BLOG
Salvatore Rondello

Grecia, atterraggio morbido. Odissea verso conclusione

pierremoscovici-465x390

L’odissea della Grecia si è conclusa. E’ stato raggiunto l’accordo all’Eurogruppo sui termini per l’uscita della Grecia dal suo terzo piano di salvataggio  che prevede, in particolare, misure per alleggerire il debito. Ha dato l’annuncio il presidente dell’Eurogruppo, il portoghese Mario Centeno. In base all’accordo raggiunto dai ministri delle Finanze dell’Eurozona a Lussemburgo,  ad Atene è stata concessa l’ultima tranche del prestito di 15 miliardi di euro.

Con questo accordo che molti hanno definito ‘storico’, Centeno ha commentato: “Siamo riusciti ad ottenere un atterraggio morbido per l’uscita dalla Grecia da questo lungo e difficile percorso”.

Il Commissario Ue, Pierre Moscovici, ha dichiarato: “Si tratta di un accordo eccezionale: La crisi greca si è conclusa questa notte”.

Il ministro delle Finanze greco, Euclid Tsakalotos, dal canto suo, dichiarandosi soddisfatto per l’accordo raggiunto che segna la fine di otto anni di crisi, ha affermato: “Questo Governo non dimentica e non dimenticherà ciò che il popolo greco ha dovuto attraversare durante questi otto anni. Dobbiamo assicurarci che molto presto il popolo greco vedrà concretamente i risultati di questo accordo”.

Il governo greco si è impegnato a mantenere un avanzo primario pari al 3,5% del Pil fino al 2022 e, in seguito, a rispettare le regole di bilancio Ue. L’Eurogruppo, nella dichiarazione diffusa nella notte, ha spiegato: “Per la Commissione questo implicherà un avanzo primario in media al 2,2% del Pil nel periodo tra il 2023 e il 2060. Il Paese resterà sotto la lente della Commissione Europea, che attiverà la procedura di sorveglianza aumentata (Enhanced surveillance), con relazioni trimestrali sulla situazione economica e di bilancio della Grecia.

Così, l’ultima tranche di aiuti ammonta a 15 mld: di questi, 5,5 mld verranno versati in un conto segregato, destinato al servizio del debito, mentre gli altri 9,5 mld saranno versati in un conto dedicato, che verrà utilizzato per creare dei ‘cuscinetti’ di contante, da utilizzarsi alla ‘bisogna’ del debito in caso di necessità.

In tutto la Grecia lascerà il programma con un ‘cuscinetto’ di cash che coprirà le necessità finanziarie per circa 22 mesi dopo la fine del programma nell’agosto prossimo, cosa che secondo l’Eurogruppo ‘rappresenta una garanzia significativa contro qualsiasi rischio’. Il presidente della Bce Mario Draghi ha detto: “L’adozione delle misure concordate dall’Eurogruppo miglioreranno la sostenibilità del debito nel medio termine. E’ fondamentale che la Grecia si mantenga sul percorso delle riforme e di una politica di bilancio solida”.

Il presidente dell’Eurogruppo, Mario Centeno, ha aggiunto: “Dopo otto lunghi anni, la Grecia si affranca dall’assistenza finanziaria e si unisce a Irlanda, Spagna, Cipro e al mio Paese, il Portogallo, nei ranghi dei Paesi dell’Eurozona che hanno riformato le loro economie e ancora una volta si reggono sulle loro gambe”.

La direttrice del Fmi Christine Lagarde ha detto: “Per la sostenibilità del debito greco nel lungo termine il Fondo ha delle riserve, mentre per il medio termine abbiamo piena fiducia che le misure annunciate, che sono significative consentiranno alla Grecia di ritornare sui mercati per finanziarsi”.

Infatti, la crescita del Pil greco ha ormai raggiunto l’1,4% nel 2017 e dovrebbe accelerare ulteriormente quest’anno, mostrando una espansione dell’1,9%, mentre il prossimo anno è visto al +2,3%. Gli sforzi hanno pagato anche in termini di conti pubblici. La Grecia, infatti, ha ora un avanzo di bilancio dello 0,8% del Pil, un passo da gigante se si pensa che nel 2009 aveva un maxi-disavanzo del 15,1%.

Nonostante le resistenze della Germania, principale Paese creditore della Grecia, si è raggiunto l’accordo che rappresenta un importante punto di svolta per la zona euro. L’accordo è arrivato dopo quasi un decennio da quando la Grecia sbalordì il mondo con spese fuori controllo, con il debito pari al 180% del Pil, costringendo l’Ue a predisporre tre piani di salvataggio per evitare il collasso della moneta unica. Finalmente la Grecia ce l’ha fatta senza bisogno di uscire dall’euro.

Salvatore Rondello

Dazi e controdazi, la guerra commerciale di Usa e Ue

europa usaE’ iniziata la guerra dei  dazi tra Stati Uniti d’America e Unione Europea. La  Commissione Ue  ha adottato il regolamento che fungerà da risposta ai dazi americani su acciaio e alluminio imposti dal presidente  Donald Trump. Lo ha annunciato la commissaria europea al Commercio  Cecilia  Malmström dicendo: “Le nuove misure entreranno in vigore venerdì 22 giugno e colpiranno una lista di prodotti per un valore totale di 2,8 miliardi di euro”.

In una nota diffusa a Bruxelles, Cecilia Malmstroem ha precisato: “Non volevamo arrivare a questo. Ma la decisione unilaterale e ingiustificata degli Stati Uniti di imporre tariffe su acciaio e alluminio non ci ha lasciato altra scelta. Le regole del commercio internazionale, che abbiamo sviluppato mano nella mano con i nostri partner americani, non possono essere violati senza una reazione da parte nostra”.

La commissaria al Commercio ha quindi sottolineato: “La risposta dell’Unione europea è misurata, proporzionata e pienamente in linea con le regole del Wto: non serve dire che, se gli Stati  Uniti  rimuoveranno le loro  tariffe, saranno rimosse anche le nostre misure”.

Le contromisure europee colpiranno alcuni dei prodotti simbolo degli States: dai jeans  Levi’s  alle celebri motociclette  Harley  Davidson, fino alle sigarette  e il burro d’arachidi. La norma colpirà diversi generi commerciali, con un dazio che secondo la Commissione europea sarà del 25%.

La ritorsione è stata varata per le tariffe imposte dall’Amministrazione Usa all’import europeo di metalli. In totale sono state colpite circa 200 categorie in svariati settori, acciaio ovviamente compreso, ma anche bevande come i succhi di frutta ed il bourbon ‘made in Usa’. Una tariffa del 10% sarà imposta sulle carte da gioco. Trump ha applicato il dazio del 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio (inizialmente sospeso, ma scattato a inizio giugno).

Il provvedimento sui dazi, è stato pubblicato oggi sulla Gazzetta Ufficiale UE, per una immediata entrata in vigore il giorno successivo, domani 22 giugno. Si tratta della prima fase di una campagna di reazione alle misure della Casa Bianca. La Ue si è già riservata di introdurre tariffe dal 10 al 50% su prodotti Usa importati in Europa per un valore di altri 3,6 miliardi di dollari non oltre il 23 marzo 2021.

A colpire negativamente gli europei è stata anche la motivazione formale per i nuovi dazi Usa, in base a una imprecisata minaccia alla sicurezza nazionale. Anche il Messico ha reagito ad analoghe misure, mentre il Canada lo farà dal primo luglio. Sullo sfondo aleggia una più vasta guerra commerciale tra Usa e Cina. Le conseguenze sul commercio internazionale e sui mercati finanziari cominciano a farsi sentire: gli effetti sull’economia globale, secondo gli esperti, dipenderanno dal fatto che si possa fermare o meno la spirale di mosse e contromosse ritorsive.

Trump ha anche minacciato di imporre un dazio del 25% sulle auto ‘made in Europe’ importate negli States, rispetto all’attuale 2,5 per cento. Secondo quanto riporta il Wall Street Journal, circola la proposta tedesca di una abolizione reciproca dei dazi sull’auto, che è del 10% nella Ue: le principali case tedesche, da Volkswagen a Bmw e Daimler, non avrebbero obiezioni. Del resto, i dazi sull’import di auto nella Ue si stanno già eliminando o riducendo per costruttori di altri Paesi. Ad esempio, per le case sudcoreane, in seguito al Free Trade Agreement tra Seul e Bruxelles. Il futuro Fta tra Ue e Giappone contempla anch’esso un processo di riduzione, sia pure molto graduale, dei dazi sull’auto made in Japan. Per le case tedesche è molto più pericolosa l’introduzione di dazi americani che non una maggiore apertura del mercato europeo alle auto made in Usa. Un azzeramento reciproco implicherebbe un altro vantaggio per gli europei: la cancellazione dei dazi Usa del 25% su pickup e grandi van. Ma questo dovrebbe trovare opposizione nei sindacati americani.

Secondo i calcoli del Wsj, nonostante gli investimenti diretti negli States, ancora oggi Daimler e Bmw realizzano il 10% delle loro vendite attraverso l’export negli Usa. Anche i costruttori giapponesi sono molto spaventati dalla prospettiva di barriere all’ingresso nel secondo mercato mondiale.

Dalla guerra commerciale sui dazi non ci saranno vittorie ma solo sconfitte. La sconfitta peggiore riguarderà l’economia nella sua interezza con tutte le conseguenze immaginabili tipiche della recessione. Ad essere colpiti per primi saranno i lavoratori e le fasce reddituali più basse.

Salvatore Rondello

Def. Gli impegni cancellati del Governo

camera

Camera e Senato hanno dato il via libera alla  risoluzione di maggioranza del Def. L’Aula di Palazzo Madama ha votato il Documento di economia e finanza con 166 sì, 127 contrari e 6 astenuti. Poco prima, anche la Camera aveva approvato la risoluzione di maggioranza sul Def. L’assemblea ha votato il documento con 330 sì, 242 no e 4 astenuti.

I temi che dovranno essere affrontati con la prossima legge di bilancio sono: la lotta alla povertà, lo stimolo alle politiche attive, il superamento della legge Fornero, misure per la scuola. Tra le misure da adottare, il relatore al documento, Federico D’Incà, intervenendo a Montecitorio, ha indicato ‘un mix virtuoso di maggiori investimenti pubblici, riduzione della pressione fiscale e il sostegno ai redditi più bassi’. Federico D’Incà ha aggiunto: “Va semplificato, in particolare, il rapporto tra l’Agenzia delle entrate e il contribuente e vanno abolite le misure penalizzanti per i contribuenti onesti. Futuri provvedimenti per estendere il reddito di cittadinanza restano senz’altro necessari e occorre ampliare la portata dei Bes. Infine occorre assumere tutte le misure per favorire il disinnesco delle clausole di salvaguardia, inerenti l’aumento dell’aliquota Iva e accise”.

In aula, il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha spiegato: “La ripresa continua ma a ritmi più contenuti rispetto al 2017. L’obiettivo prioritario deve essere aumentare il tasso di crescita potenziale e chiudere il divario con il resto dell’Europa. Dobbiamo accrescere la competitività e la dinamica produttiva, e la strategia per raggiungere l’obiettivo richiede di attuare le riforme strutturali, previste nel programma di governo, attivare lo stimolo endogeno di crescita, per non limitarci a subire passivamente gli choc, positivi e negativi, che vengono dalla congiuntura internazionale. Fondamentale è inoltre il rilancio degli investimenti pubblici. Quanto ai tassi di crescita per il 2019 e gli anni seguenti, previsti nel Def a legislazione vigente, sono ancora alla nostra portata ma richiedono un’adeguata strategia di politica economica; non corrispondono più al quadro tendenziale. Lo scenario tendenziale dell’indebitamento netto sarà oggetto di una seria riflessione in sede di predisposizione del quadro programmatico”.

Un alto funzionario dell’Unione Europea, in vista della riunione dell’Eurogruppo e dell’Ecofin che si terranno a Lussemburgo la prossima settimana, ha spiegato: “Abbiamo letto tutti l’intervista concessa dal ministro dell’Economia italiano  Giovanni Tria   al ‘Corriere della Sera’ e siamo molto contenti di quello che ha detto. Durante l’Eurogruppo, Tria verrà ascoltato ma ci sarà solo un’introduzione generale alle sue politiche, come per il ministro spagnolo. Entrambi introdurranno le rispettive politiche ma non ci saranno grandi discussioni: di solito non avviene. Naturalmente non parleremo ora di flessibilità: non abbiamo ancora visto il budget. Ci sono regole sulla flessibilità che valgono per tutti. Darò la stessa risposta, finché non avremo il bilancio”.

Nel frattempo, Matteo Salvini è tornato a parlare di temi fiscali ed economici tra cui flat tax e calo imposte, ma ha affrontato anche la questione delle cartelle Equitalia.  Il vicepremier e ministro dell’Interno ha detto: “Da subito, chiudere tutte le cartelle esattoriali di Equitalia per cifre inferiori ai 100.000 euro, per liberare milioni di italiani incolpevoli ostaggi e farli tornare a lavorare, sorridere e pagare le tasse”.

Quanto alla flat tax, Salvini ha confermato che si farà. Rispondendo a chi gli ha chiesto se le parole del ministro dell’Economia sulla necessità di tenere d’occhio i numeri per le coperture delle misure economiche del governo possano essere interpretate come uno stop alla flat tax, Matteo Salvini ha detto: “Paletti del ministro Tria su vincoli di bilancio?  La flat tax si farà, rispettando tutte le normative vigenti”. Salvini ha negato di aver detto: “Quando sento parlare Tria mi sembra di sentire Padoan”. La stampa di oggi gli ha attribuito questo virgolettato. Salvini ha chiarito: “Sui giornali si leggono tante… non posso dire cazzate, che non è governativo, ma non ho mai detto nulla del genere, altrimenti Tria non l’avremmo scelto”.

Il ministro dell’Interno, poi, ha plaudito l’operato della Guardia di Finanza dicendo: “La Guardia di Finanza ha scovato 12.000 evasori totali sconosciuti al fisco e grandi evasori che hanno rubato una media di 2 milioni di euro a testa. Ora tocca al governo semplificare il sistema fiscale, ridurre le tasse”.

Invece, l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, ad un convegno della banca sulle nuove prospettive dell’assicurazione ha evidenziato: “Il ministro Tria ha detto le cose che andavano dette un mese fa e ci avrebbe evitato l’innalzamento dello spread e la caduta delle Borse. I mercati hanno bisogno di certezze. La nostra dipendenza dagli investitori stranieri è troppo elevata per questo serve che il debito pubblico si riduca e servono spazi per accelerare gli investimenti del Paese. Debito e disoccupazione sono priorità assolute”.

Messina ha poi sottolineato che le dichiarazioni del ministro Tria sono state: “Tranquillizzanti, ma non sufficienti per la fiducia degli investitori. Occorrerà attendere la manovra finanziaria in autunno quando si capirà se si fa sul serio nel far scendere il debito”.

Dunque, le attese dei mercati e della UE sono concentrate ad ottobre quando dalla legge di bilancio sarà chiara la volontà del nuovo Governo. Intanto il Def approvato in Parlamento, sostanzialmente è quello presentato dal governo Gentiloni a fine aprile ed inviato anche all’UE.

Salvatore Rondello

Ocse. Crisi economica e rischio dei populismi

Poveri-crisi-stupidi

L’Italia è il fanalino di coda dell’area euro sulla crescita economica. Nell’ultimo rapporto previsionale dell’Ocse sull’Unione valutaria, la penisola è il Paese accreditato con le stime di crescita più basse: 1,4 per cento quest’anno e 1,1 per cento nel 2019. Secondo lo studio, in media l’Eurozona crescerà del 2,2 per cento nel 2018 e del 2,1 per cento nel 2019, mentre guardando all’intera Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico la crescita attesa è rispettivamente di 2,6 e 2,5 per cento.

Nell’ultimo rapporto, l’Ocse, segnalando i rischi del protezionismo e dei populismi che pesano sulle prospettive di crescita, ha scritto: “Un evento politico negativo come l’ascesa di partiti populisti in alcuni Paesi dell’area euro, associato all’architettura incompiuta dell’Eurozona, potrebbe portare ad un ripido aumento della ridenominazione del rischio e alla perdita di accesso al mercato per alcuni debiti sovrani della zona euro. Una più rapida soluzione sull’alto livello di crediti deteriorati in diversi Paesi sarebbe cruciale per facilitare lo sviluppo del credito e la trasmissione della politica monetaria. Anche se in discesa, sono sempre alti i rischi in alcuni Paesi colpiti dalla crisi. In Italia al momento sono più alti che in Irlanda. Un’accelerazione della soluzione agli npl è la chiave per espandere il credito bancario, visto che l’alto livello è ancora un problema per la stabilità finanziaria”.

Secondo l’Ocse:  “L’Eurozona sta crescendo in modo robusto e i Paesi dovrebbero approfittare dell’espansione per migliorare la loro posizione di bilancio. In particolare, quelli ad alto debito dovrebbero assicurarne una discesa significativa, consapevoli che il consolidamento di bilancio è desiderabile quando i tempi sono buoni”.

Per l’Ocse, nel rapporto 2018 sull’economia dell’Eurozona, bisognerebbe anche semplificare le regole del ‘Patto’, mantenendo la necessaria flessibilità per tenere in considerazione la situazione economica.

Nell’analisi dell’Ocse sull’economia dell’Eurozona, si leggono molti riferimenti all’Italia, e suonano tutti come inviti a non disperdere l’ultima buona occasione per rafforzare l’economia.

Il segretario dell’organizzazione parigina, Angel Gurrìa ha correlato la crescita dei movimenti populisti alla crisi dicendo: “La disoccupazione è sotto i livelli pre-crisi, la ripresa si è rafforzata, ma i miglioramenti sono ancora fragili e l’elevata disoccupazione ancora presente in alcuni Paesi ha spinto il sostegno ai partiti anti-Ue”.

Secondo l’Ocse, sulla crescita robusta dell’Eurozona pesa anche il rischio protezionismo. I Paesi, dunque, dovrebbero approfittare dell’espansione per migliorare la loro posizione di bilancio. Il riferimento è stato fatto anche alla politica ultraespansiva della Bce, che però ha iniziato il percorso per  sospendere il Quantitative easing, tornando verso una lenta normalizzazione della politica monetaria. Ne consegue che i rendimenti dei titoli di Stato risaliranno. L’organizzazione, nel rapporto ha segnalato la necessità di ulteriori riforme che assicurino la sostenibilità dell’unione monetaria nel futuro ed ha prospettato la graduale normalizzazione delle politiche monetarie della Bce alla luce delle attese di un progressivo ritorno dell’inflazione verso l’obiettivo stabilito dal suo mandato.

Le preoccupazioni già segnalate dalle pagine dell’Avanti in diversi momenti, oggi vengono manifestate anche dall’Ocse.

Salvatore Rondello

POVERA ITALIA

mensa_poveri

Nel 2017, 2,7 milioni di persone in Italia sono state costrette a chiedere aiuto per il cibo da mangiare. La situazione è emersa dal rapporto Coldiretti intitolato: “La povertà alimentare e lo spreco in Italia”, presentato alla giornata conclusiva del Villaggio della Coldiretti ai Giardini Reali di Torino. Secondo la Coldiretti ad avere problemi per mangiare sono dunque oltre la metà dei 5 milioni di residenti che, secondo l’Istat, si trovano in una condizione di povertà assoluta.

La Coldiretti ha precisato: “Nel 2017 circa 2,7 milioni di persone hanno beneficiato degli aiuti alimentari attraverso l’accesso alle mense dei poveri o molto più frequentemente con  pacchi alimentari  che rispondono maggiormente alle aspettative dei nuovi poveri (pensionati, disoccupati, famiglie con bambini) che per vergogna prediligono questa forma di aiuto piuttosto che il consumo di pasti gratuiti nelle strutture caritatevoli. Sono appena 114mila quelli che si sono serviti delle mense dei poveri a fronte di 2,55 milioni che invece hanno accettato l’aiuto dei pacchi di cibo sulla base dei dati sugli aiuti alimentari distribuiti con i fondi Fead attraverso l’Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura (Agea)”.

“Se si vuole ritrovare la missione originaria della sinistra – è il commento su Facebook di Luigi Iorio, responsabile del Psi per le politiche per il lavoro – bisogna ricominciare a comprendere le difficoltà di questo tempo. Capire il perché quasi tre milioni di cittadini si ritrovano alle mense per poveri. Comprendere le ragioni di una povertà sempre diffusa, connettersi alle paure e alle difficoltà di chi non arriva a fine mese. Solidarietà e lotta alla povertà – conclude – devono essere la mission dei socialisti nel 2018, il resto è solo tattica, confusione e caccia a poltrone”.

Più specificatamente la Coldiretti ha segnalato: “Tra le categorie più deboli degli indigenti si contano 455mila bambini di età inferiore ai 15 anni, quasi 200mila anziani sopra i 65 anni e circa 100mila senza fissa dimora. Contro la povertà si attiva la solidarietà con molte organizzazioni attive nella distribuzione degli alimenti, dalla Caritas Italiana al Banco Alimentare, dalla Croce Rossa Italiana alla Comunità di Sant’Egidio. E si contano ben 10.607 strutture periferiche (mense e centri di distribuzione) promosse da 197 enti caritativi impegnate nel coordinamento degli enti territoriali ufficialmente riconosciute dall’Agea che si occupa della distribuzione degli aiuti”.

La Coldiretti ha spiegato: “Di fronte a questa situazione di difficoltà sono molti gli italiani attivi nella solidarietà a partire da Coldiretti e Campagna Amica che dal Villaggio #stocoicontadini di Torino hanno lanciato per la prima volta l’iniziativa della ‘spesa sospesa’ a favore della Caritas. Si tratta della possibilità di fare una donazione libera presso i 150 banchi del mercato per fare la spesa a favore dei più bisognosi. In pratica, si mutua l’usanza campana del “caffè sospeso”, quando al bar si lascia pagato un caffè per il cliente che verrà dopo. In questo caso frutta, verdura, formaggi, salumi e ogni tipo di genere alimentare raccolto vengono consegnati alla Caritas che si occupa della distribuzione alle famiglie in difficoltà.

Il presidente della Coldiretti, Roberto Moncalvo, ha dichiarato: “In un’occasione di incontro tra campagne e città come è il Villaggio Coldiretti non potevamo non pensare a chi in questo momento vive grandi sofferenze a causa della crisi economica che ha colpito duramente soprattutto le fasce più deboli della popolazione. E’ però necessario intervenire anche a livello strutturale per rompere questa spirale negativa aumentando il reddito disponibile di chi oggi vive sotto la soglia di povertà”.

Oltre al lodevole spirito di solidarietà che dovrebbe sopperire le emergenze, il presidente della Coldiretti ha sposato la tesi, portata avanti da questo giornale in più occasioni, sulla necessità di mettere in atto una più equa distribuzione della ricchezza come prevede l’ideologia socialista.

Salvatore Rondello

Trump ci ripensa, Dazi anche per la Cina

trump dazi

All’ultima riunione sulla politica monetaria, la Federal Reserve ha manifestato preoccupazione per gli effetti dei dazi. Donald Trump non ha ascoltato gli economisti dell’Istituto Centrale degli Stati Uniti ed ha riaperto il fronte bellico dei dazi con la Cina. Nel quadro del suo braccio di ferro commerciale con Pechino, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump ha approvato nella notte l’applicazione dei dazi su una lunga lista di prodotti provenienti dalla Cina per un valore di circa 50 miliardi di dollari. Lo ha riferito oggi il Wall Street Journal, precisando che restano al momento poco chiari i tempi di effettiva attuazione di queste misure.

La decisione di Trump, presa per punire la Cina accusata di rubare tecnologie alle aziende Usa e di violare i diritti sulla proprietà intellettuale, è arrivata al termine di una riunione che il presidente ha tenuto alla Casa Bianca con i suoi consiglieri commerciali.

Trump aveva annunciato a marzo che gli Stati Uniti avrebbero imposto dazi del 25% su circa 50 miliardi di dollari di importazioni cinesi. Il presidente aveva poi minacciato di gonfiare la lista dei prodotti colpiti fino a 100 miliardi di dollari, ma finora non aveva intrapreso alcuna azione concreta.

Un elenco preliminare di circa 1.300 prodotti cinesi esportati era stato reso pubblico ad aprile dal rappresentante al Commercio, Robert Lighthizer.

A fine maggio, la Casa Bianca aveva reso noto che avrebbe pubblicato il 15 giugno una lista di prodotti cinesi sui quali aveva intenzione di applicare dazi del 25%. Un annuncio accolto con durezza a Pechino, dove si chiariva che la Cina non teme una guerra commerciale. E ora Pechino promette rappresaglie: poche ore fa, infatti, è arrivato un avvertimento agli Stati Uniti. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Geng Shuang, ha detto ai giornalisti: “Se la parte statunitense adotta misure unilaterali di protezionismo e danneggia gli interessi della Cina, allora risponderemo immediatamente e prenderemo le misure necessarie per salvaguardare risolutamente i nostri legittimi diritti e interessi. Tutte le operazioni commerciali negoziate dalle due parti non avranno effetto se gli Stati Uniti adotteranno le tariffe”.

Stando a quanto riporta la Cnn, che parla di annuncio ufficiale e cita una fonte bene informata, la luce verde è stata data da Trump dopo l’incontro alla Casa Bianca con il segretario al Tesoro Steven Mnuchin, quello al Commercio Wilbur Ross e il rappresentante per il Commercio Robert Lighthizer.

Pechino aveva precedentemente annunciato l’intenzione di rispondere ad eventuali dazi su beni per un valore di 50 miliardi con misure protettive di rappresaglia su beni americani.

Dopo gli incontri di Donald Trump con Xi Jinping sembrava che tra Usa e Cina fosse stata raggiunta una tregua sui dazi. Ma così non è stato e Donald Trump porta avanti come un ‘bulldozer’ la sua politica di Usa ‘First’ a prescindere da qualsiasi accordo diplomatico con gli altri paesi. L’atteggiamento ondivago dell’attuale presidente degli Stati Uniti desta non poche preoccupazioni per la pace nel mondo. Anche se non si arriverà al conflitto militare, la guerra commerciale dei dazi influirà notevolmente sugli equilibri economici nello scenario mondiale.

Salvatore Rondello

La Federal alza i tassi. Draghi: Qe verso la fine

BCE-Draghi-anticrisiIl Federal Open Market Committee, cioè il braccio della politica monetaria della Federal Reserve, come previsto ha alzato i tassi di interesse per la seconda volta nel corso del 2018. Dopo la stretta di marzo, quella decisa ieri di altri 25 punti base, ha innalzato i tassi dall’1,75% al 2%.

Si tratta del settimo rialzo del costo del denaro da dicembre 2015. Lo ha comunicato la Banca Centrale Usa alla fine della quarta riunione dell’anno in corso. La terza presieduta da Jerome Powell. All’inizio di febbraio scorso c’è stato il cambio di guardia con Janet Yellen. Powell, già dal 2012, stava nel board della Fed.

Nel 2018, la Fed ha previsto quattro aumenti dei tassi di interesse, anziché tre come inizialmente previsto. Questo cambiamento è emerso dai ‘dot plot’ che accompagnano il comunicato finale sulle decisioni di politica monetaria diffuso al termine della riunione durata due giorni.

Quest’anno, la Federal Reserve, ha fatto già due rialzi dei tassi. Sono state viste in rialzo anche le stime di crescita nella misura del 2,8% per gli Stati Uniti. L’inflazione è stata stimata al 2,1%, pure in rialzo rispetto alle precedenti previsioni. Molto probabilmente, proprio l’aumento dell’inflazione stimata avrebbe spinto la Fed a programmare un rialzo aggiuntivo sui tassi di interessi che a fine anno potrebbero arrivare al 2,5%.

Jerome Powell, presidente della Fed, nella conferenza stampa fatta alla fine della riunione, ha detto: “L’economia Usa sta facendo molto bene. Le decisioni sui tassi non sono prese con il ‘pilota automatico. A partire da gennaio 2019, la Fed terrà una conferenza stampa dopo ogni riunione per migliorare la comunicazione. Finora la Fed ha tenuto una conferenza stampa ogni due mesi dopo le riunioni. Per ora i dazi sul commercio sono solo un rischio. Gli effetti delle politiche commerciali e dei dazi ancora non si vedono sui numeri: sul commercio per ora sono solo un rischio”.

Di fronte alla decisione della Fed, Wall Street è schizzata in alto. I mercati azionari  statunitensi hanno aperto in rialzo mercoledì, poiché gli investitori hanno atteso un aumento dei tassi d’interesse ampiamente previsto dalla Federal Reserve e le sue linee guida sulla politica monetaria.

Un rialzo dei tassi di un quarto di punto percentuale è stato valutato positivamente dai partecipanti al mercato, che hanno analizzato la dichiarazione della Fed. Willie Delwiche, stratega degli investimenti presso Robert W. Baird a Milwaukee, precedentemente ha detto: “L’incertezza è se la Fed parla o meno di alcune questioni politiche in corso a Washington e delle preoccupazioni per il commercio. Se si trattasse solo di ciò che sta accadendo nell’economia, allora si parlerebbe di un quarto rialzo dei tassi, quindi il mercato è preparato per questo”.

Anche secondo lo strumento ‘Fedwatch’ di CME Group, i trader sono equamente divisi su un quarto rialzo dei tassi a dicembre. Un rapporto del Dipartimento del Lavoro ha mostrato che i prezzi dei produttori statunitensi, a maggio, sono aumentati più del previsto portando al miglior incremento annuale dagli ultimi sei anni e mezzo anche se l’inflazione sottostante è rimasta moderata.

Tuttavia, in una intervista a Fox News, dopo lo storico summit con Kim Jong Un, Donald Trump ha affermato: “Stiamo preparando una stretta molto forte sulle importazioni della Cina. Vedrete nel giro di un paio di settimane”.

Anche se Donald Trump vanta un’amicizia personale con Xi Jinping, per gli affari di stato si regola diversamente. Oggi, dopo la Fed, si è riunito a Riga la Bce che non ha modificato i tassi, ma ha deciso un  addio al quantitative easing a fine dicembre, con una tabella di marcia che prevede un breve ‘tapering’ nell’ultimo trimestre 2018. I tassi d’interesse resteranno fermi ai minimi record almeno fino alla prossima estate del 2019.

La decisione è arrivata in anticipo per molti osservatori: alcuni si aspettavano un’indicazione di massima dalla riunione di oggi, e una tabella di marcia vera e propria il mese prossimo.

Una nota dell’Eurotower, riunita oggi a Riga nell’appuntamento che ogni anno si svolge ‘fuori sede’, ha spiegato: “Dopo settembre 2018, e in subordine al fatto che i dati in arrivo confermino le stime di medio termine d’inflazione, il tasso mensile degli acquisti netti di titoli sarà ridotto a 15 miliardi fino a fine dicembre 2018, e che a quel punto gli acquisti netti termineranno”.

Tuttavia, la Bce ha promesso di proseguire con il reinvestimento  (ossia l’utilizzo del capitale rimborsato dei bond che ha in portafoglio e che arrivano a scadenza per comprare nuovi titoli di pari durata) ancora a lungo e per tutto il tempo necessario ad assicurare l’accomodamento monetario necessario. I tassi rimangono fermi ai minimi record almeno per tutta l’estate 2019 e in ogni caso finché sarà necessario.

La Banca centrale europea ha indicato, quindi, già da oggi la tabella di marcia verso la fine del Qe dopo un’attenta valutazione dei progressi fatti la cui conclusione è che l’aggiustamento dell’inflazione verso l’obiettivo è sostanziale. Il presidente della Bce, Mario Draghi ha sottolineato:  “La Bce è pronta a rivedere i propri strumenti di politica monetaria se fosse necessario per assicurare il necessario livello di stimolo monetario. Gli acquisti di titoli del Qe non stanno sparendo, restano parte degli strumenti di politica monetaria che potranno essere usati in particolari frangenti. Per una ripresa sostenuta dell’inflazione  serve ancora un significativo stimolo monetario  e la decisione presa oggi sulla riduzione del Qe mantiene un ampio grado di accomodamento nella politica monetaria”.

La Banca centrale europea  ha rivisto al ribasso le stime di crescita per l’Eurozona al 2,1% dal 2,4% per il 2018, mantenendo l’1,9% atteso per il 2019 e l’1,7% per il 2020.  La Bce ha mantenuto stabile all’1,7% la stima dell’inflazione per il 2020.

Inevitabilmente si farà sentire anche il quadro di tensioni che si sono addensate sull’Italia, terzo maggior paese dell’area euro, con la nascita del governo M5S-Lega che è stata accompagnata da una accentuata volatilità dei mercati. Il fatto che la Bce stia continuando a comprare titoli pubblici dell’area euro al ritmo di 30 miliardi al mese ha certamente evitato che le spinte rialziste sui rendimenti dei Btp, così come il loro differenziale sui Bund della Germania, il famoso spread, salissero ancora più su. Un onere imprevisto che comunque grava sulle tasche degli onesti contribuenti italiani.

Finora la Bce ha portato avanti il Qe per affiancare e potenziare la sua politica monetaria ultra espansiva, con tassi di interesse praticamente a zero da anni per stimolare l’economia e favorire un ritorno dell’inflazione ai valori auspicati. L’abbandono del Qe non è stato fatto dalla Bce ‘a caduta libera’, anzi, la scelta del reinvestimento consente di poter continuare una politica monetaria espansiva.

Salvatore Rondello

Istat: sempre meno nascite in Italia

L’Istat ha presentato oggi il bilancio demografico dell’Italia. Nel 2017 è proseguita la diminuzione della popolazione residente già riscontrata nei due anni precedenti. Al 31 dicembre del 2017, risiedono in Italia 60.483.973 persone, di cui più di 5 milioni di cittadinanza straniera, pari all’8,5% dei residenti a livello nazionale (10,7% al Centro-nord, 4,2% nel Mezzogiorno).

Complessivamente nel 2017 la popolazione diminuisce di 105.472 unità rispetto all’anno precedente. Il calo complessivo è determinato dalla flessione della popolazione di cittadinanza italiana (202.884 residenti in meno), mentre la popolazione straniera aumenta di 97.412 unità.

Il movimento naturale della popolazione ha registrato un saldo (nati meno morti) negativo per quasi 200 mila unità. Il saldo naturale è positivo per i cittadini stranieri (quasi 61 mila unità), mentre per i residenti italiani il deficit è molto ampio e pari a 251.537 unità. E’ continuato il calo delle nascite in atto dal 2008. Per il terzo anno consecutivo i nati sono meno di mezzo milione (458.151, -15 mila sul 2016), di cui 68 mila stranieri (14,8% del totale), anch’essi in diminuzione. I decessi sono stati quasi 650 mila, circa 34 mila in più rispetto al 2016, proseguendo il generale trend di crescita rilevato negli anni precedenti dovuto all’invecchiamento della popolazione.

Il movimento migratorio con l’estero fa registrare un saldo positivo di circa 188 mila unità, in lieve aumento rispetto all’anno precedente. Nel 2018 sono aumentate le iscrizioni dall’estero: poco più di 343 mila (erano 300.823 nel 2016), di cui l’88% riferite a stranieri. Le cancellazioni per l’estero sono risultate stabili, intorno alle 114 mila unità per gli italiani, di nascita e naturalizzati, mentre sono più di 40 mila per gli stranieri, in leggera diminuzione rispetto agli anni precedenti. Le acquisizioni di cittadinanza registrano una battuta d’arresto rispetto al trend crescente degli anni precedenti: nel 2017 i nuovi italiani hanno superato i 146 mila.

In Italia risiedono persone di circa 200 nazionalità: nella metà dei casi si tratta di cittadini europei (oltre 2,6 milioni). La cittadinanza più rappresentata è quella rumena (23,1%) seguita da quella albanese (8,6%).

E’ stata conferma la maggiore attrattività delle regioni del Nord e del Centro, verso le quali si indirizzano i flussi migratori provenienti sia dall’estero sia dall’interno.

Mariastella Gelmini, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati, ha affermato: “L’Istat ci segnala un triste primato per il nostro Paese: continua il calo delle nascite, in atto ormai dal 2008. Nel 2017, per il terzo anno consecutivo, i nati in Italia sono stati meno di mezzo milione (458.151, -15 mila sul 2016), di cui 68 mila stranieri (14,8% del totale), anch’essi in diminuzione. Un dato sconfortante che rappresenta un nuovo minimo storico dall’Unità d’Italia. Serve una seria politica per la natalità, bisogna investire con decisione e determinazione sulla famiglia, si devono aiutare le giovani coppie, servono misure per le mamme-lavoratrici, bisogna ripensare il welfare, gli asili, le scuole dell’infanzia. È indispensabile, insomma, un cambio di passo. Forza Italia crede convintamente nel rilancio della natalità e farà di questo tema una priorità, uno dei suoi punti chiave per i prossimi mesi. Bisogna credere con ottimismo nel futuro, e i figli rappresentano il miglior viatico per immaginare una nuova Italia, un Paese migliore”.

Anche il fascismo si preoccupava delle culle vuote e varò un programma per incentivare le nascite. Benito Mussolini recitava: “Se le culle sono vuote, l’Italia invecchia e decade”.

Oggi, i figli rappresentano un costo che le famiglie non possono più sostenere. Le precarietà ed i disagi sociali sono in crescita. Quale futuro avranno i nuovi nati rispetto al calo dell’occupazione ? Molto probabilmente potrebbe essere un bene la diminuzione della natalità che potrebbe assicurare un futuro dignitoso ai bambini che nascono oggi. Preoccuparsi del benessere delle famiglie è sicuramente un dovere della politica. Il problema non si risolve soltanto con il miglioramento del welfare che pure è necessario. Occorre principalmente incrementare i redditi delle famiglie attraverso il miglioramento dell’occupazione reale. Una più equa distribuzione della ricchezza e le prospettive future di un miglioramento sociale sono essenziali per dare dignità e serenità alle famiglie, ai lavoratori ed alle future generazioni.

Salvatore Rondello

Corea del Nord e Usa siglano accordo sul nucleare

trump corea

Si è concluso oggi, 12 giugno 2018, a Singapore il primo storico summit tra il presidente Donald J. Trump degli Stati uniti d’America ed il presidente Kim Jong Un della Repubblica democratica popolare di Corea (DPRK).

Il presidente Trump e il presidente Kim Jong Un hanno condotto un complessivo, profondo e sincero scambio di opinioni sulle questioni relative per lo stabilimento di nuove relazioni Usa-Dprk e sulla costruzione di un regime di pace robusta e duratura nella Penisola coreana. Il presidente Trump s’è impegnato a fornire garanzie di sicurezza alla Dprk ed il presidente Kim Jong Un ha ribadito la sua ferma e incrollabile determinazione per una completa denuclearizzazione della Penisola coreana.

Convinti che stabilire nuove relazioni Usa-Dprk contribuirà alla pace e alla prosperità della Penisola coreana e del mondo e riconoscendo che la costruzione di una reciproca fiducia potrà promuovere la denuclearizzazione della Penisola coreana, il presidente Trump ed il presidente Kim Jong Un hanno stabilito quanto segue:

1. Gli Stati uniti e la Dprk s’impegnano a stabilire nuove relazioni Usa-Dprk in accordo con il desiderio dei popoli dei due Paesi alla pace e alla prosperità.

2. Gli Stati uniti e la Dprk uniranno i loro sforzi nel costruire un regime di pace duratura e stabile nella Penisola coreana.

3. Ribadendo la Dichiarazione di Panmunjom del 27 aprile 2018, la Dprk s’impegna a lavorare verso una completa denuclearizzazione della Penisola coreana.

4. Gli Stati uniti e la Dprk s’impegnano a recuperare i resti dei prigionieri di guerra, con l’immediato rimpatrio di quelli già identificati.

Avendo preso atto che il summit Usa-Dprk, il primo nella storia, è stato un evento epocale di grande significato per superare decenni di tensioni e ostilità tra i due Paesi e per l’apertura di un nuovo futuro, il presidente Trump e il presidente Kim Jong Un si sono impegnati a realizzare pienamente e rapidamente quanto stipulato in questa dichiarazione. Gli Stati uniti e la Dprk si sono impegnati a proseguire i negoziati, guidati dal segretario di Stato Usa Mike Pompeo e i relativi alti funzionari Dprk, alla prima data possibile, per implementare gli esiti del summit Usa-Dprk.

Con l’accordo sottoscritto a Singapore, il presidente Donald J. Trump ed il presidente Kim Jong Un, si sono impegnati a cooperare per lo sviluppo delle nuove relazioni Usa-Dprk, per la promozione della pace, della prosperità e della sicurezza della Penisola coreana e del mondo.

L’impegno per lavorare a una completa denuclearizzazione della Corea del Nord è il punto principale emerso dallo storico incontro tra il presidente Usa Donald Trump e il leader nordcoreano Kim Jong-un: il punto di partenza per gli altri sviluppi futuri.

Il presidente degli Stati Uniti d’America, in una conferenza stampa al termine dell’incontro, ha detto: “Il mio incontro con Kim è stato onesto, diretto e produttivo. Un vertice storico dal quale deriva un messaggio di pace.  Le sanzioni rimarranno in vigore fino alla completa denuclearizzazione. Parliamo di denuclearizzazione completa della Corea del Nord e sarà verificata”.

L’incontro tra Donald Trump e Kim Jong Un è avvenuto poco dopo le 9 (le 3 in Italia) con un copione scenico hollywoodiano: il presidente Usa e il leader nordcoreano si sono ritrovati sul patio del Capella Hotel, sull’isola di Sentosa, attraversando due porticati opposti.

Il leader nordcoreano, Kim Jong Un ha detto: “Abbiamo avuto un incontro storico, abbiamo deciso di lasciarci il passato alle spalle, abbiamo firmato un documento storico, il mondo vedrà un importante cambiamento. Vorrei esprimere gratitudine al presidente Trump per aver fatto accadere questo incontro”.

Poi la firma congiunta del documento (prima della quale uno 007 nordcoreano ha controllato la penna).

Dopo la firma del documento congiunto con il leader nordcoreano Kim Jong Un, il presidente americano Donald Trump ha detto: “Il processo di denuclearizzazione della Corea del Nord  inizierà molto velocemente”.

La Cina ha accolto favorevolmente il primo incontro assoluto tra Usa e Corea del Nord, tra Donald Trump e Kim Jong Un, esprimendo l’auspicio che le parti possano lavorare insieme per la denuclearizzazione della penisola. Il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi ha commentato: “Il summit ha un importante e positivo significato, e ha dato via a una nuova storia. L’invito alle parti, inoltre, è di risolvere i nodi sulla sicurezza attraverso colloqui paritari”.

Con il tappeto rosso sistemato ovunque, i leader dei due Paesi si sono stretti la mano per la prima volta da 70 anni avendo come sfondo le bandiere dei due Paesi: è durata più di 10 secondi, con Trump che ha rafforzato il contatto col giovane leader poggiando brevemente anche la mano sinistra sul braccio destro di Kim.

Il ‘supremo comandante’ nordcoreano ha detto al tycoon in inglese; “Nice to meet you Mr. President”. Poi, i due si sono messi in posa per i flash dei fotografi e telecamere per immortalare lo storico momento. Trump prima di dare il via al faccia a faccia assistito dai soli interpreti,  durato circa 40 minuti, anticipando di avere con lui una relazione formidabile, ha detto: “E’ un onore essere qui”. Donald Trump, avendo Kim seduto sulla poltrona alla sua sinistra, ha detto di sentirsi veramente bene. Il leader nordcoreano ha ribattuto: “Non era facile arrivare qui… C’erano ostacoli ma li abbiamo superati per esserci”.

Alla fine del colloquio, mentre si spostavano in un’altra sala per il meeting allargato, Trump ha avuto il tempo per una battuta ad uso dei media:  “E’ andato molto, molto bene”.

Alla riunione dedicata alla questione del nucleare, hanno preso parte anche il segretario di Stato Mike Pompeo, il capo di gabinetto John Kelly e il consigliere sulla Sicurezza nazionale John Bolton; mentre per la parte nordcoreana, il braccio destro del leader Kim Yong-chol, il ministro degli Esteri Ri Yong-ho e Ri Su-yong, presidente della Commissione diplomatica della Suprema assemblea del popolo.

Sul nucleare con il leader nordcoreano, Trump ha detto: “Con Kim Jong Un risolveremo un grande problema, un grande dilemma, lavorando insieme ce ne faremo carico”.

Tra sorrisi, strette di mano e atmosfera cordiale, il meeting ha ceduto il testimone al pranzo di lavoro dove sono proseguire le conversazioni. Un menù a base di sapori asiatici e occidentali. Il menù degli antipasti ha previsto un cocktail di gamberetti con insalata di avocato, kerabu’ di mango verde condito con miele di lime e piovra fresca, cetriolo ripieno alla coreana (Oiseon). Poi i due leader si sono concessi una breve passeggiata. Il tycoon ha mostrato al leader coreano ‘the beast’, la macchina presidenziale del presidente americano. Il tycoon, nel singolare siparietto, ha aperto anche lo sportello.

In conclusione dell’incontro, Kim ha detto: “Ci saranno sfide davanti ma lavoreremo con Trump. Supereremo tutti i tipi di scetticismo e le speculazioni su questo summit e credo che questo sarà un bene per la pace”. Trump ha replicato fornendo assicurazioni: “Li risolveremo… e non vedo l’ora di lavorare con lei”.

Dunque, il summit di Singapore si è svolto in un clima di distensione. Con lo storico incontro sono state poste non soltanto le basi di un percorso pacifico nella penisola coreana, ma anche quelle per il superamento del regime comunista della Corea del Nord.

Dopo quasi settant’anni dalla guerra di Corea, con la separazione al trentottesimo parallelo delle due Coree, forse si stanno creando le premesse per una riunificazione del territorio coreano. Infatti, oggi non ci esistono più le motivazioni storiche che dettero origine alle due Coree.

Salvatore Rondello

Canada: Conte al G7 stringe l’asse con Trump

Con l’esordio internazionale di Giuseppe Conte, l’Italia è torna protagonista sulla scena internazionale. Il premier italiano ha confermato l’asse con Donald Trump e l’apertura alla Russia, ma ha rallentato sullo stop alle sanzioni assicurando: “Saremo portatori di una posizione moderata”. Il premier, al G7 di Charlevoix in Canada, con un primo effetto dirompente, ha appoggiato la posizione del leader Usa, anche se poi ha manifestato molta più cautela prima di sedersi per la prima volta al tavolo dei leader mondiali, dove ‘l’avvocato del popolo italiano’ vuole portare gli interessi dei cittadini italiani, forte di una legittimazione politica molto intensa sostenuta dalle forze politiche che con il voto del 4 marzo hanno conquistato una larga maggioranza in Parlamento.

Gli argomenti sul tavolo sono molti e Conte cerca di muoversi con attenzione, in un delicatissimo equilibrio tra le posizioni gialloverdi e un posizionamento italiano ben più prudente. A partire dai dazi, su cui ci sono stati dichiarazioni molto veementi di Trump e di paesi europei, saremo portatori di una posizione moderata. Passando, appunto, all’inclusione della Russia nel summit dei big mondiali, Conte ha ricordato:  “L’Italia è stata sempre tradizionalmente fautrice della considerazione della Russia nell’ambito del G8”. Una posizione che lo ha allineato a quella del leader statunitense, ma sulla possibilità di mettere il veto sul rinnovo delle sanzioni Conte è stato prudente: “Valuteremo nel confronto con altri partner. C’è sensibilità nell’apertura al dialogo, questo non significa stravolgere un percorso attualmente definito ed è collegato all’attuazione degli accordi di Minsk. Siamo collocati confortevolmente nella Nato: non è in discussione assolutamente la collocazione internazionale dell’Italia ma sicuramente siamo per il dialogo e siamo molto attenti a che le sanzioni non impattino sulla società civile russa”.

L’impegno canadese è stato, però, per il neopremier, l’occasione per prendere contatti e iniziare il dialogo con gli altri leader, a partire da quelli europei in vista dell’importante confronto del Consiglio europeo di fine giugno.

Ecco dunque che l’agenda del presidente del Consiglio, oltre agli impegni ufficiali del summit, si è riempita di una fitta scaletta di incontri e bilaterali, che servono a fare le presentazioni e a iniziare il dialogo sui temi più urgenti che interessano il Paese. Dopo la stretta di mano con il padrone di casa Justin Trudeau, il primo incontro è stato quello con il presidente del Consiglio Ue Donald Tusk che ha detto: “Colloqui buoni, positivi su G7, Unione economica e monetaria, migranti e Russia”. L’incontro, poi, è diventato a tre con la presenza di Jean Claude Juncker. Conte, dopo, ha detto: “A entrambi ho posto le nostre priorità: la riforma della disciplina del regolamento di Dublino e la questione della crescita”.  Sul tema migranti Conte ha espresso la totale insoddisfazione dell’Italia per le proposte attualmente discusse affermando: “Vogliamo un’Europa più forte ma anche più solidale. L’Italia non può essere lasciata sola nella gestione dei flussi migratori”. In ogni caso Conte e Tusk si rivedranno, ha spiegato quest’ultimo, di nuovo a Roma prima della fine di giugno, cioè del Consiglio Europeo.

Nell’agenda di Conte anche il vertice promosso dal francese Emmanuel Macron con Angela Merkel e Theresa May per cercare di compattare il fronte europeo sulla questione dei dazi. Nel pomeriggio canadese, cioè la notte italiana, ci sono stati gli incontri bilaterali con Merkel e Macron, e anche con il premier Shinzo Abe. L’appuntamento con Theresa May è stato invece fissato per sabato, prima della sessione dei lavori del G7.

Il colloquio tra il presidente Usa, Donald Trump, ed il premier Giuseppe Conte a margine del G7, è stato reso noto dallo stesso Conte con le foto divulgate su instagram mentre stringe la mano al Tycoon e passeggia insieme a lui nel parco del maniero sede del vertice. Al pranzo di lavoro, al tavolo dei grandi, il premier italiano, si è trovato tra il presidente francese Emmanuel Macron e la britannica Theresa May. Prima del pranzo, i leader hanno posato per la tradizionale foto di gruppo con il fiume San Lorenzo sullo sfondo. Alla fine, si sono allontanati a piedi parlando tra loro. In un primo momento, dalle immagini diffuse dalla regia canadese, Conte si è ritrovato da solo in fondo al gruppo, poi ha avuto occasione di scambiare qualche battuta con Trump.

Il presidente americano , Trump, durante il colloquio, ha detto al neopresidente italiano: “Avete riportato una grande vittoria, sei il vincitore”. Lo hanno riferito fonti italiane, secondo le quali Trump si sarebbe detto a più riprese contento.

Jean Claude Juncker, dopo l’incontro con Conte, ha detto: “Non abbiamo parlato in particolare della Russia ma l’Italia ha un ruolo fondamentale in Europa, l’Italia ha bisogno dell’Europa e l’Europa non è completa senza l’Italia. Ho avuto un buon colloquio con Conte. Lo rivedrò prima del vertice, parleremo con lui di immigrazione e budget europeo”.

Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha dichiarato: “Sono in Canada per difendere gli interessi dell’Italia, nel confronto con i nostri partner del G7 ed è quello che ho fatto fin qui. Ho partecipato a diverse sessioni del G7 e avuto molti incontri bilaterali. In tutte le occasioni ho rappresentato le posizioni dell’Italia e su alcune questioni mi sono riservato di approfondire i temi, visto che il nostro governo è appena partito. Uno dei temi sui cui si è più discusso e su cui ci sono state dichiarazioni molto conflittuali, è il commercio, gli scambi commerciali e, quindi, dazi, tariffe, barriere. Posso anticipare che si è raggiunto un accordo. Abbiamo tutti convenuto, che il sistema del commercio internazionale, basato sull’Organizzazione mondiale del Commercio è un po’ datato e richiede un adeguamento, rispetto alle mutate realtà sociali ed economiche. Basti pensare che la Cina, entrata qualche anno fa come Paese emergente, ora è una potenza mondiale particolarmente invasiva sul piano commerciale. Quindi abbiamo tutti convenuto che lavoreremo in questa direzione. Con il presidente Trump c’è stato un colloquio davvero molto cordiale. Il presidente Usa ha fatto le congratulazioni a me personalmente e al nuovo governo, era molto contento di questa esperienza governativa, del fatto che due forze nuove avessero ricevuto un consenso elettorale e fossero riuscite a formare una maggioranza di governo. C’è stato anche un invito alla Casa Bianca  che abbiamo concordato verrà raccolto al più presto possibile. Per quanto riguarda la Russia, l’Italia è portatrice di una posizione di dialogo. Questo non significa abbandonare le sanzioni dall’oggi al domani, quel sistema è legato agli accordi di Minsk che sono ancora in fase di attuazione. Noi però abbiamo prospettato a tutti i nostri partner, anche quelli europei, che avere una Russia isolata, visto che gioca un ruolo centrale in tutte le crisi più delicate nel contesto geopolitico mondiale, non conviene a nessuno. Quindi, da questo punto di vista, ho rappresentato l’auspicio dell’Italia che ci possa essere quanto prima un G8 con la Russia seduta al tavolo”.

I leader del G7 dovrebbero raggiungere una sintesi e firmeranno un comunicato congiunto finale, scongiurando una spaccatura. Lo si apprende da fonti diplomatiche internazionali. Il documento dovrebbe trattare anche la questione dei dazi.

La cancelliera tedesca, parlando con i giornalisti a margine del G7, ha detto: “Parto dal principio che avremo un testo comune sul commercio ma non risolve i problemi nel dettaglio: abbiamo opinioni differenti dagli Usa”.

Anche il presidente francese, Emmanuel Macron, ha affermato: ”La dichiarazione comune del G7 sul commercio non risolve ogni problema. Le distanze sui dazi tra l’Europa e gli Stati Uniti di Donald Trump restano malgrado il documento congiunto”.

Il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, ha così risposto: “La Russia non ha mai chiesto di essere reintegrata nel G8 e ritiene che il G20 sia il formato più promettente per il futuro. Lavoriamo tranquillamente in altri formati, nella Shanghai Cooperation Organisation, nei Brics e specialmente nel G20, dove condividono il nostro approccio. Inoltre, non ci saranno ultimatum nel G20. Le cose devono essere negoziate lì. Il G20 è un meccanismo per raggiungere il consenso e credo sia il formato più promettente per il futuro”.

Donald Trump, come preannunciato, ha lasciato in anticipo il G7 in Canada dichiarando: “Non possiamo perdere. Non possiamo andare avanti con una situazione in cui gli Stati Uniti sono il salvadanaio da cui tutti rubano. Siamo stati trattati ingiustamente per colpa dei nostri leader passati. Abbiamo perso 817 miliardi di dollari, è inaccettabile. Vogliamo un commercio libero da tariffe, barriere e sussidi. Non possiamo più permetterci pratiche che ci danneggiano. E’ un bene per tutti il ritorno della Russia nel G7. L’incontro di martedì con Kim è una grande opportunità per una pace durevole”.

A conclusione dei lavori del G7 in Canada, in una conferenza stampa, il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha dichiarato: “Il problema degli scambi commerciali è quello che ha creato maggiore conflittualità nell’agenda del G7. E’ il mio primo G7 ma non ce n’erano stati altri così conflittuali alla vigilia. I Paesi europei, e noi siamo tra quelli, non possono essere contenti perché da quelle misure possono essere svantaggiati. Alcune dichiarazioni alla vigilia hanno creato un’escalation”.

Però, il G7 in Canada, che presentava preoccupanti incognite alla vigilia, si è concluso positivamente. Si potrebbe intravedere qualche percorso pacifico per un nuovo equilibrio internazionale basato sul rispetto reciproco quale condizione indispensabile per abbandonare il protezionismo.

Salvatore Rondello