BLOG
Salvatore Rondello

EMA, Milano ricorre alla Corte dei Conti europea

ema-relocatingIeri sera, il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, ha annunciato un  ricorso alla Corte dei Conti dell’UE sull’assegnazione della sede dell’Ema, Agenzia europea del farmaco, ad Amsterdam. I lettori ricorderanno che l’assegnazione è stata fatta per sorteggio con il lancio di una moneta.

Il sindaco di Milano, dopo la pubblicazione di un documento della candidatura di Amsterdam inizialmente secretato, al TGLa7 ha detto: “A questo punto aggiungo un’altra azione. Faccio un ricorso alla Corte dei conti europea perché qui si configura un danno per i cittadini europei e quindi anche per le nostre tasche. Il governo olandese è stato costretto a rendere pubblici gli atti che aveva secretato. Da questi atti abbiamo capito che i nostri sospetti erano fondati. Le due sedi temporanee che avevano proposto nel dossier sono scomparse. La nuova sede che propongono è una sede diversa ed evidentemente non ha nemmeno le dimensioni sufficienti. Pensate se avessimo fatto una cosa del genere noi italiani”.

I due edifici offerti da Amsterdam come sede transitoria per l’Ema sono poi spariti per lasciare il posto allo Spark Building, edificio presentato nella candidatura olandese come sede provvisoria, che aveva sollevato i dubbi del direttore generale dell’Ema, Guido Rasi.

E’ quanto contenuto nell’Annex 1: documento secretato della candidatura olandese per ospitare l’Ema, pubblicato dopo la richiesta di accesso agli atti presentato dal sindaco Sala. Nel documento compaiono due edifici transitori, che poi spariscono per lasciare il posto allo Spark Building. I due edifici indicati sono il Tripolis, Burgerweeshuispad 200 e 300, e l’Infinity Business Centre, Amstelveenseweg 500.

Nel documento si legge: “A seconda della decisione del Consiglio Ue e a seguito di ulteriori consultazioni con l’Ema su requisiti specifici, uno di questi edifici può essere affittato come sede temporanea”.

Il documento pubblicato è stato secretato dal governo olandese perché, ‘non essendo pubbliche le prenotazioni per ospitare l’Ema e non essendo stato firmato ad oggi alcun contratto di locazione, è essenziale che le informazioni contenute nel presente allegato siano mantenute riservate per evitare possibili speculazioni di mercato e relativi aumenti di prezzo per le proprietà in affitto identificate’.

Nel documento originario del dossier presentato dai Paesi Bassi per Ema, erano previsti due edifici come sedi temporanee dell’Agenzia del Farmaco ad Amsterdam, in attesa della costruzione della sede definitiva, il Vivaldi Building: si trattava del Tripolis e dell’Infinity Business Center. Salvo poi, dopo l’aggiudicazione  con il sorteggio-beffa ai danni di Milano, cambiare le carte in tavola e indicare lo Spark Building come sede temporanea di Ema. E lo stesso Spark sarebbe più piccolo dell’attuale sede londinese dell’Agenzia.

Per questi motivi Sala si è lanciato all’attacco a testa bassa.  Nel mirino c’è innanzi a tutto il governo olandese.  Ma di settimana in settimana aumentano anche le perplessità sulle modalità con le quali l’Unione Europea sta gestendo il trasloco dell’Agenzia europea del farmaco (Ema) da Londra ad Amsterdam. E di settimana in settimana il sindaco di Milano è sempre più determinato nell’ottenere una riconsiderazione dell’assegnazione: il capoluogo lombardo, il 20 novembre scorso, fu battuto solo al sorteggio. La modalità del sorteggio suscitò meraviglia per l’insolita decisione assunta dall’UE come se si dovesse dare il calcio d’inizio ad una partita di pallone.

Ieri, Sala ha annunciato un ricorso alla Corte dei Conti europea. Ed è stato lo stesso primo cittadino di Milano a spiegarne i motivi.

Facciamo un passo indietro per capire meglio. Amsterdam si è candidata ad ospitare l’Ema proponendo  il Vivaldi Building,  un edificio da costruire da zero nel nuovo quartiere di Zuidas. Nel loro dossier, gli olandesi assicuravano però che il Vivaldi Building sarebbe stato pronto, carte originali in mano, per l’aprile del 2019, quindi in linea con la scadenza imposta dal Consiglio europeo. Il primo a smentire il dossier olandese è stato, a fine gennaio, Guido Rasi, direttore esecutivo della stessa Ema. In una conferenza pubblica, Rasi ha fatto sapere non solo che il Vivaldi non sarà terminato per l’aprile 2019 ma anche che le sedi provvisorie messe a disposizione da Amsterdam non sono ottimali perché garantiscono solo metà dei metri quadrati della sede attuale dell’Agenzia, quella londinese. La soluzione si è rivelata del tutto inadeguata. Rasi ha anche sottolineato come il doppio trasloco (prima nella sede temporanea e poi in quella definitiva) comporterà costi aggiuntivi per l’Ema. Da qui  il doppio ricorso italiano:  quello del governo alla Corte di Giustizia europea e quello del Comune di Milano, sostenuto anche dalla Regione Lombardia, al Tribunale europeo di prima istanza. Il motivo dei ricorsi? Verificare, alla luce delle dichiarazioni di Rasi, se il dossier di candidatura degli olandesi contenesse informazioni incomplete o fuorvianti che hanno influenzato oltre il lecito i 27 rappresentanti dei Paesi europei che votarono quel 20 novembre.

Nel frattempo Sala ha chiesto  un’audizione al Parlamento Ue e ha fatto accesso agli atti. Da qui il  nuovo ricorso alla Corte dei conti. Nelle carte della candidatura olandese, che erano state secretate, si fa riferimento a  due sedi temporanee: il Tripolis e l’Infinity Business Center. Peccato che la sede ora proposta da Amsterdam all’Agenzia  sia una terza, lo Spark Building, un immobile del quale non c’è traccia nei documenti coi quali Amsterdam ha giocato la partita Ema. Sarebbero, quindi, ampiamente fondati i ricorsi presentati in sede UE.

Il ricorso intrapreso dal Comune di Milano e dal Governo italiano, non va considerato soltanto come una battaglia di parte, ma, innanzitutto è una battaglia di giustizia civile per il rispetto delle regole nell’Unione Europea. Una lotta dignitosa per la legalità contro il manifestarsi delle furberie e delle illecite sopraffazioni a prescindere dalla loro provenienza.

Salvatore Rondello

Embraco, Calenda a Bruxelles per chiedere una deroga

commissione_berlaymontUn lavoratore dell’Embraco, Daniele Simoni, da 25 anni operaio presso Riva di Chieri, si è incatenato ai cancelli della fabbrica. L’operaio ha spiegato: “Non voglio mollare, è la mia fabbrica che mi ha dato da mangiare per 25 anni, finché c’è uno spiraglio non mollerò”.

Intanto, il ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, oggi a Bruxelles, ha incontrato la commissaria alla concorrenza Vestager. Al termine dell’incontro il ministro ha detto : “La riunione è andata bene, mercoledì la commissaria farà una conferenza stampa, ha molto ben chiaro il problema e mi ha assicurato che la Commissione è molto intransigente nel verificare i casi segnalati in cui c’è un problema o di uso sbagliato o non consentito degli aiuti o, peggio, di aiuto di Stato per attrarre da Paesi che sono parte dell’Ue”.

Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, manifestando la sua vicinanza ai lavoratori, ha annunciato: “Pronti ad utilizzare gli ammortizzatori sociali.  Noi ci impegneremo a fianco dei lavoratori per favorire il processo di reindustrializzazione di quel sito e siamo pronti a utilizzare gli ammortizzatori sociali a favore di un progetto che dia continuità a questa impresa”. Il ministro Poletti, sulla vertenza Embraco, ha aggiunto: “Giudichiamo inaccettabile il comportamento dell’impresa che ha scelto di non ritirare i licenziamenti. Ciò avrebbe consentito di attivare un percorso per la reindustrializzazione. Cosa che in questa fase invece non è possibile”.

Il ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, ha chiesto oggi alla commissaria Ue alla concorrenza, Vestager, una deroga ai trattati per singoli casi, come per esempio quello di Embraco. A Radio Anch’io, il ministro Calenda ha detto: “Ci sono condizioni che sono strutturali, per cui alcuni Paesi in una diversa fase di sviluppo come la Polonia hanno un costo del lavoro più basso: io non potrei fare una norma che dice che per Embraco il costo del lavoro è un x più basso, perché sarebbe un aiuto di Stato. Ma penso si possano interpretare i trattati nel senso di dire che in questo specifico caso, cioè di un’azienda che si muove verso la Slovacchia, verso la Polonia, questa normativa può essere derogata. Vedremo quale sarà la risposta della Vestager”.

Ieri l’azienda del gruppo Whirlpool ha detto no alla richiesta di sospendere i 500 licenziamenti nello stabilimento di Riva di Chieri, nel torinese, e va avanti sulla strada della delocalizzazione in Slovacchia della produzione italiana di compressori per frigoriferi. Niente cassa integrazione per consentire di esaminare proposte di reindustrializzazione, spiegano i legali dell’azienda presenti all’incontro. I lavoratori in sciopero, delusi ed arrabbiati, hanno bloccato il traffico sulla statale Torino-Asti. Oggi in circa cento si sono ritrovati alle 8 davanti alla fabbrica dove ci sono fotografi e televisioni. Al momento non sono previste manifestazioni. Dario Basso, segretario generale della Uilm torinese ha affermato: “Serpeggia lo sconforto. I lavoratori sono disgustati dall’atteggiamento dell’azienda e sfiduciati perché non vedono alcun tipo di prospettiva positiva. Lavoreremo fino al 25 marzo per far cambiare idea all’azienda”. Ugo Bolognesi della Fiom ha osservato: “A questo punto il governo deve agire, i tempi sono strettissimi. Se un’azienda vuole insediarsi bisogna fare in fretta”.

L’atteggiamento di chiusura dell’azienda ha mandato su tutte le furie il ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, all’incontro di ieri. Nell’articolo di ieri, l’Avanti ha riportato le parole infuocate del ministro alle quali ha fatto eco il presidente della Regione Piemonte, Sergio Chiamparino, mentre la sindaco di Torino ha parlato di “presa in giro per i lavoratori”.

Fiom ed Uilm hanno affermato: “L’azienda ha dimostrato totale disinteresse nei confronti delle proposte formulate dal Governo e totale irresponsabilità, in particolare nei confronti dei dipendenti di Riva di Chieri”.

Le principali forze politiche di tutti gli schieramenti hanno criticato l’Embraco ed hanno chiesto un intervento delle istituzioni europee. Così l’attenzione si è spostata oggi proprio a Bruxelles, dove Calenda ha posto a Vestager il nodo del dumping all’interno dell’Unione attraverso un uso distorto dei fondi europei.

Calenda, ieri ha spiegato: “Vogliamo sapere come s’intenda affrontare il problema. Esiste una norma nei trattati che potrebbe consentire al governo italiano di derogare al principio degli aiuti di Stato, quindi di potere aiutare le aziende quando si è in presenza di un pacchetto che viene offerto da un altro Paese e di potere offrire le stesse condizioni. Voglio capire se sia utilizzabile perché in questo caso saremmo in un’altra partita che possiamo combattere ad armi pari”.

Il caso Embraco fa tornare alla ribalta le problematiche di fuga dall’Italia. Forse è necessario fare una analisi seria sulle cause che danno origine alle fughe che non riguardano solo le imprese ma anche molti onesti cittadini che si trasferiscono all’estero per poter migliorare la propria condizione di vita.

Le imprese delocalizzano per tagliare i costi. In alcuni casi, per usufruire di condizioni fiscali più convenienti. Il dumping fiscale, procedura con la quale alcuni Paesi attraggono produzioni da altre parti del mondo, abbassando le aliquote e la pressione fiscale, (e in alcuni casi offrendo anche sconti e incentivi). In questa ipotesi si colloca lo scontro tra il governo e la società brasiliana, Embraco, del gruppo Whirlpool che è pronta a trasferire la produzione in Slovacchia.

Ma la Embraco non è la sola realtà ad aver scelto di fare le valigie per l’Est. A volare in Slovacchia c’è stata anche un’altra multinazionale statunitense, la Honeywell, che realizza compressori per motori diesel ad Atessa, in provincia di Chieti, dando lavoro finora a circa 400 persone, senza contare l’indotto. Per non parlare di moltissime altre imprese che negli anni hanno deciso di spostare la produzione in Slovacchia.

Sul proprio sito, Sario, la Slovak Investment and Trade Development Agency, un’agenzia che opera sotto la supervisione del ministero dell’Economia della Repubblica Slovacca, cita tra i casi di successo le francesi PSA Peugeot-Citroën, Orange, Gaz de France, la tedesca Siemens, le spagnole Aluminium Cortizo, ESNASA e le italiane Magneti Marelli, Sisme, Came e Zanini. Tutte aziende che hanno deciso di spostare la produzione nella Repubblica Slovacca.

Ma qual è il motivo di tanta delocalizzazione? Per vederci chiaro, qualche giorno fa il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda ha scritto alla commissaria Margrethe Vestager, invitando l’esecutivo a monitorare le politiche fiscali e gli incentivi diretti messi in campo dalla Slovacchia per attrarre imprese sul suo territorio e appurare che le relative misure siano messe in atto nel pieno rispetto e nella piena compatibilità con le regole e i regolamenti Ue sugli aiuti di Stato.

Calenda ha detto: “Questo fatto che i paesi dell’Est che beneficiano peraltro di fondi europei facciano dumping per attirare produzioni dal resto dell’Europa è una cosa che deve finire, non è più tollerabile”. Oggi, il ministro è andato a Bruxelles per incontrare la commissaria Vestager e per verificare che non ci siano stati aiuti di Stato alla Slovacchia per le aziende di Honeywell ed Embraco.

Le norme Ue sugli aiuti di Stato dovrebbero impedire agli Stati membri di utilizzare denaro pubblico per incentivare la delocalizzazione di posti di lavoro da un Paese dell’Unione in un altro, una questione che è il nocciolo stesso della concorrenza leale tra Stati nel Mercato unico. Per questo nel 2014 sono state introdotte condizioni specifiche, per far sì che gli investimenti regionali non possano essere garantiti per incentivare la rilocalizzazione di attività economiche da un Paese all’altro. Condizioni che sono state rese più stringenti nel maggio 2017.

L’Italia, oltre a farsi valere sul rispetto delle norme della UE, dovrebbe porsi, al più presto, anche il problema di un miglioramento strutturale del Paese.

Salvatore Rondello

Embraco conferma il licenziamento di 500 operai

embracoEmbraco, la società controllata da Whirlpool, ha confermato 500 licenziamenti nel torinese dicendo no alle richieste del ministero.
Il ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, ha affermato: “Abbiamo sentito i legali di Embraco con Chiamparino offrendogli tutto il sostegno possibile per fare una Cig e l’azienda ha comunque risposto negativamente. Non si comprende questo atteggiamento”.
A seguito dell’incontro sulla trattativa Embraco, Calenda ha detto: “Si conferma un atteggiamento di totale irresponsabilità dell’azienda, siamo di fronte al peggior caso di una multinazionale che dimostra totale irresponsabilità nei confronti dei lavoratori e mancanza di rispetto del governo. Non ricevo più questa gente perché ne ho fin sopra i capelli di loro e dei loro consulenti”.
Calenda, a margine di un accordo con la Regione Toscana, aveva già detto: “Ho parlato al telefono con i consulenti dell’azienda e ho spiegato loro che la proposta fatta, quella del part-time, era una proposta che non potevamo accettare. Ho fatto una controproposta e aspetto una risposta prima di incontrare l’azienda. La controproposta, è quella che prevede il ritiro dei licenziamenti e il passaggio alla cassa integrazione in modo da trovare una soluzione per la reindustrializzazione. Se hanno dei dubbi interpretativi sono disponibile a scrivere una lettera di mio pugno, rassicurandoli sui dubbi interpretativi”.
La risposta di Embraco è stata negativa. All’incontro al Mise l’azienda controllata da Whirlpool non ha ritirato i licenziamenti.
Dopo Calenda ha affermato: “Attiviamo urgentemente un lavoro con Invitalia per cercare di trovare un percorso di reindustrializzazione, a questo punto in tempo molto più breve. Abbiamo poco più di un mese per chiudere tutto”.
Anche il presidente della Regione Piemonte, Sergio Chiamparino, in una nota ha commentato: “Sottoscrivo le parole del ministro. C’è un atteggiamento di totale irresponsabilità verso 500 famiglie più quelle dei fornitori, verso la comunità piemontese, il governo. Forse non hanno calcolato bene le ripercussioni di tipo economico e di mercato che questa loro irresponsabilità sociale potrà avere sulla stessa azienda, sulla sua capacità a stare sul mercato. Un atteggiamento incomprensibile e irresponsabile perché c’erano e  ci sono ancora soggetti disposti a investire in piani di reindustrializzazione che hanno come condizione l’attivazione della cassa integrazione, una semplice posposizione di 9 mesi che l’azienda, incomprensibilmente, rifiuta. Irresponsabile perché, salvo ripensamenti che siamo sempre disponibili ad accogliere, dal 25 marzo partiranno licenziamenti collettivi con le immaginabili conseguenze sui lavoratori e su chi lavora nelle forniture e nei servizi”’.
Tra i lavoratori dell’Embraco di Riva di Chieri c’è tanta delusione e tanta rabbia. Michele De Luca, della rsu della Uilm, ha spiegato ad un’agenzia di stampa: “Delusione perché dall’azienda non ci aspettavamo questo tipo di trattamento e rabbia perché dopo tanti giorni di lotta non siamo riusciti a conquistare nulla”.
Intanto, gli operai che questa mattina in corteo avevano bloccato la rotonda sulla statale che collega Asti a Torino, si sono radunati in presidio davanti ai cancelli dello stabilimento e hanno prolungato da 4 a 8 le ore di sciopero.
La vicenda Embraco sta diventando un caso emblematico in cui il conflitto capitale-lavoro si manifesta nella sua estrema drammaticità.

Alitalia, Calenda conferma la vendita

alitalia-lufthansaOggi, il ministro allo Sviluppo Economico, Carlo Calenda, a margine del tavolo sull’automitive, ha detto: “I commissari mi hanno confermato che non ritengono di poter concludere prima del 4 marzo, in quanto i pretendenti di Alitalia vogliono aspettare che ci siano le elezioni. Però andiamo avanti a lavorare”. Il ministro, sulla cordata a quattro Air France-Delta-Easyjet-Cerberus, non ha voluto dire nulla affermando: “Non commento sulle cordate”.
Esisterebbe una cordata a quattro per sfidare Lufthansa nella corsa all’acquisto di Alitalia. E’ quella cui stanno lavorando Air France, EasyJet, Delta e Cerberus, che avrebbero già chiesto un incontro con i commissari straordinari per la prossima settimana. Il ministro dei Trasporti, Graziano Delrio, ha detto: “Un’eventuale offerta, tuttavia, è difficile che arrivi a breve: per il Governo infatti è sempre meno probabile chiudere prima del voto del 4 marzo, visto che i potenziali acquirenti sono alla finestra in attesa di capirne l’esito. Abbiamo sempre detto che avremmo concluso quando ci fosse stata un’offerta all’altezza e con una prospettiva di sviluppo. Adesso non ci sono le condizioni”. Nei giorni scorsi si era detto meno ottimista di chiudere entro le elezioni il ministro dello sviluppo Carlo Calenda, che oggi ha fatto il punto sulla vertenza con i commissari straordinari, anticipando l’incontro che era previsto per lunedì. Sul tavolo infatti, c’è una novità: la cordata cui stanno lavorando quattro delle sei compagnie coinvolte in questa fase di approfondimento, chiesta dal Governo un mese fa, prima di autorizzare una negoziazione in esclusiva. Si tratta di EasyJet, Cerberus, Air France e Delta: soggetti entrati nella partita in momenti diversi (le prime due già dalla fase delle offerte vincolanti, le altre due solo recentemente) ma tutte già coinvolte separatamente nei mesi scorsi da ipotetici tentativi di alleanza (a novembre si parlava di asse EasyJet-Cerberus, poi è spuntato il tandem EasyJet-Air France, con l’apporto di Delta). Ora questa grande cordata sembra pensata per fronteggiare l’altra grande pretendente in gara, Lufthansa, la cui offerta (indiscrezioni un investimento di 300 milioni e circa 2 mila esuberi) negli ultimi mesi avrebbe sollevato qualche perplessità. Non commenta la notizia della cordata il commissario Stefano Paleari che svicola anche su un possibile incontro con la cordata la prossima settimana assicurando: “Guardo l’agenda il venerdì. La procedura va avanti, in pieno concerto con il Governo. Quando ci saranno novità le daremo”. Oggi, la notizia, secondo Paleari, è un’altra: “Alitalia a gennaio è risultata infatti la compagnia più puntuale al mondo, con il 91,89% dei voli atterrati in orario. Inoltre nel 2017 si è posizionata terza fra le principali compagnie aeree europee e sesta fra quelle internazionali. Non è solo un fattore numerico, è una dimostrazione di continuità aziendale ed efficienza organizzativa”.
Prosegue intanto il lavoro per la riduzione del costo del personale. Su questo domani alle 12 è previsto un incontro tra azienda e sindacati sulla disciplina dei rapporti di lavoro. Sul tavolo, l’indennità di volo ex ristrutturazione, che l’azienda vorrebbe togliere o rivedere, i congedi parentali in vista della stagione estiva e il possibile passaggio in Alitalia dei piloti di CityLiner. I sindacati, da parte loro, torneranno a chiedere la riqualificazione dei 317 dipendenti in Cigs.
Una compagnia aerea tra le più efficienti al mondo, con l’impegno delle parti sociali a ridurre il costo del lavoro, con la prospettiva di futuri utili, per quale motivo dovrà essere svenduta allo straniero ?
Per fortuna , in Italia non c’è un partito nazionalista. Se ci fosse stravincerebbe la competizione elettorale in corso. Non si può proseguire nella svendita dell’Italia la cui economia è stata ormai fortemente colonializzata. A parte poche eccezioni, il capitalismo italiano è stato incapace di proporsi come conquistatore di aziende straniere e, anzi, in alcuni casi è emigrato all’estero (Fiat docet).

Alitalia, frenata la vendita, tutto rinviato a dopo elezioni

Alitalia-EthiadIl ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, ha sintetizzato in questo modo lo stato dell’arte della procedura di vendita della compagnia aerea: “I pretendenti la pensano diversamente e per ballare bisogna essere in due. E, per questo, la vendita di Alitalia è destinata a concludersi dopo le elezioni del 4 marzo”. Così, Calenda ha fissato un punto fermo sui tempi dell’operazione, dopo che, fino a qualche settimana fa, ancora si puntava a tentare un affondo per chiudere la partita prima della scadenza elettorale.
L’obiettivo, però, con il passare dei giorni, è diventato sempre meno fattibile fino alla presa d’atto di questi giorni, da parte del ministro Calenda che, nei giorni scorsi, ha scritto su Twitter: “Avrei già chiuso ma i pretendenti hanno frenato causa elezioni”. Ma, anche il ministro delle Infrastrutture e Trasporti, Graziano Delrio, la settimana scorsa ha affermato di non ritenere imminente la vendita della compagnia. Sulla procedura si farà, intanto, il punto, come annunciato da Calenda, lunedì prossimo al Mise  con i commissari straordinari di Alitalia. Un passaggio, spiegano fonti vicine al dossier, che rientra nel costante e continuo confronto tra il Governo e la gestione commissariale e che avrà al centro un aggiornamento sui negoziati in corso.
La speranza di chiudere prima del 4 marzo si è, dunque, infranta contro la  prudenza dei potenziali acquirenti  di evitare, vista la materia altamente sensibile, i condizionamenti della campagna elettorale e procedere a una stretta, se vi saranno le condizioni, nel nuovo contesto che si definirà con il responso delle urne. Le posizioni non sono state espresse ufficialmente ma, in alcuni casi, lasciate trapelare più o meno esplicitamente.
Nei giorni scorsi, questo è stato, il messaggio veicolato da fonti vicine al quartier generale di Air France. La parola d’ordine è quella di  evitare accelerazioni  e attendere l’esito delle elezioni. Se il colosso francese, scottato dalla precedente campagna del 2008, sembra avere le sue buone ragioni, non sorprende, quindi, che lo stesso ragionamento possa essere condiviso anche degli altri soggetti in pista, da Lufthansa a EasyJet.
Intanto, ieri Alitalia e sindacati sono tornati a vedersi per affrontare  il nodo del rinnovo del contratto di lavoro. Prima della scadenza di fine gennaio, le parti si sono accordate su un’ulteriore proroga al 28 febbraio prossimo. Nel pomeriggio si è svolta una riunione preliminare ristretta in vista della ripresa del confronto contrattuale. Sul tavolo, riferiscono fonti sindacali, ci sono le richieste su possibili voci di risparmio quali congedi parentali. Altro tema è quello dell’indennità di volo, prevista dagli accordi del 2008 al momento della privatizzazione della compagnia, che consentiva ai piloti, a fronte di un determinato numero di ore volate, di non scendere sotto la soglia del 93% della retribuzione dei piloti della vecchia Alitalia.
Ci siamo chiesti, in articoli già pubblicati recentemente, perché vendere la compagnia aerea italiana, quando le prospettive sono quelle di un ritorno agli utili dopo avere già conseguito un equilibrio dei flussi di cassa.
Sarà difficile spiegarlo agli italiani anche dopo il risultato elettorale. Con la vendita di Alitalia, in Italia, il settore dei trasporti parlerà sempre più un linguaggio straniero. Ma, dalla vendita di Alitalia, potrebbero esserci anche conseguenze negative sui bilanci di Banca Intesa ed Unicredit che detengono una importante fetta del capitale sociale.

SORPRESA PIL

Pil crescita-renziL’Istat ha comunicato oggi i dati sul Prodotto Interno Lordo relativi all’ultimo trimestre dello scorso anno. Nel quarto trimestre del 2017 il PIL, espresso in valori concatenati con anno di riferimento 2010, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, è aumentato dello 0,3% rispetto al trimestre precedente e dell’1,6% nei confronti del quarto trimestre del 2016.

Il quarto trimestre del 2017 ha avuto tre giornate lavorative in meno del trimestre precedente e una giornata lavorativa in meno rispetto al quarto trimestre del 2016.

L’incremento congiunturale è la sintesi di una diminuzione del valore aggiunto nel comparto dell’agricoltura e di un aumento nell’industria e nei servizi. Dal lato della domanda, vi è un contributo positivo sia della componente nazionale (al lordo delle scorte), sia della componente estera netta.

Nello stesso periodo il PIL è aumentato in termini congiunturali dello 0,6% sia negli Stati Uniti sia in Francia e dello 0,5% nel Regno Unito. In termini tendenziali, si è registrato un aumento del 2,5% negli Stati Uniti, del 2,4% in Francia e dell’1,5% nel Regno Unito.

Nel 2017 il PIL corretto per gli effetti di calendario è aumentato dell’1,5%. La variazione annua del PIL stimata sui dati trimestrali grezzi è invece pari a +1,4% (nel 2017 vi sono state due giornate lavorative in meno rispetto al 2016). Si sottolinea che i risultati dei conti nazionali annuali per il 2017 saranno diffusi il prossimo 1° marzo, mentre quelli trimestrali coerenti con i nuovi dati annuali verranno comunicati il 2 marzo.

La variazione acquisita per il 2018 è pari a +0,5%. I tecnici dell’Istituto hanno spiegato, poi, che, in valore assoluto, il livello del Pil del quarto trimestre 2017 è più basso del 5,7% rispetto al primo trimestre del 2008, ossia sotto i valori precedenti la crisi.

Il senatore Franco Mirabelli, candidato del PD per il Senato in Lombardia, ha detto: “Oggi l’Istat conferma che l’Italia grazie alle riforme dei governi del Pd sta continuando al crescere, con il Pil all’1,4 per cento nel 2017, dato migliore dal 2010. Mentre noi continuiamo a lavorare per il Paese , il M5S gioca con i bonifici e gli scontrini. Viene da chiedersi: come pensano di gestire bilancio dello Stato se non sanno tenere sotto controllo il proprio conto in banca e se non rispettano alcun impegno preso con gli elettori?”.

Comprendiamo la posizione del PD che sfrutta giustamente il dato statistico a proprio vantaggio nella competizione elettorale, tuttavia, rispetto alla media dell’UE, l’Italia rimane ancora a livelli più bassi.

La crescita economica di Eurolandia è proseguita, con il Pil che ha mostrato solo una limatura della dinamica nel quarto trimestre, un più 0,6 per cento a fronte del più 0,7 per cento dei tre mesi precedenti. Secondo la stima preliminare fornita da Eurostat, la crescita su base annua si è attestata al 2,7 per cento dal 2,8 per cento del precedente trimestre. L’intero 2017 si è chiuso con una crescita economica complessiva dell’area valutaria pari al 2,5 per cento.

Per recuperare il divario con la UE, l’Italia dovrebbe raggiungere una crescita superiore alla media europea.

Nel frattempo il ministro Padoan ha fatto il proprio dovere scrivendo al vicepresidente della Commissione UE, Valdis Dombrovskis ed al commissario Pierre Moscovici. L’aggiustamento strutturale per il 2018 è dello 0,3% del Pil. Si tratta dell’aggiustamento che consentirebbe al governo italiano di proseguire nella politica economica che tra 2014 e 2017 ha assicurato una costante riduzione del rapporto deficit/Pil (0,3% di Pil per anno) e la stabilizzazione del rapporto debito/Pil (atteso in calo per l’anno in corso). Uno sconto notevole rispetto allo 0,8% già concordato e scritto nel Def approvato dal Parlamento: lo 0,5% risparmiato vale 9 miliardi, e consentirebbe al governo di scongiurare l’aumento dell’Iva con soli 6-7 miliardi. Moscovici ha risposto: “Non faremo nulla che ostacoli la crescita dell’Italia, ma sulla richiesta di correzione risponderemo al momento opportuno”.

Salvatore Rondello

Corte dei Conti, famiglie in difficoltà

corte-dei-contiIn occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, il nuovo presidente della Corte dei Conti, Angelo Buscema, ha lanciato dei messaggi forti. Buscema ha detto: “Il miglioramento dei risultati economici e dei conti pubblici conseguito negli ultimi anni non consente di abbassare la guardia. L’uscita dalla recessione e la ripresa non pongono ancora termine alle difficoltà quotidiane di tante famiglie. Gli andamenti in termini di crescita economica non consentono di annullare gli angusti spazi entro cui si deve muovere oggi la pubblica amministrazione. Il quadro attuale della finanza pubblica ci indica come non più praticabile il percorso che, per assicurare i necessari livelli di servizi alla collettività, faccia ricorso a un’ulteriore crescita del debito pubblico. Una via preclusa non tanto dagli obblighi che ci provengono dall’esterno, dagli accordi europei, quanto piuttosto dal rispetto di un maggior equilibrio intergenerazionale nella ripartizione degli oneri”.
Il monito di Buscema, nel pieno di una propaganda elettorale densa di promesse che minerebbero la stabilità dei conti pubblici, fa seguito alle preoccupazioni già manifestate dal Governatore della Banca d’Italia, Vincenzo Visco, qualche giorno fa.
Poi, Buscetta ha proseguito: “La riduzione delle spesa pubblica è avvenuta anche per effetto del congelamento dei salari della Pubblica amministrazione e della riduzione degli investimenti che, però, sono scesi a un livello preoccupante. Da tempo la Corte dei Conti segnala una progressiva inversione di tendenza nel processo di riequilibrio dei conti pubblici, in termini di riduzione della spesa pubblica e dei tassi d’interesse.
Non va tuttavia trascurato come ciò sia avvenuto anche per effetto del congelamento della dinamica dei redditi del pubblico impiego e con una compressione della spesa per investimenti talmente forte da creare preoccupazione per lo stesso mantenimento del capitale fisso a disposizione del sistema.
L’attenuazione delle regole e le logiche di emergenza che ispirano grandi opere e grandi eventi possono favorire la corruzione, che va invece combattuta con forza. L’azione di contrasto svolta dalla Corte a tutela della legalità è vieppiù necessaria specie in considerazione dell’attenuazione delle rigide regole della contabilità pubblica negli attuali assetti organizzativi dell’amministrazione, caratterizzati non solo dalla esternalizzazione di funzioni pubbliche e dalla costituzione di società partecipate, ma anche dal frequente ricorso a logiche di emergenza che, per le grandi opere dei grandi eventi, postulano la deroga alle procedure ordinarie di spesa”.
Il Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, intervenendo all’insediamento del nuovo presidente della Corte dei Conti ed all’inaugurazione del nuovo anno giudiziario, ha detto: “Sappiamo che gli effetti sociali della lunga crisi che l’Italia ha vissuto negli ultimi dieci anni e gli effetti sulle amministrazioni pubbliche e sulla loro efficienza non sono cancellati, rimangono. Le cicatrici della crisi necessiteranno tempo per essere rimarginate. Quindi, la congiuntura favorevole, in nessun modo deve portare a rallentare il ritmo delle riforme e tantomeno ad abbandonare l’impegno sulla riduzione del debito pubblico”.

Niente prestiti per i lavoratori a tempo determinato

mutuo_prima_casaChi non ha un lavoro a tempo indeterminato difficilmente può ottenere un prestito. Così, i lavoratori a tempo determinato sono sempre più scoraggiati a chiedere un prestito. Non solo sono una percentuale definibile irrisoria sul totale di quanti presentano domanda per un finanziamento, ma sono in calo e richiedono sempre importi più bassi. Secondo i dati emersi da un sondaggio su 100mila domande di prestiti inoltrate tramite i portali ‘Facile.it’ e ‘Prestiti.it’, nel 2016 i lavoratori a tempo determinato hanno rappresentato appena lo 0,31% del totale dei richiedenti il prestito personale. Il dato, già bassissimo, si è praticamente dimezzato nel 2017 quando sono passati allo 0,17%.
Una assenza sul mercato dei prestiti che difficilmente può essere collegata a mancate esigenze, ma al fatto che chi ha un impiego a tempo determinato non li chiede nemmeno perché presuppone un rifiuto legato alla precarietà della propria posizione lavorativa. Una tendenza, questa, fotografata con una certa precisione dai due portali di comparazione perché, a oggi, sempre più consumatori si informano o generano preventivi su internet per poi concludere la transazione anche in modo tradizionale, cioè tramite la propria banca o una finanziaria.
Invece, nel 2016, i lavoratori a tempo indeterminato che hanno chiesto un finanziamento  erano il 62,38% del totale. Nel 2017 sono saliti al 65,96%. Prendendo in esame le richieste degli autonomi, categoria solitamente meno favorita quando si tratta di erogare un finanziamento, le loro domande nel 2016 erano il 9,18% del totale, nel 2017 sono passati alla doppia cifra: ben l’11,72%.
Tornando ai lavoratori a tempo determinato, che per l’Istat sono in aumento, nel 2016 la loro richiesta media di prestito, a fronte di uno stipendio di 1.324 euro, era pari ad 8.557 euro da restituire in 58 mensilità. Nel 2017 la richiesta media è calata a 8.247 euro a fronte di uno stipendio cresciuto, seppur di poco, fino ad arrivare a 1.376 euro. Un cambiamento che però si riflette nel numero di mensilità,  che scendono a 51 in media.
Quanto alle finalità del prestito, le motivazioni indicate durante la richiesta, nel 2016 erano legate alla necessità di liquidità, seguite dall’acquisto di un’autovettura usata e dal consolidamento dei debiti. Nel 2017, invece, la finalità è diventata l’acquisto della macchina, seguita dalla liquidità e dalla ristrutturazione degli immobili. Segno, forse, che il calo delle richieste è stato però accompagnato da un miglioramento delle condizioni complessive di questa categoria di lavoratori.
Secondo Andrea Bordigone, responsabile del settore prestiti per ‘Facile.it’, questi dati sui prestiti possono avere una duplice lettura: “Dal punto di vista tecnico, sono spesso le finanziarie stesse a porre delle barriere in ingresso richiedendo a chi presenta domanda di credito una posizione lavorativa stabile o, in alternativa, una figura che possa fare da garante. Da un punto di vista più generale, invece, bisogna considerare che coloro che devono ancora trovare una stabilità lavorativa  siano meno propensi a fare progetti a medio lungo termine e ad assumersi impegni  che non sono sicuri di poter onorare fino in fondo”. Sempre secondo Bordigone: “Non tutto va letto in chiave negativa. Sarebbe positiva la variazione delle finalità per le quali si fa ricorso ad una finanziaria. L’aumento della percentuale di richieste di prestito per l’acquisto di auto usate e per la ristrutturazione  vanno interpretati come un segnale di maggiore fiducia nel futuro, seppur all’interno di una diminuzione della percentuale di richiedenti con contratto a tempo determinato, in parte assorbita dai contratti a tempo indeterminato, in parte dai lavoratori autonomi, proprio perché legate a elementi di indipendenza come la casa o un’auto di proprietà”.
Anche l’Associazione italiana del credito al consumo e immobiliare, Assofin, ha commentato i dati dei due portali. Il direttore operativo  Giuseppe Piano Mortari, dopo aver comunque descritto uno scenario in generale, guardando i dati elaborati, in aumento sul fronte degli importi e della durata media, ammette che: “Una percentuale così contenuta stupisce,  ma posso immaginare che le persone con contratto a tempo determinato tendano a ricorrere meno al credito. Sono meno interessati, avendo meno certezze nella durata del proprio reddito e per questo non intendono impegnarsi. La precarietà per il futuro sarebbe la spiegazione sul perché non chiedono un prestito. Con poco reddito e senza certezze non si fanno progetti”.
Il direttore operativo di Assofin, con riferimento alle finalità registrate dai due portali, ha confermato il trend rilevato: “Nel 2017 c’è stato un aumento significativo dei finanziamenti auto”.
Dunque, crescendo il disagio sociale e la precarietà del lavoro, diminuiscono gli investimenti delle famiglie nel medio e lungo periodo. L’aumento dei finanziamenti per l’acquisto di autovetture potrebbe essere motivato dall’esigenza di una maggiore autonomia di spostamento per raggiungere il luogo di lavoro che non sempre si trova dietro l’angolo della propria abitazione.

Produzione industriale. Nel 2017 è salita del 3%

produzione industrialeOggi l’Istat ha reso noti i dati rilevati nel 2017 sulla produzione industriale. Nella media del 2017 la produzione è aumentata del 3% rispetto all’anno precedente. L’Istat ha aggiunto che, a dicembre 2017, l’indice destagionalizzato della produzione industriale ha registrato un incremento dell’1,6% rispetto a novembre. Nella media del trimestre ottobre-dicembre 2017 la produzione è aumentata dello 0,8% nei confronti dei tre mesi precedenti.

Corretto per gli effetti di calendario, a dicembre 2017 l’indice è aumentato in termini tendenziali del 4,9% (i giorni lavorativi sono stati 18 contro i 20 di dicembre 2016).

L’indice destagionalizzato mensile ha registrato variazioni congiunturali positive nel raggruppamento dei beni strumentali (+4,7%), dei beni intermedi (+2,6%) e dei beni di consumo (+1,9%). Una variazione negativa, invece, ha riguardato il comparto dell’energia (-1,5%).

In termini tendenziali gli indici, corretti per gli effetti di calendario, hanno registrato, a dicembre 2017, un aumento significativo per i beni strumentali (+9,1%); in misura rilevante aumentano anche i beni intermedi (+5,7%) e i beni di consumo (+5,5%). Mentre una variazione negativa è stata rilevata nel comparto dell’energia (-3,1%).

Per quanto riguarda i settori di attività economica, a dicembre 2017, i comparti che hanno registrato la maggiore crescita tendenziale sono stati quelli della fabbricazione di macchinari e attrezzature n.c.a. (+15,6%), delle altre industrie manifatturiere, riparazione e installazione di macchine ed apparecchiature (+12,1%) e della metallurgia e prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti (+10,1%). Le diminuzioni sono state registrate, invece, nei settori della fabbricazione di computer, prodotti di elettronica e ottica, apparecchi elettromedicali, apparecchi di misurazione e orologi (-6,1%), dell’attività estrattiva (-3,5%) e della fornitura di energia elettrica, gas, vapore ed aria (-2,2%).

L’aumento della produzione industriale, tuttavia, ha prodotti effetti poco significativi in termini occupazionali. I lavoratori occupati sono rimasti tendenzialmente invariati con incremento delle assunzioni a termine e con riduzione degli addetti a tempo indeterminato. Sarebbero questi i risultati dell’automatizzazione dei processi produttivi con industria 4.0. In qualche Paese come la Germania, di fronte alla nuova realtà produttiva, per salvaguardare l’occupazione, si sta cercando di ridurre le ore lavorative settimanali. Dunque, anche in Italia, potrebbero essere maturi i tempi per poter proporre alle parti sociali la riduzione degli orari di lavoro. Lavorare meno per lavorare tutti, potrebbe essere una proposta politica di ampio respiro avanzata autonomamente dal Partito Socialista.

Salvatore Rondello

Italo viaggia con bandiera Usa

italo treno

Il Cda di Italo-Ntv ha accettato l’offerta del fondo statunitense Global Infrastructure Partners. Entro domenica prossima è prevista la firma dopo il nulla osta dell’Antitrust.

Ntv-Italo ha abbandonato la quotazione in Borsa e si abbandona nelle braccia del fondo Usa Global Infrastructure Partners (Gip). La società ha accettato la nuova offerta da 1,940 miliardi di euro ricevuta da Gip per il 100% del capitale sociale. Inoltre è previsto che gli attuali azionisti di Italo incassino il dividendo di 30 milioni deliberato dall’assemblea della società e che la stessa sostenga spese relative all’interrotto processo di quotazione fino ad un massimo di 10 milioni di euro, quindi il controvalore complessivo dell’offerta americana è di 1,980 miliardi di euro. Gip ha anche confermato di farsi carico dei quasi 450 milioni  di debito di Italo-Ntv. Pertanto l’intera operazione sfiora i 2,5 miliardi di euro.

Gli attuali azionisti hanno poi la facoltà di reinvestire fino ad un massimo del 25% dei proventi derivanti dalla vendita alle stesse condizioni di acquisto da parte di Gip. In mattinata, intanto, è convocato il Cda di Italo-Ntv che procederà al ritiro della domanda di autorizzazione alla pubblicazione del prospetto depositata presso Consob e di ammissione a quotazione delle azioni della società depositata presso Borsa Italiana.

I soci di Italo, accettando l’offerta vincolante del fondo americano GPI, incasseranno ricche plusvalenze. L’offerta da 1,9 miliardi di euro per il 100% di Italo è quasi 4 volte il valore dell’equity sul quale sono state definite in estate l’ingresso del fondo Peninsula Capital e l’aumento di capitale da 15 milioni di euro riservato all’amministratore delegato Flavio Cattaneo.

Proprio Cattaneo detiene una quota che sfiora il 6% per effetto del 2,9% acquisito al rientro in Italo dopo l’esperienza in Telecom, che è andato a sommarsi al 2,1% precedentemente in portafoglio e allo 0,8% attraverso i piani di stock option.

Per il 2,9% Cattaneo ha sottoscritto un aumento di capitale da 15 milioni a lui riservato che fissa un valore dell’equity di Italo a circa 507 milioni di euro. Lo stesso valore è stato il riferimento per l’ingresso a giugno di Peninsula Capital per il 12,8%, un investimento da 65 milioni di euro. L’offerta del fondo americano GPI valorizza il pacchetto azionario di Cattaneo a 110 milioni, mentre quello di peninsula a 243 milioni (con una plusvalenza di 178 milioni in appena otto mesi.

Anche per gli altri grandi soci di Italo l’offerta del fondo americano rappresenta un’importante valorizzazione dell’investimento. In base al bilancio 2016, Italo ha un patrimonio netto di 124,3 milioni e un capitale investito superiore a 640 milioni. Intesa Sanpaolo è il principale singolo azionista con il 19% e incasserebbe 360 milioni dalla vendita della partecipazione in Italo per la quale l’investimento originario dovrebbe essere intorno ai 30-35 milioni.

Per gli altri grandi soci, i fondatori sono riuniti nella holding Mdp. Della Valle detiene il 17,4% di Italo, Montezemolo il 12,70% e Gianni Punzo il 7,85%. Per la cessione a GPI la holding dei tre soci incasserebbe circa 720 milioni di euro. Oltre 280 milioni andrebbero a Generali Assicurazioni che detiene il 14,31% attraverso la società Allegro Saarl. Altre partecipazioni rilevanti sono il 5,72% detenuto da Isabella Seragnoli e il 4,77% in portafoglio a Alberto Bombassei.

L’offerta di GPI tuttavia prevede l’acquisizione di almeno il 75% del capitale di Italo, poiché gli attuali soci potranno reinvestire fino a un massimo del 25% del corrispettivo incassato. Inoltre l’offerta prevede la concessione di una opzione di vendita avente ad oggetto l’intero reinvestimento, esercitabile quanto al 50% del capitale reinvestito al terzo anno e quanto al rimanente 50% al quinto anno, a condizioni predefinite.

Nel 2017 Italo-Ntv ha trasportato tredici milioni di passeggeri che hanno generato ricavi per 454,9 milioni di euro.

Italo utilizza treni Alstom ad altissima velocità di tipo AGV (Automotrice Grande Vitesse) dotati dello stesso sistema di trazione del treno che il 3 aprile 2007 ha stabilito il record mondiale di velocità su rotaia a 574,8 km/h. L’AGV è un concetto interamente nuovo, progettato per viaggiare a 360 km/h.
Per il completamento della costruzione della flotta sono stati utilizzati gli stabilimenti di Savigliano (Cuneo) e La Rochelle. L’esordio sui binari della rete ferroviaria nazionale è avvenuto invece nell’aprile del 2012.

La capacità è di 462  posti, distribuiti su 11 carrozze (lunghezza treno 200 metri), e viaggia in Italia sulla rete ad alta velocità a 300km/h.
La flotta di Italo è attualmente composta da 25 di questi treni, ai quali si sono aggiunti i 17 nuovi treni Italo EVO (sempre marchiati Alstom). L’acquisto di questi ultimi è stato deliberato dal Consiglio di Amministrazione del 1° ottobre 2015.
I  17 Italo EVO, di cui 4 in servizio da dicembre 2017, viaggiano alla velocità di 250 km/h,  sono  composti di sette carrozze, per un totale di 187m,  per ospitare 472 passeggeri e sono una nuova evoluzione della famiglia dei “Pendolino”, un treno che conta più di 500 esemplari in tutto il mondo, esempio di comprovata affidabilità ed elevate performance. Questa “evoluzione” è volta a migliorare il comfort per il viaggiatore. Inoltre questo treno recepisce integralmente le più recenti specifiche europee per l’interoperabilità (TSI-2014) oltre a rispettare tutte le normative europee e nazionali in materia di sicurezza ed ambiente.

Italo  è il primo operatore privato italiano sull’Alta Velocità. Il treno Italo collega 19 stazioni di 14 città: Salerno, Napoli, Napoli Afragola, Roma Termini, Roma Tiburtina, Firenze SMN, Bologna, Verona, Brescia, Ferrara, Rovigo, Padova, Venezia Mestre, Venezia Santa Lucia, Reggio Emilia AV, Milano Rogoredo, Milano Centrale, Torino Porta Susa e Torino Porta Nuova.

Italo integra il suo network ferroviario dell’Alta Velocità con il trasporto su gomma di Italobus, che collega alle stazioni dell’Alta Velocità, per mezzo di pullman di ultima generazione, le località di: Mantova, Parma, Cremona, Modena, Bergamo, Capriate, Orio al Serio, Rovereto, Trento, Cavalese, Predazzo, Moena, Vigo di Fassa, Pozza di Fassa, Canazei, Picerno, Potenza, Ferrandina, Matera, Sala Consilina, Lauria, Frascineto (Castrovillari) e Cosenza.

Nel periodo dicembre 2017-aprile 2018 sono collegate le località stagionali: Treviso e Cortina (da/per Venezia Mestre), Aosta e Courmayeur (da/per Torino).

Soddisfatti della proposta ricevuta dall’azienda ferroviaria italiana privata, il Ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, e il Ministro dell’Economia e delle Finanze,  Pier Carlo Padoan, in una nota congiunta hanno dichiarato: “È molto positivo che vi sia un grande interesse da parte di potenziali investitori su NTV. Il merito va alla capacità degli imprenditori, del management e delle istituzioni finanziarie, a partire da Banca Intesa, che hanno costruito una grande azienda di servizi con investimenti molto significativi e che hanno saputo con coraggio superare anche momenti di difficoltà. Questa operazione dimostra tra l’altro il potenziale della concorrenza nella creazione di posti di lavoro e nel miglioramento dei servizi ai clienti. La quotazione in borsa della società rappresenterebbe il perfetto coronamento di una storia di successo”.
Su una possibile emigrazione di Italo negli Stati Uniti, il Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan aveva già dichiarato che “non è un pezzo d’Italia che se ne va, ma un investimento estero arrivato in Italia che fa parte dell’integrazione che deve avvenire tramite accordi tra imprese anche ad alta tecnologia. Si tratta di gioielli italiani che sono collocati all’estero anche per essere valorizzati”.

Il 6 febbraio 2018,  Intesa Sanpaolo, azionista di maggioranza di Italo, ha dichiarato che ‘la partecipazione che possiede non è strategica’. Durante la conferenza stampa sul piano 2018-2021, l’Amministratore delegato della banca-azionista,  Carlo Messina,  ha specificato che “nel momento in cui si realizzano le condizioni per uscire, noi siamo per la dismissione. Alla miglior valorizzazione possibile si chiude l’operazione”.

Con l’acquisizione di Italo-Ntv, il fondo Global Infrastructure Partners è il primo gruppo degli Stati Uniti che si inserisce in Europa nel settore dei trasporti su rotaia.

Salvatore Rondello