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S. R.

La manovra d’azzardo. Sul Def Tria scrive all’Europa

Giovanni Tria

Il ministro dell’Economia Giovanni Tria ha inviato una lettera alla Commissione europea sui nuovi obiettivi di finanza pubblica, sostenendo che l’economia italiana crescerà dell’1,5% nel 2019 e dell’1,6% nel 2020. L’inusuale comportamento è sorprendente: di solito, dopo aver presentato le note al Bilancio, si attende la lettera valutativa della Commissione europea per rispondere successivamente.

Il Ministro, commentando con soddisfazione il risultato dei lavori di questi giorni, in una nota ha definito la prossima manovra di bilancio ‘coraggiosa e responsabile’, puntando alla crescita e al benessere dei cittadini, assicurando in seguito un profilo di riduzione del deficit, che passerà dal 2.4% del 2019 al 2.1% del 2020 per chiudere all’1.8% del 2021. Il Ministro Tria, nella nota, ha sottolineato anche quanto segue: “L’impatto delle singole misure sull’economia del Paese deve essere valutato nel quadro dell’intera manovra. Maggiori risorse per gli investimenti pubblici e privati, minore pressione fiscale sulle piccole e medie imprese e sui lavoratori autonomi, spinta al ricambio generazionale sul mercato del lavoro e sostegno ai soggetti più vulnerabili: quest’insieme di misure porterà un aumento della crescita all’1.5 per cento nel 2019 per arrivare all’1.6 e l’1.4 negli anni successivi. Il raggiungimento degli obiettivi di crescita verrà ottenuto anche grazie a un attento disegno degli interventi sia sul versante degli investimenti, sia su quello delle misure di sostegno attivo per il lavoro e la coesione sociale che garantiscano la stabilità complessiva del sistema. Ora si apre la fase di confronto con la Commissione Europea, che potrà valutare le fondate ragioni della strategia di crescita del Governo delineata dalla manovra. Come è avvenuto all’interno del Governo, auspico che il dialogo con la Commissione Europea rimanga aperto e costruttivo, tenendo conto delle reali esigenze di cittadini e imprese e del ruolo che svolgono le Istituzioni. In questo dialogo il Governo si presenta compatto e fiducioso”.

Il Ministro Tria, docente di economia, professore di chiara fama, che ha sostenuto fino a pochi giorni fa il limite massimo all’1,9% per il deficit del corrente anno, improvvisamente si è trasformato in un fervente sostenitore della manovra con un deficit al 2,4%. Il professor Tria conosce bene le leggi economiche e sa bene che il coraggio di questa manovra è quella che necessita ad un giocatore d’azzardo. Di certo la manovra assume impegni di spesa senza avere nessuna certezza sullo sviluppo economico che difficilmente potrebbe realizzarsi anche se è auspicabile per il bene degli italiani.

S. R.

Quota 100, allarme nel comparto sanità

Sanità-Legge stabilitàIl sindacato dei medici Anaao-Assomed, responsabilmente, ha lanciato un allarme per l’introduzione di quota cento per il pensionamento.

Come è ormai noto, il Governo si appresta a riformare la Legge Fornero introducendo la quota 100. L’uscita interesserà, in pochissimo tempo, 25 mila persone che lavorano nella sanità tra medici e dirigenti sanitari, cioè i nati tra il 1954 e il 1957. Aggiungendosi alle 45 mila uscite previste dalla Legge Fornero, ci sarà un esodo dagli ospedali di circa 70 mila tra medici e dirigenti medici. L’allarme è stato lanciato dal sindacato dei medici Anaao Assomed dopo aver fatto un’analisi delle ricadute della riforma delle pensioni sul Servizio sanitario nazionale.

In un comunicato diffuso dal sindacato dei medici si legge: “Non basteranno i giovani neo specialisti a sostituirli, ma soprattutto è a rischio la qualità generale del sistema, perché i processi previdenziali sarebbero così rapidi e drastici da impedire il trasferimento di esperienze e di pratica clinica. Superato lo scalone previdenziale creato dalla Legge Fornero i medici e i dirigenti sanitari abbandonano il lavoro con una età media di 65 anni, grazie anche ai riscatti degli anni di laurea e specializzazione. La riforma determinerà in un solo anno l’acquisizione del diritto al pensionamento di ben 4 scaglioni, diritto che verrà largamente esercitato visto il crescente disagio lavorativo per la massiccia riduzione delle dotazioni organiche. Il Conto annuale dello Stato mostra che dal 2010 al 2016 i medici e i dirigenti sanitari in servizio sono diminuiti di oltre 7.000 unità. Questo ha permesso alle Regioni una riduzione delle spese per il personale che limitatamente al 2016 ammonta a circa 600 milioni di euro. Diversi miliardi, se il calcolo viene effettuato dal 2010 ad oggi”.

Negare il diritto alla salute è come negare il diritto alla vita. La sanità è un servizio essenziale che andrebbe migliorato e non peggiorato.

Roma, 03 ottobre 2018

Salvatore Rondello

Draghi: chi critica la Bce nasconde la verità

Draghi-Eurozona

La discussione all’Europarlamento a Bruxelles, questa settimana, si è aperta ieri pomeriggio con il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi, dinanzi alla commissione per i problemi economici e monetari sulle prospettive economiche e monetarie dell’area euro e, in particolare, dei piani della Bce per porre fine al quantitative easing. La commissione bilanci adotterà, fra domani e mercoledì, le sue proposte per il bilancio dell’Ue per il prossimo anno. Una nota ha spiegato: “I deputati sono invitati a privilegiare i programmi di potenziamento che sostengono gli scambi di studenti come Erasmus, le piccole e medie imprese, la ricerca, le reti transeuropee, i posti di lavoro, l’innovazione sociale e l’occupazione giovanile, nonché i fondi legati al clima. Possono inoltre aggiungere finanziamenti per ulteriori misure nel settore della sicurezza, delle migrazioni e dell’aiuto ai profughi, sia all’interno che all’esterno dell’Ue. I candidati per il Premio Sakharov 2018 per la libertà di pensiero saranno presentati giovedì in una riunione congiunta con le commissioni affari esteri e sviluppo e con la sottocommissione per i diritti umani. Quest’anno ci sono otto candidati. Le commissioni per gli affari esteri e lo sviluppo voteranno il 9 ottobre per selezionare i tre finalisti. La Conferenza dei presidenti del Parlamento selezionerà il vincitore finale il 25 ottobre”.

Il presidente della Bce, Mario Draghi, durante il suo intervento ha affermato: “Ho detto che le parole hanno fatto danni, perché le famiglie e le imprese pagano tassi più alti di prima, oltre per quanto riguarda le imprese a garanzie e clausole contrattuali diverse da quelle degli altri Paesi, che pagano ai tassi di prima o anche più bassi. Per le famiglie sono anche saliti i tassi sul credito al consumo, mentre per i mutui il processo è più lento, e questo è successo in Italia e non altrove. La Bce non ha trattato in modo diverso Italia e Germania, non è vero, punto e basta, perché la Bce non ha fornito prestiti, la Bce ha comprato i titoli sovrani in ogni Paese a seconda della chiave di sottoscrizione dei capitali della Bce, facciamo una politica monetaria in tutti Paesi, non in uno o in un altro”. Rispondendo anche a chi proponeva un limite ai pagamenti della Bce, Draghi ha detto: “Questo sarebbe fatale per l’eurozona, non ha nessun senso fare pagamenti sino a una certa soglia”.

Il numero uno della Bce, spiegando che a dieci anni dallo scoppio della crisi e dalle misure per farvi fronte, ha aggiunto: “Oggi il lavoro non è ancora finito ma stiamo raccogliendo i frutti dei nostri sforzi con la crescita positiva da oltre 5 anni, la disoccupazione al minimo da novembre 2008 e con il reddito disponibile delle famiglie in crescita al tasso più alto da 10 anni. In linea con quanto deciso a Riga di ridurre il ritmo degli acquisti netti di titoli a 15 miliardi di euro a partire da ottobre sino alla fine dell’anno, a questi punto prevediamo che, a condizione dei dati in arrivo che confermino le nostre previsioni a medio termine dell’inflazione, cesseremo gli acquisti, ha detto ancora Draghi, sottolineando che questo però non significa che la nostra politica monetaria cesserà di essere accomodante”.

In sintesi, coloro che hanno criticato la Bce, lo hanno fatto nascondendo la verità. La Bce ha svolto un ruolo molto importante per lo sviluppo dell’Unione Europea. Questo ruolo non finirà con la fine del quantitative easing, ma proseguirà equamente, anche con altri strumenti, in ottemperanza del suo ruolo istituzionale senza privilegiare nessun Paese dell’Unione.

Salvatore Rondello

Negozi chiusi la domenica favorirebbero E-commerce

NEGOZIOromaLa questione della chiusura dei negozi la domenica è iniziata a luglio scorso con le dichiarazioni del sottosegretario all’Economia Domenico Crippa del M5S. Ed anche allora ci fu la reazione della Confcommercio e di altre associazioni di categoria preoccupate per la perdita di posti di lavoro.
Il ministro dell’Agricoltura e del Turismo, Gian Marco Centinaio, durante la sua visita alla Fiera del Levante di Bari, rispondendo alla domanda sulle dichiarazioni rese, sempre a Bari, dal ministro Di Maio, il quale ha annunciato l’approvazione della legge che impone lo stop nei fine settimana e nei festivi a centri commerciali, con delle turnazioni e l’orario che non sarà più liberalizzato, ha detto: “La proposta che abbiamo è di non bloccare le aperture domenicali nelle città turistiche”.
Il vice presidente del Consiglio, ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro, Luigi Di Maio, partecipando alla trasmissione televisiva ‘L’aria che tira’ su La7, a proposito della proposta di legge per lo stop alle aperture domenicali e festivi dei negozi, ha annunciato: “Non dico che sabato e domenica non si fa più la spesa, ci sarà un meccanismo di turnazione: resta aperto solo il 25%, il resto chiude. Ci sarà sempre un posto dove andare a fare la spesa”.
Di Maio ha spiegato: “La turnazione la deciderà la legge e il sindaco con i commercianti come avveniva prima. Si tratta di un provvedimento di cui abbiamo discusso in Parlamento e in passato ed è una proposta anche del Pd, anche se Renzi dice che è una proposta illiberale. Questa proposta è una misura di civiltà ci viene chiesta dai commercianti, dai padri e madri di famiglia che essendo proprietari di in un negozio dicono che se mi mettete in concorrenza con un centro commerciale dal lunedi al venerdi i miei figli non li vedo più”.
Il ministro per i Rapporti con il Parlamento e la Democrazia diretta, Riccardo Fraccaro, ha affermato: “Sulle aperture domenicali degli esercizi commerciali la maggioranza presenterà una proposta in grado di tutelare lavoratori e Pmi, in modo da ripristinare regole certe in un settore dove vige la legge del più forte. Le resistenze che arrivano dai partiti di minoranza sono evidente espressione dell’ennesima sudditanza nei confronti delle lobby. Noi tireremo dritto e approveremo la legge in Parlamento al più presto per dare al Paese una normativa in grado di superare il selvaggio West delle liberalizzazioni. È un dato oggettivo che, di fronte alla concorrenza sleale delle multinazionali, non si sono registrati né un aumento dei consumi né maggiori assunzioni ma solo pesanti ricadute sociali. A farne le spese sono i diritti dei cittadini, le piccole e medie imprese che vengono messe in ginocchio dai grandi gruppi di potere e le famiglie italiane. Intervenire sulle chiusure festive significa accogliere le istanze del Paese reale, basti pensare all’ondata di scioperi in tantissime Regioni di pochi mesi fa contro le aperture festive e alla richiesta di Confcommercio e Confesercenti di approvare la nostra legge. Peraltro, una proposta simile ha raccolto ben 150mila firme ed è nostro compito tradurre in atti concreti la volontà popolare, con buona pace di chi l’ha sempre calpestata e vorrebbe continuare a farlo. Il cambiamento è arrivato, ora la qualità della vita dei cittadini conta più degli interessi di pochi”.
Il linguaggio di Fraccaro ricorda, per alcune parole usate, il linguaggio di un tristemente noto presidente del Consiglio che ha governato il Paese per un ventennio prima dell’avvento della Repubblica.
Claudio Gradara, presidente di Federdistribuzione, l’associazione che raggruppa centri commerciali e ipermercati, in un’intervista al Corriere della Sera, ha affermato: “Chiudere il commercio la domenica, che è diventata il secondo giorno per incasso dopo il sabato avrebbe un effetto negativo sui consumi, già fermi, mentre i posti di lavoro a rischio, per l’intero settore, sarebbero tra i 30 e i 40 mila. Sugli investimenti abbiamo già i primi segnali di grandi gruppi che, prima di andare avanti, vogliono capire come finirà questa storia. Avevamo già chiesto un incontro al ministro Luigi Di Maio ma finora non siamo riusciti a parlare con lui. Quanto ai piccoli commercianti, favorevoli allo stop partiamo dai numeri. Dal 2012, i piccoli esercizi che hanno chiuso sono l’1,9%: non mi pare una ecatombe considerando la crisi degli ultimi anni. E poi non è con il ritorno al passato che ci si può difendere. Chiudere la domenica farebbe crescere ancora di più il commercio online. E l’ipotesi di uno stop domenicale anche per il commercio online è un segnale positivo. Ma, al di là degli annunci, dal punto di vista tecnico mi pare difficile da realizzare”.
Anche Roberto Liscia, presidente di Netcomm, il consorzio del commercio elettronico italiano che critica il governo in materia di liberalizzazioni, ha affermato: “La chiusura dei centri commerciali la domenica favorirebbe l’e-commerce ma se le intenzioni sono di limitare anche l’operatività delle vendite online, allora sarebbe un grande danno per il paese. Significa favorire i grandi player internazionali che hanno elevati livelli di efficienza che gli consentono di recuperare lo stop della domenica”.
Il presidente di Netcomm ha lanciato l’allarme sulla perdita di occupazione e punti di Pil. Liscia ha continuato: “Vietare le vendite di domenica significa che uno spagnolo acquisterà vini in Francia. La competitività dell’Italia verrebbe danneggiata. Piuttosto dobbiamo lavorare affinché le piccole realtà commerciali italiani diventino digitali. In paesi come Francia, Gran Bretagna e Germania si sta programmando la consegna dei prodotti anche il sabato e la domenica”.
Secondo Liscia non c’è una contrapposizione tra online e commercio tradizionale. Così ha spiegato: “Chi acquista nell’online e nelle strutture tradizionali spende tre volte rispetto ai consumatori che acquistano solo su un canale. E-commerce e commercio tradizionale non sono alternativi. Devono poter collaborare”.
Le parole del presidente di Netcomm sul rapporto tra internet e negozi fisici trovano conferma anche nel rapporto annuale sull’e-commerce realizzato dalla Casaleggio Associati. Negli Stati Uniti ad esempio l’e-commerce è la principale ragione delle chiusure di negozi di colossi del commercio come Toys, Foot Locker e Gap ma negli ultimi anni il saldo tra aperture e chiusure di negozi è positivo.
Nell’ultimo rapporto della Casaleggio, si legge: “I negozi fisici continuano e continueranno dunque ad essere presenti, come parte dell’esperienza d’acquisto. In alcuni casi potranno fungere prevalentemente da generatore di esperienza o da showroom, per consentire al cliente di conoscere il prodotto, provarlo ed entrare in contatto con il brand. Andare in negozio sarà considerata sempre più un’esperienza paragonabile ad andare al cinema a vedere un film, invece che guardarlo a casa. Il consumatore si aspetta attività coinvolgenti, come gli eventi, nonché l’utilizzo di tecnologia, come ad esempio la realtà aumentata, per provare i capi solo virtualmente o ottenere suggerimenti per gli abbinamenti”.
L’apertura degli sportelli nei giorni festivi non riguarda solo l’Italia ma tutti i Paesi dell’Europa. E’ opportuno sapere come si regolano i diversi Paesi europei.
In Austria restano chiusi, tranne che nelle zone turistiche. In Ungheria, Portogallo e Svezia, invece, le saracinesche sono sempre alzate. Mentre in Italia  si solleva la questione dei negozi chiusi la domenica e durante i giorni festivi basandosi su falsi principi etici, in Europa, il modello di regolamentazione degli orari lavorativi e delle aperture domenicali varia da Paese a Paese. Secondo una pubblicazione del centro studi Bruno Leoni, in 16 dei 28 Stati membri dell’Unione europea non è presente alcuna limitazione di orario o apertura domenicale.
L’Italia, dove è attualmente in vigore il decreto-legge n. 214/2011, il cosiddetto ‘Salva Italia’, che ha liberalizzato l’apertura dei negozi, appartiene al gruppo dei Paesi con una disciplina maggiormente concorrenziale. Ma non è certo l’unica nel panorama dell’Ue. Bulgaria, Croazia, Estonia, Finlandia, Ungheria, Irlanda, Lituania, Lettonia, Polonia, Portogallo, Romania, Slovacchia, Slovenia, Svezia prevedono tutte la liberalizzazione totale degli orari, senza alcuna restrizione. In Danimarca non c’è alcuna restrizione per le aperture domenicali ma durante le maggiori festività (Natale, Capodanno, etc.) i negozi devono chiudere entro le 15.
La panoramica europea mostra che in nessun Paese il lavoro domenicale è totalmente proibito, e anche in nazioni come Grecia, Germania e Francia, che presentano maggiori limitazioni, sono presenti numerose eccezioni, scrive il report. Malta, Ungheria, Finlandia e Danimarca hanno introdotto e successivamente abolito le restrizioni sul lavoro domenicale.
Nelle nazioni che presentano forme di divieto o limitazione sono invece previste numerose eccezioni e deroghe, che generalmente riguardano i negozi di alimentari, panetterie, grande distribuzione, giornalai, stazioni di servizio, stazioni dei treni, aeroporti e musei.
In Francia vige il principio del riposo domenicale per dipendenti. Solo i negozi detenuti dai proprietari possono liberalmente rimanere aperti. Le eccezioni prevedono i negozi alimentari, mentre il riposo domenicale è concesso a partire dalle 13. Per i dipendenti che lavorano per i negozi più grandi di 400 metri quadrati, la remunerazione è aumentata del 30%. I negozi non alimentari, invece, hanno la possibilità di aprire previa decisione del sindaco. In questo caso la remunerazione è doppia.
In  Germania  i negozi restano chiusi la domenica e durante i festivi ad eccezione di panetterie, fiorai, giornalai, negozi per la casa, musei, stazioni ferroviarie, stazioni di servizio, aeroporti e luoghi di pellegrinaggio. In Spagna, invece, ciascuna Comunità autonoma stabilisce il numero totale di domeniche di lavoro annuali autorizzate. La maggioranza delle comunità autonome stabilisce 10 domeniche/feste nazionali di apertura.
Riepiloghiamo dettagliatamente come funziona nei diversi paesi europei l’apertura dei negozi nei giorni festivi.
Austria: domenica negozi chiusi, ma sono previste eccezioni per le aree turistiche.
Belgio: esercizi commerciali chiusi a meno che il rivenditore non scelga un giorno di chiusura alternativo. Previste eccezioni per le aree turistiche.
Bulgaria: nessuna restrizione.
Croazia: nessuna restrizione.
Cipro: negozi chiusi ma con l’eccezione delle zone turistiche. Nessuna restrizione, invece, per panetterie, pasticcerie e minimarket.
Repubblica ceca: aperture proibite durante le maggiori festività.
Danimarca: nessuna restrizione per le aperture domenicali.
Estonia: nessuna restrizione.
Finlandia: nessuna restrizione.
Francia: vige il principio del riposo domenicale per dipendenti. Solo i negozi detenuti dai proprietari possono liberalmente rimanere aperti. Sono previste eccezioni per i negozi alimentari. Per i negozi non alimentari possibilità di apertura previa decisione del sindaco e remunerazione doppia per i dipendenti.
Germania: negozi chiusi. Eccezioni previste per panetterie, fiorai, giornalai, negozi per la casa, musei, stazioni ferroviarie, stazioni di servizio, aeroporti e luoghi di pellegrinaggio.
Grecia: negozi chiusi. Eccezioni previste per negozi alimentari, fioristi, negozi di antiquariato, stazioni di servizio.
Irlanda: nessuna restrizione.
Italia: nessuna restrizione.
Lettonia: nessuna restrizione.
Lituania: nessuna restrizione.
Lussemburgo: aperture tra le 6 e le 13. Orario prolungato per panetterie, macellerie, pasticcerie, chioschi e negozi di souvenir.
Malta: i negozi sono autorizzati ad aprire la domenica a patto che restino chiusi un altro giorno della settimana. I lavoratori non possono essere obbligati a lavorare la domenica a meno che questo non sia esplicitamente previsto nel contratto di lavoro.
Paesi Bassi: esercizi commerciali chiusi. Le autorità locali possono autorizzare aperture domenicali. Negozi in stazioni di servizio, del treno, aeroporti ed ospedali hanno orari flessibili.
Polonia: nessuna restrizione (15 date di festa nazionale con chiusura obbligatoria).
Portogallo: nessuna restrizione.
Romania: nessuna restrizione.
Regno Unito: in Scozia, nessuna restrizione. In Inghilterra e Galles nessuna restrizione per negozi più piccoli di 280 metri quadri. Apertura tra le 10 e le 18 per i negozi più grandi di 280 metri quadri. In Irlanda del Nord Irlanda del Nord nessuna restrizione per negozi più piccoli di 280 metri quadri e orario 13-18 per i negozi più grandi di quella metratura.
Slovacchia: nessuna restrizione.
Spagna: ciascuna comunità autonoma stabilisce il numero totale di domeniche di lavoro annuali autorizzate. La maggioranza delle comunità autonome stabilisce 10 domeniche/feste nazionali di apertura.
Svezia: nessuna restrizione.
Ungheria: nessuna restrizione.
Quindi, la chiusura dei negozi nei giorni festivi non danneggia i lavoratori che usufruiscono comunque del giorno di riposo settimanale. Anzi, in molti casi è anche gradito il turno la domenica perché c’è la maggiorazione della paga oraria. Tanti svantaggiati per la perdita di opportunità, di utilizzo del tempo libero per poter effettuare gli acquisti con calma e maggiore oculatezza che significa spesso spendere di meno per avere la stessa utilità.
Ad avvantaggiarsi, in realtà sarebbero soltanto le grandi realtà come Amazon che possono gestire gli ordini dell’E-commerce anche da un’altra parte del mondo sfuggendo a qualsiasi forma di controllo. Cosa impedirà ad un cittadino di fare un acquisto in E-commerce il giorno di Natale o a Capodanno e vedersi recapitare a casa il bene acquistato il primo giorno feriale successivo ?
L’abilità demagogica dei penta stellati è sorprendente, ma presto gli elettori se ne accorgeranno. Purtroppo, ancora non emerge una alternativa politica credibile che possa raccogliere consensi politici ed elettorali.

Salvatore Rondello

Decreto per Genova. I nodi del ponte Morandi

genova ponte

Il decreto per Genova  esaminato dal Cdm prevede un nuovo commissario straordinario per definire gli interventi urgenti per l’affidamento dei lavori di ricostruzione del ‘Ponte Morandi’ avvalendosi dei poteri di sostituzione e di deroga. Aiuti ai privati, sconti fiscali, sostegno  alle piccole e micro imprese, al trasporto pubblico locale, alle attività del porto, sono alcune delle misure contenute. Il piano  di sicurezza delle autostrade sarà fatto ogni due anni. In bozza ci sono i compiti alla nuova  Agenzia, tra cui il monitoraggio e la vigilanza sui lavori.

Toti ha attaccato: “Troppa  fretta e inesperienza”. Boccia (Confindustria): “Se il ponte non  si fa entro l’anno è colpa del governo”. Nel Dl per Genova, fatto in 16 articoli, è anche prevista l’istituzione di una Zes (zona economica speciale) e di una zona logistica speciale per il porto. Sono previste esenzioni per chi ha immobili o attività nella ‘zona rossa’ e la sospensione fino a fine 2019 delle notifiche di cartelle e della riscossione.

Tra Autostrade e Spea Engineering si parlava di criticità del ponte Morandi già tre anni fa. Le comunicazioni, informali, avvenivano via mail o chat e sarebbero state in termini discordanti rispetto alle comunicazioni ufficiali. E’ quanto emerge dalle analisi che gli uomini del primo gruppo della guardia di finanza stanno effettuando sulla documentazione acquisita nelle scorse settimane.

Per il piano sicurezza autostrade è previsto di stilare un piano nazionale per l’adeguamento e lo sviluppo di strade e autostrade, da aggiornare ogni due anni, anche attraverso il monitoraggio sullo stato di conservazione e sulle necessità di manutenzione delle infrastrutture. E’ uno dei compiti della nuova Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie e delle infrastrutture stradali e autostradali (Ansfisa) che sarà istituita con il ‘decreto urgenze’. Nella bozza si prevede che l’agenzia effettui anche la vigilanza tecnica sull’esecuzione dei lavori e sovrintenda alle ispezioni di sicurezza.

Il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, concludendo il convegno organizzato a Torino da Confindustria Piemonte a sostegno della Torino-Lione, ha affermato: “Se il nuovo ponte non sarà fatto entro un anno sarà colpa di questo governo. Bisogna cominciare anche a parlare di colpe future. Ognuno si prenda le proprie responsabilità”.

Danilo Toninelli, il ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture, nella trasmissione Rai ‘Porta a Porta’, ha detto: “Autostrade non metterà neanche una mattonella nella ricostruzione del ponte ma dovrà pagare. Il ponte lo ricostruirà lo Stato e accanto a Fincantieri ci sarà probabilmente Italferr, che da decenni fa attività di ricostruzione”.

Il presidente di Autostrade, Fabio Cerchiai, in un’intervista al ‘Messaggero’, ha detto: “Secondo la convenzione,  Autostrade ha l’obbligo e il diritto di provvedere nel tempo più breve possibile alla  ricostruzione del ponte. Così come il ministro dei Trasporti ha l’obbligo di documentare eventuali violazioni del concessionario, cosa che fino ad oggi non ha fatto. Siamo aperti ad ogni contributo che possa aiutare a ricostruire il ponte prime e meglio. Fincantieri è benvenuta”. Sulle ipotesi di modifica unilaterale della convenzione con il governo, Cerchiai ha osservato: “Cambiare per decreto regole sulle quali i grandi investitori internazionali fanno affidamento per i loro investimenti, aprirebbe un capitolo pericoloso sul piano della credibilità del paese. Chiunque può comprendere che non è solo un problema che riguarda Autostrade. Inoltre se il governo non dovesse rispettare quanto previsto dalla convenzione non potremmo restare inerti, dovremmo tutelarci. Tra l’altro vorrei ricordare che noi agiamo nell’interesse di circa 31mila lavoratori e 55mila azionisti, piccoli e grandi, italiani e stranieri”.

Quanto ad un’interlocuzione con il governo, Cerchiai ha detto: “Saremmo felici di sedere attorno ad un tavolo”. E sui rischi per il viadotto prima del crollo, Cerchiai ha spiegato: “Del ponte si sono occupati in tanti: le strutture tecniche di Autostrade, i progettisti di Spea, una serie di consulenti esterni di livello internazionali, le strutture del ministro, da nessuno di loro è stata mai evidenziata una situazione di urgenza”. Sul crollo del ponte ha detto: “Purtroppo una tragedia terribile e l’aggettivo prescinde da qualunque considerazione sugli accertamenti delle responsabilità che eventualmente emergeranno”.

L’arcivescovo di Genova, il cardinale Angelo Bagnasco, in una intervista rilasciata al Corriere della Sera, ha detto: “Il mondo guarda a Genova e all’Italia. L’essenziale è fare presto: qualunque ritardo per motivi di competizione politica o economica sarebbe imperdonabile, non si specula sui morti. Penso alla gente e alla città. La gente anzitutto. Duecentocinquanta famiglie sfollate da una cinquantina di caseggiati vicini ai monconi del ponte. Le amministrazioni stanno cercando tutti gli alloggi possibili e noi stessi, come Chiesa, ci stiamo impegnando. Ma queste persone desiderano rimanere nel loro quartiere e bisogna tenerne conto il più possibile, cercare al più presto soluzioni vicine e ricostruire il quartiere”.

Domani siamo già ad un mese dal crollo del ponte ed ancora una volta, l’atteggiamento del governo rischia di allungare i tempi. Non si sa chi sarà il nuovo Commissario e quali poteri gli verranno conferiti. Contestualmente si vuol fare nascere una nuova Agenzia ma non si tiene conto dei tempi necessari per renderla operativa. L’esclusione di Autostrade rischia di allungare i tempi di realizzazione per possibili liti giudiziarie. Inoltre, le spinte governative sulle nazionalizzazioni vengono dichiarate senza sapere con quali coperture di bilancio potranno essere fatte. Di certo, sarà sempre più difficile che possano arrivare nuovi capitali dall’estero per essere investiti nel nostro Paese. Il viaggio di Tria in Cina non ha portato nuovi capitali stranieri da investire nel nostro Paese, anzi sarà l’Italia a dare un contributo allo sviluppo della Cina.

Salvatore Rondello

Bankitalia investe in Cina

Il governatore di Bankitalia Ignazio Visco REUTERS/Remo Casilli

Il governatore di Bankitalia Ignazio Visco REUTERS/Remo Casilli

La Banca d’Italia ha annunciato la decisione di costituire un portafoglio in renminbi, con investimenti principalmente in titoli di Stato cinesi. In una nota dell’Istituto Centrale viene spiegato come tale modalità diretta di investimento, condotta da Via Nazionale nell’ambito della gestione delle proprie riserve valutarie, si aggiunge a quella avviata negli anni recenti con la sottoscrizione di un fondo specializzato in renminbi, gestito dalla Banca dei regolamenti internazionali.
La decisione è stata adottata in coincidenza con la visita in Cina del ministro dell’Economia Tria. In una nota di Bankitalia si legge: “La decisione è stata presa nell’ambito dell’aggiornamento annuale delle strategie di investimento delle riserve gestite dalla Banca. Questa apertura riflette l’accresciuto ruolo del renminbi come valuta internazionale testimoniato anche dal suo inserimento nel paniere delle valute di riserva del Fondo Monetario Internazionale nel 2016, e l’importanza della Cina quale partner commerciale del nostro Paese. Oltre a rispondere a obiettivi di diversificazione delle riserve valutarie della Banca d’Italia, questa scelta è in linea con analoghe decisioni, adottate di recente dalla Banca centrale europea e da altre banche centrali dell’area dell’euro. Le transazioni saranno intermediate dalla Banca centrale di Pechino con la quale è stato concluso un apposito accordo, in qualità di agente della Banca d’Italia sui mercati cinesi”.
Dunque, la decisione di Bankitalia, potrebbe facilitare la missione del ministro Tria in Cina per il conseguimento di nuovi accordi commerciali.

Salvatore Rondello

Nafta, Trump butta gli accordi nel cestino

naftaDonald Trump  ha annunciato l’intesa con il Messico per un nuovo accordo commerciale destinato ad aprire una nuova fase nei rapporti tra i due Paesi. Trump dallo studio ovale della Casa Bianca ha dichiarato: “E’ un gran giorno per il commercio. Lo chiameremo Accordo commerciale Usa-Messico. E’ un’intesa incredibile per entrambi i Paesi. Toglieremo il nome Nafta, che ha una connotazione negativa perché gli Stati Uniti sono stati penalizzati dal Nafta. Questo accordo è davvero speciale per entrambi i Paesi”. Poi, rivogendosi al presidente uscente, il messicano Pena Nieto, Trump ha detto: “Abbiamo lavorato sodo con i vostri rappresentanti, i nostri team sono andati d’accordo e abbiamo raggiunto qualcosa di cui si parlerà a lungo. All’inizio, qualcuno pensava che non fosse nemmeno possibile arrivare al traguardo per la complessità della materia. Il superamento del Nafta comporta anche la revisione dei rapporti commerciali con il Canada. Vedremo se il Canada farà parte dell’accordo”.

Trump non esclude l’ipotesi di un’intesa separata con i vicini del nord. In proposito, il presidente degli USA, ha ribadito: “Le negoziazioni cominceranno presto, chiamerò il primo ministro. Con il Canada, la cosa più semplice che possiamo fare è imporre tariffe sulle loro auto…”.

Donald Trump mette in atto la strategia politica propagandata nella campagna elettorale: ‘Usa first’. Sta facendo pratica del ‘dividi et impera’ di latina memoria con tutti gli alleati. Non più accordi di gruppo ma solo intese bilaterali, salvo poi a non mantenerli. Dalla logica politica dell’attuale amministrazione Trump, sicuramente gli USA otterranno dei vantaggi a scapito dei principi di uguaglianza e libertà dei popoli. Quindi gli Usa difficilmente in futuro potranno essere considerati come un paese amico pronto ad intervenire generosamente in aiuto degli alleati in difficoltà, ma più semplicemente come una nazione che fa pesare la sua potenza militare ed economica per sfruttare gli alleati. La politica internazionale degli Usa, dunque, in questo momento storico, sta sempre più privilegiando gli interessi delle nazioni a scapito dei diritti dell’umanità che popola il nostro pianeta.

S.R.

Maduro moltiplica 34 volte il salario minimo

Venezuelan President Maduro arrives at a military parade to commemorate the first anniversary of the death of Venezuela's late president Chavez in CaracasMaduro non sa più cosa inventarsi pur di restare al potere in Venezuela. In un discorso televisivo in cui ha illustrato la riforma monetaria che farà entrare in circolazione da lunedì una nuova moneta che sarà ancorata al Petro, la criptomoneta creata dal governo venezuelano all’inizio dell’anno che gli Stati Uniti hanno vietato per le operazioni finanziarie, Nicola Maduro ha detto: “Voglio che il Paese si riprenda ed ho la formula, fidatemi di me. Il petro sarà il meccanismo di ancoraggio per ottenere l’equilibrio valutario della moneta, del salario e del prezzo”.

Il presidente venezuelano ha varato questa misura nel mezzo di una spirale inflazionaria che secondo il Fondo Monetario quest’anno potrà raggiungere il milione per cento. Con la conversione l’attuale moneta venezuelana, il Bolivar fuerte, perderà cinque zeri diventando Bolivar soberano. Un Petro avrà il valore di 3600 Bolivar nuovi.

Insieme alla riforma monetaria, Maduro ha annunciato un nuovo aumento del salario minimo del 3000 per cento, vale a dire che sarà moltiplicato 34 volte, senza però precisare quando entrerà in vigore questo aumento che sarebbe il quinto dell’anno.

Rivolgendosi agli imprenditori privati che accusa di condurre una guerra economica contro il popolo venezuelano, Maduro ha aggiunto: “Voi avete dollarizzato i prezzi, io petrolizzo i salari”.

Vietata dagli Stati Uniti, la moneta virtuale agganciata alle riserve petrolifere venezuelane viene considerata una finzione dagli analisti economici. Che considerano anche la formula presentata ieri da Maduro per uscire dalla crisi destinata ad aumentare ulteriormente l’iperinflazione.

Il Venezuela di Maduro è un classico esempio dei disastri prodotti nei Paesi governati dai populismi dittatoriali. Purtroppo, anche l’Italia sembra avviarsi pericolosamente verso derive giustizialiste con un Governo che anziché pensare a governare sembrerebbe volersi sostituire alla magistratura.

S.R.

Opportunity Network, i dazi di Trump e come aggirarli

trump dazi

Sarebbe possibile aiutare le imprese a schivare i dazi (legalmente) con la tecnologia. Questa sfida è stata raccolta da  Opportunity Network, la piattaforma che mette in connessione 20mila amministratori delegati in tutto il mondo. Il principio è semplice: chi produce ed esporta merce sottoposta a dazi in un determinato Paese riesce a trovare acquirenti in un altro mercato e lo spazio vuoto lasciato da un esportatore riesce ad essere rimpiazzato con le merci in arrivo da una nazione terza.

Brian Pallas, 31 anni, fondatore e ceo di Opportunity Network, ha spiegato: “Noi, che aiutiamo le imprese a trovare controparti commerciali, abbiamo notato che  spontaneamente, da quando le tariffe sono state annunciate,  si sono formate triangolazioni  nel tessuto economico capaci di aggirare i dazi. Ad esempio, se prima un americano comprava alluminio da un cinese e un cileno da un peruviano, ora il cinese vende ai cileni e il peruviano vende agli americani. E alcuni clienti ci hanno chiamato per ringraziarci”.

L’obiettivo della piattaforma  presente oggi in 128 Paesi è continuare a facilitare gli scambi mettendo in contatto domanda e offerta. Il percorso iniziato da Pallas nel 2014 sta iniziando a dare i suoi frutti, maturati proprio negli ultimi mesi: sarà un po’ anche merito della politica commerciale di Donald Trump, ma il valore del flusso d’affari generato dalla piattaforma è cresciuto solo nell’ultimo mese in modo esponenziale: 30 miliardi di euro, praticamente un quarto dei 140 miliardi ‘smossi’ dalla sua nascita.

Con la sua sede operativa a Barcellona, dove si sono trasferiti e vivono gran parte dei suoi oltre  cento dipendenti, (‘stiamo benissimo, da qua non ci spostiamo’), Opportunity Network ha chiuso di recente accordi di distribuzione con Abn Amro e Ubs: rafforzarsi in Asia è un traguardo a breve termine per la  startup  d’intermediazione commerciale che tanto startup ormai non lo è più.

Finora, gli investitori ‘portati a bordo’ sono una cinquantina: dieci negli ultimi dodici mesi ad altrettanti i milioni di euro raccolti: l’ultimo ad entrare nel capitale con un investimento di due milioni di euro, a febbraio, è stato Michael Spencer, filantropo, fondatore di Nex, ritenuto uno dei self made men più ricchi di Londra.

Ed è proprio nel mondo wealth e dei family office che Opportunity Network sta cercando di muovere i primi passi. Pallas ha anche spiegato: “Oltre alle opportunità commerciali, porteremo agli amministratori delegati anche capitali e opportunità di investimento: vogliamo diventare uno ‘one stop shop’ per i ceo nel mondo,  come già lo è Amazon per i consumatori. L’Italia, con tremila amministratori delegati iscritti al sito, è uno dei primi mercati. Dai loro movimenti, si può intuire come la musica sia cambiata. Il momento di crisi è superato.  Fino a qualche anno fa, gli ad italiani cercavano ancora di tagliare i costi, oggi vogliono espandersi, investire per specializzarsi o internazionalizzarsi”.

Secondo l’imprenditore, che ha studiato a Milano prima di perfezionare l’inglese e la preparazione alla Columbia University di New York, è proprio il capoluogo della Lombardia la città che più sta cominciando ad assomigliare a Barcellona.

Pallas ha affermato: “Milano  sta crescendo come città internazionale per le sue offerte culturali e sta creando un ecosistema giusto per le imprese innovative. E’ una città che non isola e non fa sentire degli expat i ragazzi di talento che da tutto il mondo hanno iniziato a scegliere l’Italia come meta per crescere”.

Nel futuro di Opportunity network,  valutata ormai circa 200 milioni di dollari sul mercato,  potrebbe esserci presto un altro aumento di capitale, di cui non è stata ancora decisa l’ammontare. Brian Pallas, in merito ha detto: “Ci servirà per continuare a crescere ed assumere altri business relationship manager che sono spesso nativi di un Paese extra europeo e quindi in grado di supportare meglio i clienti parlando la loro lingua e facendoli sentire a casa”.

La triangolazione delle merci non è una novità negli scambi internazionali. Se ne fa pratica da diverso tempo soprattutto per aggirare gli embarghi.

La piattaforma informatica di Opportunity network, faciliterebbe il compito agli operatori economici in campo internazionale per aggirare i dazi imposti da Trump ai diversi paesi. Insomma, le merci viaggeranno di più, ma eviteranno i dazi imposti dall’Amministrazione Usa. Naturalmente, potrebbe esserci un aumento dei costi (noli) dovuti per il trasporto delle merci, ma lo scopo dei dazi imposti da Trump verrebbe neutralizzato.

S. R.

Contributi Inps a rischio prescrizione

Pensioni-Inps

Con il termine prescrizione nel linguaggio giuridico si intende l’estinzione di un diritto qualora il titolare non lo eserciti entro il termine indicato dalla legge. Solitamente il termine per la prescrizione è di 10 anni, ma in alcuni casi questi possono essere anche ridotti: è il caso, ad esempio, dei contributi per la pensione, i quali se non accreditati sul fondo Inps e non rivendicati dal lavoratore entro 5 anni vanno persi per sempre. Parlare di questo è molto importante visto che il 1° gennaio 2019 cadranno in prescrizione tutti i contributi ex Inpdap non accreditati sul fondo Inps. Ricordiamo, infatti, che il 1° gennaio 2012 l’Inpdap è stato soppresso e la gestione dei fondi previdenziali dei dipendenti pubblici è stata trasferita all’Inps. Tuttavia nel passaggio Inpdap-Inps ci potrebbero essere dei contributi previdenziali che sono andati persi. Ai dipendenti pubblici, che se ne sono accorti facendo l’estratto conto contributivo, l’Inps ha assicurato che presto la loro posizione contributiva verrà regolarizzata. Tuttavia quando mancano pochi mesi alla scadenza dei termini della prescrizione è meglio non rischiare. L’amministrazione ha già prorogato i termini della prescrizione dei contributi ex Inpdap (inizialmente fissata al 1° gennaio 2018), quindi non c’è alcuna possibilità di un’ulteriore proroga. Ecco perché si consiglia ai dipendenti pubblici di utilizzare la procedura telematica, disponibile sul sito Inps con il servizio ‘Richiesta di Variazione della Posizione Assicurativa (RVPA) dipendenti pubblici’ per segnalare errori e mancanze del proprio estratto conto contributivo. Solo segnalando un errore e chiedendo il corretto accredito dei contributi ex Inpdap mancanti, infatti, il lavoratore si mette al riparo dalla prescrizione. Se volete essere sicuri che i vostri contributi non vadano persi vi consigliamo di andare sul sito dell’Inps per fare l’estratto conto contributivo, così da rendervi conto se è tutto in regola oppure se anche voi siete stati vittime degli errori riscontrati con il passaggio dall’Inpdap all’Inps.

Purtroppo, gli errori costano caro agli incolpevoli lavoratori della PA che riceverebbero una pensione inferiore a quella di cui avrebbero diritto. La prescrizione, dunque diventa la negazione di un diritto e quindi una ingiustizia sociale. In questo caso dovuto ad errori procedurali per il trasferimento dei contributi da Inpdap a Inps, non dovrebbe applicarsi nessuna prescrizione poiché il lavoratore è soltanto un soggetto passivo e non ha nessuna colpa, anzi subisce un danno essendo parte lesa.

S. R.