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S.P.

Elezioni Spagna. Il PSOE punta sullo Stato sociale

pedro-sanchezIl primo faccia a faccia in vista elezioni del prossimo 20 dicembre è andato in onda ieri sera, nel corso del dibattito organizzato dal quotidiano “El Pais”, il primo dibattito interamente su internet tra i leader di partito che aspirano a guidare il prossimo governo spagnolo.

I tre (su quattro) candidati alla presidenza del governo in Spagna, Pedro Sanchez (Partito socialista – Psoe), Albert Rivera (Ciudadanos) e Pablo Iglesias (Podemos), si sono confrontati per quasi due ore presentando le loro proposte. Grande assente l’attuale Presidente del governo Mariano Rajoy.

Confronto web animato da un approfondito confronto programmatico, ma anche da duri scontri politici tra i candidati, un battibecco tra Sanchez e Rivera quando il primo ha identificato Ciudadanos con la destra e il Partito popolare (Pp), e tra il leader socialista e Iglesias quando quest’ultimo ha insistito sulla presenza di ex alti funzionari del Psoe nei consigli di amministrazione di grandi aziende. I tre giovani leader, che rappresentano le alternative al Partito popolare, sono stati protagonisti per due ore di un dibattito privo di eccessivi riferimenti al passato nonostante l’assenza del primo ministro uscente, Mariano Rajoy, candidato del Pp che ha rifiutato di partecipare all’evento.

Per Iglesias di Podemos e Rivera di Ciudadanos la lotta era più per aggiudicarsi la bandiera della “nuova politica” a colpi di triti e ritriti riferimenti al passato del Psoe, da cui intendono ereditare quote dell’elettorato, attribuendo ai socialisti molti dei fallimenti del sistema politico spagnolo. Sanchez, che per la prima vota affronta la sfida elettorale nazionale ha cercato di presentarsi come leader di un partito di maggiore esperienza e di attribuire al Psoe il merito dell’espansione dello Stato sociale in Spagna: “I socialisti sono gli architetti dello Stato sociale”, ha affermato il candidato socialista.

Nell’ambito delle proposte economiche, il principale punto di disaccordo tra i candidati è stato l’impegno di Rivera a stabilire un contratto di lavoro unico. Sia il leader del Psoe che Iglesias hanno respinto questa idea, sostenendo che si tratta di una “proposta di destra”. Le proposte più importanti del leader di Ciudadanos sono state l’integrazione salariale, il contratto unico, la riforma del regime dei lavoratori autonomi e la riduzione dell’imposta sul reddito. Quelle di Iglesias hanno invece riguardato la lotta all’evasione fiscale, la riduzione dell’Iva, le tasse sulle transazioni finanziarie e il rinnovamento del modello di produzione, con l’uso di energia pulita e rinnovabile. Per Pedro Sanchez un impegno su tutti, abrogare la riforma del lavoro attuata dal governo del Pp e ha parlato di un “progetto chiaro, progressivo e realistico” e della protezione dei disoccupati.

Laura Agostini

Svizzera, effetto migranti: vince la destra

Toni Brunner-SvizzeraLa destra populista e xenofoba svizzera ha ottenuto un successo ben oltre le previsioni alle elezioni politiche di ieri. L’Udc di Toni Brunner, discepolo del leader storico Christoph Blocher, si è assicurata quasi un terzo dei seggi del Consiglio Nazionale, la Camera bassa del parlamento elvetico, vale a dire 11 seggi in più dell’assemblea precedente, per un totale di 65 seggi su 200.

“La gente ha votato guidata dalla paura”, è l’amaro commento di Rebecca Ruiz, candidata socialista: il suo partito, seconda formazione del Paese attestatosi ieri al 18,8%, rispetto a quattro anni fa guadagna un solo decimale di punto, ma rimane assai vicina al suo minimo storico del 1987 (18,4%), fermandosi a 43  seggi, tre in meno di prima. Scendono anche i partiti centristi e le formazioni ecologiste mentre anche l’altro partito di destra, il Partito liberal radicale, cresce e conquista 3 rappresentanti in più, attestandosi a 33 seggi.

Esulta solo Toni Brunner, presidente dell’Unione democratica di centro (Udc), il partito della destra populista e xenofoba Svizzera, “Avevo detto che sarei stato contento se avessimo fatto lo stesso risultato di quattro anni fa. E invece guadagniamo 11 seggi, quindi direi che sì, le aspettative sono state superate”.

Referendum-stop immigrazione

Svizzera- Manifesto contro l’immigrazione di massa

Brunner, che ha immediatamente rivendicato due seggi nel futuro Consiglio federale, ha spiegato senza esitazioni le ragioni del successo: “Assistiamo da mesi a un movimento migratorio enorme in direzione dell’Europa. In Svizzera aumentano le domande d’asilo e la gente si preoccupa. E non è accettabile che ogni anno arrivino nel nostro Paese 100.000 persone in più.

Se andiamo avanti così nel 2030 saremo 10 milioni. L’Udc si impegna per per limitare l’immigrazione, in particolare tramite un’applicazione conseguente del voto del 9 febbraio 2014. La gente vuole una Udc forte per raggiungere questi obiettivi, anche se siamo consapevoli che per farlo abbiamo bisogno di una maggioranza”.
“Adesso possiamo avere una sorta di diritto di veto nell’Assemblea federale, dunque gli altri partiti dovranno davvero fare i conti anche con noi”, continua Brunner, che individua anche un altro obiettivo, la politica energetica: “Solo così possiamo cambiare le cose e magari correggere qualche decisione sbagliata del passato, per esempio la strategia energetica; finora se n’è occupato solo il Parlamento, ma la popolazione non è mai stata interpellata”.

La partecipazione al voto si è fermata al 48% degli aventi diritto. Il successo delle forze di destra e centro-destra potrebbe “rimettere in gioco diversi dossier” rimasti in sospeso nell`ultima legislatura e che dovranno essere chiusi dal nuovo Parlamento, ricorda Swissinfo. Tra questi la nuova strategia energetica 2050 e la riforma del sistema previdenziale.

Ma saranno soprattutto i rapporti con l’Unione europea e la politica nei confronti degli immigrati che risentiranno della nuova composizione del Consiglio federale e del parlamento elvetico.

Laura Agostini

Portogallo, prevale la destra
ma non ha una maggioranza

Passos Coelho portogallo

Pedro Passos Coelho

Il Portogallo va contro corrente e non punisce l’austerità voluta dal proprio governo, e decide di andare avanti con un nuovo mandato al premier di centrodestra, Pedro Passos Coelho, anche se non riesce a centrare l’obiettivo della maggioranza assoluta.
Ottiene 104 seggi su 230 nel nuovo parlamento portoghese dove la coalizione Psd-Cds di Portugal a Fronte si afferma con il 38,3%, ma perde la maggioranza assoluta che aveva dal 2011, il Partito socialista di Antonio Costa, ex sindaco di Lisbona, ottiene il 32,4% e 85 seggi, Bloco de Esquerda 19 deputati con il 10,2% ed i comunisti-verdi della Cdu 17 con l’8,3%. A sorpresa conquista un deputato con l’1,4% ed entra per la prima volta in parlamento il partito eco-animalista Pan. Il risultato del centrodestra integra l’1,5% e i 5 seggi ottenuti da liste locali del Psd. Circa metà dei deputati eletti ieri non faceva parte del precedente parlamento.
Molto distanziato il post trotzkista Blocco di sinistra, la formazione dell’attrice Catarina Martins che si ispira alla greca Syrizia, con il 9,1%, mentre la lista del Partito comunista con i Verdi e’ al 7,3%.
Un governo di minoranza rischierebbe di avere vita breve, visto che dal 1974 in Portogallo nessun esecutivo privo della maggioranza assoluta è riuscito a concludere la legislatura.
Le elezioni hanno registrato un’affluenza intorno al 50%, in lieve aumento rispetto al record negativo del 2011 ma comunque bassa a dimostrare la delusione per una crisi da cui il Paese stenta a uscire, malgrado sia finito il commissariamento della troika Fmi-Ue-Bce. Un portoghese su cinque vive infatti ancora sotto la soglia della povertà.  Antonio Costa, vicepresidente e portavoce del Partito Socialdemocratico (Psd) al governo, si è rivolto ai portoghesi per rivendicare “una grande vittoria” mentre i suoi sostenitori festeggiavano nel quartier generale della coalizione “Portugal a Frente”.
“Manterremo il nostro impegno a garantire la ripresa economica e manterremo il nostro atteggiamento di dialogo”, ha assicurato. Della coalizione, che ha portato avanti un piano di riforme e di austerità per far uscire il Paese da tre anni di recessione, fanno parte anche i democristiani di Cds-PP.
I media smentiscono che ci possa essere una reale coalizione tra socialisti, i marxisti del Blocco di Sinistra e il gruppo guidato dal Partito Comunista, che nel caso otterrebbe più deputati che i conservatori. Il Diario de Noticias ricorda nella sua prima pagina le parole di António Costa di ieri, quando ha ribadito di non voler alimentare una “maggioranza negativa”. “Soluzione governo instabile”, titola invece il quotidiano Pubblico in linea con l’Economic Daily, che ha lancia la domanda: “Stabilità, per quanto tempo?”.
Il giornale più venduto del paese, il Correio de Manha, punta su un “governo di Passos ma con il supporto di Costa”, mentre il popolare Jornal de Notícias evidenzia anche le elezioni confermano la “fiducia nella coalizione conservatrice”
Per il leader dei socialisti, Duarte Cordero, però , nessuno dei candidati ha ottenuto la maggioranza. La decisione sull’incarico spetta comunque al presidente Anibal Cavaco Silva.
Di certo i socialisti scontano ancora l’eredita’ del loro ex premier, José Socrates, che aveva accumulato gran parte dei debiti che hanno reso necessario il salvataggio da 78 miliardi della troika nel 2011. Socrates solo a settembre è tornato libero dopo gli arresti domiciliari per una serie di scandali.

Laura Agostini 

Catalogna. Autonomia ‘indipendente’ dal risultato

Elezioni Catalogna_Ap-Ansa

Artur Mas e gli indipendentisti catalani puntano tutto sul voto di domenica per il rinnovo del parlamento regionale della Catalogna per trasformare le loro vittoria in un plebiscito a favore dell’indipendenza della regione autonoma spagnola.

Secondo gli ultimi sondaggi le liste indipendentiste otterrebbero la maggioranza assoluta dei seggi e questo, secondo Mas permetterebbe alla Catalogna di proclamare l’indipendenza senza ricorrere al referendum. E se la costituzionalità della decisione è tutta da vedere, restano anche i dubbi su cosa accadrà alla Spagna, alla Catalogna e ai cittadini in caso di indipendenza sul fronte europeo, su quello finanziario e su quello prettamente politico istituzionale.

La coalizione “Insieme per il Si” – formata dal partito Cdc del capo dell’esecutivo catalano Mas, da Erc (sinistra repubblicana) e da delle associazioni indipendentiste – e la Cup (Candidatura di unità popolare, estrema sinistra indipendentista), potrebbero ottenere insieme da 74 a 75 seggi e il 47,8% dei voti, secondo un sondaggio dell’istituto Sigma Dos per il quotidiano El Mundo.

Un secondo rilevamento commissionato dalla radio privata Cadena Ser (vicina al centro sinistra) dà i separatisti vincenti con 70-77 seggi, sempre senza maggioranza dei voti (48,2%). Per raggiungere la maggioranza assoluta al Parlamento regionale sono necessari 68 seggi. Il leader degli indipendentisti catalani ha detto che se domenica prossima il suo fronte riceverà la maggioranza dei voti dagli elettori catalani, non ci sarà più bisogno di un referendum sull’indipendenza dalla Spagna.

Se invece, al contrario dei sondaggi, il “listone” indipendentista ottenesse la maggioranza dei seggi, ma non quella dei voti, si potrebbe configurare uno scenario per così dire “scozzese”, ovvero in cui l’indipendenza non vince, ma si guadagna il diritto a riprovarci, a breve o medio termine chiedendo nuovamente a Madrid il referendum che il premier Mariano Rajoy ha fino ad ora rifiutato con durezza. La formazione di centro-destra Ciudadanos, creata nel 2006 in questa regione e che milita per il mantenimento della Catalogna in Spagna, avrebbe il 14-15% dei voti. La lista di “Catalogna, è possibile” di cui fa parte il partito della sinistra radicale Podemos, creato nel gennaio 2014, davanti al Partito socialista, con l’11-12%. Il Partido popular del governo conservatore di Mariano Rajoy otterebbe dall’8 al 9% dei suffragi.

Il 28 settembre, il giorno dopo il voto, dunque il messaggio potrebbe essere: se non ora, presto. Questo, se all’interno del fronte indipendentista non vi saranno fratture su come proseguire nel frattempo, vista la discordanza di non poco conto sui criteri necessari per lanciare la cosiddetta Dui, ovvero “dichiarazione unilaterale di indipendenza”.

“E’ evidente che se avremo la maggioranza dei deputati e dei voti il 27 settembre, il referendum sarà come già fatto!”, ha dichiarato Mas. In ogni caso la Catalogna, che rappresenta il 16% della popolazione spagnola e il 19% del pil spagnolo, non proclamerà l’indipendenza all’indomani del voto. Il processo, ha spiegato Mas, prenderà complessivamente “tra i 18 mesi e i due anni” per arrivare all’adozione di una nuova costituzione. Nel frattempo Mas intende negoziare con la Spagna una separazione amichevole e con l’Unione europea la permanenza della Catalogna.

In caso però di disaccordo con Madrid sulla separazione, Mas ha detto che laCatalogna non si assumerà alcuna parte del debito della Spagna (come invece farebbe in caso di separazione consensuale): “Se non ci sarà accordo, noi non abbiamo alcun obbligo sul debito spagnolo”. “E allora – ha continuato Mas – come potrà la Spagna a rimborsare il suo debito che ammonta al 120% del pil, se perderà la parte più produttiva della sua economia?”.

Mas, presidente di questa ricca regione del Nord-est della Spagna, ha reclamato invano da 2012 il diritto di organizzare un referendum sull’indipendenza come ad esempio aveva fatto la Scozia l’anno scorso.

Se dovesse vincere il fronte indipendentista non è chiaro, quindi, cosa accadrà realmente. Il governo conservatore del Pp fino ad ora ha fatto orecchie da mercante, limitandosi a delle iniziative giudiziarie per impedire la possibilità di un referendum e proponendo nei giorni scorsi una riforma della Corte Costituzionale che desse ai supremi giudici gli strumenti per punire direttamente chi viola le sue sentenze. Una pistola amministrativa puntata contro i dirigenti indipendentisti.
Ma il partito del premier Mariano Rajoy non ha avanzato alcuna proposta per una soluzione politica alla crisi. Il primo ministro spagnolo negli ultimi giorni ha lanciato nuovamente un avvertimento ai sostenitori dell’indipendenza della Catalogna. Secondo il premier sarebbero a rischio le pensioni, i depositi bancari e i diritti dei cittadini spagnoli. “Alcuni dicono che l’indipendenza della Catalogna è la panacea di tutti i mali, che creerà nuovi posti di lavoro. E’ tutto falso”, ha dichiarato Rajoy . “Significherà l’uscita dall’Ue. Cosa accadrà alle pensioni? Ci sono più pensionati che contribuenti, cosa succederà alle istituzioni finanziarie, ai depositi bancari, alla moneta?”, ha chiesto Rajoy.

Il premier si è anche chiesto sei i catalani potranno mantenere la cittadinanza spagnola se la regione, che conta per un quinto del Pil spagnolo, diventerà indipendente. Il primo ministro spagnolo ha ricordato che qualsiasi rottura da parte dei nazionalisti catalani dopo il voto “non avrà valore legale, andremo ovviamente davanti alla Corte Costituzionale. Cosa è la Spagna spetta agli spagnoli non solo ad alcuni”.

Anche economisti, associazioni patronali e think tank hanno espresso le loro riserve sulla dichiarazione unilaterale di indipendenza. Le grandi banche e casse di risparmio spagnole e europee hanno avanzato il rischio per la stabilità finanziaria della Catalogna sottolineando che la secessione “porta a un’esclusione dall’Ue e dall’euro”. Le due più grandi banche catalane, Caixabank e Sabadell, hanno lasciato intendere d’altro canto di essere pronte a ritirarsi dalla regione.

Stando a zero le controproposte del governo per il raggiungimento di un accordo più indolore della dichiarazione di indipendenza unilaterale della Catalogna, si potrebbe arrivare ad una situazione alla quale entrambe le parti non sono affatto preparate: due mesi di limbo – almeno cioè fino a che le elezioni politiche spagnole di dicembre non avranno chiarito quale sia la maggioranza a Madrid con cui Barcellona dovrà effettivamente fare i conti – che potrebbero rilanciare un’opzione di tipo federalista, difesa per esempio dai socialisti. Una possibilità che seppure appaia di buon senso fino ad ora non ha ricevuto un solido appoggio popolare in Catalogna, dal momento che tutte le precedenti promesse in questo senso – a partire appunto dallo Statuto di Autonomia – sono andate disattese. Una sfida elettorale quella di domenica che tirerà la volata per elezioni politiche di novembre.

Laura Agostini

 

Fecondazione ‘esterologa’.
Cliniche spagnole in Italia

Fecondazione-eterologa-barcellonaNasce in Italia un nuovo centro di diagnosi e consulenza in materia di riproduzione medicalmente assistita. L’iniziativa è del Gruppo IVI (Instituto Valenciano de Infertlidad) che, a 25 anni dall’apertura del primo centro di riproduzione assistita in Spagna, ha deciso di avviare anche nel nostro Paese una propria attività, affidando la gestione alla dottoressa Daniela Galliano, ginecologa esperta di medicina della procreazione. Mentre l’attività di donazione di gameti nel Belpaese langue, i centri della Penisola iberica non stanno a guardare e si giocano la carta delle ‘succursali’ per dare alle coppie italiane un punto di riferimento in più e un biglietto aereo di meno nella ricerca di un figlio.

L’investimento in Italia si spiega con i numeri. La Spagna, dopo il boom della cosiddetta fecondazione esterologa durante i governi Zapatero, è rimasto uno dei paesi più gettonati dagli aspiranti genitori che hanno necessità di ricorrere alla fecondazione eterologa. I viaggi della provetta non si fermano neanche adesso che in Italia è caduto il divieto contenuto nella legge 40, il Gruppo Ivi, per esempio, vanta di aver accolto nei suoi centri “più di 7.000 donne italiane (nel conteggio rientrano donne single, coppie lesbiche e coppie conviventi) negli ultimi 5 anni, per ricevere consulenza, diagnosi e trattamenti specifici in materia di infertilità”. E se prima erano le coppie italiane in fuga dagli ostacoli incontrati in patria ad andarsi a cercare la clinica all’estero, ora nell’era del turismo procreativo moderno sono le cliniche ad andare da loro.

Una scelta quella di Ivi, spiega la stessa direttrice della sede romana, dettata dalla necessità di far fronte “alla sempre più crescente domanda per simili soluzioni da parte dei pazienti italiani nelle nostre cliniche operanti in Spagna”. La ‘succursale’ romana, “si occuperà di effettuare tutte le visite finalizzate alla diagnosi e all’individuazione dei trattamenti più idonei oltre a realizzare tutte le analisi complementari così da rendere necessario, al momento, il viaggio in Spagna solo per la parte di trattamenti clinici”. I cambi normativi in corso nella legislazione italiana e la conseguente futura possibilità di ottenere la donazione eterologa di gameti anche in Italia, chiarisce Antonio Pellicer, presidente e fondatoredi Ivi, “sono elementi che hanno determinato le condizioni decisive nella scelta di aprire una clinica a Roma che possa offrire alle coppie che per diversi motivi ne avessero bisogno medico o personale di sottoporsi a trattamenti fino ad oggi ottenibili solo all’estero”.

Laura Agostini

Catalogna, dalle elezioni alla dichiarazione d’indipendenza

catalunya3Una delegazione degli indipendentisti di Irs ha partecipato alla Diada de Catalunya, che si è svolta l’11 settembre a Barcellona. La festa nazionale catalana ha coinciso quest’anno con l’avvio della campagna per le elezioni regionali del 27 settembre: se gli indipendentisti avranno la maggioranza assoluta nel nuovo parlamento di Barcellona, il presidente della Catalogna Artur Mas ha promesso che darà il via alla dichiarazione di indipendenza dalla Spagna, che porterebbe la Catalogna fuori dalla Spagna entro 18 mesi, tutto nonostante la durissima opposizione del premier spagnolo Mariano Rajoy, che minaccia di commissariare la regione.
La delegazione di Irs, formata da Simone Maulu e Fabrizio Macciocu, ha incontrato diversi rappresentati politici e istituzionali dell’attuale Governo Catalano. “Oggi noi guardiamo con molta attenzione quello che sta succedendo in Catalunya, che dimostra sempre più come in Europa esistano grossissimi problemi di democrazia – spiegano i delegati – noi non ci riconosciamo in questa Europa, che accentra i poteri sugli stati centralisti e che non rispetta le esigenze delle popolazioni che la compongono. Noi vogliamo costruire una nuova Europa dei Popoli fondata sulla collaborazione, sul rispetto delle diversità , sulla giustizia sociale, con una distribuzione equa della ricchezza, che porti alla riconquista della dignità per le persone e per i popoli. I rappresentati della sinistra conservatrice non vogliono che questo avvenga, perché sono impegnati a difendere i loro pezzi di potere e pensano solo all’arricchimento personale e alle clientele politiche, e non vogliono rispondere ai cittadini, perché rispondono ai governi centrali e non al popolo. La sinistra conservatrice e liberista, che di sinistra non ha più niente, è morta”.
Mariano Rajoy ha ribadito oggi che per la Catalogna l’indipendenza significherebbe “abbandonare l’Europa”.
Di recente il premier britannico David Cameron ha avvertito che in caso di secessione la Catalogna sarebbe fuori dall’Ue e dovrebbe “fare la coda” dietro ai paesi già candidati all’Unione. Una tesi contestata dal leader indipendentista Oriol Junqueras, che ha chiesto a Cameron di quale trattato europeo preveda l’uscita di una regione già nell’Ue che diventi indipendente. Artur Mas ha però ammesso oggi in una intervista televisiva l’esistenza di un problema: “affinché la Catalogna diventi un nuovo stato Ue, i paesi membri dovranno ratificarlo. Lo stato spagnolo non lo farà mai. E noi potremmo avere un problema”.
I sondaggi prevedono per ora una vittoria degli indipendentisti alle regionali con una maggioranza assoluta in seggi nel nuovo parlamento di Barcellona.

Laura Agostini

Torna il franchismo in Spagna con la Ley Mordaza

Spagna-Ley MordazaLa Ley Orgánica de seguridad ciudadana, ribattezzata Ley Mordaza (Legge Bavaglio) è da 10 giorni in vigore, ma le proteste in Spagna non si placano, così come proseguono i commenti critici sulla stampa internazionale. Il New York Times l’ha definita una “legge abominevole” e ha affermato che riporta la Spagna “in maniera inquietante ai tempi bui di Franco”.  Dalle nazioni Unite è arrivato un chiaro invito al Governo spagnolo a sospendere l’applicazione della legge, invocando “il diritto di protestare pacificamente e di esprimere collettivamente un’opinione è fondamentale per l’esistenza di una società libera e democratica”.

Inviti e proteste che non hanno portato a nessuna  marcia indietro, totalmente ignorati gli avvertimenti di giuristi, giornalisti e cittadini, la Ley Mordaza è in vigore e quindi verrà applicata.

In base a questa legge, la polizia potrà, senza autorizzazione dei giudici, acquisire sistematicamente tutte le informazioni delle conversazioni telefoniche e in rete di persone considerate sospette. Inoltre sono punite le manifestazioni non autorizzate, e anche  chi dovesse pubblicizzare e sostenere manifestazioni non autorizzate su Internet (anche solo postando sulla propria bacheca di Facebook il simbolo di una manifestazione) incorrendo in una multa che può andare da 30.000 a 60.000 euro. È considerato reato di fiancheggiamento del terrorismo semplicemente collegarsi con continuità e visitare “spesso” siti web di organizzazioni terroristiche (pene da 1 a 5 anni di carcere).

La legge, prevede 44 fattispecie di reato che concedono la facoltà di multare i cittadini con sanzioni che vanno dai cento ai seicentomila euro per infrazioni amministrative suddivise in tre categorie: lievi, gravi e molto gravi. L’obiettivo della legge è consentire alla polizia di agire in maniera rapida e decisa contro le persone che commettessero una o più di una di queste 44 infrazioni senza passare davanti al giudice, atti che riportano la Spagna ai tempi della dittatura franchista e in uno Stato di polizia.

Le opposizioni PSOE e Izquierda Unida al Senato e alla Camera che poco hanno potuto fare in sede legislativa, ora non posso far altro che compattarsi e fare fronte comune insieme a Podemos. L’obiettivo principale della legge, a quanto pare, è aiutare il partito al governo a rimanere al potere scoraggiando le proteste contro l’austerità, che sono aumentate e si sono rivelate di grande supporto per il Podemos che sembra destinato a raggiungere una buon risultato nelle elezioni di novembre.

Laura Agostini

Spagna. Sanchez lancia
la riforma costituzionale

Pedro sanchezIl segretario generale del Partito socialista spagnolo, Pedro Sanchez, oggi darà concretamente il via al suo progetto di riforma costituzionale con la presentazione dei 14 esperti che esamineranno la questione, partendo dal principio che la Costituzione va difesa ma non è immutabile.

Il risultato del lavoro degli esperti verrà poi inserito nel programma elettorale di Sanchez, ma non prima di essere stato sottoposto alla valutazione e all’approvazione del suo partito. L’incorporazione di nuovi diritti e delle libertà, il miglioramento della qualità della democrazia, il rafforzamento dello Stato sociale e la costruzione di un modello federale per la Spagna, sono i principi cardine della proposta di riforma costituzionale avanzata dai socialisti.

Sul fronte degli equilibri politici in vista delle prossime elezioni generali di fine anno, Sanchez sarà ricevuto il prossimo 27 luglio dal Presidente dei Paesi Baschi, Inigo Urkullu, presso la sede del governo regionale. Sarà il primo incontro tra il capo del governo autonomo e il leader socialista, durante il quale verranno discusse possibili forme di collaborazione politica sia nei Paesi Baschi che a livello nazionale. Il Partito nazionalista basco (Pnv) “parlerà con tutti”, ma rende esplicita la possibilità di accordi con un possibile governo socialista. Molto probabilmente, nell’arco della riunione non sarà firmato o siglato alcun accordo formale, come precisato da fonti di entrambi i partiti, le quali però rilevano un contesto appropriato per un’intesa dopo che i socialisti e il Pnv hanno firmato accordi in diversi Consigli comunali e provinciali baschi, a seguito delle elezioni amministrative dello scorso 24 maggio.

Intanto il tema delle autonomie è sempre al centro del dibattito politico in Catalogna dove il nuovo sindaco di Barcellona Ada Colau, eletta con Podemos, si è pronunciata oggi in favore del ‘diritto a decidere’ sull’indipendenza “per la Catalogna, come per la Scozia”.
A poco più di due mesi dalle elezioni regionali, che il presidente catalano il nazionalista Artur Mas vuole trasformare in un plebiscito sull’indipendenza, Colau ha affermato che il diritto a decidere lo statuto futuro della regione è “un principio democratico”. Il governo centrale del premier popolare Mariano Rajoy si oppone fermamente a qualsiasi referendum sull’indipendenza della Catalogna affermando l’incostiztuzionalità dell’eventuale voto. Intanto tra le due fazioni si muovono i partiti indipendentisti catalani moderati e di sinistra che stanno cercando di costituire una lista comune per l’indipendenza alle regionali del prossimo 27 settembre.

Laura Agostini

Usa il senatore socialista
che sfida Hillary Clinton

Hillary-Clinton-Bernie-SandersSecondo i sondaggi Hillary Clinton non avrebbe rivali nella corsa alla Casa Bianca, ma prima dovrà comunque vincere le primarie democratiche sui compagni di partito Lincoln Chafee, Martin O’ Malley e il socialista Bernie Sanders.

Sanders 74 anni ex sindaco di Burlington la città più grande dello Stato del Vermont, è il candidato indipendente che si (auto) proclama socialista, nel senso più americano del termine, militando da sempre nella sinistra radicale made in USA. Nato nel 1941 a Brooklyn da una famiglia di immigrati ebrei, laureato in scienze politiche, attivista nel movimento per i diritti civili, dopo la laurea sceglie di vivere per qualche mese in un kibbutz israeliano. Una volta tornato in America, sempre nel 1964, trasferisce nel Vermont – Stato con una grande tradizione anarchica, anche italiana, e di sinistra – dove negli anni ha lavorato come muratore, filmmaker, scrittore e ricercatore, prima di entrare in politica nel 1971 quando si è iscritto al Liberty Union Party del Vermont, che al tempo si batteva contro la guerra in Vietnam.

Sanders candidato indipendente perché troppo di sinistra per le posizioni del partito democratico, fra le altre cose è un accanito sostenitore della «rivoluzione politica contro la classe miliardaria», senza celare il fatto che la sua avversaria Hillary Clinton fa parte di quella classe super ricca contro cui il popolo americano dovrebbe schierarsi.

Nessun problema in casa Clinton, che ha accolto la candidatura di Sanders con lo stile tipico che si concede agli sfidanti senza alcuna speranza di vincere la corsa elettorale.
La realtà è che Sanders farà bene alla campagna elettorale democratica e a quella di Hillary Clinton. Come spiega il Washington Post, Sanders non si è candidato per vincere, ma ha candidato una causa.
Il senatore del Vermont vuole portare le sue questioni al centro del dibattito politico e farle diventare parte delle promesse democratiche per il prossimo quadriennio mandato alla Casa Bianca.

I suoi ideali di sinistra ricorderanno agli elettori liberal la loro frustrazione nei confronti di Clinton, ma allo stesso tempo la aiuteranno a presentarsi come una moderata, le cui posizioni rassicureranno a novembre 2016 gli elettori indipendenti, quelli che spesso decidono l’esito delle elezioni.

Laura Agostini

PSOE punta su Sanchez
e nazionalismo

Sanchez-el cambio

Il segretario del Psoe Pedro Sanchez, 43 anni, sarà il candidato alla presidenza del governo per i socialisti spagnoli alle elezioni politiche in programma per novembre e sfiderà con ogni probabilità il premier uscente Mariano Rajoy, presidente del Partido Popular, e i leader di Podemos e Ciudadanos, le due nuove formazioni anti-casta, Pablo Iglesias e Albert Rivera.

A rianimare le speranze socialiste in Spagna ci ha pensato il Partito popolare, coinvolto in una serie di scandali che hanno suscitato l’indignazione riversatasi, però, per Podemos nel voto amministrativo di fine maggio. Inoltre, il centodestra che può contare solo su un grande partito e non su una frammentazione politica come avviene a sinistra e quindi contare anche su alleanza post voto, sembra non esser riuscito a rispondere alle difficoltà economiche del Paese, scoppiate nel precedente mandato socialista a guida Zapatero.

“La società spagnola continua ad affrontare due problemi che ne indeboliscono la forza: la disoccupazione e la corruzione”, ha detto Sanchez nel suo discorso come candidato, che nei sondaggi è, grazie anche alla sua verve telegenica, il secondo politico più gradito del Paese, dopo Albert Rivera leader di “Ciudadanos”.
In casa socialista quindi tutto è andato come da previsione, non ci saranno le primarie aperte per mancanza di avversari e conseguentemente nessuna lotta interna, che non avrebbe giovato a un partito ridotto ai minimi storici, ma un presa di coscienza di fare fronte comune e unirsi attorno alla figura del segretario, che per altro non si è mai misurato personalmente con il voto nazionale.

Una scelta quella dei socialisti spagnoli di scommettere su Sanchez “il bello” arrivata per acclamazione, o per mancanza di alternative si affrettano a commentare gli appartenenti della sinistra socialista, durante l’ultimo consiglio nazionale del partito, programmato e confezionato in pieno stile da inizio campagna elettorale. Palco allestito con alle spalle una bandiera spagnola e nessun riferimento al PSOE, ma con uno slogan dal sapore nazionalista storicamente usato dalla destra del Paese ma dato oramai per certo dagli esperti di comunicazione del partito socialista, “Más España”, più Spagna, per rappresentare “La unidad y la solidaridad”

A meno di un anno dalla elezione come segretario arriva per Pedro Sanchez il momento dell’azione e dimostrare di poter puntare alla vittoria ricompattando il voto, non solo dei socialisti, su un progetto politico alternativo a quello del PP, dopo la disastrosa parentesi della segreteria Rubalcaba.

il video della proclamazione di Pedro Sanchez candidato alla presidenza del governo.

Laura Agostini