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Salvatore Rondello

Per il Fmi il Pil italiano va rivisto al ribasso

Fondo-Monetario-InternazionleIl FMI rivede al ribasso la crescita del PIL in Italia per il 2017 e per il 2018. Quest’anno crescerebbe dello 0,7% (0,2% in meno rispetto alle stime di ottobre) e per il 2018 crescerebbe dello 0,8% (0,3% in meno rispetto alle precedenti stime). Questa limatura sull’Italia fatta dal FMI si trova nell’aggiornamento del World Economic Outlook. L’economia italiana nel 2016 è cresciuta dello 0,9 per cento.

Maurice Obstfeld, capo economista del FMI, ha detto che l’ex premier Matteo Renzi ha fatto molte riforme strutturali “molto importanti” sottolineando che le riforme approvate vanno attuate anche se ancora molto resta da fare.

Il ministro Padoan è “un po’ stupito dalla revisione al ribasso delle stime del Pil per l’Italia da parte del Fondo Monetario perché le ragioni addotte per una crescita più bassa sono più incertezza politica difficile da argomentare dopo il referendum e con un governo in continuità con il precedente e problemi con le banche”. Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, con riferimento alle banche, ha dichiarato al TG3: “anche qui sono state prese misure per fronteggiare alcune situazioni bancarie che non sono preoccupanti”.

Il FMI ha confermato le stime di crescita mondiali per il 2016 ed il 2017. Per il corrente anno si prevede una crescita globale del PIL nella misura del 3,4% (quasi cinque volte maggiore della crescita italiana). Nel 2018 il PIL mondiale aumenterebbe ulteriormente raggiungendo il 3,6%.

Per le economie avanzate, il FMI rivede le stime al rialzo. Per il corrente anno crescerebbero dell’1,9% (+0,1% rispetto alle stime precedenti) e per il 2018 sarebbero del 2% (+0,2% sulle stime precedenti).

Anche per gli Stati Uniti e per l’Eurozona, il FMI rivede al rialzo le stime di crescita. L’economia statunitense nel 2017 avrebbe un’espansione del 2,3% (+0,1% dalle stime di ottobre scorso). Nel 2018 avrebbe una crescita del 2,5% (+0.4% rispetto alle stime precedenti). Nell’Eurozona la crescita sarebbe quest’anno dell’1,6% (+0,1% della stima precedente), mentre resterebbe invariata nel 2018 a +1,6 per cento.

Secondo il FMI, l’economia inglese resiste alla Brexit e prevede per il Regno Unito una crescita al rialzo per il 2017, mentre per il 2018 prevede una stima di crescita al ribasso. Quest’anno la crescita britannica dovrebbe raggiungere l’1,5% (+0,4% dalle stime precedenti) mentre per il 2018 la stima di crescita dovrebbe subire un rallentamento rispetto al 2% del 2016. Tuttavia crescita e Pil inglesi non vanno di pari passo: per il 2017 il PIL dovrebbe raggiungere l’1,4% (in diminuzione dello 0,3% rispetto alle stime precedenti).

Un serio avvertimento del FMI riguarda l’incertezza sulle politiche dell’amministrazione statunitense di Donald Trump. Questo potrebbe pesare sulle stime di crescita. Se gli stimoli all’economia assicurati dal nuovo Presidente degli Stati Uniti dovessero manifestarsi più sostenute rispetto alle aspettative, la crescita globale potrebbe avere una maggiore accelerazione. Rischi negativi per la crescita potrebbero invece arrivare dalle politiche protezionistiche. Nel frattempo, l’export italiano è in aumento mentre quello cinese è in diminuzione.

Salvatore Rondello

Effetto Brexit. L’euro sorpassa la sterlina

brexitPer la prima volta nella storia, l’euro vale più della sterlina inglese. Gli effetti della Brexit cominciano a notarsi. Gli inglesi in partenza per l’eurozona per ogni sterlina otterranno 97 centesimi di euro. Questo è il cambio praticato dall’International Currency Exchange, società di cambi presso uno dei sei aeroporti di Londra.

In poco meno di un anno, la moneta britannica ha perso un quinto del suo valore. Dopo tre mesi e mezzo dal referendum sull’Unione Europea, il declino della moneta britannica ha subito una spinta maggiore per le paure dei mercati sui danni causati dalla Brexit all’economia del Regno Unito per l’uscita dalla UE anche se ciò avverrà non prima del 2019 senza sapere ancora a quali condizioni.

Così è iniziata la discesa della sterlina sull’euro. Dal 23 giugno scorso ha perso il 15% della sua quotazione. Venerdì scorso il cambio con l’euro ha chiuso ad 1,11 segnando anche il tasso di cambio più basso con il dollaro statunitense degli ultimi trentuno anni dopo aver subito un crollo vertiginoso del 6% del proprio valore nel corso della giornata di contrattazioni.

Le cause in parte sembrerebbero dovute ad un algoritmo che ha messo in moto automaticamente operazioni di vendita determinando una fuga di massa balla moneta britannica.

Naturalmente, i cambiavalute offrono sempre un cambio meno vantaggioso rispetto a quello ufficiale per coprirsi dalle oscillazioni sui cambi e per garantirsi il margine di guadagno sull’intermediazione. In media la differenza è inferiore del 15 per cento rispetto al cambio ufficiale fissato nelle borse valori.

Così i turisti inglesi in partenza per una vacanza in uno dei Paesi dell’eurozona (Francia, Spagna, Italia, etc) per avere con se un po’ di denaro contante in euro ricevono una sgradita sorpresa nel ricevere meno euro delle sterline che danno in cambio. In un prossimo futuro, secondo autorevoli analisti della City, non si può escludere la parità tra sterlina ed euro e perfino tra sterlina e dollaro statunitense.

Già adesso si stanno sviluppando gli effetti mediatici dei “no Brexit” che chiedono ai “Brexiters” se ora sono ancora felici per aver votato Brexit. Il commento si trova sui social network inglesi dove alcuni lo stanno inserendo.

A pagare le conseguenze dell’uscita dalla UE sono in primo luogo coloro che l’hanno sostenuta politicamente facendo leva sulla classe medio-bassa e sul popolino che detesta l’immigrazione e vive il disagio sociale per la globalizzazione e per la rivoluzione digitale senza capire che gli immigrati portano sviluppo, risorse lavorative, inventiva senza rubare posti di lavoro ma ne creano di nuovi.

Improvvisamente, forse, davanti ad un cambiavalute degli aeroporti londinesi si chiederanno se votare a favore della Brexit non sia stata una buona idea.

Per gli abitanti dell’eurozona sarà più invitante andarsi a fare una vacanza a Londra dove spenderanno meno soldi grazie a quell’euro da molti vituperato e spesso anche disprezzato.

Salvatore Rondello

Poste italiane: risparmiatori traditi

poste italianeBrutto colpo per le Poste Italiane. Oltre alle croniche disfunzioni per la consegna della corrispondenza postale fin troppo tollerate, si aggiunge il tradimento della fiducia degli italiani nell’affidare i propri risparmi alle Poste Italiane considerate immagine di massima garanzia istituzionale.

Il consueto aumento annuale del costo dei servizi postali decorre dal 10 gennaio 2017 per la spedizione delle raccomandate. I volumi di affari sono in continua diminuzione per diversi fattori tra cui la concorrenza privata dei corrieri postali e la informatizzazione della corrispondenza ordinaria. La risposta della politica aziendale dovrebbe essere quella di una maggiore efficienza dei servizi offerti e maggiore competitività nei costi per quanto concerne il “core business”, mentre per la parte finanziaria dovrebbe offrire maggiori garanzie sulla remunerazione e sulla tutela del risparmio.

Invece, Poste Italiane ha creato un altro caso di risparmio tradito che ha fatto meno scalpore della Banca Etruria o del Monte dei Paschi ma che non può certamente essere trascurato. Si tratta nella maggior parte di piccoli risparmiatori. Risparmi sudati con le fatiche del proprio lavoro o ricevuti in eredità dai genitori che nel corso di una vita modesta e con molti sacrifici hanno voluto lasciare anche un ricordo in denaro ai propri figli.

L’art. 47 della nostra Costituzione recita: “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito. Favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice, e al diretto e indiretto investimento azionario nei complessi produttivi del Paese.”

La Banca d’Italia e la Consob hanno le funzioni previste dall’art 47 della Costituzione di disciplina, coordinamento e controllo sull’esercizio del credito e quindi avrebbero dovuto controllare anche sulla validità dei prodotti finanziari commercializzati da Poste italiane.

Poste italiane ha sfruttato la fiducia derivante da una antica credibilità istituzionale maturata in molti italiani soprattutto tra i ceti più deboli e finanziariamente meno esperti. Non hanno evitato di usare inganni e raggiri truffaldini ormai diffusi nella pratica della finanza italiana con campagne commerciali eticamente improponibili. I dipendenti delle Poste italiane, come i dipendenti bancari, hanno subito le pressioni commerciali e sono stati costretti ad assumere il ruolo di imbonitori per convincere i risparmiatori ed ottenere la fiducia per l’acquisto di prodotti finanziari che avrebbero perso valore senza nessuna consapevolezza da parte del risparmiatore sui rischi del capitale investito.

Uno Stato di diritto che si rispetti e che sappia attuare la propria Costituzione non può consentire la distruzione del risparmio maggiormente se si tratta di quello della povera gente.

Molti si pongono un problema che fa perdere fiducia nello Stato: è mai possibile che nel mondo della finanza, chi sbaglia non paga mai, soprattutto a livello manageriale e alla fine se la cava solo perdendo il lavoro ma ricevendo indennizzi economici tali da potersi permettere di vivere lussuosamente per il resto della loro vita.

Anche un grande economista americano, John Kenneth Galbraith, nel suo saggio “l’economia della truffa” (titolo originario “The economics of innocent fraud”) pubblicato in Italia nel 2004 descrive e denuncia l’insana abitudine da molti anni diffusa (inizialmente negli Stati Uniti) per gestire le grandi società. Le ripercussioni sociali prodotte dal mondo della finanza sono quelle più devastanti.

Ovviamente non è giusto generalizzare, ma le vicende di questi anni devono fare riflettere ed agire. Se si sono create le condizioni per arrivare ad osservare l’esistenza di vere e proprie organizzazioni autorizzate ad operare liberamente e che commettono consapevolmente delle truffe, si può pensare che in Italia la vigilanza non è vigile o che è complice.

Il caso del risparmio tradito di Poste Italiane, come per il Monte dei Paschi o della Banca Etruria, sta per deflagrare con numeri da capogiro. Riguarda migliaia di risparmiatori che hanno pensato bene di lasciarsi incantare dalla tradizionale sicurezza che garantivano i prodotti di risparmio postali, associati con un altro investimento “sicuro” come il mattone.

Le Poste, insieme ad altri collocatori, dal 2002 al 2005, sotto la guida di Massimo Sarmi, hanno venduto nei loro 14mila uffici le quote di quattro fondi immobiliari, che avevano in comune due cose: il prezzo, di 2.500 euro l’una (un taglio non elevato e per questo accessibile a molti portafogli) e l’alta rischiosità dell’investimento. Il tutto era spiegato bene nei prospetti informativi dei fondi Invest Real Security, Obelisco, Europa Immobiliare 1 e Alpha, ma non sembra che sia stato spiegato altrettanto bene a chi si recava in Posta in cerca di consigli per i suoi risparmi. Che le cose non andassero nel verso giusto lo avevano capito tutti leggendo i rendiconti annuali dei fondi che hanno quasi sempre chiuso con perdite. Anno dopo anno, gli 850 milioni di euro raccolti inizialmente e divisi in oltre 340mila quote si sono quasi evaporati.

Nonostante le perdite dei sottoscrittori, le Sgr hanno continuato a incassare ogni anno commissioni che variano tra lo 0,8 e l’1,8% del valore del fondo. E come loro hanno guadagnato le banche depositarie, gli esperti che hanno redatto le perizie degli immobili, pur cambiandone più volte il valore e determinando l’oscillazione del prezzo delle quote. Al 30 giugno 2016, la valutazione dei periti del fondo Obelisco era di 1.118 euro, mentre quella di Europa Immobiliare 1 era di 1.314 euro, meno della metà del valore iniziale. Le cose sembrano andar meglio per il fondo Alpha valutato 3.304 euro, ma si tratta di una salute apparente, perché dopo un avvio brillante è dal 2012 che non distribuisce più proventi e per riuscire a vendere gli immobili ha chiesto una proroga di 15 anni con buona pace dei pensionati che nel 2002 hanno investito nel fondo. Salute permettendo, dovranno aspettare fino al 2030.

Sui fondi avrebbero dovuto vigilare Banca d’Italia e Consob. Poste, dal canto suo, sostiene di non essere l’unico collocatore e sta cercando, non ancora ufficialmente, un accordo con i consumatori. Eppure, stando al regolamento Consob attuativo del Testo unico della finanza (art. 28), quei prodotti non sarebbero dovuti finire nei portafogli dei piccoli risparmiatori perché ad alto rischio: la durata temporale è medio-lunga e sono difficili da vendere. Le Sgr li hanno pure collocati in Borsa per renderli più liquidi, ma le quotazioni sempre a sconto non hanno permesso di venderli.

Ora si cerca di rimediare, si ma con quali soldi, attingendo ai risparmi degli altri italiani o a quelli dei contribuenti attraverso la Cassa Depositi e Prestiti?

L’obiettivo è individuare una soluzione nelle prossime due settimane. Il giorno potrebbe essere venerdì 20 gennaio, entro quella data i circa 14 mila risparmiatori che nel 2003 hanno investito complessivamente 141 milioni di euro, sottoscrivendo 56.400 quote (con un taglio di 2.500 euro l’una) del fondo immobiliare Invest Real Security (Irs), avranno una misura del rimborso a ristoro delle perdite accumulate con la chiusura del fondo.

Le certezze sulla procedura di rimborso da cui partire sono poche. A cominciare dal fatto che con la scadenza di Irs, avvenuta lo scorso 31 dicembre, è emerso che il valore del capitale rimborsato è pari a 390 euro. L’andamento del fondo è stato, del resto, legato al mercato immobiliare, che dal 2010 in poi ha registrato un’irreversibile flessione che non ha mai raggiunto i bassi valori stimati dalle perizie. Nei tredici anni di vita il fondo ha avuto un rendimento complessivo negativo pari a -7,8%, rendendo conto, tra l’altro, che ha distribuito dividenti e anticipi di rimborso pari a 658 euro per quota. In soldoni, chi ha investito 2.500 euro ne ha ripresi 1.048, ne ha perduti, quindi, 1.452 (cioè a dire il 58%). A questo deve aggiungersi il mancato rendimento per tutto il periodo. Sono questi i numeri da cui Poste Italiane deve muovere per stabilire in che misura onorare l’impegno di «avviare iniziative in favore dei clienti che hanno sottoscritto il fondo immobiliare Irs di Banca Finnat». Vale ricordare che nel 2003 a curare il collocamento è stata proprio la rete dei 14 mila uffici del gruppo postale. Tanto che, in vista della scadenza del fondo e dell’entità delle perdite accumulate dai sottoscrittori, nelle settimane scorse la società guidata da Francesco Caio ha messo in moto una procedura condivisa con Consob, Bankitalia e Ivass per individuare una soluzione.

La mancanza di responsabilità ed etica nella finanza non può continuare ad essere tollerata. Sarebbe una mancanza di rispetto ai principi sanciti dell’art. 47 della Costituzione della Repubblica.

Salvatore Rondello

Pil eurozona. Nuovo anno stessi risultati

Pil Nel quarto trimestre del 2016 si prevede un aumento del PIL nell’area dell’Eurozona nella misura dello 0,4%. Anche per il primo semestre del 2017 le attese sono della stessa entità. Le stime di Ifo, Insee ed Istat sono state diffuse congiuntamente da Eurozone Economic Outlook.

Il principale motore della ripresa sarà la domanda interna sostenuta dalle famiglie che hanno visto aumentare il potere d’acquisto dei salari. La Brexit ed il Referendum italiano sulla costituzione, non hanno finora influito sull’andamento dell’economia anche se le incertezze restano elevate anche per l’approssimarsi delle elezioni in Francia ed in Germania.

Nell’ipotesi che il prezzo del petrolio Brent rimanga stabile a 56 dollari per barile e che il tasso di cambio euro/dollaro continui ad oscillare intorno a 1,05 dollari per euro, si prevede per lo stesso periodo l’accelerazione dell’inflazione a +0,7% per il quarto trimestre del 2016 ed a +1,5% per i primi due trimestri del 2017. A spingere sull’inflazione contribuirebbero i prezzi dell’energia in aumento rispetto al primo trimestre del 2016. Il tasso di inflazione tenderebbe a stabilizzarsi attorno all’1% su base annua per continuare a crescere gradualmente nel 2018. Fino a quel periodo permarrebbe la politica monetaria “accomodante” della BCE. Nell’ipotesi in cui si verifichi una crescita maggiore dell’inflazione, la BCE potrebbe rivedere la manovra sui tassi di interesse.

L’economia globale nel terzo trimestre del 2016 è migliorata rispetto ai trimestri precedenti. Negli Stati Uniti continua la fase di crescita in misura doppia rispetto all’Eurozona. L’economia giapponese e quella dei paesi emergenti stanno avendo una evoluzione migliore rispetto alle attese. Nei prossimi mesi ci si attende il proseguimento della fase di crescita dell’economia globale con conseguenze positive sul commercio estero e sulle esportazioni.

Salvatore Rondello

Bankitalia: sofferenze stabili, calano prestiti ai privati

Debito-pubblico-BankitaliaLe sofferenze bancarie lorde, a novembre del 2016, risultano pari a 199,06 miliardi. Ad ottobre del 2016 ammontavano a 198,5 miliardi mentre nel mese di novembre del 2015 raggiungevano 201 miliardi di euro. Questi sono i dati comunicati oggi dalla Banca d’Italia sulle variazioni delle sofferenze delle banche italiane negli ultimi dodici mesi.

Senza le correzioni per le cartolarizzazioni e per altre cessioni, dopo un anno le sofferenze sono diminuite dell’1,7% (-1% a ottobre). Con le correzioni, il tasso di crescita delle sofferenze, nei dodici mesi, a novembre è stato dell’11,8% (12% nel mese di ottobre). Le sofferenze nette sembrano essersi stabilizzate a 85,2 miliardi.

I prestiti bancari per il settore privato, dopo le correzioni degli impieghi tenendo conto delle cartolarizzazioni e degli altri crediti ceduti e cancellati dai bilanci delle banche, hanno registrato un crescita su base annua dello 0,5% (+1,2% a ottobre). Da quanto ha comunicato la Banca d’Italia, i prestiti alle famiglie sono cresciuti a novembre dell’1,8 per cento sui dodici mesi (1,7 per cento a ottobre). I prestiti alle società non finanziarie sono rimasti stabili su base annua (0 per cento a novembre e +0,8 per cento rispetto al mese precedente).

I depositi, nonostante i bassissimi tassi di remunerazione, sono in aumento. A novembre, il tasso di crescita sui dodici mesi dei depositi del settore privato è aumentato al 4,4 per cento (+3,2% a ottobre). La raccolta obbligazionaria, incluse le obbligazioni detenute dal sistema bancario, è diminuita del 9,3 per cento su base annua ( -9% per cento al mese precedente).

L’attività di intermediazione creditizia in Italia, negli ultimi dodici mesi, sembrerebbe piuttosto stabile. Le variazioni, di entità marginale, non evidenziano cambiamenti nell’attività creditizia delle banche italiane.

Salvatore Rondello

LUCI E OMBRE

operai-fabbrica-lavoroLa disoccupazione torna a salire e ancora una volta a discapito dei giovani. Nel mese di novembre il tasso di disoccupazione in Italia sale all’11,9% dall’11,8% rivisto del mese precedente, toccando il livello massimo da giugno 2015. I dati sono quelli dell’Istat. E il tasso di disoccupazione nella fascia di età 15-24 anni, ovvero l’incidenza dei giovani disoccupati sul totale di quelli occupati o in cerca di lavoro, è in rialzo a novembre al 39,4% dal 37,6% rivisto del mese precedente, registrando il livello massimo da ottobre 2015. A novembre il tasso di occupazione risulta al 57,3%, in leggero rialzo dal 57,2% di ottobre. Gli occupati sono in lieve crescita (+0,1%, pari a +19 mila unità).

L’aumento, spiega Istat, riguarda in particolare donne e ultracinquantenni. Il numero di inattivi, nel mese in esame, scende dello 0,7% (-93.000 unità), mentre il tasso di inattività cala di 0,2 punti percentuali a 34,8%.

Nel dettaglio i dati mensili comunicati dall’Istat, per il mese di novembre confermano la tendenza di crescita della disoccupazione, l’aumento dell’occupazione e la diminuzione degli inattivi. Nel mese di novembre gli occupati sono in lieve crescita rispetto a ottobre (+0,1%, pari a +19 mila unità su base mensile e +0.9% pari a +201.000 rispetto al mese di novembre 2015). L’aumento riguarda le donne e le persone ultracinquantenni. Aumentano, in questo mese, gli indipendenti e i dipendenti permanenti, calano i lavoratori a termine. Il tasso di occupazione è pari al 57,3%, in aumento di 0,1 punti. Su base annua la crescita si concentra quasi esclusivamente sugli over 50.

I dati mensili confermano un quadro di sostanziale stabilità dei livelli complessivi che si protrae da alcuni mesi: nel periodo settembre-novembre si registra un lieve calo degli occupati rispetto al trimestre precedente (-0,1%, pari a -21 mila). Il calo interessa gli uomini, le persone tra 15 e 49 anni e i lavoratori dipendenti, mentre si rilevano segnali di crescita per le donne e gli over 50.

La stima dei disoccupati a novembre è in aumento (+1,9%, pari a +57 mila), dopo il calo dello 0,6% registrato nel mese precedente. L’aumento è attribuibile a entrambe le componenti di genere e si distribuisce tra le diverse classi di età ad eccezione degli ultracinquantenni. Il tasso di disoccupazione ha raggiunto l’11,9%, in aumento dello 0,2% su base mensile (pari a +57.000 su ottobre) e dello 0,5% rispetto a novembre 2015 (pari a +165.000). Complessivamente risultano 3.089.000 disoccupati raggiungendo il livello più alto dopo giugno 2015.

Il tasso di disoccupazione giovanile è salito a +39.4%, in aumento dell’1,8% rispetto al mese precedente toccando il livello più alto da ottobre 2015. Il tasso di occupazione giovanile diminuisce dello 0,1% mentre il tasso di inattività (inclusivo delle persone impegnate negli studi) diminuisce dello 0,6%.

La maggiore partecipazione al mercato del lavoro a novembre, in termini sia di occupati sia di persone in cerca di lavoro, si associa al calo della stima degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-0,7%, pari a -93 mila rispetto al mese di ottobre). Il calo interessa entrambe le componenti di genere e tutte le classi di età. Il tasso di inattività tra i minimi storici scende al 34,8%, in diminuzione di 0,2 punti percentuali.

Nel periodo settembre-novembre al lieve calo degli occupati si accompagna la crescita dei disoccupati (+2,4%, pari a +72 mila) e il calo delle persone inattive (-0,6%, pari a -78 mila).

Salvatore Rondello

Aumenta il potere d’acquisto delle famiglie

Istat-carrello spesaOggi l’Istat comunica l’aspetto positivo della deflazione: l’aumento del potere d’acquisto delle famiglie. Il reddito reale delle famiglie è aumentato nel terzo trimestre del 2016 dello 0,1% sul trimestre precedente e dell’1,8% su base annua. In termini tendenziali il reddito disponibile delle famiglie aumenterebbe dell’1,9%.

Rispetto al trimestre precedente, il reddito disponibile è aumentato dello 0,2% ed i consumi sono cresciuti dello 0,3%. Nello stesso periodo, la propensione al risparmio delle famiglie consumatrici ha raggiunto il 9,3%. Rispetto allo stesso periodo del 2015, la crescita è stata dello 0,6%.

La pressione fiscale continua a restare molto alta, al 40,8% anche se diminuita dello 0,2% rispetto allo stesso periodo del 2015.

Il rapporto deficit/Pil, pari al 2,1%, è in lieve peggioramento, dello 0,1% rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente. L’indebitamento netto della PA nei primi tre trimestri del 2016 si è fermato al 2,3% del PIL significando un calo dello 0,3% rispetto allo stesso periodo del 2015.

La quota di profitto delle società non finanziarie è rimasta invariata rispetto all’anno precedente con il 41,7%. Il tasso di investimento è aumentato dello 0,3% rispetto al trimestre precedente attestandosi al 19,4%. Per gli investimenti fissi lordi, si segnala una crescita del 2,2% in termini congiunturali e del 3,8% in termini tendenziali.

I deboli segnali positivi fanno accendere qualche speranza per un prossimo superamento della crisi economica. I dati sono ancora molto marginali e si possono paragonare allo stato di salute dell’ammalato che non peggiora ma che non è ancora guarito, però forse sta migliorando.

Salvatore Rondello

Istat, 2016 in deflazione. Non accadeva dal 1959

DeflazioneL’Istat ha comunicato i dati provvisori sull’inflazione per il 2016 registrando una variazione negativa -0,1% in media su base annua, contrariamente a quanto avviene nell’Eurozona dove si registra un aumento di +1,1%.

Dal comunicato stampa dell’ISTAT: “Nel mese di dicembre 2016, secondo le stime preliminari, l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, registra un aumento dello 0,4% rispetto al mese precedente e dello 0,5% nei confronti di dicembre 2015.

In media d’anno, nel 2016 i prezzi al consumo registrano una variazione negativa (-0,1%): è dal 1959 (quando la flessione fu pari a -0,4%) che non accadeva. L'”inflazione di fondo”, calcolata al netto degli alimentari freschi e dei prodotti energetici, rimane invece in territorio positivo (+0,5%), pur rallentando la crescita da +0,7% del 2015.

La ripresa dell’inflazione a dicembre 2016 è dovuta principalmente alle accelerazioni della crescita dei prezzi dei Servizi relativi ai trasporti (+2,6%, da +0,9% di novembre), degli Energetici non regolamentati (+2,4%, da +0,3% di novembre) e degli Alimentari non lavorati (+1,8%, era +0,2% il mese precedente).

A dicembre l'”inflazione di fondo” sale a +0,6% (da +0,4% del mese precedente); al netto dei soli beni energetici si attesta a +0,7% (da +0,4% di novembre).

Dopo trentaquattro mesi di variazioni tendenziali negative, i prezzi dei beni tornano a registrare una variazione positiva (+0,1% da -0,4% di novembre), mentre il tasso di crescita dei prezzi dei servizi accelera, portandosi a +0,9% (era +0,5% a novembre).

L’aumento su base mensile dell’indice generale è principalmente dovuto agli aumenti dei prezzi dei Servizi relativi ai trasporti (+1,9%), degli Energetici non regolamentati (+1,1%), degli Alimentari non lavorati (+1,0%) e dei Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (+0,5%).

I prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona crescono dello 0,4% in termini congiunturali e dello 0,6% in termini tendenziali (da -0,1% di novembre).

I prezzi dei prodotti ad alta frequenza di acquisto aumentano dello 0,3% su base mensile e dell’1,0% su base annua (era +0,5% a novembre).

Nel mese di dicembre 2016, sulla base delle stime preliminari, l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) aumenta dello 0,4% su base congiunturale e dello 0,5% su base tendenziale (da +0,1% di novembre). La variazione media annua relativa al 2016 è negativa e pari a -0,1%, (da +0,1% del 2015)”.

In Europa, a tirare la crescita dell’inflazione a +1,1%, dai dati di Eurostat, sono stati l’energia (+ 2,5% contro -1,1% a novembre), i servizi (+1,2% contro +1,1% a novembre) e gli alimentari (incluso alcool e tabacchi con +1,2% contro +0,7% a novembre).

Oltre ai dati dell’Eurostat, arriva anche una dichiarazione di Christine Lagarde, capo del FMI, pubblicata oggi sull’Handelsblatt: “Nel 2017 più fattori potrebbero contribuire ad una crescita più forte e più sostenibile a livello globale. Il FMI ritiene che una distribuzione dei redditi più equa rappresenti non solo una buona politica sociale, ma anche una buona politica economica”. Sottolineando: “Negli ultimi venti anni il reddito del 10% più ricco della popolazione è salito del 40%, mentre i ceti più deboli quasi non guadagnano”.

Ad una minoranza di persone che hanno la maggioranza delle ricchezze mondiali, la stragrande maggioranza della popolazione è diventata sempre più povera. Già quasi venti anni fa, un grande economista italiano, Paolo Sylos Labini sosteneva la necessità di fare una equa politica distributiva della ricchezza e dei redditi per uscire dalla crisi economica che allora era agli inizi.

Ci sarebbe anche per l’Italia qualche debole speranza di crescita per il 2017 anche se in misura dimezzata rispetto alla media dell’Eurozona. Lo direbbero i dati rilevati dall’Istat negli ultimi mesi del 2016, le rilevazioni fatte per l’Europa dall’Euristat e le valutazioni del FMI sull’economia globale. Crescita ancora insufficiente per risolvere i disagi sociali presenti.

Salvatore Rondello

Almaviva inaugura l’anno nuovo con 1660 licenziamenti

almaviva-4Dopo l’incontro al Ministero dello Sviluppo Economico a seguito della conclusione della procedura di licenziamenti collettivi con la firma di una intesa sulla base della proposta di mediazione del Governo, Almaviva Contact ha dichiarato: “Non esiste alcuno spazio per modificare gli accordi”.
In quel contesto, le rappresentanze sindacali della sede di Roma, le uniche legittimate alla firma, si sono rifiutate all’unanimità di sottoscrivere l’accordo contrariamente alle rappresentanze sindacali della sede di Napoli che hanno firmato l’accordo. Il Ministro Carlo Calenda ha dichiarato: “La Rsu di Roma non ha firmato mentre la Rsu di Napoli si, quindi a questo punto non ci sono alternative ai licenziamenti. Abbiamo salvaguardato i posti di lavoro a Napoli, ma non c’è da festeggiare”.
Almaviva sottolinea che “a seguito di sorprendenti dichiarazioni sindacali, c’è chi vorrebbe cancellare tutto affermando che la totalità delle rappresentanze sindacali di Roma avrebbe agito contro il volere della maggioranza dei lavoratori. Come se i quasi tre mesi di trattativa fossero semplicemente stati un gioco”. Il gruppo societario continua insistendo: “ solo chi non conosce la normativa o pensasse di ignorarla potrebbe ritenere di riaprire un procedimento formalmente concluso e sottoscritto dalle parti congiuntamente ai rappresentanti dei Ministeri dello Sviluppo Economico e del Lavoro. La norma, infatti, passati i 75 giorni di procedura volta a ricercare ogni strada possibile per arrivare ad una intesa, non dà spazio a possibilità di ripensamenti successivi, né consente eventuali integrazioni o modifiche al testo d’accordo”.
L’ipotesi di attivare una trattativa supplementare, in conclusione: “oltre che fuori da ogni logica ed in contrasto con il mandato di rappresentanza sindacale dichiarato, risulta inoltre legalmente e tecnicamente impossibile perché invaliderebbe l’intera procedura conclusa con la mediazione del Governo”.
Una lavoratrice di Almaviva Contact si è scagliata contro il rappresentante sindacale colpevole di non aver firmato quell’accordo che le avrebbe permesso per altri tre mesi di non pensare al dramma di cosa “dover dare da mangiare alla bimba da 4 anni”.
L’inferno della precarietà è da sempre associato, nella vulgata comune, ai call center. Il film “Tutta la vita davanti” ha rappresentato la sublimazione sul grande schermo di opportunità e disagi legati a questo mondo. Nel tempo queste condizioni si sono senz’altro evolute con il contratto nazionale del 2013 con più tutele e welfare per i collaboratori a progetto, il cosiddetto “out bound” dove i lavoratori non rispondono alle telefonate, ma telefonano per offrire servizi commerciali. Naturalmente, non è uno di quei lavori che si sognano da bambini.
La conclusione nella vertenza Almaviva Contact colpisce. Denota una sequenza di errori, di pressapochismo, di quel “tanto peggio tanto meglio” tipico dei cattivi profeti. E’ incredibile l’incrocio di responsabilità che si è sviluppato con logiche inconsuete. Le Rsu romane, incredibilmente, hanno servito all’azienda su un piatto d’argento la chiusura di una sede e il licenziamento di 1.666 persone. Non è chiaro cosa speravano di ottenere le RSU della sede di Roma quella sera non firmando l’accordo, anche perché nel frattempo i colleghi napoletani hanno fatto l’opposto. Il sì alla proposta di mediazione del governo era stato approvato anche dai leader di Cgil, Cisl e Uil Camussso, Furlan e Barbagallo. Il ministro stesso li aveva convocati e loro erano andati al Mise, tutti e tre, il 21 dicembre: ultimo giorno utile per trovare un possibile accordo. Il governo era riuscito nell’accordo: 3 mesi in più di tempo per permettere alle parti di raggiungere l’intesa e nel frattempo ci sarebbe stata la proroga della cassa integrazione già scaduta.
La motivazione dei sindacalisti romani di “non cedere al ricatto” è stata impulsiva e fuori dai lumi di ragionevolezza. Firmando, ci sarebbero stati tre mesi di tempo per affrontare i problemi di riorganizzazione aziendale e riallocazione dei lavoratori. Scelta che sarebbe stata meno drastica di una dolorosa eutanasia.
Almaviva Contact, inizialmente, aveva deciso di licenziare 2.511 lavoratori, dopo che a maggio era stato firmato un accordo che chiudeva la partita per 3mila licenziamenti annunciati a marzo. Quello di ottobre fu senz’altro un dietrofront di Almaviva Contact.
Sorprendentemente, le Rsu di Roma hanno deciso di recidere la speranza per un dialogo costruttivo anche se i primi tre mesi di trattativa non hanno prodotto gli sviluppi attesi.
Tutte le Rsu (non solo la Slc Cgil che aveva 7 delegati su 15) non hanno firmato l’accordo. Pare che i rappresentanti delle altre due sigle sindacali (Fistel Cisl) e Uilcom abbiano opposto il rifiuto solo per stare in scia e per non sentirsi piovere addosso l’accusa, troppo spesso mossa loro all’interno di fabbriche e aziende, di collaborazionismo con il “padrone”.
Il risultato drammatico è che 1.666 persone stanno per ricevere la lettera di licenziamento : il dono più sgradito che possa giungere ad un lavoratore ed ancora peggio durante le festività natalizie.

Istat: 6,5 milioni di italiani “sognano” un lavoro

istat

L’ISTAT ha pubblicato l’annuario per il 2016 fotografando il nostro Paese. L’immagine è quella di un Paese invecchiato. Al 31 dicembre 2015, ogni 100 giovani risultavano 161,4 over 65 rispetto ai 157,7 dell’anno precedente con un incremento del 3,7%. Rispetto agli altri Paesi europei, secondo gli ultimi dati disponibili al 31 dicembre 2014, l’Italia era al secondo posto nel processo di invecchiamento della popolazione, dopo la Germania.

Sommando ai disoccupati le altre potenziali forze lavoro non occupate, le persone che non lavorano, ma che potrebbero lavorare, ammontano a 6,5 milioni. Secondo l’indagine Istat, le forze lavoro potenziali sarebbero persone che non cercano un lavoro ma che sarebbero pronte ad accettarlo o che non sono immediatamente disponibili. Quindi, si tratterebbe di persone accomunate dal “sogno” di avere un lavoro.

Il pagamento delle pensioni e rendite è ammontato a 259,3 miliardi di euro. Nel tempo l’importo è in crescita anche se negli ultimi anni è rallentata la percentuale di crescita (dal +2,1% nel 2012 al + 0,7% nel 2015) per effetto delle manovre di contenimento della spesa pubblica. Registrano invece un netto incremento le indennità di disoccupazione ( nel 2015 la spesa è stata pari a 12 miliardi con un +6,8%). Anche le prestazioni assistenziali registrano una crescita molto elevata (+9,1% nel 2015) anche se nel 2014 l’impennata era stata molto più alta (+20,3%). Per entrambi gli anni bisogna considerare l’effetto del bonus di 80 euro.

In diminuzione la speranza di vita degli italiani. Nel 2015 la vita media passa da 80,3 anni a 80,1 anni per i maschi e da 85,0 a 84,7 per le femmine.

Per il quinto anno continuativo, diminuiscono gli iscritti al sistema scolastico. Tuttavia, il livello di istruzione degli italiani è in crescita. Il calo degli iscritti è correlato al calo della natività. Nell’anno scolastico 2014/2015 gli studenti iscritti sono stati 8.885.802 con una diminuzione di 34.426 rispetto all’anno precedente. Il calo riguarda le scuole dell’infanzia con -26.845, le primarie con -6.575 e le secondarie di primo grado con -22.037. In aumento gli iscritti alle secondarie di secondo grado con +21.031. Il calo demografico delle nuove generazioni non è sufficientemente compensato dalla crescente presenza nelle scuole italiane di alunni con cittadinanza straniera che ammontano a numero 814.208 e rappresentano il 9,2% degli iscritti. Il maggior numero degli studenti stranieri è presente nelle scuole del Nord e del Centro del Paese. Il tasso di scolarità, da qualche anno si attesta al 100% per la scuola primaria e secondaria di primo grado (scuole dell’obbligo). Per la scuola secondaria di secondo grado raggiunge il 93,1%. Il tasso di partecipazione al sistema formativo sale al 98,8% rispecchiando il costante innalzamento del livello di istruzione degli italiani. Nel 2015 tre persone su dieci hanno conseguito una qualifica o un diploma di istruzione di scuola secondaria superiore (35,6%) con un valore piuttosto stabile rispetto al 2014. Cresce dal 12,7% al 13,1% la percentuale degli italiani in possesso di un titolo universitario.

Al 1° gennaio 2016, sette comuni su dieci hanno una popolazione inferiore a 5 mila abitanti. La frammentazione è in via di riduzione per effetto della politica di contenimento della spesa pubblica. Ad aprile 2016 il numero dei comuni è sceso a 7.999 unità, un numero inferiore a quello rilevato dal censimento del 1961. Il processo di unificazione dei comuni attigui sta interessando principalmente le regioni centro-settentrionali.

Dopo un lungo periodo di riorganizzazione, il sistema ospedaliero, che ha portato a deospedalizzare i casi meno gravi e quelli che potevano essere prese in carico dalle strutture territoriali, tende a stabilizzare il numero dei ricoveri considerando anche il progressivo invecchiamento della popolazione. Nel 2014, le dimissioni ospedaliere per acuti in regime ordinario ed in day hospital sono state 8.682.042, cioè 1.428 dimissioni ospedaliere ogni 10 mila abitanti. E’ finora proseguita la diminuzione dei ricoveri anche se a ritmi decrescenti (-5% tra il 2010 ed il 2011 e tra il 2011 ed il 2012, -4,3% tra il 2012 ed il 2013, -3,3% tra il 2013 ed il 2014).

Salvatore Rondello