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Rosario Scavetta

Campi Flegrei, arriva (tardi) l’Ente Parco

Campi flegreiIl territorio dei Campi Flegrei costituisce una delle aree regionali a più alta valenza ambientale e storico-archeologica. L’area su cui insiste il Progetto si configura come un sistema territoriale paesistico – culturale – ambientale, fortemente integrato. I Campi Flegrei sono la sede della fondazione della più antica città della Magna Grecia, Cumae, (VII, VIII sec a.c.), che a sua volta ha fondato Napoli.
In epoca imperiale romana i Campi Flegrei costituivano il secondo sistema urbano territoriale del mondo. Tale sistema comprendeva il porto e la città commerciale di Puteoli, i porti militari di Lucrino e Miseno, il sistema delle ville imperiali e termali di Baia-Bauli e la città “greca” di Cuma. Il territorio è contraddistinto da un unico sistema vulcanico, l’archiflegreo, in continua evoluzione (ultima eruzione Montenuovo 1538; ultima crisi bradisismica 1983). La natura vulcanica dei luoghi ha determinato il formarsi di importanti valori: la particolare bellezza paesaggistica e naturale la presenza di acque termali di ottima qualità, la presenza di insenature naturali; la copiosa presenza del tufo e della pozzolana; straordinari materiali da costruzione; un mare pescoso; una campagna fertile la cui produzione più pregiata è rappresentata dal patrimonio di vitigni originari unici al mondo. Ma quale importanza oggi assume l’Ente Parco nel contesto territoriale, ma soprattutto, quali sono le difficoltà gestionali che deve affrontare?
Il Parco regionale dei Campi Flegrei è un parco che andava realizzato: in primis per l’importanza archeologica del territorio, ricco di risorse artistiche e monumentali, ma anche per l’elevata importanza naturalistica del luogo. Poi perché in una zona concentratissima di costa marina, con promontori che scendono a picco sul mare, nidificano esemplari quali il gabbiano reale, il falco pellegrino, il corvo imperiale, il gheppio e altri uccelli di razze rare. E ancora per la macchia mediterranea, caratteristica in alcune zone, dove è ben conservata; si pensi ai   siti di   Cuma e la gariga di Capo Miseno. Ed infine per la presenza dei laghi, in questa zona si concentrano i principali invasi della provincia di Napoli.

Ma nonostante queste bellezze paesaggistiche e le grosse potenzialità turistico- ambientali della zona ci si chiede come mai il Parco non ha mai preso il “volo”. Ma soprattutto da cosa scaturiscono le difficoltà per la sua gestione? La prima sicuramente dipende dai tagli dei fondi che ogni anno contribuiscono a rendere la situazione drammatica. Ma anche leggi che nel tempo hanno reso problematica la gestione tecnica di questi siti.
La legge regionale 133 del 1993, ad esempio, ha escluso la presenza all’interno di essi dei guardia parco, affidando il controllo alla forestale, corpo che in Italia conta meno uomini dei vigili urbani. Ovviamente lo scarso controllo della zona ha contribuito all’interno del Parco al prorogarsi del fenomeno dell’abusivismo edilizio, ma anche al pullulare di micro discariche abusive, dove purtroppo si sversa di tutto.
Paradossalmente l’articolo 6 della legge 394 del 1991, in merito le Aree Protette, regola il ripristino dello stato dei luoghi qualora il territorio sia devastato da un’iniziativa di danno ambientale. Le demolizioni sono a carico dell’abusivo, ma deve anticiparle l’ente parco ed in taluni casi per recuperare i soldi è necessario attendere svariate decine di anni.

Un peccato, perché lo sviluppo di questa enorme e preziosa risorsa avrebbe avuto una ricaduta positiva sulle attività commerciali di tutta l’area flegrea e favorito un turismo di nicchia, stabile nel tempo. Mentre oggi per la zona si assiste ad un turismo di massa, mordi e fuggi, “rumoroso” e spesso scomodo per le amministrazioni comunali che sono costrette  a gestirlo.

Rosario Scavetta

Pozzuoli. Rinasce
il Rione Terra

rione terraIl Rione Terra, la storica cittadella puteolana, sarà fruibile per l’autunno del 2016. Almeno questa è l’intenzione dell’amministrazione comunale della città flegrea. Il sindaco di Pozzuoli, Vincenzo Figliolia,  aprendo il convegno  “Dalla rinascita della Cattedrale alla valorizzazione del Rione Terra. Un percorso di confronto tra complessità gestionali e opportunità di rifunzionalizzazione”,  ha dichiarato: “siamo determinati a riconsegnare quest’antica rocca alla città di Pozzuoli che per noi rappresenta un volano imprescindibile di sviluppo”.

Durante l’incontro, tenutosi martedì 8 settembre scorso nella Basilica della Cattedrale di San Procolo, si è discusso  della gestione del ricco patrimonio archeologico e ricettivo in parte già pronto e in parte disponibile tra circa un anno, in attesa del recupero definitivo della rocca. Oltre alla Cattedrale, riaperta al culto del maggio del 2014, e alle sedi del Comune, della Curia vescovile, del museo civico e di quello diocesano, è immediatamente disponibile il percorso archeologico, che da fine settembre agli inizi di gennaio aprirà in via sperimentale tutti i sabati e le domeniche (visitabile gratuitamente) grazie al finanziamento di un progetto presentato in Regione da Comune di Pozzuoli e Soprintendenza dei Beni Archeologici di Napoli e Provincia. A tutto ciò, tra un anno, si aggiungeranno le prime strutture ricettive per complessivi 160 posti letto.

“Il Rione Terra sarà turismo e vita in superficie quando faremo decollare anche l’archeologia – ha tenuto a precisare il Soprintendente archeologico della Campania, Adele Campanelli – La rocca torni da essere motore economico, ma con l’uso sensato della risorsa antica, facendo tesoro di ciò che è emerso dagli scavi”. La disponibilità della Soprintendenza sarà fondamentale, assieme a quella della Regione Campania e del Ministero dei Beni Culturali. In attesa che si arrivi alla gara internazionale per individuare chi possa gestire l’area e le strutture turistico-ricettive, tutelando il patrimonio archeologico, occorrerà, secondo gli esperti intervenuti al convegno, realizzare studi di fattibilità economico-finanziari, individuare le forme di tutela giuridiche più consoni al progetto, giungere ad un centro decisionale che sia di supporto al gestore. Il discorso è avviato e continuerà il mese prossimo, l’8 e il 9 ottobre, al Lubec di Lucca, l’incontro internazionale dedicato allo sviluppo e alla conoscenza della filiera beni culturali – tecnologie e turismo.

Rosario Scavetta

Rione Terra, un futuro
per l’antica rocca flegrea

POZZUOLI (NA) – Il simbolo della ricostruzione post-bradisismo, il “Rione Terra”, l’antica rocca puteolana che sovrasta lo splendido golfo di Pozzuoli, dopo il completamento dei lavori, la riapertura della Cattedrale, le prossime aperture del Museo Diocesano e del percorso archeologico, sembra prendere finalmente vita. Del futuro dello splendido “borgo” puteolano se ne discuterà nei giorni 7 e 8 settembre 2015, durante il convegno “Dalla rinasPozzuoli_Rione_terracita della Cattedrale alla valorizzazione del Rione Terra. Un percorso di confronto tra complessità gestionali e opportunità di rifunzionalizzazione”. La due giorni – organizzata dall’amministrazione comunale di Pozzuoli e, per la parte scientifica da Promo PA Fondazione con il patrocinio dell’Ordine degli architetti pianificatori e paesaggisti di Napoli e Provincia e della Regione Campania e con la collaborazione della Diocesi di Pozzuoli – sarà un’importante occasione di “ascolto” e confronto per mettere a fuoco i problemi giuridici, tecnici e ambientali del progetto di valorizzazione dell’antica rocca, che per la città ha un forte valore identitario.

L’incontro prenderà il via lunedì 7 settembre alle ore 17:30 con una visita guidata gratuita per osservare da vicino la situazione del Rione Terra e dare evidenza alle potenzialità di sviluppo in rapporto allo stato dell’arte dei lavori. Si proseguirà martedì 8 settembre con l’avvio del convegno, a cui prenderanno parte professionisti, imprese, operatori della filiera culturale e turistica e stakeholder nazionali ed europei, tutti riuniti con l’obiettivo di confrontarsi sulle modalità per accelerare il processo di valutazione e di fattibilità delle ipotesi progettuali già esistenti.
Con questo incontro, il Comune di Pozzuoli, intende dare il via al tanto atteso processo di valorizzazione, riutilizzo e gestione del Rione Terra come importante attrattore culturale. I risultati del convegno saranno elaborati e portati a un successivo momento di confronto e approfondimento l’8 e 9 ottobre, in occasione di LuBeC (Lucca Beni Culturali).

Rosario Scavetta

Pozzuoli. Amianto
negli stabilimenti ex Sofer

amiantoContinua a mietere vittime l’amianto, il “nemico” invisibile che non ha lasciato indenne lo stabilimento Sofer di Pozzuoli, fabbrica di materiale rotabile (all’interno di esso si costruivano locomotive, ETR 500, TAF e carrozze per metropolitane) chiusa nel settembre del 2003. Oggi l’attenzione dei politici sull’area flegrea di Napoli (dove ancora sono collocati parte degli stabilimenti dell’azienda) è concentrata in particolar modo sulla sua riqualificazione, ma si è dimenticato, o quasi, lo “spettro” che rappresenta lo stabilimento  Sofer  per gli operai che sono deceduti e quelli che si sono ammalati di patologie legate all’amianto. La storia della Sofer parte da molto lontano. L’esposizione dei lavoratori ad inalazioni di polveri d’amianto viene riconosciuta dalla sede Inail di Napoli il 5 dicembre 1994.

Quasi nelle stesso periodo la direzione centrale dell’Inps accertò che già dall’ottobre del 1967, gli operai dello stabilimento di Pozzuoli si trovavano a contatto con il micidiale materiale. Le malattie tipiche che comporta l’esposizione all’amianto sono asbestosi, carcinoma polmonare e mesotelioma, patologie che hanno ammazzato almeno 50 lavoratori dell’azienda tra il 1973 e il 1998, quasi tutti addetti alla coibentazione prima e alla scoibentazione di carrozze, locomotori ed elettrotreni costruiti per le “vecchie” Ferrovie dello Stato.  L’amianto è nocivo per la salute dell’uomo per la sua capacità di rilasciare fibre potenzialmente inalabili. L’esposizione a tali fibre è responsabile di patologie gravi ed irreversibili, prevalentemente dell’apparato respiratorio. I più pericolosi sono i materiali friabili i quali si possono ridurre in polveri con la semplice azione manuale e a causa della scarsa coesione interna possono liberare fibre spontaneamente se sottoposti a vibrazioni, correnti d’aria, infiltrazioni d’acqua, o se danneggiati nel corso di interventi di manutenzione. L’amianto compatto invece per sua natura non tende a liberare fibre, il pericolo sussiste solo se segato, abraso o deteriorato. L’esposizione alle fibre di amianto è associata a malattie dell’apparato respiratorio e delle membrane sierose, principalmente la pleura. Esse si manifestano dopo molti anni dall’esposizione: da 10 – 15, ma anche 20 – 40 in alcuni casi.

Nel maggio del 1995, il dipartimento dell’Ambiente e Salute della Cigl Campania, decise di costituire un gruppo di lavoro sul tema dell’amianto. L’iniziativa si rese necessaria per rendere efficaci ed operativi sia il decreto legislativo 277/91 (per la protezione dei lavoratori contro il rischio dell’amianto) sia la Legge 257/92 (norme relative alla cessazione dell’impiego dell’amianto) che tardavano ad essere applicati da parte della Regione Campania. Nella stessa sede venne deciso di coinvolgere l’Associazione Auser, Onlus riconosciuta come Ente Nazionale avente finalità assistenziali, costituita nel 1989 dalla Cigl e dal Sindacato dei pensionati. L’Auser, a sua volta, costituisce una specifica sezione territoriale: l’Auser Flegrea. Quest’ultima, ancora oggi, fornisce assistenza agli ex operai e alle famiglie che hanno subito vittime per l’amianto. Secondo i dati forniti dall’Associazione, dei 167 ex lavoratori rimasti, 69 sono in mobilità, 91 in cassa integrazione, 4 pensioni ed altri 3 deceduti negli ultimi anni. Ma il problema amianto, ovviamente, non coinvolge solo gli ex dipendenti della Sofer.

L’elenco delle piccole, medie e grandi aziende esposte al rischio amianto in Campania è infinito.  E non solo. Tutta la penisola italiana è afflitta dal problema. Dal nord al sud il nemico da combattere è invisibile, letale. Si perché l’amianto era un materiale fino a pochi anni fa molto comune e anche molto diffuso, non solo nelle fabbriche, ma anche nelle case, sulle navi, sui treni, in taluni casi, usato anche come coadiuvante nella filtrazione dei vini. In pratica l’amianto era parte di noi, della nostra vita, della nostra quotidianità. Ma della sua pericolosità ce ne siamo accorti, legislativamente parlando, solo negli anni ’90, mentre il boom dei morti si verificherà, visti i tempi lunghi di incubazione, entro il 2020. E i dati inquietanti, purtroppo, non finiscono qui: gli ultimi rapporti sulle ecomafie diffusi da Legambiente parlano di 27 mila siti contaminati dall’amianto ancora presenti sul territorio nazionale.

Rosario Scavetta

A rischio frana il 7%
del territorio campano

dissestoIl “dissesto idrogeologico”, come definito all’art.54 del D.Lgs. 152/06, è “la condizione che caratterizza aree ove processi naturali o antropici, relativi alla dinamica dei corpi idrici, del suolo o dei versanti, determinano condizioni di rischio sul territorio”. Nella Regione Campania le aree con tali caratteristiche sono numerose e l’esposizione al rischio geologico-idraulico (con questo termine si fa riferimento al rischio derivante dal verificarsi di eventi meteorici estremi che inducono a tipologie di dissesto tra loro strettamente interconnesse, quali frane ed esondazioni) costituisce un problema di grande rilevanza sociale, sia per il numero di vittime, che per i danni prodotti alle abitazioni, alle industrie e alle infrastrutture, che desta ancor più preoccupazione se si pensa ai potenziali futuri scenari connessi al cambiamento climatico.

La Campania è un territorio geologicamente “giovane” e pertanto soggetto a intensi processi morfogenetici che ne modellano in modo sostanziale il paesaggio. I frequenti fenomeni di dissesto idrogeologico sono una diretta conseguenza dell’estrema eterogeneità degli assetti geologico-strutturali, geomorfologici, idrogeologici e geologico-tecnici e di un’ampia gamma di condizioni microclimatiche differenti anche in aree limitrofe o apparentemente simili. In conseguenza di tale naturale predisposizione, il dissesto si manifesta nella nostra regione con molteplici combinazioni e modalità: frane (crolli, ribaltamenti, scorrimenti, espansioni laterali, colamenti,  movimenti complessi), esondazioni e dissesti morfologici di carattere torrentizio, trasporto di massa lungo le conoidi nelle zone montane e collinari, esondazioni e sprofondamenti nelle zone collinari e di pianura.

In conseguenza dell’alto impatto causato dai tragici eventi di Sarno (maggio 1998), sono state quindi emanate norme (D.L. 11-06-98 n.180, convertito in Legge 03-08-98 n.267; D.L. 12-10-2000 n.279, convertito in Legge 11-12-2000 n.365) che hanno indotto una diversa politica di gestione del rischio idrogeologico, passando da una impostazione di base incentrata sulla riparazione dei danni e sull’erogazione di provvidenze, ad una cultura di previsione e prevenzione, diffusa a vari livelli, imperniata sull’individuazione delle condizioni di rischio e volta all’adozione di interventi finalizzati alla minimizzazione dell’impatto degli eventi.

A seguito di tali norme, si è dato avvio a un’analisi conoscitiva delle condizioni di rischio, individuando e perimetrando le aree con diverso livello di attenzione per il “Rischio idrogeologico” : R4 (molto elevato), R3 (elevato), R2 (medio), R1 (moderato). La particolare e gravosa situazione del dissesto idrogeologico in Campania risultava già nota nella prima metà del ‘900. Infatti, a seguito di decreti emanati fino alla fine degli anni ’60, ben 185 centri abitati e/o frazioni ricadenti nel territorio di 115 comuni della Campania (Elenchi provinciali comuni Campania legge 445/1908) risultano ammessi a consolidamento e/o trasferimento ai sensi della Legge 445/1908. Si può poi aggiungere che, in base all’ultimo aggiornamento degli studi del Progetto IFFI (Inventario Fenomeni Franosi Italiani), realizzato dalla Regione con l’ex Servizio Geologico di Stato, già APAT ed oggi ISPRA, si è accertato che in Campania ci sono ben 23.430 frane che, complessivamente, coinvolgono oltre 973 km2, vale a dire che poco più del 7% del territorio regionale è in frana, attiva o quiescente.

Rosario Scavetta

Campania: quale futuro
per l’agricoltura?

Vigneto Area FlegreaIndubbiamente, per i Campi  Flegrei, l’agricoltura rappresenta un’attività poco conosciuta. La conformazione del territorio esposto verso il mare tende a spostare gli interessi economici verso quest’ultimo settore, lasciando l’agricoltura la parte dell’economia di terra flegrea, per così dire, marginale. Eppure l’agricoltura nei “Campi  Ardenti”, è legata a tradizioni secolari ed è andata sempre a braccetto con la pesca e la cucina, contribuendo allo sviluppo delle attività commerciali – ristorative, su cui si fonda gran parte dell’economia di molti comuni quali, Pozzuoli,  Bacoli, Monte di Procida e delle vicine isole di Procida ed Ischia.

Purtroppo la crisi finanziaria delle economie globali ha sicuramente “falciato” un settore già provato. Negli ultimi  tempi è  purtroppo diminuito ancora il numero degli agricoltori in produzione e, fra l’altro, i prezzi dei prodotti acquistati dagli agricoltori sono aumentati del 2,1% e quelli dei prodotti venduti sono calati dell’1,5 %. Quindi, per ora, la tendenza già registrata in passato non si ferma, né si stabilizza. Intanto, però, rischiano di scomparire quelle poche medio-piccole imprese, che finora hanno preservato la biodiversità, la località e quindi la cultura dei nostri territori e che hanno il futuro segnato se non ci saranno cambiamenti forti.

L’agricoltura, come gli altri settori dell’economia nazionale, non è immune dai processi di industrializzazione. Ma l’idea che si possa produrre cibo senza contadini è utopica. Cerchiamo di non arrivare a questo.

Rosario Scavetta

‘Bomba’ ad orologeria
nei Campi Flegrei

ex discarica DifrabiUna “bomba” ad orologeria ubicata nel cuore dei Campi Flegrei, tra il vulcano Astroni ed il cratere Senga. Questo rappresenta oggi l’area dell’ex Difrabi, meglio conosciuta come discarica di Pianura-Pisani. L’indagine, riaperta in tempi recenti dalla Procura della Repubblica di Napoli, ha ritenuto sussistente il reato di disastro ambientale per i veleni presenti nel sito. Nella zona, a quanto sembra, si muore di cancro con una percentuale maggiore rispetto al resto dei territori confinanti. Le statistiche allegate agli atti dell’inchiesta sui veleni inghiottiti dall’ex discarica parlano chiaro: tra i maschi sono più alti i decessi per tumore dello stomaco e per linfomi Hodgkin, tra le donne invece, ci sono dati anomali di decessi per tumore del fegato. In entrambi i sessi sono aumentate le morti per tumore della laringe, per leucemie, per malattie epatiche e risulta incrementata anche la mortalità per malformazioni congenite nel primo anno di vita. Insomma la “bomba” ad orologeria di Pianura sta ancora ticchettando.

E non preoccupa solo gli abitanti del quartiere e della cittadina confinante, Quarto, ma tutta l’area flegrea, perché l’attività illecita di sversamento di rifiuti tossici all’interno della discarica (già attiva negli anni ’50), potrebbe aver compromesso la falda acquifera presente ad una superficie di circa 100 metri di profondità; tutto questo favorito dalla permeabilità del territorio di conformazione vulcanica. Nel provvedimento stilato dal Gip si evidenzia la preoccupazione di una situazione d’inquinamento che non interessa solo l’area della discarica, ma si estende addirittura fino alla fascia costiera di Pozzuoli. Che il problema della discarica di Pianura preoccupasse anche le zone circostanti è documentato nelle denunce dei comitati cittadini. Nel 2008, quando si paventava la possibilità di riaprire la discarica, furono i cittadini della vicina località “San Martino” a segnalare l’inadeguatezza di riaprire un sito di accumulo rifiuti, in una zona dove oggi, a pochi metri si trovano campi di equitazione, vigne, frutteti, insediamenti residenziali, scuole, piscine, centri commerciali, ecc. Senza dimenticare il sito archeologico della necropoli di San Vito e l’oasi ecologica del Wwf Astroni.

Ma nel corso degli anni, cosa ha determinato tutto questo? In primis la cattiva gestione e la mancata messa in sicurezza dello sversatoio che ha provocato la continua infiltrazione di acqua piovana e che continua a produrre biogas a contatto con i rifiuti. Questo fenomeno pericoloso è destinato pertanto ad accentuarsi con il tempo. L’inquinamento ambientale causato dal biogas e dal percolato può continuare ancora per decine di anni. Ma anche la raccolta di rifiuti tossici, la Difrabi, secondo un documento dei tecnici della Provincia di Napoli reso pubblico nel 2008, avrebbe assorbito 113mila chili di polveri di amianto bricchettate, 48mila tonnellate di rifiuti industriali speciali, 380mila tonnellate di rifiuti speciali generici in gran parte provenienti dalle regioni del Nord; le stesse che pochi anni fa negarono le loro discariche per aiutare Napoli ad uscire dall’emergenza spazzatura. In poche parole, la discarica di Pianura – Pisani, è ancora una “bomba” che andrebbe disinnescata con una radicale bonifica, ordinata negli anni scorsi dal Ministero dell’Ambiente, ma fino ad oggi, neanche cominciata.

Rosario Scavetta