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Salvatore Rondello

Consumatori, fiducia stabile in Europa

consumatori

L’indice di fiducia dei consumatori, rilevato da GfK nei 28 stati dell’Unione Europea, è rimasto relativamente stabile nei primi mesi del 2018. L’indice è calato leggermente a marzo, assestandosi a 20,6 punti. In Italia, invece, diminuiscono ancora le aspettative economiche, mentre migliorano quelle relative al reddito. Per il 2018, GfK prevede un aumento della spesa delle famiglie europee compreso tra 1,5 e 2 punti percentuali in termini reali. In Italia, sempre secondo Gfk, l’incertezza politica indebolisce le aspettative economiche che i risultati elettorali non hanno contribuito a migliorare. Nel frattempo, a marzo 2018 c’è stata una diminuzione della Cassa integrazione. Le ore autorizzate sono state 21,94 milioni con un calo del 5,3% rispetto a febbraio e del 40,9% su marzo 2017. Lo ha comunicato oggi l’Inps nell’Osservatorio sulla cassa integrazione spiegando che nei primi tre mesi dell’anno sono stati autorizzati nel complesso 62,39 milioni di ore con un calo del 38,68% sui primi tre mesi del 2017. Nel mese di febbraio sono arrivate all’Inps complessivamente 108.405 domande di disoccupazione, con un calo del 38,1% rispetto alle 175.210 arrivate a gennaio 2018. Però, le domande di disoccupazione sono cresciute del 2,3% rispetto a febbraio 2017.  Nei primi due mesi del 2018, sono arrivate all’Istituto 283.615 domande di sussidio con un aumento del 4,5% rispetto allo stesso periodo del 2017.

Per GfK, nel primo trimestre del 2018 i consumatori europei si sono dimostrati molto meno ottimisti, rispetto alla fine dello scorso anno. Tutti i Paesi che avevano visto un forte incremento dell’indice di fiducia nel corso del 2017, hanno registrato una flessione nei primi mesi dell’anno.

In media, le aspettative economiche dei Paesi dell’Unione Europea si sono assestate a 15 punti a marzo 2018, due punti in meno rispetto a dicembre 2017. In Francia e in Austria il clima positivo sembra essersi temporaneamente affievolito dopo le elezioni. Al contrario, i consumatori della Repubblica Ceca e del Belgio sembrano essere molto più ottimisti rispetto all’economia dei propri Paesi.

Le aspettative di reddito continuano invece a crescere in tutta Europa. Nei primi tre mesi dell’anno, questo indicatore è salito di 1,3 punti, raggiungendo quota 16,3 punti a marzo. Particolarmente ottimisti sono i consumatori di Gran Bretagna e Bulgaria, che hanno fatto registrare una crescita a due cifre dell’indicatore sulle aspettative di reddito. Trend negativo invece in Francia e Spagna.

Nel primo trimestre del 2018, l’indice che misura la propensione all’acquisto dei cittadini europei ha registrato, in media, un calo di 1,3 punti, stabilizzandosi a 19,7 punti a fine marzo. In controtendenza il dato della Repubblica Ceca, che continua a crescere e evidenzia l’umore generalmente positivo dei consumatori cechi.

Sul versante dell’Italia nel primo trimestre del 2018, i consumatori italiani hanno vissuto un periodo di incertezza e i risultati delle elezioni non sono riusciti a risollevare l’umore della popolazione.

Le aspettative economiche degli italiani continuano a scendere anche in questo trimestre, seppure in maniera meno drastica rispetto allo spesso periodo del 2017. A fine marzo, l’indicatore che misura le aspettative economiche si è assestato a -28,1 punti, 4,3 punti in meno di quelli registrati alla fine del 2017.

Per contro, le aspettative di reddito mostrano un andamento positivo e a marzo 2018 l’indicatore ha raggiunto i 4,4 punti, con una crescita di 5,5 punti. Si tratta di un valore in crescita sia rispetto allo stesso periodo dello scorso anno (quando era arrivato a -8,9 punti) sia rispetto a dicembre 2017.

Peggiora invece la propensione all’acquisto dei consumatori italiani nel primo trimestre del 2018. Rispetto agli alti livelli raggiunti a dicembre 2017, l’indicatore ha registrato un calo di 5,4 punti e a marzo 2018 stabilizzandosi a 15,7 punti.

Dall’indagine di GfK è emersa un’Europa a più velocità tendenzialmente stabile nella media. L’Italia, tra luci ed ombre, a seguito dei recenti risultati elettorali, resta in un clima di incertezze con valutazioni negative fatte dai consumatori.

Salvatore Rondello

L’Eni investe sette miliardi in Italia

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L’ENI ha presentato il piano strategico 2018-2021 alla comunità finanziaria italiana. L’amministratore delegato, Claudio Descalzi, illustrando il piano ha detto: “L’Italia è il primo paese a livello di investimenti per il gruppo Eni: 7 miliardi di euro nei prossimi quattro anni, di cui 1 miliardo destinato alle attività green, incluse le spese per la ricerca e sviluppo al servizio del processo di decarbonizzazione. Lavoriamo in decine di paesi nel mondo e in ogni paese integriamo le nostre competenze e la nostra passione con quelle delle popolazioni che ci ospitano, con risultati straordinari ma le nostre radici sono in Italia ed è proprio qui che vediamo il potenziale per investire di più”.

Descalzi ha trattato anche il tema della sicurezza delle attività e della loro compatibilità ambientale affermando: “Nel 2017 abbiamo confermato il primato nell’ambito della sicurezza nel lavoro, con un numero di eventi registrati per milioni di ore lavorate (Total Recordable Injury Rate) pari a 0,33, in miglioramento del 7% rispetto al 2016. A livello ambientale, abbiamo ridotto l’intensità delle emissioni dalle nostre attività upstream del 3% rispetto al 2016 e del 15% rispetto al 2014, compiendo significativi progressi verso l’obiettivo di riduzione del 43% nel 2025 rispetto al 2014”.

L’Amministratore delegato di Eni si è poi soffermato sul Progetto Italia, iniziativa di riqualificazione industriale che implica la realizzazione di impianti per la produzione di energia rinnovabile nell’ambito di terreni Eni bonificati. L’energia rinnovabile prodotta sarà destinata prevalentemente a soddisfare gli autoconsumi degli asset industriali di Eni, consentendo alla compagnia di ridurne i consumi energetici. Finora Eni ha identificato in questo ambito 25 progetti per una potenza complessiva pari a 220 megawatt, pari a 0,4 terawatt/ore all’anno di energia elettrica, e che entreranno in esercizio nel 2021.

Sempre in ambito green, Descalzi ha ricordato l’impegno della compagnia per la realizzazione di prodotti bio nell’ambito del downstream: Eni è stata la prima compagnia a convertire una raffineria tradizionale in bioraffineria, a Venezia, e completerà entro fine anno la conversione della raffineria di Gela; i due impianti, insieme, produrranno 1 milione di tonnellate all’anno di green diesel entro il 2021, facendo di Eni uno dei principali produttori d’Europa. La società, infine, ha lanciato una serie di progetti legati alla chimica verde come prodotti intermedi da olio vegetale e piantagioni sperimentali di Guayule per produrre gomma naturale.

Nel campo delle rinnovabili,  ENI  concentrerà la propria ricerca prevalentemente sul solare, sullo stoccaggio dell’energia, su biocarburanti avanzati, sulle biomasse e sull’energia eolica.

Per contribuire alla mobilità sostenibile, oltre alla tecnologia Ecofining per la produzione del green diesel, la società sta lavorando allo sviluppo di processi per la conversione del gas naturale in metanolo, progetto legato al memorandum firmato alla fine del 2017 con  FCA e volto allo sviluppo di una serie di progetti di ricerca e applicazioni tecnologiche per la riduzione delle emissioni di CO2 nei trasporti su strada: tra gli ambiti della collaborazione vi è proprio l’utilizzo del metanolo tra le nuove tecnologie per l’utilizzo del gas nei trasporti, che consente di ridurre significativamente le emissioni. A questo scopo,  ENI ha già sviluppato una nuova benzina composta per il 20% da carburanti alternativi (15% di metanolo e 5% bioetanolo).

Descalzi ha anche affermato: “Nell’arco del nuovo Piano spenderemo oltre 750 milioni di euro in ricerca e sviluppo. Grazie alla ricerca abbiamo consolidato e arricchito il nostro know how, formando nuove e importanti competenze interne. Lavoriamo con più di 50 istituiti tra Università e centri di ricerca, per un totale di oltre 220 progetti, di cui oltre la metà in Italia, promuovendo un profondo scambio di conoscenze tra  ENI  e il Paese. Dal 2009 al 2017, abbiamo speso in ricerca e sviluppo 1,7 miliardi di euro, costruendo un portafoglio di tecnologie nei più svariati ambiti, dall’upstream al downstream, dalle rinnovabili alla salvaguardia ambientale fino alla sicurezza, per un totale di oltre 6 mila brevetti”.

La multinazionale italiana guarda al futuro, all’ambiente ed allo sviluppo del Paese di origine. Se tutte le multinazionali con origini italiane potessero seguire l’esempio di Eni, in Italia ci sarebbero sicuramente meno problemi da affrontare.

Salvatore Rondello

Poveri e tartassati. Otto milioni di incapienti

tartassati-stangata-640x342Da una elaborazione effettuata dalla Fondazione Nazionale dei Commercialisti sui dati raccolti dal Dipartimento delle Finanze sulle dichiarazioni dei redditi presentate nel 2016 e nel 2017, emerge un quadro sorprendente. Sarebbero oltre 7,73 milioni i contribuenti italiani “incapienti”, per i quali l’Irpef dovuta si azzera per effetto delle detrazioni. Di questi sono più di 3,12 milioni quelli che non riescono a sfruttare in tutto o in parte le detrazioni per carichi di famiglia.
Nel dettaglio, sono oltre 750.000 i contribuenti che, per “incapienza” dell’imposta, non sfruttano nemmeno un euro di detrazione Irpef non soltanto per le numerose detrazioni esistenti per oneri e spese, ma anche per quelle previste a favore di chi ha familiari a carico. Tra questi 750.000, anche 72.000 contribuenti con coniuge e due figli a carico e 101.000 contribuenti tra i quali si annoverano anche quelli con tre o più figli a carico.
Sono invece oltre 2,36 milioni i contribuenti che, per “incapienza dell’imposta”, non sfruttano nemmeno un euro di detrazione Irpef per le numerose detrazioni esistenti per spese e oneri e riescono a sfruttare soltanto in parte quelle previste a favore di chi ha familiari a carico. Tra questi 2,36 milioni, anche 384.000 contribuenti con coniuge e due figli a carico e 466.000 contribuenti tra i quali si annoverano anche quelli con tre o più figli a carico.
I restanti 4,61 milioni di “incapienti” riescono invece a sfruttare per intero le detrazioni per carichi di famiglia, oltre naturalmente a quelle collegate alla tipologia del loro reddito da lavoro dipendente, pensione o lavoro autonomo, limitando la loro “incapienza” ad una parte delle detrazioni spettanti per oneri e spese.
Il presidente del Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili, Massimo Miani, ha osservato: “Anche quest’anno la campagna della dichiarazione dei redditi, avviata con la messa a disposizione dei dati per la “precompilata”, vede nuove detrazioni per oneri e spese che si affiancano alle numerose già esistenti, ma quello degli incapienti rimane un nodo non affrontato. Il vero tema è quello dei carichi familiari: è logico che le detrazioni per redditi di lavoro abbiano al massimo il compito di azzerare l’imposta dovuta, così come è ragionevole che le detrazioni per oneri e spese facciano altrettanto. Dove invitiamo a una riflessione, sono i carichi di famiglia: per questo tipo di situazione l’incapienza non appare né logica né ragionevole e forse sarebbe opportuno concentrare e rafforzare l’aiuto al fattore famiglia sul versante dei trasferimenti, come per il meccanismo degli assegni al nucleo familiare, piuttosto che su quello delle detrazioni d’imposta”.
In sintesi, le persone con i redditi più bassi non riescono a sfruttare per intero le detrazioni di cui avrebbero diritto perché il loro valore è superiore all’imposta versata. Di conseguenza, i rimborsi ottenuti sono solo parziali rispetto alle agevolazioni fiscali spettanti di diritto.

Caregiver, l’assistenza fai da te è spesso obbligata

anzianiIn Italia ci sarebbero oltre 5 milioni di caregiver familiari, persone che si occupano direttamente, in casa, dell’assistenza ad un parente bisognoso di cure. Quella dell’assistenza fai da te è una scelta spesso obbligata: in sei casi su dieci, infatti, le cure domestiche dirette, senza l’aiuto di una figura esterna, sono le uniche economicamente sostenibili.

Il dato emerge da un’indagine condotta da Swg su un campione di 3mila persone in occasione della settimana della buona salute 2018, la campagna di sensibilizzazione per l’invecchiamento attivo promossa dal sindacato dei pensionati autonomi Fipac Confesercenti. Quest’anno la settimana, che prevede come sempre un ricco carnet di attività sul territorio, iniziata oggi per concludersi domenica 22 aprile, è idealmente dedicata al tema dell’assistenza.

Complessivamente, un cittadino su sette deve farsi carico di seguire, in vario modo, una persona con rilevanti problemi di assistenza. Il dato è volutamente di natura generale per non entrare nel privato delle persone ma riguarda l’insieme dei problemi posti dalle persone non autosufficienti, in toto o parzialmente, per anzianità o disabilità, dai cronicizzati, da invalidità a temporalità medio-lunga. Si tratta, pertanto di una platea di circa sette milioni di cittadini, dato di riferimento e con delle variazioni nel tempo. Queste persone hanno problemi differenziati e di varia intensità ma richiedono attenzione e un’azione di cura. Il dato che emerge dall’indagine è leggermente superiore alle cifre ufficiali su questa realtà che, però, non tengono conto degli aspetti a temporaneità protratta e di situazioni particolari che richiedono comunque forme di assistenza. Occorre anche osservare che il crescente invecchiamento della popolazione rende continuamente più ampia la platea degli interessati da necessità di cura: spesso, a loro volta, si tratta di persone anziane e prive delle risorse economiche necessarie.

Come segnalato, infatti, l’alta incidenza dell’assistenza familiare diretta, scelta dal 71% dei prestatori di cure, è dovuta nel 59% dei casi a motivazioni di tipo economico. Pesa, però, anche una certa preferenza per le cure domestiche: il 32% degli assistenti familiari, infatti, ammette di seguire personalmente il proprio parente perché preferisce non affidarne la cura ad estranei. Una scelta dettata da fattori culturali, ma anche da una diffusa sfiducia nelle strutture private, di cui si avvale solo il 4%. Basso anche il ricorso al pubblico (4%), ma c’è una quota di circa 200mila persone che segnala la mancanza di disponibilità nelle strutture del proprio territorio.

Tra chi può permetterselo, invece, si consolida la preferenza per le badanti: il 16% le impiega, per un esercito di circa un milione di addetti all’assistenza, uno su tre (il 35%) in servizio per oltre 18 ore a settimana. Anche la ricerca della badante è improntata al ‘fai da te’: il 72% ottiene il contatto attraverso il passaparola, mentre il 12% tramite lo sportello comunale o un’altra struttura pubblica. Il 9% si avvale dell’aiuto di associazioni e cooperative sociali, mentre il 5% attraverso la comunità religiosa.

Il presidente di Fipac, Sergio Ferrari, ha spiegato: “L’aumento dell’aspettativa di vita ed il progressivo invecchiamento della popolazione richiedono un maggiore sostegno per il settore del lavoro domestico, da parte della politica. Da tempo come FIPAC proponiamo la deducibilità di questo tipo di assistenza. Oggi gli incentivi per assumere legalmente un lavoratore domestico sono ancora troppo scarsi. L’offerta di un vantaggio fiscale apprezzabile potrebbe indurre anche 350-400 mila famiglie a regolarizzare i rapporti sommersi, con notevoli benefici anche in termini occupazionali. Abbiamo esempi virtuosi di questo tipo di politiche sociali in paesi europei come Francia e Germania: potremmo prenderne spunto e organizzare una coalizione di forze a sostegno di proposte che possono essere messe a punto tra chi è interessato”.

Tale problematica esistenziale, in realtà, interessa tutti i cittadini che durante il percorso di vita, o per disabilità temporanea causata da malattie o per patologie croniche invalidanti parzialmente o totalmente. L’onere di tale assistenza fatta da un familiare a persone che non hanno il riconoscimento di invalidità dalla legge 104, attualmente, è a totale carico delle famiglie. Sarebbe giusto una forma di assistenza, di solidarietà umana e sociale per compensare tali oneri. Insomma, rispetto alla problematica evidenziata, c’è una carenza normativa che necessita di essere affrontata non solo per fare emergere il sommerso ma per rendere giustizia sociale. Il Partito socialista ha tutte le competenze necessarie per presentare in tal senso un disegno di legge, dimostrando di continuare ad essere una presenza politica dal volto umano vicina alle esigenze dei cittadini.

Salvatore Rondello

NUOVO PROGETTO

futuro possibile napoli nencini psi

Si è svolta a Napoli la conferenza del Psi per il Centro-Sud dal titolo “Il futuro Possibile – per una nuova militanza 2.0”: un incontro aperto a tutta la comunità socialista del Sud. Militanti, amministratori e dirigenti socialisti si sono incontrati nella grande conferenza territoriale per avviare una profonda discussione su una nuova militanza 2.0 e sul futuro della sinistra riformista dopo la sconfitta  elettorale che ha ridisegnato lo scenario politico. Dopo la conferenza del centro-nord che si è tenuta la scorsa settimana a Bologna, la conferenza centro-sud ha riunito il partito sabato 14 aprile a Napoli, presso Palazzo Caracciolo Napoli, in  via Carbonara, 112 alla presenza del Segretario del partito,  Riccardo Nencini, vice ministro uscente delle infrastrutture e dei Trasporti. La conferenza, è stata coordinata da Silvano Del Duca, segretario provinciale del Psi di Salerno ed introdotta da Marco Riccio, segretario regionale del Psi campano e Francesco Mallardo, segretario di Napoli. E’ intervenuto  Enzo Maraio, consigliere regionale e responsabile organizzazione del Psi. Presenti anche  i segretari socialisti di tutte le province campane. Oltre duecento i partecipanti ai lavori.

Un momento di partecipazione per elaborare strategie ed adottare rimedi alla deriva che rischia di travolgere il riformismo italiano: una mappa per affrontare il difficile momento politico che dovrà tradursi in nuovi canoni da applicare proprio all’interno della comunità socialista attraverso una trasformazione profonda del campo e delle metodologie d’azione.

“Dobbiamo pensare a una forma organizzativa più snella e più legata ai propri rappresentanti territoriali e contestualmente dobbiamo rafforzare la tendenza a rinnovarci”, ha scritto il segretario Riccardo Nencini in una lunga lettera aperta inviata a tutti i simpatizzanti e militanti del partito, per invitarli a partecipare alla conferenza di Napoli.

L’insuccesso elettorale della lista “Insieme” non ha ancora placato gli animi dei militanti socialisti che vorrebbero un vero cambiamento del partito in cui potersi riconoscere. I lavori sono iniziati dopo l’inaugurazione della nuova Federazione provinciale di Napoli a piazza Garibaldi. Ai militanti è stato presentato il dilemma se il Psi dovrà continuare ad esistere autonomamente o se confluire nel PD.

Dopo che a Bologna, lo scorso 7 aprile, si è riunita la comunità del PSI del Centro-Nord, è stata la volta di Napoli. Due appuntamenti per discutere, dopo il risultato delle elezioni politiche, del futuro della sinistra riformista e del Psi, ora impegnato in una riorganizzazione del partito.  Il centrosinistra il 4 marzo non è stato sconfitto, ha subito un’autentica e rara disfatta”, ha detto il segretario del PSI, Riccardo Nencini, analizzando il risultato elettorale. “Vogliamo ripartire da Napoli per creare le condizioni perché la sinistra riformista abbia un progetto nuovo; oggi i socialisti presentano il loro che è fatto di un’organizzazione più snella, di un’offerta di sovranità ad un progetto che la sinistra italiana deve darsi preparandosi alle elezioni europee del 2019”.

Rispondendo alla domanda di chi gli chiedeva quale fosse il  futuro del PD, Nencini sottolinea: “Ci troviamo in una fase tripolare stabile. Il PD nasce all’interno di uno schema bipolare. Per questo non vedo soluzioni se si sceglie di tenere in considerazione il vecchio schema bipolare”. Ribadito il no ad un possibile governo con i Grillini: “Dove c’è antiparlamentarismo bisogna stare lontani. Non vorremmo fare la fine di chi ha “la sindrome di Stoccolma”,  che ci si innamora del proprio aguzzino.  Piuttosto – ha proseguito Nencini – dobbiamo ripensare a ricostituire il centrosinistra – a cominciare dalle prossime  elezioni amministrative –  perché senza gli amministratori è difficile tenere in piedi una comunità politica. Ma la posizione istituzionale si deve trasformare nell’azione politica e dobbiamo presentarci ai cittadini per quello che facciamo e non solo per quello che siamo stati”.

Per Nencini la sinistra in tutta Europa deve “ripensare al canone con cui ci si approccia ai problemi  cittadini”. Due i temi da rilanciare: la “sicurezza, che non è un tema di destra o di sinistra, e che va affrontato con profonda decisione anche con la figura del poliziotto di quartiere. E soprattutto affermare che chi viene in Italia deve vivere secondo i canoni occidentali, guardando alla Costituzione, ai suoi diritti ma anche ai suoi doveri”. Il secondo tema da mettere al centro di un nuovo progetto di sinistra riformista è per Nencini quello della diminuzione delle diseguaglianze: “Dobbiamo rendere la forbice delle diseguaglianze molto più stretta, il tema del lavoro deve essere centrale non solo per i socialisti ma per la sinistra italiana”, ha sottolineato Nencini.

Rispetto alla crisi siriana, Nencini ha detto che si tratta di “un dramma terribile” di fronte al quale “i socialisti hanno indicato due strade”: “L’ho fatto personalmente con il presidente della Repubblica, da una parte dobbiamo mettere in campo tutte le iniziative diplomatiche internazionali di cui l’Italia sarà capace, dall’altra dobbiamo muoverci nel campo delle alleanze euro-occidentali ed atlantiche non fuori da essere”. Si tratta di “un modo anche per capire qual è la politica estera della Lega eccessivamente filo-Putin”.

Riguardo invece alla possibilità di un governo grigio-verde, Nencini ha detto di credere che “fra grillini e Lega di Salvini possa profilarsi un accordo, che c’è già stato a livello parlamentare e non escludo che vi possa essere a livello di governo”.

Gian Franco Schietroma ha avanzato l’ipotesi di un congresso entro l’anno, facendo notare che il Psi sul territorio è ancora presente con circa mille amministratori. Ha ricordato che sono prossime le elezioni per il rinnovo di 800 consigli comunali. Il segretario organizzativo, ha manifestato l’esigenza di ripartire dal territorio, ma ha anche detto che “la gloriosa storia del Psi non può finire”.

Non sono mancate le critiche agli errori politici fatti in passato. Particolare importanza all’insuccesso elettorale è stato attribuito al referendum sulle modifiche alla Costituzione. La recente politica del centro sinistra ed il coinvolgimento negli scandali bancari, da Banca Etruria al Monte dei Paschi di Siena, hanno spinto gli elettori verso i fronti populisti che cumulativamente hanno raggiunto il 55% dei consensi elettorali. Più interventi hanno manifestato l’esigenza di riorganizzare il partito utilizzando più intensamente gli strumenti informatici disponibili.

Nella maggior parte degli interventi si è manifestata l’esigenza di un Psi più autonomo, capace di avanzare proposte politiche autonome, che sappia instaurare un dialogo più diretto con gli elettori, con i giovani, con gli operai ed i disoccupati a cui bisogna offrire le prospettive per un futuro migliore. Ma è anche necessario un partito che sappia costruirsi una maggiore visibilità mediatica superando le attuali barriere che non danno sufficienti spazi di comunicazione.

Carlo Vizzini ha sottolineato che “al contenitore vanno aggiunti i contenuti”. Il presidente del Psi ha fatto notare che “il simbolo elettorale cambiato prima delle elezioni è stato negativo”. Tuttavia, per Vizzini è necessario fare una grande forza riformista per la quale è necessario un grande impegno sul territorio. Prendendo in esame i prossimi impegni elettorali, tra cui le elezioni per il Parlamento europeo previste per il prossimo anno, per Vizzini “non si può perdere tempo”.

Alcuni interventi hanno fatto notare che gli italiani non decidono più all’ultimo momento chi votare come avveniva un tempo. Adesso le opinioni e le scelte si formano giorno dopo giorno e gli elettori sanno già chi votare prima che inizia un campagna elettorale.

Per il direttore di Mondoperaio, Luigi Covatta, “si è chiuso un ciclo lungo dieci anni ed i problemi che deve affrontare il Pd sono gli stessi che dobbiamo affrontare noi”. Per Covatta bisogna avere “l’ambizione di volare alto” per una “rigenerazione del centro sinistra”. Nel suo intervento Covatta ha citato una frase di Galli della Loggia: “quando il Psi arrivò al minimo storico seppe riprendersi perché seppe volare alto”. Covatta ha fatto anche notare che oggi è cambiata la divisione internazionale del lavoro ed è cambiato anche il capitalismo. Mondoperaio oggi è un autorevole punto di riferimento della sinistra per costruire un nuovo riformismo politico. Trovare le riforme da fare ed i contenuti da proporre in modo serio e credibile come hanno fatto i nostri padri è la via da seguire, secondo Covatta che ritiene utile attendere il congresso del Pd per avere una visione più ampia.

Il segretario Riccardo Nencini, ha concluso i lavori con il suo intervento. Per Nencini “di certo non si andrà al governo con i grillini”. Il segretario nazionale ha fatto notare che la crisi del socialismo non è solo una questione italiana, ma investe altri paesi dell’europa come la Francia, il Portogallo e la Spagna. Bisognerà decidere su come presentarsi alle prossime elezioni. Per Nencini è necessario aprire un dialogo con tutte le realtà socialiste che in questo momento non si riconoscono nel Psi e successivamente andare al congresso.

In sintesi, dai molteplici interventi, è emerso che il Psi può avere un futuro nel Paese, ma è necessario che si definisca al più presto una linea politica autonoma condivisa da tutti i compagni ed una riorganizzazione del partito più efficiente ed efficace.

Salvatore Rondello

La spesa delle famiglie cresce più del reddito

Istat-carrello spesa

Nel 2017 le famiglie hanno aumentato la spesa per consumi finali (+2,5% in termini nominali) in misura superiore rispetto all’incremento del reddito disponibile (+1,7%). Di conseguenza, la propensione al risparmio delle famiglie scende al 7,8%  (-0,7 punti percentuali rispetto al 2016). Lo ha reso noto l’Istat nel presentare i Conti nazionali per settore istituzionale per gli anni 2015-2017, risultati coerenti con i Conti nazionali ed il Conto delle amministrazioni pubbliche diffusi il 4 aprile scorso.

Secondo l’Istituto di statistica, per effetto dell’aumento dell’1,2% del deflatore dei consumi privati, la crescita del reddito disponibile corrisponde ad un incremento del potere di acquisto delle famiglie dello 0,6%, in rallentamento rispetto alle tendenze registrate nel biennio precedente.

Nel 2017, osserva l’Istat,  il prelievo fiscale  dovuto alle imposte sulla produzione e a quelle correnti e in conto capitale ha inciso sul reddito disponibile delle famiglie per il 16,2%, su quello delle società non finanziarie per il 23,8% e su quello delle società finanziarie per il 18,6%.

L’incidenza delle imposte sul reddito disponibile, ha spiegato l’Istituto di statistica, è diminuita per famiglie e società non finanziarie, mentre è aumentata per le società finanziarie.

I dati sono stati commentati dal Codacons, che ha diramato una nota successiva alla diffusione del report dell’Istat, sottolineando come gli italiani si stiano  trasformando da ‘formiche’ a ‘cicale’.

Il  numero uno del Codacons, il presidente Carlo Rienzi, ha detto: “Negli ultimi anni le famiglie avevano dimostrato una forte tendenza al risparmio, mettendo da parte i soldi a danno dei consumi la cui crescita era estremamente contenuta”. Nel 2017 assistiamo, invece, ad una  inversione di tendenza, con la spesa dei consumatori che aumenta più del reddito e va ad intaccare la propensione al risparmio, in diminuzione del -0,7% rispetto all’anno precedente. Tuttavia i numeri diffusi oggi dall’Istat  non appaiono soddisfacenti né rassicuranti, e sono ancora lontani dai livelli pre-crisi”.

Rienzi ha fatto notare: “Nel 2007, ad esempio, il potere d’acquisto delle famiglie cresceva al ritmo del +1,3% annuo contro lo 0,6% del 2017; peggio ancora per i consumi,  che sono saliti nell’ultimo anno del +2,5% contro il +4% del 2006”.

Dal rapporto dell’Istat è emerso anche che  il tasso  di profitto  delle società non finanziarie è sceso l’anno scorso al 41,7% (-0,7 punti percentuali rispetto al 2016), a  fronte di un  tasso di investimento salito al 21,1% (+0,9 punti percentuali).
In particolare, le società finanziarie hanno assistito una riduzione del valore aggiunto ai prezzi base (-1,4%).

Sull’incidenza del fisco, l’istituto ha indicato che nel 2017 il prelievo fiscale dovuto alle imposte  sulla produzione e a quelle correnti e in conto capitale ha inciso sul  reddito disponibile delle famiglie per il 16,2%, su quello delle società non finanziarie  per il 23,8% e su quello  delle società finanziarie  per il 18,6%.

L’incidenza delle imposte sul reddito disponibile è diminuita per famiglie e società non finanziarie, mentre è aumentata per le società finanziarie.

Per  la Federconsumatori  questa dinamica della spesa che cresce più del reddito vale soprattutto per i redditi medio-bassi mentre il rapporto si inverte in caso di reddito medio-alto, confermando dunque una grande disparità nella distribuzione della ricchezza in Italia. La Federconsumatori ha detto: “I dati rilevati oggi dall’Istat conferma in pieno quanto abbiamo denunciato con la presentazione del  report realizzato dalla Federconsumatori in relazione all’andamento dei redditi, della spesa delle famiglie e dei prezzi e tariffe dal 2013 al 2018. L’analisi ha messo in luce proprio come la spesa sia aumentata più del reddito, determinando un forte impoverimento delle famiglie”.

Con una previsione aggiornata a quest’anno, Federconsumatori stima che dal 2013 al 2018 ci sia stata  una crescita del reddito medio del +4,4%  (3,8% al netto dell’inflazione),  a fronte di un aumento della spesa del +6,4%. L’associazione dei consumatori ha aggiunto: “La spesa cresce più velocemente del reddito, per questo le famiglie non riescono a far fronte alle proprie spese, effettuando dolorose rinunce persino in settori delicati come quello della salute”. La Federconsumatori, però, ha anche evidenziato: “L’andamento non è uniforme per tutte le classi sociali e per tutti i livelli di reddito. L’andamento di spesa rispetto al reddito è fortemente differenziato a seconda del livello reddituale del percettore di riferimento del nucleo familiare.  Per i redditi medio-bassi, la spesa cresce più del reddito, mentre tale andamento si inverte se si prendono in considerazione i redditi medio-alti”.

Il presidente di Federconsumatori, Emilio Viafora, ha commentato: “Il quadro illustrato sottolinea non solo le forti disparità esistenti nel nostro Paese, ma evidenzia come queste siano destinate ad amplificarsi alla luce di una crescita diseguale.  È evidente come tale situazione richieda delle misure appropriate tese ad una redistribuzione dei redditi e ad un complessivo riequilibrio delle condizioni economiche e sociali, attraverso un piano di investimenti che miri al rilancio di un’occupazione di qualità.”

Non è dunque vero che le famiglie si sono trasformate da ‘formiche’ in ‘cicale’. Il disagio sociale è aumentato e le famiglie con reddito più basso, per ‘sbarcare il lunario’, sono costrette ad attingere ai risparmi accumulati negli anni precedenti la crisi.

Dal rapporto Istat, sorge qualche dubbio sulla quantificazione del lavoro ‘in nero’ e sulle attività svolte illegalmente che pure fanno parte della realtà del nostro Paese.

Salvatore Rondello

Un milione le famiglie senza lavoro. In aumento al sud

Disoccupazione-giovani

Non è certamente una novità, ma una realtà preoccupante del nostro Paese. La realtà aggiornata è emersa dalle tabelle dell’Istat pubblicate qualche ora fa. Il numero delle famiglie senza redditi da lavoro, fortunosamente, è sceso (-1,4%), confrontando la media del 2016 con quella del 2017, anche se il valore assoluto risulta ancora superiore al milione, esattamente pari ad un milione e 70 mila. Tuttavia, se analizziamo la media vista con l’occhio di Trilussa, nel Mezzogiorno la tendenza è contraria. Le famiglie meridionali senza reddito di lavoro sono aumentate del 2,2% su base annua, formando la presenza di 600 mila nuclei in questa condizione, cioè, oltre la metà del totale. Si tratta di famiglie dove tutti i componenti attivi sono disoccupati. Quindi se reddito c’è deriva da altre fonti, rendite o pensioni, certamente non da un impiego lavorativo.

In oltre mezzo milione di famiglie, precisamente 545 mila, con e senza figli, la donna risulta occupata a tempo pieno o part time mentre l’uomo non porta a casa alcun reddito da lavoro, essendo disoccupato o inattivo, ovvero fuori dal mercato, e senza una pensione legata a una carriera lavorativa. Il dato riguarda i coniugi o i conviventi tra i 25 e i 64 anni.

In sintesi, si è accentuato il divario tra nord e sud. Le sacche di maggiore povertà continuano a crescere nel sud mentre diminuiscono al nord. La questione meridionale, sorta subito dopo l’unità d’Italia, continua ancora oggi nella sua drammaticità esistenziale per la popolazione del mezzogiorno.

Queste sacche di povertà del mezzogiorno continuano ad essere terreno fertile per lo sviluppo delle organizzazioni criminali di stampo mafioso.

Salvatore Rondello

Fmi: il protezionismo danneggia i poveri

A Hong Kong, FMI-christine-lagarde, il direttore generale del Fmi, ha criticato aspramente il protezionismo affermando: “I governi devono evitare il protezionismo in ogni sua forma. La storia ci insegna che le restrizioni all’import fanno male a tutti, soprattutto ai consumatori più poveri. Il sistema di scambi commerciali internazionali ha trasformato il mondo. Ha contribuito a dimezzare la percentuale della popolazione mondiale che vive in condizioni di estrema povertà mentre le barriere protezionistiche impediscono al commercio di svolgere il suo ruolo fondamentale per rafforzare la produttività.
Ma questo sistema di regole e responsabilità condivisa corre ora il pericolo di essere distrutto. Questo sarebbe imperdonabile, un fallimento collettivo. Nello stesso tempo le troppe pratiche sleali, devono essere eliminate perché possono lasciare tracce sugli equilibri commerciali tra Paesi. In concreto, bisogna proteggere ad esempio proprietà intellettuali e ridurre le distorsioni che favoriscono le imprese statali”.

Christine Lagarde ha lanciato anche l’allarme debito: “Quello pubblico e privato ha raggiunto a livello globale la quota record di 164.000 miliardi di dollari con un incremento del 40% rispetto al 2007. Su questa crescita, la Cina rappresenta la metà. Il debito pubblico nelle economie avanzate è, dunque, a livelli non visti dalla Seconda Guerra Mondiale. Un indebitamento elevato rende i governi, le aziende e le famiglie più vulnerabili a una stretta delle condizioni finanziarie.

I governi dovrebbero usare l’attuale crescita per portare avanti le riforme: la finestra di opportunità è aperta, è necessario riparare il tetto nei periodi in cui splende il sole. Le riforme necessarie sono spesso politicamente difficili, ma sono più efficaci e facili da attuare quando le economie crescono”.

Il direttore generale dell’Fmi ha citato Henri Matisse: “La creatività richiede coraggio. Abbiamo bisogno di più coraggio, nelle stanze dei governi, nelle aziende, e nelle nostre menti. Nel mese di gennaio, il Fondo Monetario ha rivisto al rialzo le previsioni di crescita dell’economia mondiale al 3,9% per il 2018 e il 2019. E il Fondo continua ad essere ottimista perché le economie avanzate cresceranno sopra il potenziale di crescita media quest’anno e il prossimo e perché gli Stati Uniti sono in piena occupazione. Parallelamente  in Asia, le prospettive restano solide, il che è un bene per tutti, perché questa regione contribuisce a quasi due terzi della crescita globale.

Tuttavia, il ritmo di crescita prevista per il 2018 e il 2019 finirà per rallentare nella misura in cui le politiche a sostegno dell’economia si interromperanno soprattutto in Usa e Cina”.

Si addensano nubi scure su uno scenario (economico) globale che per ora resta soleggiato. Con la metafora meteorologica, la direttrice esecutiva del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, ha evidenziato che il Fmi continua a restare ottimista sul contesto della crescita mondiale, ma è anche preoccupato per il rischio che il commercio internazionale sia minato da tensioni protezionistiche in grado di incidere negativamente sull’economia globale, oltretutto in un momento in cui tendono ad affievolirsi gli stimoli fiscali e i tassi di interesse tornano a rialzarsi.

L’intervento fatto a Hong Kong da Christine Lagarde (dopo aver partecipato al Boao Forum), precede di una settimana la riunione plenaria che si farà a Washington con i 189 membri del Fmi, durante la quale sarà anche aggiornato l’Outlook del Fondo sull’economia globale (pronosticata nel gennaio scorso in crescita del 3,9% per quest’anno e per l’anno prossimo).

Le priorità economiche dovrebbero essere quelle di evitare le tentazioni del protezionismo, contenere i crescenti rischi finanziari e spronare con le riforme la crescita a lungo termine.

Largarde non ha citato esplicitamente Stati Uniti e Cina, protagonisti del tiro alla fune commerciale, tra dazi e controdazi, che sta allarmando il mondo intero per le possibili conseguenze dai risvolti imprevedibili. Nelle dichiarazioni rilasciate dopo il suo discorso, il direttore generale del Fmi ha comunque sottolineato che anche le questioni sulla proprietà intellettuale vanno trattate in un contesto multilaterale, non con la ricerca di favori specifici o con minacce unilaterali. In questo modo ha offerto una mediazione a Cina ed Usa sulle questioni che hanno visto disotterrata l’ascia del protezionismo che ha dato origine alla guerra sui dazi.

Salvatore Rondello

Abusivismo, un giro d’affari di 22 miliardi di euro

GUARDIA-DI-FINANZA

Con un suo comunicato, la Confesercenti ha denunciato l’abusivismo. Secondo le stime elaborate dall’Associazione dei commercianti, il fatturato generato dall’abusivismo nel commercio e nel turismo sarebbe pari ad un giro d’affari di 22 miliardi di euro. Un valore molto elevato, pari al 14% del fatturato dei due comparti, che danneggia non solo le imprese che operano nella legalità, ma anche lo Stato, causando un danno erariale di 11,5 miliardi di euro in mancato gettito fiscale e contributivo. Per la Confesercenti, se le attività abusive fossero azzerate, l’Erario recupererebbe abbastanza entrate per finanziare un cospicuo taglio dell’Irpef. Ci guadagnerebbe anche l’occupazione: la regolarizzazione farebbe emergere 32mila posti di lavoro aggiuntivi.

I principali effetti negativi legati alla concorrenza da parte delle attività non regolari riguardano la perdita di fatturato per chi opera nel rispetto delle regole. Per alcune categorie l’impatto economico è particolarmente sentito: è il caso ad esempio del commercio su aree pubbliche, dove la percentuale di operatori abusivi è piuttosto elevata. Anche nell’ambito del turismo, il fatturato sottratto dalle attività irregolari agli imprenditori d’albergo e alle agenzie di viaggio è molto elevato.

Un comparto in cui si registra una crescita delle vendite irregolari di prodotti/servizi è quello dell’online. Tra attività irregolari, fraudolente o del tutto sommerse, il nero dell’online è infatti oramai fenomeno oltre i livelli di guardia. Secondo le stime della Confcommercio genera un fatturato di circa 700 milioni di euro l’anno, che non danneggia solo le imprese oneste, ma che nasconde spesso pericoli anche per i consumatori che navigano nella rete. Ormai, internet è diventata più pericolosa della strada: nel 2016 sono state denunciate oltre 151mila frodi o truffe informatiche.

I consumatori vengono truffati via web in ogni parte d’Italia, anche se le denunce arrivano con maggiore frequenza soprattutto dalle province del nord. Complessivamente, si stima che oltre un consumatore su quattro (25,6%) si sia trovato a comprare almeno una volta un prodotto o un servizio illegale o contraffatto sul web. Ad essere colpiti da contraffazione e abusivismo online sono soprattutto elettronica, moda in particolare (capi di lusso o grandi firme) ma anche farmaci ed integratori, con gravi rischi per la salute pubblica. Il fenomeno crea concorrenza sleale anche nel turismo: sui grandi portali si stimano oltre 90mila attività ricettive abusive. Rimanendo nel settore, anche le agenzie di viaggio subiscono molto la concorrenza derivante dai tour operator abusivi che operano su Web, causando elevati danni di immagine al settore e cospicue perdite di fatturato (più del 20 per cento per quattro intervistati su dieci). Bisogna anche ricordare che molti siti web operano con residenza all’estero sfuggendo ai controlli nazionali.

Secondo l’analisi di Confesercenti: “L’abusivismo non conosce crisi anzi, continua ad espandersi per ogni canale commerciale, come dimostra il fatto che stia stendendo sempre più i suoi tentacoli anche sul web, diventata la nuova frontiera del fenomeno. Un problema per le imprese, che si trovano costrette a combattere contro la concorrenza sleale di un abusivismo sempre più agguerrito, in grado di muoversi ormai su scala globale grazie alle nuove tecnologie, ed anche per i consumatori. Ma anche per i consumatori meno attenti, che spesso cercando il risparmio trovano la truffa, convinti anche dal bombardamento di pubblicità fraudolente del web, la versione marketing delle fake-news. Per ridurre l’illegalità sulla rete c’è bisogno di un intervento coraggioso, che istituisca normative ad hoc e garantisca le risorse necessarie a Polizia Postale e Guardia di Finanza, le cui attività sono la principale linea di difesa contro l’illegalità”.

L’abusivismo, l’evasione fiscale e le truffe in web sono mali sociali contro i quali il governo Gentiloni si è impegnato fermamente attivandosi anche in diversi assisi internazionali e nella UE. I cittadini e gli imprenditori onesti attendono al più presto una seria lotta contro questi fenomeni altamente deleteri. Al più presto bisognerebbe passare dalle parole ai fatti estendendo e rafforzando anche la cooperazione internazionale nella lotta alle illegalità.

Salvatore Rondello

Istat, produzione industriale in calo a febbraio

produzione industriale

L’Istat ha reso noto, oggi, i dati sulla produzione industriale. A febbraio l’indice destagionalizzato della produzione industriale ha registrato una diminuzione dello 0,5% rispetto al mese precedente. Nella media del trimestre dicembre 2017-febbraio 2018 la produzione è aumentata dell’1,4% rispetto al trimestre precedente. Corretto per gli effetti di calendario, a febbraio l’indice è aumentato in termini tendenziali del 2,5% (i giorni lavorativi sono stati 20 come a febbraio 2017). Nella media dei primi due mesi dell’anno la produzione è aumentata del 3,4% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

L’indice destagionalizzato mensile ha presentato una significativa variazione congiunturale positiva nel comparto dell’energia (+8,1%). In diminuzione, invece, i beni di consumo (-2,4%) i beni intermedi (-1,5%) e i beni strumentali (-1,0%).

In termini tendenziali, gli indici, corretti per gli effetti di calendario, hanno registrato, a febbraio 2018, aumenti apprezzabili nei raggruppamenti dei beni strumentali (+3,9%) e dei beni di consumo (+2,5%); più contenuto è l’aumento dell’energia (+1,9%) e dei beni intermedi (+1,2%).

Per quanto riguarda i settori di attività economica, a febbraio 2018 i comparti che hanno registrato la maggiore crescita tendenziale sono quelli della produzione di prodotti farmaceutici di base e preparati farmaceutici (+11,2%), della fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (+6,6%) e della fabbricazione di macchinari e attrezzature n.c.a. (+5,3%). Le diminuzioni maggiori si registrano nei settori della attività estrattiva (-4,9%), della fabbricazione di computer, prodotti di elettronica e ottica, apparecchi elettromedicali, apparecchi di misurazione e orologi (-4,0%) e della fabbricazione di articoli in gomma e materie plastiche, altri prodotti della lavorazione di minerali non metalliferi (-2,6%).

Le aspettative per il trascorso mese di marzo dovrebbero manifestarsi con dati ancora migliori sulla produttività. Purtroppo, è risultata ancora bassa la propensione al consumo delle famiglie.

Salvatore Rondello