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Salvatore Rondello

Record contratti a termine, stabile la disoccupazione

professioni-digitaliL’Istat ha comunicato oggi i dati su occupazione e disoccupazione aggiornati fino al terzo trimestre del 2017. Da quanto risulta la disoccupazione rimane stabile, ma l’occupazione diventa più precaria. I dipendenti a tempo determinato sono aumentati determinando un nuovo record e gli effetti della ripresa si manifestano con la diminuzione del ricorso alla CIG.
Nel documento diffuso dall’Istat si legge: “Nel terzo trimestre del 2017 l’economia italiana ha registrato una crescita del PIL dello 0,4% in termini congiunturali e dell’1,7% su base annua. Nel complesso, l’economia dei paesi dell’area Euro è cresciuta dello 0,6% rispetto al trimestre precedente e del 2,5% nel confronto con lo stesso trimestre del 2016. L’accelerazione della dinamica dell’attività economica, particolarmente significativa per l’industria in senso stretto e per le costruzioni, è associata a un assorbimento di lavoro da parte del sistema produttivo che continua la sua fase di espansione: le ore complessivamente lavorate crescono dello 0,7% sul trimestre precedente e del 2,4% su base annua mostrando una crescita superiore a quella del prodotto.
Dal lato dell’offerta di lavoro, nel terzo trimestre del 2017 l’occupazione presenta una nuova crescita congiunturale (+79 mila, 0,3%) dovuta all’ulteriore aumento dei dipendenti (+101 mila, +0,6%), soltanto nella componente a tempo determinato a fronte della stabilità del tempo indeterminato. Continuano invece a calare gli indipendenti (-22 mila, -0,4%). Il tasso di occupazione cresce di 0,2 punti rispetto al trimestre precedente arrivando al 58,1%. I dati mensili più recenti (ottobre 2017) mostrano, al netto della stagionalità, una sostanziale stabilità del numero di occupati rispetto a settembre.
La dinamica tra il terzo trimestre del 2017 e lo stesso periodo dell’anno precedente porta a una crescita di 303 mila occupati (+1,3%) circoscritta ai dipendenti (+2,3%), soprattutto a termine, a fronte di una nuova diminuzione degli indipendenti (-1,8%). L’incremento in termini assoluti è più consistente per gli occupati a tempo pieno. Il tempo parziale aumenta soprattutto nella componente volontaria. La crescita dell’occupazione riguarda entrambi i generi e tutte le ripartizioni ed è più intensa per le donne e nel Mezzogiorno. Nel terzo trimestre 2017 torna a crescere l’occupazione per i giovani 15-34 anni e il relativo tasso di occupazione, sia in termini tendenziali sia congiunturali.
Il tasso di disoccupazione rimane stabile rispetto al trimestre precedente e diminuisce di 0,4 punti in confronto a un anno prima. Nei dati di ottobre 2017, in termini congiunturali, i tassi di disoccupazione e di inattività 15-64 anni rimangono stabili.
Nel confronto tendenziale si accentua la riduzione degli inattivi di 15-64 anni (-300 mila in un anno) e del corrispondente tasso di inattività (-0,6 punti). La diminuzione dell’indicatore è diffusa per territorio, riguarda entrambi i generi, di più gli over50, e coinvolge soprattutto quanti vogliono lavorare (le forze di lavoro potenziali).
Le variazioni degli stock sottintendono significativi cambiamenti nella condizione delle persone nel mercato del lavoro, misurati dai dati di flusso a distanza di dodici mesi. Nel complesso si assiste a un maggiore ingresso nell’occupazione dei disoccupati, soprattutto tra i giovani, di individui con elevato livello di istruzione, e tra i residenti nel Nord. Crescono anche le transizioni dallo stato di inattività verso la disoccupazione, soprattutto per le forze di lavoro potenziali; tra gli scoraggiati l’aumento delle transizione è anche verso l’occupazione.
Dal lato delle imprese si confermano i segnali di crescita congiunturale della domanda di lavoro, con un aumento delle posizioni lavorative dipendenti pari all’1% sul trimestre precedente, sintesi della crescita sia dell’industria sia dei servizi. Del medesimo segno sono le variazioni delle ore lavorate per dipendente, che crescono rispetto al trimestre precedente (+0,4%) e su base annua (+0,1%), mentre continua la flessione del ricorso alla Cassa integrazione. Proseguono, inoltre, i segnali di crescita nel tasso dei posti vacanti, che aumenta di 0,1 punti percentuali sul trimestre precedente. In termini congiunturali si registra un aumento dello 0,3% delle retribuzioni e dello 0,7% degli oneri sociali e, quale loro sintesi, una crescita dello 0,4% del costo del lavoro”.

FORBICE LARGA

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L’Istat ha pubblicato oggi i  risultati dell’indagine Eu-Silc del 2016. L’indagine mostra una significativa e diffusa crescita del reddito disponibile e del potere d’acquisto delle famiglie (riferito al 2015), associata a un aumento della disuguaglianza economica e del rischio di povertà o esclusione sociale: sono ben 18 milioni le persone a rischio povertà. L’Istat spiega che “aumentano sia l’incidenza di individui a rischio di povertà (20,6%, dal 19,9%) sia la quota di quanti vivono in famiglie gravemente deprivate (12,1% da 11,5%), così come quella delle persone che vivono in famiglie a bassa intensità lavorativa (12,8%, da 11,7%)”.

Il reddito netto medio annuo per famiglia, esclusi gli affitti figurativi, è pari a 29.988 euro, circa 2.500 euro al mese (+1,8% in termini nominali e +1,7% in termini di potere d’acquisto rispetto al 2014). La crescita del reddito è più intensa per il quinto più ricco della popolazione, trainata dal sensibile incremento della fascia alta dei redditi da lavoro autonomo, in ripresa ciclica dopo diversi anni di flessione pronunciata. Quindi, esclusi gli affitti figurativi, si stima che il rapporto tra il reddito equivalente totale del 20% più ricco e quello del 20% più povero sia aumentato da 5,8 a 6,3.

Metà delle famiglie residenti in Italia percepisce un reddito netto non superiore a 24.522 euro l’anno (circa 2.016 euro al mese: +1,4% rispetto al 2014). Il reddito mediano cresce nel Mezzogiorno in misura quasi doppia rispetto a quella registrata a livello nazionale (+2,8% rispetto al 2014), rimanendo però su un volume molto inferiore (20.557 euro, circa 1.713 mensili).

L’aliquota media del prelievo fiscale a livello familiare è 19,4%, in lieve calo rispetto al 2014 (-0,25 punti percentuali). Si riduce il carico fiscale sulle prime due classi di reddito (0-15.000, 15.000-25.000 euro) delle famiglie con principale percettore un lavoratore dipendente, per gli effetti della detrazione Irpef di 80 euro.

Nel 2015, il costo del lavoro risulta in media pari a 32.000 euro annui. Il cuneo fiscale e contributivo è pari al 46,0% del costo del lavoro, in lieve calo rispetto agli anni precedenti (46,2% nel 2014, 46,7% nel 2012). Nel 2016 si stima che il 30,0% delle persone residenti in Italia sia a rischio di povertà o esclusione sociale, registrando un peggioramento rispetto all’anno precedente quando tale quota era pari al 28,7%. Aumentano sia l’incidenza di individui a rischio di povertà (20,6%, dal 19,9%) sia la quota di quanti vivono in famiglie gravemente deprivate (12,1% da 11,5%), così come quella delle persone che vivono in famiglie a bassa intensità lavorativa (12,8%, da 11,7%).

Il Mezzogiorno resta l’area territoriale più esposta al rischio di povertà o esclusione sociale (46,9%, in lieve crescita dal 46,4% del 2015). Il rischio è minore, sebbene in aumento, nel Nord-ovest (21,0% da 18,5%) e nel Nord-est (17,1% da 15,9%). Nel Centro un quarto della popolazione (25,1%) permane in tale condizione.

Le famiglie con cinque o più componenti si confermano le più esposte al rischio di povertà o esclusione sociale (43,7% come nel 2015), ma è per quelle con uno o due componenti che questo indicatore peggiora (per le prime sale al 34,9% dal 31,6%, per le seconde al 25,2% dal 22,4%).

L’indagine pubblicata dall’Istat fotografa la realtà di circa due anni fa. Oggi, il rischio di povertà potrebbe essere cresciuto ulteriormente. Se questo tipo di indagini potessero avvenire con maggiore tempestività, fotografando una realtà più immediata, sarebbero sicuramente più utili per consentire scelte più efficaci nella politica economica.

Salvatore Rondello

Cyber security una proposta strategica per l’italia

cybersecurityCompetere, il laboratorio di esperti che si propone di aiutare le imprese, le associazioni, la Pubblica amministrazione, gli enti pubblici e privati a posizionarsi a livello internazionale ed istituzionale attraverso attività di ‘intelligence’ e analisi, comunicazioni istituzionali, public affairs ed advocacy dal basso, ha lanciato una proposta strategica sulla cyber security.

Il laboratorio ha osservato che la rivoluzione prodotta dallo spazio digitale apre nuove sfide alla responsabilità politica dello stato moderno ed è proprio su questo punto che si registra, in Italia, un grave ritardo culturale e politico. Per queste ragioni è urgente dotare l’Italia di una strategia digitale e di sicurezza digitale ben definite, e di una struttura di governance all’altezza delle sfide della rivoluzione digitale, agendo in più direzioni.

Competere ha stilato una serie di azioni considerate necessarie per affrontare le sfide odierne e future. Nello specifico, il ‘pensatoio’ ritiene importante di: “Rafforzare il ruolo delle istituzioni centrali preposte alla sicurezza informatica (CERT-PA), ampliandolo con mansioni esecutive; investire nella formazione e nella sensibilizzazione del capitale umano della PA; istituire linee guida condivise per il buon utilizzo degli strumenti ICT da parte di tutti gli utenti; promuovere e consolidare la partnership pubbliche e private, nella consapevolezza che solo attraverso lo scambio di informazioni è possibile contribuire allo sviluppo di competenze nazionali; incentivare l’industria nazionale a sviluppare prodotti innovativi e all’avanguardia con specifiche personalizzazioni rivolte alla PA”.

Infine, per Competere: “Altrettanto urgente è coltivare la cultura del rischio. I cittadini, gli imprenditori e i manager, e i funzionari pubblici devono riconoscere il valore dei dati e dell’informazione che sono oggi la materia prima delle economie più avanzate. È necessaria una evoluzione culturale che guidi l’Italia e l’Europa a meglio proteggere il valore delle proprie informazioni”.

Salvatore Rondello

Dalla Bri segnali allarmanti per l’economia globale

bri-675La Banca dei Regolamenti Internazionali ha lanciato un segnale potenzialmente allarmante sull’economia globale. Con la presentazione del rapporto trimestrale, il capo economista Claudio Borio ha voluto proporre dei parallelismi inquietanti con la situazione che si registrava nei primi anni del 2000, nota come “enigma di Greenspan” e che precedette la crisi, prima finanziaria e poi globale, del 2007.

Claudio Borio ha fatto notare: “Allora le condizioni finanziarie complessive erano rimaste pressoché stabili, e per certi versi si erano allentate, mano a mano che la Federal Reserve aumentava i tassi. Oggi è come se il tempo si fosse fermato. Nel trimestre precedente gli operatori del mercato finanziario si erano crogiolati nelle condizioni favorevoli dell’economia e hanno continuato a farlo anche in quest’ultimo trimestre. Il contesto macroeconomico si è ulteriormente rasserenato. L’espansione si è ampliata e ha acquisito slancio. Ma soprattutto, nonostante lo svanire della capacità inutilizzata, l’inflazione è rimasta generalmente molto contenuta. La fase di propensione al rischio si è intensificata. Gli indici generali dei mercati azionari s i sono avvicinati ai massimi del passato o li hanno superati. Ora non ci sarebbe nulla di sorprendente in questo scenario, se non che questa effervescenza è emersa nonostante la Federal Reserve portasse avanti una politica di inasprimento. Vero che Bce, Banca d’Inghilterra e Banca del Giappone hanno mostrato orientamento non così restrittivi come si sarebbe potuto pensare. Ma qui arriva il paradosso. Anche se la Fed ha applicato misure di inasprimento, le condizioni finanziarie complessive si sono allentate”.

Senza fornire conclusioni definitive, Borio ha proposto due considerazioni. Innanzitutto permane incertezza e si percepisce che l’inasprimento non è ancora veramente iniziato. Più durerà la fase di assunzione di rischio, più potrebbero crescere le esposizioni in bilancio, ma la quiete sul breve periodo si ottiene a scapito di possibili turbolenze nel lungo periodo. L’altro punto è se in base alla mancata risposta del mercato, si dovesse ritenere la politica monetaria non efficace, diventerebbe sempre più pressante l’interrogativo sul cosa dovrebbero fare le banche centrali.

Il pessimismo della Banca dei Regolamenti Internazionali non è nuova. Anche tre mesi fa la BRI ha parlato del perché l’inflazione rimane testardamente bassa, nonostante la ripresa della crescita globale e i continui stimoli monetari.

A settembre scorso, Borio ha paragonato la situazione da ‘Aspettando Godot’, una situazione, dunque, da teatro dell’assurdo se si pensa a tutta la liquidità iniettata dalle banche centrali e all’inflazione che, se non latitante, rimane decisamente al di sotto dei target per cui tutte le misure sono state varate.

Forse ha ragione Claudio Borio, ma bisognerebbe capire chi è il Godot da aspettare. Poi, bisognerebbe capire perché la liquidità immessa dagli Istituti di emissione non alimenta l’inflazione.

Le motivazioni sono sempre le stesse già individuati in diversi articoli pubblicati sulle pagine di questo giornale. Per uscire dalla crisi, il Godot che tutti stanno aspettando dovrebbe essere una più equa distribuzione della ricchezza. Attualmente, per effetto del meccanismo insito nelle teorie neoliberiste di Friedman e della scuola di Chicago, la ricchezza tende a polarizzarsi gradualmente nel tempo sempre più nelle mani di pochi. Tale meccanismo, nel lungo e lunghissimo periodo, per estremizzazione, potrebbe portare al dominio economico di pochissime persone su una moltitudine di altre persone costrette a vivere con redditi molto bassi. Pertanto, la propensione ad alimentare la domanda resterebbe bassa producendo effetti tendenzialmente deflattivi. Le iniezioni di liquidità delle Banche Centrali avrebbero l’effetto di paliativi insufficienti a curare le cause del male, ma risulterebbero utili per attenuare gli effetti dolorosi.

Salvatore Rondello

Pensioni, la mobilitazione della Cgil divide la sinistra

cgil camussoOggi, 2  dicembre  2017,  è il giorno della mobilitazione nazionale della Cgil. Lo  storico sindacato  dei  lavoratori   è  sceso  in  campo  con  lo  slogan  ‘Pensioni, i conti  non tornano!’.  Sono state  cinque (a  Roma,  Torino,  Bari, Palermo  e  Cagliari) le manifestazioni organizzate dalla confederazione dopo l’esito del confronto con il Governo sulla previdenza, considerato  insufficiente  solo  dalla   CGIL.  Nella  capitale, capeggia  il  corteo  la segretaria  generale  Susanna  Camusso.  A  Roma  il  corteo  è  partito  da piazza della Repubblica, diretto  a  piazza  del  Popolo,  dove  è  allestito  il palco per l’intervento conclusivo della Camusso, che  chiuderà  l’iniziativa in collegamento video con le altre città. A Torino,   secondo  il  programma  della  Cgil,  il corteo è  sfilato  da Porta Susa a piazza  San  Carlo.  A  Bari,  i  circa  30mila partecipanti   si  sono  mossi  da piazza Massari   fino  a  piazza  Prefettura.  A  Palermo la  manifestazione  si  è  svolta   da piazza  Croci  a  piazza  G. Verdi.  Infine,  a Cagliari,  la  mobilitazione  è  andata  da  viale  Regina Elena  a piazza Garibaldi.

Tra  le  rivendicazioni al centro della mobilitazione, si  è  chiesto  di bloccare l’innalzamento  illimitato  dei  requisiti  per  andare  in  pensione,  garantire  un  lavoro  dignitoso  e  un  futuro  previdenziale ai giovani, riconoscere  il  ‘lavoro di cura’. Oltre  alle  motivazioni  sulla  previdenza,  il  sindacato  di  Corso d’Italia chiede anche di cambiare la legge di bilancio per sostenere lo sviluppo e l’occupazione, estendere gli ammortizzatori sociali, garantire a tutti il diritto alla salute,  rinnovare  i  contratti pubblici.

Dopo   aver  rotto  l’unità  sindacale  con Cisl e Uil sulla vertenza pensioni,   il  segretario  generale  della  Cgil, Susanna   Camusso,   parlando  dal  corteo  della mobilitazione  nazionale  organizzata  dal suo sindacato,   ha  tuonato:  “Bisognerà  ricostruire  i   fili   dell’unità  sindacale.   Il  premier  Gentiloni  e  il ministro Padoan hanno parlato del pacchetto pensioni come  di  un pacchetto importante, che tiene conto anche delle esigenze di bilancio ma le esigenze di bilancio non sono un termine astratto se si continuano a fare  condoni  e  non  si  contrasta  l’evasione.  Così  è certo che le risorse  non  bastano  mai. Queste  sono  scelte  politiche,  non è una condizione  inevitabile.

Oggi  è  la  prima  mobilitazione,  non ci fermiamo. Continueremo nei prossimi giorni, anche in parlamento presidieremo la discussione sulla legge di bilancio. Continueremo  ad  organizzare  assemblee e scioperi nei luoghi di lavoro per sostenere  le  nostre  vertenze.   Continuiamo  a lavorare per programmare la prossima mobilitazione generale, che, ve lo posso assicurare, non è lontana nel tempo”.

Al  fianco  della  CGIL,  sulle   pensioni  è  scesa  in  piazza   la sinistra  con la  presenza  di  esponenti  di  Mdp,  tra  i quali  Roberto Speranza, Enrico Rossi e l’ex leader Cgil Guglielmo Epifani; di Sinistra italiana con Nicola Fratoianni e di Possibile  con  Pippo  Civati;  di  Rifondazione  comunista  e anche una delegazione di Campo progressista.

“La  mobilitazione  nasce  su  rivendicazioni  che riteniamo sacrosante”, ha  affermato  il capogruppo alla Camera di Articolo 1-Mdp, Francesco Laforgia.

Alla  vigilia  della   manifestazione,  Susanna  Camusso   ha   lanciato  un  appello:  “Al centro  le  pensioni,  ma  anche  il  lavoro.  Torniamo  nelle  piazze  per quella che  è  una  prima  giornata di mobilitazione: cominciamo di nuovo una lunga lotta per  avere  una  risposta  sul  terreno previdenziale, del lavoro, dei rinnovi dei contratti pubblici e privati. Il Governo aveva preso degli impegni e non li ha mantenuti.  Se  gli  impegni  non  vengono  rispettati si reagisce, non si può far finta di niente.  Non  ci si può  contentare  di piccole deroghe , ma  che si deve  costruire un sistema di regole certe”.

Il segretario confederale nazionale Cgil, Maurizio Landini, ha  parlato dal palco  allestito  a  piazza  Verdi  a  Palermo:   “Quando nel 2011 l’allora governo Monti decise di intervenire drasticamente sulle pensioni si è aperta una ferita. Allora il sindacato  unitariamente  si  è  limitato a tre  ore di sciopero. Oggi bisogna riconoscere  che  abbiamo  commesso  un  errore  a  non contrapporci a quella riforma sbagliata.  Ci hanno detto  che era necessario intervenire sulle pensioni, cancellare  l’articolo 18,  abolire  le province e avremmo risolto tutti i nostri problemi. Tutte  queste  cose  sono  state  fatte  ma la situazione continua a non girare, anzi disoccupazione e precarietà sono aumentate, a livelli insopportabili soprattutto al Sud: i conti non tornano e le diseguaglianze sono cresciute”.

In  piazza  anche  il  Silp  Cgil,  il sindacato di polizia, con delegazioni di quadri, iscritti  e  simpatizzanti.  Il  segretario  generale  del  Silp,  Daniele  Tissone,  ha  affermato:   “I  poliziotti  sono  in piazza con la Cgil  perché  un Paese senza lavoro non  ha  futuro.  Le  lavoratrici  e i lavoratori in divisa manifestano anche per chiedere al governo di riavviare subito la trattativa per il rinnovo del contratto di lavoro, fermo da 9 anni”.

Dal fronte sindacale, Cisl e Uil sottolineano, al contrario, i risultati ottenuti dal confronto  con  il  Governo, da cui poi è nato l’emendamento alla legge di bilancio per  il  blocco  di  ‘quota  67’  a 15  categorie  di  lavori gravosi e per un nuovo sistema  di calcolo della speranza di vita. In attesa dell’altro emendamento del governo  sull’allargamento dell’Ape sociale   (l’anticipo pensionistico a carico dello Stato)  per  il  2018.  Sul  tema  pensioni,  intanto,  è  stata  depositata  la sentenza con cui  la  Corte   Costituzionale  ha  dichiarato legittimo il cosiddetto ‘bonus Poletti’ sulla perequazione (arrivato dopo la sentenza della Consulta del 2015 che aveva bocciato il blocco della rivalutazione legata al costo della vita, per il 2012-13, alle pensioni oltre tre volte il minimo). E’ legittimo perché con quel bonus, afferma la sentenza  (il  cui  dispositivo  era già stato reso noto il 25 ottobre scorso), il legislatore  ha  realizzato  un bilanciamento non irragionevole degli interessi coinvolti:  quello dei pensionati a preservare il potere d’acquisto delle proprie pensioni e le esigenze finanziarie e di equilibrio di bilancio dello Stato. L’Inps, invece, aggiorna i dati su Ape social e precoci: ha accolto, al termine del primo monitoraggio delle domande di certificazione per l’accesso all’Ape social ed al pensionamento  anticipato  per  i  lavoratori  precoci,  presentate  entro il 15 luglio 2017,  15.493  domande  di  certificazione  (comprensive  dei  riesami)  per l’Ape, pari al 39% del totale, e 9.031 relative ai precoci, pari al 34% del totale. Nel complesso  sono  state  accolte,  quindi, 24.524 domande sulle oltre 66.000 presentate.

Con  la   manifestazione  della  Cgil  di  oggi,  la  lacerazione  a  sinistra  e  tra  i  sindacati  si  è  ulteriormente  accentuata.  Purtroppo,  ormai  è  chiara  la  mancanza  di  una  visione  politica  comune  tra  le  diverse  realtà  politiche  della  sinistra.  Dunque,  è   auspicabile  che  possa   iniziare  al  più  presto  possibile  un  confronto  politico  per  elaborare   una  strategia  comune   della  sinistra,  altrimenti   sarà  sempre  più  difficile  difendere  i   sacrosanti  diritti  dei  lavoratori  e  delle  fasce  sociali  più  deboli.  Solo  ragionando  sulle  cose  da  fare  si  potrà  superare  la  crisi  e  ritrovare  il  percorso  virtuoso  che   conduce  alla  giustizia  sociale.

Salvatore  Rondello

Banca Etruria coinvolge Bankitalia

Banca Etruria-BoschiSul caso Banca Etruria si sono accese nuove polemiche. Il Presidente del PD, Matteo Orfini, al termine dell’audizione del Procuratore della Repubblica di Arezzo sul caso Banca Etruria, ha affermato: “Si sta sgretolando il castello di sciocchezze e sta emergendo la vera responsabilità del fallimento di Banca Etruria che è stata della Banca d’Italia non solo in termini di vigilanza ma per un suo ruolo financo eccessivo”. Poi, ha sottolineato come nelle prossime audizioni (della vigilanza e poi del governatore Ignazio Visco) la Commissione chiederà conto all’ istituto centrale del suo operato, specie nella possibile aggregazione di Bpvi con Etruria.

Il Procuratore di Arezzo, Roberto Rossi, alla Commissione d’inchiesta sulle banche, rievocando la mancata fusione tra il 2014 ed il 2015, ha affermato: “Ci è sembrato un poco strano che venisse dalla Banca d’Italia incentivata l’aggregazione di Banca Etruria con Popolare di Vicenza la quale, leggendo dalle fonti aperte le ispezioni di Via Nazionale era in condizioni simili. La mancata operazione portò poi Bankitalia a censurare e sanzionare i vertici e al commissariamento dell’istituto a febbraio 2015.

Al procuratore di Arezzo non risulterebbe, agli atti della sua inchiesta sulla bancarotta di Banca Etruria, l’intercettazione del 3 febbraio 2015 fra l’allora vicepresidente di Etruria Pier Luigi Boschi (padre della sottosegretaria Maria Elena ndr) e il dg di Veneto Banca Vincenzo Consoli. Il magistrato Rossi rispondeva, in commissione d’inchiesta sulle banche, alla domanda del deputato Carlo Sibilia (M5S) che ha letto il contenuto del dialogo fra i due: “Domani io ne parlo con mia figlia, con il presidente (Matteo Renzi ndr) domani, ci sentiamo in serata”. Per il Procuratore Rossi: “forse si tratta di accertamenti disposti dalla Procura di Vicenza di cui non ci ha reso partecipi”.

I membri del M5S alla Commissione d’inchiesta sul sistema bancario, a seguito dell’audizione del Procuratore di Arezzo, hanno commentato: “Da Mps a Etruria, dalla banca di partito alla banchetta di famiglia: cambia il titolo, ma il copione si ripete. Ed emergono via via i rapporti incestuosi, i conflitti di interessi tra istituti di credito, certa politica e imprenditoria parassitaria. Le colpe, le omissioni e le bugie di Bankitalia, rispetto alla mancata fusione con PopVicenza, sono evidenti. Ma il Partito democratico non si sogni di scaricare tutte le responsabilità su via Nazionale. Sono surreali le esultanze dei renziani in queste ore, proprio loro che fino a ieri si erano vantati, ignorando il Tub, di aver contribuito a cacciare dalla banca gli amministratori reietti, tra cui Pier Luigi Boschi. Cosa che peraltro rappresenta una fake news in piena regola, visto che è Bankitalia a predisporre il commissariamento e soltanto il Mef, non il governo nella sua collegialità, sigla in modo notarile il provvedimento. Inoltre non risultano archiviazioni a beneficio di Boschi senior che ha invece subito sanzioni dirette per opera della vigilanza. Piuttosto, tanto per andare diretti al problema, il pm aretino ha evidenziato come i guai della banca si siano aggravati a partire dal 2011, guarda caso quando papà Boschi entra in consiglio di amministrazione. Poi, nel maggio 2014, il padre del sottosegretario diventa addirittura vicepresidente dell’istituto che nel frattempo sprofonda verso una perdita da oltre mezzo miliardo con 3 miliardi di Npl. Rossi ci ha spiegato che il prospetto dell’obbligazione tossica da 100 milioni del 2013 non passò mai dal Cda, ma noi abbiamo messo agli atti il comunicato stampa della banca, datato 6 giugno 2013, in cui si parlava di un prospetto vistato e approvato dal consiglio di amministrazione. Non possiamo pensare che un dirigente importante e in vista, come Boschi senior, fosse sempre, casualmente, avulso dalle scelte tanto strategiche quanto scellerate della banca. Ma arriverà presto il momento in cui metteremo in evidenza pure i conflitti di interessi, le manovre segrete e le bugie della figlia rispetto al salvataggio dell’istituto del giglio tragico”.

Il deputato di Sinistra Italiana-Possibile, Giovanni Paglia, componente della Commissione d’inchiesta sulle banche, ha affermato: “È incredibile, oltre che maldestro, il tentativo del Pd di scaricare su Bankitalia le responsabilità del crack di Etruria. Nulla dicono commissari Pd sulle responsabilità di amministratori che hanno azzerato con le loro azioni e omissioni il valore dell’istituto. Ciò che interessa è che via Nazionale chiedesse a più riprese di individuare un partner solido, senza che questa indicazione sortisse alcun effetto, ancora una volta per il boicottaggio dei dirigenti di Arezzo. Non ci sono prove che questo significasse pressione verso una fusione con Bpvi, mentre è vero che Bpvi fu l’unica a presentare un’offerta, che gli amministratori nascosero all’assemblea dei soci. Capisco che per il Pd Etruria sia un problema, ma almeno non si falsifichi la verità, arrivando a confondere date e significato delle parole”.

L’Istituto Centrale si difende: “Banca d’Italia non ha mai sostenuto il matrimonio con popolare di Vicenza”. Così hanno evidenziano le fonti di via Nazionale, in riferimento all’audizione del Procuratore di Arezzo Roberto Rossi in Commissione di inchiesta. Dopo le ispezioni del 2013, e le irregolarità emerse, Bankitalia ha chiesto ad Etruria di adottare una serie di misure correttive e di ricercare l’aggregazione con un partner di elevato standing. La scelta del partner è stata rimessa all’autonoma valutazione degli organi aziendali. In proposito la Banca d’Italia ha precisato: “Non poteva che essere cosi, perché nell’ambito dell’autonomia imprenditoriale che caratterizza qualsiasi banca, la scelta del partner è di competenza della banca stessa. In linea con ciò, l’ipotesi di aggregazione è stata avanzata autonomamente da Vicenza nel 2014. Il negoziato tra le due banche non è andato a buon fine perché non si sono messe d’accordo e quindi non è stata avanzata alcuna richiesta di aggregazione”.

Di conseguenza, Bankitalia ha contestato ad Etruria non la mancata aggregazione con la Banca Popolare di Vicenza, ma il fatto che l’unica proposta di aggregazione ricevuta, che era proprio quella di Vicenza, non fosse stata portata a conoscenza dell’Assemblea, unico organismo cui spettava la decisione. Si trattava, osserva Bankitalia, di un comportamento sintomatico, di un impegno del tutto inadeguato nell’affrontare le difficoltà segnalate dalla Vigilanza, riconducibile all’esigenza di preservare a qualsiasi costo radicamento territoriale e autonomia della banca. Banca Etruria, dunque, fu commissariata non perché non si fece acquisire da Vicenza, ma in quanto sono state rilevate gravi perdite patrimoniali  (tali da portare il patrimonio significativamente al di sotto dei minimi regolamentari) e irregolarità.

Con la polemica sul caso Banca Etruria, il PD ha lanciato un ennesimo pericoloso boomerang che indebolisce le alleanze elettorali a sinistra, ma soprattutto indebolisce la credibilità politica dei renziani di fronte all’elettorato in vista delle prossime elezioni politiche.

Salvatore Rondello

Istat, occupati in crescita. Finalmente qualche luce

lavoro occupazione

L’Istat ha comunicato oggi i dati aggiornati sull’occupazione e sulla disoccupazione. Nel comunicato dell’Istat si legge: “A ottobre 2017 la stima degli occupati è sostanzialmente stabile rispetto a settembre. Il tasso di occupazione dei 15-64enni rimane invariato al 58,1%.

La stabilità dell’occupazione nell’ultimo mese è frutto di un calo tra i 25-49enni e di un aumento tra gli ultracinquantenni. L’occupazione è stabile per entrambe le componenti di genere. Risultano in aumento i dipendenti a tempo determinato, stabili i permanenti, in calo gli indipendenti.

Nel periodo agosto-ottobre si registra una crescita degli occupati rispetto al trimestre precedente (+0,3%, +73 mila) che interessa uomini e donne e si concentra soprattutto tra gli over50, in misura più lieve anche tra i 15-34enni, mentre i 35-49enni sono ancora in calo. L’aumento è determinato esclusivamente dai dipendenti a termine, mentre calano i permanenti e gli indipendenti.

La stima delle persone in cerca di occupazione a ottobre diminuisce ancora lievemente (-0,1%, -4 mila) per il terzo mese consecutivo. La diminuzione della disoccupazione è determinata dalla componente femminile e, per quanto riguarda l’età, dai 15-24enni e dagli over 50, mentre si osserva un aumento tra gli uomini e i 25-49enni. Il tasso di disoccupazione si attesta all’11,1%, invariato rispetto a settembre, mentre quello giovanile cala al 34,7% (-0,7 punti percentuali).

La stima degli inattivi tra i 15 e i 64 anni rimane sostanzialmente invariata. La stabilità è frutto di un calo tra gli uomini e nelle classi di età centrali comprese tra 25 e 49 anni, a fronte di un aumento tra le donne, i giovani di 15-24 anni e gli over 50. Il tasso di inattività rimane invariato al 34,5%.

Nel trimestre agosto-ottobre, rispetto ai tre mesi precedenti, alla crescita degli occupati si accompagna il calo dei disoccupati (-1,1%, -33 mila) e degli inattivi (-0,4%, -56 mila).

Su base annua si conferma l’aumento degli occupati (+1,1%, +246 mila) che riguarda sia uomini sia donne. La crescita si concentra tra i lavoratori dipendenti (+387 mila, di cui +347 mila a termine e +39 mila permanenti), mentre calano gli indipendenti (-140 mila). In valori assoluti ad aumentare sono soprattutto gli occupati ultracinquantenni (+340 mila) ma registrano una crescita più lieve anche i 15-34enni (+29 mila), mentre calano i 35-49enni (-123 mila). Nello stesso periodo diminuiscono sia i disoccupati (-4,6%, -140 mila) sia gli inattivi (-1,4%, -183 mila).

Al netto dell’effetto della componente demografica tuttavia, su base annua cresce l’incidenza degli occupati sulla popolazione in tutte le classi di età”.

Dalla lettura dei dati, sembrerebbe che all’orizzonte stia per sbocciare qualche lieve speranza. Finalmente si intravede la possibilità di ridurre il disagio sociale esistente, anche se la crescita maggiore è quella degli occupati ultracinquantenni per effetto dello slittamento del pensionamento.

Salvatore Rondello

Usa, la Fed spinge per un aumento dei tassi

federal reserve

Visto che l’economia americana è in buone condizioni, sarebbe il motivo per cui la Federal Reserve dovrebbe proseguire la via della normalizzazione della politica monetaria. Per quanto riguarda le stime sul Pil dell’economia statunitense, guardando al futuro, si potrebbe attendere una crescita del 2,5% circa all’anno.

Jerome Powell, la persona scelta dal presidente americano Donald Trump per prendere il posto di Janet Yellen alla guida della Federal Reserve, quando il suo mandato scadrà a febbraio, parlando davanti alla commissione Bancaria del Senato, che dovrà confermare la sua nomina, ha detto: “L’economia è solida, è tempo di normalizzare i tassi di interesse e il budget”.

Powell ha proseguito dicendo: “Avere pazienza nel rimuovere, la politica monetaria accomodante ha dato i suoi frutti”. Riferendosi al nuovo incarico, ha detto di essere ‘a proprio agio’ con l’idea di diventare la persona più importante del mondo, almeno per quanto riguarda la politica monetaria.

Un giro di vite sui tassi potrà arrivare alla prossima riunione, quella di dicembre, quando Powell non sarà ancora in carica.

In proposito, il futuro Governatore della Federal Reserve ha detto: “Il consenso in questo senso si sta formando. I mercati attendono ampiamente il terzo rialzo del 2017”.

Circa un anno fa, il 14 dicembre 2016, il tasso di interesse della Fed era salito da 0,50% a 0,75%. Il 16 marzo 2017 c’è stato il rialzo all’1%. Attualmente, dopo la variazione del 14 giugno 2017, il tasso applicato dalla Fed è pari all’1,25%. A metà del prossimo mese di dicembre si prevede un nuovo rialzo per arrivare all’1,5%.

Dopo la nuova manovra di politica monetaria della Federal Reserve, la Bce dovrà monitorare con maggiore attenzione le ripercussioni che potrebbero arrivare dagli Stati Uniti sull’economia europea.

Salvatore Rondello

Antitrust, l’Equo compenso ostacola la concorrenza

equo compensoPer tutte le professioni, la disciplina sull’equo compenso è stata prevista nel DL fiscale collegato alla manovra. Per l’Antitrust di fatto ostacola la concorrenza. Nella segnalazione inviata dall’Authority ai presidenti delle Camere e al Presidente del Consiglio, si leggono le osservazioni: “Le tariffe professionali fisse e minime costituiscono una grave restrizione della concorrenza secondo consolidati principi antitrust nazionali e comunitari. La disciplina sull’equo compenso introdurrebbe il principio generale per cui le clausole contrattuali tra professionisti e clienti che fissino un compenso a livello inferiore dei valori previsti nei parametri individuati dai decreti ministeriali sarebbero da considerare vessatorie e quindi nulle.
La norma, nella misura in cui collega l’equità del compenso ai paramenti tariffari contenuti nei decreti anzidetti, reintroduce di fatto i minimi tariffari, con l’effetto di ostacolare la concorrenza di prezzo tra professionisti nelle relazioni commerciali con tali tipologie di clienti. Con riferimento alla pubblica amministrazione, in base al comma 3 dell’articolo in esame, la PA è tenuta a garantire il principio dell’equo compenso in relazione alle prestazioni rese dai professionisti in esecuzione di incarichi conferiti dopo l’entrata in vigore della presente legge.
È dunque preclusa alla PA la possibilità di accettare prestazioni con compensi inferiori a quelli fissati nei decreti ministeriali. In definitiva, tramite la disposizione in esame viene sottratta alla libera contrattazione tra le parti la determinazione del compenso dei professionisti (ancorché solo con riferimento a determinate categorie di clienti).
Secondo i consolidati principi antitrust nazionali e comunitari, infatti, le tariffe professionali fisse e minime costituiscono una grave restrizione della concorrenza, in quanto impediscono ai professionisti di adottare comportamenti economici indipendenti e, quindi, di utilizzare il più importante strumento concorrenziale, ossia il prezzo della prestazione. Pertanto, la reintroduzione di prezzi minimi cui si perverrebbe attraverso la previsione ex lege del principio dell’equo compenso finirebbe per limitare confronti concorrenziali tra gli appartenenti alla medesima categoria, piuttosto che tutelare interessi della collettività”.

Casa per tutti dalle Banche. Mutui “in saldo”

mutuo_prima_casaStoricamente i Mutui non sono mai stati così convenienti come adesso. Prosegue il trend di crescita delle somme erogate dalle banche per i mutui. Il valore medio di 121.621 euro concessi ad agosto è in aumento del 7,5% rispetto a dodici mesi prima. Nell’analisi fatta dall’Osservatorio congiunto realizzato dai siti web Facile.it e Mutui.it, condotta su oltre 25.000 richieste finanziamento, si legge: “A questo aumento corrisponde una crescita dell’importo medio richiesto, che ad agosto 2017, ha raggiunto i 127.701 euro (+3,38%)”.
Si riduce così il divario tra quanto gli aspiranti mutuatari cercano di ottenere e quanto viene effettivamente finanziato dalla banca. Sempre ad agosto 2017 il ‘loan to value’ erogato (rapporto tra il valore dell’immobile da acquistare e l’importo concesso dalla banca) è stato di poco inferiore al 57%, in aumento di 5 punti percentuali rispetto al 2016, mentre il ‘loan to value’ richiesto (quanto sperano di ottenere i mutuatari in rapporto al costo dell’abitazione) è stato pari al 59,75%. Altro dato emerso dall’analisi è quello relativo alla durata media dei mutui erogati, che nel corso dei 12 mesi passa da 20 a 22 anni, mentre rimane praticamente invariata l’età dei richiedenti (da 41 anni a 40).
Con riferimento ai tassi di interesse, sono in aumento il variabile con cap ed il misto.
Analizzando il tipo di tasso richiesto dagli aspiranti mutuatari che hanno presentato domanda ad agosto 2017, con il 70,42% del totale il fisso si conferma come il preferito anche se, a ben guardare, si registra una lievissima diminuzione rispetto a quanto non accadeva dodici mesi prima (-0,36 punti percentuali). Scende al 22,21% la percentuale di coloro che chiedono un mutuo a tasso variabile (-4,42 punti percentuali nell’arco dei dodici mesi), mentre raddoppiano i richiedenti che optano per il tasso misto (passando dal 2,35% al 4,71%) e aumentano significativamente quelli che intendono indicizzare il proprio finanziamento sfruttando il variabile con cap, che sale dallo 0,24% al 2,66%.
Ivano Cresto, responsabile dei mutui di Facile.it, ha commentato: “Questa tendenza è legata da un lato all’atteggiamento degli istituti di credito che cercano di differenziare l’offerta, dall’altro alla volontà dei clienti di scegliere un tasso che consente di partire con un interesse più contenuto rispetto al fisso, senza però rinunciare alla possibilità di tutelarsi da futuri possibili rialzi”.
Focalizzando l’analisi sui mutui prima casa, il trend di crescita si conferma, seppur in maniera leggermente più contenuta. L’importo medio richiesto ad agosto 2017 per acquistare l’abitazione principale è stato pari a 137.537 euro (+5,01% rispetto a 12 mesi prima) mentre la somma media erogata dagli istituti di credito ha raggiunto i 117.308 euro (+3,78%). Sostanzialmente stabili l’età del richiedente, ferma a 38 anni, e la durata mutuo, che passa da 23 a 24 anni.
L’età media dei richiedenti si avvicina alla fascia di età di lavoratori stabilizzati con contratto a tempo indeterminato. La tendenza a prolungare la durata del mutuo è dettata dalla necessità di ottenere delle rate di ammortamento più basse che possano consentire di affrontare più agevolmente gli impegni di pagamento.