Rodolfo Ruocco
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Rodolfo Ruocco

Renzi, Calenda, Gentiloni
l’Irpef  della discordia 

IRPEF1

Irpef tagliata: da vent’anni è il sogno irrealizzato degli italiani. È la principale e più osteggiata tassa nazionale, quella che grava sui redditi personali di lavoratori e pensionati. La diminuzione dell’Irpef avrebbe un doppio effetto positivo: metterebbe un po’ di soldi nelle tasche degli italiani e aiuterebbe l’aumento dei consumi, fondamentale per sostenere la debole ripresa economica.

Meno Irpef è da sempre nei progetti di Matteo Renzi. Quando era presidente del Consiglio, nel suo cronoprogramma sulle riforme, aveva promesso di tagliare l’Irpef nel 2018. Ora ci siamo, mancano pochi mesi all’appuntamento. Da segretario del Pd lo scorso aprile ha confermato l’impegno: «Sull’abbattimento delle tasse dobbiamo andare avanti».  In particolare «sull’Irpef io penso a tre aliquote, ma si dovrà studiare un percorso spiegando le coperture». Si dovrà discutere con la commissione europea una maggiore flessibilità sul deficit pubblico italiano. Ha ricordato al suo governo che lui riusciva ad ottenere 20 miliardi di euro l’anno da Bruxelles. Lo scorso novembre, quando era ancora a Palazzo Chigi, delle simulazioni parlarono della necessità di trovare circa 10 miliardi di euro per coprire le minori entrate determinate dall’eventuale riduzione dell’Irpef.

Renzi e il governo, però, non parlano la stessa lingua. Mentre si stanno gettando le basi della legge di Bilancio del 2018, la fondamentale manovra annuale sui conti pubblici, l’esecutivo si divide anche al suo interno su quali tasse ridurre, di quanto e come. E, comunque, per adesso non c’è traccia di tagli dell’Irpef. Manca, in particolare, nel Def (Documento di economia e finanza) propedeutico alla manovra economica dell’anno prossimo.

L’economia sta andando meglio rispetto alle previsioni sia nel 2016 e sia nel 2017. Il dilemma è se premiare nella legge di Bilancio le imprese o i cittadini. Carlo Calenda e Paolo Gentiloni, nei giorni scorsi, si sono sganciati da Renzi. Il ministro dello Sviluppo economico dà la preferenza alle aziende: «La priorità è abbattere il carico fiscale sulle imprese, che costa immensamente meno rispetto al taglio dell’Irpef». Il tecnico già aderente a Scelta civica, il defunto partito di Mario Monti, spiega che si tratta di una strada obbligata: «La diminuzione delle tasse deve essere sulle imprese e non generalizzata, perché non siamo in grado di fare un taglio gigantesco dell’Irpef che sarebbe la via maestra».

Paolo Gentiloni, Pd, amico di Renzi e suo successore a Palazzo Chigi, ha una ricetta ancora diversa: «Faremo di tutto per la riduzione fiscale sul lavoro e in particolare sul lavoro dei giovani». Il presidente del Consiglio penserebbe a una riduzione delle imposte sui contratti di lavoro per favorire l’assunzione dei giovani. Il percorso è tutto in salita: «Se qualcuno descrive la prossima legge di Bilancio come una passeggiata si sbaglia».

L’economia e i conti pubblici vanno un po’ meglio, ma i margini sono stretti per le operazioni di spesa. La commissione europea continuamente punta il dito contro l’enorme debito pubblico italiano. Anche la Banca centrale europea (Bce) ha rilanciato l’allarme debito pubblico di alcuni paesi di Eurolandia. Sarebbero guai per nazioni come l’Italia se la Bce aumentasse i tassi d’interesse europei e se fermasse gli acquisti di titoli del debito pubblico (di 60 miliardi di euro al mese). In sintesi: il Belpaese deve stare attento a non compiere passi falsi per non innescare manovre speculative da parte dei mercati finanziari internazionali.

Ma, come si diceva una volta, il problema è politico. Soprattutto se le elezioni politiche si svolgeranno regolarmente la prossima primavera e non ci sarà un voto anticipato ad ottobre o a novembre, Renzi non può permettersi di presentarsi a mani vuote o, peggio, con una legge di Bilancio 2018 impopolare. Con gli 80 euro netti in più al mese in busta paga per gli stipendi medio-bassi, vinse le elezioni europee del 2014 con il 40,08% dei voti.

Successivamente andò male con la diminuzione parziale dell’Irap, l’imposta sulle attività produttive, e con la cancellazione delle tasse sulla prima casa. Mentre andò malissimo con il referendum sulla riforma costituzionale del governo, bocciato da quasi il 60% degli italiani lo scorso 4 dicembre.

Da mesi il segretario del Pd ripete: «Io le tasse le riduco davvero». Gli italiani, tra i contribuenti più tartassati del mondo, sono molto sensibili a questo tema. Il taglio dell’Irpef (un balzello enorme tra imposta nazionale, regionale e comunale) potrebbe essere la scelta giusta per varcare la soglia del 30% dei voti (assegnati dai sondaggi) e far rotta verso l’agognato 40% (alla Camera dà diritto al premio di maggioranza). Ma l’impresa è molto difficile. L’ex presidente del Consiglio deve affrontare quattro ostacoli: 1) l’offensiva delle opposizioni, 2) l’attacco della sinistra bersaniana uscita dal partito a febbraio, 3) i pareri contrastanti di Gentiloni e Calenda, 4) la linea finanziaria rigorista europea guidata dalla Germania.

Silvio Berlusconi per primo lanciò una campagna contro “le troppe tasse”. In particolare voleva ridurre le aliquote Irpef mentre Gianfranco Fini, l’alleato di An, spingeva per la diminuzione dell’Irap. Nel novembre 2004 scoppiò uno scontro tra gli alleati di centro-destra, ma l’allora presidente del Consiglio assicurò: «Ci sarà la riduzione delle aliquote dal primo gennaio 2005». Non se ne fece niente, invece. Gli alleati del presidente di Forza Italia e l’Unione europea, per motivi diversi, impedirono l’operazione Irpef. Dopo 13 anni la storia potrebbe ripetersi per Renzi.

Rodolfo Ruocco
 (Sfogliaroma)

Giornali Macchiati

Leggo e rileggo incredulo la prima pagina del ‘Corriere della Sera’, de ‘la Repubblica’ e de ‘La Stampa’. Non trovo alcun titolo sulla manifestazione della Cgil di sabato 17 giugno a Roma, contro i nuovi voucher decisi dal governo Gentiloni. Allora riprendo in mano con maggiore attenzione le prime pagine dei primi tre quotidiani italiani e ripasso ogni titolo, sicuro di essere stato distratto, di trovare un articolo sulle critiche di Susanna Camusso e sulle repliche di Paolo Gentiloni.
Invece niente. Purtroppo non mi sono sbagliato. Sulle tre prime pagine di domenica 18 giugno c’è di tutto. ‘Repubblica’ ha anche un titolo su «Sindaci, l’ultima sfida: stop ai risciò in centro», ma non c’è una riga sulle decine di migliaia di lavoratori che hanno manifestato nella capitale sotto le bandiere rosse della Cgil.
Solo nelle pagine interne si trova qualche notizia. Un pezzo di ‘Repubblica’ su una sola colonna a pagina 9 è titolato: «La Cgil: ‘Contro i nuovi voucher già 150 mila firme’». Il ‘Corriere della Sera’, invece, a pagina 11 dà più evidenza alla protesta del più grande sindacato italiano con un articolo pubblicato su sei colonne: «Cgil contro i ‘nuovi voucher’: appello al Colle». Invece ‘La Stampa’ confina la manifestazione della Cgil all’interno di un pezzo sulle contorsioni della sinistra politica, dal titolo: «I giovani massimalisti contro Pisapia. Il listone di sinistra a rischio big bang».
In sintesi, come ha scritto ieri Sfoglia Roma www.sfogliaroma.it, i fatti sono questi: la Cgil ha raccolto le firme per realizzare i referendum e abolire i voucher, ma le urne non si sono mai aperte perché il governo ha prima cancellato i buoni per i lavori occasionali con un decreto legge e poi ha varato una nuova versione dello strumento nell’ambito della manovrina economica, approvata dal Parlamento con il voto di fiducia.
Per Susanna Camusso anche i nuovi voucher, come quelli precedenti, sono causa di precarietà del lavoro; si è appellata al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e sta preparando un ricorso alla Corte costituzionale, contro il governo che ha impedito la consultazione referendaria. Per Paolo Gentiloni, invece, le critiche sono infondate: i voucher nuova versione servono per regolare un segmento del mercato del lavoro e fa notare che la Cgil si trova da sola in questa battaglia, senza il supporto né della Cisl né della Uil.
Questi sono i fatti, poi ognuno ha il diritto di commentarli come vuole, secondo le proprie valutazioni e convinzioni. Ma i fatti, appunto, vanno esposti, raccontati dai giornali ai lettori. È questo il loro dovere, la loro missione. Invece in questo caso non è andata esattamente così. Non una riga in prima pagina, solo stringati articoli in pagina interna. Più o meno nello stesso modo è andata per gli altri quotidiani italiani e per il telegiornali.
Eppure il tema è importante: è lo scontro frontale sul lavoro tra la Cgil e il governo. È l’ultima battaglia campale tra la Cgil e un governo a guida Pd, «il più grande partito progressista europeo» come lo ha definito Matteo Renzi. Lo scontro tra la Cgil, il sindacato storicamente vicino alla sinistra e un esecutivo espressione del Pd, di per sé è una notizia a 18 carati.
Anni fa sui quotidiani ci sarebbe stato un titolo evidente in prima pagina. Poi sarebbero seguite paginate di approfondimento: cronache della protesta di piazza, schede su cosa sono i voucher, interviste alla Camusso, ai manifestanti e a Gentiloni. Invece ieri non è andata così. Qualcosa non ha funzionato. Anzi, qualcosa non funziona da molti anni. Non a caso l’informazione italiana è piombata in una crisi strutturale. Molti giornali e settimanali negli ultimi anni hanno chiuso i battenti, i quotidiani rimasti in piedi negli ultimi dieci anni hanno più che dimezzato le vendite, la pubblicità è evaporata e gli organici dei giornalisti sono stati decimati. I quotidiani online, emanazione della carta stampata, vanno abbastanza bene ma non sono riusciti a compensare il tracollo e, comunque, non riescono a camminare da soli sulle proprie gambe. Su internet c’è un’informazione fai da te, ma in genere è farlocca e priva di credibilità.
Gli editori e i direttori dei giornali nei convegni dedicati alla crisi della stampa sono fortissimi nella retorica dei sacri principi: l’informazione deve essere completa, libera ed autonoma; niente censure né omissioni nel riportare le notizie; la qualità professionale dei giornalisti e gli approfondimenti degli avvenimenti sono gli strumenti del rilancio. Certo. Perfetto. Peccato che anche questa volta, sulla manifestazione della Cgil, non sia andata così. È una brutta macchia sulla camicia non propria bianca dell’informazione italiana.

Rodolfo Ruocco
Sfoglia Roma

La Cgil in piazza sfiducia
il governo

Susanna Camusso-tredicesimaPer Paolo Gentiloni tira un bruta aria fin dal mattino. La Cgil alle 8 di sabato 17 giugno twitta: «La manovra con cui il governo ha cancellato i referendum è uno schiaffo alle regole democratiche». Un gruppo di lavoratori della Federazione lavoratori della conoscenza (Flc) si fa fotografare a piazza della Repubblica a Roma, da dove parte uno dei cortei della Cgil contro i nuovi voucher. Il messaggio lanciato con un tweet è #NonFateiBuoni. Un altro gruppo di lavoratori della Cgil dell’Emilia Romagna espone uno striscione umano, una lettera ad altezza uomo per ogni militante: «Rispetto! Per il lavoro, i diritti, la Costituzione».i partono i due cortei, da piazza della Repubblica e da piazzale Ostiense. Decine di migliaia di magliette e cappellini rossi, sotto un sole infuocato e in un caldo torrido, percorrono le strade di Roma per andare ad ascoltare il comizio finale di Susanna Camusso a piazza San Giovanni.

La battaglia della Cgil contro i nuovi voucher varati dal governo è senza frontiere. Il maggiore sindacato italiano aveva raccolto le firme per realizzare i referendum ed abolire i buoni con i quali pagare il lavoro occasionale (in molti casi era uno strumento utilizzato in modo anomalo al posto di un normale contratto di lavoro). I referendum, secondo la Cgil, si sarebbero dovuti votare lo scorso 28 maggio. Ma le urne non si sono mai aperte. L’esecutivo con un decreto legge prima ha cancellato i voucher, quindi ha approvato una nuova formulazione dei buoni lavoro nell’ambito della manovrina economica, passata in Parlamento con il voto di fiducia.

Susanna Camusso non perdona la mossa a Gentiloni. La segretaria della Cgil tuona nel comizio di piazza San Giovanni: «Il governo ha avuto paura di condurre una battaglia a viso aperto». Praticamente sfiducia il presidente del Consiglio: «Non si possono derubare i cittadini del voto» e «questo schiaffo alla democrazia non può passare inosservato».

Si appella al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e annuncia un ricorso alla Corte costituzionale contro la decisione del governo: «Continueremo a vigilare sulle regole democratiche». Il problema centrale è ancora una volta la precarietà del lavoro: «Con i voucher si reintroduce l’ennesima forma di precarietà, raccontando che è un contratto mentre invece è una pura transazione economica, che non prevede alcun diritto per i lavoratori».

Paolo Gentiloni rispetta la manifestazione della Cgil, ma la critica nel metodo e nel merito. Nel metodo perché la protesta non è dei sindacati «ma di uno, anche se il più importante dal punto di vista numerico». Il presidente del Consiglio poi boccia anche “il bersaglio sbagliato” della Cgil: «C’è veramente qualcuno che pensa che questi lavoratori non avevano bisogno di regole?».

Sale la tensione sul governo, già indebolito da una scissione a sinistra. Il Movimento democratico e progressista, i bersaniani che a febbraio hanno lasciato il Pd, è schierato tutto con la Cgil contro Gentiloni, il successore di Matteo Renzi a Palazzo Chigi. Gli scissionisti anti renziani non hanno partecipato in Parlamento al voto di fiducia sulla manovrina e ora alzano il tiro. Il coordinatore del Mdp Roberto Speranza avverte: «Diciamo al governo che se non c’è una inversione di tendenza sul lavoro, non ci siamo. Bisogna cambiare rotta sul lavoro».

Se non è una dichiarazione di sfiducia come quella della Camusso, un annuncio di crisi di governo da parte del gruppo Bersani, D’Alema, Speranza, Rossi, poco ci manca. È comunque un serio avvertimento. Ma la cosa non sembra spaventare Renzi. Anzi. Il segretario del Pd sembrerebbe felice se ci fosse una crisi di governo e ci fossero le elezioni politiche anticipate a ottobre o novembre. In questo modo eviterebbe il voto nella primavera del 2018, con alle spalle una difficile legge di Bilancio dalle scelte non certo popolari.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Pisapia ‘strattonato’
da Renzi e Bersani

Roma, conferenza stampa Coordinamento Expo Milano 2015Uniti si vince, divisi si perde. Il centro-sinistra tira un sospiro di sollievo dopo le elezioni per i sindaci. Questa volta il Pd e le tante sinistre diverse hanno evitato una sconfitta. Nei circa mille comuni nei quali si è votato domenica o ha vinto o ha conteso il successo al centro-destra. Non era scontato.

L’alleanza tra il Pd e le varie sinistre ha funzionato. Così è successo anche nelle maggiori città: Genova, Palermo, Catanzaro, L’Aquila, Taranto, Parma. Si è ritornati al vecchio bipolarismo tra centro-sinistra e centro-destra. Il M5S, il terzo polo affermatosi nelle elezioni politiche del 2013, è il grande sconfitto: nella maggioranza dei casi nemmeno parteciperà ai ballottaggi per i sindaci, tra due settimane.

Sono giorni magici per Giuliano Pisapia, l’uomo che vuole dare vita a Campo progressista. L’ex sindaco di Milano da alcuni mesi sta lavorando per costruire un “nuovo centrosinistra”, un’alternativa progressista di governo contrapposta ai populismi, a Silvio Berlusconi e a Beppe Grillo. Si è candidato alla leadership di una sinistra unita e ha dato appuntamento a tutti il primo luglio a Roma.

La sua ricetta funziona, come dimostra il voto per i sindaci. Adesso certamente aumenteranno i “corteggiatori” e gli “strattonatori” dell’ideatore di Campo progressista, già comparsi prima delle elezioni amministrative.

Tra i più entusiasti c’è Pier Luigi Bersani, uscito dal Pd e tra i fondatori del Movimento democratico e progressista (Mdp). L’ex segretario democratico andrà alla manifestazione di Pisapia nella capitale: «Il primo luglio ci sarò e saremo in tanti». Ma ognuno intende l’unità a modo suo. Gli scissionisti del Pd vogliono l’accordo con Pisapia, ma osteggiano quello con Renzi. Roberto Speranza continua a imputargli la scissione realizzata contro «un uomo solo al comando». Stefano Fassina (Sinistra italiana) e Pippo Civati (Possibile) non vedono spazi di discussione. Entrambi hanno abbandonato il Pd in polemica con il segretario e sono contrari ad una intesa con l’uomo accusato di “subalternità” alle politiche della destra.

Matteo Renzi, dopo il fallimento dell’accordo con il trio Berlusconi-Grillo-Salvini sulla riforma elettorale, ha aperto le porte al dialogo con Pisapia. Su questa strada lo spingono anche Gianni Cuperlo ed Andrea Orlando, i leader delle due sinistre del partito. L’occhio del segretario del Pd è rivolto alle elezioni politiche: insieme conta di superare il 40% dei voti e ottenere il premio di maggioranza alla Camera. Però è stato cauto: «Noi ci siamo, vedremo cosa farà lui». Porte aperte, dunque, al confronto con Pisapia ma non con gli scissionisti del Pd, perché hanno rotto sulla base «di un atavico odio ad personam» contro di lui. Qualche mese fa il capogruppo democratico al Senato Luigi Zanda ha definito «imbarazzante» un eventuale dialogo con gli scissionisti.

I problemi non sono pochi sulla strada di una coalizione, dopo anni di scontri tra Renzi, le sinistre esterne, come Sel di Nichi Vendola, e le sinistre interne protagoniste di tre diverse scissioni negli ultimi tre anni (prima sono usciti Civati e Cofferati; poi Fassina; quindi Bersani, Speranza, Enrico Rossi e D’Alema).

Pisapia è consapevole delle difficoltà. Vuole evitare ogni subalternità verso Renzi e lo ha sfidato a realizzare elezioni primarie di coalizione. I punti centrali del suo programma sono la lotta alle disuguaglianze sociali e il riequilibrio tra il Nord e il Sud, ma niente nuove tasse. È fiducioso: «Credo che una sinistra unita e responsabile, all’interno di una coalizione di centrosinistra, abbia già dimostrato di saper governare e di farlo bene».

La situazione è in movimento, soggetta a mille variabili. Una cosa è sicura: l’era dell’autosufficienza del Pd, in versione renziana e veltroniana, è finita e si va verso un ritorno alle coalizioni. I sondaggi elettorali giorni fa hanno assegnato l’8% dei voti ad una eventuale sinistra unita guidata da Pisapia, mentre il Pd viene accreditato attorno al 30%. Tirando le somme è quasi il 40% dei voti, la soglia per far scattare il premio di maggioranza a Montecitorio.

L’ex sindaco di Milano è visto come un asso vincente ed è “strattonato” da una parte da Renzi e dall’altra dalle differenti sinistre, in parte critiche o contrarie al dialogo con il segretario del Pd. Pisapia prima dovrà ricomporre le divisioni delle frammentate sinistre e poi pensare ad un’intesa con Renzi. È un percorso praticabile ma complicato. Comunque nell’impresa di costruire “una sinistra non rancorosa” sembra che possa contare su Romano Prodi, l’inventore dell’Ulivo, l’uomo che è riuscito a battere per due volte Berlusconi alle elezioni politiche.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Germanellum, il maccheronico sistema di Bonn

renzi alfanoNessuno è innamorato del sistema elettorale tedesco, ma probabilmente la spunterà il Germanellum per eleggere il prossimo Parlamento. Pd, M5S, Forza Italia e Lega Nord improvvisamente, dopo tanti contrasti che sembravano insanabili, hanno raggiunto una intesa di massima sul Germanellum, nome utilizzato ricorrendo al latino maccheronico (la tradizione la inaugurò il professor Giovanni Sartori chiamando Mattarellum la legge elettorale varata nel 1993). Il Germanellum, ispirato al modello elettorale tedesco, è un progetto di legge basato su due cardini: 1) il meccanismo proporzionale di attribuzione dei seggi alla Camera e al Senato; 2) la soglia di sbarramento elettorale al 5% dei voti. I quattro maggiori partiti italiani la pensano diversamente quasi su tutto, ma hanno un interesse in comune: se si voterà con la soglia del 5% molte forze minori resterebbero fuori del Parlamento e i loro voti andrebbero alle liste elettorali più forti.
Dal 6 giugno l’assemblea dei deputati discute il Germanellum, dopo l’infuocato esame avvenuto nella commissione affari costituzionali di Montecitorio. Il nuovo progetto di legge elettorale per le politiche, salvo sorprese, sancirà l’addio al sistema elettorale maggioritario adottato dalla Seconda Repubblica nel 1994 e il ritorno al proporzionale della Prima (ma quel meccanismo era senza sbarramenti elettorali contro i partiti minori).
L’intesa a sorpresa tra i quattro maggiori partiti italiani è opera di Matteo Renzi. Il segretario del Pd ha avviato un confronto con tutti e alla fine ha spuntato il sì, per motivi diversi, di Beppe Grillo, Silvio Berlusconi e Matteo Salvini. Il segretario democratico fino a poche settimane fa era rimasto fedele al sistema maggioritario, invece a fine maggio ha motivato il sì al Germanellum invocando lo stato di necessità: «Non sono un entusiasta di un sistema proporzionale con soglia al 5%», ma c’è l’esigenza di perseguire «un consenso più ampio possibile».
L’obiettivo è far approvare la riforma elettorale dal Parlamento in tempi rapidi, «entro la prima settimana di luglio». Non sarà facilissimo. Molti militanti e parlamentari cinquestelle contestano il sì al Germanellum. Ma Grillo non vuole sentire ragioni: «I portavoce M5S (i parlamentari n.d.r.) voteranno a favore del testo come deciso dai nostri iscritti».
C’è la rivolta dei partiti minori, ci sono anche le critiche della sinistra orlandiana e dei prodiani del Pd (in testa Enrico Letta e Valter Veltroni), fedeli al sistema maggioritario. Renzi, alle proteste dei partiti più piccoli contro la soglia del 5% che rischiano di non entrare in Parlamento, ha riposto picche: «Lo sbarramento al 5% è un elemento inamovibile del sistema tedesco».
I centristi di Angelino Alfano, i principali alleati di governo del Pd, non l’hanno presa bene, così il governo presieduto da Paolo Gentiloni sta scricchiolando pericolosamente. Però il leader di Area popolare, che alla fine del 2013 aveva lasciato Berlusconi, in conclusione ha accettato «la sfida della soglia del 5%», ha ribadito il sostegno all’esecutivo Gentiloni, ma ha dichiarato «conclusa la collaborazione con il Pd» durata ben quattro anni.
Il sistema elettorale tedesco nacque ben 68 anni fa. La Repubblica federale tedesca nel 1949 adottò il meccanismo elettorale proporzionale con lo sbarramento al 5% con una precisa logica ideologica. L’allora Germania Ovest, nata quattro anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale (si contrapponeva alla Germania Est satellite dei sovietici), volle garantire la massima rappresentanza a tutti i partiti al Bundestag e al Bundesrat con il sistema proporzionale, ma pose la “tagliola” del 5% per impedire l’ingresso in Parlamento delle forze estremiste anti democratiche. E ci riuscì: sia i due partiti neo nazisti di allora (Bonn non aveva una legge contro la ricostituzione del partito nazista), sia i due comunisti non riuscirono a superare la soglia. Non solo. Un partito anche con meno del 5% dei voti poteva e può entrare in Parlamento (prima a Bonn e poi a Berlino) con la vittoria di almeno tre suoi candidati nei rispettivi collegi uninominali elettorali.
La Repubblica federale tedesca nel 1990, dopo il crollo del comunismo, si è allargata ad est anche alle regioni dell’ex Repubblica democratica tedesca e il vecchio sistema elettorale ha retto anche all’impatto della storica riunificazione. In Italia, invece, dalla caduta del fascismo e dalla fine della Seconda guerra mondiale si sono succedute ben quattro leggi elettorali: la prima basata sul proporzionale puro (durante la Prima Repubblica, fino al 1992) e tre imperniate sul maggioritario (nella Seconda Repubblica, dal 1994), seguendo diversi criteri (Mattarellum, Porcellum, Italicum).
La Seconda Repubblica detiene il primato di leggi elettorali diverse. Ma la cosiddetta “religione del maggioritario”, che avrebbe dovuto garantire il bipolarismo (e addirittura il bipartitismo) per assicurare la stabilità politica, ha fatto cilecca.
L’Italicum, addirittura, ha un primato nel primato: non è mai stato applicato in nessuna elezione perché dichiarato incostituzionale in alcuni punti dalla Consulta. L’affondamento è stato uno degli “effetti collaterali” del referendum sulla riforma costituzionale, perso lo scorso 4 dicembre da Matteo Renzi.
Ora è il turno del Germanellum. Qualcosa, però, potrebbe andare storto perché il modello tedesco è rivisto “in salsa italiana”. Sono scoppiate proteste e contestazioni da parte dei partiti minori alla Camera (alfaniani, bersaniani, vendoliani, meloniani). Già sono arrivate alcune “correzioni” contro possibili accuse di incostituzionalità. È stato messo riparo, ad esempio, a un bel problema: i vincitori nei collegi elettorali uninominali, scelti direttamente dal popolo sovrano, rischiavano di restare senza seggio in Parlamento perché scavalcati dai capilista dei listini nelle circoscrizioni con calcolo proporzionale.
Un’altra incognita è il cosiddetto voto disgiunto. Nella Repubblica federale tedesca sono possibili due voti diversi: il primo per un candidato X nel collegio uninominale e un altro per un listino proporzionale appartenente anche a un partito differente. Con il Germanellum invece non è ammesso il voto disgiunto: il candidato nell’uninominale deve appartenere allo stesso partito del listino della circoscrizione proporzionale. Alla Camera la battaglia politica e sui tecnicismi legislativi è appena all’inizio. Quando si concluderà poi il match passerà al Senato. L’imprevisto è sempre in agguato.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

La XVII legislatura
sotto una cattiva stella

Ci sono legislature fortunate e sfortunate, così come gli uomini. La XVII legislatura, l’attuale, sorta dalle elezioni politiche all’inizio del 2013, è sfortunata. Anzi, è sfortunatissima. È nata sotto una cattiva stella. Gli amanti della cabala indicano tutti i guai in quel 17, un numero ritenuto malaugurante.

Probabilmente la XVII legislatura repubblicana non finirà regolarmente all’inizio del 2018, ma qualche mese prima: si potrebbero aprire le urne tra settembre ed ottobre, in autunno. Nessuno ci avrebbe scommesso un euro, ma l’accordo sulla riforma elettorale sembra a portata di mano. Pd, M5S, Forza Italia e Lega Nord hanno praticamente raggiunto un’intesa sul cosiddetto “modello tedesco”, un sistema proporzionale con una soglia di sbarramento al 5% dei voti.

Matteo Renzi sta conducendo il confronto con tutte le forze politiche su come sostituire l’Italicum bocciato dalla Corte costituzionale e il traguardo sembra vicino. Al progetto, ancora da limare, praticamente si oppongono per motivi diversi solo Angelino Alfano e i parlamentari orlandiani del Pd. Il leader dei centristi della maggioranza non vede di buon occhio la soglia di sbarramento del 5%, considerata troppo alta. Invece l’ala del Pd sostenitrice di Andrea Orlando contesta il passaggio dal sistema maggioritario al proporzionale perché, dopo le elezioni, probabilmente porterebbe alla formazione di un governo di grande coalizione tra Renzi e Berlusconi.

Il segretario del Pd, però, va avanti. Da poco riconfermato alla guida del partito dalle elezioni primarie, vorrebbe andare alle urne al più presto per evitare il rischio di un logoramento di consensi (a dicembre dovrà essere approvata una manovra economica pesante, di circa 30 miliardi di euro, e si sono visti poco gli effetti della “ripresina” nei portafogli degli italiani). M5S, Forza Italia e Lega concorderebbero per motivi differenti. Beppe Grillo, in particolare, è pronto ad andare a votare “anche il 10 settembre” e Matteo Salvini preme da mesi per aprire “subito” le urne.

Fortuna, sfortuna. La XVII legislatura ha avuto un parto difficile e quattro anni di vita convulsa. Sin dalla partenza ha pesato l’instabilità politica. Le elezioni legislative all’inizio del 2013 non decretarono né la vittoria del centrosinistra, né del centrodestra, né dell’esordiente M5S, forte del 25% dei voti. È una “non vittoria”, commentò subito Pier Luigi Bersani, perché aveva ottenuto la maggioranza alla Camera ma non al Senato (il premio in seggi, per pochi voti in più rispetto al centrodestra, era scattato a Montecitorio, ma non a Palazzo Madama). I tentativi per formare un nuovo governo furono difficilissimi. L’allora segretario del Pd fallì. Ci riuscì invece l’allora vice segretario del Pd Enrico Letta, ma dovette dare vita ad un governo di grande coalizione con Silvio Berlusconi, l’avversario di sempre.

Letta resse appena un anno e, all’inizio del 2014, subentrò come presidente del Consiglio Matteo Renzi, il nuovo segretario del Pd. Il terremoto è continuato. Nello scorso dicembre è arrivata la terza “botta”. Renzi, dopo la sconfitta subita il 4 dicembre 2016 al referendum sulla riforma costituzionale, si è dimesso, lasciando a Paolo Gentiloni (suo amico e stretto collaboratore) la poltrona di presidente del Consiglio. All’assemblea nazionale del Pd del 19 dicembre indicò immediatamente la rotta la seguire: «Non abbiamo perso, abbiamo straperso», ma «ripartiamo da qui», il 41% di sì raccolti al referendum perso sulla riforma costituzionale.

Ora il braccio di ferro è sulle elezioni politiche anticipate. Alfano attacca: «Non capisco l’impazienza del Pd di portare l’Italia alle urne tre o quattro mesi prima: questa impazienza ha un costo salatissimo». Difensori del sistema maggioritario, 31 senatori orlandiani parlano del rischio «di un salto nel buio”, del pericolo di far scattare «spinte ad attacchi di speculazione finanziari».

Renzi, però, accelera. Alla direzione del Pd ha proposto di approvare il sistema elettorale alla tedesca «entro la prima settimana di luglio». Non è «un entusiasta di un sistema proporzionale con soglia al 5%». ma c’è l’esigenza di perseguire «un consenso più ampio possibile».. A chi suona l’allarme contro l’apertura anticipate delle urne ha ribattuto: «Succede di andare alle elezioni. Il veto di un piccolo partito non può costituire un blocco».

Sergio Mattarella sembra contrario alle urne anticipate. Ma il presidente della Repubblica difficilmente potrebbe resistere alle pressioni per lo scioglimento anticipato delle Camere, se la richiesta dovesse provenire da larga parte del Parlamento.

A settembre i tedeschi voteranno per le elezioni politiche ed Angela Merkel punta ad essere confermata per la quarta volta cancelliera della Repubblica federale. A Renzi piacerebbe un abbinamento elettorale, evitando di andare alle urne nel 2018 in Italia con il peso di una manovra economica che non si presenta molto popolare.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

D’Alema tenta
di uscire dall’angolo

d'alemaMassimo D’Alema comincia a pensare alle elezioni comunali di giugno. Ma soprattutto riflette sulle prossime elezioni politiche sia nel caso siano a cadenza regolare all’inizio del 2018 sia nell’ipotesi di un voto anticipato a settembre. L’ex presidente del Consiglio e già segretario del Pds-Ds si pone in netta contrapposizione con Matteo Renzi: “Stiamo lavorando per offrire agli elettori una proposta alternativa di sinistra”.

D’Alema ha lascito il Pd a febbraio e ha fondato il Movimento dei democratici e progressisti (in sigla Mdp) assieme a Bersani, Speranza, Enrico Rossi. In una intervista al ‘Corriere della Sera’ ha difeso la scelta della scissione del Pd, definendola  “inevitabile e persino tardiva” perché  “tutta l’’ispirazione politica renziana è contraria ai valori della sinistra”.

Alza le spalle verso i sondaggi elettorali che assegnano appena il 3% dei voti al Mdp:“Meglio prendere il 3% a favore di ciò che si ritiene giusto che il 20% a favore di ciò che si ritiene sbagliato. E comunque io credo che lo spazio a sinistra del Pd sia molto più grande”.

Un ragionamento singolare per  uno dei “cavalli di razza” del Pci-Pds-Ds-Pd, poi “rottamato” dal giovane Renzi, un progetto viziato da una seria difficoltà. D’Alema, sia dal governo sia dall’opposizione, ha sempre puntato a costruire una forza popolare e maggioritaria di centrosinistra mentre adesso si trova a fare i conti con il rischio di un Mdp fortemente minoritario e marginale. Non solo. Lo spazio alla sinistra del Pd è sempre più stretto e più affollato di piccoli partiti alle ricerca di un rilancio e della stessa sopravvivenza: in particolare ci sono Sinistra Italiana di Nicola Fratoianni (nata a febbraio e composta da ex Sel ed ex sinistra Pd come Stefano Fassina), Possibile di Pippo Civati (ex sinistra Pd e dissidenti del M5S) e il neonato Campo Progressista di Giuliano Pisapia, l’ex sindaco di Milano.

D’Alema, in nome della lotta alle disuguaglianze, ha proposto “una alleanza per il cambiamento” a Pisapia , a Sinistra Italiana e alle forze della società civile critiche con Renzi e col suo obiettivo d’intesa con Silvio Berlusconi sulla nuova legge elettorale. L’alleanza di sinistra sarebbe soprattutto un accordo contro il segretario democratico, accusato  di sbandare sempre di più verso il centro, verso il liberismo e verso Silvio Berlusconi: “Il ‘Renzusconi’ non mi pare molto popolare, anzi tirerà la volata a Grillo”.

D’Alema cerca di uscire fuori dall’angolo nel quale è finito dopo la scissione. Con questo obiettivo assimila Renzi a Berlusconi, l’avversario storico del centrosinistra negli ultimi vent’anni. Ma deve affrontare tre difficili contraddizioni: 1) lui stesso quando era segretario del Pds cercò una intesa sulle riforme istituzionali con il presidente di Forza Italia (il famoso “patto della crostata” del 1997 siglato a casa di Gianni Letta e poi affondato dal Cavaliere); 2) gran parte degli elettori di sinistra dal 2013 vota per il M5S di Beppe Grillo su posizioni di totale opposizione antisistema; 3) è impossibile per la sinistra (o meglio le sinistre) sconfiggere il centrodestra e i cinquestelle senza un’alleanza con Renzi rieletto segretario del Pd a larghissima maggioranza nelle elezioni primarie.

Il rapporto Renzi-D’Alema sembra irrecuperabile. Il segretario democratico cerca di evitare le polemiche. A febbraio, quando stava per scattare la scissione del Pd, replicò: “D’Alema nutre nei miei confronti  un rancore personale che è evidente. Non voglio più polemiche.Adesso conduce solo battaglia personali”. Girò il coltello nella ferita: “Di solito il suo obiettivo è distruggere il leader della sua parte quando non è lui il capo. Ci è riuscito con Prodi, Veltroni, Fassino”. Ora il segretario del Pd sembra intenzionato a discutere con tutti di riforma elettorale: da Berlusconi a Grillo, con l’esclusione però di D’Alema. Non solo. Sembra pronto ad allearsi con Pisapia ma non con D’Alema.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Rai, già si pensa al successore di Campo Dall’Orto

campo_dall_orto.jpg-- Il consiglio di amministrazione ha respinto il piano per l’informazione. Campo Dall’Orto intendeva dare vita ad una nuova piattaforma d’informazione web, www.rai24.it da affidare a Milena Gabanelli, al posto di www.rainews.it, l’attuale giornale digitale dell’azienda. Rai24 avrebbe dovuto essere la decima testata giornalistica della Rai forte di 120 cronisti e di 40 tecnici e diretta dalla Gabanelli, ex conduttrice di Report. Paolo Messa, componente del Cda Rai di area cattolico moderata, non sarebbe stato per niente tenero: “Sono venute meno le condizioni per il rapporto di fiducia con il direttore generale Antonio Campo Dall’Orto”. Invece sono stati approvati all’unanimità i piani di produzioni e trasmissione 2017 per i canali generalisti e specializzati.
Campo Dall’Orto sembra sia rimasto solo. Si è trovato contro praticamente tutti: gran parte del Pd renziano, le opposizioni e i sindacati. Nei giorni scorsi i giornalisti Rai (Usigrai) e tutti gli altri lavoratori dell’aziende hanno proclamato uno sciopero per il prossimo 8 giugno contro “la guerra interna” dell’azienda e perché “è in gioco il futuro della Rai”. Da tempo si parlava del vertice spaccato, delle critiche della presidente Monica Maggioni a Campo Dall’Orto. Da mesi il consiglio di amministrazione alzava il disco rosso alle scelte del direttore generale. Da un anno i renziani lo attaccavano. Michele Anzaldi, deputato Pd e componente della commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai, lo aveva accusato di “risultati fallimentari”. Già all’inizio del 2017 era arrivato un primo duro colpo. Il consiglio di amministrazione aveva respinto il progetto di riorganizzazione delle news e il direttore editoriale per l’offerta informativa Carlo Verdelli (scelto da Campo dall’Orto) si era dimesso. Si erano diffuse anche delle voci, poi smentite, sulle dimissioni del direttore generale sotto tiro.
Adesso è arrivato un secondo duro colpo. Campo Dall’Orto però sembra deciso a non mollare. Si era insediato due anni fa al vertice dell’azienda con competenze fortissime (grazie alla riforma della Rai voluta dall’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi aveva incassato i poteri di un amministratore delegato). Era molto apprezzato.Vantava grandi esperienze televisive maturate in Mediaset, Mtv e La7. Sembrava in grande sintonia con Renzi, nel 2015 presidente del Consiglio e segretario del Pd. Poi qualcosa è andato storto. Si è sollevato un coro di critiche contro di lui, basate sull’accusa di una gestione immobilista.
Campo dall’Orto ha cercato di parare i colpi, a maggio sembra si sia recato anche a Palazzo Chigi dal presidente del Consiglio Paolo Gentiloni. Adesso è azzoppato. Resiste a fatica. Già si parla dei possibili successori. Girano i nomi di Monica Maggioni, di Paolo Del Brocco (Rai cinema) di Paolo Ruffini (Tv 2000 ed ex direttore di Rai3).

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

L’Istat cancella Marx, 
operai e ceto medio

operaiBasta con gli operai, il ceto medio e Carlo Marx. «Addio a operai e borghesi». Oppure: «Scompaiono la classe operaia e la piccola borghesia». E ancora: «Addio alle classi sociali». La novità viene annunciata dall’Istat; la stampa e i telegiornali ne prendono atto.

L’Istituto nazionale di statistica ridisegna “il volto” della nuova Italia: sono abolite le vecchi classi sociali e si introducono i gruppi sociali. L’Istat ne conteggia nove nel rapporto annuale sul 2016: 1) famiglie a basso reddito con stranieri (4.700.000 persone), 2) famiglie a basso reddito di soli italiani (8.280.000), 3) anziane sole e giovani disoccupati (5.420.000), 4) famiglie di impiegati (12.200.000), 5) giovani “blue collar” (i “colletti blu” sono 6.190.000), 6) famiglie tradizionali della provincia (3.640.000), 7) famiglie degli operai in pensione (10.500.000), 8) pensioni d’argento (5.250.000), 9) classe dirigente (4.570.000).

Il lettore scusi il cronista per il lungo e noioso elenco. L’Istat ha frammentato e moltiplicato le categorie classiche per cercare di capire la nuova realtà sociale ed economica dell’Italia. Parla di famiglie di vario genere, di pensionati, di impiegati, di classe dirigente, di giovani e vecchi, d’immigrati. Parla poco o per niente di classe operaia e di ceto medio. Una volta invece si parlava in maniera più semplice di operai, impiegati, piccola borghesia, ceto medio, imprenditori, classe dirigente. Le distinzioni sociali erano svolte secondo il criterio del reddito e dell’attività lavorativa, un’analisi di matrice marxista.

Ora è cambiato tutto, l’impostazione è sociologica. L’Istat entra nei dettagli. C’è la crisi economica e culturale: 7 giovani su 10 (ben 2.200.00) tra i 15 e i 29 anni non studiano né lavorano (è un primato europeo). C’è il problema del grande invecchiamento della popolazione: il 22% delle persone ha un’età superiore ai 65 anni (siamo i primi al mondo dopo il Giappone); i morti hanno superato le nascite di 134 mila unità (i bebè sono scesi a 474.000). C’è il problema della povertà crescente: il 6,5% della popolazione rinuncia perfino alle visite mediche per ragioni economiche; possiedono un reddito basso 8 milioni di famiglie e ben 22 milioni di persone. Crescono le differenze sociali: la classe dirigente ha un reddito superiore alla media del 70%, detiene il 12,2% del reddito totale, spende mensilmente il doppio dei redditi più bassi.

L’Istat parla poco o per niente di operai, piccola borghesia, ceto medio, ma le antiche categorie sociali si vendicano e riemergono nelle stesse, nuove classificazioni statistiche targate 2017. Sono operai e piccoli borghesi (giovani ed anziani, italiani ed immigrati) i disoccupati, i precari, i titolari di contratti a termine, i lavoratori “in nero”. Sono operai e piccoli borghesi, italiani ed immigrati, i nuovi proletari titolari di contratti di lavoro atipici. La Grande crisi economica internazionale cominciata nel 2008 ha fatto esplodere la disoccupazione, il precariato e la povertà. Il fenomeno è talmente consistente che i pensionati, anche quelli a basso reddito, vengono considerati dal nuovo senso comune dei privilegiati per il loro introito previdenziale garantito, anche se di entità minima. È talmente vero che l’Istat colloca le cosiddette “pensioni d’argento” tra i redditi maggiori. Le disuguaglianze sociali, poi, sono esplose come rileva la stessa Istat, colpendo soprattutto operai e ceto medio (giovani e vecchi).

L’economista americano Francis Fukuyama nel 1992 pubblicò un saggio sulla “Fine della storia”. Il libro fece epoca, indicando il nuovo corso felice degli eventi mondiali. Ma dopo il crollo del comunismo, non arrivò “la fine della storia”, non ci fu il trionfo della democrazia e della libertà. Nei paesi occidentali la globalizzazione e le tecnologie digitali hanno portato povertà e disoccupazione per milioni di lavoratori. In gran parte del mondo si sono affermati movimenti autoritari e razzisti, sono scoppiate guerre sanguinose, il terrorismo islamico ha causato migliaia di morti in tutti i continenti.

Il ceto medio e gli operai non sono stati azzerati, ma sono stati colpiti pesantemente dal terremoto della crisi e dalla rivoluzione delle innovazioni tecnologiche. Lavoratori giovani e vecchi negli ultimi anni hanno visto drasticamente peggiorare le loro condizioni di vita, sociali ed economiche. In tutto il mondo occidentale, prima l’Europa e poi gli Usa, hanno dovuto fare i conti con la protesta degli “indignados” (gli indignati), che in molti casi ha premiato sul piano elettorale i nuovi partiti populisti e nazionalisti. La sinistra stenta a rappresentare i lavoratori, la sua tradizionale base, la missione politica per la quale nacque alla fine del 1800. L’operaio, Cipputi, c’è sempre anche se ha mutato pelle per i cambiamenti produttivi; ma è sempre più solo, impoverito e con scarsi diritti.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Macron e il contagio italiano. La morte dei vecchi partiti

macron philippeEdouard Philippe, 46 anni, è il Primo ministro del governo francese scelto da Emmanuel Macron all’indomani del suo insediamento all’Eliseo. Il primo consiglio dei ministri, presieduto da Macron, è stato già fissato per mercoledì mattina.


Emmanuel Macron sale le scale dell’Eliseo e stringe la mano a François Hollande. Il volto del neo presidente della Repubblica francese e del suo predecessore sono imbarazzati e tirati. Segue il passaggio di consegne tra i due statisti, tra il giovane Macron, 39 anni, e il maturo Hollande, 62 anni.

L’imbarazzo è comprensibile. Macron è stato un allievo di Hollande, prima è stato il suo consigliere economico e poi è divenuto ministro dell’Economia nel governo socialista. È seguita una forte divaricazione. Macron ha lasciato il Partito socialista e poco più di un anno fa ha fondato una sua forza politica, En Marche!, con l’obiettivo di realizzare una “rivoluzione progressista”, battere i populismi e divenire presidente della Repubblica. La difficile impresa è riuscita, mentre i socialisti sono crollati e il loro candidato non è arrivato nemmeno al ballottaggio per l’Eliseo.

Il neo capo dello Stato francese promette: l’Europa «sarà rifondata e rilanciata» perché essa «protegge» i propri cittadini. Aggiunge: «L’Unione europea diffonde nel mondo i nostri valori», «la Francia è forte quando cresce».

In pillole è il programma di Macron: rifondare la Ue divenuta a guida tedesca, proteggere gli europei spaventati dalla globalizzazione e dal terrorismo islamico, sbloccare l’economia francese in forte difficoltà competitiva. È la coraggiosa piattaforma europeista sulla quale ha vinto le elezioni con il 66% dei voti contro il 34% di Marine Le Pen, la candidata di estrema destra ostile agli immigrati, favorevole all’uscita della Francia dall’euro, dalla Ue e dalla Nato.

Lui, ex banchiere, il più giovane presidente della Repubblica della storia francese ha vinto e i neo gollisti e i socialisti, le due forze cardine della Quinta Repubblica, sono state quasi annientate. Françoise Fillon e Benoit Hamon, i rispettivi candidati all’Eliseo, sono stati sonoramente battuti e non hanno superato nemmeno il primo turno elettorale.

Macron ha precisato: i partiti tradizionali “sono morti”. Anche Marine Le Pen, dal fronte opposto, ha commentato: «Al primo turno è stata frantumata la vecchia politica francese. Ora si parla di patrioti da una parte e di mondialisti dall’altra». Ora l’obiettivo di entrambi è fare tabula rasa dei vecchi partiti francesi nel voto di giugno per eleggere il nuovo Parlamento. Il neo presidente della Repubblica, forte dei voti centristi, punta ad ampliare il 24% dei voti raccolti al primo turno e ha già lanciato la lista République En Marche! per confermare e consolidare il 66% dei consensi conquistati sia a destra sia a sinistra nel ballottaggio. Cercherà di vincere candidando all’Assemblea nazionale giovani, volti nuovi espressione della società civile, dicendo no ai vecchi nomi dei politici d’Oltralpe. Non a caso En Marche! ha stoppato l’ingresso dell’ex presidente del Consiglio Manuel Valls, che ha rotto i ponti con il Partito socialista scompaginato. Una parallela operazione di rinnovamento la sta tentando la Le Pen, cambiando il nome al Front National, il partito fondato dal padre Jean Marie, su posizioni neo fasciste.

L’obiettivo è cancellare i partiti tradizionali francesi ed introdurre un nuovo bipolarismo tra europeisti e anti europeisti rispetto alla tradizionale contrapposizione tra sinistra e destra. È un po’ il risultato del contagio politico italiano. L’Italia è stato un precursore. Già nelle elezioni politiche del 1994, dopo Tangentopoli, nella Penisola furono azzerati i partiti storici (Dc, Psi e forze laiche) e si affermarono forze nuove: Forza Italia di Silvio Berlusconi, la Lega Nord di Umberto Bossi, An postmissina di Gianfranco Fini, il Pds postcomunista di Massimo D’Alema. In seguito il terremoto è proseguito: hanno conquistato l’egemonia il Pd europeista critico di Matteo Renzi e il M5S anti europeista di Beppe Grillo. Renzi, dopo la sonora sconfitta al referendum costituzionale del 4 dicembre, sta cercando di allargare i consensi dal centro-sinistra al centro-destra. Grillo, definendo i cinquestelle né di sinistra né di destra ma post ideologici, sta tentando di ampliare i consensi verso tutti i fronti, compresi i cattolici progressisti e conservatori.

Il voto di giugno sarà una sfida difficile per Macron: il traguardo è ottenere una autonoma maggioranza di governo. Gli elettori francesi, però al ballottaggio, più che per Macron hanno votato contro Marine Le Pen, leader del Front National, partito nazionalista e populista anti europeo e anti globalizzazione. Adesso dovrà convincere gli elettori a votare per lui nelle elezioni di giugno per il nuovo Parlamento. Dovrà il giovane tecnocrate progressista dovrà convincere soprattutto i disoccupati, i precari, gli operai, gli artigiani, i trenta-quarantenni, chi sta peggio. Non a caso un sondaggio è illuminante: ha votato per lui al secondo turno solo il 31% di chi giunge a fine mese molto faticosamente e il 61% di chi ci arriva faticosamente. Invece ha votato per il giovane ex banchiere il 79% delle persone che arrivano facilmente a fine mese.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)