto a Melfi) ma ancora non sono arrivate i nuovi 9 modelli premium in grado di garantire l’occupazione. Speriamo che i proventi della vendita della Marelli aiutino a mantenere gli impegni di Marchionne, confermati da John Elkann, il capo della famiglia Agnelli proprietaria di Fca.

Marchionne era molto soddisfatto il 13 ottobre 2014, alla prima seduta di quotazione di Fiat Chrysler Automobiles a Wall Street. Al centro del discorso c’era il miracolo della fusione dei due gruppi automobilistici: «Siamo morti e risorti più volte». Ora sta rischiando di morire il ramo italiano di Fca, la culla della Fiat.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Incubo patrimoniale e allarme da spread

patrimoniale

Resta l’incubo patrimoniale. Lo spread continua a tormentare l’esecutivo Conte-Salvini-Di Maio: il differenziale dei tassi d’interesse tra i titoli del debito pubblico italiano e quelli tedeschi supera ancora la pericolosa soglia 300. Non solo: la Borsa di Milano perde altri colpi.

Il governo grillo-leghista, però, ha più volte escluso l’introduzione dell’imposta sui patrimoni. «Non ci sarà nessuna patrimoniale». Giuseppe Conte ha solennemente smentito ogni ipotesi di imposta patrimoniale alla fine del Consiglio dei ministri di sabato 20 ottobre. Matteo Salvini e Luigi Di Maio, seduti accanto al presidente del Consiglio, hanno respinto con ugual forza l’idea di ricorrere alla tassa più temuta dai contribuenti italiani e di tutto il mondo.

Qualche giorno prima a Radio radicale era stato Salvini a formulare una secca smentita: «Non ci saranno né patrimoniali né prelievi dai conti correnti, non chiederemo fedi nuziali in pegno» (il riferimento è stato agli appelli di “oro alla patria” del fascismo per finanziare la guerra). Il segretario della Lega, vicepresidente del Consiglio e ministro dell’Interno ha assicurato: «Fa tutto parte della fantasia». In precedenza il capo politico del M5S aveva garantito: «Smentisco che finirà con una patrimoniale. Per me la patrimoniale è una tassa illiberale».

L’allarme patrimoniale però continua a girare: terrorizza i risparmiatori ed è innescato dallo spread raddoppiato a 300 ed esploso a metà ottobre fino a 340 punti, il livello più alto dal 2013. Sono due le cause della vorticosa salita dello spread che ha fatto aumentare pesantemente i tassi d’interesse sui titoli del debito pubblico italiano: 1) le critiche della commissione europea al governo Lega-M5S sfociate martedì 23 ottobre nell’invito a rivedere, atto inedito, la bozza della manovra economica 2019 considerata «una deviazione senza precedenti» delle regole per l’euro, 2) lo scontro nel governo tra Di Maio e Salvini sul condono penale previsto dalla prima versione del decreto legge sulla “pace fiscale”.

Ma se i due vice presidenti del Consiglio alla fine hanno trovato l’accordo per modificare il decreto, invece i dissensi tra il governo Conte-Salvini-Di Maio e Bruxelles sulle linee della legge di Bilancio 2019 sono scoppiati. Il 23 ottobre, il giorno della bocciatura della Ue, lo spread è risalito fino a quota 318 per chiudere la seduta a 315. La Borsa di Milano, invece, ha concluso la seduta perdendo un altro 0,86%. La più dura reazione dall’interno dell’esecutivo giallo-verde è arrivata da Salvini: «Non attaccano un governo, ma un popolo».

Già nei giorni scorsi c’è stato il declassamento dei titoli del debito pubblico italiano da parte di Moody’s, una delle maggiori agenzie di valutazione internazionali: ora potrebbe essere il turno di altre società di rating. Così il Tesoro per vendere Bot e Btp (necessari per pagare stipendi, pensioni e appalti) è costretto ad aumentare fortemente i tassi d’interesse. Si è parlato anche del lancio di speciali titoli destinati ai risparmiatori italiani per sopperire alla fuga degli investitori esteri cominciata alcuni mesi fa.

Da una parte c’è l’esigenza di ridurre il deficit pubblico e dall’altra di realizzare le costose promesse elettorali di grillini e leghisti (pensione e reddito di cittadinanza, rimborso dei risparmiatori frodati dalle banche, modifica della legge Fornero sulle pensioni, “pace fiscale”, riduzione delle imposte iniziando con la flat tax per i lavoratori autonomi con partita Iva).

Un dialogo resta aperto tra il “governo del cambiamento” e la commissione europea, tuttavia ancora non si vede una possibile mediazione, auspicata anche dal presidente della Bce Mario Draghi, per evitare una rottura (ma il ministero dell’Economia steserre studiando su come ridurre il deficit). C’è il pericolo di un avvitamento dello spread fino 400-500 punti, un livello insostenibile, da crac per i conti pubblici del Belpaese.

Il fallimento della Grecia nel 2014-2015 è un drammatico incubo. Il premier ellenico Alexis Tsipras contestò la politica di austerità della Ue e riuscì ad ottenere il salvataggio del paese, restando nell’euro, a prezzo di grandissimi sacrifici. Allora la patria di Pericle e di Aristotele vide lo spread alle stelle e visse la tragedia sociale del taglio delle pensioni, degli stipendi pubblici, dei servizi negli ospedali e dei bancomat bloccati per mancanza di fondi. Gli investitori internazionali portarono i capitali all’estero e i greci (almeno quelli che poterono) trasferirono i loro conti correnti in euro in altre banche europee o dei “paradisi fiscali”. Un analogo meccanismo di fuga è già iniziato in Italia dopo la salita dello spread e le cadute della Borsa di Milano.

Fa paura soprattutto l’imposta sui patrimoni. Quando uno Stato rischia la bancarotta ricorre alla patrimoniale, uno degli strumenti usati nei casi di emergenza finanziaria. E l’imposta patrimoniale è il principale spauracchio dei risparmiatori.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Ciambella di Draghi. Tregua fragile su spread

Mario DraghiLe cose si erano messe male, malissimo per l’Italia. Poi è arrivato il miracolo, probabilmente per la ciambella di Draghi. Lo spread non è esploso e la Borsa di Milano non è crollata. Anzi, è successo l’esatto opposto. Martedì 16 ottobre, dopo la manovra economica per il 2019 approvata dal “governo del cambiamento” la notte precedente, lo spread scendeva sotto quota 300 e chiudeva la giornata a 296 punti, mentre Piazza Affari guadagnava il 2,23%.
Un colpo insperato. L’esecutivo Lega-M5S temeva (e teme) la bomba atomica dello spread a 400-500 punti, un livello da collasso finanziario. C’è stata una tregua anche se pesano come macigni i contrasti tra la Lega e il M5S, in particolare sul decreto fiscale collegato alla manovra. La parte sul condono fiscale è “un testo manipolato”, ha accusato Luigi Di Maio annunciando addirittura una denuncia alla Procura della Repubblica. Sono seguiti il caos e la corsa del presidente del Consiglio per rivedere il decreto.
La Commissione europea, la Bce (Banca centrale europea), il Fmi (Fondo monetario internazionale) e l’Ocse (l’Organizzazione per la cooperazione economica tra i paesi occidentali) non erano stati teneri. Avevano pesantemente criticato, in modi e con forza diversa, l’ossatura della legge di Bilancio 2019 indicata a fine settembre dall’esecutivo grillo-leghista. Tre in sostanza le accuse: 1) misure mirate all’assistenza più che alla crescita economica, 2) messa in pericolo della stabilità dei conti pubblici, 3) rischio di far franare l’euro non rispettando le regole di bilancio.
Le imputazioni erano state rispedite al mittente dal governo giallo-verde, ma lo scontro era divenuto furibondo con gravi conseguenze sui mercati internazionali: la valanga di vendite dei titoli del debito pubblico italiano aveva fatto schizzare lo spread fino a quota 316 e aveva inferto alla Borsa di Milano un tonfo dietro l’altro. Jean-Claude Juncker aveva usato la mano pesante. Il presidente della Commissione europea aveva sollecitato a rivedere la manovra economica soprattutto sul punto del deficit pubblico fissato al 2,4% del Pil (prodotto interno lordo). Aveva paventato una bocciatura europea e pericolose conseguenze.
Tuttavia, nonostante le critiche la manovra economica del governo populista è rimasta sostanzialmente la stessa e Juncker non ha chiuso la porta al confronto sollecitando «l’applicazione ragionata delle regole europee», anche se ha tuonato: sono inaccettabili le deroghe dell’Italia alle regole. Lo scontro, per ora, è frontale. Conte, i vice presidenti del Consiglio Salvini e Di Maio hanno ribattuto: i conti sono a posto, dialogo sì ma «non cambieremo la manovra».
Eppure i mercati finanziari non hanno inferto il colpo di grazia al Belpaese. Forse il merito va a una ciambella di Draghi lanciata all’esecutivo populista. Il presidente della Bce ha proseguito ad applicare il cosiddetto Quantitative easing, il Piano di allentamento monetario, acquistando 15 miliardi di euro al mese di titoli dei paesi di Eurolandia (tra cui quelli italiani) per sostenere la crescita e l’occupazione (all’inizio erano 80 miliardi al mese), calmierando così il mercato.
Non solo. La ciambella di Draghi ha anche una forte caratura politica. Il 13 ottobre ha invitato l’Unione europea e l’Italia ad “abbassare i toni”. Intervenendo in una riunione del Fmi a Bali si è detto fiducioso: «Sono piuttosto ottimista che sarà trovato un compromesso». È tornato a criticare il governo Conte-Salvini-Di Maio perché le tante bellicose dichiarazioni hanno fatto raddoppiare lo spread da 130 punti all’epoca dell’esecutivo Gentiloni fino ad oltre 300, con un pesante rincaro degli interessi pagati dall’Italia sui titoli del debito pubblico.
Tuttavia ha sollecitato al realismo sulle regole dell’euro: «Ci sono state deviazioni, non è la prima volta e non sarà l’ultima». Parola di Mario Draghi, l’uomo che nel 2012, scontrandosi con il rigorismo della Germania, salvò la valuta unica europea con misure straordinarie come i tassi d’interesse europei zero e il Piano di allentamento monetario. L’uomo che ha definito l’euro “irreversibile” e “indissolubile”.
Ma occorre fare in fretta a trovare una mediazione con Bruxelles da sostituire alla ciambella di Draghi. Giancarlo Giorgetti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, braccio destro di Salvini, già a luglio era preoccupato di un “bombardamento” dei mercati internazionali. La tregua sui mercati regge a fatica. La Borsa è tornata a dare dispiaceri ai risparmiatori e lo spread si è riaffacciato sopra quota 300. A fine anno cesseranno gli acquisti di titoli della Bce e da gennaio i dioscuri Salvini-Di Maio dovranno correre senza rete.

Rodolfo Ruocco
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Socialdemocrazia radicale di Corbyn piace e sfonda

jeremy-corbyn-1È possibile contestare “l’avidità” del capitalismo finanziario e vincere da sinistra. Il miracolo è possibile. Jeremy Corbyn, entusiasmando i lavoratori e il ceto medio impoverito, ha lanciato la sfida in Gran Bretagna, una delle patrie della socialdemocrazia e dello Stato sociale. Ha capovolto l’impostazione di Tony Blair: dal centrismo liberaldemocratico è passato al radicalismo socialista. Nel 2015 ha preso la guida del Partito laburista traumatizzato dalla sconfitta e l’ha portato al 40% dei voti nelle elezioni politiche del 2017, un successo insperato. Il suo radicalismo socialdemocratico piace e sfonda.
In quasi tutta Europa i socialisti delle varie scuole (socialdemocratici, laburisti, liberaldemocratici, libertari, massimalisti, radicali) arrancano o sono stati addirittura cancellati. I socialdemocratici tedeschi, la Spd, hanno dimezzato i voti nelle elezioni regionali in Baviera di domenica 14 ottobre. La disoccupazione, l’impoverimento, il precariato, lo smantellamento dello stato sociale, l’immigrazione hanno avuti effetti devastanti. La globalizzazione economica e la Grande crisi internazionale del 2008 hanno avuto gravissime conseguenze sulle condizioni di vita dei ceti popolari e sullo stato di salute della stessa democrazia. I socialisti e i partiti progressisti non sono riusciti a dare una risposta ai problemi, sono andati in crisi e si sono aperte le porte all’affermazione dei partiti populisti sovranisti anti europei, anti euro e anti immigrati.
Corbyn offre una soluzione al terremoto proponendo un nuovo modello di società per ripristinare i diritti, per tutelare gli ultimi, gli emarginati, gli sfruttati, il ceto medio sottraendoli alle sirene del sovranismo nazionalista e populista. La sua ricetta, esposta a fine settembre nella conferenza annuale laburista di Liverpool, per molti aspetti è antica: è di pura matrice socialdemocratica. Uguaglianza, lavoro, sviluppo costituiscono i cardini per assicurare benessere, libertà e dignità sociale a tutti. Lo strumento sono gli investimenti pubblici da realizzare soprattutto nell’economia verde, garantendo produzione, salute umana e integrità dell’ambiente. Il ruolo dello Stato è strategico nei servizi pubblici essenziali come l’energia elettrica, i trasporti, la sanità, le poste. L’inclusione sociale dei tanti immigrati è un passaggio fondamentale.
Corbyn, vestito scuro, camicia bianca, cravatta rossa, ha scaldato i cuori. Ha parlato tra un uragano di applausi e di cori entusiasti ai delegati di Liverpool. Una volta, nella Prima Repubblica, accadeva anche ai congressi socialisti in Italia. Ha avvertito: «Se non saremo noi laburisti a offrire soluzioni radicali» saranno i populisti con grandi rischi per i lavoratori, le masse popolari e le stesse libertà democratiche. Il leader laburista non è certo un uomo nuovo: 69 anni, capelli bianchi, militante fin da ragazzo nel Partito laburista, deputato dal 1983, all’opposizione interna, da sempre si definisce un socialista democratico. È un pacifista convinto, sostenitore del disarmo nucleare unilaterale e dell’autodeterminazione dei popoli. Sostiene la causa dell’indipendenza palestinese e respinge al mittente le accuse di anti semitismo piovutegli addosso. Per molti aspetti considera ancora valido il pensiero di Carlo Marx.
Uniti per governare, non divisi per perdere. Il motto vale per i laburisti, la Gran Bretagna e l’Europa. La prossima battaglia è per l’Unione europea. Attacca la premier Theresa May, leader dei conservatori. Corbyn, contrario alla Brexit passata con un referendum due anni fa, adesso aspetta con preoccupazione la fine dei difficili negoziati tra Londra e Bruxelles per una separazione consensuale (l’uscita del Regno Unito è fissata a fine marzo 2019).
Il leader laburista teme o la rottura o un cattivo accordo con Bruxelles con conseguenze disastrose sull’occupazione, il sistema produttivo (le banche e le multinazionali sono in fuga verso Germania, Francia e Olanda), la libertà di circolazione di persone con la Ue e con la Repubblica d’Irlanda. È pronto, in caso di trattative fallimentari, a bocciare in Parlamento un’intesa insoddisfacente firmata da Theresa May e a chiedere le elezioni politiche anticipate. Non è esclusa poi la richiesta di un referendum bis sulla partecipazione della Gran Bretagna all’Unione europea, dopo quello del 2016 che ha deciso l’uscita.
Corbyn vuole tenere comunque aperti tutti i canali di collegamento con l’Europa. Ha una strategia attenta alle mosse della May, un programma anti liberista, la fiducia di una base e di un elettorato rincuorati. Ha saputo ricostruire un labour nel cuore degli operai e della borghesia progressista. È un possibile modello. Il miracolo Corbyn ridà fiducia ai socialisti delusi e depressi di tutta Europa.

Rodolfo Ruocco
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Tria e Savona pronti a cambiare la manovra

tria e savonaLo spread fa paura. La manovra economica del governo Lega-M5S, secondo Giovanni Tria, non è intoccabile. I provvedimenti sulla finanza pubblica potrebbero cambiare sula base di un dialogo con la commissione europea, fortemente critica sull’ossatura della legge di Bilancio 2019 emersa dal Def (Documento di economia e finanza per il triennio 2019-2021).
In particolare potrebbe essere rivista la modifica della legge Fornero, la cosiddetta “quota 100” (la somma tra età e anni di contributi per la pensione anticipata). Giovanni Tria, ministro tecnico dell’Economia, ha fatto un accenno all’ipotesi. Parlando ieri, martedì 9 ottobre, davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato, ha annunciato: con la manovra arriverà una «temporanea ridefinizione delle condizioni del pensionamento». Quella “temporanea ridefinizione” sembrerebbe far riferimento ad una durata limitata ad un solo anno delle modifiche alla legge Fornero. Non solo. Sulla manovra il governo «vedrà l’effetto e in base a quello vedrà come continuare, in quale forma e misura».
Da quando, a maggio, sono partite le trattative tra la Lega e il M5S sul “governo del cambiamento” lo spread è schizzato verso l’alto dai 120-130 punti dell’esecutivo Gentiloni. Dopo qualche arretramento, ha intrapreso una folle corsa: ieri ha oltrepassato quota 310 facendo aumentare gli interessi pagati sui titoli del debito pubblico italiano (il maggior costo sarebbe di 3-5 miliardi di euro l’anno).
Matteo Salvini e Luigi Di Maio, però, non hanno lo stesso atteggiamento di disponibilità con Bruxelles per modificare la manovra economica. Il segretario della Lega e il capo politico del M5S hanno escluso ogni cambiamento sia per ridurre il deficit pubblico fissato al 2,4% del Pil nel 2019 sia per rivedere i provvedimenti centrali: reddito e pensione di cittadinanza, superamento della legge Fornero, flat tax al 15% per i piccoli imprenditori e i lavoratori autonomi con partita Iva, risarcimento dei risparmiatori frodati dalle banche, incentivi fiscali per gli investimenti e le nuove assunzioni. Si sono scontrati con la commissione europea che richiede un ripensamento e il rispetto delle regole alla base dell’euro. I due vice presidenti del Consiglio hanno ripetuto: «Non torneremo indietro» e «vanno realizzate le promesse elettorali» altrimenti non ha senso continuare ad andare avanti.
Nel lungo Consiglio dei ministri del 27 settembre, nella notte del Def a Palazzo Chigi, Salvini e Di Maio sono arrivati ai ferri corti con Tria che invocava “gradualità” e l’inviolabilità del limite di un deficit al 2% per rispettare gli impegni europei. Il ministro tecnico dell’Economia sarebbe stato anche a un passo dalle dimissioni.
Da allora lo spread ha ripreso a salire vertiginosamente mentre la Borsa di Milano ha collezionato una pesante caduta delle quotazioni. Ma Salvini e Di Maio tirano dritto: «Non temiamo lo spread» e «gli italiani sono con noi».
Nel governo gialloverde, però, la preoccupazione cresce. Paolo Savona ha avvertito da Porta a porta su Rai1: «Se ci sfugge lo spread deve cambiare la manovra». Il ministro degli Affari europei, già candidato all’Economia da Salvini, resta comunque fiducioso: «Sono abbastanza sicuro che lo spread non arriverà a 400». Nella Lega c’è chi teme «la bomba atomica dei mercati». Particolarmente preoccupato è Giancarlo Giorgetti. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, braccio destro di Salvini, in una intervista a ‘Repubblica’ ha annunciato: «Se qualcosa non funzionerà interverremo». Il governo Conte-Salvini-Di Maio non piace alle élite italiane ed europee ma «ricordiamoci che dobbiamo pur andare sui mercati, a vendere i titoli di Stato. Possibilmente con interessi accettabili. E dobbiamo fare in modo che qualcuno, quei titoli, li compri».
Nel novembre 2011 lo spread divampò fino a 576 punti, le finanze italiane sfiorarono il collasso, Silvio Berlusconi fu costretto a dimettersi da presidente del Consiglio e a Palazzo Chigi fu sostituito dal tecnico Mario Monti. C’è chi teme il ripetersi di quell’evento. I giornali hanno indicato un Piano B da parte del governo Conte per cambiare la legge di Bilancio in Parlamento se lo spread salisse a 400. Tuttavia Di Maio ha smentito tutto. Ha assicurato: «Il Piano B non esiste, non arretriamo». Sulla stessa linea Salvini: «Non ci sono piani B, C e D». Però il segretario del Carroccio ha precisato dopo un vertice tenuto ieri sera a Palazzo Chigi sulla manovra: «Stiamo limando, aggiustando, migliorando su la legge Fornero, pace fiscale e riduzione delle tasse».
Il rischioso braccio di ferro potrebbe durare a lungo. La manovra verrà presentata dal governo il 20 ottobre, poi dovrà essere votata dal Parlamento. Nel frattempo qualcosa è cambiato: il deficit del 2,4%, all’inizio previsto anche per il 2020 e il 2021, è stato ridotto. Bruxelles ha apprezzato, ma non è bastato. Da ieri c’è una difficoltà in più. L’Ufficio parlamentare del bilancio ha bocciato la manovra perché sono troppo ottimistiche le previsioni per il 2019.

Rodolfo Ruocco
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Luigi Di Maio teme l’assassinio del M5S

di maioAccuse feroci, insulti, offese. Luigi Di Maio teme brutte sorprese elettorali alle europee di maggio. Così spara a cannonate contro il ”sistema”, i “vecchi partiti”, i “tecnocrati”, l’”establishment” italiano ed europeo. In particolare mira contro il malconcio Pd. Matteo Renzi, ex segretario democratico, è «un assassino politico» perché nel 2015 fece approvate il Jobs act, la riforma del mercato del lavoro. Maurizio Martina, attuale segretario del Pd, è tra «gli assassini politici dei diritti degli italiani» dopo la difesa di Renzi e l’attacco alla politica fatta con “odio” e “rancore”.
Il capo politico del M5S ha abbandonato i toni pacati e rassicuranti della campagna elettorale delle elezioni politiche del 4 marzo, vinte con un trionfale 32% dei voti. Da quando è diventato vice presidente del Consiglio, ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico ha imboccato sempre di più la strada delle accuse infuocate ad avversari politici vicini e lontani. Durante la campagna elettorale per le politiche incontrava diplomatici europei e americani, imprenditori e lavoratori assicurando: «Il M5S sarà garante della stabilità contro il caos». Adesso ha di nuovo imboccato la strada della rivoluzione populista, la vecchia strada del sanguinoso insulto, dell’offesa lacerante, cavalli di battaglia del travolgente successo di Beppe Grillo. Manca l’ironia del grande comico genovese, fondatore e guru dei cinquestelle, ideatore della politica del “vaffa..”, ma la dirompente impostazione populista è analoga.
Però le differenze sono molte: Grillo si scagliava a testa bassa contro un Pd potente, al governo, guidato prima da Pierluigi Bersani e poi da Renzi. Di Maio se la prende con un Pd in stato comatoso, sconfitto, lacerato, in cerca di un nuovo segretario, incapace perfino di realizzare una efficace opposizione all’esecutivo penta-leghista.
Il nervosismo del ministro cinquestelle, comunque, si può spiegare: l’agognata conquista del governo invece di accrescere i consensi li fa perdere al partito fondato da Grillo. Di Maio teme un bagno elettorale alle europee così picchia duro contro il Pd in disfacimento e contro Bruxelles, per cercare di rispondere con la radicalizzazione alla prorompente avanzata leghista e alle critiche interne (per ora sommerse) tra i grillini in stato di allarme.
Di qui l’audace “Manovra del Popolo” con il deficit pubblico alzato al 2,4% del Pil per tre anni per cancellare “la povertà”. Il ministro del Lavoro e dello Sviluppo punta a mantenere nel 2019, almeno in parte, le costose promesse elettorali introducendo il reddito e la pensione di cittadinanza, la modifica della legge Fornero sulle pensioni, il risarcimento dei risparmiatori colpiti dal crac delle banche.
I mercati non l’hanno presa bene, lo spread si è impennato fino ad oltre 300 punti (dai 120-130 del governo Gentiloni) facendo aumentare pericolosamente gli interessi sui titoli del debito pubblico italiano. Si è sfiorata la tragedia anche in Borsa. Solo la mediazione del ministro dell’Economia, il tecnico Giovanni Tria, con la soluzione di ridurre il deficit nel 2020 e nel 2021, ha riportato un po’ di calma e lo spread è ridisceso sotto quota 300.
Di Maio teme il collasso finanziario e cerca di scaricare le responsabilità sugli altri. Ha accusato la Commissione europea di giocare “a fare terrorismo sui mercati”. Ha accusato i giornali, il Pd e Forza Italia di provocare “terrorismo mediatico per fare schizzare lo spread sperando in un altro colpo di Stato finanziario”. Ma se lo spread metterà a rischio la credibilità economica dell’Italia sarà difficile uscire dalle contraddizioni. In testa una: l’uomo che assicurava di voler garantire la stabilità politica ed economica causerebbe una perniciosa instabilità.
Il nuovo attivismo bellicoso di Di Maio, però, non riesce ad invertire le tendenze elettorali: secondo i sondaggi la Lega sarebbe sempre il primo partito italiano con il 32% dei voti (dal 17% delle politiche) mentre il M5S stazionerebbe al 29 (dal 32%).
L’irritazione e i contrasti con il collega di governo Matteo Salvini, in maniera prudente, ogni tanto emergono. Cautamente si è lamentato: «Quando non siamo d’accordo discutiamo un po’ tra di noi, visto che l’opposizione non è granché». Di Maio teme la concorrenza leghista e batte i pugni sul tavolo per recuperare i consensi drenati da Salvini in favore del Carroccio. Interviste e dichiarazioni del giovane ministro del Lavoro piovono su giornali, televisioni, radio, internet.
È già campagna elettorale permanente per le elezioni europee. L’avversario da tenere d’occhio non è tanto il Pd di Martina o Forza Italia di Berlusconi, due forze in caduta libera, ma il Carroccio del collega di governo Salvini in forte ascesa. Di Maio sembra temere l’assassinio del M5S. Potrebbero arrivare perfino le elezioni politiche anticipate.

Rodolfo Ruocco

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