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Salvatore Rondello

Istat: a sorpresa cresce il PIL nel mezzogiorno

istat pil mezzogiornoL’ISTAT ha diffuso oggi un comunicato sulla stima preliminare del Pil e sull’occupazione a livello territoriale. Le battute d’arresto riguardano il Centro ed il Nord Ovest, mentre il Sud ed il Nord Est trainano la crescita. Nel comunicato Istat si legge: “Le stime preliminari indicano che nel 2016 il Prodotto interno lordo, a valori concatenati, ha registrato un aumento in linea con quello nazionale nel Mezzogiorno (+0,9%), lievemente inferiore nel Centro (+0,7%) e nel Nord-ovest (+0,8%) e superiore alla media nazionale nel Nord-est (+1,2%).

Nel Nord-est i risultati migliori riguardano l’agricoltura (+4,5%) e il settore che comprende commercio, pubblici esercizi, trasporti e telecomunicazioni (+2,3%). È in crescita anche il valore aggiunto dell’industria (+0,9%), dei servizi finanziari, immobiliari e professionali (+0,7%) e degli altri servizi (+0,3%). Risulta in calo solamente il valore aggiunto delle costruzioni (-1,5%).

Anche nel Nord-ovest le migliori performance si registrano per l’agricoltura (+1,9%) e per il settore che raggruppa commercio, pubblici esercizi, trasporti e telecomunicazioni (+1,9%) ma sono in crescita anche industria (+1,1%) e costruzioni (+1,0%). Registrano un calo i servizi finanziari, immobiliari e professionali (-0,4%) e gli altri servizi (-0,6%).

Al Centro, dove la crescita è più modesta, il valore aggiunto presenta variazioni positive solo per i servizi finanziari, immobiliari e professionali (+1,3%) e l’industria (+0,8%). I restanti settori registrano diminuzioni: -1,9% in agricoltura, -0,3% nelle costruzioni e -0,1% nel settore che comprende commercio, pubblici esercizi, trasporti, telecomunicazioni e negli altri servizi.

Nel Mezzogiorno, il Pil ha registrato nel 2016 un significativo recupero crescendo in linea con la media nazionale. L’aumento del valore aggiunto è più marcato nell’industria (+3,4%) e nel settore che raggruppa commercio, pubblici esercizi, trasporti e telecomunicazioni (+1,4%). Segnano un incremento modesto i servizi finanziari, immobiliari e professionali (+0,3%) e gli altri servizi (+0,2%). Si registrano cali per l’agricoltura (-4,5%) e, in misura molto limitata, per le costruzioni (-0,1%).

L’occupazione (misurata in termini di numero di occupati) è cresciuta, nel 2016, dell’1,3%. L’aumento maggiore si osserva nelle regioni del Nord-est (+1,8%), seguite da quelle del Mezzogiorno (+1,6%) e del Nord-ovest (+1,0%). Nelle regioni del Centro la crescita è inferiore alla media e risulta pari allo 0,6%.

Per quel che riguarda gli andamenti settoriali dell’occupazione, nel Mezzogiorno la crescita riguarda, in particolare l’industria, il settore che comprende commercio, pubblici esercizi, trasporti e telecomunicazioni e gli altri servizi (rispettivamente +2,6%, +2,1% e +2,0%). Nel Nord-est gli aumenti più marcati si registrano per i servizi finanziari, immobiliari e professionali (+5,0%) e per l’agricoltura (+4,4%). Il Nord-ovest è caratterizzato da incrementi maggiori nel commercio, pubblici esercizi, trasporti e telecomunicazioni (+3,0%) e nei servizi finanziari, immobiliari e professionali (+1,0%). Anche nel Centro, i risultati migliori riguardano i servizi finanziari, immobiliari e professionali (+3,0%) e l’agricoltura (+2,3%)”.

Le novità principali si riscontrano nei segnali di una maggiore industrializzazione del Mezzogiorno e di un incremento della produzione agricola nel Nord maggiormente evidenziata nel Nord Est. Conseguenti sono le variazioni sui dati occupazionali.

Salvatore Rondello

BCE: crescita migliore
del previsto

Ocse-crescita stabileNel suo bollettino mensile, la Banca Centrale Europea avverte che la crescita in Eurozona è maggiore del previsto, ma attenti a protezionismo e Brexit. Inflazione ancora stabile in Eurozona: il Quantitative Easing continua al ritmo di 60 miliardi di titoli acquistati al mese, almeno fino a dicembre. Debito pubblico in calo, ma alcuni paesi esposti a choc.

La crescita in Eurozona si allarga, grazie alla domanda interna. Lo dichiara la Banca centrale europea nel suo ultimo bollettino mensile. Per questo motivo si escludono nuovi tagli dei tassi di interesse. Il programma di acquisto titoli proseguirà al ritmo di 60 miliardi al mese almeno fino a dicembre. La Bce avverte sui pericoli: “I rischi ci sono ancora, seppur bilanciati. E vengono dal protezionismo minacciato da Trump. Dal processo di riforma e liberalizzazione, promosso dalla Cina. Dalla Brexit, tutta ancora da definire. E dal debito pubblico, in calo ma ancora minaccioso. Al punto da esporre alcuni paesi dell’Eurozona a choc”.

L’espansione economica continua a consolidarsi e a estendersi in vari settori e nei diversi paesi. La crescita dell’area dell’euro è sostenuta principalmente dalla domanda interna, ma può contare anche su alcune spinte esterne positive.  In sintesi è quello che gli esperti della Bce hanno evidenziato nel bollettino mensile in cui si nota come la ripresa sia particolarmente evidente nei mercati del lavoro dell’area dell’euro, malgrado la persistente e considerevole capacità produttiva inutilizzata. Il dramma della disoccupazione non è stato ancora debellato. Tuttavia è in crescita il reddito reale disponibile delle famiglie, ed è in aumento anche la spesa per i consumi. Di conseguenza, migliorano pure le condizioni del credito bancario. La graduale ripresa degli investimenti delle imprese, incentivate a modernizzare lo stock di capitale dopo vari anni di investimenti contenuti, è in fase di proseguimento.

Per la Bce i rischi per le prospettive di crescita sarebbero ora sostanzialmente bilanciati. Tuttavia, i  rischi al ribasso potrebbero emergere dal protezionismo, dalla Brexit e dal debito pubblico che non sarebbe stato sufficientemente ridimensionato. Per questi motivi, l’Eurotower ritiene indispensabili ulteriori sforzi di risanamento per quei paesi con un forte indebitamento come l’Italia   che sono particolarmente vulnerabili di fronte a nuovi episodi di instabilità nei mercati finanziari o ad un rapido aumento dei tassi di interesse.

Pertanto è stato confermato il programma di Quantitative easing (l’acquisto di bond per immettere liquidità nel sistema e sostenere la crescita) all’attuale ritmo mensile di 60 miliardi di euro sino alla fine di dicembre 2017, o anche oltre se necessario, e in ogni caso finché non si riscontrerà un aggiustamento durevole dell’evoluzione dei prezzi, coerente con l’obiettivo di inflazione. Anche i tassi rimarranno su livelli pari a quelli attuali per un prolungato periodo di tempo. D’altro canto, l’inflazione di fondo (esclusa cioè la componente energetica) non ha ancora mostrato segnali convincenti di ripresa e ci si aspetta pertanto che dovrebbe aumentare solo gradualmente nel medio termine. L’obiettivo Bce del 2% viene considerato ancora lontano.

Un altro problema indicato dalla Bce è quello delle riforme mancate. Gli esperti dell’Eurotower hanno scritto: “Le prospettive di crescita economica nell’area dell’euro continuano a essere frenate dalla lenta attuazione delle riforme strutturali, in particolare nei mercati dei prodotti, e dalla necessità di effettuare ulteriori aggiustamenti di bilancio in numerosi settori, nonostante i miglioramenti in atto. Per fortuna, l’attività economica della zona euro è sospinta anche dalla sostenuta ripresa mondiale. Un venticello positivo che soffia soprattutto nelle economie dei paesi emergenti”.

Con cautela la crescita economica nell’Eurozona continua lentamente tra rischi e pericoli ancora presenti. Nel medio periodo, con gli opportuni accorgimenti, dovrebbe consolidarsi.

Salvatore Rondello

Bankitalia: in Sicilia l’economia è ferma

Lunghe code e laboratori con gli studenti durante la 20/a Edizione di IOLAVORO presso il Palalpitour di Torino, 6 aprile 2016 ANSA/ ALESSANDRO DI MARCO

La Banca d’Italia ha presentato a Palermo il rapporto annuale su “l’Economia della Sicilia”.

Nel comunicato della Banca d’Italia sul rapporto per l’importante Regione d’Italia, si legge: “In Sicilia la ripresa economica, iniziata nel 2015, è rimasta debole e non si è ancora diffusa alla generalità dei settori produttivi; i redditi e i consumi delle famiglie sono aumentati nel corso del 2016 in misura contenuta e la crescita dell’occupazione si è interrotta nel secondo semestre. Nonostante che la domanda aggregata abbia esercitato uno stimolo ancora modesto all’accumulazione, gli investimenti delle imprese sono aumentati, beneficiando della riduzione dei costi di finanziamento e dei nuovi incentivi fiscali introdotti dal Governo. Negli anni della crisi si era ampliato il divario in termini di reddito pro capite con le aree più sviluppate del Paese e i principali indicatori economici si erano contratti in misura significativa e superiore alla media nazionale; nel 2016 il PIL in termini reali è rimasto ancora inferiore ai livelli pre-crisi di circa 12 punti percentuali, rispetto ai 7 punti dell’Italia.
La ripresa dell’attività produttiva che aveva caratterizzato il 2015 si è attenuata nel corso del 2016, con dinamiche settoriali eterogenee. Nell’industria, il cui apporto al valore aggiunto regionale si è notevolmente ridotto negli anni della crisi, l’attività ha ristagnato. Le esportazioni sono diminuite per tutti i maggiori comparti ad eccezione dell’agroalimentare, confermando una performance di medio periodo della Sicilia sui mercati esteri nel complesso deludente se paragonata alla crescita della domanda proveniente dai mercati di sbocco. Nelle costruzioni, dopo il lieve recupero del 2015, sono emersi nuovi segnali di indebolimento della congiuntura. Soltanto nel settore dei servizi è proseguito il miglioramento ciclico, trainato dalla crescita, pur moderata, dei consumi delle famiglie siciliane e dal buon andamento del turismo.
Per il complesso delle imprese negli ultimi anni si è registrato un miglioramento della redditività operativa, che era fortemente diminuita fino al 2012, e un rafforzamento della struttura finanziaria, con una riduzione del grado di indebitamento e un allungamento della durata media dei finanziamenti. Tali dinamiche, dipese anche dall’uscita dal mercato di imprese meno solide e molto indebitate, si sono associate nell’ultimo anno a una ripresa degli investimenti favorita dal calo dei costi di finanziamento e dagli incentivi fiscali. Ciò non si è del tutto riflesso nell’andamento dei prestiti bancari, che hanno continuato a ridursi per le imprese del settore edile e del manifatturiero, a fronte di un aumento per le aziende dei servizi, anche in connessione con la congiuntura più favorevole del settore.
Per il complesso delle imprese negli ultimi anni si è registrato un miglioramento della redditività operativa, che era fortemente diminuita fino al 2012, e un rafforzamento della struttura finanziaria, con una riduzione del grado di indebitamento e un allungamento della durata media dei finanziamenti. Tali dinamiche, dipese anche dall’uscita dal mercato di imprese meno solide e molto indebitate, si sono associate nell’ultimo anno a una ripresa degli investimenti favorita dal calo dei costi di finanziamento e dagli incentivi fiscali. Ciò non si è del tutto riflesso nell’andamento dei prestiti bancari, che hanno continuato a ridursi per le imprese del settore edile e del manifatturiero, a fronte di un aumento per le aziende dei servizi, anche in connessione con la congiuntura più favorevole del settore.
Dopo il buon andamento dell’anno precedente, nel 2016 la crescita del numero di occupati ha subito una battuta d’arresto; sono comunque aumentate le ore lavorate per addetto. È aumentata l’occupazione a tempo pieno mentre è diminuita quella a tempo parziale; nei confronti della media nazionale, in Sicilia resta più elevato il ricorso a forme flessibili di lavoro. L’incremento del tasso di disoccupazione, sul quale ha influito una maggiore partecipazione al mercato del lavoro, non ha interessato i giovani tra 25 e 34 anni, per i quali il dato rimane comunque su livelli molto elevati, e i lavoratori in possesso di laurea o titoli superiori. Questi ultimi, rispetto ai lavoratori meno istruiti, in caso di perdita di lavoro dipendente hanno beneficiato, negli ultimi anni, di una probabilità più alta di trovare un nuovo impiego e di farlo in tempi più rapidi.
Dal 2015 il reddito e i consumi familiari sono tornati ad aumentare moderatamente, dopo le forti contrazioni degli anni precedenti che avevano colpito soprattutto le famiglie meno abbienti. La spesa per beni durevoli è cresciuta, in particolare per le auto. Nel mercato degli immobili residenziali, nonostante l’accelerazione delle transazioni, i prezzi hanno continuato a flettere; le quotazioni in Sicilia si confermano su valori notevolmente inferiori a quelli medi nazionali.
In presenza di un livello dei tassi di interesse storicamente molto contenuto, le famiglie hanno fatto maggior ricorso all’indebitamento per finanziarie le proprie spese; nel 2016 sono cresciuti i prestiti per gli acquisti di immobili e il credito al consumo. Le migliori condizioni praticate sui mutui hanno favorito anche la ricontrattazione di quelli stipulati in passato, con una riduzione dell’onere dell’indebitamento. La preferenza delle famiglie per gli investimenti facilmente liquidabili ha favorito la ricomposizione dei depositi verso i conti correnti; tra gli altri strumenti finanziari, sono cresciuti solamente quelli del risparmio gestito.
In linea con la tendenza nazionale è proseguito il processo di razionalizzazione degli sportelli bancari, diminuiti di quasi un quinto dal 2009. La riconfigurazione della rete distributiva, che ha interessato quasi esclusivamente gli intermediari di maggiore dimensione, ha comportato anche una riduzione degli addetti ed è stata accompagnata da una maggiore diffusione dei servizi di home banking. Nel 2016 si è interrotto il calo dei prestiti bancari all’economia regionale; il credito concesso dalle banche di maggiore dimensione ha continuato a diminuire mentre sono cresciuti i finanziamenti delle altre banche. Si sono manifestati alcuni segnali di miglioramento della qualità del credito, ma gli indicatori di rischiosità si confermano peggiori rispetto a quelli medi italiani e l’incidenza delle sofferenze accumulate durante la crisi rimane ancora elevata, nonostante che negli ultimi anni sia ripresa l’attività di dismissione dei crediti deteriorati dai bilanci delle banche.
Nel triennio 2013-15 le spese delle Amministrazioni locali siciliane si sono ridotte; la spesa sanitaria, che costituisce la componente più significativa della gestione corrente, è cresciuta in misura contenuta, proseguendo la tendenza al rallentamento avviata con l’adozione dei Piani di rientro dal deficit. Le entrate correnti sono aumentate per effetto soprattutto dei tributi propri; nei Comuni a vocazione turistica l’imposta di soggiorno ha rappresentato un’importante risorsa finanziaria. Nonostante che il debito delle Amministrazioni locali siciliane si sia ridotto in termini assoluti, il suo rapporto rispetto al PIL resta su valori superiori a quello medio delle Amministrazioni locali presenti in Italia”.
In Sicilia, il blocco dei piani paesaggistici ha provocato una paralisi degli investimenti. Circa due miliardi di investimenti sono praticamente inutilizzati e l’economia resta ferma. La situazione congiunturale permane a livelli inferiori della media nazionale.

Cervelli in fuga, un esodo di mezzo milione

fuga_cervelliL’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro, nel rapporto presentato oggi a Roma dal titolo “Il lavoro dove c’è”, ha fatto un’analisi degli spostamenti per motivi di lavoro negli anni della crisi. Nel rapporto vengono esaminati e fotografati i cambi di residenza e i comportamenti degli italiani partendo dalla crisi occupazionale del 2008, che ha cambiato le esigenze della popolazione e incrementato il numero di soggetti decisi a spostarsi in un’altra città per lavorare.
Dal 2008 al 2016  più di  500 mila italiani  si sono cancellati dall’anagrafe per trasferirsi all’estero. Al primo posto tra le destinazioni dei nuovi emigrati italiani c’è la Germania, seguita dal Regno Unito e dalla Francia.
A questo numero va aggiunto un altro dato: i quasi 300mila stranieri, soprattutto provenienti dai Paesi dell’Est, che in questi anni sono rimpatriati nel Paese di origine  non trovando più opportunità di lavoro in Italia.
L’indagine presenta e chiarisce gli aspetti di un altro fenomeno, per certi versi altrettanto significativo del trasferimento all’estero, ma spesso meno considerato: l’emigrazione interna tra le regioni d’Italia. L’Italia è un paese con opportunità molto diverse e una situazione di disomogeneità interna che non ha pari in Europa: per questo motivo i cambi di residenza da una regione a un’altra sono notevoli e frequenti.
Dal rapporto si evince che, tra il 2008 e il 2015, più di 380mila italiani si sono trasferiti da una regione del Sud in un altro territorio del Centro o del Nord Italia: si tratta principalmente di lavoratori qualificati che vedono nella fuga dal Mezzogiorno la via migliore per guadagnare di più.
È facile notare anche come il lavoro nelle città di residenza sia diminuito in questi anni e come le opportunità siano distribuite in modo diverso da territorio a territorio. Lavorare nel comune di residenza sembra, infatti, un privilegio riservato agli occupati tra i 15 e i 64 anni residenti in 13 grandi comuni con oltre 250mila abitanti, in cui Genova, Roma e Palermo superano il 90% di occupati residenti nel 2016. Inoltre, più di un occupato su dieci lavora in una provincia diversa da quella di residenza.
Questo spaccato conferma quanto già rilevato dallo stesso osservatorio nel rapporto annuale sulle dinamiche del mercato del lavoro nelle province italiane, in cui le possibilità occupazionali nelle 110 aree provinciali italiane si differenziano enormemente da Nord a Sud. Si passa, infatti, da un tasso di occupazione del 37% nella provincia di Reggio Calabria ad un tasso del 72% nella provincia di Bolzano.
Se il dato della mobilità è ben presente nei cambi di residenza, altrettanto si può dire per il pendolarismo, quotidiano ed interprovinciale, che può incidere fortemente sullo stipendio, la soddisfazione dei lavoratori e la qualità della vita.
Dal rapporto emerge, anche, che per le sue brevi distanze, l’intensità delle occasioni di lavoro e i servizi di trasporto efficienti, Milano è l’epicentro degli spostamenti interprovinciali in Italia.
Il capoluogo lombardo, infatti, è presente fra le province di destinazione o di partenza degli occupati ‘pendolari’ in ben 6 delle 10 principali tratte pendolari. Al primo posto ci sono i 118mila lavoratori che ogni giorno si muovono da Monza e Brianza per lavorare a Milano. Al secondo posto 59 mila lavoratori residenti a Varese che vanno abitualmente a lavorare in un comune della provincia di Milano mentre al terzo posto troviamo 48 mila residenti a Bergamo che raggiungono abitualmente il capoluogo lombardo per motivi di lavoro.
Nella Brianza bisognerebbe considerare anche i numerosi transfrontalieri che quotidianamente vanno a lavorare in Svizzera.
Nel settembre del 2015, aderendo all’obiettivo della legge delega n. 23/2014, di ‘internazionalizzazione dei soggetti economici operanti in Italia’ è apparso il decreto legislativo n. 147/2015, il quale ha introdotto, all’art. 16, un (nuovo) regime speciale per i lavoratori rimpatriati, apparentemente gemello del precedente. In realtà, la nuova agevolazione presentava diverse differenze. Lo sconto sull’imponibile, parificato fra i due sessi, si capovolgeva, spiegano i professionisti, limitandosi ad una esenzione del 30%; nella direzione di una maggiore appetibilità, la legge di Stabilità del 2016, ha ampliato l’agevolazione dal 30 al 50% dell’imponibile fiscale, a partire dall’anno d’imposta 2017.

I consulenti del lavoro ricordano quindi che il decreto legge Milleproroghe del 30 dicembre scorso (D.l. n. 244/2016, art. 3 c. 3-novies) ha introdotto una nuova finestra di adesione all’opzione, riservata ai soggetti che, trasferitisi in Italia entro il 31 dicembre 2015, rientrino nei requisiti di cui all’art. 2, c. 1 della L. 238/2010 a prescindere dal fatto che avessero o meno fruito del precedente regime fiscale agevolato.
Tutte le buone intenzioni del Parlamento per far ritornare gli emigranti in patria non avrebbero sortito effetto. Se ai giovani laureati non verranno offerte opportunità lavorative migliori di quelle che trovano all’estero, nessun incentivo fiscale sarà sufficiente per incoraggiare il loro ritorno in Italia.

Spending review,
risparmiati 30 mld

EVIDENZA-Spending reviewDalla relazione annuale presentata al Parlamento italiano dal commissario straordinario alla revisione della spesa, Yoram Gutgeld, sono emersi risparmi per 29,94 miliardi nel 2017 che diventeranno 31,5 miliardi nel 2018. Sarebbero questi i dati realizzati dall’azione di spending review a partire dal 2014, ai fini dell’indebitamento netto della PA.

Significativi risparmi sono stati realizzati con il rafforzamento della centralizzazione degli acquisti della PA (+13% tra il 2014 ed il 2016). Tuttavia, la spesa per le forniture presidiata con il metodo Consip è salita del 27% nello stesso periodo.

Nel dossier letto in Parlamento alla presenza del Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, e del Ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, si evidenzia per il triennio 2013-2016 anche la diminuzione del personale della PA nella misura del 3,8% (pari ad 85 mila dipendenti) maggiormente per effetto del blocco del turn-over con punte del 7% nei ministeri.

A fine del 2016, complessivamente, l’ammontare della spesa corrente al netto degli interessi sul debito e delle prestazioni previdenziali ed assistenziali, su cui si è concentrata la spending review, ammonterebbe a 368 miliardi mentre quella considerata aggredibile al netto dei trasferimenti UE e delle partite di giro sarebbe stata di 327,7 miliardi.

Il Commissario alla revisione ed alla razionalizzazione della spesa, Yoram Gutgeld, concludendo la presentazione a Montecitorio della Relazione annuale, ha detto: “Mi permetto di lanciare un appello alle forze politiche ed al Governo che verrà, di non mollare la presa”. Il Commissario straordinario ha anche osservato: “Considerando che questa legislatura si avvia alla chiusura, ci vuole tempo per tagliare, per cambiare le organizzazioni, per cambiare i meccanismi operativi”.

Il Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, è intervenuto alla relazione annuale della spending review annunciando l’arrivo di un decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri con nuove regole del Bilancio per consentire soprattutto ai Ministeri di poter programmare meglio le spese. Nel suo intervento ha anche detto: “Certo nella PA esistono sprechi, ma farla facile è uno sport abbastanza diffuso e tutto sommato non conviene. Da parte del Governo non c’è religione dei tagli ma aspirazione all’efficienza”.

Il Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, ha commentato a Montecitorio i contenuti della Relazione annuale illustrata dal Commissario straordinario del Governo per la razionalizzazione e revisione della spesa, Yoram Gutgeld. Puntualizzando ha anche detto: “Mi auguro che dopo la presentazione della spending review capiterà di leggere un po’ meno sulla stampa che in Italia la spending o non si è fatta o si è fatta male. Qualcuno continuerà a dirlo, ma qualcuno ci penserebbe due volte”.

Salvatore Rondello

Fmi, in Europa più luci che ombre

Lagarde-Grecia-GermaniaAl  termine   della   missione  annuale dei tecnici  del  Fondo  Monetario Internazionale, dalla  dichiarazione conclusiva  emerge  un  quadro economico  tra  luci  ed  ombre.  Le luci, adesso,  sembrerebbero  più  presenti delle  ombre.

Nella  dichiarazione  conclusiva  del  FMI si  legge:  “La ripresa  dell’Eurozona  ha preso slancio  grazie a un circolo virtuoso di consumi privati e creazione di lavoro.  I  paesi  con un  elevato  debito  pubblico,  dall’Italia  al  Portogallo,  ma  anche  la  Francia,  dovrebbero sfruttare  la  finestra  di  opportunità  ancora  offerta  dalle  politiche  monetarie ‘accomodanti’  varate  dalla   BCE   per andare avanti sulla strada del consolidamento e delle riforme strutturali. In generale  l’Eurozona, che registra la minore divergenza nei tassi di crescita fra i suoi paesi membri dall’introduzione dell’euro, ha una eccellente opportunità di approfondire l’Unione Economica e Monetaria. Sul fronte bancario, l’Fmi sottolinea come in alcuni paesi (e anche qui è chiaro il riferimento all’Italia)  i  passi  in  avanti  nella riduzione  dei  prestiti non  performanti sono stati lenti e la qualità degli asset  pone una sfida a livello europeo ma  gli interventi sul fronte della vigilanza sono incoraggianti”.

Per quanto riguarda   l’Italia, il  Fmi conferma la necessità di  varare   ulteriori   riforme  nel mercato  del  lavoro   ed  in  quello   dei  prodotti   e  dei  servizi , per  mantenere  la crescita  della produttività oltre a quella dei salari.  Inoltre, in quanto paese ad alto debito, all’Italia è indirettamente   inviato  un monito sulla possibilità di differenziali  in crescita sui propri titoli quando la politica monetaria  accomodante verrà ridotta (anche se per il momento, l’invito del Fondo  alla  Bce  è  a  mantenere  questa linea).

Se   ci   sono   finalmente  dei   buoni   motivi  per  essere   ottimisti,   il   rigore   e l’attenzione,  tuttavia   debbono   essere   sempre  presenti.   Il   Fmi,   con   le   sue dichiarazioni  ha   indirettamente   lodato  la  politica  monetaria   della  Bce.   Le indicazioni  che   provengono  dal  FMI  e   dalla  BCE   sulle  scelte  di  politica  economica   per  l’Europa  e  le  raccomandazioni   per  l’Italia   sono  analoghe.

Spetta   ai   politici   raccogliere   le   indicazioni   delle  due  importanti  istituzioni monetarie   ed  agire  di  conseguenza   per   dare  ad   intere   popolazioni   la  prospettiva  di  un  futuro  migliore.

Salvatore   Rondello

Salgono i tassi USA.
Erano fermi dal 2006

Federal-ReserveIeri la Federal Reserve degli Stati Uniti d’America ha aumentato i tassi di interesse di un quarto di punto (+0,25%) passando dall’1% all’1,25%. La decisione di aumentare i tassi fermi dal 2006 era già attesa da tempo. Ma la decisione di prevedere altri tre aumenti nel corso del 2017 denota una diversa visione della politica economica rispetto a quella del Presidente Trump. Per la Banca Centrale americana il Paese sta andando nella direzione giusta. La Presidente, Janet Yellen, ha affermato: “Gli stimoli fiscali ovviamente non sono necessari per la piena occupazione”. In questo modo ha fatto sapere che il nuovo Presidente degli USA ha ereditato un’economia in buona salute e pertanto si dovrebbero evitare gli eccessi del passato come l’eliminazione delle regole imposte dopo la crisi del 2008 per evitare che si ripetesse. La Yellen ha ribadito che intende restare al suo posto fino alla scadenza del suo mandato nel 2018, motivando: “perché ho molto a cuore l’indipendenza della Fed”. Così ha lasciato a Trump di decidere se andare allo scontro oppure se aspettare fino al 2018 per rimodellarla. Trump durante la campagna elettorale ha accusato la Federal Reserve di appoggiare la sua rivale Hillary Clinton.

Dopo due giorni di discussione, la decisione della Fed di aumentare i tassi dello 0,25% è stata assunta all’unanimità perché la crescita continua, la disoccupazione è scesa al 4,6% e l’inflazione sta raggiungendo l’obiettivo del 2%. Rispetto alle previsioni di settembre scorso, qualcosa è stato cambiato dalla Federal Reserve. Anziché prevedere due aumenti dei tassi entro il 2017, adesso ne ha previsti tre. In proposito la Yellen ha detto: “Questa decisione è modesta e rappresenta una dimostrazione di fiducia nell’economia”.

Le politiche fiscali proposte da Donald Trump sono state discusse nella riunione della Fed e hanno inciso sulle posizioni di alcuni membri del Direttivo della Banca Centrale, anche se rimane una forte incertezza sulla politica economica della nuova Amministrazione. Per la Fed, le riduzioni fiscali, gli investimenti nelle infrastrutture e l’alleggerimento delle regole prospettate da Donald Trump, potrebbero surriscaldare l’economia. Di conseguenza la Fed si prepara a contenere gli eventuali effetti negativi che sono già stati intravisti a Wall Street con il boom del Dow Jones che ha quasi raggiunto quota 20.000.

La Yellen, con molta diplomazia, ha fatto una valutazione dell’economia statunitense che potrebbe scontrarsi con quella di Donald Trump. In proposito la Presidente della Fed ha detto: “Non voglio dare consigli al Governo. Gli stimoli fiscali non sono più necessari per favorire la piena occupazione, mentre le regole imposte dopo la crisi del 2008 hanno prodotto progressi che dovrebbero restare in vigore. Al massimo si potrebbe allentare la ‘Volcker Rule’ per le banche più piccole”.

In merito al rilancio dell’attività manifatturiera, per Janet Yellen, sarebbe utile concentrarsi sull’addestramento della forza lavoro verso mansioni più sostenibili nel futuro.

Il rialzo del tasso di interesse negli Stati Uniti, nel breve periodo potrebbe avere effetti di un irrobustimento del dollaro statunitense sulle altre monete. L’aumento del valore del dollaro potrebbe far aumentare la propensione degli Stati Uniti all’importazione, mentre potrebbe scoraggiare le esportazioni.

Salvatore Rondello

Madia promette sblocco contratti. Istat: 500mila precari

Sembra trapelare ottimismo dal Ministro della Pubblica Amministrazione che oggi ha fatto sapere: “L’incontro con i comitati di settore” sull’atto di indirizzo per lo sblocco dei contratti “è stato positivo e visto che siamo già a un ottimo punto ho invitato il presidente dell’Aran a convocare le parti e a dare formalmente inizio alla sessione contrattuale” dopo otto anni di stop. Ha annunciato la ministra Marianna Madia che quindi ha dato il via libera per l’avvio delle trattative con i sindacati. L’apertura del tavolo, ha assicurato, avverrà “a breve, entro giugno”. La direttiva ‘madre’ per i rinnovi ha anche già passato l’esame del ministero dell’Economia, ha fatto sapere la ministra, a margine della presentazione dei primi risultati del censimento permanente della P.A, presentati dall’Istat. “Adesso i comitati di settore devono integrare l’atto di indirizzo rispetto ai loro comparti”, ha chiarito Madia. Il pubblico impiego si divide infatti in quatto macro settori: amministrazione centrale, amministrazione locale, sanità e istruzione. Tuttavia dal Sindacato risponde la Uil. “Apprezziamo la dichiarazione sulla prossima apertura delle trattative di rinnovo contrattuale, rilasciata oggi dalla Ministra Madia, con la quale ha invitato il Presidente dell’Aran a convocare le parti e iniziare formalmente la sessione dei contratti entro giugno”, afferma il segretario confederale della Uil, Antonio Foccillo, in una nota. “Ebbene, ricordandoci che siamo già al 14 giugno, è necessario, tuttavia, che dalle parole si passi ai fatti e che, quindi, ci pervenga al più presto la convocazione dell’Aran, per tornare finalmente a sederci ai tavoli dopo ormai 8 anni di mancati rinnovi contrattuali”, ha concluso Foccillo.


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L’Istat si è posto l’obiettivo di mettere a disposizione degli utenti, con cadenza annuale e biennale anziché decennale, i risultati dei censimenti attraverso l’istituzione di censimenti permanenti. Questa nuova iniziativa è particolarmente rivolta ai decisori pubblici ed agli esperti del settore informazioni dettagliate come quelle censuarie. I primi risultati del censimento permanente delle istituzioni pubbliche sono stati comunicati oggi dall’Istat, dando l’avvio ad una nuova stagione finalizzata ad una maggiore efficienza elaborativa ed informativa sui dati censuari. L’apprezzabile sforzo organizzativo dell’Istat, è auspicabile che possa essere ottimizzato al più presto con l’elaborazione di dati aggiornati in tempo reale.
Con il suo comunicato odierno, l’Istat ci informa: “La strategia dei censimenti permanenti è basata prioritariamente sul trattamento statistico di dati di fonte amministrativa, integrati con informazioni statistiche raccolte attraverso rilevazioni statistiche dirette a forte valenza tematica.
La prima edizione del censimento permanente sulle istituzioni pubbliche ha rilevato informazioni statistiche su circa 13 mila istituzioni, attive al 31 dicembre 2015, oltre 100 mila unità locali e oltre 3 milioni di dipendenti, integrando tra loro due diverse infrastrutture di dati:
 il registro statistico delle istituzioni pubbliche che, annualmente, aggiorna le informazioni sul numero delle istituzioni e dei relativi dipendenti, analizzati con il massimo dettaglio in termini sia di forma giuridica sia di localizzazione territoriale;
 una indagine statistica diretta sulle istituzioni pubbliche, a cadenza biennale, che ha acquisito informazioni utili all’analisi del grado di modernizzazione della PA, dell’utilizzo di capitale umano, della struttura organizzativa e di ‘governance’, delle modalità di funzionamento e di erogazione dei servizi e di ulteriori temi di grande rilevanza per i decisori pubblici, gli operatori economici, i cittadini, il mondo della ricerca.
Le informazioni oggi diffuse rappresentano un primo benchmark del nuovo impianto di rilevazione, caratterizzato da diverse innovazioni tematiche e di contenuto. Nei prossimi mesi l’Istat completerà il quadro informativo attraverso la diffusione di ulteriori dettagli, in particolare su gestione ecosostenibile, trasparenza e anticorruzione, mappa territoriale dei servizi erogati a individui e collettività, oltre ad approfondimenti analitici sui dati rilevati, anche integrati con altre informazioni economiche”.
Leggendo i dati Istat dettagliatamente: “Al 31 dicembre 2015 sono attive 12.874 istituzioni pubbliche che impiegano 3.305.313 lavoratori dipendenti, di cui 293.804 a tempo determinato, pari all’8,4%, e 173.558 non dipendenti (collaboratori, altri atipici e lavoratori temporanei). Quindi in tutto tra contratti a termine ed atipici nella P.a. ci sono 467.362 lavoratori precari”.
In termini percentuali, il 15% circa dei lavoratori della P.A. sono precari. Una percentuale molto alta di precariato che necessita di provvedimenti urgenti per la stabilizzazione dei rapporti di lavoro.

Istat, è il sud Italia a trainare il Commercio con l’Estero

mezzogiorno commercioL’Istat ha comunicato oggi i dati sulle esportazioni delle regioni italiane. Secondo l’Istat, nel primo trimestre 2017, rispetto ai tre mesi precedenti, l’export risulta in crescita in tutte le ripartizioni territoriali: +4,4% per l’Italia meridionale e insulare, +2,5% per l’Italia centrale, +1,8% per le regioni nord-occidentali e +1,4% per quelle nordorientali.
La media Istat vede primeggiare l’Italia meridionale ed insulare nonostante il contributo negativo fornito da Basilicata (-10,5%) e Molise (-53,4%).
Nel comunicato Istat si legge anche: “Tra le regioni che forniscono un contributo positivo all’incremento delle esportazioni nazionali si segnalano Lombardia (+8,6%), Piemonte (14,1%), Emilia-Romagna (+8,9%), Veneto (+7,1%), Toscana (+10,1%), Sicilia (+37,6%), Sardegna (+79,0%), Lazio (+11,4%), Liguria (+23,1%) e Friuli-Venezia Giulia (+9,7%).
Rispetto al primo trimestre 2016, nel periodo gennaio-marzo 2017 si rilevano dinamiche di crescita dell’export intense e diffuse. A fronte di un aumento medio nazionale del 9,9%, l’incremento delle vendite sui mercati esteri risulta di maggiore intensità per le regioni delle aree insulare (+50,6%) e nord-occidentale (+10,7%). È comunque sostenuto per le regioni dell’area centrale (+8,7%) e nord-orientale (+8,2%) mentre risulta più contenuto per l’area meridionale (+0,6%).
Nel primo trimestre 2017, l’aumento tendenziale delle vendite di autoveicoli dal Piemonte e di prodotti petroliferi raffinati da Sicilia e Sardegna contribuisce alla crescita dell’export nazionale per 1,6 punti percentuali.
Nello stesso periodo, la diminuzione delle esportazioni di autoveicoli dalla Basilicata, di mezzi di trasporto – autoveicoli esclusi – dalla Lombardia e di metalli di base e prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti dal Molise fornisce un contributo negativo per quasi mezzo punto percentuale alle vendite nazionali sui mercati esteri.
Le vendite dalla Lombardia e dal Lazio verso la Germania, dal Piemonte verso la Cina e dalla Lombardia verso gli Stati Uniti forniscono un impulso positivo all’export nazionale, mentre flettono le vendite del Lazio verso il Belgio e dell’Emilia-Romagna verso i paesi OPEC.
Nei primi tre mesi dell’anno, la positiva performance all’export delle province di Milano, Torino, Gorizia, Frosinone, Siracusa e Cagliari contribuisce positivamente all’export nazionale. I maggiori contributi negativi provengono da Trieste e Latina”.
L’incremento dell’esportazione dei prodotti petroliferi dalla Sicilia e dalla Sardegna ha sicuramente un impatto positivo sulla crescita dell’export e sull’economia nazionale. Tuttavia, non ha una incidenza significativa nelle stesse Regioni per la crescita del mercato del lavoro.

Salvatore Rondello

Istat, più occupati. Confindustria esorta la politica

occupazione giovanile 2Finalmente dall’Istat arriva una buona notizia che alimenta alcune speranze. Non siamo ancora al massimo ma sicuramente si tratta di un fatto importante. Sono aumentati gli occupati e sono diminuiti gli inattivi. Il comunicato odierno dell’Istat sui dati dell’occupazione recita: “Nel primo trimestre del 2017 l’economia italiana ha registrato una crescita del Pil pari allo 0,4% in termini congiunturali ed all’1,2% su base annua. Nel complesso, l’economia dei paesi dell’area Euro è cresciuta dello 0,5% rispetto al trimestre precedente e dell’1,7% nel confronto con lo stesso trimestre del 2016. I segnali di accelerazione della dinamica dell’attività economica, particolarmente significativi in molti settori dei servizi, sono associati a un assorbimento di lavoro da parte del sistema produttivo che continua a espandersi: le ore complessivamente lavorate crescono dello 0,3% sul trimestre precedente e dello 0,8% su base annua.
Dal lato dell’offerta di lavoro, nel primo trimestre del 2017 l’occupazione mostra una crescita congiunturale (+52 mila, 0,2%), dovuta all’ulteriore aumento dei dipendenti (+78 mila, +0,4%) – soprattutto a termine (+51 mila, 2,1%) – mentre tornano a calare gli indipendenti (-26 mila, -0,5%). Il tasso di occupazione cresce di 0,2 punti rispetto al trimestre precedente. I dati mensili più recenti (aprile 2017) mostrano, al netto della stagionalità, un consistente aumento degli occupati (+0,4% rispetto a marzo, corrispondente a +94 mila unità), che riguarda sia i dipendenti sia gli indipendenti.
La dinamica tra il primo trimestre del 2017 e lo stesso periodo dell’anno precedente indica una crescita di 326 mila occupati (+1,5%) che riguarda soltanto i dipendenti, in più di due terzi dei casi a termine, a fronte della diminuzione degli indipendenti. L’incremento, in termini assoluti, è più consistente per gli occupati a tempo pieno, e il tempo parziale aumenta esclusivamente nella componente volontaria. La crescita dell’occupazione interessa entrambi i generi e tutte le ripartizioni, coinvolgendo anche i 15-34enni oltre alle persone con 50 anni e più.
Il tasso di disoccupazione diminuisce di 0,2 punti percentuali rispetto al trimestre precedente, con una riduzione congiunturale di 49 mila disoccupati, mentre l’indicatore rimane stabile in confronto a un anno prima. Queste tendenze sono rafforzate dai risultati relativi ad aprile, che evidenziano una consistente flessione delle persone in cerca di occupazione.
Prosegue a ritmo sostenuto la diminuzione degli inattivi di 15-64 anni (-473 mila in un anno) e del corrispondente tasso di inattività. Nel confronto tendenziale, la diminuzione dell’inattività è diffusa per genere, territorio e classe di età, e coinvolge sia quanti vogliono lavorare (-291 mila le forze di lavoro potenziali) sia la componente più distante dal mercato del lavoro (-183 mila chi non cerca e non è disponibile).
Le variazioni degli stock sottintendono significativi cambiamenti nella condizione delle persone nel mercato del lavoro, misurati dai dati di flusso a distanza di dodici mesi. Nel complesso aumentano le permanenze nell’occupazione (+0,4 punti) ma diminuiscono le transizioni da dipendente a termine a dipendente a tempo indeterminato (dal 24,2% al 19,6%). Inoltre, aumentano le transizioni dall’inattività verso la disoccupazione (+0,9 punti) e, in misura più contenuta, verso l’occupazione (+0,4 punti).
Dal lato delle imprese, si confermano i segnali di crescita congiunturale della domanda di lavoro, con un aumento delle posizioni lavorative dipendenti pari allo 0,6% sul trimestre precedente, sintesi della crescita sia dell’industria sia dei servizi. Le ore lavorate per dipendente tuttavia si riducono (-0,6%), anche se continua a diminuire il ricorso alla Cassa integrazione. Il tasso dei posti vacanti rimane invariato su base congiunturale mentre cresce di 0,2 punti percentuali su base annua. In termini congiunturali si registra un aumento dello 0,5% delle retribuzioni e dello 0,6% del costo del lavoro su cui ha influito la crescita accentuata degli oneri sociali (+1,2%), dovuta al graduale indebolimento degli effetti del vantaggio contributivo associato alle nuove assunzioni a tempo indeterminato degli ultimi due anni”.
In concomitanza, è iniziato oggi all’Excelsior Palace Hotel di Rapallo un convegno dei giovani della Confindustria. I giovani industriali non si accontentano dei dai Istat e ambiscono a risultati migliori. Il loro neo Presidente Alessio Rossi ha detto: “La politica è in crisi e lo sono anche i cittadini, perché il primo problema dell’Italia è che ha paura. Paura di tutto. Paura di una crescita che non è solida, come vorremmo. Di un lavoro che non è per tutti, come vorremmo. Di un futuro che per le generazioni dopo di noi non sembra florido, come vorremmo”. Rossi ha aggiunto: “la paura si cura non dotando ogni cittadino di un’arma, ma di una occasione di lavoro”.
Il neo presidente dei giovani della Confindustria usa un linguaggio in altri tempi inusuale, ma che oggi sembrerebbe strappato al tradizionale linguaggio del sindacato dei lavoratori.

Salvatore Rondello